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Capitalismi a confronto: istituzioni e regolazione dell’economia nei paesi europei

INTRODUZIONE
Lo studio della regolazione del capitalismo contemporaneo
Lo studio dello sviluppo e della regolazione del capitalismo rappresenta un tema classico delle
scienze sociali. Il libro si concentra sul tema della regolazione e attraverso l’analisi di alcuni
paesi europei si propone due principali obiettivi: Approfondire l’assetto regolativo del
capitalismo europeo (analizzando il funzionamento di una serie di arene istituzionali, dalla struttura produttiva
al modello di sviluppo, dal credito al mercato del lavoro, dal welfare alle relazioni industriali ). Studiare gli
effetti che tali assetti regolativi producono (la loro capacità di promuovere determinate combinazioni tra
competitività economica e coesione sociale).

Per perseguire lo studio della regolazione del capitalismo si fa riferimento a cinque aspetti:
La dimensione comparata (il confronto tra i processi in corso in un determinato paese con altri
casi nazionali, importante per l’individuazione di modelli con i quali leggere le molte varianti del
capitalismo contemporaneo).
La presenza di determinate eredità storiche (gli assetti regolativi passati influenzano le
principali caratteristiche e i percorsi di cambiamento intrapresi dai diversi tipi di capitalismo,
secondo una sorta di path dependency limitata).
Il ruolo svolto dagli attori nel promuovere i processi di cambiamento (ruolo svolto dagli
attori, collettivi e individuali, pubblici e privati, nell’influenzare i meccanismi di regolazione e i
loro esiti.
La rilevanza della dimensione multilivello (la pluralità di livelli di regolazione (internazionale,
nazionale e regionale) che interagiscono tra loro nella trasformazione attuale dell’economia).
Questi sono gli strumenti attraverso i quali si cerca di individuare l’adozione di modelli
interpretativi basati su ‘pacchetti causali’ (il contesto istituzionale e regolativo del capitalismo
contemporaneo è caratterizzato dalla presenza di più livelli di regolazione e risulta difficile
individuare processi causali semplici e lineari nelle trasformazioni, ma è molto più utile un
approccio metodologico basato sull’individuazione di una serie di pacchetti causali, che
sottolinea l’importanza dell’azione congiunta di una serie di fattori che possono favorire o
ostacolare determinati equilibri e trasformazioni. Per spiegare bene i meccanismi regolativi e i
loro effetti è molto importante prendere in considerazione il modo in cui una pluralità di fattori si
combinano e le configurazioni che tali combinazioni assumono.
Quattro modelli di capitalismo, tra convergenza e divergenza.
Tale approccio è utilizzato per studiare i meccanismi di governance di una serie di paesi europei
che sono rappresentativi di una pluralità di meccanismi di regolazione. La scelta di questi casi
nazionali consente di mettere a confronto realtà socioeconomiche che, pur con alcune differenze
rilevanti, sono utili per comprendere gli sviluppi del capitalismo odierno.
Ci sono quindi quattro diversi modelli: 1) Paesi mediterranei (caratterizzati da basso livello di
PIL pro capite e alto rischio di povertà e di esclusione sociale. Italia e Spagna). 2) Paesi
anglosassoni (elevato PIL pro capite e alto livello di esclusione. Regno Unito e Irlanda). 3) Paesi
continentali (elevati livelli di coesione e competitivià, welfare occupazionale, bassa membership
nelle relazioni industriali. Francia e Germania). 4) Paesi scandinavi (elevati livelli di coesione e
competitività, welfare universalista, elevata membership nelle relazioni industriali. Svezia e
Danimarca).
Per ciascuno di questi modelli ci sono quattro arene istituzionali-regolative in relazione con i temi
della coesione e della competitività: 1) Sistema produttivo, credito e ruolo dello stato:
architetture regolative che riguardano l’arena produttiva (tipo di impresa e di reti, modelli
organizzativi ecc), il modo in cui tale sistema viene finanziato (banche, borsa, capitale di rischio,
patrimonio familiare ecc), tipo di intervento dello stato in suo sostegno (politiche industriali, per
l’innovazione e la ricerca, sostegno alla produttività ecc). 2) Mercato del lavoro: analizzato sia
dal punto di vista delle sue caratteristiche costitutive (livelli e tipi di occupazione,
disoccupazione, flessibilità ecc), sia da quello delle politiche indirizzate alla sua regolazione
(politiche attive e passive del lavoro, interventi normativi a sostegno della flessibilità ecc). 3)
Welfare, formazione e istruzione: si concentra sull’assetto normativo-regolativo dei sistemi di
welfare attraverso lo studio delle politiche sociali, di istituzioni sociali come la famiglia e di quei
segmenti del sistema dell’istruzione e della formazione più direttamente collegati con le
dinamiche socioeconomiche. 4). Relazioni industriali: analisi delle caratteristiche degli attori
(sindacalizzazione, logiche di azione ecc) e delle modalità di interazione tra le parti
(contrattazione collettiva e concertazione).
Da questo lavoro emerge una sorta di paradosso: la presenza sia di processi di convergenza sia di
elementi di divergenza questo perché il passaggio da alcune metaidee a policy specifiche è un
percorso molto complesso, influenzato dalle caratteristiche del contesto istituzionale. Si tratta di
un processo di costruzione politica e sociale delle politiche che può portare a risultati molto
diversi nonostante lo stesso punto di partenza.
Competitività economica e coesione sociale tra agency e contesto istituzionale
Nel modello nordico, o a crescita inclusiva, lo Stato ha giocato un ruolo produttivo molto
importante a sostegno dell’innovazione. È uno stato che non solo spende di più, ma che spende
anche meglio, mettendo a punto politiche più efficaci rispetto agli altri modelli di capitalismo. La
competitività ha anche beneficiato di un mercato del lavoro molto flessibile e di una forza lavoro
ad elevata professionalità. La concertazione e il coinvolgimento delle organizzazioni di
rappresentanza degli interessi hanno aiutato a mettere a punto interventi per lo sviluppo efficaci
che hanno sostenuto le attività dell’innovazione e contribuito a ridurre le disparità nella
distribuzione dei redditi. Il massiccio investimento in istruzione e formazione ha aumentato la
produttività della forza lavoro caratterizzata da un’elevata professionalità. Grazie a questa
configurazione istituzionale si è consolidato un modello di sviluppo fortemente competitivo,
basato sull’innovazione, ma anche capace di ridurre le disuguaglianze sociali. Anche il basso
numero di abitanti e le importanti risorse naturali hanno contribuito.
Nel modello continentale, o crescita con dualismo, a partire dalla metà degli anni ‘90 sono state
realizzate delle importanti riforme del mercato del lavoro che hanno aumentato la flessibilità
esterna e la moderazione salariale, introducendo nuove forme contrattuali rivolte a gruppi
specifici di individui, come i giovani e le donne, secondo un processo di flessibilizzazione
altamente selettivo. Questo percorso ha aumentato la partecipazione al mercato del lavoro e
ridotto il problema della crescita senza occupazione degli anni ‘90, ma ha anche portato problemi
di integrazione. Anche per quanto riguarda il welfare, si è avuto un allontanamento dal modello
tradizionale-conservatore per arrivare a una maggiore inclusione che però continua ad avere molti
tratti di segmentazione. Nelle relazioni industriali la regolazione associativa svolge ancora un
ruolo di coordinamento, ma ci sono alcune tendenze di decentramento e il ricorso a clausole di
uscita dai contratti collettivi. Lo stato tende a promuovere la competitività delle imprese,
soprattutto quelle di grandi dimensioni specializzate in settori chiave export-led.
L’assetto istituzionale del modello di capitalismo anglosassone, o crescita con disuguaglianza, è
il risultato di una serie di trasformazioni che sono iniziate durante gli anni ‘80. Nel Regno Unito
la competitività si è basata sulla crescita di un settore terziario molto dinamico, con una struttura
duale, con da un lato lavori ad elevata qualificazione e dall’altro, lavori a bassa professionalità, e
su imprese di grandi dimensioni. Il mercato azionario è molto sviluppato come \nmeccanismo di
finanziamento delle attività economiche. Il mercato del lavoro è caratterizzato da un’elevata
flessibilità esterna, e da politiche attive poco sviluppate; si può definire attivazione senza
politiche attive un modello che funziona dal punto di vista della creazione di occupazione, ma che
è caratterizzato da una quota rilevante di lavoratori vulnerabili con occupazioni a basso salario e
difficili condizioni di lavoro. Il sistema del welfare è sempre più selettivo, con bassi sussidi e con
servizi che sono realizzati dal mercato, dai quali restano escluse le famiglie con difficoltà
economiche che non riescono ad acquistarli. Per quanto riguarda le riforme, il percorso può
essere definito retrenchment: la riduzione dei programmi tradizionali di welfare non viene
compensata da una maggiore copertura dei nuovi rischi sociali. Quindi in questo modello la
competitività economica e il dinamismo del mercato del lavoro vanno di pari passo con la crescita
delle disuguaglianze. Il capitalismo mediterraneo, o capitalismo dell’insicurezza senza
competitività, è caratterizzato da un complesso mix di politiche con un basso livello di efficacia
sia nel settore della promozione dello sviluppo sia in quello del sostegno alla coesione sociale.
L’aumento marcato della flessibilità del lavoro non è andato di pari passo con l’introduzione di
misure volte a proteggere i lavoratori più vulnerabili. In questo contesto flessibilità è sinonimo di
precarietà.
Questo capitalismo non è riuscito a crescere e non ha mantenuto elevati livelli di inclusione; la
distribuzione dei redditi è disuguale. Si può definire un riformismo incompleto, ovvero una lunga
serie di riforme che nel settore del mercato del lavoro sono intervenute sul versante della
flessibilità del lavoro e molto meno sulla qualità. Sono quattro diversi modelli di capitalismo con
quattro diversi equilibri tra competitività e coesione, equilibri in trasformazione. Questo è
incoraggiante, perchè significa che è ancora possibile l’affermarsi di modelli capaci di tenere
assieme crescita e inclusione sociale.

CAPITOLO I
CRESCITA, INCLUSIONE E NUOVE SFIDE: IL CAPITALISMO DEL NORD EUROPA
Introduzione
I paesi dell’Europa del Nord hanno la capacità di combinare un’elevata competitività economica
con un’alta qualità della vita. I quattro paesi hanno mostrato come un welfare molto sviluppato,
sindacati forti, centralizzazione della regolazione non sono in contrapposizione con la dinamicità
economica e che questa non necessariamente limita lo sviluppo di un’elevata qualità della vita.
Questi paesi hanno però vissuto anche periodi di intensa crisi economico-istituzionale, soprattutto
all’inizio degli anni ‘90 (crescita della disoccupazione, fallimento di importanti imprese e crisi
del sistema finanziario). Dopo questo periodo di difficoltà, il capitalismo del Nord Europa ha
iniziato a registrare nuovamente una crescita economica forte e duratura, raggiungendo un livello
elevato sia di efficienza, sia di equità. Le similitudini tra questi paesi sono molte: 1) Lo stato
gioca un ruolo importante nell’arena economica e sociale. 2) Si ha un sistema di welfare che
più di altri si avvicina a una copertura universalistica. 3) Il mercato del lavoro è a elevata
partecipazione, con politiche attive volte a tutelare non tanto il posto di lavoro quanto
l’occupazione. 4) Vi sono bassi livelli di disuguaglianza e una bassa diffusione della povertà. 5)
La regolazione associativa è molto importante. 6) I tassi di sindacalizzazione sono alti. 7) La
contrattazione collettiva è tradizionalmente centralizzata ma recentemente vi è un ruolo crescente
di quella settoriale e decentrata in un quadro però di forte articolazione. 8) Sono paesi
caratterizzati da una bassa densità della popolazione che ha favorito anche la sostenibilità di
un welfare molto sviluppato. 9) Il loro modello di regolazione è basato sulla presenza di
specifiche complementarietà istituzionali: sono proprio il sistema di welfare sviluppato, la
conseguente bassa disuguaglianza e il ruolo proattivo dello stato e degli attori delle relazioni
industriali a favorire la capacità innovativa e competitiva delle imprese.

Sistema produttivo, credito e ruolo dello stato: tra innovazione, produttività e qualità
L’organizzazione produttiva e le strategie competitive sono fortemente influenzate dallo specifico
mix di regolazione dato dall’azione dello stato, dalle grandi imprese e dal sistema finanziario.
Lo Stato non si è mosso come un semplice regolatore dell’arena economica, ma ha sostenuto
direttamente e indirettamente le attività economiche collegate all’innovazione attraverso politiche
e investimenti pubblici per la promozione dello sviluppo economico e dell’innovazione.
Azione dello stato a sostegno dell’arena economica. Il livello degli investimenti rimane tra i
più alti d’Europa, così come la spesa complessiva per le attività di ricerca e sviluppo.
Messa a punto e offerta di beni collettivi tramite la funzione dello stato di datore di lavoro e
erogatore di servizi pubblici. Maggiore presenza di occupati nel settore pubblico, allo stesso
tempo, la valutazione dell’output di tale settore, congiunto alla capacità di offrire servizi di
qualità ha prodotto un’elevata disponibilità di beni collettivi.
Ruolo svolto dal welfare come fattore produttivo. Per rispondere alla crisi degli anni ‘90 i
quattro paesi dell’Europa del Nord si sono progressivamente allontanati dal welfare state
keynesiano (crescita della domanda aggregata), per indirizzarsi verso quello che è stato definito
enabling welfare state (orientato invece sull’offerta).
La presenza di un enabling welfare state ha favorito strategie competitive basate sull’innovazione
e su un’elevata qualità dei prodotti. Un elevato investimento nelle politiche di formazione ha
rafforzato la disponibilità di competenze avanzate e specifiche, su cui si sono diffusamente
appoggiate le imprese dell’alta tecnologia.
Ovviamente, non è sufficiente il ruolo dello Stato, ma ci sono stati altri fattori importanti: il
modello di relazioni industriali che hanno reso la produttività e l’innovazione una necessità per le
imprese; l’arena finanziaria, in cui le banche si sono mosse attivamente come investitori in alcuni
settori, influenzando la struttura delle imprese; le grandi imprese e le loro modalità di
organizzazione del lavoro incentrate sulla partecipazione.
SVEZIA. In Svezia sono nate e si sono consolidate grandi imprese multinazionali con un’elevata
apertura internazionale, specializzate sia nell’alta tecnologia sia in produzioni più tradizionali. Per
superare la crisi degli anni ‘90 in Svezia c’è stato un percorso di liberalizzazione di alcuni settori
che ha avuto un alto consenso sociale, anche perchè avveniva in un quadro di elevate prestazioni
di welfare, è stato definito liberalization without rentrenchment.
DANIMARCA. Tra i quattro paesi considerati è quello dove le imprese di minore dimensione e
le loro reti hanno un ruolo più strategico per l’economia nazionale. La Danimarca ha un elevato
vantaggio competitivo-comparato in produzioni più tradizionali legate alle imprese di minori
dimensioni, come il tessile e l’abbigliamento, insieme a settori più innovativi come la meccanica.
Sia in Svezia che in Danimarca l’assetto istituzionale ha favorito la maggiore competitività di
specializzazioni legate all’innovazione. Innovazione e produttività nei settori tradizionali e in
quelli avanzati hanno dunque aiutato la competitività dei capitalismi del Nord Europa. Questo
modello di capitalismo è stato in grado di affrontare con successo le trasformazioni dell’economia
internazionale e anche la recente crisi economica.

Mercato del lavoro: flessibilità politiche attive e sicurezza


I paesi dell’Europa del nord rappresentano un punto di riferimento per gli altri paesi europei per
quanto riguarda il funzionamento del mercato del lavoro, che in questo modello di capitalismo è
caratterizzato da: un’elevata partecipazione; alti tassi di occupazione complessiva e femminile;
una presenza di part-time prevalentemente di tipo volontario; bassa disoccupazione complessiva
e di lungo periodo; elevata flessibilità associata a una bassa precarietà.
Il buon funzionamento del mercato del lavoro si basa su quattro pilastri:
1) Presenza di un modello di famiglia nel quale, anche grazie all’espansione del settore pubblico
e del sistema di welfare, entrambi i membri hanno un’occupazione retribuita.
2) Ampio investimento pubblico nelle politiche del lavoro con la finalità di promuovere la
partecipazione al mercato del lavoro e favorire l’incontro di domanda e offerta. Tale sostegno
passa attraverso un massiccio investimento in politiche di formazione (sia ai giovani in ingresso
sia a chi lavora attraverso la formazione continua) sia un alto sostegno per i disoccupati.
3) Elevato grado di flessibilità interna del lavoro (elevata mobilità, rotazione delle mansioni e
assunzione di responsabilità legate a diversi momenti del processo produttivo), combinata con
una medio-alta flessibilità esterna (protezione dell’occupazione medio-bassa per i lavori standard
e bassa per l’occupazione a tempo determinato), sia in ingresso sia in uscita.
4) Sviluppo del sistema di welfare come fonte di occupazione, i servizi legati al welfare sono
molto sviluppati e hanno spesso la connotazione labour intensive. Il sistema del welfare diventa
un vero e proprio fattore produttivo, attraverso meccanismi in grado di generare occupazione in
modo diretto e indiretto.
DANIMARCA (Triangolo d’oro della flexicurity), sistema che ha combinato una forte
flessibilizzazione del mercato del lavoro ad un’elevata sicurezza dei lavoratori (più facile
licenziare, ma si fa di tutto affinchè chi perde il lavoro riesca a trovarne un altro in tempi molto
rapidi, riducendo il periodo di disoccupazione e la sua incidenza sul welfare).
C’è inoltre un elevato investimento in politiche attive del lavoro con un’attività di formazione
continua e incentivi alle assunzioni. Elevati sussidi di disoccupazione che offrono sicurezza
economica durante il periodo di non lavoro.
SVEZIA. La Svezia condivide con la Danimarca un approccio simile alla regolazione del
mercato del lavoro, basato su politiche attive, generosi benefit per la disoccupazione e sulle
politiche per la formazione continua. Però esistono alcune differenze di intensità: i livelli di spesa
sono molto più alti; c’è una minore capacità di promuovere occupazione attraverso il passaggio
da una situazione di disoccupazione a una di occupazione con contratto temporaneo; maggiore
capacità di favorire il passaggio dal lavoro temporaneo a quello a tempo indeterminato; minore
spesa nelle politiche passive per il singolo disoccupato.
Il modello nordeuropeo di capitalismo è riuscito ad avere un buon rendimento anche durante la
crisi. Il tasso di disoccupazione è tra i più bassi tra quelli europei. Molto più alta della media
europea è invece la percentuale di passaggi da contratti a tempo determinato a contratti a tempo
indeterminato.

Welfare, formazione e istruzione: universalismo e servizi per promuovere l’inclusione attiva.


Il welfare del capitalismo del Nord Europa ha una connotazione universalistica, con tutti i
cittadini che possono usufruire di sanità pubblica gratuita, della scuola e di un’estesa rete di
protezione contro i sociali. Non si ha soltanto un ampio e sviluppato sistema di welfare, ma anche
delle soglie di accesso facilmente raggiungibili. Lo Stato inoltre gioca un ruolo molto importante,
con i governi locali che usano le imposte per finanziare un ampio spettro di politiche sociali (es.
spesa a sostegno dell’inclusione sociale, cioè interventi di sostegno al reddito). Molti servizi di
welfare sono rivolti alle famiglie a doppio reddito.
Nel settore dell’istruzione e formazione il livello di investimento è molto elevato.
C’è una bassa diffusione di scuole e università private. La ricerca e istruzione (vista come un
bene da offrire gratuitamente) viste come un bene pubblico importante e quindi non soggette a
tagli.
La formazione e l’istruzione molto importanti durante tutta la vita.
Queste caratteristiche fanno sì che i paesi scandinavi vengano definiti learning societies (forte
investimento pubblico, basso livello di spesa privata, elevata scolarizzazione), con modelli di
formazione definiti statalisti (coinvolgimento marginale delle associazioni datoriali, formazione
integrata nei percorsi di scuola secondaria che non preclude l’accesso alle università).
Tutte queste politiche hanno portato a risultati positivi: basso rischio di povertà, di esclusione
sociale e di deprivazione materiale
Questo modello non è però esente da sfide importanti e processi di cambiamento:
SFIDE. Alcuni partiti sostengono la necessità di ridurre le garanzie dello stato nei confronti
degli immigrati in modo tale da mantenere livelli di protezione sociale per gli autoctoni
(immigrazione); effetti di lungo periodo sulla generosità del welfare (bisogna ridurre la trappola
dell’inattività). Problematiche circa la sostenibilità finanziaria (quanto sarà sostenibile questo
modello con l’aumento della speranza di vita?).
CAMBIAMENTI. Lenta ma progressiva riduzione della generosità delle prestazioni: riduzione
della durata dei sussidi di disoccupazione e accesso su requisiti. Riduzione dell’universalismo (es.
pensioni di tipo occupazionale legate all’adesione volontaria a fondi di pensione). Progressivo
decentramento nell’offerta dei servizi di welfare.
Per quanto riguarda il rapporto tra mercato del lavoro e welfare, questo modello può essere
definito dell’inclusione attiva, dove si ha un elevato sostegno al reddito, servizi di welfare
accessibili e un mercato del lavoro inclusivo.

Relazioni industriali: dalla centralizzazione al decentramento organizzato


I paesi dell’Europa del Nord condividono una lunga tradizione di neocorporativismo
(caratterizzata da un forte movimento dei lavoratori, un elevato numero di iscritti alle
associazioni di rappresentanza degli interessi, consolidate istituzioni di partecipazione a livello
centrale e decentrato, coinvolte nei processi di regolazione relativi al mercato del lavoro, alle
politiche e ai redditi, al welfare, all’offerta di servizi e alla loro organizzazione; relazioni tra gli
attori prevalentemente centralizzate, con un forte coordinamento contrattuale).
Le relazioni industriali, sono caratterizzate da un’elevata sindacalizzazione e da una bassa
frammentazione.
I Sindacati hanno un’elevata influenza anche grazie a un’alta sindacalizzazione derivata dal
sistema Ghent che prevede il coinvolgimento dei sindacati nella gestione dei fondi di
disoccupazione (l’inscrizione ai sindacati era necessaria per poter ottenere alcuni benefici in
termini di sicurezza sociale, ad esempio le indennità di disoccupazione). Negli ultimi anni la
sindacalizzazione ha subito un lieve calo nel numero di iscritti e l’importanza del sistema Ghent
si è ridotta a causa di nuovi meccanismi di sussidio che non richiedono l’iscrizione al sindacato e
per la progressiva crescita di forme non monetarie di benefit.
È molto importante anche il ruolo delle associazioni datoriali: i datori di lavoro hanno sacrificato
l’obiettivo della deregolazione del mercato del lavoro rispetto ai benefici offerti dalla possibilità
di promuovere una marcata moderazione salariale attraverso una contrattazione centralizzata e
coordinata. L’elevata cooperazione tra gli attori emerge anche guardando all’inclusione nelle
pratiche di policy-making. Ma quali sono i fattori che hanno favorito il consolidarsi di
pratiche di cooperazione tra governo e parti sociali? 1. Lunga eredità storica legata anche alla
tradizione luterana. 2. Struttura organizzativa e logica di azione delle associazioni. 3. Consensual
democracy che ha favorito la collaborazione tra organizzazioni della società civile e
dell’economia e lo stato, e parlamentarismo negativo, nel quale un governo può entrare in carica
senza dover passare il voto di fiducia e rimanere al potere fin quando non viene direttamente
sfiduciato (quindi c’è la possibilità di avere governi di minoranza che portano a un confronto
continuo tra le varie parti e i possibili alleati). 4. Specificità geografia (i paesi sono molto estesi
dal punto di vista territoriale, ma con una densità della popolazione molto bassa e concentrata
territorialmente. Una popolazione di dimensioni più limitate può portare con sè anche una
maggiore omogeneità degli interessi, rendendo più semplice una loro rappresentanza basata su
organizzazioni di grandi dimensioni.
Anche la contrattazione collettiva centralizzata riveste un ruolo importante: già con l’avvio
dell’industrializzazione i sindacati promossero la creazione di un sistema di contrattazione di tipo
centralizzato in grado di produrre una forte omogeneizzazione intersettoriale e interaziendale
delle condizioni salariali e di lavoro. Questo assetto di basava su politiche dei redditi di topo
solidarista che si sono inserite nel modello Rehn-Meidner (modello incentrato sul controllo
dell’inflazione attraverso l’individuazione dei salari a livello centrale sulla base del principio
‘stessa retribuzione per lo stesso tipo di lavoro’ e mirato a garantire che i salari reali non
crescessero più della produttività, incentivando così indirettamente le imprese ad aumentare la
loro produttività. Il presupposto principale per tale sistema di rappresentanza degli interessi era
una marcata centralizzazione della regolazione, che però non escludeva la presenza di
meccanismi che favorivano il decentramento delle relazioni industriali. Al contempo è un
decentramento organizzato e controllato. Le forme di decentramento sono andate in tre direzioni:
settoriale, territoriale e aziendale. Il risultato di questa duplice struttura è un sistema di
governance multilivello molto articolato che ha contribuito alla legittimazione dal basso e al
radicamento dei sindacati e che ha favorito una riorganizzazione flessibile e negoziata
dell’economia durante i periodi di crisi.
SVEZIA. Dopo essere stato il caso per eccellenza della centralizzazione, a partire dall’inizio
degli anni ‘90 si è progressivamente affermato un processo di decentramento dal livello centrale
nazionale verso il livello di settore.
Per molti anni l’accordo di base centralizzato e intersettoriale ha sancito un modello concordato
tra la Confederazione svedese dei sindacati e la Confederazione svedese dei datori di lavoro, che
ha regolato le politiche dei redditi svedesi a livello centrale favorendo la moderazione salariale e
una redistribuzione di tipo solidaristico. Già durante gli anni ‘80 tale modello di politiche dei
redditi uniforme a livello di settore inizia a mostrare le prime crepe, con il primo accordo
settoriale siglato nel settore metalmeccanico. Dopo la metà del decennio, però, si manifesta
un’altra inversione di tendenza: il ritorno alla centralizzazione ha funzionato per una lunga serie
di rinnovi contrattuali. In Svezia, quindi, si è avuto un processo di progressivo decentramento
verso il livello settoriale e anche aziendale, ma questo percorso si è realizzato in un quadro che
può essere definito di decentramento fortemente coordinato.
DANIMARCA. Da molti anni è in corso una tendenza verso il decentramento nella
contrattazione. Le organizzazioni di rappresentanza degli interessi a livello nazionale, siglano due
accordi diversi, l’accordo di base e l’accordo di cooperazione, che costituiscono un quadro
regolativo intersettoriale di riferimento. Al suo interno si muove la contrattazione collettiva di
settore sui salari, sugli orari e sulle condizioni di lavoro. A loro volta tali accordi settoriali
costituiscono il quadro di riferimento all’interno del quale si muovono gli accordi a livello di
impresa. Il caso danese conferma che il decentramento nelle relazioni industriali del capitalismo
del Nord Europa non riguarda solo lo spostamento dal livello centrale a quello settoriale, ma
anche un significativo \nspostamento dell’assetto della contrattazione verso il livello aziendale.
Le priorità delle relazioni industriali a livello di impresa si sono orientate verso questioni relative
all’offerta, quali la produttività, la formazione delle competenze e le riorganizzazioni del lavoro e
della produzione. In conclusione, le relazioni industriali nei paesi del Nord Europa sono
caratterizzate da un’elevata sindacalizzazione, da consolidate pratiche di concertazione, da una
contrattazione settoriale che gioca un ruolo di grande rilievo. Nonostante ciò ci sono due sfide
negli ultimi anni: la flessione del tasso di sindacalizzazione e la presenza di processi di
decentramento.
Conclusioni: vincoli virtuosi e nuove sfide per la crescita inclusiva
Lo Stato ha giocato un ruolo proattivo molto importante a sostegno dell’innovazione, attraverso
politiche industriali mirate ed efficaci che hanno prodotto beni collettivi per la competitività delle
imprese. Le imprese di grandi dimensioni hanno adottato modelli organizzativi che hanno
favorito, assieme a politiche per l’innovazione tecnologica, un aumento della produttività. Il
mercato del lavoro è caratterizzato da un’elevata flessibilità, sia interna che esterna a cui
corrisponde una bassa protezione del posto di lavoro ma un’alta sicurezza dell’occupazione. Si
hanno alti tassi di occupazione totali, giovanili e femminili e una bassa disoccupazione. Il
sistema del welfare segue una logica universalistica ed è caratterizzato da un’elevata protezione
sociale, le politiche sociali sono particolarmente efficaci nel ridurre il rischio di povertà ed
esclusione sociale. Le relazioni industriali sono caratterizzate da organizzazioni che hanno un
livello di membership molto alto e che adottano una logica di azione inclusiva incentrata sulla
cooperazione. Negli ultimi anni si è però avuto un declino della sindacalizzazione, ma molto
meno marcato rispetto agli altri paesi europei. I processi di decentramento sono di tipo
organizzato e articolato. Importanza del ruolo dello stato e delle politiche per lo sviluppo e
l’innovazione: consensual democracy.
Come hanno interagito tra loro tali specificità del contesto istituzionale per promuovere un
modello che può essere definito crescita inclusiva. Per quanto riguarda la dimensione della
crescita, l’elevata flessibilità del lavoro, sia interna che esterna, ha favorito la capacità di
adattamento delle imprese alle mutevoli esigenze del mercato, insieme a efficaci politiche attive
ed elevati livelli di occupazione. La partecipazione al mercato del lavoro è stata favorita dal
sistema di welfare tramite un elevato sviluppo dei servizi che hanno prodotto occupazione e
liberato la famiglia da attività di cura favorendo così la partecipazione al mercato del lavoro. La
concertazione e il coinvolgimento delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi hanno
aiutato a mettere a punto politiche per lo sviluppo efficaci che hanno dato vita a importanti beni
collettivi. Tutti questi elementi hanno promosso l’adozione di strategie competitive basate sulla
via alta per lo sviluppo, che hanno favorito salari elevati e ostacolato processi di dumping. Per
quanto riguarda la dimensione della coesione, c’è stato un massiccio investimento in politiche
attive e passive che hanno portato a bassi tassi di involontarietà dei contratti non standard e una
bassa diffusione della trappola della precarietà. Il sistema di welfare ha ridotto il rischio di
povertà sia tra chi ha un’occupazione e sia tra chi non lavora. Negli ultimi anni questo modello
deve però affrontare alcune sfide: la tendenza alla marginalizzazione di alcuni gruppi di
individui soprattutto immigrati, più deboli nel mercato del lavoro e meno coperti dalle politiche
sociali, la riduzione dell’entità e della durata dei sussidi, la crescita della condizionalità, il
decentramento seppure organizzato e articolato
CAPITOLO II
COMPETITIVITA’ ECONOMICA E NUOVE FORME DI DUALISMO: IL
CAPITALISMO CONTINENTALE
Introduzione.
Specificità del modello continentale: elevata competitività economica in alcuni settori; modelli
organizzativi basati su grandi imprese e reti strutturate; politiche per lo sviluppo orientate a
sostenere l’innovazione; elevata flessibilità interna del lavoro e una moderata ma crescente
flessibilità esterna diretta verso alcuni segmenti specifici della forza lavoro; welfare segmentato e
basato sul principio assicurativo; modello di relazioni industriali con una moderata
centralizzazione soggetta a importanti cambiamenti che ne stanno modificando le caratteristiche
principali.
Economia sociale di mercato: ha le sue radici nell’ordoliberalismo tedesco che sottolineava
l’importanza dell’azione dello Stato e di politiche volte a sostenere l’inclusione sociale assieme
alla promozione del mercato e della competitività economica. L’idea di economia sociale di
mercato ha influenzato gli sviluppi del capitalismo continentale, e in particolare di quello tedesco
dell’immediato secondo dopoguerra, e ha le sue matrici nel pensiero cristiano-democratico
tedesco: un modello di capitalismo altamente regolato, con lo Stato che interviene per sostenere il
funzionamento del mercato, da un lato, e per ovviare ai suoi fallimenti attraverso politiche di
redistribuzione e di welfare, dall’altro. Un ruolo importante è svolto dalle associazioni di
rappresentanza degli interessi che si muovono in un’ottica di cooperazione, mediando il conflitto
tra capitale e lavoro.
Dirigisme: rimanda alla tradizione francese di intervento dello Stato che non ha solo una
funzione di regolare o agevolare il funzionamento del mercato, ma si propone di guidare il
mercato attraverso un intervento nell’economia di forte indirizzo e pianificazione, con una
marcata difesa degli interessi nazionali in economia e con un deciso sostegno pubblico ad alcune
imprese di grandi dimensioni in settori strategici per la competitività.

Sistema produttivo, credito e ruolo dello stato: grandi imprese, export e alta produttività.
L’organizzazione produttiva e le strategie competitive adottate dalle imprese dei paesi del
capitalismo continentale hanno molte caratteristiche delle economie coordinate di mercato. I
problemi di coordinamento nell’azione delle imprese non vengono infatti affrontati utilizzando
meccanismi di aggiustamento basati sul mercato, ma attraverso l’integrazione strategica, ovvero
su relazioni interimpresa fortemente strutturate, basate su rapporti di medio e lungo periodo e
caratterizzate da un’elevata cooperazione tra le parti. A tale integrazione strategica contribuisce
un’organizzazione interna delle grandi imprese basata su una forte condivisione degli obiettivi e
partecipazione. Sono meccanismi decisionali di tipo consensuale che seguono un modello
definibile cooperazione organizzata. Stabilità e relazionalità giocano un ruolo molto importante
per la diffusione di innovazione; lo scambio di informazioni strategiche passa attraverso relazioni
interimpresa stabili, nelle quali fornitori e committenti si scambiano le conoscenze che possono
aumentare la loro reciproca competitività. Allo stesso tempo, la circolazione di conoscenza è
favorita dal ruolo svolto dalle associazioni di rappresentanza degli interessi imprenditoriali che si
sono attivate per favorire la diffusione di conoscenze e competenze tra le imprese. Lo Stato è
difensore degli interessi nazionali e attento a favorire il consolidamento delle imprese di maggiori
dimensioni;
Le relazioni industriali sono caratterizzate da rapporti tra le parti di tipo cooperativo e da una
solida tradizione di rappresentanza dei lavoratori a livello di azienda. Queste, insieme a un
sistema di welfare che ha incentivato lunghe carriere all’interno delle imprese, hanno favorito lo
sviluppo di modelli organizzativi basati sul coinvolgimento, sulla partecipazione e su un elevato
impegno nei confronti dell’impresa innalzando così la produttività del lavoro da una parte e la
flessibilità del lavoro, dall’altra. Le imprese di grandi dimensioni hanno giocato un ruolo
strategico: nei campioni nazionali si sono sviluppati i modelli organizzativi basati sulla
partecipazione. Sono imprese che hanno risorse autonome per introdurre importanti innovazioni
tecnologiche atte a migliorare il processo produttivo e anche a contribuire in modo significativo
alla formazione dei propri dipendenti. I paesi del modello continente hanno una produttività del
lavoro superiore alla media europea, sebbene inferiore a quella dei paesi del Nord Europa.
GERMANIA. Fin dagli anni ‘50 si è consolidato un sistema del credito caratterizzato da istituti
bancari di grandi dimensioni che assicuravano il finanziamento di investimenti di lungo periodo
per le grandi imprese industriali. Contemporaneamente si è sviluppato un sistema associativo
basato su organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale molto forti che hanno sostenuto la
nascita di dense reti collaborative tra imprese. Il modello di organizzazione di impresa era basato
su forza lavoro stabile e altamente specializzata, con elevati salari e molto tutelata. Negli anni ‘60
la Germania era il paese a maggiore presenza di industria manifatturiera in Europa. Negli anni
‘80 si è radicata una strategia competitiva incentrata su un’elevata diversificazione e qualità dei
prodotti: produzione diversificata di qualità.
Tre principali componenti hanno consentito la competitività del modello tedesco nel lungo
periodo: flessibilità interna del lavoro; massicci investimenti tecnologici; Sistema del credito
incentrato sul ruolo delle banche. All’inizio degli anni 2000 la Germania veniva definita il malato
d’Europa, perchè si trattava di un modello di crescita economica senza crescita occupazionale.
Nonostante le difficoltà, la Germania ha recuperato nelle sue attività chiave: la ripresa è stata
possibile grazie a fattori che hanno aumentato l’export e colmato il divario tra ovest ed est,
riforme del mercato del lavoro che hanno aumentato la flessibilità esterna e la mobilità, un forte
processo di liberalizzazione e coordinamento. Le grandi imprese manifatturiere tedesche hanno
usato gli strumenti del coordinamento e della cooperazione a livello aziendale per poter ridurre i
costi e incrementare la produttività. Ci sono stati cambiamenti anche nell’arena del credito: le
banche si sono spostate dal modello della banca commerciale a quello della banca di
investimento. Grazie a questi cambiamenti, la Germania è arrivata all’inizio della crisi del 2007
con un’architettura istituzionale che ne ha favorito la crescita; è un modello coerente con le spinte
del processo di integrazione monetaria che ha favorito l’economia tedesca dando un forte
contributo alla crescita dei paesi export-led dell’Europa del Nord e continentale.
FRANCIA. Dalla metà degli anni ‘80 si è cercato di promuovere il riaggiustamento industriale
con il massimo intervento dello Stato nei confronti dei campioni nazionali (settori e imprese di
grandi dimensioni ritenuti strategici per l’economia francese) e con una forte spesa sociale a
sostegno dei disoccupati e delle persone in difficoltà economica. Il modello di organizzazione
produttiva era definito produzione di massa flessibile (l’aumento della produttività non passava
tramite pratiche organizzative di tipo partecipativo, ma, prevalentemente, attraverso
l’innovazione tecnologica e l’automazione). Negli anni ‘80 si ebbe una deregolazione di molte
arene istituzionali, con la riduzione dei sussidi alle imprese, l’ampliamento del ruolo del mercato
azionario, l’avvio di massicci processi di liberalizzazione, nel tentativo di promuovere la
competitività delle imprese francesi all’interno del mercato unico europeo e di renderla meno
dipendente dall’intervento pubblico. Le privatizzazioni ridussero l’intervento diretto dello
Stato nell’economia, tuttavia lo stato continua comunque ad avere una grande importanza come
attivatore del mercato. In Francia sindacati e associazioni datoriali sono molto deboli e adottano
logiche di azione di tipo prevalentemente conflittuale che hanno ostacolato pratiche bilaterali
come la contrattazione collettiva. A partire dagli anni ‘90 hanno acquisito importanza forme
organizzative di tipo reticolare, basate sulla cooperazione interimpresa. In questo assetto, però, le
imprese finali rivestono un ruolo di leder nei confronti delle imprese che appartengono alla loro
rete, riproponendo così l’aspetto fortemente gerarchico. Le poche imprese chiave nella rete sono
di grandi dimensioni e continuano ad avere stretti rapporti con i governi a livello locale e
regionale, incrementando così la domanda di intervento pubblico per la creazione di beni dedicati
finalizzati ad aumentarne la competitività. La funzione di coordinamento che in Germania era
svolta dal versante associativo, in Francia è stata, e in parte lo è ancora oggi, giocata dall’attore
pubblico e dal ruolo svolto dalle imprese di maggiori dimensioni, promotrici di un
riaggiustamento della produzione di massa flessibile verso nuovi settori produttivi ad alto valore
aggiunto. Tali differenze si riflettono anche nelle specializzazioni dove Francia e Germania sono
più competitive. La Germania è più competitiva su una serie di produzioni manifatturiere come le
lavorazioni della gomma, i prodotti in metallo, le apparecchiature elettroniche, i macchinari e i
motoveicoli. La Francia ha i suoi punti di forza in alcune specializzazioni innovative, come la
produzione di altri mezzi di trasporto (treni, aeronautica, aerospazio), nella chimica e nella
farmaceutica, ma anche in alcune produzioni tradizionali come bevande, pelle e scarpe.
Mercato del lavoro: alta partecipazione e dualismo
Nel modello continentale c’è un’alta protezione dell’occupazione, con la minore flessibilità
esterna compensata da un’elevata flessibilità interna. Si tratta di un mercato del lavoro più
regolato rispetto a quello dei paesi anglosassoni. Quindi lavoratori specializzati che rimanevano a
lungo all’interno della medesima impresa contribuivano con le loro competenze all’aumento della
produttività. A partire dalla seconda metà degli anni ‘90, però, i paesi sono stati afflitti dal
problema della crescita economica senza crescita occupazionale, quindi a partire dagli anni 2000
si è intensificata la flessibilizzazione ai margini attraverso il ricorso a forme contrattuali flessibili
(lavoro a somministrazione, tempo determinato ecc) che ha avuto l’effetto di produrre nuova
occupazione, ma che al contempo ha aumentato il dualismo nel mercato del lavoro. Per quanto
riguarda le politiche del lavoro, il modello continentale investe di più rispetto alla media europea,
la Germania investe di più nei servizi di collocamento e meno nelle politiche attive, la Francia
investe meno nelle politiche passive e in quelle dei servizi per l’impiego (sempre più della media
europea). La Francia ha una maggiore regolazione del lavoro a tempo determinato. Tali
differenze sono il risultato di due diversi percorsi di regolazione del mercato del lavoro che hanno
portato a due differenti tipi di segmentazione, più intensa in Germania rispetto alla Francia, e
anche a diversi rendimenti in termini di attivazione e di creazione di occupazione.
GERMANIA. Già dagli anni ‘60 è stato promosso un modello di regolazione in grado di
produrre elevati volumi di occupazione, per dare lavoro, tra gli altri, all’alto numero di profughi
della Germania dell’Est. La Germania divenne uno dei grandi attrattori di forza lavorativa
immigrata, soprattutto del Sud Europa. Negli anni ‘70 la crisi del fordismo non la risparmiò, ma
la Germania fu in grado di riprendersi rapidamente: dagli anni ‘90 Germania e Italia sono rimaste
i paesi con la quota più elevata di occupazione nei settori della manifattura. A partire dagli anni
‘90 il modello ha visto l’affermarsi di alcune trasformazioni che ne hanno modificato le
caratteristiche costitutive, anche perchè la Germania stava attraversando una crescita economica
senza crescita occupazionale, anche in parte a causa di un assetto regolativo definito welfare
without work, dato da un mix di prepensionamenti, sussidi elevati per disoccupati di lungo
periodo, poche misure per favorire la partecipazione femminile e bassa partecipazione
complessiva. Per far fronte a tale difficoltà la Germania ha iniziato un percorso di
flessibilizzazione che ha però inciso in modo selettivo sul mercato del lavoro: si è infatti usata la
flessibilità per favorire la partecipazione e l’attivazione dei gruppi più svantaggiati e non quale
principio generalizzato. Le riforme Hartz avevano l’obiettivo di mantenere competitiva
l’economia tedesca riducendo il costo del lavoro e introducendo contratti non standard, oltre che
riorganizzando i servizi per l’impiego e i sussidi di disoccupazione. Miravano a promuovere
l’attivazione attraverso una maggiore possibilità di utilizzo dei contratti a tempo parziale e una
riduzione dei sussidi. Le riforme hanno: liberalizzato il lavoro a somministrazione e modificato
l’organizzazione dei servizi pubblici con i tradizionali centri per l’impiego che divengono vere e
proprie agenzie per il lavoro, introdotto formule contrattuali a basso salario (mini-jobs con
stipendi fino a 400 e midi-jobs con stipendi da 400 a 800), riorganizzato i sussidi di
disoccupazione unificando benefit per i disoccupati di lungo periodo e le prestazioni di assistenza
sociale, riducendo la durata dei sussidi di disoccupazione e abbassando i sussidi del welfare (solo
i disoccupati da meno di un anno ricevono un sussidio mentre gli altri ricevono un contributo
dall’assistenza sociale). La possibilità per chi ha contratti a basso salario di mantenere i sussidi ha
di fatto incentivato la diffusione di questo tipo di occupazione, che in pochi anni è cresciuta
molto, insieme ad altre forme atipiche. Un’altra spinta al dualismo nel mercato del lavoro è
venuta dalla configurazione delle politiche del lavoro. La Germania dedica meno attenzione
rispetto agli altri paesi alle politiche attive del lavoro (rivolte a coloro che devono ancora trovare
lavoro), ma dedica maggiore attenzione alle politiche di short term work, ovvero quelle che
offrono sussidi alle imprese che stanno affrontando difficoltà congiunturali per aiutarle a non
licenziare.
Forma di disparità che tende a tutelare più chi è occupato e ad aumentare la disuguaglianza tra chi
è ai margini. Si ha così una flessibilizzazione differenziata, più forte nei settori deboli e più
debole nei settori forti. Diminuisce la sicurezza per i lavoratori a tempo determinato mentre
rimane sostanzialmente stabile per i lavoratori a tempo indeterminato. Con queste trasformazioni
recenti la Germania ha intrapreso un percorso che si differenzia rispetto al modello tedesco
tradizionale. L’idea delle recenti riforme è quella di agevolare un rapido collocamento al lavoro a
dispetto di un processo di formazione e creazione di competenze come era invece in passato. In
questo quadro si colloca anche la riduzione delle spese per il mercato del lavoro. Il risultato
complessivo è stata una flessibilizzazione che ha inciso in modo significativo solo su alcuni
segmenti della forza lavoro, contribuendo così al consolidarsi di un mercato del lavoro duale, con
un nucleo fortemente protetto e una parte anche consistente che gode di minori protezioni.
FRANCIA. In Francia per tutti gli anni ‘90 si è avuta un’elevata disoccupazione. La strada scelta
ha seguito due direzioni: riorganizzazione del sistema dei sussidi (riduzione di entità e durata dei
sussidi che sono stati sostituiti poi da un sussidio di disoccupazione per le persone in cerca di
lavoro. Poi introduzione del reddito attivo di solidarietà che prevede l’esenzione dai contributi
per le imprese che assumono chi è disoccupato di lungo periodo) e flessibilizzazione del mercato
del lavoro (flexsecurity alla francese, che combina flessibilità del lavoro con sicurezza del reddito
grazie a elevati sussidi). A questo si unisce un sistema di welfare caratterizzato da una parziale
diminuzione di importanza del ruolo svolto dalla parte pubblica e da un aumento della parte di
previdenza complementare privata (modello che crea forte differenziazione sociale e istituisce
una marcata equalizzazione).
In entrambi i casi nazionali si è avuto un importante percorso di riforma del mercato del lavoro
già a partire dalla metà degli anni ’90. Il tasso di disoccupazione (e anche quella giovanile) è più
alto in Francia e in Belgio. Le occupazioni part-time invece sono più diffuse in Austria, Germania
e Paesi Bassi. In conclusione, il modello continentale si colloca a metà strada tra quelli nordici
(che combinano elevata partecipazione e bassi tassi di disoccupazione con una spesa più generosa
in politiche attive del lavoro), e il modello anglosassone (minore spesa per le politiche di lavoro,
indipendentemente dal livello di disoccupazione). Nel caso continentale si è passati attraverso una
flessibilizzazione di alcuni segmenti specifici, sostenuta anche dal ruolo diretto dello Stato che ha
reso tale strada sostenibile socialmente attraverso lo strumento dei sussidi per i lavoratori a basso
reddito.

Welfare, formazione e istruzione: inclusione e frammentazione


Il modello di welfare continentale viene definito corporativo-conservatore e segue una logica di
tipo assicurativo, dove l’accesso ai benefit è basato prevalentemente sui contributi versati dai
lavoratori e datori di lavoro e non sulla tassazione in generale; è caratterizzato da una copertura
molto alta, ma frammentata. Il modello continentale è caratterizzato da un elevato livello di spesa
in un’ampia gamma di settori e dedica particolare attenzione al tema dell’inclusione sociale. È un
sistema di welfare che prevede assicurazioni sociali obbligatorie per i lavoratori, con prestazioni
legate alle specifiche caratteristiche della posizione lavorativa. Le tutele dipendono dal lavoro che
si svolge e sono collegate ai contributi versati (è un modello che dà vita a una segmentazione che
tende a riprodurre lo status quo e le disuguaglianze presenti nella società. È un sistema di welfare
con caratteristiche molto diverse rispetto all’universalismo e al solidarismo dei paesi scandinavi,
sebbene con un altrettanto elevato livello di copertura.
GERMANIA. La Germania è definita modello corporativo-conservatore, si avvicina molto
all’idealtipo del welfare bismarckiano, con i suoi effetti in termini di riproduzione delle
differenze tra gruppi sociali. È un sistema di sicurezza sociale basato sul pieno impiego, dove tutti
i benefit sono basati sui contributi versati. C’è uno stretto legame tra welfare e struttura
occupazionale. Un ruolo chiave è giocato dagli interventi per l’istruzione e la formazione, dove la
Germania, insieme all’Austria, mostra specificità date da una bassa quota della spesa privata per
l’istruzione, da un elevato grado di scolarizzazione e da un forte investimento sulla formazione
professionale, alla quale contribuiscono finanziariamente in modo importante le imprese  la
spesa pubblica per la formazione non è molto elevata. È importante ricordare il ruolo svolto dal
sistema duale di alternanza scuola-lavoro a cui si iscrivono circa i due terzi di coloro che hanno
terminato la scuola dell’obbligo  si trascorre una parte della settimana in impresa e una parte in
una scuola professionale. È un sistema a elevata stratificazione: i giovani sono indirizzati da
subito verso un percorso professionalizzante oppure verso uno accademico, con limitate
possibilità di cambiare in itinere. (forte coinvolgimento degli insegnanti, risulta più
meritocratico).
La partecipazione delle parti sociali è uno dei principali fattori per il funzionamento del sistema
duale: le organizzazioni di rappresentanza cooperano con la parte pubblica per l’individuazione
dei percorsi e dei profili che rispondono in modo efficace alla domanda di competenze da parte
delle imprese. Sistema definito collectivist firm sponsored. La struttura compatta con bassi
differenziali salariali promossa dal sistema di relazioni industriali rende l’investimento nel
percorso di studi universitario meno attraente rispetto ad altri paesi, per questo il sistema duale
attrae l’interesse dei giovani. Il sistema duale è molto importante all’interno del modello tedesco,
ma negli ultimi anni ha attraversato alcuni cambiamenti legati all’orientamento: si investe meno
nella formazione tecnica di lungo periodo per privilegiare il rapido inserimento nel mercato del
lavoro, tramite le molte forme contrattuali flessibili introdotte recentemente, più che attraverso
l’offerta di competenze tecniche come invece avveniva in passato. Per quanto riguarda le
politiche di protezione sociale, il modello tedesco è caratterizzato da elevati livelli di spesa, che
sono stati in grado di ridurre le disparità e attenuare l’effetto conservatore del welfare, ma allo
stesso tempo hanno creato condizioni di costo che hanno frenato la crescita occupazionale, che a
sua volta ha ostacolato la messa a punto di politiche sociali estese. Tale sistema ha prodotto una
forte pressione sulle risorse pubbliche e sui livelli di contribuzione.
Negli anni ‘90 è iniziato così un primo periodo di forte conflittualità tra gli schieramenti politici,
definito reform blockade, nel quale la contrapposizione ha ostacolato la messa a punto di riforme
significative. Dall’inizio degli anni 2000 è seguita però una serie di riforme che, da un lato,
modificano la regolazione del mercato del lavoro con i principi di attivazione, di
flessibilizzazione e di riduzione dei benefit legati alla protezione sociale, dall’altro, cambiano il
sistema pensionistico con il progressivo allungamento dell’età pensionabile.
FRANCIA. Dall’inizio degli anni ‘90 anche in Francia vi sono state rilevanti riforme che hanno
seguito una direzione simile a quella tedesca, proprio per far fronte alle medesime sfide.
All’inizio degli anni 2000 la spesa sociale era molto elevata; una componente importante di tale
spesa era data dal sistema di formazione professionale e in alternanza scuola-lavoro. Ma il
sistema francese differisce da quello tedesco sia per la diffusione, sia per il basso coinvolgimento
delle imprese nell’organizzazione delle attività. Il sistema è stato definito collectivist state based.
Il sistema del welfare francese all’inizio degli anni 2000 si trova a dover affrontare due elementi
di criticità: la sua bassa sostenibilità finanziaria nel medio-lungo periodo e la sua crescente
inadeguatezza a rispondere ai nuovi rischi sociali cui sono esposti importanti gruppi della
popolazione. In questo quadro si collocano due importanti linee di riforma, quella dei sussidi di
disoccupazione e quella delle pensioni. Un primo intervento fu la riforma delle pensioni del
1993, la riforma Balladur che mirava a ridurre il deficit legato alla sicurezza sociale. Il secondo
importante intervento è la riforma Fillon del 2003 che prevedeva: allineamento nel periodo
contributivo tra pubblico e privato, con un ulteriore aumento del periodo di contribuzione e
dell’età pensionistica; meccanismo per il pensionamento delle cosiddette carriere lunghe; due
meccanismi di risparmio che prevedono esenzioni contributive finalizzate a compensare la futura
riduzione di entità delle pensioni contributive con un meccanismo di risparmio individuale e uno
collettivo. - Ulteriore aumento della durata e dell’entità della contribuzione a carico sia dei
lavoratori sia delle imprese.
Sono riforme che hanno cercato di aumentare la sostenibilità finanziaria del sistema
pensionistico. Per quanto riguarda il welfare, si riscontrano molte somiglianze nel percorso di
riforma tedesco e francese, che sembrano procedere verso un allontanamento dal modello
bismarckiano.
Quali sono stati gli effetti di questo percorso?
 Tutti i paesi del modello continentale hanno un rischio di povertà o di esclusione sociale
minore della media europea.
 Minore quota di popolazione in condizioni di deprivazione materiale, che risulta essere più
bassa della media europea, ma comunque più alte di quella scandinava.
 Più bassa è anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito
 Basso è il numero dei Neet, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi.
 Il welfare è efficace nel ridurre la quota di persone a rischio povertà oltre che le disparità di
reddito.
All’interno dei paesi continentali la tendenza verso un modello di welfare che produce dualismo è
differenziata, più alta in Germania e Francia, molto più bassa nei Paesi Bassi. Il modello di
welfare continentale presenta alcune importanti complementarietà con il modello di
organizzazione produttiva basato su una forza lavoro ad elevata professionalità: dedica grande
attenzione alla formazione di competenze specifiche e offre indirettamente incentivi verso la
stabilità occupazionale. Presenta però alcuni elementi di criticità, soprattutto dal punto di vista
della sostenibilità finanziaria e della creazione di un sistema di garanzie frammentate che ha
accresciuto il dualismo. Per rispondere a tali criticità si sono fatte molte riforme, per esempio
nelle pensioni. Per ridurre il dualismo sono state introdotte misure che adottano una logica di tipo
universalistico, tuttavia esse hanno creato nuove forme di dualismo.
Relazioni industriali: l’erosione di un modello?
-A livello nazionale, le relazioni tra sindacati e associazioni datoriali influenzano la produzione di
beni collettivi per la competitività e hanno contribuito alla progettazione e all’implementazione
delle politiche del lavoro e del welfare.
-A livello di impresa, le relazioni tra sindacati e vertici aziendali hanno favorito modelli
organizzativi che hanno portato a un’elevata produttività.
In passato il modello è stato influenzato dalle divisioni tra diverse identità di tipo politico e
religioso, e il risultato è stato un’elevata frammentazione sindacale, ancora oggi presente nei
Paesi Bassi e in Belgio, oltre che in Francia.

I sindacati hanno avuto tradizionalmente forti legami con i partiti, andati progressivamente
indebolendosi.

Il modello continentale si contraddistingue per: 1. Un elevato grado di istituzionalizzazione delle


relazioni industriali. 2. Un’elevata articolazione tra livello settoriale e di impresa. 3. Una
concertazione altamente regolata. 4. Istituti partecipativi e di codecisione a livello di settore e di
impresa.
È un sistema di rappresentanza degli interessi fortemente organizzato che sta attraversando
importanti cambiamenti; ha favorito una forte partecipazione delle organizzazioni di
rappresentanza all’interno di meccanismi di policy-making e tale connotazione è stata favorita
anche dalla presenza di un enabling state. Un sistema di regolazione dei rapporti di lavoro basato
quindi su una combinazione di stato attivatore, e organizzazioni di rappresentanza degli interessi
con una connotazione quasi pubblica. L’inclusione dei sindacati è in tutti i paesi del modello
continentale, eccetto la Francia, è elevata rispetto sia al modello anglosassone sia a quello
mediterraneo, e pari a quella dei paesi scandinavi. Emerge un’importante divisione interna ai
paesi continentali:
GERMANIA. È un sistema altamente istituzionalizzato di relazioni industriali, le cui peculiarità
hanno profonde radici storiche: le origini dell’attuale partecipazione ai processi di policy-making
risalgono al periodo dello stato prussiano-tedesco e sono dovute al fatto che la componente
cattolica era allora solo una minoranza; per questa ragione lo Stato non si è mai preoccupato di
difendere gelosamente il controllo dello spazio politico. Già durante la prima spinta
all’industrializzazione del governo del cancelliere Bismarck, lo stato tedesco cooperava con gli
interessi datoriali organizzati. Le organizzazioni di rappresentanza sono poco frammentate, ciò ha
favorito la partecipazione alle politiche pubbliche. Anche il versante datoriale è molto compatto,
con quattro organizzazioni principali. Va però sottolineato che le organizzazioni hanno un livello
di membership non particolarmente elevato, il tasso di sindacalizzazione non è mai salito sopra il
40% e sta sperimentando una cospicua flessione. È una membership molto concentrata in
determinate categorie di iscritti: prevalentemente uomini, con occupazioni a tempo indeterminato,
spesso nei settori dell’industria e del pubblico impiego, con i giovani che si iscrivono in
percentuale molto inferiore a quella degli adulti. La contrattazione collettiva avviene
generalmente a livello settoriale e regionale, con il settore dell’industria metalmeccanica che
svolge una funzione di pattern-making, influenzando l’andamento della contrattazione negli altri
settori.
L’importanza del livello settoriale è legata, oltre che al ruolo dei sindacati dei lavoratori, alle
associazioni datoriali che, come nei Paesi del Nord, sono da sempre favorevoli al rafforzamento
della contrattazione collettiva, per tre ragioni: Rafforza la loro identità e funzione. Aiuta a tenere
fuori dalle imprese una parte importante di contrattazione sui salari. Le imprese manifatturiere
tedesche apprezzano i vantaggi di negoziare con partner forti e non frammentati.
Ciononostante, la copertura della contrattazione è scesa molto negli anni più recenti, con un
crescente ruolo della contrattazione a livello aziendale e un numero sempre maggiore di imprese
che utilizzano clausole di apertura (stabiliscono che in determinate circostanze le imprese
possono modificare quanto stabilito nel contratto di settore). Ovviamente tutto questo indebolisce
il coordinamento salariale, anche se può essere visto come un elemento di flessibilità del sistema.
In sostanza, c’è stato un processo di decentramento che, però, è stato più disorganizzato rispetto
ai paesi scandinavi perchè avvenuto in presenza di un calo della sindacalizzazione e della
copertura di contrattazione di settore.
FRANCIA. La Francia risulta essere molto diversa sia dal punto di vista della membership - la
più bassa - sia dal punto di vista del coinvolgimento nei processi di policy-making. In Francia le
relazioni industriali si sono sviluppate in un panorama a elevata frammentazione della
rappresentanza degli interessi, con lo Stato che ha avuto un ruolo più determinante rispetto a
molti altri paesi europei, introducendo misure rilevanti come il salario minimo. Alla forza dello
Stato corrisponde la debolezza dei sindacati, divisi tra loro dal punto di vista politico, con una
membership molto bassa e in declino. A livello di impresa la rappresentanza del lavoro è
organizzata da una rete di comitati e delegati con poteri molto limitati, ma importanti
simbolicamente: i delegati del personale (elettivi, si occupano dei problemi dei dipendenti), i
comitati aziendali (elettivi, poteri di consultazione sul luogo di lavoro e funzioni di
amministrazione circa il welfare aziendale per i quali ricevono un budget dall’impresa) e le
sezioni sindacali (rappresentano i sindacati all’interno delle aziende). Si ha una maggiore unità
nel settore datoriale, che però risulta anch’esso debole come capacità di partecipazione all’arena
regolativa nazionale. Dagli anni ‘90 questo modello ha dovuto affrontare tre sfide: La massiccia
ondata di privatizzazioni iniziate negli anni ‘80 che hanno ridotto l’occupazione nelle imprese
pubbliche. Recente ricorso a pratiche di coinvolgimento delle parti sociali. Crescente
segmentazione del mercato del lavoro e presenza di un forte dualismo che ha creato rilevanti
difficoltà tra i giovani. A tali sfide sono legate alcune trasformazioni del modello francese: La
legge Fillon del 2004 ha modificato l’equilibrio tra contrattazione di settore e contrattazione
aziendale a favore di quest’ultima. Un’altra importante riforma ha modificato le norme relative
alla rappresentanza, con l’intenzione di ridurne la frammentazione. È un sistema che sta
attraversando molte trasformazioni, guidate prevalentemente dallo Stato, che è caratterizzato da
sindacati deboli e in declino, da organizzazioni datoriali poco interessante a spingere verso
pratiche di concertazione.
Conclusioni: tra dualismo e competitività
A partire dalla metà degli anni ‘90 si sono verificate una serie di trasformazioni che hanno
progressivamente modificato l’assetto istituzionale del modello continentale di capitalismo. Le
numerose riforme del mercato del lavoro hanno aumentato la flessibilità esterna, introducendo
nuove forme contrattuali prevalentemente indirizzate verso gruppi specifici di individui (giovani
o donne) e portando ad un aumento della partecipazione al mercato del lavoro e a una riduzione
del problema della crescita senza occupazione, ma senza risolvere i problemi di integrazione nel
mercato del lavoro. Nel welfare le riforme hanno spinto verso una maggiore inclusione,
diminuendo l’importanza del welfare su base contributiva e cercando di rispondere ai nuovi rischi
sociali con una prospettiva più universalistica. Ma ciò ha paradossalmente introdotto nuove forme
di segmentazione.
Nelle relazioni industriali lo Stato esercita il ruolo di attivatore. Per quanto riguarda il sistema
produttivo e il ruolo dello Stato, è importante l’azione dell’attore pubblico a sostegno di imprese
e settori chiave tramite le politiche industriali. Il modello continentale si basa su grandi imprese,
spesso organizzate in reti stabili con fornitori anch’essi di grandi dimensioni, specializzate in
settori export-led come la produzione di autoveicoli, o comunque in settori strategici, come la
logistica, l’energia, le comunicazioni. Qual è stato l’effetto di tali caratteristiche sulla
competitività del capitalismo continentale?
Hanno favorito lo sviluppo di una competitività medio-alta, incentivata da rapporti stabili tra
fornitori e imprese finali. Le forme contrattuali flessibili, ad esempio il lavoro per agenzia, hanno
contribuito ad abbassare il costo del lavoro e ad aumentare la flessibilità in alcuni settori
complementari alle produzioni dell’export. L’integrazione politica e monetaria ha favorito la
crescita dei paesi export-led dell’Europa del Nord e continentale, impedendo ai loro partner
commerciali europei di svalutare la loro moneta e tenendo relativamente basso il valore dell’euro
nei confronti dei partner extraeuropei, favorendo così l’export di prodotti di elevata qualità. Il
welfare ha favorito la flessibilità offrendo indirettamente incentivi per la stabilità occupazionale e
spingendo a investire in professionalità specifiche e percorsi di mobilità interna. Nuove sfide
importanti: riuscire a combinare alti livelli di occupazione e un welfare sviluppato con un basso
grado di dualismo.

CAPITOLO III
ADATTABILITA, INDIVIDUALIZZAZIONE E DISUGUAGLIANZA:
IL CAPITALISMO ANGLOSASSONE
Introduzione
La competizione di mercato è in questo modello il principale meccanismo regolativo dell’azione
economica a cui corrisponde una marcata debolezza del ruolo svolto dallo stato. Si tratta di un
modello a cui spesso è associato il cosidetto sistema Westminster (un sistema politico
maggioritario con due partiti principali, che concentra i poteri decisionali nell’esecutivo e che non
rende necessario un più ampio consenso sociale e politico).
Si tratta di un sistema dinamico, con grande capacità di adattamento e che ha differenze
interne molto rilevanti. Nei due casi nazionali si hanno processi di cambiamento. REGNO
UNITO: alla fine degli anni ‘70 rappresentava un classico esempio di cambiamento radicale, con
l’inizio di una lunga stagione di governi conservatori che hanno modificato alcune arene
istituzionali.
IRLANDA: cambiamenti a livello macro, con la fine della lunga stagione del corporativismo nel
2009, ma anche elementi di continuità come quelli che caratterizzano le politiche economiche.
Si può dire che il modello anglosassone non è né stabile né omogeneo. Un importante agente
del cambiamento è lo STATO che è un attore importante anche nel modello anglosassone che,
può rivestire un ruolo diverso a seconda del settore di policy preso in considerazione, risultando
ad esempio interventista, per quanto riguarda la promozione delle attività dell’alta tecnologia, e
invece neoliberista, per quanto riguarda la regolazione del mercato del lavoro o dei mercati
finanziari.

Sistema Produttivo, Credito e Ruolo Dello Stato. A partire dagli anni ‘80, il modello
anglosasone ha vissuto un lungo processo di deindustrializzazione, che ha portato a una drastica
riduzione del peso delle attività manifatturiere. Nei paesi anglosassoni è prevalentemente il
mercato a regolare i rapporti tra le imprese. Molto sviluppato è il settore terziario che, da un lato
ha favorito elevati livelli occupazionali, ma dall’altro, ha contribuito alla crescita di attività
caratterizzate da lavoratori vulnerabili e con bassi salari. Un ruolo di particolare importanza è
stato giocato dal settore del CREDITO sia per le imprese sia per le famiglie: Per quanto riguarda
le imprese, il modello anglosassone si caratterizza per avere una grande disponibilità di strumenti
di finanziamento basati sul mercato azionario, che spingono le imprese a ricercare profitti nel
breve periodo, secondo un modello tipico di quello che è definito capitalismo di borsa. Il credito
alle famiglie ha promosso direttamente un keynesismo privato che ha favorito l’acquisto di beni
di consumo e di beni immobili, favorendo in entrambi i casi una forte bolla speculativa nel settore
edilizio. Emergono alcune differenze tra il Regno Unito (finanziarizzazione dell’economia, forte
sviluppo di imprese di grandi dimensioni nei settori dell’alta tecnologia) e Irlanda (sviluppo
recente promosso attraverso incentivi fiscali volti ad attrarre investimenti diretti esteri con
l’intervento dello Stato volto a radicarli). Tali diversità sono il frutto di due percorsi di sviluppo
diversi.
REGNO UNITO ha un sistema produttivo che fin dagli anni ‘60 era caratterizzato dalla presenza
di imprese di grandi dimensioni che sfruttano il mercato. Dagli anni ’70 inizia un lungo percorso
di deindistrializzazione (durante il quale si cerca di emulare in maniera fallimentare il modello
organizzativo giapponse per le produzioni di grande impresa, incentrato su concetti come qualità
totale e zero scorte) e più in generale di cambiamento che ha poi modificato la base produttiva del
modello britannico rafforzando le caratteristiche costitutive facendo affermare un’economia
fortemente polarizzata (da un lato si è avuto lo sviluppo dei settori dell’alta tecnologia e dei
servizi avanzati; dall’altra è proseguita la crescita rilevante delle attività legate ai servizi a bassa
qualificazione). Dal punto di vista dell’architettura organizzativa, il modello del Regno Unito si
basa sul ruolo delle imprese di grandi dimensioni (le imprese coordinano le loro attività attraverso
la gerarchia organizzativa e tramite il meccanismo dell’equilibrio tra domanda e offerta di beni e
servizi). Il lungo periodo che va dall’inizio degli anni ’90 è fino alla crisi economica del 2007-
2008 è stato infatti definito great moderation: un elevata occupazione, bassa inflazione e stabilità
macroeconomica. Anche durante gli anni della Great Moderation, però, il Regno Unito ha
continuato a portare con sè alcuni problemi, ad esempio una bassa produttività del lavoro.
IRLANDA: le sue radici risalgono alla strategia definita industrialization-by-invitation con cui,
durante gli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, si è cercato di rispondere alla crisi del sistema
delle imprese che portò con sé un’elevata disoccupazione e la chiusura di grandi imprese. Si
trattava di un modello di politica economica che aveva due principi guida: il primo era relativo
alla riduzione della spesa pubblica che in quegli anni era molto elevata; il secondo faceva
riferimento alla riduzione delle tasse su imprese e lavoro finalizzata ad attrarre investimenti diretti
esteri, soprattutto dagli Stati Uniti.
Emerge poi un’altra importante diversità rispetto al modello anglosassone tradizionale, data dal
ricorso a meccanismi decisionali di tipo cooperativo e consensuale e, in particolare, tramite
l’accordo con le parti sociali e avvalendosi di pratiche di concertazione per le politiche di welfare,
di regolazione del lavoro e dello sviluppo (tale modello consensuale di policy-making ha favorito
una forte integrazione tra politiche sociali e politiche economiche, sopratutto con le finalità di
promuovere investimenti per rendere il paese più attrattivo per gli investimenti diretti esteri.
Infine un’altra importante caratteristica del modello irlandese è l’elevato ricorso a finanziamenti
europei sia per la formazione di capitale umano sia per la promozione di importanti interventi in
infrastrutture e valorizzazione di risorse locali. Ciò ha contribuito a una rilevante crescita
economica tanto che prima della recente crisi finanziaria l’Irlanda veniva definita la Tigre celtica.
Tuttavia l’Irlanda è passata dai panni della ‘tigre celtica’ agli stracci del gruppo dei paesi con le
maggiori difficoltà.

Mercato del lavoro: quantità senza qualità dell’occupazione?


Il mercato del lavoro del modello anglosassone si distingue dagli altri modelli di capitalismo per
la presenza di quattro principali caratteristiche:
 Elevata flessibilità esterna;
 Bassi sussidi, per i disoccupati per favorire quanto più possibile la partecipazione e
l’attivazione;
 sistema regolativo che esercita una bassa pressione sulle imprese a innalzare i loro salari;
 Un sistema che incentiva i lavoratori a investire in percorsi formativi che danno competenze
generali e non specifiche.
Le specificità del modello anglosassone emergono quando si guarda alle politiche del lavoro che
hanno caratteristiche molto diverse rispetto ai paesi continentali e a quelli del Nord Europa (basso
investimento complessivo e partecipazione a politiche attive). Per quanto riguarda l’indice di
protezione del lavoro, Irlanda e Regno Unito hanno i valori più bassi fra tutti i 28 paesi europei.
Nel modello anglosassone, la flessibilità esterna è uno dei principi cardini di funzionamento del
mercato del lavoro; proprio tale flessibilità ha costituito un importante elemento a sostegno della
capacità di adattamento delle imprese. Ciò rende relativamente facile per le imprese assumere e
licenziare al fine di sfruttare le nuove opportunità che si manifestano sul mercato. I dati sulle
politiche del lavoro mostrano differenze tra i due paesi relativi ai percorsi seguiti per promuovere
l’attivazione nel mercato del lavoro. Nel Regno Unito il tema dell’attivazione è al centro
dell’agenda politica, ma la strada scelta è stata molto diversa dal modello scandinavo; si è cercato
di promuovere la partecipazione attraverso il cosidetto make work pay, ovvero la messa a punto,
da un lato, di meccanismi basati su incentivi al reddito e, dall’altro, di sussidi per la
disoccupazione con un elevato grado di condizionalità. In sostanza, nel Regno Unito si è avuta
un’attivazione senza politiche attive. In Irlanda, la logica del make work pay ha avuto un ruolo
importante, ma si è prestata maggiore attenzione ad alcune politiche attive, ad esempio quelle
relative alla formazione, proprio per attrarre investimenti.
Ma vediamo meglio i due percorsi più da vicino. Nel REGNO UNITO, il sistema regolativo che
promuove l’elevata partecipazione al mercato del lavoro risale agli anni ‘80 quando si sono
iniziate a realizzare politiche ispirate al modello statunitense di workfare (svolgere lavoro non
retribuito come condizione per poter ricevere i sussidi dell’assistenza sociale. Già negli anni ‘90,
i tassi di attività e di occupazione erano particolarmente elevati. Sempre, nello stesso periodo,
furono varati programmi di sostegno al part-time e al tempo determinato, volti appunto ad
aumentare la flessibilità nel mercato del lavoro. Per favorire un’attivazione efficace, i disoccupati
dovevano siglare veri e propri contratti, che specificavano quali attività di ricerca di lavoro
dovevano svolgere; potevano così accedere all’assistenza sociale, il fine era duplice: Far uscire i
disoccupati dalla loro condizione di inattività stimolando la ricerca di lavoro e Far si che
trovando, i disoccupati cessassero di beneficiare di trasferimenti e servizi dal sistema di welfare
diventando anzi dei contribuenti. Con il nuovo corso del New Labour di Tony Blair sono stati
introdotto alcuni cambiamenti: Furono predisposti interventi mirati verso alcune fasce della
popolazione che incontravano difficoltà nel mercato del lavoro. Si trattava di programmi basati su
una consulenza individuale al disoccupato, a cui seguiva l’offerta di un lavoro finanziato con
sussidi pubblici. La partecipazione alle varie fasi era obbligatoria per non perdere il sussidio e
non avere sanzioni che limitassero la possibilità di beneficiare di benefit in futuro. Assieme a tali
interventi sono stati introdotti sgravi fiscali e contributivi con lo scopo di rendere più conveniente
avere un’occupazione anche a basso reddito invece che appoggiarsi ai sussidi di disoccupazione.
In anni più recenti i vari programmi New Deal sono stati sostituiti dal Work Programme varato
dal governo di coalizione tra conservatori e liberali. Esso ha rafforzato l’esternalizzazione di
alcuni servizi a operatori privati e del terzo settore. Sono state poi introdotte formule contrattuali
molto flessibili come i contratti a zero ore, con i quali i lavoratori sono a disposizione del datore,
da cui possono avere lavoro che va dal full-time alle zero con la paga che varia a seconda del
numero di ore svolte. La flessibilità esterna è stata ulteriormente rafforzata da altri strumenti, ad
esempio quello introdotto nel 2013 con il Growth and Infrasctructure Act, il quale prevede la
possibilità che al lavoratore venga data una quota di azioni dell’impresa dove lavora, in cambio
della rinuncia ad alcuni diritti, come la possibilità di ricorrere in caso di licenziamento
discriminatorio. Promozione dell’attivazione, ma in modo diverso rispetto ai paesi scandinavi:
quest’ultimi offrono una maggiore possibilità di scelta per i lavoratori, maggiori interventi a
sostegno del mercato del lavoro, un livello più basso di condizionalità e livelli di benefit molto
più elevati.
IRLANDA: durante gli anni ‘90, si sono intraprese politiche per l’attivazione simili a quelle del
Regno Unito. Un esempio è l’iniziativa Comunity Employement, mirata a dare ai disoccupati un
lavoro che, da un lato, consentiva loro di svolgere lavori di pubblica utilità e, dall’altro, li aiutava
ad acquisire nuove competenze. Alla fine degli anni ‘90, poi, sono stati introdotti nuovi
programmi di attivazione come la Preventative Strategy, che introduceva regole più stringenti in
termini di condizionalità per i giovani che richiedevano un sussidio, con la messa a punto di un
piano individuale di consulenza e di azione, stretegia che \nsuccessivamente fu allargata anche
agli adulti. Durante gli anni ‘90 le politiche attive del lavoro sono state poco sviluppate; la
spiegazione di ciò sarebbe da ritrovarsi nel lungo aumento del tasso di occupazione che ha
caratterizzato il paese dalla metà di quella decade, che avrebbe portato a una minore domanda di
politiche attive. Dall’inizo degli anni 2000, invece, è cresciuta la spinta a favore dell’attivazione;
si sono rafforzate le politiche attive, e si è sostenuta la crescita dei salari minimi assieme a un
regime contributivo basato sulla logica del make work pay. Non a caso L’Irlanda è tra i paesi che
durante gli anni 2000 hanno visto una maggiore crescita degli investimenti in istruzione e
formazione.
RISULTATI DEL MODELLO ANGLOSASSONE: Negli anni PRE-CRISI, entrambi i paesi,
avevano vinto la sfida dell’attivazione, con tassi di partecipazione al mercato del lavoro più alti
della media europea, un tasso di occupazione oltre il 70% e un tasso di disoccupazione intorno al
5%. Nel 2008 inizia una discesa del tasso di occupazione e si impenna quello di disoccupazione.
Più drammatica è la situazione dell’Irlanda che ha visto scendere il tasso di occupazione almeno
di 10 punti percentuali e la disoccupazione passare dal 6 a oltre il 14% nel periodo 2008-2013.
Alla fine di questo percorso, nel Regno Unito si hanno elevati livelli di occupazione. Tale sistema
ha favorito la crescita della quota di LAVORATORI VULNERABILI, tra questi un ruolo
importante è giocato dai working poors, ovvero da coloro che hanno un’occupazione ma con
salari molto bassi, lavori di bassa qualità. In questa categoria ricade una quota rilevante di
lavoratori immigrati, che negli anni piiù recenti sono stati impiegati in lavori poco qualificati.
Welfare, formazione e istruzione: tra universalismo e interventi selettivi. Se si guarda al settore
dell’istruzione, si nota che il modello anglosassone è caratterizzato da un medio livello di spesa
pubblica e da un elevato livello di spesa privata; un sistema formativo caratterizzato da un’elevata
competizione, con le università che puntano ad attrarre i migliori studenti, a loro volta in
concorrenza per entrare nelle migliori università. Vi sono però alcune differenze: l’Irlanda spende
molto di più per sussidi alla disoccupazione, per il sistema sanitario, per la famiglia; il Regno
Unito destina una spesa più alta al settore del social bousing, che si afferma come uno dei pilastri
del modello di redistribuzione del Regno Unito e della formazione continua.
MODELLO WELFARE REGNO UNITO. È caratterizzato dal principio chiave di pari
opportunità per tutti, con le conseguenze che la sicurezza e la protezione sociale sono strutturate
attorno a misure individuali offerte con un approccio inclusivo anche se non universale. Per
questo le prime misure di welfare avevano già un approccio quasi universalistico e seguivano la
logica che ha continuato a caratterizzare il paese, basata su sussidi di bassa entità in modo da
mobilitare la partecipazione nel mercato del lavoro.
Negli ultimi anni lo Stato ha rivestito un ruolo importante, con numerose riforme, in cui i governi
sono intervenuti per realizzare una massiccia riduzione della regolazione del mercato del lavoro e
una riorganizzazione al ribasso del sistema di welfare; proprio grazie all’intervento governativo è
stato possibile avviare un graduale, ma efficace, spostamento verso un modello molto meno
generoso nelle erogazioni con misre come il New Labour di Tony Blair (volontà politica di
aumentare il peso della concorrenza di mercato, assistenza ai disoccupati, ai lavoratori in
condizione di povertà e riforma del sistema sanitario).
Ci sono però due importanti differenze che hanno contribuito ad allontanare il modello
anglosassone del neoliberismo degli anni ’80. La prima è relativa al tentativo di bilanciare la
flessibilità con forme di sicurezza. La seconda è una maggiore attenzione al potenziamento delle
capacità dei singoli disoccupati al fine di renderli più competitivi nel mercato del lavoro che si
riassume con il passaggio dal workfare al welfare to work.
La logica di welfare a bassa intensità, quindi, non si modifica durante gli anni di governo del New
Labour, anzi, si consolidano meccanismi che portano all’individualizzazione delle misure di
sicurezza sociale e si passa da un intervento basato sul principio ‘a quali benefici hai diritto’ a
quello che si basa sulla domanda ‘dimmi come posso aiutarti; si riceve un aiuto alle specifiche
caratteristiche individuali.
Individualizzazione e attivazione hanno contribuito a guidare l’organizzazione del welfare fino ad
anni recenti, anche con il governo di coalizione tra liberali e conservatori di David Cameron che,
con la sua riforma del welfare, ha semplificato la struttura regolativa delle misure di sostegno,
attraverso l’introduzione del cosidetto Universal Credit, che sostituisce le varie forme di sussidio
e incentivo; la riforma propone un sistema che vuole incoraggiare le persone a trovare
un’occupazione.
MODELLO WELFARE IRLANDESE. All’inizio degli anni 2000, anche a causa della sua
forte crescita economica, l’Irlanda aveva la spesa per la protezione sociale più bassa di tutti i
paesi europei. Negli anni più recenti, dopo la crisi economica, la spesa sociale è cresciuta molto.
Il welfare irlandese viene definito da alcuni wage earner welfare state: vengono offerti benefit di
livello molto basso ma, allo stesso tempo, vi è la possibilità di innalzarli attraverso schemi
contributivi mirati. Il welfare è stato rafforzato per la classe media, mentre è rimasto minimale
per coloro che si trovano in una situazione di maggiore difficoltà.
IMPATTO DEL SISTEMA WELFARE: Per quanto riguarda il Regno Unito, il rischio di
povertà e di esclusione sociale risulta essere più basso della media e più bassa è anche la quota di
persone in condizione di deprivazione materiale è invece, elevata la disparità di reddito. In
Irlanda, si ha un alto rischio di povertà, non per chi è occupato, ma per chi ha un lavoro part-time,
per chi è disoccupato o per chi ha un basso livello di scolarizzazione. Elevata è anche la capacità
delle politiche pubbliche di ridurre le disparità di reddito.
RELAZIONI INDUSTRIALI: individualizzazione della contrattazione e declino della
regolazione associativa. Nel modello anglosassone, le relazioni industriali sono caratterizzate da:
Una sindacalizzazione nel settore privato medio-bassa e in declino; Una contrattazione che si
svolge a livello aziendale e individuale; Dall’assenza della concertazione sociale.
Si tratta di un modello definito pluralista, dove le organizzazioni degli interessi si sono
sviluppate in una sorta di libero mercato organizzativo. Richard Hyman individua cinque
caratteristiche chiave del modello anglosassone di relazioni industriali:

1) Ha a che fare con il sistema di diritto anglosassone basato sulla common law, che enfatizza la
libertà di stipulare contratti senza interventi dello Stato; in questo contesto, l’intervento dello
Stato ha una funzione correttiva, mirata a favorire il funzionamento del mercato. 2) È data
dall’elevato volontarismo, nel senso che le relazioni di lavoro hanno poche regole e vincole
imposti dall’estero.
3) Riguarda le organizzazioni collettive, che vengono considerate entità private alla stessa stregua
di altre organizzazioni, come ad esempio un club sportivo. 4) La contrattazione collettiva è
incentrata su livello aziendale e non di settore, con la conseguenza che in questi paesi le relazioni
industriali hanno una dimensione di micro-regolazione. 5. È data dalla netta distinzione, tra la
regolazione dei salari e delle condizioni di lavoro, da un lato, e la regolazione di temi legati alla
protezione sociale e ai diritti di cittadinanza, dall’altro.
Si tratta di un modello che da tempo, sta attraversando un processo di ulteriore decentramento,
che è di tipo disorganizzato, ovvero avviene in un contesto di declino della copertura dei contratti
settoriali; non a caso Crouch definiva quello del Regno Unito, un modello di ‘contrattazione
collettiva in via di disgregazione’, nel quale il governo respinge quasi tutte le strategie di
cooperazione triangolare, riduce i contatti con i sindacati al minimo e abbandona qualsiasi
politica dei redditi.
Diversità tra i paesi del modello anglosassone e gli altri modelli del capitalismo: Il livello di
inclusione nei processi di policy-making è inferiore a quello presente negli altri modelli di
capitalismo. Il tasso di sindacalizzazione è più basso di quello dei capitalismi del Nord Europea,
ma più alto (sopratutto in Irlanda) sia del capitalismo continentale sia quello mediterraneo.
Pedersini inserisce il Regno Unito all’interno del modello disorganizzato di relazioni industriali
mentre, per il periodo che arriva fino al 2009 colloca l’Irlanda tra i paesi del modello
continentale, e solo dal 2009 all’interno del modello disorganizzato.
REGNO UNITO: un punto di partenza per guardare alle caratteristiche del sistema di relazioni
industriali del Regno Unito è l’inizio della stagione dei governi conservatori; per gli anni dei
governi conservatori si può parlare di neoliberal interventionist state (uno stato che interviene
per limitare la regolazione associativa al fine di aumentare il ruolo di quella del mercato), che si è
caratterizzato per l’emergere di due caratteristiche principali. La prima è legata al progressivo
collasso della contrattazione collettiva settoriale, con i sindacati che si sono orientati verso il
livello di impresa. La seconda è il calo della membership: durante il periodo dei governi
conservatori gli iscritti ai sindacati sono crollati e il grado di copertura della contrattazione
collettiva è calato. Anche in questo caso, l’arrivo del new labour alla metà degli anni ‘90 ha
portato più continuità che discontinuità.
L’IRLANDA. Già dalla metà degli anni ‘80, infatti, il modello irlandese è stato caratterizzato da
un basso intervento dello stato; fino al 2009, le relazioni industriali irlandesi sono state
caratterizzate dal modello della Social Partnership, ovvero una predisposizione a livello macro
sulle principali aree di policy informata da un principio chiave: l’importanza della promozione
degli investimenti esteri come meccanismo principale di sviluppo. Le misure mirate a
promuovere l’attratività per le imprese esterne hanno portato a un malcontento da parte delle
organizzazioni lavoro. Tale malcontento ha iniziato a crescere di pari passo con l’intensificarsi
della recente crisi finanziaria. Nonostante ciò, la funzione della concertazione non va sottoalutata:
negli anni della crescita, gli accordi frutto della concertazione hanno giocato un ruolo chiave a
sostegno della competitività favorendo la moderazione salariale e sostenendo un sistema di
welfare snello, tanto che alcuni hanno definito tale modello competitive corporatism. Dal 2009,
tale modello basato sulla concertazione è stato definitivamente abbandonato a seguito
dell’ingresso dell’Irlanda nel programma si salvataggio della Troika, con 2 conseguenze: Si è
avuta una crescente contrattazione decentrata e la crescita di una concession bargaining
(contrattazione nella quale, in cambio di sicurezza sul luogo di lavoro, i lavoratori cedono sul
terreno degli orari, della flessibilità e dei salari). È cresciuto molto il ruolo regolativo dello Stato
attraverso leggi di sostegno ai diritti individuali.

CAPITOLO IV
CAPITALISMO MEDITERRANEO. INSICUREZZA SENZA COMPETITIVITÀ
Introduzione. Il capitalismo mediterraneo (mixed market economy) è caratterizzato da due
meccanismi regolativi.
LA FAMIGLIA che ha giocato un duplice ruolo di ammortizzatore sociale e di sostegno
dell’imprenditorialità e delle piccole imprese, dall’altro.
LO STATO che ha operato alcuni interventi nel campo dello sviluppo e dell’innovazione (anche
se è stato meno capace di produrre beni collettivi); nel campo del welfare e del mercato del
lavoro (maggiore intervento statale. RIFORMISMO INCOMPLETO (molte riforme del welfare
per aumentare la sostenibilità finanziaria, ma poche per introdurre nuove garanzie, molte riforme
per aumentare la flessibilità del lavoro ma poche per la sua qualità).

Sistema produttivo, credito e ruolo dello stato: quando i vincoli non sono benefici.
Un primo elemento importante è il ruolo dello Stato caratterizzarto dal:
PESO DELLA MACCHINA AMMINISTRATIVO-BUROCRATICA che ha costituito un
vincolo e un freno ai processi di sviluppo (nei paesi mediterranei si ha un sistema di regole,
autorizzazioni e vincoli che incidono sui processi legati alla competitività economica) vincoli
non benefici.
BASSA SPESA IN POLITICHE PER LO SVILUPPO E L’INNOVAZIONE caratteristica
storica nei paesi mediterranei in cui la riduzione degli investimenti è stata aggravata dalla crisi e
dalle politiche di austerity.
POLITICHE POCO EFFICACI si spende poco per le politiche per lo sviluppo e si spende
anche male. Un basso livello di investimenti è collegato anche alla struttura organizzativa delle
imprese: i paesi mediterranei hanno un’elevata presenza di imprese di piccole e medie
dimensioni.

Il sistema del credito è caratterizzato da una forte presenza delle banche come meccanismo di
finanziamento e basso sviluppo del sistema azionario; elevata concentrazione delle proprietà in
pochi istitui bancari; bassa sofisticazione dei mercati finanziari; limitato sviluppo di forme di
finanziamento (venture capital).
Struttura organizzativa delle imprese: elevata presenza di imprese di medio piccole dimensioni.
Basso livello di investimento privato e bassa produttività del lavoro. Modello di organizzazione
produttiva del capitalismo dell’Europa mediterranea instabile e a successo alternato (ovvero con
un andamento che dall’inizio degli anni ‘90 ha visto alcuni cicli di crescita economica seguiti da
periodi di crisi).
ITALIA: un aspetto interessante è il maggior peso delle attività manifatturiere rispetto agli altri
capitalismi: nel 2013, Italia e Germania sono stati i due paesi che hanno registrato il maggiore
peso, in termini di occupazione, dell’industria manifatturiera; il caso italiano è molto diverso
rispetto al modello manifatturiero tedesco che si basa su imprese di grandi dimensioni, su
relazioni industriali istituzionalizzate oltre che sul ruolo di grandi banche e sulle politiche
proattive dello stato. I 3 pilastri attorno a cui si è sviluppata una parte importante della
manifattura italiana sono il capitalismo familiare, l’importante ruolo della piccola impresa e la
presenza dei distretti industriali. Dagli anni ‘70 si è affermato un processo che ha rafforzato la
concentrazione territoriale delle attività manifatturiere nella cosidetta TERZA ITALIA  un
modello che si afferma nelle regioni del Centro e del Nord Est, come Toscana, Emilia Romagna e
Veneto, nelle quali erano difusi i cosidetti distretti industriali, ovvero realtà locali caratterizzate
prevalentemente da imprese di piccole dimensioni e fortemente specializzate dal punto di vista
produttivo, ad esempio tessile a Prato, maglieria a Carpi, lavorazione della pelle a Santa Croce
sull’Arno, l’orificeria a Vicenza e Arezzo. Si tratta del cosidetto MADE IN ITALY, ovvero una
serie di produzioni in settori tradizionali; in questi anni sono cresciuti, inoltre, dei protodistretti
industriali nelle regioni del Mezzogiorno, basati su tradizioni artigianali locali e sulla flessibilità
dei costi e del lavoro, data dall’economia sommersa. IL CREDITO, questo modello di sviluppo si
basa su 3 risorse principali: Il capitale familiare: si tratta di un’imprenditorialità di piccola e
media dimensione che non ha elevati costi di ingresso; Si tratta di lavoratori che si mettevano in
proprio e ricevevano finanziamenti dagli imprenditori per i quali lavoravano precedentemente,
interessati ad avere subfornitori di fiducia; Il sistema del credito attraverso le banche locali era
basato su un rapporto di fiducia e di conoscenza diretta dell’imprenditore. A partire dagli anni ‘90
sono avvenuti 3 processi che hanno reso questo equilibrio instabile: L’aumento della
competizione internazionale e l’arrivo di produttori che avevano capacità di contenimento dei
costi molto più alte di quelle imprese italiane. All’inizio degli anni 2000, l’ingresso dell’euro ha
ridotto gli spazi per una competizione sui costi; La crisi dei mercati dei beni di consumo, che ha
seguito gli eventi dell’11 Settembre. L’assenza di politiche mirate ha fatto si che nei distretti
manifatturieri vi fossero più vinti che vincitori; l’assenza di una costruzione politica della
competitività ha avuto un impatto molto negativo su un capitalismo basato su piccole e medie
imprese che non avevano risorse autonome per supplire alla debolezza delle politiche. Allo stesso
tempo, nel Mezzogiorno un assetto basato su istituzioni locali più deboli e sullo sviluppo del
sommerso ha costituito una sorta di gabbia d’acciaio che ha frenato il raggiustamento e
aumentato il declino di queste aree. Si può definire il modello italiano un CAPITALISMO
REGIONALIZZATO: la specificità è quindi data appunto dalla forte presenza di un tessuto di
piccole e medie imprese.
LA SPAGNA: anche qui, l’inizio degli anni ‘90 costituisce uno spartiacque importante che ha
dato l’avvio a una costante crescita economica, legata a una serie di fattori: Bassi tassi di interessi
che hanno favorito l’indebitamento interno; Politiche comunitarie che hanno promosso la
liberalizzazione di ampi segmenti dell’economia spagnola; Privatizzazioni in America Latina che
hanno offerto spazio per investimenti da parte delle grandi imprese spagnole. Fino alla fine degli
anni ‘90 sono stati proprio gli interventi di politica economica e di governo del territorio che
hanno rafforzato i margini di manovra per le amministrazioni locali a sostegno del settore delle
costruzioni. Tali misure hanno portato a una realizzazione di investimenti edilizi sia nelle aree
urbane e metropolitane sia in altre aree del paese, come la costa mediterranea. Tutto ciò ha reso
tale modello di sviluppo particolarmente interessante per i policy-marker per 3 ragioni: -Un
modello basato sull’espansione dell’edilizia favoriva l’aumento delle rendite immobiliari andando
incontro agli interessi dell’elettorato medio; -Perchè creava rilevanti guadagni fiscali per i
governi; -Perchè contribuiva a un’elevata crescita dell’occupazione. Lo sviluppo del settore
dell’edilizia era anche collegato alla STRUTTURA DEL CREDITO: per rimanere al periodo pre-
crisi, dal 2004 al 2007 il credito verso il settore delle costruzioni è cresciuto del 24% all’anno
mentre il credito a favore dell’acquisto di immobili è cresciuto del 43%. Lo sviluppo dell’edilizia
è stato favorito da quel meccanismo, il private keynesianism: in un primo momento questo ha
avuto un effetto espansivo sull’economia spagnola, ma poi ha costituito uno degli elementi di
debolezza del paese, favorendo la grande crescita dell’indebitamento privato che è aumentato. Per
questa ragione la BOLLA IMMOBILIARE ha avuto un effetto \ndomino, creando una spirale
negativa in termini di coonsumi interni. Tale facilità nella concessione del credito ha dato luogo a
una BOLLA SPECULATIVA molto più forte rispetto aggli altri 3 paesi e, favorendo un forte
indebitamento privato, hanno contribuito a rendere la crisi in Spagna più intensa. In Spagna si
trovano le grandi banche internazionalizzate, avevano un assetto molto più solido che in parte le
ha protette, sia le casse di risparmio, sono maggioramente esposte e colpite dalla crisi del 2008
perchè la loro vicinanza al territorio ha favorito una maggiore concessione del credito nel settore
immobiliare. I 2 paesi, Italia e Spagna, sono accomunati da un problema molto improtante ovvero
la bassa diffusione delle attività economiche legate all’innovazione. I settori che hanno una forte
competitività sono tessile, abbigliamento, lavorazione della pelle, lavorazione dei mobili e, per il
caso italiano, la meccanica. Tutti settori caratterizzati da piccole e medie imprese che non hanno
sufficienti risorse proprie per rispondere alle sfide dell’innovazione.

MERCATO DEL LAVORO la lunga strada verso la flessibilità. Il mercato del lavoro dei paesi
dell’Europa Mediterranea è caratterizzato da un’elevata SEGMENTAZIONE, con alcuni gruppi
di individui che hanno maggiori difficoltà a trovare un’occupazione e che, quando la trovano,
sono in condizione di svantaggio relativamente a una serie di condizioni come salario, orario,
prospettive di carriera e anche in termini di sicurezza. La prima linea di segmentazione è relativa
alla DISPARITA DI GENERE in tutti e 4 i paesi, le donne risultano molto svantaggiate: i tassi
di partecipazione al mercato del lavoro e di occupazione sono di gran lunga minori di quelli degli
uomini, i tassi di di disoccupazione sono molto più alti. Tali disparità di genere emergono anche
prendendo in considerazione l’indice di penalizzazione, ovvero il rapporto tra la differenza fra il
tasso di disoccupazione femminile e quello maschile e il tasso di disoccupazione totale. Tale
indice ha un importante legame negativo con il tasso di occupazione totale, con la conseguenza
che la posizione di relativo svantaggio per le donne si aggrava nei paesi europei che hanno una
scarsa capacità di creare occupazione. L’altro gruppo svantagggio è quello dei GIOVANI: la
situazione non cambia se si prende in considerazione la fascia di età 25-29, ovvero quella dei
cosidetti ‘giovani adulti’. Anche la DISOCCUPAZIONE DI LUNGA DURATA, risulta essere
un elemento di frammentazione nel mercato del lavoro: interessa maggiormente la Grecia e la
Spagna, seguite da Portogallo e Italia. Tutti e 4 i paesi si caratterizzano per un elevato grado di
DISOCCUPAZIONE INTELLETTUALE: Grecia, Spagna, Portogallo e Italia assieme a Cipro e
Croazia nel 2014 hanno i più alti tassi di disoccupazione dei laureati di tutta Europa. Ultimo
elemento di frattura sono le DISPARITA TERRITORIALI, sopratutto in Spagna e Italia.
Come si è cercato di far fronte a tali criticità? Il capitalismo mediterraneo è caratterizzato da un
basso investimento nelle politiche del lavoro: c’è una minor partecipazione alle politiche attive
rispetto agli altri modelli; l’unica eccezione rilevante è la Spagna che invece investe più della
media europea in politiche attive. Le criticità del mercato del lavoro sono state affrontate durante
una lunga stagione di riforme mirate ad ampliare la flessibilità del mercato del lavoro tramite, da
un lato, l’introduzione di nuove formule contrattuali flessibili e, dall’altro, la flessibilizzazione
delle vecchie. Dagli anni ‘80, Spagna e Portogallo, iniziarono a rendere più flessibile il mercato
del lavoro con riforme che rafforzavano la protezione del lavoro a tempo indeterminato, ma
prevedendo un’ampia flessibilizzazione delle assunzioni a tempo determinato.
IN SPAGNA: tale percorso di flessibilizzazione del mercato del lavoro è continuato sino a oggi.
La legge 35 del 2010 ha aumentato la flessibilità esterna del lavoro attraverso l’allargamento
dell’utilizzo del contratto di promozione dell’occupazione. La legge 7 del 2011 ha ampliato la
flessibilità del lavoro attraverso la regolazione degli orari di lavoro e della mobilità funzionale
interna. È però con la riforma del 2012 che c’è stata quella che alcuni hanno definito la svolta
copernicana per il mercato del lavoro spagnolo; tale riforma ha introdotto alcune importanti
misure che hanno modificato la regolazione del mercato e delle relazioni industriali, come:
Ulteriore aumento dei margini di manovra per i licenziamenti; Un tipo di contratto collettivo per
il imprese durante periodi di crisi, caratterizzato da minori garanzie e contributi sociali;
Riduzione del pagamento per i licenziamenti discriminatori; Introduzione di clausole di deroga;
La semplificazione dei licenziamenti collettivi.
IN ITALIA: un percorso di flessibilizzazione del mercato del lavoro è iniziato anche in Italia
durante la seconda parte degli anni ‘90; tale percorso è stato il risultato di un intenso processo di
concertazione tra organizzazioni di rappresentanza degli interessi e governo centrale. Uno dei più
importani risultati di questa strategia è stata la legge n.196/1997, cosidetta LEGGE TREU che ha
implementato i risultati del Patto per il lavoro del 1996; è proprio con questa legge che sono state
introdotte nuove forme di flessibilità, come il lavoro interinale, e che sono stati rafforzati gli
incentivi a sostegno della flessibilità per il part-time. Gli interventi regolativi per l’ampliamento
della flessibilità sono poi continuati negli anni 2000 sino ad arrivare alla legge n.30/2003
( LEGGE BIAGI), e al successivo decreto legislativo n.276, che hanno introdotto nuovi tipi di
contratto, come lo staff-leasing, e ampliato la flessibilità dei contratti esistenti; e infine, negli anni
più recenti, la legge n.92/2012 (LEGGE FORNERO): quest’ultima legge ha riformato l’articolo
18 dello Statuto dei lavoratori, favorendo una maggiore flessibilità in uscita, ma ha anche
introdotto l’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi); ha sostituito l’indennità di mobilità e di
disoccupazione indirizzata a coloro che hanno raggiunto un livello minimo di contribuzione e ha
introdotto la mini Aspi per coloro che non riescono a raggiungere tale livello di contribuzione. Si
arriva al recente JOBS ACT (2015), che ha introdotto una serie di tutele crescenti, volte a dare un
sostegno ai lavoratori che hanno carriere segmentate, e che è intervenuto sui controlli dei
lavoratori e sulla riorganizzazione della cassa integrazione. Per un lungo periodo in Italia si è
avuta una flessibilizzazione del lavoro’ in ingreddo’e solo negli anni più recenti si è iniziato a
intervenire anche sulla flessibilizzazione in uscita, introducendo una serie di misure per bilanciare
la flessibilità.
IN PORTOGALLO e SPAGNA: qui il percorso di flessibilizzazione del mercato del lavoro è
stato più intenso. Il Memorandum of Understanding del 2011 (accordo fra la Troika e i Governi
Nazionali, firmato dal governo portoghese) ha previsto una radicale riorganizzazione della
legislazione sul lavoro, con la riduzione dei salari dei dipendenti pubblici, nel tentativo di
promuovere un processo di svalutazione interna; secondo l’Ocse questa riforma ha contribuito ad
abbassare in modo significativo la protezione dell’occupazione in Portogallo. In Grecia, a seguito
del Memorandum, si sono messe a punto riforme basate su 4 pilastri: il decentramento della
contrattazione collettiva, la riduzione della protezione del lavoro dipendente, la riduzione del
salario minimo, l’aumento della flessibilità del lavoro.

Dinamiche del mercato del lavoro durante tale periodo. Ci sono 3 processi importanti: 1.
L’aumento dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione nel periodo che va dall’inizio
degli anni ’90 al 2007. 2. Il tipo di occupazione creata, la gran parte dei lavori sono atipici. 3. Lo
sviluppo di tipologie di lavoro non standard è andato di parti passo con il consolidarsi della
cosidetta TRAPPOLA DELLA PRECARIETA; vi sono 3 effetti perversi nel percorso di
flessibilizzazione italiano che mostra come in realtà i lavori non standard non siano un trampolino
verso un lavoro stabile: O si esce subito dall’occupazione e si passa a una stabile oppure tale
passaggio diviene sempre più difficile; La trappola della precarietà è influenzata dalle fratture
tipiche del mercato del lavoro italiano, è più difficile uscirne se si è donne e se si risiede nel
Mezzogiorno;
Non sembra ci sia un effetto positivo dell’istruzione, anzi pare che i più istruiti siano quelli
maggiormente esposti al rischio di povertà. È in questo contesto di difficoltà che si è andata a
inserire la crisi economica del 2007/2008 e la debolezza originaria dei paesi del capitalismo
mediterraneo. Con l’arrivo della crisi si è avuto un progressivo e costante declino del tasso di
occupazione. Il livello di lavoro temporaneo è superiore alla media in Spagna e Portogallo, e non
in Grecia e Italia; a questo si unisce un’elevata presenza di inattivi scoraggiati, ovvero di persone
che non cercano lavoro perchè ritengono sia inutile e quindi si trovano nella fascia di popolazione
inattiva seppur disposti a lavorare. Per una prima fase tali riforme hanno contribuito alla crescita
dell’occupazione, anche se questa non ha mai raggiunto i livelli degli altri modelli di capitalismo
e ha mantenuto le forme di discriminazione. Si può dire che dagli anni ’90 si è avuta una sorta di
riformismo incompleto nel mercato del lavoro: lunga serie di riforme che hanno aumentato la
flessibilità, ma pochi interventi mirati ad aumentarne la qualità.

WELFARE, FORMAZIONE E ISTRUZIONE: sostenibilità finanziaria e nuovi rischi


Possiamo individuare 5 importanti aspetti che accomunano l’architettura regolativa del welfare
nei paesi mediterranei:
1) Presenza di un regime misto di copertura che si colloca tra un modello universalistico e un
regime conservatore/assicurativo. Elevata frammentazione che discrimina molto tra gruppi di
individui e tra categorie occupazionali, con un forte cleverage tra figure fortemente protette e
gruppi sociali esposti invece ai rischi del mercato del lavoro. Mentre per alcuni servizi, ad
esempio quelli offerti dal sistema sanitario, hanno invece una connotazione maggiormente
universalistica.
2) Importante ruolo rivestito dalla famiglia che agisce come ammortizzatore sociale anche se,
sono poche le politiche a suo sostegno.
3) Sistema di sicurezza sociale che non è riuscito a introdurre nuove forme di protezione adeguate
per quell’ampio numero di persone esposte ai rischi dei nuovi tipi di contratti. Divario tra
lavoratori protetti e non. Con i lavoratori non protetti che cercano strategie individuali di
protezione dall’esposizione ai rischi.
4) Il processo di avvicinamento alla struttura dei sistemi di welfare più sviluppati è stato
progressivamente ostacolato da vincoli esterni (austerity) che hanno spinto verso un forte
contenimento della sfera pubblica.
5) Alta spesa pensionistica dovuta sia ad una maggiore presenza di popolazione anziana sia da
specifiche scelte di policy nazionale.
Si notano tuttavia importanti segnali di accompagnamento, si pensi alla lunga stagione di riforme
che si sono concentrate soprattutto sulle pensioni e molto meno su istruzione, formazione e
politiche attive del lavoro.
ITALIA: sono state necessarie riforme gia a partire dagli anni ‘90. Per quanto riguarda il piano
pensionistico, con il principale obiettivo di promuovere la sostenibilità finanziaria nel lungo
periodo attraverso il passaggio da un sistema retributivo a uno contributivo che ha portato a una
riduzione dell’entità delle pensioni. In Italia si dedica una quantità di risorse comparativamente
più bassa che in molti paesi europei per le misure di sostegno ai disoccupati e per le protezione
dei lavoratori non standard, vanno comunque sottolineati alcuni recenti tentativi volti a migliorare
la sicurezza e un riorientamento delle modalità di condizionalità nella concessione dei sussidi
ispirati a logiche di workfare e alla promozione di politiche attive (protocollo sul welfare, riforma
fornero, jobs act che conferma la volontà di aumentare la flessibilità esterna, rafforzando un
sistema di tutele di tipo progressivo). Alcune politiche per il contenimento della spesa pubblica.
Persistenza di due diversi tipi di welfare caratterizzati da livelli differenti che rendono difficili la
stabilità del paese. SPAGNA: importanti riforme nel sistema di welfare soprattutto per ridurre i
costi della spesa seguendo la logica della sostenibilità finanziaria e della razionalizzazione della
spesa. Importanti riforme negli anni ‘90 su sussidi di disoccupazione aumentando il periodo di
contribuzione necessario e una razionalizzazione del sistema pensionistico (allungamento periodi
di contribuzione, riduzione delle pensioni per i lavoratori standard a tempo indeterminato,
aumento delle pensioni minime). Negli anni 2000 riforme per rafforzare la posizione dei
lavoratori temporanei innalzando anche il periodo minimo di contribuzione e introducendo
incentivi per l’allungamento dell’età; attiva, poco sviluppate le politiche per la famiglia. Aumento
della spesa per la disoccupazione. Difficoltà a rispondere ad alcuni rischi sociali sia in Italia che
in Spagna: quota di persone e di lavoratori a rischio povertà più alto della media europea. Alto
numero di neet. L’efficacia delle politiche sia nella riduzione del rischio povertà sia nella
riduzione della disparità al reddito è sempre più bassa della media europea. I paesi mediterranei
sono caratterizzati da una maggiore disuguaglianza e un elevato livello di povertà anche tra chi un
lavoro ce l’ha. Modello di welfare che porta a riprodurre alcune disparità dove la famiglia
continua a giocare un ruolo importante. Si parla di riformismo incompleto: molte riforme mirate
ad aumentare la sostenibilità del welfare poche invece indirizzate a introdurre nuove forme di
sicurezza.

Relazioni industriali: decentramento e concertazione a fasi alterne. Forte presenza dello stato
nella regolazione del lavoro: come mediatore del conflitto tra le parti, come datore di lavoro nel
settore pubblico, come regolatore attraverso la promulgazione di norme. Oscillando tra periodi di
maggiore o minore partecipazione, nelle quali le parti sociali hanno mantenuto un livello di
autonomia. Per quanto riguarda i sindacati un aspetto comune nei paesi mediterranei è la loro
elevata capacità di mobilitazione degli iscritti. I sindacati soprattutto in Grecia e Portogallo hanno
avuto da una parte il ruolo di negoziazione sociali alla concertazione ma dall’altro un importante
ruolo di contrapposizione nonostante i tentativi di dialogo sociale. In Italia e Spagna le
organizzazioni di rappresentanza degli interessi hanno partecipato a pratiche di concertazione
sociale e policy making. In tutti i casi comunque l’inclusione rimane a livelli molto più bassi
rispetto al capitalismo continentale, nordeuropeo e anglosassone. Medio grado di
sindacalizzazione, alta soprattutto nel settore pubblico. Va però sottolineato che la recente crisi
economica ha avuto un impatto negativo sul consenso e la legittimazione delle organizzazioni
sindacali. Caso italiano caratterizzato da una marcata frammentazione: il versante datoriale è
organizzato a seconda dei settori di attività e delle dimensioni aziendali nonchè al tipo di
proprietà ulteriormente divise al loro interno. E anche tra i sindacati si ha un elevata
frammentazione con alcune associazioni che seguono una logica di rappresentanza generale e
altre a gruppi specifici di occupati. In Grecia vi è invece un elevato livello di unità. Per quanto
riguarda la contrattazione collettiva in tutti e quattro i paesi il livello settoriali è quello più
importante. La copertura della contrattazione è media alta. Si registra però l’aumento della
possibilità di uscire dal contratto collettivo. Per quanto riguarda i temi principali della
contrattazione collettiva, anche nel caso italiano la crisi finanziaria ha avuto un impatto
importante, spostando in modo marcato l’attenzione su misure volte a salvaguardare i livelli
occupazionali e meno per rilanciare la produttività. Concertazione sociale: basso livello di
istituzionalizzazione che ha favorito periodi altalenanti per il suo ricorso. Il minor ricorso a
pratiche di concertazione sociale è stato anche dovuto al fatto che negli ultimi anni l’austerity ha
ridotto i margini di manovra per i governi nazionali che hanno quindi minori spazi di
negoziazione con le parti sociali.
ITALIA: il ricorso alla concertazione è stato poco organico e non costante con un picco durante
gli anni ‘90 (momento in cui c’erano situazioni istituzionali favorevoli alla ricerca di soluzioni
consensuali e che sono arrivati ad importanti accordi sulla fine della scala mobile e sulla
riorganizzazione delle politiche sui redditi e del sistema delle relazioni industriali. Lo stesso vale
sia per le riforme sulla flessibilizzazione del lavoro e alcune importanti riforme sulle pensioni.
Poi però, quando venne proposta l’istituzionalizzazione delle pratiche di concertazione sociali, si
ebbe un declino di tale pratica. Interessante notare che a fianco di queste esperienze di
concertazione nazionale si sono avuti molti casi di concertazione a livello territoriale dove gli
attori delle relazioni industriali hanno partecipato attivamente all’individualizzazione di piani di
sviluppo locale.
SPAGNA: fasi alternate di concertazione, conflittuali fino alla prima metà degli anni ‘90, più
partecipativa successivamente. Recentemente ci sono state esperienze di concertazione trilaterale
e importanti misure nell’ambito del welfare e del mercato del lavoro che sono state decise senza
concertazione e anzi, hanno avuto un aspro scontro con le organizzazioni sindacali.
Concertazione instabile, che avviene in un contesto a bassa istituzionalizzazione e a elevato
neovolontarismo, che però è stata in grado assieme con la contrattazione collettiva di sostenere
una lunga moderazione salariale nelle economie dei capitalismi mediterranei. La moderazione
salariale si è inoltre intensificata durante gli anni della crisi con unica eccezione del Portogallo. È
stata promossa una sorta di svalutazione interna che negli anni della crisi è stata vista come
possibile strada per la ripresa.