Sei sulla pagina 1di 9

CULTURA INTELLIGENCE

2020

DAL PENSIERO STRATEGICO


DEL PASSATO

ALLA NUOVA INTELLIGENCE

di
Glicerio Taurisano

“Un modello esegetico del pensiero strategico per l'attività


di Intelligence”
Dal pensiero strategico del passato alla nuova Intelligence

Gli antichi osservatori e strateghi vivevano sotto l’auspicio di


lasciare nella teca della storia le loro gesta, affidandosi
ad una forma rudimentale di cognitivismo.

Questa nostra epoca, un po’ confusa e un altro poco assente dalla


partecipazione occorrente a rigenerare una società modello, attualmente appare
distante dal suo principio concettuale. È altresì lontana dal costruire e accettare azioni
più risolutive per un revisionismo ideologico storico. Quindi accettarne le modifiche
interpretative che un’attenta ricerca e un ricco patrimonio documentale dovrebbe
imporre per dovere sociale e culturale. Qui si differenziano alcuni saperi i quali
scavalcano il XX° secolo, per fortuna, per farci attingere conoscenze in epoche più
lontane e difatti poco contestati, in quanto dettagliati strumenti bibliografici ne
hanno già ampiamente riportato le veridicità e le poche divergenze.
Ma soprattutto queste non sono soggette a scontri ideologici come quelli del
novecento, scandendo bene il concetto che, per quelle epoche, non sono stati i
compromessi a fare la storia, ma i pensieri, le conoscenze e le strategie. Uomini che
non potendo immergersi e né confondersi nell’immenso patrimonio culturale, come
quello oggi disponibile, dovevano dirigere le proprie idee verso progetti e soluzioni
sempre più innovativi e strategicamente efficaci, comuni a Prìncipi, Generali e Stati,
per le loro espansioni o gestioni nonché controllo di popoli e cose.

Gli antichi osservatori e strateghi che vivevano sotto l’auspicio di porre nella teca
della storia le loro gesta e le loro attività, si affidavano ad una forma rudimentale di
cognitivismo1, anche se questa nascerà molti secoli dopo, per concepire azioni
risolutive che esaltassero il loro pensiero strategico, ma soprattutto che producessero
risultati capaci di soddisfare le aspettative di comandanti e regnanti. Quindi, in questo
ambito è lo stratega stesso che cerca informazioni per elaborare non solo strumenti ed
azioni strategiche, ma altrettanti dati da utilizzare come prodotto iniziale della
strategia pensata e in seguito attivata, seguendo percorsi e processi ben definiti.

1 In Psicologia Scientifica, il cognitivismo, il cui sviluppo è stato stimolato dall’informatica e dalla


cibernetica, si propone e si predispone allo studio dei processi mentali considerandoli simili ai processi di
elaborazione dell’informazione; considera dunque la mente umana come un elaboratore di informazioni
provenienti dall’ambiente. Trattasi di un pensiero scientifico – psicologico che non costituisce una vera scuola.
Attualmente si possono distinguere due differenti correnti: la Human Information Processing – HIP (Elaborazione
dell’informazione umana) la quale si ispira alla cibernetica indottrinando l’analogia tra le operazioni della mente
umana e i processi di elaborazione dei dati eseguiti dai computer; e quella detta cognitivismo ecologico, ovvero, la
capacità di riconoscere e accogliere in maniera diretta le strutture di informazione che sono disponibili
nell’ambiente, senza eventuale altra rielaborazione. Quindi la prima preferisce un ambiente che concepisca la
struttura mentale come fissa ed estranea al trasformarsi in relazioni delle esigenze ambientali mentre la seconda
tende ad evidenziare la funzione adattativa dei sistemi psichici la loro plasticità.
Qui si sviluppano quelle azioni, delle quali ne abbiamo attinto conoscenza
argomentando di antichi trattati e di esperti militari, di un passato dove guerre e
strategie, spionaggio e inganno, informazioni e intelligence, rappresentavano il pensée
unique di quelle epoche, ma non in senso di neoliberalismo dei movimenti liberali
dell’ottocento e inizio novecento, ma molto simile ad una disciplina attuale, il
pensiero unico propriamente detto: ideologia globale. Se ai tempi di Kautilya, Sun
Tzu e Vegezio lo spionaggio fosse stato inteso come intelligence, questa avrebbe
avuto il solo significato di strategia.
Questi Thinkers – Strategists del passato non solo hanno inteso l’attività di intelligence
come strumento essenziale nel preservare il potere conquistato, magari con lo stesso
sistema, ma nella modalità scelta da ognuno di loro per governare e gestire il proprio
stato in epoche e culture diverse, hanno anche diretto il proprio concetto verso un
unico punto d’incontro, il pensare tattico. Seppur tale nozione sembra essere più di
natura operativo – militare piuttosto che esecutivo – informativa, essa genera
comunque dei presupposti di attività di intelligence. Oltre al pensiero tipicamente
teorico come ad esempio sviluppato nei trattati dedicati alle strategie di guerra, gli
strateghi, in modo esplicito o invece celato sotto aspetti sorprendentemente deduttivi,
hanno pressoché elargito in forma introduttiva un ammaestramento all’Intelligence e
a quanto utile sia il conoscere le intenzioni altrui, e lo hanno fatto interagendo con
tutte le scienze al momento disponibili, concentrandole nella pianificazione
strategica.
L’attività di raccolta delle informazioni è anche un pensare strategico o meglio è la
quantità, la qualità e la veridicità di queste informazioni che predisporranno il
decisore nella condizione di pensare astutamente un comportamento da assumere,
ovvero realizzare la pianificazione decisiva, affinché si raggiunga il risultato sperato e
necessario. Nel pensare astutamente sappiamo di sfruttare la possibilità di porre in
esecuzione quelle attività orientate al conseguimento dei nostri obiettivi, questi, una
volta raggiunti riorganizzano e reindirizzano nuove idee verso altrettanti nuovi
traguardi. Condizione questa che si può verificare sia per il raggiungimento degli
obiettivi personali che per quelli funzionali per un attività istituzionale, cioè propri di
un organizzazione, come appunto una società, un impero o uno stato.
Tutto ciò si realizza attraverso almeno tre componenti elementari, sostanziali e
dipendenti tra di loro: la situazione attuale (che potrebbe essere rappresentata anche
dalla necessità) lo scopo (ovvero il fine che vogliamo raggiungere) e il mezzo (lo
strumento da utilizzare), presupposto che in seguito occorrerà per la pianificazione.

Figura - Processo del pensiero fine alla pianificazione strategica applicata all’ Intelligence.
Le tre componenti interferenti e programmatiche si stabiliscono là dove possono
trovare altrettanti condizioni adatte per essere sviluppate e quindi:

− esaminare (dirigere il pensiero strategico verso i contesti e le necessità)


− assegnare (decidere quale obiettivo raggiungere, ma cercando una destinazione
possibile)
− verificare (quali strumenti si possiedono e quali e quante inferenze potrebbero
interessare l’intero processo).

In vero è, che sul pensiero e sulla pianificazione strategica, vi sono delle autorevoli
discordanze, almeno fino a quando questi concetti vengono applicati alla sola
strategia aziendale, ma possono diventare molto utili se con l’ausilio della conoscenza
tattica lasciata ai posteri da Kautilya, Sun Tzu, Vegezio, Machiavelli, von Clausewitz
e tanti altri, cominciamo a farci la domanda del se e del come il pensiero strategico
possa contribuire a nuove metodologie di intelligence istituzionale. Restando nel
tema aziendale o ancora meglio nella business intelligence scopriamo che è proprio
dalla ricerca effettuata in questo campo che si possono scoprire cose interessanti sul
pensiero strategico e sulla sua applicabilità nell’attività di intelligence risolutiva, ad
esempio interessanti sono gli studi che Loizos Heracleous2 ha condotto sul pensiero e
sulla organizzazione strategica, proponendo una bipartizione della strategia di
pensiero e di pianificazione, offrendo nuove idee di approccio alla strategia.
Heracleous propone anche la scelta «pensiero strategico o pianificazione strategica?»
precisando che «la pianificazione strategica e il pensiero strategico sono due modelli
di pensiero distinti, e il pensiero strategico deve precedere la pianificazione
strategica» quindi propone la lettura del pensiero in modo «sintetico, divergente e
creativo» mentre per la pianificazione quella «analitica, convergente e
convenzionale»3. Al pensiero strategico si deve dunque dare il compito di scoprire
nuove tattiche che siano originali e che abbiano la possibilità di riproporre in
maniera compiuta le regole del gioco competitivo, oltre che ipotizzare scenari futuri
diversi dagli attuali. Alla pianificazione strategica spetta invece la funzione di rendere
operative tutte quelle strategie dapprima sviluppate dal pensiero strategico e quindi
sostenere il processo di quest’ultimo.

Il pensiero strategico e la pianificazione strategica sono collegati in un processo


dialettico, dove entrambi sono necessari per una gestione strategica efficace, ma
nessuno dei due è sufficiente; c’è bisogno di un processo dialettico di pensiero che
permetta di divergere e convergere, essere creativi senza perdere di vista la realtà,
essere sintetici, ma anche analitici, tutto si riduce alla capacità di salire e scendere la
scala dell’astrazione per poter vedere sia l’insieme teorico che i singoli dettagli
operativi.

2 Loizos Heracleous, docente di strategia presso la Warwick Business School e in seguito alla Strategy at
the Said Business School and Official Fellow of Templeton College at Oxford University, oltre ad aver ricoperto
anche il ruolo di insegnante presso l’Università nazionale di Singapore, ha condotto importanti studi sulla
Strategia, il suo pensiero e la sua pianificazione. Autore di testi molto interessanti sul tema della strategia, come
Strategy and Organizzation. Realizing Strategic Management (2003); Crafting Strategy: Embodied Metaphors in
Practice (2011, in collaborazione con Claus D. Jacob); Practicing Strategy: Text and Cases (2013, in collaborazione
con Sotirios P. e Duncan A.) e molti altri oltre ad una cospicua quantità di articoli su giornali e riviste autoritarie
del settore.
3 L. HERACLEOUS, Strategic Thinking or Strategic Planning?, www.heracleous.org.
Troviamo in questi concetti uno strumento che nella information warfare e nella
stessa intelligence globale ci è familiare: la competizione, pertanto la competitive
intelligence, quindi il vantaggio competitivo o l’attività informativa concorrenziale.
Cosa deve essere fatto e il come farlo assumono un fondamentale e centrale tema
nell’attività intelligence e se a queste domande rispondiamo con un pensiero
strategico, probabilmente il fare intelligence produrrà molta più ciclicità informativa
per l’ambiente sicurezza.
Oltretutto se lo studio del pensiero e della pianificazione strategica ha interessato per
lo più, se non esclusivamente, il business ambient, ciò non delimita le loro applicazioni
e il loro svilupparsi in ambienti diversi, come appunto nell’attività di intelligence
istituzionale, anzi, sulla scia e sulle proporzionalità che gli antichi attuatori della
strategia militare e politica ci hanno tramandato, ci risulta molto facile e pressoché
efficace attingere a questo tipo di pensiero per una new intelligence, dove il pensare e
il pianificare in maniera strategica si trasforma in una sorte di Stakeholder
collaborativo per l’Intelligence.
Tuttavia per new intelligence anche se il lettore ne avrà già tratto il senso, non
dobbiamo intendere una intelligence nuova nei suoi aspetti organizzativi, bensì un
nuovo modo di percepire, utilizzare e pensare l’Intelligence che attingendo, ne è vero,
indicazioni dagli antichi pensieri strategici, sia protagonista di un nuovo pensiero,
moderno ma esperienziale, tattico ma flessibile, mirato ma adattabile a qualsiasi
condizione. Un nuovo modo di pensare all’Intelligence accrescendone la cultura sia
nella società civile che in quella accademica e istituzionale.
Qui il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica pare proprio che ci
stia riuscendo in maniera eccelsa, considerando la chiara presenza in quello spazio
pubblico dove anni fa era impensabile che ciò accadesse; e quindi comunicare con la
società, affinché la risorsa intelligence subisca il processo di cultura e di
apprendimento, di crescita e condivisione, evitando di confinarla nei restrittivi limiti
della incomprensibilità.
Per questo straordinario nuovo pensare all’Intelligence non si dovrà ricorrere solo
alla necessità di radicarla culturalmente nella società, seppure questo sia di grande
utilità, ma si dovrà compartecipare ai fini della sicurezza al pensiero strategico, al
cercare le informazioni, alle loro valutazioni, alla trasferibilità al decisore politico e
non da ultimo al pianificare attività strategiche per l’utilizzo di quanto si dispone a
livello informativo.
Spesso sentiamo parlare di fabbisogno nella ricerca delle informazioni, ebbene con
tale termine si vuole indicare, approssimativamente, il necessario occorrente alla
Nazione per dirigere le sue attività politiche, di sicurezza e diplomatiche e che viene
trasferito con direttive al DIS e da questi ai due Servizi AISE e AISI. Ma questo tipo
di azione (squisitamente di indicazione politica) non soddisfa la new intelligence che la
strategia attuale cerca per la sua efficacia nel procurare soddisfacenti risultati, sia per
l’utilizzo istantaneo che per quello programmato nel tempo, in quanto l’attività si
limita ad operare in uno spazio ristretto difronte al grande contenitore delle
informazioni attualmente disponibile. Ragion per cui, anche se non dobbiamo
pensare ad una limitatezza nel cercare informazioni da parte del nostro Sistema di
sicurezza, occorre comportarsi in maniera molto più energica e profonda nel cercare e
conservare le informazioni in senso globale, anche per far fronte a quelle necessità che
oggi possiamo sostenere improbabili che si verifichino, ma nel momento in cui ciò
accade senza preavviso e senza che se ne abbia un benché minimo sospetto, non può
che provocare solo serie minacce alla sicurezza della nazione.
È tecnicamente e strategicamente inaccettabile che un Servizio di informazioni si
attivi esclusivamente aspettando le direttive da parte dell’Alta Autorità politica, ed
anche impensabile che ciò avvenga, in quanto specialmente oggi, il Sistema di
Informazione per la Sicurezza della Repubblica, costituisce un istituzione totalmente
intrinseca a tutte le attività nazionali: politiche, economiche, energetiche, produttive,
etc. Quindi è il volano sul quale fare girare le conoscenze attinte, cercate e prodotte
attraverso l’attività di intelligence, dal quale la Nazione intera, istituzioni, enti,
aziende e privati, possono attingervi risorse per la sicurezza. Vero è che il Sistema di
Informazione italiano è sottoposto a direttive da parte dell’Alta Direzione (il
Presidente del Consiglio dei Ministri) o dell’Autorità Delegata (Sottosegretario alla
Presidenza con delega ai Servizi) per quanto riguarda gli indirizzi sui quali convergere
per la ricerca delle informazioni, ma altrettanto vero è che un servizio di intelligence
non può e non deve attendere solo le indicazioni che vengono impartite per l’attività
informativa, ciò non ha senso, poiché l’Intelligence, muovendosi a 360° nei più
diversi ambienti nazionali ed internazionali, deve per forza maggiore produrre
informazioni, analisi e prospettare scenari previsionali; in conclusione è ovvio che poi
di tutto questo lavoro ne beneficerà il decisore politico, qualora ovviamente ritenga
opportuno e necessario utilizzarlo.
La previsione di intelligence più gradita, all’Intelligence stessa, è quella che non si
verifica, ma sappiamo che in questo mondo nulla è dato per scontato, per certo e per
probabile, ma tutto ricade nella dialettica del non si mai. L'Intelligence e la sua
strategia, il suo pensare e il suo programmare strategico deve tener da conto, per il
futuro della sopravvivenza dello Stato e della Repubblica, di tutte le inferenze che
possono scaturire dall’improbabilità, piuttosto da ciò che quasi sempre è dato per
assodato. In questo contesto assume importanza non solo il disporre di informazioni
da poter utilizzare nel futuro ma anche e forse maggiormente la predisposizione al
pensiero strategico di chi poi dovrà utilizzare, in maniera adeguata questi dati.

Figura – Paradigma di un ambiente strategico nell’Intelligence.

La strategia intelligence, contenuta in ambedue gli aspetti, pensiero e


programmazione strategica, sarà utile se il decisore è ricettivo a tale disciplina; ovvero
possegga le necessarie condizioni (ambientale, situazionale e mentale) nel poter gestire
durante la fase iniziale, transitoria e finale dell’azione politica un’attività, che
attingendo risorse informative, attraverso il patrimonio dei dati precedentemente
consegnati dal Sistema di Informazione, si applichi nei rapporti politici e/o
decisionali con profonda strategia risolutiva e/o previsionale. Quest’ultimo punto
non deve interessare esclusivamente l’operatore di intelligence ipotizzando scenari e
probabilità che verranno presentati al policy maker, ma deve interessare anche la realtà
esecutiva di questo, in quanto utilizzatore finale del prodotto informazione.
Al pensiero strategico, deve necessariamente, seguire la programmazione strategica (si
rammentino le attività dei Pensatori Strateghi del passato, i quali addirittura
allenavano le loro menti per predisporle ad un pensare energico, adattivo e risolutivo
per le attività alle quali erano chiamati a realizzare, oppure che autonomamente
creavano per le proprie nazioni) affinché ci si predisponga in un prospettiva molto
più avanzata nel fare intelligence e nel produrre sicurezza nazionale.
Un comportamento strategico dell’Intelligence può anche contribuire, laddove
richiesta tale attività, a formare e completare le azioni di deception (seppure intese in
maniera estranea all’operatività militare e che molte nazioni oggi adattano e attivano
nelle diplomazie e nelle attività politiche) le quali diventano utili sia nell’istantaneità
decisiva che in quelle programmate (programmazione strategica) per il futuro.
In sostanza anche questa è una guerra e come tale deve essere considerata, si voglia o
no, con competitività, strumenti adatti, sorprese e strategie per ottenere vantaggi sul
competitor:

Sorprendere il nemico essendo dunque il più favorevol modo di cominciar la guerra.


E dovendo questa essere preceduta da grandi armamenti, gioverà assaissimo che le arti
della politica niente lascino d’intentato per trarre in inganno l’avversario intorno ai
nostri progetti, intorno alla insolita leva di nostre armi, al luogo e allo scopo cui son
dirette. Ingannarlo con fargli credere che siano rivolte contro altri luoghi o altro
stato, sarà il più bel trionfo della politica, e dal quale dovran derivare i più grandi
vantaggi.4

La nota del prof. Florido Zamponi (anche autore di Cento Rimembranze Italiane,1847,
Storia d’Italia del Medioevo, 1867 e di tante altre opere di vari interessi impressa nel suo
Manuale di Strategia del XIX secolo «espressamente ordinata all’istruzione degli alunni
dei collegi, licei e accademie militari» precisava nel sottotitolo) per quanto voglia essere e
lo è così arcaica nella sua interpretazione storico – militare, nell’attualità può essere
ben adattata al concetto della strategia, ma ancor meglio ai due concetti di pensiero e
programmazione strategica, che oggi vogliamo intendere e applicare all’Intelligence.
La parte finale risulta oltremodo rispecchiare la politica (strategica) che alcuni paesi
non tanto distanti da noi hanno diretto in questo secolo nel panorama internazionale
per i propri scopi, competitività e quindi per le proprie strategie, al fine di ottenere
vantaggi economici e produttivi: “far credere di stabilire la democrazia in un
determinato paese per attingervi invece risorse e attraverso questi ingannare e
indebolire politicamente ed economicamente un'altra nazione, arrecandovi seri
danni.” Peccato però che in questo circolo ingannevole e vizioso della politica
internazionale ci sia cascato il nostro Paese, e forse più di una volta.
Sul patrimonio energetico, infrastrutturale, economico e politico – sociale: ecco
dunque dove dirigere maggiormente le strategie di Intelligence nell’attualità.
Dobbiamo farlo non solo attraverso gli strumenti preventivi e di sicurezza a fronte
delle minacce che certamente prenderanno sempre più vigore e si paleseranno anche
laddove probabilmente non immaginiamo.

4 F. ZAMPONI, Manuale di Strategia, e Storia Militare Moderna, Firenze, 1858, Parte Prima, pag. 234.
Ma queste proverranno anche da quelle realtà politiche che mai avremmo sospettato
che prima o poi rivolgessero le loro attenzioni verso le nazioni a loro vicine; e lo
faranno, poiché la storia insegna e lascia traccia, la storia ricorda e suggerisce, e per
pura fantasiosa immaginazione: “la storia spesso si ripete, a volte identica a ciò che è
stata sotto alcuni aspetti, certe altre invece nascondendone le immagini, ma lasciando
scoperte e visibili le intenzioni”.
Al pensiero scientifico moderno dobbiamo aggiungervi il pensiero di “Intelligence
futura”, anzi, un nuovo modo di pensare all’Intelligence attuale e del domani, scienza
e storia non solo ci occorrono per costruire e comprendere il futuro ma anche per
difenderlo, con audacia e prudenza, con creatività e strategia. Probabilmente, si spera
di no, il mondo vedrà ancora le guerre tipiche del novecento e ad esse si
accompagneranno, intensificandosi, i c.d. conflitti non convenzionali, combattuti con
l’astuzia politica e le strategie, con le informazioni e gli inganni, con l’elettronica e la
cibernetica, ma quello che dobbiamo comprendere ed accettare è il fatto che sempre
guerre sono e le guerre vanno combattute in forma di libero attacco o in quella di
costretta difesa.
I processi decisionali conosciuti e adottati in ambito militare devono diventare i
processi decisionali strategici della politica e dell’Intelligence italiana, con l’ausilio
delle due diramazioni strategiche finora qui sostenute: il pensiero e la
programmazione. Più diverremo astuti e recettivi al pensiero strategico, più saremo
risolutivi nelle operazioni di salvaguardia dei nostri patrimoni, nella prevenzione e
nella sicurezza della democrazia e nella certezza che beni, cultura e società
appartenenti alla nostra nazione possano salvarsi da un ipotesi (si spera immaginaria)
di surreale scenario futuro dai contorni nettamente destabilizzanti e pericolosi.
Purtroppo, partendo dall’esempio del singolo cittadino di un qualsiasi paese di questo
mondo, ci accorgiamo che questo è al quanto freneticamente impegnato nel cercare
spazi sempre più grandi e più soddisfacenti alle personali ambizioni, dove sembra che
nulla appartenga agli altri se non ciò che egli decide di concedergli.
Questo comportamento che nella società odierna va man mano sempre più
sviluppandosi, nonostante dovremmo vivere la c.d. globalizzazione, porta l’individuo
a vivere una sorte di solitudine nella quale egli interagisce solo con le sue ambizioni,
«la solitudine del cittadino globale» per dirla con Zygmunt Bauman, plasmando il
suo pensiero futuro configurandolo ad ogni cosa e al centro di qualsiasi spazio.
Ebbene tale caratteristica socio – comportamentale dell’individuo diventa una
prerogativa politico – funzionale di quelle nazioni le quali hanno per anni atteso il
momento giusto per esternare le loro ambizioni e soprattutto, proprio come
l’individuo che vuole vivere da solo il suo spazio, così queste cercano ambienti nei
quali strutturare, accrescere e potenziare le proprie ricchezze economiche, energetiche
e politiche.
Una necessità questa che interesserà diversi Paesi e chissà quali altri soggetti nei
prossimi cinquant’anni, oltre a quelle che ovviamente già si sono attivate sin dal
periodo c.d. di costruzione delle nazioni, antinomia nascosta sotto le politiche alle
quale siamo stati abituati a soggiacere per altrettanti politiche sbagliate.
In conclusione: un pensiero strategico e un’attività programmata della strategia in
intelligence dovranno essere, per chiare ragioni, assimilate dalla politica nazionale,
specialmente per le attività internazionali. Ancor meglio da tutti coloro i quali, nello
Stato Democratico e Repubblicano Italiano o chi per esso all’esterno della Nazione,
esercitano l’attività politica.