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Allegramente sa, più alcun non piagna

Ch͛egli è potato il Moro e la Castagna

Il XVI secolo rappresenta un momento di svolta per la storia del Frignano e più in generale dell͛Appennino.
Questo periodo fu caratterizzato da un͛aspra lotta tra lo stato Pontificio e il ducato di Ferrara, combattuta
attraverso armi insolite ed inaspettate. Dietro a questi due manovratori, si celavano le proprie marionette,
abilmente guidate: i briganti.

In questa epoca il bandito non veniva etichettato con i moderni aggettivi di delinquente e disonorato,
piuttosto si trattava di un individuo temuto e ricercato dalla gendarmeria ma anche rispettato e stimato in
virtù del prezioso aiuto che poteva offrire in determinate circostanze. Le bande di briganti si segnalavano
per la presenza di un capo estremamente autoritario, in grado di disciplinare ed unire i suoi compagni in
vista del conseguimento di un fine comune: si passava dagli assalti al soccorso da porgere agli amici. Il
bandito poteva contare in certi casi sia su amicizie numerose all͛interno della popolazione che in quelle di
politici, ecclesiastici o altre importanti figure istituzionali. È in queste circostanze che il brigantaggio si
evolve e diventa un elemento ben radicato della vita pubblica e rinunciare a questo ͞servizio͟ o, addirittura,
attaccarlo ad oltranza con l͛esercito al fine di sterminarlo, era una chimera. Inoltre le rare milizie inviate
contro i briganti apparivano inadeguate e impreparate ad affrontare queste bande che sfruttavano
abilmente il territorio e le preziose amicizie locali, consapevoli di essere i ͞meno peggio͟ tra le due parti,
quelli cioè che devastavano il territorio in modo più accettabile.

Il Frignano non fu esente da questa piaga e spesso il Duca di Ferrara riceveva simili lettere dai propri
emissari: ͞In queto paese del Frignano al presente non se tratta altro se non amazare homini per alcuni che
gli sono et de fare el peggio se può͟. Le esigenze che arrivavano al Castello ducale si possono riassumere
con richieste di individuazione e punizione dei capi responsabili di questi disordini, ma, come scriveva un
commissario, questi ͞sono come l͛idra, alla quale tagliata una testa ne nasceva un'altra͟.

La famiglia che incarnò maggiormente lo spirito dei briganti nel Frignano fu quella dei Da Castagneto.
Questi abitavano a Bibone G     e le primissime notizie parlano di criminali tenuti nascosti dal
capofamiglia Gaspare all͛interno della sua abitazione, ciononostante il Duca adottava un evidente
atteggiamento di protezione pur sapendo che Gaspare stesso era un furfante.

I Da Castagneto non rappresentano certo l͛unico esempio di un fazioso protetto da alte cariche: Domenico
d͛Amorotto ,uno dei personaggi ͞eminenti͟ del brigantaggio, fu riconfermato più volte dal Papa come
governatore di Carpineti e favorito in diverse circostanze, divenne uno dei volti più noti e temuti dell͛intero
Appennino.

Non esiste un data certa che indichi la morte di Gaspare da Castagneto, è certo però che ebbe tre figli:
Virgilio, Giacomo e Cato.

Dei tre fratelli, fu Cato il più abile nell͛intrecciare rapporti con i potenti di quel tempo e certamente colui
che rese famosa la famiglia da Castagneto. Le prime gesta delinquenziali di Cato risalgono al 1493 ed anche
le prime inevitabili pene. Domenico d͛Amorotto, figlio di un oste, fu il nemico per eccellenza di Cato. Già da
adolescente si macchiò di gravi reati, tra cui l͛omicidio di un coetaneo durante una rissa; ideologicamente
vicino alla posizione papale, d͛Amorotto si ritrovò ben presto a capo della vicina montagna reggiana. Un
primo incontro-scontro tra i due avvenne nel 1506 in occasione di una disputa tra fazioni opposte nei paesi
della vicina montagna di Reggio Emilia.

Con l͛occupazione di Modena del Pontefice Giulio II il 18 agosto 1510, si crearono tutte le condizioni per la
sottomissione del Frignano allo Stato Pontificio. Sul suolo montanaro arrivarono prima avvertimenti, poi
minacce ed infine armi e soldati, ma i valenti feudatari e gli uomini d͛arme difesero le proprie case così
ammirevolmente da conservare l͛indipendenza.

Nel 1516 Cato da Castagneto si schierò in favore delle fazioni dei Fogliani e dei Carandini in un͛aspra lotta
che interessò per un lungo periodo la città di Modena che gli valse per la prima volta, grazie alla sua
maestria nel combattimento e alla fedeltà ducale, un occhio di riguardo da parte del Duca stesso. L͛anno
successivo, a testimonianza di questo fatto, Cato fu visto condurre i soldati del Duca di Ferrara sul suolo
frignanese.

Un assalto operato dal d͛Amorotto a San Pellegrino nel 1517 fu sventato dai ghibellini solamente grazie
all͛intervento di Cato che insieme ad altri due condottieri, costrinse il guelfo alla ritirata. Successivamente la
narrazione delle lotte si fa più fitta con assalti del l͛Amorotto prima a Montefiorino, poi a Carpineti ed infine
alla rocca di Medola, episodi che comunque indebolirono la banda di Amorotto portandolo inevitabilmente
verso una graduale disfatta. 

Nel 1516 Guicciardini divenne governatore di Modena e una delle sue prime volontà fu quella di occupare il
Frignano: ͞questo braccio della montagna importa molto, massime alle cose in Modena e in Reggio, a noi
sprovvisti di tutto, sarebbe difficile resistere͟; aggiungeva inoltre che l͛impresa non sarebbe stata delle più
semplici poiché il paese era pronto a tutto pur di difendersi dall͛assalto dei pontifici. L͛anima della
montagna partigiana era Cato da Castagneto che, braccato dal Guicciardini, subì a Marano uno smacco
doloroso che gli costò alcune case e possedimenti personali. Il Duca, per dimostrare la vicinanza al suo
protetto, si mobilitò e ottenne le scuse da Guicciardini.

L͛anno successivo l͛intera famiglia, cioè i tre fratelli da Castagneto, entrò in un͛accesa lotta con i
Montecuccoli a causa di alcune ricchezze sottratte da Cato al feudatario locale, da poco insediato in questo
paese dal Duca spaventato dal possibile passaggio ai guelfi della popolazione.




    

Il 14 Luglio 1519 venne stipulata a Reggio Emilia la pace tra Domenico d͛Amorotto e Cato da Castagneto, o
meglio una pace di montagna come la ribattezzò il Guicciardini: tra un paio di anni vedremo i due di nuovo
l͛uno contro l͛altro.

In questo periodo gli affari del Duca volgevano al peggio a causa della pressione incessante dello Stato
Pontificio. Guicciardini avvertì il Cardinale de͛ Medici dei provvedimenti che intendeva adottare il Duca: ͞Il
Duca di Ferrara ha fatto andare a Ferrara Cato da Castagneto, capo dalla parte sua in Montagna di Modena;
e per quello che io posso ritrarre vuole pigliare qualche ordine lassù, che quando gli occorresse avere
bisogno di qualche numero di fanti buoni lo possa cavare subito; pure non si mancherà di diligenza in
vigilare li loro andamenti.͟ Le osservazioni del governatore erano corrette: Cato riuscì ad arruolare un
discreto esercito agli ordini del Duca.

Nel 1521 Leone X si alleò con Carlo V assegnandoli la Sicilia, mentre Parma,Piacenza, Reggio, Modena
(compreso il Frignano) e Ferrara passavano alla Chiesa.

Il Duca Alfonso I capì che ben presto sarebbero scoppiate guerre ovunque e richiamò dal Frignano 1500
uomini spostandoli verso Modena. Leone X, saputo della scarsità di soldati in Appennino, comandò
l͛invasione della montagna modenese col pretesto di liberare il passaggio verso la Toscana. Scaduto il
termine fissato per la tregua, la fanteria papale assieme a quella spagnola occupò il Frignano il 25
settembre; fortunatamente i papali sostarono poco nelle montagne, ma molti scritti assicurano che ͞dove
sono stati ghe hano lasato el signale͟.

Nel periodo del dominio pontificio il Frignano ebbe qualche sollievo in termini di tassazione ma venne
colpito maggiormente da episodi di violenza e saccheggi perpetrati da banditi.

Il governo papale entrò per ben poco tempo nella storia del Frignano: il primo Dicembre dello stesso anno
morì Leone X e, appena appresa la notizia, la gente di Fanano insorse e occupò la dimora del Commissario
ecclesiastico, issando la bandiera ducale. La grande eccitazione suscitata dall͛impresa fananese spinse tutti
gli altri comuni a ribellarsi con successo all͛occupazione ordinata dal precedente Papa.

A Carpineti Cato da Castagneto sfidò nuovamente il suo rivale Domenico d͛Amorotto, uccidendo nella
contesa una trentina di uomini e riuscendo a rapire una cugina del d͛Amorotto tenendola con sé come
concubina. Questo affronto spinse il d͛Amorotto ad approfittare dell͛assenza del rivale (Cato si trovava a
Bologna in aiuto della famiglia dei Bentivoglio) e a scorrazzare liberamente nel Frignano, bruciando case ed
averi del nemico, mantenendo, coi suoi briganti, il controllo sul territorio. Al suo ritorno Cato organizzò una
spedizione punitiva, caratterizzata dall͛assassinio di 40 avversari e dalla riappropriazione della zona
contesa.

Questa drammatico scontro non accennava a placarsi e l͛ultimo atto venne scritto dal d͛Amorotto che,
radunati 300 uomini provenienti dal reggiano, si diresse, grazie all͛aiuto di un nemico di Cato, verso
l͛abitazione di quest͛ultimo. Gli uomini ͞favoriti dai chiarori della luna si avanzarono fino alla piazza, ͙e
vedendo di non potersi aprire sì facilmente l͛ingresso, con polvere e stipe attaccarono fuoco alla
porta͙Cato, cacciato dal fuoco, fu astretto a portarsi sopra la volta della medesima torre͙talchè
Cato,come disperato, gittossi da una finestra nell͛orto ove fu da Giovanni Antonio dal Monte ed altri
ricevuto sopra alcune lance e spiedi, conducendolo a sì infelice fine i suoi peccati, la sua mala vita, la sua
tirannide e parzialità.͟

Cato morì per mano di d͛Amorotto il 15 agosto 1522. Compiuto il suo volere, il d͛Amorotto assalì,
saccheggiò le case dei partigiani di Fanano. ͞Lo scempio durò dal nascere fino al tramontare del sole͟ e
quando gli abitanti pensarono che i nemici fossero sazi delle atrocità commesse, arrivò Vitale, fratello di
Domenico, con altri 400 uomini che terminarono il lavoro iniziato. Questa strage fu chiamata come il atto
di S. Maria, essendo accaduta il 15 agosto.

Il Duca di Ferrara che in Cato ͞a buon diritto fondava gran parte delle sue speranze͟ dimostrò palesemente
la propria rabbia, incaricando un esercito di 600 unità di entrare nel Frignano e perseguitare il d͛Amorotto
͞bruciando ed uccidendo chiunque passassero͟.

Domenico e Cato furono due capi di parte temuti e rispettati. Un loro cenno avrebbe fatto muovere e
armare abitanti e banditi dalla Lombardia alla Toscana, dalla pianura alla montagna. Furono acerrimi
nemici, rendendosi noti per uccisioni, saccheggi e incendi ma il loro aiuto venne invocato da più parti per
modificare o mantenere lo stato delle cose. È proprio quest͛ultimo l͛aspetto più interessante del fenomeno
analizzato in questo capitolo: da una parte troviamo due individualità molto forti che sotto lo stemma di
altrettante forze contrapposte si combattono, dall͛altra emergono figure del tutto nuove che entrano
prepotentemente nella cultura popolare, capaci di ritagliarsi un potere diretto ed autonomo. I due briganti,
uno sotto lo stemma ducale, l͛altro sotto l͛effige papale, mantenevano un͛inaspettata libertà di azione e,
attraverso le proprie capacità riuscivano a non soccombere di fronte a forze più numerose e potenti.

  

Morto Cato, il d'Amorotto non seppellì assieme al rivale l'odio nei confronti dei da Castagneto. Il nuovo
protagonista veniva ad essere il fratello più piccolo di Cato: Virgilio, colmo d'odio e di sete di vendetta.
Non esistono documenti che testimoniano i primi anni di vita di Virgilio fino al 1522, anno del primo grande
faccia a faccia tra i due briganti. Alcuni scrittori parlarono di un terremoto fortissimo nelle vicinanze di
Reggio Emilia come simbolo premonitore dell'enorme crudeltà che si abbattè nel novembre a Mocogno: il
da Castagneto, mentre assediava la rocca del paese, si vide accerchiato dalla banda del d'Amorotto che non
risparmiò almeno 80 dei rivali. Virgilio riuscì in una disperato tentativo di ritirata, anche grazie all'intervento
del Moro dal Silico in Garfagnana, e Domenico uscì nettamente vincitore dalla "Guerra dei montanari".
Durante lo scontro alcuni uomini depredarono un'abitazione in cui vegliava "altri che una vecchia"; il
Commissario fece rapporto di questo delitto al governatore della Garfagnana: Ludovico Ariosto (lettera 19
nov 1522 al duca)
il duca Alfonso fece intendere al Papa in una lettera che avrebbe perseguitato "il più sanguinario assassino
che porti vita", stanco dei continui scempi del d'Amorotto nel Frignano. Guicciardini, governatore di Reggio,
assicurò che avrebbe provveduto nel togliere le armi al suo "scomodo" cittadino Domenico e volle la
promessa che Alfonso avrebbe fatto lo stesso col suo protetto. Non si può fare a meno di notare il metro
differente con cui la curia romana valutava le vicende dell'Appennino modenese: il d'Amorotto era il
favorito e non si intrapresero mai severe sanzioni nei suoi confronti.


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Pochi mesi dopo il Guicciardini prese atto del fatto che gli intenti di pace tra i capi delle due fazioni
risultavano essere inverosimili: "la pratica dello accordo tra Virgilio e Domenico menata per il duca di
Ferrara, non ha avuto luogo, anzi sono in fuoco più che mai." Sempre dalla voce dello scrittore modenese
veniamo a sapere della preoccupazione nascente dei cittadini della pianura e della montagna per una
nuova, imponente avanzata del d'Amorotto verso il Frignano con una schiera di malviventi reclutati in lungo
e in largo. Il rumore generato dalla mossa di Domenico, portò Virgilio da Castagneto a chiedere aiuto agli
alleati della Garfagnana; molti provenivano da Fanano per vendicarsi col d'Amorotto della trucida notte di
Santa Maria.
La cronaca dello scontro finale tra i due contendenti ci giunge dal Rinaldi G   !"aveva distese il
Morotto le sue squadre sopra il dorso d'un colle con bella ordinanza in faccia de' nostri, i quali...fecero la
loro avanguardia di cavalleria pian piano... e nel medesimo tempo si combatteva ferocissimamente dall'una
e dall'altra parte tra la fanteria; finchè cominciando a riconoscersi perditori i ghibellini si diedero ad una
precipitevolissima fuga. Fu grandissimo il numero de' loro morti, ma piccolo quello de' guelfi, benchè tra
questi si contarono uomini di valore in ispecie Virgilio dalla Riva (Virgilio da Castagneto che il Rinaldi chiama
sempre dalla Riva) morto d'archibugiata con altri 15 da Castagneto. Dall'altra parte morì Domenico Morotto
pure d'archibugiata e aveva in dosso un lastrino coperto di veluto cremisi: la borsa sua, con pochi scudi
dentro, l'ebbe Ambrosio detto il Granchio da Fanano che era paggio dell'Alfiere; e partito dalla Riva fu il
primo che portasse a Fanano la nuova della vittoria e della morte del Morotto, onde si stava in grandissimo
terrore aspettando il fine di così crudele battaglia."
Lo scontro si era combattuto con spade e con armi da fuoco e le sorti erano ancora incerte quando Virgilio
e Domenico si trovarono uno di fronte l'altro: "Spettacolo fiero, esclama il Vedriani, nel vedere due capi di
questa sorte combattere a corpo a corpo e tirare colpi da disperato!". Vedendo che il duello si protraeva,
Ugolino Garola, genero di Domenico, da lontano, con un'archibugiata, uccise Virgilio; a questo punto don
Giovanni, zio del caduto, si scagliò contro il d'Amorotto ferendolo gravemente con una picca. Portato a
cavallo lontano dallo scontro per essere curato, Domenico incrociò sul suo cammino Antonio Pacchioni e
Tebaldo Sessi che, trovandosi incredibilmente davanti al loro acerrimo nemico lo trafissero con la spada per
poi finirlo con un colpo d'arma da fuoco. La testa del brigante venne portata trionfalmente a Spilamberto
per poi essere tenuta in custodia da una famiglia amica dei da Castagneto; una mano di Domenico venne
esposta nella rocca del paese stesso per incutere timore ad ogni altro malvivente.
L'ultimo atto della guerra avvenne domenica 5 Luglio nella zona tra Riva e Monteforte.
Il Lancillotto apprese l'importante notizia il giorno stesso, scrivendo della morte certa del d'Amorotto ma
dell'incertezza riguardo la sorte toccata a Virgilio: "ancora lui si dice esser crepato in morte".
Il 6 Luglio la notizia passò da Modena a Reggio e da Bologna sino a Roma, suscitando grande interesse e
scalpore per il numero considerevole di combattenti.
Solamente il 7 Guicciardini seppe degli avvenimenti accaduti due giorni prima: "essendo andato Domenico
di Morotto in Frignano,si è attaccato con Virgilio ed è stato rotto."
Intorno il numero dei caduti troviamo molti scritti contrastanti; tutti sono concordi nell'assegnare tra le fila
di Virgilio pochi morti, mentre gli amorottiani subirono tra le 150 e 300 perdite.
Il pensiero popolare del Frignano è incarnato da due versi cantati e ripetuti incessantemente nei giorni
seguenti il 5 Luglio:

"Allegramente su, più alcun non piagna,


Ch'egli è potato il Moro e la Castagna"

Il duca di Ferrara, morti i da Castagneto sui quali chiudeva volentieri un occhio, da questo momento si
dimostrerà ben più severo ed energico nell͛estirpare dal Frignano i faziosi.
Sebbene fosse ancora lontano dal poter dominare tutta la provincia con un solo balestriere (come scriveva
Guicciardini), tuttavia il duca Alfonso ripulì un po͛ dal disordine dilagante. Il suo successore, Ercole, fece un
ulteriore passo in avanti, dando luogo ad apposite spedizioni per scovare i banditi dai loro rifugi.
L͛estirpazione totale dei banditi sarebbe rimasta un utopia, ma mai più si raggiunsero i livelli di anarchia del
1521 e 1522 dei quali fece un ritratto appropriato Ludovico Ariosto in una satira indirizzata a Sigismundo
Meleguzzi:

͞Dei saper la licenza in che è venuto


Questo paese poi che la Pantera
Indi il Leon* l͛ha fra gli artigli avuto.
Qui vanno gli assassini in sì gran schiera,
Che un͛altra che per prenderli ci è posta
Non osa trar dal sacco la bandiera.
Saggio chi del castel poco si scosta!
Ben scrivo a chi più tocca, ma non torna,
Secondo ch͛io vorrei, mai la risposta.

*(si allude al dominio che, prima del duca di Ferrara, avevano tenuto della Garfagnana le due repubbliche di
Lucca e di Firenze; la prima delle quali portò nel suo stemma una pantera)