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Le reti vegetali e la contemplazione pensante.

L’auto conoscenza della Natura.

Il nuovo paradigma delle reti vegetali offre vari punti di riflessione, quando si osserva che le
piante non hanno un centro di governo piramidale e gerarchico, ma si affidano a un modello
distribuito che ha assicurato loro la vasta diffusione sulla superficie del Pianeta. La vita vegetale è
soprattutto condivisione. Nel caso delle piante dobbiamo guardare in termini di comunità. Nel
mondo vegetale non esiste il puro individuo, il bosco è come se fosse un organismo unico, cioè non
costituito da tante singole parti isolate ma da una rete di piante che sono connesse le une con le
altre. Possono essere direttamente connesse, attraverso le radici, a centinaia, letteralmente a
centinaia di piante vicine.

Il mutuo appoggio sta nel fatto che attraverso le radici le piante si scambiano informazioni sullo
stato dell’ambiente, e poi nutrienti ed acqua. La pianta non è un individuo, la pianta è una rete, è
una colonia. Una pianta è una rete in sé e per sé, un bosco è una rete di reti. Lo scienziato italiano
Stefano Mancuso è uno degli esponenti più significativi di questa nuova corrente di pensiero che
nella scia di Leonardo si è arricchita con i lavori precursori di Bateson, Maturana, Varela ed altri
pionieri. Sono paradigmi emersi negli ultimi decenni relativi al significato della vita, alla
complessità, alla cosiddetta auto creazione e alla cognizione immanente a tutti i livelli della vita. La
visione sistemica si è conquistata un importante spazio perché suggerisce un nuovo modo di pensare
in termini di relazioni, contesti e comunicazione, giungendo a scoprire che la rete, o meglio le reti,
ne rappresentano lo schema organizzativo. La rete è un modello che viene considerato comune a
tutta la vita, paradigma che sostituisce il precedente della macchina.

Le reti vegetali sono soprattutto scambio e generazione di fatti cognitivi, di apprendimento, di


“decisioni” nella scala appropriata alle piante. Il processo della cognizione si identifica con la vita
riflettendosi nella struttura, e dal connubio processo-struttura emerge e si sostiene la vita, quella
delle piante. Ma anche la nostra. Tutta la nostra vita dipende dalle piante. L’ossigeno che
respiriamo, cosa mangiamo, come ci vestiamo, come ci curiamo dipende dalle piante.

Due aspetti importanti dell’approccio sono la riproduzione e l’atto cognitivo come fondamenti
della vita qualunque essa sia, vegetale, animale o umana. Due comuni denominatori pur nelle loro
differenziazioni, gradi e realizzazioni. In particolare, rispetto a ciò che può essere visto come
processo diffuso di cognizione, tutte le cellule di un organismo vegetale sono coinvolte nella
generazione e produzione di segnali. Le piante potrebbero, secondo queste ricerche, essere
considerate come una specie di cervello diffuso.

Ecco, tutto gira intorno alla ineffabile vita e al tentativo di afferrarne il profondo significato. Pure,
il nostro compito va al di là del giusto occuparci con i pericoli di estinzione e le minacce alla
sostenibilità per l’emergenza climatica oggi sotto gli occhi di tutti. Possiamo apprendere tanto dal
modello delle reti vegetali, della rete diffusa, dunque dall’aspetto comunità e la cooperazione fra
specie diverse. Possiamo godere dello spettacolo delle piante, di un prato fiorito, di un bosco, di una
savana, preservarne esemplari e semi, coltivare orti e pianticelle! Ma il nostro compito è anche

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quello di arricchirci spiritualmente, di gettare ponti tra l’ordinamento fisico e lo sviluppo morale
proprio di esseri consapevoli.

A mio modesto avviso, i modelli scientifici non posseggono la realtà completa che gli scienziati
gli attribuiscono, ma sono solo degli indicatori di cammino che intravedono una realtà che deve
essere ancora cercata attraverso di essi.

La domanda fondamentale a cui vorremmo rispondere è: come questa rete cooperativa, questa
cognizione diffusa si è sviluppata e si sviluppa? Da dove sorge, invece di chiederci a che serve?
Ammessa la sua esistenza, non dovremmo osservare la rete come una cosa in sé conclusa, ma
studiarla nella sua evoluzione, con il fine di conoscere la sua origine.

E’ mai possibile dedurre il carattere delle sue funzioni diffuse dalle circostanze esterne, della
stessa maniera come l’incidenza dei raggi solari produce il riscaldamento di un corpo? Queste
circostanze esterne possono avere una influenza importante, ma non sono la causa generatrice.
Sappiamo che la funzione e la specializzazione provengono da un influenza esterna, ma la propria
forma specializzata obbedisce a un principio interno. Le proprietà che si osservano delle reti
vegetali sono aspetti di un contenuto interno. Nella natura inorganica, minerale, percepiamo un
fatto, e per spiegarlo ricorriamo a un secondo, poi a un terzo, col risultato che il primo ci sembra
conseguenza necessaria dell’ultimo. Ma nel mondo organico non è così. Qui abbiamo bisogno, oltre
i fatti, di un altro fattore. Le influenze esterne, le sostanze, i nutrienti, l’umidità del mezzo e
quant’altro, devono fondarsi in qualcosa che non sia da esse determinata, ma che sia attivo quando
esse agiscono.

Quale sarà questo fondamento? Quello che nel particolare si manifesta dal generale. Qui
Mancuso a mio avviso segue il metodo di Goethe, che prendeva dal Mondo esterno il modo di
osservazione e non lo imponeva. E’ un mondo unitario, ma non uniforme. Dalla natura di ciò che si
osserva, dalla sua generalità si fa derivare il modo di osservare sistemico, unitario. E che si osserva?
Il continuo scambio di segnali riflessi nella struttura della rete, volto alla sua sostenibilità
nell’ambiente. Qualcosa di generale che si esplica nel particolare e gli conferisce l’aspetto unitario.

Questa generalità la chiamo provvisoriamente volontà operante e saggezza operante.

Qui va detto d’entrata che non capiremmo l’essere umano e i Regni della Natura se non come
risultato della collaborazione delle forze del Cosmo con quelle della Terra. Quello che veniva visto
emergere dalla Terra, già nei tempi antichi veniva chiamato “vigore”, forza. Vi agisce come
volontà. Si chiamava invece “bellezza” ciò che ci forma dal Cosmo. Dalla feconda combinazione
dei due principi si vedeva sorgere la “saggezza”. La scoperta della cognizione diffusa non può
sorprenderci, in quanto l’osservatore si avvale di un metodo rigoroso ed esatto che non contraddice
quel genere di conoscenze che fu proprio del passato, ma lo reinterpreta nel linguaggio
contemporaneo.

Sono gli stessi scienziati che lo rivelano nel loro lavoro abnegato, anche se non ne hanno spesso
coscienza. Infatti contemplare a fondo come fa lo scienziato il mondo vegetale, quel prato, quel
bosco, quella foresta o piantagione, significa per lui una specie di attivazione interiore, di mobilità,
al momento della osservazione. Quel mondo dei sensi con l’aspetto del vegetale rigoglioso,
esuberante, o pur in ripiegamento e deperimento, diviene per lui una marea di volontà differenziata
nel modo più vario, un vigore che invade la sua anima mentre contempla e pensa. Non è percepita
così quella esuberanza, quel germogliare, non è difetto e ripiegamento di volontà quel rinsecchire,
quel marcire? Non è un frammento della Volontà generale quello sbocciare della gemma, quella
tenera fogliolina, quel timido fiore, quel frutto carico di semi, dunque di futura vita? E quella
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volontà, quel vigore che anima i gesti del ricercatore mentre svolge i suoi riti, non è sorella
maggiore e individualizzata di quella che agisce nella rete?

Attraverso gli organi sensori e i prolungamenti costituiti dagli strumenti, lo scienziato sa del
mondo sensibile vegetale, lo lascia agire su di sé, e in un certo senso nuota in questo mare di
volontà operante che si attiva anche in lui. Ed ora acquista la possibilità di unirsi ancora di più al
mondo sensoriale col pensiero e col concetto, e quel mondo ora gli appare ancora più ricco e
mobile. Osservare e pensare sono i due punti di partenza per ogni attività spirituale

Egli contempla le sue reti vegetali e scopre per mezzo dei suoi concetti che la rete è pervasa da
saggezza operante. Proprio così! Di fronte al mondo dei sensi egli penetra nel mondo del nascere,
crescere e deperire, e contempla la saggezza che è attiva dietro ai fenomeni. E’ quello che viene
scoperto, la miriade di processi che vengono definiti col nome suggestivo di atti cognitivi.

Qui nuovamente va afferrato il fattore generale che agisce e ordina i fenomeni manifesti che il
neuro biologo scopre e descrive. In un certo senso lo scienziato già accenna all’occulto che c’è
dietro i fenomeni, quando ci parla di intelligenza diffusa e di atti cognitivi. Egli è più contento nel
suo mondo concettuale che nel mondo primario dei fenomeni, e dà maggiore enfasi alla teoria che
sostiene che alle stesse osservazioni. Ed è giusto che sia così. Perché sta afferrando col pensiero
l’immagine, seppur sbiadita, della saggezza che opera nel Cosmo e nel settore che sta
contemplando.

Leggere Mancuso e le sue scoperte significa identificare il metodo che ha seguito per trattare
delle questioni concernenti poco meno che la totalità del Mondo, che è supposto contenere qualcosa
sopra ed oltre quello che ordinariamente si intende per materia. Si riconosce l’atteggiamento e la
postura rispetto al Mondo e la conoscenza che se ne può estrarre. Del resto, è quasi impossibile
assumere un atteggiamento neutro di fronte alla ricerca, come se fosse un inventario di contenuti,
riservandosi alla fine tutti i giudizi quando sono elencati i risultati. Ognuno di noi adotta nella vita
qualche postura come risultato della classe, genero, scolarizzazione e quant’altro. Molto spesso si
ignora questo aspetto dell’atteggiamento, immaginando i fatti come se fossero uniformi e piatti. Ma
l’atteggiamento è almeno così importante quanto i fatti stessi. E sembra che la ricerca sulle reti, la
complessità e la cognizione abbiano come preliminare fondamentale proprio il giusto atteggiamento
verso i fatti della natura organica vegetale

Qui c’ è stato bisogno di riverenza davanti al fluire dell´anno, al cospetto dei processi naturali, ai
cicli ed ai ritmi. La meraviglia, il sentimento di riverenza e consonanza davanti ai fenomeni del
mondo vegetale. Scoprire i processi cognitivi, descriverli, parlarne, è frutto di una postura che di per
sè accetta la possibilità della Creazione, lasciando che i fatti parlino da soli e aggiungendo i concetti
corrispondenti.
Nel mondo vegetale regna quindi la saggezza operante, che estrinseca i suoi effetti laddove fluisce,
laddove comincia il nascere, il divenire, il crescere, il deperire.

Ma la saggezza che lo scienziato introduce nei suoi concetti non è però la saggezza operante là
fuori, ma è saggezza pensata, astratta. Essa è collegata con la vita vegetale, ma lì si distacca dalla
realtà. Vediamo come succede. Oltre al rapporto dello scienziato col mondo vegetale che si dà nel
sensibile, ce ne è un altro, che non entra nella sua coscienza abituale ma esiste come vivente
connessione super sensibile tra la sua anima e l’oggetto osservato. Ma ciò che di vivente esiste nello
scienziato a causa di questa connessione viene smorzato e indebolito a concetto nella sua
organizzazione razionale. Quello che ci racconta lo scienziato, l’atto cognitivo e quant’altro, è una
rappresentazione astratta, seppur carica di significato. E’ il reale che si è spento per essere presente
come immagine nella sua coscienza abituale in cui vive con la percezione dei sensi.
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In altre parole, la realtà dà allo scienziato e a noi come lui qualcosa di vivente. Noi soffochiamo
di questa realtà vivente quella parte che cade nella coscienza abituale. Lo facciamo perché se
dovessimo sperimentare in tutta la vitalità il rapporto col mondo esteriore non potremmo giungere
all’auto coscienza. Senza l’indebolimento di questa vitalità ci sentiremmo membri di una unità più
grande, organi di un organismo più grande. Sono le attuali condizioni di sviluppo della nostra anima
che esigono lo smorzamento nei concetti astratti del rapporto vivente col mondo.

Volendo approfondire il tema, si osserva che la mente umana disimpegna un ruolo


fondamentale, perché in un certo senso porta a conclusione qualcosa che senza di essa sarebbe
appena la metà della realtà, qualcosa che altrimenti sarebbe incompleto, frammentario. La mente
umana dello scienziato ha dovuto evidenziare gli aspetti più intimi della realtà, sebbene questi
sarebbero stati validi lo stesso senza la sua intromissione. Se lo scienziato fosse solamente un ente
sensoriale, senza facoltà mentali, la Natura sarebbe lo stesso dipendente dalle leggi dell’evoluzione
naturale, ma esse come tali non giungerebbero mai alla esistenza nel pensiero astratto. Ci sarebbero
esseri che percepirebbero il mondo sensoriale, ovvero l’effetto, ma non la regolarità intrinseca di ciò
che causa. Per un ente solamente sensoriale esiste appena il lato esterno della Natura, mentre la vera
forma di essa si rivela nella mente umana. In altre parole, la Scienza ha qui un ruolo fondamentale,
quello di essere in qualche modo la conclusione dell’opera della Creazione. Il pensiero è l’ultimo
componente nella sequenza di processi che formano la Natura.

Dobbiamo quindi chiederci se è completo il Mondo, là con le sue forze e sostanze,


indipendentemente del fatto che il ricercatore umano se ne faccia una rappresentazione. Con che
diritto considereremmo completo il Mondo, senza il pensare? Non produce forse il Mondo con la
stessa necessità il fiore sulla pianta e il pensare nella testa del ricercatore? Un seme nel terreno
getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Se pongo la pianta davanti a me, essa si
unisce alla mia anima con un dato concetto. Certo è che il concetto appare solo quando mi
contrappongo alla pianta. Vero anche che foglie e fiori si formano solo quando vi sia terra in cui
collocare il seme, e vi siano luce ed acqua. Allo stesso modo si forma il concetto della pianta,
quando una coscienza pensante si accosta ad essa.

La conoscenza della Natura da parte dell’essere umano è l’auto conoscenza della Natura. Egli si
converte da ricercatore appassionato a testimone e partecipe dell’Opera. Per il lavoro del pensiero
sentiamo l’impulso di conquistare quella soddisfazione dello spirito che prima si raggiungeva con la
Rivelazione.

Federico Giandolfi

(Riflessione basata sull’intera opera di Rudolf Steiner)

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