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Immigrazione, devianze e criminalità

1. I termini della questione in criminologia.

Appare molto complesso delineare, e racchiudere in questo breve

intervento, l’insieme delle correlazioni che nell’ambito del pensiero

criminologico, hanno legato i profili legati all’immigrazione con il


fenomeno della devianza e della criminalità. Pertanto, per sommi capi, si

tenterà di fare una breve disamina delle maggiori scuole che, nei loro piani

di studio, hanno contemplato tale oggetto di riflessione.

In primis, è agevole dire che le correlazioni e i rapporti intercorrenti

tra immigrazione, criminalità e manifestazioni devianti hanno costantemente

interessato gli studiosi di criminologia. Ovviamente, verrebbe da dire. Ma,

su questo particolare settore, nell’ambito degli studi criminologici possono

cogliersi diversi approcci e atteggiamenti metodologici di ricerca, in parte


dovuti alle diverse formazioni culturali degli studiosi. Le riflessioni

criminologiche, infatti, ma la stessa considerazione può traslarsi ad altre

discipline, sono di norma anche strettamente correlate al contesto delle

vicende socio - politiche del momento storico in cui vengono alla luce.

Ciò posto, a proposito dei fenomeni di immigrazione correlati ad atti

devianti, possiamo notare un passaggio dai primi approcci, a cavallo tra

Ottocento e Novecento, diretti alla diretta criminalizzazione degli immigrati,

per cui, semplicemente, lo straniero viene considerato come elemento

potenzialmente associabile alla condotta antisociale e/o criminale, per

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assistere, successivamente, alla comparsa di studi più attenti e

metodologicamente più rigorosi, soprattutto nel Novecento, ma senza che il

primo approccio scompaia del tutto, finanche ai nostri giorni.

L’atteggiamento di criminalizzazione degli immigrati si acutizza nei

periodi di crisi politiche ed economiche, poiché a queste conseguono

instabilità socio – psicologiche che generano insicurezze, le quali, a loro

volta, possono, o potrebbero, minare le stesse basi sociali della convivenza

pacifica.

In questo ambito contestuale si assiste dunque alla nascita

eterodiretta di stereotipi sociali, tanto da originare dei veri e propri “capri

espiatori” (in questo caso gli immigrati) i quali vengono, idealmente,

caricati di tutti i mali della società, così da formare un comodo alibi per

stornare l’attenzione delle popolazioni dalle reali cause del malessere, di

regola di natura politico - economica.

Storicamente, in Europa, questo atteggiamento lo si annota verso le

comunità di origine ebraica e/o verso le popolazioni nomadi dei Rom, dal
medioevo fino alle soglie dell’età moderna. In sostanza, quando si

acuiscono le tensioni economico – sociali, i regnanti europei canalizzano la

violenza delle comunità autoctone verso quelle altre, la cui unica colpa altro

non è che quella di vivere secondo usi e costumi diversi. Nei periodi

medievale e rinascimentale, così, vengono permessi, talora perfino

enfaticamente incoraggiati, i c.d. “progrom”, sorta di cacce collettive al

diverso e allo straniero: chi, autoctono, durante queste carneficine, si rende

responsabile dell’uccisione di un ebreo e/o di uno zingaro non viene

considerato autore di omicidio e pertanto non sarà destinatario di alcuna

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punizione.

Per tornare al nostro settore di studio, sopra si ricordava che in

ambito criminologico è stato necessario attendere tempi più recenti affinché

studi di impronta scientificamente più rigorosa, dimostrassero che non esiste

una sicura, diretta e definitiva causalità e/o correlazione tra immigrazione e

criminalità.

2. I primi approcci di studio: E. Durkheim.

I primi studi sistematici in criminologia del fenomeno migratorio

vengono fatti negli Stati Uniti d’America, paese che fonda la propria

esistenza su tale fenomeno, dato che, a rigore, la locuzione di americani può

essere data solamente ai c.d. indiani o nativi, vittime, nell’Ottocento, di un

vero e proprio genocidio, poiché non allineati ai valori di vita dei bianchi.

Ma a fine Ottocento non mancano riflessioni socio - criminologiche

anche nel continente europeo.


Così E. Durkheim, tra gli altri, sociologo franco - tedesco, rileva, alla

fine del secolo XIX, come tra gli immigrati la commissione di atti di

devianza sia più elevato rispetto a quelli messi in atto dagli autoctoni

europei, assunto totalmente sganciato da elementi di realtà come vedremo,

ma piuttosto in voga nell’inconscio collettivo delle popolazioni di quegli

anni.

Questo studioso fonda la propria speculazione teorica sulla centralità

del concetto dell’anomia. Il termine ha un’etimologia greca e letteralmente

vuol dire assenza di norme, ma viene da Durkheim inteso piuttosto come

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frattura di regole sociali e/o come assenza di norme e di valori comuni nei

quali riconoscersi. Dal punto di vista sociale, Durkheim crede che l’anomia

sia causata dallo sviluppo industriale di fine ottocento che, tra i tanti effetti,

crea nelle società europee dell’epoca, una serie di tensioni e contrasti,

poiché si assiste alla lenta, ma inesorabile scomparsa di quei valori sociali di

riferimento che erano quasi immutabili nelle società contadine

preindustriali, le quali, di per se, erano tendenzialmente statiche, e pertanto,

la loro evoluzione avveniva in tempi storici lunghissimi. Ora, specula

Durkheim, la realtà industriale presenta al corpo sociale migliaia di stimoli e

di valori variegati, nonché sovente, tra di loro, in rapporto di conflittualità.

Tale situazione fa si che si crei uno squilibrio nell’adesione ai cardini di

riferimento politico - ideologico di una società: quello che per un gruppo

sociale può rappresentare un valore, al contrario può essere sentito e

concepito come un disvalore da un altro gruppo che, magari, vive nel

territorio del primo. Questa situazione, che appunto Durkheim definisce di

anomia, porta all’aumento dei suicidi ma anche del delitto in genere, il quale
viene così considerato dallo studioso come un accadimento inevitabile, un

fatto sociale come tanti altri. In questo contesto anomico, gli immigrati

sarebbero responsabili di atti di devianza più degli autoctoni europei, poiché

per loro opererebbe una dissociazione psicologica maggiore, dovuta alla

fuoriuscita dalla società di appartenenza ed alla difficoltosa identificazione

con i valori della società ospitante.

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3. La criminologia americana: la scuola di Chicago.

Il concetto di anomia ha, per così dire, una grande fortuna in

criminologia, tant’è che viene accolto come categoria fondante dagli

studiosi americani struttural - funzionalisti della Scuola di Chicago negli

anni venti e trenta del Novecento.

Nel 1918, per esempio, W. I. Thomas e F. Znaniecki, rilevano

condizioni di anomia e frustrazione nelle comunità dei contadini polacchi

emigrati negli USA.

T. Parson, uno dei maggiori esponenti di questa scuola, interpreta

l’anomia come una condizione di incertezza socio - psicologica circa le

aspettative comuni che determina crisi nella società, e conseguentemente

crea disfunzioni anche nel sistema del controllo sociale. Appare utile

sottolineare che la popolazione americana di quegli anni, in preda allo shock

dovuto alla grave crisi del crollo della borsa di Wall Street del 1929, che

aveva creato dai 12 ai 14 milioni di disoccupati, era attraversata da notevoli


frustrazioni e da stress quando guardava al proprio futuro. Questa

condizione sociale conduce ad una situazione di anomia particolarmente

simile a quella descritta da Durkheim.

R. K. Merton, altro studioso della scuola di Chicago, intende il

concetto di anomia fondamentalmente come squilibrio tra mete e mezzi.

Egli sottolinea come la società americana degli anni venti e trenta

proponesse, come scopi da raggiungere per il corpo sociale, una serie di

traguardi quali la ricchezza, il successo, l’innalzamento e la mobilità sociale.

Sono questi, i valori, derivanti dall’etica protestante ed efficacemente

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analizzati dallo studioso tedesco M. Weber, che vengono sintetizzati nelle

espressioni “american way of life” e/o “self made man”, ossia la via

americana alla vita dell’uomo che si fa da sé, il quale da solo riesce ad

emanciparsi, magari da un passato di indigenza e deprivazione, per arrivare

a raggiungere quale traguardo ultimo l’accesso alle classi dirigenziali o

addirittura l’arrivo alla Casa Bianca. Ora, scrive Merton, in realtà questi

traguardi non sono per tutti accessibili mediante l’utilizzo di mezzi legali e

pertanto i vari ceti della popolazione americana rispondono a questi stimoli

in maniera differenziata, a seconda dei mezzi economici di cui possono

disporre. Il crimine, tra gli altri, in questo contesto, diventa un mezzo

illegale per raggiungere, nella società americana, un posto che permetta la

fuoriuscita dalla propria classe sociale di origine. Questa asserzione vale

ancor più per gli immigrati, i quali sono due volte svantaggiati, ossia poiché

sono generalmente di condizioni sociali modeste e poi appunto perché tali,

id est immigrati e stranieri. Conseguentemente, una parte di immigrati

compie atti criminali e devianti per riuscire a raggiungere quei traguardi che
la società americana di allora, ma potremmo dire anche di oggi, pone come

valori essenziali dell’esistenza.

4. La criminologia americana: conflitti teorici e sistema socio - politico.

Alle teorie poc’anzi sommariamente accennate, negli anni trenta del

Novecento, fanno eco E. Sutherland e D. R. Cressey, rilevando che è

sicuramente certo che i fenomeni migratori possono causare una serie di

disadattamenti sia di tipo sociologico che psicologico, ma altrettanto

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sicuramente non si può stabilire un parallelo semplicistico di tipo

deterministico tra la difficoltà di adattamento sociale degli immigrati e il

fenomeno criminale. Per cui, può affermarsi, alla luce delle ricerche sul

campo, che non c’è causalità diretta tra disadattamento e criminalità; se

talvolta una correlazione è stata trovata non è dovuta al fatto che il

disadattamento produce criminalità tra gli immigrati, ma perché tale

condizione produce criminalità comunque, negli immigrati come negli

autoctoni.

Ricordavamo poc’anzi che i primi studi criminologici sono stati

compiuti negli Stati Uniti d’America all’inizio del Novecento, ossia nel

periodo nel quale gli USA sostituiscono all'iniziale apertura verso

l’immigrazione, in una fase storica in cui si ha fortemente bisogno di ingenti

masse di forza lavoro e di manodopera, una politica di tipo restrittivo,

poiché lo sviluppo industriale sta creando quello che Karl Marx ha definito

“l’esercito industriale di riserva”, cioè la massa di espulsi dalla continua

evoluzione della tecnologia delle fabbriche e dall’applicazione a queste di


quel metodo di produzione detto del “fordismo - taylorismo” che si

affermerà, su larga scala, negli anni venti e trenta. Infatti, mano a mano che

vengono inventati nuovi strumenti tecnici da applicare all’organizzazione

della produzione industriale, tale evoluzione tecnologica produce notevoli

sacche di disoccupazione ed ovviamente, verrebbe da dire, i primi a venire

espulsi dal mondo del lavoro sono proprio gli immigrati. Ora, questa massa

di disoccupati crea al sistema amministrativo e sociale americano una serie

di problematiche socio - politiche difficilmente gestibili dal punto di vista

sociale e così, nei primi decenni del Novecento, si inaugura una politica

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restrittiva dell’immigrazione, tant’è che in questo periodo diminuiscono

drasticamente i rilasci di permessi d’ingresso negli USA, e sono facilitate le

contro immigrazioni con relativo pagamento del viaggio di ritorno in

Europa e/o più semplicemente e prosaicamente, aumentando ampiamente le

espulsioni di massa degli indesiderati. Ovviamente, un tale movimento di

vaste masse di persone, per certi versi un vero e proprio contro esodo, ha

bisogno di una giustificazione “scientifica” che occulti i veri termini del

problema, e faccia credere al popolo degli USA (paese che fin dall’approdo

nelle sue coste della Mayflower con i padri pellegrini ha fatto della libertà la

ragione stessa della propria esistenza) che si è reso necessario agire in tal

senso per salvare l’America e i propri valori di riferimento, non rispettati,

non compresi e non assimilati dagli immigrati. Pertanto si assiste anche alla

nascita, in questo periodo, di una criminologia che può definirsi una

“scienza di stato”, poiché le sue riflessioni sono funzionali alle aspettative e

ai desiderata del sistema politico al potere.

Così la delinquenza degli immigrati viene spiegata con


argomentazioni e categorie pseudoscientifiche basate su principi quali: la

razza inferiore; il mancato adattamento agli ideali e valori americani; la

poca sensibilità al controllo sociale; le condizioni economiche disagiate e

quant’altro. Questa ultima condizione assume negli USA un disvalore etico,

poiché, come aveva sottolineato Merton, si era affermata ampiamente nel

popolo americano, la convinzione che si rimaneva in una condizione di

indigenza e povertà solo se ciò si voleva. L’uomo che si fa da se è capace di

dominare le avversità della vita e quindi, se solo lo volesse, sarebbe in grado

di affermarsi socialmente.

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Si noti che tali teorie di dubbio o infimo livello scientifico sono

indirizzate proprio verso gli immigrati europei: è infatti in questo periodo

che nascono o vengono culturalmente perpetuati gli stereotipi dell’irlandese

ubriacone e svogliato nel lavoro; dell’italiano mafioso; del tedesco o del

polacco che non vogliono integrarsi e continuano a parlare

l’incomprensibile lingua di origine; dell’ebreo avaro e quant’altro.

Nel periodo in esame, nelle città americane si assiste anche a grandi

cambiamenti urbanistici. Risulta emblematico il caso di Chicago distrutta da

un incendio di vaste proporzioni e per la cui ricostruzione viene chiesto

l’ausilio anche dei sociologi e dei criminologi della Scuola di Chicago dello

struttural - funzionalismo. Spontaneamente, ma anche forzatamente, gli

immigrati, a seconda delle comuni origini, tendono a concentrarsi nei

quartieri - ghetto, così come secoli addietro, prima nell’Europa dell’Est e

poi anche in Occidente, era stato fatto per le comunità di origine ebraica con

i c.d. shtetlekh, i ghetti.

Nascono le varie Little Italy, le Chinatown, gli Harlem, i Bronx etc,


ossia i quartieri che somigliano allora a veri e propri ghetti dove vengono

relegati gli immigrati a seconda delle loro nazionalità, e tanto viene favorito

ai fini di un più efficiente controllo sociale di quelle fasce di popolazione,

che di per sè sono considerati potenziali criminali, solamente perché rei di

non essere americani.

Queste zone delle città dove si assembrano le minoranze etniche

sono analizzate, nel 1942, da due studiosi, C. R. Shaw e H. D. Mc Kai, che

le definiscono, significativamente, “aree criminali”, poiché in tali quartieri

trova terreno di coltura la criminalità, la marginalità sociale e la devianza.

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Shaw e Mc Kai rilevano che in questi quartieri - ghetto, nonostante il forte

ricambio degli abitanti, il tasso di commissione di atti criminali rimane

comunque elevato.

Ma già allora l’assurdità di questi assunti viene smentita dalle stesse

ricerche statistiche, la più importante delle quali viene effettuata nel 1910

proprio da un organismo di stato, la Commissione per l’Immigrazione.

E’ indicativo il fatto che, visti i risultati ai quali ora accenneremo,

tale ricerca non venne resa pubblica.

La Commissione per l’Immigrazione rileva che, in realtà, i tassi di

criminalità correlati all’immigrazione sono inferiori a quelli degli autoctoni,

e che la qualità dei reati commessi dagli immigrati è di molto inferiore,

come disvalore sociale, a quelli commessi da cittadini americani. Per

esempio, gli immigrati risultano commettere più piccoli furti degli

americani, ma sono nettamente al di sotto dei tassi per quanto riguarda gli

omicidi e le rapine violente.

Sutherland e Cressey, negli anni trenta del Novecento,


dimostreranno in ampie ricerche compiute nelle carceri americane che i tassi

di carcerazione degli immigrati sono, proporzionalmente, costantemente

inferiori rispetto a quelli dei cittadini americani.

Tra gli anni venti e trenta del Novecento, gli studiosi americani di

criminologia speculano e si interrogano soprattutto su tre quesiti

fondamentali, in ordine al rapporto tra immigrazione e criminalità:

1) il confronto quantitativo e qualitativo degli atti criminali commessi dagli

immigrati e quelli commessi dagli autoctoni;

2) le pratiche discriminatorie da parte del sistema del controllo sociale,

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formale e informale, verso gli immigrati;

3) la criminalità che interessa la c.d. seconda generazione, ossia i figli degli

immigrati, nati nei luoghi di insediamento oppure lì trasferitisi in età

infantile.

D. R. Taft, per esempio, in una ricerca effettuata nelle maggiori città

americane nel 1936, rileva come la seconda generazione abbia tassi più alti

e superiori di delinquenza degli immigrati della prima generazione, cioè dei

loro genitori. Nella stessa ricerca viene sottolineato che la criminalità della

seconda generazione è superiore negli stati dove il fenomeno migratorio è

più recente, e al contempo, si rileva che negli stati dove il fenomeno

migratorio è più antico, i tassi corrispondenti sono più bassi. Taft spiega tale

rapporto deducendo che, laddove la cultura americana viene assimilata in un

periodo di tempo più lungo, gli atti delittuosi tendono a declinare.

Questa tesi verrà criticata e confutata da Sutherland, al quale

accenneremo oltre.

Siamo comunque in un periodo in cui gli studi criminologici si fanno più


rigorosi e meno strumentali al sistema di potere politico. Infatti, vengono in

parte sfatati e demistificati quegli stereotipi diffusi nel corpo sociale

americano che tendevano a demonizzare il diverso, e mantenere il mito

dello straniero nemico, invasore e causa di mali sociali.

5. La teoria del conflitto culturale: T. Sellin.

Un altro studioso, T. Sellin, nel 1938, per esempio, interpreta le

problematiche sociali con la teoria del conflitto culturale, tesi con la quale

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anche la criminologia contemporanea si confronta.

Per Sellin il conflitto culturale deve considerarsi come un contrasto

tra gruppi sociali ed etnici diversi.

Tale contrasto può manifestarsi quando ricorrono tre fenomeni:

1) il fenomeno di frontiera, quando due gruppi tra di loro culturalmente

disomogenei vivono in territori confinanti;

2) il fenomeno della colonizzazione, quando la cultura di un popolo viene

imposta ad un altro con la forza;

3) il fenomeno dell’immigrazione.

In quest’ultimo caso, gli immigrati, mantenendo come norme di

riferimento e di comportamento quelle della cultura originaria, possono

entrare in conflitto con le norme del paese nel quale si sono insediati.

La teoria di Sellin permetterebbe di ipotizzare una spiegazione anche della

criminalità della seconda generazione.

Lo studioso infatti, sostiene che il conflitto culturale non si verifica

tanto nella prima generazione di immigrati, i quali tendono a restare


tenacemente attaccati ai valori culturali di origine, e dunque anche al

sistema di controllo della devianza originario, quanto appunto, nella seconda

generazione, che si troverebbe esposta a norme contrastanti: da un lato

quelle che vengono loro trasmesse dai propri genitori, e dall’altro quelle

assimilate dalla cultura di insediamento, attraverso le scuole e in tutti i

rapporti che gli esponenti della seconda generazione instaurano con i loro

coetanei americani. La seconda generazione deve pertanto integrare due

fonti normative, tra di loro differenziate e spesso conflittuali. Per un verso,

la seconda generazione tende necessariamente ad allentare i legami con la

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cultura dei propri genitori, e dall’altro comincia per loro un processo di

americanizzazione, che la porta ad assimilare una cultura che spesso è

quella della strada, la quale a sua volta può condurla ad una condotta

delinquenziale.

Questa teoria viene aspramente criticata da Sutherland, per il quale

non esiste un vincolo lineare tra seconda generazione, crimine e violenza e

laddove esista è dovuto proprio al processo di acculturazione della società

ospitante e dal moltiplicarsi dei contatti con essa. Sutherland deduce che per

la seconda generazione degli immigrati, si forma una sorta di identità

spezzata, fatta di due metà: una corrispondente alla cultura assimilata e

insegnata loro dai propri genitori, l’altra che, di contro, le deriverebbe

invece dall’apprendimento dei valori della società americana. Ora, crede lo

studioso, la seconda generazione degli immigrati delinquerebbe di più non

perché ha ereditato spezzoni di un identità a metà dai propri genitori, ma

commetterebbe più atti devianti proprio perché è la metà americana della

loro identità che li conduce al delitto. Ma con tale riflessione, Sutherland


ribalta completamente il problema, e pone i valori americani come

potenzialmente criminogeni!

6. Il paradigma costruzionista: i neochicagoans.

Negli anni sessanta del Novecento gli studi criminologici vengono

completamente rivoluzionati: vengono abbandonate, anche se non

completamente, le spiegazioni del crimine basate sul paradigma eziologico.

Ora, dunque, i criminologi non si chiedono più quale sia la causa o le

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cause del crimine, atteggiamento che aveva caratterizzato tutte le scuole di

pensiero precedenti, e che sostanzialmente non aveva portato a risultati

apprezzabili, ma ribaltano la metodologia di indagine, dedicandosi

soprattutto a cercare di spiegare il come e il perché del fenomeno della

criminalità, e specificamente quanta parte di responsabilità, nella

costruzione del crimine, è da addossare ai sistemi di controllo sociale.

Viene inaugurato appunto quello che verrà definito il paradigma

costruzionista.

Artefice di questa rivoluzione negli studi criminologici è la nuova

scuola di Chicago, o altrimenti detta dei neo chicagoans, i cui maggiori

esponenti possono indicarsi in E. M. Lemert, E. Goffman, E. H. Erickson,

H. S. Becker ed altri.

Negli anni sessanta, le teorie dei neo chicagoans intervengono nel

campo socio - criminologico in maniera del tutto originale ed alquanto

singolare.

Infatti, mentre la sociologia e la criminologia tradizionali


deducevano che la devianza portasse al controllo sociale, Lemert pensa

esattamente l’inverso e cioè che sia il controllo sociale a generare la

devianza. La reazione sociale, pensa Lemert, e con lui la nuova scuola di

Chicago, classifica gli individui e i gruppi definendo i loro status sociali per

tutta la loro esistenza, e così costruendo addosso ad ognuno un ruolo nella

società, e tanto a dispetto della conclamata mobilità sociale che, come visto

sopra, viene considerato un valore nella società americana. Deduce Lemert,

che chi nasce in un gruppo sociale marginale, è destinato a rimanerci,

poiché il sistema politico non gli permette in realtà che ne possa fuoriuscire.

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Ora, i componenti dei gruppi sociali marginali sono dal controllo sociale

etichettati di per se come potenziali criminali.

Questa teoria è stata definita proprio teoria dell’etichettamento

(Labelling Theory).

In una condizione di questo tipo, i gruppi sociali che sicuramente

sono marginalizzati, in America, sono i bianchi poveri, i neri e gli immigrati

dal Sud America, quali i Portoricani e ancora i Coreani, i Cinesi e gli

Asiatici in genere.

Verso di questi, l’establishment americano e il sistema di controllo

sociale ha un atteggiamento che perpetua lo stesso che abbiamo visto essere

utilizzato ai primi del Novecento verso gli Irlandesi, gli Italiani, i Polacchi, i

Tedeschi etc.

Ed infatti, l’establishment americano attua verso i nuovi immigrati le

stesse politiche di allora: li seleziona e li relega nei ghetti e negli slums, li

criminalizza e li marginalizza, creando la paura del diverso. Ma, almeno e

finalmente, parte della ricerca criminologica si è emancipata dal potere


politico, e con i propri studi contribuisce a smascherare queste manovre

politiche e i luoghi comuni che ad esse sono connessi.

Quindi, gli atteggiamenti devianti delle minoranze etniche e degli

immigrati, che negli USA sono gruppi sociali marginali per eccellenza,

secondo Lemert, dipenderebbero soprattutto dalle metodologie di

applicazione del controllo sociale.

Sembra utile, in tal senso, accennare alla nozione coniata da Lemert

di “devianza secondaria”, attraverso la quale, nel caso degli stranieri, la

reazione e il controllo sociale li etichetta come diversi, antisociali, pericolosi

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in quanto tali, e non perché si rendano responsabili di veri comportamenti

devianti. Ora, secondo Lemert, gli “etichettati”, per così dire, reagendo a

loro volta, inverano un riadattamento psicologico al ritratto ritagliato su di

loro dalle agenzie del controllo sociale, formale ed informale. Pertanto, gli

stessi “etichettati” si percepiscono come devianti nei confronti dei valori

dominati della società controllante, e quindi le azioni devianti che

eventualmente vengono compiute, non sono sentite come tali. Si crea cioè in

piccoli gruppi di immigrati un meccanismo psicologico particolare: sarebbe

come dire, scrive Lemert, che la società considera criminali i diversi, e

conseguentemente questi sono portati a diventarlo realmente, poiché la

prima non da loro la possibilità di vivere in alcun altro modo. Lemert,

comunque, tiene a sottolineare che questo meccanismo psicologico di

costruzione della devianza è lo stesso che si crea nei gruppi devianti degli

autoctoni americani.

Infatti, come prima dicevamo, il nesso di causalità diretta tra

immigrazione e criminalità, è abbondantemente smentito dalle ricerche sul


campo, ed esiste solamente nel processo di criminalizzazione, che secondo i

teorici dell’etichettamento definisce in termini negativi ed ostili qualunque

soggetto o gruppo che non si integri nella società.

7. Il fenomeno migratorio in Europa.

Negli ultimi decenni, fortemente diminuita l’immigrazione negli

USA, anche gli studi criminologici si sono, in questo paese,

conseguentemente ridotti, e si sono diffusi invece in paesi dove è tuttora

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presente un notevole flusso migratorio: Canada, Israele, Australia, ed

ovviamente l’intero territorio europeo.

In generale, questi studi, condotti a trenta o quaranta anni di distanza

da quelli americani, cui abbiamo fatto prima dei brevi cenni, hanno fornito

risultati sostanzialmente analoghi.

Pertanto, può affermarsi che la criminalità connessa

all’immigrazione della prima generazione, non supera mai i tassi di quella

correlata agli autoctoni. E’ questo un dato costante che viene fuori da tutte

le ricerche criminologiche effettuate dagli anni sessanta ad oggi, e tanto

emerge anche quando il fenomeno migratorio si differenzia, e presenta

sfaccettature diverse da quelle dei primi anni del Novecento. Infatti, nel

secondo dopoguerra assistiamo a due tipologie di immigrazione:

1) da un lato, il fenomeno interessa, come nei primi anni del Novecento,

interi nuclei familiari, ossia accade che l’immigrato si trasferisca con

tutta la sua famiglia e/o parentela;

2) dall’altro lato, si diffonde anche l’immigrazione di singoli lavoratori,


dunque il trasferimento interessa solo generazioni di uomini e donne in

età da lavoro e pertanto inerisce solo a fasce giovanili.

Ma sia nell’uno che nell’altro caso, il paese ospite non assiste a

grandi impennate nei tassi di criminalità, ciò vuol dire che sia il lavoratore

immigrato temporaneo, che il gruppo familiare immigrato definitivo, non

rilevano ai fini del comportamento delittuoso. Come dicevamo, ciò è stato

dimostrato in innumerevoli ricerche effettuate sul campo. Possono citarsi i

lavori di F. Ferracuti del 1970 per l’Italia; di E. Nann e G. Kaiser del 1969

per la Germania; di K. Neumann del 1963 e 1970 per la Svizzera; di L. R.

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Lambert del 1979 per l’Inghilterra etc. L’unica eccezione è rappresentata

dall’inchiesta effettuata da F. Ribordy, negli anni ottanta, che rileva come la

criminalità degli Italiani in Canada raggiunga un tasso più alto di quella

degli autoctoni canadesi.

Ma come dire, l’eccezione conferma la regola!

I paesi europei però, hanno ognuno una propria storia e cultura, e

quindi ne discende che presentano tutti proprie caratteristiche peculiari,

quindi un discorso unitario non può farsi, se non per alcuni di essi,

altrimenti si rischierebbe di fare delle indebite confusioni.

Infatti, per esempio, in Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda si sono

trasferite masse di immigrati provenienti dalle ex colonie di questi paesi e

per esse, possiamo affermare, è stato relativamente più facile acquisire la

cittadinanza del paese ospite, ma ne consegue che questi cittadini nelle

statistiche non vengono computati come immigrati, ma come cittadini

francesi, inglesi, olandesi etc. Mentre, per esempio, in Germania si sono

insediati gruppi consistenti di Turchi, e in Italia affluiscono gruppi


provenienti dai paesi del Nord Africa, e in questi ultimi anni dall’Albania,

Romania e dalla ex Jugoslavia.

Per quanto riguarda i tassi di immigrazione, per esempio, secondo i

dati ufficiali del Consiglio d’Europa, le percentuali di presenze di immigrati

sono notevoli: il 6% della popolazione francese è formata da immigrati; il

7,2% di quella tedesca; il 38% di quella del Liechtenstein; il 5% di quella

olandese; il 15% di quella svizzera e il 5% di quella inglese. L’Italia è

considerata il fanalino di coda con una presenza valutabile intorno al 2/3%

della popolazione.

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Ovviamente, l’interazione tra gli immigrati e le popolazioni europee,

come negli USA, ha creato ed ancora crea, dato il fenomeno migratorio

costantemente in atto, tensioni, contrasti e atteggiamenti di rifiuto a causa

dei luoghi comuni sul diverso e sullo straniero che invece, come abbiamo

rilevato, sono platealmente smentiti dalle ricerche in merito.

8. Le ricerche di M. Killias.

Anche in Europa gli studi criminologici hanno indagato sul

fenomeno deviante degli immigrati della seconda generazione.

Un contributo importante è stato dato da uno studioso svizzero, M.

Killias, il quale ha effettuato, alla fine degli anni ottanta, una rassegna di

tutte le ricerche criminologiche compiute sugli immigrati in Europa dopo il

1970.

La ricerca di Killias è finalizzata ad indagare su tre quesiti:

1) se vi fosse un trattamento discriminatorio nei confronti della seconda


generazione degli immigrati da parte del sistema del controllo sociale, sia

formale che informale.

La risposta a tale problematica ha evidenziato che, nonostante vi sia

una tendenza al livellamento degli atteggiamenti, sia verso i criminali

autoctoni che verso gli immigrati della seconda generazione, perdura ancora

l’atteggiamento discriminatorio verso i secondi, soprattutto in Germania,

Belgio, Svizzera e Olanda.

2) Il secondo quesito è attinente al tasso di criminalità della seconda

generazione di immigrati.

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Ora, su ben dodici ricerche effettuate comparando i tassi

delinquenziali, ben dieci rilevano come quelli della seconda generazione di

immigrati siano più alti di quelli degli autoctoni europei. Killias spiega

questo fatto, sottolineando come gli immigrati della seconda generazione

sono più facilmente discriminati nell’accesso al mondo del lavoro, nonché i

più marginalizzati nell’organizzazione dello stesso, poiché a loro vengono

affidati solamente i lavori manuali ed ancora, soprattutto, sono i primi a

risentire delle crisi di disoccupazione che hanno interessato i paesi europei

negli anni settanta, ottanta e novanta. Sostanzialmente, sono i primi ad

essere licenziati quando si verificano tali crisi, e pertanto i più propensi a

commettere atti delittuosi. Secondo Killias, anche la stessa qualità dei reati

commessi dagli immigrati della seconda generazione dimostra che la loro

delinquenza è dovuta a problemi connessi con il mondo del lavoro. Infatti

sono frequenti i reati contro la proprietà e il patrimonio in genere, mentre

sono quasi completamente assenti i reati contro la morale, quelli dei colletti

bianchi e quelli sessuali. Killias ancora, ne deduce che la criminalità della


seconda generazione degli immigrati risulta erroneamente sovra

rappresentata, poiché se si paragonassero i tassi delittuosi di questi con

quelli degli autoctoni che vivono nelle loro stesse condizioni economiche,

allora si scoprirebbe che tali tassi si equivalgono o addirittura scendono per

quanto riguarda gli immigrati.

3) Terzo quesito che necessita di risposta è quello inerente ai c.d. fattori di

rischio di attività devianti e criminali.

Ma anche qui le ricerche non hanno evidenziato altro che le stesse

condizioni che portano al crimine gli immigrati della seconda generazione,

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sono le stesse che risultano correlate con il crimine degli autoctoni e cioè

maggiormente: le condizioni economico - sociali e la provenienza da

famiglie disadattate e marginalizzate, dove si rileva l’assenza di controllo da

parte dei genitori sui figli.

9. Tentativo di sintesi e conclusioni.

Ciò detto, in questa breve disamina su come le scuole di pensiero in

criminologia hanno affrontato le problematiche relative a fenomeni di

devianza degli immigrati, vengono ampiamente sfatati gli stereotipi frutto

della costruzione sociale di una sorta di propensione degli immigrati alla

criminalità. Piuttosto, come si è cercato di dimostrare, tali assunti sono

fondati più sulla paura del diverso e dello straniero, che su elementi e dati

ricavati dalla realtà. L’immigrazione in realtà - è apparso chiaro, in questo

breve intervento, si crede - spesso diviene l’agente che catalizza le

insicurezze degli autoctoni. In tale fenomeno convergono, a seconda dei


contesti, tutte le possibili paure dei pericoli che attraversano le società

ospitanti: dalla delinquenza alla disoccupazione a una fantomatica invasione

che fa perdere identità e spazi propri.

In definitiva, l’immigrato ha un proprio vissuto e una propria cultura,

ossia è un individuo con la sua identità. Il fatto che talvolta commetta atti

delittuosi deve portare l’indagine criminologica sul suo essere persona, con i

suoi lati positivi e negativi, non tanto sul suo essere immigrato.

Esistono ed operano uomini e donne devianti di qualunque

nazionalità essi siano, non immigrati devianti.

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Giuseppe Luigi Bandinu

Collaboratore cattedra di criminologia, Università “La Sapienza” di Roma;

Criminologo del Ministero di Giustizia;

Avvocato Foro di Roma;

Giudice Onorario Tribunale di Sorveglianza di Roma;

Giudice Onorario Tribunale di Sorveglianza Militare.

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