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Esame di storia contemporanea (14/11/17)

Capitolo 1 “La grande guerra”

La scintilla che fece scoppiare il primo conflitto mondiale accadde il 28 giugno 1914 quando Gavrilo Princip,
che faceva parte di un gruppo di irredentisti slavo, assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, erede
al trono d’Austria. L’Austria diede la responsabilità di questo assassinio alla Serbia e, con il sostegno tedesco,
consegnò un ultimatum alla Serbia che avrebbe posto fine alle attività antiaustriache. L’ultimatum non viene
accettato poiché la Serbia avrebbe cosi perso la propria sovranità. Il 28 luglio 1914 le viene dichiarata guerra da
parte dell’Austria.

Le alleanze presenti in questo conflitto sono: l’Intesa, cioè Inghilterra, Francia, Russia e successivamente, nel
1915, Italia e gli Stati Uniti, nel 1917, e gli Imperi centrali, vale a dire Germania e Impero Austro-Ungarico.

Diverse sono le strategie usate:

 Il dilemma della sicurezza (accrescere la propria e diminuire quella altrui creando delle tensioni);

 La politica coercitiva e la strategia di rischio (categorie analitiche volte a far accettare agli avversarsi
scelte indesiderate);

 La disposizione strategico militare di difesa (tutti gli stati agivano in base alle dottrine militari e a
piani strategici offensivi, fondati sul concetto di guerra di movimento).

La prima guerra mondiale fu un conflitto innovativo poiché introduce nuovi metodi di fare guerra. Vennero
introdotte nuove armi come i cannoni a raggio lungo e tiro rapido, i gas, i carri armati ma soprattutto i
sottomarini e i dirigibili. Inizialmente si pensava fosse una “guerra lampo” ma non fu cosi. Fu una guerra di
posizione, perche i soldati erano spesso bloccati lungo una linea di trincee e reticolati, una guerra di resistenza e
di logoramento, perché i contendenti sopportavano un grande sforzo umano, sociale ed economico. La vittoria
andava a chi riusciva a portare allo sfinimento l’avversario ma non solo, anche l’economia e le stesse
popolazioni. Viene chiamata “guerra di massa e totale” perché non combattevano solo i soldati ma anche coloro
che rimanevano nelle proprie case. Non era solo l’apparato militare a far fronte al conflitto ma anche l’apparato
politico e industriale. Ogni aspetto della vita era rivolto alla guerra, perfino le donne assunsero un ruolo
importante perché vennero assunte nelle fabbriche prendendo il posto agli uomini che si erano arruolati. Inoltre,
vennero spesso usate le ferrovie per il trasporto di armi,truppe e approvvigionamenti e grazie all’invenzione dei
sottomarini la guerra prese il nome di “guerra per mare”.

Per quanto riguarda l’Italia, questa entro in guerra affianco dell’Intesa il 24 maggio 1915, poiché prima faceva
parte della Triplice Alleanze con Germania e Russia e rimase neutrale. L’entrata in guerra fu decisa da Sonnino e
da Salandra tramite il “Patto di Londra”, il quale stabiliva che, in caso di vittoria, l’Italia avrebbe ricevuto le terre
richieste. Una disfatta importate che subì l’Italia fu a Caporetto quando ci fu la perdita del Friuli e il fronte
arretrò fino al Piave. Il 24 ottobre 1918 si ha la vittoria finale a Vittorio Veneto.

In Russia lo scenario fu diverso. La guerra portò gravi contraddizioni all’interno del Paese. Le varie sconfitte
erano dovute al cattivo equipaggiamento dei soldati, all’attrezzatura e all’impreparazione dei comandi militari.
Dopo una vasta quantità di scioperi, s ha la rivoluzione di febbraio nel 1917 a Pietrogrado in uno sciopero
generale. La Russia era divisa in due parti: da un lato c’era il governo costituzionale-democratico, detto anche
“cadetto”, che era a favore della guerra, e dall’altro i Soviet, che volevano porre fine al conflitto.
I soviet si dividevano in bolscevichi (massimalisti) e menscevichi (rivoluzionari). A capo del bolscevichi c’era
Lenin, il quale puntava alla Repubblica dei Soviet. Nelle “Tesi di aprile”, Lenin affermava la necessità di opporsi
al governo provvisorio e alla prosecuzione della guerra. I bolscevichi vennero repressi a luglio da Aleksànder
Kérenski ma ad ottobre si ha una seconda rivoluzione dove Lenin, una volta tornato dalla Finlandia, prese dei
provvedimenti:

 Pace immediata;

 Ridistribuzione delle terre ai contadini;

 Controllo operaio sulle fabbriche;

 Nazionalizzazione delle banche;

 Finlandia e Polonia indipendenti.

Nel gennaio del 1918 l’Assemblea si riunì ma non riconobbe il potere sovietico e si sciolse e nel marzo dello
stesso anno con Lenin si ha la Pace di Brest-Litovsk.

Se su punta l’attenzione verso gli Stati Uniti d’America ci rendiamo conto che inizialmente il presidente Wilson
dichiarò la neutralità del Paese (1916) ma a fargli cambiare idea fu l’indiscriminata guerra sottomarina che colpì
gli interesse statunitensi violando il diritto internazionale. Gli Stati Uniti si arricchirono col commercio con
l’Inghilterra. A Wilson si deve, inoltre, la presenza a fine guerra de “I 14 punti di Wilson”. Questi ultimi
stabilivano la libertà di commercio, la riduzione degli armamenti, l’autodeterminazione dei popoli, il rispetto per
le minoranze e la formazione della Società delle Nazioni Unite.

Capitolo 2 “Il dopoguerra in Europa”

Nel 1919 i vincitori del conflitto si riunirono a Versailles per stabilire l’assetto dell’Europa.

I vincitori furono: Inghilterra, Francia, Italia e Stati Uniti. Uno dei trattati più importati fu il Trattato di
Versailles, il quale impose alla Germania, accusata di essere stata l’artefice della guerra,di restituire determinati
territori e di pagare 132 miliardi di marchi come riparazione dei danni (pace punitiva). I vincitori della guerra
conquistarono molti territori, soprattutto quelli dell’Africa anche se l’Italia ricevette meno terre di quante ne
aveva richieste. L’Austria tedesca, la Cecoslovacchia e l’Ungheria divennero indipendenti. Si formò un nuovo
stato, la Jugoslavia, composta dalla Polonia, dalla Bosnia, dalla Serbia, dal Montenegro, dalla Croazia e dalla
Slovenia.

Importante fu il ruolo della Società delle Nazioni che aveva come obiettivo quello di porre fine ad ogni tipo di
conflitto, ma non funzionò per molto perché non tutti gli stati ne facevano parte tra cui gli Stati Uniti che furono
loro stessi a proporre questa organizzazione. Il senato americano, però, non accettò l’entrata degli USA e
ritornarono ad essere un Paese in isolamento.

Nel contesto del dopoguerra russo si ha invece una guerra civile accompagnata da carestie (1918-1920). Nel
1918 grazie a Trockji si ha la nascita dell’armata rossa che ristabilì la disciplina. Ci furono molte più requisizioni
e i soviet furono esautorati dall’istaurasi di una dittatura del partito che nel 1918 prese il nome di “Partito
Comunista”. Venne introdotta la pena di morte e la CEKA, ovvero la polizia di stato di un regime di terrore. Il
sistema economico che si instaurò in questi anni prese il nome di “comunismo di guerra”. La vita economica si
concentrò quasi del tutto nelle mani dello stato che aveva tutti i mezzi di produzione. Fu, però, un fallimento
totale poiché si ebbe un calo pari a zero del commercio estero.

La guerra lasciò l’Europa piena di conflitti sociali. Nel 1919-20 il numero degli scioperanti aumento molto
rispetto al periodo prebellico e questo periodo prese il nome di “biennio rosso”. Furono i conflitti politici ad
acquisire una portata rivoluzionaria. Infatti, in Germania e in Inghilterra si passa alla Repubblica mentre in
Ungheria si ha inizialmente la nascita e poi la caduta della repubblica sovietica. Quest’ultima segnò la fine di
ogni prospettiva rivoluzionaria, ma non nelle sperante riposte dai bolscevichi. Per questo nel 1919 venne fondato
il Comintern, una nuova organizzazione internazionale. I bolscevichi puntarono alla formazione di nuovi partiti
comunisti e nel 1920 il II Congresso del Comintern impose ai suoi aderenti di separasi dai socialisti riformisti.
Una nuova svolta fu nel III Congresso del 1921 che inaugurò la politica del “fronte unico” fra comunisti e
socialisti.

L’Italia fu, dopo la Germania, il paese europeo più vicino alla rivoluzione. Nel 1919-20 gli scioperi operai
ebbero un forte aumento, ottenendo la giornata lavorativa di otto ore. I lavoratori venivano assunti tramite il
sindacato, monopolizzando così il mercato del lavoro ed esercitando una solida egemonia sociale. Questo
protagonismo delle masse si riflette nella nascita di due importanti sindacati: la Confederazione generale del
lavoro e il PSI.

Il socialismo italiano soffriva di una divisione tra massimalisti (PSI) e i riformisti, che auspicavano una
collaborazione con le classi dirigenti. Il contrasto tra questi due gruppi non permise al PSI di operare per le
rivoluzioni e le riforme.

Rivoluzionari furono i governi di Nitti e Giolitti. La prima fu nel 1919 con l’introduzione da parte di Nitti del
sistema elettorale proporzionale, che favorì la formazione di partiti organizzati su scala nazionale.

Importante in Italia fu la nascita del movimento fascista di Benito Mussolini nel 1919, ex socialista. Alla loro
nascita i “Fasci di combattimento” riunivano piccoli gruppi di futuristi, ex sindacati rivoluzionari ed ex membri
delle truppe. Il loro primo programma riprendeva alcuni punti della tradizione democratica e socialista. Dopo
l’estate del 1920 il fascismo si organizzò in squadre paramilitari e scatenò una violenta guerra sociale. Alle
nuove elezioni del 1921 i fascisti furono inclusi nei “blocchi nazionali” promossi dalla vecchia classe dirigente
acquisendo pian piano dimensioni di massa e nello steso anno si costituì il Partito nazionale fascista. Nel 1922
Mussolini fece la famosa “marcia su Roma” dove re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un
nuovo governo.

Capitolo 3 “Economia e società tra le guerre”

Negli ultimi decenni del XIX secolo l’economia, la società e lo Stato erano assai mutati e iniziarono ad acquisire
una dimensione di massa. La società di massa, connotato fondamentale del Novecento, presentava alcuni tratti
distintivi, tra i quali la crescita dell’industria moderna contraddistinta dalla catena di montaggio e dalla
produzione in serie. Lo stesso sviluppo industriale produsse una forte crescita dei ceti medi che assunsero un
ruolo centrale fino a proiettare nella società i loro modelli di comportamento. Le differenze sociali si attenuare
no dai processi di omogeneizzazione del corpo sociale attuato dallo Stato. Un ruolo importate fu svolto dalla
scolarizzazione, che favorì lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa.

Ciò che rese più veloce la formazione della società di massa fu l’impostazione di un modello produttivo basato
sul consumo di massa di beni durevoli sollecitato dagli stessi ceti medi.
La classe operaia, invece, crebbe fino a diventare la componente maggioritaria della forza lavoro. Le nuove
forme organizzazione del lavoro intensificarono i ritmi della produzione e le mansioni dei non qualificati furono
sempre più subordinate ai macchinari industriali. Il sociologo Zygmunt Bauman affermò che, tra l’Ottocento e il
Novecento, l’attenzione del movimento operaio si spostò dall’organizzazione del lavoro alla conquista dei redditi
alti, necessari per accedere al consumo di merci rese disponibili dalla produzione industriale di massa a costi
minori rispetto al passato.

Innovativo fu il melting pot degli Stati Uniti, vale a dire un tipo di società che vive e permette la formazione di
un’identità diversa attraverso la fusione di elementi di origini eterogenee differenti. Questo perché erano presenti
nel territorio colonie di nazioni diverse, come quelle inglesi, olandesi, francesi e spagnole ma non solo, anche
diverse identità religiose (anglicana, calvinista, cattolici, etc.).

In questo periodo nasce il Welfare State, cioè uno stato sociale che mira al miglioramento delle condizioni di vita
dei ceti sociali più deboli. Inoltre, migliora soprattutto la comunicazione di massa con l’introduzione del cinema
e della radio affiancando la stampa.

Grazie all’applicazione delle prime catene di montaggio, nel 1913 a Detroit Henry Ford aveva cominciato a
produrre in serie la Ford T. La sua standardizzazione permise di abbattere i tempi di lavoro, moltiplicare la
produttività e ridurre i costi. Antonio Gramsci definì questo fenomeno come “fordismo”.

Questo fu anche un periodo caratterizzato da un crescente sviluppo economico dove accanto ai trust e ai cartelli
nacquero le holding che aveva nelle proprie mani i pacchetti azionari delle maggiori imprese.

Negli Stati Uniti d’America, dove questo processo fu molto più veloce, sono stata introdotte delle leggi antitrust
che limitavano il potere delle grandi compagnie.

In quel periodo molti governi non osteggiarono la ventata inflazionistica: una svalutazione della moneta riduceva
il debito pubblico e poteva favorire una crescita economica. Ma questo fenomeno divenne incontrollabile
provocando una brusca caduta della produzione e del potere di acquisto dei consumatori. Il paese che ne soffrì
più fu la Germana che, come programma di investimenti, utilizzò il piano Dawes. Questo piano prevedeva un
flusso di capitali dagli Stati Uniti alla Germania performance fronte ai debiti di quest’ultima.

Lo stesso fenomeno inflazionistica ci fu in Gran Bretagna che utilizzò come programma per restaurare il
prestigio e il ruolo internazionale il Gold exchange standard (1925), in modo tale da affiancare l’oro alla sterlina
come mezzo di pagamento internazionale.

Il 24 ottobre 1929 ci fu il collo della borsa di New York segnando un ribasso pari al 50% del valore dei più
significativi titoli azionari. Le banche entrarono in crisi e tutti i risparmiatori corsero a ritiri propri risparmi
provocando il fallimento di moltissime banche. Questo periodo prende il nome di “grande depressione” (1929-
1932). Colui che fu capace di riassestare l’economia fu Franklin Roosevelt che portò avanti il New Deal.
Quest’ultimo ridimensiona il potere delle grandi corporations e costruì un modello di Welfare State introducendo
assicurazioni e altri ammortizzatori.