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sabato 26 gennaio 2013 A volte ritornano.

La politica sconfitta dalle lites nell'analisi di Rita Di Leo di Damiano Palano

Alla met degli anni Cinquanta, Charles Wright Mills fiss nelle pagine di The Power Elite un allarmato ritratto di quella che stava diventando la democrazia americana. Agli occhi del grande sociologo, lo sforzo condotto durante il secondo conflitto mondiale, il nuovo ruolo di superpotenza globale e la tensione della Guerra fredda avevano infatti rapidamente modificato la struttura sociale americana e, in particolare, lequilibrio fra istituzioni politiche e poteri sociali. Ci che appariva pi rilevante per Mills era soprattutto il fatto che le diverse lites politica, economica e militare apparivano fra loro in fondo piuttosto coerenti, tanto da configurare ununica classe dirigente, coesa dal punto di vista sociale e sotto il profilo culturale. E cos limmagine di una democrazia tenuta in equilibrio da una pluralit di gruppi sociali quella stessa immagine che Robert Dahl avrebbe definito, di l a poco, come una poliarchia - tendeva ad essere sempre pi offuscata da una concentrazione del potere reale che confinava la politica (e le stesse lites politiche) in una posizione sempre pi subordinata. Sullonda del libro di Mills, nella political science si accese linfuocato dibattito fra pluralisti ed elitisti (o neo-elitisti): un dibattito che implicava una contrapposizione metodologica su come studiare il potere, ma i cui risvolti erano soprattutto politici, perch, in fondo, in gioco era proprio limmagine del sistema democratico americano. Anche per questo, quel dibattito non si mai veramente esaurito, ed ha anzi conosciuto una nuova riviviscenza nellultimo decennio, sia in Europa, sia al di l dellAtlantico. Seguendo le orme di Mills, un gruppo piuttosto affollato di osservatori delle societ occidentali ha infatti incominciato a intravedere il ritorno pi o meno marcato a un condizione di predominio forte delle lites, e in special modo delle lites economiche, capaci di stringere in un abbraccio fatale le istituzioni democratiche. Massimo L. Salvadori ha per esempio definito i sistemi politici contemporanei come governi a legittimazione popolare passiva, perch le masse giocano un ruolo del tutto secondario, mentre gli attori politici non sono che amministratori locali del potere della oligarchia della finanza e dellindustria. Sheldon Wolin, riferendosi al ruolo assunto dalle lites economiche negli Stati Uniti, ha invece dipinto linquietante immagine di un totalitarismo rovesciato, e Colin Crouch ha fissato la
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tendenza in atto nella sagoma della postdemocrazia: una forma di regime diversa dalla democrazia che abbiamo conosciuto, cos come dalle oligarchie del passato che non comporta labbandono delle istituzioni formali della democrazia liberale, ma in cui la partecipazione dei cittadini risulta circoscritta esclusivamente al momento della scelta elettorale e in cui le decisioni pi rilevanti sono prerogativa di gruppi ristretti. In questo stesso filone si colloca anche la lettura proposta da Rita Di Leo nel suo Il ritorno delle elites (Manifestolibri, Roma, 2012, euro 15.00). In questo volume, Di Leo traccia infatti un disegno storico delle tappe che hanno condotto le lites o, meglio, le lites strettamente economiche a riconquistare un ruolo dominante, non pi contrastato dagli attori politici, e anzi capace di subordinare la politica ai propri interessi. In questo senso, Di Leo nota soprattutto per i suoi studi sullUnione Sovietica, oltre che per la sua attiva partecipazione allavventura teorica e politica delloperaismo italiano degli anni Sessanta non nasconde certo le implicazioni della sua tesi, esplicitate fin dalle prime righe del libro: Il ritorno delle lites alla luce del sole dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle lites economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste allombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello Stato sociale (p. 9). Naturalmente, il primato delle lites non costituisce una novit, ma per Di Leo lelemento inedito rappresentato dal fatto che le lites conquistano oggi direttamente quel potere politico su cui nel passato si erano limitate a esercitare una pressione, rispettando una sorta di informale divisione del lavoro. In altri termini, il ritorno delle lites corrisponde a un trionfo delleconomia, la quale ottiene il posto di comando e cancella ogni autonomia della sfera politica. La forma che vede leconomia al posto di comando estende peraltro al Vecchio continente un assetto proprio degli Stati Uniti, e rompe con le due forme storiche principali assunte dallautonomia della politica nella tradizione europea, ossia la politica di potenza e quella che di Di Leo definisce come la politica progetto. Se la politica di potenza - che implica una certa subordinazione delle lites economiche agli obiettivi di potenza dello Stato dominante per buona parte della modernit europea, la politica progetto nasce invece nel Novecento, e ne contrassegna la vicenda almeno dal 1917: proprio a partire da quel momento ogni progetto politico deve essere esteso alla massa, e non pu pi rimanere circoscritto alle lites. Naturalmente Di Leo non concepisce il modello europeo come lesito della vittoria delle masse sulle lites, perch riconosce come anche la politica progetto novecentesca
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abbia alla base lazione di minoranze, le quali risultano per nettamente distinte tanto dalle lites economiche quanto lites aristocratiche. Si tratta, in altre parole, di un ceto politico che esprime nella propria composizione, cos come nel proprio profilo ideologico una (almeno relativa) autonomia della politica, e che si riassume nella figura europea del politico professionale, nella declinazione weberiana o in quella leniniana. proprio questo modello che va in crisi negli anni Ottanta, i primi segnali del mutamento vengono ritrovati da Di Leo nella crisi dellUrss, una crisi che incomincia a palesarsi con larresto della crescita economica alla fine degli anni Settanta e che risulta ulteriormente aggravata dalla guerra in Afghanistan. Non appena questi segnali di crisi esplodono, la contrapposizione fra le due Europe si esaurisce, e lautonomia della politica comincia a dissolversi. Secondo Di Leo le lites economiche gettano le basi del loro successo ancora prima del 1989, e cio nel momento in cui accettano il terreno di uno scontro culturale e politico. A vincere il confronto, scrive Di Leo, stata llite economica, con la scelta di adattarsi allo Stato sociale penetrando nel gioco della politica democratica. In altri termini, le lites economiche degli anni Sessanta e Settanta accettarono la sfida e si fecero avanti non solo con propri programmi ma soprattutto con le loro ben maggiori risorse economiche e culturali, per cui vinsero e poterono consumare i frutti della vittoria (p. 35). E il risultato allora quasi paradossale: Nelle condizioni create dallautonomia della politica, legemonia andata agli strati sociali protagonisti dellagire economico. Il primato delle lites economiche stato lesito naturale della competizione democratica con le lites politiche dello Stato sociale. Sono proprio le regole della democrazia vincente che hanno dato il primato al mondo delleconomia (p. 36). La riscossa delle lites secondo lanalisi di Di Leo si compie daltronde tanto sul lato culturale, quanto su quello strettamente materiale, con un indebolimento delle strutture del welfare State. Pi in generale, la democrazia maggioritaria e la logica del primato delleconomia esprimono una cultura ostile a comportamenti politici collettivi e sono orientati al rapporto diretto, quello tra il singolo e il deputato che ha contribuito ad eleggerlo o quello tra il lavoratore e il capo con cui lavora (p. 43). Ma, soprattutto, le lites europee prendono atto che lo spazio della politica e i margini stessi dellautonomia della politica si sono ormai assottigliati, fino a svanire. Quando ricostruisce la vittoria delle lites economiche, Di Leo ricerca naturalmente le cause che hanno sancito lesito della sconfitta della politica progetto e che hanno determinato la conclusione della vicenda dallautonomia della politica. Ma, a questo proposito, si tiene piuttosto distante dalla tentazione di ritrovare meccanismi causali rigidi,
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preferendo percorrere la strada dellinterpretazione del mutamento. Per esempio osserva: Qual il rapporto di causa-effetto? Sono le lites politico-professionali ad avere perso, consentendo di conseguenza alle lites economiche di prendere nelle loro mani il potere politico, per la prima volta nella storia? Oppure nellandamento ciclico della societ delluomo davvero maturato il ciclo delleconomia al posto di comando, e dunque non avrebbe senso cercare di capire chi ha vinto e chi ha perso tra luna e laltra lite. Semmai serve fare un confronto tra luso del potere dei politici professionali degli Stati nazione e quello delle lites economiche sovranazionali (p. 95). Proprio un simile confronto conduce Di Leo a ritrovare un netto scarto fra la prospettiva nazionale, che contrassegna sempre le singole classi politiche, dallorizzonte tendenzialmente universale delle lites economiche. In altre parole, si tratta di confini dallestensione ben diversa, ed la stessa vocazione universale a consentire la vittoria alle classi dirigenti economiche. Anche per questo, infatti, le lites economiche sono diventate un modello di riferimento universale quando hanno sciolto i legami dal proprio luogo di origine e quando hanno realizzato strategie sovranazionali la cui natura universalmente chiara (p. 96). Bench si tenga lontana da spiegazioni deterministiche, c per un processo che assume un ruolo di primo piano nel discorso di Di Leo, ed rappresentato dalla presenza dellUnione Sovietica: non certo perch Di Leo consideri lUrss come un modello positivo, o come un esperimento socialista riuscito, ma perch la sfida costituita dallalternativa sovietica allorigine di una competizione che coinvolge non tanto (o prevalentemente) il piano della contrapposizione internazionale fra due Superpotenze, quanto il piano del modello di sviluppo e di protezione sociale. Per molti versi, dunque la costante pressione del nemico sovietico a costringere lOccidente e in special modo lEuropa ad accettare il terreno di una competizione in cui la variabile determinante diventa la capacit di integrare effettivamente le masse nello Stato e di garantire elevati livelli di benessere. Nella seconda met del Novecento - scrive infatti Di Leo in un passaggio importante - il successo della politica-progetto degli Stati-nazione europei dipeso dalla loro volontnecessit di competere con lesperimento sovietico. La concorrenza si basata su un obiettivo apparentemente limitato: il cambiamento materiale delle condizioni di vita della massa, con il conseguente consenso di massa al governo delle lites. Lobiettivo appariva limitato al confronto della politica progetto sovietica, che prospettava la realizzazione di una societ alternativa al capitalismo, alle sue lites, alla loro cultura, arte e persino religione. Lesperimento sovietico si fondava sul principio cardine del primato della politica. La politica al posto di comando era il mezzo per cambiare la societ, per cui era inteso che
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si trattasse di una grande politica, con una strategia allaltezza della politica di potenza messa in atto nei secoli in cui lEuropa era padrona del mondo. [] Lesperimento sovietico ha avuto una forte attrazione per le masse (e per molti intellettuali), ed stato con esso che le lites si sono confrontate per due volte. [] Nel 1945-1989, quando la minaccia si era concretizzata e una gran parte dellEuropa orientale e met della Germania stavano ormai sperimentando il modello sovietico (con ci stesso scoprendo e patendo le contraddizioni tra progetto teorico e programma politico), proprio allora le lites politiche europee si misero con successo in concorrenza con la politica progetto sovietica. Il risultato fu il compromesso con gli uomini delleconomia, che port al welfare state, caposaldo dellepoca doro per la societ europea: lepoca in cui lavoro e capitale si legittimarono reciprocamente nelle specifiche funzioni, e allo stesso si corresponsabilizzarono nei confronti delle aspettative di massa (pp. 87-88). Il compromesso, o, meglio, larmistizio - come lha definito Alfio Mastropaolo, alludendo alle basi sociali ed economiche della democrazia postbellica destinato a essere messo in discussione dal progressivo venir meno della minaccia sovietica: una minaccia che inizia a dissolversi gi alla fine degli anni Settanta, perch lUrss appare sempre meno in grado di mantenere quegli elevati tassi di sviluppo economico e di modernizzazione sociale (che pure aveva mostrato nei due decenni successivi al Secondo conflitto mondiale), e perch il blocco del socialismo reale si disgrega alla fine degli anni Ottanta. Ed cos proprio lOttantanove a far scemare insieme allUrss quella tensione che stava alla base del compromesso: con la scomparsa dellUrss si allentarono i fili che avevano tenuto insieme le politiche dei governi europei, e le relazioni sindacali e politiche tra lite e massa. La triangolazione del welfare state fu messa in questione da proposte culturali orientate a restituire per intero alle lites il loro ruolo di comando. E questa volta erano le lites economiche a chiederlo, come protagoniste dellopportunit che si era aperta con la sconfitta dellesperimento sovietico e, con esso, del primato della politica. Le lites economiche europee troncarono i legami con tutto ci che avevano accettato sino ad allora e, nella nuova fase storica apertasi con il 1989, si orientarono versoi il capitalismo finanziario sovranazionale, con le sue attraenti modalit di successo immediato. Lorientamento non riguard soltanto la finanziarizzazione delleconomia ma anche il contesto politico-culturale (pp. 87-88). I risultati del mutamento innescato dal 1989 si riflettono oggi nella distanza fra lites e masse, una distanza sempre pi profonda, che sia negli Usa, sia in Europa non sembra presentare margini cambiamento sostanziale, e che tende a dissolvere la stessa
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idea che possa esistere un interesse pubblico. Non c pi una cultura politica che legittima lesistenza di un pubblico interesse, di relazioni equilibrate tra gli strati sociali, tra chi lavora, chi possiede e chi comanda (p. 102), e inoltre, osserva Di Leo, la dimensione del potere economico non ha i limiti del passato perch le lites non hanno avversari, non hanno nulla da temere dalle lites politiche, da governi, parlamenti, partiti, sindacati, movimenti dopinione (p. 102). Tanto che lunica reale traccia di una breccia sembra venire, per Di Leo, soltanto dalle critiche di Occupy Wall Street, perch questo movimento al di l della sua effettiva consistenza politica infligge un primo rilevante colpo alla indiscussa legittimazione del potere delle lites economiche e finanziarie. Il discorso di Di Leo pu essere considerato come una sorta di introduzione allo studio delle lites e delle loro trasformazioni, tra XX e XXI secolo. In questo senso, sono due le intuizioni che risultano particolarmente preziose: in primo luogo, lidea di considerare in modo affiancato seppur non sovrapposto la dimensione interna e la dimensione internazionale, perch probabilmente solo in questo modo si pu evitare il rischio di collocare la storia delle democrazie novecentesche in una sorta di vuoto pneumatico, e dunque di interpretare le pressioni esterne e in particolare la pressione costituita dallUnione Sovietica solo come elementi marginali; in secondo luogo, lattenzione riservata alla dimensione materiale e culturale del ritorno delle lites, perch proprio questultima dimensione in grado di cogliere un salto effettivo nella storia delle classi dirigenti globali. Linteresse per la dimensione culturale diventa in effetti cruciale per unanalisi che voglia tenersi lontano dalla tentazione deterministica di leggere nei mutamenti nel livello politico soltanto i riflessi di ci che avviene sul piano delleconomia globale. Ma diventa importante anche perch si pu intravedere davvero, a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, un significativo mutamento nel profilo culturale delle lites e nella logica della loro azione, tanto che non sarebbe improprio scomodare a questo proposito la formula gramsciana dellegemonia. Il rischio di ogni indagine dedicata alle lites daltronde quello di disegnare una sorta di mappa genealogica destinata a condurre allombra di qualche grande vecchio, e di interpretare cos la politica come il risultato di unazione pianificata da qualche esclusivo gruppo che agisce in modo occulto. E anche le indagini sul ritorno delle lites tendono spesso a replicare questo schema. Ci non significa naturalmente che non esistano gruppi, pi o meno occulti, pi o meno esclusivi, che mirano a influire sulle decisioni pubbliche, ma il punto piuttosto che riescano effettivamente a esercitare un potere significativo. Da questo punto di vista, gli ultimi trentanni hanno scandito davvero le tappe
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di un progressivo smantellamento dellautonomia della politica, ed proprio grazie a questo vuoto di potere che, in qualche misura, le lites di cui parla Di Leo sono riuscite a penetrare senza incontrare rilevanti resistenze. I lineamenti di interpretazione proposti da Di Leo sono daltronde interessanti perch hanno il merito di attirare lattenzione su una serie di interrogativi che una ricostruzione della storia degli ultimi quattro decenni in unottica che non sia provinciale non pu in alcun modo eludere. Tra questi interrogativi, un posto di rilievo occupato da un meditato ripensamento del ruolo che lUrss ha giocato nel passaggio fra gli anni Settanta e Ottanta, ossia nel periodo in cui Reagan lancia la propria sfida allImpero del Male, in cui le economie occidentali riescono a riconquistare una certa vitalit, e in cui, viceversa, i paesi del blocco socialista si rivelano incapaci di superare la stagione fordista. Un interrogativo ancora pi significativo per probabilmente rappresentato dal tipo di potere su cui si regge davvero la super-lite globale. Il mutamento nel rapporto fra economia e politica, e fra mercato e democrazia, non pu infatti essere compreso senza considerare quel processo di finanziarizzazione che si determina a partire dagli anni Ottanta e che prosegue nei due decenni seguenti. Questa dinamica certo anche un risultato dellazione che le lites svolgono, sia sotto il profilo materiale, sia dal punto di vista culturale. Per esempio, quella che si identifica con il termine globalizzazione oltre che una dinamica innescata dallevoluzione tecnologica soprattutto lesito di scelte politiche con cui gli Stati nazionali decidono di ridurre le barriere alle transazioni finanziarie. Senza dubbio, si tratta di decisioni assunte su pressione dei grandi investitori, ma sono anche scelte suggerite, sostenute e ampiamente legittimate da lites intellettuali, che solo semplicisticamente possono essere considerate come unemanazione delle lites economiche. Dal punto di vista di una storia culturale, ci si potrebbe chiedere per quale motivo simili posizioni non abbiano incontrato resistenze rilevanti, se non in ambienti marginali, e siano diventate maggioritarie nellarco di alcuni decenni anche nelle comunit scientifiche occidentali. Ma avrebbe poco senso chiedersi se gli intellettuali abbiano svolto una funzione di pura cinghia di trasmissione degli interessi dei gruppi finanziari, o se invece abbiano conservato una loro autonomia (pi o meno relativa) anche in questa fase. Come sempre, quelle connessioni che facile districare a livello teorico, risultano molto pi ingarbugliate nella pratica, tanto che tentare di sbrogliare la matassa degli interessi economici, delle tensioni ideologiche, delle posizioni intellettuali, per cercare di capire dove stia il bandolo, diventa unoperazione persino inutile, oltre che probabilmente impraticabile. Pi semplicemente, si pu forse ipotizzare che le misure che procedevano
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nel senso della finanziarizzazione, e le proposte teoriche che le legittimavano sotto il profilo teorico e politico, abbiano avuto la meglio solo perch, in quel momento specifico, funzionavano. In altre parole, quelle proposte risultavano molto pi affascinanti di altre anche perch offrivano una via duscita alla crisi degli anni Settanta, e perch consentivano occasioni redditizie per quella massa di capitali che non trovavano pi uno sbocco appetibile in investimenti produttivi. Cos, non si pu dimenticare come proprio la finanziarizzazione sia stata alla base della ripresa (certo pi apparente che reale) delle economie occidentali, oltre che della fine della Guerra fredda. Oggi i limiti di quel modello di crescita risultano piuttosto evidenti, e quasi nessuno pi disposto a esaltare in modo incondizionato i pregi di un capitalismo finanziario. Ma ripercorrendo la genesi di quel processo, che diventa possibile capire anche il potere delllite contemporanea. Forse, proprio osservando il processo di finanziarizzazione dellultimo trentennio, il profilo delle nuove classi dirigenti globali diventa infatti addirittura pi inquietante. E non tanto perch riveli il volto di unoligarchia inattaccabile. Quanto perch a dispetto di quanto possiamo sospettare rischia piuttosto di mostrare come le lites contemporanee siano molto pi simili a un gigante dai piedi dargilla. Damiano Palano