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Igiene lezione 10: Clorazione dell’acqua e classi di

disinfettanti
Ricapitolazione: la disinfezione ha lo scopo di ridurre la carica microbica; i disinfettanti
usati si dividono in fisici naturale e chimici; di notevole importanza è la correlazione tra
tempo e concentrazione che nell’insieme conferiscono al disinfettante l’efficacia, ossia la
capacità di distruggere o inattivare i germi utilizzando le più basse concentrazioni possibili
nel minor tempo possibile (se uso una bassa concentrazione, tutelo l’operatore ed il
substrato su cui sto lavorando). Le due grandezze sono tra loro inversamente
proporzionali (aumentando la concentrazione il tempo diminuisce); in particolar modo il
sublimato corrosivo è stato il primo disinfettante ad essere studiato: è stato sparso su di un
substrato, se dopo in minuto il germe era ancora presente allora gli sperimentatori hanno
protratto il tempo mantenendo fissa la concentrazione e individuando così il tempo
necessario affinché il disinfettante agisse (stessa cosa con la concentrazione); nel
sublimato corrosivo il tempo e la concentrazione hanno lo stesso peso sull’efficacia perché
se si raddoppia la concentrazione, il tempo si dimezza e viceversa; tale disinfettante è
molto tossico per l’operatore, è una polvere bianca. Per tutti i disinfettanti la relazione che
c’è tra il tempo e la concentrazione dipende da un coefficiente, “n”, che può essere definito
come la “carta d’identità” di un disinfettante e consente di distinguere i buoni disinfettanti
da quelli cattivi perché hanno caratteristiche diverse; a seconda delle condizioni decido se
usare quelli con n>1 o con n<1, sapendo che nel primo caso pur variando di molto la
concentrazione il tempo non varia moltissimo, mentre nel secondo caso a piccole
variazioni di concentrazione corrispondono grosse variazioni di tempo (-> il “piccolo” ed il
“grosso” sono dati relativi). Il coefficiente n viene ricavato attraverso almeno due
concentrazioni e due tempi, impostando un modello matematico a due equazioni, e visto
che viene utilizzato lo stesso substrato le due equazioni si possono eguagliare fino a
trovare l’incognita. In alcuni disinfettanti l’efficacia può migliorare variando semplicemente
la temperatura di 10 °C e anche in questo caso esiste un coefficiente che è il coefficiente
termico, corrispondente a “k” il quale lo si ricava o mantenendo costante la concentrazione
(il k è un rapporto tra due tempi, t1 e t2, ove quest’ultimo è il tempo necessario a quel
disinfettante di agire quando la temperatura dell'ambiente è ‘incrementata di 10 °C, quindi
se l’incremento della temperatura funziona il t1 è maggiore di t2 e allora avrò un k sempre
maggiore di 1) o il tempo (il k è un rapporto di concentrazioni, C 1 e C2, dove quest’ultimo
corrisponde alla concentrazione da usare se aumento la temperatura di 10 °C, e anche in
tal caso ho un k>1 poiché la C1 è più grande dell’altra). Quando più è elevato il coefficiente
termico tanto più il disinfettante sarà efficace, perché l’aumento della temperatura di 10 °C
rende il disinfettante migliore.

CLORAZIONE ACQUA: l’acqua che giunge nelle case è disinfettata con il cloro, e perché
deve essere clorata? Il rischio più grosso è che la rete fognaria e quella di distribuzione dei
paesi “viaggiano” parallelamente in due tubature separate, per cui può capitare che ci
siano delle infiltrazioni tra le due reti e quindi l’acqua che a monte risulta disinfettata
quando arriva nelle case non è potabile. Come ci si rende conto che è un’acqua
disinfettata? L’acqua destinata al consumo umano non deve contenere patogeni né germi
e un modo per capirlo è analizzarla (occorrono in media 72 h), però esistono altri metodi
che sfruttano le caratteristiche del cloro; quest’ultimo è un alogeno (settimo gruppo della
tavola periodica), quindi è fortemente elettronegativo, hanno la capacità di acquistare
elettroni (->ossidanti) e di strapparli a substrati riducenti. Il cloro viene usato molto come
disinfettante, ma si parla soprattutto di un particolare cloro definito CLORO ATTIVO (Cl0).
Il cloro si trova prima dello iodio nella tavola periodica, entrambi sono disinfettanti e
ossidanti (Cl- e I-), ma tra i due quello migliore è il cloro perché più elettronegativo. Per
dare una definizione di cloro attivo, supponiamo di avere una soluzione di ioduro di
potassio (KI), un sale che in acqua si dissocia ne gli ioni K + e I-; aggiungo ipoclorito di
sodio, contenente Cl0, il quale strapperà l’elettrone allo iodio e si forma Cl -, questo perché
la sua elettronegatività è più elevata; in soluzione avrò dunque Cl -, I0 e K+ e questa
reazione non può avvenire al contrario, ossia Cl- non può tornare ad essere Cl0 in quanto
si trova nella forma ridotta quindi non è capace di strappare altri elettroni; da qui si deduce
che il cloro attivo è quel cloro capace di spostare lo iodio dallo ioduro di potassio.
Questo Cl0 lo si trova a livello dell’ipoclorito di sodio (15% di Cl 0), della varecchina (cloro
attivo presente all’1%), ipoclorito di calcio (40% di cloro attivo), cloro gassoso (Cl 2 -> 100%
di cloro attivo), biossido di cloro (ClO2, che è più ossidante del cloro attivo perché la
differenza sta nel numero di ossidazione, Cl0 per passare a Cl- ha bisogno di un solo
elettrone mentre nel caso del biossido di cloro che ha valenza +4, quel cloro per passare a
Cl- ha bisogno di cinque elettroni, pertanto se per disinfettare un substrato mi occorre una
x mole di Cl0, usando il biossido di cloro me ne servirebbe la quinta parte; attualmente tutti
gli impianti delle acque sono a base di ipoclorito di sodio o di biossido di cloro.
Tuttavia il cloro può interagire con altri elementi presenti all’interno dell’acqua come il
bromo, metalli e formare i cosiddetti BIOPRODUCTS, sottoprodotti altamente
cancerogeni. La legge stabilisce che la quantità di acqua che arriva nelle case non deve
superare lo 0.2 mg/L di cloro perché altrimenti la disinfezione non andrebbe a buon fine; il
cloro viene aggiunto a monte, all’acquedotto, e mentre arriva alle nostre case si consuma
in quanto potrebbe aver ossidato materiale organico. Il cloro attivo è presente in due
varianti, cloro attivo libero, il quale è quello che è presente nell’acqua del rubinetto, e
cloro attivo combinato; quest’ultimo è il caso in cui il cloro va a reagire con le sostanze
organiche presenti in acqua e si originano altri composti definiti cloroammine, le quali
hanno comunque un forte potere disinfettante non tanto quanto il cloro attivo in quanto il
cloro risulta combinato; questo è quello che si ha nelle piscine ove le cloroammine hanno
un tempo di azione più lento.
Come si fa a capire se è presente cloro nell’acqua? Avendo 0.2 mg/L di cloro vuol dire che
non è presente alcuna forma vivente o substrato organico; generalmente non si ricorre al
metodo batteriologico perché molto lungo, bensì all’uso di un colorante, la orto-toluidina
(ammina che in posizione orto ha un gruppo amminico, ridotto dall’ossidante al gruppo
NO2), la quale quando viene ossidata la soluzione in cui si trova si colora di giallo e quanto
più è intenso il colore giallo che registro tanto più cloro è presente; qualora dopo aver
aggiunto l’orto-toluidina non c’è viraggio di colore il che significa che non vi è cloro, allora
si procede con l’analisi microbiologica. Come si fa a risalire alla concentrazione di cloro
che è presente? Si costruisce una retta di taratura, quindi un sistema di assi cartesiani
dove sull’asse delle ascisse si pone la concentrazione di cloro aggiunto e sull’asse delle
ordinate, l’assorbanza che è registrata dallo spettrofotometro; l’assorbanza è direttamente
proporzionale alla concentrazione di cloro; a questo punto, sfruttando la legge di Lambert
e Beer, conoscendo l’assorbanza ci si può ricavare la concentrazione.
La presenza di cloro attivo assicura la non presenza di patogeni e di saprofiti: supponiamo
che l’acqua sia contaminata dalla rete fognaria, quindi posso trovare una quantità notevole
di germi e visto che la maggior parte delle malattie sono a trasmissione oro-fecale, se in
quell’acqua trovo dei saprofiti, ho una buona probabilità di trovare anche patogeni.
Un sistema ideale, ossia dove non è presente alcun tipo di fonte organica ma solo cloro, è
rappresentato dall’acqua distillata: se ad essa aggiungo 1 mg di cloro attivo, dopo un po’
misuro con l’orto-toluidina e quindi con la legge di Lambert e Beer il quantitativo di cloro
che mi ritrovo che è lo stesso (1mg) poiché il cloro non alcun substrato da ossidare. (Vedi
grafico sottostante).
Cl0
trovato Tanto cloro attivo viene aggiunto,
mg/L 3 tanto me ne ritrovo (il cloro non si consuma)
2
1
0 1 2 3
Cl0 aggiunto mg/L
Nella realtà questo non è così poiché l’acqua con cui abbiamo a che fare è ricca di tanti
componenti, quindi ciò che interessa è un’acqua batteriologicamente pura nel senso senza
saprofiti né patogeni. Il primo prodotto del metabolismo batterico è il sale d’ammonio che
deriva dalla degradazione dei composti azotati; da qui alcuni sperimentatori hanno
costruito un ulteriore grafico che rispecchia una situazione più reale:
trasformazione
cloro distruz. Formazione di composti distruz. di cloro libero
residuo Cl cloro-organici e cloroam.
mg/L residuo cloroammine

0.5
0.4
0.3
0.2
0.1 breakpoint

0 0.1 0.2 0.3 0.4 0.5 0.6 0.7 0.8 0.9 10 cloro
aggiunto
mg/L

Inizialmente nell’acqua è stata aggiunta ammoniaca, e poi di volta in volta veniva aggiunto
cloro attivo; di conseguenza con l’utilizzo dell’orto-toluidina e la legge di Lambert e Beer si
è visto che il cloro attivo non era proprio presente in quanto viene completamente
consumato, passa tutto a Cl-. Ad un certo punto man mano che si aggiunge cloro, il
quantitativo di quest’ultimo comincia ad aumentare (non in modo proporzionale) e si tratta
del cloro attivo combinato, ma con cosa? È il cloro combinato con i prodotti
dell’ammoniaca tant’è che dalla reazione si forma NH 2Cl, che è la monocloroammina;
dopodiché continuo ad aggiungere cloro, il quale può avere due destini, o reagire ancora
con l’ammoniaca e formare monocloroammine, oppure reagire con quest’ultime così da
originare le dicloroammine e poi le tricloroammine; ora il processo di ossidazione
dell’ammoniaca è terminato; mettendo l’orto-toluidina comunque la soluzione si colorerà di
giallo perché le cloroammine hanno potere ossidante anche se più basso di quello del
cloro libero. Nel frattempo continuo ad immettere cloro ed avendo solo tricloroammine,
anch’esse si consumano con conseguente formazione di N 2 e Cl- (NCl3 + Cl0 -> N2 + Cl-),
quindi qui il cloro non è più attivo poiché presente in forma ridotta. Alla fine continuando ad
aggiungere cloro si ritorna alla situazione iniziale, (aggiungo cloro attivo, ritrovo cloro
attivo) e tale punto (vedi grafico-> un’inversione della curva) è definito BREAKPOINT, che
una volta superato garantisce che quell’acqua è disinfettata perché tutto quello che
doveva essere ossidato lo è stato, e ciò lo si deduce, sempre facendo le indagini con la
legge di Lambert e Beer e l’orto-toluidina, dal fatto che aggiungendo cloro me ne ritrovo un
quantitativo sempre più elevato; dunque è solo dopo il breakpoint che la clorazione
dell’acqua è stata efficace e cosa più importante è che il cloro presente è il cloro attivo
libero, l’unico ad assicurare che l’acqua è pura, si può dire che è sterilizzata.

[Curiosità: perché le salsicce, i salami comprati sono sempre rossi, mentre quelli fatti in
casa col tempo diventano scuri? Il motivo è che si mantengono rossi in quanto vengono
aggiunti i nitriti, precisamente i nitriti di sodio; il colore, anche della carne, è dovuto alla
presenza di emoglobina, la quale si ossida e per questo il colore diviene più scuro. Coloro
che fanno i salumi aggiungono nitriti che possono trasformarsi in nitrati, e nel contempo
vanno a competere con l’emoglobina per sfruttare l’ossigeno; quello che succede è che ad
ossidarsi sono questi nitriti mentre l’emoglobina rimane invariata per cui la carne è rossa].

I disinfettanti chimici si dividono in inorganici ed organici; tra gli inorganici vi sono gli acidi
e le basi (i primi in acqua liberano ioni H+, mentre le basi liberano ioni OH-), che fanno
variare il pH per cui inducono reazioni di idrolisi a livello della struttura cellulare che si
disgrega così ho ottenuto la mia azione battericida. Gli acidi soprattutto quelli più forti non
sono molto usati come disinfettanti perché potrebbero arrecare danni all’operatore e al
substrato, anche se la loro efficacia è piuttosto elevata; normalmente gli acidi utilizzati nei
processi di disinfezione sono: acido solforico (H2SO4) diluito al 40%, ossia su 100 mL 60
sono dell’acido e 40 di acqua, ed è un acido utile per la disinfezione degli animali morti);
acido borico diluito al 3-5% che serve per disinfettare gli occhi ad esempio in caso di
congiuntivite.
Tra le basi vi è l’idrossido di sodio, l’idrossido di calcio che sfruttando il coefficiente termico
sono dei disinfettanti efficaci.
Tra i Sali di metalli-pesanti vi è il sublimato corrosivo.

ALDEIDI -> chimicamente è un composto carbonilico caratterizzato da un gruppo


carbonilico a cui sono legati un idrogeno ed un gruppo funzionale R. Le aldeidi sono buoni
disinfettanti ma in particolare quelle aventi in catena laterale(R) il numero di carboni più
basso e quindi l’aldeide, disinfettante per eccellenza è la formaldeide, la quale essendo
presente sotto forma di gas viene principalmente usata per gli ambienti confinati (stanze,
scuole..). Tuttavia la formaldeide ha un forte inconveniente ovvero quello di essere
altamente tossica, di conseguenza gli ambienti che vengono disinfettati devono essere
areati; un altro inconveniente è che è un disinfettante si dice di superficie poiché non ha
potere penetrante; inoltre, è un gas molto leggero per cui ad esempio non è possibile
usarla per i pavimenti in quanto salirebbe in superficie; non è corrosivo.
Esiste in commercio sotto diverse forme:
· Polimeri -> si dà il tempo alla formaldeide di liberarsi da questi e disinfettare;
· Soluzione acquosa-> si parla di formalina o formolo (40% aldeide formica),
usati per imbalsamare i cadaveri e quindi evitare la putrefazione;
· Soluzioni saponose -> detersivi come il “Lysoform”.

La formaldeide necessita concentrazioni molto elevate e tempi lunghi di contatto, infatti, ha


un potere d’azione piuttosto lento per cui conviene lasciare agire per almeno sei ore.
Occorre areare bene l’ambiente e per accelerare questo si ricorre ad un escamotage,
ovvero che aggiungendo ammoniaca alle aldeidi si formano le cosiddette
ammonoaldeidi; nel caso invece della formaldeide si viene a formare un’altra sostanza,
l’urotropina:

4 NH3 + 6 + 6 H 2O

formaldeide urotropina

Un disinfettante delle vie urinarie e per l’uomo non


diventa tossico, perché blando.