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Tutte le azioni derivanti da moti dell’animo [ex affectibus] che si riferiscono alla mente in

quanto intende le riconduco alla fortezza [Fortitudinem], che distinguo in fermezza


[Animositatem] e generosità [Generositatem]. Per fermezza intendo infatti il desiderio per
cui ciascuno tende a conservare il proprio essere sotto i soli dettami della ragione. Per generosità
intendo invece il desiderio per cui ciascuno tende, sotto i soli dettami della ragione, ad aiutare tutti
gli altri uomini e a stringere con loro amicizia (EIIIp59s).

È qui che la generosità compare per prima volta nell’Etica, e viene presentata come un affetto
attivo, come una potenza della mente considerata in sé stessa, cioè “in quanto intende”: in quanto è
potenza di pensiero. La si definisce come un desidero immediatamente orientato verso gli altri,
come forza produttiva di amicizia. Allora, fermezza e generosità si intrecciano in un rapporto di
reversibilità all’interno dell’affetto fondamentale della Fortitudo come inclinazione immanente
verso il bene: la conservazione di sé e la conservazione dell’altro, dal punto di vista della ragione,
sono necessariamente simultanee. Ovvero: la perseveranza del conatus si stabilisce in una
dimensione nettamente collettiva.
Questo è dunque il fine al quale tendo: acquisire una tale natura e cercare che molti insieme a
me l’acquisiscano; cioè fa parte della mia felicità anche l’impegnarmi perché molti altri
comprendano ciò che io ho compreso e perché il loro intelletto e i loro desideri si accordino
con i miei. Perché ciò avvenga, è necessario ‹in primo luogo› capire della Natura quello che
basta ad acquisire una simile natura umana; quindi fondare una società tale quale è da
desiderare, affinché quanti più uomini è possibile vi giungano nella maniera più facile e
sicura (TIE, I, §14, p. 117 ed. cit.).

Il bene che vuole per sé chiunque pratichi la virtù, lo desidererà anche per tutti gli altri
uomini, e tanto più quanto maggiore sarà la conoscenza che avrà di Dio (EIVp37).

La determinazione egoista dell’utilitas è, per contro, l’effetto di un difetto cognitivo: dell’ignoranza


delle condizioni adeguate della realizzazione del conatus. Il problema allora e che proprio tramite la
nozione di conatus, la virtù e il bene sembrano definirsi come auto-conservazione:

Ciascuna cosa, nel suo essere in sé, tende a continuare nel suo essere (in suo esse perseverare
conatur) (EIIIp6)

Le cose che fanno sì che si conservi il rapporto di moto e quiete che hanno tra loro le parti
del corpo umano, sono buone; sono invece cattive quelle che fanno sì che le parti del corpo
umano abbiano tra loro un rapporto di moto e quiete diverso (EIVp39).

Quanto più ciascun uomo ricerca il proprio utile, tanto più gli uomini sono tra loro di
reciproca utilità. Infatti quanto più ciascuno cerca il proprio utile e tende a conservare il
proprio essere, tanto più e dotato di virtù ossia, il che è lo stesso, tanto più e dotato di
potenza per agire secondo le leggi della sua natura, ovvero per vivere sotto la guida della
ragione. Ora gli uomini si accordano per natura soprattutto quando vivono sotto la giuda
della ragione; dunque gli uomini saranno tra loro vicendevolmente utili soprattutto quando
ciascuno cercherà soprattutto il proprio utile (EIVp35c2).