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N ARRATIVA
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OVECENTO

—6—

Collana diretta da Anna Dolfi

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LUCIANO CURRERI
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LE FARFALLE DI MADRID
L’ANTIMONIO, I NARRATORI ITALIANI
E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

BULZONI EDITORE

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compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico.
L’illecito sarà penalmente perseguibile a norma dell’art. 171
della Legge n. 633 del 22/04/1941

ISBN 978-88-7870-223-3

© 2007 by Bulzoni Editore


00185 Roma, via dei Liburni, 14
http://www.bulzoni.it
e-mail: bulzoni@bulzoni.it

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INDICE
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«Giravamo intorno a Madrid come di notte le farfalle


intorno al lume». Prodromi e postumi sciasciani
11 1. Storia, filosofia, critica sociale e impegno politi-
co: approssimazioni a un’etica del linguaggio ne
L’antimonio (1960)
42 2. Contro la sindrome dell’ultimo intellettuale e
l’esigenza di totalità
48 3. «Sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? che
cosa è stata veramente?»
56 4. «Farfalle intorno al lume». Breve storia di un’im-
magine
61 5. Il fuoco, la paura, la memoria, l’infanzia e «i ra-
gazzi affamati con fame anche di città nuove e
mondo da vedere»
101 6. Conclusioni provvisorie e aperture

Un quarto di secolo di tradizioni perdute (1936-1960) e


un rapido sconfinamento
119 1. «E poi mi piace chiacchierare». Problemi di un
discorso letterario sulla guerra civile spagnola e
concatenazioni dell’immaginario tra passato e
presente
153 2. Prima di Sciascia. Tradizioni perdute o inesi-
stenti?
228 3. Dopo L’antimonio. Un rapido sconfinamento

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Tra Madrid e Guernica. Aggiornamenti sulla narrativa ita-
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liana, la guerra di Spagna e le sue città ferite (1991-2006)


243 1. Oggi: limiti cronologici e ipotesi di rassegne tra
Novecento e Duemila
277 2. Appunti sul ritorno della guerra civile spagnola
in altri narratori italiani e stranieri (traduzioni,
interviste, recensioni)
296 3. Romanzi, racconti e percorsi tematici: Madrid,
Guernica e le altre città ferite nella narrativa ita-
liana

315 Postfazione

323 Indice dei nomi

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Ai miei genitori, Antonio e Luisa,


e ai miei due nonni:
Matteo Curreri (Grotte 1903-Torino 1984),
peregrino antifascista
per via di un suo « preferirei di no»...
e Paolo Scalabrin (Quartiere 1922-Russia 1942 [?]),
scomparso in un’altra guerra,
che forse era la stessa...

Qualcuno insinuò che stesse per scoppiare una bomba,


come si era visto di recente in un film sulla rivoluzione
russa.
– Dura da tanto tempo la guerra, nonna ?
– No, figlia mia, quella di oggi è un’altra guerra. E altre
ne verranno ancora.

Fabrizia Ramondino, Guerra di infanzia e di Spagna

[...] volgendosi ora a Robert Jordan come se parlasse a


una scolaresca, quasi come se tenesse una conferenza.
[...]
«E poi mi piace chiacchierare. È l’unica cosa civile che
ci è rimasta. Come potremmo distrarci, altrimenti ?
Quello che dico non t’interessa forse, Inglés?»

Ernest Hemingway, Per chi suona la campana

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«GIRAVAMO INTORNO A MADRID COME DI
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NOTTE LE FARFALLE INTORNO AL LUME»


PRODROMI E POSTUMI SCIASCIANI

1. Storia, filosofia, critica sociale e impegno politico: approssi-


mazioni a un’etica del linguaggio ne «L’antimonio» (1960)

Titolare e iniziare con una citazione è un vizio. Ma citare


Leonardo Sciascia per la guerra civile spagnola (1936-1939) è
una virtù. Perché Sciascia, con L’antimonio, il lungo racconto che
chiude la seconda edizione de Gli zii di Sicilia (1960), è uno dei
pochi narratori italiani del Novecento ad essersene ricordato e ad
averne sposato il dramma, a partire dalla sua regione e con un « io
narrante» che – dice con garbo e fermezza Claude Ambroise 1 –
« nonostante la raffinatezza della modellizzazione narratologica»,
cui faremo parco ricorso nel paragrafo 4, « rimane il segno, quin-
di la concreta manifestazione, di una ambivalenza nella quale
“io” si identifica, sì e no, con l’autore in carne e ossa» 2.

1
Claude Ambroise, Il libro nel libro, in La Sicilia, il suo cuore. Omaggio a Leo-
nardo Sciascia (1992), II ed. a cura di Maria Lucia Ferruzza, Palermo – Racalmu-
to, Fondazione L. Sciascia – Fondazione G. Whitaker, 1998, [pp. 39-45], p. 40.
2
E, oltre a ribadire l’importanza e il ruolo dell’autore, al di là delle sue varie,
inevitabili morti, ci sembra che il forte suggerimento di Ambroise sia da misurare
in relazione a quella « ondata narratologica degli anni settanta» che in modo para-
dossale ha contribuito, secondo Carlo Alberto Madrignani, « a smaterializzare
l’oggetto-romanzo sottraendolo alle dinamiche del contesto», ovvero anche a ren-
dere in parte la narrativa un’entità astratta (astorica, afilosofica, apolitica), senza
una vera collocazione nel passato e nel presente, contesti lunghi di una ricezione
dialettica, di una storia della critica che, quando non è stata più storia (storia del
passato e del presente insieme) ma solo critica (e soprattutto teoria critica), è en-
trata sempre più in crisi. Cfr. l’intervista a Carlo Alberto Madrignani di Mariolina
Bertini e Lidia De Federicis pubblicata su «L’Indice», 9, 2005, p. 13.

11

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Ma se « l’io narrante non va esclusivamente identificato con
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la serie ex-zolfataro siciliano, reduce di guerra, futuro bidello» 3,


la Sicilia non va esclusivamente rintracciata nella regione natale
di Sciascia, più o meno presentificata e legata alla generazione
dello scrittore. Anche se quest’ultima è simbolica delle genera-
zioni che non devono dimenticare – verso le quali sembra dav-
vero muovere l’ex-zolfataro siciliano nel finale dell’Antimonio –
e forse pure di « un presente che si risolve nell’azione [...] in
connessione con un’idea di futuro, anche ravvicinato» 4.
La Sicilia come tale, comunque, contiene i prodromi della
guerra, in senso storico, concreto, collettivo, con l’Italia fascista
che eredita i « poveri disoccupati delle Due Sicilie» e li impiega
nelle guerre d’Etiopia, di Spagna e poi in « un’altra, magari più
grande» 5. La stessa Sicilia, poi, raccoglie provvisoriamente i po-
stumi del conflitto, ma non si presenta come un point d’ancra-
ge. La regione di Sciascia non è un approdo, non può accogliere
i postumi della guerra, ma solo farli transitare. Perché la guerra
c’è stata – c’è ancora (le « tremende cose che io avevo vissuto e
che la Spagna viveva») 6 – e non può risolversi nel siciliano oriz-
zonte di partenza, magari in seno a un’« astrazione – come dire ?
– geografico-climatica» 7.

3
C. Ambroise Il libro nel libro cit.
4
Lionello Sozzi, Vivere nel presente. Un aspetto della visione del tempo nella
cultura occidentale, Bologna, il Mulino, 2004, p. 12.
5
Leonardo Sciascia, L’antimonio, in Gli zii di Sicilia, Torino, Einaudi,
«Coralli»,1960, II ed., ché la prima, senza L’antimonio, appare nei «Gettoni»,
nel 1958; nel 2005 Einaudi l’ha ristampata in una «Edizione fuori commercio
riservata ai clienti dell’organizzazione rateale». Noi citiamo dall’ottava edizione
dei «Nuovi Coralli» del 1980 (la prima è del 1972), pp. 204 e 216. Cfr. Le Edi-
zioni Einaudi negli anni 1933-2003, Torino, Einaudi, «Piccola Biblioteca Ei-
naudi», 2003, p. 730.
6
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 227.
7
L. Sciascia, Il Gattopardo (1959), in Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta,
Salvatore Sciascia Editore, 1961 e 1968, ora in Opere 1984.1989, a cura di
Claude Ambroise, Milano, Bompiani, «Classici», 1991; ma si cita dall’edizione
dei «Classici» in brossura, 2002, [pp. 1160-1169], p. 1161: «La Sicilia del Gat-

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E ciò, si badi, non significa sposare il criterio del « romanzo
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[...] senza retroterra e perfino senza terra (in nome del rifiuto
idealistico di parlare di racconto siciliano, sardo, toscano o di
altri contesti)», con cui giustamente polemizza Madrignani di
recente 8. Del resto e non a caso, con parole dello stesso studio-
so, possiamo allontanare la Sicilia sciasciana da « colorito loca-
le» e « scetticismi lungimiranti» 9 e distanziare, nello specifico,
L’antimonio dal cronologicamente vicino Il gattopardo (1958)
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
In tal senso, anzi, L’antimonio, del 1960, sembra quasi di-
ventare la romanzesca risposta di Sciascia al Gattopardo, dopo
quella critica del 1959 10, e prima de Il consiglio d’Egitto (1963),
l’« antigattopardo» per Giancarlo Vigorelli, come è noto 11. Di
più. Forse come esperimento di « romanzo storico» – ovvero,
secondo lo stesso Sciascia, come « opera [...] in cui gli accadi-
menti rappresentati sono parte di una “realtà storicizzata”, cioè
conosciuta e situata, nel suo valore e nelle sue determinazioni,
in rapporto al presente» 12 – L’antimonio sembra pure diventare

topardo ha un vizio di astrazione – come dire ? – geografico-climatica».


Sull’evoluzione del giudizio di Sciascia sul Gattopardo, nell’arco, almeno, di un
ventennio, dal 1959 al 1979, cfr. Manuela Bertone, Tomasi di Lampedusa, Pa-
lermo, Palumbo, 1995, pp. 99-100.
8
Cfr. ancora l’intervista a Carlo Alberto Madrignani di Mariolina Bertini
e Lidia De Federicis pubblicata su «L’Indice», 9, 2005, p. 13.
9
Carlo Alberto Madrignani, Cassola e altri « buoni maestri», in L’ultimo
Cassola. Letteratura e pacifismo, Roma, Editori Riuniti, 1991, [pp. 85-105], p.
97, che conclude: « la linea gattopardesca è la quintessenza di questo siciliani-
smo autoassolvitore».
10
Cfr. ancora L. Sciascia, Il Gattopardo (1959) cit., ma anche Mario Alica-
ta, Il principe di Lampedusa e il Risorgimento italiano (1959), in Scritti letterari,
Introduzione di Natalino Sapegno, Milano, Il Saggiatore, 1968, pp. 337-353.
11
Sul «Tempo», 26 febbraio 1963, citato in C. Ambroise, Introduzione a
Sciascia, Milano, Mursia, «Invito alla lettura», 1974 e 1983, p. 219.
12
L. Sciascia, Verga e il Risorgimento (1960), in Pirandello e la Sicilia cit.,
poi in Opere 1984.1989 cit., p. 1147. Nunzio Zago – che pure dà ragione a
Sciascia quando questi riconosce che nel Gattopardo il presente si fa passato, « è
sottoposto – per così dire – a un’operazione di invecchiamento» – dice che « il

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la versione sciasciana di C’è stata la guerra (1945), che apre la
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terza sezione, Politiques, di Sens et non sens (1948) di Maurice


Merleau-Ponty e da cui è utile citare qualche riga per il prosie-
guo del nostro discorso.

Siamo stati portati ad assumere e a considerare come nostre non


solo le intenzioni e il senso che i nostri atti hanno per noi, ma an-
che le conseguenze esterne di tali atti, e il senso che assumono in
un certo contesto storico 13.

In « un certo contesto storico», quale è quello rappresenta-


to dalla guerra civile spagnola, il duplice investimento del nar-
ratore sciasciano – il suo rendersi intimamente partecipe del
conflitto e insieme il suo sposare le « conseguenze esterne» di
tale, intima partecipazione – è all’origine di uno dei racconti
più riusciti e complessi della narrativa italiana del Novecento.
In esso, il contesto storico non è un semplice scenario del passa-
to – « sfondo o atmosfera» 14 – e la sua frequentazione deve in-
verare nel presente quei « valori di libertà, autenticità, traspa-
renza» che resterebbero « puramente nominali, senza un’infra-
struttura sociale ed economica che li traduca in realtà»: «Lo

problema è ben altro: è che lo scrittore [Tomasi di Lampedusa] si trova al di là


della nozione lukácsiana di realismo, e che quindi il modello canonico, ottocen-
tesco, di “romanzo storico” gli va stretto, gli appare ormai inadeguato». Cfr.
Nunzio Zago, I Gattopardi e le Iene. Il messaggio inattuale di Tomasi di Lampe-
dusa, Palermo, Sellerio, 1983, p. 36.
13
Maurice Merleau-Ponty, C’è stata la guerra (1945), in Senso e non senso
(1948). Introduzione di Enzo Paci, Milano, il Saggiatore, 1962, [pp. 169-
183], p. 175. Per la presa di posizione di Merleau-Ponty in relazione alla guerra
civile spagnola cfr. Guy Hermet, La guerre d’Espagne, Paris, Seuil, «Points – Hi-
stoire», 1989, p. 239: «En mai [1937] succède à ce premier manifeste un se-
cond texte s’élevant contre les bombardements de Durango et de Guernica, au-
quel s’associent pour la première fois des hommes comme François Mauriac,
Charles Le Bras, Gabriel Marcel, Merleau-Ponty, Claude Bourdet et Georges
Bidault. Un peu plus tard [...]».
14
L. Sciascia, Verga e il Risorgimento (1960) cit., p. 1147.

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strumento che permetterà l’inveramento dei valori di un uma-
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nesimo che non voglia restare astratto, ma si faccia forza di tra-


sformazione della situazione umana, è la politica». E « la que-
stione politica viene posta a partire dall’orizzonte di un esisten-
zialismo, incentrato intorno all’analisi della radicazione della
soggettività nel mondo, e aperto ai motivi dell’intersoggettività,
della società, della storia» 15.
I « motivi dell’intersoggettività, della società, della storia» e
l’« analisi della radicazione della soggettività nel mondo» mettono
in contatto, nel racconto di Sciascia, i prodromi (fra cui è anche
« la politica [che] ci sembrava impensabile [...] prima della guer-
ra», sempre secondo Merleau-Ponty 16) e i postumi della guerra:
postumi che, nell’anno della prima edizione de Gli zii di Sicilia
(1958), The Human Condition (1958), « le livre de la résistence
et de la reconstruction» di Hannah Arendt, recupera proprio alla
politica, dopo « le paradoxe épistémologique sur lequel se brise
Les origines du totalitarisme (1951)» 17. Prodromi e postumi sono
poi collocati (e dialetticamente dinamizzati) in seno a un « ritor-
no» che non è soltanto l’approdo del reduce di guerra, del milite

15
Ornella Pompeo Faracovi, Filosofia e politica, in Merleau-Ponty. Esisten-
za, Filosofia, Politica, a cura di Giovanni Invitto, Napoli, Guida, 1982, [pp.
173-197], pp. 176-177 e 175.
16
M. Merleau-Ponty, C’è stata la guerra cit., p. 175.
17
Cfr. Paul Ricœur, Préface (1983) all’edizione francese di Hannah
Arendt, Condition de l’homme moderne, Paris, Calmann-Lévy, 1961 e 1983, poi
Paris, Presses Pocket, «Agora», 1988, [pp. 5-32], pp. 14 e 12. Alcune piste di
lettura di Ricœur relative ai fertilissimi anni Cinquanta vengono confermate
dalla pubblicazione di H. Arendt, Denktagebuch (1950-1973), München, Piper
Verlag GmbH, 2002, di cui è recente l’edizione francese, Journal de pensée
(1950-1973), Paris, Seuil, 2005, volume I, pp. 45-512, e volume II, pp. 667-
803; questo diario di lavoro ci aiuta a capire meglio l’articolazione tra Le origini
del totalitarismo – con le bozze corrette nel 1951, alle origini del journal – e La
condizione dell’uomo moderno (1958), tra il lato critico e quello costruttivo
dell’opera arendtiana, specie in relazione al tema della politica, alla sua possibi-
lità, alla sua umanità e alla sua fragilità, alla responsabilità e alla salvaguardia di
un mondo comune, plurale.

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mutilato, ma uno scenario della soggettività che anche come dato
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più intimo, individuale, riceve e amplifica quello storico, colletti-


vo, fino a saldare « quegli esseri singoli ognuno dei quali è di per
sé un mondo» 18 con la human condition.
La mutilazione, allora, è già la « forza di trasformazione del-
la situazione umana»: la mano perduta è il corpo sociale perdu-
to, da cui ci si stacca, come vedremo, anche secondo modalità
note di critica sociale e impegno politico, e al tempo stesso è il
corpo sociale nuovo che si profila nel finale aperto del racconto:
«Voglio vedere cose nuove» 19. Di più. Nella coppia dei prodro-
mi-postumi della guerra civile spagnola – che contempla un
doppio iter del protagonista quale «Sicilia-Spagna-Sicilia-altro-
ve» (altrove italico, certo, ma con la «Spagna nel cuore» 20) –
L’antimonio si sforza complementarmente di esperimentare le
forme d’esercizio del potere e le forme di padronanza di sé, gra-
zie, per l’appunto, a una soggettività esposta che, quasi come in
« una “iniziazione” del soggetto, o ancora meglio una “iniziazio-
ne al soggetto”» 21, non è mai sconnessa da « tutti gli altri uomi-
ni» e da un « esercizio etico» che non è certo « la decisione carte-
siana di un soggetto filosofico che rivolge su se stesso, in circo-
stanze neutre e comunque ottimali per l’esperimento, il raggio
della luce intellettuale» 22:

18
M. Merleau-Ponty, C’è stata la guerra cit., p. 175.
19
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 230.
20
L. Sciascia, Ore di Spagna. Introduzione di Natale Tedesco, Fotografie
di Ferdinando Scianna, Marina di Patti, Pungitopo, 1988, poi Milano, Bom-
piani, 2000, p. 29.
21
Carlo Sini, Etica della scrittura, Milano, Il Saggiatore, 1992, p. 215, ci-
tato in Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio, Mila-
no, Feltrinelli, 1994, pp. 31-33.
22
Ivi, p. 31. Ma cfr. ancora C. A. Madrignani, L’ultimo Cassola. Letteratu-
ra e pacifismo cit., p. XV: «I filosofi non accettano lezioni dai fatti. Le Idee han-
no una loro spontanea superiorità che aspetta di essere « inverata» nelle vicende
del basso mondo. Solo gli uomini comuni, quelli tanto amati da Cassola [e an-
che da Sciascia, per Madrignani, che non casualmente lo colloca, ripetiamolo,
fra i « buoni maestri» che costituiscono l’orizzonte letterario e civile di Cassola;

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Io sono andato in Spagna che sapevo appena leggere e scrivere
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[...] e son tornato che mi pare di poter leggere le cose più ardue
che un uomo può pensare e scrivere. E so perché il fascismo non
muore, e tutte le cose che nella sua morte dovrebbero morire son
sicuro di conoscere, e quel che in me e in tutti gli altri uomini do-
vrebbe morire perché per sempre il fascismo muoia 23.

Si badi. Non si tratta del «“microfascismo” della vita di tut-


ti i giorni» su cui si concentra quel Michel Foucault che, per
Michael Walzer, « ha poco da dire sulla politica autoritaria e to-
talitaria» e « sembra non credere in via di principio all’esistenza
di un dittatore o di un partito o di uno stato [...]» 24. L’antimo-
nio, a questo proposito, è molto chiaro, come vedremo 25.

ivi, pp. 85-105], che non attingono all’altezza del Pensiero Assoluto, credono
che dall’esperienza possa nascere qualche forma di sapere e lumi per la prassi».
23
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 204.
24
Michael Walzer, La politica solitaria di Michel Foucault, in L’intellettuale
militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento (1988). Introduzione
di Saverio Vertone, Bologna, il Mulino, 1991, [pp. 245-267], p. 260.
25
E non si tratta nemmeno del « fascismo eterno» di cui parla a più riprese,
dal 1995 ad oggi, Umberto Eco, talora con (più o meno) esplicita lettura di un
ventennio all’acqua di rosa e soprattutto con « interpretazione a-storica e trans-po-
litica», giustamente rilevata da Alessandro Campi in un intervento del 1996.
L’anno successivo, invece, per Antonio Tabucchi il saggio di Eco è « davvero con-
siderevole», ché « le etichette cambiano, la sostanza resta». Cfr. Umberto Eco,
Totalitarismo « fuzzy» e Ur-Fascismo, «La Rivista dei Libri», 7-8, 1995, e con tito-
lo Il fascismo eterno in Cinque scritti morali, Milano, Bompiani, 1997, pp. 25-48,
breve raccolta i cui temi sono in parte ripresi nel più imponente (e più politico) A
passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano, Bompiani, 2006.
Per l’« interpretazione a-storica e trans-politica» di Eco cfr. Alessandro Campi,
Che cos’è Alleanza nazionale, «Trasgressioni», 21, 1996, e ora in Il nero e il grigio.
Fascismo, destra e dintorni, Roma, Ideazione Editrice, 2004, pp. 455-499; in par-
ticolare pp. 461 e 491. Su questa raccolta d’articoli, spesso « acuta», che ci per-
mette di seguire la parabola del fascismo, dalla sua fondazione alla Repubblica so-
ciale italiana di Salò e fino ad Alleanza Nazionale, cfr. il giudizio positivo di Bru-
no Bongiovanni, Un’associazione a delinquere. Il fascismo tra parentesi e totalitari-
smo, «L’Indice», 3, 2005, p. 7. Si scorra infine Antonio Tabucchi, La gastrite de
Platon, Paris, Mille et une nuits, 1997 e La gastrite di Platone, Palermo, Sellerio,

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Per Sciascia, far transitare per la Spagna e la guerra civile
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spagnola l’iniziazione sopra citata non significa evadere facil-


mente il punto di vista del povero e anonimo disoccupato delle
«Due Sicilie» ma cercare piuttosto di andare al di là del corto
circuito continuo tra regressione ed emancipazione o, se si vuo-
le, tra mimetismo, certo rilevabile a livello stilistico 26, e solilo-
quio d’impronta autoriale.
Il letterario (e in parte cinematografico) « mixare linguaggi
e codici non solo eterogenei, ma pure divaricati, vale a dire col-
tissimi e plebei» – a livello etico, e non solo, messo bene in luce
da Antonio Di Grado – non deve far necessariamente scompa-
rire Sciascia come intellettuale nella storia della ricezione e ma-
gari confinarlo del tutto – con giudizio prospettico forse in par-
te legittimo ma certo non valido come lettura retroattiva – nel
registro più disimpegnato di quel ‘postmoderno’ e/o di quel
« vasto “ceto medio culturale” in cui cultura alta e cultura di
massa si confondono», secondo, per esempio, le disavventure
dell’impegno tracciate e raccolte, lungo gli anni Ottanta e No-
vanta, ne L’esteta e il politico (1986) e L’eroe che pensa (1997),
da Alfonso Berardinelli 27.
Leonardo Sciascia pare muoversi piuttosto, in talune sue
opere ( le prime, soprattutto), verso l’esigenza di stare discosto
da se stesso, come suggerisce a più riprese Giuseppe Traina nei
suoi ultimi interventi sciasciani. All’altezza de L’antimonio

1998, p. 58, pamphlet dove un altro intervento dello stesso Eco è il punto di par-
tenza polemico dell’autore di Sostiene Pereira (1994), particolare romanzo di for-
mazione di un eroe intellettuale âgé, su cui cfr. il terzo capitolo di questo volume.
26
Enrico Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, Einaudi,
1997, p. 274.
27
Antonio Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco e)
nero su nero, in « Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta». Per Sciascia, dieci
anni dopo, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore e Fondazione L. Scia-
scia, 1999, [pp. 65-74], p. 68. E cfr. Alfonso Berardinelli, L’esteta e il politico.
Sulla nuova piccola borghesia, Torino, Einaudi, 1986, e L’eroe che pensa. Disav-
venture dell’impegno, Torino, Einaudi, 1997.

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dal successo, perché si concretizza, come vedremo in dettaglio


più avanti, in un’istanza plurale che sfuma e allontana il narci-
sismo d’artista. E potremmo quasi dire – ricuperando Sciascia
al presente in questa prospettiva, almeno dagli anni Sessanta ai
Novanta, anni di bilanci intensi per il nostro e per il Novecen-
to – che lo scrittore siciliano pare muoversi verso « l’esigenza di
stare discosti da noi stessi, di prendere tempo e spazio sul no-
stro narcisismo» e finanche verso il riconoscimento di un’illu-
sione: « L’illusione [...] che il soggetto parlante sparisca: spari-
sca non come enunciante della frase ma perché vi ha preso
completamente dimora » 28. Nell’alveo di questa illusione, il
punto di vista del povero e anonimo disoccupato delle « Due
Sicilie » diviene parte integrante e importante di un esercizio
etico, di un’etica del linguaggio. Tale linguaggio, poi, non
smarrisce e non bolla il povero e anonimo disoccupato, il mili-
te mutilato e il futuro bidello, che tendono via via ad abitarlo
come figure della distanza 29.

28
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., pp. 23
e 24.
29
Né li consegna « all’intolleranza più tremenda», come vorrebbe in fin dei
conti Eco, a cui piace identificare tale intolleranza in « quella dei poveri, che sono
le prime vittime della differenza», e affidarla a scritti che si vogliono « morali» e
che sembrano invece rispondere – nei generici e non condivisi assiomi – a quel
diffuso « engagement alla rovescia» in virtù del quale – secondo l’Adriano Sofri
raccolto dal Tabucchi della citata Gastrite di Platone – « alcuni intellettuali nostri
coevi impegnano strenuamente la propria firma per prendersela coi poveri, i de-
boli, i malvisti». Dice Eco: «Non c’è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodot-
to, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più
pericolosa». Certo, se sfumiamo l’uso di due categorie così generiche e, più sot-
tilmente, ne facciamo una questione d’istruzione o ancora di disagio sociale
complessivo, come pare fare Eco in altri interventi (A toutes fins utiles, in Jean-
Claude Carrière, Jean Delumeau, Umberto Eco, Stephen Jay Gould, Entretiens
sur la fin des temps, réalisés par Catherine David, Frédéric Lenoir et Jean-Philip-
pe de Tonnac, Paris, Fayard, 1998, pp. 235-295, in particolare pp. 262-264), al-
lora le coordinate di Eco possono in parte tornare utili; non tanto, comunque,

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Stare discosto da se stesso e stare discosti da noi stessi, nel
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duplice e progressivo senso sopra indicato, non significa essere


distaccato/i. E contro l’immagine di uno Sciascia distaccato e
magari anche nutrito di quell’« estraneo, e indicativo, distacco»
rimproverato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa 30 (e poi com-
preso, in un giudizio meno categorico 31), e anche contro l’im-
magine di uno Sciascia sdegnato o scettico, tra ironia e buon
senso, simile in questo ad Eco, secondo un bilancio critico di fi-
ne secolo su cui ritorneremo 32, aggiungerei subito – con Paolo
Manganaro e un suo intervento del 1991 dedicato a Sciascia e la
Spagna – che nei testi sciasciani « alla fine, non c’è naufragio
con spettatore. Nessuna isola generazionale [o di classe]»:

per il milite mutilato ma per i vecchi e il segretario del fascio, che quali estremi
della comunità paesana oscillano fra ignoranza e propaganda verso la fine de
L’antimonio. Si scorra Umberto Eco, Le migrazioni, la tolleranza e l’intollerabile,
in Cinque scritti morali cit., pp. 93-113; in particolare p. 106. Poi, per le pagine
di Sofri, due lettere a Antonio Tabucchi pubblicate su «L’Espresso» il 16-10-
1997 e il 29-1-1998, cfr. A. Tabucchi, La gastrite di Platone cit., [pp. 63-72, 72-
76], p. 63 e anche p. 71: « Questa Italia, che non sa immaginare di chiedere per-
dono, ma sa esigerlo all’infinito e ritualmente dai battuti e dai deboli [...]». Ne-
gli stessi anni, l’ultimo Bobbio – così vicino al primo, quello raccolto in Politica
e cultura, Torino, Einaudi, 1955 e 2005, Nuova Edizione, con Introduzione di
Franco Sbarberi, oltre che nei saggi (1953-1992) de Il dubbio e la scelta. Intellet-
tuali e potere nella società contemporanea, Roma, Carocci, 1993 – scriveva nelle
pagine iniziali dell’Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi, Roma-Bari, Laterza,
1997 e 1999, p. 9: «Siamo stati educati a considerare tutti gli uomini uguali, e a
pensare che non c’è differenza fra chi è colto e chi non è colto, chi è ricco e chi
non è ricco. Ho ricordato questa educazione a uno stile di vita democratico in
una pagina di Destra e sinistra, in cui confesso di essere sempre stato a disagio di
fronte allo spettacolo delle differenze, tra ricchi e poveri, tra chi sta in alto e chi
sta in basso nella scala sociale, mentre il populismo fascista mirava a irrigimenta-
re gli italiani in una organizzazione sociale che cristallizzasse le disuguaglianze».
Cfr. Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione po-
litica, Roma, Donzelli, 1994 e soprattutto la seconda edizione del 1995, richia-
mata in nota, con rinvio a p. 129.
30
L. Sciascia, Il Gattopardo cit., p. 1169.
31
Cfr. ancora M. Bertone, Tomasi di Lampedusa cit., pp. 99-100.
32
Cfr. il paragrafo 2 di questo capitolo.

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Il grande privilegio di questo scrittore che ci ha condannati a
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comprenderlo è che lui non è mai restato fuori, a tenere i fili, co-
me un burattinaio, dei suoi personaggi. Anche quando palese-
mente si tratta di una finzione, come nel caso dello zolfataro
dell’Antimonio, di una finzione intellettualistica, di un personag-
gio cui Sciascia assegnava gusto, sensibilità e pensieri che non po-
tevano competergli, anche in questo caso il nostro scrittore viene
subito allo scoperto, assume su di sé la responsabilità di ciò che
l’ombra o l’eidolon di uno zolfataro poteva dire 33.

Estendendo le osservazioni mirate di Paolo Manganaro


con quelle che Pier Aldo Rovatti dedica ai nostri tentativi –
« di noi abitatori di questa terra, uomini qualunque dell’oggi»
– di Abitare la distanza (1994), potremmo dire che non resta-
re fuori significa anche avere « il pudore di riconoscere di stare
all’interno del gioco, e dunque di essere giocati» : « il pudore
come distanza » non ci parla « della vita appartata di un saggio
che si allontana dalle cose del mondo», né di « un chiamarsi
fuori, come se il soggetto [...] che non si esaurisce nel soggetto
grammaticale, e perciò neanche in una dispersione di “io”,
avesse la possibilità di spostarsi o di essere già all’esterno, assu-
mendo per sé una delle figure della tradizionale gamma filoso-
fica che oscilla tra lo spettatore disinteressato e il “funzionario
dell’umanità”» 34.
Assumere su di sé la responsabilità di ciò che l’ombra o l’eídolon
di uno zolfataro poteva dire significa anche il rigetto – come sugge-
risce con forza Carlo Alberto Madrignani a proposito del « miglior
Sciascia, quello che ha lasciato un vuoto che non si vede come
possa essere colmato» – « di estasi paesaggistiche, di colorito locale,
di passionalità, di psicologismi “metafisici”, di scetticismi lungi-

33
Paolo Manganaro, Sciascia e la Spagna, in Omaggio a Leonardo Sciascia,
Atti del Convegno Internazionale di Studi, Agrigento 6-8 aprile 1990, a cura di
Zino Pecoraro ed Enzo Scrivano, Agrigento, 1991, [pp.191-197], pp. 192-193.
34
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., pp. 22,
12, 18.

21

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miranti» 35. Una prova in tal senso è già l’epigrafe de L’antimonio
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(1960), tratta da Conquistador (1932) di Archibald Mac Leish,


che abbraccia la causa repubblicana durante la guerra civile.

And the Cardinal dying and Sicily over the ears – Trouble enou-
gh without new lands to be conquered... We signed on and we
sailed by the first tide... 36

Non scordando che Sciascia crea un mito della sicilitudine


molto al di là (o al di qua) della realtà in cui realmente viviamo
e che talora si dispone perfino a contraddire tale visione mitiz-
zante, potremmo sempre segnalare con Paolo Manganaro che, a
partire da « una specie di “ontologia regionale”», tale epigrafe
vara, tra Sicilia e Spagna, una serie di « costruzioni culturali im-
pure, che non dovevano reggersi con un solo elemento, ma che,
come in una specie di struttura ad assi trasversali, si equilibras-
sero sull’intreccio e la compresenza di più elementi» 37.
Ancora. Tali costruzioni non poggiano solo su una fre-
quentazione sincronica di più elementi geografici, fisici, all’in-
terno del tempo dato e in qualche modo finito della finzione,
ovvero la seconda metà degli anni Trenta, ma li acquisiscono
diacronicamente e ne estendono in tal senso premesse e conse-
guenze storiche lungo il tempo delle generazioni che non devo-
no dimenticare: i prodromi della guerra della Sicilia-Spagna si
saldano così con i postumi della guerra della Spagna-Sicilia. La
ruse del « ritorno» a casa, al paese, non è più praticabile, e da un
pezzo. Non c’è Eden, non c’è mai stato, e il romanzo, il roman-
zo italiano moderno, quello che si suole far partire da Alessan-
dro Manzoni, è senza idillio 38.

35
C. A. Madrignani, Cassola e altri « buoni maestri» cit., pp. 96 e 97.
36
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 165.
37
P. Manganaro, Sciascia e la Spagna cit., p. 193.
38
Al problema dell’idillio nei Promessi Sposi ha dato « sistemazione decisi-
va» Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio. Saggio sui «Promessi sposi», Torino,

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Forse proprio come lettore di Manzoni, forse come scritto-
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re siciliano e erede di una sfida storica e romanzesca dell’Otto-


cento, Sciascia nega anche il « dettaglio del “lieto fine”». Tale
dettaglio – che, potremmo forse suggerire con Yosef Hayim Ye-
rushalmi, per lo storico (manzoniano) è dimora di Dio e per la
memoria (sciasciana) tende invece a presentarsi come divinità,
autorità, contro la quale bisogna insorgere 39 – è « chiave per in-
tendere I promessi sposi nei suoi limiti e nella sua grandezza» ed
è manifestazione dell’« uomo classico» e del « gran signore», ov-
vero della « superiorità» e della conseguente « ironia» di colui –
dice Sciascia citando Il Gattopardo – « che elimina le manifesta-
zioni sempre sgradevoli di tanta parte della condizione umana e
che esercita una specie di profittevole altruismo» 40.
Insomma, non c’è Eden e non c’è « lieto fine»; un lieto fine
magari introdotto, servito da un marchese manzoniano o da
uno di quei ricchi siciliani che – col coro del popolo tutto,
dell’intera società del paese, povera e ricca – nelle pagine finali
dell’Antimonio dicono al protagonista: « ti sei fatto i soldi, puoi
campare tranquillo ora» 41. E non casualmente, allora, nell’Anti-
monio, il ritorno, come vedremo, implica una partenza, un por-
tarsi « fuori della Sicilia», con finale aperto che circolarmente
recupera e sposa l’epigrafe 42.
Ma bisogna notare subito che in tal modo Sciascia vuole
suggerire al lettore un doppio cammino critico dell’eroe e pro-
prio in seno al tempo delle generazioni che non devono dimen-
ticare. Anche per questo l’eroe non ha nome e più facilmente
inscrive se stesso in una nozione di memoria collettiva –

Einaudi, 1974. Ma cfr. Guido Baldi, «I promessi sposi»: progetto di società e mito,
Milano, Mursia, 1985, pp. 10-12, 121-133, 185-196.
39
Yosef Hayim Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio, in Yosef Hayim Yerushal-
mi, Nicole Loraux, Hans Mommsen, Jean-Claude Milner, Gianni Vattimo, Usi
dell’oblio (1988), Parma, Pratiche, 1990, [pp. 9-26], p. 21.
40
L. Sciascia, Il Gattopardo cit., pp. 1163, 1169 e 1162.
41
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 228.
42
Ivi, p. 230.

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halbwachsiana – e in una fenomenologia della memoria – hus-
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serliana e ricœuriana – che supera l’impasse del chi ricorda a fa-


vore, a vantaggio del che cosa si ricorda e anche del che cosa si
cerca di ricordare (che è poi la « quête d’un souvenir») 43.
Certo, Sciascia autore e critico – e eroe intellettuale (cate-
goria brombertiana del 1960) – assume la responsabilità finan-
che nominale di ciò che l’ombra o l’eídolon di uno zolfataro po-
teva dire, ma l’anonimato, l’essere anonimo di costui, deve an-
che e soprattutto pensare, dire, scrivere e servire un’esigenza
collettiva: in guerra come in pace, ovvero in quella pace che è
(ancora) guerra. Il nuovo milite ignoto, che non “dorme con-
tento”, non è battezzato e per questo sopravvive, fuggendo an-
che all’empia retorica del monumento ai caduti che – come
suggerisce sempre il Merleau-Ponty di C’è stata la guerra 44 –
trasforma le vittime in eroi: in falsi eroi.
Inizialmente, in seno a una spinta platonica, il cammino cri-
tico principia con l’eroe che lascia il paese – immaginabile con
una certa facilità, ai fini della partenza, come una buia caverna,
riassunto com’è nella miniera dei fuochi e delle ombre 45, nella
zolfara dell’antimonio – e che sembra trovare in Spagna l’illumi-
nazione della Verità, tanto che al suo ritorno gli « pare di poter
leggere le cose più ardue che un uomo può pensare e scrivere».
Questa nuova facoltà favorisce la critica del paese e dei suoi abi-

43
P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli, Paris, Seuil, 2000, pp. 3-4 e
112-163. Sulla « grande proposta» di Ricœur che intorno a questo libro gravita,
in relazione alla problematica storica, cfr. Giuseppe Ricuperati, Apologia di un
mestiere difficile. Problemi, insegnamenti e responsabilità della storia, Roma-Bari,
Laterza, 2005, pp. 143-160.
44
M. Merleau-Ponty, C’è stata la guerra cit., p. 169. E cfr. Victor Brom-
bert, The Intellectual Hero. Studies in the french novel (1880-1955), Chicago,
University of Chicago Press, 1960.
45
Sull’« allégorie platonicienne de la caverne», sulla quale torneremo a più
riprese, e sull’esilio perpetuo che deriva dall’« avoir affaire à des ombres, notre
lot selon Platon» cfr. ora il suggestivo iter letterario, pittorico e cinematografico
di Max Milner, L’envers du visible. Essai sur l’ombre, Paris, Seuil, 2005, pp. 11-
19, 391-411 e 431-437.

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tanti, dagli amici ai familiari, dai vecchi al segretario del fascio.
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Alla critica, in tal senso, è conferita pure, come è noto, una certa
autorità. Ma non è l’autorità a caratterizzare veramente l’eroe, che
non risulta « ingrandito» (anzi appare « ridotto») e non ha « posi-
zione di autorità» (e sembra incarnare, quasi in senso arendtiano,
la scomparsa sofferta dell’autorità, assenza dell’epoca moderna
che i sostenitori del totalitarismo sono stati abili a sfruttare) 46.
A questo stadio, però, il personaggio sciasciano si avvicina
piuttosto al « tipo camusiano di ribelle» 47, che non siede su uno
scranno di giudice come tanti filosofi – magari « nostalgici» (e
non è il caso della Arendt) – e si schiera invece dalla parte dei « va-
lori medi» e della « comune esistenza della storia e dell’uomo, del-
la vita quotidiana illuminata nel miglior modo possibile, dell’osti-
nata lotta contro la degradazione di se stessi e degli altri» 48. Anche

46
Maurizio Bettini, Alle soglie dell’autorità, in Bruce Lincoln, L’autorità.
Costruzione e corrosione (1994), Torino, Einaudi, 2000, [pp. VII-XXXIV], pp.
XXVI-XXIX, XX e XXXI. Del volume di Lincoln si veda poi, ai nostri fini, l’in-
teressante Appendice dedicata a Gli intellettuali e la guerra fredda. Alcune discus-
sioni sull’autorità negli anni Cinquanta e in particolare al famoso intervento
What was Authority? di Hannah Arendt – poi What is Authority? in Between Pa-
st and Future: Six Exercises in Political Thought (1961) – a un convegno del
1956 sull’autorità, « che si tenne dopo la caduta di McCarthy e i primi passi di
Chrus]c]ëv verso la destalinizzazione»; ivi, [pp. 132-148, 185-190], p. 144. Cfr.
H. Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991.
47
M. Walzer, La guerra d’Algeria d’Albert Camus, in L’intellettuale militan-
te. Critica sociale e impegno politico nel Novecento cit., [pp. 177-196], p. 193.
48
Ivi, pp. 185 e 192, che cita Albert Camus, L’artista e il suo tempo, « con-
ferenza tenuta in Italia in varie sedi tra il 26 e il 30 novembre 1955; un estratto
di questa conferenza è stato pubblicato sulla rivista «Il Ponte», XI, 1 (gennaio
1955), pp. 55-59»; ivi, p. 195. Ma cfr. anche l’« anomala» e omonima intervista
che risale al 1953 e che è stata tradotta e raccolta di recente nella prima sezione,
La passione della rivolta, di A. Camus, La rivolta libertaria. Prefazione di Goffre-
do Fofi, a cura di Alessandro Bresolin, Milano, Elèuthera, 1998, pp. 73-76 (pre-
sentazione del curatore a p. 31). In questa direzione e in relazione a Sciascia, si
veda poi C. Ambroise, Sciascia e la rivolta, nel ricco volume, La responsabilità
dell’intellettuale in Europa all’epoca di Leonardo Sciascia – Die Verantwortung des
Intellektuellen in Europa im Zeitalter Leonardo Sciascias, Atti del Convegno,
Pommersfelden 6-10 ottobre 1999, a cura di Titus Heydenreich, Erlangen,

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in Sciascia – come in Albert Camus, cui lo avvicina pure « la pro-
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sa [...] a volte troppo elevata, troppo “nobile” per cogliere dei va-
lori medi» – « prima viene la lotta contro la propria degradazione
e poi, per estensione, contro “quella degli altri” [...] l’onore co-
mincia con la lealtà verso se stessi, non con l’impegno ideologi-
co» 49 (la cui non priorità, che non è una « non scelta», non si tra-
duce comunque e necessariamente in un’assenza).
Un passo, che riporteremo più ampiamente fra poco, se-
gna, a due pagine dalla fine del racconto, questa postura intel-
lettuale del ribelle e dell’eroe:

Univ.-Bibliothek Erlangen-Nürnberg, 2001, pp. 165-186; in particolare, sulla


seconda edizione de Gli zii di Sicilia – che Ambroise fa risalire, anche rispetto al-
le sue indicazioni precedenti relative al 1960 (nella monografia di Mursia e nella
Cronologia delle Opere di Sciascia curate per la Bompiani), al 1961, ribadendo
il dato due volte (pp. 168 e 171), ma senza offrire riscontri – e su L’antimonio si
leggano le pp. 168-173 e 175-176, dove, a partire da L’homme révolté (1951), e
dalle sue prime battute (« Qu’est-ce qu’un homme révolté? Un homme qui dit
non»), si sottolinea che « per l’eroe/anti-eroe del racconto, l’esperienza della Spa-
gna è un apprentissage, l’apprentissage del dire di no, della rivolta, quindi» e, in
relazione al lien tra personaggio e autore di cui si diceva subito all’inizio del capi-
tolo e sempre con Ambroise, che « per una analisi relativa al significato de L’anti-
monio, non presenta grande interesse affermare formalmente che il soggetto
dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione sono un personaggio solo, se non si
sottintende, nello stesso tempo, l’esistenza di una particolare relazione tra autore
e personaggio, e non si sottolinea un rapporto tra il personaggio e la decisione di
scrivere; di scrivere della guerra di Spagna», perché « il testo è l’esperienza della
Spagna, quella registrata dal personaggio, e che va oltre la sua presa di coscienza
immediata» e « la scelta della scrittura consente di affermare sì la solidarietà con i
rivoluzionari, ma soprattutto un non voler abbandonare la coscienza della rivol-
ta» (p. 172). E spostandosi poi all’altezza di Candido ovvero un sogno fatto in Si-
cilia (1977), quando Sciascia « è sociologicamente riconosciuto come un grande
scrittore, è un uomo pubblico», Ambroise ripete che « affermare che tra il perso-
naggio di un racconto e l’autore del racconto esiste un rapporto, per cui il perso-
naggio è anche, per lo scrittore, un modo di situarsi, non significa cadere nel bio-
grafismo» e che « saltare da Gli zii di Sicilia a Candido [e oltre, fino al Cavaliere e
la morte e Una storia semplice] consente di delineare una prospettiva globale sotto
il segno della rivolta» (p. 175). Cfr. infine A. Camus, L’homme révolté, Paris,
Gallimard, 1951 e «Folio – Essais», 1991, p. 27.
49
M. Walzer, La guerra d’Algeria d’Albert Camus cit., pp. 185 e 192.

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[...] ma quando uno torna da una guerra come quella di Spagna,
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con la certezza che la sua casa brucerà dello stesso fuoco, non gli
riesce fare della sua esperienza ricordo e riprendere il sonno delle
abitudini; vuole anzi che gli altri stiano svegli, che anche gli altri
sappiano. 50

In tal senso, è l’intreccio di due istanze diverse ma comple-


mentari, non disgiunte ma dialetticamente connesse, quali mito
e attualità, e fors’anche quali presente estatico e presente che si
risolve nell’azione 51, è l’intreccio contemplabile nella platonica
caverna e nelle parole camusiane relative alla lotta contro la de-
gradazione che sembra costituire un’origine dell’Antimonio,
della sua prima e soprattutto della sua ultima parte, dove affiora
quell’eroe che lotta ostinatamente per sottrarre alla degradazio-
ne gli altri. Da notare e sottolineare poi che l’« ostinata lotta
contro la degradazione di se stessi e degli altri» è al centro di
una conferenza di Camus, L’artista e il suo tempo, tenuta in Ita-
lia in varie sedi e pubblicata parzialmente nel 1955 su «Il Pon-
te» 52, rivista che Sciascia leggeva avidamente.

Lotta, dunque, l’eroe, parlando della Spagna, dei poveri e


dei ricchi, della guerra, del fascismo, di Mussolini, e di fatto
veicolando giudizi sui suoi stessi destinatari, ovvero su quei
compaesani, dagli amici ai familiari, dai vecchi al segretario del
fascio, che non colgono il significato delle sue parole, evolute in
discorsi, in attività critica, finanche, per l’appunto, in giudizi.
Tali giudizi, però, non sono mai verdetti: sono giudizi polemi-
ci, certo, ma in essi non c’è alcuna pretesa di autorità 53: «L’atti-

50
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 228.
51
Cfr. ancora L. Sozzi, Vivere nel presente. Un aspetto della visione del tem-
po nella cultura occidentale cit., p. 12.
52
M. Walzer, La guerra d’Algeria d’Albert Camus cit., p. 195. Ma cfr. qui
la nota 48.
53
Ivi, pp. 195-96.

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vità critica scaturisce da un rapporto più stretto di quanto l’opi-
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nione comune riconosca» 54.

– Ma è bella la Spagna ? – insistevano.


– È come la Sicilia – dicevo – verso il mare bellissima, piena d’al-
beri e di vigne; all’interno arida, « terra di pane» come diciamo
noi, e di pane scarso.
– Sono poveri gli spagnuoli ?
– I poveri sono poveri peggio di noi; e i ricchi son ricchi da fare
spavento, una intera nottata di treno ci vuole per attraversare le
terre di un duca, un feudo che non finisce mai.
– Alla faccia sua ! – dicevano i miei amici. – Qui Mussolini si è
messo contro il feudo, dice che dividerà i feudi ai contadini, in
piazza hanno attaccato manifesti, grosso così c’è scritto « assalto al
latifondo».
– Invece in Spagna noi combattiamo contro quelli che vogliono
spartire i feudi ai contadini.
– Combattiamo per i ricchi in Spagna ?
– Per i ricchi per i preti e per la sbirraglia – dicevo.
– E come può essere ? Per i preti e la sbirraglia si capisce: ma i ric-
chi Mussolini come porci li tratta.
– Per parlare, può dire quello che vuole – spiegavo – ma né io né
voi vedremo mai togliere qualche cosa ai ricchi, mentre Mussolini
campa.
Mia madre mi sentiva fare questi discorsi e con gli occhi e con le
labbra mi faceva segno di tacere [...]. Mio zio Pietro diceva che
non mi riconosceva più, ero partito che a stento riuscivo a dire,
una dietro l’altra, quattro parole: e ora parlavo come un avvocato
delle cause perse; una cosa da pazzi, dopo aver perduto in guerra
una mano, mettermi d’impegno per buscare il confino.
[...] coi vecchi potevo parlare a non finire, mi ascoltavano come
raccontassi le storie dei paladini di Francia, cose lontane [...].
Il segretario del fascio mi guardava come se io fossi andato a far
guerra in Spagna per suo conto, a nome suo: portava fierezza per

54
Ivi, p. 193.

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la mano che io avevo perduto, il paese nostro pesava con la mia
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mano nella bilancia della vittoria 55.

In effetti, quello che Sciascia vuole sottolineare non è l’au-


torità – che resta significativamente appannaggio negativo e
violento del fascismo, del suo potere, della sua retorica vuota,
priva di soggetti e giudizi – ma un passaggio: un passaggio teso
per l’appunto fra soggettività e giudizio, un passaggio che im-
plica un’iniziazione al soggetto più problematica di quella rela-
tiva al romanzo di formazione militare, che comunque ne è par-
te integrante, costitutiva.
Non a caso, tale iniziazione ha le caratteristiche di uno
« strappo violento» rispetto alla comunità – misura necessaria di
quello stesso strappo – e impone conseguentemente l’assunzio-
ne di una certa « distanza» da parte dell’eroe, che come ribelle
non può che buscarsi il confino e deve quindi procedere verso
la seconda tappa, liminarmente ma felicemente rappresentata,
del suo cammino critico: «Voglio vedere cose nuove» 56.
Il « ritorno», insomma, « può essere perfino un’avventura
pericolosa», come tende significativamente a ripetere in « un
singolare racconto» – dal 1949 al 1964 e pur « con importanti
modifiche» – quell’Ignazio Silone che per Luce D’Eramo, e poi
per Giuseppe Papponetti, gioca « l’importante partita di una
“volontà di capire fatta di ritorni”» 57.

55
L. Sciascia, L’antimonio cit., pp. 224-225 e 228.
56
Ivi, p. 230.
57
In nota, almeno, si dovrebbe completare la citazione tagliata per più ra-
gioni nel testo. Si tratta di « una volontà di capire fatta di ritorni in ognuno dei
quali si compie una spoliazione successiva». In prospettiva, in Sciascia, tale spo-
liazione pare oscillare fra il tentativo di uscire dall’esilio e la delusione bruciante
di rientravi, per sempre, un po’ come avviene in George Orwell, per il quale
rinvio a quanto si dirà più avanti nel testo. Ci si riferisce a Ignazio Silone, Ritor-
no a Fontamara, «Comunità», 2, 1949, pp. 50-55; poi La pena del ritorno,
«Tempo presente», maggio 1964, pp. 1-6, e «Il Resto del Carlino», 23 maggio
1964. Ma cfr. a proposito Luce D’Eramo, L’opera d’Ignazio Silone. Saggio critico

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Certo, si potrebbe poi aggiungere, con il più volte citato
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Walzer 58, che « il ritorno è soltanto fisico, la posizione assunta,


invece, è morale e intellettuale». Ma lo zolfataro ha bisogno di
assumere quella posizione interiore, etica, in una distanza e ha
bisogno di esperimentarla altrove, al di là del ritorno che lo ha
posto di fronte allo « strappo violento» rispetto alla comunità;
in seno alla quale l’esperienza della guerra di Spagna è destinata
a non essere perché diventa troppo facilmente ricordo, ovvero
ricordo di « cose lontane», « storie dei paladini di Francia», e
quindi non entra in quanto tale – ovvero anche come intersog-
gettività e come radicazione della soggettività nel mondo – nel-
la memoria collettiva. Ci si trova di fronte al sonno delle abitu-
dini, insomma, e non ad una presa di coscienza. E qui Sciascia
fa un passo avanti rispetto a quella « sorta di sorda e muta rivol-
ta contro il mondo com’è» che Camus abbraccia ne L’étranger
(1942) – non optando comunque per « il registro patetico» gra-
zie a quel Meursault che « non piange, desidera solo eclissarsi,
ritrovare il sonno nello spazio chiuso» – e ne La peste (1947),
dove « si legge che per tutti i prigionieri e per tutti gli esuli la
profonda sofferenza consiste nel “vivre avec une mémoire qui
ne sert de rien”» 59.
Lo zolfataro sciasciano, che non riesce a fare della sua espe-
rienza ricordo e a riprendere il sonno delle abitudini, non pian-
ge e anzi lotta, da esule-eroe, contro la profonda sofferenza che
consiste nel « vivre avec une mémoire qui ne sert de rien». E de-
cide conseguentemente di partire, perché da un lato non può
fare della guerra di Spagna un ricordo di « cose lontane» e

e guida bibliografica, Milano, Mondadori, 1971, pp. 371-377 e Giuseppe Pap-


ponetti, Silone ai piedi di un mandorlo, «L’avvenire dei lavoratori», 3-4, 2003,
pp. 131-142; in particolare pp. 135-136.
58
M. Walzer, Introduzione: la pratica della critica sociale in L’intellettuale
militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento cit., [pp. 13-43], pp.
24-25, ovvero pagine del paragrafo Il critico come eroe, pp. 23-28.
59
L. Sozzi, Vivere nel presente. Un aspetto della visione del tempo nella cultu-
ra occidentale cit., pp. 288-289.

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dall’altro non può farne un vero ricordo per tutti – la « quête
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d’un souvenir» – e insieme un lutto – un lavoro del lutto – al fi-


ne di poter dire, enunciare – e non rimuovere – i conflitti della
memoria individuale e di quella collettiva, che è come filtrata
da una « mémoire manipulée» ovvero da « des abus, au sens fort
du terme, résultant d’une manipulation concertée de la mémoi-
re et de l’oubli par des détenteurs de pouvoir» 60.
Allora, necessariamente, l’impresa critica del nostro deve
continuare altrove, al di là del suo dêmos e finanche della sua ge-
nerazione. E non si tratta di evocare una – magari la vittima – o
più vittime: un familiare, il padre o i compaesani. Anche perché,
come suggerisce Jacques Derrida, « la mort de l’autre [...] n’an-
nonce pas une absence, une disparition, la fin de telle ou telle vie
[...]. La mort déclare chaque fois la fin du monde en totalité, la fin
de tout monde possible, et chaque fois la fin du monde comme to-
talité unique, donc irremplaçable et donc infinie» 61. E non si tratta
soprattutto di proclamarsi vittima tout court e « réclamer sans fin
réparation», giocando magari con un «éloge inconditionnel de la

60
P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli cit., p. 97; ma cfr. almeno pp.
97-104.
61
Jacques Derrida, Chaque fois unique, la fin du monde, Textes présentés
par Pascale-Anne Brault et Michael Naas, Paris, Galilée, 2003, p. 9 (trad. it.
Ogni volta unica, la fine del mondo, Milano, Jaca Book, 2005). Ma l’edizione ori-
ginale, senza, tuttavia, l’Avant-propos da cui si cita (pp. 9-11), è quella america-
na: The Work of Mourning, Chicago, Chicago University Press, 2001. La rifles-
sione di Jacques Derrida muove poi da più lontano, almeno da Politiques de
l’amitié, Paris, Galilée, 1994, e da Spectres de Marx, Paris, Galilée, 1993, dove
suggerisce significativamente che bisogna imparare a vivere «avec des fantômes
ou des spectres» per fare « une politique de la mémoire, de l’héritage et des géné-
rations». Cfr. ancora Chaque fois unique, la fin du monde cit., pp. 15-16, 40-41 e
259-289 (è il saggio dedicato a Lyotard et “nous“, già apparso in Jean-François
Lyotard. L’Exercice du différend, a cura di Dolorès Lyotard, Jean-Claude Milner,
Gérald Sfez, Paris, PUF, 2001, pp. 161-196). Ci sia infine concesso rinviare a
Luciano Curreri, «Dans le leurre du seuil». I «Tombeaux» di Macrí e la ‘soglia’ del-
la poesia, in Per Oreste Macrí, Atti della giornata di studio, Firenze 9 dicembre
1994, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, 1996, [pp. 189-213], pp. 210-213.

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mémoire» (filtrato piuttosto dall’eredità del « per chi suona la
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campana» e da un debito morale verso « la victime autre») 62.


Anzi, la memoria è presentata da Sciascia come un vero
mare magnum, con tanto di vuoti, di inganni, di abusi e poi for-
se, e infine, di usi – e non solo di manipulations – dell’oblio e
del ricœuriano pardon difficile; al di là, beninteso, del forte so-
strato religioso di Paul Ricœur e verso una laica – una più laica
– disposizione a cercare, e grazie a un perdono che comunque
non cerca facili autoassoluzioni e rimozioni e mira piuttosto a
raccogliere e a dire, enunciare – a un quarto di secolo dalla
guerra di Spagna e dall’apogeo del fascismo italiano – il « senso
tragico di una comunità spaccata e ferita» 63.
Emergono, d’altro canto, reminiscenze che potremmo qua-
si dire anamnestiche e che sono sforzi per richiamare quanto è
stato dimenticato in seno a una certa « atrofia della memoria»;
un’atrofia che vuoti, inganni, abusi hanno contribuito a creare,
a imporre. Tale atrofia si confronta poi, in modo sempre più
problematico, con una certa « ipertrofia della storia», rispetto
alla quale, in fin dei conti, è forse lecito chiedersi se « il contra-
rio di “oblio” non sia “memoria”, ma giustizia» 64; quella « visce-
rale avidità di giustizia [...] e diritto» che per Di Grado va valo-
rizzata per liberare « finalmente» Sciascia « dall’aureola di agio-
grafo dello scacco o del martirio» 65.
Insomma, non si tratta di proclamarsi – con facilità e con
modalità alquanto “tradizionali” – una/la vittima della storia,
del suo invadente, pericoloso e concertato imperialismo della

62
Tzvetan Todorov, Les abus de la mémoire, Paris, Arléa, 1995, pp. 13-14
e cfr. ancora P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli cit., pp. 108 e 104.
63
A. Sofri, Prima lettera. Ottobre 1997, in A. Tabucchi, La gastrite di Pla-
tone cit., [pp. 63-72], pp. 65-66.
64
Cfr. Y. H. Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio cit., pp. 9, 12-13, 24, e P.
Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli cit., pp. 105-111, 536-589 e 656.
65
A. Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco e) nero su
nero cit., p. 70. Ma ritorneremo ancora su diritto e giustizia, specie nel para-
grafo 5, citando e discutendo anche Porte aperte (1987).

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memoria e dell’oblio (legato, connesso alla religione e/o al so-
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cialismo, al fascismo) e non si tratta nemmeno di moltiplicare


la distanza e isolarsi con sdegno dal mondo. Del resto, tale di-
stanza non è posta sul tappeto fin dall’incipit ed è solo intravista
alla fine del racconto. Inizialmente, infatti, non c’è « una rottu-
ra volontaria con la comunità». La partenza dello zolfataro dal
paese assomiglia più a una « fuga», impossibile, di fatto, e detta-
ta da circostanze che esploreremo più avanti e ruotano intorno
al fuoco e alla paura dell’antimonio.
Tale impossibile « fuga», corrispettivo di un « ritorno» al-
trettanto impossibile, è certo già significativa, ma non è costrui-
ta « a spese dei legami familiari e civici» 66, all’interno dei quali il
personaggio sciasciano – in seno a quel ritorno di cui deve espe-
rimentare l’impossibilità – cerca pure di ricollocarsi, per quanto
lo faccia come ribelle, come eretico, profeta, intellettuale in ri-
volta 67, come « avvocato delle cause perse».
L’eroe, anche il critico come eroe, che certo in quelle figure
quasi sinonimiche (più affini che antagoniste) tende già ad af-
facciarsi e a manifestarsi, deve in qualche modo assicurare la
« rottura volontaria con la comunità», che si rivela per l’appun-
to nel finale aperto de L’antimonio, dove assume le caratteristi-
che di un distacco che, potremmo aggiungere, è « un meno di
prossimità», un « allontanamento, cui dovremmo esercitarci»;
ovvero « un altro modo di avvicinarci, una trasformazione della
prossimità [...] che risale e intacca il modo comune della cono-
scenza» e che « ci invita a far l’orecchio al ritmo della soggetti-
vità e delle cose, e a usare tappi profondi per non ascoltare più il
canto di quelle sirene che ripetono, fino allo stordimento, che
conoscere = potere, sempre» 68.

66
M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel
Novecento cit., p. 25.
67
Ivi, p. 193.
68
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., pp. 36-
37 e 40.

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Queste osservazioni rovattiane, ancora tratte da Abitare la
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distanza (1994), potrebbero essere utilmente accompagnate da


altre di Maurice Blanchot; il Blanchot, in particolare, de Les in-
tellectuels en question (1984 e 1996), il cui limite – che è un po’
il limite generale di ogni discussione più o meno recente sugli
intellettuali e l’impegno, « parola desueta o retorica» ma che è
necessario conservare, magari con virgolette, come suggerisce nel
1991 Berardinelli 69 – è quello di non fare autocritica, a partire
dagli anni 1936-38, e poi di sfumare parecchio, per timore di
definizioni e derive, il possibile e fecondo lien tra « impegno» e
« pensiero dei pericoli e contro i pericoli»; pensiero utile a de-
scrivere in sintesi la postura impegnata dell’eroe-alter ego scia-
sciano de L’antimonio e pensiero abbracciato dal Tabucchi de La
gastrite di Platone (1997 e 1998), dedicata « alla cara memoria di
Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini, con molta nostalgia» 70.
E traduciamo, proprio con Tabucchi, l’ipotesi rovattiana
con il « pensiero dei pericoli e contro i pericoli» di Blanchot:
«[...] l’intellettuale è tanto più vicino all’azione in generale e al
potere quanto più egli non si immischia nell’azione e non eserci-
ta un potere politico. Ma non se ne disinteressa. Ritraendosi dal
politico, non se ne distacca, ma cerca di conservare questo spazio
di ritirata e questo sforzo di ritiro per profittare di questa prossi-
mità che lo allontana al fine di installarvisi (installazione preca-
ria) [...]» – e sulle modalità di questa precaria installazione, non
soffocata da un’esigenza prolungata di totalità, ritorneremo nel
secondo paragrafo – «[...] Ma ciò non vuol dire ch’egli non

69
A. Berardinelli, L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno cit., p. 5: «Ma
la parola impegno è a sua volta desueta o retorica: uno di quei termini di cui fan-
no uso e abuso solo i politici. E le parole di cui abusano i politici sono svuotate
di senso. Parole che neppure un giornalista userebbe più senza virgolette».
70
Tabucchi, tuttavia, pare poi servirsene soprattutto da scudo (più o me-
no ironico) contro il « termine “impegnato” [...] assolutamente inopportuno»
per la « sua associazione con l’idea comunista» che in Italia – più che in Francia
e altrove – lo consegna al « disgusto immediato». Cfr. ancora A. Tabucchi, La
gastrite di Platone cit., pp. 36-39 e 51-52.

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prenda partito; al contrario, avendo deciso secondo il pensiero
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che gli sembra più importante, pensiero dei pericoli e pensiero


contro i pericoli, egli è l’ostinato [...]» 71 – e su questo pensiero,
che nel racconto di Sciascia tende a costruirsi e delinearsi tra
fuoco, paura e memoria, ritorneremo nel quinto paragrafo.

«Voglio vedere cose nuove», dunque, non è un’enunciazio-


ne banale, non è un semplice “trasferimento di chiamata”. Del
resto, solo tre pagine prima, tale volontà di vedere è « furore di
vedere ogni cosa dal di dentro, come se ogni persona ogni cosa
ogni fatto fosse come un libro che uno apre e legge» 72. Certo,
tale paragone risponde a una situazione emblematica e tipica di
Sciascia: « una situazione che potremmo definire del libro nel li-
bro» – suggerisce Claude Ambroise 73 – « una situazione interio-
re che ha come oggetto l’esperienza del conoscere» e « conoscere
non è considerare l’universo e la vita con freddezza analitica, è
un andare verso ogni cosa esperibile e penetrarla, vederla dal di
dentro». Ed è « la scelta della letteratura» – conclude Ambroise
– in virtù della quale «L’antimonio va letto come un mito perso-
nale in cui Leonardo Sciascia ha espresso la propria scelta di
scrivere dei libri e di identificarsi con essi» 74. Potremmo dun-
que precisare quella « situazione interiore» in seno a un percor-
so mauroniano che parte dalla metafora ossessiva dell’antimo-
nio del titolo, e dall’immagine dilatata del fuoco nel racconto,
per approdare a quel mito personale evocato ora con Ambroise.
Ma potremmo ancora e diversamente precisare quella « si-
tuazione interiore», chiosando e suggerendo con Rovatti – let-

71
Cfr. Maurice Blanchot, Les intellectuels en question. Ébauche d’une ré-
flexion, Paris, Farrago (Fourbis), 1996, e A. Tabucchi, La gastrite di Platone cit.,
pp. 38-39. Ma cfr. M. Blanchot, Les intellectuels en question, «Le Débat», 29,
1984, pp. 3-28 e le giuste riserve di T. Todorov, Face à l’extrême, Paris, Seuil,
1991 e Nouvelle édition, «Points-Essais», 1994, pp. 124-125.
72
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 227.
73
C. Ambroise, Il libro nel libro cit., p. 39.
74
Ivi, p. 41.

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tore dell’ultimo Merleau-Ponty e di quel testamento che è
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L’Œil et l’Esprit (1960) – che il furore di vedere ogni cosa dal di


dentro significa anche incontrare lo sguardo delle cose, « collocarsi
come vedente all’interno»: «Dovremmo allora riuscire a pensa-
re, e a trovare le parole per dire, un’esperienza che rivolge, e an-
zi proprio capovolge il narcisismo del nostro occhio», al punto
che « il soggetto viene prelevato dalla sua poltrona di spettatore,
viene, per così dire, tagliato in due e sospinto sulla (sua) scena,
sotto gli occhi di tutti» 75.
Significativo, poi, che la situazione interiore di cui parla
Ambroise apra, nel prosieguo del passo sciasciano, sull’« indiffe-
renza di tutti alle tremende cose che io avevo vissuto e che la
Spagna viveva», ovvero sull’indifferenza di tutti al rendersi inti-
mamente partecipi del conflitto e allo sposare le « conseguenze
esterne» di tale, intima partecipazione, non cogliendo così una
conclusione dell’io narrante: « era Spagna anche la zolfara» 76. E
certo non è senza significato che tale indifferenza sia misurata
simbolicamente grazie a un soggeto tagliato in due che è sospin-
to e diviso sulla (sua) scena fra un funerale e una festa di paese
cui tutti partecipano: la festa di San Calogero, che non proprio
a caso caratterizza già, come preciseremo in seguito, un passo
importante che si chiude sul doppio parallelismo e sull’equazio-
ne personaggio adulto: Madrid bombardata = personaggio
bambino: festa di San Calogero.
In prospettiva, tale strategia – in cui non può non affacciarsi
il Roger Caillois di Guerre et fête (1939) 77 – sembra quasi confi-

75
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., pp. 57
e 66.
76
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 228.
77
Roger Caillois, Guerre et fête, in L’homme et le sacré (1939), Édition aug-
mentée de trois appendices sur le sexe, le jeu, la guerre dans leurs rapports avec le
sacré, Paris, Gallimard, 1950, e ivi, «Folio – essais», 1993, [pp. 222-228], pp.
224-225, particolarmente dedicate a Temps de l’excès, de la violence, de l’outrage.
Ma cfr. anche le pagine finali, su Le retour au chaos e Paroxysmes de la société (Con-
vulsions parallèles, Epiphanie du sacré, De la fête à la guerre), di un volume – la cui

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nare i compaesani nel mistero di un’infanzia che non si scioglie
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nella storia, non cade nel linguaggio e nella parola, mentre l’eroe
sembra riaccedere all’« infanzia come patria trascendentale della
storia», « esperire» 78, in forma sempre più originaria e, in un cer-
to senso, collettiva; ovvero non per saldare i conti con un passato
individuale, chiuso, confitto in una guerra o in una zolfara.
Leggiamo dunque il passo per esteso:

Insomma, mi era venuto il furore di vedere ogni cosa dal di den-


tro, come se ogni persona ogni cosa ogni fatto fosse come un libro
che uno apre e legge: anche il libro è una cosa, lo si può mettere
su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino
zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo
apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovreb-
be aprire e leggere ed essere un mondo ?
Quel che più mi feriva e mi faceva più solo, era l’indifferenza di
tutti alle tremende cose che io avevo vissuto e che la Spagna viveva;
mi sentivo come chi, nei giorni della festa di San Calogero o
dell’Assunta, si trova a seguire un funerale; e la gente è stolida di
gioia, la piazza gronda di colori vivi: e tu passi dietro la carrozza ne-
ra e gialla che chiude un morto, hai il cuore nero di pena e ti tocca
attraversare una galleria di gioia, ti nasce rancore per la festa e per la
gente che si diverte. Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferen-
za degli altri e chiudersi in sé, fin quando la vita di ogni giorno, il
lavoro la famiglia gli amici, non li riassorbe e li assimila: ma quan-
do uno torna da una guerra come quella di Spagna, con la certezza
che la sua casa brucerà dello stesso fuoco, non gli riesce fare della

seconda e ultima parte risale al 1951 – dello stesso Caillois, Bellone ou la pente de
la guerre, Bruxelles, La Renaissance du Livre, 1963, pp. 195-208, 209-223.
78
Penso, adattandolo, a Giorgio Agamben, Infanzia e storia. Distruzione
dell’esperienza e origine della storia, Torino, Einaudi, «Nuovo Politecnico»,
1978 e, Nuova edizione accresciuta, «Piccola Biblioteca Einaudi», 2001, p. 51:
«Esperire significa necessariamente, in questo senso, riaccedere all’infanzia co-
me patria trascendentale della storia. Il mistero, che l’infanzia ha istituito per
l’uomo, può infatti essere sciolto solo nella storia, così come l’esperienza, come
infanzia e patria dell’uomo, è qualcosa da cui egli è sempre già in atto di cadere
nel linguaggio e nella parola».

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sua esperienza ricordo e riprendere il sonno delle abitudini; vuole
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anzi che gli altri stiano svegli, che anche gli altri sappiano.
Ma gli altri volevano dormire. Così povero, e nella povertà vile,
era il mio paese, che con invidia tutti mi dicevano – ti sei fatto i
soldi, puoi campare tranquillo ora – anche i ricchi me lo diceva-
no. Se non avessi perduto una mano, sarei tornato alla zolfara; era
Spagna anche la zolfara [...] 79.

Difficile non pensare a un altro “ritorno” a suo modo im-


possibile, ovvero a quello che caratterizza il finale amaro di Ho-
mage to Catalonia (1938) di George Orwell, testo « particolar-
mente caro» 80 a Sciascia in relazione alla guerra di Spagna (e
non solo), testo con « pagine che ricordano la penna del miglior
Ernest Hemingway, del miglior Graham Greene», suggerisce
Mario Maffi 81. E anche di quel Graham Greene amato da Scia-
scia 82, quel Graham Greene, viene da aggiungere, che parte da
un altro, simile ritorno per ribattezzarlo poi in chiave poliziesca,
un po’ come lo Sciascia post-Antimonio. Penso a The confidential
agent (1939), la storia di un ex professore di lingue romanze
passato per gli orrori della guerra civile che torna in Inghilterra e
diventa, per l’appunto, un agente segreto. Non è un caso, allora,
che lo Sciascia che si impone come autore di gialli, di casi poli-
zieschi, fin dagli anni Sessanta e lungo tutti i Settanta (e oltre),
si ricordi del finale di Homage to Catalonia nella Prefazione del
1979 a una ristampa, negli « Oscar Mondadori», di The murder
of Roger Ackroyd (1926) di Agatha Christie, commentando:

79
L. Sciascia, L’antimonio cit., pp. 227-228.
80
L. Sciascia, Ore di Spagna cit., p. 29.
81
Mario Maffi, Vagabondaggio ed esilio: George Orwell e la guerra di Spa-
gna, in George Orwell, Omaggio alla Catalogna (1938), Milano, Mondadori,
« Oscar», 1993, [pp. 253-259], p. 258.
82
Lo ricorda, per esempio, in Nero su nero (1979), per cui cfr. L. Sciascia,
Opere. 1971.1983, Milano, Bompiani, «Classici», 1989 e 2001, p. 831, dove si
sofferma tuttavia, in seno a un turbato apprezzamento, su un romanzo di
Green degli anni Settanta, The Human Factor (1978).

38

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Il libro è del 1938. Orwell lo scrisse di ritorno dalla guerra di Spa-
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gna: e il suo timore, delle bombe da cui l’Inghilterra sarebbe stata


svegliata, era anche una precisa profezia [...] le bombe tedesche
sull’Inghilterra [...] Ma non è per questa profezia che la pagina di
Orwell mi torna alla memoria ogni volta che comincio a leggere
un ‘giallo’ di Agatha Christie [...]: è il « profondo, profondo son-
no dell’Inghilterra» che mi fa come da ouverture e sottofondo 83.

Potremmo davvero tradurre e concludere, in prospettiva,


che è proprio « il profondo, profondo sonno della Sicilia» – che
non a caso campeggia nelle pagine finali (« sonno [...] dormi-
re») dell’ultimo racconto della seconda edizione de Gli zii di Si-
cilia (1960) – a fare « da ouverture e sottofondo» alla narrativa
sciasciana futura: quella che si tinge di giallo e che in tal senso si
nutre di altri, celebri sonni, come The Big Sleep (1939) di Ray-
mond Chandler – nel 1946 sullo schermo per la regia di
Howard W. Hawks – che intona, à peu près, lo stesso, mesto,
lucido canto: «Si dorme il grande sonno, senza badare se si è
morti male, se si è caduti nella sporcizia» 84.
Negli anni Cinquanta da cui L’antimonio proviene si può
poi anche pensare, in Italia, a un avvertito e diffuso reagire, tra
letteratura e filosofia, tra, per esempio, Natalia Ginzburg e
Norberto Bobbio, al vizio del silenzio e al sonno dogmatico
che da quel vizio è tutelato, difeso 85. Mentre negli anni Ses-
santa aperti da L’antimonio, muovendo verso un orizzonte let-
terario e cinematografico a un tempo, potremmo pensare a Il
commissario Pepe (1965) – sullo schermo nel 1969 per la regia
di Ettore Scola – di Ugo Facco de Lagarda, la cui « vocazione

83
L. Sciascia, Prefazione a Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd
(1926), Milano, Mondadori, « Oscar – Gialli», 1992, [pp. V-VIII], pp. V-VI.
84
Citato in A. Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco
e) nero su nero cit., p. 72.
85
Natalia Ginzburg, Silenzio, «Cultura e Realtà», 3-4, 1951, pp. 1-6, e N.
Bobbio, Politica culturale e politica della cultura, «Rivista di filosofia», 1, 1952,
pp. 61-74, poi in Politica e cultura cit., pp. 18-30; in particolare p. 26.

39

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inquieta » 86 pare raccogliersi e distendersi nell’« insonnia del
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commissario» e scagliarsi, dall’inizio alla fine del breve roman-


zo, contro il « sonno», il « sonno urbano» di una « cittadina
settentrionale », « comune ad almeno altre ottanta città, da
Bolzano alla Sicilia, da San Remo a Trieste » 87. Nel film di Et-
tore Scola, invece, è il personaggio aggiunto di Nicola Parigi
( l’attore Giuseppe Maffioli ), un altro mutilato di guerra, un
marginale, a denunciare la sporcizia di una piccola città veneta
e a invitare – fino alla tragica morte ( incidente o assassinio ?) –
a non dormire, a non abbandonarsi al sonno.

Ma la gialla, nera e futura narrativa sciasciana non è di-


mentica – pur aprendo su un genere e su un certo divertissement
– di quell’esercizio etico che è L’antimonio, ancorato in tal sen-
so a Orwell più che a Chandler. Diversi, infatti, sono i punti di
contatto fra l’Inghilterra ritrovata alla fine di Homage to Catalo-
nia e la Sicilia de L’antimonio, anche se il finale di quest’ultimo
tenta un superamento, un superamento che è un voler andare
oltre l’universo siciliano, « in una città lontana: fuori della Sici-
lia» 88; ovvero oltre le coordinate più o meno addolcenti di tale
universo, del resto già inserite, nel passo sopra citato, in una
apocalittica visione orwelliana, profetica e storica a un tempo.
L’isola, l’infanzia (associata alla ferrovia anche nell’Antimo-
nio, in un viaggio verso Palermo, forse la Londra di Orwell, for-
se entrambe rappresentazioni di Madrid 89), il sonno e poi, per
l’appunto, le bombe, gli incendi della guerra, dei bombarda-

86
Cfr. AA.VV., Ugo Facco de Lagarda 1896-1982: vocazione inquieta di
uno scrittore veneziano, Atti del Convegno, Venezia 7-8 novembre 1997, a cura
di Alessandro Scarsella, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, 1999.
87
Ugo Facco de Lagarda, Il commissario Pepe, Venezia, Neri Pozza, 1965,
pp. 11, 14, 37, 44, 77, 99 e 101, dove lo stesso commissario, « uomo abituato
all’insonnia», si arrende e dorme « bene».
88
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 230
89
Ivi, p. 202.

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menti (« certezza che la sua casa brucerà dello stesso fuoco»), so-
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no come saldati insieme da Sciascia e Orwell nel « tentativo di


uscire dall’esilio» e nella « delusione bruciante» di rientrarvi 90, e
per sempre. Si pensi, in questa prospettiva, a quell’approdo che
offre senza mezzi termini Il cavaliere e la morte (1986): « sono
già sbarcato su un’isola deserta» 91. Ed è davvero significativo
che ne Il cavaliere e la morte – in quell’« opera testamentaria che
riassume tutti i temi della narrativa sciasciana», come dice giu-
stamente Traina, il cui « pensiero va ad un testo lontano, La se-
sta giornata (1958), in cui s’esprimeva ammirazione per il poeta
spagnolo Antonio Machado che [...] segue con bruciante ansia
le sorti della guerra» 92 – si leggano frasi come queste 93:

E non che non amasse la terra dov’era nato [...] Non tornandovi
da anni, al di là di quel che vi accadeva, la cercava nella memoria,
nel sentimento di qualcosa che non c’era più. Illusione, mistifica-
zione: da emigrante, da esule.

Leggiamo dunque, con tutte queste eco, e stralciando, il


brano che chiude Homage to Catalonia di Orwell.

E poi l’Inghilterra – l’Inghilterra meridionale, probabilmente il


paesaggio più soave del mondo. Quando si passa da quelle parti
[...] è difficile credere che qualcosa stia veramente succedendo da
qualche altra parte del mondo. Terremoti in Giappone, carestie
in Cina e rivoluzioni in Messico ? Non vi preoccupate [...] Le
città industriali erano lontane [...] Qui si era ancora nell’Inghil-

90
M. Maffi, Vagabondaggio ed esilio: George Orwell e la guerra di Spagna
cit., p. 258.
91
L. Sciascia, Il cavaliere e la morte. Sotie, Milano, Adelphi, 1988, p. 67.
92
Giuseppe Traina, La soluzione del cruciverba. Leonardo Sciascia fra espe-
rienza del dolore e resistenza al Potere, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia
Editore, 1994, pp. 130-131. Su La sesta giornata ritorneremo nel paragrafo 6.
93
L. Sciascia, Il cavaliere e la morte. Sotie cit., pp. 50-51; e p. 67: «Non lo
creda: sono già sbarcato su un’isola deserta».

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terra che ho conosciuto nella mia infanzia: le scarpate lungo la
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ferrovia [...] e poi il grande deserto tranquillo della periferia lon-


dinese [...] i signori in bombetta, i piccioni di Trafalgar Square,
gli autobus rossi, i poliziotti in blu – tutti addormentati nel
profondo, profondo sonno dell’Inghilterra, da cui a volte temo
non ci sveglieremo mai finché non ne saremo strappati di colpo
dal boato delle bombe 94.

2. Contro la sindrome dell’ultimo intellettuale e l’esigenza di


totalità

Riapriamo la seconda edizione de Gli zii di Sicilia e, se-


guendo l’indice, cerchiamo l’ultimo, lungo racconto, L’antimo-
nio, che poteva finanche diventare il romanzo sulla guerra civile
spagnola del Novecento italiano, nonostante lo si presenti sem-
pre più con letture relativamente efficaci – specie per il primo
Sciascia, collocabile, in genere, fra Le parrocchie di Regalpetra
(1956), point de départ eletto dall’autore, e A ciascuno il suo
(1966) 95 – come un metaracconto, dove « l’Espagne est seule-
ment prétexte, la Sicile est seulement prétexte [...] les prétextes
à une réflexion plus ample sur l’écriture» 96. Che la scrittura in

94
G. Orwell, Omaggio alla Catalogna cit., pp. 185-186.
95
Su questa periodizzazione, che oscilla fra scelte letterarie, giornalistiche
e politiche, offre note preziose un recente intervento di G. Traina, «Con l’emo-
zione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista, in La parola ‘quotidiana’. Iti-
nerari di confine tra letteratura e giornalismo, Atti del Convegno, Catania 6-8
maggio 2002, a cura di Fernando Gioviale, Firenze, Olschki, 2004, pp. 71-88.
96
Christian Sorrentino, L’Espagne et sa violence au cœur de «L’Antimonio»
de Sciascia, in Violence politique et écriture de l’élucidation dans le bassin méditer-
ranéen. Leonardo Sciascia et Manuel Vázquez Montalbán, «Tigre/Novecento», a
cura di Claude Ambroise e Georges Tyras, Numéro Hors-Série, 2002, [pp. 59-
70], p. 68. Come abbiamo visto nel primo paragrafo, l’origine, certo più pro-
blematica, di queste osservazioni è il lavoro critico di Ambroise, che riconosce il
valore metanarrativo dell’Antimonio senza disconoscere l’importanza del plot e
dei suoi elementi portanti, e a partire proprio dalla Spagna e dalla Sicilia, come

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quanto tale e la riflessione sulla stessa siano un possibile punto
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d’approdo di Sciascia e di quasi tutti i grandi scrittori mi sem-


bra pacifico. Che tale, possibile approdo sconfini nel campo
ambiguo e a tratti banalizzante dei pretesti, dei fregi, delle scu-
se, delle occasioni, e in quello finisca per confinare tutti i segni
di un destino storico complesso che Sciascia, tra filosofia, critica
sociale e impegno politico, si è sforzato di interpretare e a suo
modo di chiarire e di esperimentare, dalla tragedia di Spagna a
quella di Moro, non lo è davvero altrettanto. In generale, direi
che una critica più o meno giovane, più o meno attenta al ‘po-
stmoderno’, che tende a privilegiare il divertissement – certo
presente nell’autore siciliano, in varianti metaletterarie e metafi-
siche – e a sovrapporlo del tutto a un engagement che sembra
non avere più corso ai nostri giorni 97, contribuisce finanche ad
avvicinare Sciascia, specie il secondo Sciascia, a scrittori come
Eco, ovvero a opinion makers che lavorano più sull’informazio-
ne che sulla storia e/o più sulla citazione dell’esperienza che
sull’esperienza stessa.
Indirettamente, un sostegno militante e teorico a tali lettu-
re pare arrivare da un critico ben diverso, che in genere tende a
bollarle. Penso a Romano Luperini che, ragionando su Postmo-
dernità e postmodernismo in un Breve bilancio del secondo Nove-
cento (1993) – poi riproposto nella raccolta Controtempo. Criti-
ca e letteratura fra moderno e postmoderno: proposte, polemiche e
bilanci di fine secolo (1999) – pone Sciascia (1921) e Eco
(1932) sullo stesso piano proprio in quanto opinion makers e,
svalutando di fatto il primo quanto il secondo, in una linea re-
gressiva che conduce allo scrittore showman, li oppone « ad al-
cuni scrittori che si sono formati durante e dopo la guerra» co-

avremo occasione di ribadire più avanti, con lo stesso Ambroise. Ma nella rivi-
sta sopra citata cfr. anche, nello stesso numero, Ricciarda Ricorda, Forme della
violenza nella scrittura del primo Sciascia, alle pp. 71-82.
97
E non solo « per via della sua associazione con l’idea comunista». Cfr.
ancora A. Tabucchi, La gastrite di Platone cit., p. 52.

43

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me Fortini (1917) e Pasolini (1922) e, « in misura già diversa»,
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Calvino (1923), Volponi (1924), Leonetti (1924), e come


Sanguineti (1930), tutti fatti rientrare nella definizione che lo
stesso Romano Luperini dà dello « scrittore-intellettuale»:

Definisco scrittori-intellettuali coloro che sono mossi da un’esi-


genza di totalità, non restano nei limiti dello specialismo, cono-
scono la grande cultura occidentale – storia, politica, filosofia – e
le sue principali letterature e ricercano i nessi fra etica e società,
leggendo in quelle e in questi i segni di un destino storico che si
sforzano di interpretare e di influenzare non solo con un’attività
di tipo giornalistico e saggistico, ma anche con l’opera narrativa e
poetica e anzi proprio attraverso l’intersecazione di questi settori
d’intervento [...]. Mentre Fortini, o Pasolini, o anche Volponi o
Sanguineti pongono un campo di valori e di significati, Sciascia e
ancor più Eco rinnovano e americanizzano una tradizione di ra-
zionalismo e scetticismo laico che può risalire a Moravia e pongo-
no un campo di competenze e di criteri interpretativi, praticano
la distinzione ironica, dividono il senso morale dalla totalità di un
destino o di un progetto storico e lo riducono così a buon senso
separato o a un senso comune: non sono più scrittori-intellettuali,
ma, appunto, scrittori-opinion-makers 98.

98
Cfr. Romano Luperini, Postmodernità e postmodernismo. Breve bilancio
del secondo Novecento (1993), in Controtempo. Critica e letteratura fra moderno e
postmoderno: proposte, polemiche e bilanci di fine secolo, Napoli, Liguori, 1999,
[pp. 169-178], pp. 173-174; ma si scorra l’intero paragrafo, La scomparsa dello
scrittore-intellettuale, alle pp. 173-175, e su Eco, semiologo tra deriva e difesa, le
pp. 71-72, contenute in Una prolusione non accademica. Guerra del Golfo e ten-
denze della critica in Italia (1991), ivi, pp. 63-76. Sono anche gli anni di Zyg-
munt Bauman, La decadenza degli intellettuali (1987), Torino, Bollati Borin-
ghieri, 1992, pp. 130-147, per cui cfr. ancora A. Berardinelli, L’eroe che pensa cit.,
pp. XI-XII. Su Eco e l’opinion maker cfr. poi Lidia De Federicis, I letterati come
opinion maker, in Tirature 2003. Autori editori pubblico, a cura di Vittorio Spi-
nazzola, Milano, Il Saggiatore/Fondazione Mondadori, 2003, pp. 62-68. Mi sia
infine consentito rinviare a Luciano Curreri, Pensieri sulla critica della traduzione
e sulla sua ricezione, «Palazzo Sanvitale», 15-16, 2005, pp. 174-189, un saggio

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Ho l’impressione che la vicenda sia un po’ più complessa, sia
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per un secondo e più disteso e problematico Sciascia, recensibile


fra anni Settanta e Ottanta 99, sia per il primo, a cavallo tra Cin-
quanta e Sessanta 100, che qui più ci interessa. A proposito di que-
st’ultimo, in particolare, direi che non è troppo arduo far rientra-
re, fra storia, politica e filosofia, fra etica e società, una buona par-
te del suo percorso – intersecante soprattutto giornalismo, saggi-
stica, narrativa, ma anche poesia (La Sicilia, il suo cuore, del 1952)
– in quello dello scrittore-intellettuale definito da Luperini. Non
è poi così difficile sottrarre Sciascia, che attraversa un campo di
valori e di significati, a una supposta tradizione moraviana e fi-
nanche sospingerlo in un orizzonte pasoliniano-calviniano (più
pasoliniano che calviniano), e magari fin dal 1950 (e verso il
1960 di Passione e ideologia) 101, ovvero da quelle Favole della dit-

che risale al 2002/2003 e che avrebbe dovuto essere pubblicato prima, magari
con qualche svista in meno, e essere seguito subito da un altro, più costruttivo.
99
In tal senso è anche da rivedere e sfumare l’invito che appare nel finale
del peraltro buon lavoro di Alberto Cadioli, L’industria del romanzo. L’editoria
letteraria in Italia dal 1945 agli anni Ottanta, Roma, Editori Riuniti, 1981, p.
171: «Anche la trasformazione del prodotto di Sciascia degli ultimi anni andreb-
be indagata a fondo: lo scrittore è ormai un personaggio, le sue polemiche nei
confronti del Partito comunista, prima, la sua elezione nelle liste del partito radi-
cale, poi, lo hanno sempre più messo al centro dell’interesse di un vasto pubbli-
co. Sciascia rilascia molte interviste, discute di tutto, si pone come intellettuale-
guida dell’opinione pubblica. Come scrittore rispetta il nuovo ruolo, e puntual-
mente, anno per anno, presenta un nuovo testo destinato al successo (La scom-
parsa di Majorana è del 1975, I pugnalatori del 1976, Candido del 1977, L’affai-
re Moro del 1978, Nero su Nero del 1979, Dalla parte degli infedeli del 1980)».
100
Su cui non casualmente si appuntano molti interventi del citato La re-
sponsabilità dell’intellettuale in Europa all’epoca di Leonardo Sciascia; e penso in
particolare ai saggi di Giulio Ferroni su Brancati, di Domenica Perrone su Vit-
torini e Sciascia, di Claude Ambroise su Sciascia e la rivolta, saggio qui già evo-
cato, di Felice Balletta su Sciascia e Böll, e di Gigliola De Donato su La coscien-
za divisa tra “sogno della vita” e “mondo della verità” nell’opera di Sciascia, rispet-
tivamente alle pp. 129-142, 149-163, 165-186, 189-201 e 213-232.
101
Massimo Onofri, Storia di Sciascia, Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 34. E
notevole è, nella struttura del libro, l’idea, su cui ritorneremo nel testo,
dell’opera di Leonardo Sciascia come « autobiografia della nazione», secondo

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tatura che Pier Paolo Pasolini registra a caldo in un acuto inter-
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vento e “gira” significativamente in Dittatura in fiaba 102. Infine,


non credo sia giusto associare Sciascia, seppure in chiave minore e
in prospettiva, all’americanizzazione e all’ironia a getto continuo
di Umberto Eco, che da sempre assimila con stile e tempismo
‘americani’ le mode e i canali ermeneutici del momento.
Al di là di Sciascia, poi, è forse il punto di partenza della
definizione di Luperini, cioè l’esigenza di totalità, a dover essere
messo un po’ in discussione, specie se nella pratica critica che
ne deriva, luperiniana e non, si tende ad assolutizzarlo, oggi co-
me ieri, contro i limiti dello specialismo; di uno specialismo in
tal senso percepito integralmente come negativo e spesso trave-
stito da soggettivismo disancorato dalla Storia, e a partire – tri-
ste refrain di questi anni – dalla crisi della critica, magari dovu-
ta a quel « microfilologismo spicciolo» e, suggerisce sempre Lu-
perini, a quell’« esagerata proliferazione dei commenti, denun-
ciati (peraltro con intenti molto diversi dai miei) da Susan Son-
tag o, più efficacemente, da George Steiner» 103.
A parte i seri dubbi che ormai si possono giustamente nu-
trire, con Mario Lavagetto e altri, sull’efficacia dei discorsi stei-
neriani, da Real Presences (1989) in avanti, mi pare che non sia
così proficuo, in fase di bilancio, utilizzare come primo, forte
discrimine un’esigenza di totalità che in ultima analisi è rim-
pianta da sempre, sovente data per morta con Fortini e poi fatta
scomparire un po’ frettolosamente in autori come Sciascia. E
viene ancora da pensare al Blanchot de Les intellectuels en que-

l’equilibrato e importante, nei percorsi e nella sistemazione critica, G. Traina,


Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 244.
102
Cfr. Nunzio Zago, Il primo e l’ultimo Sciascia (1991), in L’ombra del
moderno. Da Leopardi a Sciascia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Edito-
re, 1992, [pp. 135-152], pp. 142-144. Ma cfr. L. Sciascia, Nero su nero cit., pp.
773-774.
103
R. Luperini, Lettura, interpretazione e crisi della critica (1993), in Con-
trotempo. Critica e letteratura fra moderno e postmoderno: proposte, polemiche e
bilanci di fine secolo cit., [pp. 13-31], p. 23.

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stion. Ébauche d’une réflexion (1984 e 1996), la cui lettura, al di
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là delle giuste riserve di Todorov, aiuta a reagire contro chi eti-


chetta e sotterra prematuramente intellettuali e offre una via a
chi invece se ne vuole ricordare, a partire, per esempio e ancora,
da quel Tabucchi che dedica La gastrite di Platone (1997 e
1998) a Leonardo Sciascia e Pierpaolo Pasolini 104.
La sindrome dell’ultimo intellettuale, insomma, non aiuta
in un bilancio che talora assomiglia un po’ – e lo si dice nel più
grande rispetto di Fortini e Luperini – a una “resa dei conti”.
Una linea critica, per quanto forte, ideologicamente forte, non
deve e non può rispondere – specie da sola – all’esigenza di tota-
lità. Crediamo piuttosto con Blanchot, ancora, e con Sciascia (e
con l’eroe-alter ego de L’antimonio), che l’intellettuale, l’intellet-
tuale dell’installazione precaria, del pensiero dei pericoli e contro
i pericoli, è al limite « una sentinella che non è lì [nella sua in-
stallazione precaria] che [...] per tenersi sveglio, e attendere con
un’attenzione attiva in cui si esprime meno la preoccupazione di
se stessi che la preoccupazione per gli altri» 105.
La totalità deve restare una tentazione per l’intellettuale
perché cela – certo non nel caso di Luperini – un’ambizione pe-
ricolosa, e se può servire da lievito, non deve essere il pane di
cui cibarsi tutti i giorni. Come riconosce con onestà e ironia –
per fare un esempio che ci aiuta a allargare la carta e insieme a
continuare a pensare « la liberté par la connaissance» 106 – Pierre
Bourdieu, che rifiuta conseguentemente e significativamente di
fare il funerale all’intellettuale, punto d’approdo inevitabile, in-
vece, di chi assolutizza l’intellectuel total, idéal. Si legga il suo
Esquisse pour une auto-analyse, uscito postumo nel 2004, dove –
dice Bernard Lahire a proposito dell’« engagement public de

104
A. Tabucchi, La gastrite di Platone cit., p. 11.
105
Ivi, p. 39; approdo che ricorda il monito di Sartre.
106
Cfr. La liberté par la connaissance. Pierre Bourdieu (1930-2002), a cu-
ra di Jacques Bouveresse e Daniel Roche, Paris, Odile Jacob, « Collège de
France », 2004.

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l’intellectuel» – « malgré le fait qu’il ait eu la volonté de se con-
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struire contre “tout ce que représentait [pour lui] l’entreprise


sartrienne”, Bourdieu reconnaît qu’il a été travaillé par les am-
bitions démeseurées de l’intellectuel total» 107.
Après avoir partagé un moment la vision du monde du « philo-
sophe normalien français des années cinquante» que Sartre por-
tait à son accomplissement – je pourrais dire à son paroxysme –
[...] je puis dire que je me suis construit [...] contre tout ce que re-
présentait pour moi l’entreprise sartrienne. Ce que j’aimais le
moins en Sartre, c’est tout ce qui a fait de lui non seulement l’« in-
tellectuel total», mais l’intellectuel idéal, la figure exemplaire de
l’intellectuel, et en particulier, sa contribution sans équivalent à la
mythologie de l’intellectuel libre, qui lui vaut la reconnaissance
éternelle de tous les intellectuels. [...] Je ne me rangerai jamais,
cependant, dans le camp de ceux qui, aujourd’hui, chantent la
mort de Sartre et la fin des intellectuels [...] 108.

3. «Sapete che cosa è stata la guerra di Spagna ? che cosa è


stata veramente ?»
In questa prospettiva, auspicando un nuovo, corale bilancio
del secondo Novecento per Sciascia, penso che sia utile riaccor-

107
Bernard Lahire, L’Esprit sociologique, Paris, La Découverte, 2005, ma si
cita da un estratto apparso in anticipo su «Sciences Humaines», Numéro Hors-
Série dedicato a Pensées rebelles. Foucault Derrida Deleuze, 3, 2005, [pp. 46-49],
pp. 47-48. Lahire apre poi su Michel Foucault traducendo con « l’“intellectuel
universel” dans la terminologie foucaldienne» cui lo stesso oppone, come è no-
to, l’“intellectuel spécifique”: «[...] alors que Foucault développait et mettait en
pratique l’idée, plus modeste et sans doute aussi plus efficace, d’“intellectuel
spécifique”». Con José G. Merquior, Ritratto di un neo-anarchico, in Foucault
(1985), Roma-Bari, Laterza, 1988, [pp. 148-169, 181-182], pp. 148-157, e
M. Walzer La politica solitaria di Michel Foucault cit., nutro alcuni dubbi
sull’efficacia della démarche foucaldienne, specie sul problema della « distanza
critica», sulla quale mi sono già soffermato, anche in relazione a Sciascia.
108
Pierre Bourdieu, Esquisse pour une auto-analyse, Paris, Raisons d’agir,
2004, pp. 37-38; cfr. Questa non è un’autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2005.

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darsi con le poche osservazioni sopra citate circa il valore meta-
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letterario de L’antimonio. Quelle osservazioni, per quanto gene-


riche e estendibili, più propriamente, al di là del lungo racconto
del 1960 e dello stesso Sciascia, rispondono in parte a vere, com-
plesse e ancora misteriose ragioni compositive, già evidenziate da
Claude Ambroise, a partire dal fatto che L’Antimonio « è, in
realtà, l’inizio di un romanzo che avrebbe dovuto avere propor-
zioni ben più vaste, prime pagine di una biografia che non fu
proseguita, apparentemente, per motivi contingenti» 109. In tale
biografica prospettiva, direi comunque che è più facile leggere
L’antimonio come opera aperta, incompiuta, ‘alla Vittorini’ 110, e
promuovere subito un legame contestuale e intergenerazionale
che svilupperemo proprio in relazione alla guerra di Spagna.
Ma tutto ciò non può farci dimenticare la testimonianza
dello stesso Sciascia, che si dice « molto orgoglioso» de L’anti-
monio ancora nel 1981, a vent’anni di distanza dalla sua pubbli-
cazione. Non a caso, poi, il ricordo del racconto chiude un pa-
ragrafo aperto da un elenco dei libri che hanno raccontato la
guerra civile spagnola e la Spagna:

C’è particolarmente caro, quello di George Orwell: Omaggio alla


Catalogna. Poi I grandi cimiteri sotto la luna di Bernanos, La spe-
ranza di André Malraux, L’esperienza della guerra di Spagna di
Matthews, Il diario di Koltsov, le memorie dell’ambasciatore
americano, di Pietro Nenni, di Constancia de la Mora, di Camil-
lo Berneri, di Lister, del Campesino [...] E tra i tanti libri di poe-
sia, uno ce n’è che conservo come una delle cose più preziose che

109
C. Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia cit., p. 95.
110
Natale Tedesco, «Avevo la Spagna nel cuore»: Sciascia, la Sicilia, la Spa-
gna, in Avevo la Spagna nel cuore, Atti del Convegno internazionale, Napoli 15-16
ottobre 1999, a cura di Natale Tedesco, Milano, La Vita Felice, 2001, [pp. 9-20],
pp. 9, 11, 13; negli stessi Atti cfr. gli interventi di Ricciarda Ricorda, L’andare per
Spagna di un siciliano: immagini di viaggio, pp. 191-207, e di Domenica Perrone,
Sciascia, Vittorini e la Spagna, pp. 243-257, che avremo occasione di richiamare.
E si veda anche Vicente González Martín, España en la obra de Leonardo Sciascia,
«Cuadernos de Filología Italiana», 7, 2000, [pp. 733-756], pp. 738-742.

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abbia: il Maremagnum di Jorge Guillén, con una dedica che si ri-
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ferisce a quel mio racconto sulla guerra di Spagna intitolato L’an-


timonio (e da cui è stato tratto un film che non ho mai visto ma
mi dicono buono), di cui sono molto orgoglioso 111.

In questa testimonianza è facile sposare, fra dedica e raccon-


to, l’orgoglio di Sciascia – non il parere degli amici spettatori sul
film tratto dal racconto, su cui ritorneremo – e apprezzare anche
maggiormente uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che
ha creduto in un personaggio e in un narratore che, « come di
notte le farfalle intorno al lume», « bruciano» la loro esistenza
letteraria e civile « intorno a Madrid »: capitale reale e simbolica
del conflitto, assediata dai fascisti, e prima città in Europa sotto-
posta – con « case in cui migliaia e migliaia di persone abitava-
no» 112 – a un duro bombardamento aereo nell’autunno-inverno

111
L. Sciascia, Ore di Spagna cit., p. 29. Fra i libri citati, al di là di presenze
note, come Orwell e Malraux, di cui abbiamo detto e diremo, e di Bernanos (per
cui si veda il terzo capitolo di questo volume), è forse interessante notare che ve ne
sono alcuni che escono o riescono in Italia proprio negli anni de Gli zii di Sicilia e
de L’antimonio. Cfr., per esempio, Pietro Nenni, Spagna, a cura di Gioietta Dallò,
Milano-Roma, Edizioni Avanti !, 1958, con pagine inedite ed edite tutte collocabi-
li fra il 1936 e il 1942 (per cui si veda la Nota della curatrice alle pp. 5-6), e
Mikhail Kol’tsov, Diario della guerra di Spagna, Milano, Schwarz, 1961. Fra i libri
citati e riproposti, invece, in anni più vicini alle Ore di Spagna di Sciascia, cfr. al-
meno il noto e curioso caso di Constancia De La Mora, Gloriosa Spagna, con Pre-
sentazione di Luca Pavolini, «A Constancia de la Mora, hoy» di Rafael Alberti
(agosto 1975) e Introduzione di Vittorio Vidali, Roma, L’Unità-Editori Riuniti,
1975; testo più precisamente finito di stampare nell’ottobre del 1975, poco prima
della morte di Francisco Franco (20 novembre 1975) per un’Edizione fuori com-
mercio riservata agli abbonati de «L’Unità» per l’anno 1976, ovvero, come ricorda
la Presentazione, a p. 7, nel « quarantesimo anniversario di quella eroica e sfortuna-
ta lotta del popolo spagnolo contro il fascismo interno e internazionale, che fu il
prologo tragico della seconda guerra mondiale». Ma la prima edizione italiana di
questo volume – apparso negli Stati Uniti nel 1939 col titolo In Place of Splendor.
The autobiography of a Spanish woman – risale al 1951 (ivi, p. 13).
112
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 191. Ma per il lungo e leggendario asse-
dio alla capitale, tra bombardamenti, resistenza, evacuazioni della popolazione e

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del 1936, che introduce ormai a una « guerra costruita sui bom-
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bardamenti [...] guerra in forma pura e scoperta» 113.


L’Antimonio sceglie insomma il punto di vista delle truppe
inviate da Mussolini in Spagna ma fa parte della mitografia an-

ossessioni, paure e fobie degli assedianti, si scorra almeno il panorama offerto da


Madrid 1936-1939. Un peuple en résistance ou l’épopée ambiguë, a cura di Carlos
Serrano, Paris, Autrement, «Mémoires», 1991, volume che avremo occasione di
richiamare nei prossimi capitoli, segnalandone via via contributi specifici.
113
Winfried Georg Sebald, Storia naturale della distruzione (2001), Milano,
Adelphi, 2004, p. 31; che poi rinvia, nel testo e in nota, alle pp. 140-141, a Elai-
ne Scarry, La sofferenza del corpo (1985), Bologna, il Mulino, 1990. Sebald parte,
in conferenze tenute a Zurigo nel 1997, dai bombardamenti, dal rapporto tra
guerra aerea e letteratura (Luftkrieg und Literatur, München-Wien, Carl Hanser
Verlag, 1997), per disegnare una « cultura dei vinti» che mette letterariamente il
silenziatore agli « inferni metropolitani» e agli « incendi» della seconda guerra
mondiale in Germania. Su questi « buchi della memoria» e sulla « normalizzazio-
ne» della coscienza tedesca ai nostri giorni ha detto, in modo più equilibrato di al-
tri in Italia, Gustavo Corni su «L’Indice», 1, 2005, p. 5. Ma cfr. ora W. G. Se-
bald. Storia della distruzione e memoria letteraria, «Cultura tedesca», 29, 2006 e
Raul Calzoni, Walter Kempowski, W. G. Sebald e i tabù della memoria collettiva te-
desca, Pasian di Prato, Campanotto, 2006. Poi, sulla « cultura dei vinti», in gene-
rale e in relazione alla Germania, ma dopo la Grande Guerra, si veda Wolfgang
Schivelbusch, Essere sconfitti e La Germania in La cultura dei vinti (2001), Bolo-
gna, il Mulino, 2006, pp. 7-38 (note alle pp. 275-290) e 175-265 (pp. 326-
355); sugli « inferni metropolitani» e gli « incendi», in relazione a Berlino e alle al-
tre città tedesche bombardate, si leggano Mike Davis, Lo scheletro di Berlino
nell’armadio dello Utah, in Città morte. Storie di inferno metropolitano (2002), Mi-
lano, Feltrinelli, 2004, pp. 71-89, e Jörg Friedrich, La Germania bombardata. La
popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (2002), Milano, Mondado-
ri, 2004. Sul corpo, in relazione alla guerra, dopo Elaine Scarry, cfr. almeno Susan
Sontag, Davanti al dolore degli altri (2002), Milano, Mondadori, 2003, e i più re-
centi e complessi Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte
nella guerra contemporanea, Torino, Einaudi, 2006, pp. 101-117, 125-128, e il
volume collettivo Aspettando il nemico. Percorsi dell’immaginario e del corpo, a cura
di Valerio Giordano e Stefano Mizzella, Roma, Meltemi, 2006. Infine, quasi cir-
colarmente, sulla guerra aerea nella seconda guerra mondiale, in Italia e sul fronte
meridionale, con Napoli città ferita in prima linea, ha scritto pagine introduttive,
e valide in generale, Gabriella Gribaudi, La guerra vista dall’alto, nel suo Guerra
totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-
1944, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, pp. 59-88.

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tifascista della guerra civile, perché, osserva Gabriele Ranzato,
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«Sciascia è chiaramente schierato dalla parte della Repubblica,


ne condivide le ragioni di lotta politico-sociali» e in tal senso
« fa anche un elogio della guerra civile» 114, muovendo finanche
al di là del mito della « pace» e verso l’«hora de la verdad» della
« corrida», quasi ‘alla Hemingway’:
Una guerra civile non è stupida come una guerra tra nazioni, gli ita-
liani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, e io zolfa-
taro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spa-
ra sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un
uomo si mette a sparare per le persone e le cose che ama, e per le co-
se che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a sce-
gliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare – pa-
ce – sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella
di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli
spagnuoli poveri non gli sarà perdonata. Una guerra civile, nono-
stante le sue atrocità, è una specie di hora de la verdad, ora della ve-
rità gli spagnuoli dicono il momento più acuto della corrida 115.

Ma non c’è spettatore in questa corrida. Tutti dovevano


scendere e sono scesi dalle gradinate per combattere nell’arena,
in quell’immenso colosseo che è la Spagna della guerra civile,
come avremo occasione di ribadire. Tutti, compresi il narratore
e l’autore dell’Antimonio. Questa partecipazione, per quanto
mediata da « una finzione intellettualistica», è prova di una re-
sponsabilità individuale (e di una scelta morale e razionale)
manzoniana e più che manzoniana 116: da un lato Manzoni, col
suo richiamo alla responsabilità individuale, serve a Sciascia da
antidoto contro le facili assoluzioni del sociologismo che anne-
ga ogni colpa nella responsabilità collettiva o culturale che dir si

114
Gabriele Ranzato, Sciascia e la guerra civile spagnola: tra verità storica e
verità letteraria, in Avevo la Spagna nel cuore cit., [pp. 209-219], p. 214.
115
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 212.
116
Cfr. l’incipit dell’intervento di G. Traina, L’eredità morale e letteraria di
Leonardo Sciascia, «Siculorum Gymnasium», 1, 2003, pp. 49-56.

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voglia; dall’altro Sciascia dà prova, nell’Antimonio, di un enga-
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gement che va ben al di là del cattolicesimo e della ragione bor-


ghese, dà prova di un impegno che non cerca rimozioni e ideo-
logie, dà prova di un pensiero dei pericoli e contro i pericoli, in
cui ci si brucia, insieme ai poveri, e per sempre.
Non siamo quindi di fronte a un facile divertissement, che
si manifesta, semmai, e in modo non banale, a un altro livello
del discorso (tecnico, citazionistico, retorico). E non siamo
neppure di fronte a un diluito recupero del conflitto spagnolo
fra i tanti, tragici « frammenti» a disposizione nel secolo breve,
specie nel periodo delimitato dalle due guerre mondiali; « fram-
menti» che come tali sembrano imporsi in certa narrativa italia-
na dei primi anni Sessanta – diciamo tra 1961 e 1963 117 – e
coagularsi intorno a temi quali la storia e la guerra da un lato, la
solitudine e la marginalità dall’altro, in un divario crescente che
vuole il romanziere, l’artista, lontano dagli scenari della Storia,
quasi ad anticipare la regressione di un’avanguardia vincolata a
un linguaggio solipsistico, da riscrittura più o meno giocosa e
gioiosa del mondo, con suo conseguente travestimento.
Né L’antimonio può essere solo, come si diceva, un raccon-
to di sé, della propria scrittura, anche se è con la scrittura, con
le sue immagini nutrite di letteratura che si assume e si rappre-
senta un non facile accesso a responsabilità e engagement:
dall’immagine dilatata del fuoco – che si impone fin dal titolo e
dalla prima pagina in modo studiato e insieme ossessivo, quasi
in senso mauroniano 118 – a quella delle farfalle che girano in-

117
Mi sia consentito rinviare a Luciano Curreri, La storia e la guerra nel
«Disertore» e in altri romanzi del 1961, in Una giornata per Giuseppe Dessí, Atti
di seminario, Firenze 11 novembre 2003, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni,
2005, pp. 65-82, e L. Curreri, Fra solitudine ed eccentricità: alcuni percorsi della
« marginalità» ne «La dura spina» di Renzo Rosso, in Letteratura e marginalità, a
cura di Ada Neiger, Trento, New Magazine, 1996, pp. 89-119.
118
Cfr. Charles Mauron, Dalle metafore ossessive al mito personale. Introdu-
zione alla psicocritica (1963), Milano, Il Saggiatore, 1966. Ma si pensi anche a
quanto detto verso la fine del paragrafo primo e a quanto si dirà nel quinto.

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torno al lume, più nascosta e per noi più significativa, come
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cercheremo di suggerire successivamente, accogliendo in tal


senso il giudizio di Enrico Testa: «La tendenza verso una lingua
narrativa in cui riemergono sia la sapienza linguistica del lette-
rato italiano che tutta la ricchezza delle formule retoriche della
tradizione è esemplificabile, al suo massimo grado, con la vicen-
da della narrativa di Sciascia» 119.
Del resto, per accedere ai molti e diversi pensieri, impegni,
celati, in maniera stratificata, nella guerra civile spagnola, non
sono sufficienti studi, nemmeno di livello universitario; e forse
nel senso che più tardi avrebbe indicato un Enzo Paci, a ridosso
del Sessantotto, nella prefazione alla terza edizione italiana – la
prima è del 1961 – de La crisi delle scienze europee e la fenomeno-
logia trascendentale (1935-1937) di Edmund Husserl, dove è
quella « difficilissima problematica fenomenologica [...] com-
presa anche da [...] la base popolare della società [...]», quella
« fenomenologia» che « scienze, lettere, arti e politica ritrovano
in sé come una presa di coscienza»: «Il problema riguarda allora
l’università come industria e il fatto che l’università ha perso il
telos e il significato di verità. In altri termini: le università non
insegnano una cultura per uomini e soggetti viventi [...] i sog-
getti si accorgono di essere diventati solo oggetti che devono es-
sere utili all’apparato industriale, politico e militare» 120:

119
Enrico Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo cit., [pp. 327-330],
p. 327, che rinvia poi a Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario, Torino,
Einaudi, 1993, pp. 376-378.
120
Cfr. Enzo Paci, Avvertenza (1960) e Prefazione alla terza edizione ita-
liana (1968), in Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenolo-
gia trascendentale (1959), Milano, Il Saggiatore, 1961, 1969 e ora Milano, Net,
2002, [pp. 1-4 e 7-18], pp. 10, 12 e 15; è l’ultimo grande lavoro di Husserl, ne-
gli anni che vanno dal 1935 al 1937. Tra anni Trenta e Sessanta, in seno al no-
stro discorso e ai problemi sopra evocati, è poi difficile non pensare a Marcuse e
alla Prefazione (1964) a Cultura e società. Saggi di teoria critica 1933-1965, To-
rino, Einaudi, 1969, pp. XVII-XXV, scritta per gli interventi degli anni Trenta
(l’ultimo risale al 1938), dove si individua la frattura tra passato e presente in

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Tante persone studiano, fanno l’università [...] a queste persone io
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vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna ? che


cosa è stata veramente ? Se non lo sapete, non capirete mai quel
che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fa-
scismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente
capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono
concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del
sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del
mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo 121.

E a proposito del fuoco, della luce, dell’accendersi, del cre-


pitare, del bruciare, è ormai impossibile non appuntare – e a
più riprese – quel passo con cui si è titolato e che si trova verso
la fine della prima parte dell’Antimonio.

4. «Farfalle intorno al lume». Breve storia di un’immagine

Ne L’antimonio si individuano un narratore interno prota-


gonista e un’ovvia presenza di enunciati in terza persona per le
azioni compiute da altri, che già l’incipit attesta, contemplando
non a caso «Sparavano dal campanile» 122; presenza ovvia ma si-
gnificativa, perché tesa a bilanciare la profonda analisi di un
personaggio, che è l’analisi della radicazione della soggettività
nel mondo, in un contesto storico preciso, ma non dato una
volta per tutte, come si diceva, e certo dilatato, specie grazie
all’uso di certe immagini (fuoco ma anche farfalle) e ai non in-

«Auschwitz» (p. XX) ma si evoca subito dopo la « guerra civile spagnola», sui
« campi di battaglia e di sterminio» della quale « si lottò per l’ultima volta per la
libertà, la solidarietà e l’umanità in senso rivoluzionario», e si precisa in nota:
«Per l’ultima volta in Europa. L’eredità storica di questa lotta va oggi trovata in
quei paesi che difendono la loro libertà in una lotta senza compromessi contro
le potenze neocoloniali» (p. XXI).
121
L. Sciascia, L’antimonio cit., pp. 203-204.
122
Ivi, p. 167.

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frequenti sbalzi temporali verso l’infanzia del protagonista e poi
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verso momenti situabili già oltre l’esperienza della guerra – sep-


pur ancora confitti nella stessa, nel suo tempo – e fors’anche,
nel finale aperto e in prospettiva, oltre il ventennio.
D’altro canto, come vedremo, se gli enunciati in terza perso-
na riguardano innanzi tutto le azioni compiute da altri, possono
anche, in un certo senso, investire quelle compiute da « un io che
parla a nome di un noi» 123, cioè da un « io» che – oltre a rappre-
sentare « personaggio e scrittore, Spagna e Sicilia», come suggeri-
sce Tedesco – diventa comunità di soldati; da un « io» che prima
si incarna nella pluralità del « noi giravamo» – che è anche la plu-
ralità di « noi abitatori di questa terra, uomini qualunque dell’og-
gi» 124 – e poi finanche in quella della terza persona plurale, delle
« farfalle» che « si avvicinano» pericolosamente « al lume» di Ma-
drid, a Madrid-lume, e con quel lume, simbolo di una sofferta
ed estesa condizione umana, finiscono per identificarsi.

Giravamo intorno a Madrid come di notte le farfalle intorno al lu-


me, si avvicinano fino a sentirsi bruciare ed allargano il volo, di
nuovo si avvicinano e per un guizzo di vento la fiamma le coglie 125.

Un’immagine simile, « girare [...] come un’atropo testa di


morto intorno al lume», anticipata non proprio a caso dall’evoca-
zione di Franco, il Generalissimo vincitore della guerra civile spa-
gnola, ritorna nell’opera di Sciascia, nel cronologicamente vicino
A ciascuno il suo (1966). Si tratta, in questo caso, di un « giallo che
non è un giallo», come scrive Italo Calvino 126, un giallo « smonta-
to» dove di tale preziosa, poetica immagine viene finanche propo-

123
N. Tedesco, «Avevo la Spagna nel cuore»: Sciascia, la Sicilia, la Spagna
cit., p. 12; anche per la citazione seguente.
124
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., p. 22.
125
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 189.
126
Citato in C. Ambroise, Cronologia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971,
Milano, Bompiani, «Classici» 1989 e 2001, p. LIX.

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sta un’esegesi, « per vizio di mestiere», dopo un dialogo tra Rosel-
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lo e Laurana, tra il sospettato e il protagonista, il professore che


« faceva dei lavoretti di critica» 127 e che si improvvisa detective:

– La destra dell’onorevole sta più a sinistra dei cinesi, se proprio


lo vuoi sapere... [disse Rosello]
[...]
– Ma l’onorevole Abello – domandò [Laurana] – accetta comple-
tamente la linea che per ora segue il vostro partito ?
– E perché no ? Abbiamo rosicchiato per vent’anni a destra, ora è
tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra. Tanto, non cambia
niente.
– E i cinesi ?
– I cinesi ?
– Voglio dire: poiché l’onorevole sta più a sinistra dei cinesi...
– Ecco come siete, voi comunisti: di una frase fate una corda, e ci
impiccate un uomo... Io ho detto così per dire, che sta a sinistra dei
cinesi... Se ti fa piacere, posso anche dirti che sta a destra di Franco
[...] – Se ne andò, un po’ intorbidato in faccia, senza salutare.
Tornò una mezz’ora dopo, completamente mutato: allegro, affet-
tuoso, disposto allo scherzo. Ma Laurana avvertì la tensione, l’in-
quietudine, la paura forse, che lo portavano a girare, « come un’atro-
po – pensò – come un’atropo testa di morto intorno al lume»: e
l’immagine, dalla pagina di Delitto e castigo da cui era sorta finì, per
vizio di mestiere, spiaccicata in nota a Gozzano, in nota a Montale.
[...] E così finì col bruciarsi le ali, Rosello, nella fiamma del so-
spetto di Laurana. E quasi faceva pena 128.

Dopo Fëdor Michailovic] Dostoevskij 129, il professore e criti-

127
L. Sciascia, A ciascuno il suo, Torino, Einaudi, 1966 e «Nuovi Coralli»,
1973, p. 29.
128
Ivi, p. 84.
129
Al di là della precisa indicazione di Sciascia, da Delitto e castigo, su Do-
stoevskij – pur consapevoli della nota (ma tarda) preferenza sciasciana per Tol-
stoj – ritorneremo fra poco, a proposito dell’incendio che domina il passo delle
farfalle de L’antimonio, specie nelle sue battute finali, segnalando un’altra, possi-
bile ascendenza dostoevskiana nelle fiamme che pongono fine a La festa nella ter-

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co letterario che è Laurana – e che è anche Sciascia – rinvia a
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Guido Gozzano e a Eugenio Montale. La prosa « gialla» di Delit-


to e castigo (1866) diventa la poesia dell’Acherontia Atropos, Del-
la testa di morto, delle Farfalle (1908-1916) gozzaniane 130. Per
Montale poi – che, come nota Cesare Segre 131, « con qualche ci-
vetteria ha sollevato un tema crepuscolare all’intensità angosciata
da baleni metafisici propria della sua poesia» – la farfalla è occa-
sione abbastanza frequente, simbolo non raro, dai Vecchi versi de
Le occasioni (1928-1939) a Per un « Omaggio a Rimbaud » de La
Bufera e altro (1940-1954): occasione e simbolo dispiegati anche
in una breve prosa – Farfalla di Dinard, che chiude il volumetto
omonimo del 1956 – ma già in chiave critica, persino autoironi-
ca, insomma di rilettura pensosa e divertita di sé.

za ed ultima parte de I demoni (1873). Ma si rilegga per ora Fëdor Michailovic]


Dostoevskij, Delitto e castigo, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1982,
volume I, p. 368, con Raskolnikov che pensa: « faccio bene o no a recarmi da lui
[il giudice Porfirij]? Anche la falena si precipita sulla candela»: volume II, p. 22,
con Porfirij che dice a Raskolnikov: «Le è mai capitato di vedere una farfalla da-
vanti a una candela ? Beh, anche lui [l’assassino della vecchia usuraia e di Lizave-
ta, sorella di quest’ultima, ovvero Raskolnikov] mi girerà intorno, continuamen-
te, intorno a me come intorno a una candela»; e volume II, p. 277, per un pos-
sibile cortocircuito con L’antimonio, dall’origine e dalla parabola diverse, certo,
ma come concepite e tracciate in quella distesa « epoca della guerra civile stri-
sciante» – consapevolezza di pochi rivoltosi, isolati in un contesto di povertà e
miseria – che verso la fine del libro un’esclamazione di Raskolnikov assimila tout
court alla guerra, poco prima di espiare la colpa nel dolore dell’esilio, necessario
per rientrare in quella società (e umanità) per la quale ha commesso il delitto:
«Beh, io proprio non capisco perché ammazzare con le bombe la gente d’una
città assediata dovrebbe sembrare formalmente più conveniente ! » Cfr. infine,
per l’« epoca della guerra civile strisciante», in relazione anche a Delitto e castigo,
Massimo Ilardi, Negli spazi vuoti della metropoli. Distruzione, disordine, tradi-
mento dell’ultimo uomo, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, [pp. 64-66], p. 65.
130
Guido Gozzano, Tutte le poesie, a cura di Giacinto Spagnoletti, Roma,
Newton Compton, 1993, pp. 139-142.
131
Cesare Segre, Invito alla «Farfalla di Dinard », in I segni e la critica, To-
rino, Einaudi, 1970 e in Per conoscere Montale, Antologia corredata di testi cri-
tici, a cura di Marco Forti, Milano, Mondadori, « Oscar», 1986, [pp. 251-
267], pp. 266-267.

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Ci pare adottare doppiamente tale registro il brano citato,
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che, con passione civile e engagement sottesi, traduce l’indagine


di Laurana in un divertissement, in un gioco letterario e poi in
un’esegesi che sembra diventare un’autoesegesi, come spec-
chiantesi, quasi secondo modalità metanarrative, nel titolo stes-
so del romanzo: A ciascuno il suo.
Da un lato abbiamo, nella boutade iterata di Rosello, una de-
mitizzazione della destra franchista, e della politica in genere, an-
che di sinistra, il cui fallimento il libro registra al di là della forma
del « giallo» e del tema della « mafia». A tale boutade segue poi,
oscillante fra il pensiero di Laurana e il commento ironico del
narratore, la rivelazione di un gusto poetico per l’immagine che
per ovvie aderenze regionalistiche potremo sospingere all’indietro
fino a Giacomo da Lentini 132 («Si como ’l parpaglion») e che
sembra ribattezzare il contesto tragico della guerra di Spagna (e
dell’Antimonio) e adattarsi all’amaro clima di sospetto della Sicilia
di Sciascia autore: quella Sicilia dove è radicata un’altra guerra ci-
vile, guerra forse più sotterranea ma non meno pericolosa, tanto
che « i poliziotti tristi di Leonardo Sciascia» diventano dei « legio-
nari [...] capaci di liberare da cumuli di fatica e di pena quel feli-
no inarcarsi di reni che è la poesia». Come suggerisce bene Di
Grado, lettore eticamente attento del mondo dello scrittore sici-
liano anche a partire dalla sua dimensione noir, raccolta tuttavia,
un po’ unilateralmente e secondo coordinate estetiche prima sfu-
mate, « sul fronte d’una metafisica provincia» che consegna i le-
gionari-poliziotti a un « bisogno di bellezza che li strega e li per-
de» 133. Ragionando altrimenti sulla circolarità, nell’opera scia-
sciana, di esordi ed epilogo, Zago ci aiuta invece a puntare su una
Sicilia meno metafisica e più concreta, quella del primo Sciascia,
per capire anche lo Sciascia successivo, soprattutto l’ultimo, e in
tal senso ricorda, dopo i rilievi di Ambroise, il volumetto poetico,

132
O a Chiaro Davanzati, «Il parpaglion che fere a la lumera».
133
A. Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco e) nero
su nero cit., pp. 71-72.

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La Sicilia, il suo cuore (1952), qui già citato, e in particolare Ad
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un paese lasciato, dove spiccano, per noi, questi versi:

Tra questi uomini ho appreso grevi leggende


di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene 134.

D’altro lato, e in prospettiva, Sciascia prende in giro le ansie


investigative da letterato di Laurana e di se stesso, giocando col
lettore ma non ingannandolo circa la capacità critica del razionali-
smo del suo eroe e alter-ego. Nel finale, infatti, il lettore sarà disil-
luso, ovvero, con strategia assai consueta, non illuso e insieme in-
vitato a una presa di coscienza e a un atteggiamento disincantato,
visto che non sarà Rosello a bruciarsi le ali nel sospetto di Laurana
ma per l’appunto Laurana a bruciarsele nel sospetto di Rosello.

5. Il fuoco, la paura, la memoria, l’infanzia e « i ragazzi


affamati con fame anche di città nuove e mondo da vedere»

Questa rapida incursione in A ciascuno il suo (1966) e negli


esordi poetici sciasciani ci ha permesso di mettere letteraria-
mente a fuoco un’immagine significativa per il nostro percorso
e di stabilire un altro, ulteriore e non così manifesto legame
all’interno di quella costruzione culturale impura che si serve
della « continuità» esplosiva tra la Spagna e la Sicilia di Scia-
scia 135; di quel primo Sciascia che possiamo provare a ricolloca-

134
N. Zago, Il primo e l’ultimo Sciascia cit., pp. 146-147. Ma cfr. C. Am-
broise, Invito alla lettura di Sciascia cit., p. 16, e le pagine sciasciane su La Zolfa-
ra (1963) incluse ne La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (1970), in Ope-
re 1956-1971 cit., pp. 1096-1101.
135
Cfr. una lettera di Italo Calvino del 26 ottobre 1964 citata in N. Tede-
sco, «Avevo la Spagna nel cuore»: Sciascia, la Sicilia, la Spagna cit., p. 14, e da
noi ancora più avanti nel testo.

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re fra il 1952 – ma tenendo presente l’attenzione pasoliniana
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circa le Favole della dittatura (1950) – e il 1966, e fra poesia e


narrativa, fra tradizione – o fra un’idea di tradizione amplifica-
ta, che risponde piuttosto a un insieme di tradizioni – e retori-
ca, sapienza linguistica; e poi, se si vuole, fra engagement e diver-
tissement, ma nei termini che si sono anticipati.
E bisogna subito precisare che tale divertissement non è mai
fine a se stesso e che la retorica, la sapienza linguistica non sono
solo mestiere, cioè non si traducono solo in quel dato tecnico
che è certo innegabile in Sciascia, invitato in tal senso da uno
scrittore di mestiere come Calvino a « non abbandonarsi al me-
stiere» 136; quel Calvino, sia detto per inciso, che il mestiere lo
ruba pure ai critici 137. In Sciascia, retorica, sapienza linguistica
possono certo servire il mare magnum della memoria e del ricor-
do, compresi i corollari del non ricordare e il non fare della pro-
pria esperienza ricordo. Il tutto, però, mira a sottolineare una
presa di coscienza, un engagement, e anche in tal senso promuo-
ve un’intersecazione consapevole e non così comune di opera
narrativa e poetica, dello stesso Sciascia e di altri. Infatti, al di là
della conclamata ascendenza dostoevskiana e delle Farfalle di
Gozzano, « il pazzo aliare della farfalla» dei Vecchi versi monta-
liani è « oggetto e catalizzatore del ricordo» 138, come lo è il gira-
re delle farfalle-soldati ne L’antimonio (1960).
Leggiamo dunque (quasi) per intero quel passo che, nelle
sue prime e già citate battute, è segnato proprio dall’immagine
di folle danza, ma, per seguire il discorso sul ricordo, sulla me-
moria, prestiamo particolare attenzione all’inizio e alla fine:

136
G. Traina, Leonardo Sciascia cit., p. 229. Cfr. diversi luoghi di Italo Calvi-
no, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di Giovanni Tesio e con una Nota
di Carlo Fruttero, Torino, Einaudi, 1991, pp. 192, 216, 235, 239, 308, 490.
137
Cfr. il recente Giovanni Palumbo, «Le Prince Andréj» e il volo di Cosi-
mo: chiose sul finale del «Barone rampante», «Critica letteraria», 124, 2004,
[pp. 453-482], p. 454.
138
Cfr. Antonio Zollino, Su «Vecchi versi» di Montale. Fra il tempo degli
« Ossi» e i luoghi di «Alcyone», «Rassegna Lucchese», 2, 2000, [pp. 5-25], p. 15.

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Ma mentre sedevo sui gradini della chiesa di santo Isidoro, in
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quel paese di cui non ricordo il nome, la battaglia per Santander


era appena cominciata, era il 15 di agosto del 1937. Giravamo
intorno a Madrid come di notte le farfalle intorno al lume, si av-
vicinano fino a sentirsi bruciare ed allargano il volo, di nuovo si
avvicinano e per un guizzo di vento la fiamma le coglie. Così era
Madrid. [...] Non so perché, dei paesi e delle città della Spagna,
non ho netta memoria: anche di Siviglia, che è la più bella città
che io abbia mai visto. Non ho buona memoria per i luoghi, ma
per i luoghi della Spagna ancora meno: forse perché i paesi somi-
gliavano molto a quelli che fin da bambino conoscevo, il mio e i
paesi vicini, e dicevo – questo paese è come Grotte, qui mi pare
di essere a Milocca, questa piazza è come quella del mio paese –
ed anche a Siviglia mi pareva a momenti di camminare per le
strade di Palermo intorno a piazza Marina. E anche la campagna
era come quella della Sicilia: nella Castiglia desolata e solitaria
com’è tra Caltanissetta ed Enna, ma più vasta desolazione e soli-
tudine; come se il Padreterno, dopo aver buttato giù la Sicilia, si
fosse dilettato a fare un gioco di ingrandimento con uno di que-
gli apparecchi che vendono nelle fiere, anche gli ingegneri li usa-
no, pantografi si chiamano. E che idea andare a piantare una
città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel
deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era
solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagi-
ne dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava
rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad
attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano
bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia
e migliaia di persone abitavano. Pensavo – l’antimonio, il fuoco
– ma così lontano era il riverbero, costava a noi tanto sangue e
dolore quella città di allucinazione, che di solito guardavo la ros-
sa aureola di morte come da bambino, in campagna, guardavo le
lontane girandole di fuoco della festa di San Calogero: un lumi-
noso lontano giuoco della notte 139.

139
L. Sciascia, L’antimonio cit., pp. 189-191.

63

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A questo passo, delimitato nel racconto da due spazi bianchi
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e perfettamente compiuto, abbiamo tolto solo una ventina di ri-


ghe, per meglio evidenziare la continuità problematica del discor-
so sciasciano sulla memoria (« non ricordo il nome»; «Non so
perché [...] non ho netta memoria»; «Non ho buona memoria»)
relativa ai luoghi della guerra, ai paesi, alle campagne, alle città e a
quella capitale che li introduce («Così era Madrid ») e che torna
infine a sovrastarli e raccoglierli tutti («Ma c’era, Madrid ») in
un’immagine di fuoco, che si sovrappone a quella dell’acqua, fre-
quentabile solo nell’allucinazione che la fa scaturire.
In questa prospettiva, il fuoco, che certo è morte, che è exer-
cice de l’apocalypse, come suggerisce André Malraux ne L’espoir
(1937) 140, sembra rovesciarsi presto e bachelardianamente nel
contrario, ovvero in vita, in alimento, in piacere. Per sincerarsene
basta leggere poche, semplici righe di quella Psychanalyse du feu
che è finita nel dicembre del 1937 e pubblicata nel 1938:

Il [le feu] est cuisine et apocalypse. Il est plaisir pour l’enfant [...]
il punit cependant de toute désobéissance quand on veut jouer de
trop près avec ses flammes 141.

Il fuoco, con il quale non si deve proverbialmente scherza-


re, offre anche forza vitale, cibo, gioia, gioia infantile, origina-
ria, a quella memoria che si confronta in modo certo più pro-
blematico che ingenuo, divertito, « vacanziero», con la storia e
l’oblio, il perdono, la giustizia 142, e che alterna sentimenti di
partecipazione, di pena (specie a partire dai bambini, dai vec-

140
André Malraux, Exercice de l’Apocalypse, in L’Espoir, Paris, Gallimard,
1937 e «Folio», 1972 e 1989, pp. 141-303.
141
Gaston Bachelard, La psychanalyse du feu, Paris, NRF, 1938 e Galli-
mard, «Folio-Essais» 1985 e 1995, pp. 23-24. Per il positivo rovesciarsi bache-
lardiano in seno alla tetralogia della materia cfr. L. Curreri, «Les images avant les
idées», «Franco-Italica», 13, 1998, pp. 177-218.
142
Cfr. ancora P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli cit., e Y. H. Yeru-
shalmi, Riflessioni sull’oblio cit..

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chi, dalle donne), e sentimenti di separazione, di paura, di peri-
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colo, istinti di sopravvivenza, se non proprio di distruzione, e


giochi un po’ inebrianti:

[...] solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e


vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia
di persone abitavano. Pensavo – l’antimonio, il fuoco – ma così
lontano era il riverbero, costava a noi tanto sangue e dolore quella
città di allucinazione, che di solito guardavo la rossa aureola di
morte come da bambino, in campagna, guardavo le lontane gi-
randole di fuoco della festa di San Calogero: un luminoso lontano
giuoco della notte.

Insomma, un tale salto spazio-temporale non è gestibile,


ante litteram, da Il teatro della memoria (1981), che è « teatro
della verità», come rileva Di Grado 143, ma anche, secondo lo
stesso Sciascia, « puro divertimento», « vera vacanza»; diverti-
mento, vacanza che, a cavallo dei tristi e già richiamati anni Set-
tanta e Ottanta, diventano la necessaria « controparte di un’atti-
vità per nulla divertente in cui da più di due anni [io, Sciascia]
mi trovo impegnato» 144.
E certo in quel salto, in quello sbalzo, c’è sempre più impe-
gno che vacanza o « scampagnata»; queste ultime sono piutto-
sto le conseguenze di una fuga acritica dalla realtà, che il Mer-
leau-Ponty di C’è stata la guerra stigmatizza, come è noto, in re-
lazione alle vacanze del ’39 dei francesi (e di tanti altri).
E c’è un grande odore di polvere da sparo in quell’oscillare
fra gli estremi storici e intimi, sinistri e eccitanti a un tempo del
personaggio adulto/Madrid bombardata e del personaggio bam-
bino/festa di San Calogero, e poi della Spagna, e della guerra, e

143
A. Di Grado, Il teatro della memoria (e della verità) di Leonardo Scia-
scia, «Siculorum Gymnasium», 1, 2003, pp. 57-62.
144
Così chiude la nota finale di L. Sciascia, Il teatro della memoria, Torino,
Einaudi, 1981, p. 77.

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della Sicilia, e della festa. Il tutto in seno a quella « continuità»
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già presentata che Italo Calvino – in una lettera del 26 ottobre


1964 145, vicina a L’antimonio oltre che a Il consiglio d’Egitto
(1963) – evoca e disegna da par suo in quella sciasciana « serie di
cariche esplosive sotto i pilastri del povero illuminismo in con-
fronto alle quali le mie sono poveri fuochi d’artificio». Quasi a
suggerire, almeno per noi, che in Sciascia finanche i fuochi d’ar-
tificio – magari proprio quelli ispirati, in via più o meno metafo-
rica, a un certo Calvino, fra Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e
Il barone rampante (1957), fra guerra civile e lumi – sono cari-
che esplosive o che dai fuochi d’artificio, comunque, si può par-
tire per approdare a una « serie di cariche esplosive», foriere, in
seno ai pouvoirs de l’horreur 146, di incendi notturni e di oscilla-
zioni più o meno ambigue e spettacolari, magari ancora di do-
stoevskiana memoria.
Si legga questa pagina tratta da La festa nella terza ed ulti-
ma parte de I demoni (1873) di Dostoevskij:

Un gran fuoco di notte ha sempre un effetto eccitante ed esilaran-


te: su questo si basano i fuochi d’artificio; ma là il fuoco si dispo-
ne secondo linee regolari, eleganti ed, essendo perfettamente in-
nocuo, crea un’impressione di allegria e leggerezza, come dopo
una coppa di champagne. Ben altra cosa è un vero incendio: qui
l’orrore e, volere o no, un certo qual senso di pericolo personale,
unito a quel tale effetto esilarante che produce il fuoco notturno,
suscitano nello spettatore (s’intende non nelle vittime dell’incen-
dio) un certo scotimento del cervello e quasi uno stimolo dei pro-
pri istinti di distruzione, istinti che, ahimè, si celano in ogni ani-
mo, perfino in quello del più mansueto e casalingo consigliere
onorario... Questa sensazione sinistra è quasi sempre inebriante.
«Io, proprio, non so se si può contemplare un incendio senza un

145
Cfr. ancora la lettera di Italo Calvino citata in N. Tedesco, «Avevo la
Spagna nel cuore»: Sciascia, la Sicilia, la Spagna cit., p. 14.
146
Cfr. Julia Kristeva, Pouvoirs de l’horreur, Paris, Seuil, «Tel Quel», 1980
e «Points», 1983, pp. 25-27.

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certo piacere»: queste testuali parole me le disse un giorno Stepàn
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Trofímovic], rincasando da un incendio notturno dove era capita-


to per caso e ancora sotto la prima impressione dello spettacolo.
S’intende che lo stesso amatore d’incendi notturni si butterebbe
anche lui nel fuoco per salvare un bambino o una vecchia investi-
ti dalle fiamme; ma questa è un’altra questione 147.

E su quest’« altra questione», davvero tale, ritorneremo do-


po. Ora bisogna invece insistere sul fatto che il fuoco, ne L’anti-
monio, pare diventare tout court la memoria individuale del pro-
tagonista, prima d’essere – di fondersi, completarsi con – la me-
moria collettiva della guerra, di Madrid e delle altre città ferite
(e del ritorno e della “Spagna-zolfara”). Non a caso l’« ex zolfa-
taro di Regalpetra» parte volontario per la guerra di Spagna do-
po aver corso il rischio di morire bruciato dal grisou – « gli zolfa-
tari del mio paese chiamano antimonio il grisou» 148 – ed è « iper-
sensibile a tutto quello che assomigli al fuoco» 149.

147
Fëdor Michailovic] Dostoevskij, I demoni, Novara, Istituto Geografico
De Agostini, 1983, volume II, [pp. 471-478], p. 474. Si tratta di un romanzo
la cui parabola – generata dalla cronaca e da una volontà di sottrarsi all’autorita-
ria guida del capo, intollerante terrorista – può metaforicamente riaffiorare nel
racconto di Sciascia. Tra l’altro I demoni, sia detto davvero tra parentesi e in se-
no a una curiosa coincidenza, prendono spunto da un fatto avvenuto a Mosca
nel 1869 di cui Dostoevskij viene a conoscenza a Dresda, futura città ferita, de-
stinata ad essere avvolta dalle fiamme; quella Dresda in tal senso evocata da un
altro scrittore visionario, della generazione di Sciascia, Kurt Vonnegut, che è del
1922, nella sua Slaughterhouse-Five del 1969. Per i terroristi russi dell’epoca di
Dostoevskij, poi, non si può non pensare a quel critico della cultura appena più
giovane che è Hans Magnus Enzensberger, che è del 1929, e al saggio scritto e
raccolto nei primi anni Sessanta in Politik und verbrechen (1964), dove ritorna
anche, e a più riprese, L’homme révolté di Albert Camus. Ho consultato la ver-
sione francese e a questa mi permetto di rinviare: Hans Magnus Enzensberger,
Les rêveurs de l’absolu, in Politique et crime, Paris, Gallimard, 1967, pp. 236-300
(e 328-329); da leggere in prospettiva la seconda parte del saggio, dedicata a Les
belles âmes de la Terreur, alle pp. 271-300.
148
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 166.
149
G. Traina, Leonardo Sciascia cit., p. 230.

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Questa ipersensibilità, come la paura che le è intimamente
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connessa, non è un limite – come vedremo subito, allontanan-


doci un po’ dal passo citato, di cui riprenderemo l’analisi fra
qualche pagina – e sembra essere un’altra essenziale chiave di
lettura del mutamento del personaggio sciasciano, in linea –
nella rêverie, in questo caso, prima che nella storia – con una ce-
lebre affermazione di Gaston Bachelard:

Si tout ce qui change lentement s’explique par la vie, tout ce qui


change vite s’explique par le feu 150.

Certo, nel tragico episodio della zolfara – rapidamente evo-


cato a poche pagine dall’inizio del racconto di cui sembra un
complemento – troviamo ancora una volta l’acqua, che è con-
trocanto del fuoco ma che non entra nella storia e contribuisce
piuttosto a confinare l’episodio nell’allucinazione, nel sogno,
nella rêverie, e finanche nell’illusione cinematografica (forse e in
via generale derivata insieme all’episodio medesimo da Malraux
e da L’espoir, testo del 1937 molto amato da Sciascia, che lo col-
loca fra i migliori romanzi del Novecento 151 e, in relazione alla

150
G. Bachelard, La psychanalyse du feu cit., p. 23.
151
G. Traina, Leonardo Sciascia cit., p. 227. Ma cfr. L. Sciascia, Com’era la
Spagna, «L’Ora», 20 agosto 1966, poi in Quaderno. Introduzione di Vincenzo
Consolo, Nota di Mario Farinella, Palermo, Nuova Editrice Meridionale,
1991, [pp. 168-170], p. 168: «Barcellona. Albergo Colon: nel trentesimo anni-
versario dell’« alzamiento». E appena arrivato, affacciandomi al balcone, mi
rendo conto che il Colon di cui parla André Malraux nelle prime pagine de La
speranza (stupende pagine, grandissimo libro: forse il più grande che sia stato
scritto in questi trent’anni) doveva essere situato in altro luogo di Barcellona.
Questa avenida de la Catedral, che pure è una piazza con alberi e colombi, non
può essere quella in cui il 19 luglio del 1936, giusto trent’anni fa, operai e im-
piegati in Barcellona si lanciarono vanamente, sanguinosamente, all’assalto
dell’albergo in cui militari e fascisti si erano asserragliati. Ho avuto il torto di
non portare con me il libro di Malraux; e non ho un preciso ricordo della de-
scrizione del luogo e dei fatti».

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guerra civile spagnola, lo ricorda dopo quelli di Orwell e Berna-
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nos nell’elenco del 1981 citato qui nel terzo paragrafo):

Mio zio ancora raccomandò – basse le acetilene – e un minuto


dopo dal fondo della galleria venne un ruggito di fuoco, come
avevo visto al cinematografo l’acqua precipitare dalle chiuse aper-
te, così il fuoco venne verso di noi urlando; ma questo sto pensan-
dolo ora, non sono sicuro fosse proprio così, mi vedevo il fuoco
sopra e non capivo niente, mio zio che gridava – l’antimonio – e
mi trascinava, e io già correvo come in un sogno 152.

La paura dell’ex zolfataro ha anche un triste precedente in


famiglia (« portano a casa mio padre, bruciato dall’antimonio»;
« sempre avevo avuto spavento dell’antimonio perché sapevo
che bruciava le viscere, così mio padre era morto» 153); è un pre-
cedente che pesa, è un’eredità d’orrore, di paura, che tendono
subito e soprattutto a identificare e ad assolutizzare la figura del
padre nella zolfara – e nella morte che dà la zolfara attraverso
l’antimonio, il fuoco – fino quasi a cancellarne i tratti soggetti-
vi, intellettuali, ideologici, quasi non fosse esistito come uomo,
come soggetto, anche politico.

Mio padre era morto nel ’26, io avevo sedici anni quando era
morto, il pensiero della sua vita, e di come era morto, non mi la-
sciava mai: ma avevo dimenticato che era stato socialista. Nel suo-
no dell’inno dei lavoratori vedevo mio padre che mi teneva per
mano [...] Era bella musica, ad un certo punto pareva squarciasse
pesanti nuvole, le parole dicevano – sulla libera bandiera brilla il
sol dell’avvenire – davvero aprivano speranza.
Ma il socialismo che cosa era ? Certo una buona bandiera, mio pa-
dre diceva – giustizia uguaglianza – ma [...]
Ma anche il socialismo doveva essere un po’ come la religione, un
calderone in cui bollono tante cose, e ognuno ci mette dentro un

152
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 179.
153
Ivi, pp. 174 e 179.

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osso per farne un brodo che gli piace. Per me era solo il ricordo di
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mio padre la sua fede il modo com’era morto, e io che avevo ri-
schiato di fare la sua stessa morte; e donna Maria Grazia che dice-
va di me – ha le idee storte di suo padre – e io invece non avevo
idee dritte o storte, solo un dolce ricordo di mio padre e la pena
di com’era morto; e una gran paura dell’antimonio; e un po’ di
speranza nella giustizia 154.

La paura dell’antimonio resetta, insomma, l’hard disk del


mondo, il socialismo, la religione, e non ne fa – a partire dal pa-
dre, dalla vittima, e da un elogio incondizionato della memoria –
contraltari più o meno solari e avveniristici di altri ideologici
« ismi» (fascismi italiani, spagnoli...), mirando piuttosto alla
« giustizia». E a questo proposito è forse utile pensare, in prospet-
tiva, a certe pagine di Porte aperte (1987), titolo che richiama,
poi amplifica – porte aperte dei partiti per facili e opportunistici
attraversamenti delle ideologie, porte aperte degli amici, « vere
porte aperte della città» 155 – e ribattezza, dissacrandola, in « porte
chiuse», quella falsa, consolatoria e « suprema metafora dell’ordi-
ne, della sicurezza, della fiducia» che si nasconde in seno al famo-
so ritornello d’antan «“Si dorme con le porte aperte”»:

“Si dorme con le porte aperte”. Ma era, nel sonno, il sogno delle
porte aperte, cui corrispondevano nella realtà quotidiana, da sve-
gli, e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare, e capire e
giudicare, tante porte chiuse 156.

Riemerge l’opposizione « dormire/star svegli» de L’antimo-


nio, che è tipica di Sciascia ma che in Porte aperte muove anco-
ra una volta dalla seconda metà degli anni Trenta, dagli anni
della guerra civile spagnola, che non proprio a caso è richiama-

154
Ivi, pp. 184-185.
155
L. Sciascia, Opere 1984.1989 cit., pp. 333 e 355.
156
Ivi, p. 344.

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ta nelle prime e nelle ultime pagine del breve romanzo. All’ini-
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zio del processo, cui il libro è dedicato, la guerra di Spagna è si-


gnificativamente evocata grazie – e posta in relazione – all’ar-
ma del delitto:

C’era poi, a turbarlo [il giudice] visceralmente, di un orrore che


sentiva nella carne oltre che nella mente, il pugnale [...] Posato su
un pezzo di giornale di cui il giudice, dall’alto della sua scranna,
leggeva il più grosso dei titoli – Il Duce a Franco nel primo annua-
le della sua nomina a Capo dello Stato Spagnolo [...] 157.

Nel penultimo capitolo del testo, poi, quasi alla fine del
colloquio del giudice col giurato – « l’amico» che sposa la « li-
nea» processuale del giudice e fa « un gesto contro la pena di
morte» – e con la sua compagna, la francese «Simone», riemer-
ge l’importanza della guerra civile spagnola. Da notare il rapido
crescendo cui partecipano i tre personaggi, così forte e intenso,
nell’imporsi dell’argomento, che l’autore “dirotta” le battute
dell’amico verso il mandato degli inglesi e il terrorismo degli
ebrei in Palestina, quasi a intrecciare provocatoriamente echi
della propaganda nazi-fascista dell’epoca e della scottante attua-
lità dell’intifada; per poi rilevare il distacco del giudice e di Si-
mone circa l’apprensione dell’amico « su delle notizie che la
guerra di Spagna relegava ai margini» e sfumare il dialogo in
una chiacchera più leggera e letteraria che coinvolge anche il
« fascismo». Quel fascismo che non casualmente pare « farsi
lontano» e, senza la concretezza della guerra civile spagnola,
sembra diventare un punto, un segno di « una immaginaria
mappa della stupidità umana»:

“In questo momento” disse Simone “gli spagnoli desiderano solo


ammazzarsi tra di loro.”
“Con il conforto spirituale di Léon Blum” disse il giudice.

157
Ivi, pp. 350-351.

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“Soltanto spirituale, alla parte che dovrebbe essere la sua” precisò
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Simone.
“Il socialista Blum, lo stendhalista Blum: e ne vien fuori la ma-
scherata del non intervento” disse l’amico. “Mussolini manda te-
legrammi di compiacimento ai generali italiani che, con truppe
italiane, conquistano città spagnole: e Blum, impassibile, conti-
nua a parlare del non intervento in Spagna come se ci credesse...”
“A meno che non si voglia ammettere che l’abbia capito Mussoli-
ni, nessuno” disse il giudice “capisce che la guerra di Spagna è la
chiave di volta di quel che minaccia il mondo.”
“E a meno che non si voglia ancora ammettere che l’abbia capito
Mussolini, con quella sua buffonata della spada dell’Islam, e nes-
suno di quelli che vi sono direttamente interessati, quel che succe-
de a Tel Aviv mi inquieta molto” disse l’amico. [...]
Quell’apprensione su delle notizie che la guerra di Spagna relega-
va ai margini, il terrorismo degli ebrei che volevano fondare uno
stato, il modo in cui gli inglesi gestivano il loro mandato in Pale-
stina, sembrava a Simone e al giudice del tutto eccessiva e, facen-
done argomento di discussione, alquanto maniacale. [...] Sicché
ad un certo punto la discussione su quell’argomento si spense.
Continuarono a parlare, con leggerezza, con brio, della Francia,
di certi scrittori, di certi libri. E del fascismo. Ma parlandone in
quel modo, il fascismo pareva farsi lontano, come segnato in una
immaginaria mappa della stupidità umana 158.

Ma, al di là dell’importante presenza della guerra civile spa-


gnola, sorta di tragico e speculare sipario del processo, quel che
più ci interessa sottolineare in Porte aperte non è direttamente
in relazione alla guerra di Spagna ma alla figura del padre
nell’Antimonio. Ed è il fatto che si richiami alla memoria – una
memoria intima ma anche collettiva, la « memoria degli italiani
che avevano memoria» – un’altra tragica morte degli anni Ven-
ti, del 1924 per la precisione: quella del deputato Giacomo
Matteotti, « considerato, tra gli oppositori del fascismo, il più

158
Ivi, p. 394.

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implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in
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quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si en-


trava e si usciva, ma perché parlava in nome del diritto. Del di-
ritto penale» 159.
Con Horkheimer, potremmo suggerire che la paura – in
quanto « oggetto di riflessione» – ricupera il ricordo del padre,
di quel soggetto, di quel « vero singolo individuo» che il padre è
stato, nella sua vita di zolfataro, prima del socialismo, prima
delle « idee dritte o storte». Alle quali si sovrappongono non ca-
sualmente la « pena», la « paura», per l’appunto, e « un po’ di
speranza nella giustizia». E l’affiorare di questi elementi è un
dato importante, che ci fa pensare a quanto, negli anni 1961-
1962, annotava proprio Horkheimer nei Taccuini (1974) –
Notizen 1950 bis 1969 – a proposito del « concetto di singolo
individuo» 160:

Nella misura in cui [al singolo individuo] importa esclusivamente


di se stesso, è un elemento della massa – e il conformismo è il suo
comportamento adeguato. La gente si riconosce persino nel capo
brutale che ordina l’assassinio [...] Al contrario il vero singolo in-
dividuo si riconosce unito agli altri non tanto nel perseguimento
degli interessi immediati, quanto piuttosto nella miseria di coloro
che sono esclusi, di quelli che sono malati, perseguitati, condan-
nati, proscritti, ciascuno dei quali è « singolo» in un senso doloro-
so e disperato. Pensando a loro, egli sente e agisce – in ultima
istanza ubbidendo alla propria paura, la quale peraltro può diven-
tare così potente da indurlo a votarsi a loro, condividendone il de-
stino. La paura non è nobile aspirazione alla buona vita e al pote-
re, anch’essa può portare veramente al conformismo; ma se di-
venta oggetto di riflessione, può anche vincere il conformismo e
fondare quella solidarietà senza cui il singolo non è pensabile.

159
Ivi, pp. 331 e 333.
160
Max Horkheimer, Taccuini 1950-1969 (1974), Genova, Marietti,
1988, p. 174. Ma cfr. H. Marcuse, Prefazione (1964) a Cultura e Società cit.,
pp. XVIII-XXI.

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In tal senso L’antimonio è anche un attraversamento della
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paura, la paura dell’« assassinio non solo impunito ma premiato


[...] assassinio che si realizza con gratitudine e gratificazione da
parte dello Stato» 161, come si legge ancora in Porte aperte. In tal
senso L’antimonio è anche un attraversamento della paura a
partire dal rischio del conformismo e non da una solidarietà
acritica, data per scontata e rintracciabile magari nell’orizzonte
radioso del socialismo o della religione: la fuga dalla zolfara può
risultare acritica ma la solidarietà finale del personaggio è pro-
prio frutto della critica, della critica sociale. Anche se non è cer-
to facile – nemmeno all’interno di quella tradizione italiana
rappresentata da L’impero in provincia (1945) e da Michele a
Guadalajara di Jovine 162 – scegliere, come fa Sciascia, il punto
di vista delle truppe inviate da Mussolini in Spagna e poi rien-
trare, a pieno e giusto titolo, nella mitografia antifascista (come
non è facile puntare storicamente prima sul reduce e poi sul
giudice, che, nonostante sieda sullo scranno, sembra proseguire
idealmente la parabola del reduce e della “rivolta”).
Il ricordo del padre, la « pena» (anche la « pena» urlata dal-
le donne di Madrid bombardata), la « paura» e quel « po’ di
speranza nella giustizia» sono infatti recuperati attraverso la
scelta conformista di offrirsi volontario per la guerra di Spagna
(« non ho fatto la guerra d’Africa, ma questa la voglio fare»),
che sa certo di esorcismo («– [...] non è poi detto che si vada in
Spagna... – Anche all’inferno – dissi») e, come si suggeriva so-
pra, di fuga acritica e non ben meditata (« la zolfara mi faceva
paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampa-
gnata»); anche perché trovare il fuoco in guerra è davvero faci-
le. Non a caso, la paura dell’antimonio viene subito ribattezzata
in quella dei lanciafiamme:

161
L. Sciascia, Opere 1984.1989 cit., p. 336.
162
Su cui ritorneremo nel secondo capitolo del presente volume.

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L’indomani [dell’incidente] mi sentivo vecchio di cento anni, de-
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cisi che mai più sarei tornato alla zolfara. Sapevo che c’era una
guerra in Spagna, molti erano andati a quella d’Africa e avevano
fatto i soldi, uno solo era morto in Africa del mio paese. E poi
morire alla luce del sole non mi faceva paura (e in tutta la guerra
di Spagna non ho avuto paura della morte, mi faceva sudare di
paura solo il pensiero dei lanciafiamme) 163.

Di fronte a questo complesso intreccio di dati storici e sim-


bolici, la critica, pur non cedendo alla tentazione del frammen-
to d’autobiografia, ha giustamente ricordato a più riprese, con
Ambroise 164, per esempio, alcuni dati della vita dello scrittore
siciliano: «Sciascia non è stato zolfataro, ma suo nonno ha co-
minciato a lavorare come caruso, suo padre era impiegato alla
zolfatara, suo fratello, perito minerario, si è suicidato nella zol-
fara di Assoro (1948), dove anche il padre si trovava».
A questi dati biografici, non eludibili ma da non sovrap-
porre a colpo sicuro ad una antimoniesca autobiografia, seguo-
no quelli del mestiere, ovvero e almeno i libri letti, dedicati alla
guerra civile spagnola, specie i romanzi, e fra questi i più amati,
come il più volte citato L’espoir (1937) di André Malraux; un
episodio del quale – suggerisce sempre Ambroise, seguendo
probabilmente una nota dello stesso Sciascia – « è stato riscritto
in modo da far apparire la stessa scena come vissuta da combat-
tenti dell’altro campo [ovvero i fascisti]» 165.

163
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 179.
164
C. Ambroise, Il libro nel libro cit., pp. 40-41, e Invito alla lettura di
Sciascia cit., pp. 13-16 e 95.
165
C. Ambroise, Cronologia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971 cit., p. LVI.
Penso a L. Sciascia, Postface a Les oncles de Sicile, Paris, Denoël, 1967 e Paris,
Gallimard, 2002, [pp. 285-286], p. 286: «Je dois ajouter une autre brève re-
marque au sujet du récit L’antimoine, qui fut ajouté dans l’edition 1960: je l’ai
écrit en recueillant les témoignages et les souvenirs de paysans et de mineurs de
soufre de mon village (Racalmuto, dans la province d’Agrigente), qui avaient
combattu pendant la guerre d’Espagne du côté des fascistes, mais c’est la lecture
de L’Espoir qui m’a donné l’idée de l’ecrire. Il faut donc comprendre un certain

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Ovviamente, la riscrittura di Sciascia va ben al di là di uno
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scambio di combattenti. E d’altronde il testo di Malraux offre


all’universo dello scrittore siciliano sopra delineato qualcosa in
più di una scena – è quasi il ritorno di un immaginario 166 – alla
quale ispirarsi e con la quale porre un termine (la perdita della
mano) alla guerra di Spagna de L’antimonio. Ma anche l’incipit
sembra già contenere un simile omaggio a L’espoir; quell’incipit
che contempla, come è noto, l’assedio di una chiesa e di un
campanile – da dove sparano i repubblicani – da parte dei fasci-
sti, costretti ad appostarsi nel cimitero:

Sparavano dal campanile: secondo i nostri movimenti, raffiche


brevi di mitragliatrice o precisi colpi di fucile. Il paese era solo
una strada cieca, case basse e bianche, e in fondo una chiesa dalla
grezza facciata di arenaria con due rampe di gradinata e un cam-
panile a vela di tre arcate. Dal campanile sparavano. [...] Alla no-

passage de mon récit comme un hommage à Malraux (au Malraux de L’Espoir);


et il correspond précisément à la page 804 des Romans de Malraux, dans l’édi-
tion de la «Bibliothèque de la Pléiade». Ma cfr. André Malraux, Romans. Les
conquérants, La condition humaine, L’Espoir, Paris, Gallimard, 1947 e 1955, p.
804, e L’Espoir, Paris, Gallimard, «Folio», 1972 e 1989, p. 519: «Les Garibal-
diniens attaquaient le palais d’un côté, les Franco-belges de l’autre […] Siry vit
cinq copains courir, quatre tomber, la tête de son copain de droite disparaïtre,
les balles creuser le terrain partout, un type qui montrait quelque chose rame-
ner une main sanglante. Avant même d’avoir compris que, l’arbre disparu, il
était sous le feu des fenêtres du palais Ibarra, Siry […] visité soudain par le bon
sens, il se jeta à plat ventre»; L. Sciascia, L’antinomio cit., pp. 219-220: «Dopo
il primo scatto in avanti il nostro reparto si era fermato per una mitragliatrice
che ci bersagliava precisa […] Stavo dietro un tronco d’albero […] con la testa
riparata non credevo la mitragliatrice potesse beccarmi: ero disteso bocconi e la
mano sinistra che mi si era intorpidita distesi fuori del riparo […] Quel che si
prova a vedersi improvvisamente una mano sanguinante, una mano che non è
più una mano, è come essere sbalzati fuori di se stessi».
166
Per un esempio, su cui ritorneremo all’inizio del secondo capitolo,
coinvolgendo anche Dos Passos, cfr. A. Malraux, L’Espoir cit., p. 43: «– Et le
Christ? / – C’est un anarchiste qui a réussi. C’est le seul»; L. Sciascia, L’antimo-
nio cit, p. 210: «E gli anarchici [...] ognuno di loro si sentiva un po’ Gesù Cri-
sto, e del proprio sangue vedeva redento il mondo».

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stra compagnia fu ordinato di andare dall’altra parte del paese,
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dietro la chiesa: ma dietro la chiesa c’era uno strapiombo di roccia


che pareva segato tanto era a filo e liscio, il capitano decise di far-
ci appostare nel cimitero, che era su un’altura vicina, a livello del
tetto della chiesa e del campanile. Quando quelli se ne accorsero,
cominciarono a mandare raffiche sulle tombe.
Da un’ora stavo dietro il cippo di una tomba, in ginocchio, e
strusciavo la faccia sul marmo per trovare refrigerio. Mi sentivo
friggere la testa dentro l’elmetto infuocato, della vampa del sole
l’aria vibrava come dalla bocca di un forno 167.

Ritorneremo poi su questo passo e, in particolare, sulle ul-


time frasi citate. Ora apriamo L’espoir al primo capitolo della
seconda sezione, Exercice de l’Apocalypse, della Première partie,
L’illusion lyrique, dove si trova una scena di battaglia molto si-
mile, per l’appunto, ma ribaltata, con i repubblicani che asse-
diano l’«Alcazar» e che provano un attacco passando attraverso
un cimitero. Simili i sentimenti, le emozioni, le posture dei per-
sonaggi e gli elementi di spicco del paesaggio: « la peur [...],
l’immobilité [...] le dur soleil [...] le cimetière» 168.
Ma quello che in questo capitolo non poteva davvero non
colpire lo Sciascia de L’antimonio è la descrizione di quanto suc-
cede subito dopo l’apparizione d’« un lance-flammes», descrizio-
ne nella quale campeggia una frase sciasciana e antimoniesca, e
prima ancora, in un certo senso, bachelardiana (penso, ovvia-
mente, alla già citata Psychanalyse du feu): «La guerre n’avait rien
à voir dans ce combat des hommes contre un élément»:

Une dizaine de miliciens arrivaient en courant, le Négus avec eux.


– Les v’là encore avec un lance-flammes!

De couloirs en escaliers, Hernandez, Garcia, le Négus, Mercery et


les miliciens avaient rejoint une cave à haute voûte, pleine de

167
L. Sciascia, L’antimonio cit, p. 167.
168
A. Malraux, L’Espoir cit., p. 153.

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fumée et de détonations, ouverte en face d’eux par un large cou-
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loir souterrain où la fumée devenait rouge. Des miliciens pas-


saient en courant, des seaux pleins d’eau à la main ou entre les
bras. Le chahut du combat extérieur n’y parvenait plus qu’à peine
[...] Les fascistes étaient dans le couloir.
Le jet du lance-flammes, phosphorescent dans l’obscurité, arri-
vait par là et aspergeait le plafond, le mur de face et le plancher,
d’un mouvement assez lent, comme si le fasciste qui tenait la
lance eût soulevé sans cesse une longue colonne d’essence. [...]
La guerre n’avait rien à voir dans ce combat des hommes contre
un élément. L’arrosage d’essence avançait, tous les miliciens dé-
chaînés dans le claquement de l’eau sur les murs, le grésillement
de vapeur et la toux d’enfer des hommes pris à la gorge par l’âcre
odeur de pétrole et l’atroce chuintement mou de la lance. La
gerbe d’essence crépitante avançait pas à pas, et la frénésie des
miliciens était multipliée par ses flammes bleuâtres et convulsi-
ves qui envoyaient gigoter sur les murs des grappes d’ombres
affolées, tout un déchaînement de fantômes étirés autour de la
folie des hommes vivants. Et les hommes comptaient moins que
ces ombres folles, moins que ce brouillard suffocant qui tran-
sformait tout en silhouettes, moins que ce grésillement sauvage
de flammes et d’eau, moins que les petits gémissements aboyés
d’un brûlé.
[...]
Le fasciste fit un saut oblique pour ramener le jet de flammes sur
le Négus, qui touchait déjà sa poitrine; le Négus tira. La lance en-
flammée tomba en sonnant sur la dalle, lançant toutes les ombres
au plafond: le fasciste chancela au-dessus de la lumière qui venait
de la lance à terre, son visage éclairé en dessous, – un officier assez
âgé – en plein dans la phosphorescente clarté de l’essence. Il glissa
enfin le long du Négus, avec un ralenti de cinéma, la tête dans le
jet de flammes, qui bouillonna et la rejeta comme un coup de
pied. Le Négus retourna la lance: toute la pièce disparut dans une
obscurité complète, tandis qu’apparaissait le souterrain plein de
nuages à travers lesquels des ombres s’enfuyaient 169.

169
Ivi, pp. 155-157.

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contre un élément » e tutto quel che segue, fino al termine del


paragrafo, può fornire davvero, in sintesi, quell’ulteriore chia-
ve di lettura che lega fuoco, paura, memoria e può fors’anche
porsi come un’origine dell’intero racconto di Sciascia e non di
una « scena » soltanto. Perché trovare il fuoco in guerra, si di-
ceva, e, al di là delle personali modalità sciasciane, la Sicilia in
Spagna, non è poi così difficile e la supposta ingenuità del
personaggio – che sembra proverbialmente cadere dalla “pa-
della” della zolfara nella “brace” della guerra – non ha lo sco-
po di far rientrare semplicemente e semplicisticamente tali
coordinate nel testo. Lo impedisce soprattutto l’etica sciascia-
na del linguaggio, che nei paragrafi precedenti abbiamo cerca-
to di porre in evidenza; e il mestiere fa il resto, anche quando
a monte ci sono delle fonti con le quali è certo duro fare i con-
ti, in termini etici ed artistici.
A questo proposito e a titolo puramente esemplificativo, è
bene prestare attenzione almeno a una soluzione retorica attra-
verso la quale il mestiere dello scrittore siciliano si attiva fin dal-
la prima pagina del racconto, agendo non solo sul plot ma an-
che a livello microtestuale, con un gioco insieme allitterativo e
ossimorico, che dissimula e denuncia il non facile tentativo di
fuga del protagonista dal fuoco della zolfara, della Sicilia e della
sua stessa vita, della memoria ch’egli, attraverso il fuoco, ne ha:

Da un’ora stavo dietro il cippo di una tomba, in ginocchio, e


strusciavo la faccia sul marmo per trovare refrigerio. Mi sentivo
friggere la testa dentro l’elmetto infuocato, della vampa del sole
l’aria vibrava come dalla bocca di un forno 170.

In quella sorta di « zona-frontiera», potremmo quasi dire


con Victor Brombert, che è il cippo della tomba, dove l’io si
confronta con la sua solitudine (e i suoi fantasmi infuocati) in

170
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 167 (nostri i corsivi).

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farfalle di Madrid, da « un apprendistato della comunione» 171,


la Spagna della guerra civile non apporta alcun refrigerio e il sol-
dato ed ex-zolfataro si sente friggere. Quel friggere che è scelto in
relazione a refrigerio ma che marca anche una distanza fra la so-
litudine, ovvero, se si vuole, fra la prigione della zolfara ritrova-
ta in guerra, e la comunità della guerra, espressa dal bruciare del
lungo passo sopra citato ed estesa, come ribadiremo, al di là
dell’assedio e anche al di là della duplice prigione dell’assedio,
verso un’unione non banale di assediati e assedianti: un’unione
dove la Sicilia ritrova la Spagna, con l’immagine dell’« ingrandi-
mento» operato dal «Padreterno [...] con uno di quegli appa-
recchi che vendono nelle fiere». Un’immagine che non lascia
certo indifferente il lettore che conosce Sciasca, uno scrittore
che non sposa mai, se non in apparenza, una facilità espositiva,
magari pure tesa a una banale spettacolarizzazione.

A tale facilità si affida invece Aldo Florio, quando, con la


complicità di Bruno Di Geronimo e Fulvio Gicca-Palli, tenta,
con Una vita venduta (1976), un libero adattamento cinemato-
grafico de L’antimonio, dagli esiti appena sufficienti, e sostan-
zialmente e solo nel primo tempo, che, non proprio a caso, è il
più fedele al testo di Leonardo Sciascia; autore corteggiato dal
cinema, che col cinema si diverte ma che nei suoi libri, suggeri-
sce ancora Madrignani, « non si abbandona a descrizioni hol-
lywoodiane» 172.
Certo, non sono, quelle di Sciascia, descrizioni hollywoo-
diane, e non lo sono soprattutto da un punto di vista eminente-
mente letterario (di critico letterario) e non lo sono almeno nel
senso, generale, che non tendono ad assolutizzarsi nelle spetta-

171
Victor Brombert, La zona-frontiera, in La prigione romantica. Saggio
sull’immaginario (1975), Bologna, il Mulino, 1991, pp. 245-255; citazione da
p. 246.
172
C. A. Madrignani, Cassola e altri « buoni maestri» cit., p. 98.

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colarizzazioni forzate e sempre più fini a se stesse di un noto e
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deprimente linguaggio cinematografico americano; linguaggio


che comunque si situa al di là della vecchia e accogliente botte
hollywoodiana, che per Sciascia, invece, fa buon vino, come ri-
conosce senza cipiglio accademico Antonio Di Grado 173.

Amava Hollywood: vale a dire la tradizione, comunicativa e coin-


volgente, del “cinema-cinema”, del solido artigianato incontami-
nato da ubbìe e nevrosi d’autore.

Detto questo, non possiamo comunque condividere del


tutto le idee radicali che si leggono in apertura de Il cinema di
Leonardo Sciasca di Emiliano Morreale, le cui affermazioni sem-
brano votate a coprire tutto Sciascia e orientate, per così dire,
dalla conoscenza di un corpus tradotto, ovvero più filmico che
narrativo, e da un punto di vista eminentemente cinematografi-
co (di critico cinematografico).

Il richiamo, assai frequente, allo stile “cinematografico” dei ro-


manzi di Sciascia, mi sembra piuttosto arbitrario. In realtà, la sua
scrittura, così saggistica e ironica anche nella narrativa, non pare
molto assimilabile alla scrittura “cinematografica” degli americani
o di altri siciliani di nuova generazione diversissimi tra loro (come
Alajmo, Conoscenti ), o al caso esemplare di Camilleri 174.

Salvo poi aggiungere e concedere, una decina di pagine do-


po, che « alcuni icastici passaggi del racconto La zia d’America»
– testo che apre la prima edizione de Gli zii di Sicilia (1958) –
sono « sì, “cinematografici”» e pure, a quanto sembra, fonte di
ispirazione affettuosa (e non solo) per il Giuseppe Tornatore di

173
Cfr. A. Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco e)
nero su nero cit., pp. 67-69; da p. 69 la citazione.
174
Emiliano Morreale, Il cinema di Leonardo Sciascia, «Segno», 209,
1999, [pp. 185-200], p. 185.

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Nuovo cinema paradiso (1989) – ultimo film visto, apprezzato e
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commentato da Sciascia – ma anche de Lo Schermo a Tre Punte


(1996), la cui sezione conclusiva è interamente (e non a caso)
dedicata allo scrittore siciliano 175.
Difficile, dunque, tirare considerazioni generali e dire – spe-
cie, mi sembra, in rapporto al primo Sciascia – quali passaggi nar-
rativi siano più o meno icastici e ritraenti una realtà per mezzo di
immagini e con evidenza rappresentativa, fra tradizione letteraria
e impatto cinematografico. O, in altri termini, quali passaggi nar-
rativi siano più o meno descrittivi e più o meno traducibili in « ci-
nema-cinema», e finanche negli amati modi hollywoodiani.
Quello che è forse meno difficile dire, allora, sempre con
Morreale e prima, e soprattutto, con Ambroise 176, è che il narra-
tore siciliano si muove verso una « problematica del vedere» do-
ve « l’invenzione dei fratelli Lumière consente di attuare il desi-
derio impossibile in modo molto più immediato della letteratu-
ra [...] essere un altro» 177. In tale prospettiva, il compiuto, ben
individuabile e certo icastico passo delle farfalle non sembra sol-
tanto incorniciato in modo cinematografico e sembra persino
enunciare ed esprimere il fantasma di un cinema – «Ma mentre
sedevo [...] un luminoso lontano giuoco della notte» – e il desi-
derio impossibile attuato dal cinema: «Ma mentre sedevo [...]
Giravamo intorno a Madrid come di notte le farfalle [...]».
Di più. Il narratore siciliano si muove verso una « proble-
matica del vedere » e una « costellazione del “visibile”» dove en-
trano anche, e a pieno titolo, fotografia e pittura, e non solo ci-
nema e letteratura. E questo grazie al fatto che Sciascia è « in

175
Ivi, p. 193. Ma cfr. L. Sciascia, C’era una volta il cinema, in Opere
1984.1989 cit., pp. 635-641, e Vincenzo Consolo, Dal buio, la vita (1990) in
Di qua dal faro, Milano, Mondadori, 1999, pp. 203-208.
176
C. Ambroise, Un primo sguardo sulla problematica del vedere in Leonar-
do Sciascia, in Leonardo Sciascia, a cura di Sebastiano Gesù, Catania, Giuseppe
Maimone Editore, 1992, pp. 23-30.
177
Ivi, p. 24.

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qualche modo “figlio del muto”» e della “cinematografica” ca-
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verna platonica; di quella caverna che in tal senso, come è no-


to, lo tiene pure a battesimo, offrendogli conseguentemente,
nei confronti del cinema (e di quella letteratura che è anche ci-
nema), un’« attitudine di fondo [...] teorico-filosofica » 178; la
stessa attitutine che abbiamo subito cercato di presentare e av-
vicinare nel primo, lungo paragrafo, in tutta la sua complessità,
e che qui potremmo riassumere nei termini seguenti. L’eroe-al-
ter ego sciasciano de L’antimonio sembra sperimentare, tra ci-
nema e letteratura e tra il vedere e il visibile di un passo come
quello delle farfalle, un altro modo di essere vicino alle cose e a
se stesso 179. Tale modalità narrativa non è figlia soltanto di una
certa « dimensione registica del racconto» 180 e di un cinema
all’aperto, ma anche di una consapevolezza sulla quale investe,
sempre nel 1960, l’ultimo Merleau-Ponty, nel breve ma densis-
simo L’Œil et l’Esprit:

L’espace n’est plus celui [...] tel que le verrait un tiers témoin de
ma vision [...] c’est un espace compté à partir de moi comme
point ou degré zéro de la spatialité. Je ne le vois pas selon son en-
veloppe extérieure, je le vis du dedans, j ’y suis englobé. Après
tout, le monde est autour de moi, non devant moi. La lumière est
retrouvée comme action à distance, et non plus réduite à l’action
de contact, en d’autres termes conçue comme elle peut l’être par
ceux qui n’y voient pas. La vision reprend son pouvoir fondamen-
tal de manifester, de montrer plus qu’elle-même [...] il faut qu’el-
le ait son imaginaire 181.

178
E. Morreale, Il cinema di Leonardo Sciascia cit., pp. 194-195.
179
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., p. 37,
parla di « un modo di essere vicini (alle cose, ma anche a noi stessi) che risale e
intacca il modo comune della conoscenza». Ma cfr., ad integrazione, quanto
detto nel primo paragrafo.
180
C. Ambroise, Un primo sguardo sulla problematica del vedere in Leonar-
do Sciascia cit., p. 25.
181
M. Merleau-Ponty, L’Œil et l’Esprit, Paris, Gallimard, 1964 e «Folio –
Essais», 1985 e 1998, pp. 58-59; è scritto nell’estate del 1960 ed esce in «Art de

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Ricordiamoci che l’antimonio rende « ciechi» – dato sul
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quale si deve insistere – e ricordiamoci di quanto si diceva con


Rovatti lettore dell’ultimo Merleau-Ponty – e di quel testamen-
to che è L’Œil et l’Esprit – rispetto al « collocarsi come vedente
all’interno [...] e comunque a partire dalla visibilità» 182.

Il passo delle farfalle di Madrid può poi aiutarci a racco-


gliere, tra attitudine teorico-filosofica e artigianato letterario-ci-
nematografico, i termini più estremi e generali del nostro di-
scorso, ovvero l’engagement e il divertissement, la critica sociale,
l’impegno e quella loro dimensione estetica che sembra ad alcu-
ni così svincolata e/o facilmente relegabile nel pretesto metanar-
rativo; e in parte grazie anche a quel taglio saggistico e ironico
che da un lato fa di Sciascia un opinion maker avvicinabile a Eco
e dall’altro un autore di racconti difficilmente traducibili in
films e quindi lontano dal « caso esemplare di Camilleri».
Quell’Andrea Camilleri che è « campione del divertimento faci-
le, anzi facilissimo» e a cui poi invece, come è noto, tante volte
si pensa come erede di Sciascia; in modo « triste», suggerisce
Giuseppe Traina, ma forse coerente con quelle scelte critiche
che accomunano Sciascia a Eco 183. Ma di tali scelte critiche ab-
biamo già detto. E qui c’è ancora qualcosa da aggiungere
sull’« intersezione» di attitudine teorico-filosofica e di artigiana-
to letterario-cinematografico ne L’antimonio.

France», 1, 1961 e poi in un numero speciale de «Les Temps Modernes», 184-


185, 1961, pp. 193-227, dedicato a Merleau-Ponty.
182
P. A. Rovatti, Abitare la distanza. Per un’etica del linguaggio cit., p. 57.
183
Cfr. ancora l’attacco di G. Traina, L’eredità morale e letteraria di Leo-
nardo Sciascia cit., p. 49: « Per uno scrittore a fortissima vocazione morale co-
me è Sciascia, anche un testo disperato come Il cavaliere e la morte può essere
considerato un testo “felice” perché la “felicità” e la “gioia” di cui parliamo
non coincidono certo con il facile divertimento; ed ecco perché, per inciso, mi
sembra molto triste che tante volte oggi si riproponga come erede di Sciascia
proprio uno scrittore come Andrea Camilleri, un campione del divertimento
facile, anzi facilissimo».

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In fuga dalla caverna-zolfara-galleria-cinema – si pensi al già
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citato « dal fondo della galleria venne un ruggito di fuoco» 184, che
non può non far venire in mente un’immagine notevole di Nuo-
vo cinema paradiso, con Totò che si gira verso la cabina di proie-
zione – ovvero in fuga dal paese e dall’antimonio che rende « cie-
chi» (inconsapevoli, prigionieri), l’eroe del racconto sciasciano
entra in quel « cinema» all’aperto che è il mondo, a contatto di-
retto col Sole, con quel proiettore di verità che, come è noto, bru-
cia ma apre gli occhi e rende liberi; liberi finanche di gareggiare
col «Padreterno» nel descriverci, fra Sicilia e Spagna, la «Castiglia
desolata e solitaria» e poi « una città capitale nel bel mezzo», nel
bel mezzo del « deserto». Il tutto in due pagine e in due pagine
che forse il lettore medio di un testo narrativo tenderebbe a salta-
re 185, ma che lo spettatore medio di un film non può non apprez-
zare. Anche solo nella spettacolarità più evidente ma non evasiva
e semmai lirica, intima, antropologica di quel « luminoso lontano
giuoco della notte», di quelle « lontane girandole di fuoco della
festa di San Calogero», tale spettatore potrebbe magari provare a
tradurre quelle pagine in film, in un film, più o meno recente. Si
pensi, per esempio, a El Alamein – La linea del fuoco (2002) di
Enzo Monteleone, dove troviamo un soldato italiano di nome
Spagna (l’attore Luciano Scarpa) che, rapito dal gioco luminoso
dei traccianti nel cielo africano, esclama: «Ma guarda che roba !
Sembrano i fuochi della festa al mio paese».
E rispetto al film di Enzo Monteleone, che cerca l’attesa
più che la battaglia (la stessa attesa, in un certo senso, del passo
sciasciano) e che vuole sposare la vita intima, finanche lirica,
dei soldati e il loro appuntamento con la Storia tramite la presa
di coscienza di un giovane volontario (universitario, in questo
caso, ma ingenuo e sensibile come lo zolfataro dell’Antimonio),

184
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 179.
185
Secondo « una buona definizione empirica» (e provocatoria) posta in
testa a un discorso teorico, problematico ma agile, da Pierluigi Pellini, La descri-
zione, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 7.

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lo scrittore siciliano può fungere da modello antropologico o al
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limite da più semplice ma non così banale (e certo anche cine-


matografico) serbatoio di immagini, di parole. A partire dai
fuochi della festa del paese che con Caillois, l’abbiamo detto,
diventano i fuochi della guerra. Oppure – e forse anche con il
Dino Buzzati de Il deserto dei tartari (1940), ma non letto se-
condo le solite coordinate fantastiche – a partire da quel deserto
che per Yves Panafieu è « la politique de la terre brûlée et du
deuil que le Fascisme a ménée pendant les années de la montée
des périls sur l’Europe» 186.
E non è difficile concludere che è proprio grazie a queste
immagini e all’uso che se ne fa nell’Antimonio che Leonardo
Sciascia si situa al di là di quel « convenzionalismo linguistico»
che con Winfried Georg Sebald possiamo riconoscere in certe
descrizioni di Dresda ma non in quella sciasciana di Madrid;
salvo voler far diventare lo scrittore siciliano un emulo, un di-
scendente – e sia detto con tutto il rispetto dovuto al « capita-
no» – di Emilio Salgari, e magari della sua Cartagine in fiamme
(1906); o di quello « show» – «By God, that looks like a bloody
good show» – che americanizza e spettacolarizza la guerra aerea,
da Dresda a Berlino, e i suoi fuochi d’artificio: «We are running
straight into the most gigantic display of soundless fireworks in
the world and here we go drop our bombs on Berlin» 187.
Una vita venduta, invece, punta proprio su un adattamen-
to che, pur con mezzi modesti, mira alla spettacolarizzazione
dell’evento bellico e proprio per questo si apre su una città feri-
ta, avvolta ancora dal fuoco, scossa da bombardamenti, attra-
versata da fucilazioni e rappresentata non dall’immaginazione
dell’ex zolfataro ma dal commento asciutto dell’altro formida-

186
Cfr. Yves Panafieu, Le mystère Buzzati, Liancourt-Saint-Pierre, Y.P.,
1995, p. 54. Lo sottolineavo nella mia recensione al volume citato apparsa in
«Studi buzzatiani», 1, 1996, pp. 215-218.
187
Cfr. ancora W. G. Sebald, Storia naturale della distruzione cit. pp. 33 e
36 (per il convenzionalismo linguistico).

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bile personaggio 188 inventato dallo scrittore: il soldato Ventura
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( interpretato da un gigionesco Enrico Maria Salerno), che nel


film è meno simpatico, ovvero più mafioso che anarchico, più
trasformista che eroe positivo, libertario e probabilmente fug-
gitivo in America, « tra i suoi parenti del Bronx» 189. Dice, dun-
que, Ventura-Salerno quasi all’inizio del film di Aldo Florio:
« la chiamano limpieza tutta ’sta merda che fanno ingoiare alla
gente » 190. E della «limpieza» parla anche il testo sciasciano, alla
fine del paragrafo che precede il passo compiuto e separato del-
le farfalle di Madrid:

L’esercito di Santander volle dunque arrendersi agli italiani, gli


italiani garantirono la vita dei prigionieri, ci diede soddisfazione
che i repubblicani ci conoscessero umani. Fu però soddisfazione
amara, ché Franco si alzò dall’inginocchiatoio e disse che il gene-
rale Bastico cominciava a rompergli i..., certo non disse così, la
sua collera trovò di sicuro pulita espressione; informò Mussolini,
ché era cosa da pazzi che un generale italiano se ne infischiasse de-
gli ordini suoi e gli impedisse di fare limpieza a Santander, pulizia
in quella rossa città, e dunque facesse un fischio a Bastico per ri-
chiamarlo a casa. Mussolini capì, figuriamoci se non capiva la ne-
cessità di far limpieza, anche lui ci teneva alla pulizia: Bastico se
ne andò, e la Falange cominciò a far festa anche a Santander 191.

La « pulita espressione» del testo sciasciano, ironica ma tri-


ste eco della pulizia franchista, della festa delle fucilazioni, apre
poi sul passo delle farfalle di Madrid, che è una sorta di spira-
glio narrativo sul vuoto – sul vuoto di un mondo, di un deserto

188
Cfr. ancora G. Traina, Leonardo Sciascia cit., p. 230, e dello stesso,
«Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista cit., p. 85.
189
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 219.
190
Per la Scheda del Film, con citazioni e commenti alla sceneggiatura,
cfr. Leonardo Sciascia, a cura di Sebastiano Gesù cit., pp. 247-250.
191
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 189. Sulla limpieza cfr. ora G. De Lu-
na, Il corpo del nemico ucciso cit., pp. 116-117.

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– dove si traducono cumuli di pena e paura in poesia (e fors’an-
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che in cinema, ma senza eccessi di spettacolarizzazioni) e dove


si fa entrare l’interpretazione della guerra e, in fin dei conti, del-
lo stesso racconto. Mentre la non pulita espressione di Ventura-
Salerno introduce – sempre nel primo episodio del film, e sullo
stesso sfondo urbano ferito – un ufficiale che ricorda ai legiona-
ri vittoriosi il « privilegio di liberare Madrid [...] città martire».
E potremmo far nostre, a questo proposito, e senza timore di
esagerare, le parole con cui Dario Del Corno saluta due conve-
gni dedicati al cinema che si misura con l’epica e il mito in due
modi diversi: Hollywood e Pasolini, effetti speciali per stordire
lo spettatore, trama banalizzata, dialoghi inconsistenti e ricorso
ai modelli tragici e « ansia di senso che superi i valori della razio-
nalità e della storia»:

Un film è un racconto totale e compatto, che solo raramente s’in-


crina in uno spiraglio sul vuoto per assestarvi l’interpretazione:
mentre il mito, anche quando assume i modi del racconto, altro
non è che un’allusione aperta ad attendere il gesto che lo collo-
cherà nella scacchiera dei significati 192.

Potremmo finanche dire che L’antimonio – e, microstrut-


turalmente, il passo delle farfalle di Madrid, posto non a caso
alla fine della prima parte del racconto, del mito sciasciano (da
intendersi nel senso più ampio e non solo nei termini di Char-
les Mauron e/o di Claude Ambroise) – è « un’allusione aperta»
che attende il « gesto» – «Voglio vedere cose nuove» – « che lo
collocherà nella scacchiera dei significati».

192
Dario Del Corno, Omero tradito dal cinema, «Domenica», supplemen-
to de «Il Sole-24 Ore», 208, 2005, p. 36, a proposito di AA.VV., I Greci al ci-
nema. Dal peplum « d’autore» alla grafica computerizzata, Bologna, Dupress,
2005, e Il mito greco nell’opera di Pasolini, a cura di Elena Fabbro, Udine, Fo-
rum, 2005 (la citazione che precede nel corpo del testo quella di Del Corno è
di Elena Fabbro).

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Certo, Madrid è anche la meta luminosa del passo sciascia-
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no. E la letteratura ha i suoi effetti speciali, i suoi baleni metafi-


sici, e offre quanto meno una entrée en matière, un’accesso
(non, però, facilità di accesso). Lo abbiamo visto. In tal senso,
Madrid non è solo la capitale reale del conflitto, il polo d’attra-
zione, la meta politica e infuocata degli insorti, dei franchisti e
dei fascisti, che la bombardano a partire dall’autunno del 1936.
Madrid, liberata dal peso immediato della città martire, delle
macerie, del quadro urbano ferito, diventa anche il simbolo di
un viaggio nel tempo: e anche in un tempo intuito, « puro»,
non databile, assente, un tempo di cui non parlano i manuali di
storia, le cronologie del Novecento 193.
Nel passo delle farfalle, insomma, assistiamo a un viaggio
nel tempo che è un attraversamento del fuoco, della paura ma
anche della memoria, il cui enigmatico e spesso inafferrabile
doppio, l’oblio 194, « n’est pas un événement» – come suggerisce
Ricœur 195 – ed è piuttosto « un état», « une force»; état, force
che possono anche condurre alla giustizia e al perdono e in tal
senso alimentare, tanto quanto la memoria, vita individuale e
vita collettiva, ma al di là di una serrata dualità e verso quella
solidarietà senza cui il singolo non è pensabile e in quel linguag-
gio-dimora dove « tout nom propre est collectif, tout agence-
ment est déjà collectif» 196.
E il passo sciasciano mira per l’appunto a fondere (e non a
opporre) oblio e memoria, vita individuale e collettiva, e finan-

193
Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo (2003), Torino, Bollati
Boringhieri, 2004; il titolo originale è Le temps en ruines.
194
Cfr. ancora Y. H. Yerushalmi, N. Loraux, H. Mommsen, J.-C. Milner,
G. Vattimo, Usi dell’oblio cit.
195
P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli cit., p. 652.
196
Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, Paris, Flammarion, 1977 e
«Champs», 1996, p. 172: «Les différences ne passent pas entre individuel et
collectif, car nous ne voyons aucune dualité entre les deux types de problèmes:
il n’y a pas de sujet d’énonciation, mais tout nom propre est collectif, tout
agencement est déjà collectif».

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che altre e non meno significative coppie di “opposti” quali sta-
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ticità e dinamismo, vedere e agire. Comincia, tale passo, con « io


sedevo» ma muta in «[noi] giravamo» e trasfigura subito quel
« noi»-soldati con un enunciato metaforico (e metamorfico) in
terza persona plurale che contempla quelle « farfalle» che al lume
di Madrid « si avvicinano fino a sentirsi bruciare ed allargano il
volo», finché « per un guizzo di vento la fiamma le coglie» e fini-
scono per condividere il destino delle « migliaia e migliaia di per-
sone» che abitano la capitale spagnola.
A questo proposito, Paul Ricœur, ancora, potrebbe suggerire,
partendo da Maurice Halbwachs, che noi non ricordiamo mai da
soli e che i nostri ricordi si completano con quelli degli altri, per-
ché hanno bisogno di inquadrarsi in narrazioni collettive. Del re-
sto, quello stesso io dice « non ricordo il nome [del paese spagno-
lo]» e poi lo investe e lo rappresenta con i nomi delle comunità si-
ciliane, dei paesi, «Grotte [...] Milocca», delle città, «Palermo [...]
Caltanissetta», che nel « deserto» fisico e mentale riaprono in mo-
do sotterraneo – ma (già) collettivo – la strada a Madrid, alla lon-
tana capitale spagnola. Ed è, quest’ultima, una strategia suggerita
in parte dallo stesso Sciascia, in un articolo del 1983 raccolto nelle
citate Ore di Spagna, dove alla memoria della Sicilia spagnola si so-
vrappone « quella dei luoghi della guerra civile [...] nomi e luoghi
che ancora mi danno emozione, come ricordassero un primo
amore intenso e disperato» 197. Marc Augé, forse, chioserebbe di-
cendo che « bisogna ritornare per scrivere, quanto meno ritornare
a casa» 198 o, se vogliamo, con James Hillman, tornare a quei « luo-
ghi» che mandano segnali, hanno ricordi, ma senza esserne posse-
duti 199; insomma, senza diventare vittime del genius loci come si è
diventati vittime, in un certo senso, della zolfara e/o della caverna.

197
L. Sciascia, Ore di Spagna cit., p. 60. E cfr. P. Ricœur, La mémoire, l’hi-
stoire, l’oubli cit., p. 147.
198
M. Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo cit., p. 10.
199
Cfr. James Hillman, L’anima dei luoghi. Conversazioni con Carlo Trup-
pi, Milano, Rizzoli, 2004.

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Ma, per quanto notorio, non si può non ricordare ciò che
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resta al di qua dell’antropologia di Augé e della psicologia di


Hillman, ovvero il fatto che nell’Italia moderna, grazie, soprat-
tutto, all’impegno e alla scrittura di Giovanni Verga e poi di al-
tri autori siciliani, la zolfara, la miniera sono luoghi che hanno
notevoli ricordi letterari e mandano precisi segnali, a partire
magari da quelli che sottolineano i legami storici e simbolici
della miniera, della zolfara con l’infanzia. Al tempo stesso, però,
ci pare davvero che le indicazioni congiunte di Augé e di Hill-
man possano aiutarci – anche in rapporto a quanto sostenuto
fin ora a proposito de L’antimonio – ad avvicinare e capire me-
glio l’apporto di Sciascia: ovvero a coglierlo in seno a una mag-
giore autonomia e libertà e a svincolarlo da un’orizzonte ancora
troppo o addirittura soltanto letterario, ottocentesco e siciliano.

Quasi naturalmente legato a ricordi d’infanzia del prota-


gonista, che « si veste che pare un galantuomo», e al conse-
guente affiorare di una proverbialità popolare anche verghiana
(«“il povero che fa il superbo sempre male finisce”» 200), il ge-
nius loci della zolfara è comunque filtrato dall’esperienza spa-
gnola, da una fuga e da un ritorno impossibili e da un supera-
mento finale ( o quanto meno da un’ipotesi di superamento) di
tutto questo. Potremmo dire insomma e ancora che si ritorna
ma che non si è schiavi del ritorno, della zolfara, del genius loci.
Ed è per questo che si riesce ad attivare il recupero forte e auto-
nomo di un luogo e di un immaginario: un recupero che pare
davvero muoversi al di là di Verga, della Sicilia, dell’Ottocento,
verso una realtà estesa e condivisa da molti italiani, fra indivi-
duo e collettivo, in tempo di pace e di guerra, in patria o
all’estero ( in quel Belgio, per esempio, indagato in tal senso
dai lavori promossi da Josette Gousseau 201); e con percorsi e

200
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 177.
201
AA. VV., Sicilia e Belgio. Specularità e interculturalità, a cura di Josette
Gousseau, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo,

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temi che lasciano intravedere tracce significative de L’antimo-
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nio nella letteratura italiana novecentesca più recente – non si-


ciliana ( seppur isolana) – e anche sul filo di una « memoria » si-
mile a quella problematicamente e a più riprese evocata nello
stesso Antimonio.
Per esemplificare, si potrebbe pensare a un testo narrativo
di Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn (1991), teso fra inchiesta e
intervista, che prova a rintracciare in Sardegna, tra anni Venti e
Cinquanta, un eroe con tanto di nome e cognome, Tullio Saba,
ma che di fatto lo rende anonimo, fondendolo con i personaggi
della comunità che ne serbano un ricordo e che, tra un fram-
mento di vita e l’altro, tengono talora a precisare: « del resto io
non ho mai avuto buona memoria». La memoria dei vari « io»,
la pluralità del « noi», le coordinate paesane, le esperienze, le
guerre fasciste, la miniera, l’infanzia rendono quasi il breve e
pur diverso testo di Atzeni una prova della forza e forse anche
della fortuna del racconto sciasciano, e al di là della collocazio-
ne editoriale de Il figlio di Bakunìn, la collana «La memoria»
dell’editore Sellerio: «Fin da piccolo [Tullio Saba] era convinto
di essere chissà cosa [...] lo vestivano come un principe»; «[la
madre] non voleva vedere il figlio minatore», che invece lo
sarà, per una parte (assai importante) della sua vita, conoscen-
do « minatori ch’erano stati in Belgio e in Francia» e venendo a
sapere « molte cose che non erano scritte sui giornali, e che la
radio non diceva, sulla guerra di Spagna»; guerra che rientra in-
fine – grazie a un altro personaggio, Velio Spano, che quasi si
confonde con l’eroe (cosa che avviene, mi pare, nel film omoni-
mo del 1997 di Gianfranco Cabiddu) – in quelle « esperienze
che per noi facevano parte del mito» 202.

Palermo, 1995, e AA. VV., Dallo zolfo al carbone. Scritture della miniera in Sici-
lia e nel Belgio francofono, a cura di Josette Gousseau, Annali della Facoltà di
Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, Palermo, 2005.
202
Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn, Palermo, Sellerio, 1991 e 2002, pp.
26, 18-20, 49, 52, 106.

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In questa prospettiva, anche in Sciascia l’infanzia è un punto
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di partenza (e una fuga: fuga da uno stato sociale e, più in gene-


rale, da una certa situazione dell’uomo, che bisogna trasformare)
ma anche un punto d’arrivo (e dunque un ritorno: ritorno per ri-
cordare e ritrovare) e forse è ancora e soprattutto (nell’impossibi-
lità della fuga e del ritorno) un viaggio fra l’uno e l’altro punto,
fra l’uno e l’altro polo: un viaggio attraverso che permette di non
smettere di viaggiare, di ricordare e di vedere o quanto meno di
avere il desiderio (e la volontà) di vedere cose nuove.
L’enunciazione collettiva del passo delle farfalle – «Girava-
mo intorno a Madrid » – sposa un finale che poggia su quell’in-
fanzia dilatata e che nell’eroe cerca di raccogliere e incarnare
l’allusione aperta del mito in maniera quasi archetipica – po-
tremmo dire con Franco Ferrucci – tra una vita intesa come as-
sedio a mura imprendibili che racchiudono un miraggio di feli-
cità e una vita intesa come ritorno 203. L’infanzia, allora, fa da
ponte tra l’assedio esterno e interno, tra il dolore di chi assedia
col fuoco da lontano (e ritorna bambino) e il dolore di chi vive
ancora sotto quel fuoco (ed è l’assediato bambino) 204:

[...] di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri
aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in
quella città c’erano bambini [...] Pensavo – l’antimonio, il fuoco
– ma così lontano era il riverbero, costava a noi tanto sangue e do-
lore quella città di allucinazione, che di solito guardavo la rossa
aureola di morte come da bambino, in campagna, guardavo le
lontane girandole di fuoco della festa di San Calogero: un lumi-
noso lontano giuoco della notte.

Sembra che Leonardo Sciascia cerchi, a suo modo, di « riac-


cedere all’infanzia come patria trascendentale della storia», di

203
Cfr. Franco Ferrucci, L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della
narrazione, Milano, Mondadori, « Oscar – Saggi», 1991.
204
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 191.

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« esperire» 205, al di là della «“povertà d’esperienza” dell’epoca mo-
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derna» evidenziata da Walter Benjamin nei primi anni Trenta e


ridiscussa in tal senso, a partire dall’uomo contemporaneo priva-
to della sua biografia e dell’esperienza, da Giorgio Agamben 206.
Sciascia, poi, non sposa la catastrofe (lo spettacolo della catastro-
fe) e non vuole saldare i conti con un passato solo individuale e
chiuso, confitto in una guerra e/o in una zolfara.
E che alla fonte e all’estuario di questo tentativo vi siano la
danza folle delle farfalle-soldati e la festa di San Calogero, non
ci può non far pensare, ancora una volta, a quanto Roger Cail-
lois annota su Guerre et fête:

Dans la conscience commune [...] la guerre et la fête demeurent


images de désordre et de mêlée. [...] Mais vienne l’heure du com-
bat ou de la danse, de nouvelles normes surgissent 207.

In questa duplice prospettiva, attraverso Sicilia e Spagna,


festa e guerra, tra costruzioni culturali impure e filologia non
disgiunta da altra e profonda intuizione, Sciascia sembra racco-
gliere anche alcune coordinate di una vasta riflessione antropo-
logica e sociologica diffusa a partire dalla seconda metà degli
anni Trenta e fino agli anni Quaranta-Cinquanta grazie al Col-
lège de Sociologie 208 e agli apporti diversi ma dialettici di Cail-
lois, di Georges Bataille, di Denis de Rougemont, e sembra tra-
durle e assumerle in letteratura con l’invito di Italo Calvino a
« cercare di esprimere qualcosa “di nuovo, di vero, di sofferto,
di faticoso, di non-del-tutto-chiaro-nemmeno-a-te-stesso”» 209.

205
Ripenso e riadatto G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’espe-
rienza e origine della storia cit., p. 51.
206
Ivi, p. 5.
207
R. Caillois, Guerre et fête cit., pp. 224-225.
208
Cfr. Denis Hollier, Le Collège de Sociologie (1937-1939), Paris, Gallimard,
1979 e Nouvelle édition, «Folio – Essais», 1995, pp. 169-244 (e 199-203).
209
Cfr. ancora G. Traina, Leonardo Sciascia cit., pp. 229-230.

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L’entrée en matière, nutrita di gusto poetico, finanche filo-
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logico, e raccolta nell’immagine delle farfalle-soldati non è dav-


vero fine a se stessa e non intende certo risolvere la carica pro-
blematica dell’eroe, azzerandone e smarrendone l’individualità
nel collettivo totalitario dell’epoca o nel genius loci della regione
siciliana, come si suggeriva poc’anzi. La sfida sciasciana è piut-
tosto quella di mantenersi – come potremmo dire ancora con
Agamben – « in viaggio [...] verso l’infanzia e attraverso l’infan-
zia»(di un uomo, di un mondo) 210. E in questo viaggio c’è an-
che la guerra, la « guerra come viaggio» di cui non a caso parla
Manuel Azaña ne La velada en Benicarló (1939), testo prefato e
tradotto da Sciascia nel 1967 insieme a Salvatore Girgenti 211.
In questo procedere tra infanzia (non infantilismo) e guer-
ra, dove non c’è posto per sindromi di Peter Pan e simili 212,
L’antimonio trova anche la sua apoteosi di racconto di formazio-
ne, lungo un percorso dove sono contemplati e disseminati, co-
me abbiamo visto, fuoco, paura, memoria, infanzia e, potrem-
mo suggerire con Vittorini, « ragazzi affamati con fame anche di
città nuove e mondo da vedere» 213: ovvero i ragazzi formati, nel
bene e nel male, dalla guerra civile spagnola, fra gli orrori vissuti
in Spagna e la presa di coscienza di tali orrori, l’affacciarsi al
mondo come soggetti, anche politici, anche antifascisti.
Tale racconto di formazione nutre ma non esaurisce L’anti-
monio che, un po’ alla Vittorini, cerca il racconto « aperto», qua-
si irrisolto, tra fuga e ritorno impossibili, e fin dall’epigrafe, co-
me si è detto, e anche, in un certo senso, fin dal titolo, con l’ele-

210
G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della
storia cit., p. 52.
211
L. Sciascia, Prefazione a Manuel Azaña, La veglia a Benicarló (1939),
Torino, Einaudi, 1967, [pp. VII-XIII], p. XII.
212
Cfr. Francesco M. Cataluccio, Immaturità, Torino, Einaudi, 2004, e la
recensione di Goffredo Fofi apparsa sul supplemento domenicale de «Il Sole-24
Ore», 197, 2004, p. 29.
213
Elio Vittorini, Diario in pubblico, Milano, Bompiani, 1957 e «Tascabi-
li», 1991, p. 212.

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mento chimico che fonde guerra e scrittura, visto che « entra nel-
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la composizione della polvere da sparo e dei caratteri tipografi-


ci» 214. Perché i « ragazzi affamati» crescono ma non si risolvono
nella guerra, nella polvere da sparo, e potenzialmente sono il fu-
turo, il futuro del ricordo, della parola, della scrittura: «Il ricor-
do umano è inseparabile dalla parola» e «Scrivere significa parla-
re più forte e più a lungo» 215. In questa prospettiva, si potrebbe
anche ipotizzare che il reduce, che inizialmente parla ai familiari
e ai compaesani, avrà la possibilità (e sceglierà) di partire per
parlare più forte e più a lungo. Come attesta il finale de L’Anti-
monio e, in un certo senso, la « genesi» stessa del racconto, che lo
« configura come esempio di contaminazione tra codificazione
scritta (storiografia e letteratura) e testimonianza orale»:

L’avvocato Terenzio di Caltanissetta, che era stato ufficiale delle


truppe mandate da Mussolini in Spagna, e un racalmutese arruola-
tosi con i fascisti allo scopo di passare dall’altra parte per poi fuggire
in America, hanno narrato a Sciascia episodi di quella guerra 216.

Ma per evidenziare la duplicità ontologica dei « legionari


[...] capaci di liberare da cumuli di fatica e di pena quel felino
inarcarsi di reni che è la poesia » 217 – ancora con la riuscita
espressione di Di Grado e al di là dell’accezione fascista del
termine, che già Vittorini tende a superare (« coloro che ven-
nero chiamati “legionari”») – L’antimonio, potremmo dire
con S}klovskij 218, beneficia anche, tecnicamente, di un doppio
statuto narrativo: da un lato lo statuto del racconto, che ten-

214
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 166.
215
F. Ferrucci, L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione
cit., pp. 7 e 8.
216
C. Ambroise, Cronologia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971 cit., p. LVI.
217
A. Di Grado, Sciascia, il cinema e (fra l’altro) l’Europa: (bianco e) nero
su nero cit., pp. 71-72.
218
Viktor S}klovskij, La costruzione del racconto e del romanzo in Una teoria
della prosa (1927), Milano, Garzanti, 1964, pp. 81-115.

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de ad accumulare peso, importanza – l’« allusione aperta », il
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« gesto che lo collocherà nella scacchiera dei significati» – in


quel finale che evoca una « città lontana [...] grande » e si
chiude con la frase qui più volte citata, « Voglio vedere cose
nuove » 219; dall’altro quello del romanzo, che tende a fare del-
la chiusa un punto di indebolimento piuttosto che di raffor-
zamento, essendo le costruzioni intermedie più importanti
del risultato finale (e possiamo ovviamente pensare al passo
delle farfalle di Madrid).
Muovendosi fra la duplicità ontologica dei legionari/ra-
gazzi affamati e il doppio statuto narrativo del racconto/ro-
manzo, Sciascia non vuole ridurre L’antimonio a racconto di
guerra e di formazione e vuole servirsi piuttosto di tali coordi-
nate letterarie per aprire il racconto, per renderlo prospettico,
dinamico e, specie nelle ultime pagine, per farne quasi un
« diario in pubblico». Ed Elio Vittorini, in questo senso, è più
di una fonte: è un mondo, quello di Conversazione in Sicilia
(1938-1939), ed è anche e soprattutto il suo superamento,
l’oltre di Diario in pubblico (1957).

In Spagna si può ritornare bambini, si può quasi ritornare


alla « memoria della specie», per dirla ancora con Ferrucci, ov-
vero all’« uomo» che « ricorda finché può ricordare», al « primo
momento che ricordiamo»: « una mescolanza di cose diverse,
sapientemente unite; proprio come le fonti (non ricordate) che
stanno alle spalle dei libri che conosciamo» 220. E come bambini
si può anche ritornare più facilmente a casa, ma non è detto che
si possa o si sia subito in grado di « toccar tana» e « liberare tut-
ti». Capirlo e insieme non restare schiavi della casa, del mito e
del genius loci dell’infanzia e della zolfara, della caverna, è la pri-
ma tappa per riaccedere davvero a « cose nuove» (anche a Ma-

219
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 230.
220
F. Ferrucci, L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione
cit., p. 7.

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drid). Perché le « cose», innanzi tutto, non devono avere solo a
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che fare con la vista-visione della Sicilia, del paese, della campa-
gna, del deserto di luce, della zolfara, del fuoco, che è poi la vi-
sta-visione infiammata della guerra civile spagnola: « era Spagna
anche la zolfara» 221. In tal senso, la Spagna conferma la Sicilia
come grado zero della scrittura sciasciana e al tempo stesso fa
diventare il mondo vergine, dato nuovo e aperto, nel quale po-
ter ricominciare a vivere grazie a costruzioni culturali impure e
senza unificanti e pericolose sovrapposizioni ideologiche.
L’antimonio, allora, anche come biografia (e al limite “auto-
biografia”) non proseguita, è un esorcismo complesso, soltanto in
parte raccolto e siglato dall’approdo antifascista alle « cose nuove»,
rintracciabile in seno a una tradizione letteraria e a un engagement
cari a Sciascia proprio tramite Elio Vittorini. Perché le « cose nuo-
ve» devono poter ribattezzare l’orizzonte esistenziale di quei « ra-
gazzi affamati con fame anche di città nuove e mondo da vedere,
non di pane e sigarette soltanto», come scrive per l’appunto Vitto-
rini nel settembre 1945 sul numero 1 del «Politecnico» 222.
Secondo quanto si suggeriva, più implicitamente, poc’anzi,
queste parole di Vittorini finiscono nelle pagine di Diario in
pubblico (1957), pagine che per Sciascia « restano» davvero 223 –
confessa nel 1981 – mentre non resistono così bene al tempo,
secondo un suo significativo avviso, già intuibile nel finale de
L’antimonio, quelle del capolavoro, Conversazione in Sicilia
(1938-1939); altro viaggio nella memoria e nell’isola, con tanto
di fuga-ritorno-(fuga), di cui parleremo più avanti, sempre in
relazione alla guerra civile spagnola.
Certo, l’immagine vittoriniana di « città nuove e mondo da
vedere» agisce nello Sciascia che scrive L’antimonio (1960) non
solo perché lo scrittore privilegia già o in prospettiva le pagine

221
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 228.
222
E. Vittorini, Diario in pubblico cit., p. 212.
223
Citato in C. Ambroise, Cronologia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971
cit., p. LIX. Ma cfr. D. Perrone, Sciascia, Vittorini e la Spagna cit., pp. 252-253.

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di Diario in pubblico (1957) ma anche per la vicinanza cronolo-
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gica del volume vittoriniano al nascente mondo de Gli zii di Si-


cilia (1958 e, per l’appunto, 1960) e poi, se vogliamo, a quello
degli « interventi pubblicati da Sciascia su «L’Ora» fra il 1964 e
il 1968 nella rubrica intitolata « Quaderno», che aveva la forma
del ‘diario in pubblico’ cara a Brancati e a Vittorini, forma che
caratterizza anche Nero su nero» 224, del 1979 (e siamo quasi di
nuovo a quel 1981 da cui abbiamo preso le mosse).
Insomma, quale singolare “autobiografia”, dal piglio narra-
tivo e testimoniale a un tempo, di un militante della cultura
nella cui presa di coscienza e nella cui memoria, individuale e
collettiva, la guerra civile di Spagna ha grande peso, Diario in
pubblico di Elio Vittorini può aver tracciato o quanto meno
suggerito una rotta per lo Sciascia de Gli zii di Sicilia che, tra
prima e seconda edizione, tra 1958 e 1960, cercano una strada
per unire testimonianza e narrazione.
L’esperimento vittoriniano può aver agito, in particolare,
sull’ultimo racconto di quella raccolta, inteso proprio come
« prime pagine di una biografia che non fu proseguita» – si di-
ceva con Ambroise – e come testo quasi “autobiografico” che
mette in scena un’esperienza fondativa – la guerra civile di Spa-
gna, legata anche all’infanzia e all’adolescenza di Sciascia
(1921) al di là dei termini generali sopra evocati – e che la
proietta, per ovvie ragioni cronologiche, su un personaggio, su
un ‘altro’ che però ‘nasconde’ lo scrittore siciliano e la sua non
sempre ovvia e facile intersecazione di saggistica e narrativa.

Riconosciuta la complessa ricezione sciasciana – specie in


rapporto alla guerra civile di Spagna – del Diario in pubblico di

224
G. Traina, «Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista
cit., p. 72; D. Perrone, Sciascia, Vittorini e la Spagna cit., p. 245; N. Tedesco,
«Avevo la Spagna nel cuore». Sciascia, la Sicilia, la Spagna cit., p. 16, che rinvia
ai racconti L’antimonio e La sesta giornata per esemplificare un « lascito [...] più
vittoriniano che brancatiano».

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Vittorini, è utile spendere ancora qualche parola sull’immagine
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delle « città nuove» e del « mondo da vedere». Di questa imma-


gine, Vittorini si serve inizialmente per dipingere la brusca disil-
lusione di una generazione, evocando la tragedia di Guadalajara,
« dove [i ragazzi affamati] appresero quello che d’altro può es-
servi al mondo, e può esser nuovo da vivere, non solo da vede-
re». L’immagine del « mondo da vedere» si traduce nell’espe-
rienza del mondo « da vivere» e accompagna i ragazzi-legionari
verso una presa di coscienza. E proprio come nel racconto di
Sciascia, Vittorini, dopo la guerra, la battaglia, il fuoco, muove
verso tale presa di coscienza, presentandola – in righe che quasi
riassumono, ante litteram, L’antimonio – come « un’educazione
politica» che evade la « trasmissione di esperienza da padri a figli
e da vecchi a giovani» e avviene « per dure, brutali lezioni avute
direttamente dalle cose e dentro le cose, per lente maturazioni
individuali, per faticose scoperte di verità, tutta auto-educazione
e tutta tra il luglio del ’36 e il maggio del ’39» 225; ovvero, so-
stanzialmente, a ridosso del Patto d’acciaio e durante « la guerra
civile di Spagna», la guerra che « ci aveva insegnato anche a cer-
care» e poi a trovare « il vecchio antifascismo» e alla quale pure
Sciascia, come suggerisce Ambroise, « fa risalire [...] la propria
incipiente e precoce presa di coscienza antifascista» 226. E Traina
aggiunge, più recentemente 227: « la guerra di Spagna è una situa-
zione di contrapposizione netta che ha valore fondativo nella
mentalità sciasciana, poiché originava – almeno sul piano ideale
– nobili scelte di campo di segno antifascista; il risvolto ‘umano
troppo umano’ [ovvero di critica o di « attraversamento»
dell’ideologia, come potremmo suggerire ancora con Madrigna-

225
E. Vittorini, Diario in pubblico cit., pp. 212-213, e cfr. ancora D. Per-
rone, Sciascia, Vittorini e la Spagna cit., pp. 254-255 (anche se l’approdo del di-
scorso è diverso).
226
C. Ambroise, Cronologia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971 cit., p. LVI.
227
G. Traina, «Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista
cit., p. 86.

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ni 228] di tale situazione è poi affidato, in età più matura, a un
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racconto splendido e complesso come L’antimonio».


In effetti, nella volontà di « vedere cose nuove» che chiude
L’antimonio – ma che ne è anche all’origine – c’è già la critica
della cultura, la critica dell’ideologia dello Sciascia maturo, ov-
vero, in un certo senso, il suo mettersi in discussione, ma a par-
tire da una sfida conoscitiva e da una ricerca illuministica com-
plesse, cresciute « all’ombra di pólemos», quali sono quelle di
Sciascia autore, romanziere, storico, antropologo della cultura;
sfida, ricerca che fanno subito pensare al viaggio settecentesco
de Il Consiglio d’Egitto (1963) 229, ovvero a un viaggio ancora
teso verso l’infanzia di un mondo e un’altra « guerra civile» e
immaginato al di là dell’« esperienza» che non si fa docilmente
« ricordo» e dell’« indifferenza» che « scotta» (verbo, ovviamen-
te, più che rivelatore).

6. Conclusioni provvisorie e aperture

Le nostre conclusioni – e non proprio e non solo di vere


conclusioni si tratta – non potranno che essere provvisorie e
suggerire ulteriori aperture, magari a partire da una sorta di

228
Cfr. ancora C. A. Madrignani, Cassola e altri « buoni maestri» cit., p. 96:
«Il miglior Sciascia, quello che ha lasciato un vuoto che non si vede come possa es-
sere colmato, è più che il polemista e lo stimolatore di problemi civili e di inquie-
tudini morali, il narratore-pensatore che attraversa le ideologie anche quando sem-
bra assumerle. Non è la singola causa o controversia che conta ma l’atteggiamento
di ripensamento, di riformulazione e verifica nei confronti dei nodi centrali del
nostro vivere associato: illuminare, proprio come volevano i philosophes, le cause
recondite dei linguaggi e dei comportamenti ufficiali, non in nome di un’ideolo-
gia migliore e superiore, ma di una volontà di conoscenza che si pone come “altra”
nei confronti del sapere conformistico, addomesticato o massificato».
229
Cfr. G. Traina, Leonardo Sciascia cit., p. 230, che, da altro punto di vi-
sta, osserva: «L’antimonio è, prima del Consiglio d’Egitto, il testo in cui Sciascia
si mette più in discussione, scava nel “profondo” del suo protagonista».

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back to the source, di duplice ritorno alle fonti, ovvero alle origi-
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ni della letterarietà e dell’umanità di un racconto: a quelle lette-


rarietà e umanità che sono in parte riassunte e nascoste in una
sintetica presentazione a cui Leonardo Sciascia affida le « sugge-
stive ragioni» del suo « intitolare L’antimonio il racconto»

Gli zolfatari del mio paese chiamano antimonio il grisou. Tra gli
zolfatari, è leggenda che il nome provenga da anti-monaco: ché
anticamente lo lavoravano i monaci e, incautamente maneggian-
dolo, ne morivano. Si aggiunga che l’antimonio entra nella com-
posizione della polvere da sparo e dei caratteri tipografici e, in an-
tico, in quella dei cosmetici. Per me suggestive ragioni, queste, ad
intitolare L’antimonio il racconto 230.

La « concisa presentazione» contiene « una straordinaria ric-


chezza di aspetti e riflessioni» e finanche la possibilità di affidar-
la alla misura del racconto, a quel « ristretto numero di pagine»
che, anche perché tali, sono davvero da annoverare, come sugge-
risce Antonio Llorens, fra le « più complesse e sensibili pagine
letterarie che siano mai state scritte sulla guerra di Spagna, la Si-
cilia e la condizione umana» 231. Perché nell’Antimonio pare dav-
vero confluire una buona parte della letteratura della guerra civi-
le spagnola e della letteratura (anche critica, filosofica) della con-
dition humaine, che alla prima, dagli anni Trenta, almeno, ai
Cinquanta, è spesso connessa e che è situabile, per esemplificare
con coordinate note o qui già evidenziate, fra l’antropologia ro-
manzesca «à la première personne» di Malraux 232 e l’« anthropo-
logie philosophique» di The Human Condition della Arendt 233.

230
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 166.
231
Antonio Llorens, «Una vita venduta», un film rubato, in Leonardo
Sciascia, a cura di Sebastiano Gesù cit., [pp. 113-117], p. 113.
232
Gaëtan Picon, Malraux, Paris, Seuil, «écrivains de toujours», 1953 e
1974, pp. 11 e seguenti.
233
P. Ricœur, Préface (1983) a Hannah Arendt, Condition de l’homme mo-
derne cit., p. 14.

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La forza di queste coordinate e del loro complesso interse-
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carsi, del loro connettersi, del loro irradiarsi in piena guerra


fredda e nel dopo Stalin, è poi rintracciabile in grandi scrittori
europei della generazione di Sciascia, fra anni Cinquanta e Ses-
santa, e secondo modalità anche molto diverse, giocate talora
tra la farsa e il grottesco: in tal senso cercheremo fra poco di
presentare rapidamente il caso dello scrittore svizzero di lingua
tedesca – «Je suis un vrai Suisse» – Friedrich Dürrenmatt. Ma
teniamo presente fin d’ora che anche la Svizzera è un’isola – «Je
vivais sur une île» – e che anche Dürrenmatt proietta se stesso
nei suoi libri: «Moi, je ne tiens pas de journal intime. Mon
journal, ce sont mes Œuvres». Certo, nello scrittore svizzero c’è
anche il distacco, poco sciasciano, dello spettatore: «Les années
d’adolescence ont leur importance. J’ai eu vingt ans pendant la
guerre [...] Je vivais sur une île, ou sur un radeau emporté au fil
de l’eau. J’observais au loin le crépuscule des dieux, comme un
spectateur». Per di più Dürrenmatt non ha una tradizione let-
teraria svizzera di riferimento: «Je ne vois aucune tradition suis-
se qui aurait compté pour moi» 234. Mentre Sciascia ha alle spal-
le una grande tradizione siciliana, sulla quale dobbiamo spende-
re ancora qualche parola.

Prima di Sciascia, in Italia, da quel particolare angolo vi-


suale che è la Sicilia, la forte, estesa connessione tra antropolo-
gia romanzesca e antropologia filosofica, tra condizione umana
e guerra di Spagna e/o fascismo anni Trenta, è reperibile in Vit-
torini ma anche in Vitaliano Brancati, « un altro fra i suoi amati
scrittori di riferimento» 235: il Brancati, certo, dello zio de Il
bell’Antonio (1949), su cui ovviamente ritorneremo, ma anche
l’autore de « il racconto La noia del ’937 [...] sulla vita a Calta-

234
Cito da Entretiens avec «Le Monde». 2. Littératures, Paris, Editions La
Découverte et Journal «Le Monde», 1984, [pp. 61-69], pp. 66-67.
235
G. Traina, «Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista
cit., p. 85.

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nissetta negli anni appunto intorno al ’37, gli anni dell’Impero
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e della guerra di Spagna» – si legge in Nero su nero (1979) 236. E


fra i racconti brancatiani è impossibile non pensare a Il vecchio
con gli stivali (1944), vero capolavoro, dove Aldo Piscitello, ne-
gli « anni più neri [...] il ’36 e il ’37» (e pure l’« anno dopo») vi-
ve « solo come una mosca in gennaio» e quasi in seno alla stessa
comunità del protagonista de L’antimonio. Alla moglie che ap-
plaude, che batte contenta le mani « a una radio che proclamava
il bombardamento di Valencia», Piscitello reagisce con una se-
rie di domande di cui Sciascia deve essersi ricordato nel finale
del passo delle farfalle:

E tu sei cattolica, e tu sei cristiana ? E tu ti fai la Croce, e baci il


cuore di Gesù? Tu che vai in sollucchero per il bombardamento
di una città dove ci sono bambini, donne meglio di te, e amma-
lati ? 237.

Nell’Antimonio, la rappresentazione è più estrema e tocca


forse una più triste e meno ironica deriva della condition humai-
ne, accolta con una pena di cui abbiamo suggerito l’importanza
ma anche e soprattutto con un mix inedito di critica e umana
comprensione; finanche quando tale condannata condizione
oscilla vergognosamente fra avventure dal piglio epico, cavalle-
resco, luoghi comuni letti magari sui giornali – « la guerra di
Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti» 238 – ed
episodi atroci buoni soltanto per la propaganda, per l’esaltazio-
ne retorica di un fascismo che, proprio come frutto della propa-
ganda, della retorica (e della guerra), il protagonista ha ricono-
sciuto e ormai smascherato.

236
L. Sciascia, Nero su nero (1979), in Opere. 1971-1983 cit., p. 666.
237
Vitaliano Brancati, Il vecchio con gli stivali (1944), Roma, L’Acquario,
1945, II ed. accresciuta Milano, Bompiani, 1946 e 1958, poi Milano, Monda-
dori, « Oscar», 1971, [pp. 113-146], pp. 126 e 128-129.
238
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 216.

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Come si è detto, di questa triste deriva della memoria sono
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avidi e significativi fruitori, verso la fine del racconto, « i vecchi»


e « il segretario del fascio», oscillanti tra ignoranza e propaganda
e schiavi di quella noia nella quale Sciascia non vuole far
sprofondare il suo personaggio; quella « noia», per l’appunto,
che proprio per Brancati è « il segno più grave del disagio esi-
stenziale sotto il regime fascista» 239; quella noia che può farci
diventare spettatori, come la moglie di Piscitello, e certo non
spettatori avvertiti alla Dürrenmatt; quella noia che prospetti-
camente, ben al di là della dittatura, del fascismo, potrebbe
consegnare il protagonista de L’antimonio a una trama scontata
e farlo poi « ricadere “nell’opaca realtà del quieto vivere” che at-
tendeva, secondo Sciascia, perfino i “molti meridionali che pu-
re avevano partecipato valorosamente alla Resistenza” ed erano
poi tornati nei loro paesi» 240.

Di più. Sciascia sembra condividere – ribaltandola tuttavia


– la liquidazione che nel 1945 Vittorini fa della « trasmissione
di esperienza da padri a figli e da vecchi a giovani» ; quella tra-
smissione o « trasmissibilità dell’esperienza » che per un Calvi-
no che guarda agli anni difficili del dopoguerra è di « scarsa ef-
ficacia » e « continua a essere una delle realtà più scoraggianti
nel meccanismo storico e sociale » : « la storia continua a essere
mossa da spinte non completamente dominate, da convinzioni
parziali e non chiare » 241. Da notare che queste osservazioni

239
G. Traina, «Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia polemista
cit., p. 85.
240
Ivi, p. 86, che cita da L. Sciascia, Quaderno, a cura di Vittorio Nisticò e
Mario Farinella, Palermo, Nuova Editrice Meridionale, 1991, p. 77.
241
Italo Calvino, Sono stato stalinista anch’io ?, «La Repubblica», 16 di-
cembre 1979, in un inserto dedicato a Stalin nel centenario della nascita, poi in
Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche. Nota introduttiva di Esther Calvino,
Milano, Mondadori, «I libri di Italo Calvino», 1994 e « Oscar», 1996, [pp.
196-203], p. 199; ma cfr. anche il pezzo seguente della raccolta, L’estate del ’56,
alle pp. 204-210.

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sorgono in « pagine autobiografiche » del 1979 – l’anno del più
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volte citato Nero su nero – in cui Calvino si chiede Sono stato


stalinista anch ’io ? e « Chi era Stalin tra il ’45 e il ’53, qui in
questo Occidente che aveva preso forma dalla vittoria alleata e
dalla guerra fredda ?» 242.
Con La morte di Stalin (1957), Sciascia narratore cerca una
risposta a questa domanda più di vent’anni prima, procedendo,
potremmo dire, a una certa decostruzione del mito dell’uomo
politico, a stretto contatto con le rivelazioni di Chrus]c]ëv circa i
delitti di Stalin e a partire dalla difficile e parziale presa di co-
scienza di un ciabattino. Dall’inizio dell’estate del 1956 si pub-
blicano rapporti, informazioni sconcertanti e riflessioni a caldo
di politici, di scrittori. Il racconto è anche un modo, nutrito di
ironia, per fuggire la cronaca dell’epoca, che lascia molti intel-
lettuali e compagni “a bocca aperta”, e per mutarla quasi, in
certe pagine, in commedia. Si pensi al passo dei « ritratti di Sta-
lin», che non può non far venire in mente una gustosissima sce-
na di Letto a tre piazze (1960) di Steno, con Totò che torna
dalla Russia, reclama la casa e la moglie risposatasi con Peppino
e con quest’ultimo finisce a letto e per dormire solo dopo aver
sostituito un quadro con il ritratto di “baffone”, esclamando:
« io se non me lo sento sulla testa non posso dormire [...] è una
cosa nervosa la mia» 243. E il ciabattino Calogero, con gli ameri-
cani già a Regalpetra, « ritagliò da una rivista americana due ri-
tratti di Stalin, li mise in bella cornice e uno lo attaccò in botte-
ga e l’altro nella stanza da letto, vicino alla Madonna di Pompei
che la moglie teneva sul proprio lato. La moglie commentò acre

242
Ivi, pp. 196 e 197.
243
Con Peppino deuteragonista, « in ruolo socialmente più alto», a pro-
testare inutilmente: « e io devo dormire con quello là». Cfr. Matteo Palumbo,
La trasgressione e la norma: Totò, Peppino e le classi sociali, in Peppino De Filip-
po e la comicità del Novecento, Atti del Convegno interdisciplinare, Napoli, 24-
25 marzo 2003, San Giorgio a Cremano, 26 marzo 2003, a cura di Pasquale
Sabbatino e Giuseppina Scognamiglio, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane,
2005, pp. 101-108.

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– e che è tuo padre ? – ma non disse più niente vedendo come si
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fece brutto Calogero» 244.


Anche per questo voler sottrarsi alla cronaca, La morte di
Stalin non è di facile decifrazione, da un punto di vista storico,
storico-ideologico e storico-letterario. Infatti, se è vero che si
tratta di un racconto che ci interessa, a livello tematico, per gli
accenni alla guerra civile spagnola, e, a livello strutturale, perché
confluisce nella prima edizione de Gli zii di Sicilia (1958), è un
testo che innanzi tutto, e più generalmente, ci affascina come
ulteriore esempio di quella storia che « continua a essere mossa
da spinte non completamente dominate, da convinzioni parzia-
li e non chiare» e che si fa per « dure, brutali lezioni avute diret-
tamente dalle cose e dentro le cose, per lente maturazioni indi-
viduali, per faticose scoperte di verità, tutta auto-educazione».
Ma in quegli anni non c’è solo lo Sciascia narratore de La
morte di Stalin. C’è anche lo Sciascia saggista, critico, traduttore,
che si occupa ancora della guerra civile spagnola, fra anni Cin-
quanta e Sessanta, tra, diciamo, La sesta giornata (1958) e la Pre-
fazione (1967) a La veglia a Benicarló. In questi testi, sopra già
citati, Stalin resta, come avremo occasione di ribadire, un punto
di riferimento pressoché intatto. Ed è, questo, un dato impor-
tante. Sembra infatti che nello stesso e stretto giro d’anni Scia-
scia tenga in vita due Stalin. Il fatto è che la guerra civile spagno-
la, come abbiamo visto, è un’esperienza fondativa per lo scritto-
re siciliano, un’esperienza che appartiene al tempo dilatato e di-
latabile dell’infanzia/adolescenza, quando i delitti, i crimini di
Stalin – e le notizie su di essi – erano molto di là da venire.
Così ne La sesta giornata viene denunciato piuttosto l’atteg-
giamento antidemocratico degli Stati Uniti che aiutano Franco
in piena guerra fredda e, agendo in tal modo, mostrano – atten-
zione alla parentesi – che « la diagnosi marxista (vorremo dire

244
L. Sciascia, La morte di Stalin, in Gli zii di Sicilia cit., [pp. 61-94], p.
77; ma cfr. pp. 76-80.

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stalinista) del fenomeno fascista rimane sostanzialmente esat-
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ta» 245. Nella corta ma densa Prefazione a La veglia a Benicarló


Sciascia giunge alla conclusione – attenzione, ancora, alla paren-
tesi – che « il moralismo di Azaña coincise con la visione politica
delle cose spagnole che allora ebbe Stalin (a meno che non si vo-
glia negare il senso politico anche a Stalin)» 246.
Certo, oggi (più di ieri), anche Azaña 247 è ritenuto respon-
sabile di aver allevato nemici in seno alla Repubblica e di aver

245
L. Sciascia, La sesta giornata (1958), in AA. VV., La noia e l’offesa, Pa-
lermo, Sellerio, 1976, [pp. 157-164], p. 158.
246
L. Sciascia, Prefazione a Manuel Azaña, La veglia a Benicarló cit., p. XIII.
247
Mentre l’idea che Leonardo Sciascia ha di Azaña è più simile, tra anni
Cinquanta e Sessanta, a quella di Aldo Garosci, Gli intellettuali e la guerra di Spa-
gna, Torino, Einaudi, 1959, che al presidente dedica un capitolo, alle pp. 89-109,
significativamente intitolato L’angoscia di Manuel Azaña, dove – pur riconoscen-
do subito che « la memoria dell’ultimo presidente della Repubblica spagnola, cer-
to la più forte tra le personalità che la classe repubblicana abbia prodotto, rimane
a tutt’oggi motivo di controversia» – suggerisce che «Azaña fu un illuminista»,
« uomo della nuova repubblica, austeramente moderno nella concezione del suo
compito», « intento all’alto ideale della resistenza repubblicana» ma senza il pote-
re, la forza di « elaborarne uno più complesso nel caos della guerra civile e sotto il
peso dell’immensità del disastro»; e in tal senso Azaña è in parte assolto ma in
parte reso colpevole perché, credendo nella sincerità dei comunisti in virtù della
consegna di Stalin, come dice nella Velada, non si interroga sulla natura di questa
« consegna» (le citazioni sono da pp. 89, 90, 92, 106). Significativo poi che nel
capitolo dedicato a Ramón Sender, alle pp. 160-178, sul quale avremo occasione
di ritornare, Garosci rievochi Azaña – che è comunque presenza quasi strutturan-
te nel volume – in questi termini: «Ma la lenta tenacia e il modo cauto, quasi in-
diretto, con il quale lo scrittore è ritornato sui temi della guerra spagnola, stanno
a indicare un travaglio più intenso, una fedeltà diversa e più fine, anche se non
meno completa, ai motivi del suo esilio. Cosicché pensiamo che non per caso
Sender ci abbia dato, insieme con Azaña, la maggiore creazione nata sulle vicende
della guerra civile». Non emerge quindi propriamente (e positivamente) il paral-
lelo Azaña/Stalin dello Sciascia prefatore della Velada ma affiora comunque un in-
tellettuale e un politico integro, un illuminista e uno scrittore, che è l’immagine
azaniana che in fin dei conti, in quegli anni, può affascinare e catturare Sciascia,
quello de Il Consiglio d’Egitto per intenderci. Ma per una più tarda e « particolare
declinazione dell’illuminismo sciasciano», specie a partire dai « testi degli anni
Settanta», cfr. G. Traina, Leonardo Sciascia cit., [pp. 132-135], p. 133.

108

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indebolito la fragile democrazia spagnola; e Stalin e Azaña, in
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questo senso, possono essere accomunati non come fattori poli-


tici di razionalismo e moralismo ma come elementi negativi di
quell’eclissi della democrazia che porta alla sconfitta dei repub-
blicani fra il 1936 e il 1939, fra « eclissi semitotale: la Spagna re-
pubblicana» e « eclissi totale: la Spagna di Franco» 248.
Eppure, negli anni Cinquanta, e fin dalla loro prima metà,
dove si colloca la morte di Stalin, è facile trovare in altri scritto-
ri il sofferto e « non-del-tutto-chiaro» punto di vista di Leonar-
do Sciascia. Pensiamo al già presentato Friedrich Dürren-
matt 249, un autore amato dallo scrittore siciliano, che ne cita e
ne “riscrive” l’opera nelle ultime prove, ne Il cavaliere e la morte,
in particolare, ma anche in Porte aperte e nel suo congedo nar-
rativo, Una storia semplice. Per certi versi si tratta quasi di un
compagno di strada, perché Dürrenmatt, della stessa generazio-
ne di Sciascia, è un altro narratore-pensatore a tutto campo,
convinto che « non esistono problemi dai quali si può prescin-
dere» 250: «Non c’è niente di più penoso di coloro i quali suddi-
vidono il pensiero dell’uomo in un pensiero da cui non si può
prescindere e in uno da cui si può prescindere. Fra coloro si ce-
lano i nostri futuri carnefici».
Come Sciascia, poi, lo scrittore svizzero smonta il meccani-
smo del giallo per farne un’altra cosa, una creazione letteraria più
complessa, meno chiara e massificata, fatta di tanti punti di vista,

248
Gabriele Ranzato, L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le
sue origini 1931-1939, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pp. 421-501 e 502-569.
249
Si leggano due capitoli di G. Traina, L’«Ars Moriendi» di Sciascia e
L’ultima speranza in La soluzione del cruciverba. Leonardo Sciascia fra esperienza
del dolore e resistenza al Potere cit., pp. 129-156 e 157-172; e cfr. Carmelo Spa-
lanca, Il gioco degli specchi. Modelli italiani e modelli europei nel «Cavaliere e la
morte» di Leonardo Sciascia, in Il Canone e la Biblioteca. Costruzioni e decostru-
zioni della tradizione letteraria italiana, a cura di Amedeo Quondam, Roma,
Bulzoni, 2002, volume II, pp. 613-625.
250
Cfr. la recente riproposta di Friedrich Dürrenmatt, Una partita a scac-
chi con Albert Einstein (1979), Bellinzona, Casagrande, 2005, p. 53.

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tutti aventi diritto, compresi quelli dei mostri. Per esemplificare,
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è sufficiente trarre qualche citazione da Il sospetto – Der Verdacht


– del 1953: «La trascuratezza, la manica larga, ecco cosa rendeva
il mondo insopportabile; per trascuratezza il mondo stava an-
dando in malora. Questo era il pericolo, altro che Stalin e com-
pagni ! »; «Fu nel dicembre del quarantaquattro [...] Poi ancora
nel gennaio dell’anno successivo, quando il sole glaciale della
speranza cominciò a brillare lontano, all’orizzonte, sopra Stalin-
grado [...]»; « Quando fu firmato quel famoso patto, il patto dei
signori Stalin e Hitler, anche allora non dubitai della sua neces-
sità, bisognava pure salvare la gran Patria sovietica. Tuttavia,
quando una bella mattina, dopo un viaggio di settimane in un
vagone bestiame dal fondo della Siberia, fui trascinata dai soldati
russi [...] e quando vidi nella nebbia grigia del mattino spuntare
sulla riva opposta le nere uniformi delle SS, allora capii il tradi-
mento, non soltanto verso di noi, poveri diavoli destinati a
Stutthof, no, il tradimento all’idea stessa del comunismo, che
può avere senso soltanto se coincide con l’idea dell’amore del
prossimo e dell’umanità»; «La conosco questa gente, gente sicu-
ra del suo buon diritto di affermare che uno più uno fanno tre
[...] Per loro la chiarezza è qualcosa di equivoco perché la chia-
rezza esige carattere. Non sospettano nemmeno che un comuni-
sta deciso – per citare un esempio poco appropriato, perché la
maggior parte dei comunisti sono comunisti come la maggior
parte dei cristiani sono cristiani, cioè in base a un malinteso, –
non hanno la minima idea che un uomo del genere, che crede di
tutto cuore alla necessità della rivoluzione, e che soltanto quella
via, anche se passa su milioni di cadaveri, può condurre al bene e
a un mondo migliore – è molto meno nihilista di loro» 251.
E potremmo quasi commentare e prolungare, in via non
così paradossale, con Karl Barth, teologo svizzero, di Basilea,

251
Cfr. F. Dürrenmatt, Il sospetto (1953), Milano, Feltrinelli, 1987 e
2003, pp. 16, 33, 85,110-111.

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che nel gennaio del 1960, pubblicando la terza parte della sua
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breve ma intensa Autobiografia critica (1928-1958), relativa a I


problemi della pace (1948-1958), dichiara e chiede al mondo
dalla sua «Svizzera natia, dove, cosa abbastanza notevole, ci so-
no molti piccoli McCarthy» : « Considero l’anticomunismo per
principio un male peggiore del comunismo stesso [...] Abbia-
mo dimenticato che ciò che è in gioco in questo rapporto “as-
solutamente ostile” al quale ogni bravo cittadino in Occidente
è ora obbligato e al quale darebbe tutto, è una tipica invenzio-
ne (ed una triste eredità) di defunti dittatori e che solo “l’Hi-
tler in noi” può essere anticomunista per principio ? [...] Non
fummo forse contenti, e a buona ragione, del contributo sovie-
tico alla vittoria sul nazionalsocialismo ? [...] Penso che noi
lontani dalla paura del fuoco stiamo irresponsabilmente gio-
cando con il fuoco» 252.

Il racconto La morte di Stalin viene pubblicato nel numero


di gennaio del 1957 di «Tempo presente» ed entra poi, come si è
detto, nella prima edizione de Gli zii di Sicilia, uscita nel 1958.
In una prospettiva internazionale come quella de La zia d’Ameri-
ca – primo racconto di quell’edizione – e de L’antimonio – ulti-
mo della seconda – La morte di Stalin scopre la storia che si fa,
dalla guerra di Spagna al patto russo-tedesco Ribbentrop-Molo-
tov del 1939, dallo sbarco alleato in Sicilia nel 1943 alle elezioni
del 1948 vinte dalla Democrazia Cristiana, e, per l’appunto, dal-
la morte di Stalin del 1953 al XX Congresso del PCUS nel 1956
e alla denuncia dei crimini staliniani fatta da Chrus]cë] v. E non a
caso la guerra di Spagna è ancora una volta all’origine di un per-
corso umano complesso, che va al di là di quella guerra, come si
intuisce nel finale de L’antimonio, che in tal senso, nella raccolta
Gli zii di Sicilia, potrebbe quasi rappresentare un antefatto de La

252
Karl Barth, I problemi della pace (1960), in Autobiografia critica (1928-
1958), a cura di Piergiorgio Grassi, Vicenza, La Locusta, 1978, [pp. 81-106],
pp. 91, 85, 86, 89.

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morte di Stalin; il cui protagonista, però, resta arroccato nell’isola
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e nel paese – nonostante qualche puntata in città – oltre che nel-


le sue convinzioni, in Italia non proprio facili da frequentare tra
il ’45 e il ’53 e a maggior ragione dopo: «Così stavano le cose.
Stalin è morto, ma il comunismo è vivo. E Stalin, fino alla guer-
ra vittoriosa, era stato un grande uomo» 253.
Nel riassunto “storico” del racconto e nelle citazioni che se
ne possono trarre, è facile trovare, à rebours, punti di contatti col
testo di Dürrenmatt. Ed è utile tener presente in prospettiva la
giallistica sciasciana, come si è fatto a proposito di A ciascuno il suo
(1966), a partire da un dato, da un riscontro con L’antimonio,
che non si può far rientrare interamente in un orizzonte filologi-
co, né ridurre a un gioco letterario. A corroborare il tutto, a metà
degli anni Sessanta, per La morte di Stalin possono poi intervenire
le memorie di Robotti, « vittima dell’inquisizione staliniana in
Unione sovietica» che pure resta fedele all’« idea comunista» che,
dice Sciascia, « è uscita dolorosamente vittoriosa» – come, nel rac-
conto, la « guerra» di Stalin, ora «“imbecille” inquisitore». Nota
Traina: «Nel ’65 il giudizio su Robotti si tinge di umana com-
prensione per la coerenza e dirittura morale dell’uomo, e l’attribu-
to di “imbecille” è riservato al suo inquisitore. La fin troppo stre-
nua coerenza di Robotti, incomprensibile sul piano logico e fat-
tuale ma affettuosamente comprensibile sul piano umano, è valu-
tata con lo stesso metro che Sciascia riservava al ciabattino stalini-
sta protagonista del suo racconto La morte di Stalin» 254.
Per tradurre con Calvino – che da un altro angolo visuale
torna indietro nella storia e comunque muove dall’altezza cro-

253
L. Sciascia, La morte di Stalin cit., p. 93.
254
Cfr. G. Traina, «Con l’emozione dell’azzardo». Appunti su Sciascia pole-
mista cit., p. 83: «Invece in Fuoco all’anima – il libro che riporta le conversazio-
ni con Domenico Porzio del biennio 1988-’89 –, Sciascia afferma che Robotti è
“la persona più stupida che ho incontrato nella mia vita”. Infatti, “quando un
uomo che non ha tradito viene preso dalla Polizia di Stato, torturato, gli rom-
pono la spina dorsale e continua a credere nel comunismo, è uno stupido”».

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nologica della fine degli anni Settanta, quando Sciascia, per
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esempio, parla della « parrocchia dello stalinismo innestatosi


con indefettibile continuità sul fascismo e sul nazismo» 255 – po-
tremmo citare questo breve passo del già evocato Sono stato sta-
linista anch’io ?: «Stalin [...] voleva dire Stalingrado, la Russia
che fermava la marcia trionfale di Hitler e calava come una va-
langa di ferro e di fuoco su Berlino [...] era la storia che comin-
ciava dalla riscossa contro il nazi-fascismo padrone dell’Europa,
quella in cui mi volevo identificare, e in tutto ciò che nel passa-
to l’anticipava. Stalin sembrava rappresentare il momento in
cui il comunismo era diventato un grande fiume, ormai lonta-
no dal corso precipitoso e accidentato delle sue origini, un fiu-
me in cui confluivano le correnti della storia» 256.
E in quel fiume confluisce anche, ne La morte di Stalin di
Sciascia, la guerra civile spagnola, cui sono dedicati diversi ac-
cenni e almeno un paio di pagine. Del resto, la guerra di Spa-
gna è all’origine del confino del protagonista, Calogero Schirò,
calzolaio a Regalpetra, il cui cognato si arruola dall’America
nelle brigate internazionali – è quasi il tragitto inverso rispetto a
quello di Ventura – e invia in Italia una pericolosa lettera di mi-
litanza intercettata dalla polizia fascista, lettera di cui fa le spese
il ciabattino comunista.
La stessa guerra, poi, è all’origine di una inascoltata serie di
dubbi circa la condotta di Stalin, il cui patto prolungato coi te-
deschi « gli [a Calogero] pareva facesse beffa a lui, a tutti i suoi
amici del confino, a suo cognato, a tutti i comunisti morti com-
battendo per la Repubblica spagnuola»: «E come era possibile
che il compagno Stalin, l’uomo che aveva fatto della Russia la
patria della speranza umana, continuasse a dichiarare amicizia
ai fascisti: e intanto gemeva sangue l’Europa, la Francia con

255
L. Sciascia, L’arroganza di Coppola (1978), in La palma va a nord, a cu-
ra di Valter Vecellio, Milano, Gammalibri, 1982, p. 18.
256
I. Calvino, Sono stato stalinista anch’io ? cit., pp. 196 e 198.

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quel suo nuovo governo da fogna, la Spagna con quel feroce ge-
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nerale dalla faccia di canonico ?» 257.

È vero, come dice Ambroise, che dopo Le parrocchie di Re-


galpetra (1956), « la dimensione fantastica de Gli zii di Sicilia la
si coglie in pieno nel progetto stesso di scrivere dei « racconti» e

257
L. Sciascia, La morte di Stalin cit., pp. 70-71. Cfr., per la situazione spa-
gnola, Guy Hermet, La guerre d’Espagne cit., pp. 224-228 e 238; e per la situa-
zione italiana, in relazione, soprattutto, al secondo dopoguerra, il recente Mauri-
zio Degl’Innocenti, Il mito di Stalin. Comunisti e socialisti nell’Italia del dopoguer-
ra, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 2005, che principia proprio
con l’avvenimento storico de La morte di Stalin (pp. 9-16) e cita solo un paio di
volte (pp. 57, 134) un Italo Calvino «“ottimo propagandista” [...] sull’“Unità”
agli inizi del 1952». Certo, è un peccato che il taglio rigoroso, raccolto in titolo e
sottotitolo, non faccia reagire, insieme, per esempio, al caso di Robotti (pp. 125-
126) sopra evocato, il caso di Sciascia, la sua evoluzione, quella di Calvino e di
intellettuali diversamente orientati (socialismo liberale, etc.), anche in rapporto
alle loro reazioni negli anni Cinquanta, fra la morte di Stalin e il rapporto
Chrus]cë] v. Cfr. per esempio, e se non erro, l’assenza di Norberto Bobbio e del
suo Ancora dello stalinismo: alcune questioni di teoria, apparso su «Nuovi argo-
menti», IV, 1956, pp. 1-30, ora leggibile nella Nuova edizione citata di Politica e
cultura alle pp. 241-267: «Un comunista al quale fosse stato osservato che Stalin
era un tiranno, rispondeva, doveva rispondere che l’affermazione era falsa perché
non era marxista (e a ben guardare non aveva altro argomento)», perché « in nes-
suno dei testi della dottrina era scritto che durante il periodo della dittatura del
proletariato vi sarebbe stato un periodo più o meno lungo di tirannia, e neppure
che tale evento fosse possibile. Dunque chi affermava che Stalin era un tiranno
pronunciava in base al criterio dell’autorità una proposizione falsa. A nulla vale-
va opporre l’esperienza»; e finanche « dopo aver letto il rapporto Krusciov [che]
era in ultima analisi la più spietata smentita delle illusioni rivoluzionarie» (pp.
246, 245, 241). Suggerisce C. Ambroise, Sciascia e la rivolta, pp. 170-171: «La
morte di Stalin va interpretata come la storia disperata di un diniego: accettare il
rapporto Krusciov, per il militante, sarebbe un negare se stesso, la propria azione
e rivolta. [...] Negli anni del dopoguerra, Leonardo Sciascia, nell’esperire la vita e
le sue contraddizioni, è solidale di coloro che dalla rivolta volevano che scaturis-
se un progetto rivoluzionario. Le parrocchie di Regalpetra sono espressione di tale
solidarietà; la scrittura è come innestata sull’azione degli altri e, in questo senso,
ne è partecipe. La voce narrante de Gli zii di Sicilia non rompe certo il patto».
Ma cfr. il prosieguo del discorso nel testo.

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non più una « cronaca»»; progetto dove non è « più la firma di
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un testimone ma il ricorso ad un dire in prima persona, come a


nascondere la finzione» 258. Ma è anche vero che tale finzione –
e non solo in quella prima persona, del resto vicina allo sbilan-
ciamento verso la collettività, gli altri, delle Parrocchie – fa an-
cora i conti con la testimonianza, con la cronaca e, soprattutto,
con certe derive della memoria ad esse, in un certo senso, ricon-
ducibili, a partire dai luoghi comuni letti sui giornali; i giornali
di cui diffidano i protagonisti de La morte di Stalin e de L’anti-
monio e che tendono sempre più a tradurre rapidamente in cro-
naca una storia che non si fa docilmente e improvvisamente
cronaca (e/o ricordo).
In questa prospettiva, potremmo dire che Sciascia, con
Calvino, non crede « a nessuna liberazione né individuale né
collettiva che si ottenga senza il costo di un’autodisciplina, di
un’autocostruzione, d’uno sforzo» e non crede « a niente che sia
facile, rapido, spontaneo, improvvisato, approssimativo» ma
« alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi
né entusiasmi». E con queste parole Calvino si definiva non a
caso « ancora [...] un po’ stalinista» 259.
In questa prospettiva, dove si rifugge la cronaca più dete-
riore – che non è certo quella de Le parrocchie di Regalpetra e so-
prattutto, per ciò che qui ci interessa, della Breve cronaca del re-
gime 260 – e la sua rapida assimilazione (il segretario del fascio),
trova forse una giustificazione la fine anticipata de L’antimonio,
rispetto ai tempi e agli sviluppi possibili del « romanzo-biogra-
fia» sciasciano, e finanche in seno a quella « autobiografia della
nazione» di cui parla Onofri; e forse anche rispetto ai tempi e
agli sviluppi di testi altrui, con le grandi opere nate a ridosso

258
C. Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia cit., p. 88.
259
I. Calvino, Sono stato stalinista anch’io ? cit., p. 203.
260
Cfr. ancora N. Tedesco, «Avevo la Spagna nel cuore». Sciascia, la Sicilia, la
Spagna cit., e D. Perrone, Sciascia, Vittorini e la Spagna cit., pp. 243-244, 246-247,
248-249. Ma alla Breve cronaca del regime riaccenneremo nel secondo capitolo.

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della guerra, lette e in buona parte amate e presenti nell’imma-
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ginario de L’antimonio, da L’espoir (1937) 261 di André Malraux


a For Whom the Bell Tolls (1940) di Ernest Hemingway, col suo
ritmo narrativo di “chiacchierata” civile, pure epica. Ma si trat-
ta di una modalità epica che è tesa a superare le ciarle passatem-
po dei vecchi e la loro ricezione delle « cose lontane» e che si-
gnificativamente, come ribadiremo e preciseremo all’inizio del
secondo capitolo, è diffusa nel dialogo con Ventura e in altri
passi del racconto sciasciano proprio in seno a quel ritmo di
“chiacchierata” civile.
Nella fine anticipata de L’antimonio, comunque, Leonardo
Sciascia cerca anche un ulteriore depistaggio, che è poi mossa
tipica di molti finali sciasciani, dove si getta quasi sempre un
ponte verso un’altro racconto, un’altra possibilità narrativa, ver-
so una continuazione non attivata, un seguito intuibile, cui si
lavorerà con calma, con « lentezza», con ostinazione, negli anni,
come dimostra la raccolta de Gli zii di Sicilia e, più in generale,
tutta l’opera sciasciana.

Dopo queste precisazioni e aperture, ritorniamo allora, per


concludere davvero, all’evocazione della « città lontana» con cui
si chiude L’Antimonio. Quella « città lontana» a cui guarda nel
futuro l’ex zolfataro, il reduce mutilato premiato con un posto
statale, non può non ricordare ancora una volta al lettore – in un
testo così pieno di echi, di rinvii interni – Madrid, la lontana ca-
pitale della guerra, della resistenza, della memoria. E c’è forse da

261
Cfr. ancora G. Traina, Leonardo Sciascia cit., pp. 226-227: «L’antimo-
nio, invece, ha origine insieme colta (una pagina della Speranza di André Mal-
raux – libro che nel 1966 Sciascia arrivava a dichiarare « forse il più grande libro
che sia stato scritto in questi trent’anni») e – [come si ricordava già in altro mo-
do nel testo ] – “paesana”, cioè i ricordi di alcuni conoscenti di Sciascia, uno dei
quali era effettivamente partito come volontario fascista per la guerra di Spagna
(e di cui troviamo notizia nel poco noto racconto Il soldato Seis)». Su questo
racconto, edito sulla rivista «Valbona», 1, 1958, pp. 3-5, si veda quanto si dirà
più avanti, nel capitolo successivo.

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chiedersi se per un’eventuale prosecuzione dell’Antimonio Scia-
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scia, ancor prima di quella fine, non avesse pensato ad attivare,


sullo sfondo degli eventi bellici spagnoli e mondiali, una lotta
antifascista, attiva e/o passiva, del suo personaggio, fino alla ca-
duta di Madrid, nel marzo del 1939, o oltre, magari seguendo e
cangiando l’iter di Calogero Schirò de La morte di Stalin.
Rileggiamo, in questa prospettiva, il confronto finale col
segretario del fascio e la scelta di partire:

Il segretario del fascio [...] voleva gli raccontassi episodi della


guerra, del generale Bergonzoli detto « barba elettrica» era tifoso,
proprio come se Bergonzoli fosse un giuocatore di calcio o un to-
rero. Io gli raccontavo cose di Bergonzoli che avevo letto sui gior-
nali, quella barba io non l’avevo mai vista; e poi gli raccontavo gli
episodi più atroci che avevo visto, roba da fare sputare sul fasci-
smo; glieli raccontavo nudi nudi, senza metterci una sola vibra-
zione di sdegno. Ascoltava e il suo entusiasmo cresceva. [...]
Mi fece chiamare un giorno, ché la patria aveva risposto alle solle-
citazioni sue: si era ricordata di me e mi offriva un posto di bidel-
lo in una scuola, ma i bidelli della patria, cioè i posti di bidello di
cui lo Stato disponeva, stavano nelle città [...] bisognava dunque
che io andassi a prendere il mio posto in una città, magari in una
città vicina...
– No – io dissi – è meglio in una città lontana: fuori della Sicilia,
una città che sia grande.
– E perché? – chiese meravigliato il segretario.
– Voglio vedere cose nuove – dissi 262.

Significativo che L’antimonio, letto nella sua interezza e fi-


nanche come summa di un immaginario relativo al fascismo im-
perante, anche al di là degli anni Trenta e, soprattutto, del con-

262
L. Sciascia, L’antimonio cit., pp. 228-229. E non dimentichiamoci, alme-
no in nota, di un dato che avremo occasione di ribadire in seguito, quello del cal-
cio, che negli anni Trenta vede la nazionale italiana conquistare per due volte con-
secutive la coppa del mondo, offrendo vittorie sportive al potere fascista, che del
resto le favorisce e le celebra quasi come quelle militari, dall’Etiopia alla Spagna.

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flitto spagnolo, abbia fatto pensare a uno Sciascia vittima della
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« solita intemperanza polemica che [lo] spinge spesso a uscir fuo-


ri della trama, per la smania di colpire tutto e tutti, con una sor-
ta di moralismo distruttivo, che non propone alternative» 263.
A parte il fatto che si sfondano porte aperte dallo stesso
Sciascia, come attesta la migliore tradizione critica, da Ambroi-
se a Traina 264, niente è più lontano da un testo “aperto” – chiu-
so solo nel film ad esso ispirato, Una vita venduta – che, letto o
riletto per frammenti ma anche nella sua interezza, può aiutarci
a cogliere, in prospettiva, gran parte del difficile e “aperto” rap-
porto dei narratori italiani con la guerra di Spagna; un connu-
bio, un accordo non così armonico di attrazione e repulsione,
di fascinazione e paura, di maturazione e regressione; un matri-
monio in cui la ragione sposa l’incubo e il cui divorzio si celebra
in altre guerre, in altre resistenze, in altre memorie letterarie e
civili di un Novecento « ferito a morte», per sempre, a partire
dai roghi, dagli incendi delle sue città più rappresentative.

263
Michele Coco, Jovine, Sciascia e la guerra di Spagna, « Otto/Novecen-
to», 3-4, 1982, [pp. 223-234], p. 233.
264
Si legga almeno C. Ambroise, Polemos, in Opere 1971-1983 cit., pp.
VII-XXVIII, e si scorrano ancora gli articoli sopra citati di G. Traina.

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UN QUARTO DI SECOLO DI TRADIZIONI
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PERDUTE (1936-1960) E UN RAPIDO


SCONFINAMENTO

1. «E poi mi piace chiacchierare ». Problemi di un discorso


letterario sulla guerra civile spagnola e concatenazioni
dell’immaginario tra passato e presente

In certe pagine de L’antimonio, si diceva nel capitolo pre-


cedente, c’è anche un ritmo narrativo di “chiacchierata” civile,
finanche epica, tesa a superare le ciarle passatempo dei vecchi e
la loro “ricezione” delle cose lontane, leggendarie, che sono co-
me fuse, e non distinte, nel tempo ( i paladini ) e nello spazio
( la guerra civile di Spagna); è un ritmo che impronta alcuni
dialoghi tra Ventura e il protagonista, come quello sulla lonta-
na, leggendaria America, sull’America grande, libera, ricca, ci-
vile ma con « due innocenti [...] mandati alla sedia elettrica
[...] Sacco e Vanzetti» 1. E viene in mente un Dos Passos tra-
dotto di recente e per la prima volta in italiano, Davanti alla
sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati 2,
con controinchiesta quasi sciasciana – « per un tipo di giustizia
che trattasse con lo stesso criterio poveri e ricchi [...] per i di-
ritti degli oppressi contro gli oppressori» – a collocare l’evento
nel suo contesto, gli Stati Uniti degli anni Venti, fra il timore
del contagio rivoluzionario comunista e il fastidio per i nuovi
arrivati dal Sud d’Europa.

1
L. Sciascia, L’antimonio cit., p. 175.
2
Cfr. John Dos Passos, Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti fu-
rono americanizzati (1927), a cura di Piero Colacicchi, Caserta, Spartaco, 2005,
pp. 9 e 37.

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Ma, più di John Dos Passos, origine possibile di un ritmo
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narrativo di “chiacchierata” epica e civile è Ernest Hemingway,


che tale ritmo ha quasi teorizzato in diversi luoghi della sua
produzione e pure nel celebre e sopra citato Per chi suona la
campana, dove – per lo Sciascia delle Ore di Spagna (1989) 3 –
sono « pagine indimenticabili [...] quelle che direi giornalisti-
che»: e giornalistiche non perché sposino facilmente, tali pagi-
ne, l’orizzonte dei giornalisti – che è poi quello dei vecchi – di
cui il protagonista de L’antimonio ha imparato a diffidare pro-
prio durante la guerra di Spagna, ma perché sanno cogliere dav-
vero, in seno a una certa immediatezza, tesa fra l’articolo, il re-
portage, il diario in pubblico, personaggi come «André Marty, il
russo Karkov, il generale ungherese» 4.
In questo senso, lo Sciascia delle Ore di Spagna (1989),
non difende solo se stesso ma anche il rischio e l’impegno della
letteratura che si misura con la storia in fieri. In questo senso,
Sciascia non sposa certo l’interpretazione hemingwayana che

3
L. Sciascia, Ore di Spagne cit., p. 62.
4
Ibidem. Bisogna poi subito rinviare, a questo proposito e, più in genera-
le, per l’idea che sostiene questo paragrafo, alle dense pagine conclusive di Bar-
tolomé Bennassar, Quand l’imaginaire transcende la guerre civile, in La guerre
d’Espagne et ses lendemains, Paris, Perrin, 2004 e «Tempus», 2006, pp. 481-
484: «Comment, s’interroge Claude Pichois, « une guerre, c’est-à-dire la mort,
les mutilations, l’injustice, peut-elle devenir littérature ? Comment le néant
peut-il se faire vie ?» La guerre d’Espagne impose cette question. [...] Le langage
du lyrisme, celui de l’épopée parviennent par un surprenant exploit à effacer
l’horreur sans la taire. Ils ne sont pas l’apanage de la poésie. L’Espoir de Malraux
et Pour qui sonne le glas d’Hemingway sont des œuvres lyriques. Pourtant, ces
deux livres ne trichent ni avec la vérité, ni avec la mort. Hemingway ne réserve
pas les atrocités aux seules troupes franquistes; il raconte aussi bien le massacre
des propriétaires terriers d’un village par une foule déchaînée. Et tout en mar-
quant sa répugnance pour les procédés manipulateurs des communistes, il re-
connaît qu’ils pouvaient seuls donner la victoire à la République grâce à la créa-
tion de l’armée populaire. Il est sans illusion, comme l’est son personnage de
Karkov, qui n’est autre que le double littéraire de son ami Koltsov, le corre-
spondant de la Pravda à Madrid, auteur du Journal espagnol, arrêté à Moscou le
12 décembre 1938 et éliminé.».

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negli stessi anni offre Sergio Perosa, per esempio; interpretazio-
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ne consegnata a un intervento del 1986, La memoria e gli squa-


li, e tutta rapidamente giocata sull’opposizione fra « esperienza»
e « memoria dell’esperienza»:

[...] quanto più egli [Hemingway] scrive di una esperienza imme-


diata, tanto più debole rischia di divenire il risultato artistico.
Nelle opere susseguenti al 1930 Hemingway sembra annullare o
restringere troppo quel divario fra reportage e narrativa che prima
riteneva essenziale alla riuscita di quest’ultima. [...] Ora tende a
dimenticarlo, a lavorare troppo da vicino sulla vita: e in questo
senso io proporrei di spiegare la qualità relativamente inferiore, ri-