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PREMESSA

L’edizione italiana del libro è possibile grazie all’amicizia che legava Braudel alla casa editore di Torino Einaudi che accolse Braduel nel
1949. Braduel rispetta l’Italia che nel ‘500 era uno stato attivo della civiltà, l’edizione italiana è superiore di quella francese grazie al merito
della traduzione di Carlo Pischedda.
Braudel spera che il lettore legga il suo libro apportando i propri ricordi come ha cercato di fare Braudel stesso, il quale crede che il mare
sia il più grande documento del passato, e del Mediterraneo però non si può farne la storia perché è un complesso di coste, isole e
penisole e la sua vita è mescolata alla terra.
Il libro è diviso in tre parti: la prima tratta della storia quasi immobile, una storia di lento movimento e di lente trasformazioni con cicli
incessanti, la seconda tratta della storia lentamente ritmata, la storia sociale quella dei gruppi e degli aggruppamenti e la terza parte tratta
dalla storia tradizionale quella evenemenziale.

PRIMA PARTE: L’AMBIENTE


I MONTAGNE
il Mediterraneo è definito come il mare tra terre, chiuso dalle sue terre. E’ situato nella zona dei corrugamenti e delle frattura dell’età
terziaria, corrugamenti recenti sia dell’età dei Pireni che delle Alpi che misero in azioni i sedimenti di un Mediterraneo secondario più
vasto del nostro. Sebbene separate dai bacini marittimi le montagne corrispondono e sono ordinate in sistemi coerenti ed è certa l’unità
architettonica dello spazio mediterraneo di cui le montagne costituiscono lo scheletro, ingombrante, smisurato onnipresente e che fora
ovunque la pelle. Le montagne sono ovunque intorno al mare tranne che in poche interruzioni (stretto di Gibilterra, soglia di Nauzouze,
corridoio del Rodano e gli stretti che conducono dall’Egeo al Mar Nero) e sono montagne alte e interminabile come le Alpi, i Pirenei,
l’Appennino con vali poco accessibili profonde e incassate. Si rivolgono verso il mare con volti imponenti e arcigni. Gli inverni sono freddi,
la neve cade in abbondanze nella catena montuosa dell’Atlante marocchino o nella Cabilia o le montagne libanesi famose nel ‘500 per la
ghiacciaie di Chréa che forniva di acqua di neve Riccardo Cuor di Leone o la neve di Brussa che giungeva a Costantipoli a interi fusti.
Si definiscono montagne il complesso di terre mediterranee al di sopra dei 500 metri di altitudine. Si potrebbe dire che le montagne sono
le regioni povere del Mediterraneo ma nel XVI secolo vi erano altrettante zone povere al di sotto di quell’altezza come le steppe
aragonesi o le palude pontine. Inoltre le montagne se non ricche sono favorite della natura e sono anche popolose e ricche grazie
all’abbondante pioggia come le Alpi, i Pirenei o la Cabilia sono verdeggianti, cresce l’erba i boschi sono fitti, altre montagne sono ricche
di minerali del sottosuolo. Inoltre la montagne e un ottimo rifugio per i soldati o dai pirati. Ma sarebbero questi casi limitati, l’ambiente
montano ha di tipico l’abitato di tipo sparso, dove la società è costretta a produrre ogni cosa e comunque l’economia e la civiltà presenta
arcaismo e insufficienza.
La storia della civiltà montanara sta nel fatto di non averne, la montagna resta al di fuori delle grandi correnti incivilitrici, la civiltà si allarga
nel senso orizzontale non in senso verticale, anche la lingua latina non arriva in montagna come per esempio nei massicci dell’Africa del
Nord o in Spagna. In montagna la civiltà è un valore poco stabile. Anche dal punto di vista religioso i preti di montagna quando sanno
leggere non conoscono il latino, ignorano l’abito talare, i fedeli ignorano il Credo e il Pater e non sanno fare il segno della croce, l’uomo è
duro e spietato verso gli altri uomini e sono più propensi a pratiche magiche e a superstizioni. L’insufficienza del materiale umano, la sua
scarsa densità e la sua dispersione hanno impedito la vita dello Stato, delle lingue dominanti e delle grandi civiltà, la montagna accetta i
benefici della storia con reticenza, quando non li respinge.
La montagna mediterranea offre risorse diversissime dagli olivi, aranci e gelsi dei bassi pendii alle foreste e pascoli delle alture, è il
dominio dei latticini e dei formaggi, casa di pastori e di allevatori, tutto sommato il bilancio quindi non è cosi pessimo come può risultare
in un primo momento.
Il richiamo di salari più rimunerativi spinge il montanaro a scendere a valle anche quando le risorse montanare cominciano a non essere
più tanto abbondanti e appena arriva in città viene trattato come lo zimbello, in un misto di sentimenti tra sospetto e timore ma ci si burla
di lui per il suo fare grezzo e si innalza una barriera sociale.
La montagna può essere definita come una fabbrica di uomini al servizio altrui, la sua vita diffusa prodiga la storia del mare perché la
vita montanara è stata la prima vita del Mediterraneo grazie alle sue origini pastorali e alle risorse che offre, e non avendo acque
stagnanti era al riparo dalla malaria. Prova ne sono i ritrovamenti dei popoli risalenti all’età del bronzo in Portogallo, nelle colline della
Maremma e nelle zone dell’Europa centrale.
II ALTIPIANI
Gli altipiani sono ampie e alte pianure scoperte dal suolo secco e duro con rare interruzioni fluviali, in cui le strade e le vie si stabiliscono
con relativa facilità, tipici esempi ne sono l’altipiano emiliano, quello del Kurdistan, algerino. Nel medioevo erano collegati da una grande
via che correva da est a ovest.
Facendo riferimento a quelli preappeninici toscano e umbro ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo culturale della penisola
perché in essi confluirono diverse strade, stesso discorso si può fare per quello pugliese, basso e calcareo.

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Importanti nel Medioevo sono anche i casi di Venezia, Ragusa, Ancona e Ferrara, ma quello più importante è l’altipiano delle due Castiglie
percorso da commercianti di grano, sale, lana, legna, stoviglie o maioliche, e collega la Vecchia con la Nuova penisola iberica, tra le
regioni periferiche e l’accesso al mare.
In congiunzione tra la montagna e la pianura ci sono dei delimitati stretti di terra tra i 200 e i 400 metri si trovano i paesi a spalliera tipici
del Marocco ma anche delle Paludi Pontini o dei Castelli Romani o lunga la dorsale appenninica le cui caratteristiche sono la presenza ad
ogni sbocco di valle di orti e frutteti che sono possibili grazie a due canali di irrigazione. Lo stesso paesaggio si può incontrare
nell’Adriatico, lungo la dorsale delle Alpi dinariche.
Ciò che è interessante è che verso est ci sono regioni montana desolate a causa di inverni rigidi e catastrofiche siccità estive mentre a
ovest già dal Medioevo trovavano vita uomini e greggi grazie alla presenza di boschi.
Le colline sono ben presto occupate (colline della Linguadoca, di Provenza, di Sicilia, del Monferrato, del Nord Italia, della Grecia).
Esempio importante è Bouzarea, il Sahel d’Algeri, una campagna urbanizza divisa tra i domini Turchi algerini in cui vi erano colline curate,
attrezzate, irrigate, tipica colture come in tutta la collina era la vigna e alberi in cui tra queste cresceva il grano, l’avena e la cicerchia per i
muli e i legumi. Nelle colline si sono instaurate le civiltà meglio radicate del mediterraneo e i paesaggi più stabili.
III PIANURE
Si penserebbe che arrivando alla pianura si debba parlare di ricchezza e facilità di vita maggiore rispetto all’austera montagna, invece per
il periodo del ‘500 non fu cosi, erano rari i casi in cui l’uomo si stabiliva in pianura. Il pericoloso più prossimo era dato dalle inondazioni
come quella del 1590 che mando in rovina i raccolti per esempio. D’inverno durante la stagione delle piogge i fiumi che scendono dalle
montagne creano inondazioni nonostante i tentativi di costruire argini e non vi è mancanza di testimonianza di inondazione che non
colpi dal Portogallo al Libano e una volta raggiunta la pianura, le acque non sempre fluivano facilmente verso il mare. Per esempio quelle
che scendevano dai Molti Albani e dai Volsci avevano una trentina di chilometri da fare prima di giungere al mare, formando le paludi
(Paludi Pontine) e l’acqua stagnante portava malattie come le terribili febbri palustri, mortali in quanto ancora non si conosceva l’uso e
l’utilizzo del chinino e cosa più grave permetteva la proliferazione della zanzara anofele portatrice della malaria; per conquistare la
pianura si doveva quindi prima risolvere il problema dell’acqua malsana e quindi della malaria, l’uomo doveva sanare le paludi e poi farci
arrivare acqua sana per irrigare senza però disboscare la montagna o trascurare i naturali canali di drenaggio e di irrigazione altrimenti
l’acqua non scorrendo fa aumentare la diffusione della malattia.
I primi tentativi di bonifiche delle pianure sono molto recenti, tra il XIX e il XX anche se tentativi furono fatti con risultati modesti nel ‘400 e
verso la fine del ‘500 in Toscana e in Veneto.
L’esempio della Lombardia
La bassa Lombardia è un complesso di altipiani, zone piane e corridoi fluviali; sulle colline si coltivano olio e vite, mentre in prossimità dei
laghi anche gli agrumi. E’ presente un altopiano non irrigato a Vaprio sull’Adda, occupato da terre sterili e coltivato a gelsi. La parte però
interessante è la pianura alluvionale presenta tra questo altopiano e le colline, zona classica delle risaie, dei prati naturali. Questa pianura
è frutto del lavoro degli uomini. L’addomesticamento delle acque iniziò nel 1138, mentre nel 1179 iniziarono i lavori del Naviglio Grande
che terminarono nel 1257 e in questo modo le acque del Ticino giungevano a Milano per mezzo di un fiume artificiale lungo quasi
cinquanta chilometri, destinato solo alla irrigazione e solo dal 1573 alla navigazione. Un periodo durato quasi quattrocento anni per
permettere a Milano di diventare un importante porto pluviale.
La Lombardia era divisa: a nord montana e pastorale con proprietari terrieri poveri ma liberi; nella zone dell’altipiano cominciava la
proprietà nobiliare ed ecclesiastica e nella pianura le risaie dei capitalisti.
La pianura appartiene quindi al signore, come nel caso di Siena, e in pianura lo squilibrio tra ricchi e poveri aumenta rapidamente, dove i
primi possiedono gli orti e i secondi coltivano
L’esempio della terraferma veneta
Le terre veneziane sono fatte oggetto di continue bonifiche già dal XV secolo, ed a ogni bonifica corrisponde un programma di vari lavori
idraulici (argini, prese d’acqua, canali scalladori) e per questi lavori i proprietari devono pagare dei lavori costosi a seconda del tratto
bonificato e se il dovuto non veniva pagato al proprietario scattava la confisca dei beni. Queste opere faraoniche e molto dispendiose
cominciarono a dare i loro frutti a partire, documenti alla mano, dal 1584 in quanto si cominciarono a coltivare non solo il riso ma una
serie molto variegata di culture che ovviamente sfruttò molto alle classi signorili e l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti il secolo dopo.
L’esempio romano
Il contadino prese possesso della campagna romana sin dal neolitico che millenni dopo venne dotata di acquedotti ma che nel V secolo
furono tagliati dai Visigoti, con conseguente arrivo della malaria. La campagna, specialmente quella ostiense seppe rinascere, ma nel XI
un’altra catastrofe e una nuova rinascita nel corso del XV quando le grandi signorie fece costruire casali fortificati e cominciarono la
rotazione delle colture, tuttavia la situazione era tutt’altro che fiorente: i cardinali avevano le loro vigne in zone collinari ventilate che per
miracolo non furono attaccata dalla malaria, mentre la vita pastorale scorreva dagli Appennini e nonostante la concorrenza del grano
straniero l’agricoltura locale non perde il primato.

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IV TRANSUMANZA O NOMADISMO
La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o
montane verso quelli delle pianure e viceversa. Si possono distinguere due tipi di transumanza.
Esiste quella normale: proprietari e pastori sono gente della pianura che la abitano e che l’abbandonano soltanto nell’estate, stagione
sfavorevole per il clima nel piano mentre la montagna in quella stagione fornisce alimenti e spazio. Vi è poi la transumanza inversa, tipica
della Navarra spagnola, dove i greggi e pastori vengono dall’alta regione euskari, avviene in inverno quando questa regione è troppo
fredda e animali e pastori raggiungono la Bassa Navarra e quando questi passano gli abitanti, per paura degli ospiti si chiudono in casa;
pratica eseguita anche in Calabria.
La transumanza sia essa normale o inversa, nel Mediterraneo è uno spostamento dalle pianura ai pascoli o viceversa, quindi è uno
spostamento verticale.
Così definita la transumanza è una delle forme della vita pastorale mediterranea, frutto di una lunga evoluzione , trascina con sé solo la
popolazione identificabile con i pastori, mentre il nomadismo trascina con sé tutto: famiglie bestie e case (tende all’epoca).