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Il Volto (o il Nome)

nel Quale la Preghiera Sorge


Due pagine sulla preghiera scritte da un monaco buddhista per i suoi fratelli di ogni confessione
NON NOBIS DOMINE NON NOBIS SED NOMINI TUO DA GLORIAM

La preghiera: come funziona e a cosa serve sarebbe un fatto personale – si dice - ma non è così,
dato che la preghiera cambia la vita. La nostra vita, quella familiare e quella pubblica.
Fin dall’antichità gli imperatori hanno richiesto ai religiosi la loro quotidiana preghiera di supporto
ed è da sempre tradizione fondare un monastero dove c’è stata una sanguinosa battaglia.
Oggi sembra strano pensarci, oggi dove molti parlano di religione o spiritualità ma restano
semplicemente materialisti perché quello gli è stato inculcato a forza, e dato che gli schiavi
subiscono, vivendo annodati interiormente e deprivati di ogni facoltà.
E poi vanno alla santa messa, a fare zazen, a ripetere il daimoku, alla moschea o alla sinagoga.
Fino a che non ci libereremo dalle pastoie del materialismo riduzionista, come ci siamo liberati e ci
libereremo ancora dalla religiosità buia e irragionevole, non potremo guardare i fatti, né quelli
“materiali”, né quelli “spirituali”, sempre che ci sia una differenza fra i due.
Per questo anche nel buddhismo, religione sublime e gnostica dove si spacca ogni concetto e lo si
porta all’origine, tuttavia, esiste la preghiera. Perché non è solo con la più nuda meditazione che
riconosciamo la realtà vivente, ma è anche con l’intento, con quella proiezione della nostra volontà
che resta silenziosa, che tace spalancata e immensa, sia che la concepiamo come sgorgante dal
divino che è in noi, sia che la vediamo come proveniente dal trascendente; in fondo queste sono
solo parole, mentre ciò che conta è che il volto nostro si spalanca.
L’anelito silenzioso del cuore è la radice della preghiera.

Mi raccontarono una storiella sufi che narra di un ciabattino così povero da dover lavorare tutto il
giorno e da non poter permettersi un momento di pausa; era addolorato profondamente dal fatto di
non riuscire ad andare alla moschea per la preghiera. Un giorno trovò il momento e alle prime luci
dell’alba si alzò per prepararsi ad andare finalmente alla preghiera quando appare di colpo Shaitan
in persona che gli dice: “presto, avanti, muoviti o farai tardi!”… Stupito il pio ciabattino gli chiede
perché lo affrettasse, lui, il Diavolo in persona! Questi resistette per un po’ ma alle parole di
esorcismo del ciabattino fu costretto a confessare: “Che tu vada a pregare mi disgusta… Ma ciò che
mi uccide è il tuo continuo sospirare per la preghiera… Il tuo cuore che desidera così intimamente il
divino non lo sopporto!”.
Questa storiella che cita categorie per me inusuali, tuttavia, ha molte e vere implicazioni. Cosa
desidera intimamente il nostro cuore è realizzare quel mistero, quell’anelito sconfinato e ubiquo, da
cui desideriamo l’eterno. Solo allora, trascendente o no, potremo vivere l’eterno.
Anche nel preciso istante in cui la meditazione di noi buddhisti, la più silenziosa e nuda, si volge
verso il mondo io so che diventa preghiera anche se non recitiamo niente o nemmeno cantiamo i
sutra; può essere preghiera anche l’azione, come lo è la contemplazione, la parola come la scrittura,
l’arte, perfino il combattimento, ma prima deve essere quella sacra parola, quel suono o discorso
che resta inarticolato pur essendo proferito, non avendo eco oppure, detto in altro modo, essendo
una eco che è ovunque.
Proferendola si può diventare la parola, meditando diventare la meditazione, raccogliendo le noci
per terra nel tramonto diventare il tramonto.
Se lo vedi lo sai, se pratichi sinceramente non sei un mero prete che ripete formule, ma un eremita
che vive fra altri esseri umani.

La cosa inevitabile è che chiunque senta, veda e sappia di essere un sacerdos si attui di
conseguenza, smettendo di essere l’ottuso braccio dell’oblio e dell’accanimento dell’essere umano
addormentato. Il suo compito, chiunque egli o ella sia, è il radicarsi nella meditazione e nella
preghiera. La contemplazione verrà di conseguenza attraverso il silenzio e il mondo diverrà una
fontana di luce dentro al tuo stesso occhio, quando il tuo volto si spalancherà nel tutto.
Non si riesce a tornare indietro se la vita ci designa così, ed è bene affrettarsi se abbiamo ricevuto
quell’unzione, perché così la gioia ci si spalanca in ogni istante.
Una meditazione inevitabilmente aperta e silenziosa, una preghiera affrancata da ogni pretesa, ma
che si incentra nel più silenzioso senso interiore per creare miracoli di comunione col tutto. Quando
questa emozione oceanica è creata si bussa e ci viene aperto simultaneamente. Non per disperazione
o per formalità rituale ma quando il miracolo chiama il miracolo; così si realizza l’impossibile
perché una gioia indicibile accende il mondo. Si accede all’innocenza del neonato, al momento che
precede la creazione del mondo, dato che, infatti, il mondo Si sta sempre creando ora.
In un antico grimorio magico, dove si trattava dell’incontro con l’angelo fu scritto “la tua preghiera
deve sgorgare dal centro più profondo del tuo cuore”.
Mi fa venire in mente Hakuin, il Maestro zen che ritraeva se stesso come una divinità ammiccante e
ridacchiante, o San Filippo Neri che si presentava all’Eternità dicendogli “Amore mio, qui è il tuo
Pippo...”.
Partire per la battaglia corazzati di preghiera non è un tentativo, non stiamo sperando di avere
pregato a sufficienza per poterci comportare come l’ultimo degli idioti o degli assassini, ovvero
impunemente, non abbiamo pagato un dio con delle preghiere per evitare di maturare come uomini.
Solo quando rimaniamo ancorati a questo sacro vivente funzioniamo come sacerdos, gli altri
facciano quello che devono fare, se noi faremo cose apparentemente simili le faremo con un altro
volere e con una altra intensità, ma resta cruciale per il sacerdos la necessità di penetrare l’inconscio
collettivo e perciò le menzogne del genere umano, anche quelle politiche, religiose e scientifiche,
anche quelle che ci fanno comodo e che ci rendono ciechi; talvolta ci riusciamo con l’intelligenza,
talvolta con la meditazione e talvolta con il silenzio e la solitudine perpetuati fino a ricevere la
risposta.

La tua giornata ti chiama a quanto dovrai compiere con onore; se di battaglia si tratta non essere
debole né confuso, porta con te l’arma del non-nato, del sentirti libero dalla nascita e dalla morte,
come se ci fosse un solo istante eterno, perché solo quello c’è, infatti.
Se leggendo hai avuto in te un’alba, è stato a causa della vera profezia che ti attende da sempre e
che da bambini celebravamo saltellando su e giù mentre guardavamo felici il mondo, pur restando il
nostro sguardo fermo, immutabile.

Un inchino a mani unite

Leonardo Anfolsi Reiyo Ekai