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Il diritto di satira, pur non essendo contemplato nella nostra costituzione, viene garantito

all’interno del nostro ordinamento, in quanto riconosciuto dalla giurisprudenza italiana. Secondo i
giudici, italiani, la satira, non costituisce una risposta ad esigenze informative (Trib. Roma 13-2-
1992) e non ha alcun rapporto con la verità del fatto (Trib. Roma 13-2-1992), essendo essa, infatti,
una forma di manifestazione di pensiero che si caratterizza per le modalità utilizzate, ossia critica
irriverente e pungente che mette in ridicolo valori e cose, raffigurate pertanto in maniera
paradossale, con forme espressive umoristiche. E’ bene precisare che secondo la Suprema Corte,
la satira, per essere accettata come libera manifestazione di pensiero a norma dell’art. 21 Cost. ,
non deve porre in essere un comportamento denigratorio o diffamatorio, che si configuri come
lesivo dell’altrui reputazione (Cass. 25-5-1996 n° 4943). Tutto ciò aumenta di gravità se ad essere
raffigurati sono simboli ed entità religiose. Infatti, queste tipologie di vignette potrebbero
alimentare un clima di tensione a livello mondiale tra i paesi dell’occidente e i paesi islamici
(portatori di culture e ideologie differenti, se non addirittura opposte). Si pensi alle irrequietezze
seguite nel 2005-2006 alla pubblicazione di vignette su Maometto, agli attentati avvenuti a Tunisi,
New York, in Inghilterra o ai più recenti fatti accaduti a Parigi presso la sede della rivista Charlie
Ebdo. Ci si chiede quindi se tali riproduzioni si configurino come uno dei presupposti della messa in
crisi della sicurezza mondiale, in quanto ad essere colpiti (dagli attacchi rivendicatori, da parte dei
movimenti islamici) non sono più i singoli autori delle vignette, ma popolazioni intere. Non si tratta
più quindi, solo della sicurezza di coloro che si espongono a tali critiche, coscienti delle
conseguenze che ne posso derivare, come nel caso dei “Versetti satanici” di Salman Rushdie, per i
quali venne emessa un sentenza di morte secondo il diritto della Shaaria Isamica, ma della
sicurezza del mondo intero. Elemento di rilevanza è sicuramente lo sviluppo delle tecnologie
informatiche, che oggi permettono un’immediata ed istantanea diffusione di notizie da un capo
del mondo all’altro. Viene quindi spontaneo domandarsi se il diritto di espressione, concretizzato
nel diritto di satira, non ponga esso stesso dei limiti ad altri diritti, quali l’integrità fisica delle
persone, la libertà (intesa ad es. come libertà di poter visitare liberamente un museo senza il
pericolo di essere coinvolti in un attentato) e la sicurezza. Il diritto alla sicurezza in particolare è
riconosciuto e garantito all’art 5 CEDU, all’art. 6 Carta diritti fondamentale, all’ art. 3 Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo e all’art. 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
del 1789 (in cui il diritto alla sicurezza viene inserito tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo).
Quest’ultimo precedente storico, si può conciliare con un altro significativo, ossia il pensiero di
Montesquieu, il qual scriveva che : “la libertà consiste nella sicurezza, o almeno nell’opinione che
si ha della sicurezza”. Nonostante le interpretazioni differenti del concetto di sicurezza, questa la si
può considerare come un diritto che spetta al cittadino e che è compito dello stato garantire.
Diritto che gode di un proprio status giuridico; diritto inteso come diritto ad un’esistenza protetta,
al riparo da possibili eventi lesivi della propria integrità. Visto in quest’ottica dunque, la sicurezza
potrebbe atteggiarsi come un nuovo limite esterno del diritto di critica, in quanto risulta
necessaria e prioritaria la tutela dei cittadini rispetto alla divulgazione di immagini e vignette
satiriche, qualora queste eccedano quei limiti che generano situazioni di odio a livello mondiale,
che a loro volta si configurano come presupposto di atti devastanti, quali stragi e carneficine.
NB. Affiancamento al SP binario di un nuovo modello di reato in cui gli autori sono organizzazioni
(responsabilità dell’individuo rafforzata dall’organizzazione criminale); non è più il singolo che
subisce l’offesa ma una categoria indeterminata di soggetti.