Sei sulla pagina 1di 9

XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”

PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018


Liturgia e parrocchia nella dialettica tra devozione individuale del fedele
e obbligo della liturgia domenicale che incombe sulla comunità

MARKUS TYMISTER

L’argomento sollevato dal titolo di questo contributo, assume nelle diverse chiese locali si-
gnificati e portate diversi. Le riflessioni qui proposte si riferiscono però esclusivamente alle
chiese locali di tradizione romana e mirano a presentare la problematica sulla base delle As-
semblee domenicali in assenza del presbitero che, in quasi tutto il mondo, hanno assunto la
forma della Celebrazione della Parola. Una presentazione simile sarebbe possibile anche sulla
base della Liturgia delle ore e porterebbe a risultati quasi identici. Comunque, non voglio qui
invadere il campo dei miei colleghi.
Evocata non per ultimo dalla mancanza di sacerdoti, presunta o di fatto, negli ultimi decenni,
nelle chiese dell’Europa nord occidentale, in cui però le parrocchie sono spesso poco distanti,
diventa sempre più virulenta la seguente domanda: se in una parrocchia, di domenica non è più
possibile la celebrazione dell’eucaristia, perché non è disponibile un sacerdote ordinato, si deve
preferire la partecipazione alla celebrazione eucaristica in una parrocchia confinante o è prefe-
ribile che la comunità locale si riunisca per una celebrazione domenicale non eucaristica come
viene proposta nel numero 35.4 della Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Con-
cilium?
Si promuova la celebrazione della parola di Dio, alla vigilia delle feste più solenni, in
alcune ferie dell’avvento e della quaresima, nelle domeniche e nelle feste, soprattutto
nei luoghi dove manca il sacerdote; nel qual caso diriga la celebrazione un diacono o
altra persona delegata dal vescovo.

Seguendo il testo conciliare, queste celebrazioni non sono soltanto proposte, ma sono addi-
rittura da promuovere. Dopo un’aspra discussione in aula conciliare fu confermato, per queste
liturgie, il termine sacra Verbi dei celebratio. Con questa espressione si riconobbe a tale forma
nuova di celebrazione il carattere di vera liturgia, anche per il caso in cui le celebrazioni fossero
guidate da laici incaricati a tale compito. Un fatto che sarà importante ancora per la valutazione
di queste celebrazioni.
In altre chiese locali in cui le parrocchie sono più distanti e l’infrastruttura è poco svilup-
pata e, perciò, la partecipazione all’eucaristia in una parrocchia confinante si rende difficile se
non impossibile, la domanda si pone in un altro modo: se non è possibile la celebrazione euca-
ristica domenicale, è da preferire la partecipazione a un’assemblea non eucaristica o la pre-
ghiera privata a casa o in gruppi di famiglie come viene raccomandata nel can. 1248 § 2
CIC/1983:
Se per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la par-
tecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano
parte alla liturgia della Parola, se ve n’è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro
luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano
per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia o, secondo l’opportu-
nità, in gruppi d famiglie.

1
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
Il primo paragrafo dello stesso canone constata che, «soddisfa il precetto di partecipare alla
Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa,
o nel vespro del giorno precedente». Qui si tocca la questione della santificazione della dome-
nica «in cui si celebra il mistero pasquale» e che «per la tradizione apostolica deve essere os-
servata in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto» (can 1246 § 1
CIC/1983).
Già dal testo delle norme oggi vigenti si evince una tensione: in primo luogo, la santifica-
zione della domenica richiede la celebrazione del mistero pasquale, cioè, dell’eucaristia e, poi,
il precetto domenicale obbliga il singolo fedele a partecipare alla celebrazione eucaristica, però
in un luogo e nell’ora che gli conviene. D’altra parte il singolo fedele può considerarsi dispen-
sato da quest’obbligo sempre quando la celebrazione eucaristica nella sua parrocchia non sia
possibile. In un tale caso, la partecipazione all’assemblea non eucaristica o la preghiera – privata
o in gruppi di famiglie – gli è raccomandata ma non si costituisce nessun obbligo al riguardo.
Non si trova nel diritto canonico neanche l’obbligo di partecipazione all’eucaristia in una par-
rocchia confinante. L’elenco di possibilità alternative presentato nel can. 1248 § 2 CIC/1983
non permette neanche di aggiudicare all’assemblea non eucaristica la preminenza sulla pre-
ghiera privata. Dal punto di vista giuridico tutte le possibilità sembrano, a prima vista, dello
stesso valore1.
Per ovvi motivi è quindi permesso chiedersi se in una tale situazione, in cui la celebrazione
dell’eucaristia domenicale risulta impossibile, è da dare la preferenza alla partecipazione all’eu-
caristia in una o anche in più parrocchie confinanti oppure al raduno non eucaristico della pro-
pria comunità. La domanda fondamentale si può esprimere anche in questo modo: si tratta di
un obbligo personale del singolo cristiano di partecipare alla messa ovunque essa sia celebrata
(sembra che questa sia l’interpretazione più probabile della norma canonica vigente), oppure
esiste un obbligo di partecipare alla liturgia della propria comunità, oppure persino un obbligo
che grava sulla comunità locale di celebrare liturgia domenicale, anche se essa non è eucari-
stica?
Su questo sfondo è di grande interesse il testo del corrispondente can. 1249 CIC/1917:
Il precetto di ascoltare la messa si soddisfa con la partecipazione alla messa ovunque
essa sia celebrata in rito cattolico, in ogni chiesa o oratorio pubblico o semipubblico o
nelle cappelle di cimiteri privati, eccetto in oratori privati mancanti di questo privilegio 2.

In questa norma più antica ovviamente si sono conservate tracce ancora più antiche della
concezione dell’eucaristia domenicale. Una concezione che ha portato a riconoscere l’adempi-
mento del precetto domenicale soltanto tramite la partecipazione a una liturgia pubblica della
chiesa. Una messa privata con la partecipazione di solo uno o di pochi fedeli in una cappella
privata non era riconosciuta come adempimento del comandamento.

1
Cfr. R. ALTHAUS, in Münsterischer Kommentar zum Codex Iuris Canonici, hg. K. Lüdicke (edizione in fogli
mobili, aggiornata al gennaio 2018), Ludgerus, Essen 1984-, 1248, 8.
2
Can. 1249 CIC/1917: «Legi de audiendo Sacro satisfacit qui Missae adest quocunque catholico ritu celebretur,
sub dio aut in quacunque ecclesia vel oratorio publico aut semi-publico et in privatis coemeteriorum aediculis de
quibus in can. 1190, non vero in aliis oratoriis privatis, nisi hoc privilegium Sede Apostolica concessum fuerit»
(Codex Iuris Canonici Pii X P.M. iussu digestus, ed. P. Gasparri, Typis Polyglottis Vaticanis 1974, 420 con
traduzione propria).

2
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
Questo modo di vedere si ritrova ancora in modo ancora più evidente in una norma emanata
dal vescovo Teodolfo di Orleans († 821) all’inizio del sec. IX. Il teologo dell’entourage di Carlo
Magno scrisse nel suo primo capitolare in riferimento alla messa domenicale della città:
Bisogna ammonire il popolo di non consumare niente prima del compimento delle ce-
lebrazioni liturgiche pubbliche e, tutti devono radunarsi per ascoltare la messa pubblica
e la predicazione della madre chiesa. I sacerdoti non devono celebrare altre messe negli
oratori, se non con discrezione e prima della seconda ora, affinché non si impedisca al
popolo di partecipare alla celebrazione pubblica della messa. Tutti i sacerdoti che vi-
vono all’interno della città o in periferia e anche tutto il popolo devono, come è detto
sopra, radunarsi per l’unica pubblica celebrazione della messa 3.

Per il nostro argomento è importante la stima dell’unica eucaristia domenicale presieduta dal
vescovo cui dovevano partecipare tutti i cristiani della città e della periferia. La comunità della
città era la detentrice della liturgia domenicale. E tutti vi partecipavano, perché erano membri
di questa chiesa locale. L’esempio ci aiuta molto a chiarificare le cose: sembra che non si tratti
di un dovere individuale del cristiano di ascoltare di domenica la messa (perché con la parteci-
pazione a una delle messe private – che a Orleans nel sec. IX erano comunque possibili – non
si soddisfaceva il precetto), invece si tratta dell’obbligo di partecipare alla liturgia domenicale
della propr ia chiesa che tutti unisce.
Tutto questo solleva la domanda, in che modo e quando si è arrivati allo spostamento di
accento dall’obbligo della parrocchia a celebrare liturgia domenicale al dovere individuale di
ascoltare la messa. Un dovere al quale si può soddisfare, almeno sin dalla promulgazione del
nuovo CIC, senza più nessun legame con una qualche comunità locale o parrocchiale.
In più, la sociologia ci insegna che ogni associazione umana che non si raduna periodica-
mente è destinata a morire. La chiesa, nei suoi raduni periodici non segue soltanto una legge
fondamentale della sociologia ma, quale comunità «di ogni razza, nazione, popolo e lingua»
(Apc 7,9) radunata da Cristo osserva il mandato del suo Signore: «fate questo in memoria di
me» (Lc 22,19). E con questo è anche determinato il contenuto di questi raduni regolari: la
celebrazione dell’eucaristia.
In che modo e quando, dunque, si arriva alla formazione del precetto domenicale inteso in
modo personale e individuale?
Il raduno domenicale ha avuto un ruolo centrale anche nelle testimonianze più antiche pro-
venienti dal periodo postapostolico. Già nel primo secolo si legge nella Didaché: «Se vi radu-
nate nel giorno del Signore, spezzate il pane e rendete grazie […]»4. Ancora più chiaramente si

3
«Admonendus est populus, ut ante publicum peractum officium ad cibum non accedat, et omnes ad publicam
sanctam matrem ecclesiam missarum sollemnia et praedicationem audituri conveniant, et sacerdotes per oratoria
nequaquam missas nisi tam caute ante secundam horam celebrent, ut populus a publicis sollemnibus non
abstrahatur. Sed sive sacerdotes, qui in circuitu urbis aut in eadem urbe sunt, sive populus, ut praediximus, in
unum ad publicam missarum celebrationem conveniant […]» (THEODULFUS AURELIANENSIS, Capitulare primum
XLV, ed. P. Brommer (Monumenta Germaniae historica. Capitula Episcoporum 1), Hahnsche Buchhandlung,
Hannover 1984, 141-142 con traduzione propria).
4
«Κατὰ κυριακὴν δὲ κυρίου συναχθέντες κλάσατε ἄρτον καὶ εὐχαριστήσατε […]» (La doctrine des douze Apôtres
(Didachè) 14,1, ed. W. Rohrdorf-A. Tuilier (Sources Chrétiennes 248), Cerf, Paris 1978, 192 con traduzione
propria).

3
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
esprime il racconto del martirio dei cristiani di Abitinae vicino a Cartagine5 che sono stati giu-
stiziati insieme al loro presbitero nella prima metà dell’anno 303, perché si erano riuniti di
domenica per la celebrazione dell’eucaristia trasgredendo così il comando dell’imperatore. Il
proconsole romano che li interrogava sul perché della loro trasgressione, ebbe come risposta:
«Securi Dominicum celebravimus. […] Quia non potest intermitti Dominicum» e ancora «In-
termitti Dominicum non potest […]. Lex sic jubet»6. Queste risposte sono di una semplicità
disarmante. Il raduno è il segno caratteristico dei cristiani. Si radunano per la celebrazione del
Dominicum, che non dev’essere mai tralasciato. Si tratta di una legge del Signore a cui bisogna
obbedire anche fino a versare il proprio sangue. Allo stesso modo, la lettura della Scrittura era
parte indispensabile del Dominicum: «collectam […] gloriosissime celebravimus, ad Scripturas
dominicas legendas in Dominicum convenimus semper»7. Evidentemente qui stava in primo
piano la partecipazione al raduno della propr ia comunità locale. Ugualmente si doveva pen-
sare, però, anche a cristiani viandanti che erano accolti nelle celebrazioni liturgiche di altre
comunità. La Didascalia apostolorum ci informa, come una chiesa locale siriaca del terzo se-
colo accoglieva i viandanti:
Se sarà arrivato un fratello o una sorella della circoscrizione ecclesiastica, il diacono si
informi se è sposata o vedova, credente e se appartiene alla chiesa e non all’eresia. E
così subito conducendola dentro, la faccia sedere nel luogo stabilito8.

Tramite il battesimo il cristiano diventa membro non soltanto della propria comunità locale
ma anche della chiesa universale, il ché lo legittima e lo obbliga a partecipare alla riunione
domenicale anche di altre comunità locali. Allo stesso momento è dovere di ogni comunità
locale di assicurare la propria riunione domenicale alla quale partecipano tutti i membri e alla
quale i viandanti possono essere ammessi dopo un relativo esame.
La possibilità di poter scegliere a proprio gusto tra diverse celebrazioni domenicali nella
medesima comunità locale ancora non esisteva. La problematica diventò, però, virulenta già nel
sec. V in Egitto soltanto per un’unica ragione: se lo spazio all’interno della basilica non bastava
per accogliere tutti i fedeli, si poteva – in modo del tutto eccezionale – celebrare una seconda
eucaristia nello stesso giorno e luogo. Il 21 giugno 445, papa Leone Magno in una lettera al
patriarca di Alessandria si esprime in questo modo:
Affinché in tutto sia congrua la nostra liturgia, vogliamo rispettare anche quanto segue:
nei casi in cui una festa più solenne porta con se la partecipazone più numerosa del
popolo e si raduna una folla così grande, che la basilica non la può contenere, si deve
senza dubbio ripetere l’offerta del sacrificio: perché non siano ammessi alla liturgia sol-
tanto coloro che erano venuti per primi mentre chi è venuto dopo non può più entrare.
Sembra quindi completamente religioso e sensato di offrire nuovamente il sacrificio
ogni volta quando la basilica si riempie9.

5
Acta SS. Saturni, Dativi et aliorum plurimorum martyrum in Africa, in Acta martyrum, ed. Th. Ruinart, G.J.
Manz, Regensburg 1859, 414-422.
6
Acta SS. Saturni et aliorum 9-10, ed. Ruinart, 418.
7
Acta SS. Saturni et aliorum 12, ed. Ruinart, 419.
8
«Si quis autem de parrochia frater aut soror venerit, diaconus requirat ab ea, si adhuc virum habet, si vidua est
aut fidelis et si de ecclesia est et non de heresi. Et sic iam perducens eam faciat in decreto loco sedere» (Didascalia
apostolorum XXIX, in Didascaliae apostolorum canonum ecclesiasticorum traditionis apostolicae versiones
latinae, ed. E. Tidner (Texte und Untersuchungen 75), Akademie, Berlin 1963, 47 con traduzione propria).
9
«Ut autem in omnibus observantia nostra concordet, illud quoque volumus custodiri, ut cum solemnior quaeque
festivitas conventum populi numerosioris indixerit, et ea fidelium multitudo convenerit, quam recipere Basilica

4
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
Ragione per una susseguente celebrazione eucaristica nella medesima comunità e nello
stesso giorno era quindi soltanto l’affollamento della chiesa e non l’orario più comodo al sin-
golo cristiano. Fino a quando la chiesa, però, non risultasse sovraffollata, un’unica messa non
era soltanto del tutto sufficiente, ma corrispondeva altresì al senso intrinseco del raduno dome-
nicale della comunità intera. Si può dedurre, quindi, che la detentrice della liturgia domenicale
è la comunità come tale e non il singolo fedele. Prima dell’obbligo alla partecipazione vi è il
diritto di parteciparvi. In altre parole: il cristiano prende parte all’assemblea domenicale per-
ché è parte della comunità e non per adempiere un obbligo privato e individuale. La Didascalia
apostolorum esprime chiaramente questo principio fondamentale:
È utile di non mancare mai nell’assemblea. Insegnando, perciò, ordina e ammonisci il
popolo di frequentare l’assemblea e di non mancare mai ma di radunarsi sempre e di
non sminuire la chiesa attraverso l’assenza privando così il corpo di Cristo di uno dei
suoi membri10.

La ecclesia che si manifesta in prima linea come assemblea, è detentrice della liturgia e
immagine del corpo di Cristo di cui fa parte ogni singolo cristiano. Quest’appartenenza al corpo
di Cristo obbliga, di conseguenza, alla partecipazione alla riunione che, per così dire, era la
«assemblea generale settimanale della comunità»11. Nell’anno 1092, un sinodo ungherese sta-
bilisce a tal riguardo: «Per le fattorie che sono molto lontane dalla chiesa, è sufficiente la par-
tecipazione di una sola persona in rappresentanza delle restanti; ma una persona ci deve essere
in ogni caso»12. Ancora una volta si evince che non si tratta dell’obbligo individuale della per-
sona bensì del raduno della chiesa la quale si concretizza nella comunità locale dei fedeli.
Tracce di questo ideale del primo cristianesimo si trovano lungo tutto il Medioevo fino
all’anno 1517, nella legge dell’obbligo parrocchiale (Pfarrbann/Pfarrzwang). Questa legge ob-
bligava i fedeli a rivolgersi al proprio parroco non soltanto in tutti i loro interessi religiosi ma
anche a soddisfare i loro obblighi liturgici esclusivamente nella propria chiesa parrocchiale.
A questo dovere di partecipare all’unica missa publica domenicale della propria parrocchia
corrispondeva in egual modo l’obbligo di celebrare questa messa pubblica non in quanto dovere
personale del presbitero bensì come impegno della comunità parrocchiale.
La legge dell’obbligo parrocchiale fu, però, criticata sempre e fortemente dagli ordini men-
dicanti. Contrastava nettamente con il loro impegno nella cura delle anime e nella predicazione
e svuotò almeno di domenica le chiese dei domenicani e dei francescani nonostante le loro arti
predicatorie, perché la gente doveva frequentare la propria parrocchia. Ciò indusse i religiosi a
contestare nelle loro omelie questa disposizione, cosa che a sua volta venne duramente condan-
nata da parte di vari sinodi e decisioni papali. Nonostante che l’obbligo parrocchiale venisse

simul una non possit, sacrificii oblatio indubitanter iteretur: ne his tantum admissis ad hanc devotionem, qui primi
advenerint, vedantur hi, qui postmodum confluxerint, non recepti: cum plenum pietatis atque rationis sit, ut quoties
Basilicam, in qua agitur, praesentia novae plebis impleverit, toties sacrificium subsequens offeratur» (LEO
I, Epistola 9 Ad Dioscorum Alexandrinum 2, in Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, Bd. 5, ed.
J.D. Mansi, Florenz 1761, 1142 con traduzione propria).
10
«Quoniam expedit numquam deesse ab ecclesia. Docens autem iube et hortare populum in ecclesia frequentare
et penitus numquam deesse sed convenire semper et ecclesiam non angustare, cum se subtrahunt, et minus
membrum facere corpus Christi» (Didascalia Apostolorum XXX, ed. Tidner, 48 con traduzione propria).
11
J.A. JUNGMANN, «Die Heiligung des Sonntags im Frühchristentum und im Mittelalter», in Der Tag des Herrn.
Die Heiligung des Sonntags im Wandel der Zeit, ed. H. Peichl (Studien der Wiener katholischen Akademie 3),
Herder, Wien 1958, 73 con traduzione propria).
12
JUNGMANN, «Die Heiligung des Sonntags», 73 con traduzione propria.

5
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
ribadito fino al sec. XVI, era soltanto questione di tempo che anche la chiesa ufficiale cedesse
alle richieste dei mendicanti, che nel frattempo si erano stabiliti nelle città, e riconoscesse la
partecipazione alla messa domenicale nelle loro chiese quale adempimento del precetto dome-
nicale. Papa Leone X, nel 1517, finalmente cedette all’insistenza dei mendicanti e, con la bolla
Intelleximus dispose l’abolizione dell’obbligo parrocchiale almeno per le loro chiese:
Volendo eliminare ogni ambiguità rendiamo noto che tutti i fedeli […], che di domenica
e nei giorni festivi ascoltano la messa nelle chiese dei frati mendicanti – se non lo fanno
per disprezzo del proprio parroco – soddisfano al precetto della chiesa circa l’obbligo
di ascoltare la messa e non incorrono in nessun peccato mortale né in una punizione13.

Fino a quel momento, l’obbligo della messa domenicale aveva gravato sulla chiesa locale ed
era stato questione dell’individuo soltanto in quanto il singolo era membro della comunità lo-
cale la quale non si poteva radunare in maniera completa senza la sua presenza.
Nell’anno 1592, papa Clemente VIII conferì lo stesso privilegio ai Gesuiti. Con ciò il pas-
saggio dalla comunità come detentrice della liturgia domenicale verso l’obbligo individuale di
ascoltare la messa era compiuto. Contemporaneamente la liturgia delle ore ha percorso un si-
mile sviluppo. Così, il liturgista Joseph Andreas Jungmann può costatare in riferimento alla
mentalità e alla cultura del sec. XVI:
Con ciò la decisione era avvenuta. Ed era avvenuta in maniera corrispondente al trend
del momento che voleva su tutta la linea assicurare ed espandere i diritti dell’individuo,
affermare il personale e l’individuale e con ciò allentò i vincoli e le abitudini, minac-
ciandone addirittura lo scioglimento14.

Il numero crescente di sacerdoti che volevano celebrare tutti la loro messa domenicale con-
tribuì ulteriormente allo sviluppo. Mentre tutto il medioevo aveva mantenuto la terza ora del
giorno (9 di mattina) come «l’ora della messa» e ciò dall’introduzione della domenica come
giorno festivo nel sec. IV fino al sec. XVI, adesso si assisteva a un moltiplicarsi delle messe
domenicali nella medesima chiesa e, l’unica liturgia eucaristica domenicale di una volta, tro-
vava la sua espressione soltanto nella messa principale che era (ed è) da celebrare nell’inten-
zione pro populo e per la quale, fino ad oggi, è vietato accettare l’offerta individuale. I fedeli,
invece, potevano – soprattutto nelle città – scegliere liberamente tra una delle molte messe per
soddisfare ciò che era ormai diventato il loro precetto domenicale.
Nel sec. XX, l’idea del unico raduno liturgico domenicale regredisce ancora di più a favore
di un (almeno presunto) obbligo della chiesa di rendere possibile ai credenti l’accesso alla messa
in un orario a questi più congeniale e, nelle parrocchie, si inizia a predisporre un orario di messe
possibilmente vasto per andare incontro ai bisogni individuali.

13
«Nos enim ambiguitatem huiusmodi penitus tollere volentes, ut cum sinceriori conscientia fideles quique Deo
creatori suo serviant, auctoritate Apost. tenore praesentium notum facimus, omnes Christifideles utriusque sexus,
(qui non contempto proprio sacerdote Parochiali) in Ecclesiis Fratrum Ordinum Mendicantium, Dominicis, et
Festis diebus Missas audiunt, satisfacere praecepto Ecclesiae de Missa audienda, nec in aliquam labem mortalis
peccati poenamve incurrere» (LEO X, «Litterae apostolicae Intelleximus (13 nov. 1517) § 1», in Codicis Iuris
Canonici Fontes, vol. 1, ed. P. Gasparri, Typis Polyglottis Vaticanis 1926, 127 con traduzione propria).
14
JUNGMANN, «Die Heiligung des Sonntags», 74.

6
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
Soltanto il Concilio Vaticano II tentò – seppur con moderato successo – di mostrare nuova-
mente il legame tra celebrazione eucaristica e assemblea della comunità in vista della santifica-
zione della domenica. In SC 106 si legge:
Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di
Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama
giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono
riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far
memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù […].

Mentre in SC 42 si afferma:
[…] bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto
nella celebrazione comunitaria della messa domenicale.

Si manifestavano così chiaramente slanci tesi a rivalutare l’assemblea della chiesa locale,
ma il successo definitivo manca fino ad oggi. La prassi postconciliare spesso continua sulla
strada già imboccata prima: in molti luoghi non si riconosce più la liturgia domenicale princi-
pale. Essa ha ceduto il posto a varie messe domenicali che si celebrano spesso con uguale so-
lennità (o con nessuna solennità affatto), tra le quali i credenti possono scegliere a loro propria
discrezione. Anche le messe domenicali per diversi gruppi (bambini, ragazzi o famiglie) oscu-
rano l’idea dell’unica messa della comunità, «che si intende e si fa riconoscere quale assemblea
rappresentativa della chiesa locale»15 e in cui partecipano tutti i membri della comunità.
La dialettica fondamentale tra la devozione individuale che si esprime nel desiderio giustifi-
cato di partecipare all’eucaristia in una chiesa confinante da una parte, e la comunità locale
quale detentrice della liturgia domenicale – che in caso di necessità si manifesta in una celebra-
zione non eucaristica – dall’altra, non viene risolta né dal Concilio né nei documenti postcon-
ciliari del magistero. Questi documenti sottolineano invece ripetutamente il fatto che l’Assem-
blea domenicale in assenza del presbitero è un soluzione di ripiego e che si deve fare del tutto
per assicurare la celebrazione dell’eucaristia. La questione dell’unica chiesa che trova la sua
espressione nell’unica assemblea domenicale della comunità – e ciò anche quando non si cele-
bra l’eucaristia – non è toccata.
Il conflitto è quanto mai più evidente in casi come questo: in una comunità locale in cui non
può aver luogo l’eucaristia domenicale e in cui si celebra quindi una Liturgia della parola in
assenza del presbitero, come – tra l’altro – è raccomandata dai documenti ufficiali, qualche
fedele ha la possibilità temporale, fisica e tecnica di recarsi alla celebrazione eucaristica in una
delle comunità confinanti. Che cosa devono fare questi fedeli? Devono soddisfare la loro devo-
zione individuale e partecipare all’eucaristia, anche per adempiere individualmente il precetto
domenicale, oppure devono partecipare alla celebrazione non eucaristica della proprio comunità
per rafforzare la rappresentazione ecclesiale locale e, così ovviamente non adempiere il pre-
cetto? Che cosa ha più peso? La devozione personale o la liturgia della comunità locale?
In primo luogo bisogna porsi la domanda, come sono da valutare queste Liturgie domenicali
della parola rispetto all’attuazione di grazia e salvezza16 che si realizza in esse. Una valutazione

15
A. HEINZ, «Der Tag, den der Herr gemacht hat. Gedanken zur Spiritualität des Sonntags», Theologie und Glaube
68 (1978) 53 con traduzione propria.
16
Cfr. K. RAHNER, in RAHNER-THÜSING-LENGELING, «Eucharistiefeier der Kirche und Sonntagspflicht des
Christen», 36.

7
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
equilibrata di queste celebrazioni viene purtroppo spesso alterata dalla preoccupazione primaria
circa l’adempimento del precetto domenicale. Un punto di partenza più adatto, invece, può es-
sere la considerazione della domenica e della sua celebrazione in quanto festa cristiana che
abbraccia le seguenti quattro dimensioni fondamentali, evidenziate già nel 2004 da Luca Bran-
dolini durante un convegno di liturgisti italiani:
 Il radunarsi secondo Mt 18,20,
 il ruolo fondamentale della parola proclamata e ascoltata,
 la dimensione escatologica
 e la celebrazione dell’eucaristia come anàmnesi del mistero cristiano della Pasqua.
Le prime tre dimensioni menzionate si ritrovano in maniera evidente anche nella Liturgia
domenicale della parola, mentre manca la quarta dimensione, che deve essere considerata fon-
damentale per la festa cristiana. Nell’assemblea, quando la chiesa prega e canta, nella parola
proclamata e nella comunione eventualmente distribuita da una precedente celebrazione euca-
ristica, Cristo è realmente presente tra i suoi. Inoltre, l’ascolto della parola di Dio fa parte delle
dimensioni necessarie della liturgia domenicale stabilite in SC 106. La Liturgia domenicale
della parola, pur essendo una soluzione di ripiego in attesa della prossima celebrazione dell’eu-
caristia, è in ogni caso vera assemblea della chiesa, festa cristiana, quindi liturgia nella quale si
attuano grazia e salvezza e, perciò, santificazione della domenica quand’anche non nella sua
massima manifestazione.
Un ulteriore elemento deve però essere tenuto in considerazione: dato che la Liturgia della
parola è da considerare vera celebrazione liturgica, come è già espresso nella Sacrosanctum
Concilium, anche in essa agisce Gesù Cristo in quanto primo e autentico λειτουργός del cristia-
nesimo che si associa la sua chiesa rappresentata nell’assemblea concreta (SC 7). La santifica-
zione della domenica, perciò, non è in primo luogo uno sforzo umano in un atto di culto dovuto
a Dio, bensì l’agire misericordioso di Dio per e nell’uomo, vera santificazione dell’uomo che
si attua appunto anche nella Liturgia della parola 17.
Si può quindi affermare che la Liturgia domenicale della parola ha un valore ecclesio lo-
gico che supera chiaramente quello della preghiera privata e in gruppi familiari. Invece di sup-
porre una dispensa dal precetto domenicale individuale per coloro ai quali non sia possibile la
partecipazione alla messa, si dovrebbe evidenziare nuovamente l’obbligo della comunità locale
di celebrare liturgia domenicale, che in situazioni di ripiego può assumere anche la forma della
Liturgia della parola, alla quale i credenti quali membri di questa comunità hanno il diritto e
anche l’obbligo di partecipare attivamente, per non privare la comunità di uno dei suoi mem-
bri18.
Tuttavia, perché si possa arrivare a tutto ciò, c’è da percorrere una strada per rendere possi-
bile a tutti i fedeli l’esperienza del valore dell’eucaristia in quanto celebrazione. Finché essi si

17
In questo contesto si noti quanto afferma P. MARSHALL, «Reconsidering “Liturgical Theology”: Is there a Lex
Orandi for All Christians?», Studia liturgica 25 (1995) 129-151. Egli, a p. 143, evidenzia il significato di liturgia
e arriva a questa conclusione: «Thus two authentic ancient Christian meanings emerge: What is done for the sake
of the faithful and what one does within the assembly for the good of all». Liturgia non è quindi in primo luogo ciò
che fa l’uomo, ma ciò che Dio fa per amor dell’uomo.
18
Cfr. Didascalia apostolorum XXX, vedi sopra nota 10. Già nel 1971 Karl Rahner ha affermato, che neanche la
dogmatica non ha riserve «contro un’estensione libera e alternativa della materia del cosidetto precetto
domenicale» (RAHNER, in RAHNER-THÜSING-LENGELING, «Eucharistiefeier der Kirche und Sonntagspflicht des
Christen», 36 con traduzione propria.)

8
XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA “LITURGIA E CULTURA”
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO, ROMA 9-11 MAGGIO 2018
percepiscono soltanto come meri ascoltatori della parola proclamata dal sacerdote e riceventi
della presenza sacramentale di Cristo ottenuta tramite la sua preghiera e i suoi atti, non com-
prenderanno mai il valore della celebrazione stessa come trova espressione, per esempio, nella
quarta preghiera eucaristica: «[…] a tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno
di quest’unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta
viva in Cristo, a lode della tua gloria»19.
Uno sguardo alla storia dimostra che prima di tutte le riflessioni mirate a soddisfare un pre-
cetto domenicale individuale, ci deve essere la riconsiderazione della comunità come detentrice
della liturgia domenicale. Coloro che hanno responsabilità nella chiesa devono quindi assu-
mersi il compito di rafforzare le comunità locali in questo loro dovere di radunarsi ogni dome-
nica.
Per concludere vorrei, perciò, proporre alla discussone la seguente tesi: La devozione perso-
nale del singolo deve essere subordinata alla necessità dell’assemblea domenicale della comu-
nità locale, anche se – in situazioni di ripiego – non si può celebrare eucaristia.

19
Similmente si esprime A. Schmemann (Eucharistie. Sakrament des Gottesreiches, tr. M. Mühl, Johannes Verlag
Einsiedeln, Freiburg 2005, 31 con traduzione propria) per le chiese ortodosse: «La pietà liturgica è diventata
completamente individualistica; l’esempio più evidente si trova nella prassi attuale della comunione eucaristica
che è totalmente subordinata ai “bisogni spirituali” del singolo. Nessuno tra i chierici e tra i laici la comprende
ancora nel senso della preghiera eucaristica: “Uniscici tra di noi, che abbiamo parte nell’unico pane e nell’unico
calice, nell’unione dell’unico Spirito Santo”».