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BISOGNO DI FAVOLA

La favola racconta il mondo del “ come se”. Come se il mondo


fosse diverso, come se si vivesse in un passato lontano, nel
mondo del c’era una volta, oppure nel mondo presente ma in
una dimensione parallela, il mondo del piccolo popolo.
Essa si pone come un’alternativa al mondo del qui ed ora .
E ne hanno bisogno tutti perché la favola si regge sulla forza della
speranza e della fantasia che rendono possibile pensare per il
domani ciò che manca al momento presente.
La favola in senso stretto termina spesso con una morale un
poco per esplicitare meglio il suo significato ma soprattutto per
trasmettere un insegnamento una via da seguire, perchè si può
scappare dal mondo reale, ma soltanto per poco.
Attraverso la favola si possono infatti trovare la forza e la via da
seguire per lottare nel mondo reale, e farlo diventare più giusto,
retto dall’amore e non dall’ egoismo.
C’è bisogno di favole, servono per vivere, per coltivare la gioia,
per accrescere la nostra forza interiore, unica valida guida nel
labirinto di difficoltà che ci propone la vita.
Generalmente si ritiene che la favola sia pertinente al mondo
bambino e che l’utopia esprima invece il grande sogno degli
adulti.
Io non differenzierei il bambino dall’adulto: in ognuno di noi di
noi vive più o meno nascosto un cuore bambino che piange,
ride, gioca, esulta e vede tutto come se fosse la prima volta.
Basta cercarlo .
Volendo essere precisi il termine favola è solo una delle tante
forme letterarie con le quali viene spesso e volentieri confusa.
La favola in senso stretto è da intendersi come : breve racconto,
in prosa o versi, spesso di autore noto, che ha di solito
protagonisti animali antropomorfizzati, cioè incarnanti
caratteristiche umane, ai quali l’autore conferisce la capacità di
parlare e ragionare. Unitamente agli animali interagiscono con gli
uomini , anche esseri inanimati, tutti portatori di comportamenti
tipici umani ,pregi e difetti. A differenza della fiaba, la favola non
contiene elementi magici, la vicenda è semplice e concreta,
aderente alla vita quotidiana. Di solito termina con la morale.(
fedro .la fontaine)
Pur avendo in comune l’etimologia in fabula, la fiaba differisce
dalla favola perché è : una narrazione medio-breve, di origine
popolare, di solito in prosa, che ha per protagonisti esseri umani
nelle cui vicende intervengono personaggi fantastici( orchi fate
elfi folletti streghe giganti etc.) . di solito non ha finalità
dichiaratamente moraleggianti o didascaliche, ma di
intrattenimento. Veniva tramandata oralmente.
Poi abbiamo il mito dal greco Mytos racconto : racconto
fantastico ma rivestito di sacralità, che dunque suppone una
fede. Offre una descrizione di come fenomeni, culture e popoli,
realtà esistenti, abbiano avuto origine( i miti greci )
la saga dal norreno antica lingua scandinava segia dire
raccontare: racconto epico di ampio respiro talvolta a sfondo
storico, talvolta fantastico avente ad oggetto le gesta e le vicende
di un popolo , famiglia, clan . storia eroica.
la leggenda dal latino legenda cose da leggere: nasce in
riferimento alla vita di un santo e ai suoi miracoli. In seguito ha
assunto un significato più esteso di racconto antico dove
l’elemento storico reale e l’elemento fantastico vivono
congiuntamente pur se distinti. Di solito la leggenda non ha mai
un autore ma si forma ed evolve nel tempo tramite la coscienza
popolare che desume i fatti dalla realtà e li modifica con la
fantasia.
Poi La novella, il racconto, l’aneddoto, il detto, l’aforisma, la
parabola, il proverbio etc.
Io in questa mia breve esposizione ho elaborato un concetto di
favola da intendersi in senso lato cioè esteso a tutte quelle
manifestazioni artistiche che derivano dall’intimo dell’uomo, dal
fanciullino che c’è in ognuno di noi : arti figurative, musica,
teatro, poesia, e quant’altro possa scaturire da una fonte che
fortunatamente riesce ancora a stupire…..
Il concetto del fanciullino che è in ognuno di noi lo aveva già
elaborato il grande Giovanni Pascoli, nel suo saggio breve
intitolato appunto “Il fanciullino.” Il titolo deriva da un
passo del “Fedone” di Platone: Cebes Tebano,
pensando alla morte di Socrate che stava per
bere la cicuta, si mette a piangere. Socrate lo
rimprovera per quel pianto e Cebes si scusa
dicendo che non è lui che piange ma il
fanciullino che è in lui. Il

Il fanciullino è il testo in cui Pascoli esprime nel


modo più ampio il proprio pensiero sulla poesia.
È dentro noi un fanciullino [1] che non solo ha
brividi, come credeva Cebes Tebano che primo
in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi
suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera,
egli confonde la sua voce con la nostra, e dei
due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro,
e, insieme sempre, temono sperano godono
piangono, si sente un palpito solo, uno strillare
e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed
egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un
nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua
antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e
arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia
e sempre il suo tinnulo squillo come di
campanello. Lui è il fanciullo eterno, che vede
tutto con maraviglia, tutto come per la prima
volta. . A ogni modo, pace. Sappiate che per la
poesia la giovinezza non basta: la fanciullezza ci
vuole

Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché
in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima
d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo
fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si
trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo
recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e
l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello
che mormora dentro, ! Il poeta, se è e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il
fanciullo detta riesce perciò ispiratore di buoni e civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano. Quindi la
credenza e il fatto, che il suon della cetra adunasse le pietre a far le mura della città, e animasse le piante e
ammansasse le fiere della selva primordiale; e che i cantori guidassero e educassero i popoli. Le pietre, le
piante, le fiere, i popoli primi, seguivano la voce dell'eterno fanciullo, d'un dio giovinetto, del più piccolo e
tenero che fosse nella tribù d'uomini salvatici. I quali, in verità, s'ingentilivano contemplando e ascoltando
la loro infanzia. Il fanciullino è il testo in cui Pascoli esprime nel modo più ampio il proprio pensiero sulla
poesia. Una vera e propria riflessione sulla poesia.

Pascoli afferma, riprendendo un mito platonico (cfr. Platone, Fedone, 77d-78b): "È dentro noi un
È dunque una
fanciullino che non solo ha brividi [...] ma lagrime ancora e tripudi suoi".
voce nascosta nel profondo di ciascun uomo, che si pone
in contatto con il mondo attraverso l'immaginazione e la
sensibilità. In tal modo, scopre aspetti nuovi e misteriosi,
che "sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione".
Come un nuovo Adamo, "mette il nome a tutto ciò che
vede e sente", ovvero è in grado di conoscere in modo
autentico ciò che lo circonda, meglio di quanto possa fare l'uomo
adulto, col suo raziocinio. Infatti, continua Pascoli, "l'uomo dei nostri tempi sa più che quello dei
tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini non sapevano
niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo". La voce interiore del fanciullino dà vita alla poesia,
nella quale dunque il linguaggio cercherà di esprimere, con strumenti come metafora, analogia,
sinestesia, un mondo che si lascia afferrare dall'intuizione e non dal ragionamento.

La poesia, secondo Pascoli, non deve proporsi uno scopo morale o educativo; tuttavia egli afferma:
"la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo,
ha una suprema utilità morale e sociale", perché fa
riconoscere la bellezza anche in cose umili e vicine,
placando "l'instancabile desiderio" e appagando un'ansia
di felicità destinata altrimenti a restare vana. Virgilio
stesso viene indicato come il poeta che "insegnava ad amare
la vita in cui non fosse lo spettacolo né doloroso della miseria né invidioso della
ricchezza: egli voleva abolire la lotta fra le classi e la guerra tra i popoli". Pascoli mostra così le sue
convinzioni di socialista umanitario e utopico.

Il "fanciullino" di cui parla Pascoli è dunque una metafora nella quale confluiscono il valore
conoscitivo, il linguaggio, la moralità della poesia.
La funzione conoscitiva, come accennato sopra, si collega alla convinzione, tipica del
Decadentismo, che la realtà si riveli nella sua essenza profonda solo all'intuizione, e resti invece
inafferrabile di fronte all'indagine filosofica o scientifica.
Di conseguenza, il linguaggio della poesia scopre il mondo come se fosse nuovo: "tutto come per la
prima volta", e ne illumina le corrispondenze segrete (si ricordi il celebre sonetto Correspondances
di Charles Baudelaire). La poesia di Pascoli, in effetti, procede spesso in modo alogico, mediante
accostamenti e simboli che vanno al di là della visione consueta delle cose.

Quanto alla moralità e al messaggio sociale, Pascoli vede nella poesia una voce che, proprio perché
esprime una realtà profonda comune a tutti gli uomini, invita alla comprensione reciproca e alla
pacificazione: al di là delle differenze economiche e culturali, tutti ("operai, contadini, banchieri,
professori") possono dialogare con la voce dei "fanciullini" che si affacciano alle finestre delle loro
anime.

Tutto il mondo si regge sulla compensazione degli opposti: la


notte e il giorno, il bianco e il nero, il caldo e il freddo, il bello e il
brutto, il buono e il cattivo, tutti concetti che esistono e possono
definirsi solo mettendoli a paragone con un loro contrario.
Mentre nell’ambiente questi opposti si compensano in modo
naturale, nell’uomo la dicotomia corpo e anima contenuta in uno
stesso soggetto, viene a creare esigenze contrastanti che se non
appagate entrambe creano conflitto e sofferenza.
Per stare bene quindi noi dobbiamo nutrire corpo e anima in
eguale misura, il corpo con il cibo e l’anima con la favola.
Nutrendoci con la favola noi saziamo il fanciullino che è in noi e
creiamo armonia.
Armonia porta appagamento e felicità.
Quindi forte anche delle convinzioni del Pascoli mi sento di
concludere consigliandovi di nutrire la nostra essenza con la
favola, perché la felicità esiste ed è qui davanti a noi, pronta a farsi
conquistare.