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CANTO 19

Il Canto è interamente dedicato alla III Bolgia, che punisce insieme a Simon mago tutti coloro che hanno
commesso simonia ovvero hanno fatto commercio delle cose sacre. I simoniaci sono conficcati a testa in giù
entro buche circolari dalle quali emergono solo le gambe, mentre sottili fiammelle bruciano loro le piante
dei piedi e provocano dolore: la fiamma si riferisce probabilmente allo Spirito Santo che nell'episodio degli
Atti degli Apostoli scese dall'alto in forma di fiamma.

Protagonista dell'episodio è un papa simoniaco, Niccolò III, che appartenne alla nobile famiglia romana
degli Orsini e che sembra soffrire più degli altri dannati la pena cui è sottoposto. Il dialogo fra lui e Dante,
che scende nel fondo della Bolgia per parlargli, avviene in un forte contesto comico-realistico: Dante
paragona se stesso a un frate che confessa un assassino prima dell'esecuzione, con un grottesco
rovesciamento dei ruoli. Non meno paradossale l'equivoco in cui cade il papa, che scambia Dante per
Bonifacio VIII venuto a prendere il suo posto nella buca e a spingerlo di sotto: il dannato sa che la morte di
Bonifacio avverrà nel 1303, quindi è stupito di vederlo all'Inferno nella primavera del 1300, con tre anni di
anticipo. L'equivoco è un espediente che consente a Dante di profetizzare la dannazione di papa Caetani,
proprio come farà più avanti con Clemente V. Anche la presentazione che in seguito Niccolò fa di se stesso
ricalca gli stessi toni parodistici e comici, in quanto il dannato afferma di aver vestito in vita il gran manto e
si dice appartenente alla famiglia degli Orsini, intento ad “avanzar li orsatti” (a favorire nipoti e parenti con i
suoi atti di corruzione: nei bestiari medievali l'orsa era descritta come animale avido e ingordo,
particolarmente attaccata alla prole). Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella
vita ultraterrena ha messo se stesso nel sacco, ovvero si è guadagnato la dannazione.

Se nel Canto VII Dante aveva incluso fra gli avari del IV Cerchio papi e cardinali senza fare alcun nome, qui
la sua accusa alla corruzione ecclesiastica e alla simonia della Chiesa è ben più dettagliata, includendo di
fatto tra i simoniaci ben tre papi di cui uno probabilmente ancor vivo quando l'Inferno iniziò a circolare in
Italia. La profezia di Niccolò dice infatti che Bonifacio lo seguirà nella buca restando lì fino alla morte di
Clemente V, ovvero meno tempo di quanto Niccolò sarà rimasto sottosopra: Niccolò era morto nel 1280,
quindi resterà nella buca sino al 1303, anno della morte di Bonifacio (23 anni), mentre Bonifacio vi resterà
dino al 1314, anno della morte di Clemente V (11 anni). Poiché è quasi certo che la I Cantica del poema
circolasse già dopo il 1308, ciò vorrebbe dire che tale profezia fu fatta da Dante quando Clemente V era
ancor vivo. Può darsi che sia così e che il poeta immaginasse che il papa morisse prima che passassero 24
anni dalla morte di Bonifacio (ipotesi difficile da confermare perché ignoriamo la data di nascita di
Clemente), oppure si può pensare che Dante abbia corretto in seguito questi versi, anche se di ciò non c'è
traccia in alcun manoscritto. Comunque sia, resta la coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione dei
papi, che si ricollega a quella contro l'avarizia che è fonte di tutti i mali del suo tempo e che è all'origine di
molti dei peccati puniti nelle Malebolge.

L'ultimo riferimento è naturalmente alla famigerata donazione di Costantino, più tardi dimostratasi un falso
dell'VIII sec. ma che al tempo di Dante si credeva autentica e che secondo il poeta era la fonte prima della
corruzione della Chiesa.
Note e passi controversi

La tromba citata al v. 5 è probabilmente quella del giorno del Giudizio, anche se alcuni commentatori
hanno pensato a quella dei banditori che chiamavano i cittadini per leggere i decreti sulla pubblica piazza.

I battezzatori (v. 18) possono essere i fonti battesimali oppure i battezzatori, vale a dire i preti battezzieri.
Sembra preferibile la prima interpretazione, che si spiega sapendo che anticamente nel battistero
fiorentino di San Giovanni c'erano dei fonti di forma circolare e secondo una testimonianza dell'Ottimo
commento Dante ne avrebbe rotto uno per salvare un ragazzo che vi era caduto dentro e stava per
annegare. Poiché di questo dato biografico non si hanno altre notizie, è difficile capire cosa intenda Dante
al v. 21 (e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni).

Infino al grosso (v. 24) può voler dire «fino al polpaccio», ma più verosimilmente «fino alla coscia» visto che
delle gambe dei dannati si vedono le giunte (articolazioni) del ginocchio. Le ritorte e strambe sono funi di
vimini e fibre vegetali, molto resistenti.

Il v. 51 può significare affinché la morte si allontani, oppure per evitare la morte, a seconda che morte sia
soggetto o oggetto della frase. Nel primo caso il sicario chiamerebbe il confessore per ritardare
l'esecuzione, nel secondo per rivelare il nome dei mandanti e quindi evitare di essere giustiziato.

Lo scritto (v. 54) è il libro del futuro, in cui Niccolò può leggere come tutti i dannati.

Gli orsatti (v. 71) sono i discendenti di Niccolò, cioè i familiari appartenenti alla schiatta degli Orsini.

L'anima ria del v. 96 è Giuda, il cui posto tra gli apostoli dopo la sua morte fu sorteggiato e toccò a Mattia
(Act. Ap., I, 13-26).

La mal tolta moneta (v. 98) allude probabilmente all'accusa in base alla quale Niccolò avrebbe ricevuto oro
dai Bizantini per istigare la rivolta del Vespro contro Carlo I d'Angiò, che però non trova conferme tra gli
storici.

I vv. 106-111 alludono all'Apocalisse di Giovanni (XVII, 1-3), in cui è descritta una meretrice sopra le acque
che siede sopra una bestia con sette teste e dieci corna: è simbolo dell'Impero romano, mentre Dante (che
segue un'interpretazione diffusa nel Medioevo) ne fa una immagine stravolta della Chiesa, divenuta un
mostro a causa della corruzione dei papi. Le sette teste sono i sacramenti, le dieci corna i comandamenti.
L'espressione puttaneggiar coi regi allude ai rapporti tra Papato e monarchia francese, soprattutto durante
la cattività avignonese.

Il primo ricco patre (v. 117) è papa Silvestro, che secondo l'errata tradizione avrebbe ricevuto da Costantino
la donazione di un territorio su cui esercitare il dominio temporale.