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Nessuna umana investigazione si può dimandare

vera scienza, se essa non passa per le matematiche


dimostrazioni.
Trattato della Pittura
L EONARDO DA V INCI (1452–1519)

C APITOLO ℵ

Preliminari: il linguaggio della matematica

Cosa è un teorema? Cosa vuole dire che un enun- cessaria e sufficiente, ipotesi, tesi, negazione, pro-
ciato è vero o falso in matematica? Cosa è una posizione, definizione. Introdurremo e spieghere-
teoria matematica? In questo capitolo introducia- mo l’uso di alcuni simboli di uso corrente in ma-
mo il linguaggio con cui verrà elaborato ed esposto tematica relativi alle operazioni tra proposizioni,
il materiale del libro. Ci occuperemo in dettaglio tra insiemi e tra numeri.(1)
dei concetti logici di implicazione, condizione ne-

U n aspetto significativo che distingue la matematica dalle altre


scienze è il suo particolare rapporto con il concetto di verità. In
matematica, la verifica di un’affermazione non avviene mai spe-
rimentalmente: se anche risulta possibile decidere della sua plausibilità
alla luce di dati sperimentali, essa non sarà ritenuta vera o falsa fino al
momento in cui non se ne sia trovata una dimostrazione attraverso un
ragionamento. Tipicamente si dimostrerà la verità dell’asserto in que-
stione facendolo discendere, attraverso una catena di passaggi logici, da
un altro asserto (ipotesi) del quale si supporrà la verità. Il ragionamento
matematico ha quindi due punti fondamentali: la posizione delle ipote-
si e la deduzione da queste di nuove affermazioni. La deduzione stessa
deve obbedire alla regola del rigore: si debbono infatti esporre esplicita-
mente le ragioni per le quali si ritiene vera l’affermazione e tali ragioni
devono resistere ad ogni possibile critica. In cambio dell’adesione alla
! In quest’ottica la razionalità, che
regola del rigore, il matematico ha la più ampia libertà nella scelta delle si esplica attraverso un procedimento
ipotesi sulle quali fondare i propri ragionamenti. La pratica della mate- deduttivo rigoroso, è – o dovrebbe
matica oscilla dunque fra la massima libertà e le più stretta costrizione. essere – anche il percorso naturale
di apprendimento e scoperta dei temi
Per esprimere i suoi concetti e le sue costruzioni, il matematico si espri-
propri della matematica.
me in un linguaggio rigoroso e denso di rappresentazioni simboliche; è
naturale che esso possa risultare spesso impenetrabile alla lettura (di qui
l’aspetto a volte iniziatico dei testi). Ci accontenteremo quindi ora di
2 Preliminari: il linguaggio della matematica

introdurre solo alcune forme tipiche di ragionamento e deduzione insie-


me con alcune astrazioni frequenti nell’uso, senza entrare nel merito dei
fondamenti logici e dei dettagli.

§ 1. Vero e falso
Per determinare la validità degli enunciati e delle proposizioni prendia-
mo in considerazione una logica bivalente, cioè ammettiamo che una
generica affermazione possa risultare solo vera o falsa (e non sia vera
che falsa o nessuno dei due, indecidibile, . . . ). Supponiamo che, in un
modo che magari a noi sfugge, di ogni proposizione si possa decidere la
verità o falsità. È chiaro quindi che chiameremo proposizioni (o equi-
valentemente teoremi, lemmi, corollari) soltanto quelle espressioni che
sono non solo corrette sintatticamente e semanticamente rilevanti ma
anche che, per qualche ragione, supponiamo abbiano un “valore di ve-
rità” (cioè siano vere oppure false). Per esempio, “1 + 1 = 2” e “2 > 1”
sono proposizioni vere (cioè hanno valore di verità “Vero”), “1 + 1 = 3”
e “2 < 1” sono proposizioni false (cioè hanno valore di verità “Falso”),
mentre “5=” non è corretta dal punto di vista della sintassi (l’uguale √ può
esistere solo nel confronto di due numeri, non di uno solo) e “ 2 + 1”
è una espressione corretta ma non è una proposizione che accetteremo,
dal momento che non è né vera né falsa.
Vediamo ora come costruire nuove proposizioni a partire da propo-
sizioni date. Sia p una proposizione (vera o falsa). La negazione di p è Figura ℵ.1: Aristotele (384–322).
la proposizione che si ottiene negando p, cioè quella che si legge come
“Non è vero che p”. È ragionevole supporre che se p è falsa allora la
negazione di p è vera, e se p è vera la negazione di p è falsa. Per esem-
pio, la negazione di “1 < 2” è “Non è vero che 1 < 2”, oppure “1 non è
minore di 2”. È ragionevole considerare equivalenti le proposizioni che,
pure avendo forma diversa, hanno lo stesso significato, per cui possiamo
anche dire che “1 ≥ 2” è la negazione di “1 < 2”. Date due proposizioni
p e q, la congiunzione di p e q “p e q” è la proposizione che si può anche
leggere in modo più esteso come “È vero che p e contemporaneamente è
vero che q”. Se p e q sono vere allora “p e q” è vera, mentre se anche una
sola delle proposizioni p e q è falsa allora “p e q” è falsa. In modo analogo
possiamo definire la disgiunzione di p e q, “p o q”, che significa “Almeno
una delle due proposizioni p e q è vera”. Sia per chiarire il significato
! La disgiunzione che consideriamo
della negazione, della congiunzione e della disgiunzione che per scrivere ha lo stesso uso del vel in latino, ed è
in modo più sintetico possiamo utilizzare i simboli da non confondere con la disgiunzio-
ne esclusiva, cioè dalla costruzione
not p, p and q, p or q. latina aut p aut q, che significa che
una sola tra p e q è vera.

! I corrispondenti simboli nei trat-


tati di logica matematica sono ¬
(negazione), ∧ (congiunzione) e ∨
(disgiunzione).
§ 2. L’implicazione 3

(ℵ.1) Definizione. Siano p e q due proposizioni. La proposizione not p


è vera se p è falsa ed è falsa se p è vera. La proposizione p and q è vera
se sono vere contemporaneamente p e q ed è falsa se una (o entrambe)
fra p e q è falsa. La proposizione p or q è vera se almeno una fra p e q
è vera ed è falsa se sono entrambe false.

Determiniamo per esempio quali delle seguenti proposizioni sono


vere:
➔ “(1 < 2) or (1 < 3)”: è vero.
➔ “(1 < 2) and (1 < 3)”: è vero.
➔ “(1 > 2) or (1 < 3)”: è vero (la seconda delle due è vera).
➔ “(1 > 2) and (1 < 3)”: è falso (devono essere entrambe vere per
essere vero, ma la prima è falsa).
➔ “(1 > 2) or (1 > 3)”: è falso.
➔ “(1 > 2) and (1 > 3)”: è falso.
Possiamo anche comporre le operazioni appena viste (utilizzando le
parentesi per chiarire l’ordine con cui applichiamo le operazioni, come
in aritmetica) e creare proposizioni (espressioni logiche) più complesse:

“not((1 + 2 = 3) and (2 < 1))”

si legge “non è vero che 1 + 2 = 3 e 2 < 1”. Qual è il valore di verità di


tale affermazione? Bisogna prestare attenzione alle parentesi: “(1+2 = 3)
and(2 < 1)” è una proposizione falsa, e quindi negandola si ottiene una
proposizione vera: l’affermazione è quindi vera.
! Osserviamo che invece la proposi-
zione “(not(1 + 2 = 3)) and (not(2 <
1))” è falsa: infatti è vera soltanto se
le due affermazioni “not(1 + 2 = 3)”
§ 2. L’implicazione e “not(2 < 1)” sono entrambe vere;
ma anche se la seconda è vera, la
Abbiamo visto alcuni modi di connettere le proposizioni (not, and, or) prima è falsa. Quindi quando si dice
ed ottenere cosı̀ nuove proposizioni sintatticamente corrette e con va- “non è vero che p e q” non si inten-
lore di verità decidibile a partire dai valori di verità delle parti costi- de “non è vero che p e non è vero
che q”, ma si intende che il fatto fal-
tutive. Introduciamo ora un altro modo di comporre due proposizioni: so è che entrambe siano vere (cioè
l’implicazione. Siano p e q due proposizioni. L’implicazione da p a q è la almeno una delle due è falsa).
forma di ragionamento tipica, che prende la forma
“Se p, allora q”.
Si dice che p è l’ipotesi (o anche, antecedente) e q è la tesi (o anche, con-
seguente o conseguenza di p) dell’implicazione, e si indica graficamente
anche con

“p =⇒ q”.
4 Preliminari: il linguaggio della matematica

I fondamenti dell’implicazione logica allora p è falsa e q è falsa. Quindi vogliamo che “falso
implica falso” sia vero. Ancora: se A è falsa e B è ve-
Cerchiamo di esaminare meglio il concetto di implica- ra, allora p è falsa e q è vera: vogliamo che sia quindi
zione. L’ipotesi fondamentale che abbiamo fatto è che vero che “falso implica vero”.
il valore di verità dell’affermazione “p =⇒ q” dipen- Non rimane che il caso in cui p è vera e q è falsa: in
da funzionalmente soltanto dai valori di verità di p e questo caso come riteniamo l’affermazione p =⇒ q,
q e non da altre ragioni connesse alla natura di p e q. vera o falsa? È chiaro che non può che essere falsa.
Il problema è dunque quello di stabilire quale valore Infatti, se “vero implica falso” fosse scelto anch’esso
di verità deve avere “p =⇒ q” nei quattro casi: (a) p vero, l’implicazione p =⇒ q risulterebbe sempre ve-
e q sono entrambe vere, (b) p è vera e q è falsa, (c) p ra, comunque siano scelte p e q! Non avrebbe senso
è falsa e q è vera, (d) p e q sono false. Per stabilirlo, definire una forma di implicazione che non si potesse
partiamo da certe premesse che riteniamo certe. Per usare nelle deduzioni logiche (dato che risulterebbe
prima cosa, vogliamo che la seguente implicazione sia che da ogni cosa si può dedurre ogni cosa). Vorremmo
sempre vera, per ogni scelta dei valori di verità di A e invece poter usare forme di ragionamento del tipo
B:
“se A è vero e se A implica B, allora B è
“(A and B) =⇒ B”. vero”.
Cioè vorremmo che sia sempre vero che Cioè vorremmo che sia sempre vero che
“se sia A che B sono vere, allora (in “(A and (A =⇒ B)) =⇒ B”.
particolare) B è vera”.
Ed anche questo ci impone di considerare l’implicazio-
Questa è una implicazione che ha per ipotesi p = ne falsa quando p è vero e q è falso. Abbiamo concluso
“sia A che B sono vere” e per tesi q = “B è vera”: come quindi che p =⇒ q è vero sempre tranne quando p
abbiamo detto, vogliamo che risulti vera per qualsiasi è vera e q è falsa (dalla premessa che il suo valore di
valore di verità delle affermazioni A e B. Analizziamo verità dipenda solo dai valori di p e q).
tutti i possibili casi. Se succede che A e B sono vere, Problema. Ricondurre a proposizioni semplici valide
allora p è vera e q è vera. Cioè vogliamo che “vero e stabilire i valori di verità delle frasi “prendo l’ombrel-
implica vero” sia a sua volta vero. Procediamo nell’e- lo perché piove”,“se piove prendo l’ombrello”, “non
numerazione delle possibilità: se A è vera e B è falsa, prenderei l’ombrello, ma piove”.

L’implicazione è di utilizzo cosı̀ frequente nelle dimostrazioni e negli


enunciati che molti altri idiomi del gergo matematico hanno esattamente
questo significato:
➔ “p implica q”;
➔ “Da p segue q”;
➔ “p solamente se q”;
➔ “p è condizione sufficiente per q”;
➔ “Condizione sufficiente affinché q è che p”;
➔ “q, se p”;
➔ “q è condizione necessaria per p”;
➔ “Condizione necessaria perché p è che q”.
§ 3. Schemi di ragionamento e deduzione per assurdo 5

La doppia implicazione (indicata con “p ⇐⇒ q”) significa che p è


condizione sia necessaria che sufficiente per q, cioè che
“(p =⇒ q) and (q =⇒ p)”,
cioè che se p allora q, e se q allora p.
Riconosciamo quindi ragionevole che se p e q sono proposizioni valide,allora
! Notiamo che questa frase è
anche “p =⇒ q” e “p ⇐⇒ q” sono proposizioni valide. Ora dobbiamo esattamente una frase del tipo
capire quando un’implicazione è vera e quando è falsa. Considereremo se. . . allora. . . . Purtroppo fino a che
l’implicazione esattamente come abbiamo fatto con la negazione, la con- non abbiamo deciso cosa sono p e
giunzione e la disgiunzione: assumeremo che sia possibile stabilire il suo q, la frase “p e q sono proposizioni
valide” non è una proposizione va-
valore di verità in funzione del valore di verità della ipotesi e della tesi. lida. . . in quanto non abbiamo mo-
Cioè, che “p =⇒ q” sarà una affermazione vera (o falsa) non se in qual- do di immaginarne il valore di ve-
che modo riusciamo a dedurre q da p, ma solo per i valori di verità (che rità. Invece la frase “(1+1=2) e
(1+1=3) sono proposizioni valide”
supponiamo noti o in qualche modo decidibili) di p e q. è, lei stessa, una proposizione valida.
Vedremo dopo come risolvere questo
(ℵ.2) Esempio. “Se passo l’esame di matematica stasera andiamo al ci- problema.
nema”, promette uno studente alla sua ragazza. Vogliamo capire quando
l’affermazione è vera e quando è falsa in funzione della verità e fal-
sità dell’ipotesi (“passo l’esame di matematica”) e della tesi (“stasera
andiamo al cinema”). Vi sono quattro casi possibili:
➔ lo studente passa l’esame e porta al cinema la ragazza;
➔ lo studente passa l’esame e non porta al cinema la ragazza;
➔ lo studente non passa l’esame e porta al cinema la ragazza;
➔ lo studente non passa l’esame e non porta al cinema la ragazza.
La ragazza accuserà lo studente di aver mentito nel secondo caso ma
non negli altri. Dunque è vero che “vero implica vero”, “falso implica
vero”, “falso implica falso” mentre è falso che “vero implica falso”. !

(ℵ.3) Definizione. L’implicazione p =⇒ q è falsa nel caso in cui p è


vera e q è falsa ed è vera tutte le volte in cui p è vera e q è vera, p è
falsa e q è falsa, e p è falsa e q è vera.

§ 3. Schemi di ragionamento e deduzione per assurdo


Abbiamo motivato la definizione dell’implicazione richiedendo che le im-
plicazioni “(A and B) =⇒ B” e “(A and (A =⇒ B)) =⇒ B” siano
sempre vere, per qualsiasi scelta delle proposizioni A e B. Vedremo ora
di esprimere altre regole di inferenza e deduzione logica, a loro volta
dedotte dalle scelte fatte finora. Le seguenti forme, per esempio, sono
considerate sempre valide: ! È paradossale che si cerchi di de-
durre le regole di deduzione, senza
sapere con quelli regole di deduzione
si possano dedurre. . . Possiamo pen-
sare semplicemente di esprimere il
più rigorosamente possibile gli sche-
mi di ragionamento che tutti accet-
tano come validi, e poi usare que-
sti per dedurre altri schemi di ra-
gionamento. . . In effetti la matema-
tica dimostrazione di una proposizio-
ne non è altro che una argomentazio-
ne, la cui correttezza può essere ve-
rificata se si rendono il più espliciti e
chiari possibile gli schemi inferenziali
utilizzati.
6 Preliminari: il linguaggio della matematica

I paradossi dell’implicazione logica semplicità dei concetti qui presentati (semplicità che
ha però permesso di applicare questa logica bivalente
Questo modo di introdurre l’implicazione (anche det-
alla progettazione di tutti i calcolatori elettronici). I
ta implicazione materiale) è anti-intuitivo. Infatti l’i-
limiti di questo approccio sono evidenti anche per al-
potesi e la tesi possono non aver nessun legame; per
tri paradossi. Alcune proposizioni, di cui a prima vista
esempio, si sa che l’universo è in espansione e che 7 si può pensare che siano vere o false, risultano invece
è un numero primo, ed è quindi considerata vera la
né vere né false (non perché non riusciamo a deter-
seguente affermazione “Se l’universo è in espansione
minarne il valore di verità, ma perché è impossibile
allora 7 è un numero primo”. Non solo: sorge il note- che ne abbiano uno). Per esempio, la proposizione
vole paradosso che da una ipotesi falsa si può dedur-
autoreferente “Questa proposizione è falsa” è vera o
re qualsiasi proposizione, sia vera che assurda: “Se
falsa? Se fosse vera, sarebbe falsa, se fosse falsa, sa-
2 = 3, allora la luna è fatta di mozzarella” è ancora rebbe vera. . . Epimenide di Cnosso, filosofo cretese del
una proposizione vera. Ancora: tutte le proposizioni
VI secolo BCE, scrisse “Tutti i cretesi sono bugiardi”. È
vere (immaginabili) sono implicate tra di loro, cosı̀ co-
come se uno dicesse “Mento sempre”. Sta mentendo
me anche tutte le proposizioni false lo sono. Natural- anche quando dice che mente? È chiaro che tutte que-
mente questi paradossi sono stati superati introducen-
ste proposizioni non hanno un valore di verità anche
do formalismi logici adeguati alla flessibilità e com-
se sono linguisticamente corrette.
plessità del linguaggio naturale, rinunciando però alla

➔ A or not A: principio del terzo escluso, almeno una tra A e la sua


negazione deve essere vera.
➔ not(A and not A): principio di non contraddizione, è sempre falso
che A e la sua negazione siano entrambe vere.
➔ (A and B) =⇒ B: se sia A che B sono vere, allora B deve essere
vera.
➔ (A and (A =⇒ B)) =⇒ B: se A è vera e da A segue B, allora B.
➔ ((A =⇒ B) and (B =⇒ C)) =⇒ (A =⇒ C): se da A segue B e da
B segue C, allora A implica C.
➔ ((A or B) and (not A)) =⇒ B: se almeno una tra A e B è vera ma A
è falsa, allora B è vera.
Una forma di deduzione molto utilizzata e un po’ controversa è data
dalla dimostrazione per assurdo, che si basa sulla seguente equivalenza
logica:

(A =⇒ B) ⇐⇒ (not B =⇒ not A),

cioè dire che A implica B è equivalente a dire che not B implica not A. Se
quindi voglio dimostrare che da A segue B, posso decidere di dimostrare
la proposizione equivalente: dalla negazione di B segue la negazione di
A; in altre parole, per mostrare che se A è vera allora anche B è vera
posso mostrare che se B è falsa allora anche A è falsa. La dimostrazione
! Attenzione: A =⇒ B non è equi-
per assurdo procede in questo modo: se voglio dimostrare che una pro- valente a not A =⇒ not B! Suppo-
posizione p è vera, mostro che se p fosse falsa, allora se ne dedurrebbe niamo di sapere che chi mangia solo
strutto e pancetta ingrassa e muo-
re in poche settimane: non possia-
mo assolutamente dedurre che chi
non mangia solo strutto e pancetta
non ingrassa e vive a lungo! Infatti,
basterebbe nutrirsi esclusivamente di
patatine fritte nel burro di arachidi
per mostrare come ingrassare e mo-
rire in breve tempo senza aver mai
toccato strutto e pancetta.
§ 3. Schemi di ragionamento e deduzione per assurdo 7

una certa altra affermazione q, che in altro modo sappiamo essere falsa.
Cioè, mostriamo che da not p segue q, e che q è falsa: allora p è vera.
Infatti, dato che not p =⇒ q è equivalente a not q =⇒ p, mostrare che
not p =⇒ q significa mostrare che not q =⇒ p. Ora, se q è falsa quindi
p deve essere vera. Vediamone un esempio.

(ℵ.4) Esistono infiniti numeri primi.


Dimostrazione. Ricordiamo che un numero primo è un numero intero n > 1 che
non ha divisori diversi da 1 e n. Per esempio i primi numeri primi sono:

2, 3, 5, 7, 11, 13, 17, 19, 23, 29, 31, 37, 41. . .

L’affermazione che vogliamo dimostrare è:

p = “Esistono infiniti numeri primi”.

La sua negazione è “Non esistono infiniti numeri primi”, cioè “Esiste un numero
finito di numeri primi”. Supponiamo quindi che sia cosı̀. Ma allora è possibi-
le calcolare il prodotto di tutti i numeri primi (che sarà un numero intero ben
definito, visto che si tratta di eseguire un numero finito di moltiplicazioni). Chia-
miamo N tale prodotto. È chiaro che ogni numero primo n è più piccolo di N;
non solo: N è divisibile per ogni numero primo n. Ora, definiamo il seguente
numero: M = N + 1. Dato che tutti i numeri primi sono più piccoli di N, ed M
! Cioè il resto della divisione di N
per n è zero.
è maggiore di N, M non può essere un numero primo. Dal momento che ogni
numero intero è il prodotto dei suoi fattori primi, M è uguale al prodotto di al-
meno 2 numeri primi: devono pertanto esistere un numero primo k e un numero
! Cioè ogni numero si può scrivere
come prodotto di un numero finito
m (non necessariamente primo: m = M/k), tali che 1 < k < M e 1 < m < M e di numeri primi.

M = km.

Ma anche N è divisibile per k (è divisibile per ogni numero primo!), per cui esiste
un numero h (non necessariamente primo) tale che

N = kh.

Dal momento che per definizione M = N + 1, si ha


1
km = kh + 1 =⇒ k(m − h) = 1 =⇒ m − h = .
k
1
Ma m − n è un intero, perché differenza di interi, mentre non è intero, dato
k
che k > 1, e questo è assurdo. Sia
1
q = “Esiste k ≥ 2 tale che è un numero intero”.
k
Abbiamo mostrato che not p =⇒ q, e che q è palesemente falsa. Deduciamo
quindi che p deve essere vera. !
8 Preliminari: il linguaggio della matematica

§ 4. Quantificatori
Il lettore attento si sarà accorto che la maggior parte delle affermazioni
enunciate nella dimostrazione dell’esempio appena visto è del tipo
“Esiste un . . . tale che. . . ”,

“Non esiste un . . . tale che. . . ”,

“. . . per ogni numero . . . succede che. . . ”.

Per esempio, le espressioni “n è un numero primo” oppure “n è divisibile


per k”, non sono affatto proposizioni, dal momento che non hanno un
valore di verità fino al momento in cui non si è (almeno) deciso qual è il
valore delle variabili che vi compaiono. Tali espressioni vengono chiama-
te proprietà: frasi che diventano vere o false in funzione dei valori assunti
! Sinonimi per proprietà: predica-
dalle variabili.È chiaro quindi che si può trasformare una proprietà in una ti, funzioni proposizionali, enunciati
proposizione semplicemente assegnando un valore alle variabili libere. “n aperti, proposizioni aperte. Le varia-
è un numero primo” è una proprietà (con variabile libera o argomento bili che vi compaiono vengono det-
te variabili libere se non hanno un
n), ma se si assegna n = 4 allora diventa “4 è un numero primo”, pro- valore predefinito, oppure argomenti.
posizione falsa. Un altro modo di rendere proposizione una proprietà è
quello di utilizzare le forme “per ogni. . . ” oppure “esiste . . . tale che”.
Consideriamo la proprietà “n è un numero primo”. Si intende che la va-
! Si tenga presente che il simbolo
riabile libera n (argomento) può prendere valori nell’insieme dei numeri “=” viene frequentemente usato in
interi (a meno di precisarne la natura in altro modo). Possiamo scrivere due modi del tutto diversi. Può es-
sere parte costituente di una proposi-
“Per ogni numero intero n, n è un numero primo” zione (“1 = 2”) cosı̀ come può essere
usato per assegnare un valore ad una
oppure variabile (“n = 4”). In questo ultimo
caso “n = 4” non è una proposizione
“Esiste un numero intero n, tale che n è un numero primo”. logica valida, dal momento che serve
solo ad assegnare a n il valore 4 senza
Cioè, data una proprietà p (che ha variabile libera n, per esempio), si avere valore di verità. Ma una vol-
possono formare le proposizioni ta assegnato il valore ad n, potrem-
mo scrivere la proposizione “n = 2”
“Per ogni n, p”, ed ottenere una proposizione valida,
che in questo caso risulta falsa, dato
“Esiste n tale che p”. che 2 ! 4. Spesso si capisce dal con-
testo in quale dei due sensi si usa il
simbolo “=”, ma a volte può essere
che possono essere vere o false. Queste costruzioni trasformano una pro- utile adottare due simboli diversi.
prietà in una proposizione (oppure in una proprietà con meno variabili
libere) e vengono detti quantificatori. La forma “Esiste un . . . tale che
. . . ” si dice quantificatore esistenziale. La forma “Per ogni . . . ” si dice
quantificatore universale. Il quantificatore esistenziale viene indicato con
il simbolo ∃, quello universale con ∀.
! Per esempio, per scrivere l’enun-
ciato “per ogni numero intero n esi-
(ℵ.5) Teorema. La negazione della proposizione “Per ogni n, p” è equi- ste un numero primo p tale che p >
n” scriveremo
valente a “Esiste n tale che non è vero che p”. La negazione della propo-
sizione “Esiste n tale che p” è equivalente a “Per ogni n, non è vero che ∀n intero ∃p primo : p > n.
p”. Si noti che il simbolo “:” è l’abbrevia-
zioni di “tale che” (a volte si usano
anche i simboli “|” o “t.c.”).
§ 4. Quantificatori 9

Quindi, per negare che una proprietà sia verificata universalmente


è necessario esibire un caso in cui non sia verificata: si parla allora di
controesempio.
Dimostrazione. Consideriamo la proposizione “Esiste n tale che p”. Chiaramente
la sua negazione è “Non esiste n tale che p”. Analogamente, la negazione di
“Esiste n tale che non è vero che p” è “Non esiste n tale che non è vero che
p”. Ora, dovrebbe essere chiaro che “Non esiste n tale che non è vero che p” è
equivalente a
“Per ogni n, p”.
Se neghiamo quest’ultima, tenuto conto della equivalenza appena vista, ottenia-
mo “Non è vero che non esiste n tale che non è vero che p”, cioè
“Esiste n tale che non è vero che p”.
Abbiamo dimostrato la prima parte del teorema. Per procedere con la seconda
parte, sia q la proprietà “Non è vero che p”. La proposizione “Esiste n tale che
p” diventa “Esiste n tale che non è vero che q”, mentre “Per ogni n, non è vero
che p” diventa “Per ogni n, q”. Possiamo riscrivere le due frasi come “Esiste n
senza la proprietà q” e “per ogni n, q”. Di nuovo, “Non esiste n senza la proprietà
q” viene ragionevolmente pensato come equivalente a “per ogni n, q”; ma q è la
! I seguenti idiomi sono equivalenti:
“Per tale n la proprietà q è vera”,
negazione di p, per cui la negazione della proposizione “Esiste n con la proprietà “q(n) è vera”, “n ha la proprietà q”.
p” è equivalente a “Per ogni n, non è vero che p”. !

Analizziamo un’altra dimostrazione elementare.(2)


√ a
(ℵ.6) Non esistono due numeri interi a e b tali che 2 = .
b
√ a
Dimostrazione. Supponiamo che esistano due interi a e b tali che 2 = e ana-
b
lizziamo le conseguenze logiche. I due numeri a e b dovrebbero essere positivi,
senza fattori comuni (semplificando la frazione a/b) e tali che
! Elevando al quadrato.
(1) b2 = 2a2 .

Questo vorrebbe dire che b2 sarebbe pari, e quindi anche b sarebbe pari (e pe-
raltro risulterebbe a dispari, visto che stiamo assumendo che non ci siano fattori
comuni tra a e b). Ma se a fosse dispari e b pari, si potrebbe scrivere b = 2h per
un certo intero h, e dalla (1) seguirebbero le uguaglianze

(2h)2 = 2a2
4h2 = 2a2
2h2 = a2 .

Ma se fosse davvero vero che 2h2 = a2 , allora a2 sarebbe un numero pari, e quindi
anche a risulterebbe pari. Questo è assurdo perché abbiamo poc’anzi mostrato
che a avrebbe dovuto essere dispari, ed un numero non può proprio essere sia
pari che dispari. Quindi l’ipotesi di partenza è falsa (ipotesi d’assurdo): non
possono esistere due interi a e b con le proprietà cercate. !

Anche se torneremo sui numeri in seguito, anticipiamo la seguente


definizione.
10 Preliminari: il linguaggio della matematica

(ℵ.7) Definizione. Un numero x si dice razionale quando è uguale al


p
quoziente di due interi x = . Altrimenti, se non esistono tali interi
q
esso si dice irrazionale.

La proposizione precedente può dunque essere riletta come “ 2 è
irrazionale”. Finiamo questo paragrafo con un esempio di dimostrazione
non costruttiva. Riusciamo a dimostrare che almeno uno tra due numeri
ha una proprietà, ma non a identificare quale.
(ℵ.8) Esistono due numeri positivi b ed e irrazionali tali che be è razionale. ! Torneremo sui numeri e sulla de-
finizione di esponenziale per numeri
√ √ ! √ " √2 reali nel capitolo successivo.
Dimostrazione. Sia b = 2 ed e = 2. Consideriamo il numero be = 2 .
Se è razionale, abbiamo concluso: b ed e sono irrazionali ma be è razionale.
Altrimenti, esso è un numero irrazionale,
√ che chiamiamo x.√Allora consideriamo
x elevato all’esponente (irrazionale) 2, cioè b = x ed e = 2. Dato che risulta
$√
! √ " √2 2 ! √ " √2· √2 ! √ "2

#
e 2
b =x = 2 = 2 = 2 = 2,

e quindi be è razionale mentre né b né e lo sono. !


! È un intero: be = 2!

§ 5. Insiemi
Per insieme intendiamo ogni collezione X, concepita come un tutto uni-
co, di oggetti x della nostra intuizione o del nostro intelletto, che siano
determinati e distinguibili. Tali oggetti saranno chiamati elementi di X.
! Sinonimi di insieme: famiglia,
Se x è un elemento di X, si dice anche che x appartiene a X. Un modo classe, collezione, riunione.
semplice per definire un insieme è elencandone gli elementi in una li-
sta. Si usa separare le voci della lista con delle virgole e racchiuderla tra
parentesi graffe, come per esempio

X = {1, 3, 5}
Y = {a, b, af}
Z = {1, 3, {1, 3}}.

L’ordine con cui sono elencati non è importante, e anche se ci fossero


ripetizioni gli oggetti vengono contati una sola volta:

{1, 3, 1} = {1, 3} = {3, 1}.

Due insieme sono ritenuti uguali quando hanno esattamente gli stessi
elementi. A volte anche un elenco infinito può essere rappresentato, a
patto di riuscire a far capire qual è la regola con cui continuare. Per
§ 5. Insiemi 11

esempio:

{1, 2, 3, . . .}
{2, 4, 6, 8, 10, 12, . . .}
{2, 4, 8, 16, 32, 64, . . .}
{0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, . . .} ! Forse non tutti immaginano co-
{2, 3, 5, 23, 29, 53, 59, 83, 89, 223, 229, . . .}. me proseguire con le ultime due
successioni di numeri interi. . .
Un altro modo, più generale ma non esente da rischi, è quello di definire
un insieme mediante una proprietà. Si considera un certo universo di
oggetti (un insieme grande abbastanza da contenere tutti gli oggetti che
stiamo immaginando, come i numeri interi, le figure piane, etc. etc.) e
una proprietà p che questi oggetti possono soddisfare o no. Per esempio:

{Tutti i numeri interi maggiori o uguali a 1}


{Tutti i numeri pari}
{Tutte le potenze di 2}
{Tutti i numeri della successione di Fibonacci}
{Tutti i numeri primi scritti solo con le cifre curve: 0, 2, 3, 5, 6, 8, 9}.

In generale, quindi si scrive

{Tutti gli elementi x che hanno la proprietà p(x)},

dove p è una proprietà relativa ad x. Naturalmente è sempre necessario


sottintendere qual è l’universo cui appartengono gli elementi x.
L’insieme senza alcun elemento (per esempio, l’insieme di tutti i nu-
meri naturali diversi da zero con quadrato nullo) si chiama l’insieme
vuoto.
! L’insieme vuoto è sottoinsieme di
Si dice che un insieme X è un sottoinsieme di un insieme Y se ogni qualunque insieme.
elemento di X è anche elemento di Y, cioè se per ogni elemento x di X, x
è elemento di Y. Due insiemi X e Y sono uguali quando hanno gli stessi
! Dunque X è sottoinsieme di X
elementi, per cui sono uguali se e solo se X è un sottoinsieme di Y ed Y è
un sottoinsieme di X (un oggetto appartiene a X se e solo se appartiene
a Y).
Si può definire l’insieme che ha per elementi tutti i possibili sottoinsiemi
di un insieme X: questo oggetto viene chiamato insieme delle parti di X

PARTI di X = {Y tale che Y è un sottoinsieme di X}.

Ad esempio, se X = {1, 2, 3} i suoi possibili sottoinsiemi sono

{∅, {1}, {2}, {3}, {1, 2}, {1, 3}, {2, 3}, {1, 2, 3}}.

Dati due insiemi X ed Y l’insieme unione di X ed Y è l’insieme di tutti gli


! Quanti sono i sottoinsiemi di un
elementi che appartengono a X o a Y, cioè è l’insieme insieme che ha n elementi? Si veda
l’ Esercizio 25 a pagina 25.
UNIONE = {x tali che x appartiene a X or x appartiene a Y}.
12 Preliminari: il linguaggio della matematica

Ancora paradossi: la teoria ingenua degli che non soddisfano la proprietà R, cioè tutti gli insie-
insiemi mi che verificano la proprietà not R. Ora, l’insieme M
cosı̀ definito ha la proprietà R oppure no? Supponia-
La definizione di insieme che utilizziamo si sviluppa mo di si: allora, dato che M contiene esattamente tutti
in quella che oggi è chiamata teoria ingenua degli in- gli insiemi che non hanno la proprietà R, risulta che M
siemi. I due principı̂ su cui si fonda sono il principio di non appartiene a M. . . ma allora M non appartiene a
estensione (cioè il fatto che un insieme è determinato sé stesso e quindi non soddisfa la proprietà R! Abbia-
dai suoi elementi e due insiemi sono uguali quando mo mostrato che se M soddisfa la proprietà R allora
hanno gli stessi elementi) e il principio di comprensio- non la soddisfa e questo è assurdo. Se invece M non
ne (cioè gli insiemi si possono definire a partire da una soddisfa la proprietà R, allora M appartiene all’insie-
proprietà che i suoi elementi devono soddisfare). Fu me di tutti gli insiemi che non soddisfano la proprietà
introdotta da Georg Cantor (1845 - 1918) nel modo R (cioè M); dunque M appartiene a M . . . cioè M sod-
seguente: Unter einer ‘Menge’ verstehen wir jede Zu- disfa la proprietà R! È chiaramente paradossale: M
sammenfassung M von bestimmten wohlunterschiede- soddisfa la proprietà R se e solo se M non soddisfa la
nen Objecten m unsrer Anschauung oder unseres Den- proprietà R. . .
kens (welche die ‘Elemente’ von M genannt werden) zu Forse si può rendere più semplice il paradosso inse-
einem Ganzen. (Mathematische Annalen, XLVI (1895), rendolo in un contesto meno formale: se un barbiere
pag 481 – la traduzione in italiano è proprio l’inizio rade tutti quelli che non si radono da soli, lui si rade
del § 5). Purtroppo questo modo di definire gli insiemi da solo oppure no? Se un catalogo di libri elenca tutti
porta a notevoli paradossi. Il più noto è il paradosso i libri che non citano sé stessi, il catalogo cita sé stes-
di Russell: seguendo la definizione appena vista, nel so oppure no? Di questo tipo è anche il paradosso di
1901 Bertrand Russell propose di definire un insieme Berry: dato che le proprietà dei numeri si possono de-
a partire dalla seguente proprietà R: “X appartiene ad scrivere, è certo possibile definire numeri descrivendo
X”. Cioè, si prende un insieme e si verifica se l’insieme una certa proprietà, e questa proprietà naturalmente
stesso è uno degli elementi dell’insieme. Se lo è, allora è scritta con un numero finito di parole. Ma allora
la proprietà R è vera, altrimenti è falsa. Consideriamo qual è “Il più piccolo numero che non si può definire
ora l’insieme M che ha per elementi tutti gli insiemi con meno di quindici parole”?

L’intersezione di due insiemi X ed Y è l’insieme degli elementi comuni di


X ed Y, cioè

INTERSEZIONE = {x tali che x appartiene a X and x appartiene a Y}.

Due insiemi si dicono disgiunti quando non hanno elementi in comune


(cioè quando l’intersezione dei due è vuota). Dato un sottoinsieme Y di
un insieme X, il complementare di Y in X è l’insieme degli elementi di X
che non appartengono a Y:

COMPLEMENTARE = {x tali che x appartiene a X and x non appartiene a Y}.

§ 6. Simboli, relazioni e funzioni


Per raggiungere un livello di chiarezza e rigore adeguato, il linguaggio
matematico da sempre si arricchisce di simboli e abbreviazioni che con-
sentono di rappresentare in modo sintetico gli oggetti e le relazioni tra
di essi. Citando Alfred North Whitehead (1861 - 1947), “By relieving the
§ 6. Simboli, relazioni e funzioni 13

Tabella ℵ.1: Tavola dei simboli insiemistici


Simbolo Esempio Significato
∈ 2 ∈ {3, 56, 1, 2} Appartenenza: 2 appartiene all’insieme {3, 56, 1, 2}
⊂, ⊆ {2, 3} ⊂ {1, 2, 3, 4} Sottoinsieme: {2, 3} è sottoinsieme di {1, 2, 3, 4}
⊃, ⊇ {1, 2, 3, 4} ⊃ {2, 3} Contiene: {1, 2, 3, 4} contiene il sottoinsieme {2, 3}
∅ ∅ = {} Insieme vuoto
=
% {1, 3, 2,
%1} = {1, 2, 3} I due insiemi sono uguali (hanno gli stessi elementi)
& {1, 2} &{1, 4} = {1, 2, 4} Unione dei due insiemi {1, 2} e {1, 4}
{1, 2} {1, 4} = {1} Intersezione dei due insiemi {1, 2} e {1, 4}
! {1, 2} ! {1, 4} = {2} Differenza tra i due insiemi {1, 2} e {1, 4}

brain of all unnecessary work, a good notation sets it free to concentrate on


more advanced problems, and in effect increases the mental power. . . ” (An
Introduction to Mathematics, 1911). Si pensi per esempio alla notazio-
ne decimale 2005, 10, 3145 per i numeri, ai simboli <, >, ≤, ≥, !, = per
√ ! Come abbiamo già osservato, il
confrontarli, a +, −, /, per le operazioni, all’utilizzo di lettere a, b, simbolo “=” di uguaglianza molto
. . . , x, y, . . . dell’alfabeto per le variabili. Vediamo in tabella una raccol- spesso viene utilizzato non per con-
ta di simboli della teoria degli insiemi. Quando il simbolo rappresenta frontare due oggetti ma per assegna-
re un valore ad una variabile libera.
una proprietà (essere uguali, appartenere, . . . ), la sua negazione si ottie- Si può scegliere quindi di usare “=”
ne barrando il simbolo corrispondente (come per = e !). Dato che tali per l’uguaglianza e := per l’assegna-
simboli sono ∈,⊂, ⊃ e =, le negazioni delle proprietà elencate saranno Def
zione (o anche ", #, = , ≡, ← ).
indicate quindi con ", #, $, !. Anche, in alcuni linguaggi per calco-
Una proprietà con due variabili libere (argomenti) viene detta rela- latore, “=” per l’assegnazione e “==”
per l’uguaglianza.
zione. Per esempio, “x è divisibile per y”, “x è un elemento dell’insieme
X”, “X è sottoinsieme di Y”, “x e y sono due numeri che hanno lo stesso
segno ”, “la somma dei numeri x e y è uguale a 1”. I due argomenti del-
! Le proprietà “x < y”, “x ≤ y”,
la relazione non necessariamente appartengono a due insiemi distinti, “x > y”, “x ≥ y”, “x = y”, “x ∈ X”,
e spesso si deve capire dal contesto a quali insiemi si intende che ap- “X ⊂ Y”, “X ⊃ Y” e “X = Y” sono
partengano. Di solito le relazioni vengono indicate in modo abbreviato quindi tutte relazioni, cosı̀ come le
loro negazioni.
con opportuni simboli, come nei casi visti sopra (<, ∈, ⊂, . . . ), evitando
possibilmente l’uso di lettere.
Supponiamo che una relazione, definita per x ∈ X e y ∈ Y e indicata
con R(x, y), soddisfi la seguente proprietà:
“Per ogni elemento x dell’insieme X esiste un elemento y
dell’insieme Y tale che R(x, y), e tale y è unico”.
Allora la relazione R(x, y) permette di definire una funzione (che in que-
! Più propriamente R non definisce
sto caso indicheremo con la lettera f ) da X (che si dice dominio di f ) a ma è una funzione. Semmai, al con-
Y (che si dice codominio di f ). Se x è un elemento di X, allora l’unico trario, una procedura consente di de-
elemento y tale che R(x, y) è vera si indica con f (x). Cioè, una funzione finire una funzione, cioè una relazio-
ne y = f (x) di tipo funzionale tra la
può essere vista come una procedura che permette di associare ad ogni
variabile x e la variabile y.
elemento x ∈ X uno e un solo elemento y ∈ Y (chiamato valore della
funzione in x, oppure immagine di x), indicato con f (x) = y.
La funzione f può essere (ed in genere lo è) una procedura che as-
segna ad un certo input x (che può essere un numero, una stringa di
14 Preliminari: il linguaggio della matematica

Tabella ℵ.2: Proprietà delle operazioni tra insiemi


Formula Proprietà Formula
A∪A=A di idempotenza A∩A=A
A∪B=B∪A commutativa A∩B =B∩A
(A ∪ B) ∪ C = A ∪ (B ∪ C) associativa (A ∩ B) ∩ C = A ∩ (B ∩ C)
A ∪ (B ∩ C) = (A ∪ B) ∩ (A ∪ C) distributiva A ∩ (B ∪ C) = (A ∩ B) ∪ (A ∩ C)
A ∩ (A ∪ B) = A di assorbimento A ∪ (A ∩ B) = A

Funzioni e procedure print f([1,2,3])


==> 2
L’analogia con i termini funzione e procedura utilizzati print f([1,2,3])
==> 1
in informatica non deve trarre in inganno. Una fun- print f([1,2,3])
zione (procedura, sottoprogramma) in quel contesto ==> 3
significa una parte di un programma, che esegue uno Nel nostro caso questo non può assolutamente succe-
specifico compito. Se anche è vero che una procedura dere: una funzione matematica non è definita come
prende un input x e calcola un output y, non è neces- procedura ma esclusivamente dai valori che assume.
sario che ad ogni x si associ un unico y. Per esempio, D’altro canto non è vero che ogni funzione (mate-
il valore restituito da una procedura potrebbe cam-
matica) si può implementare come procedura su un
biare ogni volta che la procedura viene eseguita dal
calcolatore: calcolatore (come si potrebbe in un primo momento
import random ipotizzare). Anzi, si può dimostrare che la maggior
def f(x): parte delle funzioni non sono calcolabili mediante un
return random.choice(x) programma.(3)

caratteri, una proposizione, . . . ) un ben determinato output f (x) (che


può essere un numero, un valore di verità, una proposizione, . . . ). Per
esempio, f (x) = x + 1 se x è un numero intero è la funzione che associa
ad x il suo successivo: f (4) = 5, f (5) = 6, . . . La notazione corrente è
quella in cui il valore della funzione in x viene appunto indicato con f (x).
Nella pratica succede che se f è definita in termini di una espressione
(una formula), si usa chiamare funzione l’espressione stessa o anche una
procedura che serve per calcolarla.
! Per esempio x2 + 1; la relazione
R(x, y) da cui si parte è cioè y = x2 +1
Spesso succede che il dominio di una funzione è costituito da un in- e quindi la funzione corrispondente è
sieme di numeri interi (finito o infinito). Sia a(k) una tale funzione, per f (x) = x2 + 1.
esempio. Allora il valore della funzione associato all’intero k viene indi-
cato con ak invece che a(k), e l’intero k viene detto indice. Questo consente
di definire liste di elementi (chiamate anche array, vettori o successioni –
quando infinite).
Le liste con due elementi sono anche chiamate coppie, e vengono indi-
cate con il simbolo (x, y). L’insieme di tutte le coppie con x in un insieme
X ed y in un altro insieme Y è definito come segue:

(ℵ.9) Definizione. Dati due insiemi X ed Y il prodotto cartesiano dei


due insiemi si indica con X × Y ed è l’insieme delle coppie ordinate
(x, y) con x ∈ X ed y ∈ Y.
§ 6. Simboli, relazioni e funzioni 15

Il simbolo della somma (sommatoria) e del prodotto


(produttoria)
Un simbolo molto utile per scrivere somme di numeri in modo sintetico
è la sommatoria, definita nei modi seguenti:
n
'
ai = a1 + a2 + . . . + an ,
i=1

per n ≥ 1, e per 1 ≤ m ≤ n
n
'
ai = am + am+1 + . . . + an
i=m
n
' m−1
' Figura ℵ.2: Bertrand Russell
= ai − ai . (1872–1970).
i=1 i=1
' '
Si può anche scrivere ai , oppure ai .
m≤i≤n i=m,...,n
In modo analogo è possibile definire il prodotto, detto produttoria
n
(
ai = am · am+1 · . . . · an ,
i=m

e simili somme e prodotti con più indici.

(ℵ.10) Esempio. Consideriamo le seguenti somme e prodotti:


4
'
(a) i = 1 + 2 + 3 + 4 = 10;
i=1

n
'
(b) i = 5 + 6 + . . . + (n − 1) + n;
i=5

100
'
(c) 2i = 1 + 2 + 4 + 8 + . . . + 2100 ;
i=0
'
(d) xi y j = x0 y1 + x0 y2 + x1 y2 .
0≤i< j≤2

n
(
(e) k = n · (n − 1) · . . . · 2 · 1.
k=1

!
16 Preliminari: il linguaggio della matematica

L’ultimo esempio è il numero anche noto come fattoriale dell’intero


n, e si indica con il simbolo n!. Si pone per convenzione 0! = 1 e quindi
( n




 k = n · (n − 1) · . . . · 2 · 1 se n ≥ 1
n! = 
 k=1


1 se n = 0

Esercizi

(ℵ.1) Calcolare il minimo numero n di invitati ad una festa necessa-


rio affinché almeno tre di loro si conoscano tra loro (nel senso che
ognuno dei tre conosce gli altri due) oppure almeno tre di loro non
si conoscano (nel senso che tutti e tre non conoscono nessuno degli
! Questo numero è chiamato nume-
altri due). Con una precisazione importante: s’intende qui che se un ro di Ramsey.
invitato A conosce B allora anche B conosce A.

Soluzione. È chiaro che gli invitati devono essere almeno 3, e quindi


n ≥ 3. Può essere che il minimo cercato sia 3? Dovrebbe essere che
per ogni scelta di 3 invitati succede che o si conoscono tutti oppure non
si conoscono tutti: ma questo non può essere sempre vero (basta che due
si conoscano senza conoscere il terzo). Quindi n deve essere almeno 4.
Può essere davvero 4? No: il caso n = 4 si esclude se consideriamo la si- A
tuazione in cui due coppie (di invitati che si conoscono, ovviamente) non
si conoscono tra loro: per esserci tre invitati che si conoscono dovrebbe
essere che una coppia conosce uno degli elementi dell’altra coppia: ma
non conoscendosi questo non accade; dato che ogni scelta di tre invitati
B E
contiene entrambi i membri di una delle due coppie, è impossibile anche
che tre invitati non si conoscano. Quindi il minimo cercato n deve essere
almeno 5. Può essere davvero 5? Qui dobbiamo considerare un esem-
pio un po’ più elaborato: supponiamo che l’invitato A conosca B e E, B
conosca A e C, C conosca B e D, D conosca C e E e naturalmente E cono- C D
sca D e A (forse risulta più chiaro osservando la Figura ℵ.3). Ma allora,
dato che i due invitati che conoscono A (o uno qualsiasi degli invitati, Figura ℵ.3: i cinque invitati alla
cena di Ramsey.
dato che sono tutti nella stessa posizione di conoscere esattamente i due
invitati adiacenti) non si conoscono tra loro, non è possibile trovare tre
invitati che si conoscano. D’altro canto nemmeno si trovano due invitati
che non si conoscano tra di loro e che non conoscano A, per cui risulta
n ≥ 6.
Mostriamo infine che il numero 6 ha finalmente la proprietà che cer-
chiamo. Sia A uno qualsiasi degli invitati. Il numero di persone che
conoscono A può essere almeno 3 oppure meno di 3: se è meno di tre
allora il numero di persone che non conoscono A è almeno 3. Cioè ci
sono due casi: o almeno tre persone conoscono A, oppure almeno tre
persone non lo conoscono. Supponiamo che almeno tre invitati lo co-
Esercizi 17

noscano: allora succede che se (almeno) due di questi si conoscono tra


di loro, questi due assieme ad A formano il terzetto cercato. Se invece
tutti coloro che conoscono A non si conoscono tra di loro, allora abbiamo
trovato i tre che non si conoscono. Possiamo quindi analizzare il secondo
caso: ci sono almeno tre invitati che non conoscono A. Qui il ragiona-
mento è analogo: se due di questi non si conoscono, allora insieme ad A
! Si dice che è una situazione dua-
formano il terzetto cercato di invitati che non si conoscono. Altrimenti, le della precedente: basta sostitui-
si conoscono tutti con tutti e quindi si è trovato il terzetto di invitati che re il termine “conoscere” con “non
si conoscono tutti. Come volevasi dimostrare. conoscere” e viceversa. . .

(ℵ.2) Calcolare la somma dei primi n numeri interi:

S = 1 + 2 + 3 + · · · + n.

Soluzione. Scriviamo la somma nei due modi seguenti, ricordando che la


somma di numeri non dipende dall’ordine con cui la somma è eseguita:

S = 1 + 2 + ... + n −1 + n,
S = n + n−1 + ... + 2 + 1.

Sommando le due equazioni (in colonna) si ottiene

2S = (1 + n) + (2 + n − 1) + · · · + (n − 1 + 2) + (n + 1)
= (n + 1) + (n + 1) + · · · + (n + 1) + (n + 1)
-!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!./!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!0
n volte
= n(n + 1)
n(n + 1)
=⇒ S = .
2
A
(ℵ.3) Dimostrare il Teorema di Pitagora: un triangolo di lati a = BC,
b = CA e c = AB è rettangolo in C se e solo se a2 + b2 = c2 . c
b

Soluzione. Consideriamo e analizziamo inizialmente una serie di dimo-


strazioni del fatto che se il triangolo ABC è rettangolo in C allora c2 =
a2 + b2 (cioè del “solo se”). Si prenda il triangolo rettangolo indicato B
C
in Figura ℵ.4. Ora, disponendo quattro copie del triangolo come nella a
prima delle Figura ℵ.5 si ottiene un quadrato (dato che la somma degli
angoli in A e in C è uguale a 90◦ ) di lato c. Il quadratino all’interno ha Figura ℵ.4: in un triangolo
lato |b− a|, quindi area (b− a)2 . Segue che c2 è uguale a (b− a)2 più quattro rettangolo si ha a2 + b2 = c2 .
volte l’area del triangolo ABC, cioè
ab
c2 = (b − a)2 + 4
2
= b2 + a2 − 2ab + 2ab
= a2 + b2 ,
18 Preliminari: il linguaggio della matematica

b
a b b a a

Figura ℵ.5: dimostrazioni (algebrico-grafiche) del Teorema di Pitagora.

come volevasi dimostrare.


Per la seconda delle Figure di ℵ.5 si procede in modo analogo:
ab
c2 = (a + b)2 − 4
2
= a2 + b2 + 2ab − 2ab
= a2 + b2 .

Si può anche evitare di utilizzare l’algebra e dedurre che c2 = a2 +


b2 dal fatto che la seconda e la terza figura rappresentano quadrati di
area uguale, con quattro copie del triangolo ABC all’interno: quindi il
quadrato c2 deve essere uguale alla somma dei quadrati a2 e b2 .
Per quanto riguarda la quarta basta ricordare come si ottiene l’area di
un trapezio, e scriverla come area di due triangoli ABC più la metà del
! “Base maggiore più base mino-
quadrato di lato c: re per altezza diviso due”. Que-
sta dimostrazione è attribuita al ven-
b+a ab c2 tesimo presidente degli Stati Uni-
(a + b) =2 +
2 2 2 ti d’America James A. Garfield
(1831–1881).
(a + b)2 = 2ab + c2
a2 + b2 + 2ab = 2ab + c2
a2 + b2 = c2 .
Per quanto riguarda l’implicazione inversa, vogliamo dimostrare che
se a2 + b2 = c2 , allora il triangolo ABC è rettangolo in C. Equivalentemen-
te, che se il triangolo non è rettangolo, allora a2 + b2 ! c2 . Supponiamo
per assurdo che a2 + b2 = c2 ma il triangolo non sia rettangolo in C. Ora,
sia A8 B8 C8 un triangolo rettangolo in C8 con cateti B8 C8 e A8 C8 di lun-
ghezze rispettivamente a e b. Dato che abbiamo mostrato poco fa che
per un triangolo rettangolo vale l’uguaglianza a2 + b2 = c2 , allora A8 B8
deve risultare lungo c. Ci troviamo nella seguente situazione: abbiamo
due triangoli, ABC e A8 B8 C8 , con i lati corrispondenti uguali (più preci-
samente, di lunghezza uguale, ovvero congruenti). Per il terzo criterio
Esercizi 19

di congruenza dei triangoli questo significa che i due triangoli sono con-
! Due triangoli sono congruenti se
gruenti, e perciò che gli angoli in C e C8 coincidono: non può essere hanno tutti i lati congruenti.
che ABC non è rettangolo in C mentre A8 B8 C8 lo è. L’ipotesi fatta quin-
di porta ad un assurdo, ed è da considerarsi falsa. Questo conclude la
dimostrazione.

✩ (ℵ.4) Si trovino le lunghezze dei lati di tutti i triangoli rettangoli con


lati di lunghezza intera (esempio: 32 + 42 = 52 ). In altre parole,
determinare tutte le soluzioni intere e positive dell’equazione

x 2 + y 2 = z2 .

Soluzione. Osserviamo che una terna di numeri (x, y, z) soddisfa l’equa-


zione

(2) x 2 + y 2 = z2

se e solo se la terna (kx, ky, kz) soddisfa l’equazione (2), per ogni k ! 0.
Infatti

x2 + y2 = z2 ⇐⇒ k2 x2 + k2 y2 = k2 z2 .

Quindi ci limitiamo a cercare soluzioni senza divisori comuni, cioè solu-


zioni che non si possano scrivere come (x, y, z) = (kx8 , ky8 , kz8 ) per una
qualche terna di interi (x8 , y8 , z8 ) e un numero intero positivo k ! 1. Inol-
tre alcune soluzioni sono abbastanza banali da trovare: se si pone x = 0
(oppure y = 0) l’equazione diventa y2 = z2 (oppure x2 = z2 ) ed ha chia-
ramente infinite soluzioni (basta porre y = z oppure x = z, ricordando
che stiamo cercando soluzioni positive).
Cominciamo con la seguente osservazione: x e y non possono esse-
re entrambi dispari. Supponiamo, per assurdo, che lo siano. Quindi
dovrebbero esistere due interi k ≥ 0 e h ≥ 0 tali che

x = 2k + 1, y = 2h + 1.

Ma se x e y fossero entrambi dispari, lo sarebbero anche i loro quadrati


x2 e y2 , e quindi z2 = x2 + y2 , in quanto somma di due numeri dispari,
sarebbe un numero pari. Allora anche z risulterebbe pari (perché se non
lo fosse il suo quadrato sarebbe dispari e non pari), cioè dovrebbe esistere
un intero s ≥ 1 tale che

z = 2s.
20 Preliminari: il linguaggio della matematica

Sostituendo nella (2) al posto di x, y e z le espressioni in h, k e s si


otterrebbe

(2k + 1)2 + (2h + 1)2 = 4s2


4k2 + 1 + 4k + 4h2 + 1 + 4h = 4s2 e, dividendo per 4,
2
k2 + k + h2 + h + = s2 ,
-!!!!!!!!!!!./!!!!!!!!!!!0 4 -./0
intero intero

ma questo sarebbe assurdo. Quindi non è vero che x e y possono essere


entrambi dispari.
Ora possiamo proseguire con la seguente osservazione: x e y non
possono nemmeno essere entrambi pari. Infatti, se lo fossero, anche z
risulterebbe pari: ma allora (x, y, z) si potrebbe scrivere come (x, y, z) =
(2x8 , 2y8 , 2z8 ): stiamo invece assumendo che questo non si possa fare.
Dato che x e y non possono essere né entrambi dispari né entrambi
pari, devono essere l’uno pari e l’altro dispari. Senza perdere in generalità
possiamo supporre x dispari e y pari, cioè

x è dispari, e



 y = 2u, per un certo intero u ≥ 1.

Proseguiamo risolvendo rispetto a y, cioè scrivendo la (2) come

y 2 = z2 − x 2
(3) 4u2 = (z − x)(z + x).

Ricordiamo che x è dispari e y è pari, per cui x2 è dispari e y2 pari, da cui


segue che z2 è dispari e quindi z è dispari. La somma o la differenza di
numeri dispari è sempre un numero pari, per cui sia z − x che z + x sono
numeri pari: esistono quindi due numeri r ≥ 1 e s ≥ 1 tali che

(4) z − x = 2r
(5) z + x = 2s,

e nelle nuove variabili u, r ed s l’equazione (3) si scrive come

4u2 = (2r)(2s)
(6) u2 = rs.

Ora concludiamo la nostra ricerca osservando che i termini r e s nella (6)


non possono avere fattori comuni: se esistesse un intero p > 1 che divida
sia r che s, allora dividerebbe u (e quindi y), e inoltre dividerebbe anche
x e z, dato che

z = s + r, x = s − r.
Esercizi 21

! Abbiamo sommato e sottratto le


Ma allora da (6) segue che sia s che r sono dei quadrati perfetti, e s > r: equazioni (4) e (5) e poi abbiamo
cioè esistono due interi m > n ≥ 1 tali che diviso per due le equazioni risultanti.

s = m2 , r = n2 ,

e quindi u2 = m2 n2 =⇒ u = mn.
Abbiamo mostrato quindi che se esiste una terna di interi positivi (x, y, z)
senza fattori comuni che risolve l’equazione (2), allora esistono due interi
m e n (m > n ≥ 1) tali che

x = s − r = m2 − n2
y = 2u = 2mn
z = s + r = m2 + n2 ,

oppure (scambiando di posto x e y): x = 2mn, y = m2 − n2 e z = m2 + n2 .


Per concludere l’esercizio dobbiamo mostrare che in effetti al variare
dei due parametri interi m > n ≥ 1 le terne risultanti sono soluzioni di
(2). Ma questo è semplice, dal momento che sostituendo nella (2) si ha

x2 + y2 = (m2 − n2 )2 + (2mn)2 = m4 + n4 − 2m2 n2 + 4m2 n2 ! Per ottenere soluzioni senza fat-


tori comuni però anche m e n non
= m4 + n4 + 2m2 n2 = (m2 + n2 )2 = z2 . devono avere fattori comuni.

(ℵ.5) Calcolare la somma dei reciproci di tutti gli interi, da uno in


poi:

1 1 1 1
S=1+ + + + +...
2 3 4 5

Soluzione. Osserviamo che per ogni n ≥ 1 si ha


! Questa dimostrazione è di Ja-
1 2 1 2 1 2 kob Bernoulli, 1689. Si veda
1 1 1 1 1 1 1 [Dunham(1987)].
= − + − + − +...
n n n+1 n+1 n+2 n+2 n+3
1 1 1
= + + +...
n(n + 1) (n + 1)(n + 2) (n + 2)(n + 3)
22 Preliminari: il linguaggio della matematica

e quindi si ha

1 1 1 1 1 1
1 = + + + + + + ...
1·2 2·3 3·4 4·5 5·6 6·7
1 1 1 1 1 1
= + + + + + ...
2 2·3 3·4 4·5 5·6 6·7
1 1 1 1 1
= + + + + ...
3 3·4 4·5 5·6 6·7
1 1 1 1
= + + + ...
4 4·5 5·6 6·7
1 1 1
= + + ...
5 5·6 6·7
1 1
= + ...
6 6·7


...
1 1 1 1 1 1
= = = = = = ...
2 3 4 5 6 7
dove le somme dei termini raggruppati in colonna sono appunto

1 1 1 1 1 1 1 1 1
, =2· , = 3· , =4· , =5· , ...
2 3 2·3 4 3·4 5 4·5 6 5·6
Ma allora la somma di tutti i termini che compaiono a destra degli uguali
è la somma S cercata. Se però questa fosse finita, allora dovrebbe coin-
cidere con la somma delle somme delle colonne (termini raggruppati).
Cioè, dovrebbe essere
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
1+ + + + + +... = + + + + +...
2 3 4 5 6 2 3 4 5 6
-!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!./!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!0 -!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!./!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!0
termini a sinistra degli uguali risultati delle somme sulle colonne

che potrebbe anche essere scritto come

S = S − 1;

ma questo è impossibile. Quindi S non può essere un numero finito.


Vedremo in modo più preciso nel Capitolo XII, § 3, alcuni risultati sulle
somme di insiemi infiniti di numeri (serie infinite).

✎ Diamoci da fare. . . (Soluzioni a pagina 473)


1 Sia R l’insieme dei numeri reali (che definiremo (a) ∃x ∈ R, x < 2 and x2 > 4;
precisamente nel prossimo capitolo). Stabilire se le (b) ∀x ∈ R, x < 2 =⇒ x2 < 4;
affermazioni seguenti sono vere o false:
(c) ∀x, y ∈ R, x > 2 and y > 3 =⇒ xy > 6;
Esercizi 23

(d) ∀x, y ∈ R, x < 2 and y < 3 =⇒ xy < 6; (b) ∀x, ∀y : ¬p(x, y);
(e) ∀x ∈ R, x2 − 3x + 2 > 0 =⇒ x > 2 or x < 1; (c) ∀x, ∃y : p(x, y);
2
(f) ∀x ∈ R, x − 3x − 4 > 0 and x < 0 =⇒ x > −1; (d) ∀x, ∃y : ¬p(x, y);
(g) ∀x, y ∈ R, xy < 6 and x > 3 =⇒ y < 2; (e) ∃x, ∀y : p(x, y);
(f) ∃x, ∀y : ¬p(x, y);
(h) ∀x, y ∈ R, xy < −6 and x > −3 =⇒ y < 2;
(g) ∃x, ∃y : p(x, y);
(i) ∃x ∈ R, ∀y ∈ R : xy = 0;
(h) ∃x, ∃y : ¬p(x, y).
(j) ∃x ∈ R, ∀y ∈ R : not xy = 0;
(k) ∀x ∈ R, x+2
> 1 =⇒ x + 2 > x − 1; 7 Sia p(x, y) la proprietà (x2 < 2) or (y2 < 2), dove x e
x−1
y sono numeri interi. Vero o falso?
x+2
(l) ∀x ∈ R, x−1
> 1 =⇒ x > 1;
(a) ∀x, ∀y : p(x, y);
x+2
(m) ∃x ∈ R, < 1 and x + 2 > x − 1;
x−1 (b) ∀x, ∀y : ¬p(x, y);
x+2
(n) ∃x ∈ R, x−1
> 1 or x + 2 > x − 1. (c) ∀x, ∃y : p(x, y);
2 Quali delle seguenti proposizioni sono la negazione (d) ∀x, ∃y : ¬p(x, y);
della proposizione “Ogni essere vivente ha due occhi”? (e) ∃x, ∀y : p(x, y);
(a) Ogni essere vivente non ha due occhi. (f) ∃x, ∀y : ¬p(x, y);
(b) Tutti gli essere viventi hanno un occhio solo. (g) ∃x, ∃y : p(x, y);
(c) Ci sono esseri viventi che non hanno due occhi. (h) ∃x, ∃y : ¬p(x, y).

(d) Nessuna delle precedenti. ! 8 Tre amici hanno appena finito di mangiare una piz-
za e devono pagare il conto di 30€ . Raccolgono 10€
3 Consideriamo vere le due seguenti proposizioni: ciascuno e danno i soldi al cameriere, che però dopo
“Tutti gli attori sanno recitare” e “Esistono dei bambini qualche minuto si accorge di aver sbagliato a calcolare
che non sono attori”. Quali delle seguenti affermazioni le somme, e che il conto sarebbe dovuto essere di 25€ .
si possono dedurre? Il cameriere decide quindi di restituire i 5€ in più, ma
(a) Alcuni bambini non sanno recitare. essendo italiano pensa di fare cosa gradita ai clienti re-
stituendo solo 3€ (in modo che sia più facile dividere
(b) Non esistono bambini che sanno recitare.
per 3) e tenendosi 2€ . I tre amici, vistisi restituire 1€ a
(c) Non tutti i bambini sanno recitare. testa, finiscono con l’aver pagato 9€ ciascuno. Ora, se
(d) Nessuna delle precedenti. tre persone pagano 9€ , in totale ci sono 27€ , più 2€
per il cameriere: manca un euro per arrivare al totale di
4 Quali delle seguenti affermazioni sono logicamen- 30€ . Dove è finito?
te equivalenti all’affermazione “Se una persona fuma,
9 Un paese è abitato da due tipi diversi di persone: i
allora dimagrisce” (chi fuma dimagrisce)?
gentiluomini che possono solamente dire cose vere, e i
(a) Chi non dimagrisce non fuma. venditori, che possono solamente dire cose false. Tre
(b) Chi dimagrisce fuma. persone A, B e C stanno conversando. A dice “Siamo
tutti venditori”. B dice “Esattamente uno di noi è un
(c) Chi non fuma non dimagrisce.
gentiluomo”. Chi di loro è gentiluomo e chi no?
(d) Nessuna delle precedenti.
10 Di fronte a due porte ci sono due robot. Uno mente
5 Date due proposizioni p e q dimostrare che: sempre, l’altro dice sempre la verità. Dietro una delle
porte c’è l’uscita, dietro l’altra un mostro assassino. Con
(a) not(p and q) = (not p) or (not q);
una sola domanda, come fare a chiedere ai robot quale
(b) not(p or q) = (not p) and (not q). delle porte aprire?
6 Sia p(x, y) la proprietà “x2 + y2 < 4”, dove x e y sono 11 Quali delle seguenti affermazioni sono vere?
numeri interi. Vero o falso? (a) Esattamente una di queste cinque affermazioni è
(a) ∀x, ∀y : p(x, y); falsa.
24 Preliminari: il linguaggio della matematica

(b) Esattamente due di queste cinque affermazioni 3 in almeno uno dei 4Cn . Per ogni n ≥ 1 sia
stanno
sono false. 1 1
Cn = x ∈ R : ≤ x ≤ 1 + . Determinare
n n
(c) Esattamente tre di queste cinque affermazioni 5 6
sono false. Cn ed Cn .
n n
(d) Esattamente quattro di queste cinque affermazioni
sono false.
17 Elencare tutte le relazioni tra X = {a, b, c} e Y =
(e) Esattamente cinque di queste cinque affermazioni
{1, 2}.
sono false.
18 Scrivere le seguenti somme senza simbolo di
✩ 12 Quali delle seguenti affermazioni sono vere? sommatoria:
5
(a) Nessuna di queste cinque affermazioni è falsa. ' (−1)n n
(a) x ;
(b) Esattamente una di queste cinque affermazioni è n=1
n!
falsa. 4
'
(c) Esattamente due di queste cinque affermazioni (b) nxn ;
sono false. n=0
5 1 2
(d) Esattamente tre di queste cinque affermazioni
' 1 1
(c) − ;
sono false. n=1
n n+1
3
(e) Esattamente quattro di queste cinque affermazioni '
sono false. (d) ijxi y j ;
i,j=1

✩ 13 Quali delle seguenti affermazioni sono vere? k


'
(e) k;
(a) Almeno una di queste cinque affermazioni è falsa.
i=1
'
(b) Almeno due di queste cinque affermazioni sono (f) |xi − y j |.
false. 1≤i<j≤3
(c) Almeno tre di queste cinque affermazioni sono
19 Usare il simbolo di sommatoria per semplificare le
false.
seguenti somme:
(d) Almeno quattro di queste cinque affermazioni
(a) 1 − 3 + 5 − 7 + 9 − 11 + . . . + 121;
sono false. ! " ! " ! "
(b) ds 1 − 12 + 1 − 23 + . . . + 1 − 15 14
;
(e) Almeno cinque di queste cinque affermazioni sono
false. 1 1 1 1 1 1
(c) 1 − + − + − +... + ;
2 3 4 5 6 121
14 Dimostrare che in un triangolo rettangolo in cui (d) dsxn + 2xn−1 + . . . + nx.
tutti i lati hanno lunghezze intere anche il raggio della
✩ 20 Sia q ∈ R un numero diverso da 1. Verificare
circonferenza inscritta è un intero.
l’identità
n
15 Mostrare con un controesempio che la seguente ' 1 − qn+1
proposizione è falsa: per qualsiasi scelta di tre insiemi qk = .
1−q
k=0
A, B e C,

A ∪ C = A ∪ B =⇒ B = C. ✩ 21 Dimostrare che per ogni n intero


n−1
'
(2k + 1) = n2 .
& k=0
✩ 16 Data una famiglia di insiemi Cn , sia n Cn l’inter-
sezione di tutti gli insiemi (cioè l’insieme degli%elementi
comuni a tutti i Cn ). Allo stesso modo sia n Cn l’u- 22 Verificare per qualche valore di n le seguenti
nione di tutti i Cn , cioè l’insieme degli elementi che identità:
Esercizi 25

7n n(n + 1)(2n + 1) (b) χA + χB − χA∩B = χA∪B .


(a) ds k=1 k2 = ;
6
8 92 ✩ 25 Sia X un insieme: l’insieme delle parti di X, cioè
7 n(n + 1)
(b) ds nk=1 k3 = . l’insieme di tutti i sottoinsiemi di X, viene indicato col
2 simbolo 2X . Giustificare questa notazione dimostrando
che, se X è un insieme finito con n elementi, allora 2X
23 Quante sono tutte le possibili relazioni su un
ha 2n elementi. (Si veda anche l’Esercizio 39 a pagina
insieme di 3 elementi?
39 .)
24 Sia X un insieme e A ⊂ X un suo sottoinsieme. Sia 26 Dati due insiemi A e B dimostrare le seguenti
χA la funzione cosı̀ definita: proprietà del complementare:

1 se x ∈ A (Ac )c = A, (A∪B)c = Ac ∩Bc , (A∩B)c = Ac ∪Bc .


χA (x) = 
0 se x " A.

Dimostrare che per ogni A e B sottoinsiemi di X si ha:


27 Dimostrare le proprietà delle operazioni tra insiemi
(a) χA · χB = χA∩B , e elencate nella Tabella a pagina 14.

❊❊❊