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Publications de l'cole franaise

de Rome

L'Italia agraria nell'et imperiale : fra crisi e trasformazione


Domenico Vera

Riassunto
La crisi economica dell'Italia imperiale, che attualmente vede contrapposte opinioni storiografiche antitetiche, risente di
una tradizione di studi che tende a divaricare Principato e Dominato. Un periodo cruciale, oppure trascurato, appare quello
compreso tra tarda et antonina e Tetrarchia, in cui si realizzano profonde trasformazioni strutturali del sistema agrario.
L'esito tardoantico di queste trasformazioni invita a guardare pi ottimisticamente alle fasi anteriori di fine II e III sec. e a
interpretarle non solo e non tanto in termini di declino, quanto in termini di una ristrutturazione riuscita del sistema agrario
ereditato dalla tarda repubblica e dall'et augustea; un sistema non pi rispondente alla nuova situazione politica ed
economica dell'Italia nel contesto dell'impero.

Citer ce document / Cite this document :

Vera Domenico. L'Italia agraria nell'et imperiale : fra crisi e trasformazione. In: L'Italie d'Auguste Diocltien. Actes du
colloque international de Rome (25-28 mars 1992) Rome : cole Franaise de Rome, 1994. pp. 239-248. (Publications
de l'cole franaise de Rome, 198);

http://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1994_act_198_1_4406

Document gnr le 16/06/2016


DOMENICO VERA

L'ITALIA AGRARIA NELL'ET IMPERIALE


FRA CRISI E TRASFORMAZIONE

Un fantasma innominato, eppure incombente, si aggira fra i lavori di


questo Colloquio : la crisi dell'Italia imperiale, che vorrei, se non
esorcizzare, almeno evocare. Premetto che il mio intervento toccher
prevalentemente l'economia agraria e i problemi dell'Italia centrale e meridionale. Il
punto di partenza obbligato l'interpretazione di Rostovtzeff che, per
quanto palesemente sorpassata in ragione delle conoscenze disponibili al tempo
in cui fu scritta la Social and Economie History of the Roman Empire, rimane
tuttora attualissima per inquadrare il dibattito in corso. Schematizzando al
massimo, troviamo schierati su posizioni che risulta difficile conciliare
seguaci e critici del grande storico russo : gli uni sostenitori di un'Italia
agricola che progressivamente va in rovina ed appare gi allo sfascio nell'et
antonina non disgiuntamente da un crollo delle manifatture e da una
profonda destrutturazione sociale'; gli altri impegnati a dimostrare che fino a
tutto il II secolo d.C. e per la parte iniziale del III, non esistono prove di una
crisi strutturale nella viticoltura nell'agricoltura italica in generale2. Poi,
naturalmente - e mi pare che anche alcuni interventi di questo incontro
centrati su tematiche specifiche lo dimostrino - ognuno trova il modo di fare
entrare singoli tasselli nel mosaico gi prefigurato a dimostrazione,
appunto, che tutto, alla fine, quadra; ed inevitabile che alcune argomentazioni
assumano un andamento circolare.
Collegandomi ad alcune osservazioni fatte da Capogrossi in apertura, e
anche in rapporto a mie ricerche sulle trasformazioni agrarie dell'Italia nella
seconda fase del Principato3, vorrei sottolineare che un certo abuso di
questa idea della crisi, negata affermata, risulta fuorviante per l'indagine
storica, laddove prevale sull'idea di trasformazione. A un bilancio anche im-

A. Carandinj, Prefazione a J. Kolendo, L'agricoltura nell'Italia romana,


1

Roma, p. XL VII; Schiavi in Italia, Roma, 1988, p. 224; La villa romana e la


piantagione schiavistica, in A. Momigliano e A. Schiavone (ed.), Storia di Roma, IV
(Caratteri e morfologie), Torino, 1989, p. 130; ma vd. le forti riserve di M. Mazza,
che in buona parte condivido (/ modi della trasformazione : morte e
trasfigurazione della economia nell'impero romano, in RCCM, 2, 1991, p. 115-42).
- P. Garnsey e R. Saller, The Roman Empire. Economy, Society and
Culture, Londra, 1987, p, 58 sq., partie, p. 60.
'Schiavit rurale, colonato e trasformazioni agrarie nell'Italia imperiale, in
Stienr.e dell'Antichit. 6 !992 ICS.i
240 DOMENICO VERA

pressionistico non sfugge, per esempio, che il grosso delle ricerche,


sostanzialmente, tende ad arrestarsi agli Antonini, lasciando nell'indeterminatezza
delle ricostruzioni incompiute le fasi severiane immediatamente successive
e poi i decenni fino alla tetrarchia e a Costantino. Siccome questa cronologia
non corrisponde a una reale periodizzazione dei fenomeni sociali ed
economici, ma pi che altro a una diffusa convenzione accademica, ne consegue
che una discussione troppo polarizzata sulle tematiche del declino perpetua
una scarsa attenzione verso la seconda parte del II secolo e il III secolo, in
cui si verificano indubbiamente notevoli cambiamenti d'ordine generale
nelle strutture terriere, nelle forme del lavoro e della propriet. In questo senso,
la relazione di A. Carandini4 sugli sviluppi medio e tardoimperiali della villa
periferica - che appare il tipo pi longevo di azienda rustica, forse pi
rozzo economicamente della villa centrale ma anche pi robusto e capace
di adattarsi a situazioni di produzione diversificata - segna un notevole
progresso, nella misura in cui avanza bene addentro nell'et imperiale
proseguendo fino al IV secolo e oltre. In esso io vedo il segnale di un
cambiamento positivo di tendenza che pone al centro dell'attenzione le neglette fasi
della seconda met del II secolo e il III secolo, anche se la prospettiva di
Carandini appare ancora dominata dall'attenzione per la patologia dei
fenomeni agrari dell'et imperiale, pi che per la loro fisiologia.
Un secondo effetto perverso della tendenza a creare interruzioni nel filo
dell'indagine che chi riprende la storia economica della Penisola dopo Dio-
cleziano e Costantino ha davanti a s agli esiti maturi e organici di
trasformazioni che sono anteriori, che non sono interpretabili in chiave di decline
and fall ma nelle quali non affatto chiara la genesi. Se, infatti, nella
discussione versiamo una nozione di crisi intesa esclusivamente come complesso
di fattori negativi, inevitabile che si cada nella contrapposizione di una
visione ottimistica a una visione di segno opposto, mentre in realt il
quadro notevolmente variegato. Se, inoltre, non si precisa quando la crisi,
come insieme di forze in prevalenza destrutturanti, cessa di essere tale ed
seguita - come appunto avvenne in Italia nella seconda parte del Principato -
della elaborazione di nuovi sistemi agrari e di nuove razionalit, si rischia
da parte dei sostenitori della tendenza rostovtzeffiana di ipotizzare una
decadenza infinita, e da parte dei suoi oppositori una continuit senza
fratture, che evidentemente non da ragione dei mutamenti strutturali connotanti
la facies tardoantica. forte, poi, il dubbio che ove l'antichista dice crisi
meglio sarebbe parlare con E. Le Roy Ladurie5 di cicli agrari regionalmente
distribuiti. Purtroppo, la documentazione antica non consente n
formulazioni seriali, n calcoli quantitativi di breve periodo per individuare i cicli6.
Sta di fatto che questi fenomeni esistevano, e bisogna tenerne conto.
Personalmente, mi vado convincendo : a) che fra I e II secolo il declino
agrario della Penisola assume andamenti veloci e decisamente catastrofici
solo in aree delimitate, site soprattutto nelle regioni centrali tirreniche;
b) che un discorso ben diverso richiede la Cisalpina, la cui geografia econo-

4 In questa sede, p. 167-174.


s Les paysans du Languedoc, Parigi, 1966, p. 327-328.
6 A. ScHiAVONE, Classi e politica in una societ precapitalistica. Il caso della
Roma repubblicana, in QS, 9, 1979, p. 26-27.
L'ITALIA AGRARIA NELL'ET IMPERIALE 241

mica, ira l'altro, risulta notevolmente diversificata; e) che solo indagini


mirate e circoscritte di tipo regionale consentono di ricostruire gli andamenti
alquanto differenziati del variegato panorama economico dell'Italia
imperiale. Non un caso che quanto pi avanza questo tipo di indagini7, tanto pi
appaiono semplificatone le visioni tutte giocate sull'antitesi
declino/prosperit.
Nonostante il rischio di cadere nell'ovvio, vale la pena di ribadire che la
grande diversit di situazioni regionali e locali impedisce di parlare di una
storia economica dell'Italia tout court. Si possono individuare, tuttalpi,
macroregioni, ma sempre considerando che al loro interno operano realt
estremamente composite, fatte di subregioni, di contesti locali e di stili
produttivi geograficamente differenziati. Limitandoci alle macroregioni,
palese che la Cisalpina ha una storia e sviluppi del tutto peculiari. Per questa
parte della Penisola si pu iniziare a discutere seriamente di una fase di
declino - gi superata ai primi del IV secolo - solo dopo la fine dei Severi8; ma
nel contesto di un regresso complessivo dell'impero nella parte centrale del
III secolo, la cui incidenza, comunque, viene giudicata dalla critica storica
pi recente assai meno grave di quanto una vulgata ampiamente seguita
fosse solita ritenere9. Meno chiaro e meno riconosciuto negli studi, ancora
dominati dallo Hannibal's legacy di Toynbee, il fatto che in diverse aree
dell'Italia meridionale (Sannio interno, Apulia settentrionale, Lucania costiera)
e nella Sicilia si ebbero crescite e recuperi produttivi proprio fra II e III
secolo (ma le cronologie hanno sviluppi regionali molto diversificati) con piena
fioritura nell'et di Costantino e dei suoi successori immediati10. Tale
rinascita pare attestarsi su indici economici inferiori rispetto alla fase
preannibalica e si muove un quadro strutturale mutato, ma non assolutamente
trascurabile. Io sono convinto che quanto pi si riprender in mano la
documentazione letteraria e si proseguiranno le indagini sui contenitori, sui
manufatti italici tardi e sui paesaggi agrari regionali - come per es. sta facendo
G. Volpe per l'Apulia" - tanto pi si avranno indicazioni di permanente flori-

7 Una esauriente rassegna in G. Barker e J. Lloyd (ed.), Roman


Landscapes. Archaeological Survey in the Mediterranean Region, Londra, 1991.
x Vd. due recenti contributi collettivi : La citt nell'Italia settentrionale in et
romana (Trieste, 13-15 marzo 1987), Roma, 1990; Die Stadt in Oberitalien und in
den nordwestlichen Provinzen des rmischen Reiches, Magonza, 1991.
9 C.R. Whittaker, Agri deserti, in M.I. Finley (ed.), Studies in Roman
Property, Cambridge, 1976, p. 137-165; A. King e M. Hermig (ed.), The Roman West
in the Third Century (B.A.R., Int. Sen, 109), Oxford, 1981; E. Frzouls (ed.), Crise
et redressement dans les provinces europennes de l'Empire (milieu du HP-milieu
du IV- sicle), Strasburgo, 1983.
111 SANNIO : J. Patterson, Crisis : What Crisis? Rural Change and Urban
Development in Imperial Appettine Italy, in PBSR, 55, 1987, p. 115-146; SICILIA : R.J.
Wilson, Towns in Sicily during the Roman Empire, in A.N.R.W., II, 11/1, Berlino-
New York, 1988, p. 90-206; Trade and Industry in Sicilv during the Roman Empire,
ibid., p. 207-305; BASILICATA e LUCANIA : vd. : Barker-Lloyd, Roman Laud-
scapes, cit., p. 194-203 (Gualtikri e Polignac), 204-222 (Small); APULIA :
G Voi. it., Lai Dauuia nell'eia della romanizzazione, Bari, 1990.
11 C. D'Angela e G. Volpe, Insediamenti e cimiteri rurali tra tardoantico ed ai
io medioevo: alcuni esemni, in VetChr. 28. 1991, 141-167- G Voi pi "Sulle
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dezza della economia agricola in Italia fino a tutto il IV secolo e, per diverse
regioni, anche oltre. Ma questa constatazione dovr costituire solo il punto
di partenza di una riflessione su modifiche importanti del sistema agrario (e
pi in generale produttivo ed economico) nella seconda fase del Principato
che ancora male conosciamo.

II

Sarebbe dunque opportuno conferire alla nozione stessa di crisi


dell'Italia imperiale, intesa come somma di processi dominati da fattori di
decadenza e di destrutturazione, una valenza limitata, superata la quale si
tratta di comprendere che cosa ne risulta. Ora, difficile pensare a una curva
permanentemente declinante delle condizioni agricole della Penisola da
Traiano, se non gi da Augusto, fino a Giustiniano. La considerevole
prosperit complessiva dell'Italia alle soglie del IV secolo stata dimostrata per la
Cisalpina da Lellia Ruggini12. Pi di recente stato notato come l'assenza di
reazioni dei possessores italici alla perdita dei privilegi fiscali decretata da
Diocleziano rappresenti il segno evidente che il sistema agricolo era
sufficientemente forte da tollerare i gravami della iugatio-capitatio13 . Occorre
aggiungere che non si tratt solo di inusitati pesi fiscali, bens anche annonari,
dal momento che le province settentrionali vennero deputate al
mantenimento del comitatus imperiale mentre il vicariato suburbicario dovette
rifornire l'annona di Roma di carne e, soprattutto, di ingenti quantitativi di vino
destinato alle distribuzioni pubbliche14.
Il capovolgimento della prospettiva tradizionale con cui stata
giudicata la provincializzazione dell'Italia (prima perdita della prosperit materiale
e infine dell'immunit fiscale) ribalta di fatto la visione pessimistica
dominante nella storiografia. La quale, a prescindere dalla diversit profonda
delle opinioni circa l'esistenza stessa di una crisi, giunta con le sue riflessioni
al pi tardi alle soglie dell'et severiana pare recalcitrante a proseguire,
contentandosi di consueti, rassicuranti stereotipi : la decadenza tardoantica che
inizia con Marco Aurelio e prosegue fino ai Longobardi, la crisi del III
secolo, grimaldello buono per tutti gli usi15.
Il secondo aspetto degli assetti agrari che invita a non appiattire la
ricostruzione storica sulle generalizzazioni ancorate all'idea di una pura e
semplice destrutturazione, oppure di un continuismo senza diversit strutturali,
rimanda alla constatazione che allo spirare del III secolo, quando la
documentazione ridiventa abbondante, noi vediamo chiaramente che si
formato un nuovo sistema agrario, dotato di una logica e di una organicit com-

condizioni economiche della Puglia dal IV al VII secolo d.C. : alcune note quaran-
t'anni dopo, in ASP, 45, 1992, p. 65-135.
12 Economia e societ nell'Italia annonaria, Milano, 1961.
13 A. Giardina, Lavoro e storia sociale : antagonismi e alleanze dall'ellenismo
al tardoantico, in OPUS, 1, 1982, p. 134-135.
14 Da ultimo B. Sirks, Food for Rome, Amsterdam, 1991.
15 Giustamente S.L. Dyson, Community and Society in Roman Italy, Baltirno-
ra, 1992, p. 226 sq.
L'ITALIA AGRARIA NELL'ET IMPERIALE 243

plessive, e che esso ha gi assunto quei caratteri permanenti che ritroviamo


testimoniati, sia pure con ovvi mutamenti, fino all'et di Gregorio Magno lp.
Anche in questo caso bisogna supporre una gestazione anteriore di lunga
durata che va studiata come un processo di trasformazione e adattamento
capace di creare nuove razionalit. Che queste razionalit, in termini
as oluti, siano inferiori a quelle espresse dal modo di produzione schiavistico
possibile, anche se poi, di fatto, inevitabile la relativit dei parametri su cui
si fondano i giudizi di valore. E in ogni modo, ci che importa
comprendere storicamente il funzionamento dei sistemi agrari e la logica di eventuali
mutamenti, non certo classificarli classicisticamente decretando
l'ostracismo alle epoche buie.
Con eccezioni notevoli - per es. A. Schiavone17 - il dibattito attuale
sull'Italia imperiale continua a registrare una curiosa scissione fra la sfera
della storia economica e della storia politica. Sicch, ogni valutazione di
razionalit economiche isolate e contrapposte in vitro appare, quanto
meno, incompleta. Come non mettere nel conto dei ragionamenti sulla
razionalit dell'agricoltura mercantile schiavistica gli enormi flussi di
ricchezza indotti dall'imperialismo repubblicano che dopo l'avvento di
Augusto cessano di irrorare direttamente (schiavi-investimento) e
indirettamente (consumi-esportazioni) le terre italiche? Come non considerare, per
altro verso, che intervennero fattori moderatori di questa evoluzione
negativa? La condizione dell'Italia di massima fra le tax consuming regions18
dell'impero continu ad alimentare la richiesta di derrate da parte delle
citt e dell'insaziabile mercato di Roma. Cos, comportarono benefici non
trascurabili da un lato i provvedimenti di Traiano sul trasferimento
patrimoniale in suolo italico di parte delle fortune senatorie provinciali (Plin.
Ep. 6, 19; H.A. Mare. 11, 8), dall'altro la tendenza spontanea delle famiglie
ascese ai vertici politici dell'impero a rimanere a Roma, a spendervi
red iti di provenienza provinciale e, ci che pi importa, ad acquistare terre
nelle regioni centro-meridionali e in Sicilia, vendendo spesso le propriet
possedute nelle regioni d'origine'9. impensabile che questo travaso di
ricchezze e redditi, che si opera fra gli Antonini e i Severi, abbia riscontro
solo nel Suburbio romano e non abbia avuto effetti positivi su tutto il
quadro agrario, consentendo alla concentrazione terriera di risolversi in
grande propriet che si riorganizza e non in latifondo. Una nozione,
questa di latifondo, gi imprecisissima per gli antichi, che andrebbe cassata
dalle classificazioni moderne, nelle quali evoca, per effetto di suggestioni

1(1 D. Vera, Forme e funzioni della rendita fondiaria nella tarda antichit, in
A. Giardina (ed.), Societ romana e impero tardoantico , I, Roma-Bari, 1983,
p. 406 sq.
17 Una struttura nascosta. La grammatica dell'economia romana, in
Momigliano e Schiavone, Storia di Roma, cit., (. 1), p. 38 sq.
18 Cfr. . Hopkins, Taxes and Trade in the Roman Empire (200 B.C. - A.D.
400), in JRS, 70, 1980, p. 101-125, e C, Wickham, L'Italia e l'alto Medioevo, in Arch.
Med'., 15, 1988, p. 105-24.
>Q D. Vera, Aristocrazia romana ed economie provinciali nell'Italia tardoanti-
ca : il caso siciliano, in OC, 10, 1988, p, 115 sq
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modernizzanti, solo agricolture estensive, bassa produttivit, parassitismo


sociale, scarso investimento, miseria contadina.

Ili
L'intervento congiunto di Tina Panella e Andr Tchernia20 indica che
ambedue, pur rimanendo su posizioni distanti circa l'esistenza di un declino
della viticoltura italica - su come, cio, si debbano interpretare il I secolo e
la prima met del II - aprono prospettive meno oscure di quelle prevalenti
solo pochi anni or sono per la fase successiva fino all'et severiana. Certo, ci
fu un calo fortissimo delle esportazioni, un aumento delle importazioni
provinciali e la circolazione vinaria acquist una dimensione regionale; ma
pur vero che ci fu uno spostamento di produzioni verso l'alta valle del
Tevere, la costa adriatica, il Piceno, la Romagna; n pare dubbio che la
viticoltura rimase un settore importante per l'economia italica, capace di far fronte
ai bisogni dei centri urbani, se si esclude il caso particolarissimo di Roma,
ove comunque le presenze italiche rimasero sempre notevoli. A tutto ci va
aggiunto che conosciamo in maniera inadeguata i tipi anforici successivi al
II secolo - per cui molte produzioni ci sfuggono - e che la progressiva
diffusione della botte implica una quantit enorme di produzione che non lascia
alcuna traccia.
Rimane comunque il dubbio di fondo se sia corretto centrare l'analisi
sui destini di una sola merc21 e non considerare il complesso delle capacit
produttive di un sistema agrario, il cui compito primario rimaneva la
sussistenza dell'Italia e che, gi in et tardorepubblicana aveva esteso settori
basilari come la cerealicoltura e l'allevamento, per i quali non sono rilevabili
segni di grave flessione22. La nozione di prosperit agricola dell'Italia non va
pertanto legata esclusivamente al surplus esportabile, n alla diminuzione
delle unit agrarie specificamente volte a produrre vino. Il commercio
mediterraneo importante, ma pi importante, ai fini della definizione di
parametri di crescita declino, appare la capacit del sistema agricolo di
provvedere alle esigenze interne, vale a dire il rapporto tra popolazione e risorse.
Senza neanche entrare nella discussione sul capitalismo romano, il
modello generale di riferimento rimane la peasant economy nella
formulazione di E. Thorner23 : il compito del sistema agricolo di produrre rendite
per i proprietari, tasse per il governo e, soprattutto, risorse alimentari per la

20 In questa sede, p. 145-165.


21 Una discussione comunque molto utile fra A. Carandini e A. Tchernia in
Amphores romaines et histoire conomique : dix ans de recherche..., Roma, 1989,
p. 504-521, 531-536.
22 Fra i lavori pi recenti su cerealicoltura e allevamento : P. De Neeve, Co-
lonus, Amsterdam, 1984, p. 149 sq.; M.S. Spurr, Arable Cultivation in Roman
Italy, e. 200 B.C. - e. A.D. WO, Londra, 1986; M. Corbier, La transhumance entre le
Samnium et l'Apulie : continuits entre l'poque rpublicaine et l'poque impriale,
in La Romanisation du Samnium aux IIe et Ier sicles av. J.-C. (Naples 4-5
novembre 1988), Napoli, 1991, p. 149-76.
23 L'conomie paysanne, concept pour l'histoire conomique, in Annales
(ESC), 19/3, 1964, p. 417-32.
L'ITALIA AGRARIA NELL'ET IMPERIALE 245

popolazione. chiaro che l'aderenza dei meccanismi reali dell'agricoltura


italica ai funzionamenti della peasant economy crebbe, a partire dal II
secolo, proporzionalmente al suo trasformarsi da regione esportatrice in
regione principalmente produttrice di derrate per le esigenze interne. Lo
studio di W.M. Jongman24 su Pompei implica che, laddove diminuivano le
colture destinate a produrre surplus commerciabili (in sostanza vino) con cui
acquistare grano, dovevano aversi conversioni tese a produrre, appunto,
grano e altre derrate alimentari essenziali. Quindi, la crisi vinaria dell'Italia
imperiale, che se non certa per il I e II secolo appare pi sicura nel III,
una crisi di settore, non dell'agricoltura in generale. Allo stesso modo,
l'abbandono diffuso di villae nel corso del II e del III secolo, non significa, se
non raramente, abbandono puro e semplice dei terreni, ma va legato
piuttosto a fattori concausali : alla concentrazione della propriet, a modifiche
nell'organizzazione del lavoro dipendente (dalla schiavit al colonato) e,
conseguentemente, alla riconversione dei fondi ad altre colture o, anche, ad
altri modi di produzione, a una sempre maggiore importanza degli
insediamenti paganico-vicani. Indubbio appare l'incremento dei coltivatori-fitta-
voli (liberi schiavi), per lo pi installati in fattorie abitanti in vici, di cui
pochissimo si occupata l'indagine archeologica e topografica ipnotizzata
dalla villa di piantagione2'.
Che la caduta della villa schiavistica classica non sia stata cos
repentina come si supposto, risulta, oltre che dall'archeologia26, da testimonianze
della prima met del III secolo27. per palese che fra II e III secolo si verifi-
cano notevoli mutamenti nell'organizzazione interna delle aziende agrarie :
per la manodopera, la tendenza di decentrare la produzione in unit
minori coltivate autonomamente da fittavoli, liberi schiavi, di separare la
conduzione diretta con schiavi dalle terre date in fitto; nella gestione
patrimoniale, si espande sempre pi la conduzione indiretta tramite la grande (con-
ductores) e la piccola {coloni) affittanza, che si organizzano in un complesso
sistema28. Di conseguenza, le ville, oltre a diminuire numericamente,
vengono in vario modo trasformate : da residenza padronale a semplice edificio
rurale, da centri di produzione di un fondo specifico a centri coordinatori di
agglomerati fondiari sparsi, con conseguente incremento delle strutture

24 The Economy and Society of Pompeii, Amsterdam, 1988, p. 187 sq.


25 J.-P. Vallai, Les structures agraires de l'Italie rpublicaine, in Annales
(ESC), 42/1, 1987, p. 181-218.
26 Per la villa sulla Via Gabinia : K.M. Widrig, Two Sites on the Ancient Via
Gabinia, in K.S. Painter (ed.), Roman Villas in Italy. Recent Excavations and
Research, Londra, 1980, 127 sq.; per San Rocco : M. A. Cotton e G.P.R. Mtraux,
The San Rocco Villa at Francolise , Londra, 1980, p. 78-84; per alcune ville
dell'area prenestina edificate fra II e III secolo sulla base di antichi modelli : M. An-
DREussi, Stanziamenti agricoli e ville residenziali in alcune zone campione del
Lazio (sulla base degli studi pubblicati nella Forma Italiae), in A. Giardtna e
A. Schiavone (ed.), SRPS, I, Roma-Bari, 1981, p. 354.
27 Ulp. Dig. 33, 7, 8; 12, cfr. 7, 11, 13, 6 e 50, 15.4, 5; Paul. Sent. 3, 6, 50; Dig.
14, 3, 16; 22, 78; 33, 7, 18; 21, 1; 25, 1; vd. P.A. Brunt, in JRS, 72, 1982, p. 160.
28 Ottima la trattazione di L. Capogrossi Colognesj, Grandi proprietary
contadini e coloni nell'Italia romana (I-III d.C), in Giardina, SRIT, cit., I, p. 325-
365.
246 DOMENICO VERA

connesse all'ammasso delle derrate. Tutte queste trasformazioni sono


diffusamente attestate29 : nelle ville tardoantiche dell' Apulia settentrionale e del
territorio di Volcei, come a Casal Morena (suburbio) e a Le colonne
(Cosa), a Villanova di Castenaso (Bologna); estremo, ma indicativo e non
certo isolato, appare il caso della villa augustea sulla Via Gabinia trasformata
nel IV secolo in un gigantesco granaio.
ipotizzabile che anche l'organizzazione dei rapporti fra produzione
agricola, rendita e mercato si sia orientata diversamente dal passato.
Rispet o alla conduzione diretta tramite aziende schiavili, tendono a prevalere,
data la struttura allargata ma sparsa della propriet terriera, gli accumuli par-
cellari effettuati con i canoni dei fittavoli e gli acquisti dai possessores
minori. Inoltre, come gi si avverte nel III secolo e come palese nel IV, per
avviare verso i centri urbani le derrate prodotte da un sistema agrario
notevolmente frammentato e diversificato i grandi proprietari dovettero
procedere alla costruzione di una propria organizzazione commerciale. Essi, nel
Tardoantico diversamente dal I e II secolo, dialogano direttamente col
mercato, che assume una dimensione in prevalenza regionale e locale30. Il che,
tra l'altro, potrebbe essere una buona spiegazione per ci che ha notato
J. Andreau31 : che in Italia nel III/IV secolo i mestieri bancari appaiono
meno diffusi che non nelle province, e che il motivo del declino dei banchieri
deve ascriversi alla fine delle operazioni commerciali di intermediazione
implicanti movimento di denaro.
Che molti cambiamenti, situati fra II e III secolo, vadano letti secondo
un'ottica di riorganizzazione intenzionale della propriet che, allargandosi,
muta necessariamente i propri funzionamenti in rapporto ai meccanismi
nuovi di produzione delle derrate e di percezione della rendita, e non tanto
secondo una prospettiva di declino, parrebbe indicato anche da una
costante diffusa : che le ville attestate nel tardo impero sono quelle che gi nei
secoli precedenti risultavano pi grandi rispetto alle altre che vengono
definitivamente abbandonate32. D'altra parte, la convinzione che l'avanzare del
colonato segni una diminuzione della produzione agricola in termini di qualit
(per es. vino pregiato), quantit ed economia mercantile deriva da pregiudizi
che si vanno sfaldando sotto la spinta di indagini analitiche33.

29DAUNIA: D'Angela- Volpe, Insediamenti, cit.; CASAL MORENA:


Corrente, Alcuni esempi di forme economiche nel settore Est del Suburbio, in
Misurare la terra, IV, Modena, 1985, p. 116; VILLANOVA DI CASTENASO : S. Gelichi
e alii, in Giardina, SRIT, cit., p. 569-575; VIA GABINIA : W.M. Wjdrig, Land Use
and The Via Gabinia Villas, in E.B. Mac Dougall (ed.), Ancient Roman Villa
Gardens, Washington, 1987, p. 225-260.
30 D. Vera, Strutture agrarie e strutture patrimoniali nella tarda antichit :
l'aristocrazia romana fra agricoltura e commercio, in OPUS, 2, 1983, p. 489-533; cfr.
A. Carandini, // mondo della tarda antichit visto attraverso le merci, in Giardina,
SRIT, cit., Ill, p. 3 sq.
31 In questa sede, p. 175-203.
32 Vera, Schiavit rurale, cit., (ivi indicazioni specifiche).
33 Gi serie obiezioni in Tchernia, Le vin de l'Italie romaine, Roma, 1986,
p. 262 e ora, a livello generale, in L. Foxhall, The Dependent Tenant : Land
Leasing and Labour in Italy and in Greece, in JRS, 80, 1990, p. 97-114.
L'ITALIA AGRARIA NELL'ET IMPERIALE 247

IV
Probabilmente, diverse aporie e non poche lacune potrebbero essere
superate se i fenomeni agrari fossero seguiti senza soluzioni dal Principato al
tardoantico, la cui documentazione, notevolmente ricca, consente di verifi-
care la fondatezza di alcune ipotesi circa l'evoluzione delle strutture agrarie
nel II e III secolo : che, in realt, dopo l'et traianea (epistolario pliniano, la
cui testimonianza ha peraltro una valenza circoscritta, tabulae veleiate e dei
Ligures Baebian) il quadro delle fonti antiche appare alquanto carente :
come stato sconsolatamente rilevato, plus de potes, plus d'agronomes'4.
Rimangono, si, preziosissimi, i Gromatici e il Digesto, ambedue ancora
sottoutilizzati; ma la vaghezza geografica delle situazioni concrete che questi
corpora illustrano costituisce un limite invalicabile. La soluzione sarebbe
quella di integrare questi realia indeterminati, che pure forniscono
informazioni importanti, con l'indagine archeologica e topografica. In particolare,
sarebbe necessario analizzare le fasi di ville tardorepubblicane
protoimperiali che continuarono a funzionare fino alla tarda antichit, studiare pi da
vicino le ville minori e le fattorie; soprattutto, bisognerebbe anche studiare
vici e pagi, che nell'organizzazione agraria dei territori dovevano avere un
peso non inferiore e, probabilmente, anche superiore, alle ville
medio-grandi. Eppure, anche la scoraggiarne documentazione scritta contiene qualche
suggerimento di tendenza che l'archeologia rurale dovrebbe considerare. I
giuristi di inizio III secolo fanno riferimento alla suddivisione dei funi
maggiori, a parti a conduzione diretta tramite schiavi e salariati e parti a
conduzione indiretta mediante grandi conductores e piccoli contadini-coloni (Dig.
13, 7, 25; 20, 1, 32; 31, 86, 1; 33, 1, 21 pr.; 33, 7, 12, 3; 40, 7, 40, 3). Gi prima i
gromatici di et traianea (Hyg. 93 Th.) indicano l'uso dei possessores di un
gran numero di fondi di abbandonare le villae e di mantenerne solo alcune.
Plinio il Giovane conferma appieno la notizia quando medita, in caso di
acquisto a Tifernum Tiberinum di una tenuta confinante con la sua, imam
villani colere et ho mare, alterarti tantum tueri (Ep. 3, 12, 9). Ulpiano dice che
spesso Yinstrumentum di un fondo come prestato ai numerosissimi
(plurimi) altri fondi del medesimo propietario, sottintendendo quindi che questi
ultimi ne sono sprovvisti (Dig. 33, 7, 12, 4).
Ora, considerando che i fenomeni strutturali dell'economia agraria
antica si muovono secondo i tempi lenti della lunga durata e che gi fra l'et
traianea e severiana le fonti prospettano evoluzioni che si delineano pi
chiaramente col tardoantico, sarebbe fruttuoso e lecito - sia pure con tutte
le cautele e i distinguo necessari - proiettare all'indietro, nella fase fra
Antonini e Tetrarchia, situazioni che vediamo gi ben consolidate verso il 310-
320 : se non altro per intenderne la genesi. Cos, i dati estraibili sulla
distribuzione della propriet terriera secondo il catasto di Volcei (323 d.C.) sono
collegabili alla concentrazione emergente dai catasti traianei di Veleia e dei
Ligures Baebianiv\ e la massa fundorum, cos frequentemente attestata nelle

"''Tchkrma, Le vin, cit., p. 272.


R.P. DuNCAN-JoNtis, Some Configurations / Laidholdig m the Roman
Empire, in Finley, Studies in Roman Property, cit., p. 7-24; E. Champun, The
Volcei Land Register (CIL, . 407), in AJAH, 5, 1980, , 13-18.
248 DOMENICO VERA

donazioni costantiniane del Liber Pontificalisb , appare la diretta discendente


dei raggruppamenti terrieri testimoniati dai gromatici Igino (Traiano) e
Siculo Facco (II/III sec), nonch dai giuristi severiani Papiniano (di grande
interesse Dig. 34, 5, 1), Ulpiano e Paolo (Th. 93, 116, 125-126; Dig. 32, 92; 33,
7, 12).

Domenico Vera

16 Le fonti sulle massae in Ruggini, Economia e societ, cit., p. 558 sq. e


passim; ma la precocit di certi fenomeni dell'accorpamento terriero stata
individuata anche da De Neeve, Colonus, cit., 262 sq.