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Struttura e Gestal t: una difficoltà della Fi l osofi a

del l ’ari tmeti ca

Jocelyn Benoist

La Filosofia dell’aritmetica di Husserl (1891) è un testo di cui si


impara, oggi, a riscoprire il valore1. Per molto tempo ha sofferto del
discredito procuratogli agli occhi del pubblico filosofico dalla critica
assassina di Frege che, in una famosa recensione (1894), ne ha fatto il
modello stesso di quello «psicologismo» che condannava. Il peso di
questa critica si è molto aggravato del fatto che successivamente
sembra averla accolta lo stesso autore del libro, perché nei suoi
Prolegomeni a una logica pura (1900) dichiara che non si è mai tanto
duri quanto con gli errori che si sono condivisi. Così secondo lo stesso
Husserl bisognerebbe ascrivere la Filosofia dell’aritmetica a una prima
fase del suo pensiero, ancora impregnata della filosofia di Brentano, e
molto lontana dalla svolta in direzione del senso puramente ideale degli
oggetti formali e del loro modo specifico di darsi (l’intuizione categoriale)
che caratterizza l’invenzione della fenomenologia.
Qui lasciamo da parte la questione, che oggi senza dubbio può
essere posta grazie a certo neo-brentanismo analitico (Kevin Mulligan,
Peter Simons, Barry Smith), di tutto ciò che la fenomenologia deve a
Brentano — anche nella sua forma compiuta, a partire dalle Ricerche
Logiche. Tantomeno si affronterà la questione, ancora più difficile, di
stabilire se la Filosofia dell’aritmetica, che Husserl dedica al suo
maestro, sia realmente un’opera di filosofia brentaniana oppure no. Si
osserverà semplicemente che riguardo al numero il libro inaugura già,
con i mezzi che ha a disposizione, cioè quelli di una psicologia
descrittiva , delle questioni prettamente fenomenologiche: si tratta di
un’analisi dei concetti che li riconduce ai fenomeni nei quali
s’incarnano, i quali a loro volta vengono interrogati sul loro «senso»,
sulla loro carica oggettiva di significato che li determina al di là della
loro semplicità di «contenuti» psichici. La coscienza opera un certo
numero di atti su tali «contenuti» e in questo modo gli dà un certo
«senso»; è questo senso che interessa la fenomenologia, e che la
distingue specificamente dall’empirismo2. Così la Filosofia

1 Dedicato a Robert Brisart, Jean-Philippe Narboux, Ronan de Calan, Alexandra


Renault, Maël Renouard; con tutti loro, in un modo o nell’altro, ho sperimentato che
una struttura non una Gestalt.
2 Per quest’analisi, vedi E. Husserl, Filosofia dell’aritmetica, traduzione e cura di G.

Leghissa, Milano, Bompiani, 2001, p. 74 (Hua XII, p. 31): «si deve in generale
distinguere tra il fenomeno in quanto tale e ciò che per noi significa e per cui lo
utilizziamo, e, in conformità a ciò, anche tra la descrizione psicologica di un fenomeno
e l’indicazione del suo significato».
dell’aritmetica, senza usare la parola, ha definito il livello di analisi
specifico della fenomenologia.
Che questo livello (in cui certamente si può porre anche la
questione di una «genealogia dei concetti» nel senso di Riemann,
secondo una problematica cara a Giuseppe Longo) non fosse visibile dal
punto di vista di Frege, relegato alla mera delucidazione logica dei

concetti stessi, una cosa. Che ci sia o meno lo spazio per un’analisi
del gener   un’altra, ed  in fondo l’intera questione della

fenomenologia. C’ o no uno spazio per la fenomenologia — nel senso di
un suo spazio specifico? La questione, ci sembra, ha attraversato tutto il
XX secolo, e non soltanto le filosofie d’ispirazione fenomenologica in
senso stretto.
Ma invece di riaprire ancora una volta tale questione
metafilosofica nello spazio limitato che ci   oncesso, il che
significherebbe fare l’apologia di un testo che oggi in fondo non ne ha, o
non ne ha più, bisogno, preferiremo affrontare una difficoltà che il testo
sembra inevitabilmente sollevare, per mostrare come esso possa essere
tutt’ora fonte d’ispirazione filosofica per quanto riguarda problemi
filosofici definiti. Il valore di un’opera filosofica consiste soprattutto nei
problemi che mette in luce, piuttosto che nelle soluzioni che crede di
proporre.

Nella Filosofia dell’aritmetica c’ un passaggio davvero molto
difficile, tanto difficile quanto strategico.
Dopo una lunga prima parte che propone una teoria della
costruzione del numero «nel senso proprio del termine», tale cio che 
possa darsi intuitivamente, e secondo questa stessa intuizione, con un
ritorno riflessivo e astrattivo sugli atti della coscienza, Husserl giunge al
risultato sorprendente secondo cui questa costruzione, che a suo parere
dischiude il senso del numero, vale soltanto fino al numero 7 o al 12 (a

seconda dei testi), e non di utilità alcun a al di là di questi primi stadi
della numerazione. La prima fondazione del numero nel corso del testo,
intuitiva, sembra dunque votata all’insuccesso.
Spingiamoci oltre: anche nel caso di tutti i primi numerali,
bisogna comunque dissociare il loro significato intuitivo di numerazione
di una quantità, secondo cui possono darsi, dal loro statuto aritmetico,
che consiste essenzialmente nel fatto di prestarsi a delle operazioni.
Questo carattere operazionale del numero quale se ne occupa

l’aritmetica non una proprietà di tutti i primi gradini della serie degli
interi, ma una proprietà generale del numero, che reinveste i primi stadi
della costruzione e gli attribuisce esattamente lo stesso valore degli
stadi superiori. Come tali, «i numeri in ambito aritmetico non sono delle
entità astratte» (p. 223; Hua XII, p. 181), il che significa,
fondamentalmente, che contrariamente ai risultati del processo
astrattivo non sono ricavati da alcuna «intuizione».
Il problema fondamentale della seconda parte della Filosofia
dell’aritmetica  dunque il passaggio al simbolico, il solo in grado di
rendere conto della vera natura del numero come realtà operazionale, e
definita esclusivamente da quelle operazioni che si possono fare su di
essa.
Il problema posto nei termini brentaniani del passaggio dalla

sfera delle «rappresentazioni proprie» (cio intuitive, nel senso di
intuitive ci ciò di cui esse sono rappresentazioni) a quella delle
«rappresentazioni improprie», attraverso cui l’oggetto viene certamente
rappresentato, ma senza essere esso stesso «dato» all’intuizione o, in
ogni caso, non in quanto dato3.
È un problema di legittimità. Se il concetto di molteplicità

(Vielheit), che in Husserl alla base di quello di numero (nella misura in
cui quest’ultimo risponde alla domanda «quanto?», Wieviel?),  
tato
ottenuto a partire da costruzioni «proprie» (eigentlich), nell’intuizione,
come trasferirlo (e trasferire al tempo stesso il concetto di numero,
mantenendone l’impiego omogeneo) sul terreno dell’uso delle
rappresentazioni improprie? In che misura si può parlare di quantità,

cio riferirsi a essa, in un senso improprio?
È a questo punto che interviene nell’analisi un anello
argomentativo decisivo, ma estremamente imbarazzante. Infatti, in 
questo contesto che Husserl introduce la nozione di Gestalt, sotto il
nome di «momento figurale» (figurales Moment). Quest’invenzione 
esattamente contemporanea a quella di Ehrenfels nel suo famoso

articolo Über Gestaltqualitäten, ed riferita anche, nell’uno e nell’altro,
al medesimo testo di Mach, nell’Analisi delle sensazioni.
Ora, la question molto semplice: che ci fa qui la Gestalt? È vero
che Husserl ci ha prevenuti, già nella prefazione del libro: «mi sono
impegnato in analisi assai dettagliate, come se in gioco vi fosse stata
una sorta di “metafisica del calcolo”, laddove l’analisi […] lasciava
prevedere un guadagno per la psicologia o per la logica.» (p. 48; Hua XII,

p.6). Certo, l’abbozzo di una psicologia della Gestalt non un risultato
trascurabile, e meritava una deviazione. Ma rimane la questione: che

cos’ che, nella Filosofia dell’aritmetica, e più precisamente nel
problema del «passaggio» (Übergang) che menzioneremo fra poco (quello
dalla molteplicità intuitiva alla molteplicità simbolica), poteva motivare
una tale deviazione, o perlomeno dare il pretesto per un’invenzione del
genere?
Evidentemente, le Gestalten qui considerate da Husserl sono
Gestalten «quantitative», percezioni globali e intuitive di quantità finite, e
relativamente limitate, afferrate come interi. Dunque il ragionamento
sembra il seguente: dato che posso percepire «un filare di alberi», «uno
stormo di piccioni» (esempi di Gestalten), qui bisognerà riconoscere una
forma di comprensione impropria della quantità. In effetti, in casi del
genere certamente non produco ciascun termine nell’intuizione per
enumerarlo, così da costruire la quantità in questione nel senso di una

3 Sulla problematica delle rappresentazioni proprie e improprie nel giovane Husserl,


nel suo rapporto alla tradizione di Brentano e ai suoi vari rappresentanti, si veda il
nostro articolo L’heritage autrichien dans la pensée du jeune Husserl: représentations
propres et impropres, in «Austriaca» 44 (1997), pp. 23-52.
procedura effettiva. Piuttosto, mi trovo di fronte a una sorta di
riconoscimento globale di una quantità che non viene costruita come
tale, a una sorta di «effetto di quantità», per così dire — cio la 
sensazione di avere una certa quantità, nel suo genere perfettamente
definita, ma che tuttavia non si dà nel senso proprio del termine.

Nel suo genere quest’analisi senza dubbio interessante, e mette

in risalto il fatto che Husserl stato un eccellente psicologo descrittivo.
Da parte nostra, però, non vediamo come possa permettere di costituire
(e tanto meno di costruire) il numero nel suo senso aritmetico, cio 
simbolico. Un numero formale, con cui si possa calcolare, e che in fondo
si definisce essenzialmente e soltanto attraverso ciò, non  erto uno
stormo di piccioni o un mucchio di mele. Lo prova il fatto che stricto
sensu gli stormi e i mucchi non si sommano in modo definito: tutt’al più
si mescolano.
Questo Husserl lo sa molto bene. Ma allora cos’ che può 
trattenere la sua attenzione sulla Gestalt quantitativa, da cui sembra
dipendere la svolta principale della Filosofia dell’aritmetica (svolta in
direzione del simbolico)? Tutto considerato, sembra abbastanza chiaro: i
«momenti figurali» quantitativi rappresentano una sorta di
compromesso: la possibilità di trovare, sul terreno stesso dell’intuizione,
un processo di simbolizzazione che produca in quanto tale un effetto di
quantità. Du nque l’esibizione di Gestalten quantitative prova la
possibilità di un rapporto simbolico con la quantità (e dunque un senso
«improprio» della quantità come tale), dato ch  
possibile sul terreno
stesso dell’intuizione. Un’intuizione «globale» può prendere il posto di
altre intuizioni, che non hanno luogo (quelle, analitiche, dei diversi
membri della quantità presi separatamente, e in questo modo costituiti
in «molteplicità», termine per termine). Così la Gestalt ci permette di

andare al di là di 7 o di 12 , e questo già qualcosa.
Ciononostante, bisogna ammettere che essa non ci permette di
andare molto lontano. Le Gestalten di «grandi» quantità non sono
possibili, per non parlare dell’infinito, che pone un limite assoluto a
questo genere di analisi. D’altra parte, e soprattutto, come riconosce
Husserl stesso all’inizio del capitolo successivo, esse non ci danno mai

un numero nel senso aritmetico del termine, cio operazionale. La
costituzione di questo genere di totalità sintetica, attraverso relazioni

interne legate al livello percettivo, l’esatto contrario di ciò che più tardi
(III Ricerca Logica) Husserl indicherà come la fondamentale analiticità
della costruzione del numero.

Ma allora, com’ possibile che Husserl faccia di questo riferimento
alla Gestalt il perno del passaggio da una concezione intuitiva e
«propria» del numero alla sua concezione simbolica? Il problema,
dunque,  he ciò di cui dovremmo servirci, per cucire insieme i due

con il numero.

significati del numero, ha forse a che fare con la quantità, ma c erto non
vero che qui probabilmente siamo riportati ai limiti
della domanda di partenza attraverso cui Husserl, all’inizio della

Filosofia dell’aritmetica, voleva misurare cos’ un numero: cio quella
del «quanto?». «Uno stormo» 
una possibile risposta alla domanda:

«quanti piccioni ci sono?». Ma non un numero, e non detto che abbia 
qualcosa a che vedere con un numero.
Certo la possibilità di una relazione «simbolica» con la quantità al
livello stesso della percezione sensibil  
interessante; ma sarà mai
sufficiente a rendere conto del fatto che possa esserci una relazione
 
puramente simbolica — cio qualcosa di pi del tutto percettivo — con
una tale quantità? Sicuramente quando calcolo percepisco dei segni, e
la mia capacità di fare o perazioni si basa su questa percezione. Ma
questa non ha niente a che vedere, nel suo contenuto, con ciò che qui
dovrebbe essere simbolizzato (la quantità). D’altra parte, se nella
«Gestalt quantitativa» la quantità non si presenta chiaramente,
analiticamente, nell’intuizione globalizzante ch  
al suo posto (la
simbolizza, come quantità analiticamente determinata), e se questo 
che produce l’effetto di Gestalt, in un certo senso essa tuttavia c’è, sotto
forma di relazioni date che possono essere attualizzate attraverso
un’analisi della suddetta percezione. Dei fenomeni di segnicità
immanenti all’intuizione, anche propriamente intuitivi, non potranno mai
equivalere a un vero e proprio passaggio al simbolico, che al contrario si
opera attraverso l’evacuazione di ogni intuizione dalla cosa stessa.
Questa non sembra un’obiezione decisiva alla costruzione
husserliana, perché Husserl stesso, nella Filosofia dell’aritmetica, 
convinto che ci sia una rottura e una differenza di natura fra
simbolizzazione percettiva (gestaltica) e semiotica4. Allora, però, si pone
inevitabilmente la questione di come mantenere al concetto di
«molteplicità» ( Vielheit) quel senso univoco cui il passaggio alla
simbolizzazione intuitiva doveva appunto permettere, per transizione
per così dire, di ottenere un uso che potesse valere anche per un
impiego puramente simbolico, calcolatorio. Il fatto che possa esserci un
certo senso intuitivo e puramente simbolizzante della molteplicità non
garantisce alcunché riguardo la relazione fra un ruolo puramente
simbolico, calcolatorio, del molteplice e il suo senso originario, intuitivo.

Poiché da una simbolizzazione all’altra c’ qualcosa di pi che un 

cambiamento di scala. C’ un cambiamento di stile puro e semplice, e il
fatto che l’una mantenga una certa forma di riferimento, o di
traducibilità in termini di costruzione «propria», dato che in fondo
rimane sullo stesso terreno, per quanto riguarda l’altra non garantisce

niente. Il fatto che c’ o ci può essere una forma di improprietà (cio di 
segnicità) nella stessa rappresentazione propria non assicura in alcun
modo la correlazione della sfera delle rappresentazioni improprie in
generale e di quella delle rappresentazioni proprie, e, attraverso ciò, la
referenzialità delle prime — ch  
appunto la questione fondamentale
della Filosofia dell’aritmetica. A questo livello, restava completamente da
chiarire il concetto di numero che corrisponde a tale uso — calcolatorio

4 Secondo un termine che impiegherà nel contesto delle ricerche immediatamente


successive alla Filosofia dell’aritmetica (manoscritti preparatori per il secondo tomo,
che non vedrà mai la luce).
— dei segni, concetto che potrebbe benissimo non appartenere alla
stessa famiglia di quello che consiste nel dire «quanto».
Certamente al centro della Filosofia dell’aritmetica husserliana
rimane un problema: quello dell’equivocità del suo concetto di
simbolico. Fra i processi delle simbolizzazioni sensibili, realtà scoperta
genialmente da Husserl in convergenza con altre ricerche
contemporanee, e la costituzione di un sistema simbolico fondato su un
uso regolato di segni che non siano altro che segni (e che in se stessi
non diano alcun accesso intuitivo a ciò che rappresentano), c’ un 
baratro che non può essere colmato da alcuna deduzione genetica o
fenomenologica.
Si trattava della conquista del senso formale che sarà poi al
centro delle Ricerche Logiche (cfr. la distinzione fra a priori materiale e a
priori formale nella Ricerca III): quello che si attribuisce al livello della
struttura, forma d’invarianza che si definisce attraverso la sua tenuta
alla sostituibilità indefinita dei propri contenuti, resi «posti liberi»,
mentre al contrario la Gestalt, seppure «quantitativa», ci installa sempre
al centro del «contenuto», nella sua rete di solidarietà materiali
irriducibili. Nella Filosofia dell’aritmetica a Husserl rimaneva da
compiere un passo notevole per giungere a una trattazione corretta del
simbolico, introdotto indubbiamente come elemento di raccordo, al
punto critico dell’intuizione, secondo una problematica che manteneva
un senso ingenuamente empiristico.

Ma l’interesse di questo primo tentativo ci sembrato tanto pi 
importante in quanto oggi ci permette, retrospettivamente, di

visualizzare ciò che l’insistenza su uno stato pi avanzato del sistema
husserliano, abbandonate le sue esplorazioni gestaltiche, non ci
 
permetterebbe pi di vedere, e cio proprio lo scarto fra struttura e
Gestalt.

(Traduzione di Adriano Bugliani)

[Originariamente pubblicato su Iride, 37, Dicembre 2002]