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Vac, Logos e Tao

Introduzione

Sulla natura del Simbolico.


Le lingue disegnano nel loro divenire storico i confini di quel terreno di possibilit nel
quale sbocciano, si sviluppano e periscono, nelle loro complessa trama vivente, le
forme di ogni civilt. La parola attraversa e compenetra il caotico e variopinto flusso
dei fenomeni, dell'apparire,permettendo ,tramite la sua forza plasmatrice, l'emergere
di un mondo, di un cosmo.
la forza vivente della parola che conferisce una parvenza di stabilit e solidit
all'incessante cambiamento dei fenomeni, disponendo cose ed eventi nella luce del
senso e ivi trattenendoli li conquista all'essere li assicura e li conserva avvolgendoli nel
velo opaco dell'ovvio, nella dimensione dell'abituale. Alla forza plastica della parola
dunque intrinsecamente connesso il momento della staticit e del limite, cio della
fissazione dei significati conquistati al possibile, questo un momento costitutivo
della comunicazione e della tradizione.
L'abituale, il solito terreno dell'esperienza quotidiana nel quale si riconosce la
comunit di parlanti, il risultato di un lungo processo formativo. nella grammatica
ancora inespressa di una lingua sono sedimentate e cristallizzate quelle interpretazioni
originarie che costituiscono la mappa della realt a cui tutti i dialoganti di una
comunit linguistica fanno costantemente ed inconsapevolmente riferimento nello
rapportarsi reciproco. Queste interpretazioni originarie, l'essere delle cose, delle
azioni, degli agenti, rappresentano quelle strutture elementari attraverso le quali il
discorso raccoglie e distribuisce l'identit e la differenza, intessendo legami e
opposizioni, ritagliando nel flusso del possibile quelle forme e figure ben definite di cui
si nutrono l'esperienza e la memoria.
Se nella natura luminosa del simbolico far apparire le cose prospettandole sullo
sfondo del possibile, appartiene ugualmente alla sua natura la qualit della
trasparenza: come la luce rende manifesta le cose restando invisibile essa stessa, cos
il simbolico, pur formando e conferendo direzione di senso allesperienza, si mantiene
nell inapparente.
Cose ed eventi appaiono perci all'uomo, all'essere parlante, indipendentemente dal
loro essere nominati. Le cose perdono cos il carattere di possibilit prospettate da
simbolico per assumere una propria natura autosussistente e ben definita di
oggetti,cose, sostanze, relazioni tra sostanze. Questo atteggiamento reificante
inerente alla coscienza naturale, al senso comune, che irrigidisce il possibile nelle
convenzioni linguistiche sempre stato riconosciuto dall'umanit storica: nella
tradizione indiana tale forza che conferisce solidit e realt autonoma alle apparenze
evanescenti viene chiamata Maya, i greci identificavano la luce ingannevole
dell'apparenza nella Doxa.
Gli esploratori della conoscenza fin dalle origini rompono la rete di Maya della Doxa,
scompigliandola e sospendendo la tendenza reificante del senso comune , attraverso
la produzione di nuove possibilit che sottraggono al reale la parvenza della necessit.
Lo sforzo degli esploratori del senso attua una fluidificazione delle cristallizzazioni
semantiche e giunge ad una ridefinizione transitoria delle possibilit, in un movimento
di deriva che traccia la storia del simbolico e costituisce l'energia vitale della
tradizione.

L'esperienza del simbolico

Da quando l'uomo diventato tale egli vive immerso nell'elemento del simbolico, egli
abita un mondo, cos come il pesce vive nell'acqua e l'uccello nell'aria. Come
quest'ultimi anche l'uomo talmente immerso nel proprio elemento da non percepirne
neppure la consistenza: egli avverte s la parole i suoni da cui queste sono formate e
le cose che esse indicano, ma non la forza manifestativa che anima il linguaggio e il
suo stesso essere.
Tuttavia il Simbolico stesso si manifesta, irrompe nell orizzonte della comprensione
umana con il vigore di un'esperienza trasformatrice. Tale esperienza, che risveglia il
parlante, immedesimato nella dimensione reificata della Doxa, alla vertiginosa libert
senza fondamento del Simbolico, riconosciuta universalmente, sia pur attraverso
prospettive che giungono a contrapporsi radicalmente, tanto in occidente che in
oriente.
lo stupore quell'esperienza che fonda alla radice e trasmette costantemente la
propria linfa rigeneratrice e mette in moto la tradizione del Simbolico. Tuttavia in
Occidente lo stupore considerato come quella scintilla che accende l'amore per il
sapere, esso il motore del processo conoscitivo che il sapere, una volta acquisito,
trascende assieme all'ignoranza. In oriente lo stupore invece il vertice stesso della
conoscenza, esso non introduce semplicemente al desiderio del sapere, piuttosto esso
stesso squarcia il velo accecante di Maya, dell'ignoranza. Se l'uomo aspira alla
conoscenza non deve superare tale esperienza, ma dimorarvi stabilmente.
Per comprendere un atteggiamento cos diverso nei confronti dello stupore, bisogna
tener presente che l'Occidente e l'Oriente hanno aperto sentieri a volte paralleli, ma
pi spesso divergenti nel territorio della conoscenza.
Per l'Occidente il sapere si identifica con la comprensione delle cause che
determinano la necessit dell'essere (l'esser cos e non altrimenti del mondo), della
complessit di tutti i processi che la costituiscono. In altre parole, prima la filosofia e
poi la scienza, hanno interpretato la conoscenza come il procedimento acquisitivo e
cumulativo di sapere che sfocia in una spiegazione-giustificazione integrale della
realt, quest'ultima esigenza, che ha animato per secoli la metafisica occidentale , si
trasformata nella sua attuale incarnazione scientifico tecnica.
Dalla rivoluzione scientifica in poi, la scienza ha rinunciato alla giustificazione
razionale della totalit del mondo ,lasciando questo compito "vano" alla metafisica. In
effetti non si tratta di una rinuncia ma di una pretesa ancora pi grande: il dominio
della natura , il sapere diventa cos potere , volont di potenza. La scienza e la tecnica
intendono infatti pilotare la dinamica dei processi fisici per trasformare il mondo e al
limite per ricrearlo in funzione del proprio volere: quale? Quello di giungere ad una
sempre maggiore capacit di trasformazione, mirando perci ad un indefinito
incremento di potenza.
In oriente la conoscenza fin dalle origini non appare come un processo di
acquisizione accumulazione, bens come un processo di liberazione. La verit non si
presenta come un contenuto da conquistare, bens come un modo di essere , sottratto
alla percezione umana dal velo di Maya.L' Ignoranza, nel contesto della sapienza
orientale, non riguarda la catena delle cause che costituisce il processo del reale, non
riguarda l'ordine della rappresentazione giustificativa dell'esistente, bens
l'autocomprensione dell'uomo, non la domanda " Che cos'"?, ma "Chi sono" ?
Diversi saranno i sentieri che questa domanda dispiegher nelle tradizioni dell'
induismo , del buddhismo e del taoismo ma un il filo conduttore comune le orienter
tutte verso il medesimo fine della liberazione.
In questo contesto ignoranza rappresenta quel senso di separatezza che si frappone
fra l'uomo e il mondo, tra l' io e l' altro, tra il soggetto e l'oggetto. Tale dualit che
struttura l'esperienza ordinaria, maya, pu venir trascesa attraverso un processo di
reintegrazione nella totalit che dunque al contempo un processo di liberazione dalle
opposizioni, dalle limitazioni che dominano la comprensione dualistica. Questo
sentiero di conoscenza non originariamente estraneo all'Occidente, basti pensare ad
Eraclito e al pensiero dialettico che percorre il sapere dell 'occidente da Platone ad
Hegel, tuttavia il razionalismo metafisico della filosofia greca ed europea ha condotto
ad una sorta di oblio e di rimozione del potenziale liberatorio per lasciare spazio alla
pura volont di dominio della tecnica .
Oggi nel mondo globalizzato, dove anche le culture d'Oriente appaiono capillarmente
intrise dalla volont di potenza della scienza , della tecnica e del capitalismo
industriale e finanziario, non vediamo ancora se e come l'assimilazione di queste
forme di vita occidentali possano portare ad una emersione di quel potenziale
liberatorio che le caratterizzava o se il nichilismo occidentale non finir con l'inaridire
anche queste fonti dopo aver drammaticamente prosciugato le proprie.
Nonostante i divergenti cammini abbiano allontanato oriente e occidente lungo la
storia per ricondurli sotto lo stesso giogo della volont di dominio, proviamo a risalire
a ritroso verso la fonte comune dello stupore cui l'animale parlante esposto per il
fatto stesso che parla.
Alla base dell'esperienza dello stupore non troviamo lo straordinario che risalta nel
mezzo della cerchia quotidiana nella sua eccezionalit. Ci che suscita lo stupore
l'abituale stesso. E, nello stupore, lovviet dell'abituale viene sospesa, ci che accade
un rivolgimento della comprensione, dell'esperienza: questa non pi univocamente
orientata verso un mondo di cose ed eventi autosussistenti, qui il comprendere fa
esperienza del simbolico in quanto tale, viene investito dalla luce del significato in cui
risplendono le cose, gli eventi. L'uomo, l'essere parlante, viene strappato dal solido
terreno della convenzione linguistica che ricopre quella fonte del possibile dove
radicata la natura pi intima del simbolico e questa rivelazione lo immerge nel muto
stupore. In tale rivolgimento dell'esperienza la totalit dell'esistente appare sotto una
nuova luce e questa luce risplende nel parlare degli uomini, questo il luogo ove si
articola la forma del mondo.