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Renzo De Felice

Io non riabilito il fascismo,


voglio solo comprenderlo
Cos nel 1975 lo storico
rispondeva a quanti
accusavano la sua opera di
"revisionismo". La sua era
letteratura "scientifica", non
politica. Una lezione utile
ancora oggi

Federico Orlando
Mar, 03/11/2015 - 08:13
Renzo De Felice, titolare della
cattedra di Storia dei partiti e
dei movimenti politici
all'Universit di Roma, abita,
tra molti libri, a Monteverde
Vecchio, un quartiere di
memorie garibaldine e di
tensioni populiste tra il
Gianicolo e Trastevere. Un
bel luogo, ma non tanto la
page.
La sinistra non volle capire
Si capisce gi da questo che
De Felice non un
intellettuale integrato. La
polemica che lo ha investito
lo conferma. La polemica
scoppiata intorno al suo
ultimo saggio Intervista sul
fascismo, curato per Laterza
da Michael A. Ledeen: un
ebreo di origine polacca che
ha avuto mezza famiglia
sterminata dai nazisti e che
stato assistente di un altro
profugo dall'Europa, Mosse,
all'Universit del Wisconsin.
Abbiamo intervistato De
Felice dopo che lunghi e
violenti articoli di Valiani,
Tranfaglia, Alatri, Ferrara,
Basso, Ferrarotti ed altri ci
avevano fatto temere che lo
spettro di Maurras si
aggirasse nel Paese, a
ritentarvi l'impresa fallita
mezzo secolo prima in
Francia.
Professore, lei imputato di
tentata riabilitazione del
fascismo. Ma non reo
confesso. Anzi, dopo le prime
accuse, ha dichiarato che
quando il panorama delle
critiche fosse stato pi vasto,
avrebbe replicato in termini
scientifici, riportando la
discussione sul terreno dove
l'Intervista era nata. pronto
per discolparsi?
L'accusa del tutto
infondata. Sono lontanissimo
dal voler operare qualsiasi
forma di riabilitazione del
fascismo. La mia unica
preoccupazione quella di
capire il fascismo, anche se
qualcuno obbietta che cos
c' rischio di capirlo troppo.
Per me, il fascismo storico,
quello che s' sviluppato fra
le due guerre, un fatto
concluso, una sua
resurrezione in quei termini
non pensabile. L'attuale
radicalismo di destra cosa
diversa dal fascismo storico.
Comunque, solo avendo
un'idea precisa di quel
fascismo, si pu far opera
anche politica per
scongiurare il pericolo - cui
qualcuno mostra di credere -
di un suo ritorno. Se no, si
corre dietro a pericoli
inesistenti o marginali e non
ci si accorge di quelli che
sono invece i pericoli reali.
E lei lo dice con tanta
disinvoltura? Non crede che
proprio questo smascherare i
pericoli inesistenti o
marginali e riportare
l'attenzione ai pericoli veri
confessi un disegno politico,
di cui l'Intervista accusata
di essere strumento?
L'accusa di fare il gioco del
nemico sempre toccata agli
storici che si sono occupati
della storia dei vinti quando
erano ancora in vita i
vincitori. Ce lo insegna la
storia della storiografia del
Risorgimento. Ma ho detto
che il ciclo del fascismo
storico concluso e quindi se
ne pu fare la storia. E se
non fosse concluso
occorrerebbe trattarlo
storicamente (e non solo
politicamente) per
esorcizzarlo.
Ma lei lo ha fatto con prove
inattendibili di Tranfaglia. E
Lelio Basso le contesta
addirittura di avere inventato
il ceto medio emergente
che secondo lei sarebbe stato
protagonista del fascismo.
Quello del ceto medio
emergente un problema
che si pu discutere, non
liquidarlo con affermazioni
negative. Bisognerebbe tener
conto di quel che era stato
gi prima della guerra, ma
soprattutto durante e subito
dopo, un tipo di sviluppo che
port a una diffusione della
propriet agricola e dello
sviluppo terziario, e cos al
formarsi di un nuovo ceto di
imprenditori. Del resto, il
discorso non nemmeno
nuovo. La migliore sociologia
ha elaborato la teoria del
ruolo strategico del gruppo
parzialmente bloccato, che
stata discussa anche e
prevalentemente in
riferimento ai ceti medi. I
gruppi interessati cercano di
rimuovere gli ostacoli che
bloccano la loro ascesa
sociale: i loro sforzi possono
farli diventare dei gruppi
innovatori o rivoluzionari. Il
fenomeno stato studiato in
riferimento all'Europa e allo
sviluppo di paesi dell'America
latina. Si concordato nel
rilevare che certi motivi
populisti, nazionalisti,
anticapitalisti e
antimperialisti (nel senso di
opposizione ai paesi
plutocratici) sono tipici di
quei gruppi quando si
trovano in condizioni di
sviluppo bloccato a livello di
partecipazione politica e
sociale. Insomma, se si vuole
discutere, c' ampia materia
in sede di studio delle
trasformazioni sociali, di
ricerca storica, di ricerca
sociologica. Ma, per farlo,
necessario non partire da
premesse dogmatiche.
Dunque lei insiste nel negare
che le sue siano prove
inattendibili? E che, in tempi
di religione proletaria, lei
abbia parzialmente assolto la
borghesia capitalistica
dall'aver voluto il fascismo?
Non so quali prove
inattendibili Tranfaglia mi
contesta, visto che nel suo
articolo non ne indica. Il suo
discorso si fonda, a monte,
su una interpretazione
classista che ha radici reali,
ma che finisce per cancellare
ogni altra motivazione. Io
non ho detto che il mondo
industriale non aiut il
fascismo negli anni che lo
portarono al potere; e che
specie la piccola e media
industria non lo
considerassero in funzione di
guardia bianca. Ma il punto
fondamentale, e si veda
l'approfondita indagine di
Melograni, che la classe
industriale si comport come
la maggior parte di quella
politica, cio persegu il piano
di immettere il fascismo nel
governo per dare sangue
nuovo alle vene dello Stato
liberale: e al tempo stesso
togliergli la carica eversiva.
Insomma, il piano di
costituzionalizzarlo. Si voleva
ripetere quel che lo Stato
liberale aveva sempre fatto
con le forze sovversive -
repubblicani, socialriformisti,
cattolici -. A un governo
Mussolini nessuno aveva
pensato fino al 28 ottobre
1922. Se le cose andarono
diversamente, anche
perch la classe dirigente
non riusc a capire la novit
del fascismo. N questa fu
chiara all'indomani della
costituzione del governo
Mussolini: tant' che esso fu
governo di coalizione. Per
prendere atto della novit,
occorrer attendere il delitto
Matteotti e il 3 gennaio.
Ma novit di quale
fascismo, visto che lei osa
distinguere tra fascismo
movimento e fascismo
regime?
La differenza tra movimento
e regime non l'ho inventata
io, e nell'Intervista detto.
Studiosi di altri Paesi la
sostengono da tempo. Anche
qualcuno dei miei
contraddittori non la nega,
pur se vuole ridurne
l'importanza dicendo che per
qualsiasi realt politica si pu
fare distinzione. In linea di
mera astrazione, forse
vero. Ma nelle realt concrete
il rapporto
movimento-regime incide in
maniera molto diversa. Nel
caso del fascismo, dove il
regime deve tener conto di
una molteplicit di forze e di
realt effettive, il divario fra
movimento e regime pi
marcato che non nell'Unione
Sovietica, dove il carattere
profondamente radicale della
rivoluzione ha reso, a livello
di regime, meno numerose e
forti le contraddizioni. E poi
ho l'impressione che molti
abbiano frainteso, abbiano
ridotto il movimento al
fascismo delle origini: sicch
l'hanno visto come il
perpetuarsi di certe istanze
diciannoviste. Io ho invece
chiarito che il movimento fu,
s un continuum, ma con fasi
e proprie diversificazioni.
Esso fu la proiezione di ci
che, nei vari momenti della
storia del fascismo, i fascisti
pensavano dovesse essere il
fascismo, gli obbiettivi non
raggiunti da raggiungere. In
questo senso ho parlato di
una sorta di positivit del
movimento. Questa
positivit, fatta in gran
parte di miti e di velleit,
costituisce la carica interiore
di un certo fascismo
insoddisfatto delle
realizzazioni a livello di
regime; e quindi costituisce
uno degli elementi del
consenso sia pur critico, teso
alla speranza che il fascismo
diventi qualcosa d'altro. Se
non si capisce questo non si
capisce n perch certi
settori importanti della
giovent abbiano appoggiato
il fascismo n perch proprio
da quei settori si siano
venute esprimendo col tempo
posizioni che allontanarono
molti giovani dal regime e li
portarono spesso
all'antifascismo.