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Alessio I, i Peceneghi e la questione pauliciana

In alcuni miei post, pubblicati da Giuseppe lo scorso maggio, iniziai a parlare delle
cause del declino della Romnia bizantina, una delle grandi potenze medievali e
continuatrice (sebbene solo in una sempre pi ristretta Pars Orientis) della
Romnia classica dei cesari. Ora, nel periodo tra il disastro di Manzikert (19 o 26
agosto 1071) e la vittoria definitiva sui Peceneghi al Monte Livunio il 29 aprile
1091, la Romnia bizantina fu molto vicina al crollo finale. Ci che la salv, fu la
mano ferma di Alessio I Comneno (1081-1118), a mio parere uno dei pi grandi
imperatori romani, il quale unendo abilit militare ad una straordinaria intelligenza
politico-diplomatica, riusc ad evitare il collasso e a preservare la Romnia e il suo
prestigio imperiale fino alla catastrofe del 1204. E tuttavia Alessio nel fronteggiare
le pesanti minacce che gravavano sulla Romnia, commise anche lui, nei primi
anni del suo regno, dei passi falsi, che per poco non provocarono guai pi gravi.
Mi riferisco alla questione pauliciana. Lo scorso anno, agli esordi di questo blog,
postai una serie di interventi sulle ipotesi storiografiche relative alla genesi
dellAlevismo anatolico, citando recenti studi di armenistica come i lavori di Seta
Dadoyan, in cui si avanzano forti e fondati indizi su almeno una radice pauliciana
nella genesi dellAlevismo suddetto. E si rese necessario fare una breve storia
dello stesso Paulicianesimo, eresia armena sorta intorno al 650 d.C., di stampo
dualista manicheo e diffusasi tra parte della popolazione armena dellAnatolia
romana, soprattutto nellarea tra lentroterra di Trebisonda, come Colonia (oggi
ebinkarahisar), Sivastia (Sivas) Tefrice (oggi Divrii) e sullalto bacino
dellEufrate. Accennammo anche alloscillante politica romana tra repressioni
antiereticali sanguinosissime, alternate a editti di tolleranza per fini militari,
formando i Pauliciani, una grossa porzione di soldati di frontiera (akriti)
dellArmenia romana. E tuttavia nel 970-975 d.C., limperatore Giovanni I Zimisce
(969-976) decise di trasferirne una grossa fetta nei Balcani, a Filippopoli (attuale
Plovdiv) e dintorni, ricreando nella Tracia un nuovo grenzraum una nuova
frontiera militare akritica prima in funzione antibulgara, poi in quella
antipecenega.
Negli anni successivi al disastro di Manzikert, oltre al crollo del sistema militare
romano, e lavanzata di nemici minacciosi come i Turcomanni Selgiuchidi in
Anatolia, i Peceneghi sul Danubio, e i Normanni nella Longobardia minor/Puglia
sullAdriatico, la Romnia vide anche diversi pronunciamientos da parte di vari
generali per strappare il trono allimbelle Michele VII Ducas (1071-1078), e per
contenderselo. Nel novembre 1077 il duca (cio governatore) di Durazzo, Niceforo
Briennio (nonno o padre dellomonimo generale, storico e genero di Alessio
Comneno), si autoproclam imperatore e marci fino ad Adrianopoli, roccaforte
della sua famiglia, e da l fin sotto le mura di Costantinopoli. Il 7 gennaio 1078,

Niceforo Botaniate, notabile frigio di Botania, e governatore del Tema degli


Anatolici, si proclam anchegli imperatore, assoldando i Turcomanni Selgiuchidi
dellemiro cadetto Suleyman ibn Qutulmish, fondatore del sultanato selgiuchide di
Rum (cio dellAnatolia romana). Botaniate, dotato di forze maggiori del rivale
balcanico, tra cui forse, lesperta milizia locale dei Comatini (cio della citt
anatolica di Coma) e soprattutto dei Turcomanni di recente invasioneimmigrazione, ebbe la meglio, giungendo a Nicea nel marzo 1078. A
Costantinopoli ci si pronunci per Botaniate, e il 24 marzo 1078, dopo
labdicazione di Michele VII, (che si rinchiuse in monastero, e pi tardi sarebbe
divenuto vescovo), Botaniate fu incoronato imperatore come Niceforo III (10781081). E tuttavia, sia per let (aveva pi di 70 anni) che per la debolezza
personale, dipendendo prevalentemente dai nuovi signori DE FACTO dellAnatolia,
e cio i Turcomanni Selgiuchidi, il cui emiro Suleyman ibn Qutulmish si era
stabilito proprio a Nicea, insieme al bisogno di fronteggiare il pur potente Briennio
di Adrianopoli, si fece affiancare da un giovane generale, che si sarebbe poi
rivelato il migliore dei comandanti romani di questo periodo catastrofico. Parliamo
di Alessio Comneno (1048 o 1056- 1118), giovane e gi esperto veterano,
essendosi formato proprio in Anatolia, combattendo ad Amasya contro il generale
normanno Ursel de Bailleul, gi al soldo romano, e che durante o subito dopo
Manzikert, aveva disertato e con i suoi normanni si era insediato
proprio ad Amasya, cercando di crearsi un principato autonomo, come quelli dei
suoi connazionali in Puglia e Sicilia, e anticipando i futuri stati franchi di
Terrasanta (1073). Gi allora, Alessio, appartenente ad una nobile famiglia
paflagone di Castrum Comnenii/Castamone (oggi Kastamonu), e nipote
dellimperatore
Isacco
I
Comneno
(1057-1059) aveva mostrato le sue doti di soldato e diplomatico, che poi gli
avrebbero valso il trono. Insomma luomo giusto, nel posto giusto, al momento
giusto. Niceforo III dunque, appena asceso al trono, affid le sue sorti al giovane
generale anchegli anatolico, nominandolo Domestico delle Scholae cio capo
delle forze armate subito dopo limperatore, in pratica il ministro della guerra,
titolo che allepoca tendeva a confondersi e poi ad esser soppiantato da quello di
Gran Domestico.
Ora, il giovane Domestico Alessio Comneno doveva fronteggiare la minaccia del
pi anziano ed esperto soldato Niceforo Briennio, il quale nella primavera- estate
1078 controllava praticamente tutta la Romnia balcanica, con un esercito intorno
ai 12.000 uomini, anchessi esperti soldati. Mentre Alessio Comneno poteva
disporre
solo
di
ci
restava
delle
truppe
anatoliche, come il piccolo nucleo di veterani Comatini, e gli ausiliari Turcomanni
selgiuchidi, in pratica le truppe fornitegli dal Botaniate, e assieme a leve
raffazzonate allultimo momento e inesperte, ammontanti nell insieme a non pi

di
A

peggiorare

5000-10.000
le

cose,

si

uomini.
aggi

unsero
nuovi raids dei Peceneghi, i quali si insediavano sempre pi sulla sponda

sudorientale romana del basso Danubio, nel Tema provincia) del


Paristrion/Paradunavon. I Peceneghi qui fecero lega con i Pauliciani di Filippopoli a
cui abbiamo accennato prima. Dopo esser stati trapiantati in massa a Filippopoli e
dintorni, i Pauliciani si erano rafforzati, ma probabilmente per almeno un secolo
dovettero sostanzialmente svolgere il compito secolare di truppe di frontiera,
seppur con entusiasmo e fedelt altalenante. Non sappiamo quale fosse il loro
comportamento a partire gi dal 1047-1048 durante i primi raids peceneghi nel
Balcano romano. Raids, ricordiamolo non meno DEVASTANTI di quelli condotti
dagli affini seppur di recente islamizzazione, Turcomanni in Armenia e in Anatolia.
E cronisti come Michele Attaliata (1030-35 c. 1085-1100 c.) descrivono in toni
apocalittici
tali
incursioni.
E tuttavia nel 1078, allepoca del pronunciamiento di Niceforo Briennio, vediamo
ritornare alla luce i pauliciani come RIBELLI, nella persona di un certo Leka, il
quale sposa una principessa pecenega e insieme ad un certo Dobromir, forse un
notabile bulgaro o valacco, con unarmata di 80.000 uomini (stando a Scilitze e
Attaliata), in maggioranza appunto incursori peceneghi, devastano tutto il
territorio
tra
le
foci
del
Danubio
a
Nis.
Leka
uccise
anche
il vescovo ortodosso di Serdica (Sofia) reo di esser rimasto fedele a Niceforo III e
aver incitato la popolazione della sua diocesi a non unirsi ai ribelli. Leka si fortific
sul lato meridionale dellEmo (Balcani) a nord di Filippopoli, area in cui in un
secolo dal loro insediamento in Tracia, i Pauliciani erano dilagati, e dove li
ritroveremo
in
seguito,
durante
i
primi
anni di regno di Alessio Comneno e perfino ancora nei secoli XVII-XVIII! Da questi
aspri e boscosi contrafforti montani, il generale pauliciano dirigeva i suoi ribelli,
forse in un ambiguo appoggio a Niceforo Briennio. Perch questa ribellione? Forse
lo sfaldamento dello stato romano, forse un rinnovato tentativo di conversione
alla Chiesa Ortodossa da parte del clero bizantino, forse gli ambigui e
sostanzialmente difficili rapporti tra il potere ortodosso romano,
questa etnia armena, che dopo un secolo aveva mantenuto una straordinaria
compattezza etno-territoriale, e verosimilmente se non la lingua o il dialetto
armeno nativo, non si era romeizzata nemmeno linguisticamente, come alcuni
indizi ci suggeriscono e come vedremo in seguito Alessio Comneno, affront i
numerosi
rivali
del
suo
sovrano
uno
per
volta.
Raggiunto anche da un piccolo contingente di Franchi (probabilmente Normanni di
Puglia ostili a Roberto il Guiscardo), il generale affront il pi forte Niceforo
Briennio a Kalavrye, tra Eraclea (oggi Marmara Erelisi) e Rodosto (oggi Tekirda),
sconfiggendolo allultimo momento, e consegnandolo a Niceforo III che fece
accecare Briennio e poi lo risped ad Adrianopoli, dove il vecchio generale,
ritenuto comunque un valido ed esperto veterano, fu trattato con magnanimit sia
da Niceforo III che poi da Alessio I, giocando ancora un ruolo
importante negli anni successivi. Subito dopo Niceforo Briennio, anche il suo

successore nel governatorato di Durazzo, Niceforo Basilacio, si era come Briennio,


rivoltato
contro
Niceforo
III e autoproclamatosi imperatore, supportato da contingenti Albanesi, Romei e
Slavi, e si era insediato a Tessalonica, attendendo gli eventi tra Niceforo III e il
Briennio (1078-1079). Rimasto il solo rivale di Niceforo III, Alessio Comneno
affront Basilacio sul Vardar, sconfiggendolo. Basilacio, tradito dai suoi stessi
soldati fu consegnato ad Alessio, che lo invi a Niceforo III, che fece accecare
anche costui. Infine Alessio si rivolse anche contro Leka e Dobromir, i quali,
rimasti senza appoggi furono catturati e anchessi inviati a Costantinopoli. E
tuttavia nel 1080, Niceforo III Botaniate, per motivi ancora inspiegati, liber i due
ribelli e li onor con terre e titoli nobiliari! Si era ormai alla frutta, e nello stesso
1080, un altro generale Niceforo Melisseno (1045-1104 c.), appartenente ad una
nobile famiglia anatolica di Dorileo (oggi Eskiehir), fugg dal suo confino nellisola
di Coo (dove Niceforo III lo aveva esiliato nellaprile 1078) e si rese signore di ci
che restava dellAnatolia (ancora) in mano romana, tra la foce del Sangario e
lEgeo. Come gi Botaniate, anche Melisseno cerc e ottenne lormai inevitabile
appoggio dei Turcomanni di Suleyman ibn Qutulmish, le truppe del quale vennero
insediate nelle ultime citt anatoliche rimaste alla Romnia come truppe di
guarnigione. Secondo lo storico francese Cheynet, questo gesto scaturiva dalla
disperata
volont del nobile anatolico di salvare quanto restava dei propri possedimenti
di famiglia, dalle razzie e devastazioni turcomanne. E questo spiega forse, il
tentativo di Niceforo Melisseno di spartirsi ci che restava della Romnia tra
Niceforo III ( e poi Alessio Comneno) a cui sarebbe rimasta la Romnia balcanica,
e lAnatolia invece a lui stesso, restando per salva lunit formale della Romnia.
Insomma un progetto di diarchia romana su basi geopolitiche, gi comparso al
tempo della ribellione della lobby armena di Cesarea di Cappadocia guidata dai
generali Vartan Sclero e Vartan Foca contro Basilio II (976-1025) e proposta nel
987 d.C. Alessio Comneno, spinto da Niceforo, questa volta non intervenne, e
invece ai primi del 1081 si incontr a Tzurullon (oggi orlu) con gli esponenti
principali della famiglia Ducas, con cui era imparentato, avendo sposato nel
1078 lallora giovanissima Irene (12 anni), figlia di Andronico Ducas, uno dei
responsabili del disastro di Manzikert del 1071. Anche Melisseno era imparentato
con Alessio, il quale dissuase Melisseno dal progetto di spartizione della Romnia,
promettendogli un alto titolo nobiliare, il governo di Tessalonica e soprattutto
POSSEDIMENTI TERRIERI nella Romnia balcanica. Niceforo Melisseno, allettato
dallofferta favorevole di Alessio, e forse ormai consapevole dellimpossibilit di
sbarazzarsi degli scomodi alleati Turcomanni, abdic a favore del giovane e
brillante generale. Il quale nella pasqua del 1081, convinta anche la guarnigione
di Costantinopoli, composta in parte da mercenari franchi (Tedeschi) entr nella

Capitale, convincendo anche lormai anziano Niceforo III ad abdicare e a ritirarsi in


convento, dove mor pochi mesi dopo, nel dicembre 1081.
Appena divenuto imperatore, nellaprile del 1081 il giovane Alessio I, dovette
fronteggiare due pericoli: ad est i Turcomanni ormai padroni di quasi tutta
lAnatolia romana, e ad ovest i Normanni di Puglia, guidati dal loro duca Roberto il
Guiscardo, e di cui unavanguardia al comando del figlio Boemondo (1050-1058 c.
1111) era gi sbarcata tra Durazzo e Valona alla fine del 1080. Non staremo qui
a ripercorrere le vicende della pur importante guerra romano- normanna del 10811085,
e
che,
per
certi
versi

un
anticipo
delle
successive
crociate franche in Oriente. Ci che qui ci interessa, cogliere ancora, il difficile
rapporto tra potere politico-religioso romano-bizantino con la componente
pauliciana
e
la
sua
tenace resistenza allintegrazione nel tessuto civile-militare religioso romeoortodosso. Alessio, resosi conto che i Turcomanni erano per il momento il male
minore, dirott fin dal giugno 1081 le sue forze contro i pi aggressivi Normanni di
Puglia, il cui leader, Roberto il Guiscardo (1015-1085), dopo aver conquistato la
Longobardia minor/Puglia romana, si apprestava ad allargare le sue conquiste,
verosimilmente
fino
a
Costantinopoli.
Dovendo dunque lottare per la salvezza della Romnia, Alessio radun tutte le
forze disponibili, tra cui il contingente pauliciano di Filippopoli, forte di
circa 2800 uomini, tutti esperti soldati al comando dei loro comandanti (anch essi
pauliciani) Xantas e Culeone. Dopo la disfatta romana di Durazzo (15-18 ottobre
1081), con Alessio a stento sottrattosi alla cattura da parte dei Normanni, lintero
contingente
pauliciano
che doveva aver perso circa 300 uomini, disert e torn a Filippopoli. Nei due anni
successivi, Alessio pi volte sconfitto dal Guiscardo e da Boemondo che
avanzarono in profondit nel Balcano romano fino al Vardar e fin quasi allEgeo,
Alessio dicevo, disperatamente bisognoso di soldati, implor pi volte il soccorso
pauliciano,
offrendo
il
suo
perdono.
Ma
a
Filippopoli
fecero orecchio da mercante. Per cui, dopo aver vinto Boemondo a Larissa
(settembre 1083) e a Kastoria (ottobre-novembre 1083), e scongiurato
momentaneamente il pericolo normanno, Alessio sulla via del trionfale ritorno a
Costantinopoli
pens
bene
di
punire
questi tenaci ribelli armeni. Ritenendo non opportuno avventurarsi direttamente a
Filippopoli, con uno stratagemma, convoc i notabili pauliciani a Mosinopoli (oggi
delle
rovine
presso Komothini), facendoli entrare uno per volta, dopo averli fatti disarmare.
Avuti i leaders pauliciani in mano sua li fece imprigionare per alto tradimento, e
diserzione, obbligandoli a scegliere tra il Battesimo Cristiano Ortodosso e la
prigionia. Alcuni si convertirono e potettero quindi tornare a Filippopoli, ma per i

recalcitranti ci fu la prigione nelle isole (forse ai Principi o nellEgeo) e la confisca


delle propriet. Questultima misura, nonostante i tentativi riduzionisti di Anna
Comnena, figlia primogenita e principale biografa di Alessio I (e nata proprio in
quei giorni), dovette essere assai pi pesante di come appare nellAlessiade, la
biografia suddetta di Alessio I, e redatta dalla figlia molti anni pi tardi, nel
periodo
1137-1148.
Misura talmente grave da provocare una nuova e virulenta guerra romanopauliciana, poi sfociata nella pi grave e mortale minaccia pecenega.
E arriviamo al cuore di questo lungo e elefantiaco racconto. Una decina danni fa,
quando mi accinsi alla lettura dellAlessiade, proprio per degli articoli che scrissi
su un quotidiano della mia citt, e riguardanti proprio le campagne normanne in
Romania del Guiscardo e di Boemondo dAltavilla, scoprii questa chicca di cui mi
accingo al racconto. Una storia tragica, degna di un romanzo e che se fossi un
romanziere,
mi
sarebbe piaciuto sviluppare. Una di quelle apparenti piccole storie di personaggi
che emergono dalloscurit della storia, per risprofondarne subito dopo, e che
per
gettano
una
piccola luce su unepoca, un mondo, un contesto storico e culturale, e che
possono fornirci piccoli, ma preziosi indizi anche sulla grande storia, quella
dei potenti. Dunque siamo nel dicembre del 1083, nel periodo di Natale e a
Costantinopoli,
che allora, come oggi, doveva avere i tetti imbiancati di neve. Chiss che effetto
doveva fare Santa Sofia e le altre grandi e piccole chiese della Regina delle Citt.
Chiss quanti fiocchi di neve, quante pentole e caldarroste, camini accesi, nel
Grande Palazzo imperiale, nelle residenze dei nobili, dei ricchi e nelle casupole dei
poveri, nelle bettole e nelle osterie, che, in mancanza di fonti iconografiche
comprensibili, ci piace ritenere non tantissimo diverse dagli edifici dai tetti
spioventi e in parte di legno, della pi tarda epoca ottomana e turca repubblicana,
come compaiono, ad esempio, in racconti come Istanbul di Pamuk. Quel Natale
del 1083, in Romnia e soprattutto nella Capitale era un periodo di gioia e
festeggiamenti, prima per la vittoria di Alessio sul pericoloso Boemondo
dAltavilla, pericolo solo temporaneamente rimosso dalle beghe politiche italiche,
in cui gli Altavilla si trovarono coinvolti loro malgrado, in quanto vassalli della
Santa Sede. Ma accanto alla vittoria politico militare del giovane imperatore
Alessio, vi era stato anche un lieto evento: il 2 dicembre di quello stesso 1083, nel
momento dellingresso di Alessio vittorioso, la giovanissima imperatrice Irene, a
17 anni, dopo un parto travagliato, aveva dato alla luce la primogenita della
coppia imperiale, la principessa porfirogenita (perch nata nella sala del Trono,
detta la Porpora, per via delle pareti rosse, il colore simbolo dell imperatore) Anna
Comnena.

Dunque per Alessio (e Irene), la famiglia imperiale Comnena-Ducas e per la


popolazione romana, finalmente un Natale pi gioioso, pi carico di speranze, il
primo forse dopo tanti anni, in quel tremendo ventennio 1071-1091. E ancora altri
ne sarebbero venuti di inverni duri e tristi, ma in quel momento era la speranza a
dominare. Epper quel lontano natale del 1083, non era un momento di gioia per
TUTTI i sudditi romani, e in quei giorni cera chi nel buio di una cella fredda, nel
confino su di unisola nel Marmara o nellEgeo, tra i campi gelati e i freddi inverni
del Balcano, soffriva lacrime amare. Si trattava dei Pauliciani puniti da Alessio un
mese prima circa, e di cui abbiamo gi accennato. Tra questi infelici cera un
uomo che in conseguenza di queste dure misure prese dallimperatore, avrebbe
scatenato una nuova e pericolosissima guerra. Nel 1078, appena divenuto
Domestico delle Scholae o Gran Domestico, insomma il capo delle forze armate, il
giovane generale Alessio Comneno aveva assunto nel suo staff, un pauliciano, che
Anna Comnena chiama Travls, termine romaico indicante un balbuziente, e
verosimilmente
un
soprannome
dal
sapore
snobisticospregiativo dietro cui si nascondono il vero nome e lidentit di un personaggio
che non conosceremo mai. Dunque anche noi lo chiameremo Travls, solo a scopo
indicativo, e non per spregiare la memoria di qualcuno la cui madrelingua non
dovette essere il Romaico, ma pi verosimilmente una variante armena dialettale,
oppure un dialetto bulgaro slavonico, come forse da tempo parlava la numerosa
colonia pauliciana di Filippopoli, e costituente unisola etnolinguistica nel mare
slavofono della Tracia settentrionale. Oppure era un bilingue armeno-slavo (cos
come la sua gente). Ci che appare dal racconto di Anna, che questuomo
doveva parlare un romaico grossolano, approssimativo, o comunque con un forte
accento che ne delineava la provenienza non romeofona. Chi era questo Travls?
Anna lo definisce un membro della servit di Alessio, ma dal contesto e da ci che
sarebbe successo poi, sembra verosimile ritenere che il pauliciano fosse un
ufficiale ed un ufficiale piuttosto esperto e valoroso. Poi il periodo in cui entra in
servizio presso Alessio indicativo. Siamo nel 1078, nei primi tempi del regno di
Niceforo
III,
alepoca
della
rivolta
PAULICIANA di Leka, di cui gi abbiamo parlato. Travls era stato un commilitone
di Leka? Si conoscevano? Aveva partecipato alla rivolta contro Botaniate (in realt
pi una rivolta antiromana) e resosi corresponsabile dei Massacri tra il delta del
Danubio
e
Ni,
alla
testa
di
80.000 uomini, in maggioranza peceneghi? Fu catturato da Alessio assieme a Leka
e a Dobromir? Non lo sapremo mai, ma probabile che venisse da quello stesso
background
ribelle di Filippopoli. Alessio, che come Anna ci ripete pi volte nellAlessiade,
stimava
i
Pauliciani proprio per il loro grande valore militare e per il loro coraggio,
costantemente bisognoso di esperti ufficiali e soldati, per quale che sia la causa,

arruola Travls nel suo staff, ma lo fa battezzare allOrtodossia Cristiana e gli da in


moglie una domestica della moglie (e futura imperatrice) Irene. Passano 5 anni,
durante i quali il nostro Travls dovette dare esempio di pauliciano integrato, un
p
come
i
convertiti
allIslam
nei
coevi
imperi
musulmani e nel futuro Impero Ottomano. Forse fu a fianco del suo signore
durante le guerre contro Niceforo Briennio e Niceforo Basilacio, e poi con Alessio
Imperatore a Durazzo e nelloffensiva antinormanna. Non sappiamo se fosse
presente a Mosinopoli nel novembre 1083, quando Alessio punisce la leadership
pauliciana. Per Anna ci dice chiaramente che Travls matur la sua ostilit e
ribellione contro limperatore, in conseguenza di quelle misure repressive, e pi
specificatamente quando venne a sapere che le sue quattro sorelle erano state
anchesse imprigionate e le loro propriet confiscate. Da queste scarne notizie,
possiamo dedurre che Travls non fosse un pauliciano qualsiasi, ma piuttosto un
notabile e che la punizione imperiale si era abbattuta anche sui suoi familiari
rimasti pauliciani, proprio in virt di tale status sociale! Anna non poi molto
reticente e cerca di sminuire la faccenda, arrivando addirittura a descrivere
Travls
come
una
specie
di
ingrato
che
ha
sputato
sul
piatto dove ha mangiato, ma chiaramente questo il punto di vista imperiale,
quella che dovette essere la versione ufficiale di ci che accadde dopo, e che
Anna naturalmente riporta. Ma il nostro sospetto che la faccenda fosse molto
pi grave di quel che appare nellAlessiade. Possibile che Travls prima di
intraprendere la strada rischiosa della ribellione, strada che appare meditata e
non
repentina,
non
avesse
chiesto
la
grazia al suo sovrano per le sue sorelle? Tenendo conto che pass qualche mese
dalla rivolta, non possiamo escluderlo e il nostro non ci sembra certo uno
sconsiderato, anche se Anna, ovviamente cerca di farlo passare come tale. Una
cosa ci colpisce, tenendo conto degli eventi successivi, e cio quando ormai
Travls era diventato un ribelle dichiarato e pericoloso, Alessio cerc di trattare,
emettendo persino una Crisobolla (Bolla dOro), documento di altissimo livello, e
in
cui
si
garantiva
allex
cameriere
il
pieno
perdono
e
la libert. Per Anna NON fa alcun riferimento alle 4 sorelle di Travls.
Si pu supporre che forse le povere donne dovevano esser passate a miglior
vita, probabilmente per la brutalit e loltraggio della detenzione e la
confisca dei loro beni. Oppure erano GIA morte al momento della rivolta del loro
congiunto (inizi del 1084). Sta di fatto che in quel Natale del 1083 e nei primi mesi
successivi,
lira
di
Travls aument e con essa, il rancore e il desiderio di vendetta contro il suo
sovrano e signore. Forse, altri parenti e profughi di Filippopoli giunti a
Costantinopoli
per
chiedere aiuto al pi illustre congiunto, come sembra trasparire dalla pur reticente
Anna, dovettero ragguagliarlo degli sviluppi della situazione. La moglie, domestica

dellimperatrice Irene, venuta a conoscenza di questa tragedia, probabilmente


tent pi volte di placare il marito e di farlo desistere dal cacciarsi in guai ancora
pi
grossi,
ma
infine,
vedendo
lui
sempre pi irato e determinato, temendo forse un gesto di omicidio verso il
sovrano, e/o comunque per la sua incolumit, tenendo conto che lei non era
pauliciana, ma ortodossa e romana, si rec a denunciare il marito dal
funzionario addetto alle questioni pauliciane. Con questa chicca Anna ci fornisce
un elemento importantissimo, facendo un p di luce sulla complessa burocrazia
romana-bizantina e sullesistenza di un alto funzionario, forse un ministro addetto
proprio ai rapporti con la particolare etnia armena. Forse (ci piace pensarlo) la
donna sperava con questo gesto estremo, paradossalmente di salvare la vita allo
stesso
marito,
magari
poi
graziato
dopo
un certo periodo in gattabuia. Ma qui entriamo in una sfera profonda di sentimenti
e psicologie di cui non sapremo mai, e questa una storia e non un romanzo.
Qualunque siano state le motivazioni della domestica, il nostro Travls, venutolo a
sapere e temendo (a ragione) un arresto imminente, in una notte dei primi mesi
del 1084, fugg da Costantinopoli con un centinaio di parenti e compaesanicorreligionari, radunati in precedenza (e ci costituisce un ulteriore indizio di una
lunga e sofferta premeditazione, piuttosto che il gesto repentino e folle di un
disperato). Travls e i suoi raggiunsero il fianco meridionale dellEmo/Balcani,
riattando unantica fortezza in rovina, Belyatovo (Veliatova, scritto Beliatoba nell
Alessiade). Forse si trattava di parte di un sistema di fortificazioni gi note ed
adoperate dai Pauliciani a difesa di Filippopoli (e della Romnia
balcanica), tenendo conto di quanto accennato allepoca della rivolta di Leka e
Dobromir nel 1078, e che la STESSA ZONA era stata il quartier generale dei
ribelli. Ancora oggi gli studiosi non sono riusciti ad identificare con precisione dove
fosse situata esattamente Veliatova/Belyatovo, ma sicuramente doveva
controllare qualcuno dei passi montani dei Balcani, che collegano larea a nord
della grande catena montuosa e il basso Danubio, con le pianure tracie intorno a
Filippopoli e a sud della stessa catena montuosa. Sta di fatto che da quella
fortezza,
Travls
riprese
una
nuova
guerra
romano
pauliciana (1084-1086), spingendosi a razziare e a devastare il territorio fino
a Filippopoli! Che non si trattasse di una semplice guerriglia di briganti, lo
dimostra proprio il comportamento di Alessio che, dapprima ancora impegnato
contro i Normanni (1084-1085), e poi temendo a ragione una nuova e
pericolosissima alleanza pauliciano-pecenega come quella di Leka, cerc di
trattare con Travls, come abbiamo gi riferito. Ma questultimo sia perch ormai
era pronto a tutto, e sia forse perch si era spinto troppo oltre per poter tornare
indietro, non solo respinse le ripetute offerte di perdono imperiale, ma come gi
Leka, si alle con i principi peceneghi stanziati sulla sponda romana del basso
Danubio,
e
ne
spos
la
figlia

di uno di essi. Insomma, appena passato il pericolo normanno, si verific ci che


Alessio
temeva, e nella primavera del 1086 una grossa orda pecenega si un ai Pauliciani
di Travls e razzi selvaggiamente la Tracia. Questa era la ripresa di un vero e
proprio tentativo di insediamento di grandi masse di Peceneghi, incalzati a loro
volta da altre stirpi turche come loro, i Cumani, ormai impadronitisi delle steppe a
nord della foce del Danubio. Alessio invi il suo Gran Domestico, Gregorio
Pacuriano, il quale rest ucciso in battaglia nel tentativo di prendere Veliatova.
Negli anni successivi lo stesso Alessio accanto ai generali Adriano Comneno suo
fratello e a Taticio (forse di origine turca) tentarono con risultati alterni, di
rintuzzare le orde peceneghe. Le quali nel 1090-1091, alleatesi con lemiro
turcomanno di Smirne aka (1085- 1093), tenteranno di dar vita ad un blocco
panturanico che rischi seriamente di distruggere la Romnia. Pericolo sventato
dallabilit diplomatica di Alessio, alleatosi con i peggiori rivali dei Peceneghi, i
sovracitati
Cumani,
i
quali
sul
Monte
Livunio
in Tracia, presso Enos (oggi Enez) il 29 aprile 1091 sconfisse DEFINITIVAMENTE i
Peceneghi sterminandoli in massa con modalit paragenocidarie, e arruolandone i
superstiti nellesercito romano e stanziandoli come coloni-soldati nel Tema di
Moglena, in Macedonia. E Travls? Che fine fece? Anna non lo dice e dopo la
vittoria del Monte Livunio del 1091, torner ad occuparsi dei Pauliciani nel
penultimo
libro
dellAlessiade
(il
XIV),
mentre
le
vicende di Travls sono narrate nel VI libro e la guerra contro i Peceneghi nel
VII. Nel 1114, Alessio, ormai negli ultimi anni del suo regno e della sua vita,
temendo una nuova alleanza pauliciano-cumana, si rec personalmente a
Filippopoli cercando con le buone o con pressioni, di convertire definitivamente i
Pauliciani
allOrtodossia
bizantina.
Secondo Anna, i risultati furono soddisfacenti con circa 10.000 convertiti da
Alessio trasportati in una nuova citt, Neocastro, costruita affianco a Filippopoli. E
tuttavia la tenace e persistente presenza pauliciana a Filippopoli e dintorni ancora
ai tempi della crociata di Federico Barbarossa che soggiorn proprio a Filippopoli
nellagosto-novembre 1189, e le testimonianze dei conquistatori franchi nel 1205,
sembrerebbero affermare piuttosto il contrario. Sta di fatto che i Pauliciani erano
ancora in Tracia, quando vennero gradualmente convertiti al Cattolicesimo dai
francescani di Bosnia, in piena epoca ottomana tra 1580 e 1680, e ancora nel
1717 Lady Mary Montagu, moglie dellambasciatore britannico ad Istanbul,
afferma di aver incontrato a Filippopoli/Filibe/Plovdiv dei Paulines e cio i nostri
Pauliciani ormai cattolici e verosimilmente slavizzati linguisticamente. Altri
Pauliciani si rifugiarono nel Banato, al seguito della rivolta antiottomana del 1688
e nel XVIII secolo, in terre divenute asburgiche, dove vennero considerati dei
Bulgari cattolici. I Pauliciani, pare che divenissero il primo nucleo di popolazione
bulgara cattolica, definiti Pavlikiani. Ancora oggi sulla sponda bulgara del Danubio

vi una cittadina chiamata Pavlikeni! E davvero interessante osservare come un


antico gruppo dualista armeno, che per mille anni ha TENACEMENTE resistito ai
tentativi di conversione forzata all Ortodossia bizantina, sia poi invece passato in
massa al Cattolicesimo nel giro di UN SECOLO e per giunta sotto dominazione
ottomana!. La storia di Travls e della complessa vicenda romana balcanica della
fine dellXI secolo dopo Cristo, mi affascina proprio per quella dinamica
tormentata di assimilazione-differenziazione che almeno dai tempi dellultima fase
imperiale assira (740-640 a.C.) al mondo globalizzato di oggi a guida americana,
caratterizza molte vicende storiche. Penso ancora alla tormentata e difficile
unificazione dellItalia, e di come problematiche simili si ritrovino proprio nei primi
anni a partire dal 1860 tra popoli diversi e che non riescono ad accettare
facilmente di esser diventati parte di un nuovo soggetto unitario e a modo suo
globalizzante.
E
il
riferimento proprio a quanto accennato sul discorso dei lager sabaudi
sovracitati.
Travls avrebbe potuto essere lesempio di unintegrazione riuscita, e per giunta
ai pi alti vertici, a fianco del capo delle forze armate e poi imperatore Alessio
Comneno.
La sua stessa conversione allOrtodossia bizantina, magari opportunistica, il
matrimonio con una domestica della Casa Imperiale, insomma tutto fa supporre
che lintegrazione di questo gruppo armeno ereticale, poteva essere
realizzabile. E tuttavia un eccesso di zelo, nella pur comprensibile reazione
imperiale alla diserzione dei Pauliciani, che in un periodo di minaccia mortale alla
sopravvivenza della stessa Romnia non poteva essere considerato altro che
tradimento, eccesso di zelo imperiale dicevo, che per risolvere un problema ne
crea un altro, altrettanto gravissimo, come lultima e pi sanguinosa guerra
romano-pecenega, che port la Romnia sullorlo del crollo, gi nel durissimo
inverno 1090-1091 e a stento respinta. Eccesso di zelo che, colpendo negli affetti
pi profondi proprio Travls lintegrato pur col suo linguaggio romaico
balbuziente e grossolano, ma fedele servitore dellimperatore, distrugge questa
possibilit di integrazione. Ci sarebbe piaciuto molto sapere che fine abbia fatto il
nostro sventurato eroe. Forse rimase ucciso durante il conflitto del 1086-1091.
Forse mor di morte naturale e/o di vecchiaia nella sua roccaforte di Veliatova.
Forse mor esule in terre lontane. Forse fu ucciso da sicari imperiali e/o da qualche
suo luogotenente comprato dalloro romano, o ambizioso, come capita tante volte
in queste storie di brigantaggio politico, e non. Anna Comnena tace e noi non
possiamo fare che congetture. Resta il fatto per che questa storia ci affascina
molto e da anni cerchiamo in solitudine e con pazienza (proprio il caso di dirlo! ),
di reperire ogni pur piccola, ma preziosa traccia di questa vicenda umana, che,
interagendo con la grande storia, quella dei potenti e scritta per elogiare gli stessi
potenti, ci offre un piccolo spaccato su una vicenda che altrimenti sarebbe rimasta

sepolta nelloscurit in cui viene avvolto chi val meno di niente e che niente
non ha parafrasando la sigla della Freccia Nera televisiva del 1968.

Esercito e Battaglie
La battaglia del Monte Levunio

Una volta di pi, un'orda di barbari invasori calava dalle steppe oltre il Danubio. Si
trattava dei Peceneghi, un popolo nomade che sin dal X secolo compiva incursioni
dei Balcani, e che poteva contare come rinforzi numerosi eretici Bogomili. Nel
1087 attraversarono la frontiera imperiale, giungendo a minacciare la stessa
Costantinopoli nel 1090. Per affrontarli l'Imperatore Alessio I ricorse all'antica
astuzia diplomatica di mettere le trib barbare le une contro le altre, chiamando
come alleati i bellicosi Cumani. La battaglia decisiva ebbe luogo al Monte
Levunio, presso la foce del fiume Maritsa, il 28 Aprile 1091. Per raccontarla ho
scelto le intense ed epiche pagine del romanzo La Lancia di Ferro, di Stephen
Lawhead.
Quando l'imperatore e il suo seguito raggiunsero la cima dell'altura,chiamata
Levunio, la luce del sole al tramonto li colp in pieno viso, facendo loro pensare
allo splendore della vittoria. Intorno al sole un fiammeggiante incendio rosso e oro
mandava un bagliore inferiore solo a quello del disco stesso. Gli uomini,
temporaneamente accecati, si ripararono gli occhi con la mano, fino a che si
abituarono alla luce e poterono far correre lo sguardo lungo l'oscura valle
sottostante. La precariet della loro condizione divenne evidente a poco a poco,
mano a mano che scorgevano l'enorme chiazza scura in movimento che si
allargava ondeggiando da nord a sud, da un promontorio all'altro, espandendosi a
perdita d'occhio come una nera fiumana le cui acque ricoprivano lentamente
l'intera valle di Maritsa con i loro flutti sordidi e schiumanti. Alessio rimase
sgomento e silenzioso vedendo l'esercito nemico che si era raccolto nella valle:
erano peceneghi e bogomili in un numero incalcolabile, trib su trib, intere
popolazioni di barbari accorse per distruggere l'impero. E costoro non erano i
nemici pi strenui, quelli che reclamavano a gran voce il sangue bizantino, ma
solo gli ultimi arrivati di una lunga, lunghissima teoria di orde barbariche che
cercavano di arricchirsi e accrescere il proprio potere saccheggiando la
leggendaria ricchezza dell'impero. Alessio, con la luce del sole morente negli
occhi, contempl lo spaventoso scenario ai suoi piedi, tornando con la mente a
tutte le occasioni nelle quali aveva posato lo sguardo su un esercito nemico prima

della battaglia. Negli anni l'impero aveva affrontato gli slavi, i goti, gli unni, i
bulgari, i magiari, i gepidi, gli uzzi e gli avari, tutti scesi ululando dalle steppe
battute dal vento del Nord; e a sud gli arabi, astuti e implacabili: prima i saraceni,
poi i selgiuchidi, una razza guerriera forte e indomita, che veniva dagli aridi
deserti orientali. Signore del cielo pens sono cos numerosi! Dove finiscono le
loro schiere? Poi, sforzandosi di nascondere lo sgomento, esclam: Tanto pi
numeroso il nemico, tanto maggiore la vittoria. Sia lode a Dio!. E dopo un
momento, si rivolse al cugino Dalasseno, drungarios della flotta imperiale. Quanti
cumani hanno promesso di combattere per noi?. Trentamila, basileus rispose
Dalasseno. Sono accampati proprio laggi e indic un gruppo di alture scoscese,
sopra le quali si stava addensando una cappa di fumo. Il mio signore desidera
recarsi da loro? Alessio scosse lentamente la testa. No. Raddrizz le spalle e la
schiena: Abbiamo veduto barbari a sufficienza. Non esercitano su di noi alcun
fascino. Preferiremmo parlare ai nostri soldati. E' ora di attizzare la fiamma del
coraggio, cos che arda viva nello scontro. Diede uno strattone alle redini e scese
al galoppo dalla collina. Ritornato all'accampamento bizantino, ordin a Niceta,
comandante degli excubitores, di chiamare a raccolta le legioni e i reparti scelti.
Mentre le truppe si radunavano, l'imperatore rest in attesa nella sua tenda,
inginocchiato accanto al trono, con le mani giunte in preghiera. Quando ne usc, il
sole era tramontato e due stelle brillavano in un cielo dello stesso colore
dell'ametista incastonata nell'elsa della sua spada. Per permettergli di arringare
l'esercito, accanto alla tenda era stata eretta una tribuna sopraelevata, illuminata
da torce accese a ogni angolo dopo il sopraggiungere della notte. Preceduto da un
excubitor che portava il vessillo, l'antico labaro delle legioni romane, Alessio sal
gli scalini e raggiunse la sommit della piattaforma per guardare sotto di s
l'armata di Bisanzio: forze assai ridotte rispetto al passato, ma ancora consistenti.
Le ultime delle antiche e gloriose legioni erano ordinate in ranghi di fronte a lui, e i
diversi reggimenti erano riconoscibili dal colore dei mantelli e delle tuniche: il
rosso della Tracia, il cobalto di Opsikion, il verde della Bitinia, l'oro della Frigia, il
nero di Hetairi. Ogni centuria era l, con le lance levate e rilucenti nella penombra
serotina. Erano cinquantamila, tutto ci che restava dei migliori soldati che il
mondo avesse mai veduto: il cuore di Alessio si riemp di orgoglio. Domani
combatteremo per la gloria di Dio e la salvezza dell'impero esord.
Combatteremo domani, ma stanotte, miei valorosi compagni, stanotte, madre di
tutte le notti, ci raccoglieremo in preghiera. Percorreva avanti e indietro
l'estremit della piattaforma, con l'armatura d'oro che tremava come acqua alla
fiamma delle torce. Quante volte si era rivolto alle truppe in quella medesima
maniera, si chiese. Quante altre volte avrebbe dovuto esortare i suoi uomini a
offrire la propria vita all'impero? Quando sarebbe finita? Santo Iddio, doveva pur
esserci una fine. Pregheremo, amici miei, per la vittoria sul nemico. Pregheremo
per ottenere forza, coraggio e fermezza. Pregheremo perch la protezione del

Signore sia sopra di noi e perch Egli ci rechi il Suo conforto nell'infuriare della
battaglia.. Ci detto Alessio Comneno, l'Unto del signore, Pari dei Santi Apostoli,
cadde in ginocchio, e cinquantamila dei migliori guerrieri che il mondo avesse mai
veduto si inginocchiarono all'unisono con lui. Con le braccia levate al cielo,
l'imperatore lanci la sua fervida supplica verso il trono celeste. Fece risuonare la
sua voce nel silenzio del crepuscolo con l'appassionata veemenza di un
comandante consapevole dello spaventoso svantaggio numerico delle sue truppe,
che sa di dover fare affidamento solo sul suo coraggio per spostare a suo favore
l'ago della bilancia. Quando ebbe finito, la notte era calata sull'accampamento.
Alessio apr gli occhi e rimase stupefatto. Gli apparve una miracolosa visione:
pareva che le stelle fossero cadute sulla terra, e che la pianura che gli stava di
fronte risplendesse della gloria del paradiso. Ogni soldato aveva un lumicino di
cera conficcato sulla punta della lancia; cinquantamila stelle terrestri il cui
tremolante luccichio illuminava l'accampamento di un chiarore soprannaturale. Lo
scintillio delle fiammelle sostenne Alessio per tutta quella lunga notte insonne e lo
accompagnava ancora mentre cavalcava alla testa delle sue truppe, prima
dell'alba. La cavalleria imperiale attravers la valle di Maritsa qualche miglio a
monte dell'accampamento nemico, si schier per il combattimento e attese che
spuntasse il giorno. Attacc da est, con la luce del sole nascente alle spalle. Ai
barbari confusi dal sonno parve che un esercito celeste piombasse su di loro
scaturendo dal sole stesso. Alessio, sferrando un colpo rapido e preciso al ventre
della bestia, condusse la cavalleria contro il centro dell'orda di peceneghi e
bogomili; poi, velocemente, si ritrasse, prima ancora che i corni di battaglia
potessero dare l'allarme. Dopo averli provocati, si ritir oltre la portata delle loro
fionde e dei loro giavellotti e attese che muovessero al contrattacco. Gli invasori,
furibondi e assetati di vendetta, si disposero in linea per la battaglia e diedero
inizio ad una faticosa avanzata. I bizantini si trovarono a fronteggiare un'enorme
massa compatta e brulicante di barbari ululanti pi simile a un'immensa marea
umana che si riversava a ondate sul terreno che a un esercito schierato. Udirono il
rombo cupo e sordo dei tamburi, che sembrava uno sbatacchiare d'ossa; l'urlo
stridente degli enormi e ricurvi corvi da battaglia che ottenebrava i sensi; le grida
minacciose dei guerrieri, che muovevano rapidamente contro di loro con andatura
sempre pi veloce. L'esibizione, l'arma pi valida e sperimentata dei barbari,
mirava a terrorizzare chiunque avessero di fronte; grazie ad essa avevano
conquistato popoli e devastato tutto ci su cui posavano lo sguardo. Ma i soldati
bizantini non li affrontavano per la prima volta e il frastuono e la vista di quella
turba urlante che si ammassava per l'attacco non li impauriva, n li confondeva; i
loro cuori non erano prostrati dal terrore, n i loro sensi annichiliti dal panico. Gli
Immortali- cos erano chiamate le truppe scelte dell'Imperatore osservavano la
scena stringendo appena gli occhi, aumentando la pressione delle mani su lance e
redini, tenendo a bada i cavalli con parole pacate e sussurrate e restarono fermi,

in attesa. Con al fianco i due alfieri, uno che brandiva lo stendardo del Sacro
Romano Impero d'Oriente, l'altro il vessillo dorato, Alessio fece correre lo sguardo
sui suoi ufficiali, gli strateghi, che coordinavano i lunghi ranghi dei soldati, stando
al centro di ciascuna ala. Si sofferm sul primo, un veterano delle guerre contro i
Peceneghi, di nome Taticio, il cui ardimento e la cui astuzia spesso avevano
salvato vite umane e deciso le sorti delle battaglie. L'imperatore fece un segno al
suo generale, che ordin a gran voce Al passo!. Le trombe lanciarono un unico,
acuto squillo, e le truppe avanzarono come un sol uomo. Lo schieramento
imperiale composto da due divisioni formate da dieci reggimenti disposti su
cinque file, con cento cavalieri alla testa avanz in ordine serrato. I cavalieri
procedevano spalla contro spalla e fianco contro fianco: le loro lunghe lance
tenevano a distanza i nemici e impedivano loro di usare le scuri e le mazze
ferrate. Lanciata sul campo di battaglia, una carica della cavalleria non conosceva
ostacoli. Al segnale di Taticio, le trombe squillarono e i cavalieri aumentarono
l'andatura. L'orda barbara lanci un grido e mosse loro incontro. Dopo cinquanta
passi, le trombe suonarono di nuovo e i soldati raddoppiarono la velocit. I cavalli,
addestrati al combattimento, tendevano le briglie, eccitati per lo scontro
imminente; ma i cavalieri li trattenevano, in attesa del segnale di attacco. I
barbari avanzavano rapidi e il frastuono delle loro grida, dei tamburi e dei corni
faceva tremare la terra e l'aria, inghiottendo il tuono degli zoccoli impetuosi che
divoravano il terreno. A un cenno dello stratega, le trombe squillarono ancora una
volta: diecimila lance si sollevarono. I due eserciti stavano per scontrarsi e,
mentre la distanza tra loro si riduceva sempre di pi, le trombe diedero l'ultimo
segnale: gli uomini a cavallo spronarono i destrieri e li lanciarono al galoppo. Per
lo spazio di un respiro, tutto si confuse in un caos ribollente, mentre i due eserciti
si abbattevano l'uno sull'altro. Il cozzare delle armi risuon come un'esplosione e
giunse fino alle colline circostanti. Diecimila barbari caddero; molti finirono
calpestati dagli zoccoli ferrati della cavalleria imperiale che fecero loro schizzare i
cervelli fuori dai crani; i restanti trovarono la morte sulla punta di una lancia
bizantina. L'attacco port l'imperatore e la sua guardia fin nel cuore dell'orda
barbarica. Quei selvaggi guerrieri, scorgendo l'oro e la porpora degli stendardi
smaglianti, si accalcarono uno sull'altro urlando per la bramosia di abbattere
l'Unto del Signore. Ma Alessio, consapevole dell'enorme rischio di venire
circondato, aveva istruito Taticio a dare il segnale della ritirata non appena fosse
stata compiuta la carica. Come convenuto, quando, sopra le urla dei barbari,
udirono gli squilli di tromba, i bizantini si disimpegnarono agilmente, battendo in
ritirata sui corpi dei morti e degli agonizzanti. I barbari, vedendo indietreggiare il
nemico, continuarono a spingersi avanti, correndo e gridando, totalmente accecati
dalla brama di sangue. Ma il loro inseguimento li fece cadere preda di un'altra
tremenda carica della cavalleria, che era stata tatticamente predisposta
dall'imperatore. Dopo aver fermato la ritirata, infatti, egli aveva ordinato ai suoi

uomini di far voltare i cavalli e di serrare le fila; poi, alla testa di cinquemila
cavalieri, aveva scagliato la sua divisione al centro dell'orda barbarica che si
avvicinava. I nemici, resi pi accorti dall'esperienza precedente, cercarono di
evitare di essere colpiti dalle lance e dagli zoccoli e rallentarono l'andatura,
diradando i ranghi in modo da lasciare un varco ai destrieri e da atterrare i
cavalieri che li avrebbero sfiorati. Ai bizantini, per, tale tattica era ben nota e non
si lasciarono prendere in trappola tanto ingenuamente. La retroguardia copriva le
spalle all'avanguardia, cos che i barbari non solo non riuscirono a circondare il
nemico, ma rischiarono di venire falciati mentre tentavano l'accerchiamento. La
carica perdeva vigore; le truppe imperiali scelsero di ritirarsi proprio nel momento
in cui la loro spinta propulsiva si era esaurita. Indietreggiarono, lasciando il campo
di battaglia coperto dai cadaveri di peceneghi e bogomili. Senza arrestarsi per
rinserrare i ranghi e muovere un nuovo attacco, ripiegarono sulle colline. I barbari,
allora, credendo di aver sconfitto il nemico, strinsero le fila. I tamburi rullarono, i
corni echeggiarono e l'orda barbarica cominci ad avanzare lentamente, dopo che
due cariche devastanti le avevano insegnato a temere l'astuzia dei bizantini.
Niceta, che era rimasto fermo in attesa in cima alla collina, raggiunse l'imperatore
e comment: I cumani stanno diventando impazienti, basileus, minacciano che,
se non sar loro permesso di combattere prima di mezzogiorno, abbandoneranno
il campo di battaglia. Mezzogiorno ancora lontanorispose Alessio. La loro
pazienza sar presto premiata. Guarda laggi!Indic le forze nemiche che si
avvicinavano, non pi in un'unica massa disordinata e acefala, ma divise in tre
corpi distinti, ciascuno agli ordini di un comandante. Riferisci dunque ai nostri
impazienti alleati di tenersi che presto consegneremo il nemico nelle loro mani.
Avvertili di tenersi pronti. Niceta si conged e, spronando il cavallo, ritorn al
galoppo al suo posto di osservazione mentre l'imperatore riprendeva il comando
delle truppe per sferrare l'attacco successivo. Consapevole di essere sul punto di
dare inizio alla fase pi delicata della battaglia, Alessio mormor una breve
preghiera e si fece il segno della croce. Poi, scendendo dalla collina con a fianco i
due alfieri, fece un segno a Taticio che, voltatosi, grid l'ordine: Cavalleria, al
passo!. Tra gli squilli di tromba, le fila di cavalieri in arme si fecero avanti. Gli
invasori risposero accrescendo la distanza fra le loro divisioni. Alessio non
ignorava che, se avessero offerto loro una mezza possibilit, i barbari avrebbero
cercato di accerchiarlo e, se vi fossero riusciti, le sorti della battaglia si sarebbero
volte pericolosamente a loro vantaggio. Osserv il nemico: le due divisioni esterne
si allontanavano dai fianchi di quella centrale e, dietro, il resto dei barbari andava
a coprire le posizioni vacanti dei tre corpi in avanzata. Stanno imparando pens.
I tanti anni di guerra contro l'impero avevano insegnato loro i rudimenti dell'arte
militare. Ogni scontro era pi difficile da vincere, e richiedeva un pi alto tributo di
vite umane, rispetto al precedente: ragione in pi per fare in modo che la
battaglia avesse fine in quel luogo e in quel momento. Alz la mano e fece segno

al suo stratega. Dopo un istante si lev lo squillo acuto e penetrante delle trombe
e le truppe imperiali cominciarono ad avanzare. Come c'era da aspettarsi, nel
momento in cui l'armata di Bisanzio part all'attacco le due ali nemiche si
allargarono per colpirla ai fianchi. Contemporaneamente, il grosso dell'esercito si
spinse rapido in avanti per accerchiare e distruggere gli Immortali. Allo stesso
modo dell'attacco precedente, anche questo fu frenato dalla muraglia compatta di
scudi e corpi che ne assorb l'impatto. Allora i cavalieri abbandonarono le lance e
misero mano alle spade per disperdere a colpi di fendente l'assembramento
nemico. Guardando su entrambi i lati, Alessio si avvide che le divisioni nemiche si
stavano richiudendo sulla cavalleria, e quindi ordin a Taticio di far suonare la
ritirata. Poi si chin sulle redini, le tir con forza, fece voltare il cavallo e guid i
suoi uomini al galoppo su per la collina. I barbari, sorpresi dalla facilit della
vittoria, si lanciarono all'inseguimento, per approfittare dell'inaspettato vantaggio.
Le tre divisioni di testa, seguite da un'enorme valanga umana composte da un
quadrilatero di ventimila unit in larghezza e ventimila in lunghezza si gettarono
correndo lungo i fianchi della collina, decise a non lasciare ai bizantini il tempo di
riorganizzarsi per un nuovo attacco. Con un boato che fece tremare la terra, i
barbari si lanciarono al massacro dei nemici, divorando il terreno e facendo
risplendere le armi sotto il sole. La cavalleria imperiale, non potendo riordinare i
ranghi per tornare alla carica, non ebbe altra scelta che quella di ripiegare ancora
pi in alto, mentre le trombe continuavano a suonare la ritirata. Rapida, la
cavalleria abbandon il campo, e per un attimo non fu che una cresta scura sulla
cima, poi scomparve sull'altro versante. I barbari, con urla di trionfo, si gettarono
all'inseguimento come una muta famelica di cani. Dalla cima della collina videro
gli Immortali che galoppavano gi per il pendio in direzione del fiume e, credendo
che li avrebbero raggiunti mentre tentavano il guado, li inseguirono ebbri di
trionfo. Scesero a capofitto, riversandosi nella vallata per raggiungere il fiume.
Quando per il primo dei barbari arriv al guado, all'improvviso sbucarono
diecimila soldati bizantini: nascosta fra i giunchi della riva, la fanteria imperiale si
lev con un grido. Nello stesso istante gli Immortali girarono i cavalli e ritornarono
di gran carriera sui loro passi, gettando nel panico le forze nemiche. Tentando
disperatamente di riguadagnare la collina per non ritrovarsi in trappola, i barbari
se la diedero a gambe per la strada da cui erano venuti. Allora sulla cima di
un'altura alle loro spalle apparvero i mercenari cumani: trentamila uomini, l'intera
popolazione di un paese barbaro che nutriva un odio atavico per i vicini peceneghi
e bogomili. La trappola era scattata, ed ebbe inizio il massacro. Alessio, ormai
fiducioso nel successo, si ritir dallo scontro. Riun le proprie guardie vareghe e
incaric Dalasseno di informarlo non appena la vittoria fosse stata completa, poi si
diresse
senza
indugio
alla
sua
tenda.
(Da LA LANCIA DI FERRO, DI STEPHEN R. LAWHEAD, traduzione Anna Maria

Cossiga
Conseguenze

Gabri

Passalacqua)
storiche

Il trionfo pressoch totale di Alessio, oltre ad accrescere enormemente il suo


prestigio personale, permette la chiusura del fronte europeo. Ha cos termine la
fase di lotta per l'esistenza dell'Impero ed ha inizio una politica aggressiva contro
il Turco in Asia Minore.

I BOGOMILI NEI PAESI SLAVI


Al mondo medioevale mancava quella unit che costituiva uno dei tratti
caratteristici dell'et romana, ma nonostante ci e malgrado tutte le difficolt di
comunicazione, gli scarsi mezzi di trasporto e la poca sicurezza delle vie, i popoli
europei mantenevano dei rapporti reciproci assai stretti e stabili. Questi rapporti
per non si realizzavano unicamente come contatti, pacifici o di guerra, fra i vari
stati, oppure come legami nell'ambito della vita ecclesiastica. Esistevano, accanto
ad essi, varie sfere dell'attivit umana, dove - per vie quasi ignote o almeno a
stento identificabili - s'intrecciavano altri contatti vastissimi e durevoli. I tratti
comuni nel folklore oppure nel linguaggio popolare risultavano da contatti fra i
vari popoli che si svolgevano al di fuori dei "rapporti ufficiali", sotto lo sguardo
indifferente del potere temporale e spirituale. Vi era tuttavia un campo della vita
spirituale in cui i popoli europei s'ingegnavano di stabilire fra di loro molteplici
contatti e di creare una grande unit, contro il volere degli stati e
dell'organizzazione ecclesiastica: tale era esattamente il caso dei movimenti
ereticali.
Sotto quest'aspetto la storia di certe eresie - come ad esempio il manicheismo, il
bogomilismo ed il catarismo -acquista un significato del tutto nuovo. Le eresie
ricordate possono essere studiate non solo come un fenomeno importante dal
punto di vista puramente religioso o dottrinale, sociale o politico, ma anche come
una forma di contatti e di influssi reciproci fra i vari popoli e paesi, ad esempio fra
l'Oriente e Bisanzio, fra Bisanzio ed i popoli balcanici ed in genere i popoli slavi,
infine fra questi ultimi e l'Occidente europeo. Qualche studioso moderno ebbe
l'idea di dichiarare il bogomilismo come "the first European link" di una catena
millenaria, che incomincia con la predica di Mani in Mesopotamia nel III secolo e
giunge sino alla Crociata degli Albigesi in Francia meridionale nel secolo XIII.
Nonostante la sua troppa semplicit, quest'affermazione appare assai seducente.
Prima di considerarla al di sopra di ogni dubbio, sarebbe necessario un esauriente
e vasto studio comparativo delle grandi correnti ereticali del Medio Evo,
verificando i singoli nessi di questa presupposta ' catena ' sia nella loro sostanza
che nel modo di concatenarsi, attraverso i secoli e gli ampi territori del mondo
medioevale. Durante tutto il periodo medioevale gli Slavi della Penisola Balcanica
erano prevalentemente, se non anche esclusivamente, nell'ambito dell'Impero
bizantino, e per mezzo di esso venivano in contatto con l'Oriente, con il suo
germogliare continuo di eresie. Non difficile perci rintracciare i legami che
univano tali correnti ereticali dell'Oriente, come il manicheismo e il paulicianismo,
con il bogomilismo. Per vari secoli per i popoli balcanici vivevano privi di contatti
con l'Occidente. Accettando la ipotesi di una certa unit e continuit delle correnti
ereticali del Medio Evo, e parlando di un vasto movimento "neomanicheistico"
realizzato attraverso la mediazione dei bogomili balcanici, sembra pi che

necessario badare non soltanto ai tratti di unit dottrinale, ma comprovare anche


l'esistenza dei rapporti storici fra questi popoli. Come per tanti altri movimenti
ereticali, uno sguardo sulla storia e particolarmente sull'essenza dottrinale del
bogomilismo viene ostacolato da una difficolt primordiale: la mancanza totale di
fonti dirette e genuine di provenienza bogomila. Non inutile avvertire che tutto
ci che conosciamo di pi importante della dottrina dei bogomili viene dagli scritti
dei loro nemici. Ben poco si pu ricavare da certi apocrifi di origine presupposta
bogomila, dalla cosidetta "Interrogatio Iohannis, conservataci unicamente in
veste latina di epoca relativamente tarda, finalmente dalla tradizione orale in
fiabe popolari, diffuse fra i Bulgari e fra altri popoli balcanici quasi sino ai giorni
nostri. Essendo il bogomilismo spuntato inizialmente fra i Bulgari e rimasto, per
quanto si pu sapere, limitato per vari decenni fra di essi, la prima menzione delle
fonti storiche sull'eresia spetta agli scritti di origine bulgara, supponendo in detti
scritti un'informazione diretta e copiosa. La speranza dello studioso di scoprire, fra
le opere assai numerose della letteratura bulgara del Medio Evo, fonti abbondanti
sulla storia e la dottrina degli eretici, rimarr delusa. In ordine cronologico come
fonti della storia dei bogomili bulgari si possono menzionare soltanto alcuni scritti
di valore disuguale: alcuni passi nell'Esamerone composto dallo scrittore Giovanni
Esarca verso la fine del secolo IX o all'inizio stesso del secolo decimo, il del
Vescovo Cosma I, composto nel periodo 969-972, poi il Sinodico redatto per ordine
del re Boril (1207-1218) in occasione del sinodo antibogomilistico convocato nella
capitale bulgara di allora, Turnovo, all'inizio del 1211, finalmente la vita del
vescovo della regione di Muglen (in Macedonia) Ilarione, dei tempi dell'imperatore
bizantino Manuele I Comneno (1143-1180), scritta dall'ultimo patriarca della
Bulgaria medioevale Eutimio di Turnovo (13751393). Fra tutti questi scritti quello
di maggior valore senza dubbio l'opera di Cosma, resa pienamente accessibile
agli studiosi occidentali in una versione francese ed in un'altra non meno utile in
lingua latina, assai recenti ambedue. Contemporaneo agli stessi inizi dell'eresia,
connazionale del primo grande promotore ed eresiarca e dei suoi immediati
seguaci, il vescovo Cosma era naturalmente informato in modo ampio e diretto
per il periodo forse pi importante della formazione del bogomilismo. Le sue
testimonianze sono non solo le pi dettagliate e originali, ma hanno anche il
singolare pregio di essere date in modo concreto e abbastanza oggettivo. Una
trentina di anatematismi, formulati in forma pi che schematica nel testo del
Sinodico bulgaro, confermano le testimonianze di Cosma e rilevano certi
particolari di carattere storico o dottrinale nuovi. Giovanni Esarca ben cinque volte
fa cenno ai manichei e agli "Slavi pagani": due delle sue testimonianze
riproducono, in versione paleo-bulgara, passi di autori patristici greci, le altre tre
fanno menzione del culto solare presso i manichei e, salvo una lectio erronea del
testo, presso gli "Slavi pagani", come anche della conczione negativa del mondo
visibile dei manichei. In nove capitoli della Vita di S. Ilarione il vescovo Eutimio ha

voluto dare piuttosto prova della sua cultura letteraria, invece di offrire qualche
notizia diretta e autentica. Parlando dei manichei, degli armeni (= pauliciani) e dei
bogomili in Macedonia Centrale egli nelle dispute reali o fittizie con loro non ha
fatto altro che ripetere gli argomenti dell'apologeta bizantino Eutimio Zigabeno.
Per indagare la storia del bogomilismo siamo costretti, come per tanti altri
momenti nella storia degli Slavi meridionali, a ricorrere alle fonti di origine
bizantina. Relativamente pi copiose, queste fonti nella loro maggioranza si
riferiscono al periodo posteriore della storia del bogomilismo, quando il
movimento ereticale varc i confini della Bulgaria, per diffondersi nell'Impero
bizantino. Considerati gli stretti legami storici e dottrinali che riallacciano il
bogomilismo alle dottrine dei manichei, dei pauliciani, dei massaliani e di alcune
eresie in Bisanzio e nell'Oriente, le fonti storiche di detti movimenti ereticali
diventano pi che indispensabili anche per lo studio del bogomilismo. Per una
curiosa coincidenza due delle fonti bizantine pi antiche sono legate, in certo
modo, con l'Italia. Cos, la "Historia Manichaeorum" di Pietro Siculo, composta
verso l'872, testimonia della penetrazione di missionari pauliciani fra i Bulgari o
almeno di legami esistenti fra i pauliciani dell'Asia Minore e la Bulgaria in quel
periodo. Scritta sulla base di una esperienza personale, quest'opera offre,
d'altronde, preziose corrispondenze dottrinali fra le due eresie. In un codice della
Ambrosiana (cod. 270, E. 9 sup., olim T 89), del sec. XIV, ci pervenuto il testo
unico della fonte bizantina pi antica, dove si danno notizie, bench senza
nominare esplicitamente il bogomilismo, dell'eresia bulgara. Si tratta di una
lettera del patriarca costantinopolitano Teofilatto (2.II.933-27.II.956), diretta al re
bulgaro Pietro (927-969). Conosciuta, come pare, dagli eruditi europei gi all'inizio
del '700 e rimasta inedita, a causa di una falsa attribuzione, sino al secondo
decennio del nostro secolo, tale epistola fu inviata in risposta ad una domanda del
sovrano bulgaro, turbato dal propagarsi dell'eresia nel suo regno. Il patriarca, o
meglio quell'ignoto Giovanni, "chaytophytax" della Chiesa di Costantinopoli, che
scrisse in vece sua la lettera, si basava sulle informazioni fornitegli dal re bulgaro.
Le autorit ecclesiastiche e civili in Bulgaria per non riuscivano ancora ad
afferrare le particolarit della "nuova eresia", e perci la loro informazione non
aveva fornito al patriarca un materiale sicuro e chiaro, per distinguere bene il
movimento. Formulando i tratti essenziali dell'eresia in una serie di anatematismi,
la lettera rimaneva piuttosto a ci che si conosceva sul manicheismo e sui
pauliciani. Nonostante tutto, dal contenuto di questa epistola si possono trarre
alcune conclusioni fondamentali rispetto alla storia del bogomilismo nel periodo
della sua formazione iniziale. Priva di qualsiasi indicazione cronologica esplicita,
ma databile al primo decennio del patriarcato di Teofilatto, l'epistola costituisce un
vero "teyminus ante quem" per il sorgere dell'eresia. Sebbene non disponesse di
una informazione sufficiente, l'autore della lettera aveva definito l'eresia come un
neomanicheismo - un manicheismo cio congiunto con paulicianismo - e questa

sua definizione non fu smentita dalle testimonianze delle altre fonti storiche, e
tanto meno dagli studi moderni, che la modificarono solo parzialmente. La
maggior parte delle fonti bizantine dei tempi posteriori hanno un valore minore e
relativo. Cos, lo scritto di Michele Psello "De operatione daemonum", composto
verso l'inizio della seconda met del sec. XI, non altro che una fonte torbida, il
cui pregio maggiore consiste forse nell'indicare la propagazione dell'eresia in
Tracia. Verso la stessa epoca il monaco del monastero della Peribleptos Eutimio
compose la sua e Costantino Armenopulo, nella sua opera "De haeresibus",
composta verso la met del '300, si accontentarono di riprodurre le testimonianze
dello Zigabeno, come fece del resto parzialmente anche il metropolita di Salonicco
Simeone all'inizo del '400 nel suo ' Dialogo' contro tutte le eresie. Per il secolo XIII
si hanno due altri scritti, una "Epistula ad Constantinopolitanos contra Bogomilos"
del patriarca Germano II (1222-1240), e uno scritto del cartofilace della chiesa
costantinopolitana Giorgio Moschabar, della seconda met del secolo, con alcune
notizie sulla diffusione dell'eresia e su certi tratti dottrinali poco chiari. Dopo il
1363 il patriarca costantinopolitano Callisto I (1350-54, 1355-63) scrisse la vita
dell'esicasta bulgaro Teodosio di Turnovo (m. 1363), conosciuta oggi solo nella
versione bulgara medioevale. Confondendo massalianismo e bogomilismo, il
patriarca ci d alcune notizie sul movimento dei bogomili in Bulgaria in
quell'epoca. Come ultime fonti di origine bizantina si devono rammentare un certo
numero di atti sinodali, alcune formule di anatematismi e di abiura, finalmente
qualche cronaca. Gli scritti di origine serbo-croata e russa costituiscono piuttosto
delle testimonianze della vitalit e della propagazione dell'eresia che fonti di
notizie nuove e originali. Sfruttando con acuto senso critico e spassionata
oggettivit tutte queste fonti si giunger a ricostituire, almeno nei suoi tratti
essenziali, l'evoluzione storico-dottrinale del movimento bogomilistico che agit
un vasto spazio del mondo europeo per oltre cinque secoli.
Il nome slavo "Bogomil", che divenne famoso per cagione dell'eresia omonima,
non altro che un semplice calco dal greco "teofilos", cio a "amato da Dio " ossia
"caro a Dio". Detto nome slavo appare presso i Bulgari gi nella seconda met del
sei. IX. Cos, la pi antica menzione di questo nome si legge in una nota marginale
sul celebre codice pergamenaceo di Cividale (Cod. Sacri, I, f. 4), del sei. V-VI, dove
un nobile bulgaro, Sadak, inviato nell'867 dal principe Boris (852-889) al pontefice
Nicol I, ha segnalato i nomi dei suoi familiari e fra l'altro di sua figlia, "filia eius
Bogomilla". Cosma, che conosceva bene il significato di esso nome, parlando nella
sua opera degli eretici bogomili, non li nomina mai con tale denominazione:
invece di essere un biasimo, il nome tornerebbe a onore e elogio. Per primi
usarono detto nome come appellativo dell'eresia gli autori bizantini, per i quali,
nonostante i tentativi di spiegarlo, esso rimaneva estraneo e oscuro. L'eresia
prese il suo nome da un capo eponimo - il prete (pop) Bogomil, la cui esistenza

storica viene attestata dalle due fonti fra le pi autorevoli, il "Discorso" cio di
Cosma e il Sinodico della chiesa bulgara. L'informazione delle due fonti per caso
quanto mai concisa: non ci insegna altro che il pop Bogomil visse nei tempi del re
bulgaro Pietro, cio fra il 927 e il 969. Appoggiandosi sulle testimonianze di
Cosma, del Sinodico e dell'epistola di Teofilatto, gli studiosi, fra i quali anche i pi
recenti, giunsero alla conclusione che il nascere dell'eresia si deve datare "dans le
premier quart du Xe sicle" oppure "at the beginning of the reign" del re Pietro,
dio poco dopo il 927. Non pochi indizi inducono per a formulare l'ipotesi che
l'eresia aveva anche la sua 'protostoria' e che la sua origine si deve cercare gi
verso la met del secolo IX, all'epoca della conversione ufficiale del popolo
bulgaro al cristianesimo.
l movimento ereticale germogli sul fondo di una complicata realt storica,
quando un fermento interno tentava di concretizzarsi sotto influssi esterni. I
missionari cristiani, nella loro attivit, ebbero a combattere contro varie correnti
religiose, in uno stato dove mancava qualsiasi unit di fede. Al paganesimo slavo
si gli Uiguri ed i Protobulgari mantenessero dei rapporti fra di loro, malgrado le
enormi distanze, anche nel periodo dal sec. VII al sec. IX. Conoscendo lo zelo
eccezionale dei missionari manichei, si potrebbe supporre che durante la seconda
met del sec. VIII e sino all'840 essi non avevano interrotto i legami con gli affini
Protobulgari. Non del tutto impossibile che dopo la soppressione del
manicheismo verso la met del sec. IX, e specialmente dopo le grandi
persecuzioni, missionari manichei abbiano cercato rifugio presso i parenti lontani,
tanto pi che le frontiere dello stato protobulgaro giungevano molto a nord-est,
lungo la costa settentrionale del Mar Nero. Disponendo di alcuni indizi sui contatti
che esistevano in quell'epoca fra i Protobulgari e gli Slavi, da un lato, e l'Iran
dall'altro, non sembra impossibile che missionari manichei potessero giungere in
Bulgaria anche dall'Iran e dall'Iraq. Ad onta dei dubbi formulati da certi studiosi
circa la possibilit di un influsso diretto del manicheismo sui Bulgari, bisogna
supporre con grande verosimiglianza che la religione di Mani penetr fra di loro
insieme con l'eredit antica, assunta dopo lo stabilirsi nei territori balcanici, come
anche tramite contatti diretti nei secoli seguenti con gli Uiguri, con Irak, Iran e
perfino con gli Armeni. Non desta dubbi invece la penetrazione di missionari
pauliciani fra i Bulgari. I cronisti e gli storici bizantini parlano della colonizzazione
di eretici in Tracia nel sec. VIII, a pi riprese (nel 746, 756, 778). I Responsa ad
consulta Bulgarorum di papa Nicol I, dell'866, confermano che a duella epoca fra
i Bulgari erano giunti missionari armeni. Una iscrizione protobulgara della prima
met del sec. IX menziona un personaggio di nome indubbiamente armeno fra i
capi dell'esercito bulgaro. Infine, la 'Historia Manichaeorum' di Pietro Siculo
testimonia di legami fra i pauliciani e le terre bulgare solo pochi anni dopo la
conversione ufficiale nell'865. Questa conversione, effettuata in parte con

violenza, non riusc a sradicare il paganesimo. Numerosi cenni nelle fonti storiche
parlano della persistenza di credenze e riti pagani anche dopo l'introduzione del
cristianesimo come religione ufficiale nello stato. Sino agli ultimi due decenni del
sec. IX, quando nel paese fu introdotto l'alfabeto slavo, fu creata una letteratura
in lingua slava e si organizz un clero slavo, la cristianizzazione rimaneva pi o
meno alla superficie, la nuova religione veniva considerata una manifestazione
pericolosa dell'influsso bizantino ed il clero bizantino un elemento estraneo, se
non anche ostile. I,'aggravarsi progressivo della vita sociale ed economica
rendeva ancora pi ardente il malcontento. Su questo terreno di reazione latente
contro la fede cristiana e la chiesa ufficiale, contro il bizantinismo e le miserie
della vita, ogni semente di pensiero eretico e eterodosso germogliava
copiosamente.
La
constatazione
di
"une
recrudescence
des
crits
antimanichens" nella letteratura bizantina del sec. IX vale ugualmente anche per
la giovane letteratura paleobulgara. Certamente, l'apparire in essa, gi verso la
fine del sec. IX e all'inizio del decimo, di alcuni scritti, di origine bizantina e di
contenuto apologetico, non si deve spiegare come una mera moda letteraria e
attribuirsi al puro caso. Basta citare qualche titolo, per persuadersi che i primi
scrittori bulgari e slavi foggiavano armi contro le eresie ed in difesa della nuova
fede. Tale fu, ad esempio, la traduzione paleoslava di alcuni scritti di Metodio di
Olimpo ed in primo luogo della sua opera "De libero arbitrio", diretta contro il
determinismo della gnosi valentiniana, ma utilizzabile egualmente contro i
manichei. Io scrittore paleobulgaro Costantino di Preslav tradusse, all'inizio stesso
del sec. X, i quattro "Sermoni contro gli Ariani" di Atanasio Alessandrino
evidentemente non per interesse puramente storico-letterario, e nemmeno per
lottare contro un fantasma scomparso ormai da secoli, ma giacch le correnti
ereticali nella Bulgaria di quell'epoca, non ancora bene identificate, offrivano certe
analogie con la "Arriana haeresis" e potevano essere confutate con argomenti
simili. All'epoca paleobulgara appartiene anche la traduzione slava delle di Cirillo
di Gerusalemme, il quale polemizza ampiamente non solo contro le altre eresie,
ma in modo particolare contro il manicheismo. Con la realt storica in Bulgaria
probabilmente si deve connettere anche il riassunto sulle eresie che il patriarca
Fozio scrisse, ad una data che non si pu stabilire con precisione, per rispondere
alla richiesta di un certo monaco, di nome Arsenio. Ora, da una lettera di Fozio
sappiamo ch'egli invi al `monaco ed esicasta 'Arsenio alcuni Bulgari, per istruirli
nella vita monastica. Se si tratta del medesimo personaggio, non sarebbe forse
troppo inverosimile ammettere che dietro il suo interessamento per le eresie si
nascondeva, in realt, l'informazione da parte dei suoi allievi circa la situazione
nel paese neoconvertito. Senza menzionare qui anche le altre testimonianze,
talvolta poco chiare, sull'attivit degli eretici, manichei e pauliciani, in Bulgaria nel
sec. IX, occorre concludere che, secondo ogni probabilit, l'agitazione ereticale
cominci in questo paese molto prima dell'inizio del sec. X, cio gi verso la met

del secolo precedente o un po' pi tardi, a causa della propagazione del


manicheismo, del paulicianismo e forse del massalianismo. Il prete bulgaro
Bogomil fu poi colui il quale, verso i primi decenni del sec. X, concretizz e
formul con pi grande chiarezza e precisione i dommi fondamentali dell'eresia,
che appariva 'nuova' in quanto portava certi tratti specifici, ma in realt sorgeva
da una corrente ormai secolare. Il nome proprio di questo riformatore - `Bogomil',
cio 'amato da Dio' - ben presto, a quanto pare, fu adottato dai suoi seguaci,
giacch parimenti a qualche altra loro denominazione manifestava la loro
convinzione di essere i "veri cristiani" e i "prediletti di Dio". Si hanno scarse
notizie per dare una risposta precisa a due quesiti circa la storia iniziale del
bogomilismo: quale era la regione dove esso nacque e si svilupp inizialmente, e
a quale ambiente sociale appartenevano i suoi promotori e primi seguaci. Cosma
c'informa semplicemente che il prete Bogomil svolse la sua attivit "in terra
bulgara", senza precisare di pi, mentre il Sinodico, ripetendo sostanzialmente la
medesima notizia, aggiunge che il manicheismo, mescolato con massalianismo, fu
"disseminato in tutta la terra bulgara". Le affermazioni di qualche studioso che la
patria dell'eresia si dovrebbe cercare, ad esempio, in Macedonia, non sono altro
che pure ipotesi. Altrettanto difficile la risposta circa l'ambiente sociale del
movimento nei suoi inizi. Basandosi sulle testimonianze delle fonti pi antiche e,
possiamo concludere con grande verosimiglianza che i suoi promotori, come lo
stesso Bogomil, appartenevano al clero bulgaro. Senza dubbio per i seguaci
dell'eresia si raccoglievano anche da altri ambienti e classi sociali. I principi
fondamentali del bogomilismo iniziale si possono ricostituire innanzitutto sulla
base dell'opera di Cosma, molto meno sulle testimonianze dell'epistola di
Teofilatto. Come si pu dedurre da alcune frasi di Cosma, egli non aveva inserito
nella sua polemica tutto ci che conosceva intorno al bogomilismo. In tal modo,
naturalmente, le nostre cognizioni dell'eresia, basate - per quanto riguarda la sua
fase iniziale - su una tale fonte come lo scritto di Cosma, non possono considerarsi
definitive e assolutamente complete. Il silenzio di Cosma su certi particolari ci
permette, d'altronde, di precisare la dottrina ereticale qua e l, sulla base di fonti
posteriori, senza presumere per che si tratti sempre di qualche innovazione,
dovuta all'evoluzione storica dell'eresia. Al pari dei seguaci di certe altre eresie
medioevali, anche i bogomili si dichiaravano 'cristiani' e pretendevano di essere
loro i portatori del vero cristianesimo evangelico, basato sulla tradizione
neotestamentaria. Da una indiscrezione di Cosma si deve concludere che,
malgrado tutte le raccomandazioni del patriarca costantinopolitano circa il
trattamento degli eretici, gi nella prima met del sec. X contro di essi furono
intraprese dure persecuzioni. La dichiarazione di professare il cristianesimo era
dunque, per loro, non una forma di simulazione, come li accusavano gli apologeti
medioevali e, dietro di loro, autori moderni. Come viene rilevato parecchie volte
da Cosma, la base dell'eresia veniva dal Nuovo Testamento, cio dai Vangeli e

dalle epistole apostoliche. Secondo testimonianze esplicite, i bogomili


rinnegavano tutta la tradizione vetero-testamentaria: i libri di Mos, i profeti ecc.,
insieme con gli stessi personaggi biblici. Non di meno essi negavano qualche
personaggio che stava al limite fra il Vecchio ed il Nuovo Testamento, quale ad
esempio Giovanni Battista, considerato dagli eretici ` precursore di Satana',
oppure dell'Anticristo. I bogomili negavano, inoltre, tutta la tradizione
ecclesiastica, enormemente ricca, con la letteratura patristica, in Bisanzio.
Limitando in tal modo il complesso delle fonti della fede, gli eretici bulgari
differivano dalla Chiesa ufficiale anche nell'esegesi di detti scritti. La loro
interpretazione si pu definire, rispetto alla ricchissima letteratura teologica dei
Bizantini, non tanto semplicistica, quanto - se si crede alle affermazioni di Cosma
e agli esempi forniti da lui - allegorica. Come si vede da qualche passo nell'opera
di Cosma, la dottrina dei bogomili bulgari ai suoi tempi non aveva raggiunto la sua
unit riguardo al principio fondamentale, il dualismo. Stando sempre alle
testimonianze della medesima fonte, si potrebbe formulare l'ipotesi che gi si
erano formate le divergenze fra il dualismo assoluto e quello pi moderato - le
quali divergenze dovevano accentuarsi ancora pi chiaramente nei secoli
posteriori. La concezione del principio del male, del diavolo quale creatore del
mondo visibile, come viene testimoniato tante volte da Cosma, era la vera base
dell'atteggiamento degli eretici verso il 'mondo terrestre' in genere. L'apologeta
bulgaro ritorna, nel suo scritto, varie volte sul problema del 'libero arbitrio'; e ci
vuol dire che si doveva rifiutare, secondo lui, un determinismo estremista e
chiaramente espresso dagli eretici. Una volta egli parla di certe fiabe degli eretici,
accennando probabilmente alle loro concezioni cosmologiche, senza entrare nei
dettagli, cosicch su queste concezioni possiamo informarci soltanto dalle fonti
posteriori. Merita rilievo il fatto che Cosma non parla quasi mai, salvo in un passo
non del tutto chiaro, del docetismo bogomilistico, il duale invece viene
testimoniato, sul modello evidentemente delle eresie precedenti, nella lettera di
Teofilatto. Si accenna soltanto a certe concezioni ereticali riguardo alla Madonna,
senza fornirci dettagli precisi. Gli eretici negavano ugualmente i dogmi
fondamentali della Chiesa ortodossa: la Trinit, la Redenzione ecc. Come presso
certi eretici dell'Occidente, presso i bogomili mancava ogni culto della Croce, che
veniva considerata piuttosto uno strumento di tormento del Signore, non degno di
venerazione. Insieme con ci i bogomili erano assolutamente ostili agli edifici del
culto ecclesiastico, alle icone, che consideravano come degli idoli, alle reliquie e
alla loro venerazione, come anche verso gli stessi santi e verso i miracoli attribuiti
non solo a loro, ma anche a Ges. Lottando contro le cerimonie religiose bizantine
troppo complicate, i bogomili negavano tutto il culto in genere, sia la liturgia che
le molteplici preghiere e i riti. Da qualche accenno in fonte posteriore' si deve
dedurre che anche gli eretici avevano un loro culto e certi 'sacramenti', non
conosciuti bene oppure soltanto grazie a qualche testimonianza pi tarda.

Pretendendo di ritornare alla chiesa primitiva con la sua presupposta semplicit, i


bogomili abolivano tutte le preghiere e gli inni ecclesiastici, limitandosi all'unica
preghiera domenicale 'Pater noster', dalla quale abitudine i loro seguaci, i Patereni
(ossia Patareni, Patarini), ricevettero, come pare, la denominazione popolare'. Si
negava il battesimo come anche la comunione, interpretando in modo allegorico
le testimonianze evangeliche su di essa, mentre la confessione si faceva senza la
partecipazione di sacerdoti, dando anche alle donne il diritto di eseguirla. Insieme
con il culto dei santi, i bogomili negavano tutte le festivit ecclesiastiche. le
critiche pi aspre venivano rivolte al clero ortodosso ed al suo mal costume,
insistendo per una vita pi aderente ai precetti del Vangelo. Pur riconoscendo
l'ascetismo duro degli eretici, con i digiuni continui, con la negazione del
matrimonio e di ogni atto sessuale, con l'astensione dai cibi animali e dal vino,
Cosma tenta di sprezzarlo, essendo basato sui principi dualistici, diversi dai motivi
dell'ascetismo ortodosso. Invece di meritare elogi, l'aspetto esterno degli asceti
veniva perci vituperato come segno di ipocrisia. Nella opera di Cosma manca
ogni accenno all'organizzazione ecclesiastica e sociale degli eretici, forse giacch
tale organizzazione ancora non esisteva oppure egli non la conosceva. Da fonti
posteriori sappiamo che anche in questo i bogomili si adoperavano ad imitare
certi particolari della vita dei cristiani primitivi, facendo, ad esempio,
accompagnare i loro capi da 'apostoli', uguali di numero agli apostoli di Ges. Per
tutti questi particolari si potrebbero indicare delle corrispondenze negli
atteggiamenti dei manichei, dei pauliciani e dei massaliani e, senza desumere da
ci un'identit totale del bogomilismo con dette eresie e negare i suoi tratti
specifici. Fra questi ultimi si deve rilevare, in primo luogo, una caratteristica che
derivava dallo stato politico, sociale ed economico del popolo bulgaro all'epoca in
cui il movimento dei bogomili prese inizio. Secondo Cosma, gli eretici spronavano
verso la disobbedienza dinanzi ai signori, ingiuriavano i ricchi, odiavano il sovrano,
oltraggiavano i superiori, biasimavano i nobili (bolfayi), dichiaravano detestabili da
Dio quei che lavoravano per il re e, infine, predicavano che nessuno schiavo
dovesse servire il suo padrone. Insieme con questi elementi di rivolta politica e
sociale il bogomilismo manifestava una reazione nazionale contro il bizantinismo
in Bulgaria. La dottrina ereticale scaturiva, nei suoi principi fondamentali, da
correnti analoghe in Bisanzio, come il manicheismo, il paulicianismo e il
massalianismo, ma in fin dei conti, per una evoluzione dialettica, si rivolgeva
contro la stessa Bisanzio e tutto ci che si immedesimava con Bisanzio nella vita
bulgara, prima di tutto l'ortodossia, l'organizzazione ecclesiastica, il culto ed i riti.
Cos, l'influsso bizantino 'popolare' e 'democratico' `non ufficiale' finiva per
opporsi all'influsso 'ufficiale ', sempre di carattere bizantino, ma effettuato tramite
la Chiesa ufficiale ed il potere temporale. La opposizione fra le due correnti si
manifestava in maniera assai chiara, fra l'altro, nel campo letterario. Alle opere ,
di provenienza prevalentemente bizantina o sotto l'influsso bizantino, i bogomili

contrapponevano una ricchissima produzione letteraria apocrifa, la quale per


spessissimo non era altro che traduzioni di testi bizantini oppure di opere di
origine orientale, ma tramandate attraverso Bisanzio. Per i Bulgari, infine, il
bogomilismo era anche un appello verso la riforma nella vita ecclesiastica. Quasi
contemporaneamente all'attivit del pop Bogomil, nella montagna di Rila, nella
Bulgaria sudoccidentale, viveva in una ascsi durissima il pi famoso anacoreta
del medio evo bulgaro S. Giovanni di Rila, il fondatore del monastero dedicato
oggi al suo nome. La riforma era per necessaria e lo prova, fra l'altro, lo stesso
Cosma, il quale, nella sua opera, colpisce con le sue frecce gli eretici, ma non
risparmia nemmeno il clero ortodosso. La parola dei bogomili trovava dunque fra i
Bulgari, nel secolo X ed alcuni secoli di seguito, un terreno quanto mai fertile, si
divulgava e agitava gli spiriti. La sua vitalit si dimostr nei secoli XI-XII, quando il
bogomilismo trov seguaci perfino nella capitale bizantina, fra il clero, e penetr
in alcune regioni dell'Asia Minore, per perpetuarsi nei territori dell'Impero per
alcuni secoli. La persecuzione, intrapresa ad esempio nei tempi di Alessio I
Comneno, non riusc, a quanto pare, ad arrestare la propagazione dell'eresia.
I,'unificazione di vasti territori balcanici sotto il potere bizantino all'epoca dei
Comneni contribu a rendere pi facile la divulgazione del bogomilismo nelle parti
occidentali della Penisola balcanica. La persecuzione dei bogomili, organizzata
verso la fine del sec. XII dal principe serbo Stefano Nemanja (1168-1196),
testimonia che l'eresia era gi penetrata nei territori serbi ed aveva trovato fedeli
seguaci. Non pi tardi dell'inizio del '200 il bogomilismo si era propagato fra la
popolazione della Bosnia, per raggiungere in quei territori uno sviluppo vastissimo
ed una persistenza ultrasecolare. Il problema della pretesa - e probabile divulgazione delle idee bogomilistiche, con tutte le innova-zioni dovute alla lunga
evoluzione storica, verso regioni pi remote dalla Penisola balcanica - verso l'Italia
settentrionale e verso la Francia meridionale - impone uno studio particolare,
paziente e spassionato.