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UNIRE LA SINISTRA CHE VUOLE RINNOVARSI

L’esito delle elezioni politiche di aprile è molto grave. La partita aperta quindici anni fa, tra
il centrodestra e il centrosinistra, segnata dall’inedito ingresso di una figura come quella di
Berlusconi, è stata lungamente in bilico; si chiude ora con un netto successo politico del
centrodestra. Ma é accaduto qualcosa d’altro: è cresciuta fortemente l’influenza della
destra sull’opinione pubblica e nella formazione del senso comune. Evento che si spiega
in parte con l’intreccio, senza eguali al mondo, tra potere politico, finanziario e mediatico,
in parte con l’abdicazione e il collasso ideologico della sinistra storica.
Il voto di aprile rappresenta una sconfitta di tutto il centrosinistra. Perde il progetto
riformista del Partito Democratico, con amplissimo margine. Viene bocciata senza appello
la lista “La Sinistra-l’Arcobaleno”, che crolla al 3% facendo così mancare in Parlamento,
per la prima volta nella storia repubblicana, la presenza di forze che si richiamino alla
sinistra. Il risultato conferma che la divisione tra una sinistra moderata, che si suppone di
governo, e una sinistra radicale, ritenuta sempre di opposizione, dà un solo esito politico:
la vittoria della destra. Dopo il ’48, non c’era mai stato in Italia, e non c’è in Europa, un
parlamento così conservatore e clericale.

Tre cause prima di altre hanno concorso a determinare questo risultato.

Anzitutto la delusione per l’esperienza del governo Prodi. L’esecutivo del centrosinistra,
che ha dedicato due anni al risanamento dei conti pubblici, è caduto nel momento di
massima impopolarità: le alte aspettative accese nel 2006 (a parte il già allora risicatissimo
risultato elettorale) hanno lasciato il campo a rapide delusioni, tra le élites come nei ceti
più popolari. Su queste delusioni la destra ha costruito, largamente condivise dal Partito
Democratico, la sua agenda e le sue due priorità: tasse e sicurezza.
Pur critici sui risultati di questa stagione di governo, crediamo che aver deliberatamente
liquidato la coalizione di centrosinistra ha messo tutti in un vicolo cieco. Il PD ha cercato
nel corso di tutta la campagna elettorale di indicare nella “sinistra radicale” la responsabile
degli insuccessi dell'esecutivo Prodi. Un’accusa paradossale da parte di chi deteneva la
stragrande maggioranza di ministri e sottosegretari. Ma non c’è dubbio che la sinistra sia
apparsa, in questo suo impegno di governo, troppo spesso rissosa e al tempo stesso
inefficace. La conseguenza è stata che siamo stati percepiti come causa della crisi e al
tempo stesso siamo stati puniti per gli esiti deludenti dell’azione di governo.

La seconda causa: la scelta del PD non di “correre da solo” (vista l’intesa peraltro precaria
con Di Pietro e con i Radicali) ma, più chiaramente, di rompere con la sinistra,
demonizzandone le posizioni politiche in modo perfino caricaturale. I risultati del voto di
aprile rappresentano una sconfitta senza appello per la pretesa “autosufficienza” del PD.
Walter Veltroni ha condotto una campagna elettorale che gli ha permesso di utilizzare una
esposizione mediatica enormemente superiore a quella di tutti gli altri candidati premier.
Eppure i Democratici non sono riusciti a superare la soglia, alla quale ha contribuito anche
il voto radicale, del 33%. È del tutto evidente che è stato sconfitto il PD ed stata sconfitta la
sua pretesa di poter rappresentare l'intero arco del centrosinistra.

Ma è stata bocciata dagli elettori, va detto con onesta consapevolezza, anche qualunque
pretesa di autosufficienza e di isolamento da parte della sinistra. Che è apparsa, nella

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proposta di "Sinistra-Arcobaleno", più come un residuo del passato che come una
speranza per il futuro: insomma, non un soggetto politico unitario ma un cartello elettorale
privo di proposta politica e di un’idea convincente sul futuro dell’Italia. Aver accreditato la
tesi della “separazione consensuale” con il PD, ci ha impedito di chiarire le responsabilità
della rottura e di poter chiedere il voto anche al fine di riaprire una prospettiva di
centrosinistra. Alla martellante campagna sul “voto utile” abbiamo risposto dando noi per
primi l’immagine di una forza non necessaria né per il governo né per l’opposizione.
Superflui, appunto.

Il voto conferma invece che senza una sinistra popolare, innovativa e capace di una
cultura di governo, una parte del Paese rimane senza rappresentanza e le forze
progressiste sono destinate alla sconfitta. Dobbiamo ripartire da qui, da questa
consapevolezza, da una rilettura anche spietata del nostro modo di costruire politica.

La fotografia sociale dell’Italia, anche dopo due anni di governo Prodi, è quella di un paese
fortemente frammentato e diseguale. I salari sono tra i più bassi d’Europa; le morti
“bianche” tra le più alte. L’Italia è un paese che invecchia rapidamente senza poter contare
su un nuovo patto generazionale solidale tra giovani e anziani. Siamo al 32° posto nelle
graduatorie europee per la ricerca scientifica ma al settimo posto per le spese militari. Il
tasso di istruzione è tra i più bassi d’Europa e la dispersione scolastica tra le più alte Un
paese ostile alla libertà femminile, incapace di valorizzare la differenza sessuale, in cui si
aggrava la violenza contro le donne. Un paese che non riconosce il valore sociale della
maternità, nega alle donne accesso al lavoro, parità salariale, rappresentanza nelle
istituzioni e nella società.
Un paese attraversato da una domanda di sicurezza totalmente inedita perchè mescola in
una miscela esplosiva fragilità sociale, paura del diverso, precarietà del lavoro e incertezza
per il futuro, nuove contraddizioni nate dai flussi migratori alimentati dalla povertà del sud
del mondo e dell’est dell’Europa in una globalizzazione non governata dalla politica.
Un paese ambientalmente insostenibile che deve ancora misurarsi sulla sfida per le
energie rinnovabili, sui trasporti su ferro e sulle autostrade del mare, sulla salvaguardia del
territorio agricolo dalle pesanti speculazioni. Un paese che deve ancora imparare a
salvaguardare le coste per un turismo di qualità e la qualità urbana perché nelle grandi
periferie la vita è sempre più dura. Né ci convince lo slogan della crescita indistinta e della
semplice ripresa dei consumi. Una sinistra nuova deve avere la capacità di dire quali sono
i settori economici che devono crescere,quali sono i consumi che devono e possono
aumentare e a favore di chi, e quali invece devono essere temperati e regolati.

Di fronte al drammatico esito delle elezioni politiche e agli immani compiti che ci
attendono, pensare che il rimedio alla nostra sconfitta risieda nel ritorno alla
frammentazione e alle certezze identitarie è non solo sbagliato in sé ma del tutto illusorio.
Il voto ha bocciato il mero “patto federativo” tra forze politiche distinte e non comunicanti
tra loro. È uno schema ormai non più riproponibile.

C’è bisogno di un salto in avanti, non di un ritorno indietro rispetto alla precaria formula
dell’Arcobaleno. La sinistra ha, di fronte a se, una sola e importante possibilità di ripresa:
quella di avviare subito la fase costituente di un nuovo soggetto politico che sia fondata
sulla partecipazione e sul protagonismo di migliaia di donne e di uomini, iscritti e non
iscritti ai partiti politici. Una Costituente di sinistra che sappia essere anche il cantiere di
una innovazione politica e culturale, e che veda impegnate con generosità e passione
quelle forze politiche che credono senza riserve in questo progetto. Non si deve ripetere
l‘errore di ritenere che a sinistra si debba per forza stare tutti insieme, a prescindere dalle
vocazione, dalle volontà, dalle categorie interpretative che si mettono in campo. Il carattere
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“plurale” del nuovo soggetto politico non può più significare la somma di apparati ma
dev'essere lo scambio e la valorizzazione di culture che attraversano tutta la sinistra, in
ciascuna delle sue attuali componenti: la cultura del lavoro, della qualità e della
sostenibilità dello sviluppo, il pacifismo, l'esperienza femminista, quella dei diritti e delle
libertà civili.

C’è già, tra i vecchi promotori dell’Arcobaleno, chi ha scelto un’altra strada, quella di una
“Costituente dei comunisti”, scelta che rispettiamo ma non è certo la nostra: è un progetto
arretrato e del tutto improduttivo. Esiste un’altra sinistra che vuole riaprire la possibilità di
un’alternativa di governo al centrodestra a partire da un ripensamento radicale
dell'esperienza dell'Unione. Quella formula, assemblaggio di tutte le forze che in quel
momento intendevano contrapporsi alla destra, non è più riproponibile. Al paese serve un
centrosinistra nuovo, coeso e determinato attorno ad un programma di cambiamento
sociale.

Al tempo stesso, come rivelano la tiepidezza del dibattito politico alle Camere, occorre che
la sinistra torni subito a fare opposizione e a rappresentarne le ragioni nella società, nei
luoghi della politica, nel paese reale. Perché si possa riaprire una nuova prospettiva di
alternativa alla destra, Sinistra Democratica su questo terreno vuole impegnarsi subito,
prescindendo dagli esiti del dibattito interno al PD. Dipende da noi, dalla capacità della
sinistra di essere, per sua forza, per il consenso che raccoglie e per la qualità delle sue
opzioni ideali e programmatiche, un soggetto politico dal quale nessuno possa
prescindere.

Ci spetta anche una funzione di presidio politico dell’opposizione, con le forme che
sapremo trovare. Una funzione tanto più urgente quanto più sbiadita appare oggi
l’opposizione parlamentare del Partito Democratico rispetto alle prime scelte di
inequivocabile segno politico del governo Berlusconi (dal decreto sicurezza allo
sprezzante isolamento europeo in tema di politiche per l’immigrazione).

Sinistra Democratica conferma la sua missione originaria: contribuire alla nascita di una
nuova sinistra in Italia. Il nostro asse di riferimento politico resta il socialismo europeo ma è
fondamentale costruire un progetto che riveda e superi la logica delle appartenenze
tradizionali e che unisca mondi, culture, linguaggi capaci di ritrovarsi insieme dentro una
comune idea di sinistra. Sappiamo quanto sia importante, a questo fine, l’esito dei
congressi dei Verdi e di Rifondazione Comunista. Guardiamo al loro dibattito con grande
rispetto e molte aspettative, così come guardiamo con grande attenzione il dibattito che
attraversa il mondo laico e socialista. Ma le prossime settimane vogliamo che siano spese
non nell’attesa dei congressi altrui ma con una forte ed immediata iniziativa politica. Il
percorso democratico che abbiamo scelto e che ci porterà all’Assemblea Nazionale del 27,
28 e 29 giugno servirà a una nuova legittimazione, più aperta e più democratica, del nostro
movimento e dei suoi organismi dirigenti, ma sarà indispensabile soprattutto per proiettare
all'esterno il senso e la sfida della nostra proposta.
Dovremo essere capaci di aprire una forte iniziativa nella società: convocare ovunque
assemblee pubbliche aperte a tutti i cittadini, moltiplicare il numero delle “case della
sinistra”, partecipare a tutte le iniziative “per la Costituente” promosse da associazioni e
movimenti politici, come quella che si è svolta a Firenze e le altre che sono in programma
in diverse città italiane. Sarà nostro compito costruire una agenda di opposizione al
governo Berlusconi: se non dai banchi del Parlamento, bisogna riprendere la parola subito,
nelle forme e nei luoghi che avremo a disposizione, per intervenire nella discussione
politica, assumere posizioni chiare e farle vivere nella società.

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Questa legislatura è stata dichiarata dai vincitori “Costituente”: Il Partito Democratico ha
subito aderito, con una larga e incondizionata (per quanto non unanime) apertura al
dialogo e alla collaborazione. Su quali basi? Su quali condivise ipotesi di riforma? Se è
vero che è avanzata a lunghi passi nella politica italiana l’estrema personalizzazione, il
populismo e lo spirito del plebiscito, resta inaccettabile una trasformazione
presidenzialistica e autoritaria della Costituzione repubblicana. Restano perciò valide le
motivazioni che due anni fa hanno portato alla promozione di un referendum abrogativo
della riforma costituzionale del centrodestra. Quel referendum ha vinto e oggi bisogna
tornare a rivolgersi a tutti i cittadini che si impegnarono, aderendo all’appello dell’intero
centrosinistra di allora. La nostra battaglia di opposizione dovrà riprendere dai temi della
pace, delle libertà civili, dell’ambiente e dei diritti di chi lavora, oggi già esplicitamente
minacciati dal nuovo governo delle destre.

Certo, nei prossimi anni ci aspetta una serie di nuove prove elettorali. Il rinnovo del
Parlamento europeo è la scadenza più ravvicinata e quindi la più impegnativa: dopo la
disfatta dell’aprile scorso la sinistra deve dare un segnale di ripresa e di presenza forte in
tutto il Paese. È assolutamente indispensabile che per quella data il nuovo soggetto della
sinistra sia nelle condizioni di presentarsi agli elettori con il suo volto autonomo per
chiedere loro fiducia e consenso necessari: un soggetto politico che si presenti con
l’ambizione di parlare a tutte le forze di sinistra del nostro continente.
Per le elezioni amministrative e regionali va subito decisamente respinta l’ipotesi,
formulata in seno al Partito Democratico, di alleanze à la carte, a seconda delle situazioni
e delle esigenze dei territori: o c’è una esplicita alleanza con la sinistra, o nessuna
alleanza, con le conseguenze inevitabili.

Noi crediamo che la sinistra sia viva nella società, nella cultura, nei valori in cui credono
tanti uomini e tante donne di questo Paese. Questa parte dell’Italia ha bisogno di una
coerente rappresentanza politica. Sinistra Democratica resta al servizio di questo progetto.
Ci attende un periodo non breve di ricostruzione. Un lavoro difficile e appassionante di
ricognizione sociale, di radicamento popolare, di ripensamento del progetto e della
presenza della sinistra nel territorio e nei luoghi di lavoro. La sinistra che serve è una
sinistra popolare, forte di una autonoma cultura critica, che porta il radicalismo dei
contenuti in una prospettiva di governo. Che si pone il problema del rapporto con il PD,
sapendo tenere insieme il conflitto politico e programmatico e la il progetto di un nuovo
centrosinistra. È una sinistra che solo in parte oggi ritroviamo nei suoi storici partiti di
riferimento ma che nel paese è vasta e diffusa, ed ha saputo mostrarsi molte volte, con
una capacità di aggregazione, di battaglia politica e di testimonianza civile altissime.

Serve una sinistra che è tale perché sceglie di materializzare sulla scena politica il lavoro e
le sue trasformazioni dandogli rappresentanza, e che per questo sa costruire un rapporto
nuovo con il sindacato che il lavoro rappresenta socialmente: un rapporto di reciproca
autonomia, né competitivo né di estraneità e meno che mai di autosufficienza.

Ci rivolgiamo alle donne e agli uomini di sinistra, e a tutte le forze – politiche, culturali,
associative, di movimento - che vogliono impegnarsi in questa sfida per una nuova
sinistra. Disposta a misurarsi con la sfida del cambiamento. Donne e uomini che vogliono
riaprire un cantiere politico, che non cercano il rifugio di vecchie trincee in cui sopravvivere
a una battaglia persa. Questa sfida comporta spirito unitario e volontà di rinnovamento.
Cioè un progetto politico e un processo Costituente: Sinistra Democratica farà la propria
parte.

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