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SCUOLA SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

MOTIVAZIONE DEI PROVVEDIMENTI


E COMUNICAZIONE TRA GRADI DI GIUDIZIO

LE DECISIONI DI MERITO E DI LEGITTIMITA:


TECNICHE DI REDAZIONE DELLA MOTIVAZIONE
CASISTICA SUI PRINCIPALI VIZI
(confronto a pi voci)

cons. Carlo Citterio


SCHEMA dellINTERVENTO
- II (MATERIALE di DOCUMENTAZIONE)

8.4.2013

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 1

Specificit dei motivi Puntualit delle risposte


Sez. 6, Sentenza n. 32227 del 16/07/2010 Cc. (dep. 23/08/2010 ) Rv. 248037
Presidente: De Roberto G. Estensore: Ippolito F. Relatore: Ippolito F. Imputato: T.. P.M.
Cedrangolo O. (Conf.)
(Dichiara inammissibile, Trib. lib. Taranto, 22/03/2010)
661 IMPUGNAZIONI - 074 motivi di ricorso - IN GENERE
IMPUGNAZIONI - CASSAZIONE - MOTIVI DI RICORSO - IN GENERE - Motivi perplessi e
alternativi - Carenza di specificit - Sussistenza - Inammissibilit dell'impugnazione.
inammissibile, per difetto di specificit, il ricorso presentato prospettando vizi di motivazione del
provvedimento impugnato, i cui motivi siano enunciati in forma perplessa o alternativa. (Nella fattispecie il
ricorrente aveva lamentato la "mancanza e/o insufficienza e/o illogicit della motivazione" in ordine alla
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari posti a fondamento di un'ordinanza
applicativa di misura cautelare personale).
Sez. 6, Sentenza n. 800 del 06/12/2011 Ud. (dep. 12/01/2012 ) Rv. 251528
Presidente: De Roberto G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Bidognetti e
altri. P.M. Selvaggi E. (Conf.)
(Rigetta, Ass.App. Napoli, 15 novembre 2010)
661 IMPUGNAZIONI - 074 motivi di ricorso - IN GENERE
IMPUGNAZIONI - CASSAZIONE - MOTIVI DI RICORSO - IN GENERE - Motivi perplessi o
alternativi - Carenza di specificit - Sussistenza - Inammissibilit dell'impugnazione.
E inammissibile, per difetto di specificit, il ricorso per vizi di motivazione i cui motivi siano enunciati
in forma perplessa o alternativa.
Sez. 6, Sentenza n. 40536 del 14/10/2010 Cc. (dep. 17/11/2010 ) Rv. 248687
Presidente: De Roberto G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: P.G. in proc.
Berforini. P.M. Di Casola C. (Diff.)
(Dichiara inammissibile, Trib. Empoli, 01 febbraio 2005)
661 IMPUGNAZIONI - 080 mancanza della motivazione
IMPUGNAZIONI - CASSAZIONE - MOTIVI DI RICORSO - MANCANZA DELLA
MOTIVAZIONE - Mancanza assoluta della motivazione - Nullit della sentenza di assoluzione Interesse ad impugnare del P.M. - Esclusione - Ragione - Fattispecie.
In tema di impugnazioni, inammissibile il ricorso per cassazione del P.M. con il quale si denunci la
nullit di una sentenza di assoluzione per mancanza assoluta della motivazione, non sussistendo alcun
interesse all'impugnazione in difetto di qualsiasi specificazione delle ragioni della erroneit della decisione,
ovvero dell'indicazione dello specifico vantaggio perseguito con l'annullamento della medesima.
(Fattispecie in cui la sentenza era costituita dall'intestazione, dalle conclusioni delle parti e dal dispositivo).
Sez. 6, Sentenza n. 18081 del 14/04/2011 Ud. (dep. 10/05/2011 ) Rv. 250248
Presidente: Agro' A. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: P.G. in proc. Perrone.
P.M. Selvaggi E. (Diff.)
(Dichiara inammissibile, App. Bari, 23/01/2009)
661 IMPUGNAZIONI - 076 illogicita' della motivazione
IMPUGNAZIONI - CASSAZIONE - MOTIVI DI RICORSO - ILLOGICIT DELLA
MOTIVAZIONE - Sentenza di appello - Riforma integrale della sentenza di primo grado - Difetto
di motivazione - Specificit del motivo di ricorso - Condizioni.

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inammissibile, per genericit del motivo, il ricorso per cassazione che, denunciando il difetto di
motivazione della sentenza d'appello per l'assenza di un confronto con le ragioni esposte dal primo giudice
a sostegno della decisione integralmente riformata, non proceda ad autonoma critica indicando,
specificamente e con illustrazione delle ragioni della decisivit al fine di una diversa deliberazione, i
passaggi argomentativi della sentenza di primo grado ignorati.

La pienezza dellambito della motivazione del giudice dappello


La rivalutazione originaria del punto della decisione attaccato
Sentenza n. 3287 del 27 novembre 2008 - depositata il 23 gennaio 2009
(Sezioni Unite Penali, Presidente V. Carbone, Relatore A. Fiale)
<< 3.5 Viene prospettato in ricorso che lart. 559, 4 comma, c.p.p. troverebbe diverse
modalit applicative, a seconda che il giudice impedito abbia o meno redatto la minuta della
motivazione, giacch nel primo caso il presidente dovrebbe procedere a sottoscrivere tale
documento prima del suo deposito in cancelleria mentre, nel secondo caso, il presidente
dovrebbe limitarsi, dando atto dellimpedimento del giudice, a sottoscrivere il dispositivo
(eventualmente preceduto dallindicazione del nominativo dellimputato, delle imputazioni e
delle conclusioni delle parti), ordinandone il deposito ai fini della eventuale impugnazione,
finalizzata ad ottenere una declaratoria di nullit della decisione con regressione al giudice di
primo grado.
In questottica non solo viene affermata la possibilit dellimpugnazione del mero
dispositivo, ma essa viene anzi configurata quale strumento idoneo a superare una situazione
di stallo determinata dalla sopravvenuta impossibilit di provvedere al deposito della
motivazione.
Tale ricostruzione procedimentale non condivisibile, sia perch per il giudice
monocratico (come gi si osservato) non previsto il deposito di alcuna minuta sia perch
il caso della mancanza assoluta della motivazione non rientra tra quelli, tassativamente
previsti dallart. 604 c.p.p., nei quali il giudice di appello deve dichiarare la nullit della
sentenza appellata e disporre la trasmissione degli atti al giudice di primo grado;
verificandosi invece nullit ai sensi dellart. 125, 3 comma, c.p.p., alla quale, allorquando la
sentenza appellabile, il giudice di appello pu rimediare in forza dei poteri di piena
cognizione e valutazione del fatto assegnatigli dalla legge.
Neppure pu condividersi una prospettazione di radicale inesistenza della sentenza
priva di motivazione [affermata da Cass. pen.: Sez. III, 13.7.2007, n. 27965, Butera; Sez. III,
28.4.2004, n. 35109, P.G. in proc. Basile e Sez. II, 17.10.2000, n. 5223, Pavani; nonch da Cass.
lav., 8.10.1985, n. 4881; Monacelli contro Inps], poich il concetto di inesistenza, quale categoria
dogmatica elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza e ben distinta da quella della nullit
assoluta per il fatto di travalicare lo stesso giudicato, appare rimandare essenzialmente ai casi
talmente gravi da far perdere allatto i requisiti geneticamente propri dello stesso (nei quali
ad esempio la sentenza promani da organo o persona privi di potere giurisdizionale o nei
confronti di imputato inesistente), s da porlo quale strutturalmente inidoneo a produrre alcun
effetto giuridico nel processo e fuori di esso [vedi Cass., Sez, Unite pen.: 24.11.1999, n. 25, Di
Dona e 9.7.1997, n. 11, P.M. in proc. Quarantelli].
Nella fattispecie in esame, dunque, la Corte territoriale anche a fronte del deposito del
mero dispositivo della sentenza pronunciata dal G.I.P. avrebbe comunque potuto decidere
nel merito e, nel rispetto dei limiti del devoluto e del divieto di reformatio in peius,
procedere addirittura alla redazione integrale di una motivazione mancante, utilizzando le
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prove gi legittimamente acquisite nel precedente grado di giudizio nel contraddittorio


delle parti (in tal senso Cass., Sez. V, 25.3.2005, n. 11961)>>.
Sentenza n. 3286 del 27 novembre 2008 - depositata il 23 gennaio
(Sezioni Unite Penali, Presidente V. Carbone, Relatore A. Fiale)
<<6.4 Secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema:
- anche il giudice di appello - pur non dovendo trascurare le argomentazioni
difensive dell'appellante - non tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli
elementi favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti ma, in una visione globale di
ogni particolarit del caso, sufficiente che dia l'indicazione di quelli ritenuti
rilevanti e di valore decisivo, rimanendo implicitamente disattesi e superati tutti
gli altri, pur in carenza di stretta confutazione (vedi Cass., Sez. 6, 4.9.1992, n. 9398).
Nella fattispecie in esame, la Corte di merito, nel corretto esercizio del potere
discrezionale riconosciutole in proposito dalla legge, ha confermato il giudizio di
equivalenza espresso dal primo giudice attribuendo rilevanza decisiva alla
estrema gravit oggettiva delle condotte criminose accertate ed al
comportamento processuale ispirato alla ostinata negazione delle proprie
responsabilit, deducendone razionalmente significazioni negative della
personalit dell'imputato.>>

2009

Sez. 6, Sentenza n. 24062 del 10/05/2011 Cc. (dep. 15/06/2011 ) Rv. 250499
Presidente: Serpico F. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Palau Giovannetti.
P.M. D'Angelo G. (Conf.)
(Annulla con rinvio, App. Brescia, 22/11/2004)
661 IMPUGNAZIONI - 005 atti preliminari al giudizio - IN GENERE
IMPUGNAZIONI - APPELLO - ATTI PRELIMINARI AL GIUDIZIO - IN GENERE - Sentenza
di proscioglimento pronunciata "de plano" prima del dibattimento - Conseguenze nel giudizio di
legittimit - Nullit assoluta per violazione del contraddittorio - Interesse dell'imputato alla sua
dichiarazione - Sussistenza - Ragione - Fattispecie.
Nel giudizio di cassazione, vi l'interesse dell'imputato alla declaratoria di nullit della sentenza con
cui la Corte d'appello abbia dichiarato "de plano" l'estinzione del reato per prescrizione prima del
dibattimento, poich solo il giudice del merito pu valutare la sussistenza delle condizioni per deliberare il
proscioglimento a norma dell'art. 129, comma secondo, cod. proc. pen., con riferimento al contenuto di
tutte le risultanze processuali. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato con rinvio
l'impugnata sentenza, ritenendola affetta da nullit assoluta per violazione radicale del contraddittorio).

La patologia della risposta


Sez. 6, Sentenza n. 35346 del 12/06/2008 Ud. (dep. 15/09/2008 ) Rv. 241188
Presidente: De Roberto G. Estensore: Matera L. Relatore: Matera L. Imputato:
Bonarrigo e altri. P.M. Selvaggi E. (Conf.)
(Annulla in parte con rinvio, App. Messina, 5 Luglio 2004)
Sussiste il vizio di motivazione, sindacabile ai sensi dell'art. 606, comma primo, lett.
e), cod. proc. pen., quando il giudice del gravame si limita a respingere i motivi
d'impugnazione specificamente proposti dall'appellante e a richiamare la contestata
motivazione del giudice di primo grado in termini apodittici o meramente ripetitivi, senza

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farsi carico di argomentare sull'inconsistenza ovvero sulla non pertinenza delle relative
censure.
Le censure di omessa motivazione mosse nei confronti dell'impugnata sentenza
dall'Italia (in relazione ai capi P e I), dal Leggio (in relazione al capo P), dal La Camera (in
relazione al capo P), dal Coppolino (in relazione al capo E), dal Galluzzo (in relazione ai
capi P, H e O) e dal Bonarrigo (in relazione ai capi A, C, D, E, F, P) sono fondate.
Questa Corte, nel precisare i limiti di legittimit della motivazione per relationem della
sentenza di appello, ha avuto modo di precisare che l'integrazione della motivazione tra
le conformi sentenze di primo e secondo grado possibile soltanto se nella sentenza
d'appello sia riscontrabile un nucleo essenziale di argomentazione, da cui possa desumersi
che il giudice del secondo grado, dopo avere proceduto all'esame delle censure
dell'appellante, ha fatto proprie le considerazioni svolte dal primo giudice. Pi
specificamente, l'ambito della necessaria autonoma motivazione del giudice d'appello
risulta correlato alla qualit e alla consistenza delle censure rivolte dall'appellante. Se
questi si limita alla mera riproposizione di questioni di fatto gi adeguatamente esaminate
e correttamente risolte dal primo giudice, oppure di questioni generiche, superflue o
palesemente inconsistenti, il giudice dell'impugnazione ben pu motivare per relazione e
trascurare di esaminare argomenti superflui, non pertinenti, generici o manifestamente
infondati. Quando, invece, le soluzioni adottate dal Giudice di primo grado siano state
specificamente censurate dall'appellante, sussiste il vizio di motivazione, sindacabile ex art.
606 c.p.p., comma 1, lett. e, se il giudice del gravame si limita a respingere tali censure e a
richiamare la contestata motivazione in termini apodittici o meramente ripetitivi, senza
farsi carico di argomentare sulla fallacia o inadeguatezza o non consistenza dei motivi di
impugnazione. (Cass. Sez. 6, 20-4-2005 n. 4221).
Nel caso in esame, la decisione impugnata risulta affetta dal denunciato vizio di
motivazione, essendosi la Corte di Appello limitata a ricopiare integralmente - salvo
qualche minima interpolazione -, nelle parti concernenti l'affermazione di responsabilit
dei ricorrenti, la motivazione della sentenza di primo grado, senza sottoporla ad alcun
vaglio critico e senza esaminare e valutare, sia pure per ritenerli inconferenti o infondati, gli
specifici motivi di impugnazione proposti dai singoli appellanti.
2) In particolare, per quanto riguarda il reato associativo di cui al capo P, ascritto agli
imputati La Camera, Italia, Leggio, Galluzzo, Bonarrigo e Cav, la motivazione della
sentenza di appello (pagg. 86-97) in punto responsabilit riproduce alla lettera quella della
decisione del Tribunale (pagg. 57-68), dalla quale il giudice del gravame si discostato solo
nell'escludere la circostanza aggravante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, comma 4 e
nel riconoscere l'attenuante di cui all'art. 74, comma 6 della stessa legge. Sono state del tutto
ignorate, pertanto, le specifiche deduzioni svolte, con diverse articolazioni, dagli appellanti
La Camera, Italia, Leggio, Galluzzo e Bonarrigo in ordine alla inidoneit del materiale
probatorio a dimostrare la sussistenza degli elementi integrativi della fattispecie associativa
contestata e l'appartenenza dei singoli prevenuti al sodalizio criminoso.
Sempre con riguardo all'affermazione di responsabilit, con riferimento al reato sub E),
la motivazione della sentenza di appello (pagg. 44-55) una copia di quella della sentenza
di primo grado (pagg. 18-28), rispetto alla quale viene omessa solo l'integrale riproduzione
del contenuto delle intercettazioni. Non un'autonoma parola viene spesa per contrastare le
argomentazioni difensive svolte con i motivi di appello dal Bonarrigo e dal Coppolino.
Analogamente, per quanto riguarda il capo I), la parte motiva della sentenza di appello
(pagg. 67-79) si sovrappone perfettamente a quella di primo grado (pagg. 40-48), senza
procedere ad alcun esame critico delle censure mosse dall'appellante Italia. L'impugnata
sentenza risulta del tutto carente di autonoma motivazione anche in relazione ai reati sub
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H) ed O), per i quali si limita a trascrivere integralmente (rispettivamente a pagg. 62-67 e


82-86) le argomentazioni svolte dal GUP (rispettivamente a pagg. 34- 38 e 54-57),
omettendo ogni valutazione delle deduzioni difensive svolte dall'appellante Galluzzo.
Del tutto ignorati, infine, per quanto attiene alla posizione del Bonarrigo, risultano
altres gli articolati motivi di appello svolti in relazione alle imputazioni di cui ai capi A),
C), D, F), per le quali la motivazione resa dalla Corte distrettuale (rispettivamente a pagg.
29-36, 37-40, 40-44, 44-55) combacia perfettamente con quella della decisione di primo
grado (pagg. 6-11, 13-15, 15-18, 18-28).
3) In relazione alle imputazioni suindicate, pertanto, la motivazione della sentenza di
appello risulta una mera riproduzione letterale di quella di primo grado. Il giudice del
gravame, anzi, non si nemmeno preoccupato di specificare di ritenere condivisibili le
argomentazioni svolte dal GUP e di riportarle nella sua decisione in quanto coincidenti con
le sue valutazioni. Apparentemente, infatti, la motivazione della sentenza impugnata, in
realt frutto di una mera operazione di ricopiatura materiale di quella di primo grado, si
pone come espressione di un'autonoma valutazione del giudice di appello, che segue
all'esposizione dei motivi d'impugnazione. Ci posto, si osserva che nelle parti segnalate si
in presenza di una motivazione meramente apparente, resa in violazione dell'art. 125
c.p.p., comma 3 (oltre che dell'art. 111 Cost., comma 6), in quanto il giudice di appello,
limitandosi a ricopiare la sentenza di primo grado, senza apportare alcun autonomo
contributo critico, ha mostrato di non avere affatto esaminato e valutato gli specifici motivi
di doglianza proposti dagli appellanti. evidente, infatti, che la mera ritrascrizione della
precedente motivazione non adempie l'obbligo di motivazione e fa venir meno lo stesso
oggetto del giudizio di appello, costituito dalla revisione critica della precedente pronuncia
alla stregua degli argomenti svolti dall'appellante, e quindi la garanzia del doppio grado di
giurisdizione (Cass. Sez. 4, 25-2-1999 n. 4557; Cass. Sez. 3, 14-2- 1994 n. 4704).
Di conseguenza, s'impone l'annullamento della sentenza impugnata, in relazione ai capi
e ai punti suindicati, con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di Appello di Reggio
Calabria, che dovr motivare in modo congruo ed esauriente in ordine alle imputazioni
considerate.>>
Sez. 6, Sentenza n. 12148 del 2009
<<3. Il ricorso fondato.
Rileva innanzitutto il Collegio che l'imputato aveva presentato un atto di appello con cui
aveva dedotto motivi specifici, con particolare riferimento alla "errata valutazione delle prove e
della buona fede" e alla "mancanza di dolo e mancata motivazione sul punto".
Orbene, vero che, quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell'analisi e
nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la
struttura motivazionale della sentenza di appello pu saldarsi con quella precedente per
formare un unico complesso corpo argomentativo, sicch risulta possibile, sulla base della
motivazione della sentenza di primo grado, colmare eventuali lacune della sentenza di
appello.
stato per pi volte ribadito da questa Corte che manca di motivazione la sentenza
d'appello che - nell'ipotesi in cui le soluzioni adottate dal giudice di primo grado siano
state specificamente censurate dall'appellante - si limiti a riprodurre la decisione del primo
giudice, aggiungendo la propria adesione in termini apodittici e stereotipati, senza dare
conto degli specifici motivi d'impugnazione e senza argomentare sull'inconsistenza o non
pertinenza degli stessi (cfr. Cass. Sez. 6, n. 6221/2005, Rv. 233082, Aglieri; id. n. 12540/2000,
Rv. 218172, Prescia).

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In tal caso non pu certamente parlarsi di motivazione "per relationem", bens di elusione
dell'obbligo di motivare, previsto a pena di nullit dall'art. 125 c.p.p., comma 3 e direttamente
imposto dall'art. 111 Cost., comma 6, che fonda l'essenza della giurisdizione e della sua
legittimazione sull'obbligo di "rendere ragione" della decisione, ossia sulla natura cognitiva e
non potestativa del giudizio.
Ritiene il Collegio che viola ancora pi gravemente tale obbligo, e perci nulla per
mancanza di motivazione, la sentenza d'appello che si limiti a copiare la decisione di primo
grado, cos vanificando del tutto il senso e lo scopo dell'atto di impugnazione e del secondo
grado di giudizio, che si trasforma in uno spreco di tempo e di risorse e in una apparente e
fittizia garanzia per l'imputato. Nel caso in esame, dopo una prima parte autonoma ma
prevalentemente descrittiva del processo, la motivazione (dal periodo "La difesa dell'imputato
ha chiamato a testimoniare sul punto..." sino all'elencazione finale degli "indici esteriori,
rivelatori dell'atteggiamento della volont..."), la riproduzione integrale - e neppure
dichiarata - della motivazione della sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di P, contro
cui l'imputato aveva presentato il suo specifico gravame e che, pertanto, non pu essere
considerata replica ai motivi d'appello.
5. La sentenza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio, per il giudizio, ad altra sezione
della corte d'appello di T.>>

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Sez. 6, Sentenza n. 29638 del 2010 REPUBBLICA ITALIANA


IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
...
Queste due peculiarit del rito d'appello - assoluta pienezza della cognizione, suo ambito limitato ai
punti della decisione devoluti con motivi specifici - spiegano ed evidenziano la peculiarit della
motivazione della sentenza di appello, che si caratterizza per una singolare specularit: da un lato il
motivo d'impugnazione deve indicare specificamente gli elementi di fatto e le ragioni di diritto che
sorreggono la doglianza, dall'altro il giudice di appello deve, con motivazione non apparente e immune
dai vizi logici della contraddittoriet e della manifesta illogicit, confrontarsi quantomeno con quegli
elementi e quelle ragioni indicate, sotto comminatoria di inammissibilit, dalla parte e, pi
esaustivamente, con la correttezza giuridica e di merito del punto della decisione investito da quel
motivo, tenendo conto dell'intero contenuto del fascicolo del giudizio di primo grado e non solo di
quanto argomentato dal giudice di primo grado.
In particolare, il giudice dell'appello deve dimostrare di avere sottoposto a rinnovato ed autonomo
vaglio il punto della decisione devolutogli, consentendo cos alle parti ed al giudice di legittimit la
verifica logica - con riferimento ai parametri di cui all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E - del ragionamento
che sostiene il percorso motivazionale di questo vaglio autonomo e della sintesi valutativa che lo
conclude.
In tale contesto sistematico, e ricordato che uno dei presupposti della specificit del motivo di
impugnazione, e quindi della sua ammissibilit, il confronto puntuale con le argomentazioni presenti
nella sentenza di primo grado, l'obbligo di motivazione del giudice di appello ai sensi dell'art. 111
Cost., comma 6 e art. 125 c.p.p., art. 546 c.p.p., lett. E, art. 598 c.p.p., certamente correlato alla qualit e
consistenza delle censure rivolte dall'appellante. Con la ricordata precisazione che l'esigenza del suo
adeguato adempimento non implica necessariamente l'analitica valutazione di tutti gli elementi
favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti ma, quando comprovata l'avvenuta revisione globale di
ogni particolarit del caso, anche tenendo presenti le specifiche censure, viene soddisfatta con
l'indicazione degli elementi ritenuti rilevanti e di valore decisivo, tutti gli altri rimanendo
implicitamente disattesi e superati, pur se non specificamente confutati (Sez. Unite sent. 3286 del
27.11.2008 ~ 23.1.2009 in proc. Chiodi), ogni qual volta non abbiano per s valenza disarticolante la
razionalit del percorso argomentativo (ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, nuovo testo lett. E: Sez. 6^,
sent. 38698 del 26.9 - 22.11.2006 in proc. Moschetti).
questo anche il filo conduttore della giurisprudenza in materia di "motivazione per relazione",
secondo cui il giudice d'appello pu limitarsi a richiamare le parti corrispondenti della motivazione
della precedente sentenza solo quando l'appellante a sua volta si limita alla mera riproposizione di
questioni di fatto (o di diritto) gi espressamente ed adeguatamente esaminate e correttamente risolte
dal primo giudice, ovvero propone deduzioni generiche, apodittiche, superflue o palesemente
inconsistenti. Quando invece si in presenza di una contestazione specifica, che introduca valutazioni e
considerazioni non svolte in precedenza ovvero che critichino con puntualit le argomentazioni con cui
le proprie precedenti deduzioni sono state disattese dal primo giudice, il giudice dell'appello non pu
richiamare in termini meramente ripetitivi, stereotipati quando non apodittici, la motivazione della
sentenza impugnata (Sez. 6^, sent. 35346 del 12.6 15.9.2008 in proc. Bonarrigo e altri; Sez. 6^, sent. 40609
del 1 - 30.10.2008 in proc. Ciavarella; Sez. 6^, sent. 6221 del 20.4.2005 - 16.2.2006 in proc. Aglieri ed altri),
oppure solo limitarsi a riprodurne graficamente parti intere (Sez. 6^, sent. 12148 del 12.2 - 19.3.2009, in
proc. Giustino), in tal caso verificandosi una vera e propria elusione dell'obbligo di motivare. Il
richiamo , in questo secondo caso, legittimo solo quando, specificamente individuato, diviene mero
passaggio argomentativo inserito nell'autonomo percorso giustificativo della rinnovata valutazione
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della Corte d'appello, caratterizzata dal necessario puntuale confronto motivazionale con il contenuto e
le ragioni della contestazione specifica.
evidente, infine, che, in assenza di una disciplina positiva sullo "stile" della sentenza d'appello, ci
che solo rileva che all'interno della complessiva motivazione sia dato individuare con chiarezza quel
necessario autonomo e specifico vaglio dei punti specifici devoluti dall'impugnazione ed il percorso
argomentativo che lo sostiene.
4. La motivazione della Corte distrettuale non risponde ai principi sopra ricordati.
Essa appare viziata, nel suo complesso, da una struttura sostanzialmente solo riepilogativa, e per
relazione, della sentenza di primo grado, che non assolve al doveroso puntuale confronto con le
deduzioni poste a sostegno dei punti della decisione oggetto dei singoli articolati motivi di appello, a
fronte di una pluralit di imputati e di imputazioni, queste non contestate tutte in concorso. E poich la
sentenza di primo grado non conteneva gi una risposta esauriente a tutte le censure, proposte nei
motivi di appello (come del resto fisiologico, quando non tutti i possibili profili di interesse difensivo
vengano anticipati) e riproposte, come vizi motivazionali, nei vari ricorsi, quella struttura motivazionale
non risulta complessivamente idonea ad assolvere il peculiare obbligo motivazionale che appartiene al
giudice d'appello. 4.1 In particolare, la sentenza di appello alle pagine 3 e 4 da conto delle condanne in
relazione ai vari capi di imputazioni, alle pagine 4 - 6 espone le sole richieste dei singoli atti di appello,
alle pagine da 6 a 9 espone i capi di imputazione. Da pag. 9 la Corte distrettuale spiega le ragioni della
conferma delle responsabilit giudicate in primo grado, commentando: la centralit delle deposizioni
RUELLO; il contenuto "effettivamente confuso ed approssimativo" della ricostruzione delle vicende
estorsive ed usurarie tuttavia spiegabile con la complessit ed ampiezza delle dichiarazioni e la
sovrapposizione dei rapporti; l'esistenza di un nucleo centrale rimasto costante e privo di
contraddizioni interne in un contesto sprovvisto di alcun intento calunniator o e sostenuto da
acquisizioni documentali; l'esistenza di titoli cambiari, assegni bancari e matrici con sigle, oggetto di tre
verbali di sequestro della Guardia di finanza (relativi a titoli consegnati tra gli altri a RUFFA,
CARCHEDI, FRANZ, LO BIANCO PAOLINO, LO BIANCO CARMELO), nonch accertamenti bancari
che, insieme, costituivano "serio elemento di verifica esterna" all'attendibilit della persona offesa. Da
pag. 11 espone il contenuto delle dichiarazioni di RUELLO all'udienza dibattimentale del 15.12.2005 in
ordine: al rinvenimento di un ordigno esplosivo fuori di un proprio negozio nel 1992; ai rapporti con
CARMELO LO BIANCO e ENZO BARBA, a un prestito di L. 30 milioni ricevuto dallo stesso LO
BIANCO CARMELO con i successivi pagamenti usurari con assegni dati anche al LO BIANCO
PAOLINO; a prestiti usurari ricevuti in precedenza anche da BARBA FRANCESCO e DI RENZO
(imputati in altro procedimento); a prestiti sempre usurari ottenuti poi da FRANZ, RUFFO,
CARCHEDI e FLAMINGO, ai rapporti con CARCHEDI (dando atto delle precisazioni fornite, in esito a
"precise contestazioni difensive", in sede di controesame) FRANZ e RUFFA, ai prestiti ottenuti da LO
BIANCO PAOLINO. Da pag. 17 la sentenza d'appello richiama poi le dichiarazioni dei verbalizzanti
SACC, COMITE, DAIDONE e BRUZZANO, quali "sommariamente" riportate dalla sentenza di primo
grado "a parziale conforto degli esiti della prova testimoniale" di RUELLO, in ordine: ai contatti emersi
dalle intercettazioni, all'analisi degli accertamenti bancari e in particolare a un assegno da 2000 Euro
emesso dalla figlia RUELLO MARIA RITA, girato al RUELLO GAETANO e da questi al LO BIANCO
PAOLO (dipendente dell'ospedale civile locale e tuttavia titolare di conti correnti dalle movimentazioni
assai elevate e quindi ingiustificate) e quindi ad altro assegno da 3000 Euro giunto al CARCHEDI, infine
agli accertamenti su matrici e assegni che avevano dato esito certo solo in relazione a due assegni da lire
5 milioni emessi dal RUELLO e incassati rispettivamente da BARBA FRANCESCO e LO BIANCO
PAOLINO.
Dalla pagina 19 la sentenza impugnata prima richiama le pagine da 23 a 26 della sentenza del
Tribunale per la specifica comparazione tra l'esito degli accertamenti e le dichiarazioni di RUELLO (ma
le informazioni contenute in quelle pagine paiono quelle di cui la sentenza d'appello ha gi dato conto
nelle pagine 11 e 18) e quindi parafrasa il contenuto della sentenza del Tribunale in ordine alle
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 13

dichiarazioni su LO BIANCO, CARCHEDI e FRANZ (pag. 24 - 25 sentenza primo grado, pag. 20 - 21


sent. appello); richiama quindi l'associazione tra assegni e matrici riportata alle pagine 29 - 30 della
prima sentenza (si tratta, pare, delle pagine 26 - 30) e, poi, fa riferimento alla motivazione del Tribunale,
che definisce adeguata, sul punto del non essersi potuto verificare quale dei titoli in questione fosse
stato o meno "bancato". Dall'ultimo capoverso di pag. 21 la Corte parafrasa le valutazioni espresse dal
Tribunale alle pagine 30 e 31 della sua motivazione, che fa proprie, in ordine alla complessit
contenutistica e temporale della vicenda, all'assenza di una precisa documentazione a sostegno della
ricostruzione puntuale delle vicende usurarie ed estorsive, e tuttavia all'esistenza di un nucleo costante
delle dichiarazioni di RUELLO ed all'assenza certa di alcun suo intento calunnioso; richiama poi le
risultanze dei conti correnti, a riprova dello stato di bisogno della parte e della sussistenza
dell'aggravante corrispondente.
La Corte distrettuale argomenta quindi (pag.23) che "va dunque affermata la penale responsabilit
degli imputati in ordine a tutte le fattispecie loro rispettivamente ascritte in rubrica". Per il delitto di
tentata estorsione sub 1 (LO BIANCO CARMELO e BARBA) afferma che violenza o minaccia sussistono
perch i due, non essendo poi rilevante che fosse stata la persona offesa a rivolgersi loro (il che
integrava l'aggravante contestata), "si richiamavano all'apposizione di un ordigno esplosivo ai danni
della persona offesa"; argomentava l'inconfigurabilit della desistenza perch la loro rinuncia era stata
determinata dal "sospetto che il RUELLO li volesse denunciare", quindi da timore e non da scelta
volontaria. Per il delitto di estorsione aggravata ascritto al LO BIANCO CARMELO argomenta che "il
riferimento alle condizioni di salute di un figlio detenuto doveva ragionevolmente ritenersi un pretesto
alquanto improbabile per trarre comunque profitto dallo stato di bisogno della persona offesa". Infine,
appariva "palese la sussistenza di tutte le fattispecie usurarie ugualmente dedotte in rubrica", per le
dichiarazioni di RUELLO e le prove documentali richiamate, cos sussistendo scuramente anche le due
aggravanti.
Cos conclude il Giudice dell'appello: "Vanno comunque disattese le singole censure proposte dagli
imputati avverso la sentenza impugnata; gran parte di esse sono state affrontate e risolte nelle pregresse
pagine motivazionali". Spiegato perch la richiesta di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale
proposta dal RUFFA GREGORIO era infondata, la Corte catanzarese ritiene "corretta la contestazione
dell'aggravante speciale del metodo mafioso a pi riprese contestata", "in considerazione della natura e
delle modalit delle vessazioni e del sospetto di appartenenza di taluni degli imputati a consorterie
mafiose".
4.2 ben vero che i due passaggi della conclusione, appena evidenziati, potrebbero di per s essere
ricondotti ad una mera infelice forma espositiva. Ma in realt, nel caso concreto, l'espresso riferimento
alla soluzione di "gran parte" delle singole censure (e quindi non di "tutte") ed al sospetto di
appartenenza di "taluni" degli imputati a consorterie mafiose (e quindi non di "tutti") finisce con il
manifestare il limite insuperabile della struttura argomentativa della sentenza impugnata, deliberata in
un processo con plurime imputazioni, pi imputati, non contestazione di delitto associativo o di
concorso generalizzato.
Nulla ha infatti ritenuto di dire il Giudice d'appello, anche solo nella parte descrittiva, sul contenuto
delle singole specifiche doglianze; si riportato direttamente alle imputazioni ed ha poi reiterato
sostanzialmente la motivazione del Tribunale, ha quindi concluso che gran parte delle censure erano
superate dalle proprie argomentazioni - lasciando gi con tale locuzione il dubbio di mancate risposte e comunque determinando la necessit che questa Corte di legittimit - per rispondere ai motivi di
ricorso - debba andare a verificare i contenuti dei singoli atti di appello per poi procedere ad una
valutazione - necessariamente discrezionale, stante la struttura generale e generica (quanto alle singole
posizioni) - di pertinenza delle argomentazioni generali alle singole censure. Ma tale ricerca - fisiologica
quando si tratta di verificare se il motivo di ricorso sia o meno "nuovo" - laddove resa "necessaria"
conferma, per altra via, che l'impostazione seguita dalla motivazione della sentenza impugnata si
manifestata intrinsecamente, e appunto insuperabilmente, inidonea a dar conto del percorso
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 14

argomentativo svolto, in relazione a ciascun imputato ed a ciascuna imputazione, percorso che non pu
essere ricostruito dalla mera lettura della decisione impugnata.
Ed in effetti sono rimaste cos prive di risposta, a titolo esemplificativo, le censure specifiche sui dati
temporali del rapporto usurario (tra parte del narrato di RUELLO e parte della documentazione: LO
BIANCO CARMELO e PAOLO - aspetto in fatto espressamente devoluto nei relativi appelli -),
sull'inverosimiglianza della narrazione (pag. 3 ricorso BARBA), sull'inidoneit del richiamo a notizie
giornalistiche e a interventi politici quali riscontri esterni in ragione del mancato accertamento su di essi
(BARBA e L.B. CARMELO, aspetto in fatto espressamente devoluto nei motivi di appello), sulla unicit
dell'apporto (BARBA, aspetto in fatto devoluto nei motivi d'appello), sulla configurabilit dello stato di
bisogno in relazione alla riconduzione dell'origine a libera scelta commerciale (L.B. PAOLO), sulla
distanza temporale tra l'apposizione dell'ordigno - non contestata agli imputati - e la richiesta di denaro
(L.B. CARMELO), sull'inattendibilit soggettiva specifica di RUELLO rispetto alla posizione
CARCHEDI (per la diversit del contenuto delle dichiarazioni rese al dibattimento, con l'impropriet di
passare direttamente dalla ritenuta credibilit generale all'attendibilit sulla singola persona in
relazione alla singola contestazione: aspetto espressamente proposto dettagliatamente nei motivi di
appello), sull'omesso esame della moglie di CARCHEDI in relazione a tali sopravvenute diverse
dichiarazioni, sulle posizioni specifiche di FRANZ e RUFFA, sulla configurabilit della desistenza per
il reato sub 1 tenuto conto della differenza tra spontaneit e volontariet in relazione a quello che la
Corte distrettuale indica gi come mero sospetto di denuncia (circostanza che avrebbe richiesto una
valutazione fattuale specifica, proprio per dar conto del perch si ritiene la condotta dei due imputati
interessati oltre che non spontanea anche non volontaria, in un contesto in cui - come visto - non si
motivato sulla deduzione difensiva di mancanza di prova dei fatti - intervento di politici, pubblicazioni
giornalistiche - che dal punto di vista logico sostenevano il ritenuto timore di imminente denuncia);
sull'attribuibilit ai singoli imputati dell'aggravante ex art. 7 in relazione alle specifiche imputazioni
loro ascritte.
Si noti: il punto non che tali censure, le singole richieste, appaiano necessariamente fondate: ma
su di esse la Corte avrebbe dovuto argomentare specificamente.
Sez. 6, Sentenza n. 44642 del 02/12/2010 Ud. (dep. 20/12/2010 ) Rv. 249090
Presidente: De Roberto G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: P.G. in proc. De
Rose e altri. P.M. Volpe G. (Diff.)
(Annulla con rinvio, App. Catanzaro, 09 ottobre 2009)
677 SENTENZA - 037 dispositivo
SENTENZA - REQUISITI - DISPOSITIVO - Contrasto con la motivazione in ordine alla
quantificazione della pena - Deduzione nel ricorso - Conseguenze.
La discrasia tra dispositivo letto in udienza e motivazione non contestuale in ordine alla determinazione
del trattamento sanzionatorio, se con il ricorso ne sia stata sollecitata la rimozione, comporta
l'annullamento della sentenza per omessa motivazione sul punto e legittima il giudice del rinvio a
procedere ad un nuovo autonomo esame degli originari motivi d'appello sulla quantificazione della pena ed
ad una nuova decisione in merito, con l'unico limite del rispetto di quanto deliberato nel dispositivo e
riscontrato dalla motivazione per cui deve ritenersi formato il giudicato. (Fattispecie relativa alla divergenza
tra la pena comminata nel dispositivo e quella inferiore indicata nella motivazione della sentenza a seguito
dell'applicazione della disciplina della continuazione di cui non vi era menzione alcuna nel primo).

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 15

La riforma in appello del giudizio di responsabilit


(con nuove problematiche per la prima condanna in secondo grado : il raccordo con
il principio delloltre ogni ragionevole dubbio)
1.
Sez. U, Sentenza n. 33748 del 12/07/2005 Ud. (dep. 20/09/2005 ) Rv. 231679 Relazioni
Collegate
Presidente: Marvulli N. Estensore: Canzio G. Relatore: Canzio G. Imputato: Mannino. P.M.
Siniscalchi A. (Parz. Diff.)
(Annulla con rinvio, App. Palermo, 11 Maggio 2004)
677 SENTENZA - 041 motivazione - IN GENERE
SENTENZA (Cod. proc. pen. 1988) - REQUISITI - motivazione - IN GENERE - Impugnazioni Appello - Decisione che comporti totale riforma della sentenza di primo grado - Doveri
motivazionali del giudice di appello - Individuazione.
In tema di motivazione della sentenza, il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo
grado ha l'obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di
confutare specificamente i pi rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto
delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento
impugnato.
Sez. U, Sentenza n. 33748 del 12/07/2005 Ud. (dep. 20/09/2005 ) Rv. 231675 Relazioni
Collegate
Presidente: Marvulli N. Estensore: Canzio G. Relatore: Canzio G. Imputato: Mannino. P.M.
Siniscalchi A. (Parz. Diff.)
(Annulla con rinvio, App. Palermo, 11 Maggio 2004)
661 IMPUGNAZIONI - 002 APPELLO - IN GENERE
IMPUGNAZIONI (Cod. proc. pen. 1988) - APPELLO - IN GENERE - Effetto devolutivo Soggetti del diritto di impugnazione - Pubblico ministero - Appello del P.M. contro la sentenza di
assoluzione - Effetto pienamente devolutivo - Portata.
L'appello del P.M. contro la sentenza di assoluzione emessa all'esito del dibattimento, salva l'esigenza di
contenere la pronuncia nei limiti della originaria contestazione, ha effetto pienamente devolutivo,
attribuendo al giudice "ad quem" gli ampi poteri decisori previsti dall'art. 597 comma secondo lett. b) cod.
proc. pen.. Ne consegue che, da un lato, l'imputato rimesso nella fase iniziale del giudizio e pu
riproporre, anche se respinte, tutte le istanze che attengono alla ricostruzione probatoria del fatto ed alla sua
consistenza giuridica; dall'altro, il giudice dell'appello legittimato a verificare tutte le risultanze
processuali e a riconsiderare anche i punti della sentenza di primo grado che non abbiano formato oggetto di
specifica critica, non essendo vincolato alle alternative decisorie prospettate nei motivi di appello e non
potendo comunque sottrarsi all'onere di esprimere le proprie determinazioni in ordine ai rilievi
dell'imputato.
Sez. 6, Sentenza n. 22120 del 29/04/2009 Ud. (dep. 27/05/2009 ) Rv. 243946
Presidente: Lattanzi G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Tatone e altri. P.M.
Iacoviello FM. (Conf.)
(Annulla con rinvio, App. Milano, 14 febbraio 2006)
677 SENTENZA - 041 motivazione - IN GENERE
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SENTENZA - REQUISITI - MOTIVAZIONE - IN GENERE - Sentenza di condanna


pronunciata in appello in riforma di sentenza assolutoria di primo grado - Obblighi di
motivazione.
In tema di motivazione della sentenza di condanna pronunciata in appello in riforma di sentenza
assolutoria di primo grado, il giudice ha l'obbligo di confutare in modo specifico e completo le
argomentazioni della decisione di assoluzione e di valutare le ulteriori argomentazioni non sviluppate in
tale decisione ma comunque dedotte dall'imputato dopo la stessa e prima della sentenza di secondo grado,
pronunciandosi altres sui motivi di impugnazione relativi a violazioni di legge intervenute nel giudizio di
primo grado in danno dell'imputato e da questi non dedotte per carenza di interesse, nonch sulle richieste
subordinate avanzate dall'imputato stesso in sede di discussione nel giudizio di primo grado.
3.1 Il giudizio d'appello ha un peculiare ambito di cognizione che caratterizzato da
confini determinati con estrema chiarezza:
- l'effetto devolutivo (art. 597 c.p.p., comma 1), che strettamente connesso e conseguente al
principio della necessaria specificit dei motivi di impugnazione (art. 581 c.p.p., lett. c);
- i limitatissimi poteri di integrazione d'ufficio dell'ambito conoscitivo (art. 597 c.p.p.,
comma 5);
- l'obbligo di immediata declaratoria di determinate cause di non punibilit (art. 129 c.p.p.,
comma 1);
- l'eccezionalit del potere di annullamento (art. 604 c.p.p., commi 5 e 6; art. 604 c.p.p.,
comma 4);
- la soggezione del giudice di appello alla sola verifica propria delle tassative e limitate
ragioni del controllo di legittimit (art. 606 c.p.p., lett. b, c e specialmente e).
All'interno di questi confini vi assoluta pienezza di cognizione e di rivalutazione del
merito di quanto stato devoluto. in proposito emblematico il recente insegnamento delle
Sezioni unite di questa Corte di legittimit, contenuto nella sentenza n. 3287 del 27.11.2008 23.1.2009 in proc. Rotunno, in cui si afferma che "il caso della mancanza assoluta della
motivazione non rientra tra quelli, tassativamente previsti dall'art. 604 c.p.p., nei quali il
giudice di appello deve dichiarare la nullit della sentenza appellata e disporre la trasmissione
degli atti al giudice di primo grado"; in tal caso si verifica "invece nullit ai sensi dell'art. 125
c.p.p., comma 3 alla quale, allorquando la sentenza appellabile, il giudice di appello pu
rimediare in forza dei poteri di piena cognizione e valutazione del fatto assegnatigli dalla
legge".
Il confronto del giudice dell'appello quindi, nell'ambito del devoluto, innanzitutto con gli
atti del fascicolo processuale e non (solo) con la motivazione della sentenza di primo grado. Il
giudice di appello trae infatti dal confronto tra la sentenza impugnata ed i motivi
d'impugnazione solamente gli spunti per verificare ed eventualmente far propria, o
modificare, l'adeguatezza della decisione come concretizzatasi nel dispositivo alla valutazione
di merito corretta e congrua rispetto al contenuto di tutti gli atti processuali utilizzabili per ci
che attiene ai punti della decisione, devolutigli con i motivi specifici. Ci spiega anche la
costante giurisprudenza di legittimit per cui, se da un lato il motivo di impugnazione per
essere specifico deve concretizzarsi nella precisa e determinata indicazione delle ragioni di
diritto e degli elementi di fatto che sorreggono la doglianza sul singolo punto della decisione,
tuttavia ci che viene devoluto il punto della decisione e non gli argomenti logici, le singole
questioni che sono dibattute e proposte con il motivo (Sez. 4, sent. 47158 del 25.10 - 20.12.2007
in proc. Minardi; Sez. 4, sent. 4968 del 8.2 - 16.5.1996 in proc. Bonetti). Sicch il giudice di
appello pu modificare la sentenza di primo grado, sui punti devoluti, anche per ragioni
diverse da quelle dedotte nell'atto di impugnazione, cos come pu confermarla con
argomentazioni integrative o addirittura del tutto differenti da quelle svolte dal giudice del
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 17

primo grado, come avviene quando le deduzioni dell'appellante sono condivisibili ma dagli
atti emergono ulteriori, diversi e sufficienti elementi di prova per confermare il dispositivo
della decisione (Sez. 4, sent. 15461 del 14.1.2003 - 1.4.2004 in proc. Williams e altri).
Questa pienezza di cognizione limitata ai punti della decisione devoluti con motivi specifici
evidenzia la peculiarit della motivazione della sentenza di appello, che si caratterizza per una
singolare specularit: il motivo d'impugnazione deve indicare specificamente gli elementi di
fatto e le ragioni di diritto che sorreggono la doglianza e il giudice di appello deve, con
motivazione non apparente e immune dai vizi logici della contraddittoriet e della manifesta
illogicit, confrontarsi quantomeno con quegli elementi e quelle ragioni indicate, a pena di
inammissibilit, dalla parte e, pi esaustivamente, con la correttezza giuridica e di merito del
punto della decisione investito da quel motivo, tenendo conto dell'intero contenuto del
fascicolo del giudizio di primo grado.
In particolare, il giudice dell'appello deve dimostrare di avere sottoposto a rinnovato ed
autonomo vaglio il punto della decisione devolutogli, consentendo alle parti ed al giudice di
legittimit la verifica logica - con riferimento ai parametri di cui all'art. 606 c.p.p., comma 1,
lett. e - del ragionamento che sostiene il percorso motivazionale di questo vaglio autonomo e
della sintesi valutativa che lo conclude.
In tale contesto sistematico, e ricordato che uno dei presupposti dell'ammissibilit del
motivo di impugnazione e della sua specificit il confronto puntuale con le argomentazioni
presenti nella sentenza di primo grado, l'obbligo di motivazione del giudice di appello ai sensi
dell'art. 111 Cost., comma 6 e art. 125 c.p.p., art. 546 c.p.p., lett. e, art. 598 c.p.p. certamente
correlato alla qualit e consistenza delle censure rivolte dall'appellante. Con la precisazione
che l'esigenza del suo adeguato adempimento non implica necessariamente l'analitica
valutazione di tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti ma, quando
comprovata l'avvenuta revisione globale di ogni particolarit del caso, anche tenendo presenti
le specifiche censure, viene soddisfatta con l'indicazione degli elementi ritenuti rilevanti e di
valore decisivo, tutti gli altri rimanendo implicitamente disattesi e superati, pur se non
specificamente confutati (Sez. Unite sent. 3286 del 27.11.2008 - 23.1.2009 in proc. Chiodi), ogni
qual volta non abbiano per s valenza disarticolante la razionalit del percorso argomentativo
(ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, nuovo testo lett. e: Sez. 6, sent. 38698 del 26.9 - 22.11.2006
in proc. Moschetti). questo anche il filo conduttore della giurisprudenza in materia di
"motivazione per relazione", secondo cui il giudice d'appello pu limitarsi a richiamare le parti
corrispondenti della motivazione della precedente sentenza solo quando l'appellante a sua
volta si limita alla mera riproposizione di questioni di fatto (o di diritto) gi espressamente ed
adeguatamente esaminate e correttamente risolte dal primo giudice, ovvero propone
deduzioni generiche, apodittiche, superflue o palesemente inconsistenti. Mentre in presenza di
una contestazione specifica, che introduca valutazioni e considerazioni non svolte in
precedenza ovvero che critichino con puntualit le argomentazioni con cui le proprie
precedenti deduzioni sono state disattese dal primo giudice, il giudice dell'appello non pu
richiamare in termini meramente ripetitivi, stereotipati quando non apodittici la motivazione
della sentenza impugnata (Sez. 6, sent. 35346 del 12.6 - 15.9.2008 in proc. Bonarrigo e altri; Sez.
6, sent. 40609 del 1 - 30.10.2008 in proc. Ciavarella; Sez. 6, sent. 6221 del 20.4.2005 - 16.2.2006 in
proc. Aglieri ed altri), oppure solo limitarsi a riprodurne graficamente parti intere (Sez. 6, sent.
12148 del 12.2 - 19.3.2009, in proc. Giustino), in tal caso verificandosi una vera e propria
elusione dell'obbligo di motivare. Il richiamo , in questo secondo caso, legittimo solo quando
diviene mero passaggio argomentativo, e specificamente individuato, inserito nell'autonomo
percorso giustificativo della rinnovata valutazione della Corte d'appello, caratterizzata dal
necessario puntuale confronto motivazionale con il contenuto e le ragioni della contestazione
specifica.
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3.2 Questo particolare contenuto dell'obbligo motivazionale del giudice di appello assume
connotati ancor pi originali e stringenti nel caso in cui la sentenza di appello affermi una
responsabilit negata in primo grado.
Se infatti vero che la situazione procedimentale della condanna in appello di imputato
assolto in primo grado si sottrae a censure di costituzionalit e di violazione di norme
internazionali (che non prevedono l'obbligo del sistema processuale - ed il corrispondente
diritto del singolo interessato - al doppio grado di merito: paragrafi 5.2 e 7.2 della sentenza
Corte costituzionale n. 26 del 2007), essa presenta comunque una peculiarit delicata. Quando
infatti la condanna che interviene per la prima volta in appello argomentata con
apprezzamenti di stretto merito che coinvolgono elementi di fatto nuovi o comunque diversi,
rispetto a quelli valutati nella decisione di primo grado e nella stessa impugnazione della parte
pubblica (il tema analogo nel caso di impugnazione della parte civile e di mutamento della
decisione anche ai soli fini civili, ai sensi dell'art. 576 c.p.p.), l'imputato non ha pi la
possibilit di confutare il nuovo apprezzamento di merito, se non nel limitato ambito della sua
logica motivazionale ai sensi in particolare dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e.
Ben consapevole delle comunque pregiudizievoli, ancorch non illegittime, conseguenze di
questa realt, la giurisprudenza di legittimit ha quindi elaborato tre punti fermi relativi ai
requisiti che la motivazione del giudice di appello deve avere in tale evenienza:
- la pretesa di un particolare rigore nell'adempimento dell'obbligo di motivazione,
accentuando i richiami alla specificit e completezza della confutazione delle ragioni
assolutorie (tanto da parlare, con efficace locuzione, di "piena sovrapposizione"); e ci
specialmente nei casi in cui il materiale probatorio valutato rimanga il medesimo e nei quali
pertanto il giudice d'appello non pu limitarsi alla citazione formale delle fonti di prova (Sez.
Unite, sent. 33748 del 12.7 - 20.9.05 in proc. Mannino; Sez. 4, sent. 28582 del 9.6 - 29.7.05 in
proc. Baia; Sez. 2, sent. 746 del 11.11.2005 - 11.1.2006 in proc. Vagge ed altro; Sez. 5, sent. 35762
del 5.5 - 18.9.2008 in proc. Aleksi e altri; Sez. 5, sent. 42033 del 17.10 - 11.11.2008 in proc.
Pappalardo);
- l'estensione dei confini della "provvista" argomentativa con cui il giudice di appello deve
confrontarsi, comprendendovi oltre alla motivazione della sentenza di assoluzione tutte le
memorie e le deduzioni integrative comunque proposte dalla parte beneficiaria
dell'assoluzione dopo la sentenza di primo grado e prima della sentenza di appello (Sez.
Unite, sent. 45276 del 30.10 - 24.11.2003 in proc. Andreotti; Sez. 6, sent. 6221 del 20.4.2005 16.2.2006 in proc. Aglieri ed altri);
- l'obbligo del giudice di appello di confrontarsi anche con eventuali violazioni di legge
intervenute nel giudizio di primo grado in danno dell'imputato, da questi non dedotte per
mancanza di interesse (Sez. Un. Andreotti, citata).
Ad essi deve aggiungersi l'obbligo del giudice di appello di confrontarsi pure con tutte le
richieste "subordinate" (in termini di eccezioni, qualificazione giuridica, circostanze del reato o
trattamento sanzionatorio) svolte dall'imputato in sede di conclusioni dopo la discussione
della causa nel primo grado: invero, nel momento in cui il giudice di appello afferma la
colpevolezza negata in primo grado poi tenuto all'esauriente trattazione di tutti i punti della
decisione conseguenti, recuperando le originarie richieste difensive subordinate che non sono
state ovviamente dedotte in appello per mancanza di interesse, motivando adeguatamente
sulle stesse.
Il sistema cos delineato ha una sua evidente coerenza logica, strettamente connessa tra
l'altro alla concreta esperienza giurisdizionale.
Innanzitutto, l'affermazione dell'esistenza dell'obbligo di confrontarsi nella motivazione
della sentenza d'appello che condanna per la prima volta non solo con tutte le argomentazioni
della sentenza assolutoria ma anche con tutte le deduzioni integrative proposte dalle parti
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prosciolte si giustifica in relazione alla struttura motivazionale della sentenza assolutoria, dove
il primo giudice pu legittimamente selezionare, tra pi ragioni pur concorrenti nella stessa
direzione, l'argomentazione che giudica assorbente ad imporre la propria decisione, sicch
delle altre - pur presenti nel processo e che comunque costituiscono pertinente contenuto
potenziale del confronto argomentativo - ben pu non trovarsi traccia nel provvedimento
impugnato. Fermo restando allora l'obbligo del giudice di appello - per quanto prima
argomentato - di confronto con l'intero contenuto del fascicolo processuale (con la possibilit
di rilevare autonomamente ulteriori ragioni assolutorie eventualmente esistenti, diverse e
concorrenti rispetto a quelle argomentate in concreto dal primo giudice), indubbio che la
parte prosciolta, se vuole che quelle ragioni dialettiche divengano oggetto specifico
dell'obbligo motivazionale del giudice di appello per il controllo ai sensi dell'art. 606 c.p.p.,
comma 1, lett. e, ha l'onere di dedurle in modo specifico, in una sorta di applicazione
analogica dell'art. 581 c.p.p., lett. c. A tale deduzione specifica non pu allora, per quanto
prima argomentato, che corrispondere l'obbligo di motivazione puntuale corrispondente da
parte del giudice d'appello. In secondo luogo, poich nel caso di affermazione di
responsabilit vanno come detto necessariamente affrontati i punti della decisione conseguenti
(in particolare gli aspetti afferenti le circostanze del reato ed il trattamento sanzionatorio, nei
suoi momenti tipici della determinazione della pena base, della valutazione del rapporto tra le
riconosciute circostanze eventualmente applicate e della loro incidenza in concreto, del
riconoscimento di eventuali continuazioni con quantificazione dei corrispondenti aumenti), in
presenza di specifiche richieste gi tempestivamente rivolte in proposito al giudice di primo
grado il giudice d'appello ha l'obbligo di una puntuale ed argomentata risposta anche su tali
richieste subordinate, cos come lo ha nei confronti di richieste pertinenti che siano state
proposte con memorie dopo la sentenza di primo grado, ovvero in sede di presentazione delle
conclusioni in esito alla discussione del processo di appello (senza che si possa affermare,
proprio per la peculiare natura della sentenza di prima condanna in appello, che la mancata
riproposizione di richieste gi tempestivamente proposte nella discussione del primo grado, e
verbalizzate nelle relative conclusioni, ne comporti una sorte di decadenza).
4.1 La motivazione della sentenza impugnata non conforme ai principi esposti, e ci
impone il suo annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte milanese per nuovo
giudizio. Il processo a carico di TATONE NICOLA ed altri presenta, secondo quanto si evince
dalle motivazioni delle due sentenze di merito e dal contenuto dei ricorsi, alcune precipue
caratteristiche:
- la vicenda sorge in relazione ad un particolare rinvenimento di armi, caratterizzato dal
luogo (una cantina o garage) e dalla disponibilit di quel luogo in capo a pi persone abitanti
nel medesimo immobile;
- dalle dichiarazioni di uno degli originari imputati si apprende di una precedente custodia
e gestione di cocaina nello stesso luogo e a cura degli stessi imputati, collocabile nel periodo di
circa un mese, da fine luglio primi di agosto ai primi di settembre;
- poich le due imputazioni (fatti di armi e fatti droga) "partono insieme", vi un'evidente
connessione nella valutazione del materiale probatorio indiziario e dei riscontri alle
dichiarazioni del chiamante in correit;
- le successive intercettazioni ambientali a carico di uno degli imputati di questo primo
gruppo e per questi primi fatti conducono, in ipotesi accusatoria, all'accertamento di ulteriori e
diversi fatti di gestione e traffico di cocaina, a carico di pi soggetti con modalit differenti:
peculiarit di questa seconda parte della vicenda che, proprio in relazione alle intercettazioni
in corso, la polizia giudiziaria pu eseguire alcuni accertamenti, pedinamenti ed interventi
sull'attivit illecita in svolgimento, che consentono non di rinvenire stupefacente prima
dell'esecuzione della misura cautelare custodiale (verranno trovati i cinque grammi di cocaina
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 20

nell'abitazione del DE CURTIS, tossicodipendente) ma di monitorare il passaggio in atto di


somme di denaro, passaggio che si interseca con affermazioni, riferimenti ed apprezzamenti
contenuti in alcune di tali conversazioni;
- la vicenda delle armi si conclude con una sentenza di condanna in giudicato;
- le due vicende (detenzione illecita e gestione della cocaina nella cantina, detenzione e
gestione di quella cui si riferirebbero, in ipotesi accusatoria, le conversazioni intercettate) sono
tra loro autonome, salva la parziale coincidenza di alcuni degli imputati, sicch ad esempio la
rilevanza della chiamata in correit come fonte di prova pertinente solo alla prima vicenda;
- i capi di imputazione distinguono le due vicende, che delineano con una articolata
ripartizione di ruoli tra i vari imputati;
- tutti gli imputati vengono assolti in primo grado, in definitiva (ferme alcune specifiche
ulteriori peculiarit personali di cui danno conto sentenze e ricorsi come prima richiamato)
perch il Tribunale ritiene per la prima vicenda una sostanziale sovrapposizione probatoria
degli elementi indiziari tra la vicenda armi e quella droga, temporalmente non coincidenti
perch le armi seguono la droga, ed una carenza di riscontri individualizzanti; e per la
seconda, pur nella convinzione che vi sia un coinvolgimento nella circolazione di stupefacenti,
l'impossibilit di collocare con certezza il contatto con la droga nei termini di tempo e struttura
dei rapporti descritti e contestati nell'imputazione, e ci anche per l'uso personale di
stupefacente certo, o non escludibile, per alcuni dei coinvolti;
- accogliendo solo parzialmente l'impugnazione del pubblico ministero, che attinge quasi
tutti gli imputati, la Corte d'appello condanna gli odierni ricorrenti, compreso GARIBOLDI,
confermando le assoluzioni per gli altri, cos di fatto enucleando parti di condotte rispetto alla
complessiva e strutturata impostazione accusatoria originaria.
4.2 La motivazione della decisione che conclude processi con pi imputati che presentano
posizioni in parte connesse ed in parte autonome pone sempre problemi "redazionali" che, gi
non sempre agevoli nella sentenza di primo grado, si aggravano quando il giudice
dell'impugnazione che deve dar conto di ci che gli viene devoluto, perch questi deve da un
lato necessariamente muovere dall'impostazione data alla trattazione delle questioni e dei
punti della decisione dal primo giudice, dall'altro confrontarsi con una pluralit di censure
che, rivolte ciascuna alla definizione della singola posizione processuale, inevitabilmente in
parte si sovrappongono e comunque rendono particolarmente pregnante l'esigenza della
coerenza complessiva del percorso motivazionale che giustifica poi le singole decisioni.
La Corte distrettuale ha utilizzato, concretizzandolo con indubbia diligenza, il seguente
schema espositivo: evidenziata all'inizio la ragione essenziale delle parziali riforme - la
valutazione non parcellizzata degli elementi probatori acquisiti - e motivata specificamente,
con puntuale confronto con le pertinenti deduzioni difensive e con la stessa sentenza di primo
grado, la ragione dell'attribuzione di piena credibilit al TOMAIUOLO (giungendo ad un
articolato apprezzamento di merito immune da vizi di ordine logico), ha quindi trattato le
singole posizioni. Per ciascun imputato ha indicato l'imputazione, le argomentazioni della
sentenza, le argomentazioni dell'atto di appello, le deduzioni difensive contenute in memorie
tempestivamente depositate quando presenti: poi passata all'indicazione delle ragioni del
proprio convincimento. La Corte distrettuale ha per poi omesso di motivare con riferimento
alle singole posizioni le ragioni del proprio convincimento in termini che consentissero di
comprendere - senza perplessit o necessarie integrazioni o indispensabili intuizioni del
lettore qualificato - il percorso logico seguito per distinguere le varie posizioni processuali,
superare alcune determinate argomentazioni del primo Giudice o dalle difese nelle memorie
presentategli, neppure provvedendo poi su alcune specifiche e tempestive richieste di cui pur
aveva dato conto nel corpo della stessa trattazione preliminare delle singole posizioni.

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 21

Vizi ricorrenti nella motivazione del Giudice di appello - che per tutto quanto argomentato
ai paragrafi sub 3 avrebbe dovuto essere invece particolarmente puntuale ed analitica - si
rinvengono nel sistematico generico e generale rinvio alle deduzioni contenute nei motivi di
impugnazione e, a loro conferma, nell'indicazione secca delle fonti di prova (ad esempio le
sole date delle conversazioni intercettate). Rinvio ed indicazione "secca", o formale, che
determinano una paradossale parcellizzazione della stessa motivazione, la quale risulta cos
non in grado di spiegare compiutamente come siano state superate le questioni trasversali a
pi posizioni, e quelle proposte per le singole posizioni, pur oggetto di deduzioni difensive
specifiche e in parte condivise dalla prima sentenza; e ancor pi non manifesta le ragioni
dell'apprezzamento di merito con modalit tali da consentire la valutazione della loro
complessiva logica esaustivit ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e.
In definitiva la Corte distrettuale, per dar conto di una decisione che pur non si manifesta
palesemente non consentita dalle risultanze probatorie richiamate nella parte narrativa, ha
utilizzato un modello motivazionale che alla fine non risulta "autosufficiente", imponendo al
lettore della sentenza - ed in particolare al giudice di legittimit - di sviluppare con la
personale intuizione accenni che si colgono in punti diversi del testo, ma non espressamente
coordinati tra loro, sicch il lettore deve farsi interprete e inevitabilmente formulare o almeno
estrinsecare e quindi completare le ragioni che molto probabilmente sorreggono
l'apprezzamento di merito, venendo pertanto indotto ad un'indispensabile, ed inevitabile,
integrazione della ricostruzione motivazionale complessiva e specifica. Ma ci all'evidenza si
risolve nell'esercizio del compito del giudice di merito, consentita al giudice di appello rispetto
al giudice del primo grado, ma non certo al giudice di legittimit rispetto al giudice di appello.
Sono emblematiche di tale vizio diffuso:
- la diversa valutazione del medesimo elemento indiziario (ad es. la disponibilit di denaro
pure in entit consistente da parte di soggetto che non ha anche solo seriamente allegato di
svolgere lecita e continuativa attivit lavorativa) che per taluni diviene riscontro positivo (ad
es. TATONE PASQUALE) e per altri no (ad es. DE CURTIS GIUSEPPE), senza che dall'estrema
stringatezza dell'apprezzamento (sempre DE CURTIS, pag. 41 - 42 della sentenza di appello)
sia espressamente chiarita la ragione della diversa valutazione (pag. 16 punto 6 secondo
paragrafo e pag. 20). Ci vale anche per i precedenti penali specifici. Se ovviamente possibile
che un medesimo elemento indiziario sia diversamente valutato, in posizioni processuali tra
loro differenti, proprio per la sua caratteristica intrinseca di mero indizio, che assume quindi
un rilievo probatorio pieno solamente insieme al complessivo contesto probatorio relativo al
singolo imputato ed alla sua determinata imputazione, sussiste tuttavia uno specifico obbligo
motivazionale per consentire la verifica di logicit delle ragioni che hanno condotto al diverso
apprezzamento di merito;
- il richiamo alla sentenza "armi" senza indicarne il contenuto probatorio fattuale:
ripetutamente tale sentenza viene indicata dalla Corte distrettuale come elemento probatorio a
carico anche in termini di decisivit, ma non pu non osservare questa Corte di legittimit
come dalla lettura della sentenza di appello, e della stessa sentenza di primo grado (qui forse
comprensibilmente, stante il diverso esito finale), non si evince alcunch sull'effettivo
contenuto di tale sentenza, contenuto definito invece dal giudice di appello "in particolare"
"significativo" quale elemento di convincimento. Addirittura si deve interpretare quali siano
stati gli attuali imputati effettivamente coinvolti anche da quella decisione (parrebbero
TATONE NICOLA, TATONE MARIO, DE BENEDICTIS, GARIBOLDI e lo stesso
TOMAIUOLO, perch a pag. 11 si parla di un'ordinanza custodiale emessa nei confronti dei
primi quattro il 17.12.1998 e del TOMAIUOLO gi agli arresti domiciliari); ma specialmente
non dato sapere come dal rinvenimento delle armi si sia giunti agli imputati diversi da
TOMAIUOLO e, se ci avvenuto attraverso le dichiarazioni di costui, quali siano stati gli
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 22

elementi di riscontro valorizzati, quali le eventuali dichiarazioni e affermazioni degli altri


coimputati, ecc.. Elementi, questi, di decisiva rilevanza su cui il Giudice di appello non
avrebbe dovuto omettere ogni motivazione, nel momento in cui considerava quella sentenza
elemento determinante per il suo convincimento, a fronte di un'almeno parziale
sovrapposizione di elementi probatori per le due vicende (armi e stupefacenti) che tuttavia, a
causa dello sfalsamento temporale (prima la cocaina, per circa un mese, poi le armi), imponeva
di precisare e chiarire le ragioni per cui quella sentenza - non come fatto storico, per s
altrimenti pi suggestivo che di pregnante rilevanza - ma proprio in ragione del suo
"significativo" contenuto esplicava diretta efficacia probatoria nella nostra, diversa, vicenda.
Basti osservare che la stessa conferma dell'assoluzione di TATONE MARIO, che par di
comprendere sia tra i condannati della sentenza armi, rende plasticamente la necessit per il
Giudice di appello di andar oltre il mero richiamo a quella sentenza, per gli altri;
- il rinvio alla memoria presentata dal procuratore generale di udienza per spiegare le
ragioni della ritenuta inequivocit delle intercettazioni telefoniche (posiz. TATONE
PASQUALE) si rivela incompatibile, per le modalit della sua concretizzazione, con l'esatto
adempimento dell'obbligo di motivazione. Quando infatti la Corte distrettuale spiega di
condividere le deduzioni del pubblico ministero in ordine al fatto che quelle intercettazioni
contenevano in realt la confessione per diretta voce degli imputati volta per volta "parlanti", e
che tale condivisione fondata sul contenuto inequivoco delle stesse "evidenziate nella loro
interezza e valenza nella memoria prodotta dal PG di udienza", da luogo ad una motivazione
solo apparente, posto che l'effettiva valutazione di merito sul punto rimane estranea alla
sentenza e non verificabile, sotto il solo aspetto consentito della razionalit, da questa Corte di
legittimit.
Con efficace e sintetico commento il procuratore generale di udienza ha ben reso il vizio
genetico diffuso nell'impostazione e nel contenuto della motivazione della Corte ambrosiana,
osservando che avrebbe dovuto eseguire il controllo di logicit sull'atto di appello del
pubblico ministero, il cui contenuto integralmente richiamato per le posizioni in cui vi
stata condanna.
2.
Sez. 5, Sentenza n. 38085 del 05/07/2012 Ud. (dep. 02/10/2012 ) Rv. 253541
Presidente: Ferrua G. Estensore: Savani Piero - Palla Stefano .. Relatore: Savani Piero - Palla Stefano ..
Imputato: Luperi e altri. P.M. Gaeta P. (Parz. Diff.)
(Rigetta in parte, App. Genova, 13 novembre 2008)
661 IMPUGNAZIONI - 038 rinnovazione dell'istruzione - IN GENERE
IMPUGNAZIONI - APPELLO - DIBATTIMENTO - RINNOVAZIONE DELL'ISTRUZIONE - IN
GENERE - Obbligatoriet in caso di "reformatio in peius" in appello di sentenza di assoluzione Mancata previsione - Questione di legittimit costituzionale - Manifesta infondatezza - Fattispecie.
manifestamente infondata l'eccezione di legittimit costituzionale dell'art. 603 cod. proc. pen. per contrasto
all'art. 117 della Costituzione e all'art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo (CEDU) nella parte in
cui non prevede la preventiva necessaria obbligatoriet della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale per una
nuova audizione dei testimoni gi escussi in primo grado, nel caso in cui la Corte di Appello intenda riformare "in
peius" una sentenza di assoluzione dell'imputato. (In motivazione, la Corte ha rilevato che l'art. 6 CEDU, cos
come interpretato dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo del 5 luglio 2011, nel caso Dan c/
Moldavia, impone di rinnovare l'istruttoria soltanto in presenza di due presupposti, assenti nell'ipotesi
in trattazione, quindi la decisivit della prova testimoniale e la necessit di una rivalutazione da
parte del giudice di appello dell'attendibilit dei testimoni).

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 23

Sez. 6, Sentenza n. 8705 del 24/01/2013 Ud. (dep. 21/02/2013 ) Rv. 254113
Presidente: Serpico F. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Farre e altro. P.M.
Cedrangolo O. (Diff.)
(Annulla senza rinvio, App. Cagliari, 01 febbraio 2011)
677 SENTENZA - 003 CONDANNA - IN GENERE
SENTENZA - CONDANNA - IN GENERE - Regola dell'"al di l di ogni ragionevole dubbio" Assoluzione in primo grado - Riforma in appello - Possibilit - Condizioni.
Nel giudizio di appello, in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la riforma della
sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il confronto puntuale con la motivazione della decisione
di assoluzione, impone al giudice di argomentare circa la configurabilit del diverso apprezzamento come l'unico
ricostruibile al di l di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che
abbiano minato la permanente sostenibilit del primo giudizio.
CONSIDERATO IN FATTO
Sebastiano Orunesu e Giuseppe Luigi Farre erano a bordo di autovettura, condotta dal secondo.
Avvicinandosi ad un posto di controllo di una pattuglia dei carabinieri di Ulassai, alle 0.50 del
12.2.2005 gettavano da un finestrino un involucro, risultato contenere due distinti pacchetti, ben
chiusi e confezionati, con gr. 910 di marijuana il primo e 950 della stessa sostanza il secondo.
Perquisizioni ulteriori anche presso le rispettive abitazioni davano esito negativo. I due imputati, che
si erano avvalsi della facolt di non rispondere al momento della convalida dell'arresto,
successivamente rendevano nel giudizio dichiarazioni spontanee affermando di avere, in reciproca
autonomia, acquistato lo stupefacente, non rinvenibile di tale qualit e prezzo nella diversa zona di
comune residenza.
2.1 Il GUP di Lanusei con sentenza del 22.9-6.10.05 ha assolto gli imputati perch il fatto non
costituisce reato. Ha argomentato che, pur a fronte di quantitativo apprezzabile (la perizia tecnica
sulla sostanza aveva attestato una quantit equivalente a circa 400 dosi medie ed una qualit
destinata a mantenere effetti propri per almeno un anno, se ben conservata), a fronte delle
dichiarazioni sulla destinazione ad uso personale, dell'attivit di imprenditori (quali allevatori)
svolta dai due e dell'assenza di alcun elemento di fatto ulteriore per s indicativo di una possibile
destinazione allo spaccio anche parziale della sostanza, il solo dato ponderale non poteva essere
esaustivo per la condanna.
2.2 Attivata dagli appelli del procuratore della Repubblica di Lanusei e del procuratore generale,
la Corte distrettuale di Cagliari ha invece deliberato con sentenza dell'1l-18.3.11 la colpevolezza degli
imputati, condannandoli alle pene di giustizia.
Secondo il Giudice d'appello, la consistenza del quantitativo di marijuana detenuto da ciascuno
dei due imputati era sicuramente non confacente all'uso personale (p. 4), mentre le deduzioni fornite
dagli stessi dovevano considerarsi tardive e generiche, quindi risultando del tutto inattendibile la
prospettazione della scorta personale. In particolare, l'attivit imprenditoriale era svolta dagli
imputati nei contesti familiari, la prospettazione della scorta personale per ragioni di comodit era
inverosimile, il silenzio in sede di arresto e convalida era emblematico della non genuinit della
successiva versione.
3. Entrambi gli imputati ricorrono a mezzo dei rispettivi difensori.
3.1 Orunesu enuncia motivi di violazione dell'art. 2 c.p., in ordine all'approccio interpretativo
della Corte d'appello al materiale probatorio ed all'onere di prova, nonch degli artt. 73 e 75 dPR
309/90, per essere intervenuta la condanna in assenza degli indici di destinazione della sostanza allo
spaccio e in definitiva sulla base del solo dato quantitativo. Il Giudice d'appello in particolare non si
sarebbe confrontato con le argomentazioni del GUP.
3.2 Farre enuncia motivi di inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 73 dPR 309/90 e vizi
della motivazione. Richiamati gli elementi di fatto valorizzati dal GUP per l'assoluzione, anche
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 24

questo ricorrente lamenta che la Corte distrettuale abbia valorizzato il solo dato ponderale, non
confrontandosi con le argomentazioni del primo Giudice e trasferendo sull'imputato l'onere di
provare la circostanza dell'uso personale.
RAGIONI DELLA DECISIONE
4. I ricorsi sono fondati, nei termini che seguono.
4.1 Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte suprema, la motivazione della
sentenza d'appello che riformi la sentenza di primo grado si caratterizza per un obbligo peculiare,
che si aggiunge a quello generale della non apparenza, non manifesta Illogicit e non
contraddittoriet, evincibile dalla lettera E) dell'art. 606.1 c.p.p. (si in proposito parlato anche di
'obbligo rafforzato': Sez.5, sent. 35762/2008).
Nel caso di riforma radicale della precedente decisione, infatti, il giudice d'appello deve non solo
sostenere la propria diversa deliberazione con una motivazione che sia intrinsecamente esistente,
non manifestamente illogica e non contraddittoria (come usualmente sufficiente, ai sensi dell'art.
606.1 lett. E c.p.p., per dar conto dell'apprezzamento di merito proprio del grado). Egli deve anche
confrontarsi in modo specifico e completo con le argomentazioni contenute nella prima sentenza
(per tutte, SU, sent. 45276/2003; Sez.6, sent. 22120/2009), ricorrendo il vizio di omessa motivazione
quando quel confronto manchi su circostanze ed apprezzamenti che hanno concorso in modo
determinante a fondare il primo e diverso apprezzamento.
Questo principio rileva, In particolare, nel caso di decisione di prima condanna in grado di
appello.
4.2 In tale evenienza, infatti, l'inadeguatezza strutturale di una decisione d'appello che, pur in
astratto correttamente motivata se in s considerata, non dimostri di essersi anche confrontata con le
(evidentemente) diverse ragioni della sentenza riformata, dipende dall'avvenuta palese
disapplicazione della regola di giudizio secondo la quale l'affermazione di responsabilit possibile
solo quando la colpevolezza risulta 'al di l di ogni ragionevole dubbio' (art. 533.1 c.p.p.).
Ed invero, come gi precisato da almeno tre sentenze di questa Sezione (Sez.6, sent. 40159/2011,
4996/2011, 1514/2013,), a fronte del medesimo 'compendio probatorio', la motivazione che si limiti a
dare una lettura alternativa, ma non risulti pure "sorretta da argomenti dirimenti e tali da
evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria, che deve, quindi, rivelarsi, a
fronte di quella riformatrice, non pi sostenibile, neppure nel senso di lasciare in piedi residui
ragionevoli dubbi sull'affermazione di colpevolezza", vola quella regola di giudizio ed introduce
quantomeno un vizio della motivazione, in termini di peculiare concretizzazione del vizio
dell"apparenza'.
4.2.1 Appare opportuno rilevare che questo insegnamento della Corte di cassazione si colloca
nella riflessione giurisprudenziale e dottrinale da tempo avviata sulla constatazione della peculiarit
anomala dell'attuale nostro processo d'appello, caratterizzato dalla tendenziale esaustiva cartolarit
(con le eccezioni disciplinate dall'art. 603 c.p.p.) a fronte di una struttura del primo grado di giudizio
che tendenzialmente valorizza invece l'oralit e la concentrazione delle prove (e quindi, in
particolare, il contatto diretto tra la prova ed il giudice che la valuta quale elemento caratterizzante la
qualit del successivo apprezzamento).
Se pertanto, per le ragioni gi con convincente completezza esposte nella richiamata sentenza
delle Sezioni unite 45276/2003, punto 7.1 della motivazione (v. anche Corte cost. sent. 26/2007), la
possibilit sistematica che dopo un'assoluzione in primo grado intervenga una condanna in grado di
appello (rispetto alla quale l'imputato condannato pu solo ricorrere in cassazione senza pertanto
poter pi ottenere un'ulteriore rivalutazione del merito, ancorch questo risulti caratterizzato da
nuove ragioni, probatorie e logiche, dell'apprezzamento) si sottrae a censure di costituzionalit
interna e di contrasto con norme e principi pattizi internazionali, tuttavia la delicata peculiarit di un
tale contesto impone particolare rigore nella seconda motivazione.

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 25

E, questo, ancor pi dopo l'introduzione della regola di giudizio per la quale "il giudice
pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di l di ogni
ragionevole dubbio (art. 533.1 c.p.p. ex art.5 legge 46/2006).
Del resto, anche i pi recenti orientamenti della Corte EDU (tra cui si evidenzia la sentenza
5.7.2011, Dan c. Moldavia, in particolare i paragrafi 32 e 33, con l'affermazione che quando la decisione
di prima condanna in grado di appello si fonda sul diverso apprezzamento di una prova orale
determinante per la decisione, questa deve "in linea di massima" prima essere riassunta davanti al
medesimo giudice d'appello) concorrono (e con un'efficacia che va oggi valutata anche alla luce della
sentenza della nostra Corte costituzionale n. 113/2011 sull'art. 630 c.p.p.) ad una conclusione che
vede la prima condanna in appello, a materiale probatorio invariato, come soluzione strutturale
legittima, quindi possibile e 'fisiologica', ma caratterizzata da indefettibile particolare rigore e
attenzione nell'adempimento degli obblighi e nell'osservanza delle regole anche 'di sistema' del
processo.
4.2.2 In definitiva e in altri e conclusivi termini, quando, immutato il materiale probatorio acquisito al
processo, afferma sussistente una responsabilit penale negata nel giudizio di primo grado, il giudice d'appello
deve confrontarsi espressamente con il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio, non limitandosi pertanto
(sia pure con motivazione per s immune dai vizi, tassativi e soli, indicati all'art. 606.1 lett. E c.p.p.) ad una
rilettura di tale materiale, quindi ad una ricostruzione alternativa, ma spiegando perch, dopo II confronto
puntuale con
quanto di diverso ritenuto e argomentato dal giudice che ha assolto, il proprio apprezzamento l'unico
ricostruibile al di l di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che
abbiano caratterizzato il primo giudizio minandone conseguentemente la permanente sostenibilit.
5.1. Nel caso concreto, la Corte distrettuale ha seguito l'impostazione del GUP quanto
all'attribuzione ripartita della complessiva sostanza, nel senso di assegnare ciascuno dei due
involucri ad uno solo dei due imputati (e cos tuttavia mostrando di dare attendibilit a quella che
parte essenziale della linea difensiva, contestualmente per valutata poco genuina nel resto, in
ragione della sua tardivit). Ha apprezzato in modo diverso i dati dell'attivit lavorativa, della
distanza tra luogo di approvvigionamento e luogo di residenza, della giudicata intempestivit
dell'indicazione all'uso personale; non pare essersi confrontata espressamente con il dato qualitativo,
evidenziato dal GUP quale elemento di riscontro diretto dell'intenzione di procurarsi una scorta
efficace per lungo periodo.
Non ha commentato gli aspetti dell'esito negativo delle perquisizioni quanto ad oggetti e denaro,
nonch della mancanza di precedenti specifici (invece considerati dal GUP).
5.2 Ora questa rivalutazione da un lato, come visto, ha aspetti di contraddittoriet interna (la
conferma della distinta attribuzione della sostanza in atto detenuta insieme, parte essenziale della
versione 'tardiva' svalutata nel suo complesso in quanto tale) e di insufficienza strutturale, nel senso
prima esposto (per il mancato confronto con i dati della qualit congrua all'assunto difensivo,
dell'esito negativo delle perquisizioni, della mancanza di precedenti specifici, valorizzata dal primo
Giudice). Dall'altro, non Indica ragioni determinanti per pervenire, sul piano logico, alla conclusione
di insostenibilit del diverso precedente apprezzamento, alla luce del criterio dell'oltre ogni
ragionevole dubbio.
6. L'annullamento dell'impugnata sentenza deve avvenire senza rinvio e con conseguente
adozione della formula assolutoria gi deliberata dal GUP. Per quanto sopra evidenziato, infatti, il
Giudice d'appello pervenuto ad una lettura alternativa del medesimo materiale probatorio, con
argomentazione articolata che ha, all'evidenza, valorizzato tutti gli elementi d'accusa disponibili. Ma
poich tale prospettazione alternativa, a prescindere dai due rilievi indicati sub 5.2, gi in s non
si propone come evidenziante argomenti 'dirimenti' e significativi di 'oggettive carenze e
insufficienze' della prima decisione, nei termini indicati sub 4.2, del tutto ragionevole presumere

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 26

che il giudizio di rinvio non potrebbe introdurre elementi probatori ed argomenti ulteriori
caratterizzati da una tale invece necessaria connotazione.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perch il fatto non costituisce reato.

Sez. 6, Sentenza n. 1514 del 19/12/2012 Ud. (dep. 11/01/2013 ) Rv. 253940
Presidente: Agro' A. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Crispi. P.M. D'Angelo G.
(Diff.)
(Annulla senza rinvio, App. Campobasso, 10 novembre 2011)
661 IMPUGNAZIONI - 137 impugnazione per i soli interessi civili
IMPUGNAZIONI - INTERESSI CIVILI - IMPUGNAZIONE PER I SOLI INTERESSI CIVILI Assoluzione dell'imputato in primo grado - Riforma in grado di appello ai soli fini civili - Diversa e
non maggiormente plausibile valutazione delle medesime prove - Illegittimit.
E illegittima la sentenza d'appello che in riforma di quella assolutoria affermi la responsabilit
dell'imputato, sia pure ai soli fini civili, sulla base di una alternativa e non maggiormente persuasiva
interpretazione del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio.

Il parametro di valutazione probatoria per lapplicazione dellart. 578 cpp


Sez. U, Sentenza n. 35490 del 28/05/2009 Ud. (dep. 15/09/2009 ) Rv. 244273 Relazioni Collegate
Presidente: Gemelli T. Estensore: Romis V. Relatore: Romis V. Imputato: Tettamanti. P.M. Ciani G. (Parz.
Diff.)
(Annulla in parte senza rinvio, App. L'Aquila, 20/10/2004)
650 ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE
- 027 DECLARATORIA IMMEDIATA DI
DETERMINATE CAUSE DI NON PUNIBILITA'
ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE - DECLARATORIA IMMEDIATA DI DETERMINATE
CAUSE DI NON PUNIBILIT - Insufficienza o contraddittoriet della prova - Prevalenza della
declaratoria di estinzione del reato - Limiti.
All'esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, in caso di contraddittoriet o insufficienza della prova, non
prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilit, salvo che, in sede di appello,
sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il
compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili, oppure ritenga infondata nel merito l'impugnazione del P.M.
proposta avverso una sentenza di assoluzione in primo grado ai sensi dell'art. 530, comma secondo, cod. proc.
pen..
Sez. 6, Sentenza n. 4855 del 07/01/2010 Ud. (dep. 04/02/2010 ) Rv. 246138
Presidente: De Roberto G. Estensore: Colla G. Relatore: Colla G. Imputato: Damiani e altro. P.M. Di
Casola C. (Parz. Diff.)
(Dichiara inammissibile, App. Roma, 29/09/2008)
650 ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE
- 027 DECLARATORIA IMMEDIATA DI
DETERMINATE CAUSE DI NON PUNIBILITA'
ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE - DECLARATORIA IMMEDIATA DI DETERMINATE
CAUSE DI NON PUNIBILIT - Insufficienza o contraddittoriet della prova - Prevalenza della
declaratoria di estinzione del reato - Limiti - Indicazione.

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 27

All'esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, in caso di contraddittoriet o insufficienza della prova, non
prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilit, salvo che, in sede di appello,
sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile e in
seguito ad un'espressa domanda in tal senso, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili, previa
incidentale valutazione della responsabilit penale.

Misure cautelari personali


(Sez. 6, Sentenza n. 40609 del 01/10/2008 Cc. (dep. 30/10/2008 ) Rv. 241214
Presidente: Milo N. Estensore: Ippolito F. Relatore: Ippolito F. Imputato: Ciavarella. P.M.
Iacoviello FM. (Conf.)
(Annulla con rinvio, Trib. Bari, 18 Marzo 2008)
In tema di misure cautelari personali, l'obbligo di motivazione dell'ordinanza applicativa della
custodia cautelare in carcere non pu ritenersi assolto, per quanto concerne l'esposizione dei gravi indizi di
colpevolezza, con la mera elencazione descrittiva degli elementi di fatto, occorrendo invece una valutazione
critica ed argomentata delle fonti indiziarie singolarmente assunte e complessivamente considerate, il cui
controllo in sede di legittimit deve limitarsi a verificarne la rispondenza alle regole della logica, oltre che
del diritto, e all'esigenza di completezza espositiva).
Sez. 6, Sentenza n. 40520 del 25/10/2011 Cc. (dep. 08/11/2011 ) Rv. 251063
Presidente: De Roberto G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Falcone.
P.M. D'Ambrosio V. (Diff.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Caltanissetta, 27/04/2011)
664 MISURE CAUTELARI - 006 gravi indizi di colpevolezza
MISURE CAUTELARI - PERSONALI - DISPOSIZIONI GENERALI - CONDIZIONI DI
APPLICABILIT - GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA - Indagato per reato associativo Plurime dichiarazioni ad oggetto l'appartenenza al sodalizio - Sussistenza dei gravi indizi Esclusione.
La convergenza di plurime attendibili dichiarazioni che si limitino ad affermare la generica
conoscenza dell'appartenenza di un soggetto ad un sodalizio criminoso non costituiscono un compendio
indiziario sufficientemente grave per l'adozione di una misura cautelare personale per reato associativo.
(Fattispecie relativa al delitto di partecipazione ad associazione di tipo mafioso).
Sez. 6, Sentenza n. 29425 del 09/07/2009 Cc. (dep. 16/07/2009 ) Rv. 244472
Presidente: Lattanzi G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Marrazzo. P.M.
Di Casola C. (Parz. Diff.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Salerno, 06 maggio 2009)
664 MISURE CAUTELARI - 006 gravi indizi di colpevolezza
MISURE CAUTELARI - PERSONALI - DISPOSIZIONI GENERALI - CONDIZIONI DI
APPLICABILIT - GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA - Chiamata in correit - Riscontri esterni
individualizzanti - Possibile interpretazione alternativa lecita dei fatti - Requisiti dei riscontri.
In tema di valutazione della chiamata in correit in sede cautelare, in presenza di una situazione
fattuale riconducibile in astratto a pi interpretazioni alternative, di cui una lecita, i riscontri alle
dichiarazioni accusatorie devono esprimere non solo qualit ed idoneit individualizzante, ma devono
altres risultare significativi in ordine alla scelta della direzione di lettura della fattispecie concreta.

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 28

Intercettazioni
Sez. 6, Sentenza n. 12722 del 12/02/2009 Cc. (dep. 23/03/2009 ) Rv. 243241
Presidente: De Roberto G. Estensore: Ippolito F. Relatore: Ippolito F. Imputato: P.M. in proc.
Lombardi Stronati e altri. P.M. D'Angelo G. (Diff.)
(Dichiara inammissibile, Gip Trib. Roma, 4 aprile 2008)
673 PROVE - 105 provvedimento di autorizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - PROVVEDIMENTO DI AUTORIZZAZIONE - IN GENERE - Motivazione
dei decreti autorizzativi - Contenuto - Indicazione.
In tema di intercettazioni telefoniche, la motivazione dei decreti autorizzativi, nel chiarire le ragioni del
provvedimento, in ordine alla indispensabilit del mezzo probatorio, ai fini della prosecuzione delle
indagini, ed alla sussistenza dei gravi indizi di reato, deve necessariamente dar conto delle ragioni che
impongono l'intercettazione di una determina utenza telefonica che fa capo ad una specifica persona,
indicando pertanto il collegamento tra l'indagine in corso e la medesima persona. (Fattispecie in tema di
inutilizzabilit di conversazioni telefoniche intercettate sulla base di decreti autorizzativi motivati per
relationem con il rinvio ad atti di polizia giudiziaria).
In accoglimento di eccezioni formulate dai difensori, i contenuti delle conversazioni
captate sono stati ritenuti dal giudice inutilizzabili per mancanza di motivazione dei decreti
autorizzativi delle intercettazioni, "emessi nell'ambito di un'indagine della Procura della
Repubblica di Potenza, la cui ampiezza pu evincersi dalle richieste di autorizzazione alle
operazioni d'intercettazione (o di proroga) formulate dal PM e indicate per relationem dal
Giudice per le indagini preliminari.... l'indagine spaziava dall'Inail alla Federconsorzi, da
Sergio D'Antoni a Flavio Briatore, da Renis Toni a Emilio Colombo e a Luciano Gaucci,
passando anche per l'ex presidente del Senato Marini e dall'ex presidente dell'acquedotto
pugliese, menzionando ex ambasciatori e pubblici dipendenti in posizioni apicali nelle
rispettive Amministrazioni. Ci riferisce il giudice dell'udienza preliminare "al solo fine di
evidenziare come il semplice riferimento, contenuto nei decreti del GIP, alla richiesta del PM
non pu dare alcuna contezza delle ragioni di merito poste a fondamento dei provvedimenti
autorizzativi. Le motivazioni dei decreti autorizzativi delle intercettazioni telefoniche ed
ambientali e delle successive proroghe, trascritte nella sentenza, "non danno comunque conto,
se non con formule di stile - prosegue il g.u.p. - delle ragioni in base alle quali consentito
sottoporre a intercettazione conversazioni private, come tali tutelate da norme costituzionali; i
decreti non rendono edotta la difesa del ragionamento logico seguito dal giudice
nell'autorizzazione e quindi nella valutazione con la quale l'Autorit giudiziaria ha ritenuto di
comprimere un diritto fondamentale come quello della riservatezza"
6. Nessuna specifica indicazione in tal senso ha fornito il ricorrente, del quale non pu
neppure prendersi in considerazione la richiesta d'integrazione della motivazione dei decreti
da parte del "giudice cui la doglianza venga prospettata", secondo il principio affermato per la
motivazione insufficiente dalle Sezioni unite di questa Corte (n. 17/2000, ced 216665,
Primavera), giacch le argomentate osservazioni del g.u.p. evidenziano in realt un'assoluta
mancanza di motivazione, in un contesto caratterizzato da un coacervo di iniziative
investigative coinvolgenti un grande numero di indagabili per fatti diversi e scollegati l'uno
dall'altro. N l'iniziale ipotesi di reato di cui all'art. 416 cod. pen., richiamata dal ricorrente
(quasi in funzione di "contenitore" alla base del collegamento tra gli indagati), pu giustificare
di per s la proliferazione di intercettazioni a catena, in mancanza dell'indicazione, sia pure
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 29

sintetica, nei decreti autorizzativi delle ragioni per le quali era indispensabile attivare
intercettazioni su una determinata persona. vero che per legittimare
l'intercettazione di conversazioni non si richiedono gravi indizi di colpevolezza, ma bastano
"gravi indizi di reato" (art. 267 c.p.p., comma 1) e che questi possono anche riguardare soggetti
diversi dagli intercettandi, ma altrettanto vero che l'intercettazione pu disporsi soltanto
quando " assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini", requisito
essenziale di legittimit che deve costituire specifico oggetto di motivazione. E per giustificare
l'indispensabilit ai fini della prosecuzione delle indagini, la motivazione deve
necessariamente dar conto delle ragioni che impongono l'intercettazione di una determinata
utenza telefonica che fa capo ad una specifica persona e, perci, non pu omettere di indicare
il collegamento tra l'indagine in corso e l'intercettando. Tale obbligo incombe in maniera
espressa e diretta sull'autorit giudiziaria (art. 15 Cost. e art. 267 c.p.p., comma 1), per cui
appare inaccettabile la richiesta del ricorrente di legittimare, delineando una ulteriore forma di
motivazione per relationem di secondo grado, il "richiamo del richiamo", ossia il rinvio all'atto
di polizia giudiziaria, come se l'autorit giudiziaria potesse sostanzialmente rimettersi alla
valutazione di polizia giudiziaria per l'apprezzamento della sussistenza dei gravi indizi di
reato e dell'assoluta indispensabilit dell'intercettazione ai fini della prosecuzione delle
indagini. Una tale legittimazione finirebbe per svilire e vanificare la garanzia di inviolabilit
che la Costituzione ha apprestato con presbite lungimiranza, considerate le possibili e
molteplici aggressioni alla sfera della riservatezza della persona che gli sviluppi tecnologici
consentono sempre pi agevolmente.
Sez. 3, Sentenza n. 20843 del 28/04/2011 Ud. (dep. 25/05/2011 ) Rv. 250482
Presidente: De Maio G. Estensore: Amoresano S. Relatore: Amoresano S. Imputato: S. e altro.
P.M. Montagna A. (Conf.)
(Annulla senza rinvio, App. Catania, 28 marzo 2008)
650 ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE - 034 FORME - IN GENERE
ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE - FORME - IN GENERE - Decreto di autorizzazione
alle operazioni di intercettazione - Utilizzo di un modulo prestampato - Mera riproduzione della
disposizione di legge - Carenza assoluta di motivazione - Nullit.
In tema di intercettazioni telefoniche, meramente apparente la motivazione del decreto che autorizzi
l'esecuzione delle operazioni mediante impianti installati fuori dai locali della Procura della Repubblica
facendo uso di un modulo prestampato recante la mera pedissequa riproduzione della formulazione dell'art.
268, comma terzo, cod. proc. pen., senza alcuna indicazione dei dati fattuali e delle ragioni in concreto
apprezzabili.
Sez. 4, Sentenza n. 4913 del 24/11/2009 Ud. (dep. 04/02/2010 ) Rv. 246641
Presidente: Brusco CG. Estensore: Bianchi L. Relatore: Bianchi L. Imputato: Conforto e altri.
P.M. Salzano F. (Parz. Diff.)
(Annulla in parte con rinvio, App. Salerno, 07/10/2005)
673 PROVE - 104 esecuzione delle operazioni
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - ESECUZIONE DELLE OPERAZIONI - Utilizzazione di impianti diversi da
quelli in dotazione alla procura della Repubblica - Decreto del P.M. che vi fa ricorso - Motivazione
"per relationem" al provvedimento del giudice - Illegittimit - Fattispecie.
Sono inutilizzabili i risultati delle intercettazioni operate con impianti in dotazione alla polizia
giudiziaria per effetto di un decreto del pubblico ministero motivato richiamando, attraverso le espressioni
<<visto>> o <<letto>>, il provvedimento autorizzativo reso dal g.i.p., perch inidoneo a dar conto delle
condizioni richieste per l'uso di impianti esterni.
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 30

Sez. 1, Sentenza n. 42892 del 24/02/2011 Ud. (dep. 21/11/2011 ) Rv. 251505
Presidente: Vecchio M. Estensore: Tardio A. Relatore: Tardio A. Imputato: Alibrico e altri. P.M.
Stabile C. (Parz. Diff.)
(Annulla in parte con rinvio, App. Napoli, 01 marzo 2010)
673 PROVE - 104 esecuzione delle operazioni
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - ESECUZIONE DELLE OPERAZIONI - Impianti diversi da quelli in
dotazione alla procura della Repubblica - Decreto del pubblico ministero - Motivazione Riferimento alla "insufficienza o inidoneit" - Omissione - Attestazione dell'ufficio intercettazioni
della Procura - Omesso richiamo o allegazione - Rilevanza - Esclusione.
Il decreto con il quale il P.M. autorizza l'esecuzione delle operazioni di intercettazione presso impianti di
pubblico servizio od in dotazione alla polizia giudiziaria, privo di valutazioni in ordine all'esistenza delle
condizioni concretanti il requisito della insufficienza o inidoneit degli impianti di Procura, non pu essere
validamente integrato dall'attestazione dell'Ufficio intercettazioni della Procura circa l'indisponibilit dei
predetti impianti, non incorporata n richiamata "per relationem" nel decreto, ma ad esso materialmente
allegata.
Sez. 4, Sentenza n. 9439 del 16/12/2010 Cc. (dep. 09/03/2011 ) Rv. 249807
Presidente: Zecca G. Estensore: Blaiotta RM. Relatore: Blaiotta RM. Imputato: Ciccia. P.M.
Fraticelli M. (Diff.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Milano, 27 luglio 2010)
673 PROVE - 101 intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - IN GENERE - Motivazione "per relationem" - Allegazione del
provvedimento richiamato - Necessit - Esclusione.
La motivazione "per relationem", nella specie: di decreti d'intercettazione di urgenza, non implica la
necessit della formale e fisica allegazione del documento specificamente richiamato, essendo sufficiente che
quest'ultimo sia acquisito agli atti del procedimento ed esaminato dal giudice ai fini della valutazione che di
volta in volta gli demandata.
Sez. 1, Sentenza n. 9764 del 10/02/2010 Cc. (dep. 11/03/2010 ) Rv. 246518
Presidente: Chieffi S. Estensore: Di Tomassi M. Relatore: Di Tomassi M. Imputato: Femia. P.M.
D'Angelo G. (Conf.)
(Rigetta, Trib. lib. Reggio Calabria, 03/09/2009)
673 PROVE - 101 intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - IN GENERE - Decreti del giudice - Motivazione "per relationem" Legittimit - Motivazione integrativa di quella del P.M. - Legittimit - Condizioni.
In tema di intercettazioni, l'onere di motivazione dei decreti, sia di convalida di quelli emessi in via di
urgenza dal P.M., sia di proroga, assolto anche "per relationem", mediante il richiamo al provvedimento
del pubblico ministero e alle note di polizia, con implicito giudizio di adesione ad essi, essendo preclusa al
giudice l'integrazione di una motivazione mancante - intesa questa anche come motivazione solo apparente
perch meramente riproduttiva del dato normativo - ma non quella di una motivazione incompleta,
insufficiente o inadeguata, emendabile dal giudice al quale la doglianza venga prospettata, sia esso quello di
merito, che deve utilizzare gli esiti delle intercettazioni, o quello dell'impugnazione, nella fase di merito o in
quella di legittimit.
Sez. 6, Sentenza n. 27761 del 22/06/2010 Cc. (dep. 16/07/2010 ) Rv. 247868
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 31

Presidente: Milo N. Estensore: Cortese A. Relatore: Cortese A. Imputato: Cardone. P.M.


Febbraro G. (Conf.)
(Rigetta, Trib. lib. Bari, 04/03/2010)
673 PROVE - 104 esecuzione delle operazioni
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - ESECUZIONE DELLE OPERAZIONI - Autorizzazione all'utilizzo di
impianti esterni - Motivazione "alternativa" del decreto del P.M. in ordine all'indisponibilit di
quelli residenti - Attestazione successiva della cancelleria sull'indisponibilit - Sufficienza Condizioni.
legittimo il ricorso agli impianti di intercettazione diversi da quelli installati presso gli uffici della
Procura della Repubblica se il decreto del pubblico ministero ne motiva l'utilizzazione subordinandola
all'indisponibilit di questi ultimi impianti, da attestarsi con certificazione della Segreteria prima che
abbiano inizio le operazioni di intercettazione.
Sez. 1, Sentenza n. 17939 del 08/04/2010 Cc. (dep. 11/05/2010 ) Rv. 247055 Relazioni
Collegate
Presidente: Chieffi S. Estensore: Di Tomassi M. Relatore: Di Tomassi M. Imputato: Pmt in proc.
Regina. P.M. Delehaye E. (Conf.)
(Rigetta, Trib. lib. Palermo, 20 novembre 2009)
673 PROVE - 104 esecuzione delle operazioni
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - ESECUZIONE DELLE OPERAZIONI - Utilizzo di impianti esterni - Decreto
del pubblico ministero - Motivazione "alternativa" - Ammissibilit - Esclusione - Esiti delle
intercettazioni - Inutilizzabilit.
Sono inutilizzabili gli esiti delle intercettazioni eseguite mediante impianti diversi da quelli esistenti
nell'ufficio di Procura, qualora nella relativa autorizzazione il pubblico ministero si limiti a subordinare il
ricorso agli impianti esterni alla verifica da parte della polizia giudiziaria della effettiva indisponibilit delle
apparecchiature in dotazione all'ufficio
[I files audio]
Presidente: Gemelli T. Estensore: Marzano F. Relatore: Marzano F. Imputato: Lasala. P.M. Ciani
G. (Conf.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Bari, 24/08/2009)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Utilizzazione a fini cautelari - Diritto del
difensore di ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni o
comunicazioni intercettate - Violazione - Conseguenze - Indicazione.
In tema di riesame, l'illegittima compressione del diritto di difesa, derivante dal rifiuto o
dall'ingiustificato ritardo del pubblico ministero nel consentire al difensore, prima del loro deposito ai sensi
del quarto comma dell'art. 268 cod. proc. pen., l'accesso alle registrazioni di conversazioni intercettate e
sommariamente trascritte dalla polizia giudiziaria nei cosiddetti brogliacci di ascolto, utilizzati ai fini
dell'adozione di un'ordinanza di custodia cautelare, d luogo ad una nullit di ordine generale a regime
intermedio, ai sensi dell'art. 178, lett. c), cod. proc. pen., in quanto determina un vizio nel procedimento di
acquisizione della prova, che non inficia l'attivit di ricerca della stessa ed il risultato probatorio, in s
considerati. Ne consegue che, qualora tale vizio sia stato ritualmente dedotto in sede di riesame ed il
Tribunale non abbia potuto acquisire il relativo supporto fonico entro il termine perentorio di cui all'art.
309, nono comma, cod. proc. pen., le suddette trascrizioni non possono essere utilizzate come prova nel
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 32

giudizio "de libertate". (In motivazione, la Corte ha altres precisato che l'eventuale annullamento del
provvedimento cautelare, per le ragioni test indicate, non preclude al G.I.P. di accogliere una nuova
richiesta cautelare, se corredata dal relativo supporto fonico)
Sez. U, Sentenza n. 20300 del 22/04/2010 Cc. (dep. 27/05/2010 ) Rv. 246908 Relazioni
Collegate
Presidente: Gemelli T. Estensore: Marzano F. Relatore: Marzano F. Imputato: Lasala. P.M. Ciani
G. (Conf.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Bari, 24/08/2009)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Per fini cautelari - Sentenza della Corte
costituzionale n. 336 del 2008 - Diritto del difensore di ottenere la trasposizione su nastro
magnetico delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate - Richiesta - Obblighi
del P.M. - Indicazione.
In tema di riesame, la richiesta del difensore volta ad accedere, prima del loro deposito ai sensi del quarto
comma dell'art. 268 cod. proc. pen., alle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate e
sommariamente trascritte dalla polizia giudiziaria nei c.d. brogliacci di ascolto, utilizzati ai fini
dell'adozione di un'ordinanza di custodia cautelare, determina l'obbligo per il pubblico ministero di
provvedere in tempo utile a consentire l'esercizio del diritto di difesa nel procedimento incidentale "de
libertate", obbligo il cui inadempimento pu dar luogo a responsabilit disciplinare o penale del magistrato
del P.M.. (In motivazione, la Corte ha precisato che, al fine di porre il pubblico ministero in grado di
adempiere tale obbligo, del pari necessario che la richiesta del difensore venga tempestivamente proposta
rispetto alle cadenze temporali indicate dalle norme processuali) (v. Corte costituzionale n. 336 del 2008)
Sez. 5, Sentenza n. 8921 del 24/02/2012 Cc. (dep. 06/03/2012 ) Rv. 251733
Presidente: Scalera V. Estensore: Fumo M. Relatore: Fumo M. Imputato: Andrisano e altri. P.M.
Spinaci S. (Diff.)
(Annulla senza rinvio, Trib. lib. Taranto, 23/09/2011)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Procedimento di riesame - Richiesta di
copia delle registrazioni - Autorizzazione del pubblico ministero - Mancata tempestiva consegna
addebitabile alla segreteria - Conferma dell'ordinanza cautelare - Illegittimit.
illegittimo il provvedimento del Tribunale del riesame che abbia confermato l'ordinanza cautelare
utilizzando gli esiti delle operazioni di intercettazione, qualora la difesa non abbia previamente ottenuto la
copia delle registrazioni tempestivamente richiesta ed autorizzata dal pubblico ministero a causa di ritardi
imputabili alla segreteria di quest'ultimo.
Sez. 6, Sentenza n. 45880 del 10/10/2011 Cc. (dep. 07/12/2011 ) Rv. 251182
Presidente: Agro' A. Estensore: Conti G. Relatore: Conti G. Imputato: Ceravolo. P.M. Iacoviello
FM. (Conf.)
(Annulla con rinvio, Trib. Catanzaro, 10/03/2011)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Utilizzazione a fini cautelari - Diritto del
difensore di ottenere copia dei supporti delle registrazioni di conversazioni o videoriprese Violazione - Conseguenze - Indicazione.

SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 33

In sede di riesame o appello cautelare, qualora il difensore non abbia ottenuto il rilascio di copia dei
supporti informatici o magnetici delle registrazioni di conversazioni o "video-riprese" per le quali abbia
avanzato rituale e tempestiva richiesta al P.M., il Tribunale non pu fondare il proprio convincimento sui
cosiddetti brogliacci di ascolto utilizzati ai fini dell'adozione di un provvedimento cautelare, ma deve
annullare l'impugnata ordinanza se, effettuata la "prova di resistenza", l'ulteriore materiale indiziario non
sia idoneo a rappresentare i gravi indizi di colpevolezza richiesti dall'art. 273 cod. proc. pen
Sez. 6, Sentenza n. 45984 del 10/10/2011 Cc. (dep. 12/12/2011 ) Rv. 251273
Presidente: Agro' A. Estensore: Conti G. Relatore: Conti G. Imputato: Cosentino. P.M.
Iacoviello FM. (Diff.)
(Annulla con rinvio, Trib. Catanzaro, 15/02/2011)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Utilizzazione a fini cautelari - Diritto di
accesso del difensore alle registrazioni - Condizioni - Onere di documentare il fatto negativo del
mancato riscontro da parte del P.M. - Sussistenza - Esclusione.
In tema di riesame di misure cautelari personali, quando la difesa ha assolto l'onere di dimostrare che la
richiesta di rilascio di copia dei supporti magnetici o informatici delle registrazioni di conversazioni
telefoniche o di riprese audiovisive, utilizzate per l'adozione dell'ordinanza cautelare, stata effettivamente
e tempestivamente presentata al P.M., sulla stessa non pu ritenersi incombente l'ulteriore onere di
documentare il fatto negativo rappresentato dal mancato riscontro alla richiesta da parte del P.M.
Sez. 6, Sentenza n. 44813 del 02/12/2010 Cc. (dep. 21/12/2010 ) Rv. 249228
Presidente: De Roberto G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Balducci e altri.
P.M. Volpe G. (Parz. Diff.)
(Annulla in parte con rinvio, Trib. lib. Roma, 12/07/2010)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Utilizzazione a fini cautelari Trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni - Diritto del difensore - Richiesta - Interesse
della parte - Rilevanza - Criteri - Indicazione - Fattispecie.
In tema di riesame, l'interesse della parte ad ottenere copia dei "files" audio delle registrazioni di
conversazioni o comunicazioni intercettate, il cui esito, pur utilizzato ai fini dell'adozione del
provvedimento cautelare, non riguardi direttamente la posizione dell'indagato, deve essere oggetto di
specifica indicazione solo quando lo stesso non sia concretamente desumibile dagli atti, tenuto conto della
provvisoria formulazione dell'imputazione e della motivazione del provvedimento coercitivo. (Nel caso di
specie, in cui la richiesta di ottenere la disponibilit dei "files" audio era stata solo parzialmente riscontrata
in sede di riesame, la S.C. ha annullato il provvedimento relativamente alla posizione del ricorrente,
osservando che l'imputazione riguardava un unico reato di corruzione contestato in concorso a pi
soggetti).
Sez. 6, Sentenza n. 37014 del 23/09/2010 Cc. (dep. 15/10/2010 ) Rv. 248747
Presidente: Lattanzi G. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Della
Giovampaola e altri. P.M. Selvaggi E. (Parz. Diff.)
(Annulla in parte con rinvio, Trib. Perugia, 23 marzo 2010)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Per fini cautelari - Brogliacci di ascolto e
"files" audio delle registrazioni di conversazioni telefoniche - Omessa trasmissione - Nullit o
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 34

inutilizzabilit delle intercettazioni - Esclusione - Indicazione specifica di eventuali divergenze fra


i testi di conversazioni richiamate in atti e quelli risultanti dall'ascolto dei "files audio" - Riesame Obbligo di motivazione - Sussistenza.
In tema di riesame, l'omesso deposito del cosiddetto "brogliaccio" di ascolto e dei "files" audio delle
registrazioni di conversazioni oggetto di intercettazione non sanzionato da nullit o inutilizzabilit,
dovendosi ritenere sufficiente la trasmissione, da parte del P.M., di una documentazione anche sommaria ed
informale, che dia conto sinteticamente del contenuto delle conversazioni riferite negli atti di polizia
giudiziaria, fatto salvo l'obbligo del Tribunale di fornire congrua motivazione in ordine alle difformit
specificamente indicate dalla parte fra i testi delle conversazioni telefoniche richiamati negli atti e quelli
risultanti dall'ascolto in forma privata dei relativi "files" audio.
Sez. 6, Sentenza n. 32571 del 24/06/2010 Cc. (dep. 01/09/2010 ) Rv. 248548
Presidente: Di Virginio A. Estensore: Citterio C. Relatore: Citterio C. Imputato: Vinci. P.M. De
Sandro AM. (Conf.)
(Rigetta, Trib. lib. Roma, 18 febbraio 2010)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Trasposizione su nastro magnetico delle
registrazioni - Diritto del difensore - Richiesta - Tempestivit - Criteri - Fattispecie.
La richiesta del difensore volta ad ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di
conversazioni o comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini dell'adozione del provvedimento cautelare,
deve essere tempestivamente proposta in relazione all'udienza del tribunale del riesame ed alle cadenze
temporali indicate dall'art. 309, comma nono, cod. proc. pen., tenuto conto del grado di complessit delle
operazioni di duplicazione delle intercettazioni, del tempo necessario per la verifica di eventuali discordanze
tra i testi posti a base delle decisioni cautelari e quelli risultanti dall'ascolto diretto, nonch del momento di
deposito della richiesta di riesame. (Nella concreta fattispecie, stata ritenuta tardiva una richiesta di
trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni presentata meno di 48 prima dell'udienza fissata
davanti al tribunale del riesame).
Sez. 4, Sentenza n. 46478 del 21/10/2011 Cc. (dep. 14/12/2011 ) Rv. 251434
Presidente: D'Isa C. Estensore: Montagni A. Relatore: Montagni A. Imputato: Saihi. P.M.
Cesqui E. (Diff.)
(Annulla con rinvio, Trib. lib. Brescia, 31/05/2010)
673 PROVE - 107 utilizzazione - IN GENERE
PROVE - MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O
COMUNICAZIONI - UTILIZZAZIONE - IN GENERE - Tempestiva istanza della difesa ai fini
dell'ascolto e della estrazione di copia - Autorizzazione del P.M. relativa all'autorizzazione
all'ascolto - Diniego di estrazione di copie - Comunicazione del giorno antecedente l'udienza di
riesame - Conseguenze.
La richiesta del difensore di accedere alle registrazioni di comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini
dell'adozione di un'ordinanza di custodia cautelare, determina l'obbligo per il pubblico ministero di
provvedere in tempo utile - rispetto alla decisione del tribunale del riesame, il quale deve decidere, senza
dilazioni, incompatibili con la specifica procedura "de libertate" -, e la violazione di detto obbligo, sebbene
non incida sulla utilizzabilit degli esiti delle intercettazioni, comporta che di esse il giudice non possa tener
conto fino a quando non sia soddisfatto il diritto della difesa di prendere cognizione diretta delle captazioni.
(In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare
fondata sul contenuto di conversazioni intercettate in ordine alle quali la difesa aveva presentato tempestiva
istanza preordinata all'ascolto e alla estrazione di copie ed il P.M. aveva concesso l'autorizzazione

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all'ascolto - e non all'estrazione di copia - comunicata al difensore il giorno antecedente quello fissato per
l'udienza di riesame).

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Dalla Rivista Giustizia Insieme 2-3/2009 Aracne editrice


http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=2968
(NB il neretto nel testo aggiunto in questa traccia)
giustizia e processo
Alla ricerca di linee guida affidabili
per una motivazione concisa
Ernesto Lupo

1. Il dovere costituzionale (art.111, comma 2, e art.117, comma 1, Cost.) di adeguare i tempi della
nostra giustizia penale e civile alla durata ritenuta ragionevole dalla Corte europea dei diritti
delluomo impone una riflessione urgente sulle modalit da seguire per pervenire a
motivazioni delle sentenze che siano concise e, nello stesso tempo, complete.
Non pu negarsi, invero, che la stesura delle motivazioni costituisce il collo di bottiglia del
sistema giudiziario italiano, destinato a restare tale qualunque riforma delle normative
processuali si voglia realizzare. Prova evidente di siffatta valutazione data dal giudizio di
cassazione (sia civile che penale) il quale, dal punto di vista tecnico, molto semplice e celere;
eppure la Cassazione civile ha oggi accumulato una pendenza di circa centomila ricorsi a causa
dellimbuto costituito dalla stesura delle motivazioni delle decisioni. Leffetto che il tempo
medio di decisione dei ricorsi civili per cassazione di tre-quattro anni, mentre la Corte europea
pone per tale giudizio il tempo ragionevole di un anno, il cui superamento gi di per s solo
idoneo a determinare indennizzi che, aggiunti a quelli causati dai ritardi dei giudizi di merito,
sono destinati ad incidere sempre pi pesantemente sulla spesa statale.
Il legislatore del processo civile (legge 18/6/2009 n.69) recentemente intervenuto proprio per
invitare i giudici a ridurre lampiezza delle motivazioni. Lart.132 n.4 c.p.c. non richiede pi
lesposizione dello svolgimento del processo (adeguandosi a quanto gi disposto dallart.546,
comma 1, del nuovo c.p.p.); ancora pi importante la modifica dellart.118, comma 1, disp. att.
c.p.c., secondo cui la esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della
decisione deve essere succinta (che termine gi impiegato dallo stesso codice per la
motivazione delle ordinanze: art.134, comma 1), anche con riferimento a precedenti conformi
(la accentuata rilevanza del precedente giurisprudenziale si ritrova poi nellart.360-bis n.1 c.p.c.,
introdotto dalla stessa novella legislativa).
E significativo che lintervento legislativo diretto a ridurre lampiezza delle motivazioni abbia
riguardato la giustizia civile. questo il settore in cui si lamenta in misura enormemente
maggiore la lentezza dei processi e nel quale la dottrina ha, da tempo, rilevato un c.d. eccesso di
motivazione (con riguardo specifico alle sentenze della Cassazione civile debbo rinviare alla mia
relazione su La redazione delle decisioni in forma semplificata, in Giust. civ. 2009, II, p.97).
2. Ma le innovazioni legislative in tema di motivazione delle sentenze sono inefficaci se non
determinano un radicale cambiamento di mentalit e di prassi nei giudici e nel ceto forense. E
di tale mutamento ha urgente bisogno soprattutto il settore civile, in cui i tempi di durata
complessiva dei processi ci pongono al 156 posto su 181 Stati (v. la relazione del Presidente della
Cassazione Vincenzo Carbone sullamministrazione della giustizia nel 2008, p.15 della relativa
pubblicazione).
Il mutamento deve riguardare sia il giudizio di legittimit che quello di merito; ma esso non pu
che partire dalla Cassazione, perch spetta a questa Istituzione il compito di giudicare sulle
SSM 8.4.13 cons. Carlo Citterio II- 37

motivazioni delle sentenze di merito, onde non avrebbe senso ladozione, da parte dei giudici di
merito, di criteri di stesura delle motivazioni pi agili ed essenziali se essi non trovassero
adesione nel successivo controllo esercitato in sede di legittimit.
Lineliminabile punto di partenza costituito dalla necessit di realizzare un uniforme
atteggiamento dei giudici della Cassazione in ordine allattivit di controllo sullaccertamento di
fatto compiuto dai giudici del merito. Tale controllo, che si esercita attraverso lesame dei vizi
logici di motivazione (dedotti nel ricorso) in ordine alle quaestiones facti, ha, nella attuale prassi
della Corte suprema (sia in civile che in penale), confini piuttosto indefiniti. Vi , molto
frequentemente, il tentativo dei ricorrenti di pervenire ad un terzo grado di merito e non sempre
tale tentativo viene respinto dal giudice di legittimit, a cui lordinamento (a partire dallart.111,
comma 7, Cost.) riserva le funzioni di nomofilachia, onde su questa funzione (importantissima
soprattutto in unepoca di caos legislativo) che dovrebbero essere concentrate prioritariamente le
risorse umane della Istituzione, le quali sono necessariamente limitate (in rapporto allenorme
numero dei ricorsi proposti, che comporterebbe un elevatissimo numero di magistrati, la cui
esistenza per praticamente incompatibile con la funzione di nomofilachia).
La priorit del compito di nomofilachia della Corte di cassazione (rispetto a quello di controllo
sui vizi logici della motivazione sullaccertamento di fatto) non una scelta personale. Essa,
innanzitutto, corrisponde alla intenzione che prevalse nellambito della Assemblea Costituente,
come pu desumersi da una indagine sui relativi lavori (v. il mio scritto su La Corte di Cassazione
nella Costituzione, in Cass. pen. 2008, p.4444, spec. 6). Ed ha costituito il motivo ispiratore dei due
recenti interventi legislativi sul giudizio civile di cassazione. Gi il titolo del decreto legislativo
2/2/2006 n.40 individua il suo oggetto (parziale) nella disciplina del processo (civile) di
cassazione in funzione nomofilattica.
E le successive modifiche apportate alla stessa disciplina dallart.47 della gi citata legge
n.69/2009, volendo dichiaratamente introdurre un filtro alla ricorribilit per cassazione
(termine gi usato dalla Corte cost. 11/4/2008 n.98), hanno previsto, nel nuovo art.360-bis c.p.c.,
due nuove cause di inammissibilit del ricorso espressamente limitate alle questioni di diritto
proponibili con il ricorso per cassazione, dimostrando cos di prestare attenzione esclusiva al
compito del giudice di legittimit che qui si va considerando. La formulazione tecnica
dellart.360-bis c.p.c., purtroppo, d adito a molti problemi interpretativi (per una lucida e
condivisibile impostazione degli stessi v. la relazione di P. Vittoria al Convegno svoltosi in
Cassazione il 28/10/2009: Il filtro al ricorso per cassazione nella legge 69 del 2009: controriforma o
completamento di una riforma?). Ma non pu negarsi che il legislatore, volendo diminuire il lavoro
della Suprema Corte nel settore civile (in ci indotto dalla gi segnalata situazione delle
pendenze, nonostante laccresciuta produttivit della Corte negli anni recenti), intervenuto sulla
prospettazione delle questioni giuridiche, e non (o non anche) dei vizi logici di motivazione; la
ragione di questa limitazione dellattenzione, da parte del legislatore, pu individuarsi, mi
sembra, nella considerazione che gi la disciplina codicistica dei vizi di motivazione (e, in
particolare, dellart.360 n.5 c.p.c.), se correttamente applicata, consente un alleggerimento
dellimpegno dei magistrati della Corte. Proprio a proposito della disposizione in ultimo citata,
importante, a mio avviso, rilevare che la novella del 2006 ha modificato loggetto del vizio di
motivazione, sostituendo al concetto limitato di punto della controversia il riferimento globale
al fatto controverso. In tal modo il legislatore ha chiarito espressamente che il vizio di
motivazione non attiene alla soluzione della quaestio iuris (affermazione pacifica in
giurisprudenza, ma non in dottrina e, purtroppo, spesso ignorata dalla prassi forense); ma,
soprattutto, tornato in parte alla formulazione originaria (anteriore alla riforma del 1950)
dellart.360 n.5 c.p.c., che pure limitava il vizio al fatto (ed al suo omesso esame, mentre, nel
testo vigente, rileva anche linsufficiente o contraddittoria motivazione sullo stesso).

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Il maggiore rispetto dei limiti posti dai codici di rito (civile e, con diversa formulazione, penale) al
controllo in sede di legittimit dei vizi logici di motivazione sullaccertamento del fatto si scontra
con la difficolt psicologica e culturale, per magistrati che provengono dal giudizio di merito, di
rinunziare a decidere non solo il ricorso, ma soprattutto il caso controverso nel modo che si
ritiene pi rispondente alla soluzione corretta e giusta. Ci comporta la non accettazione di una
sentenza che, sullaccertamento di fatto, appare motivata in modo non persuasivo e non
condivisibile da parte del collegio, nel senso che la prevalenza dei suoi membri avrebbe deciso il
caso in modo diverso da come esso stato giudicato dalla sentenza impugnata. Ma occorrerebbe
tenere sempre presente che motivare cosa diversa dal convincere (G. Borr, La Corte di
Cassazione oggi, in Diritto Giurisprudenziale a cura di Bessone, Torino, 1996, p.182, 7), che la non
persuasivit non , di per s sola, un vizio della sentenza e, pi in generale, che il giudice di
legittimit non pu sostituire i criteri e le massime di esperienza adottati dai giudici di merito
(cos si esprime la Relazione al progetto preliminare del nuovo c.p.p., in relazione alla innovativa
formulazione dellart. 606, lettera e, ma detto limite perfettamente applicabile alla Cassazione
civile).
Latteggiamento del magistrato della Cassazione che mira a risolvere il caso a lui affidato nel
modo che ritiene giusto (andando, se mai, al di l dei risultati di una mera verifica della
correttezza logica della sentenza impugnata), se pu sembrare espressione di uno scrupolo
positivo (se non, addirittura, encomiabile), non tiene conto che a tale Istituzione affidato il
privilegio di dire lultima e definitiva parola sulla controversia, ma tale privilegio trova,
nellordinamento, il proprio contrappeso nel rispetto dellaccertamento di fatto, il quale
riservato al giudice del merito; onde la soluzione legale e giusta della controversia deve essere
il risultato finale della somma dei compiti propri dei due tipi di giudicanti; il che implica un
atteggiamento dei giudici di legittimit di self restraint nellesame e nella valutazione del
giudizio di fatto.
3. La rilevanza della distinzione tra legittimit e merito della decisione (penale e civile) ai fini
del contenuto della motivazione comporta che il giudice del merito giustifichi essenzialmente
il giudizio di fatto, perch alle lacune motivazionali di siffatto accertamento il giudice di
legittimit non potr successivamente porre alcun rimedio. La motivazione della sentenza di
merito non assume, invece, rilievo rispetto alla quaestio iuris: qui importa soltanto la correttezza o
meno della soluzione, indipendentemente dalle ragioni che si siano esposte a giustificazione della
stessa soluzione. Non costituisce, quindi, un vizio della sentenza impugnata con il ricorso per
cassazione lassenza di motivazione sulla interpretazione che si data alle norme giuridiche,
essendo rilevante soltanto lesattezza o meno di detta interpretazione. In tal senso, come si
detto, molto chiara (per il ricorso per cassazione civile) la nuova formulazione dellart.360 n.5
c.p.c., come modificata dal d. lgs. 2/2/2006 n.40 (che fa riferimento al fatto); ma lidentico
criterio vale anche per distinguere il vizio di motivazione previsto dallart.606, comma 1, lettera e)
c.p.p. dai vizi indicati nelle precedenti quattro lettere dello stesso comma.
Occorre che i giudici di merito abbiano chiara consapevolezza del loro compito esclusivo di
accertare compiutamente i fatti e di motivare adeguatamente tale accertamento, mentre loro
consentito non diffondersi nella motivazione degli aspetti giuridici. Rimane, ovviamente,
immutato limpegno di studio necessario per dare una corretta soluzione ai problemi giuridici,
ma pu ridursi il lavoro richiesto dalla stesura della motivazione, che occupa tanto tempo
dellattivit dei giudici.
Anche per i magistrati degli uffici di merito sussistono difficolt psicologiche e culturali a
limitarsi alle motivazioni sui fatti ed a rinunziare ad esposizioni approfondite degli aspetti
giuridici delle controversie, tanto pi quando questi aspetti siano stati studiati e si sia pervenuti a
motivati convincimenti.
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Non si vuole sostenere che la motivazione sulle questioni giuridiche sia inutile e da evitarsi:
innanzitutto va precisato che essa necessaria in tutti i casi in cui il giudice di merito abbia
seguito una interpretazione delle norme diversa da quella data dalla Cassazione; ma anche sulle
questioni nuove essa pu rivelarsi utile per il giudice di legittimit, se il caso giunger in
Cassazione. Si vuole dire, piuttosto, che il tentativo di pervenire a motivazioni concise dei
giudici di merito va esercitato non sulle giustificazioni dellaccertamento dei fatti, ma sulla
esposizione delle ragioni giuridiche delle decisioni. Lottica delle osservazioni qui esposte non
quella della utilit di una motivazione (di primo e di secondo grado) ampia anche nella parte in
diritto. Pure lesposizione dello svolgimento del processo (soppressa, come si detto, dal nuovo
codice di rito penale e, oggi, anche in quello di rito civile) di indubbia utilit per il giudice
dellimpugnazione; tanto da farmi ritenere opportuno che tale svolgimento sia esposto nellatto di
impugnazione, giovando esso alla comprensione dei relativi motivi.
Ma lesigenza di definire con maggiore celerit un numero elevato di processi impone la rinunzia
a ci che, pure essendo utile, non necessario.
4. Lobiettivo di pervenire a motivazioni che, pure essendo concise, siano complete richiede un
discorso nuovo per la nostra cultura giuridica e, quindi, non facile ad elaborarsi. Ma occorre che
esso sia perseguito.
E le considerazioni qui esposte intendono costituire il semplice inizio di una ricerca che deve
avvalersi delle esperienze delle diverse attivit giudiziarie ed affrontare le specificit di ciascuna
di esse.
Oggi, nellambito della ANM, molto attuale il tema dei carichi di lavoro e della individuazione
dei tetti massimi esigibili per ogni tipo di funzione svolta dai magistrati. Ritengo che questo
argomento non debba essere separato, in linea generale, dalla ricerca di un diverso modo di
lavorare, che congiunga efficienza e qualit. I due obbiettivi non sono alternativi, ma possono, a
mio avviso, essere raggiunti congiuntamente.
Lesempio tipico di questo mio convincimento dato proprio dal tema delle motivazioni delle
sentenze. Le motivazioni prolisse del giudice di legittimit (che si rinvengono soprattutto nel
settore civile) spesso non consentono di percepire con immediatezza e facilit la vera ratio
decidendi della sentenza; permettono, inoltre, allestensore di aggiungere ai pochi argomenti
emersi ed approvati nella camera di consiglio collegiale una serie di affermazioni che, anche
quando non costituiscono obiter dicta, esprimono lopinione dellestensore medesimo (o, al pi,
anche del presidente che aggiunge la sua firma), ma non sono certo il frutto di una discussione e
di una approvazione dellintero collegio. Si realizza, cos, quello che ho gi chiamato eccesso di
motivazione, il quale non solo appesantisce il lavoro del singolo magistrato, ma soprattutto
fonte di inefficienze e di disfunzioni della intera istituzione.
Ancora: la mancata definizione di una chiara ed uniforme individuazione dei vizi di motivazione
inerenti allaccertamento del fatto produce, nella prassi giudiziaria (sia civile che penale), leffetto
negativo di rendere spesso incerto lesito del ricorso per cassazione che deduca tale tipo di vizi.
Anche nelle sentenze di merito non infrequente il caso di motivazioni molto approfondite in
diritto, che per appaiono lacunose o superficiali nellaccertamento del fatto e/o nella sua
giustificazione, incorrendo cos in vizi che non possono essere pi sanati in sede di legittimit.
Ma, come osservavo, la ricerca solo allinizio e richiede lapporto delle diverse esperienze degli
operatori giudiziari.
Ernesto Lupo
Presidente di Sezione della Corte di cassazione

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