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Miegge Il sogno del re di Babilonia

Recensione di Adriano Prosperi su Lindice 1996, n. 7


"Gli attori e le figure di cui si parla in questo libro, distanti nel tempo e tuttavia gi
'moderni', entrano per noi inevitabilmente in un gioco di metafore, evocante altri
attori e figure, che hanno dominato fino a ieri le rappresentazioni della 'nostra epoca'".
Cos, alla fine del suo libro, Mario Miegge scopre le carte e segnala (con discrezione) la
radice autobiografica e generazionale della sua ricerca: un orizzonte storico e politico
dominato da quell'attesa della rivoluzione che trovava la sua legittimit culturale in
uno schema interpretativo della storia dalle ascendenze democratiche e liberali
ottocentesche. Dalla Riforma come rivoluzione della coscienza contro l'autorit
religiosa alla Grande Rivoluzione francese come affermazione dei diritti dell'ordine
politico, verso le nuove rivoluzioni per portare la giustizia nell'ordine sociale: il passato
si proiettava nel futuro secondo un modello che permetteva a rivoluzionari e reazionari
di "prendere posizione" nei confronti di un processo storico comunque inevitabile.
Prima di questo schema partorito da una laica e mondana filosofia della storia, c'erano
stati altri modi di collegare conoscenza del passato e attesa del futuro. Quello che
Miegge prende in esame lo schema ricavato dall'immagine della statua vista in
sogno dal re Nebucadnezar e interpretata dal profeta Daniele nel secondo capitolo del
libro della Bibbia che porta il suo nome.
Miegge affronta in questo libro un capitolo di una storia molto vasta che la storia di
come l'esigenza di conoscere il futuro abbia pesato e continui a pesare nel modo in cui
si legge il passato. Noi che sentiamo continuamente usare e abusare dell'etichetta di
"post-moderno" siamo forse i primi a sperimentare una difficolt radicale nel
proiettare il passato sul futuro e quindi ci rifugiamo in una periodizzazione che ci
colloca fuori di un'et senza metterci in un'altra. Da una condizione di questo genere
parte la ricerca di Miegge sul peso che ebbe l'interpretazione della profezia di Daniele
in un momento determinato della storia e della cultura europea. - una condizione non
sua soltanto, ma nella quale Miegge porta un interesse specifico per il radicamento
valdese della sua formazione e dei suoi interessi di storico.
la storia dell'interpretazione della profezia di Daniele, ma non storia di esegesi
dotta: piuttosto, si tratta della storia di grandi messaggi rivoluzionari e
dell'opposizione che suscitarono. Si parte dalla predica di Mntzer ai principi (1524),
col suo annuncio del rovesciamento dei regni mondani operato da Cristo (la pietra che
si stacca dalla montagna). La lettura di Mntzer attualizza il messaggio della profezia:
se Cristo la pietra che distrugge i regni mondani e se l'elenco dei regni conduce al
presente, questo vuol dire che giunto il momento dell'instaurazione dell'ordine
cristiano nel mondo. Con questa impostazione, tutto il mondo della Riforma
protestante scende in battaglia, a partire da Lutero e da Melantone. Lutero sposta i
tempi della profezia al futuro: per lui, l'Impero romano-germanico destinato a
durare fino al giorno del giudizio. Ma soprattutto con Calvino e con Bodin che si
reagisce al carattere inquietante di quella interpretazione, con la sua minaccia di
destabilizzazione dell'ordine politico. Calvino, da un lato, sostiene che la profezia si sia
gi avverata con la nascita di Cristo e con la proclamazione del Vangelo, che ha
sovvertito l'impero esistente; dall'altro proietta nel passato il sistema degli imperi,
sostenendo che Dio ha voluto indicare solo ci che sarebbe avvenuto fino alla nascita
di Cristo. Errano dunque gli interpreti che vogliono ricavare da quel testo un
preannuncio degli eventi che stanno davanti a noi. Con ci, la profezia del tutto
disinnescata.
La discussione seguita da Miegge nel mondo della Riforma, attraverso le voci di
Emanuele Tremellio, ebreo ferrarese emigrato in Inghilterra per motivi religiosi, di
John Napier e di altri, fino al momento in cui le tensioni eversive della lettura profetica
di Daniele si manifestano con la rivoluzione puritana in Inghilterra. E da qui riprende

l'esame delle vicende del testo attraverso i suoi interpreti, che ci conduce fino a Isaac
Newton e a Spinoza.
L'interesse che Miegge porta alla storia del rapporto tra Riforma e profezia
rivoluzionaria ha, come si detto, una radice autobiografica e generazionale nelle
delusioni delle attese rivoluzionarie del nostro tempo, soprattutto quando e in quanto
legate a una educazione evangelica. Per questo, il libro tende a conservare l'aspetto di
una ricerca storico-esegetica coinvolgente profondamente ed esplicitamente l'autore.
Qualche osservazione stimolata dalla lettura del suo libro. Miegge rinvia alla proposta
di Reinhart Koselleck: il Cinquecento come et nella quale "il permanente significato
escatologico degli eventi storici e la loro lettura figurale... precludono ancora... la
veduta storicamente determinata in un 'tempus novum' inteso come epoca nuova,
'moderna'", irriducibile al passato e aperta a un futuro illimitato. Kosellek parla di una
lotta dello stato contro le profezie politiche e religiose di ogni tipo, per imporre il
monopolio nel controllo del futuro. Ora, la questione pi complicata. Prima che i
teorici della "ragion di stato" impongano un modello di previsione razionale, politica
del futuro e che la critica razionalistica dei libri profetici della Bibbia svolga una
funzione parallela, il passato non era stato segnato da un percorso univoco da un
medioevo imbevuto di profezia e da un lento ma non completo esaurimento del filone
profetico nel Cinquecento. Daniele era personaggio ben familiare anche al Medioevo:
sul portale della cattedrale di Ferrara, la sua figura domina l'intera scena, cos come
nelle chiese padane ricorrono i personaggi di Enoch e di Elia, precursori del ritorno di
Cristo in terra, che ebbero anch'essi un momento di grande importanza nelle attese
del Cinquecento, come ha osservato, in uno studio recente, Rodney Petersen
("Preaching in the Last Days").
Come del resto emerge anche dall'opera di Miegge, quella che vediamo in atto nell'et
della Riforma e della Controriforma una vera vampata di ritorno all'interpretazione
profetica. Il sistema di interpretazione medievale della Bibbia aveva messo sotto
controllo lo spazio della profezia. Invece, intorno all'ascesa del papato italiano e alla
crisi politica fiorentina e poi italiana, alla scoperta dell'America e alla lacerazione
dell'unit religiosa dell'Europa che la profezia rinasce e si rinvigorisce. Un decreto del
concilio Lateranense V proib l'esercizio della profezia - si pensava ai savonaroliani e a
Francesco da Meleto - mentre l'irruzione di un mondo nuovo sulla scena e le violente
diatribe sull'Anticristo romano e sul demonio luterano facevano ricorso a tutti gli
strumenti della proiezione del passato sul futuro di cui si era in possesso, divinazione
pagana e profezia cristiana. una storia lunga: ma si deve ricordare che il controllo
del futuro aveva un posto importante per chi voleva controllare il presente. Il celebre
aforisma di Orwell si applica dunque, per quest'epoca, al potere - ai poteri ecclesiastici e religiosi prima ancora che politici.
Qui si tratta dello schema interpretativo e profetico fondato su Daniele: la profezia di
un'eversione eversiva. Non una profezia apocalittica, non si presta all'uso
penitenziale dell'annuncio della prossima fine del mondo; l'annunzio di un'intervento
divino nella storia che ribalta la storia, una distruzione dei regni che d avvio a un
nuovo regno: dunque, siamo sul terreno dell'annuncio messianico. E cos, la storia
dell'interpretazione di Daniele permette di collocare frontalmente conservatori o
reazionari e rivoluzionari: da una parte, Lutero, che individuando l'Anticristo nel papa
si appella a un potere politico che deve essere rassicurato sui suoi fondamenti e sulla
sua durata - l'impero romano germanico come ultimo impero, su cui Cristo regner in
eterno -, Calvino, Melantone; dall'altro un vario mondo di eretici che va da Mntzer
agli anabattisti ai sostenitori italiani del medius adventus di Cristo (Curione, per
esempio) e agli ebrei. Le attese messianiche vive nel mondo cristiano e in quello
ebraico nel primo Cinquecento provocarono anche incontri e contatti di cui restano
tracce negli scritti a stampa e - spesso - nei processi dell'Inquisizione.
Francesco Stancaro, ebraista e forse ebreo mantovano ed eretico, raccont di aver

denunziato intrecci di anabattisti e rabbini nella Venezia degli anni trenta del
Cinquecento. Erano gli anni in cui si concludeva l'avventura dell'ebreo Davide Reubeni,
col suo colore di messianismo ebraico, di realizzazione del disegno del popolo eletto un'avventura di cui non sappiamo se si collegasse esplicitamente a una ripresa della
profezia di Daniele, ma che implicitamente vi faceva certo riferimento.
In questo libro, c' la storia dell'avventura intellettuale di Emanuele Tremellio, esule
da Ferrara in Inghilterra e poi di nuovo sul continente, continuatore della critica
calviniana all'interpretazione della profezia di Daniele come filosofia complessiva della
storia. Un ebreo convertito dalle tendenze razionaliste: un altro episodio dei confronti
e dei contrasti di allora tra gruppi religiosi capaci di influenzarsi e non solo di
combattersi.
A parte le varie e non ancora del tutto note avventure dei progetti di chi si aspettava
la rovina degli imperi dell'Anticristo e la realizzazione di una vera "republica catolica"
di cui parlava Francesco Pucci, il libro di Miegge prezioso per la lettura ravvicinata e
attenta dei testi fondamentali, fra tutti Calvino. La differenza fra Melantone e Calvino,
tra una considerazione luteranamente e agostinianamente pessimistica dei regni
terreni - grandi latrocinii - e una filosofia dell'ordine storico-politico come istituito da
Dio e dunque necessitato a far trionfare il regno giusto, quello voluto da Dio sulle
rovine degli avversari, letta come opposizione fondamentale nelle concezioni statuali
dell'et moderna: del tutto giustamente, credo. Da una parte, abbiamo l'idea di uno
stato come rimedio del male, istituto destinato a decadere; dall'altro, c' l'idea di uno
stato cristiano come profezia gi avverata: la caduta dell'impero romano, ora la
scomparsa auspicata financo del nome, sgradito al francese Calvino (nota giustamente
Miegge), aprono la strada a stati fondati sulla vera fede e lasciano intravedere la
possibilit che se i loro reggitori non saranno fedeli al vangelo, Dio li far ancora
crollare.
Dell'opera di Calvino, Miegge sottolinea la portata di metodo: si tratta di interventi
ermeneutici che rifuggono dal formulare filosofie della storia. In questo appare
l'elemento pi importante di differenza rispetto alle correnti profetiche, l'elemento di
modernit di Calvino: si apre uno spazio all'interpretazione della scrittura che lascia
libera l'area della storia come area autonoma. Sarebbe interessante confrontare
questa osservazione di Miegge con quello che ha notato Biondi a proposito di un
grande teologo tradizionalista del campo opposto, Melchior Cano, di cui Biondi ha
mostrato il senso dell'autonomia della storia profana. Cano aveva polemizzato con
Erasmo e con la tendenza a seguire ispirazioni interiori, che gli appariva fonte di
infinite eresie. In questo evidentemente i due andavano d'accordo