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olo riteneva che un un apostolo non dovesse preoccuparsi di avere lopinione

pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere le coscienze!

Cari amici, la nostra Gemma ci fa un enorme regalo, donandoci un brano straordinario di Joseph
Ratzinger-Papa Benedetto XVI..
Raffaella
Il combattente e il sofferente
Allingresso della basilica di San Pietro, nel secolo XIX papa Pio IX ha voluto che fossero poste
due possenti figure degli apostoli Pietro e Paolo, ambedue facilmente riconoscibili dai loro attributi:
le chiavi nella mano di Pietro, la spada nelle mani di Paolo.
Chi guardasse la possente figura dellapostolo delle genti senza conoscere la storia del
cristianesimo, potrebbe farsi lidea che si tratti di un grande condottiero, di un guerriero, che ha
fatto la storia con la spada e in tal modo ha assoggettato i popoli.
Sarebbe allora uno dei tanti che si sono procurati gloria e ricchezza a prezzo del sangue degli altri.
Il cristiano sa che la spada nelle mani di questuomo significa esattamente il contrario: essa fu
lo strumento con cui egli venne messo a morte. In quanto cittadino romano egli non poteva
essere crocifisso come Pietro; mor dunque di spada. Ma anche se questa era considerata una
forma nobile di esecuzione, nella storia dellumanit egli rientra tra le vittime, non tra gli
oppressori.
Chi si addentra nelle lettere di Paolo per cercare in esse qualcosa che assomigli a unautobiografia
nascosta dellApostolo, riconoscer subito che lattributo della spada non si riferisce solo allo
strumento del suo martiri, che dice qualcosa degli ultimi istanti della sua vita; la spada pu essere
intesa, a ragione, come attributo della sua vita: Ho combattuto la buona battaglia, dice al suo
amato discepolo Timoteo volgendo lo sguardo al cammino della sua vita, quando sente che la sua
morte ormai prossima (2Tim 4,7). Proprio in forza di parole come queste, Paolo stato
volentieri descritto come un combattente, come un uomo dazione, anzi, come un violento.
Uno sguardo superficiale della sua vita sembra dar ragione a questa lettura: in quattro lunghi viaggi

ha percorso una parte considerevole del mondo allora conosciuto ed divenuto davvero lapostolo
delle gent, che porta il Vangelo di Ges Cristo fino agli estremi confini della terra. Con le sue
lettere ha tenuto unite le comunit, ha stimolato la loro crescita e ha rafforzato la loro costanza. Con
tutta la forza del suo vivo temperamento egli si confronta con gli avversari, che non scarseggiano
mai. Usa tutti i mezzi a sua disposizione per corrispondere il pi efficacemente possibile al
dovere di annunciare, che egli sente gravare su di s (1Cor 9,16). Per questo egli continua a essere
presentato come il grande attivista, il patrono di coloro che vanno alla ricerca di nuove strategie
passionali e missionarie.
Tutto questo non falso, ma non Paolo nella sua interezza; anzi, chi lo vede solo cos, non
coglie ci che pi specificamente caratterizza la sua figura.
Anzitutto si deve osservare che la battaglia di san Paolo non fu quella di un carrierista, di un uomo
di potere, men che meno quella di un conquistatore e di un dominatore. La sua fu una battaglia nel
senso che a questa parola attribuisce Teresa dAvila.
Laffermazione che Dio ama le anime intrepide, ella la spiega cos: La prima cosa che il Signore
opera nei suoi amici quando diventano deboli infondere loro coraggio e togliere loro la paura
della sofferenza.
A questo proposito mi viene in mente unosservazione di Theodor Haecker, certo piuttosto
unilaterale e anche un po ingiusta, da lui annotata nei suoi diarii durante la guerra; essa pu
comunque aiutarci a capire di cosa stiamo parlando. La frase cui mi riferisco suona cos: Talvolta
mi pare che in Vaticano si del tutto dimenticato che Pietro non fu solo vescovo di Romama
anche martire.
La battaglia di san Paolo fu la battaglia di un martire, fin dallinizio. Detto con pi precisione:
allinizio del suo cammino era stato un persecutore e aveva usato violenza contro i cristiani.
Dal momento della sua conversione era passato dalla parte del Cristo crocifisso e aveva scelto
lui stesso la via di Ges Cristo. Non era un diplomatico; quando fece dei tentativi diplomatici,
ebbe poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Cristo e
limpegno della sua stessa vita per questo messaggio.
Gi nella lettera ai Filippesi egli dice che la sua vita sar versata in libagione come sacrificio (Fil
2,7); alla sera della sua vita, nelle ultime parole indirizzate a Timoteo (2Tm 4,6) questa stessa
espressione torna ancora una volta. Paolo era un uomo disposto a lasciarsi ferire e proprio questa
era la sua vera forza. Non ha protetto se stesso, non ha tentato di tenersi fuori dalle contrariet
e dalle circostanze spiacevoli, men che meno ha cercato di assicurarsi una vita tranquilla.
Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ma precisamente il fatto che egli si sia esposto in prima
persona, che non si sia tutelato, che abbia posto se stesso in balia delle contrariet e si sia
lasciato consumare per il vangelo, lo ha reso credibile e ha edificato la
Chiesa: Desidero pi di tutto consumarmi e mi consumer per le vostre anime.
Queste parole, tratte dalla seconda lettera ai Corinzi (12,15), mettono in evidenza lanima pi
profonda di questuomo. Paolo non pensava affatto che il compito prioritario della pastorale
fosse evitare le difficolt e riteneva che un apostolo non dovesse anzitutto preoccuparsi di avere
lopinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere, rompere il sonno delle coscienze,
anche a costo della vita.
Dalle sue lettere sappiamo che egli fu tuttaltro che un abile parlatore.
Condivideva la mancanza di talento oratorio con Mos e con Geremia, i quali affermavano davanti
a Dio di essere del tutto inadatti alla missione a cui egli li chiamava e adducevano ambedue come
scusa il fatto di non essere abili parlatori. La sua presenza fisica debole e la parola dimessa (2
Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Sullinizio della sua missione in Galazia lui stesso
racconta: Sapete che ero ammalato e debole, la prima volta che vi annunciai il vangelo (Gal
4,13). Paolo non ha operato grazie a una brillante retorica e per mezzo di raffinate strategie,
ma impegnando se stesso in prima persona ed esponendosi per lannuncio che portava. Anche

oggi la Chiesa potr convincere delle persone solo nella misura in cui coloro che annunciano
in suo nome sono disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disponibilit a soffrire in prima
persona , manca largomento decisivo della verit, da ci la Chiesa stessa dipende. La sua battaglia
sar sempre e solamente la battaglia di coloro che accettano di sacrificare se stessi: la battaglia dei
martiri.
Alla spada nelle mani di san Paolo possiamo attribuire anche un altro significato, oltre a quello
di strumento del suo martirio: nella Scrittura la spada anche simbolo della parola di Dio, che
pi efficace e pi tagliente di una spada a doppio tagliogiudica sui sentimenti e i pensieri del
cuore (Eb 4,12). Questa spada ha condotto Paolo: con essa egli ha conquistato le persone.
Spada, in fondo, qui semplicemente unimmagine della potenza della verit, che di
natura tutta propria. La verit pu far male, pu ferire per questo stata fatta la spada. E
proprio perch la vita nella menzogna o anche solo nella scelta di ignorare la verit appare spesso
pi comoda rispetto allesigenza del vero, che gli uomini si scandalizzano della verit, vogliono
liquidarla, rimuoverla, spazzarla via dal loro cammino. Chi di noi potrebbe negare che talvolta la
verit gli ha recato disturbo: la verit su se stessi, la verit su ci che dobbiamo fare o non
fare? Chi di noi pu affermare di non aver mai tentato di mettere se stesso prima della verit
o, quantomeno, di accomodare questultima, almeno per renderla meno dolorosa?
Paolo era inquieto perch era un uomo della verit; chi si dedica alla verit, fino in fondo, e non
vuole utilizzare nessunaltra arma, n prefiggersi alcun altro compito, non necessariamente sar
ucciso, ma giunger comunque vicino al martirio: diventer un sofferente. Annunciare la verit,
senza diventare un fanatico o un calcolatore: questo il grande compito.
Pu darsi che la polemica abbia talvolta inasprito Paolo, al punto da farlo sembrare vicino al
fanatismo, ma egli non mai stato un fanatico, in nessun modo.
Testi colmi di benevolenza, come li leggiamo nelle sue lettere i pi belli li troviamo, forse, nella
lettera ai Filippesi -, sono il vero tratto distintivo del suo carattere. Pot conservarsi libero dal
fanatismo perch non parlava per se stesso, ma portava agli uomini il dono di un altro: la verit di
Cristo, che morto per questo e che rimasto un uomo che ama fin dentro la morte. Anche su
questo punto dobbiamo correggere un poco la nostra immagine di Paolo.
Abbiamo anche troppo in mente i testi pi battaglieri di Paolo. Ma qui vale qualcosa di simile a
quello che si dice di Mos: vediamo Mos come colui che facilmente si adira, come una personalit
dura e inflessibile. Ma il libro dei Numeri dice di lui: Mos era il pi mite di tutti gli uomini (12,3;
LXX). Chi legge Paolo nella sua interezza, scoprir la mitezza di Paolo. Lo abbiamo gi detto:
il suo successo dipende dalla sua disponibilit a soffrire in prima persona. Ora dobbiamo
aggiungere: la sofferenza e la verit vanno sempre insieme.
Paolo fu combattuto perch era un uomo della verit. Ma il fatto che ci che resta delle sue
parole e della sua vita sia cresciuto, dipende dal fatto che egli ha servito la verit e ha sofferto
per essa. La sofferenza necessaria per accreditare la verit, ma solo la verit d alla sofferenza
un significato.
Allingresso della basilica di San Pietro stanno le figure dei due apostoli Pietro e Paolo. Anche sul
portale maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura essi sono raffigurati insieme, con scene
dalla vita e dal martirio di entrambi. Fin dallinizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e
Paolo inseparabili luno dallaltro: insieme, essi rappresentano tutto il vangelo. A Roma il legame
tra di loro come fratelli nella fede ha assunto anche un altro significato, molto specifico. Dai
cristiani di Roma essi furono visti come il contraltare della mitica coppia di fratelli a cui si faceva
risalire la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Si pu inoltre stabilire uno strano parallelismo tra
questi due uomini e la prima coppia fraterna della storia biblica: Caino e Abele; il primo diventa

lassassino del secondo. La parola fraternit, considerata solo nel suo versante umano, acquista
cos un sapore amaro.
Come essa venga intesa tra gli uomini, lo si vede proprio nel fatto che in tutte le religioni viene
rappresentata da simili coppie fraterne.
Pietro e Paolo, per quanto umanamente cos diversi luno dallaltro e bench il rapporto tra di
loro non sia stato esente da conflitti, appaiono come i fondatori di una nuova citt, come la
concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal vangelo di
Ges Cristo. Non la spada del conquistatore a salvare il mondo, ma solo la spada del
sofferente. Solo la sequela di Cristo porta alla nuova fraternit, alla nuova citt: ce lo dice la coppia
di fratelli che ci parla dalle grandi basiliche di Roma.
Da Joseph Ratzinger, "Immagini di speranza: Le feste cristiane in compagnia del Papa", Edizioni
San Paolo 2005
Pubblicato da Roberta a 15:15
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