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G/L/A

20/2007

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19 26 Il Pensiero Recensioni 58 la schiera di igor Attualita’ 66 Il Rifiuto solido
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Il Pensiero
Recensioni
58 la schiera di igor
Attualita’
66 Il Rifiuto solido urbano:

il prodotto finale del paradigma imperante.

solido urbano: il prodotto finale del paradigma imperante. Rivoluzione e Tradizione 6 Europa dei Popoli? O

Rivoluzione e Tradizione

6 Europa dei Popoli? O Europa degli Stati?

Storia e Controstoria

12 Consuetudine giuridica, anima e destino dei popoli

Storia e Controstoria

14 Carlos Castaneda: realtà, surrealtà, irrealtà.

15 Che giudici quei giudici.

16 Psichiatrico

17La religione del Führer:

una, nessuna e centomila.

18 Un ebreo traduce il “Mein Kampf”.

Rifondazioni

Difesa della Tradizione

platone parte prima

Thule Socii

36 La Dea dell’abbondanza e il suo culto a Roma

38 Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica

41 Il mistero della Drüggelter Kapelle

45 Lucus Feroniae

52 una sintesi per la thule

60 La Fortezza di Heinrich Himmler

thule italia editoriale di Marco Linguardo bimestrale anno V giuno/luglio/agosto 2007 distribuzione gratuita interna

thule italia

editoriale

di Marco Linguardo

thule italia editoriale di Marco Linguardo bimestrale anno V giuno/luglio/agosto 2007 distribuzione gratuita interna
thule italia editoriale di Marco Linguardo bimestrale anno V giuno/luglio/agosto 2007 distribuzione gratuita interna

bimestrale anno V giuno/luglio/agosto 2007 distribuzione gratuita interna fotocomposto in proprio progetto grafico e copertina:

Antonello Molella

U n Manifesto Politico per Thule? Di Marco Linguardo

L’estraneità della Thule Italia dall’agone politico e dei partiti come sancito nell’atto costitutivo non è qui messa in discussione ma, è forte l’esigenza di mostrare i campi più nettamente di quanto un articolo dello statuto possa fare. Disseminare il campo da possibili mine poste da un invertito valore delle parole o dal timore del loro uso è per noi un doveroso compito. Innanzitutto ricordiamo i

significati e le differenze tra l’Arte della politica e la metapolitica.

La prima rappresenta - com’è

noto - l’arte di governare mentre della seconda ne vediamo più sovente le deludenti conclusioni piuttosto che il senso, risolvendosi spesso nella deprimente “arte degli impotenti” mostrandosi nella costruzione di castelli di carta di stampo teorico filosofico prodotti dalla frustrazione di colui che non governa per la semplice ragione che ciò gli è stato – per varie ragioni – precluso. In questo caso il nascondersi dietro il manto della metapolitica è un esercizio che oltre ad essere inutile, visto l’assunta differenza tra reale ed immaginario - con conseguente caduta d’ogni astrazione in una presunta fase d’attuazione -, è altresì dannoso perché devia dalla crescita di una vera alternativa politica. Ma veniamo alle definizioni

ed agli aspetti più elevati della

metapolitica. Secondo Althusser, ad esempio,

trattasi dell’elaborazione di una politica come processo senza oggetto; una politica non sottoposta alla norma

dell’oggettività. Anche in questo caso tuttavia si può facilmente presagire come il concepimento

di qualsivoglia pensiero con tali

presupposti sia destinato all’aborto nel medesimo atto del parto.

A queste visioni della metapolitica

tra fuga dalla realtà e filosofia funambolica si può (si deve!) contrapporre quella di un Max Scheler il quale rileva con chiarezza che non può esistere

metapolitica senza politica, il che costringe a non pensare a cose inutili, bensì alla trasformazione della realtà odierna “per soppiantare i governanti e chi mantiene la presente condizione”

e ciò nel pensiero di Scheler non poteva essere disgiunto da una “rivoluzione culturale”.

Il lavoro intensivo nell’ordine

culturale quindi come condizione previa e necessaria per la presa

del potere politico: è questa una seconda accezione di metapolítica, come mera attività culturale, ma che precede necessariamente l’azione politica (concetto questo ben noto a Gramsci) La metapolítica - thá methá politiká – quindi come disciplina che va oltre la politica, che la trascende, nel senso che cerca la sua ultima ragione di essere, il fondamento non-politico della politica. Disciplina che presenta come brevemente accennato due aspetti: è filosofica e politica contemporaneamente. Filosofica mentre studia nelle sue ragioni ultime le categorie che condizionano l’azione politica dei governi di turno ed

è politica, non appena cerca col

suo sapere di creare le condizioni

“per soppiantare i governanti

e governatori della presente

situazione”, secondo le parole di

Max Scheler. Chi non comprende

che entrambi gli aspetti debbano essere contemplati vedrà solo e soltanto la metà e non la méta. Come appare chiaro, è impresa improba mantenere il nostro presupposto – molto nobile invero! – di tracciare i campi nettamente a meno di percorrere

la strada già battuta dalla Novelle

Droite: fare metapolitica senza

politica, nel nostro specifico di

fare cultura senza fare metapolitica

e quindi politica.

Rimpossessarsi della cultura è un dovere ma non può essere considerato un punto d’arrivo e

comunque una tale aspirazione è già di per se politica. Come conseguenza di quanto affermato è azione culturale porre rimedio alla sovversione dei Valori tanto quanto sia nel contempo azione politica: nel momento in cui tradizionalmente

si viene a parlare ed agire in nome

dell’Onore, Fedeltà, Rispetto, Giustizia in una società fondata sul disonore, sull’infedeltà,

sull’insolenza e sull’ingiustizia

si attua un terremoto politico!

Terremoto sotto la cui potenza crollerebbe in un solo istante

l’impalcatura di uno stato il cui insegnamento è l’esatto opposto dei cui sopra Valori. Esiste oggi un senso dell’Onore o

di Giustizia?

Chi osasse rispondere affermativamente o è un bugiardo

o è uno stupido o è in malafede!

Molti sarebbero gli esempi in cui un’azione culturale si potrebbe rivelare immediatamente quale azione politica, ma questo non è

il luogo deputato per affrontare il

lungo elenco. Qui si vuole “soltanto” porre l’accento sulla pericolosità di imporre ed auto imporsi dei limiti che vincolerebbero la completa espressione del nostro messaggio.

Non bisogna temere le parole ma saperle usare. Non si deve sfuggire dalla

responsabilità che è insita nel nostro nome, ma accoglierla come un dono. Non deleghiamo ad altro ciò che è nostro dovere compiere.

Riacquistare la dignità di popolo passando attraverso una cosciente consapevolezza del nostro passato è il primo passo verso un cammino che ha una direzione

alta e non altra. Verso Thule!

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“Europa dei Popoli? O Europa degli Stati?” Gabriele Gruppo (Druido) Era il 1996 quando, per

“Europa dei Popoli? O Europa degli Stati?”

Gabriele Gruppo (Druido)

Era il 1996 quando, per la prima volta, ci siamo posti questa domanda in maniera approfondita e seria. Il motivo di tale riflessione fu la notizia (che oggi ho ritrovato in un sito internet) sulla restituzione della Pietra del Destino agli scozzesi da parte della Corna britannica. Ritenendo che la politica sia fatta di gesti simbolici pensai che una tale notizia, dai più archiviata come “folklore” privo d’importanza, fosse in vece un segnale tangibile di una crisi d’autorità che investiva una potere unitario, e fortemente rappresentativo, quale è la monarchia.

“30 Novembre 1996

E’ di questi ultimi tempi la notizia sibillina che l’Inghilterra ha

restituito alla comunità scozzese la Pietra del Destino, detta “Stone

of Scone”, trafugata secoli or sono dopo le sanguinose repressioni in

Scozia. La pietra è un macigno di calcare di circa 200 chilogrammi,

e fu rubata come trofeo di guerra alla fine del 1200 da Edoardo I,

re d’Inghilterra. Uno dei tanti tentativi di infiacchire il morale dei

coraggiosi Highlanders. La pietra, dopo numerose peripezie, giaceva ormai da lungo tempo sotto il seggio del trono reale conservato nell’abbazia di Westminster.

Ma cosa nasconde questo inaspettato gesto di disponibilità reale verso

i rivali delle Highlands? E soprattutto, che cosa rappresenta questo insolito oggetto per la tradizione scozzese?

La pietra in oggetto ha alle spalle una lunga storia e la sua natura

affonda nella mitologia. Questa strana storia, secondo le leggende, ha inizio non in terra scozzese ma in Irlanda, altra terra magica il cui passato arcaico e i

cui trascorsi storici sono spesso intrecciati con quelli della Scozia.

La Pietra del Destino fece la sua prima comparsa in Irlanda per

mano dei Tuatha De Danann che la regalarono ai Milesi, loro

successori, e antenati del popolo che ora chiamiamo irlandesi.

I Tuatha De Danann (il Popolo dei Dana) erano, secondo la

tradizione irlandese, gli antichi abitatori dell’Irlanda: un’antica

stirpe di natura divina dotata di poteri soprannaturali che, secondo quanto narrato dalla tradizione irlandese, giunse in una nuvola magica e, nella nebbia sollevata dai suoi druidi, sparì. Un popolo venuto dal nulla e scomparso nel nulla, quel popolo che lasciò ai druidi venuti dopo di sé imponenti vestigia: i templi megalitici.

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Si

dice che i Tuatha De Danann portarono la scienza, la civiltà,

di

l’arte, ma anche quattro doni con poteri magici che furono destinati

a

tutti i regnanti successivi: una spada, una lancia, un calderone

e

un blocco di pietra rozzamente sbozzato. La pietra era in grado

riconoscere il vero sovrano del paese emettendo un alto grido.

Divenne proprietà dei primi re d’Irlanda come “Pietra del Destino”

e

fu installata nella mitica collina di Tara, nella contea di Meath,

sede dell’ “Ard Ri”, il re supremo che regnava su tutta l’Irlanda. La

pietra fungeva da trono per l’incoronazione ed era il luogo in cui

veniva amministrata la giustizia.

Nel VI secolo d.C. Tara fu abbandonata e, in seguito, i miti irlandesi

e scozzesi concordano nel dire che fu portata in Scozia, dove ne

possiamo trovare le tracce successive. Quello che oggi è un modesto villaggio del Tayside, vicino a Perth, era fino all’VIII secolo la

capitale del regno dei Pitti: ci riferiamo al villaggio di Scone, allora importante centro religioso, oltre che sede dei regnanti, dove veniva conservata la conoscenza druidica e dove i re venivano incoronati su una lastra di pietra che veniva chiamata “la Pietra del Destino”. Nel IX secolo il trono dei Pitti e quello scozzese furono unificati e

il loro primo re, Kenneth McAlpine, trasportò la pietra nel luogo

della sua incoronazione, a Dunnstaffnage Castle, a Perth. Due secoli dopo, il re inglese Edoardo I trovandosi invischiato in un litigio a nord del Border (il confine tra Inghilterra e Scozia), colse l’opportunità di trafugarla portandola a Westminster. Incapsulata nel sedile dorato dall’alto schienale, la pietra costituiva il trono su cui sono stati incoronati sin da allora i re e le regine britannici. Ma la sua storia avventurosa continua ancora ai giorni nostri:

prelevata dai nazionalisti scozzesi nel 1950, la pietra fu recuperata giusto in tempo per l’incoronazione dell’attuale regina, Elisabetta II, nel 1952. Perché darsi tanta pena per un oggetto obsoleto? E a quale scopo

riconoscere tanto valore ad un mito pagano, per giunta della fazione opposta? E’ difficile pensare solo ad un significato politico, anche se indubbiamente ha il suo peso. E’ vero che la Scozia, dopo l’ultima battaglia cruenta, quella di Culloden, in cui perse tutti i suoi grandi combattenti delle Highlands, ha recuperato pian piano terreno e ora ha un potere contrattuale, nei confronti dell’Inghilterra, che forse non ha mai avuto prima; è anche indiscutibile il lento ma costante declino dell’impero britannico, e un gesto di disponibilità da parte del regno può essere distensivo in un momento di rinascita indipendentista. Ma sarà tutto qui? Perché tanta importanza per una volgare pietra che non è certo il Koh-i-noor, ma una banale lastra di calcare, senza alcun valore, al di là di quello simbolico?”

Rosalba Nattero

All’epoca dei fatti io frequentavo il IV anno di scuola media/ superiore e la mia prof. d’italiano mi propose di partecipare ad un concorso, bandito dal Parlamento europeo di Strasburgo. Si trattava di comporre un tema riguardante quelle che erano le possibilità per l’unità d’Europa; nel titolo si faceva esplicito riferimento a questa frase, che sembrò inerente ai miei dubbi, dell’allora Presidente dell’assise parlamentare (di cui non ricordo più il nome):

“No ad un Europa delle regioni, ricettacolo di egoismi!”.

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Il

quegl’anni c’era il ciclone jugoslavo, che rischiava di far saltare

“perché” di quell’affermazione inderogabile era lapalissiano; in

ricordo, ad esempio, come, su molti “autorevoli” quotidiani,

in molte trasmissioni ed approfondimenti televisivi, venivano

aria complessivamente i Balcani. Non che tutta una serie di

spinte autonomiste, indipendentiste e di micro-nazionalismo che andavano dai Pirenei fino agli Urali; e che trovavano intere classi politiche, all’interno dei grandi Stati/nazione, completamente incapaci di affrontare culturalmente, o pragmaticamente, una

delle più importanti eredità che il “vecchio continente” si era trovato a dover gestire dal crollo del blocco sovietico; cioè un nuovo corso storico appena al suo inizio. Anche il sottoscritto, nel suo piccolo, era totalmente impreparato.

I due retroterra su cui mi ero parzialmente formato, negli

anni dell’adolescenza, cioè la dubbia cultura ufficiale, e quella “schierata”di provenienza neo fascista classica, non potevano essermi di nessun aiuto; visto che gravitavano entrambe in torno al concetto della centralità dello Stato/nazione nella storia moderna. Con Evola stavo cominciando a capire, per sommi capi, i principi dell’imperium, dell’auctoritas e l’importanza di selezionare dell’elite competenti ed eticamente solide, elementi che servivano ad avere una visione d’Europa alternativa, a quella che, invece, da Strasburgo e Bruxelles veniva imposta a suon di trattati castranti e parametri economici grotteschi.

Ma anche in questo frangente la domanda principale restava:

in

azzardati giudizi su quando sarebbe crollata anche la Russia;

particolare certi articoli del “Sole 24 Ore” apparivano quasi

compiaciuti della presunta/imminente disgregazione russa che, secondo i “guru” delle strategie da Risiko mediatico, sarebbe

dovuta avvenire con l’uscita di scena del Presidente Boris Eltsin.

La storia ha puntualmente smentito tali previsioni. La fortuna di

questi “signori” è che le persone hanno la memoria corta, e loro

possono ancora accreditarsi quali “esperti” di strategia da gioco

da tavolo un po’ ovunque.

Trascorsa la fase di transizione dal XX al XXI secolo, non sembrano però sparite le problematiche inerenti alla tenuta delle attuali entità statali, anzi col tempo si sono acuite; ecco infatti che, con il nuovo secolo, domina un’incertezza esistenziale profonda e diffusa. L’impatto che la globalizzazione, e le fobie sulla “sicurezza” dal terrorismo, hanno poi avuto sulle genti d’Europa ha prodotto strani effetti, che vanno ancor più a

in

confondere un quadro già notevolmente complesso. L’Unione Europea sembra covare al proprio interno una vera

e propria metamorfosi degli Stati/nazione, in favore di forme

d’autonomismo locale impensabili fino a dieci anni fa. In oltre

la sfiducia generale nelle euro-burocrazie e negli avvoltoi della

speculazione finanziaria apolide, rendono sempre più riottosi i popoli d’Europa verso le devastanti aperture che il neo liberismo

“Europa dei popoli? O Europa degli Stati?”

Il

nazionalismo, fino a non molti decenni fa, faceva coincidere

sta

producendo a livello mondiale.

il

concetto di Stato unitario con quello di popolo omogeneo;

Il

così detto “trattato” dell’Unione,ad esempio, una colossale

escludendo in questo modo qualsiasi specificità regionale profonda all’interno dei grandi Stati dell’Europa occidentale; tutt’al più sminuendone la portata e l’importanza, come avveniva per la Corsica, la Scozia o la Catalogna, o ne valutava solo gli

aspetti estremi, come per il terrorismo basco; senza però degnarsi

di comprenderne le motivazioni storiche. O semplicisticamente

attribuendogli un’importanza marginale, e meramente folkloristica, nella formazione della civiltà europea.

produzione legislativa senza anima e senza futuro, giace abbandonato insieme ai tanti progetti inutili ed inutilizzabili distillati a Strasburgo; si vocifera che per ratificarlo dovranno esser utilizzati metodi non proprio limpidi, pur di evitare altre

bocciature referendarie come in Francia ed Olanda. In fatti l’idea

che circola, nei salotti della politica “democratica”, sarebbe quella

di farlo letteralmente calare sulla testa dei riottosi europei tramite

semplici ratifiche dei singoli parlamenti nazionali, in cui i giochi

Qui stava la cecità culturale. Quello che però mi stupiva in quegl’anni era sentir spesso parlare

sarebbero più facili data la presenza di interessi condivisi tra le

di

“diritto ad uno Stato libero”, quando a chiederlo erano croati

varie parti politiche. Qualche d’uno una volta disse:

o

ceceni, mentre si levavano alte grida di disappunto quando,

“Siedono divisi per rubare uniti”.

in

Italia ad esempio, cominciava a farsi largo l’idea che l’unità

Una verità senza ombra di dubbio alcuno.

della penisola non fosse avvenuta in modo così consensuale

Il

processo di omogeneizzazione europea senza identità, poiché

ed

entusiastica, da parte di molti di quei popoli che, forse, si

di

questo si tratta, potrebbe tuttavia trovare numerosi problemi;

sentivano più legati al Regno di Napoli o agli Asburgo, anziché ben accogliere la rapace annessione sabauda.

che giungerebbero da ciò che sta avvenendo in Stati/nazione

come la Spagna, o la Gran Bretagna, o il Belgio, dove il processo

Le

motivazioni che spingevano questa strana prassi doppio

di

dissoluzione del sistema di potere centralista è decisamente

pesistica la compresi qualche tempo dopo avvicinandomi alla

frantumare l’ex blocco sovietico per predarlo senza pietà.

in

fase avanzata. Con la conseguenza che il “locale” riesce a

geopolitica; l’Europa occidentale e gli U.S.A. puntavano a

conquistare sempre più terreno d’autonomia politica. Non sarebbe più conciliabile quindi l’idea di una forzata

“Europa dei Popoli? O Europa degli Stati?” Gabriele Gruppo (Druido) saldatura di Stati/nazione ormai deboli,

“Europa dei Popoli? O Europa degli Stati?”

Gabriele Gruppo (Druido)

saldatura di Stati/nazione ormai deboli, che in molte loro regioni vedono il consolidamento, per contro, di uno spirito identitario nazionale ed etnico, su modello di ciò che è avvenuto nell’Europa orientale, e che in parte dovrà ancora esprimersi nei prossimi anni. L’Europa in oltre si avvia ad essere isolata, da gran parte dei futuri importanti circuiti economici mondiali, con conseguente regressione sociale; la decadenza dei suoi ex alfieri, Francia e Gran Bretagna, sugli scenari strategici (Africa ed Asia centrale)

ne è una palese conferma. Quale attrattiva può avere? A quale

prospettiva può puntare dunque un’accozzaglia di burocrazie che

tentano di mediare i loro appetiti nelle sedi dell’Unione, mentre non riescono più a gestire i loro territori nazionali?

La risposta sta scritta nei lenti, ma inesorabili, processi

disgregativi che attanagliano l’Europa occidentale nel suo complesso. Dove solo la Germania sembra apparire più in forma

degli altri Stati/nazione, in ragione forse della sua ritrovata unità territoriale, relativamente recente, e nella crescente volontà

di riconquistare una forte identità storica, per troppo tempo

annichilita dalla scomoda posizione di “eterna sconfitta” del secondo conflitto mondiale. In oltre il sistema federale tedesco potrebbe garantire, per quella che è la nostra conoscenza in materia, la soddisfazione di eventuali richieste autonomiste provenienti da qualche land, garantendo tuttavia l’unità

territoriale nel suo complesso. Ciò fa parte comunque di una consolidata tradizione politica germanica di antico retaggio imperiale.

Sarebbe tuttavia inutile tentare strane alchimie costituzionali con il tentativo di percorrer “vie tedesche” per Stati/nazione or mai sul viale del tramonto. Anche perché, ad esempio, le recenti elezioni

in Scozia (Maggio 2007) hanno visto la vittoria del partito

nazionalista scozzese che reclama piena indipendenza da Londra,

non più solo una larga autonomia, di cui questa regione per

altro già gode da qualche anno. Tuttavia tale importante risultato elettorale è stato offuscato dalla gran quantità di voti elettronici annullati (quasi 100 mila), che probabilmente sono stati determinanti a ridimensionare la vittoria degli indipendentisti scozzesi; Londra, in qualche modo, si è difesa.

La

Scozia non rappresenta però un caso isolato, visto che non

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dubitiamo che in “certi” angoli d’Europa, Italia compresa, sogni

indipendentisti vengano coltivati, e che, sempre più spesso,

trovino il favore del consenso elettorale. O che lo troveranno a

breve, grazie all’umus prodotto dal lento deterioramento delle

condizioni economiche, di sicurezza, e della presenza, sempre

meno forte e tangibile, del potere centrale nei territori locali.

In

Italia basti pensare che recentemente si stanno prendendo

in

considerazione tutta una serie provvedimenti che mirano

alla razionalizzazione delle questure e delle prefetture, con in

previsione un sostanziale ridimensionamento numerico di quella che, in buona sostanza, rappresenta la presenza dello Stato centrale, in periferia. Anche questa è una palese dimostrazione di debolezza. In sintesi appare problematico stabilire quali saranno gli sviluppi politici del prossimo futuro; anche se diversi fattori tendono ad indicare una radicale, e forse definitiva, crisi del “sogno” d’integrazione continentale che era stato pianificato ai tempi della Comunità Economica Europea. Il declino dei grandi Stati/nazione euro-occidentali e lo stano miscuglio d’orgoglio identitario, e di voglia d’integrazione nella U.E., degli Stati ex comunisti può prospettare solo un mutamento del concetto stesso di “Europa”, concetto non più improntato ad una fusione di burocrazie nazionali, tramite un vincolante trattato costituzionale o da regole economiche neo-liberiste; ma da una consapevole adesione di popoli autonomi legati da patti di solidarietà reciproca e di difesa sia delle singole specificità, che della più ampia cultura e tradizioni della civiltà europea. Dunque un’Europa di popoli affini.

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Consuetudine giuridica, anima e destino dei popoli. Avatar (Alessandro Murtas) Quelli che seguono sono i

Consuetudine giuridica, anima e destino dei popoli.

Avatar (Alessandro Murtas)

Quelli che seguono sono i principi generali del codice della vendetta barbaricina, così come riassunti da Antonio Pigliaru (Orune 1922 - Sassari 1969)

1 – L’offesa deve essere vendicata.

Non è uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova della propria virilità, vi rinunci per un superiore motivo morale. 2 – La legge della vendetta obbliga tutti coloro che ad un

qualsivoglia titolo vivono ed operano nell’ambito della comunità.

3 – Titolare del dovere della vendetta è il soggetto offeso,

come singolo o come gruppo, a seconda che l’offesa è stata intenzionalmente recata ad un singolo individuo in quanto tale o al gruppo sociale, nel suo complesso organico, sia immediatamente sia mediatamente.

4 – Nessuno che vive ed opera nell’ambito della comunità può

essere colpito dalla vendetta per un fatto non previsto come offensivo.

Nessuno può essere altresì tanto responsabile di una offesa se al momento in cui ha agito non era capace di intendere e di volere, nel caso rispondono i moralmente responsabili.

5 – La responsabilità è o individuale o collettiva a seconda che l’evento consegua all’azione di un singolo od a quella di un gruppo organizzato operante in quanto tale.

Il gruppo organizzato sia sulla base di un vincolo naturale sia

per effetto di sopravvenuti rapporti sociali, risponde della offesa

quando questa è cagionata da un singolo membro del gruppo

con iniziativa individuale nel caso in cui il gruppo medesimo, posto di fronte alle conseguenze dell’azione offensiva, esprima,

in modi e forme non equivoci, attiva solidarietà nei confronti del

colpevole in quanto tale.

6 – La responsabilità di chiunque si trova nella condizione di

ospite è solo personale e deriva dalle eventuali azioni di omissioni

di

lui, in rapporto ai doveri particolari del suo stato.

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– La vendetta deve essere eseguita solo allorché si è conseguita

oltre ogni dubbio possibile la -certezza circa l’esistenza della responsabilità a titolo di dolo da parte dell’agente.

8 – L’offesa si estingue:

12

a)

quando il reo lealmente ammette la propria responsabilità

assumendo su di sé l’onere del risarcimento richiesto dall’offeso o

stabilito con lodo arbitrale;

b)

quando il colpevole ha agito in caso di necessità ovvero per

errore o caso fortuito ovvero perché costretto da altri mediante

violenza cui non poteva sottrarsi. In questo ultimo caso risponde

dell’offesa l’autore della violenza.

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– L’applicazione della legge della vendetta viene altresì sospesa

nei confronti di chi, pur fondatamente sospettato, chiede e

ottiene di essere sottoposto alla prova del giuramento onde essere

liberato. In tal caso il giuramento deve essere prestato secondo formula:

“Giuro di non aver fatto né veduto né consigliato; e di non conoscere persona alcuna che abbia fatto veduto o consigliato”. E’ però ammessa previo accordo, l’omissione della seconda parte della formula. Il giuramento liberatorio ha valore identico agli effetti della presente norma, sia che venga effettuato in presenza del solo offeso; ovvero in presenza di terzi convocati in qualità di testimoni; ovvero in forma solennissima, secondo le consuetudini locali.

* * * Per comprendere la psicologia di un Popolo occorre studiarne le consuetudini, o tradizioni, che assumono i tratti più caratteristici, e più rappresentativi dell’anima del popolo, in ciò che riguarda gli aspetti più seri della vita. Quegli aspetti che più erano alla base della vita comunitaria. Ecco che il codice della vendetta barbaricina ci appare come un codice comunitario, che pretende la responsabilità dei singoli non solo per quanto riguarda l’assunzione delle colpe ma soprattutto lo svolgersi della giustizia. Agli occhi della mentalità moderna appare impossibile che si potesse essere scagionati con un “semplice” giuramento, questo dovrebbe farci riflettere sul valore che davano i nostri padri alla parola data. E’ fin evidente il contrasto con la legislazione “italiana”, che arriverà a imporsi soprattutto a costo di innumerevoli vittime del controbanditismo di fine ‘800. Bisogna evidenziare la caratteristica di considerare come dovere lo svolgersi della vendetta. Dovere virile quindi dovere sociale, ossia dovere comunitario. Non ci si vendica per piacere personale, ma perché dalla difesa del proprio onore dipende allo stesso tempo la salvaguardia della comunità. E che ci sia un netto contrasto tra quello che è stato il banditismo sardo (cioè il darsi alla macchia di chi aveva eseguito la legge della propria comunità, per sfuggire a quella imposta da uno stato estraneo) e qualunque forma delinquenziale tipica del meridione d’Italia, lo dimostra il fatto che non c’è mai stata connessione tra il bandito, il balente costretto alla latitanza e qualunque forma puramente criminale. E’ vero invece che i destini degli uomini portano a volte a incrociarsi con strade che in normali situazioni non si sarebbero percorse, ma che cause di forza maggiore, quasi scherzi del destino portano a verificarsi. Ma anche in questi casi, non pochi hanno dimostrato di saper sopravvivere in un mondo che la latitanza barbaricina creava intorno a loro distinguendosi restando fedeli a un codice d’onore. Riecheggia il motto jungeriano Meglio delinquente che borghese, anche qui siamo di fronte all’archetipo del ribelle, non alla legge del proprio popolo,

su balente, s’abile, all’uomo che è tutto virtù e che con la virtù colma ogni
su balente, s’abile, all’uomo che è tutto virtù e che con la virtù
colma ogni deficit della fortuna, che cosa egli è se non l’uomo che
nel contrasto – con la natura, con gli altri uomini, con la propria

miseria – sa dimostrare e dimostra una forza personale produttiva di bene nella guerra e dalla guerra, nel trattare e nel chertare?”

ma a quella dell’occupante, perché braccato dai rappresentanti armati di questa legge, in fondo un perseguitato etnico, colpevole di essere sardo. Tutto ciò ha chiaramente radice nell’artificiosità nefasta degli stati nazionali post 1789. Non si spiegherebbe altrimenti come non esista una “lotta al banditismo sardo” prima del Regno “Sardo-Piemontese” e quindi della cosiddetta unità d’italia. Anche nei tempi in cui la Sardegna era sottomessa ad altri stati (ma ci sarebbe qui da fare un distinguo se si sia sempre trattato di sottomissione imperialista o di appartenenza ad un Imperium: due cose radicalmente diverse, per esempio in quanti hanno seriamente studiato il ruolo della Sardegna nel Regno Vandalo?), non è mai stato presente questo elemento. Ecco che la globalizzazione attuale ha le sue radici che si diramano negli ultimi secoli con delle sottoradici nelle storie spesso non conosciute e in popoli altrettanto poco realmente conosciuti, questi sempre vittime sacrificali. In Europa sono molti i Popoli che hanno da raccontare ed affermare nel presente e nel futuro le loro storie di sangue e lacrime, affinché ne nasce una coscienza che porti a un radicale cambiamento nella considerazione dell’etnicità: popoli numerosi e meno numerosi, storie più antiche e più recenti, dal Mare del Nord al Mediterraneo, dal Baltico ai Balcani.

Chiudiamo questa nostra breve analisi riportando un passo del libro di Antonio Pigliare

Il Codice della Vendetta Barbaricina:

“Sarà proprio quando il senso quasi cosmico della vendetta come violenza che si oppone all’insolenza, e partecipa così a quella continuità della vita (sociale o anche sociale), che nella guerra, nella lotta, diciamo nel dialetto barbaricino nel chertare , purchè nel chertare secondo certe regole o misure universali, ha la propria o continua generazione; sarà in questo senso cosmico che la violenza come vendetta assume nella repressione di ogni sopraffazione insolente, che il vendicatore penserà alla propria azione come un’azione ontologicamente necessaria e fatale. E sarà in questo stesso senso che la comunità, per intanto, accetterà a sua volta la lotta, la guerra, questo fatale urto di violenze quale condizione necessaria alla legge universale del suo stesso esistere. Vendicarsi, opporre la propria violenza alla altrui insolenza è partecipare alla legge stessa della conservazione dell’ordine e del progresso della vita, è un dovere – è questo dovere anzi di una partecipazione universale e ineluttabile alla vita, a tutto il processo della vita: < solo la malattia fa dolce la salute, il male il bene, la fame la sazietà la fatica il riposo, non si conoscerebbe neppure il nome della giustizia se non

ci fosse l’offesa> le parole sono appunto di Eraclito, Frammenti DK

111,23 , ma troveremo anche in dialetto barbaricino questa stessa filosofia: questo codice nel suo proprio ambito ne è un documento,

anche in dialetto barbaricino questa stessa fi losofi a: questo codice nel suo proprio ambito ne
Carlos Castaneda: realtà, surrealtà, irrealtà. Lodovico Ellena “Devo, in primo luogo, sottolineare ancora una volta

Carlos Castaneda:

realtà, surrealtà, irrealtà.

Lodovico Ellena

“Devo, in primo luogo, sottolineare ancora una volta che questa non è un’opera di fantasia. Ciò che sto per descrivere ci è estraneo, al punto da poter apparire irreale”.

Con queste parole l’antropologo Carlos Castaneda nato il 25 dicembre 1925 a Cajamarca in Perù introduceva alla lettura del “Dono dell’aquila”, uno dei suoi undici libri che hanno

affascinato intere generazioni di lettori, volumi in cui a partire dal primo “A scuola dallo stregone” lo studioso raccontava di un’esperienza vissuta con uno stregone indiano Yaqui, don Juan,

e del suo incontro con alcune sostanze allucinogene, peyote su

tutte. Le straordinarie esperienze fatte da Castaneda nacquero quasi per caso, per via del fatto che lo studioso stava preparando una tesi di laurea per l’Università di Los Angeles nella quale avrebbe dovuto condurre nell’estate del 1960 una ricerca su

alcune piante medicinali utilizzate dagli indiani della zona tra California e Messico. Il risultato di quelle ricerche andò però molto al di là dello scopo per cui era partito lo studio, tanto che all’uscita del suo primo libro arrivò un successo inatteso e straordinario. Complice senz’altro anche il clima culturale di quegli anni che in piena epoca beat e hippy auspicava il consumo

di droghe, soprattutto lisergiche, con la finalità di allargare -

come si diceva in quel periodo - “gli orizzonti della coscienza”.

La prima pubblicazione di Castaneda fu comunque accettata

come tesi di laurea dall’Università della California e pubblicata anni dopo nel 1968 con il titolo “A scuola dallo stregone, gli insegnamenti di don Juan”, e gli procurò vere e proprie schiere

di sostenitori che ritennero non soltanto di estremo interesse il

contenuto dei libri dell’antropologo, bensì anche assolutamente veritiero. L’oggetto dello studio voleva percorrere la possibilità

Ahnenerbe a cavallo tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40 condussero invece in Tibet, per certi versi anticipando la sperimentazione

degli effetti derivati dall’uso di sostanze psicoattive indicative di una corrente che alcuni definirono “germanismo psichedelico”. Nel corso di queste esperienze veniva evocato con tecniche sciamaniche il dio Wothan utilizzando in particolare lo yagè, resina estratta da alcune liane mediante un antico procedimento tradizionale tibetano tanto che da queste esperienze furono poi anche realizzati dei documentari per opera del regista Fritz Arno Wagner. Le conoscenze tibetane e tolteche rendevano comunque

in eguale misura quegli sciamani come depositari di antichi

segreti, uomini assolutamente fuori dal comune all’interno delle loro società: fu perciò questo lo scopo di quelle ricerche, ritrovare quei segreti ma soprattutto il senso di quelle antiche arcane conoscenze. Gli sciamani a cui don Juan apparteneva non erano però stregoni nel senso che utilizzassero poteri sovrannaturali o praticassero rituali o incantesimi, piuttosto lo erano in quanto in grado di superare i limiti che la quotidianità e l’abitudine pongono all’uomo comune. E nei libri di Castaneda questa “realtà separata” emerge con una straordinaria forza narrativa ed insieme evocativa, tanto che i resoconti delle esperienze vissute con don Juan hanno mantenuto nel tempo

una forza straordinaria di suggestione e fascino, per quelle realtà “soprasensibili” verso le quali religioni e filosofie da sempre,

sia pur in forma diversa, comunque aspirano. Indubbiamente

qualcosa di simile anche alla pratica yoga, ma con una finalità

forse più rivoluzionaria: troncare la percezione ordinaria con

la quale ci si è abituati a convivere dall’infanzia per accedere

alle altre realtà contenute nella stessa realtà, esperienze vissute e

narrate da un Castaneda sempre più coinvolto mano a mano che

di

penetrare una realtà non percepibile in condizioni ordinarie

la

consapevolezza di quella dimensione ebbe a crescere. Una sorta

e

conseguentemente comprendere l’effimero del reale. Infatti

di

battaglia interiore ed esteriore, volta alla comprensione del

l’assunzione di alcune piante allucinogene “psilocybe mexicana”

su tutte, rivelarono a Castaneda, sotto la guida dello sciamano

don Juan una straordinaria verità: il mondo non è soltanto ciò

che noi vediamo ma contiene realtà e confini inimmaginabili,

al di là dell’ordinaria percezione sensoriale e mentale alle quali

siamo normalmente abituati. Lo sviluppo della contemporanea

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cultura psichedelica sembrava una coincidenza fortuita e

straordinaria per le ricerche di Castaneda, anche se a partire

dagli anni ‘70 con la pubblicazione dei successivi libri in cui

egli narrava gli ulteriori risultati del percorso condotto con lo

sciamano, l’ambiente accademico cominciò ad allontanarsi e a

non condividere più quegli studi ormai ritenuti sempre meno

canonici. Le conoscenze acquisite dall’antropologo nel corso

di

quegli anni facevano comunque parte di un’antichissima

tradizione, quella tolteca, sviluppatesi millenni prima della

dominazione spagnola. Una ricerca analoga a quella che le SS

profondo senso e del mistero della vita e della natura. Castaneda non amava farsi fotografare, infatti di lui restano pochissime e rare immagini; la sua morte avvenuta il 27 aprile 1998 ha destato profonda commozione ovunque, tanto che molti media

ne hanno trasmessa la notizia lasciando aperto un quesito che

ora più che mai resta irrisolto e che fa tuttora discutere: quello che l’antropologo ha raccontato nei suoi libri fu alla fine puro frutto di fantasia o un reale grado di realtà e consapevolezza in qualche modo raggiungibile e sperimentabile? “Devo, in primo luogo, sottolineare ancora una volta che questa non è un’opera

di fantasia. Ciò che sto per descrivere ci è estraneo, al punto da

poter apparire irreale”: così avrebbe risposto ancora una volta Castaneda.

Lodovico Ellena venne egualmente alla luce. Ma non si trattava certo del primo genocidio che
Lodovico Ellena
venne egualmente alla luce. Ma non si trattava certo del primo
genocidio che li vide protagonisti; infatti già nel 1825 gli inglesi
si resero responsabili di un’immane catastrofe poco ricordata

sui libri di storia, ossia dello sterminio dell’intero popolo della Tasmania. L’isola da loro conquistata nel 1802, nonostante la cordialità degli indigeni, fu letteralmente “ripulita” senza pietà fino all’ultimo uomo per gli interessi britannici; l’ultimo tasmaniano morì nel 1876: era una donna di nome Truganini

e di quella civiltà non restarono che alcuni ricordi e pochi

manufatti. E ancora nel 1903 sempre gli inglesi preoccupati

dall’espansionismo russo ed indiano decisero di invadere anche

il Tibet; dopo una serie di gratuite provocazioni ai danni dei

tibetani (buddisti e non violenti), avvenne un fatto che ancora oggi non cessa di stupire per la gratuita brutalità. Il colonnello Francis Younghusband fece infatti finta di far togliere ai suoi soldati le pallottole dai fucili per parlamentare con i tibetani armati di sole pietre e bastoni che ingenuamente uscirono allo scoperto: fu una strage, gli inglesi spararono nel mucchio massacrando oltre mille persone mentre i superstiti si diedero ad una disperata fuga. Seguì la cruenta invasione del paese con indicibili massacri, torture e violenze inaudite al di là di ogni immaginazione. Ma anche i sovietici non furono certo da meno, tanto che sempre nell’immediato dopoguerra le autorità comuniste ordinarono di liberarsi degli ebrei sopravvissuti in Polonia ai campi di concentramento. Fu addirittura realizzato un documentario sulla poco nota vicenda in cui, tra le altre testimonianze, un ex-bidello raccontò di aver personalmente assistito al massacro di 150 ebrei nel paese di Kielce. Che giudici quei giudici.

Che giudici

quei giudici.

Anche il Giappone ebbe il suo “processo di Norimberga”. Si tenne a Tokyo e iniziò il 3 maggio 1946 protraendosi fino al 14 novembre 1948, era stata presentata una lista di 250 presunti criminali di guerra ma alla fine ne furono processati soltanto 28. Capi principali d’imputazione furono l’aggressione alla Cina avvenuta nel gennaio del 1933 con i relativi massacri di civili, ma anche l’attacco a Pearl Harbor che fu nodo centrale del processo. La lettura della sentenza di 1218 pagine iniziò

il 4 novembre 1948 e si concluse a mezzogiorno del 14; si

ordinarono le esecuzioni a partire dal 25 novembre mentre il 20 per questo annuncio scoppiarono violente proteste popolari. A

causa di ciò le esecuzioni furono quindi rinviate al 23 dicembre

e furono eseguite tramite la forca americana in legno composta

da tredici gradini ed una botola; ai prigionieri fu imposta una

tuta da lavoro militare americana priva di gradi o insegne e fu loro consentito di incontrare un monaco buddista. A venticinque minuti dalla mezzanotte del 22 dicembre sei agenti americani andarono a prelevare i condannati a morte e il gruppo si diresse alla “sala della morte” dove era atteso da un ufficiale inglese, uno americano, uno cinese e uno sovietico, nonché i medici, il tenente colonnello Handwerk e due testimoni giapponesi. Le esecuzioni cominciarono alle 23,55 e terminarono alle 1,47; nella stessa notte i corpi furono trasportati al crematorio di

Kubyama e bruciati, dopodiché le ceneri furono disperse in “un luogo segreto”. Nel 1958 un comitato giapponese eresse un monumento sacrario per gli impiccati di Tokyo affermando

di essere riuscito a recuperare quei resti. Lo scrittore Takeyama

Michio, autore de “L’arpa birmana” disse:”Fui spettatore di quel

processo. La sentenza di Tokyo non ci convinse mai. Qualcosa

ci sembrava sospetto, ma non avremmo saputo precisare cosa.

Tuttavia alcune rivelazioni finirono per consentirci di formulare un’opinione: il Giappone si era comportato male, certo, ma forse non nel senso indicato dal processo; una grande parte di quegli avvenimenti era conseguenza di un destino ineluttabile, di una crudeltà della storia”. A lui fece eco lo storico Shimizu Hayao:

“Proprio quei paesi giudici come Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna, ebbero negli anni seguenti un comportamento tale che, in altra situazione, non gli avrebbe potuto evitare le stesse accuse di crimini contro la pace e contro l’umanità mosse nel ‘46-’48 al generale Tojo ed ai suoi compagni”. In effetti solo

quattro anni più tardi negli anni tra il 1952 ed il 1960 gli inglesi rinchiusero in Africa un milione e mezzo di civili in una serie

di campi di concentramento: l’intera etnia Kikuyu del Kenya fu

pressoché spazzata via con il pretesto di fermare la rivolta Mau

Mau. Nonostante le autorità britanniche avessero tentato di far sparire tutta la documentazione in merito, lo sconcertante e spaventoso genocidio pensato e realizzato da una delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale nonché giudicante,

genocidio pensato e realizzato da una delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale nonché giudicante,
Psichiatrico Lodovico Ellena Dopo più di sessant’anni emergono improvvisamente dagli archivi due notizie che riguardano

Psichiatrico

Lodovico Ellena

Dopo più di sessant’anni emergono improvvisamente dagli archivi due notizie che riguardano la strage avvenuta a Vercelli all’ex-ospedale psichiatrico di via Trino, grazie alla paziente

da

a

il

il

fu

in

ne

a

Brigata Autonoma Fiamme Verdi Tito Speri” (di orientamento cattolico e che agivano solo in Lombardia mentre in Piemonte erano del tutto in operative) firmato da un certo “Folgore”,

opera di ricerca dello scrittore Roberto Gremmo. E non si tratta affatto di notizie secondarie, tanto che lo studioso ha

nel quale si certificava di aver ricevuto parte di quei prigionieri dalla 182^ brigata. Prigionieri che poi sarebbero stati uccisi

recentemente pubblicato sulla Tribuna Novarese ben quattro

qualche parte in Italia o addirittura fuggiti al Sud, ossia un

pagine dedicate a questa vicenda che fa ancora molto soffrire e molto discutere. I fatti. Com’è noto il 12 maggio 1945 furono prelevati del tutto a caso dal Campo Sportivo di Novara adibito

clamoroso falso allo scopo di insabbiare la tragica verità: fu invece l’inattesa ricomparsa di Enrico Francia a far riaprire il caso. Ed ora la seconda clamorosa scoperta di Gremmo, inerente

a campo di concentramento provvisorio 75 prigionieri fascisti;

colui che in tribunale si assunse la responsabilità dell’eccidio:

l’azione avvenne rapidamente motivata, secondo un verbale del Questore di Vercelli del 29 settembre 1948, dal fatto che i

parlamentare comunista Silvio Ortona, ebreo cugino di Primo Levi e capo partigiano con lo pseudonimo di “Lungo”. Intorno

partigiani erano al corrente che il giorno successivo il comando

alla figura ed al ruolo di Ortona si discute da anni; chi ne escluse

sarebbe passato ad un governatore americano. Fu quindi

coinvolgimento assicurando che si assunse la responsabilità

pianificata una rappresaglia da parte di tre capi partigiani: Nino,

solo per via dell’immunità parlamentare, chi invece disse che

Giulio e l’emiliano Pietro, che però trovarono l’opposizione di

informato dell’eccidio e che lo condannò mentre si trovava

Cino Moscatelli che intendeva invece agire tramite un pubblico

tutt’altra parte della città alla Croce di Malta, chi disse fosse

processo da tenersi in piazza: i tre riuscirono però egualmente

invece nel 1952 in procinto di scappare nello Stato d’Israele

nel loro intento e prelevarono nel mucchio le 75 persone. Ma, dice Gremmo, “fu subito chiaro che non si sarebbe trattato

temendo presto o tardi di dover fare i conti con la legge, e chi infine in occasione della sua morte avvenuta nel marzo del 2005

d’un semplice trasferimento: già a Novara, uno dei prigionieri venne alleggerito del portafoglio con più di centomila lire ed

elogiò l’alto profilo politico e morale. Ortona si negò però per ben due volte nel corso dei primi anni del 2000 al tentativo di

un orologio d’oro”. Poco dopo arrivati a Vercelli malconci e ferocemente malmenati anche tutti gli altri furono derubati indi fatti spogliare, furono massacrati di botte dai partigiani della 182^ brigata: “qualcuno morì per le percosse ed in particolare un

una ricostruzione storica di quella tragica vicenda, soprattutto alla luce del fatto che i famigliari delle vittime non sapevano (e non sanno) ancora dove siano mai stati sepolti i corpi di quei loro parenti orrendamente maciullati. E’ quindi ancora Gremmo

giovinetto di circa 16 anni fu seviziato in una camerata al primo

svelare una notizia inattesa e sconcertante; in un rapporto

piano e la sua salma fu buttata per le scale”. Fu poi il cappellano

il

riservatissimo che il questore Dalogli inviò al capo della Polizia

dello psichiatrico, don Francesco Manzo, a raccontare che undici

6 gennaio 1949, si legge a proposito di un testimone oculare

di

loro furono addirittura maciullati vivi sotto le ruote di un

di

quell’eccidio, il cappellano degli stessi partigiani don Mario

autocarro che passò più volte sui loro corpi stesi sul piazzale antistante all’ospedale psichiatrico. L’episodio, complice anche il clima d’omertà e di paura creatosi, sembrava destinato ad essere dimenticato, non fosse che un fascista miracolosamente scampato alla fucilazione di un gruppo di sei di quei 75, tre anni dopo

raccontò alla Polizia la sua vicenda: si trattava di Enrico Francia. Altri dettagli di quella mattanza quindi riemersero: sevizie, urla

di

prigionieri che imploravano di essere uccisi sotto le violenze

16

in

particolare dei partigiani Lucifero, Pace, Nino, Remo e il

Vecchio. Il primo a parlare con coraggio di quell’eccidio era

però già stato un partigiano liberale, Tino Mombello, che il 27

aprile 1946 sul suo giornale “La verità” chiese ai partigiani della

formazione garibaldina di raccontare quella vicenda: il risultato

fu

che poco dopo la tipografia dove si stampava il giornale fu

incendiata. L’articolo di Mombello fece però aprire un’inchiesta

che venne subito chiusa - ed ecco la prima scoperta di Gremmo

inedita e sconcertante -, perché i magistrati vercellesi si trovarono

di

fronte un documento con tanto di timbro (falso) della “76^

Casalvolone detto Macario: “il Casalvolone si rivolse all’On.

Ortona presente alle stragi dell’ospedale psichiatrico invocandone l’intervento ma l’Ortona, con un sorriso sardonico, gli rispose:

“Che vuoi? Sono fascisti e bisogna ammazzarli”. Una verità tutta

in contrasto con quella fino ad oggi conosciuta, una verità molto

pesante che farà nuovamente discutere.

La religione

Lodovico Ellena
Lodovico Ellena

del Führer:

una, nessuna

e centomila.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso che Hitler nutrisse forti simpatie per l’Islam lo scrive anche Léon Degrelle: “Hitler aveva un debole, indiscutibilmente, per la religione islamica. Lui, che era di origine cattolica e da ragazzo aveva cantato nel coro della parrocchia, provava un grande interesse per l’Islam e per la sua civiltà”. Lo stesso Führer scrisse in merito nelle “Idee sul destino del mondo”: “Noi non abbiamo alcun lume circa il mistero quando apprendiamo che i preti si raffigurano Dio sotto

le

sembianze di un uomo. Da questo punto di vista, i discepoli

di

Maometto sono di gran lunga superiori ai preti, perché non

provano il bisogno di raffigurarsi Allah fisicamente!”. Secondo

invece lo storiografo Rauschning “la vera idea di Hitler era quella

di fondare una religione del “Sangue puro”, il cui dio sarebbe

stato il vecchio dio germanico - scandinavo Odino/Wotan, e la cui ideologia sarebbe stata custodita e applicata da un’aristocrazia guerriera, le famigerate SS”. Lo storico Franco Cardini scrive invece che “quello di Hitler era anzitutto un Dio vagamente hegeliano, Weltgeist, “spirito del mondo”. Era un Dio che si manifestava nella natura, nella sorte, nel sangue del popolo. Per Hitler le leggi fondamentali della natura erano la lotta per la sopravvivenza, la selezione delle specie più forti, l’organizzazione razziale del genere umano. Questa fede cieca nella natura e nelle sue leggi razzisticamente interpretate anima le convinzioni più

ferme di Hitler, ispirate a un darwinismo abbastanza rozzo ma che aveva il pregio di apparire convincente e di collegarsi a quella continua esaltazione della scienza che, nel nazismo, convive con il mitologismo nordico e con gli impulsi atavici”. Insomma:

quale fu - se fu - la vera religione di Hitler: Maometto, Wothan, Hegel, lo svastica? Certo è soltanto un fatto sul quale invitiamo

le menti più presenti a cogitare: data la difficoltà estrema di

addentrare certa materia, come resta possibile che tonnellate

di “documentari” mediatici abbiano sempre riposte definitive,

sicure, certissime e inoppugnabili in merito?

di “documentari” mediatici abbiano sempre riposte definitive, sicure, certissime e inoppugnabili in merito?
Un ebreo traduce il “Mein Kampf”. Lodovico Ellena E’ poco noto ma il primo traduttore

Un ebreo traduce il “Mein Kampf”.

Lodovico Ellena

E’ poco noto ma il primo traduttore italiano del “Mein Kampf” fu un ebreo, Angelo Treves, di Vercelli. La scoperta di questa

singolare e curiosa notizia è stata opera dello storiografo Roberto Gremmo che su di un periodico (Tribuna Novarese, 29 gennaio 2007, pag. 17) scrive: “Nato a Vercelli il 7 ottobre del 1873, Angelo Treves laureatosi con una tesi su Sordello, dopo un iniziale impegno giovanile nella paramassonica “Associazione Generale degli Operai” aveva collaborato per anni alla famosa rivista turatiana “Critica Sociale” finché dopo il 1921 aveva pubblicato anche su “Comunismo”, la rivista filo-bolscevica dei socialisti terzinternazionalisti di Serrati. Abbandonato l’impegno politico dopo l’avvento del Fascismo, era diventato uno dei più qualificati traduttori della lingua tedesca e fu probabilmente per questo che Bompiani gli affidò il compito di tradurre l’autobiografia hitleriana. Perché l’ebreo vercellese Treves abbia accettato resta un mistero, ancora tutto da chiarire”. Angelo Treves morì a Milano il 27 dicembre 1937 e la sua salma fu trasferita a Vercelli due giorni dopo presso il cimitero israelita, quando puntuale un periodico locale – la Sesia - ne decantò solenni lodi ricordandone l’impegno culturale, le doti di studioso

e la “mitezza dell’animo suo”. Che molti ebrei nella fase iniziale

del fascismo fossero stati fascisti non è comunque certamente una

novità, ma la scoperta fatta da Gremmo pone indubbiamente alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Possibile che Treves non si fosse reso conto di cosa stesse traducendo? Possibile che per una mera questione economica si fosse dato disponibile

a divulgare – grazie anche al suo impegno – un’opera che non

usava eufemismi nei confronti degli stessi ebrei? E possibile che nessuno nella locale comunità ebraica avesse mai sentito parlare del contenuto di quell’opera impedendo pertanto con qualche veto a Treves di realizzarne la traduzione in Italia? Misteri, misteri d’Italia, a cui il tempo forse darà qualche risposta…

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Lodovico Ellena “Devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d’intorno è di carattere soprattutto
Lodovico Ellena
“Devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo
d’intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima

di generale anestesia morale, di profondo disorientamento,

malgrado tutte le parole di ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra”. (1)

Di simili concetti quella nuova gioventù missina andava a

nutrirsi, e tali parole più di molte altre esprimevano sentire

e volere di coloro i quali lentamente crescevano in quegli

anni all’ombra dei fondatori del movimento, peraltro ancora necessariamente intrisi più di preoccupazione per sopravvivenza

Rifondazioni

Sembra che questa sia ormai divenuta l’epoca delle rifondazioni. Prima quella comunista poi quella democristiana, ma a questo appello curiosamente manca ancora quella fascista: almeno considerando con qualche licenza i tre principali orientamenti politici che nel dopoguerra furono vivaci protagonisti per lustri. Non che socialismi o liberalismi così come anarchismi o altri ismi non fossero esistiti, tutti però in qualche modo riconducibili o più o meno gravitanti in una di quelle tre grandi orbite. E tra queste la più ingombrante, la più sconcertante e la più maleodorante fu proprio quella che al fascismo testardamente si richiamava ancora, ossia il Movimento Sociale Italiano. Ma cosa veramente fu alla fine questo Movimento Sociale Italiano? Quali furono i suoi reali presupposti ideologici? E soprattutto: cosa resta ancora di quell’esperienza sessant’anni dopo la sua fondazione?

di quell’esperienza sessant’anni dopo la sua fondazione? Furono sostanzialmente due le componenti che aggregarono

Furono sostanzialmente due le componenti che aggregarono

fisica e quotidiana, prima ancora che alla costruzione intellettuale

migliaia di giovani al Movimento Sociale, il sentimento e la

di

una filosofia politica adeguata ai tempi che nel frattempo

ragione: ma fu la prima a dettare legge per anni. Il sentimento

si

stavano muovendo. Si giungeva peraltro da un dopoguerra

infatti - non scevro da un pruriginoso gusto del confronto fisico

e dell’ebbrezza della scomunica -, fu per alcune generazioni il

midollo politico portante di quell’esperienza, mentre la ragione subentrò più lenta quando un ormai inevitabile salto qualitativo imponeva e rendeva necessaria una crescita non soltanto numerica, ma a quel punto anche intellettuale dell’intero movimento. I primi decenni furono necessariamente spesi più per mera sopravvivenza che per coltivare bagagli ideologici,

peraltro già costituiti, anche se non mancarono figure di spicco;

si giunse così ai primi anni ‘70 dopo un lento aggregato di

orientamenti che, ripensati al presente, lasciano attoniti per la loro varietà e per il folcloristico assortimento. Nel Movimento Sociale convissero infatti per anni antiamericani e filoamericani, antimonarchici e filomonarchici - (la Destra Nazionale),

antisionisti e mezzi sionisti, statalisti e liberisti, antinazisti

e filonazisti, antimodernisti e modernisti, antidemocratici

e democratici, cattolici e pagani, latinisti e celtisti: tutto ciò comprese la grande famiglia del Movimento Sociale. Quali furono pertanto, dato tale pittoresco inventario, le componenti definitivamente aggreganti e condivise da tutti? Un’idea più o meno romantica del fascismo, ed un acceso anticomunismo. E fu proprio nei primi ‘70 che una vasta letteratura cominciò

a diffondersi presso la militanza; Evola, Codreanu, Guénon,

Gentile, Spengler, Nietzsche, Mishima, Brasillach, Hitler, e più

avanti Freda, Prezzolini e Fisichella: un inventario intellettuale multicolore ed abbagliante. Riferimenti culturali spesso esaltati

o citati ma altrettanto spesso noti soltanto ad una ristretta

elite, letture disordinate che comunque costituirono il nerbo

orientativo politico per generazioni di attivisti più o meno affascinati da parole sovente inebrianti, via via meno astratte con

il passare dei decenni fino a giungere ad un realismo sempre più

esasperato. E il volo cominciò più che con altri con le inebrianti

idee di Julius Evola, primo assoluto tra quei maestri:

cruento in cui, non soltanto negli anni ‘40, vendette dettate soprattutto da odio di classe avevano insanguinato l’Italia per lustri a caccia di fascisti, presunti, parenti, amici o interlocutori. Ossia tutta un’Italia, più che mai quella schierata e dichiarata:

questo era il clima. Ma gli anni si erano mossi e toccava quindi

ai nipoti muoversi nel contesto di un paese che, sull’onda del

‘68 americano, viveva una stagione creativa, colorata e confusa

nella quale nonostante la pelosa dottrina predicante “pace, amore

& libertà” si surriscaldava dando così il via ad una stagione di

massacri. Fu a quel punto che divenne chiaro che non si stava affatto scherzando e che la tessera di un partito come il M.S.I.

poteva segnare il destino di un uomo, come infatti fu per i ventuno Sergio Ramelli freddati tra i ‘70 e gli ‘80. Ma se le parole evoliane ponevano l’accento soprattutto sulla questione etica che in effetti fu certamente un intimo sentire di molti attivisti

in quegli anni, presto l’etica avrebbe vissuto una trasformazione

che al di là del bisticcio di parole dà l’idea di quello svolgimento

intellettuale e politico. Dapprima fu infatti etica, poi teoretica, indi estetica, profetica, ipotetica, patetica, diuretica, peripatetica

e bisbetica: e non si tratta di bisticcio semantico bensì di realtà.

In breve. Etica fu la fase evoliana già vista; teoretica quella degli

astratti anni di piombo in cui teorie rincorrevano altre teorie

per il puro gusto del teorico. E venne la profetica con i suoi

sacerdoti: Spengler su tutti che già nel 1933 disegnava il futuro europeo con sconcertante lucidità e precisione. Fu poi ipotetica,

un Freda lo spiega, ad affascinare predicando disintegrazioni di

sistemi e successive ipotesi sociali; tutto però sempre pervaso

da una militanza sovente patetica tanto fu il condimento di

nostalgismi, retoriche e abbigliamenti. E diuretica: Fiuggi. A cui seguì la strada peripatetica ossia del compromesso, della rinuncia, dell’abiura e l’antica fede trasformata in male assoluto. Infine la bisbetica, ossia il male endemico: l’eterna, infinita, sfibrante e inconcludente litigiosità di quella grande famiglia ormai sempre

Rifondazioni Lodovico Ellena più sparpagliata in partiti, movimenti, cani sciolti, intellettuali, circoli culturali e

Rifondazioni

Lodovico Ellena

più sparpagliata in partiti, movimenti, cani sciolti, intellettuali, circoli culturali e bocciofile.

Codreanu rappresentò perciò in quegli anni un fermo punto etico. Il legionario rumeno con la concezione sacra e fanatica del vivere politico ispirato ad un cristianesimo militare, affascinò per la sua intransigenza allergica a qualsiasi compromesso:

“Per molti riuscirà sorprendente il fatto, che oltre seicentomila uomini - poiché a tanto, più o meno, ammontano i seguaci di Codreanu - pratichino sistematicamente non solo la preghiera, ma altresì il digiuno: i legionari sono tenuti a osservare tre volte alla settimana il cosiddetto “digiuno nero”, che significa, non mangiare, né bere, né fumare. […] I capi del legionarismo romeno fanno anche il voto di povertà, essi non frequentano né riunioni, né teatri, né balli, né cinematografi. Un elemento specifico, che il movimento di Codreanu ha desunto dalla religione ortodossa e che ha già tratti anche politici, si riferisce all’ideale “ecumenico”: si tratta di un sentimento speciale di comunità, che non è soltanto quello di una connessione organica fra gli uomini di un dato popolo, ma anche di un sentirsi, in ciò, uniti con i propri morti e con Dio” (2)

Una deflagrazione morale contro un vuoto vivere borghese accomodante e pantofolaio, un respiro profondo da altezze spirituali prima ancora che politiche. Un humus sul quale il tempo fece germogliare però non il frutto sperato, bensì troppe differenti e vaghe aspirazioni a volte anche verso una specie di

martirio, anch’esso frutto di un conseguente delirio teorico in cui

- complici quegli anni - tutto ed il contrario di tutto ribollivano in un identico calderone ideologico. Se dalla parte culturale opposta si assisteva all’allungata stagione nostrana della “pace,

amore & libertà” in cui fiorivano personalità culturali inneggianti

a vicine rivoluzioni quali Demetrio Stratos e i suoi Area, erano

anche convivenze di movimenti religiosi (Hare Krishna) con teorici dell’ateismo, e ancora convivenze tra comunisti ed anarchici (“i compagni che sbagliano”), via fino a consumatori psichedelici ispirati da Castaneda o da Leary fino all’ascesi indù:

nella gioventù missina un analogo caos intellettuale germogliava.

Un sentire confuso, inebriante, mistico, eretico, irrazionale, una sfida a grigi tempi alla ricerca di assoluto in cui anche Mishima

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trovava la sua collocazione:

“Per l’uomo d’azione, le circostanze in cui l’azione è attesa

non differiscono affatto dalla legge per cui gli uomini comuni

debbono subire “il tempo”. Allorché lo Hagakure afferma:

“Quando si presentano due strade, tu sceglierai quella su cui

morirai più presto”. […] Il carattere è come il corpo di una

sciabola. Quando lo tieni conservato semplicemente nel fodero si

arrugginisce e anche la lama non è più tagliente: è una cosa che

devi sempre usare e curare”.(3)

Di tali maestri si cibò quindi per alcune stagioni l’intellighenzia

sempre più maledetta e maleodorante missina, che andava già comunque a frammentarsi in rivoli, canali, correnti e paludi che a loro volta avrebbero subito analoga sorte dopo il distacco dalla comune casa madre che, almeno nei tempi almirantiani, riuscì per qualche stagione ad aggregare turbolenti e moderati, intellettuali e manovali, in una comune casa litigiosa ma sensibile alla testarda perdente coerenza, ad esempio, di un Brasillach:

“La Germania, costretta a difendersi, può averci fatto molto male in quest’ultimo anno, può farcene ancora molto, ed io temo le sue nuove armi che sta preparando, ma certo che il suo irrigidimento, forse pazzesco, ha in sé qualcosa di eroico e di sovrumano davanti a cui la storia, qualunque cosa accada, sarà costretta ad inchinarsi. Lo scrivo qui nella mia prigione con la piena coscienza di ciò che dico”. (4)

Un esempio di coerenza prima di tutto estetica sovrumana, un

modello da ammirare, un uomo che contro ogni convenienza

e contro ogni logica benpensante aveva sfidato la morte in una

forma alla fine poco dissimile da quelli che per “rispettare la parola data” scelsero la Repubblica Sociale, arruolandosi per una causa già persa: di tanto si nutrì certa estetica missina per lustri e tanto germogliò.

“Tu non sai, cara Marzia, che molti tra quanti vorrebbero condannare tuo padre, in quanto colpevole di un delitto che gli Italiani difficilmente perdonano: quello della coerenza, vi sono

coloro che gli furono Maestri e, quindi, coi loro scritti lo spinsero sulla strada che doveva condurlo nella Repubblica Sociale Italiana: e vi sono a migliaia, a centinaia di migliaia, a milioni i suoi compagni di un tempo, quelli cioè che dopo aver militato con lui, nel fascismo e “sotto” Mussolini, si squagliarono, stridendo alla maniera dei topi, non appena la barca incominciò

a fare acqua”.(5)

“La dilacerazione era stata, l’8 settembre, dolorosa, violenta, improvvisa: i fascisti si videro e si sentirono d’un tratto come isolati dal resto degli italiani, che applaudivano all’armistizio, minoranza assoluta di contro alle masse di connazionali che volevano la pace ad ogni costo, anche a costo dell’onore”.(6)

Ma non erano ancora giunti gli anni di estremismo in ciabatte,

già che dalla casa madre ordini più o meno nuovi derivavano,

avanguardie nazionali o nuclei armati, ordini neri e terze posizioni: su tutte però vi fu un’esperienza che convisse clandestina all’interno della grande casa madre, ossia la fuga politica di Freda. Il pensatore maledetto, la primula nera, il carismatico indiziato principale per la strage di Piazza Fontana se contava pochi proseliti aveva invece lettori e non dichiarati discepoli. Intelligenza di razza ed inquietante teorico riuscì per

senso aveva perso il suo senso, intriso invece - e con lui un’intera classe -
senso aveva perso il suo senso, intriso invece - e con lui un’intera
classe - di mediocrità umana volta sempre più all’immediato
e sempre più allontanata da qualsiasi idea di vita superiore:

lustri ad incantare con ipotetiche idee di uno Stato immaginato, sintesi “nazi-maoista”, peraltro pervase da intuizioni inebrianti:

peraltro pervase da intuizioni inebrianti:   ciarpame del passato. Il caos alla fine questo aveva
 

ciarpame del passato. Il caos alla fine questo aveva prodotto:

“Esiste ancora, tuttavia, chi non si lascia possedere dalle seduzioni dell’economia e rimane fermo nella convinzione

che compito principale dello Stato non sia quello di garantire l’acquisto o la conservazione del frigorifero, della lavatrice o di maggiori ferie settimanali. Costui ritiene che fine dell’uomo non

una corte alla mercé di un capo, non vero ma senza possibili alternative. Piacente, rassicurante, pettinato, moderato, affabile, educato, di buona famiglia: il chierichetto della porta accanto. Che distanza oramai dall’etica, qui ormai diuretica in direzione

“Non è il superiore che ha bisogno dell’inferiore, ma è l’inferiore

e

di realtà attuata, ciò che negli altri esiste solo come espressione

sia

quello di mantenersi, vegetando e soddisfatto, nelle migliori

peripatetica, che distanza. E cosa restava a quel punto della

condizioni fisiche di esistenza - ma che vi sia dell’altro; che sia,

grande casa madre, di quel confuso inebriante caos, di quei

anzi, proprio quest’ altro a dare significato e stile all’esistenza, e che, proprio in virtù di quest’altro valga la pena di sproletizzarsi

giorni in cui una piccola tessera con una fiammella incendiava lo spirito? Cosa restava all’indomani del legittimo quesito

e

di sborghesizzarsi, esaurendo l’ambito di condizionamento

“testimoniare o partecipare?” posta da alcuni poco prima della

determinato dall’esistenza di bisogni fisici alla parte e alle regioni meno importanti dello spazio umano. E’ a questa razza di uomini veramente liberi - a questi asceti, nel significato classico dell’espressione, della politica - cui noi proponiamo il dialogo intorno al vero Stato e alla funzione dell’uomo giusto e libero nello Stato: con l’intendimento non di presentare un’entità vaga

cosiddetta svolta che in realtà fu - ormai dati alla mano - una vera e propria manovra in contromano sulla opposta corsia autostradale? Restò la voglia rabbiosa di litigiosi gruppi di non accettare quella mortificante abiura, gruppi che unirono in una fiammata che però subito disperse la sua energia in tanti piccoli fuochi fatui. Fuochi che mai più avrebbero ritrovato la forza di

sentimentale, ma di orientare verso la intuizione sottile del mito - anzi del mistero - dello Stato”(7)

e

produrre pensiero, conditio sine qua non per qualsiasi movimento intenda esistere, occupati come furono per una miserabile

Parole di razza a quel punto sospette all’”ortodossia” di un movimento che ormai necessitava di dover sancire inequivocabili distanze dalla galassia formatasi in quell’orbita e da quei

pericolosi militari ideologici. Ma se questa fu una fase ipotetica, sullo sfondo si agitava ancora e mai sopita quella profetica; fin dal 1933 infatti Spengler dipingeva un’Europa a tinte fosche ispirando in quel modo l’idea - appartenuta ad alcuni ancora

sopravivenza quotidiana, e alla fine aggregatisi alla mammella del primo nemico morale. Addio all’estetica, addio a qualsiasi cosa più profonda dell’epidermico quotidiano. Cosa resta.

che ha bisogno del superiore […] L’essenza della gerarchia sta nel fatto che in alcuni esseri superiori vive, in forma di presenza

confusa, come presentimento, come tendenza, per cui questi

in

quegli anni - della inevitabile necessità di un fato obbligante

sono fatalmente attratti dai primi, naturalmente a essi si

ad

assolvere un immane compito. Peraltro già il Führer aveva

subordinano, in ciò subordinandosi meno a qualcosa di esteriore,

avvertito quel fato, e quell’idea di necessario estremo aleggiava

quanto a un loro più vero io”.(9)

nelle notti militanti di molta gioventù.

“Oggi, qualche membro della razza bianca cura di uno sguardo quello che succede attorno a lui sulla terra? Volge uno sguardo alla gravità del pericolo che incombe minaccioso su questa massa di popoli? Non sto parlando della folla colta o incolta delle nostre città, dei lettori di quotidiani, del gregge che s’ammassa nei giorni delle elezioni - nelle quali da tempo non sussiste più alcuna differenza qualitativa tra elettori ed eletti -, ma delle classi dirigenti delle Nazioni bianche, se non sono già

intellettuale”.(8)

Che forse queste parole intendessero che anche il “superiore” fosse contingenza? E che forse quel “superiore” fosse alla fine il camaleonte politico in grado di orientare nel nome di piccole misere convenienze istantanee intere folle preoccupate soprattutto di quel loro piccolo avvenire? Eppure in tanti nel privato di un tavolo di pub non digerirono quelle scelte micragnose, per ciò rispolverando bagagli culturali antichi e sani, quali irrinunciabili principi. Ormai però polverosi, già che qui ora si parla di anticristo politico.

state annientate: degli statisti, se ce ne sono ancora, dei veri capi della politica e dell’economia, nel campo militare e nel dominio

“Il fatto che le forti razze dell’Europa settentrionale non abbiano respinto da sé il Dio cristiano non va in verità a onore della

Eccolo quindi il nocciolo della questione: il vero capo. Già che l’anziano Almirante abdicava ormai tragicamente lasciando al suo successore un compito sul cui esito molti poi domandarono

loro attitudine religiosa - per non parlare del gusto. Avrebbero dovuto farla finita con un tale morboso e decrepito prodotto della décadence. Ma il non averla fatta finita con quello è per loro una pesante maledizione: esse hanno accolto in tutti i loro istinti la

se

fosse stato concordato, o se invece fosse stata libera opzione

malattia, la vecchiaia, la contraddizione - da allora non hanno

di

quel nuovo arrivato. Perfetto per tempi plastificati in cui ogni

più creato alcun Dio! Quasi due millenni e non un solo nuovo

Rifondazioni Lodovico Ellena Dio!”(10) Nietzsche. Lo si leggeva nelle sedi missine e lo si leggeva

Rifondazioni

Lodovico Ellena

Dio!”(10)

Nietzsche. Lo si leggeva nelle sedi missine e lo si leggeva ai festival dell’Unità: forse unico caso di saccheggio ideologico

di cui resta da chiarire il motivo di tutta quella foga, ma tanto

avvenne. Parole scioccanti, un terremoto, una frana di valori: ah, i valori. Eccolo quindi il centro del problema su cosa resta: quali valori restano di quell’esperienza che portò con sé vite, “sogni”, rabbia? Era forma articolata di politica che in sé comprendeva etica, filosofia, religione, psicologia, storia, estetica, e non era infatti caso che nelle sedi più centrali insieme al Mein Kampf si trovassero anche i Discorsi sull’arte Nazionalsocialista dello stesso autore: non era certo caso.

“Che non si venga poi a parlare, a questo proposito, di “minaccia

alla libertà dell’arte”. Così come non ci si trattiene dal privare

un assassino del diritto di uccidere fisicamente i suoi simili sol

perché altrimenti si attenterebbe alla sua libertà, egualmente non è lecito consentire a qualcuno di uccidere l’anima del popolo per evitare di infrenare la sua lurida fantasia e la sua

dissolutezza”.(11).

Di simili tematiche - giuste o sbagliate che fossero - ci si andava

però a preoccupare: quanta distanza con il presente del “sì, però…”. Anni luce, quasi da pensare che nello spazio di una generazione siano scomparse parentele e sentimenti: spariti,

annichiliti, sotterrati. Un ricordo; il volto ispirato di un giovane missino ad un comizio che con mistico sguardo volto a un superiore traguardo ambiva all’immarcescibile destino. Quel volto qualche anno più tardi fece, peraltro con diligenza, il ministro dell’agricoltura: lo sguardo a quel punto più quello della guardinga volpe preoccupata da pensieri ben più radenti. Fu così che dal cilindro del prestigiatore dell’azienda politica spuntò un

bel giorno il nome di Prezzolini, l’autore che “tutti dovrebbero

tenere sul proprio comodino” come disse. Prezzolini, nulla da eccepire, ma quale lunghezza dai vecchi maestri.

“Gli uomini sono disuguali per salute, per età, per sesso, per

apparenza, per educazione, per ingegno, per forza, per coraggio,

di un fascio. Ma cosa vollero quindi quei giovani e quei meno

giovani che si avventurarono in quest’appendice di fascismo, a cosa aspiravano, a cosa tendevano? Verso quale società e quale

ordine auspicavano? Quel che oggi più sconforta è il fatto che

al presente a simili domande potrebbero rispondere slogan da

campagna elettorale in quanto - deve imporlo l’onestà - gli alti ideali naufragati nel marasma di un’epoca che ha sostituito frigorifero con telefono cellulare. “Italia agli italiani” “Politica come servizio”, “Dai forza alla protesta”, “Vota Antonio, vota Antonio”. Così. Che forse le “destre radicali” si riconoscano ancora in rivoluzionari concetti quali:

“La violenza è sempre stata l’arma esclusiva con cui gl’individui dapprima, le collettività poi si affermano gli uni e le une sugli altri. Nessun pagano proclamò come proclamarono sedicenti cristiani dei nostri giorni la santità, anzi la divinità della

guerra”.(13).

Che forse qualcuno oggi sposerebbe ancora simili tesi? O prenderebbe la briga di affrontare simili discussioni? Eppure furono vissute e discusse, e in qualche modo - checché possa apparire alla folta schiera dei “sì, però…” - condizionarono il pensiero di molti, ché ancora al presente frange di neopagani organizzati e disorganizzati crescono. Ma se il dibattito filosofico

e religioso langue e latita, rispetto a quel passato ha invece

aumentato consistenza quello storico, soprattutto revisionistico.

Eccone un buon esempio:

“Si può aggiungere che nel movimento fascista, coacervo di

indirizzi culturali e istituzionali variamente assortiti (passatisti

e futuristi, Strapaese e Stracittà, monarchici e repubblicani,

cattolici e laici, industriali e anti-industriali, conservatori e

rivoluzionari, nazionalisti e socialisti), era presente anche una componente di ispirazione e vocazione totalitaria. Se questa componente fosse prevalsa, l’Italia avrebbe probabilmente conosciuto un regime totalitario, con tutti gli immensi costi umani, morali, civili che accompagnano tale forma di dominio politico. La monarchia, però, ha rappresentato un deterrente assai significativo alla trasformazione della dittatura fascista

per

bontà, per onestà, e per molte altre condizioni dovute alla

in

totalitarismo. […] La Casa regnante ha contribuito a far

ereditarietà ed alla fortuna. Ogni legislazione o costituzione

che nel movimento fascista prendessero e mantenessero il

22

che non tenga conto di questo è da considerarsi non soltanto

vana ma dannosa. […] Il vero conservatore riconosce come

legge naturale che ogni società lotta per conservare se stessa e

naturalmente preferisce il proprio puzzo all’odore degli altri.

Il vero conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto è

l’autorità, che l’esempio vale più dei discorsi.(12).

Se

per conservatore si intende la conservazione di privilegi

acquisiti, tutto improvvisamente chiarisce. Fuor di facezia

comunque, quale distanza. Sessant’anni più tardi quel che resta

sopravvento quei filoni, quegli orientamenti, quegli uomini meno inclini alla metamorfosi totalitaria, talché il “ventennio” può ben essere definito un’esperienza autoritaria, non un regime totalitario. Senza il contrappeso monarchico, la via verso la degenerazione totalitaria sarebbe risultata più sgombra e più

facile”.(14).

Queste quindi le nuove preoccupazioni della classe dirigente, peraltro già dimessa, della “grande destra di popolo”. Più che legittime per carità, ed alla fine nel loro insieme anche

morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole di ordine in uso in una società
morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole di
ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il
cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico,

la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a

caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra”. (17).

Un certo Evola. A cui qualcuno aveva anche creduto.

condivisibili, ma quanta polvere sulla lunga strada. Polvere sul

percorso di un mondo prevalentemente al maschile che almeno laddove un volto rassicurante ha rassicurato, ha alla fine accolto anche il popolo femmineo: eterno problema ereditato con cura

ed amore dalla ruspante galassia “radicale”. Forse mancanza di

politica in merito, forse di riflessione, o forse ancora meglio dalla mancanza propria di pensiero: ecco quindi, alla faccia dei “sì, però…”, la carenza farsi vuoto, orrido, lacuna, abisso.

Appendice.

“A Sparta si credeva che una madre sana avrebbe generato figli

sani, per questo le donne venivano sottoposte ad allenamenti

faticosi e ancora una volta la saggezza degli antichi si è dimostrata superiore alla nostra visto che nell’era in cui viviamo si può tranquillamente affermare che madri in carriera terrorizzate dall’idea di invecchiare generano figlie anoressiche. Una donna è bella finché la sua immagine esteriore è realmente lo specchio

di quella interiore, finché mangia con gusto godendo dei sapori,

finché invecchia consapevole del suo ruolo nel ciclo naturale

di tute le cose, non finché entra nella taglia 38 solo perché uno

stilista ha deciso di far indossare la sua collezione primavera/

estate a una serie di scheletri umani”(15).

E ancora invece in termini di storia che storia non fu, ma che per

un non tempo fu come lo fosse:

“L’opera di Tolkien appare agli occhi della maggior parte dei lettori come una grande, unica avventura in un mondo diverso,

e, forse, migliore. In effetti Tolkien presenta al lettore moderno

figure e simboli che solo in parte sono compresi, e le immagini, i simboli e, in particolar modo, i miti, sono essenziali all’uomo in

quanto veicoli che conducono ad una dimensione migliore del vivere. Come Tolkien rielabora tramite la fantasia ciò che trae dal suo amplissimo retroterra culturale, cioè lo studio approfondito

di forme diverse della Tradizione, così nelle sue opere il

riferimento fantastico alla dimensione temporale e, in definitiva, storica, risente necessariamente di questa influenza, certamente positiva”. (16)

Verità abbaglianti, forse proprio per questo invisibili ad una

società che ha perso la capacità di vedere l’invisibile. Ma se tutto quel che resta di quel movimento che regalò a molti settimane

di straordinaria ebbrezza metafisica, discussione, “camerateschi”

raduni è ormai solo profondo ricordo, il presente non potrà essere negato nella sua realtà. Quel tempo è finito, quegli anni andati, quei giorni sbiaditi; nemmeno coloro che piuttosto che

arrendersi al sistema sarebbero andati a Predappio “con una cassa

di vino per finirla così”, esistono più: nemmeno quelli. E alla fine

infinita tristezza perché, ancora oggi come ieri,

Io ho voluto continuare, io sto insieme a tutti voi continuando. Sto continuando e continuerò fino alla fine. Nessuno mi potrà distogliere da questo compito, nessuno potrà distogliere - nessuno tra voi - dal compito di continuare. Continuare, badate bene, non imitare! Non limitarsi a rimpiangere. Continuare! Continuare in maniera intelligente, attiva, responsabile! Capire che cosa era stato il fascismo prima del ventennio di governo e di potere, che cosa è stato il fascismo durante il ventennio di governo e di potere, e soprattutto che cosa è stato, è, continua ad essere, continuerà ad essere il fascismo come movimento. Il fascismo come movimento siamo noi! Il fascismo che continua siamo noi!”. Giorgio Almirante, 6 settembre 1987, ultimo discorso.(18)

“No Almirante, no Romualdi, voi non morite, non potete morire. La vostra opera, la vostra vita, sono il vostro messaggio, la vostra consegna a noi […] Ci avete insegnato che un popolo senza

radici non ha futuro, così come un albero senza radici muore

Ve lo giuriamo col cuore gonfi o di dolore e con l’animo colmo di fi erezza per essere stati con voi nelle sconfitte e nelle vittorie […] No, caro Almirante, il testimone non è caduto. E’ in buone mani. In mani giovani, in mani forti, in mani che non cederanno. Lo porteremo avanti anche per te, anche con te. Perché tu Almirante e tu Romualdi, non ci lasciate. Restate tra noi, alla nostra testa, in piedi, come sempre siete vissuti. Grazie per quello che ci avete insegnato. Il suo successore, 24 maggio 1988, in occasione del funerale di Almirante e Romualdi.(19)

Ma noi vivremo per voi e con voi.

(1) Julius Evola, Orientamenti, ed. Settimo Sigillo, Roma, 1987, pag. 18. (2) Julius Evola, La tragedia della Guardia di Ferro, Fondazione J.E., Roma, 1996, pag. 24. (3) Yukio Mishima, Il pazzo morire, ed. Sanno-kai/Ar, Padova, 1979, pagg. 17, 40. (4) Robert Brasillach, Lettera ad un soldato della classe ‘40, ed. Europa, Roma, 1997, pag. 70. (5) Alberto Giovannini, Lettera a Marzia, ed. Tabula Fati, Chieti, 2003, pagg. 14,15. (6) Pino Rauti, Benito Mussolini, ed. Europa, Roma, 1989, pagg. 100,101. (7) F. Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, ed. Ar, Padova, 1980, pag. 45. (8) Oswald Spengler, Anni della decisione, ed. Ar, Padova, 1994, pag. 21. (9) J. Evola - René Guénon, Gerarchia e democrazia, ed. Ar, Padova, 1987, IV di copertina. (10) Friedrich Nietzsche, L’anticristo, ed. Adelphi, Milano, 1982, pag. 22. (11) Adolf Hitler, Discorsi sull’arte Nazionalsocialista, ed. Ar, Padova, !976, IV di copertina.

(12) Giuseppe Prezzolini, Manifesto dei conservatori, ed. Mondadori, Milano, 1995, pag. 36. (13) G. Costa, Apologia del paganesimo, ed. Europa, Roma, 1989, pag. 19. (14) Domenico Fisichella, Elogio della monarchia, ed. Vallecchi, Firenze, 1995, pag. 75.

(15) Argentea, Essere e divenire: guida per l’Uomo di Thule, Roma, 2006, pag. 23. (16) Alberto Lombardo, Tolkien e il tempo, ed. Terra di Mezzo, Udine, 1995. pag. 65. (17) Julius Evola, Orientamenti, ed. Settimo Sigillo, Roma, 1987, pag. 18. (18) Augusto Fontana, Italia Tricolore, Ravenna, 20 febbraio 2007, allegato n° 7. (19) Ibidem.

“devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d’intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima di generale anestesia

che la devastazione che abbiamo d’intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima

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“PLATONE” P A R T E P R I M A Matteo Mazzoni (Chryso) Dobbiamo

“PLATONE”

PARTE PRIMA

Matteo Mazzoni (Chryso)

Dobbiamo innanzitutto dichiarare, per onestà intellettuale,

la

già di per sé importantissima esegesi platonica dataci dal

che la nostra “esegesi tecnica” del pensiero platonico attinge completamente dallo studio dell’ottimo ricercatore Franco Trabattoni, sebbene la sua interpretazione verrà da noi reinserita in una visione del mondo originale che

Trabattoni, non può avere un reale valore nel campo della storiografia filosofica: si tratta piuttosto del tentativo di “vedere” dietro al pensiero d’un personaggio così importante per il pensiero europeo - Platone - una dinamica particolare di reazione

ad

un determinato periodo di “zivilizazion” greca. E’impossibile

egli riterrebbe da sé lontana. In particolar modo, i testi del Trabattoni cui abbiamo attinto sono: “Platone” e “La filosofia antica”, editi da Carocci.

Introduzione. Tentare di scrivere un documento “filosofico - culturale” è un lavoro che comporta rischi gravi. Si può peccare, nel voler essere precisi ed esaurienti, finendo per colmare pagine e pagine di dati e note, teorie e precisazioni che non sono utili né al lettore, che può benissimo approfondire autonomamente tali tematiche, né all’obiettivo dello scritto stesso, cioè il veicolare un’idea. Non intendiamo suscitare noia. Purtroppo però, il preambolo storico che esporremo è assolutamente necessario perché si possano poi

riscontrare nell’opera platonica una prova veramente definitiva che confermi le nostre tesi, perciò esse resteranno nell’ambito del semplicemente probabile. Si tratta quasi di rilevare un aspetto “psicologico” che si nasconde dietro la filosofia di Platone: una sua reazione, non necessariamente consapevole, all’esaurirsi della forza creativa d’una stirpe. La sua stirpe.

Il giovane Aristocle. La decadenza ateniese. Aristocle, secondo Diogene Laerzio, nasce ad Atene durante l’ottantesima Olimpiade, cioè attorno al 428 – 427 a.c. nel mese di Targelione (tra maggio e giugno). Diogene Laerzio non può però rappresentare, come ogni altra fonte biografica, un

informatore incontestabilmente veritiero e certo. In ogni caso, il dato storico da lui indicato pare essere credibile.

comprendere gli sviluppi del nostro articolo nonché le conclusioni che ne trarremo. Per questo motivo siamo stati costretti a suddividere

Il

padre di Aristocle, Aristone, vien ricondotto ad origini

l’articolo: una sola pubblicazione sarebbe stata troppo “ristretta”.

leggendarie: tra i suoi ascendenti vengono annoverati il re Codro

Rischio ulteriore è quello di cadere nella pura speculazione, nell’autoerotismo mentale, inutile esercizio narcisistico.

e,

Aristocle ricevette lo stesso nome del nonno paterno.

ancor più indietro, il dio Poseidone.

Di

fronte a tale errore noi dobbiamo opporre una ricerca che

Sua madre fu invece Perittione, che aveva tra i suoi antenati

sia

in grado di produrre una lucida visione del mondo la quale,

Solone. Aristocle ebbe numerosi fratelli, comparsi come

sempre, ha evidenti ripercussioni pratiche, persino nell’esistenza

personaggi nei suoi dialoghi (Adimanto e Glaucone nella

“Repubblica” ad esempio). Sua sorella Potone, sarà poi madre

di

Speusippo, primo successore di Arsitocle alla testa della sua

più quotidiana e contingente.

Così, l’articolo che questa volta abbiamo voluto redigere, non vuol essere una semplice ipotesi dossografica, ma, al contrario,

ha

l’ambizione di contribuire a consolidare l’idea che lo studio

Accademia. Poco dopo la nascita di Aristocle il padre morì e la madre si

del

pensiero filosofico europeo può metter in luce esempi di

risposò con Pirilampe, da cui nacque Antifonte, presentatoci

analogia, tra passate ed attuali “crisi” e tra passate ed attuali

come narratore nel “Parmenide”.

possibili soluzioni e reazioni, che i vari autori hanno trovato per approcciarsi in modo creativo al proprio tempo. Rimane comunque fermo il fatto che la nostra liberazione dalle catene della contemporaneità sarà una questione d’azione (nel senso sia dello spirito sia dell’intelletto pratico), e non di

speculazione filosofica. Una vera dottrina, quella potrà esser da

noi stabilita solo quando saremo tornati ad essere Uomini liberi.

Sino allora, ci potremo concedere solo di giocare col pensiero,

lasciando trasparire in esso quelle inclinazioni, quegli istinti, quei

modi d’interpretare il mondo che, naturalmente, il nostro tipo

umano (quello del ribelle, quello dell’antico guerriero in cerca di

nuove armi ideali) porta con sé.

è quello che farò in questo scritto.

L’ipotesi che in questa sede vogliamo sviluppare, oltrepassando

26

Ed

Il giovane Aristocle ricevette il soprannome di “Platone”, forse

per l’ampiezza dello stile e della conoscenza, forse per la fronte ampia o per la fisicità imponente (“platys” in greco significa vasto, ampio). Egli venne educato secondo l’uso tradizionale dell’aristocrazia greca: ginnastica, musica e studio “letterario”, istruzione che avrebbe dovuto preparare i giovani ateniesi alla vita politica. Ed il giovane Platone inizia infatti a sentire la vita politica come sbocco naturale della propria esistenza. Talune fonti indicherebbero che Platone fu inizialmente un poeta tragico, sinchè, attorno ai vent’anni, non conobbe Socrate.

Negli anni che trascorsero tra la gioventù di Platone e la condanna a morte di Socrate (399 a.c.), periodo che segnò definitivamente l’intero pensiero di Platone, la vita politica

di trasmissione del sapere “religioso” e non solo: soprattutto da Omero ed Esiodo infatti, oltre
di trasmissione del sapere “religioso” e non solo: soprattutto da Omero ed Esiodo infatti, oltre
di trasmissione del sapere “religioso” e non solo: soprattutto da
Omero ed Esiodo infatti, oltre che indicazioni mitologiche ed
etiche, i greci trassero insegnamenti “sociali” e relativi al diritto,

nonché anche ai costumi.

Non esistendo nella civiltà greca una casta sacerdotale impegnata

a trasmettere, insegnare e conservare le discipline e le norme

sacre, (anche se ciò non vale per quanto riguarda i culti misterici)

la cultura greca finì dunque per assimilare alla figura del poeta

quella del sacerdote. Nel II libro della Repubblica, i personaggi Glaucone ed Adimanto, fratelli di Platone, con lo scopo di costringere Socrate ad ammettere la vantaggiosità della giustizia, sostengono provocatoriamente l’opposto, cioè la vantaggiosità

dell’ingiustizia: per Glaucone l’ingiusto sarà colui che, tramite

la sua ingiustizia, potrà arricchirsi maggiormente e, data tale

ricchezza, potrà offrire agli dei sacrifici migliori rispetto a quelli offerti dal povero uomo giusto: in tal senso agli dèi l’ingiusto sarà più caro del giusto. Inoltre, continua Adimanto, l’ingiusto potrà riparare alle sue azioni, oltre che grazie ai sacrifici, anche

mediante l’arte delle formule magiche. I due rispondono dunque

ad una concezione formalistica dell’etica e per la quale gli

dèi possono essere condizionati dall’uomo mediante sacrifici

o formule magiche. Il modo in cui il dialogo tra i due ed il

personaggio di Socrate continua, dibattito incentrato sulla natura degli dèi, qui non lo considereremo per ragioni di spazio. Ciò che è interessante è il trasparire, nel discorso di Glaucone

ed Adimanto, di una concezione del sacro che non ha nulla a

che vedere con quell’idea indoeuropea del divino, del sacro, nonchè della tèchne tèia e del suo valore, perché no, anche normativo, nella vita umana. Direi che vi è, nella loro visione, una componente superstiziosa decisamente mediterranea o comunque del vicino oriente. Va da sé che per Platone, in una società in cui gli individui, nonostante possano ammettere il valore della giustizia (valore inteso in un senso però un po’ utilitaristico), credono che agli dèi possa anche esser caro l’ingiusto, è una società destinata alla

disgregazione, alla disintegrazione, cioé alla scissione tra sacralità

, etica e politica, volendo noi intendere “etica” in una modalità non propriamente moralistica, nel senso deleterio del termine.

E molti altri esempi di tale disordine possono esser riscontrati

ateniese attraversò anni di fortissima instabilità: le tragiche vicende conclusive della guerra del Peloponneso, e poi il susseguirsi al governo di Atene di regimi di tipo opposto.

In seguito alla sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso,

nel 404 a.c. vi fu il colpo di stato oligarchico dei cosiddetti “Trenta Tiranni” guidato da Crizia. Fu un regime sanguinoso, violento, diremmo “titanico”, che cadde dopo pochissimo tempo

sotto i colpi della riscossa democratica. Platone fu parente di Crizia. Nonostante ciò si rifiutò di aderire

al regime dei Trenta. Ciò non si produsse però nell’adesione

alla parte democratica: la sua visione aristocratica, la sua ostilità

al demos (da intendersi però in senso più ristretto rispetto al

significato odierno), per istruzione, per appartenenza e per convinzione aristocratica, lo tennero fuori da quegli scontri politici. Tant’è che fu proprio il ristabilito regime democratico a condannare nel 399 a.c., di fronte ad una giuria popolare, il suo

maestro Socrate, l’uomo che, agli occhi di Platone, fu il giusto, il buono, il virtuoso per eccellenza.

Il susseguirsi di tali fatti politici condussero il giovane Platone

alla convinzione che la causa di tali disastri era da rilevarsi nella dissociazione, ad Atene, tra etica e politica. Troppo spesso Platone è stato interpretato superficialmente e

faziosamente come un nemico della cultura greca tradizionale, cioè di quella cultura omerica che incentrava la propria etica sull’ antico principio dell’onore. La realtà, a nostro parere è, almeno

in parte, differente. Platone forse si rese conto del fatto che

ormai la sopravvivenza di quegli antichi valori risultava essere un qualcosa di svuotato, di non più vitale, di stanco ed interpretato ormai in senso puramente superficiale: quei valori erano seguiti, diremmo impropriamente, con un atteggiamento moralistico e superstizioso, ma la loro profondità non era più “vissuta, sentita”. Volendo rinchiudere il tutto in una concezione impropria, ma che mette ben in luce ciò che, a nostro parere, potrebbe essere la motivazione psicologica, cosciente o no, del pensiero platonico, potremmo dire che il nostro ateniese si avvide del fatto che la sua città natale aveva ormai esaurito la sua spinta creatrice:dalla sua kultur, era invece giunta ad una spenta zivilizazion. Ed è da tale tesi, pur azzardata, che intendiamo procedere.

L’attacco alla cultura ateniese. Tenteremo ora di sottolineare quale fu l’erronea interpretazione della sacralità, della giustizia e dell’etica da parte degli ateniesi contemporanei di Platone, e che il nostro filosofo contestava.

nell’opera platonica: può essere ad esempio il caso di Eutifrone, nel dialogo omonimo. In tale opera, Socrate, recatosi in tribunale per farsi notificare l’accusa di empietà (!!!) incontra il “sacerdote” Eutifrone. Costui era là per denunciare il padre, reo d’omicidio,

Si

rende necessaria una premessa: nel mondo greco arcaico non

seppur non volontario. Ora, era d’uso presso i greci che, a chieder

vi

era nessuna differenza tra poesia “sacra” e poesia “profana”:

giustizia e a richiedere la punizione per gli assassini potessero

ne risultò che i testi poetici vennero intesi anche come mezzi

essere solo i parenti delle vittime. Perciò la denuncia da parte di

“PLATONE” PARTE PRIMA Eutifrone, oltre ad essere piuttosto strana in quanto rivolta verso il padre,

“PLATONE”

PARTE PRIMA

Eutifrone, oltre ad essere piuttosto strana in quanto rivolta verso il padre, nemmeno fu in linea con il costume ateniese. Eutifrone, con atteggiamento saccente, credendosi portatore d’un sapere più profondo rispetto alla mentalità greca dell’epoca, trasgredisce l’usanza comune, rispetto alla quale pare presentarsi come un anticonformista, un innovatore positivo (…un radical-chic nella Grecia antica?…). Ma come motiva la sua azione? Il suo scopo

sta nella volontà di purificazione del padre e di chi gli sta vicino,

di chi vive sotto il suo stesso tetto, tutti quanti “contaminati”

dall’impurità di quell’azione, dell’omicidio… Concezione quasi “tribale”, superstiziosa. Pur presentandosi

come “diverso” dalla cultura greca corrente, in realtà Eutifrone ne condivide dunque appieno l’atteggiamento decadente in campo etico-religioso. Sono davvero molti gli attacchi che Platone muove, dai suoi dialoghi, nei confronti della cultura ateniese del suo tempo.

Ai poeti Platone nega non tanto la presuntuosa convinzione

d’esser portatori di verità (in alcuni casi Platone ammette che il poeta è ispirato dalla divinità, anche se non necessariamente sempre ciò avviene), ma piuttosto la possibilità d’essere insegnanti di virtù: nell’Apologia di Socrate, Platone sottolinea il fatto che il poeta greco non sa spiegare ciò che recita, e questo

è prova della sua ignoranza. Tanto basta a sostenere che nessun ignorante può arrogarsi il diritto d’insegnare ad altri. Non è una tesi che condividiamo del tutto, vi sono aspetti in cui tale tesi è valida, altri in cui è almeno contestabile, ma rimane il fatto che

lo scopo di Platone nell’attacco ai poeti sta nella consapevolezza

della loro gran distanza dalla Verità, e quindi nella necessità di negar loro l’importanza, anche educativa, che ricoprivano nella società a lui contemporanea. Certamente poco accondiscendente Platone fu anche con i politici ateniesi.

Le frecce scoccate verso di essi partono da diverse opere

(Menone, Protagora, Gorgia…) e secondo differenti criteri. In generale, i politici vengono considerati da Platone tra coloro che, convinti d’esser sapienti e virtuosi, pretendono d’essere in grado d’insegnare la virtù, mentre in realtà, come Socrate dimostra col suo metodo confutatorio, si tratta di personaggi ignoranti

28

(per la verità sarà Platone stesso, nella sua maturità filosofica, a

tentare di sottolineare le difficoltà relative all’insegnamento, per

giustificare i suoi propri insuccessi educativi).

Non s’intimorì nemmeno, Platone, quando sentì la necessità,

nei limiti del rispetto, di criticare non soltanto i personaggi più

illustri della sua Atene, ma anche i più rispettati personaggi

politici del passato della polis, considerati comunemente come

maestri di virtù, modelli etici da seguire: il personaggio di Socrate

nei dialoghi platonici de-divizza tali personaggi, li riconduce

Matteo Mazzoni (Chryso)

all’interno del limite dell’ignoranza, ignoranza non assoluta, ma relativa alla stessa condizione umana, sottolineandone gli insuccessi, oltre che i successi, nonché l’incapacità educativa.

1.3 I sofisti. All’epoca di Socrate, cioè nel periodo in cui Platone stava forgiando sé stesso dal punto di vista culturale e filosofico, alla cultura tradizionale s’era opposto un differente modello filosofico: la sofistica. Non possiamo considerare la sofistica come una scuola filosofica vera e propria, si tratta piuttosto d’una tendenza, una nuova inclinazione, non monolitica, non unitaria, che proponeva modelli alternativi alla cultura conservatrice ateniese. Nonostante oggi il termine “sofista” ha assunto una accezione negativa, originariamente tale termine voleva significare al contrario “sapiente” o “esperto del sapere”. Sappiamo che i primi filosofi considerati tali e come tali studiati furono i “Naturalisti” greci, spesso definiti “pre-socratici”. Il loro campo d’indagine s’estendeva ai problemi della natura e del mondo: la necessità fu quella di comprendere la strutturazione del cosmo ed il suo funzionamento. Ma fu con la sofistica che, per la prima volta, l’attenzione si spostò dall’indagine sul cosmo a quella che riguardava più propriamente l’uomo e la sua sfera vitale. Per questo motivo taluni hanno proposto di denominare i “Naturalisti” “pre-sofisti piuttosto che pre-socratici, poiché la vera innovazione in campo filosofico fu attuata, per la prima volta, dalla sofistica.

Platone notò che, nella sofistica, col susseguirsi delle generazioni,

vi fu un generale impoverimento della caratura filosofica ed

etica dei diversi personaggi che la costituirono. Alla prima generazione di grandi maestri sofisti (dei soli quali accenneremo), seguirono discepoli di molto inferiori: innanzitutto i cosiddetti “eristi”, i quali, attraverso il metodo sofistico ma senza badare assolutamente ai contenuti, costruirono una sterile arte del discorrere, scopo della quale non era la comprensione della realtà, ma molto semplicemente la vittoria nel dialogare. Ciò ebbe chiaramente la sua influenza sulla vita politica dell’epoca:

il politico d’ispirazione sofista, allo scopo d’ottenere il

successo professionale, utilizzò tale abilità discorsiva ma senza assolutamente badare ai contenuti della stessa, escludendo del tutto quei limiti etici entro i quali erano invece rimasti i primi maestri sofisti. Accadde inoltre che taluni uomini politici ateniesi sfruttarono i principi sofistici allo scopo di teorizzare una rivolta etico-

culturale contro ogni tipo di legge costituita, contro l’idea stessa

di giustizia, nonché contro la possibilità d’affermare qualunque

tipo di etica.

Stabilito ciò, Gorgia stabilisce che, se la parola (connessa al pensiero- logos-) dunque non ha
Stabilito ciò, Gorgia stabilisce che, se la parola (connessa al pensiero- logos-) dunque non ha
Stabilito ciò, Gorgia stabilisce che, se la parola (connessa al
pensiero- logos-) dunque non ha il potere di mostrare all’uomo
la verità, possiede però il grande potere della persuasione: può

condizionare l’agire dell’uomo, i suoi sentimenti, le sue opinioni.

Crollando nel suo pensiero la distinzione tra vero e falso, la persuasione retorica non può esser connotata negativamente in senso etico. L’inganno retorico diviene lecito. Così anche accede oggi, ci par di vedere.

1.4 Socrate. La figura di Socrate è difficile da determinare storicamente. Risulta infatti complicato distinguere tra il Socrate storico e

quello descritto nei dialoghi platonici, oppure da quello descritto dall’altra fonte che possediamo, cioè Senofonte. Meno credibile pare il commediografo Aristofane. Socrate, come sappiamo, non scrisse nulla, dunque ciò che noi conosciamo di tal personaggio deriva solo da fonti indirette. Ciò che sappiamo è che certamente Socrate fu il primo, tra

i filosofi, a spostare il tiro della filosofia indirizzandola verso

tematiche etiche. Se già i sofisti avevano fatto dell’uomo il centro della riflessione, abbandonando l’interesse dei “naturalisti” per il mondo, soltanto con Socrate i problemi etici e le loro relazioni

col mondo politico e sociale ateniese divennero il problema preponderante.

Sottolineare questa questione apparentemente banale e scontata,

ci è invece utilissimo poiché, se si considera che Socrate fu

l’amato maestro di Platone, ciò ci aiuterà a comprendere più da vicino il pensiero di quest’ultimo nella contrapposizione con l’interpretazione che tradizionalmente ne viene data. Pare che Socrate nacque nel 470\469 a.c. da Sofronisco, scultore,

e da Fenarete, levatrice. Trascorse la sua vita ad Atene, in modeste

condizioni economiche. Sposò Santippe, e con lei ebbe dei figli. Socrate servì coraggiosamente Atene durante la guerra del Peloponneso come soldato semplice, fu dissidente sia nei confronti del regime democratico sia di quello dei Trenta Tiranni. Di simpatie politiche filo-spartane (così come filo- spartano sarà poi il suo allievo Platone) fu amico di diverse personalità influenti: Crizia (zio di Platone), Carmide, Alcibiade. Nel 399 a.c. fu accusato di corruzione dei giovani e di empietà nei confronti degli dei tradizionali. Rifiutando di confessare la propria colpevolezza, cosa che gli avrebbe valso l’esilio, si avvia dunque consapevolmente alla condanna a morte, forse al di là delle previsioni e dei voleri dei suoi stessi accusatori.

Non sappiamo se prima d’essersi occupato di problemi etici, Socrate avesse studiato argomenti “naturalisti”. Vi sono poche informazioni in merito, e pare che Socrate avrebbe in effetti

I

nemmeno da sottolineare…

I

Gorgia. Giovanni Reale attribuisce a Protagora un atteggiamento relativistico, a Gorgia un atteggiamento nichilistico. Se si accetta tale parere, anche costruendo parallelismi con altri momenti storici, possiamo evidentemente attribuire alla sofistica un ruolo

di naturale, fisiologica manifestazione della critica ai valori

costituiti, che sorge esattamente quando tali valori si svuotano

della loro forza.

Protagora teorizzò la celebre posizione secondo la quale “l’uomo

è misura di tutte le cose…”: è l’uomo, per Gorgia, l’unico

giudice di ciò che crede e conosce e, essendo differenti gli individui, differenti saranno le opinioni che questi si formeranno sulle cose. Per Protagora è dunque inutile controbattere all’opinione altrui, poiché l’altro, diverso da me, non può che percepire e concepire le cose in maniera differente da me. Altri hanno interpretato la frase protagorea in un senso diverso, agnostico più che relativistico: non esiste una realtà superiore a quella che può essere colta dall’uomo (inteso qui come genere umano e non come individuo). Dalla testimonianza che Platone ci fornisce ( ad esempio nel Teeteto) parrebbe che Protagora sostituì il vero ed il giusto, sui quali i singoli uomini discordano, con il più debole gnoseologicamente, “utile”. Nel disegno Protagoreo dunque, compito del sofista è di comprendere qual’è l’utile che la comunità concordemente stabilisce (il quale poi finiva per corrispondere coi valori tradizionali della società ateniese), mettendo dunque la propria retorica al servizio di tale utile, indicando la via da seguire quando questo non appare del tutto visibile. Gorgia, rispetto a Protagora, si interessa decisamente meno della comunità ateniese o del suo bene, muovendosi piuttosto su territori più teorici ed estetici che “politici”. Il suo scritto “Sul non essere o sulla natura”, del quale abbiamo però abbiamo solo testimonianze indirette, introduce la cosiddetta tesi tripartita:

per Gorgia nulla esiste, se esiste è inconoscibile, se è conoscibile è inesprimibile. Tale provocatoria presa di posizione, vuole indicare un atteggiamento scettico nei confronti del metodo deduttivo, in polemica dunque con il procedere filosofico degli eleati. Gorgia difatti, con un procedimento che non è il caso in questa sede di spiegare, distrugge la concezione parmenidea, secondo la quale, essendo pensiero ed essere la medesima cosa, attraverso l’esercizio corretto del pensiero sarebbe possibile giungere alla conoscenza

degli attributi dell’essere. Gorgia dimostra, al contrario, che

la corrispondenza tra pensiero ed essere, quindi tra pensiero e

realtà, non è assolutamente certa.

parallelismi con il mondo odierno crediamo non siano

più grandi sofisti, i maestri della sofistica, furono Protagora e

“PLATONE” PARTE PRIMA affrontato simili studi, abbandonandoli però molto presto. Sappiamo che Aristofane, famoso

“PLATONE”

PARTE PRIMA

affrontato simili studi, abbandonandoli però molto presto. Sappiamo che Aristofane, famoso commediografo ateniese, nella sua altrettanto famosa opera “Le Nuvole” ci presenta una visione buffa e negativa del personaggio di Socrate, liquidandolo impietosamente come “sofista”. In effetti considerare Socrate come un sofista, se non è esatto, non è nemmeno del tutto dissociato con la realtà. Dai sofisti Socrate eredita infatti la considerazione dell’importanza del linguaggio e della sua forza. Il metodo Socratico, il suo incedere

dialettico, se si discosta nettamente da quello sofistico perché, al contrario di questi, non è strumento per la semplice vittoria nel dialogo, ma è invece volto alla ricerca della verità, risulta comunque dal semplice punto di vista formale piuttosto simile al metodo sofistico. Il cosiddetto metodo Socratico ha come suo centro fondamentale l’attività confutatoria. Confutare mediante la dialettica il proprio interlocutore non significa convincerlo della propria opinione di contro alla sua, ma, molto più semplicemente, convincerlo della sua ignoranza. Solo chi ammette di essere ignorante, infatti, può spingersi alla ricerca della verità. In particolar modo, nel Socrate inteso come personaggio dell’opera platonica, il metodo confutatorio è atto a dimostrare all’interlocutore che le tesi da lui sostenute finiscono per essere tra loro contraddittorie ed incompatibili. Attraverso una serie di domande, Socrate conduce l’interlocutore alla presa di coscienza dell’insostenibilità delle proprie tesi. In particolar modo, il discorso socratico è genericamente incentrato sugli universali. Le sue domande tipiche, come ci sono presentate dall’opera platonica, sono di questo tipo: che cos’è la bellezza? Che cos’è la giustizia? Condotto l’interlocutore alla confutazione ed all’ammissione della propria ignoranza, il metodo socratico punta dunque ad una fase di ricostruzione d’un sapere fondato: si tratta del cosiddetto metodo maieutico. La maieutica è l’arte proprie alle levatrici nel loro atto di far nascere infanti. Allo stesso modo, Socrate farebbe nascere le idee dalla mente dei suoi interlocutori. Ma in tal caso dobbiamo considerare che, se tale atteggiamento

30

Socrate, ci danno notizia.

è sottolineato nel Socrate platonico, risulta essere un aspetto

decisamente molto meno presente nelle altre fonti che, di

Risulta lecito dunque pensare che l’arte della maieutica fu una

forzatura platonica, in funzione della dottrina della reminiscenza,

che successivamente avremo modo di trattare.

Ciò non significa che il Socrate storico ebbe solo e soltanto uno

scopo confutatorio: la demolizione delle opinioni false è già di

per sé un passo verso la volontà di ricercare la verità. Dunque lo

Matteo Mazzoni (Chryso)

scetticismo socratico non è lo scetticismo pirroniano che castra la ricerca, ma è piuttosto funzionale all’inizio stesso della ricerca.

Le Idee. Un Platone differente.

Per dare un esempio di quella che è stata la comune interpretazione platonica, prendiamo tra le mani un qualsiasi manuale di storia della filosofia, nel nostro caso, “I filosofi e le opere” di Carlo Sini del 1979:

“La tesi tipica del platonismo (…) è la teoria delle idee. Tutti gli individui reali manifestano l’appartenenza a forme e strutture tipiche; gli animali, le piante, gli uomini , le “cose” in genere, posseggono caratteri tipici, che consentono di riconoscerle e nominarle.(…)Ogni individuo, proprio perché è un individuo, presenta anche aspetti particolari ed accidentali: un uomo può

essere desto o addormentato, greco o persiano, alto o basso, giovane

o vecchio, ma oltre a questi aspetti transuenti o meramente

individuali, è anzitutto un uomo, possiede cioè l’”umanità” come carattere tipico che lo accomuna a tutti gli altri uomini, e lo distingue da un cavallo, da un albero, e insomma da qualsiasi

essere diverso. Ora questo carattere comune, questa forma universale

e identica, è ciò che Platone chiama idea(…).Platone suppone

perciò che gli individui materiali non siano che “copie” plasmate

a imitazione delle pure idee o forme essenziali o modelli eterni di

tutto ciò che sulla terra nasce, si sviluppa e muore(…).” E via così secondo tale linea esegetica.

Questa visione, ormai piuttosto radicata, della filosofia platonica,

è condivisa non soltanto da autori contemporanei, ma anche

antichi. Ad esempio è celeberrima la critica mossa a Platone dal cinico d’età alessandrina Diogene di Sinope, detto “il cane”:

“Discorrendo Platone intorno alle Idee e usando “tavolinità” e “coppità” invece di “tavola” e “coppa” Diogene disse: -Io, o Platone, vedo la tavola e la coppa, ma le Idee di tavola e di coppa non vedo-“ (Fonte: Diogene Laerzio).

Ora, per smentire questo tipo di esegesi dell’opera platonica, procediamo da una osservazione importantissima, messa in evidenza da Franco Trabattoni ( “Platone” di F. Trabattoni, Carocci, Roma 1998). Leggiamo il dialogo “Parmenide”, dialogo probabilmente scritto dopo la “Repubblica”. La scena

è riportata alla mente da un narratore, tale Cefalo, il quale ,

incontrati Adimanto e Glaucone, racconta d’aver chiesto loro d’accompagnare lui ed i suoi compagni (altri filosofi) presso Antifonte, per farsi raccontare da lui il dialogo, a sua volta

appreso da Pitodoro, che avvenne in occasione delle Grandi Panatee a casa di Pitodoro stesso
appreso da Pitodoro, che avvenne in occasione delle Grandi Panatee a casa di Pitodoro stesso
appreso da Pitodoro, che avvenne in occasione delle Grandi Panatee a casa di Pitodoro stesso
appreso da Pitodoro, che avvenne in occasione delle Grandi Panatee a casa di Pitodoro stesso

appreso da Pitodoro, che avvenne in occasione delle Grandi Panatee a casa di Pitodoro stesso tra Parmenide, il suo allievo Zenone, e Socrate, in presenza di molti altri. Avviene in breve che, dopo una porzione di dialogo che non stiamo ad esaminare, giunti alla questione della dottrina delle idee, tra gli interlocutori avviene uno scambio di battute per noi molto importante (Parmenide, 130 b-e):

Parmenide: Socrate(…) dimmi: sei stato tu a dividere nel modo che dici, separando da una parte certe idee in sé e dall’altra invece le cose che ne partecipano? E ti pare che sia qualcosa la somiglianza in sé separatamente dalla somiglianza che abbiamo noi, e così l’uno e i molti e tutto quanto hai udito poco fa da Zenone? Socrate: A me almeno sì. Parmenide: Ed anche cose di questo genere, come per esempio una certa idea in sé e per sé del giusto e del bello e del buono e di ogni altra di questo genere? Socrate: Sì. Parmenide: E un’idea di uomo, separatamente da noi e da tutti quelli quali noi siamo, una certa idea in sé di uomo o di fuoco o anche di acqua?

Notate come risponde Socrate:

Socrate: Su queste, Parmenide, mi sono trovato spesso in difficoltà, se occorre dire come per le altre oppure diversamente.

Ma il passaggio successivo è quello davvero determinante:

Parmenide: Ed anche a proposito di queste qui, Socrate, che

potrebbero sembrare ridicole, come capello e fango e sporcizia, o altro

di assai spregiato e da poco, ti trovi in difficoltà se sia necessario

o meno affermare che anche di ciascuna di queste cose esiste

tradizionale di filosofia con quanto abbiamo appena letto dal

Parmenide. Si potrà ben capire perchè le conclusioni che tali

esegeti traggono dalla filosofia platonica sono vaghe ed imprecise:

“In che modo poi le idee impongano la loro forma alla materia, modellando in concreto gli individui, è un problema che il platonismo ha lasciato aperto, accontentandosi di ipotesi e di soluzioni mitico - immaginarie(…)”. “Resta il fatto che il platonismo è caratterizzato da un irrisolto dualismo fra il mondo delle idee e degli individui, mondo della forma e della materia”. (“I filosofi e le opere” di C. Sini, Principato editore, Milano 1979).

Le idee immateriali modellerebbero dunque in concreto gli

individui? E lo farebbero naturalmente in un modo che quello sbadato di Platone si dimenticò di spiegarci esaurientemente?

Con l’aiuto del “Parmenide”, proviamo a discorrerne col Socrate platonico.

Ti

pare che vi sono, Socrate, idee immutabili, ferme, immateriali,

di

“cose” etiche quali il bello, il giusto, il buono ecc…?

Socrate: A me almeno sì. Esistono invece idee immateriali relative ad oggetti quali l’uomo, l’acqua o il fuoco? (Che già sono ben differenti da tavola, cavallo o coppa…nda) Socrate: Su queste (…) , mi sono trovato spesso in difficoltà.

Ed invece, riguardo a quelle cose materiali e concrete che però hanno un carattere ributtante, antiestetico, quali il fango, la sporcizia, un capello caduto ed altre cose di tal genere, per queste, che hanno dunque un connotato etico – estetico negativo, esistono delle Idee? Socrate: Niente affatto, anzi queste cose che appunto vediamo, tali anche sono: credere che esista una qualche idea di esse, temo che sarebbe troppo assurdo!

separatamente una idea, che sia da parte sua altra rispetto alle cose

che noi afferriamo con le mani? Socrate: Niente affatto, anzi queste cose che appunto vediamo, tali anche sono: credere che esista una qualche idea di esse,

temo che sarebbe troppo assurdo. Già altre volte mi ha turbato

il pensiero che non sia lo stesso a proposito di tutte le cose; quando

poi mi soffermo su questo punto, ne scappo via di corsa, per timore

di precipitare in un abisso di sciocchezze e di perdermi. Allora mi

dirigo là, verso quegli oggetti che poco fa dicevamo che hanno idee e

trascorrono il tempo occupandomi di essi (…).

Invito ora a rileggere il passo sopraccitato tratto dal manuale di Sini. Ci si spieghi dove le tesi li esposte trovano riscontro nell’opera platonica. Si confronti un qualsiasi manuale

Questo è il senso della dottrina delle idee: Platone non volle porre paradigmi immateriali per ogni cosa che materialmente esiste, a Platone non interessò mai il provare l’esistenza della “coppità” o della “tavolinità” o della “cavallinità” che, per dirla con Sini o con chiunque sia sostenitore d’una simile interpretazione, “impongano la loro forma alla materia, modellando in concreto gli individui” dando dunque vita e forma rispettivamente alle coppe, ai tavoli o ai cavalli, in un atto che rimane insondato. Non dobbiamo dimenticare che, sin dalla giovane età, Platone considerò lo sbocco naturale della sua vita l’attività politica. Ad essa rinunciò (anche se solo parzialmente), successivamente alle drammatiche instabilità ateniesi di quel periodo. Tali instabilità,

“PLATONE” PARTE PRIMA Matteo Mazzoni (Chryso) come abbiamo visto, sono da imputarsi per Platone ad

“PLATONE”

PARTE PRIMA

Matteo Mazzoni (Chryso)

come abbiamo visto, sono da imputarsi per Platone ad una scissione tra etica e politica, da inserirsi in un contesto in cui il confronto bifronte tra l’etica “tradizionale” (con la “t” minuscola)

mondo superiore a quello ideale a sua volta superiore a quello sensibile,dato che l’idea del Bene funge come idea delle idee? E appunto, perché chiamarla idea del Bene e non invece appunto

e

la sofistica altro non rappresentavano se non la decadenza d’una

Idea delle Idee?

Atene che non “sentiva” più determinati valori in modo vivo.

Si

tratta di un nodo stretto e contorto che in molti hanno tentato

La

dottrina delle idee dunque viene posta da Platone in maniera

di

districare.

da

dimostrare l’esistenza stabile e certa, immobile, di idee

Non ci interessa: alla luce di quanto detto sinora a riguardo

“…non mi sembra utile tentare di stabilire con precisione che cosa

che, pur avendo le caratteristiche dell’ ”Essere” di Parmenide (inteso come filosofo e non come il personaggio platonico), al contrario di esso non devono essere applicate a tutto ciò che, semplicemente, è, ma piuttosto soltanto a concetti di natura etica. Platone non volle far altro che superare lo scetticismo

universale ed il relativismo etico della sofistica, affermando che i valori di giustizia, di bellezza, di bontà, sono unici, eterni

della dottrina delle Idee e sulla loro funzione di anti-relativismo etico, appare lecito seguire Trabattoni ( La filosofia antica, Carocci Editore):

sono le idee, che cosa è il bene e se vi sia tra di essi una determinata gerarchia ontologica. Ponendo le idee sotto l’egida del Bene, Platone

stabili, immutabili ed incorruttibili, ed in quanto tali, non terreni.

e

voleva svelare quale fosse la natura dei principi di cui andava in cerca…Platone…ha elevato l’idea del Bene sopra le altre appunto

Nella dottrina delle idee dobbiamo dunque sottolineare in primis

per sottolineare…che la teoria delle idee non ha come suo scopo

l’

esigenza etica di Platone, piuttosto che quella ontologica.

principale quello di studiare la realtà dal punto di vista logico-

Certo, le idee, come Platone in diverse opere sottolinea, esistono veramente, ma possiamo ipotizzare che si tratti d’una conseguenza della loro eticità: per la cultura classica, infatti, ciò che più veramente è, è ciò che corrisponde in sé ai principi

ontologico, ma quello di mostrare che la realtà è determinata dal valore: ossia da quel bene che bisogna in qualche modo raggiungere se si vuol tentare di rispondere alle domande socratiche relative alla vita buona.”

di cosmos, di luce ed ordine, di stabilità e di immutabilità. Per

questo le idee sono, esistono, ontos on. Problemi teoretici legati all’ontologia non furono il movente principale per Platone, ma soltanto una conseguenza della sua

ricerca dei principi necessari ad una vita buona nella polis.

La conferma di quanto evidenziato sinora sta esattamente nel

libro VI della Repubblica, ove Platone introduce il concetto dell’idea del Bene:

“Or questo elemento che conferisce la verità alle cose conosciute e la facoltà al soggetto conoscente, dì pure che è l’idea del bene. Ed essa, causa di conoscenza e verità, ritienila a sua volta conoscibile; e pur essendo entrambe, conoscenza e verità, così belle, sarai nel giusto ritenendo questa come cosa da esse diversa ed ancora più bella; mentre la conoscenza e la verità, a quel modo che lì la luce e la vista

32

è giusto ritenerle simili al sole, ma non il sole stesso, così è giusto qui

ritenerle entrambe simili al bene, ma nessuna delle due ritener che

sia il bene, la cui condizione va tenuta in ancor più alto pregio.”

(Repubblica, libro VI, 508 e – 509 a)

Restiamo fuori da tutti i tecnicismi filosofici. Questo concetto

platonico infatti crea diverse difficoltà di comprensione ed

esegesi. L’idea del Bene come unità della molteplicità delle

altre idee. Che significa? Che dovremmo porre un altro

( F. Trabattoni, La filosofia antica, Carocci Editore).

Sinora dunque, abbiamo evidenziato come Platone, preso atto del decadimento etico della società ateniese, abbia voluto reagire ad esso affermando l’esistenza di principi etici immutabili, smentendo dunque ogni tipo di contestazione non tanto riguardo la conoscibilità di stabili principi etici,

ma bensì riguardo la loro esistenza. Nella seconda parte del presente articolo, tenteremo infatti, continuando ad analizzare

la filosofia platonica, di smentire l’esegesi che vuole un

Platone dogmatico, per ricondurlo dunque ad una dimensione maggiormente scettica, simile alla posizione di chi, consapevole

della degenerazione totale della propria epoca, tenta di affermare

sì l’esistenza di principi e valori eterni, ammettendo però di

non poter giungere mai alla conoscenza razionale piena di essi: pensiero del tutto in linea con il nostro, espresso nei nostri passati articoli per la rivista Thule.

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La Dea dell’abbondanza e il suo culto a Roma Il ritrovamento Novembre 1999 - gennaio

La Dea dell’abbondanza e il suo culto

a Roma

Il ritrovamento

Novembre 1999 - gennaio 2000, Piazza Euclide, quartiere “Parioli” a Roma; il progetto non è dei più lodevoli ma sicuramente utile: costruire il parcheggio più profondo d’Europa ma, come spesso accade nella Città Eterna, la decisione di scavare proprio in quella zona spesso ignorata riporta alla luce il culto della Dea in una delle forme più antiche. Per quanto l’essere umano porti in sé la tendenza a dimenticare,

è il passato stesso che spesso si rifiuta di restare sepolto e lotta per riproporsi in un tempo che non è più il suo nell’eterno ripetersi del ciclo, dell’essere e del divenire, per sussurrare nelle orecchie

di coloro che riescono ad ascoltarlo il racconto dei tempi che

furono e delle origini dell’uomo.

Quello che gli scavi in Piazza Euclide hanno riportato alla luce

è ciò che resta di una fontana di forma rettangolare nella cui

parte anteriore sono murate un’ara e due basi sulle quali spicca

un’iscrizione che ai tempi del ritrovamento fece sobbalzare il cuore in petto agli archeologi: Nymphis Sacratis Annae Perenne.

La Signora dai mille Nomi Ma chi era (è) Anna Perenna?

A qualcuno suonerà strano che invece di parlare di Ovidio e dei

Fasti (cui accennerò ovviamente in seguito), voglia allontanarmi

da Roma in un salto di centinaia di chilometri fino alla catena

montuosa che ospita le più imponenti vette del mondo. Naturalmente sto parlando dell’Himalaya che in sanscrito significa: la dimora delle nevi. L’Himalaya, detta anche tetto del mondo, separa India, Nepal e Bhutan dalla Cina ed è lunga più o meno 2.400 km per una

larghezza di circa 100-200 km. Parlando dell’Himalaya non si può non pensare all’Everest, che i tibetani chiamano anche Chomolangma, Madre dell’universo. Loro dicono che la montagna porta in sé l’essenza della Madre, come la Sibilla e la Dea Serpente che anche noi italiani conosciamo bene. Gli Sherpa, le popolazioni trasferitesi a sud della catena

himalayana dal Tibet, oggi portatori e guide senza i quali molti

36

femminile.

alpinisti famosi forse non avrebbero potuto raggiungere la cima

nel corso degli anni, la venerano e Lei si rivolgono sempre al

E

come l’Everest, un’altra montagna all’interno della catena più

famosa del mondo porta il nome di una Dea; si tratta del primo

8000 metri “conquistato” dall’uomo, l’Annapurna, dal sanscrito:

Dea dell’abbondanza, la luce che sazia ogni essere.

E

se, tornando a Ovidio, i più fanno risalire il nome di Anna

Antonella Tucci (Argentea)

Perenna alla formula Annare et Perennare dove Anna è il femminile di Annus, mi sembra cosa logica e tutt’altro che volo pindarico domandarsi il perché di un’assonanza tanto ovvia (la

radice sanscrita è la medesima, anna o ana che dir si voglia) fra

la divinità induista del pane quotidiano e del nutrimento e la

divinità romana dell’abbondanza.

Ovidio la descrive nei fasti come la vecchia di Bovillae (la moderna Frattocchie situata sull’Appia, nella zona dei Castelli Romani), dispensatrice di cibo (focacce) alla plebe povera e rivoltosa (impossibile ignorare il richiamo a Cerere, Dea delle messi).

Ma la Signora dai mille nomi e dai mille volti assume anche le sembianze della sorella di Didone che, alla morte di questa, si rifugia inizialmente a Malta e poi nel Lazio dove Enea decide di ospitarla scatenando le ire di Lavinia. Didone appare quindi in sogno alla sorella esortandola a fuggire gettandosi nelle acque del fiume Numico ed è allora che il Signore che ne governa la corrente decide di proteggerla accogliendola per sempre fra le sue acque.

Narra l’ultima delle storie su Anna Perenna che Marte, volendo giacere con Minerva, chiede alla Dea di aiutarlo nell’intento. Lei decide però a ragion veduta di ostacolare l’unione della Guerra col Sapere offrendo se stessa al Dio per preservare la purezza della Vergine.

E’ chiaro come la divinità incarni il principio del rinnovamento

e dell’eterno susseguirsi dei cicli, non solo per i romani ma anche

per le popolazioni indoeuropee pre-romane, un culto ancestrale che trova le sue origini nelle veneri preistoriche adorate dalle nostre madri e dai nostri padri.

La fontana sacra e il culto a Roma

Si pensa che la fontana sia stata utilizzata dal I secolo a.C. all’età

medievale (XII secolo) ma i reperti e le iscrizioni ritrovate al

suo interno sembrano attestare un graduale allontanamento dall’originario significato del culto che ha perso man mano le sue caratteristiche di abbondanza, fertilità e rinnovo per assumerne

di più oscure e magiche.

A riprova di questo sono state ritrovate venti lamine defixionum,

sottili strisce di piombo sulle quali veniva inciso il nome dell’oggetto della maledizione e le formule magiche del caso prima di metterle vicino una tomba o gettarle nei fiumi o nei pozzi, a diretto contatto con le forze infere. Sono state ritrovate inoltre ben settanta lucerne mai utilizzate,

riservate molto probabilmente a scopi magici, nove contenitori di piombo e al loro interno altrettante

riservate molto probabilmente a scopi magici, nove contenitori

di piombo e al loro interno altrettante statuette antropomorfe

realizzate in materiale organico (farina, sangue, latte, cera e collanti vari). Sulla parete frontale della fontana troviamo un’ara in posizione centrale la cui iscrizione parla dello scioglimento di un voto fatto alle ninfe.

Buona parte delle lucerne, il caccabus (il calderone in rame trovato nella cisterna adiacente la fontana), i contenitori sopraccitati e molti altri reperti sono esposti nella sezione epigrafica del Museo Nazionale Romano, alle Terme di Diocleziano, adiacente alla stazione Termini.

Informazioni pratiche sulla Fonte di Anna Perenna

Il sito si trova a Roma, in Via Guidobaldo del Monte.

Per informazioni e prenotazioni è necessario chiamare il numero

+39.06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17).

Il sito è raggiungibile con i mezzi pubblici:

e 14.30-17). Il sito è raggiungibile con i mezzi pubblici: • Autobus linea 910 fermata Piazza

• Autobus linea 910 fermata Piazza Euclide, 200 metri a piedi

• Metro A fermata Flaminio, Tram linea 2 fermata Ankara/ Tiziano, 150 metri a piedi direzione Piazza Euclide

• Ferrovia Roma/Civita Castellana/Viterbo fermata Piazza Euclide, 200 metri a piedi

a piedi direzione Piazza Euclide • Ferrovia Roma/Civita Castellana/Viterbo fermata Piazza Euclide, 200 metri a piedi
Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica Vira Saturnio Le recenti escursioni

Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica

Vira Saturnio

Le recenti escursioni del Gruppo Laziale, affiancate dall’articolo

del Riccardi nel precedente numero della rivista, gettano le basi per introdurre la complessa questione dell’influenza che l’archetipo simbolico del lupo ha ed ha avuto nella spiritualità e nella tradizione indoeuropea e più specificatamente italica.

La complessità di tale questione è data anzitutto dalla dicotomia

a noi disponibili: certo è che la ierofania lupo è legata in ambito

indoeuropeo ed in ambito italico a dei sodalizi ben determinati e chiusi, così negli Hirpi Sorani, così nei Luperci e allo stesso modo

negli Ulfedhnar. Questi ultimi sono la veste più palese del lupo come ierofania marziale, che in ambito romano è dimostrata dal fatto che il lupo è non solo sacro a Mars, ma è anche vincolato alla realtà legionaria nel momento in cui i signifer delle centurie

che i collegamenti a tale archetipo mostrano in tutti gli ambiti

e

i vexillifer delle coorti si rivestono di pelli di lupo. Di per sé

indoeuropei: da una parte, il lupo come ierofania ctonia legata

la

lupa invece riveste come ierofania femminea l’archetipo della

alla fertilità, dall’altra il lupo come ierofania solare o solare-

fertilità e della nascita. Ovvia è tale concezione nella leggenda

infera legata alla sfera guerriera. I poli di tale dicotomia possono essere tranquillamente esposti con vari esempi: da una parte, la lupa come genitrice di Roma, dall’altra il lupo come ierofania

di Marte. Su di un fronte, il lupo dei Lupercalia come forza

purificatrice e fertilizzante, dall’altra, per ampliare l’ambito all’indoeuropeistica, i männerbunde o società marziali giovanili, tra i quali ovviamente svettano su tutti gli scandinavi Ulfedhnar.

Non è casuale il riferimento al Soratte e al culto degli Hirpi Sorani, che in termini comparativi possono fungere da cardine per un’interpretazione più generalmente italica che non prettamente romana, e che si pongono come centro di questa dicotomia, presentando entrambi gli aspetti nel momento in cui ricostruiremo tale culto grazie alla comparazione con l’unico termine a noi oggi disponibile, quello degli Anastenarides traci. Ed è proprio grazie a tale comparazione che individueremo quella caratteristica estatica e mistica di matrice apollinea che in genere viene lasciata da parte a favore di cultualità più spiccatamente dionisiache o semplicemente, più conosciute.

Pur tuttavia, la matrice puramente italica del culto del lupo è da sottolineare. Come ebbe a scrivere il Brelich, infatti, in riferimento ai Lupercalia: “tutto ciò che costituisce la sostanza della festa – disordine rituale, purificazione – può essere realizzato senza alcun riferimento necessario ad una particolare divinità; i Lupercalia, come pure diverse altre feste, possono avere radici più antiche dello stesso politeismo romano1 . Del Ponte sottolinea come sia alta la probabilità che le männerbunde – seguendo il

ragionamento dell’Alfoldi – siano la base primaria dello stesso

Stato romano . E, se anche non volessimo seguire la teoria

2

dell’Alfoldi, risulta innegabile l’importanza della ierofania lupo

nella religio romana tradizionale e prima ancora di quella italica,

soprattutto se legata a Marte, come lo stesso Del Ponte ha

dimostrato nell’opera in nota, nel capitolo riguardante le veria

Converrà in questa sede procedere con una breve analisi dei dati

38

sacra.

della fondazione di Roma, ma è altrettanto breve ed ovvio il passo che porta ad associare la figura della lupa a molte delle figure divine del femminile incarnanti l’archetipo della potnia

theron, e proprio a tale assimilazione si devono le varie ricerche sull’attribuzione del Nome Segreto di Roma ad una divinità connessa con la ierofania lupo (tra le quali figura anche il nome

di Feronia).

Discorso a parte è invece l’associazione delle divinità Sorano

e Feronia. Se da una parte infatti la vicinanza dei siti di culto del Monte Soratte e del Lucus Feroniae costituiscono, con il

sito gemello di Terracina, un’ottima base per tale ipotesi, è vero anche che epigraficamente non abbiamo testimonianze certe. Già di per sé, poi, delineare le due divinità è arduo e complesso

a causa delle già molteplici attribuzioni antiche. Servio associa

Feronia a Juppiter Anxurus 3 , Virgilio ad Apollo Sorano 4 , ed esistono fonti che a Tremula Mutuesca l’associano a Mars. Dionigi di Alicarnasso la definisce Anthophoros, Philostephanos e Phersephone5, mentre Varrone la identifica con la dea Libertas 6 . Insomma, non è semplice nel marasma sintetizzante della religione italica definire di per sé Feronia, che abbonda di fonti letterarie, figuriamoci Apollo Sorano e gli déi ad esso connessi. Purtuttavia, la descrizione di Virgilio nell’Eneide ove

è sottolineato il passaggio sui carboni ardenti ottenuti con legno

di pino 7 funge da base per una comparazione con quello che è

l’unico culto sopravvissuto dai tempi antichi che usa una ritualità

simile, ovvero quello degli Anastenarides.

Gli Anastenarides, sono una setta – se cosi possiamo definirla

– situata nella remota regione montuosa della Tracia, da

dove, secondo i più, proviene la figura stessa di Dioniso. Essi

mantengono a tutt’oggi un culto di tipo estatico, non dissimile

da quello dionisiaco, almeno per come si configura attraverso i

dati a noi oggi noti. Prima di tutto è importante definire quello che qui vogliamo intendere con il concetto di “sopravvivenza”:

non ci riferiamo, infatti, al significato di tipo evoluzionista, bensì definiamo questo culto come sopravvivenza in quanto

da esso rappresenta una tradizione rituale, filosofica e religiosa che è ancora, a parer nostro,
da
da

esso rappresenta una tradizione rituale, filosofica e religiosa che è ancora, a parer nostro, quella originaria della Tracia classica, che nell’arco di duemila anni ha mutato esclusivamente l’aspetto formale esteriore, per motivi di, appunto, sopravvivenza, onde non essere soppressa dalle religioni dominanti. In essa, la pratica iniziatica ed estatica, presenta ben poche differenze rispetto al probabile originale dionisiaco o predionisiaco.

Tale culto, legato profondamente con quello degli “Entusiasti” cristiani di epoca bizantina e post bizantina, è sopravvissuto fino ad oggi probabilmente e per la sua capacità di mutare aspetto esteriore (probabilmente da pagano a pseudo cristiano) e per la tipica conformazione della regione in cui è situato: sin dall’epoca romana, infatti, la Tracia ha costituito un baluardo montuoso dove piccole comunità potevano scomparire agli occhi della cultura dominante.

Il culto si basa, a grandi linee, nel suo aspetto a noi conosciuto, su due ricorrenze annuali: la prima è la festa di San Costantino, il 21 maggio, mentre la seconda, legata alla pasqua ortodossa, avviene il lunedì precedente il periodo quaresimale. La prima delle due risulta essere quella centrale dal punto di vista estatico musicale, o dionisiaco: durante la festa avviene, infatti, il rituale passaggio sui carboni ardenti, in cui sono espliciti oltre ogni modo l’uso rituale – conoscitivo della musica e l’elemento estatico dionisiaco. È bene qui, in ogni modo, accennare alla piccola diatriba su ciò che, dai pochi antropologi che si sono interessati a tale fenomeno, si è venuto a creare intorno al rituale del passaggio dei carboni ardenti. Infatti, tale pratica, per lo più sconosciuta ai culti dionisiaci, getta una luce particolare sugli Anastenarides, che se da una parte, quella dell’estasi, sembrano originare le proprie pratiche nel substrato dionisiaco, dall’altra, con i carboni ardenti, sembrano affondare in un periodo probabilmente, secondo gli antropologi, anteriori.

Oltre ciò, dobbiamo sottolineare che il culto mantiene connotati spiccatamente pagani e dionisiaci ancora anche nelle forme esteriori: sant’Elena, raffigurate nelle icone sacre mentre balla, costituisce, infatti, uno spiccato richiamo alle baccanti, cosi come Costantino, accostano alla madre Elena, ricorda quella Κωινη religiosa da cui si origina lo stesso Dioniso così come il suo punto di contatto con Apollo, ovvero Orfeo, invero come anche quella della grande madre frigio-lidia e dello sposo-figlio sacrificato, come nel caso di Cibele ed Attis.

Gli Anastenarides sono tutt’ora organizzati come un tiasos dionisiaco, nella fattispecie in una confraternita (Ταγµα) guidata

una ristretta cerchia di dodici iniziati (∆ωδεχαδα). Il rito ad

oggi in uso comprende ancora una sorta di mistica dell’acqua, confermata dalle lunghe e ripetute abluzioni, a cui segue l’acquisto di una vittima sacrificale (preferibilmente un toro, ma eventualmente anche un montone o una o più capre). Il 21

maggio, le icone sacre dei due santi sono portate nel Konaki, e,

di fronte ad esse, viene eseguito il sacrificio. L’animale sacrificato

è smembrato e diviso in parti uguali per tutte le famiglie degli

adepti, mentre una parte viene conservata per il pasto sacro serale. Da questo momento in poi, comincia la preparazione all’estasi che porterà gli Anastenarides a camminare sulle braci, in una condizione stupefacente di invulnerabilità al fuoco.

Per cinque ore gli iniziandi alterneranno, sui pattern musicali

ripetitivi e fissati, balli, canti e momenti di raccoglimento privati, quasi meditativi. Nel frattempo viene preparato il tappeto ardente, ed è fondamentale notare che le espressioni degli iniziati che si accingono al passaggio, sembrano assenti ed inconsci

– come quelle dei satiri e delle baccanti che in un momento di

mania sono in grado, senza esserne consce, di smembrare uomini

ed animali – fino a quando non comincia la camminata. Una

volta effettuato tale passaggio, gli iniziandi si riuniscono in una

danza che testimonia la vittoria sul fuoco, ad opera dell’influenza

e del contatto dei due santi.

La successiva festa è quella del Kalogero – letteralmente “bel

vecchio” – tenuta come già detto il lunedì precedente il periodo quaresimale. Essa consiste per lo più in un dramma religioso con valenze ctonie, in cui il protagonista, indossando una maschera di palese aspetto fallico, va incontro ad un rituale di morte e rinascita. La rappresentazione si alterna tra momenti comici e lamentazioni rituali funebri, concludendosi con la sacra aratura ad opera del protagonista risorto, tanto da assicurare un ricco raccolto per l’anno successivo. Non è necessario in questa sede andare oltre con i particolari, in quanto già questi pochi

accenni pongono in evidenza ciò che più c’interessa nella nostra ricerca: innanzi tutto, gli elementi di estasi e/o trance, tipici dei culti dionisiaci. Come abbiamo visto, la preparazione musicale

è somigliante in modo impressionante a quella descritta nel

frammento dianzi citato di Eschilo, e persino le modalità stesse

di estasi sono rassomiglianti coi rituali bacchici descritti da

Euripide.

Ai lettori più attenti non saranno sfuggite determinate

somiglianze nei due culti. Innanzitutto, va sottolineata l’associazione della mistica dell’acqua ad Elena, attribuzione tipica anche di Feronia (di cui ricordiamo sempre la vicinanza

Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica Vira Saturnio con delle fonti

Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica

Vira Saturnio

con delle fonti sia sul Soratte che a Narni). Ma, in particolare,

la conformazione iniziatica guerriera (la Vittoria sul fuoco) degli

Anastenarides. Seguendo l’analisi iconografica poi evidenziata dal Riccardi nell’articolo in riferimento, il passo per l’associazione Apollo Sorano – Costantino è breve. Già di per sé, l’uso di iconografie apollinee nell’ambito della prima cristianità è piuttosto tipico (un buon esempio, è il corallo rosso apollineo spesso raffigurato sul Cristo bambino), così come è altrettanto tipica l’associazione degli attributi solari all’Imperator, e da qui all’Imperator cristiano per eccellenza. Il fatto che in due differenti luogi, il Soratte e la Tracia, su una base pagana che presenta gli

stessi pattern rituali, si sia installato il culto dello stesso Imperator con spiccate attribuzioni solari, ne forza una comparazione che

– deve essere chiaro – va al di là della specificità culturale dell’età storica (Sorano e Costantino), ma evidenzia una comune origine

ed una comune funzione. Tale origine và ricercata nei culti solari,

iperborei potremmo dire, dell’indoeuropeità delle origini.

Non ci è sfortunatamente dato sapere se gli Anastenarides in

origine fossero dotati di connotazioni attribuibili al culto del lupo. Tuttavia l’atto sacrificale è fin troppo similare a quello dei Lupercalia romani (e ci teniamo anche ad evidenziare l’importanza del numero 12), finanche nelle finalità purificatorie

e fertilizzanti non solo della comunità iniziatica, ma della

comunità intera. Altro momento degno di nota, è l’aratura, che

si confà altrettanto bene alla delimitazione dello spazio rituale

così come al tipico rito italico-indoeuropeo della fondazione della Città. Di fondo tale comparazione, che andrebbe approfondita in un saggio apposito e che non è possibile approfondire in siffatta sede, getta delle tracce di non poco conto per l’individuazione

di quella spiritualità solare che era con forte probabilità alla base

della religione delle prime tribù indoeuropee giunte sul suolo

italico.

Bibliografia Rouget – Musica e Trance, Einaudi, Torino 1986 Colli – La sapienza greca, Adelphi, Milano 1997 Kakouri - DIONISIAKA – University of Athens, 1969 Villa - Estasi e sacrificio nel culto degli Anastenarides in La critica sociologica Vivaldi - Ipotesi per una metafisica della musica, Università di Tor Vergata, 2005 Dumezil - La religione romana arcaica, BUR, Milano 2001 Del Ponte - Dei e miti italici, ECIG, Genova 1985 Vira Saturnio - The path of the Wolf, Ur Heka, Napoli 2005 Pasquali - Feronia e Juppiter Anxurus, S.I., 1990 Riccardi - Il Monte Soratte, la Montagna Sacra, Rivista Thule Italia, apr 2007

Note

1 A. Brelich, Tre variazioni romane sul tema delle origini, cit., pag. 73 e segg.

2 R. Del Ponte, Dei e miti italici, Ecig, pag 142 e segg.; A. Alfoldi, Die troianische urhanen der Romer, in “Rektoratsprogr. D. Un. Basel f. das I, 1956”, p. 24

3 Serv., Ad Aen, VII 799

4 Verg., Aen VII, 799

5 Dion. Hal. III, 32

6 In Serv. Ad Aen. VIII 564

7 Verg., Aen, XI

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Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo elaborazione grafica a cura di Alessandro Riccardi Il

Il mistero

della

Drüggelter

Kapelle

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo elaborazione grafica a cura di Alessandro Riccardi Il territorio

Marco Linguardo

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo elaborazione grafica a cura di Alessandro Riccardi Il territorio

elaborazione grafica a cura di Alessandro Riccardi

Il territorio di Möhnesse in Nord Renania-Vestfalia – a sud di

Soest – dal XII secolo ospita, incastonata in un agglomerato contadino e lontano da occhi indiscreti, una piccola cappella. Ad

uno sguardo superficiale può di certo attrarre la sua forma esterna

a dodecagono o il lucente tetto in ardesia ma nulla lascerebbe

presagire che il suo interno sia uno scrigno dalle mille domande in cerca di risposta. Chi d’indole curiosa ha oltrepassato il portale si è trovato improvvisamente immerso in una particolare atmosfera creata dall’inusuale disposizione interna e dalla sobrietà che vi regna.

Il soffitto di soli 11 metri di diametro è sorretto da due cerchi

concentrici di colonne di cui quattro interne e dodici più esterne, queste ultime con i loro stretti pilastri sono tra loro

abbracciate da una volta a croce e strettamente legate alle quattro più interne da una volta a botte. Infine l’asimmetrico quartetto

– due colonne sono, infatti, più grandi e composte in mattoni

– sostiene una piccola volta a cupola. Osservando inoltre la pianta della cappella due aggiunte

sembrano irrompere per distrarre l’uniformità della costruzione:

la piccola entrata ed il coro, la prima per se asimmetrica, la seconda mancante dell’aggiustamento verso il centro della cappella. E’ sicuramente un’opera insolita per quell’area e molte sono state le ipotesi avanzate per spiegarne l’uso a cui fu destinata e da chi fu edificata. Leggiamone qualcuna per affrontarle in dettaglio nel seguito.

Se nel 1640 il ricercatore storico Stangefol considerò l’edificio una “cappella pagana”, il suo collega Tappe (1823) fu propenso ad indicarlo quale “cappella battesimale” risalente al periodo carolingio. Giungiamo quindi alla dichiarazione di Carl Friedrich Schinkel, famoso architetto prussiano (1833), quale “la più antica costruzione del paese a forma di battistero, uno tra i più singolari lavori degli inizi dell’arte germanica” mentre lo storico Giefers (1854) interpretò il tipo ed il metodo di costruzione come una “riproduzione in miniatura del Santo Sepolcro in

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo Gerusalemme”, ipotesi questa avallata circa quaranta anni dopo

Il mistero della Drüggelter Kapelle

Marco Linguardo

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo Gerusalemme”, ipotesi questa avallata circa quaranta anni dopo

Gerusalemme”, ipotesi questa avallata circa quaranta anni dopo dallo studioso Forscher Benkert.

Di certo le prime evidenze scritte sulla cappella risalgono a due

documenti pervenutici ed in entrambi è messa in rapporto con

la partenza per le crociate in Terra Santa: il primo è del 1217 mentre il secondo documento è del 1226/1227.

In uno è così riportato: “La domenica delle palme vicino

alla cappella di Drueggelte, sopra il fiume Mohne sul podere Cruthem nel Kirchspiel Bokum fu portata a termine una donazione in cambio di una somma di denaro destinata al

pellegrinaggio in terra santa”. Era l’undici aprile 1226 ed il testo

42

latino riporta: “…tersio Idus Aprilis Sabbato proximo ante

palmas super fluvium Moyne iuxta Capelliam Druchlete”.

L’imperatore Federico I - Barbarossa - stava profondendo energie

affinché la terza crociata non ricalcasse il disastro della seconda

pretendendo così che ogni cavaliere partecipante alla spedizione

avesse due cavalli e almeno 3 marchi d’argento (una piccola

fortuna a quei tempi) come auto-sostentamento e fu per questa

ragione che il conte Gottfried II di Arnsberg ebbe l’obbligo e

il dovere come nobile di fornire ai “suoi uomini” il necessario

e i mezzi richiesti usando a tal scopo i ricavati della cui sopra vendita. Dopo la sopra citazione di Feaux de Lecroix ritroviamo notizie della cappella per mano dello storico Hermann Stangefol che così scrisse nel 1656 nell’Opus Chronologicum Et Historicum Circoli Wephalici in quatuor libros congestum: “Lì nell’antico tempio, che ancora esiste, c’era un ritratto della divinità Trigla, dea dalle tre teste, tenuta in massima considerazione dai pagani che da lei si rifugiavano per avanzare suppliche d’aiuto”. Bisogna attendere circa duecento anni per ritrovare un nuovo interesse verso la costruzione grazie a W. Tappe (1823) che la interpretò come cappella battesimale, assumendo che un tempo al centro dell’edificio vi avesse trovato posto per l’appunto una fonte battesimale. Teoria questa riconosciuta valida dagli studiosi sino alla prima metà del XIX secolo allorché W.E. Giefers nel 1853 mostrò le relazioni tra la Drüggelter Kapelle con il Santo Sepolcro: nel periodo delle crociate la cappella si sarebbe quindi sviluppata per poter offrire a chi non poté andare in Terra Santa una riproduzione del più sacro luogo della cristianità. Questa interpretazione ebbe vasta eco sino agli inizi del XX secolo sebbene la grande raccolta di G. Dalmann sulle costruzioni dei

Fu in W “il di santi sepolcri (“i santi sepolcri in Germania”) avesse già tentato
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santi sepolcri (“i santi sepolcri in Germania”) avesse già tentato di

contraddirne i punti di forza.

durante il nazionalsocialismo che ritornò in auge l’ipotesi che

qualche modo la cappella fosse legata ad un passato pagano:

Muller nel 1937 vide nella cappella un tempio germanico per

rilevamento del cammino del sole”, teoria avallata anche nel

periodo post bellico da G. Walgner dal suo studio “Volksfromme Kreuzverehrung” (I pii ammiratori della croce) avvalendosi anche della comparazione con le scoperte archeologiche venute alla luce nella vicina Paderborn. Nel 1964 si giunse ad un rinnovato interesse per merito

una ricerca condotta da G. Jacobi Buesing che sfociò

merito una ricerca condotta da G. Jacobi Buesing che sfociò nella pubblicazione di un volume in
merito una ricerca condotta da G. Jacobi Buesing che sfociò nella pubblicazione di un volume in

nella pubblicazione di un volume in cui s’interpretava la cappella come luogo d’incontro della setta dei catari. La modesta costruzione avrebbe quindi indicato “con il suo semplice significato la possibilità di una via di salvezza verso la luce e lontano dal mondo oscuro” e per Jacobi l’insieme architettonico ma soprattutto i capitelli ne sarebbero la prova oltre alla constatazione che il conte Gottfried II di Arnsberg fu “protettore” dell’eresia catara. Tra più dei cento titoli riguardanti Drueggelte ci si trova quindi altalenanti tra ipotesi filo-cristiane e quelle filo- pagane: P. Huelsmann nel 1965 interpretò l’intera cappella

esclusivamente come cristiana mentre nel 1978 apparve un articolo dal titolo “Geheimnisvolle Druggelter cappelle. Ein Einblick in vorgeschichtliche Vergangenheit” di K. Thiell in cui nell’interpretazione del nome Drueggelte si ritorna ancora una volta alla divinità Trigla come anni prima ipotizzato da H. Stangeros. Per Thiell, Drueggelte era da considerarsi un

simbolo di quelle “virtù combattive teutoniche riscoperte con la mobilizzazione delle crociate” e come “centro di iniziazione” per i cavalieri dell’ordine teutonico. Nel 1988 nel tentativo di conciliare le differenti ipotesi apparve

un nuovo lavoro in cui D. Kestermann indicò il percorso della

cappella “da tempio pagano a cappella cristiana” ponendo come

data di costruzione il 720 come tempio a 12 angoli convertito

nel 790 in chiesa cristiana.

Chiudiamo la rassegna con gli interessanti studi di Wiemann secondo cui l’edificio fu pianificato e costruito per mezzo della conoscenza dei mastro costruttori dopo aver riconosciuto la presenza di linee geomantiche e dei loro incroci e/o centri energetici nel sottosuolo di Drueggelte: “qui il rapporto con l’acqua è fortemente connesso come in nessuna altra chiesa da me esaminata. Mentre in altri edifici religiosi il centro energetico

è formato dall’incrocio di due, al massimo tre vene acquifere, con differenti polarità, in Drueggelte ben quattro vene acquifere si incrociano e tutte positivamente polarizzate. Il centro del

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo poligono è quindi un centro d’energia”. Strettamente correlato

Il mistero della Drüggelter Kapelle

Marco Linguardo

Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo poligono è quindi un centro d’energia”. Strettamente correlato
Il mistero della Drüggelter Kapelle Marco Linguardo poligono è quindi un centro d’energia”. Strettamente correlato

poligono è quindi un centro d’energia”. Strettamente correlato con il discorso energetico - oltre ad essere un importante punto strutturale d’interesse - è il coro con l’abside semicircolare. A riguardo si contrappongono due opinioni opposte: il coro fu aggiunto in seguito dopo la costruzione della cappella oppure fu previsto sin dal principio come proposto dallo stesso Wiemann presumendo che le

44

vene giungessero sin sotto l’altare. Scrive, infatti, a riguardo:

“qui si incrociano altre quattro vene sotterranee polarizzate

positivamente, di minore intensità e profondità creando

comunque un ulteriore centro d’energia. Questo è ciò che gli

architetti della cappella ammisero e diede loro la possibilità di

costruire l’altare proprio qui, nella nicchia del coro. E’ perciò

errato sostenere che la nicchia del coro fu aggiunta solo dopo”.

Da quanto esposto sull’isolata Drüggelter Kapelle non vi

dovrebbe essere dubbio alcuno che né la scelta del luogo, né

tanto meno la struttura possa essere stata casuale e riteniamo che occorra non sottovalutare nei futuri studi sia la simbologia che si riscontra sull’altare – questo più simile ad una pietra sacrificale – e sulle pareti ne tanto meno quanto mostrante dalle raffigurazioni sui distorti capitelli romanici.

Fonti bibliografiche:

Wilhelm E. Giefers: Drei merkwürdige Capellen Westfalens, zu Paderborn, Externstein und Drüggelte. Paderborn 1854, Gisela Jacobi-Büsing: Die Drüggelter Kapelle: Versuch einer Deutung ihrer kultischen Bestimmung. Soest 1964 Dieter Kestermann: Die Kapelle auf den Drüggelter Höfen: vom heidnischen Tempel zur christlichen Kapelle; das älteste Gebäude Westfalens. Horn 1994

Lucus Feroniae Maria Cristina (sowelo) Solo in un secondo tempo la Divinità prettamente Italica assunse
Lucus Feroniae Maria Cristina (sowelo) Solo in un secondo tempo la Divinità prettamente Italica assunse

Lucus

Feroniae

Maria Cristina (sowelo)

Solo in un secondo tempo la Divinità prettamente Italica assunse

Il territorio Laziale anticamente era abitato da diverse popolazioni. Esse si distinguevano per lingua, tradizioni, usi e costumi, avevano però spesso in comune la devozione ad una stessa divinità. Tra le popolazioni che risiedevano nel territorio oggetto del

nostro studio, possiamo annoverare gli Etruschi, i Sabini,i Latini,

i Falisci ed i Capenati.

Alcuni siti, legati a Divinità comuni, erano considerati “sacri” e pur trovandosi in territorio “straniero” erano meta di

pellegrinaggi e assurgevano a fulcro e luogo di incontro sia per la pratica dei culti sia per attività di scambio commerciale. Tra i più importanti ritrovi di tale specie, nel Lazio, ricordiamo il Lucus Feroniae, sorto su territorio Capenate, quasi al confine con il territorio Falisco e distante da Roma solo 18 Km. Questo Santuario sorse infatti sulla Tiburtina, importantissima arteria stradale, costeggiando la quale si varca quello che oggi si chiama Fosso Gramiccia e che anticamente si chiamava Capenas, piccolo tributario del Tevere. Una volta varcato il fosso, sulla sinistra, possiamo vedere il Casale di Scorano con la sua medievale torre merlata e il suo ampio portone che si innesta nelle possenti mura quadrate. Lasciando alle nostre spalle l’antico casale, troviamo subito. sulla sinistra, della strada, l’ingresso al Centro Archeologico del Lucus Feroniae. Il bosco Sacro della dea Feronia, probabilmente una ninfa, venerata nel mondo Italico anche come protettrice di schiavi

e liberti e legata al culto delle acque, si trovava certamente in questo luogo che ancora oggi ricorda attraverso il nome la sua antica funzione sacrale e di culto.

Secondo alcuni studiosi già l’etimologia del nome Feronia indica una divinità legata alla terra, vista nel suo aspetto selvaggio. Uno dei sui attributi più frequentemente attestato nelle epigrafi è “agrestis”. Esso la connota nel suo aspetto sì selvaggio ma anche momento di passaggio dalla terra incolta alla terra fertile che dona frutti attraverso le coltivazioni, quindi attraverso il lavoro dell’uomo.

I luoghi di culto dedicati a questa divinità si trovano spesso fuori

dalla città, o nel caso si trovino in città, come il tempio sorto a Roma, sempre in luoghi aspri e selvaggi. Per questo motivo a Feronia è legato spesso anche Silvano altra divinità selvaggia e ferina. Non conosciamo nulla purtroppo dell’attività di protettrice degli schiavi di Feronia. Sappiamo solo che alcune volte si entrava nel suo santuario in

condizione di schiavitù e se ne usciva liberti.Questa sua specialità

è attestata soprattutto nel Santuario a lei dedicato che si trova presso Terracina.

i tratti e le caratteristiche di Demetra e di Giunone vergine, pur

mantenendo la caratteristica di guaritrice, come attestano le tante statuette rinvenute a forma di organo umano o di animale.

Il lucus Feroniae di Capena è oggi sede di un piccolo museo che

è stato allestito con il materiale ritrovato durante gli scavi che

negli anni si sono succeduti. Il Santuario è stato rinvenuto, per uno scavo fortuito,eseguito negli anni ’50 sul terreno di proprietà del Principe Vittorio Massimo di Scorano. Dagli anni’60 in poi sono iniziati gli scavi scientifici che hanno portato alla luce soprattutto il quartiere del Foro, l’anfiteatro, il tratto urbano delle vie Tiberina e della via Capenate che si intersecavano nei pressi del foro stesso.

Prima di parlare della area sacra, descriveremo brevemente il contenuto del museo. Il museo Nazionale di Lucus Feronia è stato ideato e progettato dall’ex Soprindendente Archeologico per l’Etruria Meridionale dottor Mario Moretti. All’ingresso del museo sono posti alcuni pannelli illustrativi dell’attività degli scavi svolti negli anni e l’antica topografia del sito.

Al centro della sala si trova l’Ara Sacrificale, circolare decorata

con festoni e bucrani (Crani di Bue) di Marmo, dedicata a Feronia. Intorno all’ara sono state poste le statue di Vespasiano,

di Sabina moglie dell’imperatore Adriano e dell’imperatore

Augusto, tutte ritrovate nella zona circostante o all’ interno

dell’aerea del Foro.

In alcune vetrine sono esposte le terrecotte votive, le statuine

bronzee e materiali ceramici provenienti dagli scavi della stipe votiva di Lucus Feroniae, corredate dalla spiegazione posta su pannelli esplicativi.(Non tutta l’ area sacra è stata scavata ma

sono stati fatti dei sondaggi, sopratutto come abbiamo già visto,

è stata indagata la stipe Votiva, punto di raccolta per gli ex-voto

e per le offerte votive che venivano deposte in buche scavate all’ uopo, una volta che il loro numero divenuto eccessivo, non consentiva più di tenerle nel Tempio). Tra i materiali collocati in questo settore possiamo ammirare una basetta marmorea con dedica a Feronia da parte di due Genucilii

e alcune lastre architettoniche di rivestimento del tempio di età ellenistica (III–II secolo a.C.). Nel museo trovano collocazione inoltre molti materiali ceramici

e lastre fittili iscritte.

Da queste iscrizioni si è potuto rilevare la connessione tra schiavi

e liberti e il lo legame con il culto alla dea.

Anche diversi collegi di età imperiale hanno lasciato testimonianza del loro legame e della loro devozione e in special

modo la loro funzione di addetti al culto.

Lucus Feroniae Ad esempio l’associazione di donne al di fuori del culto ufficiale che prendevano

Lucus

Feroniae

Lucus Feroniae Ad esempio l’associazione di donne al di fuori del culto ufficiale che prendevano il

Ad esempio l’associazione di donne al di fuori del culto ufficiale che prendevano il nome di “Mulieres Feronenses”, o ancora

il ”Iuvenes Lugo Feronense” associazione di tipo giovanile a

carattere ginnico-militare. Infine da ricordare i “seviri Augustales”, collegio dedito al culto

di Augusto.

Nelle vetrine poste lungo un corridoio trovano collocazione materiali ceramici e metallici provenienti dalle Tabernae e ancora corredi provenienti dalla necropoli, o gemme e gioielli

provenienti dagli scavi della città.

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città di Capena.

Tutti questi materiali così diversi danno uno spaccato della

vitalità e dell’importanza di questo sito.

Usciti dal museo si imbocca un sentiero che termina con un

tratto basolato dell’antica via Tiberina fino a giungere ad un

incrocio che taglia l’antica via Capenate che portava fino alla

In

questo crocicchio si può notare una particolarità. Si tratta

della soglia dell’uscio di un entrata, probabilmente antico

Maria Cristina (sowelo)

ingresso all’area sacra. Due miliari sono ancora posti qui, gli originali si trovano nel museo, a testimonianza dell’importanza di queste due vie. Uno riporta l’indicazione delle manutenzioni e dei restauri relativi ai secondi tetrarchi Costanzo Cloro e Galero(305-311 d.C.) e l’altro relativo all’imperatore Graziano (367-383 d.C.). Questa datazione segna, quindi, l’ultimo restauro effettuato nel

sito e ha permesso agli studiosi di datare all’incirca il periodo di decadimento del Santuario. Non dimentichiamo infatti che il sito per secoli è stato abbandonato e che presto se ne sono perse le tracce. Fino agli scavi dello scorso secolo che lo hanno riportato alla luce. Entrando nell’area degli scavi archeologici , scendendo al Foro dalla gradinata notiamo sulla sinistra i resti della Basilica, costruita secondo i canoni Vitruviani. Presenta un ampia navata centrale con ambulacri,Deambulatori, laterali delimitati da 12 colonne di cui restano le basi. L’edificazione della basilica è da ascrivere al I secolo a.C. anche

se ha subito nei secoli rifacimenti e restauri soprattutto in epoca

imperiale. Al suo interno vi sono ancora tracce di basi onorarie in muratura, mentre sul lato orientale del basamento una porta nasconde alla vista un ambiente sotterraneo chiuso a saracinesca,

probabilmente l’aerarium della colonia. Non va dimenticato che il Santuario di Feronia era un punto nevralgico anche per i commerci che ivi si svolgevano presso l’ emporium e che portavano ricchezza e prosperità alla colonia.

A

questo punto mi sia permessa una digressione sulla ricchezza

di

questo santuario. L’ emporio che infatti qui sorgeva era un

punto di smercio per produzioni artigianali e per importazione

di materiale dal mondo greco e orientale, materiale presente nei

corredi funerari Capenati. Queste ricchezze erano dovute anche alla fertilità del territorio capenate che è di bassa collina e quindi adatto alla coltivazione della vite, del grano e dei frutteti e soprattutto dell’olivo, molto richiesto e quindi merce di scambio preziosa. Questa prosperità fu nel 211 a.C. il motivo, per il quale Annibale, attaccò e saccheggiò il Santuario. Recenti scavi hanno trovato riscontri di questo saccheggio. Infatti in località Prato la Corte sono stati rinvenuti i resti di un vasto abitato disposto ad isolati ortogonali con orientamento nord-ovest/ sud- est, orientamento molto diverso da quello della città di epoca romana cresciuta intorno al foro, quindi sicuramente precedenti.