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Giuseppe Tortora

Tommaso Campanella
Scienza e fede cristiana

Apologia Pro Galilaeo

Mattinata Alterne fortune. Percorsi d'autore
Mattinata di studio
Antisala dei Baroni - Maschio Angioino - Napoli
Marted 20 marzo 2012 - ore 09:30 - 12:30


Strano destino, quello di Campanella.
Uomo di straordinaria cultura, attento ai fermenti intellettuali del suo
tempo, coraggioso fino al punto di prendere posizione contro la
Chiesa, questo frate domenicano dovette sempre rivendicare il
riconoscimento della sua onest intellettuale.
Di certo Campanella aspirava a un profondo rinnovamento nella vita
sociale, politica e religiosa del suo tempo. Per quel rinnovamento
concep la sua esistenza come un'orgogliosa e fiera militanza etica e
religiosa: Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi,
ipocrisia. (1)
Ma pag a costi altissimi la fedelt alle sue aspirazioni. Sottoposto a
cinque processi, dovette subire pi di ventisette anni di carcere con
brutali torture, alle quali cerc di sfuggire fingendosi matto.
Certo, alcune sue soluzioni politiche forse erano peggiori dei mali che
avrebbero dovuto combattere. Ma gi tanto ch'egli, gettato per tanti
anni nelle galere, cercasse in ogni modo di tenersi al corrente con
quanto avveniva fuori del carcere, e, insieme, continuasse a scrivere
senza tregua - anche poesie che conobbero l'apprezzamento di
Herder (2)- e si ostinasse a riscrivere instancabilmente i trattati che,
chi lo teneva in stato di detenzione, faceva regolarmente scomparire.
Di Campanella si ricorda spesso il suo famoso scritto utopico: La citt
del Sole. Ma nella sua ingente produzione intellettuale c' un saggio
particolarmente prezioso a cui generalmente non si dedica l'attenzione
dovuta. Un testo interessante per molti versi, soprattutto per il suo
valore emblematico della vicenda esistenziale e dell'impegno
intellettuale e religioso dell'autore.
Fuori del carcere, nel secondo decennio del Seicento, si sviluppava
un'accesa discussione sulla dottrina copernicana. In particolare si
dibatteva sulla compatibilit dell'eliocentrismo con la Sacra Scrittura.
Subito dopo la pubblicazione del Nuncius Sidereus di Galilei,
Campanella, nel 1611, invi al fisico pisano una lettera di
compiacimento con l'invito ad integrare l'opera con una completa
concezione cosmogonica e cosmologica. La richiesta per non ebbe
seguito. Altro tentativo di contatto nel 1614: Campanella invi
un'altra lettera a Galilei proponendo e discutendo questioni di fisica.
Successivamente, nel 1616, quando il Nuncius Sidereus fu messo
all'Indice dal Santo Uffizio, il frate calabrese si dedic con puntiglio
alla stesura della documentatissima e molto ben argomentata
Apologia pro Galilaeo. In questo testo - per usare le stesse parole
dell'autore disquisitur, utrum ratio philosophandi quam Galilaeus
celebrat, faveat sacris Scripturis an adversetur. Inutile evidenziarlo:
Campanella si mostra orgoglioso di aver provato "teologicamente" che
il modo di filosofare di Galilei pi conforme alla divina Scrittura e
comunque assai pi conforme che non l'aristotelico.
Campanella in fondo non accetta la teoria copernicana. Tuttavia
denuncia con decisione e convinzione i detrattori del mathematicus
florentinus. A suo avviso questi detrattori, contestando tesi
astronomiche con argomentazioni tratte da interpretazioni di passi
biblici, in effetti tentano di impedire la vera ricerca scientifica.
La sua non una generica difesa della scienza fisica. N una
rivendicazione "illuministica" dell'autonomia della ricerca. Per lui lo
studio della natura dev'essere pur sempre finalizzato a conoscere Dio,
ch' l'unico vero obiettivo della nostra esistenza. (3)
L'opera dedicata al Cardinale Bonifacio Caetani, patrono
rispettabilissimo delle Virt italiche, il quale l'aveva ufficialmente
sollecitato a riflettere e ad esprimere un parere sulla vexata quaestio;
e nella Dedica il Campanella, assicurando il Cardinale d'aver espresso
esattamente quel che pensava in piena convinzione, aggiunge: Ma
vedi tu quale sia la dottrina giusta; quale cio tu debba difendere o
respingere; e significativamente aggiunge che, quanto a lui, si
sarebbe sottomesso in ogni caso al giudizio della Santa
Chiesa. (4) Cosa che ribadisce anche alla fine del saggio, dove,
sempre rivolgendosi al card. Caetani, asserisce: Comunque, per ci
che ho detto, scritto, e che scriver, mi sottometto sempre alla
censura di Santa Madre Chiesa e al giudizio dei pi sapienti di me.(5)
Insomma egli sosteneva di non vedere quale danno le teorie galileiane
avrebbero potuto arrecare alla Sacra Scrittura e alla Chiesa, e, d'altra
parte, era dell'idea che, favorendo la ricerca scientifica e garantendo
la sua autonomia, di fatto si sarebbe procurato pi stima - e pi
credito - alla religione cristiana.
Il cristianesimo - dice - scrigno della verit, pertanto non solo non
pu e non deve temere la ricerca scientifica, ma, anzi, pu addirittura
trovare in essa utili quanto opportune conferme alle sue verit.
Della articolatissima difesa di Galilei conviene ricordare solo alcuni tra
i pi significativi argomenti.
1. N Mos, n il signore Ges ci hanno manifestato la fisica e
l'astronomia. Dio ha abbandonato il mondo all'indagine dell'uomo
affinch attraverso le cose create intendessimo le cose invisibili.
Mos e Ges ci hanno invece insegnato la vita beata e i dogmi
soprannaturali, cio le cose cui non bastava il lume naturale. (6)
2. La religione cristiana la sola che non teme di essere scoperta
come falsa. Perci raccomanda ai suoi seguaci lo studio di tutte le
scienze. E chi vieta ai cristiani lo studio della filosofia e delle
scienze, vieta loro di essere cristiani. (7)
3. Ci sono filosofi che dimostrano le loro tesi con ragioni ed
esperimenti, e le dimostrano senza contraddire in nessun caso alla
Sacra Scrittura. Galilei tra questi. Ebbene: chi impugna le tesi di
questi filosofi, in nome della religione cristiana, abusa dell'autorit
della fede cristiana, danneggia se stesso, nuoce alla fede e si attira il
ridicolo.
4. Ci sono teologi che sostengono dottrine che appaiono addirittura
pi contrarie al dettato della Bibbia. (8) Se ci consentito, allora non
si deve condannare o distogliere da ulteriori speculazioni lo studioso
che, con animo desideroso non di impugnar la fede ma di scoprire il
vero, va indagando se le dottrine riconosciute corrispondano alla
verit. (9)
In sintesi, Dio ha dato all'uomo sensi e anima razionale. E l'uomo,
attenendosi alla sua sensibilit e rispettando la sua ragione,
rispetta Dio e onora la religione cristiana. E dunque tutti gli uomini
sono tenuti a dedicarsi alle scienze.(10)
Non si pu addurre la Bibbia contro la ricerca naturalistica:
la Bibbia non detta verit scientifiche, ma indica le verit necessarie
alla salvezza.
Del resto la verit non pu contraddire alla verit e quindi il libro
della sapienza di Dio creante (Natura) non discorda dal libro della
sapienza di Dio rivelante (Bibbia). (11) Pertanto coloro che
pretendono vietare le scienze, le speculazioni filosofiche e le indagini
naturali ed astronomiche, questi o hanno un erroneo concetto del
cristianesimo o danno agli altri motivo di sospettare di averlo. (12)
E poi, alcuni teologi legano i cristiani alle parole di certi filosofi
(Aristotele) e addirittura forzano il senso della Bibbia per adattarlo
alle tesi di quei filosofi. Cosa davvero incomprensibile. (13) dalla
natura che essi dovrebbero invece attingere il senso della Bibbia.
Perch la natura il libro di Dio. In fondo, facendo in questo modo,
costoro non sono veramente cristiani! (14)
Galilei - per Campanella - la testimonianza vivente di come si debba
conoscere. Sono veramente sapienti - dice - non coloro che ostentano
la propria scienza, ma coloro che son consapevoli di ignorare
innumerevoli altre cose e sanno che non si deve mai desistere dalla
ricerca. Ci che sappiamo non che solo una scintilla di tutto lo
scibile. (15)
E del resto, perch contestare Galilei? Se la teoria di Galilei si
scoprir falsa, non durer; e - aggiunge Campanella - la sua falsit
non pregiudicher affatto la teologia. Ma se risulter vera, saranno
guai. I teologi suoi oppositori procacceranno irrisione alla fede
romana da parte degli eretici; i quali eretici, in Germania come in
Francia, in Inghilterra come in Polonia, in Danimarca, in Svezia,
hanno adottato con entusiasmo il telescopio e questa
astronomia. (16
In ogni caso, nulla pu esser contestato come errore a Galilei. La sua
una costruzione non fatta di labili opinioni, ma da sensata
osservazione del libro del mondo. E lui stesso non propone il suo
sistema come dottrina di fede: proprio perch, se quel sistema fosse
smentito da ulteriori ricerche, nessun danno ne deriverebbe alla Sacra
scrittura. (17)
Una vita travagliata dunque, quella del pensatore calabrese. Il quale
nutriva, accanto ad una fede rigorosa, un sincero interesse per la
scienza. Egli infatti non solo dichiara che va a tutto merito della
Chiesa l'aver promosso gli studi scientifici, aprendo nuovi orizzonti di
ricerca e rinnovando quelli dei saperi antichi, ma addirittura afferma
che il riconoscimento del valore della scienza stato uno dei vincoli
maggiori che mi hanno trattenuto nella Chiesa di Dio.(18)
Una personalit complessa. Al punto che neppure da morto riuscito
a guadagnare simpatie.
Il grande filosofo idealista ottocentesco G.F. Hegel gli dedica poche
righe nelle sue Lezioni di Storia della filosofia. Dopo aver ricordato
ch'egli trascorse un lungo periodo di dura prigionia a Napoli e che di
lui ci rimangono parecchi scritti, poi, associandolo a Giordano Bruno e
a Giulio Cesare Vanini, aggiunge che gli uomini di questa sorta
servirono enormemente ad eccitare, risvegliare e a dar la spinta, ma
non produssero per s nulla di fecondo. (19)
Nella seconda met dell'Ottocento W. Windelband, altro grande
filosofo tedesco, nella sua Storia della filosofia moderna(20) gli
riconosce una vasta mente capace di abbracciare i problemi della
vita sociale al pari di quelli della natura. Parla di lui come di un
ingegno speculativo che in pi d'una direzione ha aperto,
accennandovi, nuove vie, anticipando addirittura - certo, con con
forme ancora molto indeterminate - temi sviluppati da Descartes e,
persino, da Kant. E tuttavia lo stesso Windelband segnala
impietosamente: Alti voli del pensiero e superstizione piccina,
immaginazione audace e sterile pedanteria, appassionato desiderio
d'azione e fredda riflessivit, brama fantasiosa d'innovare, e servile
attaccamento alla tradizione trovano posto nel suo spirito, strette
l'una accanto all'altra. In fondo la sua personalit un miscuglio
stranissimo di qualit le pi opposte; per quanto interessanti, le sue
idee sono sempre goffamente espresse. Per tutto questo egli non
segna alcun progresso essenziale nel campo della filosofia. (21)
Agl'inizi del Novecento, poi, E. Cassirer, nella sua monumentale
opera Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza
dell'et moderna(22), vede in Campanella la massima espressione
delle tendenze contrastanti che agitano il Rinascimento.
Ad avviso del pensatore tedesco il pensiero del frate calabrese un
coacervo di contraddizioni. Nel campo politico egli l'annunziatore e
il martire della sua dottrina sociale e tuttavia nella sua opera sulla
Monarchia di Spagna difende il rigido ideale medievale della
gerarchia. Inoltre, pur prendendo posizione per la libert della
ricerca scientifica con la sua Apologia di Galileo, si sottomette, per
motivi esteriori e interiori, alla decisione della Chiesa sul nuovo
sistema astronomico. Ancora: traccia lo schema della sua psicologia
sensistica, ma, su altro versante, indaga anche i primi fondamenti e
gli effetti della magia. E poi, da una parte sviluppa un'indagine della
natura che si fonda sui principi di Telesio e si richiama direttamente
all'esperienza e all'osservazione, e dall'altra delinea una metafisica di
stampo medievale, che, nella sua struttura e nella sua disposizione
interna, ricorda ancora da vicino Tommaso d'Aquino. (23)
Insomma, Campanella vive ed esprime una condizione di passaggio
all'et moderna, quella segnata dalla personalit scientifica di Galilei.
Ma muove da un concetto di esperienza diverso da quello della
scienza moderna. Per lui l'induzione, che vuol essere anche il
fondamento degli assiomi e dei principi universali, non altro che una
raccolta e un ammasso di osservazioni singole. [] Per questa sola
definizione egli ancora ben lontano dall'ideale galileiano di
esperienza.(24)
Per tornare ai rapporti tra Galilei e Campanella, a tante attestazioni di
stima da parte del frate calabrese, il mathematicus florentinus
tuttavia non d mai adeguati segni di riscontro. Neppure quando, nel
1632, Campanella, letti i Dialoghi di Galilei, gli manifesta ancora una
volta la sua ammirazione.
A Galilei doveva destar sospetto questo frate che sognava
un'impossibile renovatio.



Note
*
Le citazioni del testo latino si riferiscono all'editio princeps dell'opera:
Apologia pro Galilaeo, typ. Erasmus Kempfferius, Francofurti 1622.
Le citazioni in italiano son tratte da Campanella, Apologia per Galileo,
a cura di Paolo Ponzio, Bompiani, Milano 2001.

(1)
Tomaso Campanella, Poesie filosofiche, a cura di Gio. Gaspare Orelli,
presso Gius. Ruggia e C., Lugano 1834, p. 13, Delle radici de' gran
mali del mondo.
(2)
Johann Gottfried von Herder, Smmtliche Werke, zur Philosophie und
Geschichte, Achter Theil, Seele und Gott, herausgegeben durch
Johann v. Mller, Carlsruhe, im Bureau der deutschen Classiker, 1820.
Qui viene dedicata a Campanella l'intera Anhang II, dalla p. 334
alla p. 370. Vi sono riprodotti testi del frate calabrese che Herder
aveva pubblicato sulla sua Rivista estetico-filosofica Adrastea. Il
profilo di pensatore rinascimentale delineato in una Nachschrift:
in cui si fa un rapido cenno anche all'Apologia pro Galilaeo. Il testo di
Io nacqui, in ottima versione in tedesco, a pag. 363.
(3)
Studium autem in rebus coelestibus et propter Deum, quem semper
investigare iubemur. Nam etsi perfecte Deum non attrectamus, ut ait
Paulus ad Athenienses, quem quaerere debemus, tamen semper
aliquid plus invenimus, unde paulatim deificamur. (p. 19)
(4)
Tu vide, quid rette dictum sit; quid item defendendum tibi aut
renuendum; quando a sancto senatu id in mandatis habes. Meum ego
iudicium non modo Sanctae ecclesiae submitto, sed cuilibet melius
sapienti; maxime autem tibi, musarum Italicarum patrono. (p. 5)
(5)
In his autem dictis et scriptis et scribendis, semper censurae Sanctae
Matris Romanae ecclesiae, meliorumque iudicio me submitto. Vale
Illustrissime Cardinalis Caietane, patrone virtutum Italicarum. (p. 58).
(6)
Quod [] neque sanctus Moyses, neque Dominus Iesus, nobis
phisiologiam et astronomiam aperuerint, sed "Deus tradiderit
mundum disputationi hominum", Ecclesiastae 1, "ut invisibilia Dei per
ea quae facta sunt, intellecta conspicerent" (Romanorum 2);
docuerint autem nos beate vivere, ac dogmata supernaturalia, ad
quae natura non sufficiebat. (p. 13)
(7)
Quod [] sola lex Christiana commendet suis omnes scientias; quia
de falsitate sui non timet. (14) [] Qui vetet Christianis studium
philosophiae et scientiarum, vetet etiam esse Christianos. (p. 13)
(8)
In hoc ego insuper ostendam, primo quod theologi quidam amplexati
sint Philosophorum dogmata magis pugnantia cum scripturis et sanctis
doctoribus, quam sunt dogmata Galilei. (p. 34)
(9)
Quod [] non omnis falsitas ita contrarietur scripturis, ut habenda sit
pro haeretica in ecclesia militanti, sicut fortassis est triumphanti, nisi
sensum scripturae subito aut consequenter evertat: et quod, si
theologi complexati sunt dogmata, scripturis Dei magis aut neque
contraria secundum apparentiam, non sit condemnandus aut a
speculatione ulteriori arcendus, qui, an ita se habeant dogmata quae
adferuntur, inquirit, animo veritatis aperiendae, non fidei
impugnandae. (p. 14)
(10)
Imo scientias esse in praecepto generi humano, non autem individuo
huic vel illi, clarum est. Nam fecit Deus hominem, ut Deum
cognosceret, cognoscendo amaret, et amando frueretur: et propterea
sensitivum et rationalem. Si autem ratio ad scientias valet, contra
ordinem Dei naturalem facit homo, nisi hoc dono Dei ex instituto
divino utatur, ut solet arguere Chrysostomus plane sicuti pedibus ad
ambulandum uti nollet. (p. 15)
(11)
Neque enim verum vero contradicit, neque effectus causae: ergo nec
scientia humana divinae, nec opera Dei Deo, ut ex Concilio
Lateranensi sub Leone X admonemur. (p. 14)
Quoniam omnis hominum secta, aut lex, quae naturalium rerum
investigationem suis vetat sequacibus, falsitatis nomine suspecta
haberi debet. Cum enim veritas veritati non contradicat [] nec liber
sapientiae Dei creantis libro sapientiae Dei revelantis; qui timet a
naturalibus contradictionem, propriae falsitatis est conscius. (p. 23)
(12)
Qui ergo Christiani sunt, iidem sunt sapientes et rationales. Verbum
enim Dei est ratio summa, a qua dicimur rationales per
participationem. Et tales nos Christus esse vult, opere et veritate sibi
persimillimos. Quamobrem qui generaliter dicunt, non esse plus
sapiendum, nec quaeritandum in ratiocinio, nisi quae ab aliis
hominibus habemus, ii Christiani quodammodo non sunt, et Christo
contradicunt, eiusque similitudinem nobis minuunt. (p. 24)
Ergo qui vetant Christianis philosophiam, quid sit Christianum esse,
non intelligunt. (p. 25)
(13)
Quapropter delirant, qui putant, ab Aristotele constitutam esse
veritatem de caelestibus, et nihil amplius investigandum (p. 18).
(14)
Qui autem in Aristotelis aut Ptolomaei aut alterius compedes nos
includunt [] aut eorum dictis nos ligant, et scripturarum sensum ad
eorum dicta torquem, et non ex rerum natura, quae est liber Dei, Dei
scripturam longe melius declarans; hi Christiani vere non sunt. (p. 24)
(15)
Nec vere sapientes sunt, nisi sciant, longe plurima sese ignorare, nec
ab investigatione, quasi sciverimus, desistendum. [] Quasi enim
scintilla est quod scimus. (p. 25)
(16)
Quas ob res si Galileus vicerit, non modicam irrisionem comparabunt
Romanae fidei nostri theologi apud haereticos, quum iam omnes hanc
doctrinam et telescopium avide amplexati sint in Germania, Gallia,
Anglia, Polonia, Dania, Svecia, etc. Si autem falsa sit Galilei sententia,
nil incommodabit theologicae doctrinae. (p. 29)
(17)
Et falsitas in Galileo deprehendi non potest, quoniam ex
observationibus sensatis in libro mundano procedit, non ex opinione:
neque loquitur tanquam de fide, ut deprehensus ipse irrideri et cum
eo scriptura possit. (p. 30)
(18)
Ad gloriam Christianae religionis [] spectat, permittere studium
inveniendi novas scientias, veteresque renovandi [] Etiam
subiecimus, quod approbatio scientiarum in Christianismo sit vinculum
magnum inter alia, quae me retinent in ecclesia Dei. (p. 26)
(19)
Wir haben noch viele Schriften von ihm; 27 Jahre lang hat er in
einem harten Gefngnis in Neapel gelebt. - Ihre Werke bilden viele
Folianten. Die Gestaltungen dieser Art haben unendlich erregt und
Ansto gegeben, aber fr sich nichts Fruchtbringendes zur Folge
gehabt. Besonders aber mssen wir als hierhergehrig noch erwhnen
Giordano Bruno und Vanini.
(Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Vorlesungen ber die Geschichte der
Philosophie, III Abschnitt, B2.)
(20)
Wilhelm Windelband, Storia della filosofia moderna, trad. Aldo
Oberdorfer, vol. I, Dal Rinascimento all'illuminismo tedesco, Vallecchi,
Firenze 1925.
(21)
Seine Persnlichkeit ist eine der seltsamsten Mischungen einander
widerstreitender Eigenschaften: hoher Flug des Denkens und
beschrnkter Aberglaube, khne Einbildungskraft und trockene
Pedanterie, leidenschaftliches Tatbedrfnis und khle Reflexion,
phantastische Neuerungssucht und unselbstndiges Haften am Alten -
das alles liegt in ihm dicht nebeneinander. Dabei ist er ein weiter
Geist, der die Probleme der Gesellschaft ebenso umspannt wie die der
Natur und nach manchen Richtungen in vordeutender Weise neue
Bahnen erffnet hat. Wie in Bruno die Lehren von Spinoza und
Leibniz, so dmmern, wenn auch noch in sehr unbestimmten Formen,
in Campanella diejenigen von Descartes und theilweise von Kant
herauf, und wenn er auf dem naturphilosophischen Gebiete keinen
wesentlichen Fortschritt mehr bezeichnet, so verdienen andererseits
seine erkenntnisstheoretischen Ansichten volle Beachtung.
(Wilhelm Windelband, Die Geschichte der Neueren Philosophie, Erster
Band, Von der Renaissance bis Kant, VI Auf. , Leipzig, Druck und
Verlag von Breitkopf & Hrtel, 1919.)
(22)
Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, I, Il problema della
conoscenza nella filosofia e nella scienza dall'Umanesimo alla scuola
cartesiana, trad. A. Pasquinelli, Alberto Mondadori, Milano 1968.
(23)
Durch Campanellas Erkenntnislehre zieht sich derselbe Zwiespalt, der
fr seine gesamte Philosophie, wie fr sein Wesen und seine
Persnlichkeit charakteristisch ist. Die widerstreitenden Tendenzen,
die das Zeitalter der Re- naissance bewegen, treten sich bei ihm noch
einmal in all ihrer Energie und Schroffheit entgegen. Wie er, im
Gebiete der Politik, zum Verknder und Mrtyrer seiner sozialen
Gedanken wird, zugleich aber in seiner Schrift ber die Spanische
Monarchie noch einmal das strenge mittelalterliche Ideal der
Hierarchie verteidigen kann, so bleibt er, der in seiner Apologie fr
Galilei fr die Freiheit der wissenschaftlichen Forschung eingetreten
war, durch innere wie ussere Grnde an die kirchliche Entscheidung
ber das neue Weltsystem gebunden. Dieselbe Schrift, die die
Umrisse seiner sensualistischen Psychologie entwirft, sprt zugleich
den ersten Grnden der Magie und ihrer Wirkungen nach. ber einer
Naturbetrachtung, die sich auf die Prinzipien des Telesio sttzt und die
sich durchgehend auf Erfahrung und Beobachtung beruft, erhebt sich
eine Metaphysik, die in ihrem Bau und in ihrer inneren Gliederung
noch vllig an Thomas von Aquino erinnert. Alle diese Widersprche
der Welt- und Lebensanschauung finden ihren Ausdruck und Reflex in
seiner Theorie des Erkennens, in der auf der einen Seite das
Bewusstsein den Dingen als ihr Ergebnis untergeordnet wird, whrend
es andrerseits, in einem neuen Ansatz, als der Ausgangspunkt und
das Fundament aller Gewissheit erwiesen wird.
(Ernst Cassirer, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und
Wissenschaft der neueren Zeit, Verlag Bruno Cassirer, Berlin 1922,
pp. 240-241)
(24)
Campanella hat sich diese Lsung verschlossen, weil er von einem
anderen Begriff der Erfahrung, als dem der neuen Wissenschaft,
ausgeht. Ihm ist die Induktion, die auch der Grund der universellen
Axiome und Prinzipien sein will, nichts anderes als eine blosse
Sammlung und Hufung der Einzelbeobachtungen: ,,experimentorum
multorum coacervatio". Mit diesem einen Worte scheidet er sich von
Galileis Ideal der Erfahrung.
(Ernst Cassirer, ibid., p. 247)