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DI FRONTE E ATTRAVERSO

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LALTRONOVECENTO
COMUNISMO ERETICO E PENSIERO CRITICO
Volume II
Piano dellOpera
LALTRONOVECENTO
COMUNISMO ERETICO E PENSIERO CRITICO
Volume I
LET DEL COMUNISMO SOVIETICO
(EUROPA: 1900-1945)
Volume II
IL SISTEMA E I MOVIMENTI
(EUROPA: 1945-1989)
Volume III
CAPITALISMO E RIVOLUZIONE NELLE AMERICHE
(1900-1989)
Volume IV
ANTICOLONIALISMO E COMUNISMO IN AFRICA E ASIA
(1900-1989)
Volume V
COMUNISMO E PENSIERO CRITICO NEL XXI SECOLO
IL SISTEMA E I MOVIMENTI
(EUROPA: 1945-1989)
A cura di
Pier Paolo Poggio
Testi di
Stanley Aronowitz, Davide Artico, Daniel Blanchard,
Giorgio Barberis, Daniele Balicco, Alessandro Bellan, Cesare Bermani,
Mauro Bertani, Sergio Bologna, Massimo Cappitti, Delfo Cecchi,
Placido Cherchi, Fabio Ciaramelli, Pietro Clemente, Marco Clementi,
Cristina Corradi, Vincenzo Costa, Michele De Gregorio, Pino Ferraris,
Gianfranco Fiameni, Gian Andrea Franchi, Chiara Giorgi,
Paolo Godani, Franoise Gollain, Peter Kammerer, Martin Klimke,
Eugenia Lamedica, Sergio Landucci, Leonardo Lippolis,
Gianfranco Marelli, Marco Maurizi, Giancarlo Monina,
Samantha Novello, Andrea Panaccione, Luisa Passerini,
Vincenza Petyx, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Gianfranco Ragona,
Fabio Raimondi, Sergio Rapetti, Massimiliano Tomba, Franco Toscani,
Patrick Troude-Chastenet, Xavier Vigna, Michelle Zancarini-Fournel
2011
Editoriale Jaca Book SpA, Milano
Fondazione Luigi Micheletti, Brescia
tutti i diritti riservati
I testi di ???
sono stati tradotti da ???
Il testo di ???
stato tradotto da ????
Prima edizione italiana
aprile 2011
Copertina e grafica
Ufficio grafico Jaca Book
In copertina
???
Redazione e impaginazione
CentroImmagine, Lucca
Stampa e confezione
Grafiche Flaminia, Foligno (Pg)
aprile 2011
ISBN 978-88-16-00000-0
Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma
ci si pu rivolgere a Editoriale Jaca Book SpA, Servizio Lettori
via Frua 11, 20146 Milano, tel. 02/48561520-29, fax 02/48193361
e-mail: serviziolettori@jacabook.it; internet: www.jacabook.it
VII
INDICE
Presentazione, Pier Paolo Poggio XI
LOTTE POLITICHE E CONFLITTI SOCIALI
Crisi e fine del comunismo sovietico, Pier Paolo Poggio 3
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956,
Andrea Panaccione 29
Il dissenso in URSS (1953-1991), Marco Clementi 47
Le lotte operaie in Polonia, Davide Artico 59
Dal Maggio 68 agli anni Sessantotto al 2008. Il caso francese,
Michelle Zancarini-Fournel 77
Gli scioperi del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione
prolungata, Xavier Vigna 87
Il Sessantotto in Italia, Pietro Clemente 99
Il Sessantotto in Germania Ovest, Martin Klimke 117
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto, Luisa Passerini 131
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna.
Nel mondo del dissenso russo, Sergio Rapetti 145
IDEOLOGIE E CORRENTI RIVOLUZIONARIE
Socialisme ou Barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit,
Daniel Blanchard 171
LInternazionale situazionista, Gianfranco Marelli 187
Loperaismo italiano, Sergio Bologna 205
Il sistema e i movimenti (Europa: 1945-1989)
VIII
Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredit delloperaismo italiano,
Cristina Corradi 223
La British New Left e lumanesimo socialista, Michele De Gregorio 249
Comunismo e femminismo, Gian Andrea Franchi 275
MARXISMO E RIVOLUZIONE
La rivoluzione possibile. Sartre e il marxismo, Vincenza Petyx 295
Il socialismo tra etica e scienza: la marxologia di Maximilien Rubel,
Gianfranco Ragona 317
Louis Althusser: alla ricerca di un tempo nuovo, Fabio Raimondi 329
Andr Gorz, un marxismo esistenzialista, Franoise Gollain 347
Lutopia di Lelio Basso, Giancarlo Monina e Chiara Giorgi 363
Raniero Panzieri: per un socialismo della democrazia diretta,
Pino Ferraris 381
Danilo Montaldi. Tempo di militanti, Gianfranco Fiameni 403
Lintellettuale rovesciato. Gianni Bosio tra marxismo
e mondo popolare e proletario, Cesare Bermani 423
Hans-Jrgen Krahl: contestazione e rivoluzione, Massimiliano Tomba 445
Rudolf Bahro: la coscienza come forza materiale, Peter Kammerer 455
TEORIE CRITICHE
La possibilit dellaltrimenti. Adorno e la teoria critica della societ,
Alessandro Bellan 471
Luomo reso superfluo. La critica di Gnther Anders
al totalitarismo morbido, Massimo Cappitti 491
Ragione e liberazione. La rivolta filosofica e politica di Herbert Marcuse,
Marco Maurizi 513
Lultimo testamento di Henri Lefebvre, filosofo e teorico della societ,
Stanley Aronowitz 531
Castoriadis: un profilo politico-filosofico, Fabio Ciaramelli 551
Le immagini della merce. Considerazioni sul pensiero di Guy Debord,
Mario Pezzella 569
Lavoro del pensiero ed esperienza della libert. Ipotesi su Foucault,
Mauro Bertani 589
Fortini e il comunismo come autoeducazione politica, Daniele Balicco 613
Sebastiano Timpanaro: sul materialismo, Sergio Landucci 629

Indice
IX
ALTERNATIVE
Hannah Arendt e il problema di Marx, Eugenia Lamedica 643
Albert Camus: dalla rivolta alla rivoluzione, Samantha Novello 665
La fine del mondo di Ernesto De Martino: scenari di unapocalisse
di fine millennio, Placido Cherchi 677
Unarcheologia del potere: lantropologia politica di Pierre Clastres,
Delfo Cecchi 691
La rivoluzione immanente. Politiche di Gilles Deleuze e Flix Guattari,
Paolo Godani 703
Jan Patocka e leresia della storia, Vincenzo Costa 715
Etica planetaria e profezia nel pensiero di Ernesto Balducci, Franco Toscani 733
Il comunismo critico ed eretico di Jacques Ellul, Patrick Troude-Chastenet 755
Il pensiero di Ivan Illich tra patogenesi della modernit e possibili
vie di fuga, Giorgio Barberis 771
Indice dei nomi 787
Gli autori 000
XI
PRESENTAZIONE
La rappresentazione prevalente del Novecento appiattisce e condensa tutti gli eventi
del secolo in un processo al contempo catastrofico e liberatorio sfociante nel crollo del
1989. Secondo tale narrazione lEuropa novecentesca stata lepicentro principale e il
teatro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto militare per decidere a quale
potenza statale spettasse il dominio sul mondo, per effetto della rivoluzione russo-bol-
scevica si trasformata e prolungata in guerra civile mondiale tra capitalismo e comuni-
smo, tra due sistemi opposti, sul piano politico, economico, ideologico. La lotta mortale
tra i due contendenti sfociata in una sconfitta certa e apparentemente definitiva, quel-
la del comunismo, a cui ha fatto da contraltare la vittoria del capitalismo.
I critici, talvolta eredi dei comunisti eretici, sostengono che le attese miracolistiche
nel mercato autoregolantesi e nellinnovazione tecnologica non fanno che riprodurre e
alimentare le cause della crisi, consegnando inerme lumanit futura alle sue conseguen-
ze. Secondo i suoi attuali avversari, la vittoria del capitalismo sarebbe stata allora tanto
indiscutibile quanto insostenibile: il capitalismo ancor meno del comunismo o di qual-
siasi forma di socialismo in grado di affrontare e risolvere linedita crisi ecologica glo-
bale, frutto avvelenato e eredit ingestibile del secolo breve.
La vittoria senza argini del capitalismo sembra riprodurre e rinnovare le motivazio-
ni pratiche e ideali che hanno alimentato il comunismo novecentesco, e al di l di esso
molti altri movimenti e posizioni politiche e ideologiche. La storia non finita: la demo-
crazia lungi dal generalizzarsi si svuota di contenuto anche nei paesi che lhanno tenuta
a battesimo, le enormi disuguaglianze economiche cambiano forma ma non diminuisco-
no, lesibizione della ricchezza e le tragedie della fame convivono nello spettacolo quo-
tidiano inscenato dai media, la criminalit e lillegalit avanzano di slancio in un paesag-
gio sociale desolato, ecc.
Ma il dubbio sulleffettivo carattere della vittoria capitalista va esteso allessenza
della sfida che si era combattuta, e in particolare alla rappresentazione dicotomica da
cui siamo partiti. Quello schema non forse il portato di una concezione, ad un tem-
po leniniana e schmittiana, secondo cui il politico e la Storia tout court sarebbero lesi-
Pier Paolo Poggio
XII
to di un conflitto polarizzato e irriducibile? La rappresentazione retrospettiva non
forse convergente con lideologia dei due attori principali? La parabola comunista rus-
so-sovietica, che ora ci appare lontana, marginale e quasi ininfluente, stata realmen-
te e a lungo egemone e determinante. Nondimeno, quello che si intende qui far vale-
re che essa, assieme al suo contraltare logico e storico, oscura e cancella tutto ci che
non pu essere irreggimentato nei due campi contrapposti, operando una semplifica-
zione inaccettabile sul piano storico, oltre che discutibile e contendibile su quello po-
litico-ideologico.
Una delle idee di fondo dellopera in cui inserito il volume qui presentato che lo
schema bellico amico-nemico, la guerra come motore ultimo della storia, rappresentano
precisamente il lascito culturale della modernit, sia statuale che rivoluzionaria un la-
scito da contrastare e superare, facendo valere gli esiti universalistici ideali e pratici del
bistrattato Novecento o, se si vuole, dellAltronovecento che ci prefiggiamo di far rie-
mergere.
Nello specifico, in questo volume si analizzeranno il tempo e lo spazio europeo de-
gli esiti della Seconda guerra mondiale, su cui era terminato il 1 volume. Ci significa
giocoforza considerare gli effetti della scomposizione dello schema bipolare dovuto alla
presenza della terza forza fascista nel cuore dellEuropa e alla paradossale, risolutiva, al-
leanza dei due nemici epocali contro tale terzo incomodo.
Innumerevoli sono stati gli sforzi degli ideologi delluna e dellaltra parte, prima e
dopo i fatti, volti ad affiliare fascismo e nazismo al proprio nemico: da una parte, descri-
vendolo come manifestazione ultima del capitalismo, caduti gli orpelli liberal-democra-
tici nel fuoco della guerra di classe; dallaltra, e pi massicciamente, facendone unarti-
colazione del totalitarismo, espressosi prima e pi compiutamente in forma comunista
cosiddetta sovietica. Ma di fronte alla dura realt dei fatti queste costruzioni lasciano il
tempo che trovano: in concreto la guerra vide schierarsi sullo stesso fronte la democra-
zia capitalistica occidentale e lURSS di Stalin contro gli Stati fascisti a guida nazista. Ri-
spetto agli schemi, il treno della storia compie uno scarto.
A dire il vero, durante i fatti la tesi maggioritaria fu che la storia fosse rientrata nei
giusti binari, con la ricomposizione di una alleanza in cui fossero presenti tutte le for-
ze del progresso in lotta contro quelle della reazione. In ogni caso questo fu il leit-motiv
della propaganda stalinista e delle forze intellettuali schierate a fianco dellURSS, supera-
to lo choc del patto Molotov-Ribbentrop.
Ma appena terminata la guerra Churchill proclama ci che Stalin pensava da sem-
pre, vale a dire che lalleanza era transitoria e contronatura, rispetto ad unostilit fon-
damentale che alimenter la Guerra fredda e molteplici sanguinosi conflitti locali . In
tal modo lo schema bipolare torna a governare le sorti del mondo, o almeno dellEuro-
pa, togliendo spazio e ossigeno a coloro che, senza alcuna nostalgia per una qualche ter-
za via fascista, sono critici dello stalinismo non meno che del capitalismo.
Si tratta di posizioni che nello spazio europeo presentano un sicuro interesse sul pia-
no intellettuale ma non hanno agibilit sociale. Prima, la Guerra mondiale in atto impo-
ne di schierarsi o di rinunciare completamente allazione politica, dato che le posizioni
neutraliste e pacifiste sono ancor pi screditate che nel corso della Prima guerra mon-
diale. Dopo, la Guerra fredda e lequilibrio del Terrore hanno come effetto se non come
obiettivo di congelare allinterno dei rispettivi campi i singoli e gli attori collettivi, in un
Presentazione
XIII
contesto che vede lEuropa spaccata a met, senza alcuna autonomia e forza politica,
ostaggio delle due superpotenze atomiche.
La situazione pare essere completamente bloccata, senza spazi di libert dazione e
di pensiero. In questo quadro ancor pi difficile di quanto lo fosse negli anni Tren-
ta costruire unalternativa ideale e pratica allesistente, dominato da una semplificazio-
ne dicotomica della realt che imprigiona le menti e riduce brillanti intellettuali al ran-
go di propagandisti.
In questa situazione tanto pi interessante far emergere e dare voce alle forze intel-
lettuali e sociali che hanno saputo riaprire i giochi, sviluppare una critica efficace e libe-
ra sia del capitalismo a netta egemonia americana che del comunismo staliniano e post-
staliniano.
Come gi nel 1 volume, laccento viene posto sullapporto di singoli e di correnti
politico-ideologiche, ma sullo sfondo sono da tenere presenti, e direttamente o indiret-
tamente ne diamo conto, i movimenti sociali e le lotte che nelle due met dellEuropa,
soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, hanno riaperto una dinamica conflittuale allin-
terno dei blocchi dominanti, riuscendo a minarne legemonia, senza per questo dimen-
ticare che le novit e rotture decisive stavano maturando sulla scena extraeuropea, dove
dopo secoli si sviluppa una grande ondata di contestazione al dominio dellOccidente.
Il marxismo ossificato in versione sovietica non d segni di vita, anche se bisogna di-
stinguere tra lURSS dove per comprensibili motivi il rinnovamento avviene fuori e contro
il diamat e i paesi europei entrati nellorbita sovietica. Qui, partendo dal marxismo,
si sviluppano traiettorie diverse ma di indubbio interesse, bastino due nomi, tra quelli
che per varie ragioni abbiamo dovuto sacrificare: Karel Kosk e Leszek Kolakowski, ma
fermenti interessanti, poi del tutto oscurati, sono riscontrabili un po in tutti i paesi del
Centro ed Est Europa, talvolta in connessione con ribellioni e rivolte sociali che denota-
no un evidente deficit di legittimit del socialismo reale.
Una rivitalizzazione del marxismo si sviluppa con pi forza nei principali pae-
si dellOccidente, con posizioni diversificate per quanto riguarda lanalisi e il giudizio
sullUnione sovietica, che comporta il difficile e poco riuscito esercizio di applicare il
marxismo a se stesso.
Il caso italiano particolarmente interessante perch, nel dopoguerra, siamo in pre-
senza del pi grande partito comunista dellOccidente, con oltre 2,5 milioni di iscritti.
Sotto labile regia di Togliatti si dispiega loperazione di utilizzo e di nazionalizzazione
del pensiero di Gramsci, riuscendo a costruire unegemonia culturale di corto respiro,
gi in difficolt di fronte ai processi di modernizzazione intrecciati al miracolo econo-
mico nonch sostanzialmente acritica rispetto allURSS, anche dopo la crisi del 56. Le
potenzialit del pensiero di Gramsci, in una dimensione decisamente post-nazionale, sa-
ranno riscoperte in un contesto totalmente mutato, quando non esistono pi i referenti
politici della sua elaborazione.
Ma in contrasto e polemica con il gramscismo, specie negli anni Cinquanta e Sessan-
ta, emergono pensatori politici o vere e proprie correnti di pensiero in grado di elabo-
rare versioni creative e originali del marxismo, accentuandone i tratti rivoluzionari sia
in chiave leninista e operaista sia riproponendo il tema della democrazia diretta, ovve-
ro scavando nella profondit storico-antropologica di un mondo popolare e proletario,
colto nel pieno di una mutazione culturale carica di contraddizioni e conflitti, intrave-
Pier Paolo Poggio
XIV
dendo la possibilit di spezzare un destino di subalternit mascherato dallemancipazio-
ne dei costumi e dei consumi.
Anche in altri paesi gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si rivelano un poten-
te laboratorio di idee, spesso lontano dalla scena politico-culturale ufficiale. Un caso ri-
levante e singolare stato quello inglese, dove il Partito comunista era poca cosa (come
anche le varianti critiche) ma dove studiosi di orientamento marxista, specie tra gli eco-
nomisti e gli storici, raggiunsero posizioni di grande prestigio, si pensi a Maurice Dobb e
Eric J. Hobsbawm: intellettuali influenti ma alquanto ortodossi sul piano politico quindi
tenaci difensori dellURSS. Per anche in Gran Bretagna, sia attraverso il recupero di tra-
dizioni socialiste ottocentesche sia per laffermarsi di esperienze di base (rank and file)
sia per linflusso del radicalismo pacifista di Bertrand Russel prese forma una nuova si-
nistra originale e in anticipo sui tempi, contestatrice dellordine borghese e fieramente
antistalinista.
Tra guerra e dopoguerra la teoria critica di matrice tedesca, identificata con la
Scuola di Francoforte, d il meglio di s, contribuendo in modo decisivo alla ripre-
sa dellanalisi diagnostica del capitalismo, fuoriuscendo dalle secche delleconomicismo
marxista e concentrando lattenzione sugli esiti ultimi della modernit, rintracciando le-
gami e complicit tra apocalisse nazista, consumismo, civilt della tecnica. Non si pu
dire che il pensiero critico, negli anni della Guerra fredda, si sia concentrato sul comu-
nismo sovietico e abbia fornito contributi memorabili in tal senso (Soviet marxism non
certo lopera pi significativa di Marcuse). Il distacco, che talora sfiora lindifferenza,
non sembra avere motivazioni politiche ma teoriche nel senso che i paesi della rivoluzio-
ne dOttobre, perduta da tempo la spinta espansiva, appaiono delle varianti inferiori di
uno stesso sistema di dimensioni planetarie. Diversa la posizione e la sensibilit politi-
ca della Arendt, che cerca di tenere uniti in un unico nodo problematico il capitalismo
imperialistico e la duplice faccia di destra e di sinistra del totalitarismo.
Si pu dire che solo in Francia, sia presso figure e correnti (anche volutamente) mi-
noritarie e appartate, ovvero da parte di personaggi celebri, come nel caso di Sartre, ma
lo stesso vale per Merleau-Ponty, la riflessione teorico-filosofica abbia assunto il comu-
nismo come tema di importanza fondamentale. I contributi presenti nel volume danno
conto di questa centralit e delle molte e irrisolte aporie, ereditate e solo apparentemen-
te scavalcate dal movimento del Sessantotto.
In ogni caso nessunaltra elaborazione teorica e prassi politica, soprattutto nel conte-
sto europeo, ha anticipato la contestazione giovanile, studentesco-operaia, quanto So-
cialisme ou Barbarie o lInternazionale situazionista. Unidentificazione cos forte da
bruciare e consumare queste esperienze nel giro di quei mesi e anni, o in anticipo su di
essi, come nel caso di Socialisme ou Barbarie, con il rischio di entrare in una dimen-
sione mitica e memoriale improduttiva, oltre che in bala delle oscillanti e antitetiche
rappresentazioni del Sessantotto.
Negli ultimi anni gli attacchi a tutto quello che pu essere ricondotto a questa data-
simbolo, spesso indifferenti ed estranei alla storiografia sullargomento, si sono fatti pi
insistenti e quasi generalizzati. La realt attuale appare ad un numero crescente di per-
sone insoddisfacente se non intollerabile, bisogna allora cercare la causa se non il capro
espiatorio responsabile di questa sorta di quieto disastro insediatosi nelle pieghe della
Presentazione
XV
societ e poi man mano in ambiti pi vasti, sino a coinvolgere le lites, che non solo si ri-
bellano ma additano un nemico da colpire: lo spirito del Sessantotto.
Le accuse eccessive nei confronti di un evento a cui, per altri versi, non si attribui-
sce alcuna consistenza e profondit sono la spia di unevidente difficolt nel prendere
le misure al nemico che si vorrebbe sconfiggere e distruggere. Per alcuni il Sessantot-
to non altro che una metamorfosi del comunismo, presentatosi in vesti carnevalesche
per nascondere la sua natura intimamente nichilistica, manichea e regressiva, poi venu-
ta alla luce con il terrorismo. Agli antipodi abbiamo coloro che imputano al Sessantotto
di aver svolto unazione dissolutrice nei confronti della tradizione comunista, esaltando
la spontaneit e limmediatismo, spingendo le masse a cercare soddisfazione e ad inve-
stire energie nei consumi, inaugurando una nuova stagione del capitalismo, allinsegna
dellindividualismo e narcisismo.
Senza avventurarsi in complesse tipologie, si pu dire che, come per il comunismo
novecentesco, le interpretazioni del Sessantotto, al di l dei giudizi di valore, si possono
raggruppare in due vasti schieramenti. Ci sono coloro che scorgono una piena continui-
t tra le premesse ideali, gli eventi e le conseguenze storiche. Tali letture lineari, anche di
segno opposto, si mantengono alla superficie e hanno come effetto o scopo la banalizza-
zione del Sessantotto. Pi stimolanti sono le interpretazioni che introducono variamen-
te il tema della eterogenesi dei fini, per cui gli effetti sono stati in tutto o in parte diver-
si e opposti rispetto alle intenzioni.
Senza entrare in questa sede in tale tipo di dibattiti e rimandando alla ricchezza dei
materiali presenti nella prima sezione della presente opera, oltre che in numerosi contri-
buti che affrontano il tema attraverso singole esperienze e orientamenti ideali, segnaliamo
un paio di questioni che hanno diretta attinenza con largomento generale del volume.
Innanzitutto il Sessantotto, e forse proprio lanno 1968, segna lultimo passaggio
del processo di dissoluzione del comunismo sovietico, anche se occorreranno altri ven-
ti anni prima della sua fine. Di contro il comunismo eretico sembra poter rinascere a
contatto del movimento di contestazione antisistemica generale. In ogni dove si molti-
plicano gruppi politici che si rifanno ad una qualche eresia del comunismo novecente-
sco ma anche alla pi stretta e surreale ortodossia. In realt sono fuochi di paglia desti-
nati a consumarsi rapidamente. Il comunismo eretico pu vivere solo in lotta e polemica
con quello ufficiale e statale. In caso contrario viene riassorbito o sopravvive come set-
ta religiosa astorica.
Crediamo che il ripiegamento del movimento di contestazione nellalveo delle va-
rie correnti del comunismo novecentesco costituisca un preciso segnale dei limiti e della
inadeguatezza del Sessantotto rispetto al compiersi dei suoi obiettivi. E proprio la scar-
sa comprensione e conoscenza del socialismo realmente esistente sono la spia di una de-
bolezza strutturale del movimento, dimostratosi incapace di affrontare la micidiale dis-
simmetria tra le due contestazioni.
Nei paesi comunisti le lotte, in condizioni difficilissime, avevano come obiettivo la
democrazia e la libert. In Occidente la riautentificazione del comunismo, spesso del
tutto acritica nei confronti del comunismo sovietico o di sue varianti, attivando proces-
si di identificazione con realt, come la Cina maoista, di cui non si sapeva nulla. Su un
punto cruciale luniversalismo militante del movimento del Sessantotto non regge alla
prova della storia. Tra i comportamenti e la cultura politica, la vita e lideologia si apre
Pier Paolo Poggio
XVI
uno iato che non trova ricomposizione in una sintesi superiore, a meno di appartarsi dal
mondo e abbandonare la lotta politica.
sicuramente possibile e legittimo cercare nel Sessantotto le origini pi prossime di
movimenti come il femminismo e lecologismo o le premesse dei movimenti anti o alter-
mondialisti di fine-inizio secolo. Bisogna per anche restituire il Sessantotto alla sua epo-
ca, senza apologia e demonizzazione; da questo punto di vista si pu dire che non riu sc a
superare i suoi limiti perch esso non fu solo un nuovo inizio, sia pure incerto e carico di
contraddizioni, ma soprattutto la fine di una storia, portata a esaurimento nei fatti pi che
nella coscienza, nei comportamenti e nei sentimenti pi che nella riflessione.
Nel momento decisivo la saldatura tra movimento e pensiero critico lasci il posto al
ritorno dellideologia vissuta in termini totalizzanti. Ma questa politicizzazione estrema
del movimento ne mina la forza e la credibilit, la capacit di diffondersi nella societ.
Nella divaricazione tra azione controculturale e uso delle armi si consuma lautoannul-
lamento del movimento, lasciando libero corso alle spinte restauratrici in chiave liberi-
sta e neoetnica.
Il comunismo eretico trova nel Sessantotto il palcoscenico su cui inscenare unulti-
ma rappresentazione, emergendo per un breve momento alla luce del sole, ma per il le-
game ferreo con la sua la sua matrice primonovecentesca non fornisce apporti significa-
tivi allelaborazione di una teoria che sia di supporto nel passaggio dallo stato nascente
alla maturit e al radicamento delle trasformazioni indotte dal movimento. Lo stesso si
pu dire, sia pure sommariamente, per le altre correnti storiche del movimento operaio,
da quelle socialiste a quelle anarchiche.
Il pensiero critico aveva alimentato e per certi versi anticipato il Sessantotto, da in-
tendersi qui in una accezione ampia che va al di l dellevento e copre un breve ciclo
storico. Eppure anche in questo caso il movimento, nonostante la sua sorprendente am-
piezza, non si pu dire che abbia alimentato un rinnovamento radicale della teoria po-
litica. Quel che avviene una sorta di neutralizzazione accademica del pensiero critico,
di cui beneficia in primo luogo il marxismo, specie nel caso italiano, con esiti modesti
non destinati a passare alla storia. Emergono piuttosto figure dotate di grande energia
che attraversano ambiti ed istituzioni diverse, in una dimensione pienamente internazio-
nale, saldando laudacia teorica allimpegno militante, come nel caso di Michael Fou-
cault e di Ivan Illich.
Si pu ipotizzare che limpasse in cui finito il Sessantotto, e che ancora grava sui
movimenti antisistemici che di l derivano, anche quando hanno pi lontane origini, di-
penda dallenorme dilatazione dello spazio della politica, rispetto alle societ tradizio-
nali, che ha reso quasi immediatamente manifesta una sproporzione incolmabile tra gli
obiettivi e i risultati, da cui il rifugio nella privatizzazione se non nella servit volonta-
ria. Venuta meno lazione permanente del movimento, la democrazia diventa ostaggio
di forze che governano la paura e limpotenza e si riduce a vuoti rituali, che non modi-
ficano la riproduzione dellesistente. Al contrario il movimento di contestazione e quel-
li che ne sono seguiti, minoritari ma non privi di seguito e di influenza, miravano ad una
sorta di democrazia assoluta.
Le difficolt di una costante mobilitazione democratica, utopistica ma tuttaltro che
priva di motivazioni e forza, appaiono evidenti se si prendono in considerazione i due
movimenti che dopo il Sessantotto si sono diffusi nei pi diversi contesti, senza pi ave-
Presentazione
XVII
re come avveniva in passato un centro principale di irradiamento, superando per la loro
stessa natura i confini nazionali e statali, al cui interno ha finito per ridursi il movimento
dei lavoratori nonostante le sue origini programmaticamente internazionaliste.
Il movimento femminista, centrando lattenzione sulla dimensione antropologica, di
genere, sulla differenza sessuale, la singolarit, i sentimenti, le passioni, il corpo, ha ra-
dicalizzato il discorso critico ed analitico, rompendo con le tradizioni emancipazioni-
stiche ed egualitaristiche, ma tutto ci nei fatti ha prodotto un indebolimento della sua
forza e incisivit, se non la scelta esplicita di abbandonare la politica, irrimediabilmen-
te perduta.
Lecologismo, per parte sua, attraversato da contraddizioni irrisolte che derivano
dalla sua collocazione al di l della destra e della sinistra, quindi al di fuori delle coor-
dinate di fondo della politica otto-novecentesca. Ma la sua maggiore difficolt discende
dal rapporto con la modernit e la tecnica. Se da un lato non pu aderire alle posizioni
tecnofile e scientiste, tuttora egemoni nelle culture politiche di sinistra, dallaltro lace-
rato tra opzioni incomponibili. Da un lato, pur in una gamma differenziata, dalla deep
ecology al neo-primitivismo a posizioni molto pi moderate, ci sono coloro che propu-
gnano un freno immediato e uninversione di marcia allo sviluppo palesemente insoste-
nibile. Dallaltro, in nome dello sviluppo sostenibile, preso sul serio e reso possibile da
un diverso uso della scienza e della tecnica, si schierano coloro che scommettono sulla
capacit degli uomini di riportare sotto il loro controllo la tecnica e il capitalismo, facen-
do leva sulla presa di coscienza indotta dal manifestarsi della crisi ecologica. Un dibat-
tito interessante ma che rischia di arrivare in ritardo rispetto a diverse e pi impellenti
scadenze sociali e politiche.
Con il che abbiamo superato i limiti cronologici e tematici di questo volume, che ci
auguriamo possa fornire materiali utili per approfondire le questioni qui appena evoca-
te, riannodando le fila di percorsi che forse pi di altri hanno qualcosa da dire al tempo
presente e al futuro imprevedibile che ci attende.
PIER PAOLO POGGIO
Sezione prima
LOTTE POLITICHE
E CONFLITTI SOCIALI
3
CRISI E FINE DEL COMUNISMO SOVIETICO
Pier Paolo Poggio
Lapogeo dello stalinismo
La guerra aveva causato alla popolazione sovietica perdite spaventose in vite umane,
con oltre venti milioni di morti, a cui si aggiungevano le distruzioni materiali e spiritua-
li. Sommate a quelle derivanti dagli eventi degli anni Trenta, in particolare la colletti-
vizzazione forzata, si capisce perch la societ nel suo complesso manifestasse un atteg-
giamento di acquiescenza verso il regime nonostante il perpetuarsi di condizioni di vita
durissime. Su tutto prevaleva la ricerca della tranquillit e la speranza in un periodo di
tregua, di allentamento della repressione.
Ma non erano solo queste le basi su cui si reggevano Stalin e il suo sistema di potere.
La guerra svolse anche un ruolo formidabile di rilegittimazione del comunismo sovieti-
co, una vera e propria rifondazione, conforme alla natura che aveva assunto, ma con lef-
fetto di riproiettarlo sulla scena mondiale, anche al di l delle mire immediate di Stalin.
Questi di sicuro voleva fare dellURSS una superpotenza in grado di vincere la lotta per la
supremazia mondiale, utilizzando tutti gli appoggi esterni possibili, per cui i movimenti
rivoluzionari, anticoloniali e antimperialistici erano visti come fattori in grado di accre-
scere la potenza dello Stato sovietico, centro egemonico unico della rivoluzione a cui su-
bordinare e sacrificare ogni altra istanza.
La vittoria nella guerra al nazifascismo legittimava tale pretesa: Stalin incarnava il
comunismo e ogni critica finiva oscurata dal fulgore del mito. Dopo la vittoria il dit-
tatore sovietico era esaltato da tutti i leader politici occidentali, dallintero movimen-
to operaio, dai movimenti di liberazione nazionale dei paesi extraeuropei allavvio
dellepopea della decolonizzazione. Nella stessa Unione Sovietica, soprattutto in Rus-
sia, Stalin viene visto come lartefice della vittoria, colui che riuscito a respingere
unaggressione senza precedenti, volta a distruggere e schiavizzare i popoli slavi. Alla
paura si mescola lammirazione e non manca, in un primo momento, la speranza che
si possa aprire una nuova fase, che il dittatore rinsaldato nel suo potere potesse rinun-
ciare al terrore.
Pier Paolo Poggio
4
Lottica con cui si guarda a Stalin (e attraverso di lui allURSS) in Occidente diversa,
se non rovesciata, rispetto alla prospettiva in cui si pongono i sovietici. Per gli occiden-
tali, in primo luogo per gli ambienti intellettuali progressisti (con poche eccezioni), Sta-
lin rappresenta il comunismo finalmente vittorioso. Essi vedono nellURSS con speranza
(o timore) il centro propulsivo della rivoluzione mondiale, il luogo dove si sono realizza-
te le aspettative del proletariato, mettendo in pratica le teorie di Marx
1
.
Anche per i sovietici Stalin, sulle orme di Lenin, linterprete autentico del mar-
xismo, ridotto alla scolastica obbligata del diamat, ma il suo vero merito consisti-
to nella nazionalizzazione dellideologia, attraverso la creazione di una nazione inedita,
nella capacit di fare dellURSS una potenza statale mondiale, dando vita ad una realt,
il mondo sovietico, appunto, frutto dellibridazione tra la tradizione russa e lideologia
marxista.
Nel clima della Guerra fredda gli ideologi dellanticomunismo, spesso con trascorsi
di sinistra in particolare trockista, hanno dipinto lURSS stalinista come il centro della ri-
voluzione in espansione, una potenza pericolosa per la sua spinta ad allargare la rivolu-
zione in ogni dove, soprattutto verso lOccidente, facendo leva sulle quinte colonne in-
terne. Tale visione stata fatta propria da una parte della storiografia che ha finito col
fare di Stalin lincarnazione del vero capo rivoluzionario, non tanto un despota o uno
statista, sia pure sanguinario, ma lautentico esecutore testamentario di Lenin e in defi-
nitiva di Marx. una rappresentazione, non importa se polemica o apologetica, che non
trova riscontro nei fatti. Stalin intendeva sicuramente esercitare un controllo monopo-
listico sul movimento comunista internazionale, pur non riuscendoci, ma aveva di mira
non la rivoluzione mondiale, il sogno svanito di Trockij, bens la crescita della potenza
politico-militare dellURSS, a cui ogni altra istanza doveva essere subordinata.
Non a caso su questa base promosse il patto Molotov-Ribbentrop e le sue mire si in-
dirizzarono verso lEuropa centro-orientale, nellottica di un ampliamento territoriale di
tipo zarista pi che sovietico-rivoluzionario. Il risultato fu che lURSS inglob e sottomi-
se, nella forma degli Stati satelliti, una serie di Paesi e popolazioni che si rivelarono da
subito, e poi per tutti i decenni successivi, sommamente ostili a Mosca e decisivi nel crol-
lo del sistema sovietico.
Daltro canto Stalin non colse le potenzialit dei moti di liberazione in atto nelle co-
lonie e nemmeno la portata della rivoluzione cinese a guida maoista. Non era questo il
terreno su cui intendeva muoversi il dittatore sovietico, stratega di una lotta mortale con
la superpotenza americana da ingaggiarsi innanzitutto sul terreno della forza militare,
nella convinzione dellinevitabilit della guerra.
Per tale motivo la concezione politico-strategica con cui Stalin intendeva il confron-
to nellarena mondiale rendeva assolutamente cruciale il possesso della bomba atomica.
Non a caso venne costituito un apposito comitato per affrontare il problema numero
uno: la costruzione della bomba. Facendo leva sullottimo livello della scienza sovieti-
1
In questo clima chi osava criticare lURSS era considerato un calunniatore e traditore. Celebre e tragico il
caso di Viktor Krav/enko, ingegnere sovietico consegnatosi alle autorit americane nel 1944 e autore del libro
Ho scelto la libert (1946), sottoposto a violenti attacchi da parte della stampa comunista e progressista di
mezzo mondo.
Crisi e fine del comunismo sovietico
5
ca, e della fisica in particolare, nonch sulle capacit organizzative e la spregiudicatezza
di Berija, responsabile del comitato, i progressi atomici sovietici furono rapidissimi, dal-
la prima reazione controllata del 1946 si arriva allo scoppio riuscito della bomba atomica
nel 1949. La Guerra fredda si sarebbe ormai sviluppata sotto legida del Terrore.
La divisione in due campi contrapposti era funzionale al completo allineamento di
tutti i partiti comunisti alle direttive di Mosca, compatti nel contrastare le mosse del ne-
mico. In questa fase la politica staliniana trov il suo interprete in Andrej Zdanov, che
sotto lo stretto controllo del Capo, orchestr le campagne ideologiche interne ed esterne
contro ogni forma vera o presunta di dissidenza, pericolo, minaccia. Cos il piano di aiu-
ti americani allEuropa fu interpretato da Stalin come un attacco politico allURSS e alla
sua sfera di influenza. Come contromisura fu costituito il Cominform (1947) che ave-
va lobiettivo di creare un blocco antiamericano riconducendo le democrazie popola-
ri dellEst Europa e i partiti comunisti occidentali, in particolare il PCI e il PCF, sotto lo
stretto controllo sovietico sia sul piano politico che ideologico.
A partire dal 1947 si svilupp una politica di sovietizzazione forzata delle democra-
zie popolari, eliminando la finzione del pluralismo e arrivando rapidamente al mono-
polio politico del Partito, con la statalizzazione delleconomia e limposizione della col-
lettivizzazione delle campagne (per altro registrando notevoli insuccessi).
Lungi dallallentarsi la presa dispotica dello stalinismo si faceva ancora pi pesante
nel momento del suo apogeo e trionfo. Si pu sostenere che in tal modo si manifestas-
se la sua autentica e insuperabile natura, ma bisogna tener conto di almeno altri due ele-
menti: in primo luogo la leadership sovietica non aveva certo superato, per effetto della
vittoria, la sua paura e diffidenza verso una popolazione a cui aveva inflitto enormi sof-
ferenze; in secondo luogo la guerra aveva comportato unapertura verso lesterno e i sol-
dati sovietici erano giunti sino nel cuore dellEuropa, il che, agli occhi di Stalin, costitui-
va un potenziale pericolo da rintuzzare preventivamente. Mentre nel mondo brillava la
stella di Stalin la situazione interna era tragica e le speranze nei frutti della vittoria veni-
vano rapidamente spazzate via. La repressione si abbatteva durissima colpendo in par-
ticolare la popolazione dei territori riconquistati ai nazisti e gli ex prigionieri di guerra.
Gli anni dal 45 alla morte di Stalin vedono la massima espansione del Gulag e il tentati-
vo di farne una struttura produttiva in grado di porre rimedio ai vuoti causati dalla guer-
ra. I detenuti passano da 1,5 milioni a 2,5, a cui sono da aggiungere altrettanti coloni de-
portati forzosamente (in primo luogo tedeschi e ceceni).
Si tenga conto che un po in tutta lEuropa orientale la guerra si prolunga ben al di
l del maggio 1945. Oltre alle guerriglie antisovietiche che continuano sino ai primi anni
Cinquanta, un fenomeno saliente rappresentato dallo spostamento forzato delle popo-
lazioni. I casi pi eclatanti riguardano la Polonia e lUcraina con la deportazione di mol-
te centinaia di migliaia di persone, a seconda dei casi verso est o ovest. Si calcola poi, se-
condo stime prudenziali, che 7 milioni di tedeschi dei territori orientali sotto controllo
sovietico vengano espulsi con oltre un milione di morti. Nel frattempo, specie in Polo-
nia, continua la persecuzione degli ebrei, mentre lantisemitismo prende sempre pi pie-
de in Unione Sovietica.
La ricostruzione viene fatta puntando da un lato sullo sfruttamento del lavoro coat-
to, dallaltro sul reclutamento di una vasta massa di forza-lavoro, in fuga dalle campa-
gne, nuovamente in preda alle carestie. I contadini a milioni si spostano verso le citt for-
Pier Paolo Poggio
6
mando il nuovo proletariato urbano, da cui venivano reclutati gli operai dellindustria,
in crescita da 8 a 14 milioni tra il 45 e il 53. Stalin e il Partito, nel secondo dopoguerra,
riproponevano la loro ricetta di costruzione del socialismo in transizione verso il comu-
nismo: concentrazione massima degli sforzi e delle risorse sullindustria pesante, e in pri-
mo luogo su quella bellica, repressione generalizzata di ogni dissenso, disastro garantito
nel settore agricolo. Ancora una volta la palla al piede del sistema sovietico.
Nel 1946 scoppia una nuova carestia e la situazione diventa rapidamente drammati-
ca, con oltre un milione di morti. Il modus operandi di Stalin quello gi collaudato: re-
pressioni, nessuna concessione o aiuto alle campagne, esportazioni propagandistiche di
cereali allestero, censura sugli eventi. La crisi degli approvvigionamenti colpiva anche
le citt, ma per lo stato di prostrazione in cui versava la popolazione non ci furono pro-
teste collettive.
Lopposizione si esprimeva secondo il metodo tradizionale adottato dai lavorato-
ri sovietici, mantenendo al livello pi basso possibile la produttivit del lavoro. Que-
sta era ancora pi bassa nel vasto arcipelago del lavoro forzato, dove si diffondeva un
vero e proprio rifiuto del lavoro e non mancavano le sommosse, gli scioperi della fame,
i tentativi di fuga, ancor prima delle grandi rivolte del 1953-54. Tutto ci, almeno sino
alla scomparsa di Stalin, non intaccava il regime di doppia realt insediatosi in Unio-
ne Sovietica.
La potente, anche se farraginosa, macchina costruita dai bolscevichi era ancora pie-
namente in corsa e, nonostante tutto ci che travolgeva e schiacciava nel suo movimen-
to, sembrava, soprattutto a chi la guardava da lontano, in grado di raggiungere la meta
prefissata. La ripresa della produzione agricola (nel 1948) e la crescita del settore indu-
striale incentivarono sia lelaborazione ideologica che la promulgazione di grandi pro-
getti e programmi. Allordine del giorno veniva posto il passaggio al comunismo imper-
niato sul massimo sviluppo delleconomia sovietica che doveva rendersi autonoma dalle
economie capitalistiche e imperialistiche, estendere la statizzazione ad ogni ambito di at-
tivit, superare il capitalismo nei risultati quantitativi e come benessere della popolazio-
ne. Per raggiungere tali mete furono lanciati i cantieri del comunismo.
Uno dei pi ambiziosi di questi cantieri fu il grande programma di trasformazione della
natura, il pi vasto e costoso progetto agricolo dellera staliniana. Prevedeva la creazione di
otto enormi fasce forestali, alcune delle quali lunghe pi di mille chilometri, per proteggere
i terreni agricoli dai venti aridi del sud-est, lintroduzione della rotazione delle colture e la
creazione di innumerevoli laghi e bacini artificiali (...). Alla fine del 1949 erano stati piantati
alberi su mezzo milione di ettari, pi di quanto previsto dal piano, e spesso grazie al lavoro dei
prigionieri di guerra tedeschi, erano stati scavati numerosissimi bacini idrici. Ma nel 1951 pi
della met degli alberi piantati era gi morta, e nel 1953 il programma, che in teoria sarebbe
durato fino al 1965, fu abbandonato
2
.
Sempre al fine di superare linvincibile arretratezza delle campagne, Nikita Chru/v, a
cui era stata affidata la supervisione dellagricoltura, lanci nel 1951 un piano per supe-
2
A. Graziosi, LURSS dal trionfo al degrado. Storia dellUnione Sovietica 1945-1991, Il Mulino, Bologna 2008,
p. 85.
Crisi e fine del comunismo sovietico
7
rare la divisione tra citt e campagna, fondamentale ostacolo sulla via del comunismo,
attraverso la creazione di agrocitt, in cui concentrare la popolazione dei villaggi, tra-
sformando i contadini in cittadini dediti allagricoltura: idea tacciata da Stalin di avven-
turismo di sinistra. Chru/v si era spinto troppo oltre, entrando nel terreno minato del-
le scelte ideologiche di fondo, appannaggio esclusivo del Capo, ma la sua proposta, che
ritorner anche successivamente sino allultima fase del socialismo sovietico
3
, esprimeva
perfettamente le coordinate culturali della nomenklatura al potere.
Lapogeo della glorificazione di Stalin si ebbe nel dicembre del 1949, in occasione
della celebrazione del suo 70 compleanno, a pochi mesi di distanza dallo scoppio della
prima bomba atomica sovietica e dai riti celebrativi dellOttobre. Contemporaneamente
allo spettacolo di una santificazione che aveva echi in tutto il mondo, il clima interno era
tragico a causa della deriva psicopatica e paranoica del dittatore: antisemitismo e com-
plotti; ostilit generalizzata nei confronti dei suoi pi stretti collaboratori; diffidenza ver-
so gli ex alleati, a partire da Tito e le nuove realt emergenti, in primo luogo la Cina di
Mao; paura della guerra totale con lOccidente e convinzione della sua inevitabilit.
Il 1949 anche lanno della presa del potere del partito comunista in Cina. I comuni-
sti cinesi, dopo lesperienza fallimentare dellalleanza con il Guomindang, erano riusci-
ti a sconfiggere i nazionalisti attraverso una lunga lotta sviluppatasi principalmente nelle
campagne. La seconda, fondamentale, rivoluzione comunista del Novecento era avve-
nuta indipendentemente se non contro la politica di Stalin.
Proprio quando il comunismo sembrava poter assumere una effettiva dimensione
mondiale, superando i confini dellURSS e delle sue proiezioni esterne, si ponevano le
basi della rottura con la creazione di due poli comunisti facenti capo a due diversi Stati.
Lomogeneit dellassetto sociale non si traduceva in convergenza politica. La comune
base ideologica veniva coniugata diversamente, sino ad arrivare poi alle scomuniche re-
ciproche. Lelemento statale-nazionale prevaleva sullinternazionalismo comunista, con
la creazione di due campi di influenza e di affiliazione ideologica, ponendo fine allidea
stessa di una futura Internazionale, dopo la liquidazione della Terza e lesistenza solo vir-
tuale della Quarta Internazionale (trockista).
Il disgelo
Dopo la morte di Stalin (1953) inizia la stagione del disgelo e delle tentate riforme sino
agli esiti fissati dal XX Congresso del 1956. In un primo momento fu uno dei pi stretti
collaboratori di Stalin, Laurentij Berija, a dare una forte spinta riformistica cercando di
smantellare lelefantiaco sistema del Gulag. Il suo attivismo gli coalizz contro i vertici
del Partito che lo eliminarono politicamente e fisicamente. Loperazione costitu il tram-
polino di lancio di Chru/v, un tipico neopromosso di umili origini e nessuna istru-
zione formale, che doveva tutto alla rivoluzione plebea del 1917-18 e a quella stalinia-
na del 1928 (A. Graziosi).
3
Cfr. B. Kerblay, Du mir aux agrovilles, Institut dEtudes slaves, Paris 1985.
Pier Paolo Poggio
8
Sullo sfondo cerano le rivolte nei lager di Norilsk, Vorkuta e Karaganda, mentre a
Berlino e nella Germania dellEst si sviluppava la rivolta operaia. Nonostante la sua roz-
zezza e il carattere superficiale e primitivo di molte sue idee e convinzioni, nonch la
compromissione totale in alcune delle pagine pi nere dello stalinismo, il nuovo leader
sovietico venne visto con favore sulla scena internazionale e anche in URSS, a parte losti-
lit dellala conservatrice del Partito. Ci fu dovuto principalmente a due fattori collega-
ti tra di loro: il miglioramento generale del quadro economico, dopo i decenni stalinia-
ni di opzione costante per lindustria pesante; la scelta di Chru/v di diminuire le spese
militari, anche per effetto di una notevole revisione ideologica.
Nellagosto 1953 lURSS era riuscita a far esplodere la prima bomba a idrogeno (con
lapporto decisivo di Sacharov). Prima negli ambienti scientifici poi presso alcuni espo-
nenti politici, ad esempio in Malenkov, si afferm lidea che fosse possibile e necessario
evitare la guerra, a causa dei suoi effetti distruttivi incontrollabili. Era una rottura non
da poco, dato che la tesi dellinevitabilit della guerra e del rapporto tra guerra e rivo-
luzione costituivano dei capisaldi della teorizzazione leniniana e staliniana. In ogni caso
Chru/v si fece il portavoce di una auspicabile coesistenza pacifica, affidando la vitto-
ria sul capitalismo alla superiorit economica del socialismo pianificato, cosa di cui era
totalmente convinto.
Lazione politica pi eclatante e di maggior impatto dovuta a Chru/v fu in ogni
caso il rapporto segreto Sul culto della personalit e le sue conseguenze letto il 25 feb-
braio 1956 durante il XX Congresso del PCUS. La denuncia dei crimini di Stalin, prove-
nendo dal vertice del potere ebbe unenorme risonanza e contribu certamente a incrina-
re il prestigio dellURSS e il mito della rivoluzione, incontrando adesioni, ma anche molte
resistenze sia allinterno del Partito che in settori della societ sovietica oltre che pres-
so esponenti dei partiti comunisti in Europa e nel mondo. Al punto che Chru/v fu poi
costretto a compiere diversi passi indietro, anche se le critiche a Stalin furono da lui ri-
badite al XXII Congresso del 1961.
In effetti le denunce di Chru/v riguardanti i crimini commessi da Stalin contro i
comunisti, gli errori nella condotta della guerra e nella gestione delleconomia, non mi-
ravano affatto a colpire il sistema e nemmeno aspetti cruciali dello stalinismo quali lin-
dustrializzazione e la collettivizzazione forzata. Inoltre concentrando tutte le colpe su
Stalin e la sua peculiare personalit, il rapporto salvava il Partito e lessenza stessa del
comunismo sovietico, in cui Chru/v poneva tutta la sua fiducia. Del resto anche colo-
ro che propugnavano la necessit di far chiarezza sullintera epoca staliniana, allargan-
do lattenzione a molte altre categorie di vittime, non si spingevano in generale al di l
di un ritorno a Lenin, considerato la vera guida e il depositario intangibile della veri-
t. Si produceva in tal modo un curioso cortocircuito.
La denuncia contro Stalin si concentrava sugli effetti negativi del culto della perso-
nalit, che aveva intaccato e deviato le sue indubbie capacit a causa della illimitata con-
centrazione di potere sia pratico che ideologico nelle sue mani, facendone linterprete
infallibile della dottrina marxista-leninista, per cui una teoria, che voleva essere scienti-
fica e sommariamente impersonale, finiva con lidentificarsi con una persona, a sua vol-
ta elevata al rango di padre del popolo e scienziato di tipo nuovo. Ma lalternativa non
era meno antimarxista visto che si attribuiva a Lenin le qualit usurpate da Stalin, per
cui soltanto il primo aveva diritto di essere venerato, imbalsamato, nel mausoleo che il
Crisi e fine del comunismo sovietico
9
secondo gli aveva dedicato, ponendo le basi del culto per la personalit, ovvero la mitiz-
zazione pseudo-religiosa di individui di per s capaci di indirizzare il corso della storia,
in totale antitesi con quanto sosteneva il marxismo e pensava Marx.
Con il che non si intende affatto sminuire il significato e la portata periodizzante del
XX Congresso che, ben al di l delle intenzioni di Chru/v, ebbe conseguenze imme-
diate su tutto luniverso comunista, spezzandone la compattezza e unit, e conseguenze
di pi lungo periodo, consumatesi attraverso un lungo e tormentato percorso. Si pu in
ogni caso convenire che: questo evento, pur con tutta la sua ambiguit e strumentali-
t, ebbe un effetto decisivo, dando involontariamente lavvio a quel processo incontrol-
labile che nei decenni successivi avrebbe portato alla crisi finale del sistema comunista e
della stessa Unione Sovietica
4
.
Nel 1956 le conseguenze pi significative del XX Congresso si ebbero nei paesi satel-
liti con i sollevamenti in Polonia e soprattutto la rivolta in Ungheria, risolta con linter-
vento diretto dellArmata Rossa. Il crollo del prestigio sovietico fu irreversibile in tut-
ta lEuropa centro-orientale; la destalinizzazione che poteva tradursi nella dissoluzione
dellimpero venne fermata con la forza, mentre lappoggio accordato allEgitto nellaf-
fare del canale di Suez, rilanciava limmagine della patria del socialismo come baluardo
contro le pretese neocoloniali dei paesi capitalisti.
Ma se in Occidente e nel Terzo Mondo lURSS godeva ancora di un diffuso prestigio,
la credibilit del socialismo realizzato non aveva nessuna possibilit di ripresa nei Pae-
si satelliti. In particolare la Germania Est costituiva un incubo per la dirigenza sovieti-
ca: nonostante gli abbondanti aiuti economici lemorragia di popolazione verso lOvest
era inarrestabile; oltre due milioni di tedeschi, soprattutto giovani, avevano abbandona-
to la DDR dalla sua fondazione nel 1949. Nellestate del 1961 il flusso delle fughe arriv
a 3.000 persone al giorno, inducendo Chru/v ad accettare la proposta di Ulbricht di
costruire un muro che tagliasse in due Berlino: era lammissione aperta del fallimento, il
campo socialista sopravviveva solo come carcere a cielo aperto.
Questa era limmagine che la propaganda occidentale dava dei Paesi al di l della
cortina di ferro, il che per induceva a crederla falsa, anche perch il comunismo so-
vietico poteva vantare grandi successi che attiravano lattenzione dei media. In partico-
lare, tra il 1957 e il 1961, lURSS consegu successi spettacolari in campo aerospaziale,
riuscendo a lanciare il primo satellite artificiale al mondo e a mandare il primo uomo nel-
lo spazio. Limpatto fu enorme accreditando lURSS di una superiorit tecnico-scientifica
in realt inesistente ma considerata effettiva anche in Occidente; altra conseguenza non
meno importante fu il rinnovato oscuramento dei perduranti e gravi problemi sociali ed
economici che attanagliavano il Paese.
La convinzione comune era per ben diversa e Chru/v era in prima fila nel procla-
mare limminenza del sorpasso sugli Stati Uniti
5
. Proprio in ragione di tali risultati dati
4
V. Strada, Lutopia comunista come problema storico, Lettera internazionale, n. 78, 2003, p. 9.
5
Il programma del Partito, approvato nellottobre 1961, recitava: Nel prossimo decennio 1961-71, lUnio-
ne Sovietica nel creare la base tecnico-materiale del comunismo, superer nella produzione pro capite il pi
forte e ricco paese capitalistico, gli Stati Uniti (...). Tutti i colcos e sovcos si trasformeranno in aziende alta-
mente produttive e altamente redditizie; (...) scomparir il lavoro fisico pesante: lURSS diverr il paese con la
giornata lavorativa pi corta (...). La presente generazione del popolo sovietico vivr nel comunismo.
Pier Paolo Poggio
10
per acquisiti o imminenti venne avviato un percorso di revisione ideologica di grande ri-
lievo anche se in una sfera fantasmatica e immaginaria. Bisognava prendere atto che la
fase della dittatura del proletariato si era compiuta e che il passaggio al comunismo si
sarebbe realizzato non pi su basi classiste ma con il coinvolgimento dellintero popolo
sovietico. Il che significava porre allordine del giorno il processo di superamento delle
nazionalit e lo sviluppo di ununica lingua. Senza spingersi a questi estremi, Chru/v
al XXII congresso proclam apertamente listituzione dellob/enarodnoe gosudarstvo (lo
Stato di tutto il popolo) e implicitamente la fine della lotta di classe. Anche le relazio-
ni tra le diverse nazionalit sovietiche dovevano svilupparsi seguendo un percorso pro-
gressivo in direzione della formazione di un unico popolo sovietico. Lintera costruzio-
ne poggiava per sulla promessa di un effettivo e consistente incremento del tenore di
vita della popolazione, cosa che si scontrava con la perdurante penuria di generi di pri-
ma necessit a partire da quelli alimentari.
Lo iato tra le altisonanti promesse e la realt accentu ulteriormente il malcontento
sino a sfociare in vere e proprie rivolte, la pi grave delle quali si ebbe a Novo/erkassk
(1962), oltre tutto ad opera della locale classe operaia. Lintervento dellesercito provo-
c una strage, a cui fece seguito una durissima repressione con lerogazione di condanne
a morte e lunghe pene detentive. I manifestanti furono presentati, dallo stesso Chru/v,
come elementi antisociali, criminali e fannulloni. Il che nelle coordinate ideologiche vi-
genti era inevitabile essendo inconcepibile che degli operai protestassero violentemente
contro il loro stesso Stato e Partito. A latere si pu aggiungere che, in base a tale schema
mentale, oppositori e dissidenti finivano in manicomio: solo dei matti potevano rifiuta-
re il migliore tra i sistemi sociali possibili.
La baldanza di Chru/v, che lo indusse a clamorosi errori sia in politica interna che
estera, derivava da alcuni fattori oggettivi, da lui sopravvalutati per motivi ideologici.
Sul fronte interno leconomia sovietica, dopo decenni di difficolt e disastri, stava cono-
scendo una fase di effettiva espansione. Nel teatro internazionale, attraverso i movimen-
ti di liberazione anticoloniale, si era affacciato un terzo attore che sembrava propendere
molto di pi per il campo socialista, rafforzandolo enormemente, che non per quello ca-
pitalistico-occidentale, contro cui stava lottando. Daltro canto la linea della coesistenza
pacifica trovava ascolto nellopinione pubblica progressista, mentre a livello politico-so-
ciologico prendevano piede le teorizzazioni sulla tendenziale convergenza tra i sistemi,
con la prospettiva di un definitivo superamento della Guerra fredda.
In questo clima ottimistico, nellottobre 1962, si giunse improvvisamente ad un pas-
so dalla guerra atomica, a causa della partita a scacchi inscenata da Chru/v con lin-
stallazione dei missili sovietici a Cuba, motivata dalla difesa dellindipendenza dellisola
dagli attacchi statunitensi, in realt rispondente alla logica del mantenimento del duo-
polio mondiale della potenza.
Cosa niente affatto gradita alla Cina con cui, sempre allepoca di Chru/v, si consu-
m una rottura di cui, al momento, da pochi fu colta la portata e il significato. Una rottu-
ra tanto pi sconcertante e apparentemente incomprensibile se si considera che la poli-
tica cinese si ispirava allo stesso credo ideologico e operava scelte non dissimili da quelle
sovietiche, specie staliniane. Il che rendeva irritante, se non avventuristica, agli occhi di
Mao e degli altri leader cinesi, la principale operazione politica compiuta da Chru/v,
vale a dire la messa sotto accusa di Stalin.
Crisi e fine del comunismo sovietico
11
Lobiettivo di Chru/v di ridare vitalit al sistema sovietico liberandolo dal peso
rappresentato dalleredit di Stalin era privo di interesse per i cinesi che considerava-
no lURSS e Stalin consustanziali, inseparabili luna dallaltro. La rottura era ad un tempo
politico-ideologica e strategica. Mao non era disposto a rinunciare al metodo staliniano
della radicalizzazione della lotta contro i nemici di turno per far procedere la rivoluzio-
ne. Daltro canto la Cina era ancor meno disposta che in passato a riconoscere una qual-
che egemonia o ruolo di guida allURSS. Le concause della rottura furono molteplici, e di
lunga data, in ogni caso la questione di maggior rilievo ideologico e strategico concerne-
va il rifiuto maoista della politica della coesistenza pacifica, a cui veniva contrapposta la
classica tesi leniniana sulla guerra quale esito inevitabile dellimperialismo.
Per parte sua Chru/v era costretto ad imbucare la strada del revisionismo e del di-
sgelo, lunica che gli restava, dopo i decenni di guerra del potere contro il proprio po-
polo, per cercare di conquistare in breve tempo quei miglioramenti del tenore di vita,
indispensabili per riottenere il consenso popolare e mantenere fede alle promesse che le-
gittimavano il sistema avente nella rivoluzione dOttobre latto fondativo.
Dopo Stalin la questione dei consumi individuali e famigliari rappresentava il prin-
cipale punto debole del socialismo reale e ci non solo per loggettivo squilibrio con
i Paesi di punta dellOccidente, che non poteva essere compensato da garanzie e servizi
sociali universalistici (almeno in linea di principio). A causa della concentrazione asso-
luta delle aspettative sul lato materialistico dellesistenza, il soddisfacimento dei bisogni
doveva trovare un riscontro tangibile nel consumo di beni materiali. Il differimento di
tale aspettativa non poteva andare al di l della soglia della guerra, e siccome la Guerra
fredda veniva combattuta principalmente sul piano economico, comprensivo della pro-
duzione bellica, la questione si riproponeva intatta e aggravata. N i cittadini sovietici,
che sapevano dei consumi speciali riservati alla nomenklatura, potevano essere messi del
tutto al riparo dalle lusinghe e dal confronto con lOccidente. La cortina di ferro era
efficace ma insufficiente; del resto i soldati dellArmata rossa avevano potuto constatare,
nonostante le distruzioni belliche, che il tenore di vita in Germania e altrove era molto
pi alto che in URSS. Non cerano soluzioni possibili, tanto pi che lesperienza non era
quella di consumi bassi ma in crescita, bens di una cronica penuria di beni, che alimen-
tava leconomia in nero e forme varie di illegalit. Nel settore primario lesistenza di
due economie, quella statale e quella privata, rappresentava un dato strutturale e costi-
tuiva il riconoscimento ufficiale del fallimento del socialismo nelle campagne: la fornitu-
ra di derrate alimentari indispensabili era demandata a trenta milioni di piccole aziende
contadine. Ma la seconda economia (K.S. Karol) si estendeva a tutta una serie di altri
ambiti: cominci cos a prendere forma un sistema che legava la corruzione delle strut-
ture pubbliche a quella dei comportamenti della popolazione (...), il sistema di produ-
zione statale a quello privato, quello legale a quello extralegale o illegale
6
.
Chru/v, anche per la sua storia personale, non aveva alcuna possibilit di rompere
veramente con lo stalinismo. Per altri versi il suo tentativo di riformare il comunismo so-
vietico anticipa quello di Gorba/v. In fondo si tratt di un intermezzo tra lera di Stalin
e quella di Brenev. Il primo massacrava tranquillamente il suo popolo al fine di costrui-
6
A. Graziosi, op. cit., p. 374.
Pier Paolo Poggio
12
re il socialismo, per come lo poteva intendere un bolscevico ad un tempo dogmatico e
pragmatico. Il secondo si prefiggeva solo di conservare, ibernandola, la costruzione le-
niniano-staliniana. Chru/v, del tutto velleitariamente in ci simile a Gorba/v in-
tendeva rimettere in moto le masse, stremate dai decenni dello stalinismo, di vitalizza-
re dallalto la societ al fine di dare slancio alleconomia. Egli stato cos linventore di
una specie di populismo di apparato, che mirava a collegare gli aspetti autoritari dello
stalinismo e la base popolare in una nuova sintesi (...). Laspetto principale del chru/evi-
smo sta proprio nella volont di rimettere allintero popolo (...) una parte delliniziativa
confiscata dai vertici del partito
7
, restando allinterno dello stesso sistema sociale.
Nonostante il ruolo avuto nellattuazione della politica di terrore staliniana, si pu
convenire sul fatto che a Chru/v stesse veramente a cuore il miglioramento dellagricol-
tura e delle condizioni di vita dei contadini. Ma proprio ci rende pi significativi i suoi
fallimenti che discendono dallidea base dellinsuperabile arretratezza del mondo con-
tadino e quindi della necessit di decontadinizzare le campagne, generalizzandovi lor-
ganizzazione e il modo di produzione industriale, sostenuto dagli esiti pi avanzati della
ricerca scientifica che agli occhi di Chru/v era rappresentata dalle teorie di Lysenko, se-
condo una tipica concezione miracolistica e acritica del progresso della scienza.
Loperazione Terre vergini con la messa a coltura di oltre trenta milioni di ettari in
Siberia e Kazachistan, al fine di espandere la produzione di mais sul modello america-
no, rappresent limpresa pi impegnativa di Chru/v e un epitome della sua cultura
e mentalit, dallincancellabile imprinting staliniano. Senza lesinare in mezzi, soprattut-
to in forza-lavoro, bisognava dare lassalto alla natura e piegarla alle esigenze del socia-
lismo. Ai successi iniziali, con rese spettacolari, fece seguito una crisi profonda, la di-
minuzione drastica dei rendimenti, vasti fenomeni di erosione del suolo: lassalto aveva
prodotto un disastro ecologico.
In realt lintera vicenda sovietica andrebbe esaminata nellottica del contrasto insa-
nabile tra economia e ecologia, un settore di studi a cui gli scienziati sovietici diedero
un grande contributo, basti il nome di V.I. Vernadskij. A differenza che nelle economie
capitalistiche in cui la questione ecologica considerata irrilevante ovvero da gestirsi
estendendo il mercato ad ogni componente dellambiente, lURSS sembr prestare grandi
attenzioni alla protezione della natura, in primo luogo sottraendola al mercato, e quindi
riconoscendole un valore in s. Per altro, in perfetta simmetria con quel che accadeva al
lavoro, linsieme delle risorse naturali doveva essere a totale disposizione del potere che
poteva farne ci che voleva al fine di realizzare i suoi obiettivi, in primo luogo quello di
superare il capitalismo sul piano economico-produttivo.
Nel contesto del sistema sovietico, nonostante errori ed oscillazioni, Chru/v aveva
indubbiamente segnato una discontinuit, imprimendo una spinta contraddittoria ma
genuina per il rinnovamento dellURSS, ci provoc una reazione conservatrice da parte
dellestablishment che attraverso una congiura di palazzo capeggiata da Brenev, Pod-
gornyi e Suslov riusc a destituirlo. Prendeva cos avvio la fase di stagnazione che sfoce-
r nellimplosione dellUnione Sovietica.
7
A. Adler, Politica e ideologia nellesperienza sovietica, in Storia del marxismo, vol. IV, Einaudi, Torino 1982,
pp. 138-139.
Crisi e fine del comunismo sovietico
13
La stagnazione
La lunga transizione incarnata dallera Brenev (1964-1982) stata interpretata come
una forma di normalizzazione. Di sicuro un ritorno al terrore dispiegato non era pi
possibile, mancavano sia lenergia che la convinzione. La normalizzazione, gestita dal-
la burocrazia che si era sentita minacciata dallattivismo incoerente di Chru/v, una
sorta di stalinismo depotenziato, una versione russo-sovietica di totalitarismo morbido,
che prevede la repressione di chi la pensa diversamente ma che soprattutto si sostiene
sullapatia e la depoliticizzazione dei cittadini-sudditi, sulla diffusione della corruzione e
dellillegalit a tutti i livelli dellapparato di potere, mentre le persone comuni cercavano
rifugio e protezione nella vita privata, nella creazione di circuiti di relazione prepolitici.
Se lascesa al potere di Brenev era stata possibile per le preoccupazioni della no-
menklatura di fronte ai fermenti innescati dalla destalinizzazione, laccentuazione con-
servatrice della sua politica fu dovuta ai timori della leadership sovietica di fronte al mo-
vimento di contestazione che stava coinvolgendo lOccidente, in generale ostile allURSS
anche se pieno di illusioni verso la Cina maoista.
Anche in URSS e nel sistema sovietico il 68 ebbe modo di manifestarsi attraverso il
fiorire di iniziative da parte del mondo del dissenso, molto variegato al suo interno, ma
con la prevalenza, allepoca, di posizioni di sinistra sia socialiste che comuniste antista-
liniste. Lepisodio pi significativo fu il varo nellaprile del 68 del pi importante perio-
dico del samizdat, la Cronaca degli avvenimenti correnti. La svolta si ebbe per con la
primavera di Praga, vale a dire con la crisi di uno dei pilastri del sistema sovietico in
Europa centrale. Mentre emergevano le profonde differenze tra il movimento di conte-
stazione in Occidente e gli obiettivi che si ponevano gli insorti di Praga, il primo impe-
gnato a riautentificare il comunismo, i secondi a rompere con esso, la leadership sovie-
tica non dimostrava incertezze: i fermenti che provenivano dallOvest, e soprattutto il
pericolo che il contagio cecoslovacco si estendesse verso il cuore dellimpero
8
, vennero
percepiti come un pericolo mortale, accentuandone la chiusura burocratico-ritualistica.
Con il 68 il ciclo del comunismo sovietico, leniniano e staliniano, si chiude defini-
tivamente, cristallizzandosi in un organismo che mira alla pura sopravvivenza. Come in
altre epoche della storia russa il potere si autonomizza dalla societ, rinuncia a forgiar-
la, non concede nulla sul piano della libert politica ma lascia che la popolazione si con-
centri sulle necessit immediate della vita nel contesto dato. La volont di convincere
a ogni costo cedette il posto a un atteggiamento di compromesso: se in pubblico si era
sempre costretti a far professione di fede, in privato ognuno poteva pensare un po quel
che voleva. Gli anni di Brenev sono infatti gli anni di un conformismo esasperato, ot-
tenuto al prezzo di uno sdoppiamento costante delle coscienze
9
. Contemporaneamen-
te la secessione di intellettuali, artisti, religiosi si esprime nel dissenso, minoritario, divi-
so ma capace di creare e lottare.
8
Un timore che venne confermato dalle rivolte degli operai polacchi, nel dicembre 1970, sanguinosamente
represse da Gomulka, che aveva anche inutilmente richiesto lintervento dellesercito sovietico.
9
M. Ferretti, Il malessere della memoria. La Russia e lo stalinismo, Italia contemporanea, n. 234, 2004, p.
118.
Pier Paolo Poggio
14
Soprattutto in Occidente limmobilismo breneviano venne interpretato da molti os-
servatori come una conferma della stabilit e solidit del sistema, anche perch lURSS
beneficiava, ancora una volta, del cambiamento in atto sulla scena mondiale. Si pensi da
un lato alla crisi petrolifera e dallaltro allesito della guerra in Viet-Nam, due eventi che
colpivano duramente il mondo occidentale, ancora scosso dalle ondate della contesta-
zione, non amata dai sovietici ma dagli innegabili tratti anticapitalistici.
LURSS, a parte il dissenso di cui poco si sapeva, sembrava essere al riparo da ogni tur-
bolenza e conflitto, obiettivo scientemente perseguito dalla dirigenza sotto forma di im-
balsamazione e nuova glaciazione, dopo la fragile stagione del disgelo. Un clima ben
colto da Andrej Amalrik nel suo profetico pamphlet che, al di l di singoli errori di pre-
visione, poneva il tema, inimmaginabile per la stragrande maggioranza degli osservatori
e sovietologi, dellimminente fine dellURSS
10
.
In effetti, data la mancanza di conflitti aperti, lerosione dallinterno non era imme-
diatamente visibile; daltro canto le crisi novecentesche avevano avuto piuttosto un esi-
to esplosivo che implosivo, come avverr invece per lURSS. Gli indicatori principali era-
no tipici di processi di lunga durata: la crisi del mondo rurale, il declino demografico,
con la sconcertante diminuzione della speranza di vita, la cronica mancanza di beni di
consumo anche di prima necessit. La cosa che maggiormente colpiva e stupiva era la
perdurante arretratezza dellagricoltura, una sorta di ineliminabile zavorra che trascina-
va allindietro un Paese che, per altri versi, era una grande potenza industriale, oltre che
militare, con un apparato tecnico-scientifico di primo livello.
Come noto, la teoria bolscevica, ampiamente condivisa anche fuori dallURSS, pre-
vedeva che, nella fase della costruzione e sviluppo del sistema sovietico, lagricoltura, le
campagne, fungessero da supporto dei veri motori della modernizzazione, vale a dire
lindustria e le citt. Nei fatti una sorta di colonia interna da utilizzare per le esigen-
ze dellaccumulazione primitiva e principale serbatoio di manodopera. La seconda fase
prevedeva invece lallineamento e il superamento della divisione tra citt e campagna.
Come detto sforzi in tal senso, anche con soluzioni del tutto utopistiche, vennero fat-
ti lungo tutto larco della vicenda sovietica, a conferma che si trattava di uno dei pila-
stri dellideologia.
Nei fatti le campagne svolsero pienamente la funzione di serbatoio di manodopera,
ma a partire dalla collettivizzazione non riuscirono pi a sostenere leconomia del Pae-
se che, mentre esportava materie prime, era costretto ad importare derrate alimentari in
gran quantit: nella seconda met degli anni Settanta lURSS diventa il principale impor-
tatore di cibo del pianeta. Il progetto di cancellare la civilt contadina, concepita come il
ricettacolo dellarretratezza, era stato portato a compimento: le campagne uscivano dal
lungo esperimento sovietico del tutto svuotate di energia, con una popolazione apatica,
indifferente, completamente alienata. Lungi dal realizzare qualsiasi forma di socialismo,
erano state minate anche le basi di un possibile sviluppo del capitalismo agricolo, che lo
stesso Lenin, tanto prima quanto dopo la rivoluzione, aveva considerato una transizio-
ne imposta dallo stato delle cose.
Ma il pragmatismo e realismo di cui aveva dato prova Lenin, seppure nel contesto di
10
Cfr. A. Amalrik, Sopravviver lUnione Sovietica fino al 1984?, Coines, Roma 1970.
Crisi e fine del comunismo sovietico
15
un disegno strategico di estrema audacia, e indifferente per i costi umani che compor-
tava, non erano pi possibili se non sotto la forma degradata del compromesso e della
doppiezza. Da troppo tempo lUnione Sovietica viveva immersa in unatmosfera di fal-
sit e finzione.
Le analisi critiche dellURSS, sin dagli anni Trenta, avevano messo laccento sul ruolo
della menzogna nella costruzione della realt sovietica. Con il trascorrere del tempo la
menzogna divent sistematica e generale; gli stessi vertici del Partito dovevano mentire
non solo alla popolazione ma anche a se stessi: mentivamo nei nostri rapporti, sui gior-
nali, dal podio, ci rivoltolavamo nelle nostre menzogne (N.I. Rykov). Nellera Brenev
persino il KGB falsificava scientemente i rapporti segreti per contribuire alla costruzio-
ne di una realt immaginaria e edulcorata. Lungo tutta la vicenda dellURSS la manipola-
zione delle statistiche, utilizzate a fini propagandistici, aveva assunto dimensioni tali da
produrre effetti strutturali sul funzionamento delleconomia e la conoscenza della socie-
t. Se si considera limmagine che lURSS era riuscita a proiettare sulla scena mondiale, in
primo luogo presso i suoi sostenitori, dagli operai agli ambienti intellettuali progressisti,
si pu dire che la costruzione di una realt immaginaria ebbe un grande successo.
I contraccolpi interni furono per molto penalizzanti e sul lungo periodo lintera co-
struzione and in rovina, cosicch sia in Russia che altrove coloro che sono rimasti fe-
deli alla memoria dellURSS hanno dovuto aggrapparsi a Stalin e riabilitarne le pratiche
in nome della difficile costruzione del socialismo in un solo Paese. Legittimato e assol-
to Stalin, tutto il resto diventava pi facile: il fallimento dipendeva dal non averne segui-
to coerentemente le orme, in primo luogo rinunciando ad usare la violenza di fronte alla
crisi. Si tratta di una spiegazione senza controprova (a meno di assumere a modello sicu-
ramente vincente Tien An Men).
Per altro gli interventi armati in Cecoslovacchia e Afghanistan si rivelarono fallimen-
tari e luso della forza aveva piuttosto compromesso leconomia, come nel caso della col-
lettivizzazione, piuttosto che galvanizzato la capacit produttiva del sistema. Dopo gli
anni di Chru/v, pieni di contraddizioni e illusioni, leconomia sovietica entr in una
fase depressiva che rifletteva la sua debolezza strutturale, lincapacit di porre rimedio
allarretratezza dellagricoltura, alla bassa produttivit del lavoro, al crescente gap tec-
nologico nei confronti dellOccidente
11
.
La realt si rivelava non solo lontana ma letteralmente antitetica rispetto alla propa-
ganda. La costruzione del socialismo e poi del comunismo era stata affidata al successo
dellindustrializzazione (anche dellagricoltura) ma nei fatti lURSS si stava riducendo ad
un Paese esportatore di materie prime verso le economie capitalistiche. La dipendenza
dallesterno era mascherata dal rango di superpotenza mondiale e per il mantenimento
di tale status imponeva una crescente militarizzazione delleconomia, la concentrazione
delle risorse nellapparato militare-industriale, divenuto, assieme alla sicurezza, il vero
fulcro del comunismo sovietico
12
.
11
Anche per scelta della nomenklatura breneviana, lURSS aveva perso completamente i contatti con la
rivoluzione informatica. Negli anni Ottanta i calcolatori si contavano in poche migliaia mentre negli USA erano
gi molti milioni.
12
In presa diretta Cornelius Castoriadis lo definisce una stratocrazia. Cfr. C. Castoriadis, Devant la guerre,
Fayard, Paris 1981.
Pier Paolo Poggio
16
La politica di normalizzazione breneviana, con il suo clima di pace sociale, era ac-
compagnata da spese militari crescenti, sia nel campo delle armi strategiche che in quelle
convenzionali. Le spese militari coprivano una quota spropositata del reddito del Pae se,
vicina al 30% del totale. Per lopacit e la segretezza dei dati statistici, stime esatte non
sono possibili, in ogni caso il bilancio dello Stato era destinato in gran parte alle spese
militari. Allo stesso modo la quota preponderante degli investimenti in campo scientifi-
co concerneva ricerche di interesse bellico. Negli anni Ottanta i tre quarti di tutte le ri-
cerche scientifiche e dei lavori di sperimentazione avvenivano nellambito del comples-
so militare-industriale
13
.
significativo che le spese militari in URSS, nonostante le fasi di distensione, siano au-
mentate quasi costantemente, attraversando indenni le varie stagioni del poststalinismo,
senza che ci si possa interpretare come il portato della natura intimamente aggressiva
ed espansionistica dellURSS, secondo le perduranti letture da Guerra fredda. Lobiettivo
della gerontocrazia burocratica sovietica non era la rivoluzione mondiale ma la conser-
vazione del suo potere, sotto lassillo della sicurezza. Tale valutazione non viene smentita
neppure dallultimo intervento militare operato dallURSS con linvasione dellAfghani-
stan nel 1979, conclusasi disastrosamente dieci anni dopo. Lobiettivo sovietico era stato
quello di mantenere il controllo di unarea che veniva considerata strategica per la pro-
pria sicurezza. Leffetto pratico fu di dare slancio allIslam politico, affacciatosi impetuo-
samente sulla scena con la rivoluzione iraniana, causando nel contempo una catastrofe
umanitaria ai danni della popolazione civile afghana.
Limplosione
Dopo la morte di Brenev nel 1982, ci fu un primo tentativo di riforme dallalto da par-
te di Andropov, gi capo del KGB, ripreso con pi energia da Gorba/v, salito al potere
nel 1985 dopo lintermezzo di ernenko. Senza sottovalutare il ruolo e la capillarit del
dissenso, bisogna prendere atto che tutto il ciclo finale della vicenda sovietica si svilupp
senza un intervento attivo da parte della societ. In tutti gli ambienti prevaleva la passivi-
t e la sfiducia nei confronti della cosa pubblica. Decenni di predominio del Partito-sta-
to avevano indotto una privatizzazione galoppante; ognuno badava alla sopravvivenza
personale e della propria famiglia, abbandonandosi a quei comportamenti antisociali,
dallillegalit allalcolismo causa principale del tracollo dellaspettativa di vita nella po-
polazione maschile che il riformatore-poliziotto Andropov si riprometteva di colpire.
Lo stesso Andropov aveva individuato in Gorba/v il suo successore, ma la vecchia
guardia, timorosa dei cambiamenti, era riuscita a dilazionare, anche se di poco, il nuo-
vo corso. Lazione di Gorba/v fu ad un tempo efficace e micidiale, avendo come esito
la dissoluzione dellURSS. Ci dipese da due fattori contrastanti ma con effetto cumu-
lativo. Gorba/v era consapevole che lUnione Sovietica era da tempo in grandi diffi-
colt, in preda alla stagnazione se non al declino. Di qui la necessit di riforme radica-
13
I.V. Bystrova, Complesso militare industriale, in Dizionario del comunismo nel XX secolo, Einaudi, Torino
2006, vol. 1, p. 184.
Crisi e fine del comunismo sovietico
17
li, di una vera e propria ristrutturazione del sistema. Daltro canto era convinto della
bont del socialismo e della sua superiorit, almeno sul piano etico-politico, rispetto al
capitalismo.
In base a tale convinzione, Gorba/v e i suoi consiglieri decisero di attaccare a viso
aperto la mancanza di chiarezza e di trasparenza in cui vivevano le istituzioni e la socie-
t intera. La glasnost, vale a dire la conoscenza della verit, era per una medicina insop-
portabile per lorganismo artificiale e autoreferenziale a cui avevano dato vita i bolsce-
vichi
14
. I riformatori, di cui faceva parte Elcin poi principale rivale di Gorba/v, erano
un prodotto del sistema che volevano cambiare e migliorare ma non abbattere, almeno
sino alla crisi dell89. A tal fine essi cercarono di coniugare la fede nel socialismo sovie-
tico con le idee di base del dissenso, vale a dire la libert e la democrazia. Un innesto ri-
velatosi impossibile anche perch frutto di un colossale abbaglio sulla natura del comu-
nismo sovietico, forgiatosi, sin dallinizio, contro la democrazia e la libert.
Gorba/v, nonostante lenorme potere che aveva nelle mani, mantenendo fede allim-
pegno di non usare la violenza per conservarlo, fin col ritrovarsi isolato tra coloro che
avrebbero voluto restaurare la situazione antecedente, e che a tal fine si spinsero sino al
golpe fallimentare dellagosto 91, e coloro che, definitisi democratici, scelsero per il
salto di sistema, abbandonando il socialismo per linstaurazione del capitalismo liberale.
La decisione di Gorba/v di non usare la forza per costringere i cittadini sovieti-
ci, russi e non russi, a rimanere fedeli ad un sistema di cui era a capo, rappresentava sia
una novit che linizio della fine. Tanto pi che lo stesso atteggiamento fu mantenuto nei
Paesi satelliti, dove il socialismo aveva basi ancora pi fragili se non inesistenti. Qui il
crollo avvenne in poco pi di un mese avendo come epicentro la Germania Est. Anti-
cipato dallapertura delle frontiere ungheresi, il 9 novembre 1989 lannuncio che erano
abolite le restrizioni ai viaggi allestero determin labbattimento pacifico del muro di
Berlino da parte dei cittadini dei due settori della capitale tedesca.
In effetti tra tutti gli Stati satelliti creati da Stalin dopo la Seconda guerra mondiale,
la Germania Est era il pi rigidamente dogmatico e il pi fragile. Non a caso la leadership
sovietica, in tempi diversi non sarebbe stata contraria alla riunificazione della Germania,
purch su posizioni neutrali. La creazione della DDR aveva dovuto fare i conti con una
societ articolata e ricca di cultura, tenuta sotto controllo grazie ad un grande e capilla-
re apparato spionistico-repressivo. Lo stesso marxismo nella DDR non era privo di vitali-
t ma spesso insofferente per la cappa dogmatica che lo imprigionava. Dopo la precoce
ribellione del 1953, non cerano pi stati movimenti aperti di protesta, ma nel 1989, in
seguito alla riforma dallalto di Gorba/v e alla crisi da tempo in atto in Polonia, la rot-
tura cruciale avvenne in Germania Est sotto forma di unaperta secessione dei cittadi-
ni rispetto al regime: stato lesodo massiccio di cittadini dalla DDR verso lUngheria e
dallUngheria, attraverso la frontiera ormai parzialmente aperta verso lAustria e poi la
Germania occidentale, che ha rapidamente messo in discussione, oltre al regime politi-
co-sociale, la legittimit e lesistenza stessa della DDR
15
.
14
Le difficolt del percorso riformatore furono crudelmente messe a nudo dalla catastrofe di Cernobyl (26
aprile 1986) e da come fu gestita, che segnando la fine dellesaltazione tecnicistica acceler quella dellURSS.
15
A. Guerra, Il 1989, in Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 813.
Pier Paolo Poggio
18
Giungeva a compimento una vicenda innestata dalla creazione staliniana di un im-
pero esterno, imponendo dallalto il modello sovietico e suscitando ripetute reazioni
sociali delegittimanti per il comunismo europeo: lEuropa sovietizzata non fu soltanto
lovvio tallone dAchille dellURSS come impero, ma il fattore storico primario che impe-
d linstaurazione della legittimit comunista nellEuropa del dopoguerra
16
.
Intanto anche in URSS la lunga stagione di apatia volgeva al termine; nellestate dell89
vi furono estesi scioperi di minatori, la parte pi compatta della classe operaia sovieti-
ca. Sempre i minatori ebbero un ruolo attivo nel 91, quando la loro opposizione alla pe-
restrojka svolse, secondo Gorba/v, un ruolo fatale nel destino dellUnione. In realt
le spinte centrifughe stavano diventando incontenibili e anche se la questione nazionale
non ebbe il ruolo cruciale che molti le attribuivano nel far precipitare la crisi, lindebo-
limento del centro e gli eventi nei Paesi satelliti incentivarono le spinte indipendentisti-
che, innanzitutto degli Stati incorporati con la Seconda guerra mondiale.
La crisi decisiva si produsse per al centro sotto forma di rottura russo-sovietica, vale
a dire tra Elcyn e Gorba/v. Questultimo, per normalizzare lURSS ponendo fine alla
saldatura Stato-Partito, intendeva svuotare di poteri il Partito, concentrandoli nella pre-
sidenza dello Stato sovietico
17
. Del resto il Partito in quanto organismo unitario sovieti-
co, interprete ed erede della rivoluzione, era ci che teneva assieme lURSS, senza di esso
lintero sistema collassava. A ci si aggiungeva che laffermazione della superiorit della
Russia perseguita da Elcyn faceva saltare il compromesso russo-sovietico su cui si reg-
geva lUnione. Il 12 giugno 1990 con la proclamazione della sovranit della Russia si in-
staura un vero e proprio dualismo di poteri che durer sino alle dimissioni di Gorba/
v il 25 dicembre 1991: La questione russa (...) rivelava la sua natura di principale que-
stione dellURSS, diventando il problema centrale della perestrojka, quello da cui dipen-
devano tutti gli altri
18
.
La struttura delleconomia sovietica e la peculiare politica delle nazionalit praticata
in URSS fece s che le popolazioni delle repubbliche periferiche venissero avvantaggia-
te dallarretratezza economica: La periferia, con i suoi prodotti a basso valore aggiun-
to diretti al mercato interno, poteva assicurare alla sua popolazione un tenore di vita su-
periore a quello del centro dellimpero (V. Zaslavsky), minando la fedelt della nazione
russa al sistema sovietico. su questo sfondo che Elcyn sviluppa la sua azione politica
volta a risolvere a favore proprio e della Russia, la partita ingaggiata con Gorba/v. Egli,
proveniente da una famiglia contadina colpita dalla collettivizzazione forzata, si mosse
con determinazione nel colpire il fulcro del sistema sovietico: al XXVIII e ultimo Congres-
so del PCUS, nel luglio 1990, annunci la sua uscita dal Partito e proclam la necessit di
scioglierlo. In effetti, eletto nel luglio 1991 presidente della Russia, sospese e poi nel no-
vembre 1991 soppresse il PCUS.
I tentativi di Gorba/v di mantenere in piedi e nello stesso tempo riformare lURSS,
ovvero il comunismo sovietico, vennero frustrati nonostante la sua energia ed abilit. Il
dualismo si rivel irrisolvibile anche perch Gorba/v venne a trovarsi sotto attacco su
16
S. Pons, Concettualizzare l89: la prospettiva storica, Passato e Presente, n. 80, 2010, p. 21.
17
Al fine di democratizzare il sistema senza uscire dalle coordinate del socialismo, Gorba/v si spinse sino a
lanciare, nella XIX Conferenza del PCUS (1988), la parola dordine di ridare tutto il potere ai soviet, come se
non si rendesse conto che i soviet, da sempre, erano stati politicamente cancellati e ridotti a meri ectoplasmi.
18
A. Graziosi, op. cit., p. 614.
Crisi e fine del comunismo sovietico
19
due fronti, da un lato i conservatori, dallaltro i democratici. La sua aperta rottura col
bolscevismo per gli uni era troppo, per gli altri troppo poco. I nazionalcomunisti mira-
vano a ricentralizzare sulla Russia lesperienza sovietica, i democratici propugnavano lo
smantellamento immediato del socialismo in nome del mercato autoregolantesi. Lideo-
logia sovietica si era interamente consumata e non riusciva n a frenare le spinte centri-
fughe nazionalistiche, di cui si facevano interpreti gli stessi partiti comunisti delle varie
repubbliche, n a fronteggiare le nuove-vecchie ideologie che stavano prendendo piede,
quella nazionalista e quella liberista.
Secondo Aleksandr Jakovlev, tra i principali collaboratori di Gorba/v, il fallimen-
to del tentativo di riformare e rilanciare il socialismo sovietico discendeva da una illu-
sione condivisa da tutti coloro che in URSS come in Occidente non avevano portato sino
in fondo la critica del bolscevismo e del sistema a cui aveva dato vita. Per tutti costoro
lURSS era lincarnazione storica del socialismo, ovvero il socialismo realmente esistente,
il socialismo possibile nelle condizioni date, da riformare senza distruggere. Una tesi an-
cora oggi condivisa dai nostalgici dellURSS, solo che, dice Jakovlev: alla prova dei fatti
emerso che il socialismo nellUnione Sovietica non mai esistito: si trattava di un vol-
gare regime dittatoriale di tipo dispotico.
La breve storia del comunismo sovietico successiva alla caduta del muro e alla fine
dellimpero esterno si svolta tutta attorno al destino dellUnione Sovietica, principale
posta in gioco, ultima e unica fonte di legittimazione della specifica ed egemonica for-
ma di comunismo prodotta dalla vittoria bolscevica nella rivoluzione del 17. Lintento
di Gorba/v era di riformare e superare il comunismo di stampo bolscevico-staliniano
senza abbattere lURSS. Elcyn, a cui erano estranee le preoccupazioni ideologico-politi-
che in merito alle sorti del socialismo, mirava a farla finita con lUnione Sovietica. A tal
fine, riprendendo la celebre formula leniniana, riconobbe il diritto di autodeterminazio-
ne delle repubbliche socialiste sovietiche, a partire da quelle baltiche. LUnione dove-
va sciogliersi e lasciare posto a Stati sovrani indipendenti, il primo dei quali era la Russia,
come fulcro di un assetto che non aveva pi alcun rapporto con il passato socialista.
Per tentare di bloccare la dissoluzione dellUnione Sovietica, perseguita anche dal-
le altre repubbliche, compresa lUcraina, sarebbe stato necessario il ricorso alla forza,
ma n Gorba/v n i vertici militari erano disposti a compiere tale passo. Daltro canto
agli schieramenti in campo non corrispondeva alcuna mobilitazione della popolazione.
La costruzione dellURSS era avvenuta a prezzo di sommovimenti sociali e conflitti san-
guinosi e tutto il processo aveva avuto come perno luso della violenza. La fine del so-
cialismo sovietico avviene invece in modo pacifico e quasi nellindifferenza della popo-
lazione che da tempo aveva preso atto del paradosso richiamato da Gorba/v nel suo
discorso daddio: Avevamo di tutto e in abbondanza: terre, petrolio, gas, intelligenza e
talento eppure abbiamo vissuto molto peggio dei popoli degli altri Paesi industrializ-
zati e il divario andava costantemente allargandosi (...) Non era possibile andare avan-
ti cos.
In fondo tutti i dirigenti bolscevichi avevano agito nella convinzione che il sociali-
smo, al di l di ogni altro aspetto, si sarebbe affermato se avesse dimostrato la sua supe-
riorit economica rispetto al capitalismo usando tutti i mezzi, compresa la violenza. Tale
via era stata perseguita sino in fondo, il suo fallimento delegittimava lesistenza del so-
Pier Paolo Poggio
20
cialismo in base agli stessi principi che si era dato. Il tentativo di riformarlo ebbe come
effetto di affrettarne la fine.
Con la dissoluzione dellURSS la privatizzazione delleconomia si tradotta in for-
me variegate di accaparramento dei beni statali da parte dei poteri politici che control-
lavano quei beni ed erano in grado, nellassenza di controlli, di trasformarli in patrimo-
ni privati. La forza dellapparato, il suo strapotere sulla societ, risalente per certi aspetti
allepoca pre-sovietica, si espressa in spinte neopatrimoniali e neofeudali, capaci di in-
quinare i processi di democratizzazione, preparando il terreno ad una ricentralizzazio-
ne del potere.
Visto il grande successo della Cina ad un tempo comunista e capitalista legittimo
chiedersi perch lURSS e poi la Russia non abbiano seguito tale via. Il bolscevismo di
mercato di Elcyn e del suo successore Putin, ma forse lidea si pu far risalire allenig-
matico Parvus, non ha sinora prodotto grandi risultati economici, visto che tutto si reg-
ge sullesportazione delle materie prime, in primo luogo delle fonti energetiche.
Senza la pretesa di spiegazioni esaustive, segnaliamo due elementi: da un lato il fatto
che in Unione Sovietica lesperimento socialista, pur con tutte le perversioni, si svilup-
pato con unestensione e una profondit senza pari, esso rappresenta tuttora un retag-
gio difficile da cancellare e inglobare, al di l delle amnesie di comodo o indotte artifi-
cialmente. In secondo luogo bisogna tener conto della forza dellanticapitalismo russo,
uneredit potente anche se sotterranea, di cui si fatto interprete il maggiore intellet-
tuale e scrittore russo della seconda met del Novecento. In Aleksandr Solzenicyn la cri-
tica dellURSS ha il suo contraltare e completamento nella critica dellOccidente, luogo
del nichilismo e del terzo totalitarismo, quello democratico, incentrato sul dominio
del denaro e della tecnica.
Anche il pieno inserimento nel mercato globale non ha prodotto i frutti politici che i
suoi fautori propugnavano e propagandavano. In realt il sistema sovietico non era mai
stato uno spazio economico chiuso: significativi e spregiudicati rapporti cerano stati nei
primi anni e decenni sia con le democrazie occidentali, in particolare gli USA, sia con le
dittature fascista e nazista. Neppure la Guerra fredda aveva reso la cortina di ferro una
barriera invalicabile agli scambi economici. Una fase nuova si era poi avuta con laffer-
marsi della Ostpolitik di Willy Brandt. Negli anni Settanta la Germania federale assurge
a partner strategico per leconomia sovietica.
Su questo sfondo la crisi dellURSS fornisce allEuropa occidentale e in primo luogo
alla Germania unificata loccasione per una aggressiva penetrazione verso Est, favorita
dalla politica economica liberista, divenuta il credo ufficiale della Russia post-sovietica.
Un po tutti i Paesi dellEuropa orientale e la stessa Russia diventano terra di conquista,
una sorta di nuova frontiera che promette guadagni illimitati, con manodopera a bas-
so costo, anche in condizioni semischiavili, affari leciti e illeciti, eliminazione dei lacci e
lacciuoli che in patria condizionavano il libero dispiegarsi degli spiriti vitali del capita-
lismo. Si trattato probabilmente del pi grande fallimento della politica europea de-
gli ultimi due decenni. Leconomia al primo posto ha significato lincapacit di dare lin-
fa ad un antico legame e ridefinire con arricchimenti reciproci il rapporto ineludibile tra
Russia e Europa.
La Russia post-sovietica conserva tratti enigmatici, il potere cavalca il nazionalismo
come collante ideologico, mentre pratica un affarismo spregiudicato. Di sicuro limplo-
Crisi e fine del comunismo sovietico
21
sione del comunismo sovietico non ha inaugurato un processo di democratizzazione ed
affermazione della libert. Si sviluppata una transizione pilotata dallalto in cui si com-
binano elementi del passato russo e di quello sovietico. Il potere rimasto in mano alla
nomenklatura e ai suoi eredi, postisi alla guida di un capitalismo clientelare che vive de-
gli introiti dei prodotti petroliferi. La continuit data dal prevalere dellelemento au-
tocratico, la discontinuit dal fatto che in epoca sovietica i detentori del potere si con-
sideravano lincarnazione di unidea universalistica alla guida di un processo storico
generale che aveva il suo epicentro nellURSS. I nuovi governanti hanno di mira il loro
tornaconto immediato, vedono nello Stato russo solo uno strumento per le loro ru-
berie, su scala nazionale o, meglio ancora, globale (J. Afanasev). Hanno costruito uno
Stato azienda per fare affari con i loro omologhi occidentali. Il peggior capitalismo si
insediato nelle terre devastate dal socialismo staliniano.
Nella nuova Russia di Putin leredit sovietica viene conservata e riassorbita senza
fare i conti con la sua vera natura attraverso un duplice movimento: dellURSS si rivendi-
ca il ruolo storico-universale avuto con la Grande guerra patriottica, pi in generale la
statura di superpotenza industriale-militare. Questo discorso pubblico ha per un sot-
totesto noto a tutti ma che non viene esplicitato, vale a dire una seconda continuit, in-
carnata in primo luogo dagli uomini dei servizi segreti, tra lapparato di potere attuale e
quello sovietico.
Lartificialit della costruzione sovietica e lirrisolto rapporto tra Russia e URSS in-
duceva molti osservatori e studiosi ad identificare nella questione nazionale il tallone
dAchille del socialismo sovietico. In effetti ai confini dellimpero i conflitti nazionali si
sono sviluppati in modo acuto ma lelemento cruciale per la dissoluzione dellURSS sta-
ta la crisi socioeconomica su cui si innestato il nazionalismo russo, per altro ingredien-
te fondamentale della stessa vicenda sovietica, fortemente impregnatasi di umori nazio-
nalbolscevichi, come nel caso del paradossale comunismo russo di Stalin, per non dire
della persistenza di elementi sovietici nel regime di Putin.
Bisogna tener conto che il nazionalismo sovietico, in quanto realizzazione del bolsce-
vismo, sarebbe rimasto una contraddizione in termini, una costruzione fantastica e con-
traddittoria, se non si fosse calato in uno spazio-tempo determinato, la Russia. In questo
senso si pu dire che fosse una vera novit storica, un nazionalismo russo e non russo
(V. Strada), che si rifaceva a unideologia internazionalistica e contemporaneamente la
tradiva, vista la priorit e centralit del Partito comunista sovietico, derivazione diretta
e prosecuzione del bolscevismo russo, su ogni altro partito o movimento comunista del
mondo, compreso il Comintern per non dire del Cominform.
Sulla base di queste coordinate e sullo sfondo della crisi dellURSS, si realizza una sal-
datura tra nazionalismo e comunismo che va ben al di l degli ambienti intellettuali ere-
di del nazionalbolscevismo. I nazionalisti russi mettevano tra parentesi lanticomunismo
per approdare alla valorizzazione del sistema che aveva consentito di costruire un impe-
ro, facente perno sulla Russia, in grado di reggere il confronto con lOccidente.
Daltro canto i quadri comunisti del Partito, dellesercito e della polizia politica si
convertivano al nazionalismo. La vicenda sovietica si chiude approdando agli antipodi:
dellinternazionalismo delle origini, principale elemento di affermazione e legittimazio-
ne del bolscevismo, non resta neppure il ricordo.
Pier Paolo Poggio
22
Dopo la fine
Le interpretazioni generali dellURSS, attraverso il dibattito sulla sua natura sociale, era-
no state fissate da tempo e si possono riassumere in una tipicizzazione schematica e som-
maria. In primo luogo lURSS attraverso la rivoluzione dOttobre avrebbe rappresentato
la realizzazione storico-pratica del marxismo. Tesi che accomunava i sostenitori pi ac-
cesi ai critici pi radicali, convinti del ruolo determinante svolto dallideologia. Secondo
altri lURSS e la rivoluzione dOttobre non hanno costituito la realizzazione bens il per-
vertimento o tradimento del marxismo.
Tali interpretazioni si articolavano poi variamente: secondo molti Lenin nel bene
e nel male aveva fortemente innovato la dottrina, divenendo nella teoria e nella pras-
si il demiurgo del comunismo novecentesco, con tutto ci che ne consegue alla luce de-
gli eventi. Altre interpretazioni hanno dato molto pi spazio allincidenza del contesto
storico, in sintesi al ruolo della Russia rispetto allURSS, inclusa la sua natura imperiale,
espressasi nello zarismo e poi nel comunismo e ben presente nel postcomunismo, no-
nostante la caduta di status e di immagine. Per alcuni il comunismo sovietico era essen-
zialmente una dittatura di sviluppo che aveva consentito la creazione di una grande
superpotenza militare industriale, con costi umani molto rilevanti, accompagnati per
dalla costruzione di uno Stato sociale tendenzialmente universalistico. In definitiva, at-
traverso la forma specifica del comunismo sovietico, era stato possibile passare dallar-
retratezza alla modernit. Una tale interpretazione viene frontalmente respinta da chi
considera lesperienza sovietica un totale fallimento e un arretramento rispetto alla stes-
sa Russia zarista di fine Ottocento-inizi Novecento, in via di rapido sviluppo se non di
vera e propria democratizzazione e liberalizzazione. da registrare per una notevole
divaricazione in merito alle cause del fallimento, esse infatti sono da imputare, per al-
cuni, allideologia e prassi marxista-leninista, per altri al prevalere, sotto la facciata so-
cialista-sovietica, di una Russia profonda, antioccidentale e antiliberale, per influssi bi-
zantini e asiatici, sino a fare del comunismo russo-sovietico vuoi una reincarnazione del
messianismo religioso ortodosso (Mosca come Terza Roma) vuoi una versione industria-
le del dispotismo asiatico.
Si pu dire che queste diverse e anche opposte letture abbiano accompagnato tut-
ta la vicenda sovietica con aggiustamenti e arricchimenti di cui non possibile qui dare
conto, e che in qualche misura siano ancora in campo, nonostante il verdetto della sto-
ria appaia inequivocabile, e per alcuni aspetti sicuramente lo sia. Resta il fatto che a dif-
ferenza del nazismo, e con qualche somiglianza con il fascismo, oggetto anchesso di re-
visioni relativizzanti se non riabilitanti, il dibattito sullURSS e sul comunismo sovietico
rimane ancora aperto, seppure ai margini della scena politica e culturale, segno di un
non compiuto superamento, nonostante lampiezza del lavoro di ricerca storiografica.
In tale ambito, non senza linfluenza delle interpretazioni generali richiamate, gli stori-
ci si sono confrontati a lungo sullapplicazione o meno della categoria di totalitarismo
allURSS; la sua fine, mettendo fuori gioco le letture revisioniste pi spinte in senso filo-
sovietico, ha spostato il fulcro del dibattito anche perch si deve fare i conti con la sto-
riografia post-sovietica, sia russa che delle altre repubbliche dellex URSS. Leffetto com-
plessivo sembra essere quello di una ricentralizzazione sullelemento nazionale, quindi
sulle specificit russe del comunismo sovietico, indebolendo il paradigma totalitario ne-
Crisi e fine del comunismo sovietico
23
cessariamente comparativo e sociologizzante, sia che privilegi il ruolo guida dellideolo-
gia e della progettualit politica sia che si concentri su elementi impersonali e incontrol-
labili quali le dinamiche sistemiche distruttive di apparati che si reggono sulla violenza
e il terrore.
Rischia di sfumare del tutto perch priva di interesse, o gi risolta nei fatti, la que-
stione del rapporto tra il comunismo sovietico e il comunismo novecentesco nelle sue
varie coniugazioni, ovvero tra comunismo e altre correnti e movimenti rivoluzionari del
Novecento, per non dire dellipoteca che il comunismo sovietico, a lungo egemone pri-
ma della sua autodissoluzione, getta su ogni altra formulazione di idee, progetti, prati-
che volte ad oltrepassare lo stato di cose esistente, vale a dire il capitalismo come for-
ma di civilt unica e globale e senza alternative dopo la vittoria conseguita nei confronti
di un nemico tanto temuto quanto intimamente debole, anche perch mirava a sconfig-
gere il capitalismo rimanendo sul suo stesso terreno, oltre ad usare metodi peggiori e
meno efficaci.
Alla luce degli sviluppi della storia russa post-sovietica, linterpretazione del comu-
nismo come realizzazione pratica del marxismo, e verifica del suo fallimento, ha un po
perso terreno rispetto allaltra grande corrente interpretativa che ha considerato lURSS e
lo stesso bolscevismo espressioni di una fortissima specificit culturale russa. Il rischio di
queste interpretazioni onnicomprensive di essere sovrastoriche, poco pi che schemi
in cui ingabbiare la realt e darle un ordine e una spiegazione, con risultati a volte para-
dossali. Cos la filiazione Marx- Lenin- Stalin con la sottolineatura della piena continuit
tra il fondatore della dottrina e teorico dellunit di teoria e prassi e i suoi seguaci rus-
si, innovatori e realizzatori pienamente sovrapponibile, anche se con segno rovesciato,
alla genealogia marxista-leninista che fungeva da fondamento ideologico del socialismo
sovietico. Ma rischi non inferiori si corrono applicando acriticamente il paradigma russo
sia in termini apologetici che critici. In entrambi i casi si perde di vista la specificit del
comunismo sovietico e la valenza storica periodizzante della rivoluzione del 17.
Lobiettivo di arrivare ad una societ senza classi, attraverso la costruzione del popo-
lo sovietico, fatto da uomini nuovi, uomini sovietici, definisce limpianto ideologico
del comunismo russo-sovietico, in ci del tutto differente da quello fascista e nazista ba-
sato sulla gerarchia e lesclusione. Il comunismo, russo e sovietico, invece fortemente
inclusivo e totalmente egualitario, mirando alla completa omogeneit della societ. Solo
che labolizione di ogni differenza, attuata attraverso la totale concentrazione del pote-
re nel Partito (che avrebbe dovuto essere un organismo impersonale) si traduceva nel-
la pura e semplice cancellazione degli individui, ridotti a risorse lavorative, forza-lavoro
di propriet dello Stato. La costruzione del socialismo ad opera di Stalin significava una
duplice e simmetrica distruzione: degli individui e della societ in quanto prodotti sto-
rico-culturali, portatori di uneredit che doveva essere cancellata. La costruzione del
socialismo dice Jurij Afanasev fu la messa in atto di un piano per sradicare nel modo
pi completo lelemento umano della struttura sociale e per creare un ambiente sociale
artificiale in tutta lUnione Sovietica
19
.
Mentre il nazismo voleva modellare la societ secondo la natura di cui sarebbero
espressione le razze, eliminando gli ebrei e altri elementi antinaturali, il comunismo so-
19
J. Afanasev, De profundis per la Russia, Lettera internazionale, n. 101, 2009, p. 41.
Pier Paolo Poggio
24
vietico ha come obiettivo la costruzione di un artefatto sociale ad opera dello Stato, se-
condo le direttive del Partito. Linsieme dei provvedimenti assunti, sino allestremo del
terrore contro gli elementi anti-sovietici, i nemici soggettivi e oggettivi del sistema, coe-
rente con una tale finalit, che riduce a strumenti al servizio dello Stato gli individui ed
ogni articolazione della vita sociale, la cultura, larte, la scienza. In linea di principio non
esistono sfere o ambiti protetti, sul piano dei comportamenti ma ancor prima su quel-
lo del pensiero; tutti possono e debbono essere sospettati. Questo impianto orwelliano
del comunismo sovietico si mantenne sino alla fine, ma la fase espansiva, dopo il culmi-
ne staliniano, non supera gli anni Sessanta, il ventennio successivo caratterizzato dal-
la stagnazione a cui fa seguito un tentativo di riforma e rilancio che accelera la dissolu-
zione e fine.
Il centro elaboratore dellideologia coincide con il detentore monopolistico della for-
za, il Partito-Stato, che si trasforma nel tempo, divenendo da partito di quadri a partito
di massa senza mai perdere sino al crollo unegemonia che non ha precedenti stori-
ci e che distingue il sistema sovietico dai totalitarismi coevi, in cui la funzione del capo
carismatico cruciale e dove esistono molteplici centri di potere e di elaborazione ideo-
logica in lotta tra di loro.
Nel caso sovietico tutto passa attraverso il Partito e al suo interno. Sarebbe per sba-
gliato immaginare che il Partito fosse separato dalla societ, anche se non gli riusc, no-
nostante enormi sforzi e ogni sorta di disastri, di modellarla secondo i suoi intenti. Nella
societ il Partito ebbe i suoi terminali e i suoi sostenitori, sia al momento della rivoluzio-
ne e presa del potere che negli anni e decenni successivi. Ci fu sicuramente uno stalini-
smo operaio e proletario. Tutto il potere era concentrato nel vertice ma non tutto veni-
va dallalto, cera una continua interazione tra vertici e base, almeno sino a quando non
prevalsero lapatia e lopportunismo.
Lintero apparato che costituiva lossatura dellURSS in campo politico, giudiziario,
militare, economico, culturale faceva capo al Partito, attraverso linsieme dei suoi comi-
tati, da quello Centrale a quelli territoriali. Ogni comitato disponeva di propri elenchi
(nomenklatura) di mansioni sottoposte al suo diretto controllo (O.V. Chlevnjuk), con
diritto di nomina, trasferimento, destituzione. In tal modo il Partito fungeva da princi-
pale agenzia di collocamento del Paese. Al vertice dellintero sistema cera il Politbju-
ro del Comitato centrale, a sua volta facente capo al Segretario generale del PCUS. Le di-
mensioni complessive del Partito erano impressionanti: nel 1986, prima della sua rapida
fine, contava oltre 18 milioni di iscritti (10 % della popolazione), raggruppati in circa
450 mila organizzazione primarie (cellule).
La concentrazione del potere nel Partito e nelle sue articolazioni, cos come la cen-
tralizzazione delle decisioni nel contesto di un sistema altamente burocratizzato, causa-
vano sia un eccesso che un occultamento di informazioni. La conseguenza, specie a li-
vello economico, era che per uscire dallimpasse ci si affidava allimprovvisazione. La
stessa pianificazione era una finzione: essendo uno strumento al servizio del potere poli-
tico mutava arbitrariamente a seconda delle esigenze di chi lo deteneva.
Ancor pi che negli altri sistemi totalitari il consenso e ladesione al comunismo so-
vietico, sia nel perimetro dellURSS, a cui qui ci riferiamo, che nellimpero esterno e nel
mondo intero, necessitano di una valutazione attenta e ricerche capillari, mentre le scor-
ciatoie ideologiche sono esiziali. Riteniamo in particolare che sia da respingere netta-
Crisi e fine del comunismo sovietico
25
mente la tesi che finisce con lindividuare negli stessi operai e contadini, russi e non rus-
si, i responsabili in ultima istanza del fallimento del comunismo sovietico, presentato
come lespressione autentica del mondo del lavoro, che nei suoi confronti non avrebbe
manifestato solo consenso ma totale identificazione. Ne consegue che il crollo e i di-
sastri precedenti sarebbero da imputare ad un insuperabile, ontologico, deficit politi-
co e umano dei lavoratori. In breve, dopo l89 la colpevolizzazione si estende dai con-
tadini agli operai, attribuendo loro il fallimento della teoria che ne aveva fatto la classe
messianica e salvifica.
Queste elucubrazioni, oltre ad essere intellettualmente discutibili, sono anche prive
di fondamento storico fattuale. Esse oscurano completamente il dato saliente costituito
dalla guerra condotta dal regime contro il proprio popolo, che doveva essere abolito per
lasciare il posto alla vera classe operaia sovietica, letteralmente da produrre nel crogio-
lo dellindustrializzazione forzata. In tutta la sua parabola storica il comunismo sovieti-
co, in realt unicamente bolscevico, si affermato colpendo duramente i lavoratori, la
classe eletta, oltre che altri gruppi sociali, le classi che dovevano sparire. Ci non toglie
nulla alla tragedia di lotte sanguinose allinterno del proletariato, delle sue articolazioni
sociali e frazioni politiche, minando le teorizzazioni sul finalismo soprastorico e ontolo-
gicamente rivoluzionario della classe operaia, di cui le sopracitate diagnosi pessimistiche
sono il rovesciamento simmetrico.
Linterpretazione molto pi lineare secondo cui il fallimento del socialismo in Unio-
ne Sovietica era iscritto nelle premesse si articola in due varianti. Nella prima il proget-
to di superamento del capitalismo era impossibile dato che, come prevedeva la dottrina,
esso avrebbe dovuto saldarsi ad una rivoluzione vittoriosa in Occidente e non rimane-
re relegato in Russia e negli altri Paesi dellex impero zarista. La seconda tesi argomen-
ta che la rivoluzione contro Il Capitale era semplicemente impossibile e che i bolscevichi
non erano in grado di sfruttare i vantaggi dellarretratezza, dato che la rivoluzione ple-
bea che avevano capeggiato era precisamente il prodotto di quella stessa arretratezza.
Sono letture del Novecento sovietico incardinate attorno al tema della modernizza-
zione e che leggono il tutto alla luce di tale categoria, cosa legittima dato che il potere so-
vietico, almeno da Stalin in poi, scelse proprio questo terreno come banco di prova. Per
altro sia il pensiero socialista europeo che la cultura russa, nonch un vasto continente di
esperienze rimaste sotterranee, si erano caratterizzate per la ricerca di alternative al do-
minio delleconomia e della forza. Non si pu nemmeno dire che tutto sia stato cancel-
lato e distrutto, nonostante lazione congiunta delle potenze ideologiche e politiche che
hanno dominato, con le loro guerre, la scena del Novecento.
Anche in ragione delle implicazioni teoriche lo studio delle basi sociali del sistema
sovietico particolarmente importante. Secondo alcuni ladesione e il successo popolare
conseguiti dallo stalinismo furono tali da dar vita ad una specifica civilt sovietica cen-
trata sullesaltazione del lavoro, della produzione, del dominio della natura. Si pu con-
venire con una tale rappresentazione purch si tenga sempre presente quale fu il risvolto
di sangue e terrore di tale civilt, oltre che la sua intrinseca fragilit.
Di sicuro la documentazione disponibile consente di registrare il consenso che le
stesse politiche repressive di Stalin e dei suoi successori ebbero presso certe fasce del-
la popolazione: lo dimostrano le lettere di denuncia indirizzate alle autorit e ai giorna-
li. Resta da vedere se queste forme di complicit con il potere derivassero da convinzio-
Pier Paolo Poggio
26
ni ideologiche oppure da motivi pratici e vantaggi materiali o da un mix tra le due cose.
Indubbiamente il sistema aveva una propria base sociale, mantenuta e consolidata nel
tempo sino allidentificazione e intercambiabilit, se non altro perch sistema e appara-
to, vasto e capillare, erano la stessa cosa.
Lesistenza e la consistenza di questo vasto corpo intermedio, sempre pi articola-
to e ramificato allinterno di tutte le istituzioni e organizzazioni, conferisce allURSS la
sua inconfondibile fisionomia burocratica, non senza profondi legami con la Russia za-
rista, secondo una continuit che unisce i vari cicli della storia sovietica, pur profonda-
mente diversi tra di loro, come esemplificato dalle figure di Stalin, Chruscv, Brenev e
Gorba/v, a loro volta aventi in Lenin il loro referente comune. Si pu quindi sostenere
che pur avendo una durata e sviluppi interni che lo differenziano dagli altri totalitarismi
politici novecenteschi, il comunismo sovietico fu un sistema unitario, definito nelle sue
coordinate di fondo allepoca di Lenin e Stalin.
La sua crisi e dissoluzione, allorch si tenta di riformarlo e innovarlo in profondit,
ne costituiscono lovvia controprova, purch si tenga presente che la dimensione russa
inseparabile da quella sovietica. da questa inestricabile saldatura che deriva la peculia-
rit, la forza e debolezza dellURSS, nel cui contesto storico-culturale, ad un tempo rus-
so e sovietico, nessuna Tien An Men avrebbe potuto risolvere la crisi e dare slancio ad
un solido bolscevismo di mercato. quindi legittimo sostenere che nel Novecento ci
sono stati diversi comunismi ma altrettanto vero che solo il comunismo sovietico riu-
scito ad assurgere ad una dimensione storico-universale. N al momento del manifestar-
si palese della crisi, almeno dal 1956, e neppure dopo la sua fine sono emersi altri comu-
nismi, veramente diversi e alternativi.
quindi giusto collocarlo al centro del Novecento, sicuramente per quanto riguarda
lEuropa, valorizzando contestualmente le esperienze e le analisi degli eretici impegnati
in una critica radicale del comunismo sovietico, e per tale motivo scomunicati, piuttosto
che soffermarsi su varianti e vie nazionali, di interesse locale, nonch inconcludenti, an-
che perch incapaci di fare i conti con lepicentro del comunismo novecentesco, se non
nella forma della resa o della liquidazione della loro stessa storia.
Dopo l89 e la fine dellUnione Sovietica il comunismo scomparso, ma non del tut-
to. A parte i nostalgici, esso aleggia in confuse teorie politico-filosofiche ed presente
in deboli esperienze che cercano di coniugare universale e locale. Come comunismo di
mercato sta avendo in Cina un enorme successo, al punto che la sfida nella competizio-
ne economica persa clamorosamente dal comunismo sovietico sembra essere alla porta-
ta dei suoi tassi di crescita. per una vittoria basata sulla resa alle ragioni dellavversa-
rio; un gigantesco fenomeno nazionale, se si vuole continentale, interno al sistema, alla
sua logica, alle sue finalit.
Siccome per n il capitalismo planetario n i fondamentalismi pseudo-universalisti-
ci che lo fronteggiano sembrano in grado di dare una soluzione dignitosa alla sopravvi-
venza e vita dellumanit attuale e futura, possibile che la scomparsa del comunismo
sia solo temporanea. Di sicuro non potr ripresentarsi nella sua veste novecentesca: que-
sta una storia definitivamente chiusa, ricca di insegnamenti per chi voglia imparare e
capire. A tal fine la rimozione, insediatasi dopo lesaltazione o la deprecazione, deve la-
sciare il posto alla conoscenza della verit. su questo terreno che critici e dissiden-
Crisi e fine del comunismo sovietico
27
ti si incontrano, accomunati dalla lotta contro un avversario in apparenza enormemen-
te pi forte.
Una lotta difficile perch condotta contro chi proclamava di agire in nome di ideali
di giustizia e per lemancipazione universale dei lavoratori. Al punto che il pensiero cri-
tico progressista fatic nel prendere le misure ad una realt che ne spiazzava le categorie
interpretative, contribuendo allisolamento di chi riteneva e ritiene indispensabile cono-
scere e capire cosa stato il comunismo sovietico, come passaggio necessario anche se
non sufficiente affinch il nuovo si manifesti libero dalle ipoteche del passato.
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29
LA PRIMA EPOCA DELLE RIVOLTE
NEL SOCIALISMO REALE: 1953-1956
Andrea Panaccione
Gli avvenimenti del 1953-1956 possono essere considerati un processo unitario: unepo-
ca delle rivolte che attraversa i diversi paesi del socialismo reale europeo, che ha il suo
inizio nella situazione determinatasi in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin e che
rinvia ad alcune radici comuni negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. La
morte di Stalin infatti la grande occasione nella quale vengono al pettine le tensioni
accumulatesi in URSS e nei paesi dellEuropa centro-orientale in quel periodo. La cate-
na degli eventi negli anni successivi mostrer lo svolgersi di quei tratti comuni e insieme
una articolazione che riflette le caratteristiche dei diversi paesi.
Il Gulag in rivolta
Il clima di alta drammaticit delle reazioni di massa alla morte di Stalin, il cui simbo-
lo pi eloquente rappresentato dallo svolgimento stesso dei funerali e in particolare
dai gravi incidenti verificatisi durante lafflusso della folla per rendere omaggio alla sal-
ma, indicativo di un senso generalizzato di vuoto e di panico fra i tanti che identifica-
vano nella personalit di Stalin la potenza e la garanzia di stabilit di un sistema sociale.
La preoccupazione, nel gruppo dei pi stretti collaboratori del capo, di dare una for-
te impressione di unit nellorganizzazione della successione domina la riunione dei ver-
tici del partito e dello Stato sovietico, che precede addirittura, sia pure di poco, la morte
biologica dello stesso e che ha il compito di ... assicurare una giusta e continua guida a
tutta la vita del paese, ci che a sua volta richiede la massima compattezza della direzio-
ne, linammissibilit di qualsiasi sbandamento e panico, limpegno incondizionato a rea-
lizzare con successo la politica elaborata dal partito e dal governo sia negli affari inter-
ni del nostro paese che nei rapporti internazionali
1
. Il confronto allinterno del gruppo
1
Poslednaja otstavka Stalina [La rimozione finale di Stalin], Isto/nik, n. 1, 1994, p. 108; la pub-
Andrea Panaccione
30
dirigente sovietico nel periodo immediatamente successivo, e in particolare il caso Be-
rija, permetteranno di verificare il carattere provvisorio dellequilibrio realizzato, ma
soprattutto porteranno alla luce tutti gli elementi di precariet e di pericolo che il nuo-
vo potere deve affrontare nel suo rapporto con la societ. Quello che pu essere definito
il programma di Berija ricostruibile dallinsieme delle iniziative politiche e degli inter-
venti nelle istanze di vertice del partito e dello Stato sovietico e anche dalle accuse che
gli saranno mosse soprattutto linventario dei punti di crisi che il nuovo potere deve
affrontare e che il potente capo della polizia sembra cogliere con maggiore lucidit degli
altri dirigenti: linsostenibilit del sistema del Gulag, le questioni nazionali e dellagricol-
tura, il superamento della crisi con la Jugoslavia, lesercizio del potere da parte dei pic-
coli Stalin dellEuropa centro-orientale
2
. Sulle stesse questioni si svilupper, dopo leli-
minazione di Berija, lazione della direzione collettiva sovietica e poi di Chru/v.
Che lattenzione di Berija si concentri prima di tutto sulla questione del Gulag, pro-
vocando la prima grande uscita
3
di circa 1.200.000 detenuti appena tre settimane
dopo la morte di Stalin, non pu essere visto come il modo di affrontare un problema
particolare, seppure di grandi dimensioni.
ormai acquisito da parte della storiografia, ma lo era gi nella coscienza dei con-
temporanei, il significato del Gulag per linsieme della societ sovietica. Esso ne costitui-
va ormai da decenni una parte quantitativamente significativa, da quella societ conti-
nuamente alimentata ma che in essa anche periodicamente rifluiva:
In contrasto con una convinzione molto diffusa, gli archivi del gulag rivelano che fra la po-
polazione concentrazionaria si aveva una notevole rotazione dato che ogni anno era rilasciato
dal 20 al 35 per cento dei detenuti. (...) lingresso nei campi non equivaleva a un viaggio senza
ritorno, anche se, per il dopo, era prevista unintera gamma di pene accessorie, come il
domicilio coatto o lesilio
4
.
blicazione presenta e riproduce il protocollo della riunione, conservato nellArchivio del Presidente della
Federazione russa.
2
La diffusione dellimmagine di Berija come riformatore e destalinizzatore ante litteram stata dovuta
soprattutto alla biografia di A. Knight, Beria, Mondadori, Milano 1997, pubblicata nelledizione originale nel
1993 e che gi poteva utilizzare la nuova documentazione apparsa in particolare nei primi due numeri della
rivista Izvestija CK KPSS del 1991. Che alcune delle proposte e iniziative di Berija abbiano anticipato quelle
di Chru/v risulta comunque anche dalle accuse rivoltegli insieme a quella sicuramente pi preoccupante
della eccessiva concentrazione di potere nei confronti del partito e a quelle sulla vita personale, il cui stile
stalinista non ne attestava automaticamente linattendibilit in occasione della sua eliminazione politica
(cfr. Lavrentij Berija. 1953. Stenogramma julskogo plenuma CK KPSS i drugie dokumenty, Demokratija, Mo-
skva 1999), cos come risulta dai documenti pubblicati sui rapporti del gruppo dirigente sovietico con quelli
dellEuropa centro-orientale nella primavera del 1953: particolarmente interessante il resoconto dellincontro
del 13/6/1953 con la delegazione ungherese capeggiata da Rakosi, nel corso del quale Berija dirige effettiva-
mente i colloqui ed anche lunico a parlare ben quattro volte di errori di Stalin: cfr. C. Bks, M. Byrne,
J. Rainer (Eds.), The 1956 Hungarian Revolution: A History in Documents, Central european university press,
Budapest 2002, Doc. 1, Notes of a Meeting between the CPSU Presidium ant the HWP Political Committee Delega-
tion in Moscow, June 13 and 16, 1953, pp. 14-23.
3
Cfr. N. Werth, Lamnistie du 27 mars 1953. La premire grande sortie du Goulag, Communisme, n. 42-
43-44, 1995, pp. 211-223. Lamnistia fu proposta da Berija anche se fu chiamata di Voroilov dal nome del
firmatario del decreto del Soviet supremo dellURSS.
4
N. Werth, Violenze, repressioni, terrori nellUnione Sovietica, in: AA.VV., Il libro nero del comunismo, Mon-
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
31
Limportanza assunta dallo sfruttamento del lavoro forzato nel sistema produttivo so-
vietico rifletteva inoltre, in forma appunto concentrata, alcuni dei caratteri essenzia-
li di quel sistema, a cominciare da quelli di una economia di mobilitazione (mobiliza-
cionnaja ekonomika) estensiva e senza risparmio di tutte le risorse, prima di tutto quelle
umane, in base a obiettivi volta a volta definiti come prioritari (un ambito rilevante era
stato per esempio dopo la guerra, accanto ai settori tradizionali dellestrazione e approv-
vigionamento delle materie prime e della costruzione di grandi opere, il Gulag ato-
mico). Il Gulag assicurava la disponibilit di milioni di vite e capacit lavorative da
parte dello Stato, gestite attraverso una organizzazione di rapporti di lavoro che erano
direttamente dei rapporti di forza. Nelle pagine sulle forme che precedono la produ-
zione capitalistica, Marx aveva caratterizzato il rapporto moderno tra capitale e lavo-
ro come il dissolvimento dei rapporti in cui gli stessi lavoratori, gli stessi portatori viven-
ti di capacit di lavoro appartengono ancora direttamente alle condizioni obiettive della
produzione e come tali diventano propriet di terzi dunque sono schiavi o servi della
gleba
5
. I lavoratori del Gulag non erano schiavi o servi della gleba, ma semplicemente
detenuti; sottoposti comunque, per usare la terminologia di Hobsbawm nella sua Prefa-
zione alla edizione citata delle Forme, a una appropriazione del lavoro che passava attra-
verso lappropriazione degli uomini.
Infine, i rapporti di dominio nel Gulag erano garantiti dallapparato repressivo e
concentrazionario ma determinati anche da una serie di fattori che avevano a che fare
con elementi come la composizione e gli stati danimo degli abitanti dellarcipelago, la
qualit delle prestazioni richieste e la loro resa nel sistema economico sovietico. La per-
cezione di una situazione di crisi, per il gioco di questi diversi fattori, aveva preceduto la
morte di Stalin, ma ad essa si aggiungeva, in quella anticipata primavera del 1953, la sen-
sazione di un vuoto di potere e laffacciarsi di stati danimo di smobilitazione (smobiliza-
cionnye nastroenija) in coloro a cui era affidato il funzionamento del sistema.
Credo che sia importante tenere presenti questi elementi per cogliere pienamente il
significato degli avvenimenti del 1953-54. Le motivazioni della crisi del Gulag, in quan-
to espressione della crisi storica di un sistema di organizzazione economica e sociale che
nella sua composizione riproduceva i passaggi attraversati a partire dalla guerra dalla so-
ciet sovietica in quanto tale, e la congiuntura e loccasione di un difficile passaggio poli-
tico, segnato dalla morte del padrone (era la denominazione confidenziale di Stalin tra
i pi diretti subordinati), determinano i caratteri e il significato delle grandi rivolte, sulle
quali esiste ormai una grande ricchezza di ricostruzioni documentarie e storiografiche
6
.
dadori, Milano 1998, pp. 191-192. Werth ha anche opportunamente notato che le cifre, comunque impressio-
nanti, dei detenuti del Gulag risultano spesso gonfiate dal fatto che storici e testimoni hanno spesso confuso
il flusso dentrata nel gulag con il numero di detenuti presenti in una data specifica (ivi, p. 193).
5
K. Marx, Forme economiche precapitalistiche, terza ed., Editori Riuniti, Roma 1974, p. 102.
6
Tra le ricostruzioni della crisi e delle rivolte del Gulag va citata in primo luogo, per il grande impatto inter-
nazionale, quella di A. Solenicyn in: Arcipelago Gulag, ed. it., vol. 3, Mondadori, Milano 1978, in particolare
cap. 24, A testoni spezziamo le nostre catene, e cap. 25, I quaranta giorni di Kengir. Una recente ricchissima do-
cumentazione offerta dal vol. 6, Vosstanija, bunty i zabastovki zaklju/ennych [Insurrezioni, rivolte e scioperi
dei detenuti] della serie Istorija stalinskogo gulaga, Rosspen, Moskva 2004, a cura di V.A. Kozlov. In Italia
apparsa sul tema lopera importante di M. Craveri, Resistenza nel Gulag, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.
Andrea Panaccione
32
Anche il rapporto del sistema del Gulag con linsieme della societ sovietica (la
zona e la grande zona nel linguaggio dei detenuti) stato oggetto di molte riflessio-
ni e approfondimenti. Credo che un approccio particolarmente stimolante sia stato ne-
gli ultimi anni quello di un fotografo polacco, che partito dalla questione della debo-
lezza della memoria visiva del Gulag, rispetto al suo peso nella vita sovietica, rispetto
a ci che esso ha rappresentato per milioni e milioni di cittadini del paese
7
. La scarsa vi-
sibilit non esclude lincombenza di questa realt su tutta la trama dei rapporti sociali:
la rende anzi pi minacciosa e pervasiva, solidifica i sensi di paura e di vergogna, impe-
disce di prendere le distanze.
Ci che accomunava il Gulag alla societ sovietica spiega la variet delle reazioni nei
campi alla morte di Stalin, le manifestazioni di giubilo, ma anche di paura e di confusio-
ne non solo tra i detentori ma tra gli stessi detenuti. Ci che lo separava e lo rendeva una
situazione estrema spiega il concentrarsi in esso dellondata delle rivolte.
Il Gulag del 1953 era espressione, inoltre, di un settore particolarmente politicizzato
della popolazione, non tanto perch ospitava ancora i resti delle opposizioni storiche, e
per la maggior parte di ispirazione socialista, al potere sovietico (menscevichi, socialisti
rivoluzionari, anarchici, comunisti dissidenti dei pi diversi tipi)
8
, ma soprattutto per al-
cune delle correnti (i diversi collaborazionismi, le guerriglie antisovietiche dai Paesi Bal-
tici alla Polonia orientale allUcraina, le manifestazioni di dissidenza interna) di cui si era
alimentato a partire dalla guerra. Era per certi aspetti il proseguimento della tradizione
delle deportazioni e delle operazioni nazionali degli anni Trenta, ma la congiuntura
della guerra dava a questi processi di soluzione dei conflitti un carattere pi direttamen-
te politico-militare. Craveri ha sottolineato come in particolare queste nuove presenze
significassero una possibilit di politicizzazione anche per coloro che potevano essere al
loro ingresso del tutto privi di una coscienza di opposizione:
Molti degli arrestati in Ucraina, Paesi Baltici e Bielorussia erano di origine contadina e ascol-
tando le testimonianze di alcuni di loro si ha limpressione che lesperienza dei lager li abbia
in qualche modo educati e soprattutto politicizzati. Ragazzi e ragazze che avevano sem-
pre vissuto in un ristretto mondo contadino, molto tradizionale, si ritrovarono di colpo a
convivere con veri e propri oppositori del regime, dai sopravvissuti socialisti rivoluzionari ai
partigiani che avevano combattuto sia contro i tedeschi sia contro lArmata rossa. Molti di
loro impararono a leggere e scrivere, altri vissero una vera e propria educazione politica che
7
T. Kizny, Gulag, ed. it. Bruno Mondadori, Milano 2004. Anche la sovrapposizione, nel libro di Kizny,
delle fotografie depoca con quelle contemporanee, scattate dallautore, dei personaggi o dei resti del Gulag,
sottolinea, ancora pi che lassenza o la scarsit di immagini, le difficolt e gli scarti nella trasmissione di una
memoria collettiva.
8
Solo nellagosto del 1953 il successore di Berija al ministero dellinterno, Kruglov, avrebbe proposto di
escludere dalla categoria di prigionieri particolarmente pericolosi i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari e i
prigionieri condannati per spionaggio, terrorismo, trockismo e deviazionismo di destra (M. Craveri, Resisten-
za nel Gulag, cit., p. 228). Riferendomi in particolare ai dibattiti tra i menscevichi nei luoghi di detenzione e di
confino, ho gi avuto modo di osservare riguardo al clima politico dellURSS che soprattutto nel periodo dagli
anni Trenta alla met degli anni 50, una discussione sul senso della rivoluzione e del socialismo in Russia, e
negli altri paesi che hanno costituito lURSS, stata continuata e trasmessa forse pi nelle forme imposte dalla
detenzione, dal lavoro forzato, dalle deportazioni, che nelle sedi ufficiali della scienza e della politica (A.
Panaccione, Socialisti europei, Franco Angeli, Milano 2000, p. 127).
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
33
li trasform da semplici contadini in intransigenti nazionalisti, nemici dello stato sovietico e
del popolo russo
9
.
Ma tutto ci non poteva che rafforzare, nei dominanti, la preoccupazione che le rivolte
diventassero il detonatore, il meccanismo dinnesto di sconvolgimenti pi ampi
10
.
Sulla base dellintreccio tra forti motivazioni legate alle condizioni di vita e di lavo-
ro ed elementi di coscienza politica di varia origine ma che comunque permettevano pi
facilmente di percepire il senso di incertezza o di smobilitazione seguito alla morte di
Stalin, un processo di crisi gi in corso da tempo acquistava adesso nuovi significati e
possibilit. per questo che quanto avviene nel Gulag sovietico tra il 1953 e il 1954 e
i cui epicentri possono essere collocati nel maggio-giugno 1953 nel campo speciale del
Gorlag, allinterno del complesso minerario e di costruzioni di Norilsk; nel giugno-ago-
sto 1953 nel Re/lag, nel complesso carbonifero di Vorkuta; nel maggio-giugno 1954 nel-
lo Steplag presso il villaggio di Kengir, Kazakistan pu essere ascritto alla prima fase
dellepoca delle rivolte, ne rappresenta lapertura allo stesso titolo di quanto avviene
nellEuropa centro-orientale nella primavera del 1953.
Gli appelli e le dichiarazioni dei rivoltosi esprimono in modo particolarmente chia-
ro ci che fa di queste rivolte la manifestazione di una particolare forma di lotta di una
particolare classe di lavoratori.
I detenuti del Gorlag il 27 giugno 1953 manifestano cos la loro volont di continua-
re nello sciopero: La nostra forza lavorativa la nostra propriet e, in qualsiasi condi-
zione ci potranno mettere, noi non la cederemo fino a quando non riceveremo una ri-
sposta a questo appello
11
.
Un altro appello, questa volta dei detenuti del Re/lag il 29 luglio 1953, esprime, con
toni meno sindacali e pi politici e con una utilizzazione abbastanza evidente del discor-
so pubblico dei dominanti da parte dei dominati, le speranze di cambiamento dopo leli-
minazione di Berija , ma anche una forte coscienza del valore del lavoro compiuto, del-
le opere realizzate:
Il boia Berija e i suoi complici ci hanno chiamato delinquenti, probabilmente perch da molti
di noi sono stati costruiti il canale del mar Bianco, il canale Volga-Don, le miniere degli Urali,
del Nord, dellAsia centrale, le ferrovie e i combinati di lavorazione del legno della Siberia e
una serie di impianti e costruzioni segrete di importanza statale! Tutte queste persone hanno
9
M. Craveri, Resistenza nel Gulag, cit., p. 218.
10
un punto su cui insiste V.A. Kozlov nella sua Introduzione a: Vosstanija..., cit. Anche linfluenza di av-
venimenti internazionali poteva essere motivo di preoccupazione data la presenza di settori molto politicizzati
nella popolazione concentrazionaria. Una informazione (spravka) sul Gorlag del 5 giugno 1953 indicava che i
nazionalisti ucraini (benderovcy, i seguaci di Stepan Bandera) utilizzavano interventi di Eisenhower e Churchill
per lavorarsi i detenuti: il riferimento, per quanto riguarda il primo, era probabilmente un passo di un di-
scorso del presidente USA del 16 aprile 1953, riportato dalla Komsomolkaja Prava del 26 aprile 1953, in cui
si affermava che con la morte di Stalin era comunque finita unera alla quale la nuova dirigenza sovietica non
poteva essere considerata completamente legata (cfr. Vosstanija..., cit., p. 329 e nota 160, p. 669). Di l a pochi
giorni sarebbero arrivate anche nei campi le notizie su Berlino e la Germania orientale.
11
Vosstanija..., cit., p. 353.
Andrea Panaccione
34
costruito senza lamentarsi, convinti che tutto questo fosse importante e indispensabile per
accrescere la forza e il potere della nostra Patria socialista, del suo Partito e del suo Governo.
Noi abbiamo fatto tutto questo anche perch pensavamo che il Partito e il governo Sovietico
avrebbero tenuto conto e preso atto del nostro onesto lavoro nella loro paterna preoccupa-
zione per i lavoratori, avrebbero ridotto le pene per i delitti commessi di fronte al partito la
forza pi grande e pi autorevole.
Ma evidentemente il Partito e il Governo sono stati ingannati dallavventurista Berija e dai
suoi complici. Questo provato dal fatto che a noi non stato applicato il decreto di amnistia
del 27 marzo 1953
12
.
Una spravka del 30 luglio 1953 di un anonimo agente sulle cause dello sciopero nel-
la quarta sezione dello stesso Re/lag era chiarissima nella sua semplicit: Vivere in mi-
niera 25 anni senza riposo non possibile. Morire lentamente o rapidamente la stes-
sa cosa
13
.
Craveri ha sottolineato anche che la richiesta della giornata lavorativa di 8 ore era
una delle principali rivendicazioni dei prigionieri in sciopero
14
e la documentazione
recentemente pubblicata ne fornisce diverse testimonianze: era una rivendicazione sto-
rica del movimento operaio autonomamente organizzato che entrava nel mondo del la-
voro forzato e, accanto a quelle di eliminazione del regime speciale, di abolizione del-
le misure non umane, di allargamento dellamnistia, di revisione dei procedimenti di
condanna, ecc., contribuiva a svelarne la doppia natura. Altrettanto rivelatrici del con-
tinuo intreccio tra logica puramente repressiva e logica di sfruttamento del lavoro era-
no le discussioni che, negli organi governativi e di partito, avrebbero accompagnato nel
1953-54 il processo di smantellamento del Gulag per quanto riguardava lattribuzione
delle competenze sui campi: al ministero dellinterno, a quello della giustizia, ai ministe-
ri economici
15
.
Infine le forme di lotta: labbandono della forma tradizionale dello sciopero della
fame (golodovka) e ladozione di quella dello sciopero, e delle rivolte, come interruzione
della produzione, significava, come ha indicato nellIntroduzione Kozlov
16
, puntare di-
rettamente al cuore del sistema economico e sociale che il Gulag rappresentava. La ra-
dicalit e la durezza degli scontri indicavano linsostenibilit e il necessario superamento
di un sistema di rapporti di produzione, la disponibilit ad arrivare allestremo, a rifiu-
tare una mediazione umanitaria e a mettere in gioco la propria vita pur di uscire da una
condizione non pi sopportabile. Un sistema politico e sociale che si definiva socialista
doveva affrontare la vergogna di reprimere rivolte che ricordavano quelle degli schia-
vi (anche se Spartaco difficilmente poteva essere un riferimento simbolico familiare ai
protagonisti di quei movimenti, come lo era stato per tanti militanti della storia del mo-
vimento operaio).
12
Ibid., p. 472. Per il rapporto tra i discorsi dei dominanti e dei dominati, cfr. J.C. Scott, Il dominio e larte
della resistenza. I verbali segreti dietro la storia ufficiale, Eluthera, Milano 2006, ed. orig. 1990.
13
Ibid., p. 481.
14
M. Craveri, Resistenza nel Gulag, cit., p. 231.
15
Anche su questo molti elementi si trovano nellopera citata di M. Craveri.
16
V.A. Kozlov, Vvedenie, in Vosstanija, cit., p. 92.
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
35
1953: lEuropa centro-orientale dopo la morte di Stalin
La coincidenza, nel giugno 1953, delle prime grandi rivolte dei campi con gli avveni-
menti di Berlino est era di per s motivo di riflessione per i dirigenti sovietici sui caratte-
ri sistemici della crisi in corso: del fatto che ne avessero una percezione piuttosto chiara
sono uneloquente testimonianza le discussioni interne, le consultazioni con i rappresen-
tanti di altri paesi del blocco, le stesse iniziative di Berija . La morte di Stalin aveva fun-
zionato da detonatore in diverse altre situazioni. Sulla base di una importante serie di ar-
ticoli di Mark Kramer
17
, e con qualche integrazione da altre fonti, possibile ricostruire
il quadro dei principali avvenimenti.
Si erano fortemente intensificati dallinizio dellanno e malgrado la stretta nel
controllo dei confini introdotta nel luglio 1952 con la cosiddetta Operation ungezie-
fer gli espatri dalla Germania orientale a quella occidentale, il cui numero, per i pri-
mi 4 mesi del 1953, sar calcolato in 122.000, con un tasso raddoppiato rispetto allanno
precedente. Il fenomeno era evidentemente da mettere in relazione con lapprovazione
da parte dei dirigenti della Repubblica democratica tedesca del programma di costru-
zione del socialismo (seconda conferenza di partito della Sozialistische einheitspartei
deutschlands, SED, luglio 1952) e si rifletteva, gi nei mesi precedenti la morte di Stalin,
in una forte crisi interna al partito dominante (unondata di espulsioni e arresti, ma an-
che linasprimento delle tensioni interne che accompagnava la concentrazione del pote-
re nelle mani di Ulbricht)
18
.
Dal 3 maggio entravano in sciopero, soprattutto contro lelevamento delle quote di
lavoro, centinaia di operai delle fabbriche di tabacco di Plovdiv e Chaskovo in Bulga-
ria. Gli scioperi sarebbero cessati dopo alcuni giorni in seguito ad incontri e concessioni
da parte dei vertici del partito comunista
19
, ma non potevano non colpire quanti consi-
deravano la Bulgaria come un esempio di situazione particolarmente tranquilla, lascian-
do linquietante sensazione che perfino il paese pi fedele potesse un giorno sottrarsi al
controllo.
Le manifestazioni contadine svoltesi in Ungheria nel corso del mese di maggio sa-
rebbero state rievocate da Imre Nagy in quella che pu essere definita la sua piattafor-
ma politica dopo lestromissione, nella primavera del 1955, dalla guida del governo as-
17
M. Kramer, The Early Post-Stalin Succession Struggle and Upheavals in East-Central Europe: Internal-Ex-
ternal Linkages in Soviet Policy Making, Journal of Cold War Studies, n. 1, 1999, pp. 3-55, n. 2, pp. 3-38,
n. 3, pp. 3-66.
18
La pi ampia raccolta documentaria, ma anche ricostruzione storiografica, sul 1953 nella Germania orien-
tale quella di Ch.F. Overman (Ed.), Uprising in East Germany 1953: The Cold War, the German Question,
and the First Major Upheaval behind the Iron Curtain, Central european university press, Budapest 2001. La
messa a fuoco della portata della crisi della SED nel 1953 stata giustamente indicata come uno dei principali
risultati della ricerca dopo la caduta del Muro (cfr. T. Schaarschmidt, La rivolta del 17 giugno 1953, Contem-
poranea, n. 3, 1999, p. 570).
19
Per un resoconto di prima mano di una militante di partito, che sottolinea le insufficienze del lavoro
sindacale, ma anche lo stato danimo assolutamente disperato delle lavoratrici e dei lavoratori, cfr. un signi-
ficativo documento ripreso dallArchivio nazionale bulgaro: Report on the Disturbances at the Tobacco Depot
in Plovdiv, Bulgaria, Cold War International History Project, Virtual Archive, Bulgaria in the Cold War, www.
wilsoncenter.org.
Andrea Panaccione
36
sunta nel 1953 e dalle cariche di partito come una serie di minacciose manifestazioni
di massa nella Grande pianura ungherese
20
; proteste e scioperi operai, soprattutto per
laumento dei salari, si verificavano inoltre ai primi di giugno a Csepel, importante sob-
borgo industriale di Budapest con una lunga tradizione di lotte operaie, e nei centri me-
tallurgici dellUngheria orientale di Ozd e Diosgyor
21
.
Dopo il verificarsi, nei mesi di aprile e maggio, di numerosi scioperi e proteste nel-
le fabbriche cecoslovacche contro laumento dei prezzi, con un coinvolgimento di oltre
32.000 operai, il 1 giugno, giorno della entrata in vigore della riforma monetaria ceco-
slovacca, una grande manifestazione operaia promossa da migliaia di operai della Skoda
a Plzen coinvolgeva gli operai di altre fabbriche e molti giovani; veniva occupato il mu-
nicipio, esposti ritratti di Masaryk e Bene, buttati dalle finestre i busti di Lenin, Stalin e
Gottwald, chieste le dimissioni del governo e libere elezioni; la citt sarebbe rimasta per
due giorni nelle mani dei dimostranti, mentre manifestazioni di protesta si svolgevano
anche a Praga e Ostrava. La rivolta di Plzen era repressa dalla polizia e dallesercito con
la proclamazione della legge marziale e circa 2.000 arresti, molti processi e condanne,
ma, dopo la fase repressiva della mano ferma, avrebbe spinto i dirigenti cecoslovacchi
alla adozione di una politica di Nuovo corso, con riduzione dei prezzi e delle spese
militari e aumenti salariali che, secondo lo storico cecoslovacco Karel Kaplan, avranno
leffetto di lasciare in secondo piano la questione operaia durante la crisi del 1956
22
.
Dopo gli incontri tra i dirigenti tedesco-orientali e sovietici a Mosca il 2-4 giugno e
lannuncio di un nuovo corso in Germania est da parte del Politbro tedesco l11 giu-
gno, che aveva avuto come effetto immediato una ondata di dimissioni dal partito e di
abbandono delle aziende collettive nelle campagne, la conferma dellinnalzamento delle
quote di produzione il 16 giugno scatenava immediatamente forti manifestazioni di pro-
testa a Berlino, Dresda e in altre citt tedesche. Il 17 giugno la rivolta operaia e popola-
re si estendeva a pi di 450 citt tedesche e i partecipanti superavano il mezzo milione (il
10% della popolazione adulta della Repubblica democratica tedesca); molti reparti del-
la polizia e delle organizzazioni ausiliarie di sicurezza si rifiutavano di intervenire contro
gli insorti, molti aderenti allorganizzazione giovanile comunista Freie deutsche jugend
si univano alla rivolta. Solo lintervento delle truppe sovietiche, che in pratica sostituiva-
no la polizia e lesercito tedeschi e avrebbero mantenuto la legge marziale nel paese per
oltre tre settimane, portava al ristabilimento dellordine, con una sanguinosa repressio-
ne e processi e condanne che si succederanno per anni. Walter Ulbricht, la cui caduta
sembrava imminente, sar salvato dalla eliminazione a Mosca del suo principale nemi-
co, Berija , al quale sar imputato il fallimento della politica adottata nel paese e la regia
dellopposizione al segretario della SED. La notizia degli avvenimenti tedeschi si era dif-
20
I. Nagy, Scritti politici, Feltrinelli, Milano 1958, p. 125. Cfr. anche F. Fejto, Histoire des dmocraties popu-
laires. 2. Aprs Staline, Seuil, Paris 1969, p. 45.
21
Cfr. B. Lomax, The Working Class in the Hungarian revolution of 1956, Critique, n. 12, Autumn-Winter
1979-80, p. 49, e M. Kramer, The Soviet Union and the 1956 Crisis in Hungary and Poland, Journal of Con-
temporary History, n. 2, 1998, p. 175.
22
Cfr. K. Kaplan, La crisi cecoslovacca, Annali della Fondazione Feltrinelli, XXII, Feltrinelli, Milano 1982,
pp. 267-327, e La Cecoslovacchia nel decennio successivo alla morte di Stalin, in Ripensare il 1956, Socialismo
Storia. Annali della Fondazione Giacomo Brodoloni, Lerici, Roma 1987, pp. 39-40.
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
37
fusa immediatamente negli altri paesi del campo e in particolare in Polonia, dove negli
stessi giorni si svolgevano manifestazioni in diverse citt, tra cui Varsavia a Cracovia, che
venivano represse anche con la partecipazione di carri armati sovietici.
Nel caso tedesco, come in quello cecoslovacco, possibile notare anche il peso di alcu-
ne tensioni o incompatibilit culturali nei confronti del paese guida del blocco socialista.
Nel primo caso, sulla questione dellinnalzamento delle quote di produzione e del modo
in cui era stato imposto dal partito al potere, particolarmente efficace la descrizione del-
la reazione di un operaio tedesco nel romanzo di Stefan Heym Cinque giorni in giugno:
quello che viene rifiutato prima di tutto il metodo russo, quel misto di volontarismo,
improvvisazione e non considerazione per le reazioni delle persone, che una classe opera-
ia magari troppo celebrata come erede della filosofia classica tedesca, ma comunque orgo-
gliosa della sua tradizione storica e del suo livello di qualificazione, non riusciva ad accet-
tare. Nel secondo, lesposizione dei ritratti di T. Masaryk e di E. Bene a Plzen, centro del
movimento del 1953 e gi roccaforte socialdemocratica, e le defenestrazioni dei busti dei
dirigenti comunisti, che richiamavano il precedente della caduta probabilmente volonta-
ria dellultimo ministro degli esteri non comunista Jan Masaryk il 10 marzo 1948, indicava-
no una difficolt per il nuovo regime a cancellare le tracce di una eredit politica partico-
larmente ricca e anche una predisposizione diffusa a comportamenti sia pure tragicamente
ironici, che appartenevano alla cultura del paese.
Londata della primavera del 1953 lasciava il suo segno e imponeva processi di ria-
dattamento nei diversi paesi, che per altro non significavano affatto la crisi dei gruppi
dirigenti staliniani. Il caso di Rakosi, che continua a dominare il partito ungherese e che
riuscir nel 1955 a liberarsi del condominio di potere con il capo del governo Nagy, e so-
prattutto il caso di Ulbricht, che costruir proprio sulla crisi tedesco-orientale del 1953
la sua resa dei conti con lopposizione interna al partito e una relazione con lalleato pi
potente che ha potuto essere definita come una tirannia del debole
23
, sono un esem-
pio del rapporto particolarmente complicato, in questo tipo di regimi, tra societ e po-
litica
24
. Leliminazione di Berija a Mosca era quindi unancora di salvataggio o addirittu-
ra un fattore di rafforzamento per quei dirigenti staliniani che erano stati direttamente
presi di mira dalle riforme del capo della polizia politica. Non poteva per impedire
che molte delle questioni da lui sollevate diventassero parte essenziale del programma
dei suoi affossatori e della piattaforma di colui che rapidamente sarebbe riuscito ad af-
fermarsi come il nuovo capo del paese.
23
Su tutto ci particolarmente importante lopera di H.M. Harrison, Driving Soviets up the Wall: So-
ciet East German Relations, 1953-1961, Princeton, Princeton University Press, 2003.
24
La questione stata anche posta nei termini di un confronto tra le lagnanze e i tumulti del 1953 e i movi-
menti del 1956 che per primi avrebbero costituito delle sfide sistematiche e ideologiche alla eredit struttura-
le dello stalinismo (J. Rotschild, N.M. Wingfield, Return to diversity. A political history of East Central Europe
since World War II, Oxford university press, New York-Oxford 2000, p. 150). Mi sembra che questa lettura
non colga pienamente il significato degli avvenimenti del 1953 come prima rivelazione di una crisi generale
del modello tardo-staliniano.
Andrea Panaccione
38
Pankratova e il rapporto segreto
Il rapporto segreto, presentato da Nikita Chru/v alla seduta straordinaria che chiu-
de il XX congresso del PCUS, stato soprattutto analizzato, fin dai primi mesi successi-
vi alla sua controversa pubblicizzazione, nella logica e negli obiettivi che lo ispiravano,
come atto di lotta politica interna al gruppo dirigente sovietico (la riaffermazione del
primato del partito nel sistema del potere, il consolidamento della propria autorit da
parte del segretario generale e insieme la promessa di un nuovo stile di direzione politi-
ca) e, nelle sue implicazioni, pi o meno volute e dirette, per lo stato dei rapporti nel co-
munismo internazionale
25
. Solo grazie a nuove possibilit di documentazione si aperta
una direzione di ricerca sulla diffusione, limpatto e le reazioni provocate dal rapporto
sulla societ che dalla gestione del potere staliniano era stata pi direttamente interes-
sata
26
. Una traccia specifica, ma che mi sembra molto significativa per lambiente da cui
proviene e per la personalit di chi lha trasmessa, lesperienza di una storica di gran-
de prestigio, Anna Pankratova, che nel marzo 1956 si trova a dover illustrare il rappor-
to segreto negli ambienti della sua professione e che scrupolosamente registra, ordina
e comunica alle istanze di partito interessate, il comitato di Leningrado e quello centra-
le di tutta lUnione, le domande e le osservazioni che le sono state rivolte, nelle assem-
blee a cui ha partecipato, con il tipico metodo dellinvio di biglietti, firmati o no, al re-
latore. La recente pubblicazione di questi materiali sulla rivista russa Voprosy istorii
27

permette di ricostruire questa testimonianza privilegiata sullapertura in URSS di unepo-
ca non pi di rivolte, ma di domande sempre pi radicali e spesso senza risposte, forte-
mente intrecciate con ci che avviene in altri paesi.
25
Per alcuni di questi approcci rinvio a: A. Panaccione, Il 1956. Una svolta nella storia del secolo, Unicopli,
Milano 2006, in particolare la sezione Il XX Congresso e il rapporto segreto di Chru/v.
26
Si tratta di una documentazione e in parte di una memorialistica che hanno prima di tutto riguardato
la diffusione del rapporto allinterno delle strutture di partito cfr. in particolare Doklad N.S. Chru/eva o
kulte li/nosti Stalina na XX sezde KPSS. Dokumenty [Il rapporto di N.S. Chru/v sul culto della personalit
di Stalin al XX congresso del PCUS. Documenti], Rosspen, Moskva 2002; . e R. Medvedev, Stalin sconosciuto,
Feltrinelli, Milano 2006, in particolare il capitolo di R. Medvedev, Il XX congresso del partito: prima e dopo ma
che si sono allargate anche a sfere pi ampie, naturalmente coinvolte dalle implicazioni del rapporto nella
pratica e nella coscienza collettiva. Per un tentativo particolarmente ambizioso di analisi, cfr. J. Aksjutin,
Cru/evskaja ottepel i ob/estvennye nastroenija v SSSR v 1953-1964 gg. [Il disgelo chru/viano e gli stati
danimo sociali in URSS tra il 1953 e il 1964], Rosspen, Moskva 2004. Tra gli storici non russi: K.E. Loewen-
stein, Re-emergence of Public Opinion in the Soviet Union: Khrushchev and Responses to the Secret Speech, in
T. Cox (Ed.), 1956 and Its Legacy, Europe-Asia Studies, Special Issue, dicembre 2006, pp. 1329-1345; J.-P.
Depretto, La rception du XX
e
Congrs du PCUS dans la rgion de Gorki, Revue dhistoire moderne et contem-
poraine, gennaio-marzo 2008, pp. 98-124.
27
Pervaja reakcija na kritiku kulta li/nosti I. V. Stalina (Po itogam vystuplenij A. M. Pankratovoj v Le-
ningrade v marte 1956 goda) [La prima reazione alla critica del culto della personalit di Stalin (Sulla base
degli interventi di A.M. Pankratova a Leningrado nel marzo del 1956)], A.V. Novikov (a cura di), Voprosy
Istorii, n. 8, 2006, pp. 3-21; n. 9, 2006, pp. 3-21; n. 10, 2006, pp. 3-24. I materiali pubblicati sono conservati
in: Rossijskij gosudarstvennyj archiv novejej istorii (RGANI, Archivio statale russo di storia contemporanea), f.
5, op. 16, d. 747, ll. 74-175. Ad essi aveva fatto sinteticamente riferimento Alexander Kan (Anna Pankratova
and Voprosy istorii, Storia della storiografia, n. 29, 1996, pp. 71-97), che aveva potuto consultarli presso
lArchivio dellAccademia russa delle scienze.
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
39
Anna Michajlovna Pankratova nel 1956 era al culmine di una carriera travagliata
28
ma
anche ricca di riconoscimenti, dirigeva la pi importante rivista storica sovietica, Vopro-
sy istorii
29
, era membro del Comitato centrale del PCUS, aveva pronunciato al XX con-
gresso del partito un intervento sicuramente diplomatico
30
, ma comunque fortemente cri-
tico sullo stato della storiografia sovietica e deciso nella richiesta di estensione dei contatti
internazionali, aveva avuto un ruolo nella stesura del rapporto letto in seduta segreta da
Chru/v. Dal 20 al 23 marzo 1956, con un vero e proprio tour de force, tiene 9 lezioni e
relazioni, in diverse istituzioni di Leningrado, sul tema Il XX congresso del PCUS e i com-
piti della scienza storica a un totale di quasi 6.000 quadri di partito, storici, archivisti, in-
segnanti di materie storiche. Trasmettendo al comitato centrale copia di 825 domande e
appunti ricevuti, compresa lindicazione della firma o della sua inesistenza o indecifrabi-
lit, sottolinea la loro importanza per lo studio degli stati danimo e degli interrogativi
dellattivo di partito e della intelligencija della citt
31
. In un memorandum introduttivo
per il Prezidium del CC
32
, nel quale sono sintetizzate le principali domande ricevute, Pan-
kratova spiega anche che il contenuto stesso delle sue relazioni ha assunto una dimensio-
ne molto pi ampia di quella inizialmente prevista, che avrebbe dovuto riguardare lorga-
nizzazione del lavoro storiografico nel nuovo piano quinquennale, per venire incontro a
un bisogno di informazione e di discussione al quale evidentemente non aveva risposto la
lettura del rapporto segreto precedentemente organizzata dal partito.
Le domande coprono in effetti uno spazio molto ampio di questioni e rivelano una
variet molto grande di posizioni e atteggiamenti.
28
Sui costi umani di questa carriera (compreso il rinnegamento del suo maestro Pokrovskij e la separazio-
ne dal marito Grigorij Ja. Jakovin, ospite per molti anni come trockista dei campi e degli isolatori sovietici
ed eliminato nel 1938) e sulla complessa biografia politico-intellettuale di Pankratova, cfr. la pubblicazione
postuma di R.E. Zelnik, Perils of Pankratova. Some Stories from the Annals of Soviet Historiography, University
of Washington Press, Seattle 2005.
29
Lesperienza del marzo 1956 a Leningrado ha certamente pesato nel coinvolgimento di Pankratova po-
sta a capo, dopo la morte di Stalin, del nuovo collegio redazionale della rivista e affiancata da personalit di
grande prestigio scientifico come lo storico della rivoluzione di Febbraio Burdalov, in qualit di vicedirettore,
lo storico dei movimenti contadini Druinin, il medievista Grekov, lo storico dellimperialismo Erusalimskij
e altri nellimportante tentativo di rinnovamento storiografico di Voprosy istorii, troncato nel marzo del
1957 da una deliberazione del Comitato centrale del partito preparata da una riunione di segreteria condotta
da Suslov, che difficile non mettere in relazione con lictus che il giorno dopo avrebbe colpito la storica, la
quale aveva potuto assistere ma non intervenire alla riunione. Pankratova non si sarebbe pi ripresa e sarebbe
morta dopo due mesi. Tutta la vicenda stata rievocata in tempi di perestrojka come esempio del meccanismo
di freno dei cambiamenti messo in atto dopo il XX congresso e soprattutto dopo gli avvenimenti polacchi e
ungheresi: E.M. Gorodeckij, urnal Voprosy istorii v seredine 50-ch godov [La rivista Voprosy istorii alla
met degli anni 50], Voprosy istorii, n. 9, 1989, pp. 69-80; n. 11, 1989, pp. 113-138.
30
Per esempio, aveva definito improrogabile (...) il compito di portare a un livello scientifico lo studio della
storia del nostro partito comunista, ma non aveva fatto menzione della versione pi manipolatoria di tale
storia, internazionalmente nota come il Breve Corso; lintervento di Pankratova compreso in: XX Congresso
del Partito Comunista dellUnione Sovietica. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma 1956, pp. 406-415.
31
Pervaja reakcija..., Voprosy istorii, n. 8, 2006, p. 3.
32
Nella pubblicazione su Voprosy istorii, a questo memorandum di Pankratova seguono lelenco dei
gruppi tematici in base a cui sono raccolte le domande ricevute e, in base a questordine, il testo delle stesse;
nellultimo gruppo (XVII) sono comprese quelle sul taglio e tono delle relazioni di Pankratova e sui suoi perso-
nali contributi al culto di Stalin o a deformazioni nella storia dellURSS.
Andrea Panaccione
40
La questione generale del culto di Stalin si articola subito in una serie di altre que-
stioni: quella ricorrente del Dove erano i membri del Prezidium?
33
mentre tanti crimi-
ni venivano perpetrati, o della responsabilit di tutti coloro che hanno sostenuto que-
sto culto
34
, dellipocrisia di quanti hanno esaltato Stalin da vivo e, prima di scatenare la
lotta con i morti, ne hanno pianto la scomparsa
35
, e pi in generale della responsabili-
t storica del partito
36
e del rapporto tra culto della personalit e monopartitismo
37
; quel-
la del fondamento stesso della categoria del culto come criterio di spiegazione storica,
delle versioni contrastanti a cui pu dare origine la sua indeterminatezza (Stalin come
vittima o come creatore del culto?) e comunque delle sue radici e di quali condizioni
oggettive hanno prodotto il culto della personalit nel socialismo
38
, ovvero se vi sono
stati nella vita sovietica i presupposti storici, dal punto di vista sociale-economico e so-
ciale-psicologico, del fantastico sviluppo del culto della personalit
39
; quelle nelle quali,
secondo il resoconto di Pankratova, si avanza lidea della formazione nel nostro pae se
di un grande strato di burocrazia sovietica e si arriva al punto di mettere in dubbio la so-
stanza socialista della nostra costruzione sociale e statale
40
; quelle, nella cui formulazio-
ne sembra riflettersi una preoccupazione marxista della stessa Pankratova, di un ap-
proccio idealistico nel rapporto, che riconduce tutto alle caratteristiche della personalit
di Stalin, allinfluenza di Berija , ecc. La stessa scarsa consistenza della categoria del cul-
to apre la via a problematiche pi radicali sul partito, sul sistema sovietico.
La questione del come adesso considerare Stalin si specifica anchessa, per coloro
che si pongono sul terreno della critica, da una parte in interrogativi concreti (sul trasfe-
rimento della salma del dittatore dal mausoleo della Piazza Rossa, sul significato dei di-
sordini e degli scontri anche sanguinosi verificatisi in Georgia nel marzo in coinciden-
za con la prima diffusione del rapporto segreto e del terzo anniversario della morte
di Stalin), dallaltra in una riflessione pi profonda sul significato di una vera uscita dal-
lo stalinismo. Su questo piano si va dalle domande su come si arrivati alla redazione
del rapporto, e se esso possa essere considerato il risultato di una vera discussione col-
lettiva, fino allindicazione del rischio dellaffermazione di un nuovo culto, di Chru/v;
si denuncia il pericolo di una degenerazione del partito e dello stato sovietico
41
; si
guarda alle prospettive della democrazia sovietica e di partito sulla base di unade-
sione di principio al sistema ma con una dettagliata elencazione di tutto ci che non
funziona (dalla scelta dei candidati alle elezioni dei soviet al funzionamento degli stes-
33
Pervaja reakcija..., Voprosy istorii, n. 8, 2006, p. 7.
34
Ibid., p. 6.
35
Perch i compagni Molotov e Malenkov, conoscendo la storia del partito, si lamentavano a quel modo
sulla salma di Stalin?, ibid., p. 16
36
Che cosa abbiamo avuto dal 1934 al 1956: una dittatura di classe, del partito del CC o la dittatura militare
di una particolare personalit? Se stata questultima, perch il partito ha taciuto e quale stato il suo ruolo
in questa dittatura?, ibid., p. 8.
37
Non favorisce il culto della personalit il monopartitismo e la fusione quasi totale degli organi del potere
e di quelli di partito?, ibidem.
38
Ibidem.
39
Ibidem.
40
Ibidem.
41
Ibidem.
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
41
si e allassicurazione ai deputati di tutti i tipi di pagamenti supplementari in denaro e
in natura)
42
; si chiede la pubblicazione degli elenchi dei membri del partito riabilitati,
la revisione rapida dei materiali dei grandi processi degli anni Trenta, laccessibilit di
quelli sul caso Berija e sulla sua condanna; si indicano questioni di fondo come quella
del rapporto tra il partito e la societ (Se non cambia, si afferma in un appunto senza fir-
ma, il rapporto tra le masse popolari e i dirigenti, cominciando da quelli di livello pi
basso, tutto il resto solo chiacchiera e non ha senso parlare del ruolo creativo del-
le masse)
43
, o quella degli obiettivi e delle misure effettive per realizzare la svolta pro-
clamata dal partito (Se si parla di una svolta di principio, con quali reali misure contro
lonnipotenza di una burocrazia di questo tipo essa si esprime?)
44
.
Data la composizione professionale dei partecipanti alle assemblee normale trovare
molti riferimenti ai diversi nodi della storia dellURSS. Colpisce tuttavia lampiezza delle
questioni che vengono poste, molto al di l di quelle gi numerose sollevate dal rappor-
to di Chru/v, e una volont di scavo che non si limita alla messa in dubbio delle ver-
sioni ufficiali o delle leggende di partito, ma indica una disponibilit a riconsiderazio-
ni pi profonde: sullultimo Lenin, sul testamento e gli altri scritti di cui si sollecita la
pubblicazione; sulle diverse opposizioni a Stalin e la loro eliminazione; sul Breve Corso e
la sua valutazione come enciclopedia del marxismo-leninismo, come esatto e collauda-
to corso di storia del partito
45
; sulle questioni se era giusta la politica estera dellURSS
negli anni precedenti la guerra, se non stato un errore la conclusione del patto con la
Germania nel 1939, se non stata anche colpa nostra la rottura delle trattative con lIn-
ghilterra e la Francia, di come spiegare la guerra con la Finlandia nel 1940, ecc.
46
. In
qualche caso la relatrice esprime la sua disapprovazione e non si sottrae alluso della cate-
goria tipicamente poliziesca degli stati danimo non sani (nezdorovye nastroenija): cos
a proposito di coloro che mettono in dubbio la necessit della liquidazione dei kulaki
come classe nel nostro paese
47
. In altri invece lordine in cui sono presentate le zapiski
sembra volerne accentuare limpatto: le disgrazie e le sofferenze della popolazione del-
la citt nella quale si svolgono le assemblee, riferibili a una serie di eventi gi toccati nel
rapporto di Chru/v, sono evocate in un impressionante rapporto di continuit, dallas-
sassinio di Kirov al 1937-38, dalla situazione di Leningrado fin dallinizio della guerra al
Leningradskoe delo (laffare di Leningrado), lultima purga di partito staliniana che
colpisce un importante gruppo dirigente a livello locale e anche nazionale
48
. Alcune do-
mande riguardano questioni attuali ma radicate profondamente nella storia russa, come
quella dellantisemitismo; altre i trattamenti riservati in sede storiografica e celebrativa
a grandi personaggi della Russia pre-rivoluzionaria, dal pi celebre combattente antizari-
sta del Caucaso, amil, agli zar Ivan e Pietro; alcune la mancata pubblicazione in URSS di
42
Ibid., p. 9.
43
Ibid., p. 8.
44
Ibidem.
45
Ibid., p. 10; le domande sul Breve Corso sono raccolte in un gruppo specifico XIII, Pervaja reakcija..., Vo-
prosy istorii, n. 10, 2006, pp. 12-13.
46
Pervaja reakcija..., Voprosy istorii, n. 8, 2006, p. 9.
47
Ibidem.
48
Ibid., p. 6.
Andrea Panaccione
42
un testo molto importante di Marx sulla Russia, le Revelations of the Diplomatic History
of the 18th Century, apparse sulla stampa britannica tra il 1856 e il 1857
49
. Tutta lultima
parte delle questioni messe in ordine da Pankratova dedicata ai temi dellinsegnamento
della storia e del mestiere di storico nella societ sovietica del tempo.
Le considerazioni della storica sovietica alla fine del suo memorandum, sulla ne-
cessit di sviluppare una campagna di chiarimento sul significato del rapporto e del XX
congresso e di superare le insufficienze del lavoro ideologico e della situazione delle
scienze sociali nel paese, appaiono davvero molto riduttive rispetto allinsieme dei ma-
teriali raccolti e a tutto quello che in essi veniva rimesso in discussione. Per farci unidea
dellimpatto e del coinvolgimento reale dellanziana storica, dovremmo prendere in con-
siderazione in modo approfondito le vicende drammatiche dellultimo anno di vita di
Pankratova
50
. Per la nostra ricostruzione pu comunque essere sufficiente il repertorio
dei dubbi, dei sospetti, delle accuse, di fronte a cui il potere sovietico veniva posto da
questa relazione di servizio.
1956: Polonia, Ungheria e dintorni
La continuit tra i movimenti del 1953 e quelli del 1956 in Polonia e in Ungheria, dalla
rivolta di Poznn alla fine di giugno allaggravarsi del conflitto sociale in Ungheria du-
rante lestate alle crisi polacca e ungherese nellottobre e ai loro diversi esiti
51
, data pri-
ma di tutto dalla conferma sostanziale del modello staliniano nelle sue caratteristiche
pi generali riguardanti il monopolio del potere, il rapporto tra il potere e la societ, le
forme di controllo su di questa, e quindi di una frattura profonda fra alcuni regimi che
si dichiaravano socialisti e vasti settori della popolazione, tra i quali gli operai svolgono
un ruolo di primo piano. Il movimento che a Poznn si svilupper in una aperta rivol-
ta, con assalti agli edifici pubblici, comprese le prigioni, e che sar represso dallesercito
con molte decine di morti e centinaia di arresti, parte da uno sciopero alla fabbrica di lo-
comotive Stalin e dalladesione ad esso delle altre fabbriche della citt
52
. Il movimento in
Ungheria non solo vedr la formazione di organi di autogoverno e di consigli operai in
tutte le principali fabbriche del paese, ma avr nei consigli operai la forza protagonista,
49
Cfr. la traduzione italiana, Storia diplomatica segreta del 18 secolo, La Pietra, Milano 1978. In URSS questo
testo sarebbe stato pubblicato solo nel 1989 sulla rivista Voprosy istorii.
50
Cfr. nota 29.
51
Per le premesse e gli sviluppi della rivoluzione ungherese, insieme alla documentazione archivistica ampia-
mente utilizzata nella pi recente storiografia, va segnalata limportante raccolta, dovuta alla collaborazione di
storici e archivisti russi e ungheresi, Sovetskij Sojuz i vengerskij krizis. Dokumenty [LUnione sovietica e la crisi
ungherese. Documenti], ROSSPEN, Moskva 1998, che contiene un ricco materiale informativo in particolare per
quanto riguarda le riunioni dei dirigenti sovietici e ungheresi, le missioni in Ungheria di alti dignitari del Prezi-
dium dellURSS, i rapporti a Mosca del giovane e intelligente ambasciatore sovietico a Budapest Jurij Andropov.
La pi ampia storia documentaria quella C. Bks, M. Byrne e J.M. Rainer (a cura di), The 1956 Hungarian
Revolution: A History in Documents, Central european university press, Budapest 2002.
52
La caratterizzazione operaia della rivolta sottolineata anche dalla pi recente storiografia polacca: Fra
i circa 250 arrestati, 196 erano operai (A. Paczkowski, The Spring Will Be Ours: Poland and the Poles from
Occupation to Freedom, University Park, Pennsylvania State UP 2003, p. 273).
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
43
per oltre un mese, della resistenza e del tentativo di esercitare un contropotere rispetto
al governo Kdr imposto da Mosca. Senza nessun intento di semplificare la variet del-
la composizione sociale di quel movimento, come i caratteri spontanei, improvvisati, im-
prevedibili dei comportamenti di massa di quei giorni, non pu essere trascurata la rap-
presentativit e la circolazione di una piattaforma come quella elaborata dallassemblea
dei consigli operai di Budapest il 31 ottobre:
1. La fabbrica appartiene agli operai. Questi pagheranno allo stato una tassa calcolata sulla
base della produzione e una parte dei profitti. 2. Lorgano supremo di controllo della fabbrica
il consiglio operaio, eletto democraticamente dai lavoratori. 3. Il consiglio operaio elegge il
proprio comitato esecutivo, composto da 3 a 9 membri, che agisce come organo esecutivo del
consiglio operaio, mettendo in atto le decisioni e i compiti stabiliti da questo. 4. Il direttore
assunto dalla fabbrica. Il direttore e gli impiegati del pi alto livello devono essere eletti dal
comitato esecutivo. 5. La direzione responsabile di fronte al consiglio di fabbrica per ogni
questione che riguarda la fabbrica. 6. Il consiglio operaio si riserva tutti i diritti di: a) appro-
vare e ratificare tutti gli atti che riguardano limpresa; b) decidere i livelli salariali di base e i
metodi per determinarli; c) decidere tutte le questioni riguardanti i contratti con lesterno. 7.
Allo stesso modo il consiglio operaio risolve tutti i conflitti riguardanti lassunzione e il licen-
ziamento di tutti i lavoratori dellimpresa. 8. Il consiglio operaio ha il diritto di esaminare il
bilancio e di decidere sullutilizzazione dei profitti. 9. Il consiglio operaio responsabile per
tutte le questioni sociali allinterno dellimpresa
53
.
Certo la frattura tra i regimi socialisti e gli operai era anche una frattura interna ai se-
condi, tra una classe operaia di massa, la cui composizione era certamente sovradeter-
minata dagli sconvolgimenti politici e dai cambiamenti di posizione sociale che avevano
caratterizzato la storia delle democrazie popolari, e una classe operaia di lite che, sul-
la base degli stessi sconvolgimenti, si era in gran parte trasformata in un ceto di dirigenti
politici e amministrativi. Queste profonde trasformazioni della classe operaia unghe-
rese erano rapidamente ma efficacemente indicate, a ridosso dellesplosione rivoluziona-
ria e della sua repressione, da Franois Fejto, nella Conclusione scritta per la traduzione
italiana della sua opera apparsa poco prima in Francia su La tragdie hongroise:
... la classe operaia ungherese ha subito durante gli ultimi anni e in conseguenza dellindustria-
lizzazione a oltranza, profonde trasformazioni. Gli effettivi operai sono pressoch raddoppiati
rispetto al 1938, grazie allintegrazione nellindustria di centinaia di migliaia di contadini e
di numerosissimi artigiani, piccoli borghesi e perfino piccoli borghesi impoveriti. Questi ele-
menti hanno portato nuovo sangue al proletariato industriale, ma al tempo stesso lo avrebbero
contaminato con le loro idee tradizionaliste; e il regime non aveva n il tempo n i mezzi per
rieducarli e inquadrarli. Linquadramento delle reclute dellindustria era tanto pi manchevo-
le in quanto il partito aveva utilizzato decine di migliaia di operai tra i pi fedeli per formare
i quadri dellamministrazione politica ed economica. E se vero che questi quadri operai
chiamati a occupare posti di responsabilit spesso senza preparazione, erano diventati i pi
53
La piattaforma riportata in A. Panaccione, Il 1956, cit., pp. 112-113; da B. Lomax, Hungary 1956, Lon-
don 1976, pp. 140-141.
Andrea Panaccione
44
zelanti difensori del regime, daltra parte innegabile che essi si erano in tal modo staccati
dalla classe operaia e avevano acquisito una mentalit tipicamente padronale
54
.
In ogni caso quelle rivolte operaie costituivano un fattore di radicale delegittimazione
per dei gruppi dirigenti che in nome della classe operaia erano andati al potere.
La crisi del 1956 si concentrava nelle due situazioni nazionali nelle quali maggior-
mente sembravano aprirsi gli spazi di un cambiamento politico. Gli esiti diversi dei due
processi (un comunismo nazionale contrattato con la potenza dominante, come quello
di Gomulka, che segnava per anche una linea di confine che non poteva essere supe-
rata; un vero movimento rivoluzionario, come quello ungherese, che, nelle condizioni
dellepoca, non poteva che essere il preludio di una repressione violenta e di una lun-
ga normalizzazione, gestita comunque con riconosciuta abilit dal principale responsa-
bile nazionale della repressione stessa) rinviavano a fattori specifici come la collocazio-
ne geopolitica dei due paesi o la diversa situazione dei due partiti al potere (tenuto sotto
controllo da Gomulka quello polacco, irrimediabilmente spaccato quello ungherese). Il
fatto che la crisi non si generalizzasse agli altri paesi del blocco indicava che molte car-
te potevano essere ancora giocate (da una pi forte caratterizzazione nazionale di alcu-
ni regimi alla repressione, alle concessioni economiche e alla riduzione delle prestazioni
imposte ai lavoratori) per garantire una stabilit e una durata a quel sistema di potere: la
capacit di impedire il contagio delle proteste e manifestazioni di intellettuali e soprat-
tutto di studenti agli ambienti operai si confermava nella primavera del 1956 come una
vera specialit del regime cecoslovacco, e lo sarebbe stata ancora per diversi anni
55
; il ri-
corso a forme di repressione sempre pi selettive e giocate sui conflitti etnici e sul fat-
tore nazionale avrebbe caratterizzato le reazioni rumene agli avvenimenti ungheresi
56
; il
controllo e lemarginazione delle prime forme di potenziale dissenso sarebbero diventa-
ti una priorit del gruppo dirigente sovietico
57
.
Gli avvenimenti polacchi e ungheresi del 1956 confermano, in conclusione, il quadro
di una crisi generale che non solo quella del modello tardo-staliniano in quanto tale,
ma dei caratteri specifici della sua imposizione/generalizzazione nella seconda fase del-
le cosiddette democrazie popolari, quella fase che dal 1947-48, dopo la costituzione del
Cominform e poi la rottura con gli jugoslavi, aveva messo in atto una netta inversione
di tendenza rispetto ad alcune caratteristiche (la politica di fronte popolare, la riforma
54
Ungheria 1945-1957, Prefazione di J.-P. Sartre, Einaudi, Torino 1957, p. 399; edizione originale: Pierre
Horay, Paris 1956.
55
Sul movimento studentesco in Cecoslovacchia, che si inserisce nelle tradizionali manifestazioni goliardiche
del mese di maggio ed esprime la sua carica dissacrante anche nellincoronare come re e regina della parata il
marxismo e la lingua russa, cfr. J.P.C. Matthews, Majales: The Abortive Student Revolution in Czechoslowakia in
1956, Cold War International History Project, Working Paper n. 24, September 1998, www.wilsoncenter.org.
56
Cfr. S. Bottoni, Limpatto della rivoluzione del 1956 sulla Romania negli archivi della polizia politica, Studi
Storici, 1, 2006, pp. 283-307.
57
Le sedute del Presidio del PCUS del 29 novembre 1956 e del 6 dicembre 1956 hanno allordine del giorno
la repressione delle sortite degli elementi antisovietici e ostili riferendosi a interventi e opere di noti scrittori
come Simonov, Dudincev e altri: cfr. Prezidium CK KPSS. Protokolnye zapisi i stenogrammi zasedanij 1954-1964
[Il Presidio del CC del PCUS. Note verbali e stenogrammi delle sedute 1954-1964], Rosspen, Moskva 2003, vol.
1, pp. 211-213.
La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956
45
agraria, la salvaguardia delle particolarit nazionali) degli anni pur difficili e conflittuali
dellimmediato dopoguerra, nei quali la stessa prospettiva geopolitica staliniana di con-
trollo dellEuropa centro-orientale aveva seguito vie diverse nei diversi paesi (dai casi di
Polonia e Germania orientale a quelli di Ungheria e Cecoslovacchia). Il contrasto tra i
due periodi sar una chiave importante per la comprensione della crisi del 1956, che nel-
le situazioni topiche vede il ritorno al potere di personaggi legati ai temi forti della pri-
ma fase: Gomulka in Polonia per limportanza dellelemento nazionale, Nagy in Un-
gheria per la politica frontista e di riforma agraria. In un movimento pi radicale e pi
lungo, come quello ungherese, avrebbero avuto il tempo di consumarsi i tentativi di re-
cupero di momenti precedenti della storia sociale e politica del comunismo: il consilia-
rismo, il frontismo, il bucharinismo, le esperienze di nuova democrazia dellimmediato
secondo dopoguerra. Ma gli elementi di autonomia operaia e le forme di lotta rivoluzio-
narie presenti in quel movimento ne avrebbero reso scomoda e controversa la memoria
anche dopo la fine del regime contro il quale si era battuto e la sistemazione celebrativa
del 1956 come lotta per la libert.
Nella storia del socialismo reale il 1956 ha indicato la prima grande crisi di quel
modello di societ. stato sia un punto darrivo che di partenza. Non stato per la pre-
figurazione di una catastrofe inevitabile, non riducibile a semplice premessa del 1989,
se non altro perch si trattato di una crisi situata in un contesto storico molto diver-
so e animata da idee e aspirazioni di riforme nazionali e sociali che saranno invece qua-
si del tutto marginalizzate nel 1989. Saranno diverse anche la composizione dei movi-
menti e le forme di azione. Sar diverso soprattutto il livello di logoramento dei diversi
regimi politici, tanto da generare parecchi dubbi sul fatto che nel 1989 si possa parlare
di rivoluzioni: a parte alcuni importanti contributi storiografici che hanno preferito far
ricorso a termini come implosione o bancarotta, la questione se ci sia stata o meno
una rivoluzione, della quale ciascuno ha ricordi molto confusi e improbabili, il moti-
vo dominante di un riuscito film romeno del 2006, A est di Bucarest. Proprio in Unghe-
ria si arrivati perfino a rimpiangere che non ci sia stata nel 1989 una vera rivoluzione
come quella del 1956:
Nellottobre del 2006, durante i disordini a Budapest, rimasero feriti centocinquanta mani-
festanti assai di pi rispetto alla rivoluzione di velluto del 1989. Uno studente universita-
rio disse al corrispondente del New York Times: Dovremmo imparare dallo spirito del 56.
Dovremmo portare a termine ci che stato iniziato nel 1956, poich nel 1989 non ci fu un
cambiamento davvero completo.
Ci a cui probabilmente pensava quel ragazzo era un contratto sociale allinsegna della solida-
riet, che renda il diritto alla vita e alla libert inalienabile, e la ricerca della felicit (materiale)
possibile
58
.
Il 1956 conclude una prima epoca di rivolte contro un sistema sociale gi gravato dal
peso di molti errori e crimini, ma che non mostra ancora i segni di un invecchiamento
che anche i fallimenti di quellanno, le stesse delusioni della destalinizzazione, renderan-
no irreversibile.
58
C. Pleshakov, Berlino 1989: la caduta del muro, Corbaccio, Milano 2009, pp. 209-300.
Andrea Panaccione
46
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47
IL DISSENSO IN URSS (1953-1991)
Marco Clementi
Il dissenso segn la parte conclusiva della storia sovietica e nellesperienza europea pu
essere considerato un fenomeno anomalo per alcune peculiarit: innanzitutto, pur svi-
luppandosi prevalentemente in ambito politico, nacque in ambiente letterario e assunse
connotazioni politiche solo in seguito ad alcuni precisi avvenimenti. Non si tratt di una
manifestazione organizzata, n omogenea, in quanto al suo interno troviamo una com-
plessa congerie di elementi, uniti dal comune desiderio di ottenere il rispetto dei diritti
civili da parte del regime comunista attraverso metodi legali e non violenti. Nonostante
abbia assunto elementi distintivi prevalentemente politici, furono redatti solo embrioni
di programmi alternativi a quello del Partito comunista sovietico, mentre, con pochis-
sime eccezioni, manc lattivit di partiti clandestini. Le forme di lotta furono sempre
chiare e palesi e le riviste, i libri e i saggi che furono pubblicati a cura dei dissidenti e
concorsero a formare un unico e vasto campo di informazione alternativa a quella uffi-
ciale, furono quasi sempre firmati dai loro estensori. Per usare le parole di Tatjana Cho-
dorovi/, una rappresentante del dissenso moscovita, gli attivisti per i diritti civili cono-
scevano solo una legge, quella della coscienza, il naturale sentimento di solidariet verso
i perseguitati ingiustamente, il rispetto della persona umana, della sua libert di spirito e
della verit, ossia di quei diritti sanciti anche dalla Costituzione sovietica e dai documen-
ti internazionali firmati da Mosca quali la Dichiarazione universale dei diritti delluomo
del 1948 o lAtto finale della Conferenza di Helsinki del 1975. A queste istanze, che si
possono definire generali, se ne affiancarono altre, precipue del contesto sovietico, come
la richiesta dello svolgimento dei processi penali a porte aperte, il rispetto delle mino-
ranze nazionali e sociali (per esempio, gli invalidi) o la non ingerenza dello Stato e del
governo in questioni appartenenti alla sfera privata dellindividuo come le inclinazioni
sessuali o la fede religiosa.
Cercando dei sinonimi, o delle locuzioni adatte a sintetizzare il fenomeno, si deve ri-
nunciare a definire il dissenso come opposizione democratica, se non in senso molto
lato: al suo interno, infatti, troviamo ideali laici e democratici, ma anche tendenze con-
fessionali, nazionalistiche e, in singoli casi, addirittura fasciste o naziste. Lespressione
Marco Clementi
48
russa usata per definire i dissidenti inakomyslja/ie coloro che pensano in modo di-
verso ; essa per non definisce in modo pieno la loro attivit: i dissidenti non si limita-
rono a pensare, ma cercarono di agire, giungendo a ipotizzare e in alcuni casi a praticare
unesistenza parallela a quella ufficiale.
Quando si studia il dissenso luso del termine movimento, se riferito al fenomeno, va
inteso in senso lato. Un movimento, per essere definito tale, deve soddisfare alcune pe-
culiarit: avere una chiara coscienza di s, autodefinirsi, distinguere chiaramente i pro-
pri obiettivi e il proprio antagonista. In linea di massima, queste tre caratteristiche man-
carono. Per chiarire il campo dindagine Aleksandr Daniel ha preferito a movimento
lespressione attivit di dissenso o la formula dissidentskij potok, corrente, o fiumana del
dissenso. Entrambe le espressioni sono preferibili a quella di movimento: il dissenso fu
una corrente ideale formata da persone che svolsero unattivit concreta al fine di difen-
dere i diritti civili e delluomo, denunciando le violazioni e chiedendo al governo mo-
difiche adeguate della legislazione, pur in presenza di marcate differenze politiche. An-
drej Amalrik stil un elenco dei gruppi nei quali si divideva, contandone quattro: uno
marxista, uno democratico liberale, uno nazionalista e uno neoslavofilo. Si tratta di una
divisione imperfetta, ma indicativa, perch manc una vera militanza, se si escludono i
pochissimi gruppi organizzati come il Partito cristiano sociale, che ebbe vita effimera, i
marxisti Comunardi, i sindacalisti di Smot, i pochi di Perspektiva e i nazionalisti ucrai-
ni e lituani. In senso pi ampio si pu affermare che appartennero al dissenso coloro
che dal 1953 al 1991 si definirono dissidenti, oppure non respinsero per s questa deno-
minazione, qualora assegnata da terzi, ovvero subirono repressioni dirette a causa del-
le loro convinzioni o per unazione legata alle stesse (per esempio, la partecipazione a
una manifestazione informale, la diffusione di materiale edito in proprio samizdat o
allestero tamizdat , la partecipazione a gruppi informali). Non andrebbe invece con-
siderato come dissidente un artista informale che non abbia partecipato coscientemen-
te alla fiumana o non abbia subito un processo per le sue convinzioni o per azioni a que-
ste legate.
Questo ragionamento ne introduce un altro, che porta a distinguere lessere dissiden-
te dal vivere da dissidente. Intorno ai nomi pi noti del dissenso letterario, artistico e po-
litico, infatti, ruotava una massa variabile e imponderabile di persone che vivendo in un
determinato modo tenevano atteggiamenti da dissidenti. Tali si manifestavano nelle for-
me di esistenza allinterno delle maglie della societ conformista, dove trovavano ricove-
ro e riparo. Questi soggetti, spesso non lavoravano ufficialmente (in URSS fu promulgata
una legge sul cosiddetto parassitismo, con la quale si colp anche il futuro premio Nobel
per la letteratura Josif Brodskij) e conducevano unesistenza parallela a quella ufficiale.
Questa forma di vita cre dei canoni, ossia un certo tipo di conformismo da dissidente; in
termini economici, costoro non partecipavano attivamente alla creazione della ricchezza
del paese e le loro attivit erano economicamente improduttive. Ci fu possibile grazie
alla produzione di una quantit di plusvalore tale da permettere, in Unione Sovietica (e
in altri paesi dove si registr lo stesso fenomeno), una ridistribuzione della ricchezza in
grado di premiare sia i produttori che i dissidenti (o, se si preferisce, coloro che viveva-
no secondo dei canoni dissidenti). Dunque, accanto alla produzione di idee e agli ampi
dibattiti che oggi possiamo documentare per effetto del lavoro di molti attivisti, esisti-
ta una schiera di persone che si ricavata allinterno del regime socialista uno spazio nel
Il dissenso in URSS (1953-1991)
49
quale si muoveva vivendo da dissidente, ossia riproducendo in maniera diffusa, ma sin-
golarmente, la problematica della realizzazione del proprio io nella societ, vivendo se-
condo quellindividualismo che il regime cercava di eliminare anche attraverso una ri-
partizione egualitaria del prodotto interno. Il tema accattivante e le ricerche in questa
direzione sono state appena avviate.
Periodizzazione
Non possibile indicare con precisione una data di inizio del fenomeno del dissenso, in
quanto esso ha avuto una lunga gestazione e si manifestato nelle forme che lo avrebbe-
ro caratterizzato storicamente nel corso di unevoluzione durata alcuni anni: diversi stu-
diosi indicano il 1969, anno della costituzione del primo gruppo informale, il Gruppo
di iniziativa per la difesa dei diritti civili nellURSS
1
, altri il 1965, lanno dellarresto degli
scrittori Julij Daniel e Andrej Sinjavskij. Non azzardato fissare come termine a quo il
1953, lanno della morte di Stalin e della pubblicazione di un importante articolo di cri-
tica letteraria sulla rivista Novyj Mir a cura di Vladimir Pomerancev, intitolato Del-
la sincerit in letteratura. Esso apr una discussione sulla libert di creazione e costitu
il punto di partenza da cui si svilupp la riflessione allinterno dellintelligencija sovie-
tica, che ebbe come esito la fiumana del dissenso. Il limite estremo pu essere indicato
nel 1991, anno della promulgazione della legge sulla riabilitazione delle vittime delle re-
pressioni politiche. I 38 anni che separano le due date possono essere divisi in 6 periodi.
Il primo comincia nella primavera del 1953 e termina nel 1964. In tale lasso di tempo si
denunci il culto della personalit di Stalin dalle tribune di due Congressi del PCUS (XX
e XXII), esplose la voglia di libert creativa da parte della giovent moscovita, cominci
il fenomeno delleditoria clandestina il samizdat e, infine, il successore di Stalin, Ni-
kita Chru/v fu allontanato dal suo posto di segretario generale.
Secondo periodo (1965-1967): nel 1965 due letterati semisconosciuti, Julij Daniel e
Andrej Sinjavskij, furono processati a causa delle loro composizioni letterarie. Ci diede
origine a una serie di manifestazioni di protesta e a nuovi arresti e alla fine del 1967 mol-
ti intellettuali decisero di impegnarsi in una lotta per laffermazione del diritto, la fine
dellarbitrio e la resistenza contro i tentativi di riabilitazione di Stalin. grazie al caso
Sinjavskij- Daniel che il dissenso prese coscienza di s.
Terzo periodo (1968-1972): il 1968, proclamato dalle Nazioni Unite lanno dei dirit-
ti umani, fu un anno intenso in Unione Sovietica. In generale, furono anni di crescita del
movimento, finch nel 1972 le autorit non decisero di reprimerlo con forza.
Quarto periodo (1973-1974): furono anni di crisi e di riflusso, sebbene non mancas-
sero iniziative, peraltro isolate, quali la fondazione del Gruppo 73 o lapertura della se-
zione russa di Amnesty International.
Quinto periodo (1975-1982): dopo la firma dellatto finale della Conferenza di Hel-
1
Vi presero parte Tatjana Velikanova, Aleksandr Lavut, Grigorij Podjapolskij, Tatjana Chodorovi/, Ana-
tolij Levitin-Krasnov, Mustafa Demilev, Anatolij Jakobson, Natalja Gorbanevskaja, Sergej Kovalv, Viktor
Krasin, Jurij Malcev, Petr Jakir, Vladimir Borisov, Genrich Altunjan e Leonid Plju/.
Marco Clementi
50
sinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, nacque il Gruppo Helsinki, con se-
zioni in diverse Repubbliche sovietiche, che chiese lapplicazione dei principi firmati in
Finlandia. Nel 1975 il fisico Andrej Sacharov ricevette il premio Nobel per la pace. La
repressione si inaspr nuovamente e si registrarono a partire dal 1976 moltissimi arresti.
Nel 1982 il Gruppo Helsinki russo sospese ufficialmente la propria attivit, mentre qua-
si tutti i dissidenti erano ormai in carcere o in esilio.
Sesto periodo (1983-1991): in questi anni si registr un ulteriore riflusso nella societ
e il ritorno delliniziativa riformatrice nelle mani del PCUS attraverso lelezione di Michail
Gorba/v a primo segretario del Comitato centrale. Le sue riforme condussero alla li-
berazione di tutti i prigionieri di coscienza e, infine, alla promulgazione di una legge per
la riabilitazione, ma il suo progetto generale si concluse con la dissoluzione dellUnio-
ne Sovietica.
Temi
La prima ampia discussione allinterno della societ civile sovietica (che in questa fase
si identifica con lintelligencija) ebbe come punto centrale la libert di creazione e di
espressione. Si detto che lo stimolo era venuto dallarticolo di Pomerancev, ma poi il
tema si allarg. In seguito al rifiuto delle autorit di far pubblicare in patria il romanzo
di Boris Pasternak Dottor ivago nel 1957, allarresto e condanna di Josif Brodskij per
parassitismo (1964) e quindi di Sinjavskij e Daniel, accusati di aver pubblicato alleste-
ro scritti antisovietici nascondendosi dietro agli pseudonimi di Abram Terc e Nikolaj
Arak (1965), ci si rese conto che la libert di espressione coincideva con tutte le altre
e che un paese sprovvisto della prima, conseguentemente non poteva rispettare i dirit-
ti civili. Accanto ai giovani poeti informali moscoviti, che negli anni Cinquanta avevano
organizzato incontri informali, riviste autogestite come Sintaksis e Feniks, dando
sviluppo al fenomeno del samizdat, e gruppi letterari come Smog, una parte dellintelli-
gencija gi strutturata allinterno del sistema colse nelle repressioni contro gli scrittori il
rischio di un ritorno al passato staliniano e decise di chiedere in modo aperto il rispetto
di tutti i diritti civili. Per iniziativa di Aleksandr Esenin-Volpin figlio del poeta Sergej
Esenin e letterato a sua volta si richiese per Sinjavskij e Daniel lo svolgimento di un
processo pubblico. Da quel momento si registrarono manifestazioni di protesta in occa-
sione di importanti avvenimenti, come per esempio loccupazione della Cecoslovacchia
nel 1968, il divieto di svolgere mostre informali o la chiusura di riviste autogestite. Ai
primi documenti sottoscritti dai dissidenti in forma di appelli alla pubblica opinione in-
ternazionale, alle Nazioni Unite o allo stesso governo dellURSS, seguirono pubblicazioni
periodiche, come la Cronaca degli avvenimenti correnti, nata nel 1968 allo scopo di
raccogliere tutte le notizie riguardanti il dissenso e le persecuzioni subite dagli attivisti.
Furono diffusi anche importanti pamphlet come le Considerazioni sul progresso, la coesi-
stenza pacifica e la libert intellettuale di Andrej Sacharov, noto con il nome di Trattato o
il libello di Andrej Amalrik Sopravviver lUnione Sovietica fino al 1984?
In seguito allintensificarsi degli arresti il mondo del dissenso cominci a interrogar-
si anche sui diritti dei prigionieri di coscienza e, di conseguenza, sulla vita allinterno dei
campi di lavoro, compreso il regime alimentare e il diritto dei reclusi a ricevere pacchi o
Il dissenso in URSS (1953-1991)
51
incontrarsi con i propri cari. Allo scopo di assistere i prigionieri, nel 1974, dopo lespul-
sione di Aleksandr Solenicyn dallURSS, fu fondato a Mosca il Fondo sociale russo (Rus-
skij ob/estvennyj fond), detto anche Fondo Solenicyn. Se ne occuparono, tra molte
difficolt, diversi dissidenti e venne finanziato attraverso sottoscrizioni e con i proventi
mondiali dei diritti sulle vendite del libro Arcipelago GULag.
Non tutti i dissidenti arrestati furono processati e condannati ai lavori forzati. Alcu-
ni, come il generale in pensione Ptr Grigorenko, il matematico Leonid Plju/ o Vla-
dimir Bukovskij, vennero rinchiusi in ospedali psichiatrici speciali gestiti dagli uomini
dei servizi, dove subirono la somministrazione indiscriminata di sostanze psicotrope. La
protesta contro luso distorto della psichiatria si manifest dapprima con la denuncia dei
singoli episodi, quindi con la pubblicazione dei risultati di uninchiesta raccolta in un
Libro bianco, infine con la formazione di una Commissione per la psichiatria, nella qua-
le lavorarono Irina Kaplun, Aleksandr Podrabinek, Feliks Serebrov, Vja/eslav Bachmin,
Leonard Ternovskij, S.V. Kallistratova, Aleksandr Voloanovi/, e Anatolij Korjagin.
Nel pi ampio contesto della violazione dei diritti civili da parte del regime sovieti-
co, alcuni dissidenti si impegnarono in particolare per il rispetto di quelli religiosi e la li-
bert di fede. Tra essi, Gleb Jakunin, Anatolij Levitin-Krasnov e padre Aleksandr Men.
Si ebbero anche iniziative da parte di alcune comunit religiose come i battisti, gli aven-
tisti del settimo giorno, i pentacostali o i cattolici lituani. In tali casi le istanze riguarda-
vano le specifiche comunit, con leccezione dei cattolici lituani, dove la disputa per laf-
fermazione della fede rappresent un capitolo della pi ampia lotta per laffermazione
dellindipendenza nazionale. La Chiesa ortodossa ufficiale russa attravers diverse fasi
nei rapporti con il regime e in alcuni casi si registrarono dei contrasti al suo interno, o
con alcune comunit ortodosse dissenzienti come gli iosifliani; questi formavano il grup-
po pi numeroso, sorto nel contesto del movimento dei nepominaju/ie (non commemo-
ranti) formatosi nel 1927 dopo la sottomissione del patriarcato al potere politico.
Accanto ai diritti dei singoli e dei credenti, il dissenso difese anche alcune comuni-
t, unite da vincoli etnici. In particolare, si tratt di popolazioni deportate dai luoghi di
origine nel corso della Seconda guerra mondiale, perch accusate di collaborazionismo
ed escluse dal processo di riabilitazione seguito alla morte di Stalin, quando si permi-
se il ritorno nella patria di origine a molte di loro. La comunit pi numerosa era com-
posta dai Tartari di Crimea, che lottarono fino alla fine degli anni Ottanta per ottenere
il permesso di rientrare sulle coste del Mar Nero (Mustafa Demilev fu il loro maggio-
re rappresentante); una seconda comunit che si impegn nella difesa dei propri diritti
fu quella dei Mecheti, una popolazione di origine turca che viveva nel sud della Geor-
gia dalla fine del XVI secolo.
Oltre ai popoli deportati, fu importante il movimento degli ebrei sovietici per lemi-
grazione in Israele, che ebbe i suoi momenti di maggiore attrito con il potere nel corso
degli anni Settanta e fin per identificarsi con gli otkazniki (o refuzniki), ossia coloro che
avevano richiesto, senza ottenerlo, il permesso di emigrare. Tra i maggiori attivisti si ri-
corda Anatolij (Natan) /aranskij, un matematico arrestato e processato nel 1977 con
laccusa di tradimento della patria, quindi liberato dopo alcuni anni, emigrato e in segui-
to divenuto un importante politico israeliano.
Marco Clementi
52
Epilogo
Dopo il fallimento del colpo di Stato tentato nellestate del 1991 da alcuni membri di
primo piano del regime sovietico, il governo russo promulg nellottobre di quello stes-
so anno una legge per la riabilitazione dei prigionieri politici, in vigore ancora oggi nel-
la Federazione Russa. Secondo quanto vi si legge, si devono intendere per repressio-
ni politiche le coercizioni, subite dai cittadini per motivi politici, che hanno condotto
alla perdita della vita, alla privazione della libert, al ricovero coatto in un ospedale psi-
chiatrico, alla deportazione fuori dei confini del paese e alla conseguente privazione del-
la cittadinanza, alla deportazione di massa dai luoghi di origine, al lavoro obbligatorio o
alla deportazione in luoghi speciali.
Le norme riguardano i cittadini della Federazione Russa, quelli delle Repubbliche
ex sovietiche e i cittadini stranieri o apolidi repressi per motivi politici nel territorio del-
la Repubblica federativa russa a partire dal 7 novembre 1917. Il punto 2.1 indica chi,
accanto alle vittime dirette, si pu ritenere a sua volta in diritto di appellarsi alla legge:
i bambini che si sono trovati con i genitori in luoghi di pena o di esilio, gli orfani di ge-
nitori uccisi durante la loro minore et, i familiari pi stretti di persone fucilate o dece-
dute nei luoghi di pena e riabilitati dopo la morte. Per quanto riguarda il compenso per
le sofferenze subite, larticolo rimanda a ulteriori decisioni delle amministrazioni fede-
rali locali.
In base alla legge, possono chiedere la riabilitazione i condannati ai lavori forzati o al
carcere per decisione degli organi della polizia politica, della procura, delle cosiddette
trojke e dvojke e altri organi similari, oppure coloro che sono stati rinchiusi in ospedali
psichiatrici, inviati al confino o deportati. Larticolo 4, per, pone una grave limitazione
alle premesse contenute nella legge, in quanto afferma che non ci si pu appellare alla
norma se la condanna sia stata emanata per fondati motivi (obosnovanno). Questo arti-
colo, che serve a escludere dalla riabilitazione chi si sia macchiato di reati quali lo spio-
naggio, il terrorismo e lomicidio, determina che il fondamento di una pena sia deciso
di volta in volta dal giudice naturale e non stabilito in un modo generale valido per tut-
ti. Lunica eccezione (art. 5) costituita dalle condanne comminate in base agli artico-
li riguardanti i reati di coscienza, ossia il 70 e il 190 (limitazione della libert di espres-
sione e manifestazione), nonch il 142 e il 227 (riguardanti la libert di culto), condanne
che sono sempre ritenute infondate dalla nuova legge. Gli articoli successivi riguarda-
no le modalit della presentazione della domanda di riabilitazione e le conseguenze del-
la stessa, ossia la piena riabilitazione civile, il recupero dei beni eventualmente confiscati
e dellabitazione (se perduta), oltre al ricevimento di una compensazione monetaria non
inferiore a 100 salari minimi stabiliti per legge, pi una serie di facilitazioni riguardanti
aspetti diversi della vita sociale, come un periodo di vacanza a spese dello Stato, un cer-
to quantitativo mensile di prodotti alimentari o il pagamento delle spese per la ristruttu-
razione della casa. Non pu essere per reclamata la terra nazionalizzata dopo la rivolu-
zione, cos come tutte le propriet nazionalizzate o municipalizzate, o distrutte durante
la guerra civile e la Seconda guerra mondiale.
La legge ha scontentato molti attivisti per la mancata condanna politica delle repres-
sioni, intese come singoli crimini e non come una qualit intrinseca al totalitarismo, ma
alcuni elementi vanno incontro alle richieste dei dissidenti. Anzitutto, la norma pone
Il dissenso in URSS (1953-1991)
53
un termine a quo per linizio delle repressioni illegali: il 7 novembre 1917, ossia il primo
giorno del regime bolscevico. In secondo luogo, stabilito che la repressione politica co-
stitu per il regime un importante strumento di lotta contro il dissenso. Se la condizione
di condanna fondata o meno limita la valenza della legge, essa sanziona comunque lo
Stato per le condanne ingiuste. Dato lalto numero di persone arrestate senza aver vio-
lato la legge, se ne deduce che fu il governo sovietico a compiere azioni criminose con-
tro i suoi cittadini, sebbene non lo si dica chiaramente. Per alcuni casi, inoltre, sotto-
lineato che, al fine di munirsi di strumenti repressivi, quello stesso governo eman leggi
che violavano i diritti delluomo e che ci avvenne dal momento della sua fondazione.
Tutto ci positivo.
Esiste un aspetto importante che pu spiegare la mancanza di una decisa condanna
del passato. La legge del 1991 rientra in un contesto di riforma dello Stato e non il ri-
sultato di un nuovo patto sociale. Come ha notato Aleksandr Daniel, infatti, n in Ger-
mania dopo la fine del nazismo, n in Russia dopo la fine dellimpero zarista, fu promul-
gata una legge analoga, perch i governi che seguirono quei regimi vennero costituiti
nellambito di nuovi contesti statali: le vecchie istituzioni crollarono e furono sostitui-
te da nuove. Nella Federazione Russa, invece, ci non accaduto: si continuato a vi-
vere allinterno dello stesso Stato, sebbene riformato rispetto al passato sovietico. In al-
tre parole, la legge afferma che, dal momento della sua promulgazione, quello Stato,
che in passato ha violato le sue stesse leggi e i principali diritti delluomo, si impegna a
non ripetere larbitrio e ad accettare la convivenza civile. In altre parole, la norma rien-
tra nella stessa logica delle amnistie sovietiche dei decenni precedenti, sebbene rispet-
to a queste la riabilitazione sia divenuta, da individuale, di massa. Luso del terrore, del
resto, non definito dalla legge come un crimine, n sono individuati dei responsabili;
nel testo della legge non sono indicate persone, organizzazioni o istanze contro le qua-
li prevista la possibilit di ricorrere in giudizio, costituendosi parte civile. In questo
modo, per dirla con Irina Flige, le repressioni di massa ci sono state, ma non ci sono sta-
ti i crimini contro la legalit. Un ultimo punto deve essere analizzato e riguarda il termi-
ne obosnovanno. Esso ha sostituito la parola nezakonno illegalmente usata nelle pre-
cedenti amnistie. Al contrario di questo termine, la locuzione in modo infondato, usata
per coloro che sono stati condannati per gli articoli 70, 190, 142 e 227, dunque per tutti
i dissidenti, permette allo Stato di non riconoscere la valenza politica della lotta per laf-
fermazione del diritto, in quanto chi si batteva per questo non stato condannato con-
tro la legge, ma solo in modo infondato, concetto che non ha una base prettamente giu-
ridica. Forte di queste conclusioni, qualcuno ha rifiutato la riabilitazione e lo status di
vittima, ma ci risulta inutile perch, come detto, per questi articoli la riabilitazione di
massa e non prevede possibilit di rifiuto. In altre parole, chi in passato ha lottato con-
tro il regime sovietico in modo cosciente, e per questo stato condannato, si ritrova vit-
tima di una condanna infondata, trasformando, contestualmente, il suo impegno in mai
avvenuto. Dal punto di vista dello Stato, dunque, la legge del 1991 cancella la memo-
ria della resistenza contro il regime sovietico, derubricando la lotta per il rispetto dei di-
ritti civili a condanne non valide.
Marco Clementi
54
Persone
Il dissenso ha attraversato diverse fasi e in esso sono confluite molte persone, provenien-
ti da diversi ambiti e con interessi lontani. Si possono prendere brevemente in esame le
biografie di alcune di queste, perch caratterizzanti di un particolare aspetto. Molti altri,
ovviamente, ebbero ruoli altrettanto importanti.
Andrej Sacharov (1921-1989) stato certamente lattivista pi noto in patria e alleste-
ro e quello che ha saputo interpretare la maggioranza delle istanze di emancipazione e li-
bert. Gi noto fisico impegnato nella ricerca segreta per la costruzione della bomba ter-
monucleare, alla fine degli anni Sessanta giunse alle tematiche dei diritti civili, dando un
notevole contributo teorico e pratico. Scrisse nel 1968 un pamphlet intitolato Considera-
zioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libert intellettuale, quindi, nel 1975, il sag-
gio Il mio paese e il mondo. In quello stesso anno venne insignito del premio Nobel per
la pace, ritirato a Oslo dalla moglie Elena Bonner. In quel periodo un Tribunale interna-
zionale che portava il suo nome svolse diverse sessioni di lavoro in Occidente al fine di
denunciare le violazioni dei diritti civili in URSS. Nel 1980, dopo aver subito numerose
intimidazioni, Sacharov fu esiliato a Gorkij, dove rimase fino al 1986, quando Gorba/v
ne permise il rientro a Mosca. Eletto membro del Congresso dei deputati del popolo nel
1987, egli scrisse un progetto costituzionale che rappresenta la sintesi dellimpegno pro-
fuso negli anni precedenti. Nel 1988 divenne presidente del Centro sociale e di ricerca
Memorial, fondato a Mosca allo scopo di studiare le repressioni staliniane e denun-
ciare le violazioni dei diritti civili. Dopo la sua morte stato aperto a Mosca un Centro
di studi e di ricerca che ne porta il nome, mentre ogni anno assegnato un Premio Sa-
charov a chi si distinto nel mondo per la difesa dei diritti civili.
Aleksandr Solenicyn (1918-2009), scrittore e saggista, autore di importanti ricer-
che sul sistema dei campi di lavoro sovietici. A lui si deve il volume intitolato Arcipelago
GULag, pubblicato in tutto il mondo a partire dal 1973. In precedenza il suo racconto
Una giornata di Ivan Denisovi/, stampato sulle pagine di Novyj Mir nel 1962, gli aveva
procurato grandi riconoscimenti anche in patria. Nel 1970 fu insignito del premio No-
bel per la letteratura per i romanzi Il primo cerchio e Divisione Cancro, premio che pot
ritirare solo dopo la sua espulsione dallURSS, avvenuta nel 1973. Visse gli anni dellesilio
negli Stati Uniti, ma con la fine del comunismo fece ritorno a Mosca. Per quanto riguar-
da la sua concezione politica, col tempo si caratterizzata per un progressivo conserva-
torismo: dalle discussioni con Sacharov rispetto alle prospettive di sviluppo per la Rus-
sia, che secondo Solenicyn doveva guardarsi dallinfluenza occidentale, si avvicinato
al neonazionalismo del regime putiniano.
Lev Kopelev (1912-1997) gi iscritto al partito comunista, fu arrestato nel 1929 con
laccusa di aver partecipato allopposizione trockista. Liberato, descrisse la collettiviz-
zazione e le conseguenze della Grande carestia in Ucraina nel 1932, quindi partecip
alla guerra mondiale nel 1941 come volontario. A causa delle sue critiche contro gli ec-
cessi nei riguardi dei civili tedeschi fu condannato a dieci anni di carcere; la sua storia
ispir Solenicyn per la stesura de Il primo cerchio. Liberato nel 1954, fu reintegrato nel
PCUS e segnal alla redazione di Novyj Mir il racconto Una giornata di Ivan Deniso-
vi/. Dopo aver firmato un appello in favore di Sinjavskij e Daniel fu espulso dallUnio-
ne degli scrittori, quindi privato della cittadinanza sovietica, che riacquis solo nel 1990,
Il dissenso in URSS (1953-1991)
55
pur rimanendo a vivere in Germania fino alla sua morte. Oggi esiste un premio interna-
zionale a lui dedicato.
Vladimir Bukovskij (1942) si impegn nellattivit in favore dei diritti civili fin da
giovanissimo, partecipando nel 1958 alle letture dei giovani poeti informali in Piazza
Majakovskij. Dopo aver subito diversi arresti e la segregazione in un ospedale psichiatri-
co, nel 1976 fu scambiato dallURSS con il segretario del Partito comunista cileno, Luis
Corvaln. Dallemigrazione continu la sua lotta, finalizzata alla distruzione del sistema
sovietico e ancora oggi si batte per la difesa dei diritti civili nella Russia postcomunista.
Aleksandr Ginzburg (1936-2002), impegnato giovanissimo nella redazione delle pri-
me riviste in samizdat, fu autore del Libro Bianco sul caso Sinjavskij-Daniel. Per questo
fu condannato a 5 anni di lager a regime duro. Scontata la pena, diresse il Fondo sociale
russo e partecip al Gruppo Helsinki di Mosca. Arrestato nel 1977, venne condannato
a 8 anni di campo di lavoro e nellaprile 1979 fu scambiato, assieme a Eduard Kuznecov
e altri tre dissidenti, con due spie sovietiche arrestate dagli statunitensi. A Parigi parte-
cip alla redazione dellimportante rivista Russkaja Mysl.
Andrej Amalrik (1938-1980), fu uno dei pochi attivisti che cerc di studiare il feno-
meno del dissenso attraverso la raccolta e lanalisi di dati empirici (si vedano le sue Note
di un dissidente). Condannato a diversi anni di esilio in Siberia, fu autore del pamphlet
intitolato Sopravviver lUnione Sovietica fino al 1984? Lasci lURSS nel 1976 e mor in
circostanze mai chiarite nel 1980, in Spagna, a causa di un incidente stradale mentre si
recava a una riunione della Conferenza per la cooperazione e la sicurezza.
Anatolij Mar/enko (1938-1986), tent ancora giovanissimo di emigrare illegalmente
dallURSS e per questo fu condannato a 6 anni di lager. Nel 1967 descrisse la sua esperien-
za in un libro La mia testimonianza che ebbe una vastissima diffusione in samizdat.
Arrestato nuovamente, prefer il carcere allemigrazione e mor in prigione nel dicembre
del 1986 dopo ripetuti scioperi della fame.
Natalja \ukovskaja (1907-1996) stata una delle maggiori scrittrici impegnate
nel dissenso. Di lei si ricordano due romanzi sullo stalinismo pubblicati in samizdat e
allestero: La casa deserta e Indietro nellacqua scura, nonch limportantissima opera In-
contri con Anna Achmatova. Processo di esclusione un documento autobiografico nel
quale racconta la sua espulsione dallUnione degli scrittori, avvenuta nel 1974.
Natalja Gorbanevskaja (1936) fu la prima redattrice della Cronaca degli avveni-
menti correnti, il pi importante periodico pubblicato dal dissenso a partire dal 1968.
Il 25 agosto di quellanno partecip alla manifestazione di protesta contro loccupazio-
ne della Cecoslovacchia, che si svolse sulla Piazza Rossa e che raccont nel volume Mez-
zogiorno, Piazza Rossa. Dopo aver fondato, nel 1969, il Gruppo di iniziativa per la dife-
sa dei diritti delluomo fu arrestata e rinchiusa in un ospedale psichiatrico speciale. Nel
1975 emigr a Parigi e lavor a Radio Libert fino al 1988, quando lasci la redazione
per insanabili contrasti politici. Collabor anche con la rivista letteraria parigina Kon-
tinent e con Russkaja Mysl.
Padre Aleksandr Men (1935-1990) fu uno dei maggiori attivisti per la difesa della li-
bert di culto. Intellettuale e studioso, redasse una Storia delle religioni pubblicata negli
anni Settanta sotto pseudonimo. Molto impegnato anche durante la perestrojka, fu bru-
talmente assassinato nel 1990. I suoi uccisori non sono mai stati individuati.
Dina Kaminskaja (1919-2006) fu una degli avvocati che pi si impegn nella difesa
Marco Clementi
56
dei dissidenti. Sub assieme ai colleghi S. Kallistratova e B. Zolotuchin diverse repressio-
ni indirette da parte delle autorit. Nel 1965 le fu impedito di difendere Daniel, ma ri-
usc a occuparsi di Bukovskij due anni pi tardi. Fu quindi la legale di Larisa Bogoraz,
moglie di Mar/enko, e Pavel Litvinov, quindi dello stesso Mar/enko, finch nel 1977
non venne radiata dallordine degli avvocati. Allarresto prefer lesilio e si rec negli Sta-
ti Uniti, dove continu la propria attivit in difesa dei diritti. La sua pi importante pub-
blicazione Note di un avvocato.
Michail Molostvov (1934-2003) fu deportato da Leningrado con la famiglia nel 1935
nel corso delloperazione denominata Ex-persone. Tornato nella sua citt, pot studia-
re filosofia nella locale universit, dove svolse attivit politica informale. Per questo sub
una lunga condanna (1958-1965), scontata la quale lavor come insegnante in diverse
citt, continuando a svolgere attivit informale e mantenendo i collegamenti con gli altri
dissidenti. Nel 1990 venne eletto deputato del Soviet della Repubblica socialista federa-
tiva russa e dal 1993 al 1995 fu deputato della Duma di Stato della Federazione Russa.
Nel 1991 diresse la Commissione per la devoluzione al governo dellArchivio del KGB ri-
guardante la citt di Leningrado e lanno dopo fu inserito nella Commissione governa-
tiva per la grazia, che si occupava della pena di morte. Si impegnato contro la guerra
in Cecenia e nel 1995 si offerto come ostaggio al gruppo di guerriglieri diretti da amil
Basaev a Budennovsk.
Revolt Pimenov (1931-1990), matematico, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico
speciale dal 1949 al 1950 in seguito alla sua presa di posizione contro la campagna an-
tijugoslava. Tra il 1952 e il 1955 scrisse il lavoro Il destino della rivoluzione russa e dopo
il XX Congresso comment e diffuse il rapporto segreto di Nikita Chru/v. Dopo lin-
vasione dellUngheria, scrisse le Tesi sulla rivoluzione ungherese e La verit sullUnghe-
ria come lettera di protesta alla Pravda, quindi fond insieme a Boris Vajl un gruppo
politico che si interess del rapporto tra cultura, intelligencija e potere. Convintosi che
il regime sovietico fosse una forma di capitalismo, si pose il problema di come risolve-
re, da un punto di vista teoretico e marxista, il problema del potere in uno Stato in cui
un partito aveva il monopolio dei mezzi di produzione, della forza lavoro e della cultu-
ra. Nel 1957 Pimenov fu arrestato e condannato a 10 anni di campo di lavoro con la per-
dita dei diritti civili per i seguenti 3. Nel 1970 fu nuovamente arrestato e condannato a
5 anni di soggiorno obbligato nella Repubblica di Comi. Nel 1989 partecip alla fonda-
zione di Memorial e nel 1990 venne eletto deputato del popolo della Repubblica fe-
derativa russa, lavorando al progetto della nuova Costituzione.
Valerij Ronkin (1936-2010) e Veniamin Iofe (1939-2002), marxisti leningradesi, ne-
gli anni Cinquanta, mentre militavano nellassociazione giovanile del PCUS, il Komsomol,
fondarono il gruppo dei Comunardi, che pubblic la rivista in samizdat Kolokol.
Diffusero un loro programma politico intitolato Dalla dittatura della burocrazia alla dit-
tatura del proletariato, scritto da Ronkin e Sergej Chachaev, ma furono arrestati nel 1965
e condannati a diversi anni di lager. Tornati in libert, continuarono a svolgere attivit di
dissenso, partecipando anche alla redazione della importante raccolta intitolata Pamjat,
uscita tra il 1975 e il 1981. Nel 1989 hanno fondato la sezione leningradese di Memo-
rial, di cui Iofe stato direttore fino alla morte.
Proprio il Centro scientifico e sociale Memorial costituisce il ponte di collegamen-
to tra il mondo del dissenso e il nuovo attivismo in Russia per la difesa dei diritti civili e
Il dissenso in URSS (1953-1991)
57
umani. Si occupa di ricostruire la storia delle repressioni e le biografie delle vittime del
terrore staliniano e offre la propria tutela a tutti coloro che subiscono persecuzioni giu-
diziarie per motivi politici. Tra gli attivisti di Memorial ricordiamo lattuale presiden-
te, Arsenij Roginskij (1946), anche lui tra i curatori di Pamjat, che pag con il carcere il
suo impegno. Irina Flige (1960), moglie di Veniamin Iofe, dal 2002 dirige il centro Me-
morial di San Pietroburgo. Coordina le ricerche sui luoghi di repressione e sepoltura
delle vittime del terrore e si occupa della memoria del primo GULag sovietico, nato nel
1929 sulle isole Solovki, nel Mar Bianco. Attualmente coordina la realizzazione del pro-
getto Il museo virtuale del GULag.
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Marco Clementi
58
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www.ronkinv.narod.ru.
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59
LE LOTTE OPERAIE IN POLONIA
Davide Artico
Precisazioni
Identificare automaticamente le lotte operaie nella Repubblica popolare polacca con
una sorta di comunismo eretico fuorviante e privo di fondamento nei fatti. Per com-
prendere il fenomeno occorre invece precisare tanto che cosa potesse essere un presun-
to comunismo ortodosso nel paese sulla Vistola, quanto il retroterra ideale (e ideolo-
gico) che mosse certamente non tutti, ma comunque la maggioranza degli attori delle
proteste popolari che ebbero luogo nellarco di un quarto di secolo, dalla primavera del
1956 fino a fine 1981.
Se si rinuncia a una semplificazione, ideologicamente non neutrale, secondo la
quale tutti i regimi dellEuropa centro-orientale fino al 1989 furono in massa e senza
differenze diacroniche comunisti, si pu iniziare a tracciare linee di demarcazione
cronologiche pi sensate, che permettano di meglio inquadrare lo svolgersi degli avve-
nimenti che condusse al cosiddetto autunno dei popoli dell89. La definizione, lar-
gamente diffusa in Polonia, dovrebbe del resto far riflettere di per s. Lottocentesca
primavera dei popoli, com noto, consistette in una serie di moti di liberazione na-
zionale dal giogo di imperi che invece, per loro stessa natura, erano sovranazionali e,
per scelta politica, erano fondamentalmente autoritari. Il paragone implicito fra l89
(del XX secolo) e il 48 (del XIX) suggerisce dunque che la caratteristica saliente dei re-
gimi dellEuropa centro-orientale in generale, e di quello polacco in particolare, non
fosse il comunismo, bens i metodi di governo autoritari. Daltro canto il paragone mi-
topoietico con il movimento risorgimentale suggerisce anche che la maggioranza de-
gli oppositori ai quei regimi non fosse mossa da ideali eretici di stampo socialista o
comunque marxiano, ma che al contrario il loro motore ideologico fosse di tipo prin-
cipalmente nazionalista.
Incidentalmente varr la pena rilevare che, in Polonia, prassi comune fra gli sto-
rici far risalire i nazionalismi del XX secolo proprio allidea di Stato nazionale sviluppa-
tasi dalla met dellOttocento. A differenza di quanto avviene ad Occidente, insomma,
Davide Artico
60
non si individuano cesure fra la risorgimentale idea nazionale e i nazionalismi viru-
lenti e infine fascisteggianti che invece furono espressi nella prima met del Novecento.
Gli stessi eredi ideali di Solidarno0 non si fanno scrupolo oggi di inneggiare alla figura
di Roman Dmowski. Politico polacco degli inizi del Novecento, Dmowski aveva chiare
ed esplicite tendenze antisemite e xenofobe, si circondava di squadracce di picchiatori,
nelle fila del suo partito milit addirittura Eligiusz Niewiadomski, il terrorista che assas-
sin a sangue freddo Gabriel Narutowicz, il primo presidente polacco eletto democra-
ticamente
1
. Dmowski tuttavia, per alcuni fra gli odierni politici post-Solidarno0, ebbe
il pregio incontrovertibile di propugnare coerentemente e insistentemente lidea di uno
Stato-nazione polacco. In nome dellideale nazionale, insomma, gli si perdonano oggi
anche le idee e i metodi fascisti.
Da queste considerazioni deriva che, prima di parlare in concreto delle lotte operaie
in Polonia in unopera dedicata ai comunismi eretici, bisogna innanzitutto rispondere
a due quesiti fondamentali: in che periodi storici e in che misura esistette il comunismo
nella Repubblica popolare polacca? Quali erano i punti di riferimento ideali degli ope-
rai in lotta contro il regime?
Il comunismo marxista-leninista in Polonia
La Repubblica popolare polacca nacque soltanto nel 1952. Ci non implica che, in pre-
cedenza, non ci fossero state in Polonia riforme istituzionali e decisioni politiche pi uf-
ficiose che allontanarono il sistema politico dallo schema classico di una democrazia rap-
presentativa di tipo occidentale.
La Polonia appena uscita dalla Seconda guerra mondiale era uno strano ibrido in cui
coabitavano un sostanziale statalismo in economia e una pi o meno radicata fedelt mi-
litare allUnione Sovietica da una parte e, dallaltra, un pluralismo politico niente affat-
to di facciata. Baster ricordare quali fossero i tre principali partiti del governo di uni-
t nazionale dellimmediato dopoguerra: uno era costituito dai Popolari (Stronnictwo
ludowe), partito contadino di ispirazione cattolico-conservatrice, che vedeva nel com-
promesso storico con le sinistre lunica maniera di raggiungere i suoi obiettivi territo-
riali e il mantenimento di uninfluenza che impedisse o perlomeno annacquasse la col-
lettivizzazione nelle campagne; di certo i popolari non potevano dirsi n comunisti n
in generale marxisti.
Altra forza erano i socialisti, che nel periodo interbellico avevano anteposto le istan-
ze nazionali allortodossia marxiana, figurando fra i pi accesi sostenitori della guer-
ra contro lUnione Sovietica fra il 1918 e il 1920. Non si potevano certo dire sostenito-
ri di Stalin.
In ultimo veniva il Partito operaio, che era certo il pi gradito a Mosca, ma non si
poteva dire esso stesso comunista in senso stretto. I comunisti polacchi del periodo
1
Cfr. R. Dmowski, Myli nowoczesnego Polaka, Towarzystwo Wydawnicze, Leopoli 1904; Id., Polityka pol-
ska i odbudowanie pastwa, Ksi egarnia Perzyski, Niklewicz i Spka, Varsavia 1925; A. Fountain, Roman
Dmowski, Columbia University Press, New York 1980.
Le lotte operaie in Polonia
61
interbellico non vi erano rappresentati che in misura minima, anche perch la maggio-
ranza di essi era perita o nelle cruente repressioni interne
2
oppure a causa delle purghe
staliniane
3
. Se comunisti eretici esistettero nella Polonia dellimmediato dopoguerra,
di certo essi si trovavano nelle fila del Partito operaio. Lesempio pi noto certamente
quel Wadysaw Gomuka che, da ministro delle Terre riconquistate, ebbe pi di una
volta a scontrarsi con i vertici sovietici
4
.
Il pluralismo politico, naturalmente, non sopravvisse alla Guerra fredda. I primi a
farne le spese furono i socialisti, che nel 1947 si videro inglobare nel Partito operaio uni-
ficato (POUP) e, con ci stesso, sottoporre a un centralismo che aveva ben poco di demo-
cratico. I popolari, almeno formalmente, rimasero autonomi, ma furono anchessi co-
stretti a adottare una linea di piena e quasi acritica collaborazione con il POUP.
Lautentico giro di vite in senso stalinista si ebbe dopo lelezione a presidente del-
la repubblica di Bolesaw Bierut nel 1947. Bierut, gi membro del Partito comunista
polacco ma salvatosi dalle purghe staliniane diventando agente dellNKVD (Commissa-
riato del popolo per gli affari interni, che gestiva le varie polizie politiche sovietiche),
sarebbe rimasto per un intero decennio ai vertici di un sistema di potere improntato
alla pi rigida ortodossia moscovita. Dopo lentrata in vigore delle riforme istituziona-
li nel 1952, che prevedevano anche la cancellazione della carica di Presidente della Re-
pubblica, Bierut continu a guidare in maniera dittatoriale sia il partito sia il governo
fino alla sua morte, avvenuta a Mosca il 12 marzo 1956. Lo sostitu alla guida del par-
tito Edward Ochab, personalit del tutto priva di protagonismo politico che si suppo-
neva potesse svolgere un ruolo di mediatore fra la frazione stalinista (Natolin) e quella
dei riformatori (Puawianie). Di fatto una delle prime iniziative intaprese da Ochab in
politica interna fu lamnistia per molti dei condannati per reati di opinione negli anni
precedenti: una sorta di atto dovuto a fronte del clima del tutto nuovo che si stava re-
spirando nel blocco sovietico dopo le famose rivelazioni di Nikita Chru/v del 25
febbraio 1956.
Nella seconda met del 1956, anche per lintervento personale di Chru/v, in Polo-
nia si riusc a evitare una svolta ungherese. A capo dellesecutivo polacco torn Go-
muka, sgradito tanto al blocco Natolin, quanto allo stesso Ochab, che gi in passato
laveva accusato di deviazioni nazionaliste. Ochab fu tuttavia costretto a dimettersi
dalla segreteria del partito; ci segn in pratica linizio della fine del comunismo stric-
tu senso in Polonia. Il nuovo esecutivo, se manteneva solidi legami di alleanza militare
con lUnione sovietica, di fatto in politica interna intraprese azioni quanto meno irritua-
li: fu sospesa del tutto lappena abbozzata collettivizzazione delle campagne; fu scar-
cerato il primate Wyszyski, dando effettiva applicazione allIntesa fra Stato polacco e
Chiesa cattolica che era gi stata firmata addirittura nel 1950; si diede un impulso nuo-
2
Lappartenenza al Partito comunista fu dichiarata illegale e penalmente perseguibile in Polonia gi dal
1919.
3
Dopo leliminazione fisica della maggior parte dei suoi membri, il Partito comunista polacco fu infine
sciolto su decisione del Komintern nel 1938.
4
D. Artico, Terre Riconquistate. De-germanizzazione e polonizzazione della Bassa Slesia dopo la II Guerra
Mondiale, Edizioni dellOrso, Alessandria 2006, pp. 5-6.
Davide Artico
62
vo e niente affatto di facciata al cooperativismo ed alla piccola propriet privata quali al-
ternative alla propriet diretta statale dei mezzi di produzione in uneconomia pianifi-
cata centralmente.
Queste tendenze si rafforzarono ulteriormente negli anni Settanta sotto la direzione
di Edward Gierek. Pur restando a sua volta fedele alleato militare dellUnione Sovieti-
ca, Gierek si spinse fino a un allentamento della censura talmente avanzato da rasentare
lassoluta libert di stampa, come dimostra fra gli altri lesperimento della rivista Poli-
tyka, che negli anni Settanta segu una linea editoriale di aperta apologia delle socialde-
mocrazie di tipo scandinavo. Dopo gli scioperi di Danzica del 1970, insomma, si pu af-
fermare che in Polonia avesse cessato di esistere il comunismo marxista-leninista. Quel
che rimaneva erano invece la mancanza di pluralismo partitico, cio il ruolo direttivo
assegnato a priori al POUP, che ne faceva di fatto un partito unico; la mancanza di mecca-
nismi di autogoverno degli enti locali, tutti sottoposti al rigido centralismo amministra-
tivo della capitale; lassenza di libert di associazione sindacale. La Repubblica popolare
polacca presentava tutte le caratteristiche di un regime autoritario, anche se ben pochi
tratti tipici di un regime comunista di tipo sovietico. Rimaneva comunque uno Stato a
sovranit limitata, essendo militarmente legata a doppia mandata ai piani di difesa
strategica dellURSS sul teatro europeo.
Una cronologia di massima delle lotte operaie: Pozna 1956
Le prime proteste operaie su larga scala nella Repubblica popolare polacca si ebbero
nel 1956. Un ruolo non indifferente nel tradursi del malcontento in lotta a viso aper-
to ebbe senza dubbio il nuovo clima venutosi a creare nel paese in seguito a due avve-
nimenti pressoch concomitanti. Il 25 febbraio Chru/v tenne il suo famoso discorso
al XX Congresso del PCUS. Delegato al congresso era anche Bierut, che a distanza di due
sole settimane sarebbe morto in circostanze poco chiare. Per la Polonia, come si accen-
nava sopra, ci segn linizio di un disgelo politico cui per non si accompagn alcuna
democratizzazione nei rapporti di produzione.
Fabbrica simbolo delle rivendicazioni dei lavoratori fu la ZiSPo, sigla che stava a in-
dicare gli Stabilimenti Stalin di Pozna (Zakady im. Stalina Pozna). I metallurgi-
ci della ZiSPo avevano da tempo in corso una vertenza con la direzione dello stabili-
mento che riguardava principalmente lorganizzazione del lavoro, cio limpossibilit
di raggiungere le quote di produzione imposte a fronte dellirregolarit delle forniture
di materie prime e semilavorati ed al mancato coordinamento con gli altri stabilimen-
ti. Allinsoddisfazione generale contribuiva ovviamente il ruolo subordinato dei sinda-
cati ufficiali rispetto alla direzione del Partito, che a sua volta sosteneva a priori, come
duso, la direzione della fabbrica. La mancanza di una rappresentanza sindacale autono-
ma si traduceva in contrattazioni su tempi ed obiettivi produttivi che risultavano del tut-
to avulse dalla realt riscontrabile nei reparti.
I primi segnali di inquietudine si ebbero alla vigilia del XX Congresso del PCUS. Gi
nel febbraio del 1956, infatti, in sede di discussione assembleare sul piano quinquenna-
le vi furono addirittura circa cinquemila mozioni di protesta avanzate direttamente da-
gli operai, tanto per ci che concerneva le difficolt oggettive di raggiungere i livelli mi-
Le lotte operaie in Polonia
63
nimi di produzione, quanto per questioni tuttaltro che secondarie di sicurezza e igie-
ne del lavoro.
La protesta, una volta iniziata, si arricch presto anche di rivendicazioni economiche.
Pietra dello scandalo erano le ritenute sullo stipendio che, gi da anni, venivano appli-
cate dalla direzione dello stabilimento ai danni di chi guadagnava di pi, cio i cottimi-
sti e i cosiddetti pionieri del lavoro (przodownicy pracy), vale a dire gli stachanovisti
in versione polacca.
Limpossibilit di contrattare in termini realistici con la direzione spinse i lavorato-
ri a una decisione radicale. A marzo, cio una volta che la nomina di Ochab alla guida
del POUP ebbe fatto sperare in aperture politiche in senso democratico, una delegazione
del reparto W-3 si rec a Varsavia per presentare le richieste dei lavoratori tanto al Mi-
nistro dellindustria, Stanisaw Pietrzak, quanto allo stesso Comitato centrale del POUP.
Nel contempo uno degli operai ZiSPo present alla Procura di Pozna una denuncia
contro la direzione della fabbrica per appropriazione indebita delle ritenute sugli sti-
pendi. questa una circostanza alquanto interessante da un punto di vista pi ampio,
in quanto pare dimostrare il permanere di un certo livello di indipendenza della magi-
statura dallesecutivo a dispetto del decennio stalinista in versione Bierut, che si era ap-
pena concluso.
La politica del muro di gomma da parte delle autorit, nonostante tutto, non cess.
Fu necessario linvio a Varsavia di unaltra delegazione dei comitati spontanei degli ope-
rai, a fine aprile, perch finalmente, a maggio, una delegazione del sindacato ufficiale
dei metallurgici ed una del Consiglio centrale dei sindacati si decidessero ad incontra-
re i lavoratori in assemblea. Anche in questo caso, tuttavia, non vi furono progressi si-
gnificativi sul fronte della contrattazione. In compenso per si intensificarono i contatti
e le riunioni informali fra il comitato spontaneo degli operai ZiSPo e i lavoratori di al-
tri stabilimenti.
Uno spiraglio parve intravvedersi a inizio giugno, quando si rec a Pozna lo stes-
so ministro Pietrzak, il quale per non seppe andare oltre promesse generiche. Il risul-
tato fu che, dalla met del mese, alla ZiSPo iniziarono scioperi a singhiozzo. Entro il
25 giugno la vertenza si era gi estesa anche ai tramvieri, che protestarono rumorosa-
mente in assemblea contro le condizioni di lavoro. In almeno altre due fabbriche del-
la citt si giunse a proteste aperte degli operai. Il fenomeno era tanto pi preoccupan-
te per le autorit, in quanto proprio a fine giugno si stava svolgendo in citt la Fiera
internazionale di Pozna. In caso di disordini non sarebbero mancati i testimoni, an-
che stranieri.
Linquietudine per la situazione di tensione si estese ben presto anche a Varsavia. Il
27 si recarono personalmente a Pozna due leader nazionali dei sindacati ufficiali, Ma-
rian Czerwiski e Jzef Bie. Furono accolti alla ZiSPo da una protesta di massa degli
operai, mentre scendevano ufficialmente in sciopero i lavoratori delle officine di manu-
tenzione del materiale ferroviario (ZNTK). Lindomani gli scioperanti, diverse decine di
migliaia di metalmeccanici e non solo, scesero per le strade e diedero vita a cortei spon-
tanei, che ben presto sfociarono in scontri aperti con gli agenti dei servizi di sicurezza.
Uno di questi ultimi, il caporale Zygmunt Izdebny, venne brutalmente massacrato dagli
scioperanti bench fosse disarmato. Vi furono anche parecchi casi di vandalismo e sac-
Davide Artico
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cheggi, che sfociarono infine in un assalto alle prigioni, che si concluse con un fal di fa-
scicoli penali e levasione di oltre 250 criminali comuni
5
.
Visto il successo dellassalto alle prigioni, gli insorti passarono ad attaccare altri edi-
fici pubblici, fra cui la Prefettura e la sede del Comitato regionale del POUP. Alcuni di
essi fecero irruzione anche nei padiglioni fieristici. Quelle che erano nate come semplici
proteste operaie si stavano evolvendo in autentica guerriglia urbana. Fra gli insorti com-
parvero anche centinaia di armi da fuoco, compresa una mitragliatrice.
Durante la mattinata, fino cio allassalto alle prigioni, fra le autorit sembrava anco-
ra prevalere la tendenza al dialogo ed alla ricerca di una soluzione pacifica. Nel Partito
non mancarono, fin dallinizio, i sostenitori dellimmediata repressione militare. Appro-
fittando della presenza del maggiore centro di addestramento delle reclute per i repar-
ti corazzati dellesercito, alcuni funzionari avevano pensato di far uscire da subito i car-
ri armati per le vie cittadine. Tuttavia il comandante dei commissari politici dellEsercito
popolare polacco, il generale Kazimierz Witaszewski, si rifiut inizialmente di adottare
la linea dura e non diede lordine di intervento diretto dei militari.
La situazione cambi radicalmente dopo lassalto alle prigioni e di fronte alla minac-
cia di atti di violenza armata anche contro altri edifici pubblici. Vista linsufficienza di
personale dei servizi di sicurezza, impreparati ad affrontare una rivolta su cos larga sca-
la, si decise infine di far confluire sulla citt diversi reparti militari. In totale ci sareb-
bero voluti alla fine oltre diecimila soldati per riportare lordine. Il bilancio conclusivo
delle vittime fu di 57 persone
6
. Entro la serata del 28 giugno i disordini cessarono defi-
nitivamente.
Le reazioni dellOccidente furono naturalmente di condanna. La ricaduta principale
della rivolta armata degli operai di Pozna si ebbe per allinterno del Partito. La posi-
zione di Ochab si indebol sempre di pi, fino a consigliare allo stesso Chru/v, come gi
ricordato, un intervento diretto a Varsavia per evitare che la situazione evolvesse in senso
ungherese. Entro lottobre successivo Gomuka sarebbe tornato alla guida del paese.
La lotta al vertice del Partito fra Natolin da una parte e Puawianie dallal-
tra, unita anche alla gi ricordata sostanziale indipendenza della magistratura, fecero in
modo che le repressioni post factum risultassero lievi, quasi soltanto simboliche. Ci non
toglie che, nella fase istruttoria, venissero compiuti abusi anche pesanti da parte dei ser-
vizi di sicurezza. Secondo dati ufficiali, tuttavia, i fermati furono soltanto 746, cio una
percentuale irrisoria delle decine e decine di migliaia di manifestanti. Trattenuti in un
punto di filtraggio nelle caserme dellaeronautica militare, pi della met degli inqui-
siti furono rilasciati gi il 29 giugno. Dei rimasti, oltre tre quarti erano costituiti dai lea-
der operai che si erano distinti durante gli scioperi e le proteste che avevano preceduto
linsurrezione armata del 28.
Il direttivo regionale del Partito spingeva perch fosse dimostrata la tesi del complotto
organizzato o perlomeno sostenuto da agenti statunitensi e tedesco-federali. I motivi per
5
Cfr. E. Makowski, Poznaski czerwiec 1956. Pierwszy bunt spoeczestwa w PRL, Wydawnictwo Poznaskie,
Pozna 2001.
6
. Jastrzab, Biogramy ofiar Poznaskiego Czerwca 1956 roku, Towarzystwo Wydawnicze i Literackie, Var-
savia 2007.
Le lotte operaie in Polonia
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sospettarlo non mancavano: innanzitutto la tempistica, che aveva visto scoppiare i disordi-
ni proprio nel periodo della Fiera internazionale, mentre le vertenze si stavano trascinando
gi da svariati mesi; in secondo luogo le armi da fuoco in possesso degli insorti.
I magistrati invece smontarono del tutto la tesi del complotto, riconoscendo il carat-
tere spontaneo dei disordini. Rinviati a giudizio furono soprattutto alcuni pregiudicati,
mentre la maggioranza degli accusati fu infine rilasciata. Fu la stessa pubblica accusa a
richiedere il rilascio degli accusati contro cui non si potevano dimostrare atti vandalici o
ricorso alla violenza armata. Il teorema accusatorio prevedeva cio la suddivisione degli
avvenimenti in due grandi categorie: quella pacifica ed operaia, per la quale non furono
richieste condanne; e quella invece criminale e vandalica.
Anche per questultima categoria di accusati le pene furono estremamente lievi. I tre
riconosciuti colpevoli dellassassinio del caporale Izdebny e dellassalto alle prigioni fu-
rono condannati l8 ottobre 1956 a pene intorno ai quattro anni di reclusione. Il 12 ot-
tobre seguente altre sette persone furono condannate per banda armata a pene dai due
ai sei anni di carcere. Due furono assolte con formula piena, mentre altri dieci accusa-
ti sarebbero poi stati prosciolti per insufficienza di prove in un altro dibattimento
7
. In
totale le repressioni si limitarono dunque a condanne lievi per soli dieci pregiudica-
ti, mentre sia nella fase istruttoria, sia in quella dibattimentale i magistrati smontarono
completamente la teoria partitica del complotto occidentale.
Il decennio dellinteligencja: gli anni Sessanta
Gli anni Sessanta rappresentano, almeno a livello istituzionale, lapice del potere per-
sonale di Gomuka e della sua versione fortemente nazionalista del comunismo. Noto
in Polonia come la piccola stabilizzazione, questo periodo fu allinsegna di unincon-
gruenza di fondo le cui conseguenze sociali si sarebbero poi fatte sentire compiutamente
a partire dal 1970. Se, da una parte, il gruppo dirigente del POUP uscito dalla destaliniz-
zazione e dal confronto anche aspro fra Natolin e Puawianie, susseguente allan-
nus mirabilis 1956, non rinunci formalmente alla sua retorica operaista, dallaltra gli
anni Sessanta videro tuttavia un ritorno sostanziale alla mancanza di autodeterminazio-
ne dei lavoratori che aveva tanto tristemente caratterizzato il decennio precedente. Fon-
te di controversie, e talvolta anche di aperte polemiche, fu soprattutto il fatto che, pur a
fronte di un aumento notevole del PIL e della produttivit del lavoro, le condizioni ma-
teriali di vita di operai e contadini rimanevano pressoch immutate. Anche sul fronte
dei diritti civili non fu dato rilevare aperture considerevoli. La legislazione straordina-
ria del 1946, il cosiddetto piccolo codice penale che introduceva pene draconiane, fra
cui anche la pena di morte, per reati di natura ideologica, rimase infatti in vigore fino a
tutto il 1969.
Se negli anni Sessanta non si assistette a proteste operaie su larga scala, sullesem-
pio di quelle del giugno 56, vi furono comunque almeno due momenti in cui emersero
posizioni nettamente critiche delloperato dellapparato partitico e, con ci stesso, delle
7
E. Makowski, op. cit.
Davide Artico
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autorit statali che dallo stesso apparato erano di fatto controllate. A farsi carico di dar
voce allinquietudine sociale furono soprattutto gli intellettuali e, fra di essi, due figure
di particolare rilievo: Jacek Kuro (1934-2004) e Karol Modzelewski.
Kuro e Modzelewski salirono alla ribalta nel marzo del 1964 grazie ad una lettera
aperta ai membri del POUP, in cui esponevano tesi da loro elaborate nei sei mesi prece-
denti. Le tesi erano una sorta di profezia di Cassandra rispetto a quanto si sarebbe poi
effettivamente svolto entro i due decenni successivi.
Gli autori partivano da una constatazione squisitamente marxista: non laspetto so-
vrastrutturale della propriet legale dei mezzi di produzione, bens il controllo di fatto
del plusvalore a determinare se la classe dei produttori, cio dei lavoratori manuali e dei
quadri prevalentemente tecnici, venga o meno sfruttata da una classe a vario titolo pri-
vilegiata. Lassenza di capitalisti privati nella Polonia che gli autori definivano s socia-
lista, ma soltanto secondo la dottrina ufficiale
8
, non significava ancora che i lavorato-
ri avessero voce in capitolo rispetto allimpiego del surplus da loro creato. Infatti la sola
circostanza che, da punto di vista strettamente legale, il proprietario dei mezzi di pro-
duzione fosse lo Stato, non implicava ancora di per s che i suoi cittadini controllasse-
ro luso che esso faceva del plusvalore. A fronte di un sistema politico a partito unico,
era lapparato burocratico a determinare autocraticamente la redistribuzione del reddi-
to, dunque era questa stessa burocrazia che sfruttava la classe dei produttori, indipen-
dentemente dal fatto che i suoi singoli membri ne traessero vantaggi materiali oppure
no. In effetti quanto veniva destinato direttamente ai consumi personali dei bonzi del
Partito non era che una percentuale irrisoria del reddito nazionale. La questione di fon-
do era piuttosto la priorit che veniva accordata ai reinvestimenti nellindustria pesan-
te ed alle spese militari e per gli apparati di sicurezza. Questo andava sistematicamen-
te a detrimento della produzione di beni di consumo, con i lavoratori atomizzati cui
non era concesso di creare organizzazioni autonome che potessero partecipare ai relati-
vi processi decisionali.
Alcuni dati, citati quasi en passant dagli autori, consentono di afferrare quale fosse la
vera situazione materiale delle classi lavoratrici nella Polonia della prima met degli anni
Sessanta. Lo stesso approvvigionamento di generi alimentari era al limite della sussisten-
za, con un consumo medio pro capite di carne di 120 grammi al giorno e una percen-
tuale di addirittura il 18% delle famiglie costrette a destinare lintero reddito soltanto
allacquisto di commestibili. Per i prodotti dellindustria leggera la situazione non appa-
riva pi rosea: ad esempio un operaio poteva permettersi in media lacquisto di un vesti-
to completo di lana non pi spesso di una volta ogni due anni. La previsione degli autori
rispetto a questi dati era catastrofica: se non si fosse provveduto in fretta ad una pi equa
redistribuzione del reddito, si sarebbe giunti ben presto a sollevazioni popolari.
Le conseguenze della lettera aperta furono disastrose per i suoi autori e per alcune
altre persone accusate di concorso nel reato di divulgazione di informazioni false. En-
tro fine novembre Kuro e Modzelewski furono espulsi sia dal Partito sia dalla sua or-
ganizzazione giovanile, la Lega della giovent socialista, il che significava di fatto lim-
8
Per il testo integrale della Lettera vedasi J. Kuro, Dojrzewanie. Pisma polityczne 1964-1968, Wydawnictwo
Krytyki Politycznej, Varsavia 2009, pp. 7-89.
Le lotte operaie in Polonia
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possibilit di continuare ad occuparsi di politica alluniversit. Non sarebbe per finita
l. Nel luglio del 1965 i due furono arrestati a norma dello stalinista piccolo codice pe-
nale del 1946. Il processo a porte chiuse si concluse gi il 19 luglio con la condanna de-
gli accusati rispettivamente a tre anni ed a tre anni e sei mesi di carcere. A nulla valse la
linea di difesa per cui, con il documento incriminato, i suoi autori non avevano divulga-
to informazioni false, ma semplicemente espresso le loro opinioni personali. La Cor-
te dappello rigett il ricorso e, il 19 ottobre, conferm la condanna. Sarebbe poi stato
soltanto negli anni Novanta che, su istanza del Ministero della giustizia, la Cassazione
avrebbe annullato ex post la sentenza in quanto emessa in violazione della pur restritti-
vissima legge in vigore allepoca.
Il secondo episodio che vide una forma di protagonismo degli intellettuali noto
quale marzo 1968, ma non collegato in alcun modo alla primavera praghese. Fu
un altro avvenimento internazionale a scatenare il fenomeno: la Guerra dei sei giorni
del 1967. La condanna sovietica (e, con ci stesso, quella di tutti gli aderenti al Patto di
Varsavia) dellaggressivit militare dello Stato di Israele funse in Polonia da catalizza-
tore di una serie di atteggiamenti che avevano radici profonde, mai sradicate del resto
fino al giorno doggi. Una presa di posizione politica antisionista fin con il trasformar-
si in unorgia antisemita, da cui il POUP non fu affatto immune e che, anzi, esso alimen-
t a bella posta.
Lantisemitismo di fondo diffuso nella societ polacca era un fenomeno trasversale
e, con ci stesso, non risparmi nemmeno i partiti che facevano risalire le proprie radici
al marxismo. Prova ne sia ad esempio il fatto che, complici le aperture ideologiche sus-
seguenti al XX Congresso del PCUS ed alla morte di Bierut, gi nel maggio 1956 il filoso-
fo Leszek Koakowski (1927-2009) pubblic un saggio dalleloquente titolo di Antise-
miti. Cinque tesi non nuove e un avvertimento, in cui affermava esplicitamente: Ogni
volta che lombra dellantisemitismo, anche se debolissimamente, sinsinua sotto la por-
ta di casa nostra, attenzione! Le canaglie son dietro langolo, la controrivoluzione mo-
stra le zanne
9
.
Anche la lotta squisitamente ideologica fra Natolin e Puawianie aveva messo in
risalto il permanere di atteggiamenti antisemiti allinterno stesso del Partito, con i primi
che accusavano i secondi di essere appunto giudei e, con ci stesso, responsabili del-
le deviazioni dalla corretta ideologia marxista-leninista. Fu soltanto Gomuka che, gra-
zie al carisma personale che gli veniva dallessere stato comandante partigiano e, soprat-
tutto, dal non aver preso parte agli eccessi stalinisti di Bierut, riusc in qualche modo ad
arginare il fenomeno. Questo fino alla Guerra dei sei giorni. Non appena invece le posi-
zioni antiisraeliane dellURSS fornirono un pretesto sufficiente, lo scoppio di una nuova
ondata antisemita non si fece attendere.
Il casus belli furono i cortei studenteschi organizzati nel marzo 1968. Sullonda lun-
ga iniziata da Kuro e Modzelewski con la loro lettera aperta del 64, alcuni studenti
delluniversit di Varsavia (chiamati allora scherzosamente commandos) avevano dato
vita a forme non convenzionali di protesta. Una di queste si era conclusa con lespulsio-
9
Ristampato in: L. Koakowski, Nasza wesoa apokalipsa. Wybr najwa>nieszych esejw, Znak, Cracovia 2010.
Davide Artico
68
ne dallateneo di un allora giovanissimo Adam Michnik
10
. La protesta dei suoi compa-
gni, inscenata l8 marzo sotto la biblioteca universitaria, venne repressa brutalmente dal-
la polizia. La reazione furono cortei indetti lindomani da tutti gli studenti. Anche que-
ste proteste incontrarono la dura reazione delle forze dellordine.
I disordini funsero da occasione perch la frazione pi conservatrice del POUP, rac-
colta intorno a Mieczysaw Moczar, iniziasse una campagna contro i cosiddetti deni-
gratori (fra cui il regista Andrzej Wajda e lo scrittore satirico Sawomir Mro>ek) ed a
favore di forme di socialismo maggiormente nazionali, che escludessero cio gli intel-
lettuali con vere o presunte origini ebraiche. Gomuka tentenn fino al 19 marzo, do-
podich decise di mettersi alla testa del movimento di Moczar, inveendo a un attivo del
Partito contro i cosmopoliti che, secondo lui, avrebbero dovuto essere esclusi dalle
sfere della vita pubblica in cui risultava necessario un forte senso di appartenenza nazio-
nale. Se dunque il Primo segretario evit accuratamente gli slogan pi direttamente an-
tisemiti, egli comunque non fece nulla per far rientrare il clima da resa dei conti evoca-
to dagli antisemiti veri e propri.
Uno dei risvolti pi interessanti del clima di tensione venutosi a creare allinterno del
POUP fu che, per conquistarsi solidi appoggi a Mosca, Gomuka sarebbe poi stato il pi
pronto e il pi zelante ad approvare e sostenere la dottrina Brenev nei confronti del-
la Cecoslovacchia. Il 20 agosto 1968 sarebbero stati proprio i polacchi a costituire, dopo
quello sovietico, il contingente pi numeroso inviato a pacificare la Primavera di Praga.
Da notare che dall11 aprile il portafoglio di Ministro della Difesa era stato assegnato a
un ufficiale allora praticamente sconosciuto: Wojciech Jaruzelski.
Londata antisemita lanciata da Moczar contribu in larga misura a distrarre latten-
zione degli intellettuali dalle vicende in corso al di l del confine meridionale. Questo
spiega, almeno in parte, per quale ragione non vi fu in Polonia praticamente nessuna
presa di posizione a favore della Primavera di Praga o contro la sua repressione. Com-
pletamente assorbiti dallondata di antisemitismo, che si sarebbe poi tradotta (entro la
fine del 1969) in oltre dodicimila espatri di studenti, docenti e intellettuali colpevoli di
avere ascendenze ebraiche, i polacchi rimanevano concentrati su quanto stava avve-
nendo a casa loro. Le proteste del marzo 1968 ebbero fra laltro spiacevoli strascichi
giuridici per molti. A novembre Kuro e Modzelewski furono nuovamente condannati
entrambi a tre anni e mezzo di carcere, Michnik a tre anni.
Una cronologia di massima delle lotte operaie: da Danzica 1970 al KOR
Se londa lunga della rivolta di Pozna, unita alle tensioni magiare ed alla tattica tempo-
reggiatrice di Ochab, avevano riportato Gomuka al potere, fu unaltra insurrezione che
lo fece definitivamente eclissare dalla scena politica polacca. Ancora una volta, alla base
delle proteste operaie, stavano innanzitutto motivazioni di carattere economico. Fu in-
fatti laumento dei prezzi di alcuni generi alimentari ed alcuni prodotti di consumo, an-
10
Si noti che Michnik viene ancora oggi insultato come giudeo dagli antisemiti vicini a Radio Maria.
Le lotte operaie in Polonia
69
nunciato il 12 dicembre del 1970, che port due giorni dopo a uno sciopero dei lavora-
tori dei cantieri navali di Danzica.
Il decorso della protesta fu molto simile a quello di Pozna, senonch levolversi de-
gli avvenimenti assunse un ritmo molto pi veloce. A fronte della mancanza di riscontri
concreti da parte delle autorit, gli scioperanti gi lindomani diedero lassalto alle sedi
del Comitato regionale del POUP e dei sindacati ufficiali, incendiandole. Gomuka non
pose tempo in mezzo e diede lordine di usare le armi per impedire unulteriore evo-
luzione violenta delle proteste. Lintervento dellesercito fu efficace dal punto di vista
dellordine pubblico, il numero delle vittime si limit a cinque persone. Non serv tutta-
via a stroncare sul nascere la rivolta. Lindomani si ebbero altri incidenti a Tczew, Pru-
szcz ed Elbla g, non lontano da Danzica.
Un tentativo di calmare gli animi attraverso un appello televisivo fu compiuto dal
segretario regionale Stanisaw Kocioek, che per non ebbe successo. Il 17 dicembre si
ebbe unaltra sparatoria nei pressi dei cantieri di Gdynia, con altre vittime fra gli operai
che, questa volta, protestavano pacificamente. Alla notizia scesero in sciopero anche i la-
voratori dei cantieri navali di Stettino. Con un drammatico botta e risposta, lindomani
lesercito avrebbe fatto fuoco anche contro una dimostrazione pacifica ad Elbla g.
Il 20 dicembre il Comitato centrale del POUP sfiduci Gomuka e lo costrinse a di-
mettersi con tutto il suo entourage. Ebbe allora inizio lera di Gierek e dei liberali che
formavano il suo ufficio politico. Il cambio della guardia, cui si accompagn natural-
mente anche il ritorno dei militari nelle caserme, parve calmare gli animi. Lo sciopero
ai cantieri di Stettino rientr due giorni dopo, mentre anche nel resto della Pomerania
orientale, da Danzica ad Elbla g, le proteste persero dintensit.
La ragione principale della rivolta, vale a dire laumento dei prezzi, non era per ve-
nuta meno. A met febbraio del 1971 il fronte si spost dal litorale alla Polonia centrale,
dove entrarono contemporaneamente in sciopero i dipendenti di ben 32 diverse fabbri-
che di d, per un totale di quasi centomila persone. Anche a d si ebbero scontri
e guerriglia urbana, senza che per le autorit decidessero di ricorrere a metodi drasti-
ci come lintervento dellesercito. La nuova direzione del Partito, che raccoglieva quasi
tutti elementi dalle convinzioni fondamentalmente socialdemocratiche, volle a tutti i co-
sti evitare il confronto diretto con gli operai ed anzi, entro il 1

maggio seguente, avrebbe


abrogato gli aumenti del dicembre 70. In questo modo Gierek si assicur quanto meno
cinque anni di relativa pace sociale.
Tuttavia, nel giugno del 1976, un altro tentativo di aumento dei prezzi dei generi ali-
mentari non evit lennesima ondata non solo di proteste, ma anche di autentiche jacque-
ries con assalti armati agli edifici del Partito, incendi e saccheggi. Anche in questa occa-
sione protagonisti furono i metalmeccanici, soprattutto delle fabbriche della Masovia.
Incidenti vi furono alle officine Ursus di Varsavia, a Radom ed a Pock.
Anche questa volta la squadra di Gierek opt strategicamente per evitare il confron-
to diretto. Ed anche questa volta fu un leader sovietico di origine ucraina, Leonid Bre-
nev, a prendere le parti dei moderati del POUP, con un comunicato ufficiale in cui dichia-
rava il suo sostegno ai lavoratori polacchi in sciopero. Come gi aveva fatto Chru/v
nel 1956, ventanni dopo anche Brenev parve valutare la situazione in maniera estre-
mamente pragmatica: da un lato eventuali repressioni cruente della protesta avrebbero
soltanto minato ulteriormente la gi precaria stabilit politica dellalleato; daltro canto
Davide Artico
70
per questa posizione brenieviana era coerente con la teoria allora imperante delle tre
fasi di ascesa verso il comunismo, secondo la quale i paesi non sovietici avrebbero do-
vuto tendere in prima istanza al loro sviluppo interno, per dedicarsi in un secondo tem-
po alla loro omogeneizzazione strutturale col sistema statale di Mosca
11
. In questo senso
il miglioramento delle condizioni materiali di vita dei lavoratori polacchi era per il lea-
der sovietico pi importante nellimmediato di quanto potesse esserlo il mantenimento
dellortodossia statalista in riva alla Vistola.
Per quanto opportunismo ci potesse essere dietro le dichiarazioni di Brenev a favo-
re dei polacchi in sciopero, rimaneva comunque il fatto che esse poterono essere inter-
pretate come un avallo alla linea morbida nei confronti della protesta di massa. Fu dun-
que cos che il premier Jaroszewicz revoc immediatamente laumento dei prezzi. Ci si
tradusse in un inaspettato aumento della popolarit del governo. A partire dal 27 giu-
gno si svolsero addirittura manifestazioni popolari di solidariet alla linea governativa ed
allo stesso Gierek. Forte di questo sostegno dellopinione pubblica, lesecutivo non per-
se occasione di estrarre il bastone dopo aver esibito la carota. Entro luglio vi furono ol-
tre duemila arresti fra i manifestanti della Masovia e quasi un migliaio di condanne, che
per anche questa volta furono miti, risolvendosi nella maggioranza dei casi in sempli-
ci pene pecuniarie. Ci non toglie tuttavia che a una trentina fra i responsabili degli atti
vandalici venissero comminate pene da uno a dieci anni di carcere.
Fu in conseguenza diretta di queste condanne che, dal movimento di protesta che
fino a quel momento era stato essenzialmente improntato a rivendicazioni materiali,
venne ulteriormente alla ribalta una figura destinata a diventare unicona del movimen-
to operaio polacco: Kuro, che il 18 luglio 1976 invi una lettera ad Enrico Berlinguer in
cui chiedeva il sostegno del Segretario del PCI a una richiesta di amnistia per i condanna-
ti. Si trattava di uniniziativa a carattere principalmente umanitario, dalla quale, al con-
trario di quanto accaduto dodici anni prima, non emergeva nessuna elaborazione poli-
tica in senso marxiano. Ci nondimeno il gesto stesso degno di nota per almeno due
motivi. Dimostra infatti, innanzitutto, quale eco avesse avuto nel blocco orientale il XIV
Congresso del PCI del marzo 1975, durante il quale aveva preso forma compiuta lidea
berlingueriana di una terza via che coniugasse elementi socio-economici fondamen-
talmente socialisti con una democrazia politica non soltanto di facciata. Grandemente
sottovalutato nella storiografia contemporanea italiana, il XIV Congresso del PCI costi-
tu invece un momento decisivo nella maturazione di una coscienza politica compiuta
fra quegli oppositori dei regimi autoritari dellEuropa orientale che non si rifacessero a
ideo logie nazionaliste e clericali.
La seconda ragione per cui la lettera di Kuro a Berlinguer riveste unimportanza
storica proprio il suo valore di documento che, per la prima volta dalla fine dello stali-
nismo, conferma lesistenza di comunisti eretici in Polonia. Ci tanto pi importan-
te in quanto, come si vedr, la Chiesa cattolica avrebbe sfruttato con opportunismo le
tensioni sociali degli anni Settanta per ergersi, in gran misura in maniera soltanto appa-
rente, a difensore principale delle ragioni popolari contro gli abusi conclamati del regi-
me. La conferma che il movimento degli operai polacchi, perlomeno ai suoi inizi, aves-
11
Cfr. A. Smieckus, Velikaja sila socialisti/eskogo internacionalizma, Kommunist, n. 11, 1972, p. 25.
Le lotte operaie in Polonia
71
se una forte componente laica e progressista, attratta dalla terza via berlingueriana,
verit scomoda che oggi viene passata sotto silenzio.
Il 23 settembre 1976 Kuro, insieme con Jerzy Andrzejewski ed unaltra dozzina di
oppositori del regime, fond unorganizzazione non clandestina chiamata Comitato di
difesa degli operai (KOR). Che lorganizzazione, almeno allinizio, non volesse costituir-
si in opposizione ideologica al regime, ma tendesse prima di ogni altra cosa a denuncia-
re gli abusi di alcune autorit e ad invitare a un maggiore rispetto dei diritti umani, di-
mostrato dal suo primo atto concreto: la redazione di un Appello alla societ ed alle
autorit della Repubblica popolare polacca che fu inviato per conoscenza direttamen-
te al Presidente del Parlamento.
Nellappello si criticavano esclusivamente le violazioni dello Statuto dei lavoratori
legate ai licenziamenti arbitrari degli scioperanti e le altre repressioni svoltesi ai danni
degli lavoratori, [che costituivano] la negazione dei diritti fondamentali dellessere uma-
no garantiti tanto dal diritto internazionale quanto dalla legge polacca. Non si avanza-
vano dunque rivendicazioni di sistema, bens semplicemente il KOR richiedeva il rispetto
sostanziale, da parte delle autorit, delle normative gi vigenti nel momento in cui era-
no scoppiati i disordini.
Lappello del KOR, che rappresent la prima iniziativa operaia compiutamente non
violenta e tesa non al confronto ma al dialogo con i rappresentanti dello Stato, sort
un effetto inaspettatamente positivo. Entro un anno tutti i condannati per le violen-
ze del giugno 1976 sarebbero stati scarcerati. Ci non port tuttavia allo scioglimento
del Comitato di difesa degli operai, che invece si trasform nel Comitato di autodifesa
sociale KOR. Fu questo il primo passo verso un esperimento di organizzazione che
affondava le sue radici nella societ civile e, per la prima volta dal dopoguerra, mette-
va apertamente in discussione il carattere autenticamente socialista dello Stato auto-
ritario polacco.
Una cronologia di massima delle lotte operaie: la svolta del 1980
Quattro anni dopo i disordini del giugno 1976 lo scenario parve ripetersi con un copio-
ne analogo. Il 1 luglio 1980 furono aumentati i prezzi dei generi di macelleria, il che
provoc immediatamente, nello stesso giorno, scioperi ed assemblee di protesta degli
operai. Ancora una volta liniziativa part dai metalmeccanici delle officine Ursus della
capitale, presto imitati dai chimici nel sud-est del paese, a Sanok e Tarnw. Lindomani
le proteste si estesero anche ad ovest, coinvolgendo i lavoratori di Ostrw Wielkopolski
e Wocawek per giungere fino a Tczew, alle porte di Danzica. Ancora una volta lesecu-
tivo tent una soluzione di compromesso, mantenendo invero gli aumenti sul mercato,
ma introducendo prezzi calmierati nelle mense aziendali. Questa volta per gli sciope-
ri non rientrarono. Nemmeno lappello a cessare la protesta, lanciato il 3 luglio dal Co-
mitato di autodifesa sociale KOR, sort alcun risultato. Al contrario, il 16 luglio entra-
rono in sciopero anche i ferrovieri di Lublino che, contrariamente al resto dei lavoratori
in agitazione, non avanzarono soltanto rivendicazioni economiche, ma anche la richiesta
di nuove elezioni dei delegati sindacali. Era linizio di una politicizzazione diffusa degli
operai che fino a quel momento non si era mai verificata.
Davide Artico
72
Di fatto la vertenza di Lublino si concluse con la semplice concessione di relativa-
mente sostanziosi aumenti salariali, decisi gi il 20 luglio. La strategia del divide et impe-
ra, cio degli accordi separati con i comitati spontanei degli operai delle singole aziende,
non ebbe per il successo sperato. La lotta contro il carovita, infatti, si era ormai trasfor-
mata in un pretesto per avanzare rivendicazioni di ben altro genere, fra cui un maggiore
rispetto dei diritti umani non era che lelemento pi simbolico. A quattro anni dal giu-
gno 1976 erano ormai maturate posizioni che negavano strutturalmente il genere di con-
trattazioni svoltosi sinora, con la rappresentanza dei lavoratori ufficialmente delegata a
sindacalisti nominati dal Partito, cio di fatto con i controllati che nominavano i control-
lori. Ora le richieste operaie si indirizzavano verso il riconoscimento della libert di as-
sociazione e di unautonomia sindacale di fatto.
La svolta decisiva si ebbe intorno a Ferragosto. Il 14 inizi ufficialmente uno scio-
pero generale ai cantieri navali Lenin di Danzica, seguiti a ruota, il giorno successi-
vo, dai cantieri Comune di Parigi di Gdynia. Il 18 agosto sarebbe stata la volta dei
cantieri navali di Stettino. Lintera area costiera si era trasformata in unenorme mani-
festazione di protesta. A differenza di quanto accaduto negli anni precedenti, la pro-
testa evidenziava un alto livello di organizzazione e coordinamento, con leader cari-
smatici a tirarne le fila. Fra tutti spiccavano Lech Wa esa a Danzica e Marian Jurczyk
a Stettino.
Le autorit legittimarono immediatamente come interlocutori i comitati di sciope-
ro, iniziando con loro trattative volte a far rientrare la protesta. La trattative tuttavia non
approdarono a nulla. Il 26 agosto londata di scioperi giunse ad attraversare lintera Po-
lonia, squassandola in lungo e in largo: Wrocaw, d, Nowa Huta (nei pressi di Cra-
covia), Pozna, Olsztyn sono soltanto le citt pi importanti in cui le agitazioni assun-
sero dimensioni ragguardevoli. Questo segn la fine politica di Gierek, che il 26 agosto
stesso dovette lasciare la guida del Partito. Fu questo un momento decisivo, a tuttoggi
molto sottovalutato: era finita lepoca del dialogo, per quanto limitato, fra autorit e la-
voratori in sciopero. Stava per iniziare un lustro di lacrime e sangue tanto per il Partito,
quanto per la stessa opposizione.
Fanno riflettere le parole di addio di Gierek, che oggi suonano quasi come una pro-
fezia. Secondo il Segretario dimissionario, i lavoratori dei cantieri navali si erano fatti ab-
bindolare da mascalzoni politici, del che si sarebbero poi dovuti pentire amaramente.
Non era una minaccia. Era forse lungimiranza, come avrebbero poi dimostrato alcuni
avvenimenti degli anni successivi al 1989.
Ad ogni modo il cambiamento alla guida del Partito e il conseguente rimpasto di go-
verno permisero infine di giungere a un accordo con gli scioperanti. Le intese dellago-
sto 1980 ebbero portata storica, perch comprendevano, oltre a gesti simbolici come la
costruzione di un monumento alle vittime della repressione degli scioperi di Danzica del
1970, anche il riconoscimento ufficiale del sindacato autonomo Solidarno0.
Le posizioni politiche (ed ormai si poteva a ragion veduta parlare di politicizzazione)
del comitato di sciopero da cui sarebbe poi scaturita Solidarno0 furono formulate, nel-
la notte fra il 16 e il 17 agosto 1980, in un documento oggi noto come i 21 punti pro-
grammatici. Varr la pena di riportare i pi interessanti:
1. Accettazione di sindacati liberi e indipendenti dal Partito e dai datori di lavoro,
Le lotte operaie in Polonia
73
in applicazione della Convenzione n. 87 dellOrganizzazione internazionale del lavoro,
a suo tempo sottoscritta dalla Repubblica popolare polacca.
2. Garanzia del diritto di sciopero e della sicurezza degli scioperanti.
3. Rispetto dei diritti garantiti dalla Costituzione della Repubblica popolare polacca
in materia di libert di parola e di stampa, senza repressioni per gli editori indipendenti;
garanzia di accesso ai mass media per i rappresentanti di tutte le confessioni religiose.
4. Indicizzazione delle retribuzioni in maniera proporzionale allaumento dei prezzi
ed alla perdita di valore del denaro (inflazione).
5. Introduzione di tessere annonarie su carne e derivati (sic!).
6. Abbassamento dellet pensionistica a 55 anni per le donne e 60 per gli uomini.
Particolarmente istruttivo il fatto che furono gli stessi operai in sciopero a preten-
dere lintroduzione delle tessere annonarie. Al di l degli stereotipi diffusi ad Occidente,
infatti, il problema al tempo non era affatto la mancanza di generi alimentari, ma il loro
costo rapportato alle retribuzioni; attraverso le tessere invece tutti i lavoratori avrebbe-
ro avuto accesso a una quantit minima di carne a prezzo calmierato. Le autentiche in-
sufficienze nei rifornimenti sarebbero comparse molto pi tardi, soprattutto in seguito
ai disguidi causati dagli scioperi permanenti.
Altri due punti permettono di capire meglio il senso dellespressione mascalzoni
politici usata da Gierek. La decostruzione dello Stato sociale che sarebbe intervenuta
dopo il 1989 ha reso la richiesta di una bassa et pensionabile e di meccanismi di indi-
cizzazione tipo scala mobile dei pii desideri che oggi pi nessuno nemmeno ricorda. I
leader politici odierni che, pur non avendo partecipato che in misura del tutto seconda-
ria alle proteste dei primi anni Ottanta, ne fanno oggi un punto di riferimento ideale e
ideologico, non solo non hanno reso pi concreto il soddisfacimento dei 21 punti pro-
grammatici, ma vi hanno definitivamente rinunciato. Discorso analogo pu essere fat-
to per la libert di religione, che lodierna egemonia istituzionalizzata della confessione
cattolico-romana ha reso del tutto illusoria e irrealizzabile nei fatti.
Nonostante che lesecutivo avesse assecondato praticamente per intero le richieste
degli scioperanti dellagosto 1980, le manifestazioni di protesta e le interruzioni del lavo-
ro continuarono per tutto lanno seguente, assumendo contorni sempre meno sindacali
e sempre pi connotati politicamente in senso nazionalista e, soprattutto, antisovietico.
A Mosca, al contrario di quanto era accaduto nel 1976, cominciarono a crescere fastidio
e inquietudine. Il Comitato centrale del PCUS scelse una data simbolo per dare espressio-
ne ai sentimenti che prevalevano al suo interno: il 17 settembre 1981, cio lanniversario
dellinvasione sovietica del 1939.
Nella dichiarazione ufficiale della dirigenza sovietica si leggeva fra laltro:
Le forze nemiche del socialismo tendono ad evocare in Polonia unatmosfera di estremismo
nazionalista a carattere esplicitamente antisovietico. Non possiamo che domandarci perch,
da parte delle autorit ufficiali polacche, non si sia ancora preso nessun provvedimento deci-
so per troncare questa campagna ostile allUnione Sovietica, legata alla Polonia popolare da
rapporti di amicizia e da obblighi di alleanza. Il CC del PCUS e il governo sovietico ritengono
che un ulteriore permissivismo verso qualunque fenomeno di antisovietismo danneggerebbe
enormemente i rapporti polacco-sovietici, essendo direttamente incoerente con gli obblighi
Davide Artico
74
di alleanza della Polonia e con gli interessi vitali della nazione polacca. Ci attendiamo che la
Direzione del POUP e il governo della RPP assumano immediatamente provvedimenti decisi e
radicali per troncare la maligna propaganda antisovietica e le iniziative ostili verso lUnione
Sovietica
12
.
Era qualcosa di pi di un avvertimento. Era unaperta minaccia di intervento armato.
Ad essa fecero seguito, a inizio dicembre 1981, dichiarazioni di tono analogo alla riunio-
ne dei Ministri della difesa dei paesi del Patto di Varsavia, tenutasi a Mosca, ed al vertice
dei Ministri degli esteri di Bucarest. Lintervento sovietico fu scongiurato soltanto dalla
decisione del generale Jaruzelski del 13 dicembre 1981, che introdusse in Polonia la leg-
ge marziale, salvando probabilmente il paese da un bagno di sangue.
La legge marziale pose fine alla mobilitazione di massa dei lavoratori polacchi. Entro
la met degli anni Ottanta Solidarno0, da grande movimento sindacale, si sarebbe tra-
sformata in un gruppo elitario di interlocutori politici, ormai quasi staccato dalla propria
base di un tempo. In seguito, particolarmente durante la prima presidenza Kwaniewski
nella seconda met degli anni Novanta, il logo di Solidarno0 fu usurpato da una coa-
lizione politica di estrema destra guidata da Marian Krzaklewski e Jerzy Buzek.
Gli ideali degli operai
Come si visto, la base ideale e ideologica del movimento operaio polacco sub un note-
vole mutamento diacronico, passando dalle rivendicazioni essenzialmente economiche
e materiali dei primi scioperi del 1956 e, in parte, anche di quelli del 1970, fino alle posi-
zioni molto pi articolate del KOR dopo le repressioni del 1976. Specialmente la figura di
Kuro, cui si affiancarono col tempo anche intellettuali di primissimo piano come Ko-
akowski, pareva particolarmente attratta dalle teorie berlingueriane della terza via e
del connubio possibile fra economia socialista, diritti civili e rappresentanza democrati-
ca. Anche gli originali 21 punti programmatici dellagosto 1980 parevano andare nel-
la direzione di una compiuta socializzazione di un sistema di potere che, sino ad allora,
si era dimostrato soltanto autoritario e incline a soluzioni di capitalismo di Stato. Le sus-
seguenti vicissitudini legate alla legge marziale ed alla svolta in senso nazionalista e cleri-
cale di Solidarno0, dopo la met degli anni Ottanta, segnarono tuttavia la sconfitta de-
finitiva del comunismo eretico in Polonia.
BIBLIOGRAFIA
Esiste una vastissima bibliografia in lingua polacca, tanto accademica quanto pubblicistica, sul pe-
riodo della storia recente qui preso in considerazione. Ad essa si fatto riferimento nella stesura
del presente articolo. Fra i testi pubblicati in lingue occidentali si possono ritenere utili, a fini di
approfondimento, i volumi qui sotto elencati.
12
Citato in: W. Jaruzelski, Pod pra d. Refleksje rocznicowe, Comandor, Varsavia 2005, p. 124.
Le lotte operaie in Polonia
75
Sugli avvenimenti del 1956 e il ritorno al potere di Gomuka
Gibney, F., The Frozen Revolution: Poland: A Study in Communist Decay, Farrar, Straus & Cu-
dahy, New York 1959.
Gluchowski, L.W., Nalepa, E.J., The Soviet-Polish Confrontation of October 1956: The Situation
in the Polish Internal Security Corps, Woodrow Wilson International Center for Scholars, Wa-
shington 1997.
Sulla situazione socio-economica dallepoca di Gierek alla fine della presidenza Wa esa
Poznaski, K., Polands Protracted Transition: Institutional Change and Economic Growth
1970-1994, Cambridge University Press, Cambridge 1996.
Su Solidarno0 dalle origini fino alla fine degli anni Ottanta
Bertorello, M., Il movimento di Solidarno0. Dalle origini al governo del paese, Lacaita, Mandu-
ria 1997.
Faraldo, J., Europe, Nationalism and Communism: Essays on Poland, Lang, Frankfurt a.M. 2008.
Laba, R., The Roots of Solidarity: A Political Sociology of Polands Working Class Democratization,
Princeton University Press, Princeton (New Jersey) 1991.
Paczkowski, A., From Solidarity to Martial Law: the Polish Crisis of 1980-1981: A Documentary Hi-
story, Central European University Press, Budapest 2006.
Potel, J.-Y., Scnes de grves en Pologne. Prcd dun entretien avec Karol Modzelewski, Noir sur
Blanc, Lausanne 2006.
77
DAL MAGGIO 68
AGLI ANNI SESSANTOTTO, AL 2008.
IL CASO FRANCESE
Michelle Zancarini-Fournel
La storia del nostro presente attraversata da un doppio paradosso: il riferimento al
1968 onnipresente sulla scena pubblica francese, si tratti della campagna presidenziale
del 2007 (in cui il Maggio 68 servito da modello negativo per il candidato Nicolas Sar-
kozy), degli episodi di ribellione urbana dellautunno 2005 (visti come un piccolo Mag-
gio 68 delle periferie)
1
o delle manifestazioni studentesche della primavera del 2006, in
cui i repertori dazione sembravano, a prima vista, identici a quelli del 1968 (la Sorbo-
na occupata, i lanci di sampietrini, le macchine rovesciate e bruciate), anche se la com-
parazione, allora ricorrente nei media, pu apparire, a un esame pi attento, non fonda-
ta. Al contrario, si moltiplicano le dichiarazioni e le pubblicazioni sulleredit mancante
2
,
impossibile
3
, rimossa, negata o rifiutata. Il processo al 1968 istruito in permanenza nei
media e in certi discorsi politici: il 1968 sarebbe responsabile della dissoluzione dei co-
stumi, dellautorit, del gusto dello sforzo e della voglia di lavorare...
Daltro canto, i figli della generazione 68 si interrogano sulla filiazione e la tra-
smissione. Certuni si dicono privati della memoria per il rifiuto dei loro ascendenti di ef-
fettuare un passaggio di testimone; altri, al contrario, parrebbero prendersi carico della
filiazione e della trasmissione
4
. Degli studenti interpellano i loro insegnanti alluniversi-
t: Cosa avete fatto di voi da trentanni a questa parte? mi hanno chiesto con insisten-
za. Cosa avete fatto per noi?
5
. Certi infine sinterrogano sugli effetti a scoppio ritar-
dato degli eventi del 1968 sulle generazioni successive. Perch c uneredit di fatto,
sia essa negata o meno. Il fantasma del 1968 ossessiona la scena politica e sociale della
1
P. Jarreau, Le Monde, 5 novembre 2005.
2
J. Birnbaum, Leur jeunesse et la ntre. Lesprance rvolutionnaire au fil des gnrations, Stock, Paris 2005.
Si veda in particolare lintroduzione, dal titolo: Il deserto come eredit.
3
J.-P. Le Goff, Mai 68. Lhritage impossible, La Dcouverte, Paris 1998.
4
Per esempio, si veda il libro di Bibia Pavard dedicato alla madre, membro del MLF, Les ditions des femmes.
Histoire des premires annes (1972-1979), LHarmattan, Paris 2005.
5
D. Lecourt, Les Pitres Penseurs, Flammarion, Paris 1999, p. 13.
Michelle Zancarini-Fournel
78
Francia da svariati decenni. Lopinione pubblica conforta questo punto di vista, convin-
ta com dellimportanza dellevento: il 1968 classificato sistematicamente nei sondag-
gi come levento pi importante dalla Seconda guerra mondiale in poi.
Le parole per dirlo
Gli eventi francesi del 1968 sono chiamati molto spesso Maggio 68, accezione
contratta semplicemente in Maggio, cosa che genera un effetto di riduzione tempo-
rale (un mese) e geografica (essenzialmente Parigi); ma lespressione si fissata nel
senso fotografico del termine nella memoria comune grazie anche a certe pubblica-
zioni
6
. Il modo di nominare un evento, come la sua cronologia, sono parte costitutiva
della sua costruzione sociale e del senso che gli assegnato. La denominazione Mag-
gio 68 suppone una cronologia implicita che va dal 3 maggio 1968, occupazione del-
la Sorbona da parte della polizia e manifestazione studentesca spontanea a Parigi, sino
al 30 maggio 1968 data del discorso in cui il generale de Gaulle annunciava lo sciogli-
mento dellAssemblea generale e nuove elezioni legislative. Essa mette laccento sulla
scossa subita dallo Stato e sul ritorno allordine. La forma e le conseguenze della rivol-
ta studentesca sul Governo, lo Stato e lopinione pubblica hanno contribuito a produr-
re leffetto-sorpresa ed necessario riconoscere tutto il suo spazio allevento-mostro,
secondo la formula di Pierre Nora
7
. La qualifica di crisi del maggio-giugno 1968 sug-
gerisce limportanza cruciale degli eventi per le istituzioni e gli individui. Ma assegna
implicitamente la parte di primo piano allo Stato, cancellando limportanza degli scio-
peri il pi grande sciopero generale francese del XX secolo e la giustapposizione del-
le mobilitazioni di gruppi di diversa ispirazione, dagli studenti ai quadri, passando per
gli scrittori e i calciatori. Leffetto di omogeneizzazione stato per prodotto dalle rap-
presentazioni che ne sono state date dai media (radio e televisione) al momento stes-
so del suo svolgersi.
Il giornalismo stato il primo marcatore dellevento. La presentazione dellevento
sulla stampa scritta, alla radio e alla televisione un elemento che, sul momento stesso,
costituisce e qualifica levento per limmagine che data degli individui e dei gruppi e
contribuisce cos alla formazione dellopinione pubblica, che diventa a sua volta opera-
tiva in una combinazione di pratiche e rappresentazioni: la giornata del 24 maggio, dive-
nuta emblematica della sommossa e della guerra civile, rappresenta da questo punto di
vista un passaggio decisivo. Allinizio dellanno 1968, la stampa aveva accordato un cer-
to interesse al movimento studentesco, categoria che riuniva le rivendicazioni di attori
sociali e gruppi differenti. Questa rivolta studentesca presentata come parte integran-
te della rivolta della giovent planetaria, elemento di una crisi mondiale e non specifico
della Francia; ma dai primi giorni del Maggio, i manifestanti contestatari sono definiti
come degli Arrabbiati, cosa che rientra nominalmente nel processo di riduzione ge-
6
Per esempio, L. Joffrin, Mai 68. Histoire des vnements, Seuil, Paris 1988.
7
P. Nora, Le retour de lvnement, in J. Le Goff, P. Nora (a cura di), Faire de lhistoire, t. I, Nouveaux Prob-
lmes, Gallimard, Paris 1974, pp. 210-228.
Dal Maggio 68 agli anni Sessantotto, al 2008. Il caso francese
79
ografica e di territorializzazione della rivolta attorno alla facolt di Nanterre e al leader
del 22 marzo, Daniel Cohn-Bendit. I gruppi professionali come i contadini, i viticolto-
ri, gli operai sono allo stesso modo presentati nella loro globalit e rappresentati me-
diante le loro organizzazioni corporative, in un gioco di specchi deformanti tra stampa
e movimento sociale che contribuisce a fissare i contorni e le caratteristiche dellevento.
In questi ritratti si viene a perdere la diversit degli attori sociali; si perde anche la com-
plessit del vissuto individuale e collettivo dellevento. Bisogna una buona volta interro-
garsi sulla pertinenza delle rappresentazioni che fanno del Maggio 68 un solo movimen-
to mentre esistono, coesistono, attori e scene sociali e regionali dalle temporalit diverse,
talora sfasate rispetto alla scena parigina. Loccupazione delle universit di provincia e
parigine, come quella di certe fabbriche, protrattasi sino alla fine del mese di giugno,
stata in parte cancellata da scritti e rappresentazioni. Ma la nazionalizzazione dellevento
esiste, prende a prestito canali diversi e si cristallizza attorno alle giornate del 13 maggio
(sciopero generale e manifestazioni) e del 30 maggio (discorso del generale de Gaulle e
manifestazione gaullista sugli Champs Elyses), svolte decisive della periodizzazione. Le
opere che presentano gli eventi del maggio-giugno 1968 li separano classicamente in tre
momenti: la crisi studentesca (fino al 13 maggio), la crisi sociale (dal 13 maggio alle pro-
poste di Grenelle) e la crisi politica (30 maggio-30 giugno). Questa distinzione pedago-
gicamente efficace, ma cancella la complessit di un fenomeno che occasiona lintreccio
e la sovrapposizione di una tripla contestazione a uno Stato che, lungi dallessere mono-
litico, sicuramente meno impreparato di quanto non si sia detto, ma che, in un primo
tempo sorpreso, incerto ed esitante sulla via da seguire almeno sino al 30 maggio. Sfa-
sature e dissonanze perturbano questa analisi trinitaria della crisi.
Lincertezza a livello di denominazione si applica anche allinterpretazione del
1968: rivoluzione, comune si oppongono a carnevale e psicodramma (Raymond
Aron), per non citare che le opere apparse subito dopo
8
. Si parla di eventi e, con que-
sta denominazione, si opera un rinvio eufemizzato alla Guerra dAlgeria, che fu una
guerra senza nome, e si parla ancora, ventanni dopo, di enigma
9
. Questultimo
termine mette in valore al contempo la complessit e la sorpresa. Edgar Morin ha insi-
stito sul sorgere brusco delle manifestazioni e degli scioperi, e ha sottolineato il carat-
tere insieme accidentale e profondo dellevento. La ripetizione senza fine da parte dei
cronisti del titolo dellarticolo del 15 marzo 1968 di Pierre Viansson-Pont (La Fran-
cia si annoia), contribuisce a far perdurare questa immagine della sorpresa e dellacci-
dentale, sottolineando la sfasatura tra il giudizio delleditorialista e gli eventi che sono
seguiti
10
. Interrogare il carattere accidentale o aleatorio dellevento permette di rivisi-
8
R. Aron, La rvolution introuvable. Rflexions sur les vnements de Mai, Fayard, Paris 1968; E. Morin,
C. Lefort, C. Castoriadis, Mai 68: la brche. Premires rflexions sur les vnements, Fayard, Paris 1968; A.
Touraine, Le mouvement de mai ou le communisme utopique, Le Seuil, Paris 1968, per non citare che tre delle
pubblicazioni pi importanti.
9
Le Dbat, 1988.
10
Le Monde, 15 marzo 1968. Il contenuto dellarticolo pi complesso di quanto non suggerisca il titolo
e le citazioni abituali. il generale De Gaulle il primo a costruire, in unintervista televisiva di Michel Droit
del giugno 1968, questa immagine dellopposizione tra il punto di vista delleditorialista del quotidiano e la
situazione della Francia un mese pi tardi.
Michelle Zancarini-Fournel
80
tare il problema della cronologia linizio e la fine del movimento sociale, i suoi segni
premonitori, rinvenuti per alcuni dopo lo svolgimento degli eventi. Le manifestazioni
di tutti i tipi e gli scioperi degli anni precedenti relativizzerebbero laspetto accidenta-
le, anche nella percezione degli attori sociali: i rapporti dei prefetti sulle manifestazioni
del 1967, scritti sul momento, parlano di prova generale, di incidenti precursori e di
futuri sconvolgimenti. Ci si pu allora interrogare sullorizzonte dattesa nel 1967
11

di questi alti funzionari.
Nella storia politica, sociale e culturale della Francia, il 1968 ha costituito o no una
rottura? Se c senzaltro stata nella primavera del 68 una crisi del consenso (Boris
Gobille), il maggio-giugno 1968 realmente lepicentro di una larga contestazione, una
galassia di movimenti sociali, politici e culturali molto diversi che si giustappongono
nel tempo e interferiscono con mutazioni profonde, in parte leggibili molto prima del
maggio 1968. Ma la cronologia non lineare e identica per tutti i movimenti e i fatti del
maggio-giugno non giocano sempre un ruolo decisivo, come indicato dalle mobilitazio-
ni di gruppi tanto differenti come i viticoltori o i movimenti delle donne.
Lunit della sequenza storica designata con lespressione anni Sessantotto si fonda
sulla prossimit, addirittura sulla confusione, di spazio di esperienza (il passato mobilizza-
to nel presente) e orizzonte di aspettativa (il futuro atteso) che definisce il regime di sto-
ricit, inteso come rapporto sociale con il tempo, caratteristico del momento-Sessantotto
e legato, al contempo, allaffermazione dellindividuale e del collettivo. Loscillazione della
sequenza si ha a partire dal 1973-1974, cerniera cigolante del periodo, quando lorizzonte
di aspettativa non pi lutopia della speranza rivoluzionaria e di un avvenire radioso, ma
la crisi economica e sociale, la lotta contro la perdita del posto di lavoro e la disoccupazio-
ne di massa. Lindebolimento della cultura sociale della contestazione e la delega alla po-
litica istituzionale nel 1981 (lalternanza politica con larrivo della sinistra al potere) segna
la fine della sequenza contestataria francese. Dalla fine del mese di giugno 68 si fabbrica
una doxa sugli eventi che passa per lattribuzione del senso che loro conferito immedia-
tamente, poi per limposizione nel corso degli anni Ottanta del punto di vista generazio-
nale e di uninterpretazione culturalista e individualista: il Sessantotto sarebbe una disfatta
politica, istituzionale e sociale, ma una vittoria culturale
12
. Nel quadro interpretativo della
storia culturale e della nozione di cultura di massa, levento rivalutato al ribasso
13
. In al-
tri casi, i differenti mali della Francia, segno del suo declino, sono posti come conseguen-
za dellazione e dellopera dei sessantottardi, dove il sessantottardo una figura impro-
babile e necessaria quanto quella del francese medio
14
.
Dalla scena nazionale alle scene locali, diverse fonti permettono di scrivere una storia al-
tra rispetto a quella veicolata dai discorsi politici e dai media su questi eventi che hanno
11
R. Koselleck, Futuro Passato. Per una semantica dei tempi storici, Cluen, Bologna 2007.
12
La cristallizzazione e la generalizzazione di questo punto di vista si esprime nel libro di Arthur Marwick,
The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy and the United States c. 1958-1974, Oxford University
Press, Oxford 1998.
13
J.-F. Sirinelli, Les Vingt Dcisives. Le pass proche de notre avenir (1965-1985), Fayard, Paris 2007.
14
P. Ory, LEntre-Deux-Mai. Histoire culturelle de la France, mai 1968-mai 1981, Seuil, Paris 1983, p. 13.
Dal Maggio 68 agli anni Sessantotto, al 2008. Il caso francese
81
sconvolto in profondit individui, gruppi e istituzioni. Nel maggio-giugno 68, le mani-
festazioni studentesche, la critica degli insegnanti nonch la proposta di una gestione pa-
ritaria delle facolt hanno distrutto luniversit napoleonica e, con la legge Edgar Faure
adottata nel novembre 1968, stata fondata una nuova universit. Il 1968 anche il pi
grande sciopero generale della storia del XX secolo, con delle conquiste non da poco in
materia di salari e di rappresentanza sindacale nellimpresa, ma lorganizzazione del la-
voro e i rapporti gerarchici non sono stati modificati malgrado la loro rimessa in causa
nel maggio-giugno 68. Tutti gli strati sociali sono stati attraversati da questa rimessa in
questione e le prese di parola nello spazio pubblico (Michel de Certeau) hanno contri-
buito a una decompartimentazione sociale e a delle azioni di solidariet e di fraternit
tra gruppi sociali e individui. Si tratta forse di uno dei rari momenti della storia france-
se, con la Comune del 1871, in cui il motto rivoluzionario libert, uguaglianza, frater-
nit stato effettivamente messo in pratica. La contestazione politico-socio-culturale
proseguita negli anni seguenti, almeno fino alla fine del decennio.
Interpretazioni, storia e memorie
Sociologi, filosofi e saggisti hanno scritto molto sullinterpretazione generale di quello
che stato chiamato mistero, seguendo il Michel Foucault analista degli eventi in Tu-
nisia, dove insegnava
15
. Pierre Nora, nel 1992, nella conclusione dei Luoghi della memo-
ria dal titolo Lera della commemorazione, afferma che nel caso del 1968 levento non
ha un senso che non sia commemorativo
16
.
Commemorazione, rammemorazione, celebrazioni decennali, sono vari i termini
per qualificare il processo che si ritiene sia in grado di annodare storia e memoria. Si
pu parlare di un processo di commemorazione-celebrazione rampante che comincia nel
1973, con la cancellazione progressiva delle organizzazioni di estrema sinistra e con lini-
zio della voga editoriale dei percorsi autobiografici, che culmina nellabbondante raccol-
to del 1978 e riappare poi a intervalli regolari, spesso nel mese di maggio, per sbocciare
nel 1987-1988. Le riviste letterarie e i settimanali ritornano periodicamente sullinter-
rogativo: Cosa sono diventati?, facendo un Whos Who generazionale in cui vengono
sottolineate le riuscite mediatiche ed economiche. Il romanzo-verit in due tomi Gnra-
tion Les Annes de rve del 1987 e Les Annes de plomb del 1988 sembrano fissare
la storia. Il successo commerciale di queste opere giornalistiche basate su fonti orali e
scritte scaturisce dalla narrazione acuta con cui i due giornalisti, Herv Hamon e Patrick
Rotman, colgono fatti e intrighi ignorati da molti, anche se il campione degli intervista-
ti lungi dallessere rappresentativo ed limitato essenzialmente a coloro che, studen-
ti o insegnanti, nel 1968 avevano pi o meno venticinque anni e gi una solida esperien-
15
Termine ripreso da Le mystre 68, Le Dbat, nn. 50-51, 1988. Per un comodo panorama delle interpre-
tazioni, si veda la rivista Pouvoirs, n. 39, numero speciale sul maggio 68, 1986; e A. Prost, Quoi de neuf sur
le mai franais?, Le Mouvement Social, aprile-giugno 1988, n. 143. M. Zancarini-Fournel, Les interprta-
tions de mai 68: approche historiographique, Lettre dinformation IHTP, 1996.
16
P. Nora (a cura di), Les Lieux de mmoire, t. III, Les France, 3, De larchive lemblme, Gallimard, Paris
1992.
Michelle Zancarini-Fournel
82
za militante nel Quartiere latino. Il 1988 pu allora essere analizzato come la pavana
di una generazione
17
. Nel 1994, un quarto di secolo dopo il 1968, fermo immagine sui
sessantottardi in Rolls Royce
18
: i luoghi comuni si elaborano cos. La pregnanza del-
la crisi economica e delle sue conseguenze sociali, laccrescimento delle ineguaglianze e
limposizione del concetto e della realt dellesclusione non sono senza effetto su questa
immagine di un contrasto tra le riuscite di alcuni e i loro discorsi rivoluzionari di gioven-
t. La commemorazione trentennale del 1998 fu pi incolore, da questo punto di vista.
Quella del 2008 sovrabbondante, con un ritorno sulla scena degli operai e delle situazio-
ni locali. Oggi si pu riflettere sugli usi politici del passato e sullutilizzo del 1968 come
modello negativo, nel discorso politico della sinistra come in quello della destra. cos
che sono denunciati lindividualismo e il libertarismo, lavvento del desiderio e il rifiuto
di ogni autorit riassunto nello slogan vietato vietare. Il libro di Jean-Pierre Le Goff,
pubblicato nel 1998, Mai 68, lhritage impossible (cio: Maggio 68. Leredit impossi-
bile) sistematizza questa strumentalizzazione del passato
19
.
Con laiuto delle numerose tracce del passato, possibile costruire un discorso sto-
rico che sia lontano dalle interpretazioni globalizzanti prodotte sul momento o a poste-
riori. Un discorso storico che resista al debordare della memoria. Oggi c una forma di
sacralizzazione della memoria che parte di una tensione tra la veridicit del discorso
storico e la sua funzione sociale e memoriale. Le tracce del passato, la creta cui lo storico
deve dar forma, non sarebbero niente pi che il supporto di una storia concepita come
un gioco di specchi che contribuirebbe allistituzione di una memoria nazionale che fon-
da lidentit francese, occupa lintegralit del campo storico e cancella tutte le memorie
plurali, frutto di esperienze diverse. Si tratta dunque di vedere in che misura gli eventi
di quegli anni abbiano piegato, rotto, temporaneamente o per sempre, destini, itinerari;
come quegli anni siano stati vissuti; come, in fondo, abbiano trasformato i modi di fare,
di vedere, di sentire, di morire o di vivere.
Circolazioni
Spostare lo sguardo dal maggio-giugno 1968 agli anni Sessantotto permette di ricolloca-
re levento nella media durata, di articolare in tal modo una cronologia corta e un tem-
po pi lungo e di confrontarli con le esperienze storiche di altri Paesi che hanno cono-
sciuto nello stesso periodo dei movimenti culturali, sociali e politici che accompagnano
o fanno nascere, in modalit diverse, trasformazioni profonde.
In effetti, in differenti regioni del mondo si sviluppano dei fenomeni sociali che han-
no abbastanza punti in comune perch si sia potuta avanzare la categoria interpretativa
di sollevazione mondiale della giovent. Ci non toglie che le coincidenze temporali
debbano essere interrogate al di l delle evidenze di superficie. Ci si accorge allora che
17
Lespressione di Jean-Pierre Rioux, cfr. A propos des clbrations dcennales du mai franais, Vingtime
sicle, revue dhistoire, n. 23, luglio-settembre 1989.
18
Espressione impiegata nel 1994 da uno dei dirigenti del movimento studentesco.
19
J.-P. Le Goff, Mai 68, lhritage impossible, La Dcouverte, Paris 1998; F. Hartog, J. Revel (a cura di), Les
usages politiques du pass, Editions EHESS, Paris 2001.
Dal Maggio 68 agli anni Sessantotto, al 2008. Il caso francese
83
le specificit nazionali e le sfasature cronologiche sono tuttaltro che inapprezzabili, ma
soprattutto che queste portano una luce particolare sugli echi possibili, qui o l, di real-
t storiche lontane nello spazio, se non addirittura nel tempo. Da questo momento in
poi, gli scambi acclarati di pratiche, di idee, di forme di intervento nello spazio pubbli-
co concorrono a mettere in luce delle posture e delle aspirazioni comuni, un senso di ap-
partenenza a un medesimo processo che si dispiega storicamente in forme diverse e ta-
lora contraddittorie. Non possibile qui condurre uno studio comparativo, ma soltanto
sottolineare schematicamente queste distinzioni e queste influenze reciproche.
I Paesi europei, ad Est come a Ovest, gli Stati Uniti come il Giappone, sono attra-
versati da diversi movimenti di contestazione e, al contempo, si devono confrontare con
mutazioni profonde. Se la giovent, soprattutto studentesca, ovunque attiva, il feno-
meno tocca a volte altri gruppi sociali, ma in modo diseguale e differenziato a seconda
del Paese: contadini in Giappone, operai in Italia e Francia, neri americani. I punti che
caratterizzarono la contestazione furono la diffusione di una contro-cultura propria a
una specifica classe det, lanti-imperialismo e ladozione di idee e pratiche di interven-
to inedite. Ovunque si ha una radicalizzazione dopo il 1965 attorno alla protesta con-
tro limperialismo (americano nei Paesi occidentali e in quelli del Terzo Mondo, russo
in Europa dellEst), marcate da violenze e talora, localmente, da scontri con la polizia.
Lanti-imperialismo e il terzomondismo sono tra laltro una miniera di eroi mitici: Che
Guevara, Fidel Castro, Ho Chi Minh e Mao Tse Tung, visto allora come la guida della
giovent cinese delle Guardie Rosse. Modi di manifestare, idee e pratiche circolano tra
i movimenti di Paesi differenti. Le immagini diffuse dalla televisione nel mondo intero
dei gruppi compatti di studenti giapponesi con i caschi in testa e armati di lunghe aste
di bamb furono un modello per i servizi dordine delle organizzazioni studentesche eu-
ropee. Il 4 febbraio 1960 fa la sua comparsa, nella Carolina del Nord, un elemento nuo-
vo nel repertorio di azioni, il sit-in, realizzato per la prima volta davanti a un supermer-
cato che praticava la discriminazione razziale. Conosciuto in Francia tramite i reportage
dei programmi televisivi sulla segregazione nel Sud degli Stati Uniti e le immagini del-
la rivolta dei Neri (presentati dalla televisione francese come degli eroi positivi), il sit-
in viene imitato in Francia a partire dal 1963 dagli operai in sciopero di Grenoble. La
contestazione culturale e lagitazione nei campus universitari americani si sviluppa ver-
so il 1964-1965 attorno allorganizzazione studentesca SDS (Students for a Democratic
Society), che preconizza la democrazia diretta, il rifiuto del leader e la presa di parola. Il
Free Speech Movement si diffonde in California, a Berkeley, e rivendica il diritto di libe-
ra espressione e di propaganda politica allinterno delluniversit. A partire dal 1965, in
Francia, le riviste Socialisme ou barbarie e Partisans presentano il movimento sta-
tunitense per la libert di espressione e per i diritti civili
20
. Nei Paesi Bassi, lazione dei
Provos temporalmente sfasata rispetto a quella degli altri movimenti studenteschi oc-
cidentali, che culminano nel 1968. Nato nel 1965, il gruppo si autodissolve il 13 maggio
1967. Una delle sue costanti di aver funzionato, se non senza una figura di punta, per-
lomeno senza un capo e senza unorganizzazione strutturata, rifiutando ogni forma di
20
Socialisme ou barbarie, n. 39, mars-avril 1965 e n. 40, giugno-agosto 1965; Partisans, n. 23 novembre
1965.
Michelle Zancarini-Fournel
84
potere, cosa cui si ispireranno gli studenti di Nanterre del Movimento del 22 marzo, a
cominciare da Daniel Cohn-Bendit.
Montaggio
Una volta stabilito che non si tratta di inscrivere questa storia sociale delle contestazio-
ni n in una memorialistica del singolo evento, n in uninterpretazione globalizzante o
univoca, una volta posto che conviene situarla entro limiti cronologici e spaziali larghi,
che non si alla ricerca di una qualche improbabile causalit unica, resta ancora da pre-
cisare quali sono i momenti e le tappe che possono essere privilegiati, quali gli elementi
passibili di una messa in serie, quali insiemi di indizi e prove possono essere costituiti.
In effetti, per quanto il nostro percorso non possa affrontare gli elementi di questo
momento storico, vi un inizio e vi una fine, scelti basandosi sulla convinzione che
degli atteggiamenti e delle scelte, collettivi e individuali, sono possibili a partire da una
situazione data e che non lo sono pi allorch si delinea unaltra congiuntura. Sposta-
menti, trasformazioni, sfasature, slittamenti e rotture si compongono e alternano sen-
za soluzione di continuit. Dovendo per fissare dei confini precisi si possono proporre
quelli costituiti dagli anni 1962 e 1981, con a monte la fine delle guerre coloniali e lap-
provazione del referendum per lelezione del Presidente della Repubblica a suffragio
universale e, a valle, lingresso di Franois Mitterrand allEliseo. Il 1962 segna lapertu-
ra di relazioni politiche differenti tra gli attori sociali e il cambiamento della percezione
sullo status della Francia (grazie, al contempo, al rapporto diretto tra cittadini e Capo
dello Stato con lelezione diretta e alla fine dellimpero coloniale, con il crollo del mito
di una potenza francese estesa oltre i confini dellesagono, mentre si fanno i primi pas-
si nella costruzione dellEuropa politica); il 1981 inaugura, da una parte, una fortissima
delega delle responsabilit, accettata anche da coloro che pi erano stati attivi in prece-
denza e, dallaltra, un indebolimento decisivo, nelle culture politiche e sociali della sini-
stra, dellidea di rivoluzione.
Allinterno di questa cronologia articolata sulla media durata, il tempo ravvicinato
dei differenti movimenti sociali introduce dei tagli temporali divergenti. Lunit al-
lora da ricercare nellanalogia degli atteggiamenti e delle posture, pi che nellidentit
dei riferimenti dottrinali e dei progetti. La legittimit non si confonde pi con la legali-
t e deve, secondo questi uomini e queste donne, essere passata al vaglio delluguaglian-
za nelle sue diverse forme (tra le regioni e Parigi, in fabbrica e tra i sessi). Per trattare
questo periodo e questi eventi si portati a insistere sulla costante articolazione degli
interventi individuali e di quelli collettivi cosa non priva di contraddizioni e conflit-
ti , sullaffermazione delle soggettivit, sulla complessit inedita e cosciente dei rap-
porti tra i sessi, in particolare grazie al posto che il movimento delle donne si conqui-
sta nella dinamica degli anni Sessantotto. Il discorso storico deve adattarsi a una serie
di accelerazioni e rallentamenti sino a dei veri e propri fermi immagine, poich la na-
tura e il ritmo dellesposizione sono condizionati dalle singole messe a fuoco prescel-
te. In tal modo, le cesure e le partizioni, le tappe e le svolte non sono strettamente di-
pendenti dalla storia delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati, dei gruppi politici o da
quella dello Stato.
Dal Maggio 68 agli anni Sessantotto, al 2008. Il caso francese
85
Ecco perch gli anni Sessantotto possono essere presentati in tre momenti che defi-
niscono delle temporalit: Il campo dei possibili (1962-1968), Lepicentro (maggio-
giugno 1968) e, infine, Le contestazioni, lordine e la legge (1968-1981).
In primo luogo, Il campo dei possibili identifica, nel periodo che precede il 1968,
le mutazioni in corso cos come certi luoghi e momenti del cambiamento sociale. Senza
peraltro giocare necessariamente un ruolo diretto nel maggio-giugno Sessantotto, la cit-
t di Grenoble pu fungere da esempio in quanto simbolo della modernit, dellintro-
duzione graduale nel dibattito pubblico di temi inediti (contraccezione e aborto, parte-
cipazione diretta allamministrazione locale, nuove relazioni in fabbrica, dov messo in
causa lordine familiare, industriale o politico). In questo periodo, la giovent si impone
come un problema per la comunit nazionale e alcuni giovani prendono coscienza del-
le specificit irriducibili della loro situazione, dei loro desideri e della loro potenziale in-
fluenza sul corso delle cose, cercando con loccasione una convergenza a livello di azione
con altri gruppi sociali (in particolare con gli operai). Infine, nei conflitti specifici che ri-
guardano categorie poco portatrici di un discorso modernista (minatori, contadini), for-
me di azione inedite marcate dalla violenza e oltrepassanti i limiti della legalit (soprat-
tutto nellOvest) vengono allordine del giorno, prima che le lotte studentesche non
riassumibili nella storia della nascita dei diversi gruppuscoli gauchisti usciti dalla crisi
dellUnione degli studenti comunisti (UEC) non favoriscano una politicizzazione e una
radicalizzazione crescenti della protesta contro lordine stabilito.
Lepicentro analizza le molteplici modalit di dispiegamento dellevento nel mag-
gio-giugno 1968. La rimessa in causa dellinterpretazione, contemporanea e posteriore,
che costruisce unimmagine strettamente parigina della crisi, per di pi spesso concen-
trata nella scorciatoia immaginosa dellevento-critico ( Bourdieu) della notte delle bar-
ricate parigine del 10-11 maggio, passa in effetti per la messa in evidenza delle distin-
zioni che emergono nello spazio e nel tempo. La centralit studentesca non deve, quale
che sia il suo effetto di trascinamento, portare a cancellare lo sviluppo di modi dazio-
ne e di rivendicazioni differenziate proprie alle diverse citt e alle diverse regioni, e que-
sto fino al cuore del mese di giugno. Nel tempo, conviene distinguere quattro momenti
che si succedono e giustappongono: la rivolta studentesca e liceale; a partire dal 13 maggio
e sino a met giugno, lo sciopero generale e le occupazioni delle fabbriche, delle facol-
t e dei licei; il momento della crisi politica, dal 24 al 30 maggio, sviluppatosi attorno a
una sindrome da guerra civile e divisione della nazione, con un avvio e un ritorno deter-
minato dal generale de Gaulle; infine, lungo tutto il mese di giugno, la ricostituzione di
un compromesso repubblicano. Il compromesso finale marcato, nellautunno seguen-
te, dalla nascita di un nuovo sistema universitario (legge Edgar Faure, novembre 1968) e
dallistituzionalizzazione del sindacalismo (legge sulla sezione sindacale di fabbrica, di-
cembre 1968). Il tutto, peraltro, non senza faglie: le dimissioni del Presidente della Re-
pubblica, meno di un anno pi tardi (aprile 1969), ne una conseguenza indiretta, e il
riflesso di queste faglie nella societ francese pu essere letto nella permanenza, in tutti
gli anni successivi, di forme di contestazione diverse quanto vivaci.
Nellultima parte degli anni Sessantotto si sviluppa in effetti un movimento policen-
trico e polimorfo, aggregazione di scelte individuali e collettive, nato in differenti gruppi
o categorie sociali (giovani scolarizzati, femministe, omosessuali, operai, militanti regio-
nalisti, immigrati, nascita di un movimento ecologico e anti-nucleare, ecc.) che inten-
Michelle Zancarini-Fournel
86
de colpire alla base, trasformare o riformare lordine e la legge, tramite pratiche priva-
te come mediante interventi nella sfera pubblica. Una guerra civile fredda articolata
attorno alla coppia repressione/contestazioni violente e alimentata dallimmaginario so-
ciale dello scontro, condiviso dal Ministero dellInterno e da certi gruppi dellestrema
sinistra, persiste fino al 1974 e, episodicamente, oltre. Le riforme del liberalismo giscar-
diano nel 1974-1975 e la percezione della crisi economica contribuiscono senzaltro a
favorire una traduzione pi istituzionale di questi conflitti, ma lambiguit di questa via
emerge in occasione dello scacco dellunione della sinistra nel 1977 (dopo limmensa
speranza nata nel 1972 con la firma dellaccordo PCF-PS), con la sua conseguenza elet-
torale nella sconfitta del 1978, e con lo choc delle ristrutturazioni industriali. Nasce qui
il declino elettorale del partito comunista francese. Non resta allora che la speranza di
unalternanza politica e presidenziale, con il maggio del 1981.
Per concludere, si pu dire che la permanenza quarantennale nel discorso pubblico
del riferimento al 1968 porta a pensare che si potrebbe riprendere, per questo lasso di
tempo, la nozione di sindrome impiegata a suo tempo da Henry Rousso, partendo
dal regime di Vichy (1940-1944), per il successivo periodo 1945-1975
21
. La conclusio-
ne chiamerebbe in causa il referendum con cui la maggioranza dei francesi ha respinto
la costituzione europea nella primavera del 2005, dove il no era difeso dal Partito co-
munista e da una coalizione di gruppi di estrema sinistra che denunciavano, ironia della
storia, il liberal-libertario Daniel Cohn-Bendit, vecchio leader di Nanterre e del Mo-
vimento del 22 marzo nel 1968, divenuto nel frattempo deputato verde europeo e parti-
giano con altri, tra cui il Partito socialista del s. Lo slogan sarebbe allora: 1968,
s o no.
BIBLIOGRAFIA
Damamme, D., Gobille, B., Pudal, B., Matonti, F. (a cura di), Mai-Juin 68, Editions de lAtelier,
Paris 2008.
Gobille, B., Mai 1968, La Dcouverte, Paris 2008.
Zancarini-Fournel, M., Les annes 68: le temps de la contestation, co-direzione con R. Frank, G.
Dreyfus-Armand e M.F. Lvy, Complexe, Bruxelles 2000.
Zancarini-Fournel, M., Le Moment 68. Une histoire conteste, Le Seuil, Paris 2008.
Zancarini-Fournel, M., 68 une histoire collective (1962-1981), co-direzione con P. Artires, La D-
couverte, Paris 2008.
FILMOGRAFIA
Reprise, di Herv Le Roux, 1996.
Lip, limagination au pouvoir, di Christian Rouaud, 2007.
21
H. Rousso, Le syndrome de Vichy, Le Seuil, Paris 1987.
87
GLI SCIOPERI OPERAI DEL MAGGIO-GIUGNO 1968:
LINIZIO DI UNINSUBORDINAZIONE PROLUNGATA
Xavier Vigna
La comparazione tra i movimenti di sciopero in Italia e Francia comincia allinizio degli
anni Settanta, quando i militanti francesi, soprattutto di estrema sinistra, sinteressano
alla situazione italiana. Questa comparazione tradizionale si poi fissata in una opposi-
zione tra un maggio 68 francese (breve, essenzialmente studentesco, piuttosto paci-
fico) e un maggio rampante italiano (lungo, pi operaio e marcato dalla violenza, poi
dal terrorismo). Lintroduzione nella storiografia francese, da una decina danni a que-
sta parte, della nozione di anni 68, che fa del 1968 un perno inserito in una crono-
logia pi ampia, invita per a riconsiderare questa opposizione. Lungi dal costituire un
fuoco di paglia, gli scioperi operai del maggio-giugno 1968 in Francia aprono in effetti
sul piano nazionale un ciclo di insubordinazione che arriva allincirca fino al primo se-
mestre 1979. Questa la tesi che intendiamo propugnare nellanalisi degli scioperi ope-
rai nel maggio-giugno 1968 in Francia
1
.
Un movimento di sciopero eccezionale
Il carattere eccezionale del movimento dipende dalla sua ampiezza, che si declina in tre
modalit principali. La pi manifesta la sua durata.
Il movimento di sciopero comincia con la giornata dello sciopero generale del 13
maggio, indetta dallinsieme delle organizzazioni sindacali per protestare contro la re-
pressione poliziesca nei confronti degli studenti nella notte delle barricate del 10 e 11
a Parigi. Il luned 13 si svolgono allora pi di 450 manifestazioni in tutto il Paese, con
numerosi partecipanti nelle citt operaie. Ma la mobilitazione si traduce prima di tut-
to nello sciopero. In mancanza di una valutazione nazionale, verifiche locali testimonia-
1
Questa tesi loggetto della nostra opera: Linsubordination ouvrire dans les annes 68. Essai dhistoire
politique des usines, PUR, Rennes 2007.
Xavier Vigna
88
no di uno sciopero molto partecipato nel Nord e nella regione parigina, contrariamente
a quanto accadde nellEst. Al di l delle sfumature regionali, il successo dello sciopero
reale. Molti operai si mobilitano per una giornata che funziona come un vero e pro-
prio calcio dinizio.
In effetti, a partire dal 13 maggio monta unonda di scioperi senza precedenti che
dal 20 conquista tutto il Paese. Senza che vi siano mai state delle consegne nazionali n
un comitato centrale di sciopero come nel 1947, il movimento si diffonde alla base, dove
lo sciopero diventa generalizzato. Il mese di giugno marcato da un lento riflusso dello
sciopero, che nel settore metallurgico, in alcune parti della regione parigina e della Mo-
sella si prolunga fino a inizio luglio, e ci malgrado le consegne sindacali, la messa in sce-
na della ripresa del lavoro e gli interventi ripetuti delle forze dellordine per liberare i
locali occupati. Gli scioperi operai durano quindi circa due mesi. Bisogna allora chiama-
re questo movimento movimento del maggio-giugno 1968.
Il carattere chiaramente nazionale del movimento contribuisce ugualmente alla sua du-
rata ed un aspetto della sua ampiezza. Nessuna regione francese ne resta estranea, anche
se la mobilitazione pu variare. La larga diffusione geografica costituisce uno degli effet-
ti paradossali del decentramento industriale iniziato nel 1955
2
. Questa situazione, che ha
toccato in un primo tempo le regioni di vasta parte del Nord-Ovest, ha favorito lo sboccia-
re di scioperi operai a Caen, in gennaio e poi nel maggio-giugno 1968, ma anche nella Loi-
ra, nella regione del Centro o in Bretagna. Il movimento interessa per dapprima i grandi
bastioni industriali, il Nord e il Pas-de-Calais per esempio, o la banlieue parigina, intera-
mente paralizzate dallo sciopero. Nel Nord lo sciopero massiccio in particolare nei gran-
di stabilimenti industriali. Il 26 maggio il numero di fabbriche del settore privato in scio-
pero raggiunge unampiezza notevole e paralizza tutta la regione: pi di 800 fabbriche in
sciopero di cui 349 occupate, contro le 284 (di cui 78 occupate) nel Pas-de-Calais
3
.
Ma la novit consiste nellaffermarsi del movimento nelle regioni pi improbabili. A
Cannes, la zona industriale di La Bocca scossa non dallagitazione di qualche cineasta,
ma dai dibattiti sulla co- o auto-gestione animati da un gruppo di raccordo. Tale novit
si deve anche allopera di militanti della giovane CFDT, come coloro che dirigono lo scio-
pero nello stabilimento chimico di Saint-Auban, nella regione delle Basses-Alpes
4
.
La mobilitazione nazionale coinvolge linsieme dei rami industriali, al di l dei gran-
di comparti maschili come la metallurgia e le miniere. La chimica come il tessile, lelet-
tronica come lalimentare sono toccati dal movimento, che di conseguenza attira anche,
in questi anni di industrializzazione sostenuta, nuovi operai e nuove operaie. In totale,
in queste settimane febbrili, sono non meno di sette milioni i salariati che si mobilitano
scendendo in sciopero, di cui la met operai, cosa che fa del 1968 la pi grande ondata
di scioperi nella storia del Paese.
Oltre alla sua durata e al suo carattere nazionale, il movimento del maggio-giugno
1968 si caratterizza anche per il suo repertorio di azioni, che presenta due elementi pe-
2
P. Durand, Industrie et rgions, La Documentation franaise, Paris 1974; P. Caro et alii (a cura di), La
politique damnagement du territoire. Racines, logiques et rsultats, PUR, Rennes 2002.
3
Bulletin de Renseignements, n. 1 de la 2
e
Rgion militaire: gendarmerie nationale, AD Nord 1008 W 18.
4
Archives CFDT 7 H 58.
Gli scioperi operai del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione prolungata
89
culiari. Anzitutto, gli operai occupano le fabbriche. A tal riguardo, la comparazione
spontanea con il 1936 rischia di falsare la prospettiva, minimizzando la trasgressione
messa in atto. Di fatto, loccupazione dei locali di lavoro costituisce una violazione di
domicilio, che resta perci proibita. La sua diffusione nel 1968 obbliga di conseguenza a
esaminare il senso della risoluzione assunta dagli scioperanti. Essa costituisce una presa
di controllo di un territorio senza e contro la direzione della fabbrica. Allinizio, in una
logica di sciopero lampo, loccupazione mira a impedire la serrata o il proseguimen-
to dellattivit grazie ai crumiri, nonch a sollecitare lapertura di negoziati. Ma con
la generalizzazione del movimento, il suo senso si modifica, inscrivendosi allora in un
rapporto di forza sul piano nazionale che mira a ottenere dalla controparte padronale
delle concessioni di ampia portata nei negoziati intercategoriali o di settore, per analogia
con le conquiste del Fronte popolare, il cui ricordo incantatore ha forte presa nel mondo
operaio. Meglio, loccupazione incoraggia i sogni a occhi aperti dellinstaurazione di un
potere operaio nelle fabbriche, tanto pi che essa autorizza esperienze limitate di prose-
guimento o ripresa delle attivit come nello stabilimento Perrier di Montigny-le-Breton-
neux o alla Pchiney di Nogures, nei Pirenei Atlantici
5
.
Soprattutto, alle occupazioni si aggiungono, in un primo tempo, i sequestri. Linizia-
tiva degli operai della Sud-Aviation su questo determinante: il 14 maggio proseguono
lo sciopero, ma la loro determinazione si manifesta soprattutto attraverso il sequestro di
quindici giorni inflitto al direttore della fabbrica e a cinque suoi collaboratori. Dallin-
domani, quando i metallurgici di Clon entrano in sciopero, si ricorre allo stesso mezzo
per costringere la direzione a negoziare
6
. Il sequestro sembra cos diffondersi e costitui-
re, in certe regioni e nei primissimi giorni del movimento, il corollario delloccupazione.
il caso della Senna Marittima e, in particolare, nella zona di Rouen, con sei casi di se-
questri, ma anche a Orlans o nellAisne o nel Nord. In totale, i dieci casi attestati che
abbiamo rilevato non corrispondono che a una parte della realt. La cronologia ci in-
vita a tener conto che, allinizio del movimento, gli operai in sciopero erano ben decisi
sia a occupare che a sequestrare. In tal modo il movimento si radicalizza anche nella sua
componente operaia
7
. Bisogna prenderne le misure, inscrivendolo nella storia lunga del
movimento operaio. Ampiezza e radicalit funzionano oramai di concerto, inserite pe-
raltro in una certa tradizione.
Un movimento nella tradizione?
Linserimento del 1968 nella tradizione marcato anzitutto dal peso del meccanismo
della delega, che conosce nel 1968 una tripla declinazione. I delegati del personale, isti-
tuiti ancora dal Fronte popolare, giocano un ruolo cruciale. Eletti dai loro colleghi e nel-
5
D. Kergoat, Bulledor ou lhistoire dun mobilisation ouvrire, Seuil, Paris 1973, pp. 118ss.; G. Vindt, Les
hommes de laluminium. Histoire sociale de Pchiney (1921-1973), Editions de lAtelier, Paris 2006.
6
AA.VV., Notre arme, cest la grve, Maspero, Paris 1968.
7
Michael Seidman menziona ugualmente qualche tensione, anche fisica, in regione parigina e in particolare
nella Val dOise: cfr. M. Seidman, The Imaginary Revolution. Parisian Students and Workers in 1968, Berghahn
Books, New York-Oxford 2004, p. 173.
Xavier Vigna
90
la maggior parte dei casi presentati nelle liste sindacali delle grandi fabbriche, questi de-
legati hanno conquistato la loro legittimit nelle lotte precedenti e per questo incarnano
lantagonismo al mondo padronale. Ne segue del tutto naturalmente che sta a loro redi-
gere lelenco delle rivendicazioni, talora sotto dettatura da parte dei loro colleghi di of-
ficina, altre volte riprendendolo dagli archivi sindacali. Allo stesso modo, tocca al comi-
tato di sciopero organizzare loccupazione, cio al contempo sorvegliare la fabbrica ma
anche occupare gli occupanti, attivit sportive o artistiche comprese; ugualmente, il co-
mitato di sciopero, che funziona di solito come un cartello intersindacale, prende in ca-
rico il rapporto con le fabbriche vicine, con le camere del lavoro, lunione sindacale lo-
cale etc. Sta infine alle organizzazioni sindacali di negoziare, anzitutto, a livello nazionale
e interprofessionale, poi per settori ed eventualmente per azienda.
Nel maggio-giugno 1968 questo meccanismo per delega egemonico, soprattutto
perch domina il modello del comitato di sciopero, organizzato in modalit intersinda-
cale e composto da operai con mandato sindacale. Lo sciopero resta largamente sotto la
guida degli specialisti, anche se il loro profilo sociologico (et, qualifica, nazionalit) non
corrisponde che approssimativamente, se non alla lontana, a quello della massa degli
operai e delle operaie
8
. Questo dominio sindacale sanziona e al contempo probabilmen-
te amplifica una certa diserzione da parte degli operai. Di fatto, la presenza operaia nel-
le occupazioni si fa talora evanescente. Certi scappano dalla fabbrica perch non la reg-
gono pi, nemmeno occupata; altri ne approfittano per prendersi delle vacanze, o per
scoprire altri luoghi e/o altre occupazioni, in particolare nei locali universitari. Gli ope-
rai contadini, infine, dedicano lo sciopero al lavoro sulle loro terre o si fanno assumere
da qualche parte quando c bisogno di manodopera agricola. Alla Peugeot di Sochaux,
per esempio, numerosi operai continuano a vivere a svariate decine di chilometri dalla
fabbrica e conservano un piccolo terreno. Una situazione del genere spiega come mai gli
operai che occupano la fabbrica scendano a... trentasette nel week-end dellAscensio-
ne e non raggiungano quasi mai quota trecento, mentre le cinque fabbriche messe insie-
me contano circa diciassettemila operai!
9
Questi limiti spiegano daltronde i virili appelli
alla spedizione punitiva che si cerca di lanciare nel Nord contro gli operai che, sfruttan-
do la lotta in corso, se ne sono andati a lavorare nella campagne di Cambrai
10
.
La pregnanza di questa tradizione di delega conferisce unimportanza particolare ai
negoziati tripartiti tenuti al Ministero degli Affari Sociali di rue de Grenelle dal 24 al 27
maggio tra rappresentanti dello Stato, delegati sindacali e padronali. Da questo punto
di vista, il compromesso cui si arriva in chiaroscuro. Tra le conquiste pi importanti vi
sono un forte rialzo del salario minimo (35%) e il riconoscimento della sezione sindaca-
le dimpresa. Per il resto, i guadagni sono oltremodo misurati: praticamente non c di-
minuzione della durata settimanale dellorario di lavoro e laumento dei salari (7% in
giugno, 3% in ottobre) si rivela molto moderato, se confrontato al 6 e 7% ottenuti ne-
gli anni precedenti, ma senza il ricorso a un movimento straordinario
11
. Soprattutto, i
8
Si veda il film Citron Nanterre en mai-juin 1968, collectif Arc, 1968.
9
N. Hatzfeld, La grve de mai-juin 1968 aux automobiles Peugeot Sochaux, Tesi di Laurea, Universit Paris
VIII, 1985.
10
AD Nord, 1008 W 18.
11
E. Morin, C. Lefort, C. Castoriadis, Mai 68: la brche, Complexe, Bruxelles 2008 (2
e
d.), p. 122.
Gli scioperi operai del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione prolungata
91
negoziati non prevedono mai la bench minima trasformazione dei rapporti sociali o
dellorganizzazione del lavoro. Malgrado questi risultati molto moderati e davanti a un
movimento che tende a sfuggirgli di mano, Georges Sguy presenta il bilancio di Gre-
nelle come un risultato significativo e spinge, alla pari di altri dirigenti della CGT, in fa-
vore di una ripresa del lavoro
12
. Questa pressione si conferma e si accentua non appe-
na si ha lo scioglimento dellAssemblea nazionale decretato dal generale de Gaulle il 30
maggio, con la conseguente necessit dellorganizzazione di elezioni legislative. Di fat-
to, la CGT, e in una misura minore la CFDT, incoraggiano la ripresa del lavoro. Il 5 giu-
gno, per esempio, lUfficio confederale della CGT dichiara che ovunque le rivendica-
zioni essenziali siano state soddisfatte, linteresse dei salariati di pronunciarsi in massa
per la ripresa del lavoro nellunit
13
. Lincoraggiamento, che sfiora la consegna, spinge
daltronde i ferrovieri a riprendere il lavoro lindomani. Lorgano del Partito comunista
LHumanit moltiplica i titoli che traducono questo richiamo insistente. Pressioni ricor-
renti di questo tipo nutrono la conclusione, talora accusatoria, secondo cui esse avreb-
bero imbrigliato il movimento in maggio per poi liquidarlo in giugno, in modo da pre-
parare meglio le elezioni. Questa accusa alimenter in seguito una certa contestazione
interna, cui fanno cenno i Servizi allorch sottolineano le difficolt della CGT
14
. In que-
sto senso, la moderazione delle centrali sindacali porta a sottolineare un secondo para-
dosso: il pi forte movimento di sciopero francese non ha trasformato in niente la con-
dizione operaia.
Questa moderazione fa tuttuno con unaltra tradizione del movimento operaio,
quella che riguarda la separazione tra sindacalismo e politica. Ereditata da una lettura
della Charte di Amiens della CGT del 1906, questa tradizione proibisce una commistio-
ne delle centrali sindacali con lambito propriamente politico e delega ai partiti la gestio-
ne del Paese o la partecipazione alle elezioni. In una concezione del genere, che segue e
conforta il consenso repubblicano sullelezione quale istanza decisionale, i sindacati de-
vono in qualche modo mettersi da parte: il sociale cede il passo al politico. In tal modo,
il cambio di scenario operato da de Gaulle con lo scioglimento dellAssemblea ratifi-
cato dalle organizzazioni sindacali. Da un lato, la CGT rafforza il suo appello alla forma-
zione di un Governo popolare, al centro della sua strategia fin dal suo XXXIV Congres-
so, nel 1963. Dallaltro, il 29 maggio la CFDT si rimette a Pierre Mends-France quando
sembra profilarsi una crisi di regime, per poi, nel corso della campagna, invitare gli elet-
tori a dare il voto al candidato della sinistra non comunista che pi si apparenta con
le nostre posizioni
15
. Un tale passo indietro dimostra, tra laltro, che lautogestione in
quanto progetto sociale e politico non costituisce un progetto globale alternativo e che,
di conseguenza, lautogestione praticamente non stata una categoria del movimento
nel 1968, in particolare negli scioperi operai.
12
M. Zancarini-Fournel, Retour sur Grenelle: la cogestion de la crise, in G. Dreyfus-Armand et alii (a cura
di), Les annes 68, le temps de la contestation, Complexe, Bruxelles 2000, pp. 443-460.
13
J. Shaefer (a cura di), La grve gnrale de mai 1968, Le peuple, nn. 799, 800, 801, p. 89.
14
Rapporto quotidiano della Direzione centrale dei servizi del 3/7/1968, AN 19820599/42.
15
Dichiarazione della CFDT, 4/6/1968, Positions et actions de la CFDT au cours des vnements de mai-juin
1968, Syndicalisme, p. 162. Sulla CFDT durante tutto il periodo, cfr. F. Georgi, Linvention de la CFDT, 1957-
1970, Ed. du CNRS/LAtelier, Paris 1995.
Xavier Vigna
92
Queste tradizioni di delega non esauriscono peraltro la realt operaia del movimen-
to di maggio-giugno. A lato, e in parte contro tale inscrizione nella tradizione, figura-
no dei fermenti di novit che conferiscono al movimento anche un carattere di evento
inaugurale.
Le premesse di uninsubordinazione prolungata
Il Sessantotto, inteso come contestazione e presa della parola, esuberanza e denuncia
delle vecchie strutture, scuote anche il mondo operaio, che entra in una fase decenna-
le di insubordinazione. Lesuberanza legata a doppio filo al crescere della variet della
scena operaia. Accanto alla figura delloperaio maschio, qualificato, francese e adulto ne
spuntano altre: donne, immigrati, spesso classificati come generici o come operai specia-
lizzati, giovani. Questa irruzione delle frazioni dominate dalla classe operaia corrispon-
de per un verso a unevoluzione strutturale: crescita dellimpiego femminile, sviluppo
dellimmigrazione dalle colonie, ringiovanimento demografico legato al persistere, dopo
la Seconda guerra mondiale, di una forte natalit. Di fatto, gli osservatori registrano que-
sta irruzione delle donne e/o degli immigrati, mostrando di vedervi una novit.
I fermenti di novit e i loro potenziali contraccolpi si cristallizzano attorno a tre
elementi: loccupazione notturna delle fabbriche da parte delle donne suscita qualche
preoc cupazione circa la moralit degli scioperanti, tanto che le direzioni di alcuni sta-
bilimenti, per esempio alla Peugeot di Vesoul, non esitano a segnalare con compiacen-
za che la mensa [sarebbe stata] trasformata in casa chiusa. Soprattutto, sono la for-
mulazione delle rivendicazioni come la condotta dei negoziati a decidere del corso dello
sciopero. Le organizzazioni sindacali sono contrariate proprio da questi due altri aspet-
ti decisivi e intendono mantenere le loro prerogative. Alla Renault di Billancourt, fab-
brica faro del Paese con la reputazione di fortezza operaia, degli operai immigrati scri-
vono una piattaforma rivendicativa specifica che la CGT rifiuta ma cui la CFDT assicura
la diffusione
16
. Da quel momento in poi, se la direzione dello sciopero resta appannag-
gio della frazione dominante della classe operaia, quella pi integrata negli apparati sin-
dacali, le frazioni dominate fanno vacillare questa egemonia, colpita impercettibilmen-
te dagli scioperi del 1968.
Questa accresciuta variet della scena operaia si intreccia agli incontri improbabi-
li che il movimento favorisce, nel senso di una certa decompartimentazione sociale
17
.
Complice lo sciopero, la caduta temporanea delle barriere sociali consente agli operai
qualche libera uscita. Quando la tutela sindacale si rivela troppo pesante o rigorista, i
giovani operai raggiungono le universit: se la Sorbona o Censier attirano gli operai pari-
gini, i loro compagni della Renault-Clon si recano al campus di Rouen
18
. Inversamente,
16
Questa piattaforma pubblicata per la prima volta in X. Vigna, J. Vigreux (a cura di), Mai-Juin 1968. Huit
semaines qui branlrent la France, EUD, Dijon 2010, p. 213.
17
X. Vigna, M. Zancarini-Fournel, Les rencontres improbables dans les annes 68, Vingtime sicle, n.
101, janvier-mars 2009, pp. 163-177.
18
Resoconto dello sciopero da parte di J.C. Clario a nome della sezione CFDT di Rhne-Poulenc Vitry, 19
ottobre 1968, archivi CFDT 7 H 45; cfr. anche AA.VV., Notre arme, cest la grve, cit.
Gli scioperi operai del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione prolungata
93
degli studenti vanno ai cancelli delle fabbriche per incontrare la classe operaia, incon-
tri e scambi si hanno nella regione parigina come in provincia, a Nantes, Roubaix, Lione
o Besanon. La miglior prova di questi incontri e di queste alleanze fugaci si trova nella
giunzione che si opera tra studenti di estrema sinistra e operai contro le forze dellordi-
ne dopo lintervento poliziesco allo stabilimento Renault-Flins, il 6 giugno 1968. In ef-
fetti, per vari giorni degli studenti parigini si dirigono verso la fabbrica per prestare man
forte agli operai, nonostante la polizia metta uno sbarramento nellautostrada per bloc-
care i militanti
19
. Ora, nella misura in cui questa solidariet si stretta malgrado le con-
danne del Partito comunista e della CGT, essa parte della riconfigurazione della sce-
na dello sciopero. Da questo punto di vista, lesempio parigino vale per tutta la Francia:
dal momento che la CGT si accanita ad ostacolare questi incontri, la loro realizzazione
esprime un disconoscimento e una rimessa in causa del suo dominio. Allo stesso tempo,
questi incontri improbabili della primavera 1968 abituano gli studenti ad andare ai can-
celli delle fabbriche, come continueranno spesso a fare durante tutto il periodo per so-
stenere linsubordinazione operaia.
La contestazione operaia si alimenta anche di una critica crescente dellorganizzazio-
ne del lavoro. Una tale rimessa in causa favorita dallampiezza del movimento, dalle oc-
cupazioni delle fabbriche e dallintensa circolazione di parole e discorsi che tutto questo
favorisce. Loccupazione sfocia in effetti nellorganizzazione di riunioni o discussioni in-
formali nelle officine o per reparto, nel corso delle quali sono talora redatte le piattafor-
me rivendicative. Di pi, gli operai denunciano il cronometraggio, i ritmi, le condizioni
di lavoro o il sistema salariale. Di fatto, il vaso di Pandora che gli operai scoperchiano,
con una denuncia a volte larvata, a volte esplicita, della fabbrica razionalizzata: a Flins,
per esempio, il sistema salariale ispirato dalla job evaluation loggetto attorno a cui si
cristallizza il malcontento, in particolare nella misura in cui esso pu condurre a un de-
classamento degli operai e quindi a una perdita di salario
20
. Proprio il compromesso di
Grenelle, allineato a una matrice fordista che concede aumenti di salario contro un au-
mento della produttivit del lavoro, elude la realt del lavoro operaio. In effetti, i nego-
ziati, in maggio come in giugno, non trattano dellorganizzazione del lavoro o delle con-
dizioni lavorative. Unomissione del genere spiega come le riprese del lavoro si rivelino
difficili nel giugno 1968, ma soprattutto rende conto del prolungamento dellinsubordi-
nazione operaia durante tutto il periodo sotto forma di una conflittualit aperta.
Infine, la pertinenza dello strumentario sindacale messa in questione soprattutto
durante il mese di giugno, quando il movimento mostra la corda o si esaurisce. Questa
messa in questione interessa in primo luogo la strategia delle organizzazioni, in partico-
lare della CGT. Una delle critiche pi diffuse si appunta sul privilegio accordato al qua-
dro rivendicativo tradizionale, o su uneventuale distacco tra direzioni sindacali e base.
Durante queste settimane di sciopero, tuttavia, pare che certi operai radicalizzino queste
critiche e partecipino alla creazione di strutture operaie non sindacali. Questi progetti
hanno origine in due giudizi distinti circa le modalit di funzionamento delle organizza-
19
J.-P. Talbo, La grve Flins, Maspero, Paris 1968; Archives de la prfecture de police de Paris, FA 270.
20
Si veda il cartellone del film di Jean-Pierre Thorn, Oser lutter, oser vaincre. Flins 1968, Nouvelles presses
parisiennes, Paris 1972, p. 83.
Xavier Vigna
94
zioni sindacali. Si constata, in un primo tempo, che i sindacati non riuniscono linsieme
degli operai. Si tratta quindi, sullonda dello sciopero, di coinvolgere nellazione tutti co-
loro che aderiscono. a tal fine che sono creati i trentanove comitati di base nello sta-
bilimento Rhne-Poulenc di Vitry
21
, in cui sono presenti effettivamente tutti i lavorato-
ri. La seconda messa in questione verte sulla radicalit della contestazione delluniverso
operaio: per certi militanti, per esempio alla Citren di Nanterre, lorganizzazione del la-
voro non colpita dalle rivendicazioni sindacali
22
. Questa sfasatura talora allorigine di
strutture non sindacali. Attaccando in primo luogo il potere che grava sugli operai, pre-
tendendo la rimessa in causa dellinsieme dellorganizzazione del lavoro come della po-
litica salariale, i comitati di base mostrano di proporsi come strumento di una trasforma-
zione completa delle fabbriche. Aspirazioni del genere prevedono un eternizzarsi della
rivolta e una trasformazione della fabbrica in luogo di contestazione ininterrotta.
Al termine di questo studio, ci si accorge di come il concentrarsi sulle organizzazio-
ni del movimento operaio conduca a deformare la realt degli scioperi operai e al rischio
fatale di arrivare alla conclusione di unopposizione sommaria operai/studenti. Gli scio-
peri operai del 1968 costituiscono, al contrario, unillustrazione mirabile delle tensioni
e delle contraddizioni inevitabili tra movimento e organizzazioni e della maniera in cui
levento urta e fa vacillare tutto quello che istituito e le istituzioni stesse, anche sindaca-
li. Questi scioperi si prolungheranno poi all'incirca fino al 1979 nelle lotte dei siderurgi-
ci e in unintensa insubordinazione operaia. Con tale formula indichiamo una contesta-
zione multipla, tanto larvata che aperta, alimentata da un rifiuto dellorganizzazione del
lavoro nelle officine e sfociante in forme di politicizzazione specifica di fabbrica. Questa
si articola attorno a cinque tratti caratteristici:
1) Un mondo sindacale poco rafforzato
Il mondo sindacale conosce un largo rinnovamento in seguito al maggio-giugno 1968,
ma ancora pi notevoli sono la sua frammentazione e le sue divisioni. Per questo mo-
tivo, malgrado il movimento del maggio-giugno o il rafforzamento del suo ruolo istitu-
zionale con il riconoscimento della sezione sindacale di fabbrica, il sindacalismo indu-
striale in Francia non gode di alcuna et delloro negli anni 68, cosa che lo distingue
fortemente dai suoi vicini europei
23
. Le due confederazioni principali, la CGT e la CFDT,
conoscono una situazione molto contrastata. La prima incontra a partire da questo mo-
mento, cio prima dellirruzione della crisi economica, delle difficolt che si traducono
in una stagnazione, poi in un declino degli iscritti, fenomeno che interesser la CFDT alla
fine del periodo
24
.
21
Les Cahiers de mai , n. 2, 1-15/7/1968; sul racconto dello sciopero da parte del segretario della sezione
CFDT, cfr. La grve Rhne-Poulenc Vitry, 6 pp., novembre 1968, archives CFDT 7 H 45.
22
Cfr. il film Citron-Nanterre en mai juin 1968, Collectif Arc 1968.
23
M. Pigenet et alii (dir.), Lapoge des syndicalismes en Europe occidentale, 1960-1985, Publications de la
Sorbonne, Paris 2005.
24
D. Labb, Syndicats et syndiqus en France depuis 1945, LHarmattan, Paris 1996; A. Bvort, Les effectifs
syndiqus la CGT et la CFDT, 1945-1990, Communisme, nn. 35-37, 1993-1994, pp. 87-91.
Gli scioperi operai del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione prolungata
95
Soprattutto, le difficolt della CGT sono riconducibili al moderatismo da essa pro-
mosso, che tende a limitare e, addirittura, a ostacolare le iniziative operaie che essa non
controlli da cima a fondo, tanto pi che il rinnovamento del repertorio dazione accen-
tua la conflittualit nelle fabbriche. la ragione per cui la CGT combatte i gauchisti, non
esitando a fare ricorso alle forze di polizia
25
. Questa evoluzione quasi lesatto opposto
di quella conosciuta dalla CFDT. Questultima in effetti contribuisce potentemente a so-
stenere linsubordinazione operaia, poich la decentralizzazione industriale corrisponde
in parte al suo radicamento territoriale: essa pu cos contare su aderenti pi numero-
si ad Ovest, ma anche in Alsazia o in larga parte del Massiccio Centrale. Tale diffusione
geografica della contestazione si accompagna a una notevole attenzione nei confron-
ti delle frazioni dominate della classe operaia (immigrati, o operaie). Lo sciopero della
LIP nel 1973 a Besanon costituisce lacme di questa fase movimentista, ma anche lav-
vio di un suo ricentramento, sulle prime impercettibile poi esplicito con il congres-
so del 1979
26
.
Queste esitazioni e questi voltafaccia da parte dei sindacati, spesso messi alla berli-
na dai gruppi di estrema sinistra, favoriscono la moltiplicazione, successiva al loro fio-
rire estemporaneo nel maggio-giugno, di organizzazioni a-sindacali spesso effimere, di
comitati dazione, di sciopero, di lotta, ecc. Esse funzionano da interfaccia tra i gruppu-
scoli gauchisti e la base operaia, di cui si pretendono lincarnazione.
2) Gruppi gauchisti tanto deboli quanto influenti
Malgrado il panico del Ministro dellInterno Raymond Marcellin dopo il 1968, le orga-
nizzazioni di estrema sinistra che vanno verso le fabbriche nel nome della centralit ope-
raia, tentando di inserire i loro militanti nei bastioni della contestazione e di farvi pro-
seliti, restano largamente minoritarie. Nondimeno, la scarsit degli effettivi non deve
far sottovalutare il loro ruolo, spesso decisivo, di catalizzatori e diffusori dellinsubordi-
nazione. Per esempio, i Cahiers du Mai, insieme rivista e organizzazione attiva tra il
1968 e il 1973, o La Cause du peuple della Sinistra proletaria hanno anche contribuito a
fare emergere, poi a diffondere una voce operaia esuberante che contrasta con la reto-
rica sindacale ufficiale, spesso affettata. In realt, se le affiliazioni organizzative trockij-
ste o maoiste esitano e fluttuano, lesistenza prolungata delle organizzazioni gauchiste
manifesta la presenza continua di frazioni operaie radicalizzate che contestano lordine
di fabbrica e lavorano per sovvertirlo. Queste frazioni sono le migliori promotrici del-
la contestazione.
25
Nota del sotto-prefetto di Montbliard su Ltat desprit ouvrier, 2/6/1970, AN 770128/214. Si ritrova una
collusione del genere in regione parigina.
26
P. Ronzenblatt, F. Tabaton, M. Tallard, Analyse du conflit Lip et de ses rpercussions sur les pratiques ou-
vrires et les stratgies syndicales, Tesi di dottorato in economia applicata, Paris IX, 1980, 2 voll.; N. Defaud, La
CFDT (1968-1995). De lautogestion au syndicalisme de proposition, Presses de Science-Po, Paris 2009.
Xavier Vigna
96
3) Una conflittualit aperta e nazionale
Su scala locale, sono le questioni di fabbrica a cristallizzare il malcontento operaio e a
conferire alla conflittualit il suo carattere aperto e dunque relativamente continuo. Allo
stabilimento Coder di Marsiglia il salario per rendimento, alla Renault di Flins la dif-
ferenziazione per posto di lavoro
27
lelemento su cui si concentra la collera operaia. Una
questione di fabbrica, trasversale al sistema lavorativo, situata allincrocio tra diverse ri-
vendicazioni e che, in quanto tale, non pu essere risolta, inaugura cos linsubordinazio-
ne. Lungi dallessere appannaggio dei bastioni operai, la contestazione si sparge sul ter-
ritorio e conquista le periferie pi o meno recentemente industrializzate. La Bretagna,
in particolare le Ctes du Nord e lIlle-et-Vilaine, riscopre in tal modo linsubordinazio-
ne operaia con dei conflitti a risonanza nazionale, soprattutto quello della Joint franais
a Saint-Brieuc, dal 13 marzo al 9 maggio 1972
28
. In un dipartimento cos conservatore
come la Haute-Loire, gli operai delle Tanneries di Puy, della Ducellier (equipaggiamen-
to automobili) di Brioude o delloscura fabbrica metallurgica di Teyssier, vicino Yssin-
geaux, moltiplicano i conflitti. Da questo punto di vista, lo sciopero acquista ciclicit:
quattro conflitti di vasta portata tra il 1969 e il 1974 alle Tanneries per esempio, come
alla Ducellier tra il 1967 e il 1979
29
.
4) Un allargamento del repertorio dazione
Il rinnovamento del repertorio dazione negli anni 68 marcato anzitutto dallesauri-
mento delle forme tradizionali e regolate di conflitto, come le giornate dazione inter-
professionali o i conflitti di settore. Di converso, la morfologia dello sciopero conosce
un doppio allargamento con gli scioperi di officina, da una parte, e gli scioperi produt-
tivi, dallaltra.
In effetti, si sviluppano dei conflitti che, per lessere condotti in un punto strate-
gico del processo lavorativo, paralizzano molto rapidamente la produzione: sciopero
tappo, sciopero trombosi, addirittura sciopero tetano, le definizioni si moltipli-
cano per designare delle lotte che la Direzione generale del lavoro e dellimpiego qua-
lifica, nellautunno del 1969, nel seguente modo: sciopero in un dato stabilimento da
parte di una frazione limitata del personale il cui ruolo nel processo di fabbricazione
implica molto rapidamente delle ripercussioni gravi sulla produzione dellinsieme del-
la fabbrica
30
. Lo sciopero tappo presenta la particolarit di poter essere condotto da
piccoli gruppi di operai e ciononostante di provocare delle ripercussioni considerevo-
li sullimpresa nel suo insieme. La divisione del lavoro, ma pi ancora la razionalizzazio-
27
Sistema di remunerazione per cui il salario dipende dal posto di lavoro occupato dalloperaio, in funzione
di un gran numero di criteri oggettivi.
28
V. Porhel, Ouvriers bretons. Conflits dusine, conflits identitaires en Bretagne dans les annes 68, PUR, Ren-
nes 2008.
29
AD Haute-Loire 1120 W 94-99, 101, 104, 244-248.
30
AN 760122/295.
Gli scioperi operai del maggio-giugno 1968: linizio di uninsubordinazione prolungata
97
ne, hanno offerto in tal modo agli operai unarma che per tutto il periodo essi ritorco-
no contro i loro padroni
31
.
Linsubordinazione operaia fa ugualmente ricorso allo sciopero produttivo dopo la
sua invenzione alla LIP di Besanon, nel giugno 1973. Lampiezza dellillegalit che
somma loccupazione, la sottrazione di uno stock di orologi e lutilizzo degli strumen-
ti di lavoro traduce quella dellinsubordinazione. Sino al 1977 si registrano una venti-
na di scioperi produttivi promossi dai figli della LIP su tutto il territorio nazionale
32
. A
questo punto, grazie al prodotto delle vendite selvagge, gli operai possono resistere a un
padronato ultra-autoritario o aspettare larrivo di qualcuno che rilevi la propriet dopo
la consegna dei bilanci. Questi scioperi produttivi, tanto celebri quanto eccezionali, at-
testano che negli anni 68 le illegalit si vanno moltiplicando, e che il repertorio dazio-
ne si allarga. cos per esempio che i sequestri si moltiplicano, tanto pi che la CGT vi si
adegua a partire dal 1975.
5) La contestazione dellorganizzazione del lavoro
Tra questioni di fabbrica locali e movimento nazionale, unondata di scioperi contro la
produttivit si abbatte sulle fabbriche, in particolare nel tessile e negli elettrodomestici,
tra il 1972 e il 1973. La questione del salario a rendimento racchiude in realt tre dimen-
sioni: oltre allaspirazione a beneficiare di un salario regolare nella continuit di quella
mensilizzazione conquistata nel luglio 1970, vi si ritrova il sospetto tanto nei confronti
dei cronometristi, accusati di essere al soldo dei padroni, che dei capi, sospettati di ge-
stire la distribuzione dei posti in maniera clientelare. In ultima analisi, gli operai rigetta-
no la logica stessa del rendimento, che incoraggia una parcellizzazione crescente del la-
voro, quindi la monotonia, e comporta un peggioramento del lavoro.
Come in tutti gli scioperi che cercano di migliorare le condizioni di lavoro, i conflit-
ti sul rendimento vertono anche sulla salute: la nostra salute non in vendita, si sen-
te alla Penarroya di Lione nel 1972 facendo eco a uno slogan italiano. lindizio che il
compromesso fordista che aveva regolato le relazioni sociali dalla Liberazione in poi non
tiene pi. Questa insubordinazione, che porta allo scoperto la realt del lavoro operaio e
traduce una violenta denuncia dellorganizzazione razionalizzata, mostra tra laltro tutta
la distanza rispetto al senso comune mitizzante di oggi sulle Trente glorieuses
33
.
Il lettore italiano trover sicuramente in queste analisi uneco di lotte operaie chegli
conosce meglio. Senza dubbio, la Francia e lItalia conoscono due sequenze parallele
di contestazione operaia che le distingue rispetto ai loro omologhi europei
34
. questa
31
N. Hatzfeld, Les gens dusine. 50 ans dhistoire Peugeot Sochaux, LAtelier, Paris 2002.
32
Cfr. Les enfants de LIP, CFDT aujourdhui, n. 15, septembre-octobre 1975, pp. 17-26.
33
Con questa formula si fa riferimento al trentennio seguito alla Seconda guerra mondiale, segnato da bru-
sca crescita economica e grande espansione delle politiche di welfare state [N.d.T.].
34
C. Crouch, A. Pizzorno (a cura di), The ressurgence of class conflict in Western Europe since 1968, Mac
Millan, London 1978. Pi recentemente, G.-R. Horn, The Spirit of 68. Rebellion in Western Europe and North
America, 1956-1976, Oxford UP, Oxford 2007; B. Gehrke, G.-R. Horn (a cura di), 1968 und die Arbeiter.
Studien zum proletarischen Mai in Europa, VSA-Verlag, Hamburg 2007.
Xavier Vigna
98
loccasione per lanciare un appello affinch cominci, finalmente, una storia incrociata e
comparata dei due Paesi in questo periodo, al contempo, cos vicino e cos lontano.
BIBLIOGRAFIA
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(1962-1981), Syllepse BDIC, Paris 2008.
Mouriaux, R. et alii (a cura di), Exploration du mai franais (2 voll.), LHarmattan, Paris 1992.
Porhel, V., Ouvriers bretons. Conflits dusine, conflits identitaires en Bretagne dans les annes 68,
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Vigna, X., Linsubordination ouvrire dans les annes 68. Essai dhistoire politique des usines, PUR,
Rennes 2007.
Vigna, X., Vigreux, J. (a cura di), Mai-Juin 1968. Huit semaines qui branlrent la France, EUD, Di-
jon 2010.
FILMOGRAFIA
Groupes Medvedkine, cofanetto di due DVD, Besanon et Sochaux, accompagnato da un libro di
59 pp., Editions Montparnasse, Paris 2006.
Le cinma de mai 68, Vol. 1, cofanetto di quattro DVD, Editions Montparnasse, Paris 2008.
99
IL SESSANTOTTO IN ITALIA
Pietro Clemente
Incipit polifonico e policronico
Il 1968 ha tante immagini, forse troppe. (...) Al di l della variet delle immagini, il dato
comune che lega tutte queste esperienze, anche molto diverse, la partecipazione giova-
nile, la ribellione giovanile, la presenza degli studenti, la ripetizione, che percorre tut-
to quellanno, di manifestazioni, cortei, scontri colla polizia, occupazioni di Universit,
sit-in. La caratteristica prima che anche a un occhio storico, oggi, (...) salta immediata-
mente agli occhi, quella della simultaneit della protesta e insieme questo fortissimo
protagonismo dei giovani. Giovani che sono prevalentemente gli studenti (...). Giova-
ni che appartengono tutti a una vasta area di privilegio. Non pi la ribellione dei dan-
nati della terra
1
.
Avete facce di figli di pap.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perch i poliziotti sono figli di poveri.
(...) i ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta
tradizione risorgimentale)
1
M. Flores, Un anno di confine, in M. Aresu e altri (a cura di), Rivelazioni e promesse del 68, CUEC, Cagliari
2002, p. 21.
Pietro Clemente
100
di figli di pap, avete bastonato,
appartengono allaltra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si cos avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (bench dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici
2
.
Mi interessava seguire due direzioni. Innanzitutto il passaggio dalla politica come spe-
cializzazione al principio del partire da s, sostenuto dallala antiautoritaria del Sessan-
totto e imposto dal femminismo, fino al ripiegamento sul modello del partito. Poi la
tensione fra il mito e la democrazia assembleare, gli esperimenti di democrazia parteci-
pativa, il ruolo delle lites, il sogno della sorellanza e le differenza fra le donne
3
.
(...) Anche noi fummo concrezioni epocali come le conchiglie o le spiagge del Poetto, forse
mettendo lorecchio sul mio cuore si sarebbe potuto sentire il rumore del mare, come con
una conchiglia. Agimmo, questo ci affascinava, ma agendo fummo agiti da un tempo, ab-
biamo meno colpa di quanto si cerchi di dare, meno meriti soggettivi di quanto si cerchi di
assumerne. C voluto molto pensiero per fare una rosa. Noi eravamo rose. Lassemblea era
una rosa il cui bocciolo aveva dentro di s lattesa, il mito, il sogno, il lavoro, la mente, di
generazioni (...)
4
.
Arriva Allara, Rettore di Torino
Quando avevamo barricato le porte di Palazzo Campana e avevamo messo per barricarle la
sacra cattedra di Allara (...). E mi ricordo che un giorno, nellora in cui avrebbe dovuto fare
lezione Allara, Guido Viale era in piedi sulla sua cattedra, e Allara comparve alle sue spalle
perch era passato dalla cantina, e Guido Viale lo affront a insulti, stando in piedi aveva
queste scarpe massicce inglesi stando sulla cattedra, capellone, tutto il peggio che per Allara
potesse esserci. Gli diceva vattene via dandogli del tu, con Allara che diceva: scenda im-
mediatamente da quella cattedra. Lei sta violando una norma giuridica e Viale: Ma stai zitto
imbecille, hai tormentato gli studenti fin adesso. Fece uno show che lo accredit come capo
carismatico, e che per me ero quasi matricola era una dissacrazione incredibile
5
.
2
P.P. Pasolini, Il PCI ai giovani!, LEspresso, n. 24, 16 giugno 1968 (ma la poesia sar poi pubblicata,
comera originariamente previsto, su Nuovi Argomenti, prestigiosa rivista di cui Pasolini era divenuto co-
direttore nel 1966). Pasolini sottoline a pi riprese il carattere paradossale e provocatorio del suo intervento,
sulla cui ricezione pes anche il titolo inventato dal settimanale (Vi odio, cari studenti). Anche letta al secon-
do livello, tenendo quindi conto del virgolettato che, secondo Pasolini, accompagna virtualmente il testo, la
registrazione-messa in guardia circa il carattere socialmente situato del movimento studentesco resta al di qua
del processo breve e radicale che cercher di ricostruire.
3
A. Bravo, A colpi di cuore. Storie del sessantotto, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 11.
4
P. Clemente, Triglie di scoglio. Tracce del Sessantotto cagliaritano, CUEC, Cagliari 2002, pp. 25-26.
5
Narrazione di Marco Revelli in A. Bravo, A colpi di cuore, cit., pp. 117-118.
Il Sessantotto in Italia
101
Cercare le tracce
La storiografia del Sessantotto ancora in gran parte fatta da protagonisti coinvolti, an-
che se di pi generazioni, sarebbe desiderabile una storiografia fatta dai giovani che,
come chiedeva Franco Fortini, ci interroghi senza piet e vada oltre le narrazioni che
amiamo farci per giustificare il passato
6
.
Chi stato coinvolto (io ero della generazione pi grande, che aveva gi esperien-
za politica, compivo i 26 anni nel mese seguente il mitico Maggio del Sessantotto) pu
seguire anche una strategia analitica di distanza, ma sia la strategia soggettiva che quella
oggettiva, o quella gloriosa e reducista, si caratterizzano per limprinting depoca e di ge-
nerazione. Io ho scritto alla fine degli anni Ottanta e alla fine dei Novanta, pubblicando
nel 2002 delle storie di giovani cagliaritani nel Sessantotto, che mi urgevano. Ma senza un
orizzonte simile a quello dei libri di Revelli, di Flores, di Bravo, o ai tanti saggi, da Ortole-
va a Passerini. Il fatto che sia un antropologo e non uno storico mi potrebbe avvantaggia-
re, giacch in questambito da tempo la metodologia della partecipazione osservante
che sostituisce la osservazione partecipante alla Malinowski nella valigia degli stru-
menti di lavoro. Ma se non produce quadri teorici originali quella partecipazione rischia
anche di essere un difetto, soprattutto se applicata alla memoria, visto che in quegli anni
era la politica del movimento e non una qualsiasi disciplina a dominare i pensieri.
Vorrei seguire dunque delle tracce che fanno parte del mio sistema cognitivo perso-
nale, e degli orientamenti che mi vengono dalla comparazione tra le varie letture (la let-
teratura sul Sessantotto, spesso considerata poco significativa) e lesperienza locale che
ho vissuto da studente, che cominci a Milano nel 1962 e continu e fin a Cagliari tra
il 1963 e il 1969.
La prima traccia mi fa scendere in cantina.
In effetti il mio percorso sui nessi tra il Sessantotto e le possibili forme di comuni-
smo eretico e di pensiero critico comincia dalla cantina, luogo congeniale per le utopie,
luogo al quale Marx raccont di avere destinato la sua critica allideologia tedesca
7
, af-
fidata alla rodente critica dei topi. Laggi ho relegato la mia storia pregressa, il mar-
xismo e le riviste che non ho donato alla Biblioteca comunale di Follonica (GR), che per
un certo tempo raccolse i periodici della sinistra varia ed estrema.
Non possibile prendere del tutto le distanze dalla propria storia. Per questo in can-
tina rimasta la raccolta di Problemi del socialismo, una rivista che sentivo vicina alla
mia storia, una rivista che amavo troppo per darla a Follonica. La stessa ragione ha fatto
s che anche i Quaderni piacentini, che considero tra le riviste pi belle che mai siano
state fatte in Italia, siano rimasti a casa, bench tre piani di sotto.
Aprendo Problemi del socialismo, n. 28, anno X, nuova serie, marzo-aprile 1968,
dopo avere lavorato su altri testi, e in particolare Rivelazioni e promesse del 68
8
mi vie-
ne gi in evidenza una tesi da sostenere e che forse potr dimostrare.
6
Citazione a memoria.
7
K. Marx, F. Engels, Lideologia tedesca: critica della piu recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feu-
erbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, Ed. Riuniti, Roma 2000 (1845).
8
M. Aresu e altri (a cura di), Rivelazioni e promesse del 68, cit. Il testo legato a una serie di incontri orga-
nizzati nel 1998 da un gruppo di giovani aderenti allIstituto sardo per la storia della Resistenza e dellAuto-
Pietro Clemente
102
Dunque, Problemi del socialismo, n. 28, anno X, nuova serie, marzo-aprile 1968;
direttore Lelio Basso, nella redazione c anche Gastone Sclavi che ho conosciuto nel di-
rettivo della Federazione giovanile del PSIUP. Morto giovanissimo, lho incontrato nel-
la zona cremazioni del cimitero di Siena citt dove vivo da tanti anni. C anche Fran-
co Zannino, protagonista della discesa a Roma di Lelio Basso e della continuit della
rivista. Mondo di morti rimasti fecondi per i vivi. Ma anche di vivi che hanno cura del-
le memorie.
Cosa mi legava a Problemi del socialismo? Ho scoperto la politica andando a stu-
diare Architettura a Milano, e lho poi praticata a Cagliari, citt della mia vita, dove ho
finito gli studi in filosofia con tesi in Antropologia culturale (una disciplina nata col Ses-
santotto) dopo linsuccesso milanese. Mi ero iscritto al PSI a Milano da studente alla
sezione Volta Garibaldi dove avevo scoperto i molti mondi che facevano del PSI una
straordinaria scuola di idee. Nella mia sezione si andava dai riformisti nenniani, agli
autonomisti di Lombardi, agli stalinisti, agli operaisti e addirittura a chi partecipava al
movimento del sabotaggio industriale (la rivista Gatto selvaggio). Le riunioni erano
incredibili per gli esercizi estremi di rissosa dialettica politica. In sezione cera la stam-
pa socialista, tra le cose che presi ed appresi cera lesistenza di Ignazio Buttitta
9
e il suo
poema per Salvatore Carnevale
10
(Turiddu Carnivali nominatu/e comu Cristu muriu
ammazzatu) rimasto iscritto nella mia etica politica. Negli incontri cittadini conobbi
Cesare Musatti
11
, il senatore Malagugini
12
, e a pensarci devo avere conosciuto laleph
della politica perch vidi tutto il possibile in pochi mesi, e a vederlo mi avevano predis-
posto le letture legate a Pavese, Sartre, Camus, Kafka, la stampa periodica che mi fece
legare, affascinare, indignare sulla guerra di liberazione algerina. Il mio primo impegno
politico da protagonista fu lorganizzazione di una serata alla sezione Vittoria di lettura
e discussione delle poesie della resistenza spagnola curate da Dario Puccini nel maggio
del 62. Tornai da Milano pieno di riviste trockijste, marxiste, bordighiste, e coi Qua-
derni rossi. Classe operaia di Tronti e Asor Rosa e Negri lo comprai lanno dopo tor-
nando a Milano per trovare la fidanzata. Tra le cose pi usate nel Sessantotto che portai
da Milano cerano i canti della guerra civile in Spagna, canti delle brigate internaziona-
li, la Lincoln, la Thaelmann, in inglese, spagnolo, tedesco, un testo di Brecht e di Weil.
Quel disco fu una risorsa di lunghissimo respiro nella formazione etica della mia gene-
nomia. La sezione Lanno evento contiene testi di M. Flores, M. Revelli, V. Rieser, F. Sbarberi, G. De Lutiis,
G. Boatti. Le altre sezioni sono: Il 68 delle donne, Teatro e cinema intorno al 68 e Il 68 in Sardegna.
Gli autori sopra elencati sono tra coloro che pi hanno scritto sul 68, negli articoli fanno riferimenti ad altri
autori ancora e per questo il libro mi servito da scenario interpretativo. La parte sarda poi mi include e mi
coinvolge anche con un testo, La voce dellassemblea.
9
Scrittore e poeta siciliano (1899-1997), divenuto famoso nel Dopoguerra per la pubblicazione delle sue
poesie dialettali su importanti casi editrici (nel 1968 usc per Feltrinelli la raccolta La paglia bruciata, con
prefazione di Roberto Roversi e una nota di Cesare Zavattini). Cant soprattutto le lotte e le aspirazioni
contadine.
10
Bracciante socialista siciliano, assassinato trentunenne il 16 maggio 1955 per la sua attivit sindacale.
11
Psicanalista e psicologo italiano (1897-1999), fu tra laltro il curatore della traduzione delle opere com-
plete di Freud.
12
Militante socialista, partigiano, membro della Consulta, deputato e giudice della Corte Costituzionale
(1887-1966), fu nel Dopoguerra segretario della federazione socialista di Milano.
Il Sessantotto in Italia
103
razione e di quella pi giovane che arriv al Sessantotto a 19 o 20 anni. Sapevamo a me-
moria tutti i canti, era la lezione di epica che in tanti di noi si accompagnava alla lettura
della poesia di Lorca e di Neruda.
A Cagliari nel PSI mi incontrai con una tradizione di sinistra, conobbi Joyce ed Emi-
lio Lussu che ho frequentato per anni. Costruii con altri un Movimento di azione per la
pace (MAP) che ebbe la simpatia di Aldo Capitini, ci interessavano le idee di Bertrand
Russell. Ho visto nascere il PSIUP con lentusiasmo condiviso di molti giovani. Qui nac-
que per me la passione per Lelio Basso, la sua trascinante oratoria di scenari teorici e
politici mondiali, lidea dei contropoteri, del formare quadri tecnici per le nuove forme
di gestione socialista, il suo legame con Rosa Luxemburg. Il suo discorso per la scissio-
ne socialista in cui citava Martin Lutero non posso altrimenti fu come una epi-
grafe. Basso, Foa e Libertini erano i riferimenti della nostra politica. Cos diversi anche
tra loro, in una strana polifonia piena anche di gossip. Sono stato funzionario del PSIUP
a Cagliari dal 1965 al 1967. Nel PSIUP sardo ho conosciuto piccole reti di una corrente
secchiana
13
e illegalitaria del PCI minerario, sono stato visitato da trockijsti della Quar-
ta internazionale, ho dialogato con i compagni di Biella che facevano esperienze stra-
ordinarie nelle fabbriche tessili, sono stato trontiano antigramsciano e gramsciano an-
titrontiano, e per qualche mese anche bordighista. Amavo gli articoli di Luciano Della
Mea su Mondo nuovo, e le geometrie teoriche di Gianmario Cazzaniga nel direttivo
nazionale della Federazione giovanile socialista. Mi sono addestrato alle scritte murali
notturne e allattacchinaggio di manifesti. Una straordinaria polifonia teorica, relaziona-
le e pratica che mi fece vivere tante vite di teorie, di gente di miniera e di campagna, di
senza tetto, di studenti, di pittori e artisti, di giovanissimi in cerca di s, di attesa degli
operai alluscita delle fabbriche, in una sola.
Nel 67 uscii dal partito e dai partiti per non rientrare pi, tra il 67 e il 69 fondai mo-
vimenti studenteschi, poteri operai, collettivi insegnanti, e finii in una presuntuosa or-
ganizzazione extraparlamentare nata dal Movimento della Statale di Milano. Intorno al
1967, dopo cinque anni di militanza a ritmi accelerati, ero una sorta di macedonia o in-
salata russa di pezzi di storia, di ideologia, di epica canora, di esperienza di relazioni, di
proselitismo, di gestione di circoli, di mitologia operaia, di rivoluzione sessuale di Reich
e dellAssociazione italiana per leducazione demografica dei radicali, che si arricchiva-
no di un marxismo anche studiato nei corsi di filosofia allUniversit di Cagliari, pez-
zi che non giunsero mai nella mia mente a coerenze cristalline. Pezzi che ho comincia-
to con grande fatica a decostruire dopo il 1979, anno della mia rottura con il marxismo
e la pratica politica militante. Ma alcuni di quei pezzi lavorano ancora, a mia insaputa,
dentro la mia mente.
Le mie letture erano piene di disegni utopici, di frasi fatte rifondatrici, di miti fon-
datori (la Comune di Parigi, la colonna di Vendme
14
, I dieci giorni che sconvolsero il
mondo)
15
, di visioni cinematografiche (i film di Eisenstein, di Bergman, di Antonioni).
13
Pietro Secchia (1903-1973), dirigente del PCI, preposto allattivit organizzativa ed esponente nel Dopo-
guerra dellala pi intransigente del partito.
14
Parlo della colonna della piazza di Vendme abbattuta durante la Comune parigina.
15
J. Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Rizzoli, Milano 1980 (1919), un reportage classico e
popolare sulla rivoluzione nellUnione Sovietica.
Pietro Clemente
104
Cesare Vasoli, filosofo medievista di cultura sterminata, professore allUniversit di Ca-
gliari, diede senso e orientamento alla mia idea di comunismo con una bella interpreta-
zione della Critica del programma di Gotha in cui dava progetto e speranza alla dittatura
del proletariato, espressione che di per s faceva pensare a un regime repressivo e car-
cerario, anche se per nobilissimi scopi. Il leninismo fu la corrente antimitica che spesso
mi impose eccessi di realismo, pragmatismi trinariciuti
16
.
Lasciati i partiti fu naturale aderire al movimento che nasceva, anche perch avevo
perso due anni di studi, ed ero studente attivo. Quando feci i primi interventi e relazio-
ni nel movimento mi trovai quasi a cancellare le radici marxiste e la pratica partitica che
avevo fatto, come fosse stata una sorta di contaminazione. Pensai che si entrava in una
fase nuova e che le teorie operaie e marxiste dovessero essere rilette dentro quel movi-
mento.
Tutta la letteratura concorda sul fatto che, seppure per un numero limitato di mesi,
nella fase alta del movimento fu la natura sorgiva di questo ad avere la prevalenza lon-
data di trasformazione delle coscienze, delle pratiche, fu pi forte delle tattiche, delle
strategie e delle teorie apprese e circolanti nella sinistra. Il Sessantotto fu azione ed espe-
rienza di un gruppo limitato di giovani di una grande generazione (grande di ampiezza
perch ancora di baby boom) che visse uno stato di grazia, una esaltazione febbrile, una
effervescenza che lo fece sentire simile alle grandi ribellioni entrate nel mito, al di l di
ogni pi puntuale analisi politica. La politica come tattica e progetto fin per riemergere
nel momento della crisi e del riflusso.
Universit e societ
In Problemi del socialismo, n. 28, anno X, nuova serie, marzo-aprile 1968 c un ar-
ticolo di Vittorio Rieser che si intitola Universit e societ, una riflessione tattica sulla
gestione del movimento, in particolare su quella parte delle attivit, i controcorsi
17
che
appaiono come una forma di contropotere della conoscenza: al di l delle occupazioni e
delle manifestazioni pubbliche furono il cuore della pratiche del movimento, insieme a
16
In questo periodo ci sono molti riferimenti gergali e poco comuni, Il programma di Gotha era un pro-
gramma socialista tedesco del 1875, Karl Marx lo aveva chiosato criticamente dando una idea del comunismo
come societ dello sviluppo delle libert e differenze individuali, finito il mondo delle lotte di classe, in cui
a ognuno lo Stato (anchesso in scioglimento) avrebbe dato secondo i bisogni e non secondo la quantit di
lavoro. Lo ha ripreso di recente P. Ginsborg nel libro La democrazia che non c, Einaudi, Torino 2009. Lenin,
che riprese quelle note in Stato e rivoluzione, fu il teorico dellorganizzazione, della capacit tattica di gestire i
movimenti da parte del partito, della avanguardia, della amoralit delle azioni rivoluzionarie, il tutto interpre-
tato come spirito di realismo dai partiti operai. Trinariciuti una espressione di generazione e si riferisce ai
disegni di Guareschi, uno scrittore e vignettista di destra che segnalava la alterit comunista disegnando i
comunisti con tre narici, le tre narici erano anche simbolo di obbedienza cieca e assoluta al partito. Qui sta
per fedeli alla organizzazione e non a convinzioni profonde.
17
Pratica diffusissima nel movimento degli studenti, cre momenti di didattica alternativa legati al mondo
esterno, alle prospettive di lavoro, alla lettura della societ e del territorio. Tutta la letteratura di lotta del 68
parla di questo modo diverso, solidale, fraterno, impegnato oltre le tradizioni accademiche, aperto al mondo
in cambiamento, di accedere al sapere.
Il Sessantotto in Italia
105
quello stare insieme e gestirsi in assemblea che ne defin lordito. Riflette anche sulle ra-
gioni del movimento e i rapporti col mondo operaio, sulle forme di contrattazione che
il movimento doveva sperimentare per darsi durata. Sullidea di quello che fu definito
uso parziale alternativo dellIstituzione, viverci dentro alternativamente pur lasciando
che essa viva la sua routine istituzionale. Trasformandola per contagio ed erosione. Sem-
pre nello stesso numero trovo il testo pi influente in quel tempo, Anatomia della rivol-
ta
18
, di Mauro Rostagno, che con grande autorevolezza da Trento (noi a Cagliari affigge-
vamo sui muri i suoi testi pi sintetici) analizza la pratica del movimento:
Dove finalmente la parola collettivo cominci ad avere un senso, dove le posizioni precosti-
tuite si sciolgono nei contrasti interindividuali. Un modo concreto per cominciare a negarti
come merce e a scoprirti come compagno: perch sei costretto a ragionare politicamente,
a esporti individualmente. Studenti lavoratori, studenti medi, studenti serali, classe operaia.
Fai riunioni con loro, organizzi con loro le loro lotte, fai picchettaggi davanti alle scuole e alle
fabbriche, lotti con loro nelle piazze, conosci non intellettualmente i loro problemi, in quanto
appunto i loro problemi sono i tuoi: in senso molto concreto, anche; perch se non allarghi la
lotta anche a loro, la tua finisce per asfissia, scade nel riformismo, sei costretto a cedere alle
offerte di dialogo, alla logica delle contrattazioni e delle contropartite (...).
un testo notevole, che si conclude con un elogio dellazione e della pratica continua-
mente in movimento contro la scrittura e la intellettualizzazione. Ma la fonte di questo
paesaggio utopico (collettivo, compagni) quella dei nuovi nati, dei neofiti, la paro-
la compagno assume un senso nella pratica, lidea guida tattica solo lestensione del
movimento ad altri che lo vivono come noi, per estensione. Gli unici riferimenti di
questa pagina di Anatomia della rivolta sono Don Milani (Barbiana)
19
e Carmichael
20
:
Non vogliamo mangiare alla vostra tavola, vogliamo rovesciarla. La storia della sinis-
tra comunista e socialista non c pi. scomparsa, quelle voci vengono del tutto rilette,
quelle che l apparivano utopie solo immaginate qui stanno diventando pratiche.
Tra le indicazioni di letture da fare Rostagno indica i documenti di Rieser e di Bob-
bio- Viale. Un dialogo tra universit in lotta, in una rete che, senza fax e posta elettroni-
ca, si fece con i viaggi e gli scambi postali. E poi anche con i telefoni fissi.
Vittorio Rieser, molti anni dopo, a scrivere: Noi eravamo accusati di aver mes-
so la Lettera a una professoressa o gli scritti di Rudi Dutschke al posto dei testi marxisti
pi classici
21
. Credo che Vittorio Rieser sia tra i pochi, nello scenario di chi ha scritto
sul Sessantotto, ad esserci stato prima, dentro e dopo, dopo non solo come memore ma
come storico e come critico. Avevo letto Rieser sui Quaderni rossi, nel 69 avrei usa-
to la sua Inchiesta operaia alla Fiat per allargare alle nuove fabbriche cagliaritane il 68
degli studenti.
18
Mauro Rostagno (1942-1988) fu uno dei leader del movimento studentesco di Trento (uno degli epicentri
della protesta in Italia) e poi uno dei fondatori di Lotta Continua, assassinato dalla mafia in Sicilia.
19
Il riferimento allopera scritta da don Lorenzo Milani (1923-1967) insieme ai ragazzi della scuola di
Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967.
20
Stokely Carmichael (1941-1998), leader del movimento dei neri americani, nel 1968 fu nominato Primo
ministro onorario delle Pantere Nere.
21
M. Aresu e altri (a cura di), Rivelazioni e promesse del 68, cit., p. 46.
Pietro Clemente
106
Tra Rostagno che cita Carmichael e Don Milani, e Rieser che cita Dutsckhe e Don
Milani, mi aggiungo come terzo perch proprio nel 1967, nella assemblea che prelude-
va alloccupazione della Facolt di lettere e filosofia di Cagliari, feci un intervento i cui
testi guida erano Malcolm X e Don Milani. Tutti tre eravamo formati dal marxismo, Rie-
ser ne era un maestro e lo fu anche per me, e per nel 67-68 usammo un prete cattoli-
co di origine ebrea che insegnava a bambini di montagna per dire qualcosa che ancora
a me capita di dire con le parole della Lettera a una professoressa, ma lo dico qui con le
parole di Rostagno del 1968:
punto 13. Dallavarizia alla politica (Barbiana). Avaro chi risolve un problema suo da solo.
Ma lavarizia non solo immorale, inefficace. Anche per questo labbandoni. Perch in fon-
do scopri che poi il problema non lo hai risolto. Perch il problema tuo era un problema col-
lettivo e dunque la soluzione non poteva che essere collettiva. Salta fuori la politica. Risolvere
il problema che tuo come di altri, insieme a quegli altri. Scoprendo poi che gli altri, alcuni,
te lo avevano posto come un gioco da giocare da solo, accettando le regole del gioco. Dunque
non giochiamo, non accettiamo le regole, il gioco lo rovesciamo (...).
Qui dove viene citato Carmichael, certo Lorenzo Milani non avrebbe riconosciuto il suo
Sortirne da soli lavarizia, sortirne insieme la politica. Ma in queste frasi c lidea
di un metodo sociale di affrontare i problemi che sar alla base anche degli anni Settan-
ta, diventando via via anche una retorica staccata dal fare. In quegli anni era un modo di
leggere il fare, lurto nello specchio dacqua che si propaga a cerchi, il contagio, il fare
per tutti che anche fare per s, e infine, quella che, altrove, ho definito una pentecos-
te anemofila
22
, una sorta di presa di coscienza plurale per un vento misterioso che porta
il seme della contestazione.
La mia tesi dunque che il Sessantotto italiano fu ricco di marxismo, di comunismo
eretico, di pensiero critico, e che tuttavia per almeno sei mesi questi riferimenti furono
nei miti e non nelle pratiche organizzative, nel modo di presentarsi immaginato della ri-
volta e non nei progetti di controllo delleconomia. Da raffinati marxisti demmo al mo-
vimento il crisma di essere entro lorizzonte storico del marxismo critico anche quando
manifestamente non lo era. In un certo senso le nostre radici intellettuali furono usate
dallo stato nascente.
Condensazione e spostamento
Tutta la storia del movimento operaio e della sinistra italiana che ho vissuto stata carat-
terizzata da movimenti e linguaggi indiretti, fondamentale fu quello comunista, del gran-
de partito comunista, il pi forte dEuropa e del mondo. Pratic la democrazia in Italia
a livello di territorio e societ civile nel nome e nel sogno di Stalin, un dittatore sangui-
22
In Triglie di scoglio, cit., nel senso di una rivelazione portata dal vento, come i semi volanti di certe piante
che si depositano ovunque, e come le lingue di fiamma della rivelazione di Cristo agli apostoli, come discesa
dello Spirito santo, nella Pentecoste cristiana, che prelude allazione di andare predicando per il mondo e in
tutte le lingue.
Il Sessantotto in Italia
107
nario che ancora oggi visto come un mito nella coscienza degli anziani. La mia gene-
razione attacc i capisaldi del costume corrente e i vertici dei partiti di sinistra in nome
delle guardie rosse cinesi, che di l a poco risultarono essere una sorta di anticipazione
di Pol Pot
23
. Giovani violenti e fanatizzati che legittimati dal potere centrale estirpa-
vano, falciandole, pratiche di vita, tradizioni di pensiero, culture locali. In un certo sen-
so la problematica marxiana della ideologia, lidea che la logica di fondo degli eventi ri-
mane invisibile agli attori sociali se non rovesciata, stata vissuta anche da chi faceva
critica delle ideologie dominanti. Perci difficile dire quale fu lidentit, la soggettivi-
t profonda del Sessantotto. Forse le logiche del pensiero collettivo sono simili a quelle
dei sogni di Freud, richiedono condensazioni e spostamenti. Nel Sessantotto fu conden-
sato quasi tutto quel che in modi diversi pareva ribelle, furono messi in scena tutti i pos-
sibili dannati, da quelli psichiatrici ai colonizzati, ai neri dei ghetti, e ci fu uno sposta-
mento onirico, nel senso che per essere critici in Italia bisognava credere di fare come le
guardie rosse in Cina. Il meccanismo elementare dellessere contro e diversi dal potere
che ci si trovava di fronte rendeva congeniale al progetto ribelle anche ci che, in real-
t, non lo era affatto.
Nel 67 facevamo i sit-in sul Vietnam, e forse erano leredit di unadesione dei gio-
vani a una memoria selettiva, quella dei resistenti, delle brigate internazionali in Spagna,
delle magliette a strisce di Genova 1960. Ma il sit-in era un metodo non violento che
prendevamo dalla sinistra americana. Dopo il 68, quando il movimento cominci a per-
dere il ritmo del geiser in uscita, ricomparvero i professionisti delle battaglie di piazza. A
Roma circolavano leggende sui combattimenti con i poliziotti. Il movimento della Stata-
le di Milano ne fece unarte bellica che pi volte mise in scacco le forze di polizia.
Alla fine del 68 ascoltammo, in pochi e in segreto, a Cagliari Giangiacomo Feltrinel-
li che ci suggeriva di avviare una via guevarista cominciando a costruire piccoli grup-
pi eversivi. Alcuni di noi, pur non dandogli ascolto non esclusero la sua tesi di colpo di
stato, e si addestrarono assai dilettantisticamente a costruire reti clandestine.
quindi possibile dire che lasse del movimento fu quello antiautoritario? Non si se-
leziona cos il sit-in escludendo dalla memoria i nodosi randelli? Il pacifismo escluden-
do dalla memoria lo spirito di setta e il tatticismo? Lassemblea contro il corteo? La soli-
dariet contro la competizione (tra leader, tra gruppi, contro la sinistra ufficiale)? Ma
chiaro che non fu la teoria marxista a dominare il pensiero del Sessantotto, n uno spi-
rito rivendicativo di tipo sindacale che pure fu usato, ma una idea di rivolgimento che
trovava pi ispirazione in testi della trasformazione spirituale dei dannati della terra
(neri, contadini), che illuminavano la trasformazione spirituale, collettiva e solidale, dei
giovani studenti, classe dirigente predestinata ma non pi consenziente.
Certo a ragionarne ex post, lunico modo di restituirgli attualit e anche dignit.
Ma anche vero che in termini di costume se ne pu fare una sorta di teoria che di-
stingue il carattere prevalente nella coscienza comune e nellimpatto dirompente sulla
cultura e sulle consuetudini, dalla pluralit dei soggetti, dei metodi, delle tensioni.
23
Si tratta del leader, di formazione intellettuale francese, che port il movimento di guerriglia dei Khmer
rossi al potere in Cambogia, e che caratterizz il suo governo per un bagno di sangue di oppositori e gente
comune non politicizzata.
Pietro Clemente
108
Questa tesi che privilegia la parte antiautoritaria del movimento, finch dur, fa di
questa tendenza la linea portante, anche nel senso di solidariet e vicinanza: la linea
che ci port vicino al mondo operaio e alle sue lotte, in una solidariet non ricambiata
dalle grandi forze sindacali che videro il movimento con grande sospetto; port il mo-
vimento anche ad atteggiamenti molto forti contro le forme autoritarie di gestione dei
partiti e dei sindacati, e lo spinse anche a recuperare il nesso formale coerente che cera
tra assemblea studentesca come protagonista di scelte collettive e consigli operai, so-
viet degli operai e dei contadini, Comune di Parigi. Il repertorio di Gramsci giovane, di
Lenin e della rivoluzione bolscevica fu fermato a quegli attimi in cui la forma del movi-
mento collettivo dal basso prevaleva sulla politica, sulla tattica e sulla strategia. In que-
sto senso si pu dire che la carica trasformatrice del Sessantotto rimasta dentro il mo-
vimento, e non misurabile dagli esiti poco felici, dal gruppettismo, esso fu una grande
scuola di sortirne insieme la politica che modellisticamente sempre feconda, sia
nelle forme della festa, che del carnevalesco, che della rinascita religiosa.
Ma al tempo stesso si pu dire che in questo modo il Sessantotto fu anche una mac-
china di trasformazione di modi di pensare il mondo e il costume inimmaginabili per
chi, in quel momento, ne fu protagonista, come per esempio la creazione delle mode gio-
vanili e il consumismo di generazione. Nel blocco storico nuovo che si costru entrarono
non richiesti anche i fattori della modernizzazione individualistica, a parole negati, ma
di fatto accentuati con la rottura con i padri, le famiglie, i centri di autorit e di trasmis-
sione di valori. Come le T-shirt di Che Guevara. Come se il mito della Comune di Pari-
gi fosse servito per convincere i padri a comprare jeans ai figli e a dare ad essi pi liber-
t nella vita personale.
Mitizzare i miti
Nellautonomizzare laspetto della rivolta antiautoritaria dunque si possono vedere in
scena, come in un grande girotondo, le figure del riscatto, i miti della rivolta, i sogni del-
la liberazione, in un grande disordine che li accomuna.
Da un lato vien suggerita allantropologo la teoria della societ in Durkheim, una
sorta di macchina ontologica che produce gli esseri sociali, usa i gruppi, i processi, per
riprodursi, per dominare. Gli individui moderni non sono che un prodotto raffinato del-
la macchina sociale, pi si sentono liberi pi la macchina durkheimiana in azione so-
cialmente nelle loro percezioni. Una tematica che ha segnato lantropologia francese, per
la quale si parla sempre di produzione sociale della cultura o di altro. In chiave dur-
kheimiana dunque la societ si cambia per migliorarsi, come macchina autoriproducen-
te, costruendo nel caso del Sessantotto una sorta di nodo traumatico, una sorta di
gigantesca neoformazione mondiale (il Sessantotto appunto), che esplode mutando lo
stato precedente che appariva ormai obsoleto. Ma il modo di ottenere questo risultato
avviene nella forma dei sogni e delle utopie, la societ che produce quelleffetto di tra-
sformazione lo fa attraverso una fase di effervescenza, di festa, di costruzione di un tem-
po altro, di bellezza, che sono infine forme della macchina trasformatrice che riproduce
la societ e la conduce alla trasformazione necessaria.
Il Sessantotto in Italia
109
In questo quadro, prendendo in prestito termini legati allesperienza religiosa ma an-
che alla fisica, si pu parlare di densit e di rarefazione sociale. Il Sessantotto stato un
caso di densit non pi eguagliato in Italia. Anche visto nei tempi lunghi del ciclo, che
vanno verso i referendum sul divorzio e sullaborto e la legge Basaglia, atti pubblici che
mostrano la potenza progressista di quegli eventi.
Tra i processi che Luisa Passerini connette con il Sessantotto c linizio della crisi del
socialismo reale, un nesso forte tra il Sessantotto e lOttantanove
24
. In questo senso il
Sessantotto, pi che la lotta della classe operaia, che si adatta allespressione di Marx sul-
la rivoluzione come talpa che lavora con metodo (nellOttantanove avrebbe detto dun-
que in modo classico ben scavato vecchia talpa...).
Si potrebbe dire allora che come avviene lo spostamento onirico dalla Cina delle
guardie rosse allItalia giovanile, cos ri-avviene dallItalia giovanile alle ditte che produ-
cono dentifricio, rasoi, giubbotti, crema per capelli, zainetti etc. (...) per i giovani, e che si
preparano a creare i nuovi luoghi sociali del consumo. Si pu dire cos, pensando allef-
fetto T-shirt Guevara, che il comunismo eretico diventa una forza di trasformazione ma
anche un genere di consumo attraverso la produzione di una grande energia sociale.
Non-iniziazione
Un altro modello quello che prendo in prestito, capovolgendolo, da un saggio dellan-
tropologo Claude Lvi-Strauss
25
con Marx, Durkheim e Freud uno dei massimi esplo-
ratori della realt quale risultato di un processo che si tesse attraverso, ma pi che
altro sopra o sotto, il pensiero degli individui. In questo testo, segnalando la sinto-
nia tra bambini (non ancora iniziati) e vecchi (non pi socialmente utili e quindi de-ini-
ziati), ci lascia uno spazio di riflessione sulle iniziazioni. Il movimento delle assemblee e
di cortei pu essere letto come una sorta di rifiuto della iniziazione e di adozione di un
nuovo modo di essere socialmente non-iniziati, un modello Peter Pan.
Ma per Lvi-Strauss i bambini, i non-iniziati rappresentano gli dei, i morti, gli antenati:
La non-iniziazione non esclusivamente uno stato di privazione, definito dallignoranza,
dallillusione o da altre connotazioni negative. Il rapporto tra iniziati e non iniziati ha un
contenuto positivo. un rapporto complementare tra due gruppi: uno rappresenta i morti,
laltro i vivi
26
.
Non vogliamo spingerci troppo in l, a vedere negli occupanti del Sessantotto dei bam-
bini o dei non-iniziati, o il mondo del ciclo festivo dei morti, in cui si fanno regali ai
24
Si veda il suo testo in questo volume, gi edito elettronicamente in inglese con il titolo The Problematic
Intellectual Repercussions of 68. Reflections in a Jump-cut Style, Historein, vol. 9, 2009; si tratta degli atti di
una conferenza sul 68 tenutasi ad Atene nel giugno 2008.
25
C. Lvi-Strauss, Le Pre Nol supplici, Le Temps Modernes, marzo 1952, pp. 1572-1590, tr. it. Babbo
Natale giustiziato, Palermo, Sellerio, 1995. Il testo trae spunto da un fatto di cronaca: a Dijon la parrocchia
aveva organizzato il rogo davanti alla cattedrale di uneffige di Babbo Natale in quanto simbolo eretico e usur-
patore dellautentico significato del Natale.
26
Ibid., pp. 63-64.
Pietro Clemente
110
bambini che rappresentano il mondo delle divinit. Una idea ancora durkheimiana di il-
lusione sociale lo traverserebbe. Ma resta indicata anche una possibile figuralit folklo-
rica del non-iniziato del Sessantotto, quella dei bambini fantasma, dei mazzamurielli
della tradizione popolare del sud, inquieti e capaci di fare scherzi terribili. Forse anche
lo stile jump-cut (termine preso dal cinema di Godard), che Luisa Passerini ha adot-
tato nel suo testo sulle ripercussioni intellettuali del Sessantotto, si addice ai mazzamu-
rielli. Forse per analizzare il Sessantotto occorre uno sguardo decentrato, etnografico
come lo sguardo surrealista (secondo lapproccio di uno dei pi importanti antropologi
contemporanei, James Clifford)
27
.
Non disturba il nostro discorso la figuralit della infanzia, della non-iniziazione,
proprio perch il Sessantotto stato un fenomeno di antropologia delle generazioni.
Una delle letture diffuse di quel tempo, Il giovane Holden di Salinger, aveva dei caratte-
ri liminari, come in fondo il mondo dei figli dei fiori, e sono letteralmente mazzamuriel-
li e tamburini di latta
28
i protagonisti dei Peanuts di Schulz.
Ma la tesi che sostengo, anche attraverso questi transiti antropologici, che anche
quelli che nel Sessantotto erano gi iniziati, come a me succedeva per lesperienza fat-
ta, si de-iniziarono, e tradirono le loro esperienze per poterle ritrovare, dotate di pos-
sibilit, dentro la nuova forma della vita che si manifestava. A vantaggio dei veri nuo-
vi, quelli che avevano 19 anni, che fecero quella esperienza come prima entrata nella
storia, che lasciarono la famiglia o la parrocchia per il movimento.
Lo dico in termini un po mitici ora: ardeva in quel tempo una utopia non detta, in
cui si concentravano tutte le utopie precedenti nella critica o nel sogno lutopia che
proprio quei corpi giovani, ignari per lo pi della storia precedente, volenterosi di ca-
povolgerla prima ancora di comprenderla, fossero quelli pi adatti a realizzare un mon-
do altro. Non perch classe prodotta da un sistema, non perch studenti proletarizza-
ti, ma perch (forse pi vicino ai beats che a Marx) nuovi nelle forme, nelle libert, nei
distacchi dalle generazioni precedenti. Nuovi non iniziati, neofiti, anello di un sistema
capace di far scattare tutti gli anelli deboli non scattati, colonna di Vendme, rivolta de-
gli schiavi, Charlot che insegue un camion con la bandiera rossa in Tempi moderni, tut-
to veniva a confluenza, compresi Bataille e Breton, De Marchi e la rivoluzione sessuale,
Marcuse e We shall overcome, Rostagno e Joan Baez. Venivano anche al punto le vendet-
te dei sogni, per gli schiavi fucilati in America, per i milioni di uccisi dal colonialismo in-
glese in India, per Lumumba, per i morti della guerra di Spagna. E ancora un desiderio
di giustizia aleggia intorno ai giovani morti di Piazza delle Tre culture in Messico, il 2 ot-
tobre 1968. Un colpo spietato alla storia di quellanno
29
.
Il sogno della rivolta era il contrario del determinismo sociale con il quale Pasolini,
quasi come Brera
30
, accolse le differenze di classe tra poliziotti e studenti, a favore dei
poliziotti.
27
I frutti puri impazziscono, Bollati Boringhieri, Torino 1999 (1988).
28
Tamburo di latta un romanzo di Gnter Grass, del 1959, in cui il protagonista un bambino che non
vuole crescere per esprimere il suo rifiuto verso il mondo degli adulti.
29
Ne accenna ancora Luisa Passerini nel testo gi citato, attraverso lanalisi di un autore messicano sul for-
marsi di un grande mito dei giovani perseguitati a partire da quellevento.
30
Gianni Brera (1919-1992) stato uno dei pi importanti giornalisti sportivi italiani. Antifascista e di sim-
Il Sessantotto in Italia
111
Quel che Pasolini non pot immaginare per et o per vicinanza ai giovani delle pe-
riferie era la percezione che aveva preso il sopravvento un mondo dei non iniziati e dei
mai iniziabili, dei peter pan, dellisola che non c, parenti simbolici dei pazzi, dei con-
tadini, degli schiavi, dei neri dAmerica, ma nati nudi e nuovi a quel mondo e capaci di
guidare tutti gli oppressi a un esito sulla nave dei folli. Unidea giusnaturalista di una ge-
nerazione che aveva la rivelazione nuda della verit, della naturalit, nella gestione dei
corpi, dei capelli, dei jeans, ignara che quelle forme sarebbero state la cifra dei consumi
di tante generazioni ulteriori, unidea giusnaturalista che era il senso collettivo dei giova-
ni di quegli anni, impegnati a togliere le regole alla vita sociale.
In un certo senso fu una esperienza di rottura di un paradigma ( Kuhn)
31
, nella rottu-
ra dei paradigmi i frammenti di utopia e di ribellismo eretico tornano in scena come fi-
gure, spostamenti onirici, sogni gi sognati.
Un passo indietro
Le immagini del Sessantotto che Flores propone come emblematiche sono:
loffensiva del Tet in Vietnam; la primavera di Praga e i carri armati che entrano nella capitale
cecoslovacca; lassassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy; la rivolta dei ghetti neri;
la guerriglia nellAmerica latina; le Guardie rosse in Cina; le barricate di Parigi nel maggio; il
massacro degli studenti in Piazza delle Tre culture a Citt del Messico; i pugni chiusi mostrati
dagli atleti alle Olimpiadi (...)
32
.
Riprendere le fila a partire da queste tracce non facile perch portano in direzioni di-
verse. La primavera di Praga vide fondamentalmente distratto il movimento italiano,
ne fece sentire il condizionamento da parte di una sinistra che aveva voluto credere nel
mito sovietico, il timore di dare spazio al principale nemico che era lAmerica della guer-
ra nel Vietnam. Lo ricordo come un duro limite di respiro internazionale del movimen-
to. Pi concentrato sul Tet. Ci eravamo fatti le ossa nei sit-in per il Vietnam, era la com-
ponente pacifista, ambigua ma pi congeniale alla nuova nascita. Le guardie rosse in
Cina furono forse il principale degli effetti distorsivi sulle mitologie giovanili del tempo,
anche se le letture sbagliate possono produrre idee giuste, e quella di attaccare il quar-
tier generale fu allora giusta. Gli omicidi in America diedero lidea della impossibilit
che l potesse avere vita una democrazia. La rivolta dei ghetti neri, le barricate di Pari-
patie socialiste, invent una lingua in cui Umberto Eco riconobbe una sorta di Gadda popolare. Qui mi riferi-
sco a lui perch amava raccontare i calciatori in termini etnici e un p positivisti, quelli del Nord soldati capaci
di sofferenza, quelli del Sud fantasiosi e fragili, pi o meno come Costantino Nigra defin rispettivamente i
canti popolari del Nord o celtici, e quelli del Centro-Sud, o latini. Le facce dei contadini-poliziotti me lo hanno
evocato. Pasolini per intuiva in quel confronto un certo dannunzianesimo della sfida e della battaglia di cui
il movimento non era esente, e che certo era piccoloborghese ed estraneo ai poliziotti contadini, anche se
addestrati.
31
Un riferimento un po troppo generale e quasi obbligato a T. Kuhn e alla sua La struttura delle rivoluzioni
scientifiche del 1962.
32
M. Flores, Un anno di confine, in M. Aresu e altri (a cura di), Rivelazioni e promesse del 68, cit., p. 21.
Pietro Clemente
112
gi, i pugni chiusi degli atleti alle Olimpiadi, il massacro messicano, furono invece nu-
trimenti straordinari del movimento che li lesse come parte del proprio stesso mondo.
Del mondo degli insorgenti. Intorno a quei fenomeni nasceva il carattere di solidariet
internazionale dei giovani, e il costituirsi di una sorta di nuova scelta dei padri. Padri e
madri che furono Martin Luther King o Guevara. Adozioni internazionali. Nei conflit-
ti familiari di interpretazione crescevano le barriere di generazione, e lipotesi teorica di
costruire una classe degli under 30 fu praticata seriamente. Questi indizi di lettura del
mondo per duravano da anni, la scena con la quale Guido Crainz conclude Storia del
miracolo italiano
33
gi attiva anche nelle generazioni pi giovani. Kerouac, Ginsberg,
gli angry young men
34
, lIndia, Elvis Presley, i Beatles, Jimi Hendrix, Ivan Della Mea, il
mondo della minaccia atomica, Bob Dylan, Joan Baez, lAlgeria, le foto delle facce gio-
vani nei giornali, ma anche i film americani della generazione delle libert sessuali, a sua
volta legata ai libri di Margaret Mead su Samoa, hanno creato in Italia un repertorio di
forme inconsapevoli tra kitsch, stato di natura e formazione di compromesso.
In Italia appena il 68 fin prese il sopravvento una maggiore connessione con la storia
della sinistra, che peraltro gi in quellanno aveva fornito reti, abitudini di scambio che
resero il movimento un fatto nazionale e internazionale. Ma che infine lo seppell, nel ten-
tativo di trasformare il movimento in organizzazioni, e di supporre una subordinazione
ontologica del movimento al mondo operaio. Nel 1969 noi del movimento studentesco
cagliaritano facevamo intervento operaio alla Rumianca a Cagliari, nel petrolchimico che
era stato loggetto dei miei controcorsi, sollecitavamo la formazione di organismi dal bas-
so, assemblee e consigli, facemmo un giornale operaio, ma nelle elezioni, che non potem-
mo impedire, vinse una corrente organizzata da una formazione marxista-leninista.
Il proletariato era iniziato e faceva parte del mondo dei vivi.
A Cagliari nel 69 per sfuggire allisolamento aderimmo al Potere operaio pisano, fa-
cevamo iniziative insieme, ma era finito il tempo delle grandi assemblee. Riemergeva il
marxismo ignoto ai movimenti americani, a Trento uscivano le riviste in cui si formava il
progetto politico di Renato Curcio. Il tempo delleffervescenza non cera pi.
Nella sua analisi del Sessantotto Paul Ginsborg insiste su ragioni molto fondate di di-
sagio studentesco, identificate nella crescita della scolarizzazione di massa, nel permane-
re della scuola di classe, nella nuova domanda di professionalit dei giovani (del baby
boom, come oggi si dice della percentuale elevata dei giovani nella popolazione del mon-
do arabo come fattore di ribellione), nellarretratezza e nella supponenza della docen-
za universitaria. Indica una strettoia socio-economica oggettiva che il Sessantotto riusc
a far saltare, ma sottolinea anche il ruolo centrale della crisi dei valori della famiglia, ri-
cordando il ruolo di autori come Laing e Cooper. La politica dellesperienza
35
fu uno dei
libri pi letti nel mio Sessantotto filosofico-letterario, mi laureai su Fanon e lantipsi-
chiatria mi era congeniale. Cera in queste letture una qualche suggestione lunga del mo-
vimento americano on the road, dellanarchismo, del mondo beatnik, e forse anche echi
del mondo delle cave esistenzialiste. Si eredita per pezzi, per repertori.
33
G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 1996.
34
Gruppo di scrittori inglesi degli anni Cinquanta e Sessanta accomunati dalla critica dellestablishment
culturale e politico.
35
R.D. Laing, La politica dellesperienza e Luccello del paradiso, Feltrinelli, Milano 1968.
Il Sessantotto in Italia
113
Comunismi eretici e molecolari
Donde venivano le tradizioni dei movimenti eretici? Alcune si trasmettevano quasi ai
margini come sette religiose (i trockijsti, i bordighisti) o come nuclei di reti clandestine
(il progetto Feltrinelli), per contatti personali, per fiducia attribuita face to face. Molti
avvenivano via stampa. Credo che la stampa di massa sia stata uno dei principali fattori
di accesso al pensiero utopico del Novecento. Le pubblicazioni diffuse a bassi costi, in
edicola, la stampa delle collane popolari. Per piccole reti, per processi molecolari si tras-
mettevano le cose conosciute, i dischi rivoluzionari, si cantavano canzoni che legate ai
Dischi del sole rendevano disponibile e fascinoso il mondo dellanarchia, Addio a Luga-
no stata una delle canzoni del Sessantotto, trasmessa in gruppi di lavoro, incontri, mo-
menti di pausa
36
. Ma nei controcorsi si trasmettevano anche letture pi sistematiche, il
Gramsci dei Consigli di fabbrica e i Quaderni rossi mettevano in connessione con il
mondo esterno, facevano esplorare la solidariet con le fabbriche (nei termini di Rosta-
gno: presupporre un moto comune). LAlgeria in lotta, che per me fu ragione di forma-
zione morale, mi veniva dalla stampa, la storia delle lotte alla FIAT del 62 dalla frequen-
tazione delle sezioni socialiste, dove la storia veniva ripresa in chiave politica, la guerra
civile spagnola mi veniva dalle poesie.
Per me non cera tradizione di famiglia ma ci fu tradimento di famiglia, e i bassi co-
sti delleditoria di massa furono il medium della mia trasformazione. E poi i piccoli con-
tatti, il lavoro porta a porta, la stampa, i volantini, le tracce di una cultura che si faceva
da sola, che si trovava nella propria esperienza, la si praticava nel PSIUP seguendo Basso,
Foa, facendo volantini in fabbrica, e nel 68 sentimmo la continuit, e anzi la prima rea-
lizzazione su noi stessi di quella idea di liberazione.
Fummo un gruppo-classe, un gruppo-avanguardia, un gruppo-generazione, cose op-
poste, perch assorbimmo come spugne aspirazioni e ideologie, sogni e posture che cir-
colavano nel tempo: gruppo-generazione, contro le famiglie e i padri e la carriera e la
cravatta, per i jeans e i capelli lunghi; gruppo-classe perch proletarizzati; gruppo-
avanguardia intellettuale, giovani come classe, giovani come avanguardia, idea di movi-
mento di giovani gi nata nel 60 e negli USA.
Concrezioni
Un po contro le mie predilezioni teoriche, quando scrivo del Sessantotto finisco per
descrivere una storia comune come agita dal tempo, o con Durkheim, dalla socie-
t, ho scritto: fummo concrezioni epocali come le conchiglie o le spiagge del Poetto.
Prendo questa figura da G. Bateson, per indicare lepocalit delle forme dellumano.
Uso una figura di Bateson: C voluto molto pensiero per fare una rosa
37
. Noi erava-
36
P. Clemente, A. Fanelli (intervista di), Forse gli anni della politica e i Dischi del Sole mi hanno fatto da
traghetto di passaggio dai canti rivoluzionari a quelli popolari, Il de Martino, numero 19-20, 2009, numero
monografico: A. Fanelli (a cura di), E Gianni Bosio disse.
37
G. Bateson, M.C. Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989 (1987), p. 299.
Pietro Clemente
114
mo rose. Lassemblea era una rosa il cui bocciolo aveva dentro di s lattesa, il mito, il so-
gno, il lavoro, la mente, di generazioni.
Per dire che la nostra esperienza stata agita dal tempo, dalla posizione in cui ci tro-
vammo, dalle contraddizioni che vivevamo. La sintonia, le forme, i repertori erano come
disseminati nellaria
38
.
Anche le forme della lotta sentivano il tempo della modernit critica, il teatro di Gro-
towski, la rivolta pacifica del Living Theatre
39
.
Gli studiosi che hanno visto in orizzonte largo i fenomeni sociali ci aiutano a capire,
ad esempio il conflitto tradizione-modernit, come visto negli anni Ottanta da Luciano
Gallino, pu essere usato con un flash back sul Sessantotto, per dire che le famiglie dei
giovani che fecero esplodere le universit erano impegnate a tradizionalizzare la moder-
nit, mentre quei giovani lottarono per modernizzare la tradizione. La sconfitta di que-
sto progetto fu chiara alla fine degli anni Settanta e nel processo di mondializzazione pre-
valse in generale la tradizionalizzazione della modernit e il Sessantotto rest chiuso.
La complessit di quei processi visti da dentro, da fuori, dal passato, dal futuro mi
fa pensare che si tratt di una colossale formazione di compromesso (o blocco storico)
fatto di culture diverse e composite, di nodi giusnaturalisti, di sogni anarchici, di miti
consiliaristi, di musica pop, e di stili giovanili. Al centro cera la internazionalit, la mo-
dernit, e la democratizzazione partecipativa. Esso produsse uno sradicamento anche
drammatico dalle comunit e mondi familiari precedenti, anticipando il tema dei diritti,
ma anche delle solitudini, dei single, delle coppie spaccate, del consumismo (nessuna fi-
glia accudir pi sua madre, nessun figlio suo padre).
Una generazione provoca una frattura paradigmatica e costruisce una formazione di
compromesso che stacca frammenti di generazioni, di politiche, di gruppi di interesse,
che spezza e stacca strati storici di societ, cambia linguaggi e codici relazionali, usi ses-
suali, etiche dei diritti, e trascina alla modernizzazione che viene per gestita dai soggetti
pi forti. Lutopia viene girata in sradicamento. Ma lascia in eredit un modello, un com-
posto storico, una concrezione formalmente ripetibile di trasformazione sociale.
Fuori del ciclone
40
Il Sessantotto come ciclone di minoranza che si fa maggioranza di senso collettivo, di
societ civile, ma cosa succedeva fuori del ciclone? In quel tempo, da dentro non si ve-
38
In una intervista di Marino Sinibaldi, Guido Viale dice pi semplicemente la stessa cosa: Noi non ab-
biamo fatto il 68, ma ci capitato addosso (...) abbiamo seguito un po la corrente (...) Quelli che sono stati
coinvolti (...) non agirono assolutamente secondo un piano preciso (...), Il 68. Intervista a Guido Viale, di
Marino Sinibaldi, in N. Balestrini e altri (a cura di), La risata del 68, Nottetempo, Roma 2008, pp. 116-117.
39
Cfr. P. Giacch, Il Sessantotto e il teatro: un anno senza stagione, in M. Aresu e altri (a cura di), Rivela-
zioni e promesse del 68, cit.
40
Questo paragrafo mi d loccasione di ringraziare Ren Capovin del dialogo maieutico con il quale ha
accompagnato queste pagine. Non mi ha interrogato senza piet come Fortini suggeriva, ma mi ha suggerito
percorsi che mi hanno aiutato a uscire dalla memoria del reduce, per costruire un ponte di comunicazione
verso il presente.
Il Sessantotto in Italia
115
deva granch del fuori, salvo la sensazione che ci fossero molti nemici che erano parte
organica dellobiettivo della trasformazione: la stampa del padrone, i benpensanti, diri-
genti del PCI e della CGIL inclusi, i democristiani, i padri pi che i nonni, la Chiesa... Il
mondo familiare della mia infanzia fu lacerato, sbranato, ciononostante mio padre ven-
ne alla discussione della mia tesi su Fanon e mia madre vot a favore del divorzio. Gli
operai che erano stati amici nellet del PSIUP vedevano esagerato il nostro agire. Miglia-
ia di giovani lontani da noi non li vedevamo, se non quando si concretizzavano nelle op-
poste minoranze, i fascisti audaci e maleodoranti (in quanto topi di fogna) ci sfidarono
spesso alla rissa. I miei compagni del liceo non sfiorarono il Sessantotto, erano gi tut-
ti impegnati in cose della vita, nel tempo sentirono il mutamento. Non espressero mai
ostilit, anche se guardavano con distanza alle forme della protesta, restavano dentro i
panni dei neo-iniziati.
Anche se debolmente la tempesta continuava su altri fronti, La locomotiva di Guc-
cini del 70, ma interpreta bene unanima del Sessantotto antiautoritario. Il mondo
del servizio militare fu cambiato dalla nuova generazione, anche se non subito e non in
modo indolore. Lidea dei consigli, della democrazia antiautoritaria, ebbe esperienze
forti nel luogo dellautoritarismo incorporato. Del 70 Indagine su un cittadino al di so-
pra di ogni sospetto che guarda lo stesso mondo da unaltra angolatura e mette in scena
un frammento di mondo reale extra fiction, con un fascista che fa comizi eversivi e che
lattuale Ministro della difesa del Governo italiano. Poi gli anni del femminismo han-
no messo alla prova tutto quel che si era appreso, e una nuova minoranza ha sfidato le
regole del mondo: ho imparato a cucinare, anche a lavare per terra, a non sentire il mio
mondo unico centro della vita familiare. Le radio libere, come Radio Alice, esplosero ne-
gli anni Settanta, avevano ancora potenze trasformative che contrastavano anche se talo-
ra non osteggiavano il terrorismo. Negli anni Settanta si sentiva il peso della democrazia
per leggi come i Decreti delegati nella scuola, cera una forte presenza di Medicina de-
mocratica, del movimento che port alla legge di chiusura dei manicomi. Ma il mondo
era diverso, anche in termini di televisione, pubblicit, relazioni, media, per migrazioni
da altri mondi (nel 69 in Sardegna ci fu una lotta contro gli insegnanti che venivano da
oltre il mare e toglievano il posto ai docenti-studenti sardi). Per i movimenti il mondo
era ancora quello del ciclostile, le fotocopie costavano e poi di bocca in bocca, di tele-
fono fisso in telefono fisso. Pensare che nel 1990 il fax veniva considerato uno strumen-
to nuovo di comunicazione e fu al centro del movimento studentesco della pantera ci
aiuta a sentire la distanza di quel tempo del secolo scorso.
Credo che la perdita di senso del cambiamento arrivi con la sua maturazione nel sen-
so comune, e con la perdita di valore delle ideologie solidaristiche e sociali che stavano
dietro al crescere dellindividualismo. Coincide con processi come lunificazione lingui-
stica e televisiva dellItalia.
troppo complesso capire perch dopo il 79 tanti, io stesso, siano diventati o tor-
nati a essere uomini della vita quotidiana, iniziati qualunque, senza dare pi in giro
volantini e incapaci di dire ai figli quale era la giusta parte del mondo. Anni dopo mi
parso che ci fosse anche la piet gigantesca che avevo avuto per il corpo di Aldo Moro
chiuso in un portabagagli, e lorrore per il sospetto che anche io potessi avere contri-
buito a ucciderlo con le mie idee. Anche solo per una sfumatura. Allora pensai invece
che era lo spirito settario dei gruppetti che aveva ucciso il mio volontariato senza fine, e
Pietro Clemente
116
mi faceva ammettere che tutte le volte che avevo tolto tempo importante della mia vita
a mia moglie, alle mie figlie, agli amici, ai genitori, alla vita non era stato per un dove-
re sociale che mi chiamava, ma forse per una voglia di protagonismo che corrisponde-
va, ormai fratturato, al bar dei cacciatori, o al bar dello sport. Un modo maschile di sta-
re via da casa.
La mia generazione e quelle successive del baby boom riempirono tutti i posti di la-
voro, le generazioni del calo demografico trovarono la scritta occupato dappertut-
to. Universit, scuole, giornalismo, editoria, sia i rimasti fedeli, che gli istituzionalizza-
ti, che i passati dallaltra parte. Le piramidi delloccupazione universitaria gettavano una
luce sinistra sul senso ultimo della azione sociale del Sessantotto. Ora stiamo andando in
pensione anno dopo anno, ancora per alcuni anni, nelluniversit fino al 2018-19.
BIBLIOGRAFIA
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Milani, L., Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967.
Passerini, L., Autoritratto di gruppo, Giunti, Firenze 1988.
117
IL SESSANTOTTO IN GERMANIA OVEST
Martin Klimke
Il 2 giugno 1967 lufficiale di polizia tedesco Karl-Heinz Kurras uccide il ventiseienne
Brenno Ohnesorg con un colpo alla testa durante una manifestazione a Berlino Ovest
contro lo Sci di Persia. Una fotografia del giovane, steso sulla strada in fin di vita con
la testa sanguinante e, piegata su di lui, impotente, una donna con un elegante cappotto
di pelliccia, sarebbe diventata una delle immagini pi note del movimento studentesco e
degli anni Sessanta in Germania Ovest. Gli eventi del 2 giugno 1967 tedesco segnarono
la trasformazione della Neue linke
1
, fino ad allora fenomeno rimasto in gran parte con-
finato a Berlino e Francoforte, dando vita ad una rivolta studentesca nazionale. Dopo
quel giorno, la pi grande organizzazione studentesca di sinistra, la Lega degli studen-
ti socialisti tedeschi (SDS), speriment un rapido aumento di simpatie e sostegno, inne-
scando un movimento di ampie proporzioni. Coloro che ne fecero parte sarebbero en-
trati nella storia della Germania Occidentale come sessantottini.
Le coordinate sociali e politiche del Paese
La Repubblica Federale di Germania fu fondata nel 1949 unendo, dopo la Seconda
guerra mondiale, le zone di occupazione francese, inglese e americana. Il periodo del-
la ricostruzione fu strettamente associato al nome del primo cancelliere della Germania
Ovest, Konrad Adenauer, che guid il Paese dal 1949 al 1963 ancorandolo strettamen-
te al fronte occidentale. In contrasto con la sua controparte orientale, la Repubblica Fe-
derale stabil presto una democrazia liberale parlamentare, un sistema statale federale e
uneconomia sociale di mercato capitalista. Dal punto di vista dei rapporti internazio-
nali, lappartenenza alla NATO cement la sua collocazione nel campo occidentale. Tutta-
via, la divisione della Germania e il permanere in pianta stabile di truppe alleate sul ter-
1
Questa formula indica, qui e nel resto del testo, la variante tedesca della New left [N.d.T.].
Martin Klimke
118
ritorio facevano del Paese uno dei punti caldi della Guerra fredda, con Berlino divisa in
due e al centro dellattenzione globale.
A livello nazionale, i primi passi della giovane democrazia tedesco-occidentale allini-
zio degli anni Cinquanta furono accompagnati da un boom economico (Wirtschaftswun-
der) senza precedenti, che apport benessere materiale e prosperit. Sulla scena politi-
ca il Partito cristiano democratico (CCD) e lUnione cristiana sociale (CSU), conservatori,
guidarono tutti i Governi tra il 1949 e il 1966, talora in coabitazione con il Partito libe-
ral-democratico (FDP), liberale. Nel 1966, i partiti conservatori formarono una grande
coalizione con la seconda forza politica per numero di voti, il Partito socialdemocrati-
co (SPD), principale rappresentante di valori come antifascismo, anti-militarismo e so-
cialismo nei primi anni di vita del Paese. Nel 1959, peraltro, con il programma di Go-
desberg i Socialdemocratici avevano abbandonato il loro tradizionale impianto marxista
per estendere il proprio richiamo politico.
Daltro canto, in unatmosfera segnata da anticomunismo, ricostruzione economica
e istituzionalizzazione di un sistema democratico stabile, solo lentamente la cultura po-
litica del Paese cominci a fare i conti con la sua eredit nazista
2
. Il discutibile passato
di molti membri delllite politica e amministrativa, la messa al bando del Partito comu-
nista nel 1956 e lo scandalo dello Spiegel nel 1962 (quando il Ministro della difesa,
Franz-Josef Strauss, promosse larresto illegale di giornalisti che si trovavano allestero)
fecero temere unerosione della democrazia. Questa tendenza raggiunse il culmine nei
dibattiti sulle cosiddette leggi di emergenza della met degli anni Sessanta, che minac-
ciavano di espandere i poteri dellesecutivo a spese dei diritti costituzionali in caso di
emergenza interna o esterna
3
.
Struttura organizzativa e sociale del movimento di protesta
In termini puramente quantitativi, le proteste degli anni Sessanta furono meno intense
di quelle dei decenni precedenti, quando la scelta di campo occidentalista di Adenauer
e la questione del riarmo fecero scendere per le strade un grande numero di perso-
ne
4
. Cos, quando la Lega degli studenti socialisti tedeschi (SDS) emerse quale principa-
le rappresentante della Neue linke, essa si bas sulle reti organizzative e personali del-
la campagna per la Marcia di Pasqua, un movimento per la pace e il disarmo nucleare
appoggiato dai sindacati tedeschi che aveva guadagnato importanza allinizio degli anni
Sessanta.
Anche se parte di una pi antica tradizione socialista, la Lega degli studenti era stata
fondata nel 1946 ed era strettamente legata alla SPD. Allinizio degli anni Sessanta, tutta-
2
Si veda P. Gassert, A. Steinweis (a cura di), Coping with the Nazi Past: West German Debates on Nazism and
Generational Conflict, 1955-1975, Berghahn, New York 2006.
3
Per un panorama generale, si veda K. Jarausch, After Hitler: Recivilizing Germans, 1945-1995, Oxford
University Press, Oxford 2006.
4
W. Kraushaar (a cura di), Die Protest-Chronik 1949-1959: Eine illustrierte Geschichte von Bewegung, Wi-
derstand und Utopie, Rogner & Bernhard, Hamburg 1996.
Il Sessantotto in Germania Ovest
119
via, questo rapporto di stretta vicinanza si concluse a causa dello spostamento a sinistra
della SDS, che si avvicin alla Teoria critica della Scuola di Francoforte e al movimento
internazionale della New left, allora in piena fioritura.
Come offesa da questa svolta a sinistra, la SPD si dissoci ufficialmente dalla Lega
degli studenti il 6 novembre 1961, dichiarando lappartenenza alle due organizzazio-
ni mutuamente esclusiva. La SDS cominci allora a concepirsi come unorganizzazione
di avanguardia, focalizzandosi sugli operai in quanto agenti di cambiamento sociale, ma
guardando anche, nello sforzo di fornire alternative allordine esistente, alla crescente
lite tecnica e scientifica presente nelle universit e nella societ
5
.
Nella seconda met del decennio, la SDS lavor a tessere alleanze con il movimento
della Marcia di Pasqua e con lopposizione che andava diffondendosi nella societ con-
tro il piano governativo di introduzione delle leggi di emergenza. Ovviamente, gli obiet-
tivi comuni di questa alleanza eterogenea, composta da pacifisti, liberali, sindacati e stu-
denti socialisti, erano limitati. Con la sua spinta per ununiversit pi democratica, la sua
opposizione alla guerra in Vietnam e la personalit carismatica dello studente attivista
Rudi Dutschke, la SDS cominci rapidamente a dettare il ritmo degli eventi. Dotata di se-
zioni in tutto il Paese, la Lega degli studenti assunse un ruolo guida nellopposizione ex-
tra-parlamentare (Ausserparlamentarische opposition, APO), ma nelle sue azioni venne
spesso affiancata da altre organizzazioni studentesche o sindacali, da club di discussione
(per esempio, i Club repubblicani), e pi tardi persino da associazioni di studenti delle
superiori di sinistra. Tra questi vari gruppi, il pi importante fu la Kommune I, fondata
come comune anti-autoritaria a Berlino Ovest nel gennaio 1967 da Dieter Kunzelmann,
Fritz Teufel e Ulrich Enzensberger, cui si aggiunse poi Rainer Langhans. La comune ri-
usc ad orchestrare con successo il passaggio sui mass media delle sue azioni politiche e
della sua agenda centrata sulla liberazione sessuale, e divenne presto, grazie a una misce-
la di provocazione situazionista, esistenzialismo politico e stile di vita alternativo, il cen-
tro contro-culturale del movimento.
Limprovvisa crescita del movimento studentesco in tutto il Paese dopo il 2 giugno
1967, tuttavia, ne trasform la struttura organizzativa e sociale. Pur in crescita a livello
locale, nella seconda met del 1968 la SDS cominci lentamente a disintegrarsi in quan-
to organizzazione nazionale. Dopo la ratifica delle leggi di emergenza da parte del Par-
lamento tedesco (30 maggio 1968) e linterruzione estiva, non vi fu pi traccia di una
strategia nazionale unitaria. Guerre ideologiche intestine, idiosincrasie locali e lemerge-
re del movimento femminista contribuirono alla fine della SDS in quanto organizzazio-
ne nazionale. Nel biennio 1969-1970 nacquero vari gruppi scissionisti, ideologicamente
esclusivi e gerarchici, ispirati a maoismo, comunismo o leninismo. Inoltre, la contro-cul-
tura aveva cominciato a diffondersi per tutto il Paese e a diversificarsi, creando numero-
se comuni e scene sotto-culturali da cui emerse un movimento basato sullazione politi-
ca spontanea (Sponti-Bewegung), avente uno dei suoi centri a Francoforte. Al contempo,
5
Per la prima fase della SDS, si veda W. Albrecht, Der Sozialistische Deutsche Studentenbund (SDS), Von Par-
teikonformen Studentenverband zum Reprsentanten der Neuen Linken, Dietz, Bonn 1994. Per limpatto della
Scuola di Francoforte, si veda W. Kraushaar (a cura di), Frankfurter Schule und Studentenbewegung: von der
Flaschenpost bis zum Molotowcocktail, Rogner & Bernhard, Hamburg 1998.
Martin Klimke
120
entrarono in scena alcuni gruppi che si autodefinivano di lotta armata e che aveva-
no scelto la strada del terrorismo, come il Movimento 2 Giugno (Bewegung 2. Juni) o la
Rot armee fraktion (RAF). Avrebbero dominato lattenzione generale per gli anni a segui-
re. Una contrastata riunione di membri della SDS ratific la dissoluzione dellorganizza-
zione il 21 marzo del 1970, a Francoforte.
Orientamento cognitivo
La Lega degli studenti socialisti fu una delle principali formazioni del movimento inter-
nazionale della New left allinizio degli anni Sessanta. Con il suo rifiuto del marxismo or-
todosso, lanti-comunismo e linsofferenza per la Guerra fredda, la critica del materiali-
smo e lapatia della societ, trov punti di connessione con movimenti simili in Francia,
Gran Bretagna, USA e altri Paesi ancora. Anche se particolarmente influenzata da una
certa tradizione di marxismo teorico, la SDS fu ugualmente ispirata dalle teorie del socio-
logo americano C. Wright Mills e guard agli studenti o alllite intellettuale come a dei
catalizzatori del cambiamento sociale.
Al contempo, il tema della riforma delluniversit fu al centro degli sforzi della SDS, il
cui obiettivo a lungo termine era quello di innescare un cambiamento strutturale di fon-
do e una democratizzazione dellaccademia
6
. Oltre alle questioni universitarie, la Lega
degli studenti si impegn anche su problemi pi complessivi riguardanti la societ te-
desco-occidentale. Per mettere in primo piano la continuit tra passato nazista e Re-
pubblica Federale, vennero compilate liste di nazisti ancora attivi nellambito giuridico
e, nel 1959, al tema venne dedicata una mostra dal titolo Giustizia nazista non reden-
ta (Ungeshnte Nazijustiz). Pur continuando a portare avanti battaglie di questo tipo,
la SDS negli anni 1965-1966 and incontro a una svolta volontaristica e anti-autoritaria
per lingresso di nuove persone tra cui spiccava Rudi Dutschke, un rifugiato dalla Ger-
mania Est, studente di sociologia alla Libera universit di Berlino. Attingendo dalla sua
esperienza in un gruppo artistico situazionista, Subversive Aktion, Dutschke aveva svi-
luppato una caratteristica versione di teoria rivoluzionaria
7
. Per lui ogni politica rivolu-
zionaria doveva rendersi visibile sul piano globale, poich sia le forze finanziarie che le
strategie imperialistiche operavano a quel livello, sopprimendo i movimenti di liberazio-
ne nazionale di tutto il mondo. Di conseguenza, le organizzazioni di protesta nazionali
dovevano unirsi ai movimenti rivoluzionari attivi in altre parti del mondo per risponde-
re a questa sfida contro-rivoluzionaria, impossibile da raccogliere stando entro i con-
fini nazionali.
In aggiunta a questo internazionalismo, Dutschke cerc una via per tradurre le anali-
si della teoria critica in unazione politica che muovesse le masse rivoluzionarie. Ispirato
dallopera di Herbert Marcuse, Dutschke part dallidea che le minoranze e i margina-
6
Si veda il memorandum della SDS University in the Democracy, pubblicato originariamente nel 1961: W.
Nitsch, Hochschule in der Demokratie, Luchterhand, Berlin 1965.
7
F. Bckelmann, H. Nagel (a cura di), Subversive Aktion. Der Sinn der Organisation ist ihr Scheitern, Neue
Kritik, Frankfurt 2002.
Il Sessantotto in Germania Ovest
121
lizzati fossero rimasti le uniche forze potenzialmente in grado di dar vita a un cambia-
mento sociale, dal momento che la classe operaia era completamente manipolata e il suo
potenziale rivoluzionario risultava assorbito dal sistema
8
. Nel prefigurare unemancipa-
zione delle masse innescata da parte di studenti e intellettuali, Dutschke attinse allope-
ra del filosofo marxista ungherese Gyorgy Lukcs e difese una concezione volontaristica
di rivoluzione, in cui la coscienza rivoluzionaria e la teoria erano create attraverso lazio-
ne
9
. In contrasto con Lukcs, tuttavia, Dutschke scopr potenziali agenti rivoluzionari
nelle minoranze sociali e nei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Nella sua pro-
spettiva, i movimenti di liberazione facevano parte di una lotta di classe internazionale
che aveva da tempo sostituito i conflitti della Guerra fredda Est-Ovest con lopposizione
Nord-Sud, quella tra societ industrializzate e Paesi colpiti dalla povert. Per Dutschke,
i movimenti di liberazione e le loro tecniche costituivano modelli privilegiati per la crea-
zione di una coscienza rivoluzionaria. La teoria dei focolai di guerriglia di Che Guevara,
come il concetto di liberazione di Frantz Fanon, costituirono cos ingredienti di rilievo
del suo pensare e lavorare per un cambiamento rivoluzionario dallinterno della peri-
feria europea
10
.
La graduale implementazione di questi modelli teoretici coincise con un avvicina-
mento decisivo al tema dellopposizione alla guerra in Vietnam. A partire dal 1965, le
risoluzioni e i congressi della SDS descrivevano il conflitto come un caso paradigmati-
co per i movimenti di liberazione nazionale, interpretandolo nella pi ampia cornice
dellimperialismo statunitense. Gli attivisti della SDS cominciarono ad avvertire in modo
sempre pi netto che, attraverso la sua alleanza con gli Stati Uniti, il Governo della Ger-
mania Ovest appoggiava indirettamente la guerra e, dato il suo passato nazista, condi-
videva cos la responsabilit per quanto stava capitando in Vietnam
11
. Oltre agli appel-
li per la riforma universitaria e per una trasformazione di fondo in senso socialista della
societ, la guerra in Vietnam divenne quindi uno dei temi centrali di mobilitazione e ra-
dicalizzazione della SDS negli anni 1967-1968. Nella convenzione nazionale del 1967,
Rudi Dutschke e Hans-Jrgen Krahl, il leader teorico della SDS di Francoforte, chie-
sero congiuntamente che lorganizzazione si muovesse nel senso di una propaganda
dellazione allinterno, complementare alla propaganda dei proiettili nel Terzo Mon-
do
12
. Ispirato dalla teoria dei focolai di guerriglia di Che Guevara, lobiettivo era quello
di scoprire il fattore soggettivo sperimentando personalmente la repressione astratta
del sistema attraverso azioni dirette nei confronti dei poteri costituiti. Questo proces-
so di rivoluzionamento dei rivoluzionari non fu solo la condizione del grande rifiu-
to di Herbert Marcuse, ma anche la base per unalleanza di forze rivoluzionarie a di-
8
Si veda H. Marcuse, One-Dimensional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, Beacon
Press, Boston 1964, pp. 256-257.
9
Si veda G. Lukcs, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1967 (1923).
10
H.M. Enzensberger, Europische Peripherie, Kursbuch, n. 2, 1965, pp. 154-1973.
11
W. Mausbach, Auschwitz and Vietnam: West German Protest Against Americas War During the 1960s, in
AA.VV., America, the Vietnam War, and the World: Comparative and International Perspectives, Cambridge
University Press, New York 2003, pp. 279-298.
12
R. Dutschke, H.-J. Krahl, Organisationsreferat auf der 22. Delegiertenkonferenz des SDS, in R. Dutschke (a
cura di), Geschichte ist machbar, Wagenbach, Berlin 1980, pp. 89-95.
Martin Klimke
122
fesa del Vietnam contro le forze imperialistiche operanti su scala internazionale. Come
Dutschke sostenne nel febbraio 1968, la globalizzazione delle forze rivoluzionarie il
compito pi importante dellintero periodo storico in cui viviamo e in cui stiamo lavo-
rando per lemancipazione umana [...]. Nelle dimostrazioni di tutto il mondo vi , sot-
to forma di annuncio, qualcosa di simile a una strategia rivoluzionaria globale
13
. Tra-
sformando lapparentemente lontana rivoluzione vietnamita in un test del cambiamento
sociale e della rivoluzione su scala mondiale, la SDS chiamava a un vasto coordinamen-
to della protesta rivoluzionaria in grado di contrastare limperialismo globale e raggiun-
gere lobiettivo di lungo termine, cio la creazione di un uomo nuovo, liberato dalla re-
pressione capitalista e burocratica.
Nel momento in cui, alla fine degli anni Sessanta, questa strategia globale sembr
non materializzarsi, gli attivisti spostarono la loro attenzione su altri orizzonti, come lor-
ganizzazione del lavoro o la politica locale, diffondendo cos le loro idee nella societ.
Qui il concetto di contro-cultura elaborato da Kommune I esercit la sua attrazione pi
forte. Unaccresciuta libert a livello di moda e stile di vita, unita alle nuove idee su vita
in comune, libert individuale, strutture democratiche e relazioni di genere, contribui-
rono a trasformare sostanzialmente la cultura della Germania Ovest nel decennio suc-
cessivo. Nondimeno, il chiaro fallimento nel raggiungimento degli obiettivi politici pre-
fissati spinse una minoranza di attivisti a continuare la lotta con i mezzi della violenza e
del terrorismo, dando cos una interpretazione tutta propria dellorientamento cogniti-
vo e del quadro teorico definito dal movimento degli studenti.
Latteggiamento nei confronti della superpotenze e la Guerra fredda
Come risultato del ruolo centrale svolto dalla Repubblica Federale nella Guerra fred-
da e del suo stretto legame politico, economico e culturale con gli Stati Uniti, latteggia-
mento del movimento degli studenti verso il pi importante alleato del Paese fu ambi-
valente. Da una parte, esso considerava limperialismo statunitense responsabile della
soppressione dei movimenti di liberazione nazionale sparsi per il mondo e della discri-
minazione delle minoranze etniche interne. Di conseguenza, le sue azioni presero spesso
di mira simboli militari, politici e culturali della presenza americana in Germania; come
esempi si possono ricordare la provocatoria manifestazione contro la guerra del febbraio
1966, quando i manifestanti gettarono uova contro lambasciata americana di Berlino,
o il cosiddetto attentato delle torte (Pudding-Attentat), quando membri di Kommune
I furono arrestati mentre si preparavano ad attaccare il vice Presidente americano Hu-
bert Humphrey a colpi di torte durante la sua visita a Berlino Ovest nellaprile del 1967.
Questi attacchi contro la NATO e i simboli americani divennero sempre pi violenti du-
rante gli anni Settanta, specialmente quando la RAF scelse come bersagli dei suoi attac-
chi terroristici il personale e le installazioni militari americane. Daltra parte, gli studenti
tedesco-occidentali furono fortemente ispirati ed in stretto contatto con la loro contro-
13
SDS Westberlin, Der Kampf des vietnamesischen Volkes und die Globalstrategie des Imperialismus: Interna-
tionaler Vietnam-Kongress 17./18. Februar 1968, SDS, Berlin 1968, pp. 107-117.
Il Sessantotto in Germania Ovest
123
parte americana, laltra America, esterna alle rappresentazioni ufficiali. In ragione del
gran numero di programmi di scambio, del grande influsso della contro-cultura ameri-
cana e della presenza di circa 8.000 soldati americani sul territorio tedesco, gli studenti
coinvolsero spesso nelle loro proteste cittadini e soldati americani residenti nel Paese
14
.
Il giudizio degli studenti sullUnione Sovietica era fortemente segnata dal rifiuto di
quello che veniva percepito come un esperimento comunista fallito, con le stesse am-
bizioni imperiali dellaltra superpotenza. Anche se fu occasionalmente accettato il sup-
porto finanziario e logistico della Germania Est, linvasione sovietica della Cecoslovac-
chia nellagosto del 1968 schiacci ogni speranza sugli esperimenti socialisti in corso nel
blocco orientale. Fu solo negli anni Settanta, dopo la disintegrazione della SDS, che grup-
pi come la Lega comunista della Germania Occidentale (KBV) o altre fazioni marxiste-le-
niniste si volsero decisamente verso il modello sovietico.
Eventi chiave
Levento pi importante del 1968 in Germania Occidentale si verific, in verit, il 2
giugno 1967, quando il capo di Stato persiano, Rehza Pahlewi, and in visita a Berli-
no. Durante una manifestazione organizzata dalla SDS di Berlino per protestare contro
tale visita, un gruppo di agenti iraniani travestiti da manifestanti pro-Sci attacc stu-
denti e altri dimostranti sotto gli occhi della polizia
15
. Ne segu, la sera, una dimostrazio-
ne non autorizzata di centinaia di manifestanti attorno allOpera di Berlino. La reazione
brutale della polizia culmin nelluccisione del ventiseienne Benno Ohnesorg, che ave-
va preso parte quella sera alla prima manifestazione della sua vita
16
. Per studenti e in-
tellettuali questa tragica uccisione parve immediatamente confermare la loro analisi di
una societ tedesco-occidentale autoritaria e gi in stato di emergenza. Un congresso
della SDS (9 giugno, Hannover) dedicato al problema del come rispondere alla situazio-
ne creatasi vide lo scontro tra Rudi Dutschke e il filosofo Jrgen Habermas, che temeva
unescalation di violenza e caratterizzava le strategie volontaristiche di Dutschke, centra-
te sullidea di azione diretta, come fascismo di sinistra
17
.
Ma la ruota della protesta girava ormai a pieno regime e il movimento si diffuse da
Berlino a tutto il resto del Paese. La convenzione nazionale della SDS, tenutasi dal 4 all8
settembre ad Amburgo, lanci una campagna contro il potere mediatico della casa edi-
trice Axel Springer, che gli studenti ritenevano essere la principale responsabile dellim-
magine negativa della protesta veicolata dai media. Lambizione non era solo quella di
14
M. Klimke, The Other Alliance: Global Protest and Student Unrest in West Germany and the U.S., 1962-
1972, Princeton University Press, Princeton 2011.
15
Il grande numero di partecipanti fu in parte il risultato di un discorso tenuto la sera precedente da Bah-
man Nirumand, un iraniano in esilio, critico radicale del leader iraniano. Si veda B. Nirumand, Persien. Modell
eines Entwicklungslandes oder Die Diktatur der Freien Welt, Reinbek, Hamburg 1967.
16
K. Nevermann (a cura di), Der 2. Juni 1967: Studenten zwischen Notstand und Demokratie. Dokumente zu
den Ereignissen anlsslich des Schah-Besuchs, Pahl-Rugenstein, Kln 1967.
17
Habermas si scus per il lepiteto subito dopo. Si veda B. Vesper (a cura di), Bedingungen und Organisa-
tion des Widerstandes. Der Kongress in Hannover, Edition Voltaire, Frankfurt 1967, pp. 42-48, 72-78ss.
Martin Klimke
124
portare allo scoperto le tecniche di manipolazione dei quotidiani della Springer, ma an-
che stimolare la creazione di una sfera pubblica critica e indipendente, alternativa alle
strutture mediatiche. Per svelare il carattere manipolatorio e repressivo delle istituzioni
esistenti e creare una forza capace di contrastarle fu fondata a Berlino, il 1 novembre,
lUniversit critica (KU), che offriva ai suoi studenti un curriculum alternativo.
Un altro passaggio importante fu il Congresso sul Vietnam dal 17 al 18 febbraio
1968, allUniversit tecnica di Berlino, che attrasse circa 5.000 studenti e attivisti pacifi-
sti dallEuropa e non solo
18
. Avendo raggiunto almeno parte degli obiettivi (il capo della
polizia di Berlino Ovest e il sindaco avevano entrambi rassegnato le dimissioni nellago-
sto-settembre 1967), gli studenti si mostravano sicuri del fatto loro e manifestarono soli-
dariet con il popolo vietnamita. La dimostrazione di chiusura vide circa 12.000 persone
marciare per le strade di Berlino Ovest, esibendo poster di Che Guevara, Rosa Luxem-
burg e Lev Trockij, cantando Ho Ho Ho Chi Minh e Siamo una piccola minoran-
za radicale!.
Una contro-manifestazione di circa 60.000 persone organizzata dalla Giunta di Ber-
lino tre giorni dopo rese visibile la pervasivit dei sentimenti anti-comunisti e la crescen-
te frustrazione dei cittadini di Berlino nei confronti degli studenti protestatari. In questa
atmosfera surriscaldata, il leader studentesco Rudi Dutschke fu ferito gravemente l11
aprile 1968 dal ventitreenne imbianchino Josef Bachmann. Dutschke sopravvisse, ma ri-
portando seri danni cerebrali; i conseguenti gravi problemi di salute lo porteranno infi-
ne alla morte, che avverr nel 1979. La SDS accus la Giunta e i media della Springer di
aver fomentato il clima che produsse quellatto di violenza, domandando le dimissioni
della Giunta e lesproprio della Springer. La notte stessa, degli studenti scaricarono la
loro rabbia sulla sede della casa editrice, rompendo finestre, rovesciando i mezzi per la
consegna dei giornali e bruciandoli. La settimana seguente vide il dilagare delle proteste
per tutto il Paese. Nella sola domenica di Pasqua, 45.000 dimostranti in pi di venti cit-
t cercarono di ostacolare la consegna dei giornali della Springer, bloccando gli accessi o
con altre azioni. Due persone morirono e pi di quattrocento rimasero ferite.
Pur sotto la spinta del Maggio francese, il movimento sub una brusca battuta darre-
sto quando il 30 maggio 1968, malgrado una marcia su Bonn con 60.000 partecipanti e
numerose azioni nei campus, con dibattiti, scioperi e occupazioni in tutto il Paese, le leg-
gi di emergenza furono ratificate dal Parlamento tedesco. And cos in frantumi la coali-
zione delle forze extra-parlamentari, mentre la SDS fu incapace di arginare il sentimento
di rassegnazione e frustrazione e si spacc. Il movimento cominci a dividersi e a pren-
dere strade diverse, con unaccentuata tendenza verso azioni pi drastiche. A Berlino,
la battaglia di Tegeler Weg del 4 novembre 1968 vide un gruppo composito di circa
1.000 dimostranti attaccare i poliziotti con i sampietrini, portando a un livello superio-
re il livello dello scontro e mostrando un crescente uso della violenza. AllUniversit di
Francoforte la SDS occup il dipartimento di sociologia il 9 dicembre. Lo ribattezz Se-
minario-Spartaco dopo che vari professori, tra cui Theodor W. Adorno e Jrgen Ha-
bermas, si erano rifiutati di usare i loro seminari per discutere la rivolta anti-autoritaria e
18
SDS Westberlin, INFI (a cura di), Der Kampf des vietnamesischen Volkes und die Globalstrategie des Impe-
rialismus, Internationales Nachrichten-und-Forschungs-Institut, Berlin 1968.
Il Sessantotto in Germania Ovest
125
la partecipazione degli studenti agli organismi accademici
19
. Dalla prospettiva degli stu-
denti, questo atteggiamento dimostrava paura di confrontarsi e larroccamento su meto-
di autoritari, mentre il fronte opposto si rifiutava di tollerare qualsiasi attacco allautono-
mia e alla libert della scienza; queste due prospettive non si sarebbero pi riconciliate.
Lallontanamento dai contenuti e dalle forme che avevano caratterizzato fino ad al-
lora la protesta si era gi annunciato nellincendio appiccato da Thorward Proll, Horst
Soehnlein, Gudrun Ensslin e Andreas Baader a due supermercati di Francoforte, il 3
aprile 1968, azione ispirata da un volantino di Kommune I
20
. Nel novembre 1969 furo-
no condannati a tre anni di prigione, ma nel frattempo Andreas Baader e Gudrun Ens-
slin erano scappati in Francia. Dopo che Baader fu arrestato, al suo ritorno in Germa-
nia Ensslin e la nota giornalista Ulrike Meinhof organizzarono la sua evasione, avvenuta
il 14 maggio 1970. Fu latto di fondazione della Rot armee fraktion e del terrorismo te-
desco degli anni Settanta.
Forme e tattiche della protesta
Le tecniche e le azioni di protesta degli attivisti tedeschi furono ispirate dagli esem-
pi americani ma acquisirono la loro specificit grazie allinnesto di questi modelli sugli
orientamenti cognitivi propri del movimento. I dibattiti sull azione diretta e gli esem-
pi del movimento americano per i diritti civili e del Free speech movement a Berkeley
nel 1964 caratterizzarono la trasformazione in senso anti-autoritario della SDS e riporta-
rono in auge lidea di disobbedienza civile
21
. Il primo adeguamento allo specifico con-
testo tedesco ebbe luogo in un sit-in alla Libera universit di Berlino, il 22 giugno 1966,
quando un fronte comprendente studenti di diversi orientamenti chiese la democratiz-
zazione di universit e societ
22
. In seguito, il limitato ma esplicito e simbolico supera-
mento delle barriere convenzionali nella forma di azioni dirette divenne, a poco a poco,
un tratto distintivo della protesta studentesca in Germania Ovest. Gli studenti tennero
sit-in contro i tagli di bilancio alluniversit e seminari sulla guerra in Vietnam, o distur-
barono incontri pubblici o lezioni accademiche facendo improvvise irruzioni (go-in),
cercando di monopolizzare gli eventi per i loro scopi.
In contrasto con i loro pari della SDS, la protesta dei membri di Kommune I stava gi
nel loro modo esotico e colorato di vestire, nel loro stile di comunicazione informale e
nellaperta celebrazione della loro sessualit. Le loro azioni furono pensate come hap-
19
Per unanalisi dettagliata, si veda W. Kraushaar, Frankfurter Schule und Studentenbewegung, v. 2, cit., p.
502, pp. 512-527.
20
W. Mausbach, Burn, ware-house, burn!. Counterculture, and the Vietnam War in West Germany, in A.
Schildt, D. Siegfried (a cura di), Between Marx and Coca-Cola: Youth Cultures in Changing European Societies,
1960-1980, Berghahn Books, New York 2006, pp. 175-202.
21
Si veda M. Vester, Die Strategie der direkten Aktion, Neue Kritik, n. 30, 1965, pp. 12-20; M. Klimke, Sit-
In, Teach-In, Go-In: Die transnationale Zirkulation kultureller Praktiken in den 1960er Jahren, in M. Klimke,
J. Scharloth (a cura di), 1968. Ein Handbuch zur Kultur- und Mediengeschichte, Metzler, Stuttgart 2007, pp.
119-135.
22
S. Lnnendonker, T. Fichter (a cura di), Hochschule im Umbruch, Teil IV: Die Krise. 1964-1967, FU Berlin,
Berlin 1975, pp. 333ss.
Martin Klimke
126
pening tesi a destabilizzare le convenzioni sociali e i sistemi di credenze. Soffiare bolle di
sapone contro i poliziotti o mascherare una manifestazione da passeggiata pomeridiana
per confondere la polizia (dicembre 1966) erano tentativi calcolati, volti non solo a ge-
nerare unampia eco mediatica, ma anche a trasformare la sfera pubblica e la societ nel
loro complesso attraverso tecniche provocatorie tipicamente situazioniste
23
. La natura e
la qualit satirica di questo tipo di protesta li mise spesso in contrasto con lagenda ideo-
logica della SDS di Berlino, che infatti, dopo una serie di volantini provocatori particolar-
mente forti che ridicolizzavano le autorit universitarie e i politici, nel maggio 1967, de-
cise di escludere i membri della comune dalla propria organizzazione.
Relazioni transnazionali
Fin dallinizio degli anni Sessanta la Neue linke aveva avuto un forte orientamento tran-
snazionale. Gi nel 1961 la SDS tedesca cre e guid un nucleo New left nellUnione in-
ternazionale della giovent socialista (IUSY), pubblic bollettini in inglese ed era ben col-
legata con movimenti studenteschi e organizzazioni giovanili di varie parti del mondo.
A causa dellimpatto significativo della Guerra fredda e della presenza di un conside-
revole numero di studenti stranieri, temi globali come i problemi del Terzo Mondo o la
Guerra dAlgeria formarono parte integrante della prospettiva della SDS. Inoltre vi furo-
no stretti contatti con le avanguardie artistiche, come il ramo tedesco dellInternazionale
situazionista, la Subversive aktion, o i Provos olandesi. I programmi di scambio tra Ger-
mania e USA ebbero come conseguenza anche la creazione di legami molto stretti con il
movimento americano: Michael Vester, un membro della SDS, partecip addirittura alla
redazione della Dichiarazione di Port Huron degli Students for a democratic society, nel
1962. Per tutto il decennio una lingua franca globale della protesta dominata da forme
culturali esportate dagli Stati Uniti si combin con lesempio dei movimenti di libera-
zione del Terzo Mondo nellesercitare uninfluenza significativa sugli studenti tedeschi,
come attestato dal loro ispirarsi e collaborare con le Pantere nere
24
. Oltre a questo, gli
studenti attivisti cominciarono anche a riscoprire lopera dei marxisti tedeschi emigra-
ti negli Stati Uniti negli anni Trenta, di cui Herbert Marcuse, con i suoi frequenti inter-
venti ai congressi della SDS e la sua stretta amicizia con Rudi Dutschke, fu solo lispirato-
re pi noto e personalmente coinvolto
25
.
23
Per una prospettiva partecipante, si veda U. Enzensberger, Die Jahre der Kommune 1. Berlin 1967-1969,
Goldmann, Muenchen 2006. Per una concettualizzazione storica, si veda A. Holmig, Die aktionistischen
Wurzeln der Studentenbewegung: Subversive Aktion, Kommune I und die Neudefinition des Politischen, in M.
Klimke, J. Scharloth (a cura di), 1968. Ein Handbuch zur Kultur- und Mediengeschichte, cit., pp. 107-118.
24
Per il ruolo degli esempi americani si vedano: M. Klimke, The Other Alliance..., cit; M. Klimke, Black
Panther, die RAF und die Rolle der Black Panther-Solidarittskomitees, in W. Kraushaar (a cura di), Die RAF
und die Reformzeit der Demokratie, Hamburger Edition, Hamburg 2006, pp. 562-582.
25
C.-D. Krohn, Die Entdeckung des anderen Deutschland in der intellektuellen Protestbewegung der 1960er
Jahre in der Bundesrepublik und den Vereinigten Staaten, Kulturtransfer im Exil, n. 13, 1995, pp. 16-51; P.-E.
Jansen (a cura di), Herbert Marcuse: Die Studentenbewegung und ihre Folgen, Nachgelassene Schriften, Bd. 4,
Zu Klampen, Springe 2004.
Il Sessantotto in Germania Ovest
127
Il congresso sul Vietnam nel febbraio 1968 a Berlino Ovest fu perci solo il culmine
dellorientamento transnazionale della SDS, che trov il suo equivalente ideologico nella
strategia rivoluzionaria globale proposta da Rudi Dutschke e assunse per breve tempo
una forma istituzionalizzata nellInternational news and research institute (INFI) di Ber-
lino Ovest, dedicato allinformazione e al coordinamento dei movimenti rivoluzionari di
tutto il mondo. Nel solo anno 1968, membri del SDS furono presenti al Maggio francese,
assistettero alla Primavera di Praga e furono testimoni dellinvasione sovietica, e parte-
ciparono allassemblea internazionale dei movimenti studenteschi rivoluzionari tenutasi
alla Columbia University, nel settembre 1968
26
.
Conseguenze, narrazioni e politica della memoria
Gli eventi del 1968 nella Germania Ovest modificarono profondamente in senso libe-
rale limpianto culturale della Repubblica Federale e della sua societ, sia dal punto di
vista degli stili di vita che da quello del sistema dei valori individuali, ma si incardinaro-
no in processi di riforma e democratizzazione cominciati gi nel decennio precedente.
Il simbolo 1968 non dovrebbe comprendere soltanto le azioni della Neue linke o del
movimento studentesco, ma includere anche un nuovo corso sociale che fu sperimenta-
to da tutte le parti della societ tedesca
27
. Sono stati comunque i giovani ad aver fatto da
catalisi e da momento utopico di questo periodo di transizione. Con le loro domande e
le loro azioni politiche radicali hanno sfidato le convenzioni sociali, generato nuove for-
me di espressione culturale e spazi alternativi, e creato limpressione di unaccelerazione
della trasformazione culturale. Attraverso il dissenso e nuove forme di protesta, i giova-
ni attivisti hanno costantemente usato e cambiato la sfera pubblica, intrecciandosi pro-
fondamente con la nascita di una giovent internazionale e di una cultura dei consumi
28
.
Anche se tutti i progetti di rivoluzione socialista restarono in forma di abbozzo, dal pun-
to di vista politico il 1968 apr la strada per lemergere del partito dei Verdi, lesten-
dersi della cooperazione internazionale e, con il trascendimento dellimpasse mentale e
geopolitico della Guerra fredda, per lo schiudersi di una prospettiva fondamentalmen-
te differente sui temi globali.
Nella memoria collettiva, il 1968 in Germania Ovest ha quindi assunto lo status
di cesura nella storia del Dopoguerra, un po come la fondazione della Repubblica Fe-
derale nel 1949 o la caduta del muro di Berlino nel 1989. Il che non significa dire che il
1968 non abbia perso qualcosa del suo potenziale di polarizzazione e di conflittuali-
t, oggi in parte messo in ombra dal terrorismo che lo segu. Tuttavia, letichetta 1968
nacque solo negli anni Ottanta nel corso delle guerre culturali riguardanti linterpreta-
zione degli eventi che scioccarono il Paese alla fine degli anni Sessanta, quando una nuo-
26
Si veda, per esempio, S. Plogstedt, Im Netz der Gedichte. Gefangen in Prag nach 1968, Chr. Links, Berlin
2001.
27
Per una contestualizzazione, si veda C. von Hodenberg, D. Siegfried (a cura di), Wo 1968 liegt: Reform
und Revolt in der Geschichte der Bundesrepublik, Vandenhoeck & Ruprecht, Gttingen 2006.
28
D. Siegfried, Time is on my side: Konsum und Politik in der westdeutschen Judengkultur der 60er Jahre,
Wallstein, Gttingen 2006.
Martin Klimke
128
va generazione di pacifisti volle distanziarsi dai loro predecessori, in procinto di celebra-
re il ventennale della rivolta. Oggi, in una condizione di abbondanza di memorie, film
e studi dedicati agli anni Sessanta, leredit e la memoria del 1968 restano fortemente
contestate sia nellaccademia che nellopinione pubblica nel suo complesso.
BIBLIOGRAFIA
Ad oggi, Thomas (2003) fornisce la prima storia dei movimenti di protesta della Germania Ovest
in inglese. Per unulteriore contestualizzazione del 1968 nella storia della Germania Ovest, si
vedano Gilcher-Holtey (1998), Schildt (2000) e Hodenberg (2006). Klimke (2007) fornisce un pa-
norama su vari aspetti di storia culturale e dei media, mentre Siegfried (2006) esamina le connes-
sioni tra giovani, culture studentesche e societ dei consumi. La storia della SDS tedesca minuzio-
samente raccontata da Lnnendonker (2002), mentre il suo legame con la Scuola di Francoforte
esaminato da Kraushaar (1998). Gassert (2006) inserisce il movimento studentesco in una serie di
sforzi volti a fare i conti con il passato nazista. Herzog (2005) inserisce il movimento degli studenti
e Kommune I in una pi ampia storia della sessualit in Germania, e Markovits (1993) offre una
narrazione pi ampia che arriva fino alla nascita dei Verdi. Klimke (2008) analizza le dimensioni
transnazionali e la risposta dellestablishment, mentre Schmidtke (2003) e Varon (2004) offrono
una prospettiva comparativa con riferimento agli Stati Uniti e Juchler (1996) sottolinea la relazio-
ne con i movimenti di liberazione del Terzo Mondo.
Gassert, P., Steinweis, A. (a cura di), Coping with the Nazi Past: West German Debates on Nazism
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Vandenhoeck & Ruprecht, Gttingen 1998.
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Il Sessantotto in Germania Ovest
129
Schmidtke, M., Der Aufbruch der jungen Intelligenz: Die 68er Jahre in der Bundesrepublik und den
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Varon, J., Bringing the War Home: The Weather Underground, the Red Army Faction, and Revolu-
tionary Violence in the Sixties and Seventies, University of University Press, Berkeley 2004.
131
LE PROBLEMATICHE RIPERCUSSIONI
INTELLETTUALI DEL SESSANTOTTO
*
Luisa Passerini
Processi di de-storicizzazione: il Sessantotto mitizzato o demonizzato
Il titolo di questo saggio esprime un dubbio terminologico e concettuale. Non imme-
diatamente ovvio che si possa parlare dellintellettualit del Sessantotto in quanto tale,
poich allinterno dei vari movimenti sessantottini e secondo le loro intenzioni qualun-
que siano stati poi i risultati lidea stessa di unintellettualit e di una teoria indipenden-
te dalla pratica venne rifiutata. La divisione tra lavoro intellettuale e manuale fu messa
in dubbio, cos come quella tra politica e cultura, tra base e leader, tra centro e periferia.
Quindi, per trovare il modo pi appropriato di discutere largomento delle ripercussio-
ni intellettuali e delle implicazioni teoriche del Sessantotto necessario estrapolare tali
ripercussioni ma nello stesso tempo considerarle nel contesto delle conseguenze del Ses-
santotto intese in senso generale. Questa esigenza mi ha portato a procedere in manie-
ra non sistematica, saltando da uno stimolo allaltro tra quelli che ho incontrato esplo-
rando questo campo.
La de-storicizzazione o linsufficiente storicizzazione del Sessantotto si d in una du-
plice prospettiva: in primo luogo, come carenza delluso di fonti primarie, soprattutto
scritte e visive, le quali in realt esistono in gran numero e sono tuttora parzialmente ine-
splorate; in secondo luogo, come risultato della sostituzione della storia con il doppio
processo di mitizzazione del Sessantotto da un lato, e della sua demonizzazione dallal-
tro. Tale processo di de-storicizzazione strettamente connesso con lambiguit che cir-
conda le ripercussioni, non solo intellettuali, ma anche sociali, culturali ed emotive dei
movimenti del Sessantotto.
* Questo testo basato su un intervento presentato al convegno The Utopia Years: 1968 and Beyond. Move-
ment Dynamics and Theoretical Implications 40 Years Later, Atene, 6-8 giugno 2008, e pubblicato su Historein,
vol. 9, 2009, col titolo The Problematic Intellectual Repercussions of 68: Reflections in a Jump-cut Style,
pp. 21-33.
Luisa Passerini
132
Come ha notato Kristin Ross riferendosi al Maggio francese, levento Sessantotto
stato privato delle sue dimensioni politiche attraverso una doppia confisca: biografica
e sociologica
1
. Cos il Sessantotto stato ridotto allimmagine di un dramma familiare
o generazionale, espurgato della violenza e dei significati politici espliciti, ricondotto a
una benevola trasformazione nei comportamenti, a una transizione verso un nuovo or-
dine borghese e una modernit economica neoliberista con la conseguenza di dimen-
ticare il rifiuto da parte di milioni di persone, negli anni intorno al Sessantotto, di con-
cepire la societ come somma di categorie ristrette e separate. (In questo contributo mi
riferir spesso al Sessantotto come al lungo Sessantotto, cio ad un processo di alme-
no dieci anni di agitazioni sociali e politiche in tutto il mondo)
2
.
Nello stesso tempo questo processo di riduzione ha come effetto quello di diminui-
re limportanza delle lotte contro limperialismo in cui il Sessantotto sinserisce. Questo
invece un punto cruciale. Secondo Robert Young
3
, il Sessantotto fu il momento in cui i
movimenti rivoluzionari europei si liberarono dal modello di un marxismo rigido e con-
diviso da tutti i partiti comunisti legati allUnione Sovietica. Il nuovo modello proveniva
dalle lotte rivoluzionarie di quello che veniva allora definito Terzo mondo. Perci Young
considera gli eventi del Maggio francese come la conseguenza della campagna mondia-
le anti-imperialista contro la guerra in Vietnam e come ladesione a una lotta comune in
cui la resistenza doveva essere sia armata sia culturale. Ignorare o sminuire tutto ci ha
portato alla de-storicizzazione e alla de-politicizzazione del Sessantotto, col risultato di
far cadere nelloblio un lungo periodo di radicalismo politico e di instaurare un nuovo
approccio euro- o occidentalocentrico
4
.
Tuttavia, sempre secondo Kristin Ross, sono stati recentemente intrapresi da alcu-
ni storici, tra cui lei stessa, tentativi di storicizzazione, tornando alle fonti primarie. Tali
tentativi hanno non solo rivitalizzato il Sessantotto in prospettiva storica, ma hanno an-
che ridotto il peso del neoliberismo imposto sulla storia e sul pensiero dopo il 1989. Il
doppio processo intellettuale che ha mitizzato/demonizzato il Sessantotto alla base
delle tesi secondo le quali le ripercussioni del Sessantotto sono consistite da un lato nel-
lo sviluppo delledonismo e dellindividualismo, come ritenevano Rgis Dbray e Gilles
Lipovetsky
5
, dallaltro nel trionfo del capitalismo amorale e del neoliberismo internazio-
1
K. Ross, May 68 and Its Afterlives, The University of Chicago Press, Chicago 2002.
2
Cfr. L. Passerini, Utopia e desiderio, in Memoria e utopia. Il primato dellintersoggettivit, Bollati-Borin-
ghieri, Torino 2003.
3
R. Young, White Mythologies: Writing History and the West, Routledege, London-New York 1990, seconda
edizione 2004.
4
Ci non accaduto altrettanto spesso in generi diversi dalla storia: penso per esempio allo straordinario
film di Chris Marker, Le fond de lair est rouge (girato nel 1977 e costruito grazie a un intelligente montaggio di
materiale filmico coevo). Uno dei meriti di questa pellicola quello di collocare il Sessantotto inteso in senso
internazionale nel contesto degli eventi rivoluzionari e delle forme di pensiero e di potere tra il 1967 ed il
1977. Non a caso molte fonti visive ci riportano allesigenza di una contestualizzazione storica pi ampia, come
quella rappresentata dai Cintracts i cinegiornali prodotti in Francia tra il 1968 ed il 1969 o dai manifesti
di quegli anni, che includono riferimenti frequenti ai movimenti del mondo intero, dagli studenti giapponesi
dello Zengakuren e dello Zenkyoto, ai movimenti di liberazione dellAfrica e dellAmerica Latina.
5
R. Dbray, Modeste contribution aux discours et crmonies officielles du dixime anniversaire, Maspero,
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
133
nale, come hanno sostenuto in modi diversi sia Marcello Veneziani sia il presidente fran-
cese Sarkozy. Riprender questo tema pi avanti
6
, mentre vorrei ora toccare la questio-
ne del collegamento con il 1989. Paul Berman ha definito quel collegamento come un
paradosso, nel senso che, dopo aver vissuto lesperienza di unutopia di sinistra, la stes-
sa generazione passata pi tardi attraverso lutopia del liberismo. Secondo Berman, il
periodo 1989-1994, che vide lesplosione delle rivoluzioni liberal-democratiche, mise in
moto la tendenza a ridurre drasticamente limportanza delle rivolte del 68
7
. Ma il colle-
gamento tra il 1968 e il 1989 stato riconosciuto in tuttaltro senso da Giovanni Arrighi,
Terence K. Hopkins e Immanuel Wallertstein, secondo i quali il Sessantotto stata una
delle due rivoluzioni mondiali insieme al 1848: entrambe furono dei fallimenti storici.
Entrambe trasformarono il mondo
8
. In questa prospettiva, molto pi fondata storica-
mente, il 1968 stato linizio di un processo culminato nel 1989.
Secondo Stefan Garsztecki
9
, il 1968 segna linizio del declino del comunismo in Polo-
nia e il punto di svolta nella storia del dopoguerra polacco verso la conquista della demo-
crazia nel 1989. Jan Pauer dice qualcosa di simile a proposito della Cecoslovacchia
10
: la
Primavera di Praga segn linizio della trasformazione del blocco di nazioni appartenenti
al vecchio est europeo; si trattava di un risveglio democratico della societ intera e di un
contributo originale di cechi e slovacchi al processo di mettere da parte il potere sovietico
e abbandonare la divisione dellEuropa. Il collegamento tra il Sessantotto e lOttantano-
ve era gi stato percepito da chi aveva vissuto quel periodo storico. Timothy Garton Ash
osserv che nel 1989 a Praga la gente collegava le due date cantando Dub/ek- Havel, e
che i cechi si compiacevano di leggere il numero 89 come un 68 rovesciato
11
.
Per quanto riguarda lUngheria, Daniel Chirot
12
sostiene che il punto di svolta non
fu il 1956, lanno in cui la rivoluzione ungherese venne annientata, ma il 1968, quando
si chiarirono le implicazioni della politica di Brenev, cio che una riforma politica non
era proprio possibile. Mat Szab, pur non essendo daccordo con questa interpretazio-
ne, osserva che gli intellettuali e gli artisti ungheresi, soprattutto i pi giovani, seguiva-
no con attenzione i conflitti esteri, e che alcune delle loro opere ne furono influenzate,
Paris 1978; Gilles Lipovetsky, Lre du vide. Essai sur lindividualisme contemporain, Gallimard, Paris 1983, tr.
it. Lera del vuoto. Saggi sullindividualismo contemporaneo, Luni, Milano 1995.
6
Unindagine sponsorizzata da Le nouvel observateur nel marzo 2008, a proposito delle posizioni espres-
se da Sarkozy sul Maggio Sessantotto: tra tutti i francesi intervistati, alla domanda se concordavano sul fatto
che le conseguenze del Sessantotto fossero state cos negative come aveva sostenuto Sarkozy, il 74% aveva
risposto No, solo il 18% S, mentre l8% si era astenuto. Molti di coloro che avevano risposto No erano in
realt elettori di Sarkozy. Cfr. Le nouvel observateur, n. 2264, 27 marzo-2 aprile 2008.
7
P. Berman, A Tale of Two Utopias: The Political Journey of the Generation of 1968, Norton, New York 1996,
tr. it. Sessantotto: la generazione delle due utopie, Einaudi, Torino 2006.
8
G. Arrighi, T.K. Hopkins, I. Wallerstein, Antisystemic Movements, Verso, London 1989, p. 97, tr. it. Anti-
systemic movements, manifestolibri, Roma 2000.
9
S. Garsztecki, Poland, in M. Klimke, J. Scharloth (a cura di), 1968 in Europe. A History of Protest and
Activism, 1956-1977, Palgrave-Macmillan, New York 2008, pp. 179-187.
10
J. Pauer, Czechoslovakia, in M. Klimke, J. Scharloth (a cura di), op. cit., pp. 163-177.
11
T. Garton Ash, The Magic Lantern. The Revolution of 89 Witnessed in Warsaw, Budapest, Berlin and
Prague, Random House, New York 1990.
12
D. Chirot, What happened in Eastern Europe in 1989?, in V. Tismaneanu (a cura di), The Revolutions of
1989, Routledge, London-New York 1999, pp. 19-50.
Luisa Passerini
134
come accadde per i film di Mikls Jancs, le opere di Tibor Dry, Gyrgy Dalos, Gyr-
gy Konrd, la filosofia di Gyrgy Lukcs, Mihaly Vajda o Agnes Heller, gli insegnamenti
dei sociologi Andrs Hegeds e Ivan Szelnyi, e la musica rock ungherese.
C da rilevare un aspetto importante della connessione tra Sessantotto e Ottantano-
ve considerati come rivolte liberalizzanti. Non solo il Sessantotto assume unampia va-
riet di significati nel contesto di nazioni diverse, ma questo vero anche per i termini
liberale e liberalismo, usati per riferirsi al Sessantotto in almeno quattro accezio-
ni: il tradizionale laissez faire, laissez passer; il tipo di libert rivendicata dal Sessantotto;
la liberalizzazione auspicata dall89 nellEuropa dellEst; e il nuovo liberismo mondia-
le contemporaneo. Un significato multiplo di liberalismo, che fa convergere tutte queste
accezioni, stato conferito a un processo accusato di aver avuto origine nel Sessantot-
to, in modo che tutte le sue implicazioni sono state attribuite al Sessantotto stesso. Dun-
que, si pu considerare questa confusione come parte del processo di de-storicizzazione
e della concomitante miticizzazione/denigrazione del Sessantotto.
Prima di terminare questa prima parte, vorrei soffermarmi sui toni simili che risuo-
nano nei discorsi sul Sessantotto e nel doppio processo che ho menzionato, in diverse
parti del mondo e non solo in prospettiva eurocentrica. A tal fine prender in conside-
razione il movimento studentesco messicano del 1968, che mise in atto una decisiva oc-
cupazione dello spazio pubblico e una forte affermazione della democrazia e del princi-
pio del dialogo, come inizio di una revisione critica delle forme di governo e di cultura
in opposizione a un regime autoritario. Il Sessantotto messicano si concluse con il mas-
sacro di 300-400 persone in Plaza de las Tres Culturas a Tlatelolco il 2 ottobre 1968; fu
un dramma politico, con centinaia di prigionieri politici rimasti in carcere fino al 1971.
Secondo Carlos Monsivis
13
, in Messico si verificata una forma di mitizzazione di que-
gli eventi, che ha interpretato quella tragedia umana e politica in termini di sofferenza
della giovent nazionale, dimenticando di indicarne le cause reali e di dare un nome ai
veri responsabili. Questa visione mitica accompagnata da un senso di colpa della clas-
se media, dalla cancellazione di ogni speranza di progresso, dalla subordinazione ai pre-
sunti vantaggi del capitalismo. Anche Jos Woldenberg nel 2006 ha scritto sullamnesia
collettiva che erode ogni cosa e genera silenzio, simulazione e oblio, generando un vuo-
to nella storia del Messico
14
.
Non posso fare a meno di notare le differenze, ma anche le somiglianze rispetto alla
grande produzione di materiale sul Sessantotto in Europa, che spesso paragonabile ad
un silenzio assordante, cio non ad un vero e proprio silenzio, ma a un vuoto occupa-
to da espressioni di esaltazione o denigrazione. C una somiglianza tra queste opinioni
sul Messico e altre voci, ad esempio tornando alla Francia quella di Marcel Gauchet,
secondo il quale il Maggio 1968 stato scarsamente storicizzato e raramente diventa-
to oggetto di romanzi e film
15
. Si ritrovano toni simili nel saggio di Jean-Pierre Le Goff,
secondo cui il rapporto tra il presente e il Sessantotto oscilla tra il fascino nostalgico da
13
C. Monsivis, Notas sobre la cultura mexicana en el siglo XX, in Historia general de Mxico. Version 2000,
El Colegio de Mxico, Mxico 2005, pp. 957-1076.
14
J. Woldenberg, Prlogo. Historia personal del pasado, in J. Ortega Jurez, El otro camino. Cuarenta y cinco
aos de trinchera en trinchera, Fondo de Cultura Econmica, Mxico 2006, pp. 15-20.
15
M. Gauchet, Bilan dune gnration, Le Dbat, n. 149, marzo-aprile 2008, pp. 101-111.
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
135
un lato e le accuse al Sessantotto di essere la causa dei mali doggi dallaltro
16
. Anche
Bndicte Delorme-Montini
17
insiste sul fatto che, poich il Sessantotto loggetto po-
limorfo solamente di una storia embrionale (histoire embryonnaire) e non di una storia
compiuta, la visione che se ne ha dipende in modo accentuato dagli sviluppi del presen-
te. Secondo Delorme-Montini, lesperienza di una democrazia diretta e della tempora-
nea abolizione delle barriere sociali, che vennero vissute come felicit pubblica, non pu
essere ridotta n alla militanza populista n alledonismo libertario. Questa eredit poli-
tica si pu invece ritrovare nellopposizione alla globalizzazione liberista che cresciuta
dal 1995, fornendo al Sessantotto una nuova vita e la possibilit di riabilitare la sua na-
tura politica.
Ci troviamo ora di fronte al fatto che nei decenni successivi leredit del Sessantot-
to gi definita impossibile da Jean-Pierre Le Goff
18
in molti casi ha subito dei ca-
povolgimenti. Soltanto un esempio, ma piuttosto rilevante: i movimenti politici legati
allecologia, pur continuando a prolungare alcune caratteristiche del Sessantotto, han-
no sviluppato contrariamente alla prospettiva trionfante di quel periodo una visio-
ne catastrofica del presente e del futuro. Un capovolgimento simile potrebbe aver avuto
luogo anche per quanto riguarda la critica allintellettualit, che non poteva essere iso-
lata nel contesto dei movimenti del Sessantotto, ma che lo stata in maniera crescente
nei decenni successivi.
Esperienza e memoria
Data la prevalenza nel discorso pubblico di una visione de-storicizzata del Sessantotto,
nonch la carenza di ricerca sulle sue ripercussioni intellettuali, ho scelto di proporre
alcuni filoni di studio che potrebbero orientare le ricerche future. Sono ricorsa a fonti
quali la memoria e lesperienza personale situate a met strada tra fonti primarie e fon-
ti secondarie non solo perch una tra le mie aree di ricerca e di riflessione privilegia-
te, ma anche perch mi sembra che potrebbero essere ancora utili per affrontare alcune
questioni concernenti il Sessantotto e le sue ripercussioni. Quanto segue una breve ri-
cognizione nel campo degli studi che prendono a oggetto la memoria e lesperienza, che
occuper solo una piccola parte di questo contributo, mentre nellultima parte torner a
considerazioni pi generali. In tale prospettiva, vorrei innanzitutto prendere in conside-
razione alcuni terreni disciplinari specifici, legati proprio alla mia esperienza nel campo
degli studi culturali e della storia culturale in Gran Bretagna e in Italia.
La tendenza a rompere la divisione tra teoria e pratica, condivisa dal senso comune e
dallapproccio scientifico, era gi presente nei movimenti e nelle teorie precedenti il Ses-
santotto. Per quanto riguarda il caso europeo, alcune delle sue radici sono rappresenta-
16
J-P. Le Goff, Mai 68: la France entre deux mondes, Le Dbat, n. 149, marzo-aprile 2008, pp. 83-100.
17
B. Delorme-Montini, Regards extrieurs sur 1968. Polymorphie dun objet dhistoire embryonnaire, Le
Dbat, n. 149, marzo-aprile 2008, pp. 66-82.
18
J-P. Le Goff, Mai 68, lhritage impossibile, La Dcouverte, Paris 1998 (nuova edizione con postfazione
dellautore, 2006).
Luisa Passerini
136
te dalle esperienze e dalle idee di gruppi minoritari come i Provos e i Situazionisti
19
, ma
anche dalle nuove (allora) tendenze nelle scienze sociali, come la propensione a rompe-
re la separazione tra soggetto e oggetto della ricerca sociale. Se cerchiamo di collocare
il Sessantotto in una storia intellettuale pi ampia, che prenda in considerazione alcuni
aspetti e nazioni dellEuropa occidentale, durante la seconda met degli anni Cinquan-
ta e la prima degli anni Sessanta nelle scienze socio-storiche si svilupp un movimento
di idee che tendeva ad allontanarsi da oggetti istituzionali per rivolgersi a una dimensio-
ne sociale. In storia e in sociologia questo signific spostarsi dai movimenti e dai partiti
verso le classi sociali. Avvenne una trasformazione epistemologica che annunciava indi-
rettamente il Sessantotto, il quale a sua volta influenz in modo profondo tali discipli-
ne. Non per una coincidenza pura e semplice che le prime universit che diedero spa-
zio alle nuove scienze sociali Nanterre in Francia, Trento in Italia, e la London School
of Economics diventassero tutte centri di agitazione politica.
Nello stesso tempo avevano cominciato a manifestarsi i germi di un nuovo approc-
cio culturale, in opere come quelle di Richard Hoggart, Raymond Williams e Edward P.
Thompson, che mostravano i collegamenti tra la dimensione culturale e la societ. Log-
getto era rappresentato soprattutto dalle culture delle classi subalterne, ma il nuovo ap-
proccio includeva anche la critica dellappropriazione della cultura a opera della tradi-
zione liberale borghese e dei suoi canoni.
La novit fu che il 1968 port sulla scena, con un ruolo centrale, la soggettivit. Na-
turalmente il termine soggettivit era gi presente nei Quaderni del carcere di Gram-
sci. Non a caso Gramsci diventato un riferimento teorico importante per un campo
transdisciplinare come gli studi culturali, soprattutto in Gran Bretagna. La sua opera
un punto di convergenza tra le esperienze inglesi e italiane degli studi culturali, sebbe-
ne la sua influenza intellettuale sia pi forte in Gran Bretagna che in Italia. Penso in par-
ticolare a Stuart Hall, che ci ha insegnato a trarre ispirazione da Gramsci per gli studi
postcoloniali, specialmente per quanto concerne le relazioni tra razza e classe. Hall col-
loca gli studi culturali al centro degli sviluppi politici che ebbero luogo negli anni Ses-
santa, Settanta e Ottanta.
Le origini e gli sviluppi degli studi culturali e della storia culturale possono essere
considerati come uninterfaccia dei passaggi e delle fratture che hanno caratterizzato le
relazioni tra politica e cultura e che sono oggi rilevanti se si vuole aprire una linea di ri-
flessione sulla natura politica del lavoro intellettuale. Lapproccio culturale implica una
rivisitazione di varie discipline, quali lantropologia, la critica letteraria, la sociologia, il
diritto, la geografia, e dei cambiamenti nei loro statuti epistemologici, cos come di una
serie di relazioni transdisciplinari. In ogni caso gli studi culturali e la storia culturale non
sono solo una risposta alla crisi degli studi umanistici, ma anche a realt extra accademi-
che. Ecco perch tendono a configurarsi come una sfida ai linguaggi disciplinari e non
solo come una nuova disciplina. Nello stesso tempo sono istituzionalizzati e inseriti in
alcuni spazi specifici a volte in interstizi della vita accademica e delle istituzioni.
19
Si veda G.-R. Horn, The Spirit of 68. Rebellion in Western Europe and North America, 1956-1976, Oxford
University Press, Oxford-New York 2007.
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
137
Lipotesi che vorrei proporre che molti cambiamenti nel panorama intellettuale e
culturale indotti dal Sessantotto sono stati in realt il prodotto di una complessa com-
binazione di sconfitte e vittorie: ad esempio, la creazione al livello istituzionale di
nuovi filoni disciplinari, come gli studi culturali, stata in parte un tentativo di portare
sulla scena accademica la lotta culturale politicizzandola, in parte la conseguenza di un
ritiro dallazione politica diretta e di un riciclo di personale politico.
La natura transdisciplinare dellispirazione sociale negli anni Sessanta e Settanta
mi pare evidente per quanto concerne lemergere della pratica della storia orale, che
esisteva in varie forme prima che si profilasse, alla fine degli anni Settanta, un vero e
proprio movimento internazionale con questo nome. Nonostante che allepoca si trat-
tasse di un movimento principalmente occidentalocentrico, la storia orale non era tale
nella sua essenza, dati i suoi antecedenti importanti negli studi di africanistica e i suc-
cessivi sviluppi su scala globale dagli anni Novanta. La storia orale esisteva negli anni
Cinquanta e Sessanta in vari paesi, tra cui lItalia, come storia delle classi subalter-
ne. Ma a partire dal 1968 il termine e il concetto di soggettivit vennero applica-
ti direttamente ai movimenti sociali, degli studenti, dei lavoratori e delle donne, per
lo meno in alcune nazioni dellEuropa occidentale, in riferimento al livello soggettivo
delle masse rivoluzionarie. Questo tipo di soggettivit implicava lattenzione alla vita
quotidiana e alla relazione tra lindividuo e la collettivit. In effetti, quella che oggi
chiamata storia culturale era a volte definita storia della soggettivit nellItalia de-
gli anni Settanta.
Nei campi che conosco meglio, la storia culturale e la storia orale, credo non ci sia
alcun dubbio che il Sessantotto, in particolare se riconosciuto come un processo durato
almeno un decennio, port alla trasposizione di persone e idee da unapplicazione diret-
ta al campo della politica a un investimento intellettuale ed emotivo nel campo della ri-
cerca intellettuale. Ci converge con quanto scriveva Robert Young nel 2004, rivisitan-
do la sua opera intitolata White Mythologies: negli anni Sessanta il contatto tra teoria e
politica rivoluzionaria europea e nordamericana da un alto, e i movimenti anticoloniali
del Terzo mondo dallaltro diedero origine a un terzo spazio, in cui poteva essere co-
struita una resistenza intellettuale di natura globale allimperialismo. Dal Sessantotto in
avanti, lampio numero di opere intellettuali realizzate nel corso delle lotte anticolonia-
li stato collegato al discorso occidentale critico e dissidente e usato contro le forme di
potere egemoniche euro- e occidentalocentriche. Questo collegamento politico ha pro-
dotto una forma di intervento teorico chiamata postcolonialismo. Anche il poststruttu-
ralismo, in linea generale, deve parecchio a tale collegamento.
Si ha qui una forma di sinergia che costituisce il contesto transnazionale del Ses-
santotto in prospettiva storica, intendendo con sinergia, secondo lOxford English Dic-
tionary, lincremento dellefficacia o del risultato prodotto grazie a unazione com-
binata o cooperazione, che supera la somma degli effetti individuali. Ciononostante,
molti studi sul Sessantotto non ne hanno tenuto conto, oppure hanno considerato in
qualche misura le lotte in America Latina, ma molto meno quelle in Africa e, per quan-
to riguarda lAsia, soprattutto il Vietnam, ma non il Giappone, un luogo cruciale del
Sessantotto, che per altro si verificato in quel paese piuttosto nel 1967 e nel 1969.
Il Giappone un caso interessante quanto alle ripercussioni intellettuali. Un esempio
Luisa Passerini
138
significativo pu essere tratto da un intervento di Koichi Yamada
20
, che inizia con i suoi
ricordi delle dimostrazioni di massa studentesche alluniversit di Tokio, in cui al tempo
studiava economia, e termina, dopo aver osservato che negli anni intorno al 1968 stava-
no avvenendo importanti cambiamenti nelleconomia mondiale, con la considerazione
che in quel periodo mut anche lorientamento di pensiero e di percezione allinterno
della scienza economica. A suo parere, lanno 1968 fu dimportanza cruciale per il pen-
siero economico, nel senso che i giovani economisti di oggi sembrano dominati da un
pensiero classico che enfatizza la razionalit e i meccanismi dei prezzi, mentre gli econo-
misti della generazione del 1968 tendevano ad avere fiducia nella visione keynesiana del
mondo come sistema imperfetto in cui i prezzi non si muovono in modo fluido. Lesem-
pio giapponese vale sia per la questione della sinergia sia per quella della differenza tra
generazioni riguardo agli atteggiamenti intellettuali e politici.
Per trovare termini di comparazione in altri campi disciplinari diversi dal mio, ho ta-
stato il terreno con qualche breve intervista ad alcuni protagonisti del Sessantotto in al-
tri paesi rispetto a quelli menzionati finora (Francia, Italia, Gran Bretagna, Messico e
Giappone). Ho quindi iniziato la mia ricognizione dalla Germania, perch uno dei po-
chi paesi a proposito dei quali posseggo qualche conoscenza.
Ho intervistato per primo seguendo la mia rete di contatti personali Friedrich
Hermann, uno dei protagonisti dello sviluppo del KPK (Karlsruher Physikkurs), un nuo-
vo metodo dinsegnamento della fisica, che ha avuto origine in Germania ed ora diffu-
so in tutto il mondo. Hermann ha rilevato una sinergia tra le linee guida del movimen-
to sessantottino e la formulazione del linguaggio scientifico, specialmente nellarea della
comunicazione della scienza e della sua trasmissione nelle scuole. Secondo lui, linfluen-
za del Sessantotto non fu una causa diretta delle nuove posizioni nel campo della fisica;
si tratt piuttosto di unatmosfera intellettuale che diede origine a sviluppi paralleli. In
effetti, i principi del KPK erano stati posti dal fisico Gottfried Falk tra la fine degli anni
Sessanta e i primi anni Settanta. Il gruppo che gravitava intorno a lui era attivo politica-
mente nel senso che teneva seminari sulle armi nucleari e pi tardi sul programma Star
Wars di Ronald Reagan. La fisica creata a Karlsruhe criticava la fisica istituzionale. Pri-
ma di tutto, sviluppava una forte tendenza allanti-autoritarismo nella sfida al linguaggio
tradizionale della fisica, che venne completamente riformulato in termini di esperimen-
ti ed esperienze tratti dalla vita quotidiana. In secondo luogo, alcune delle pubblicazio-
ni del KPK, sebbene scritte per tutti, erano dirette esplicitamente alle donne, sfidando il
pregiudizio secondo cui per loro la fisica era pi difficile che per i colleghi maschi. In
terzo luogo, il KPK si impegn in scambi transdisciplinari con alcune branche della chi-
mica che stavano attraversando trasformazioni simili. Anche oggi, secondo il mio inter-
vistato, la fisica di Karlsruhe genera forti opposizioni in Germania; anche se non n
direttamente politica n ideologica, sfida le posizioni conservatrici allinterno della di-
sciplina e quindi suscita controversie.
In seguito ho intervistato Axel Bichler, scrittore indipendente originario di Monaco
che nel 1968 studiava filosofia a Berlino. Ha iniziato con unosservazione generale: se-
20
K. Yamada, Japan 1968: A Reflection Point During the Era of the Economic Miracle, Economic Growth
Center, Yale University, Center Discussion Paper n. 764, 1996.
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
139
condo lui lintellettualit del Sessantotto si era diretta contro il sistema, nello sforzo di
capire il nemico, mentre oggi lintellettualit non nella maggior parte dei casi orienta-
ta in questo senso. Questa considerazione conferma la mia esitazione iniziale a usare il
termine ripercussioni intellettuali per il Sessantotto, ma allarga il campo di osserva-
zione al presente. Comunque, Bichler ha anche indicato che una profonda innovazione
ha avuto luogo nel campo della filosofia, soprattutto la filosofia insegnata nelle scuole e
nelle universit, che prima del 1968 di solito non faceva riferimento alla sociologia e alla
psicologia, in altre parole a Marx e Freud. Entrambi questi autori hanno fatto il loro in-
gresso nelle scuole tedesche dopo il 1968. Rispondendo a una delle mie domande, Bi-
chler ha concordato che sarebbe stato corretto parlare di sinergie, dal momento che la
Scuola di Francoforte era gi attiva prima del 1968 e che il suo pensiero aveva influen-
zato molti protagonisti del Sessantotto in Germania.
Ho poi intervistato Katharina Oeding, docente di biologia, che anche lei nel 1968 si
era recata a studiare a Berlino. A suo parere, una delle influenze del Sessantotto sullin-
segnamento della biologia stato il fatto che da quel momento in poi ha cominciato a
essere inclusa nei programmi scolastici leducazione sessuale, in una scuola che stava di-
ventando in generale pi aperta e libera. Oeding ha anche menzionato che alcuni cam-
biamenti rilevanti, come lintroduzione, dopo il 68, dellinsegnamento della biologia
molecolare, furono basati su ricerche gi iniziate prima del 68, confermando quindi
lipotesi di rapporti indiretti e sinergici tra il Sessantotto e il periodo precedente e quel-
lo successivo.
Ho infine avuto loccasione di essere messa in contatto
21
con un protagonista del Ses-
santotto messicano, Joel Ortega Jurez, un militante che ha sperimentato il carcere e che
recentemente ha pubblicato un volume di riflessioni sulla sua biografia politica e intel-
lettuale, El otro camino
22
. In risposta alle mie domande, ha immediatamente ricordato
che, per accertare le ripercussioni intellettuali del Sessantotto, dovremmo prendere in
considerazione il fatto che decine di migliaia di giovani che avevano partecipato al mo-
vimento sono diventati in seguito insegnanti e professori. Ha riconosciuto che, dopo il
Sessantotto, in Messico avvenuta una vera e propria rinascita della scienza, della cul-
tura e della politica; in tutti i campi del sapere si assistito a nuove ricerche e riflessioni
come non si era mai verificato in passato. Abbiamo scoperto il nostro paese, ha detto,
confermando cos quello che sostiene Carlos Monsivis, cio che il Sessantotto messica-
no port a unintensificazione dello studio del marxismo come larma analitica principa-
le per capire la societ, sebbene questo processo non sia stato in grado di evitare il dog-
matismo e la volgarizzazione. Secondo Ortega Jurez, la proliferazione del marxismo
nelle universit, che era cominciata prima del Sessantotto, conoscendo il proprio picco
come conseguenza dellondata di militanti politici esiliati dallAmerica Latina negli anni
Settanta un altro elemento che concorda con la tesi di Robert Young sulla connessione
tra le lotte anticoloniali e il Sessantotto venuta meno dopo la caduta del Muro di Ber-
21
Ringrazio Leslie Hernndez Nova per questo contatto.
22
J. Ortega Jurez, El otro camino. Cuarenta y cinco aos de trinchera en trinchera, Fondo de Cultura Econ-
mica, Mxico 2006.
Luisa Passerini
140
lino. Secondo Adolfo Gilly, nel suo testo 1968: la ruptura en los bordes
23
, linfluenza deter-
minante del Maggio francese sullimmaginazione degli studenti dellUniversit nazionale
autonoma del Messico e dellIstituto politecnico nazionale deve essere collegata alla me-
moria della rivoluzione cubana del 1959, originata nellUniversit di LAvana. Per Gilly, il
confronto con il Sessantotto in Messico ha contribuito ad accelerare linnovazione tecno-
logica e la trasformazione del capitale, la riorganizzazione del lavoro e luso dellinforma-
zione; inoltre ha cambiato le forme dellimmaginazione e della pianificazione.
Nella sua intervista, Joel Ortega Jurez ha chiarito la posizione espressa nel proprio
libro, in cui ha scritto non solo che, riconsiderando i suoi quarantacinque anni di mi-
litanza politica, aveva sempre cercato di conciliare le sue convinzioni comuniste con
laspirazione alla libert, uguaglianza e fraternit, ma che vedeva anche una continuit
tra lutopia degli anni Sessanta e la lotta libertaria che una sinistra moderna deve porta-
re avanti di questi tempi, riformulando il pensiero liberale. Il liberalismo ha afferma-
to non deve essere inteso come il liberalismo capitalista del laisser faire, laisser passer
n come il liberismo attuale, ma in senso radicale, attento nei confronti dei problemi so-
ciali; secondo lui, questa limplicazione del far riferimento oggi alla gran fiesta liber-
taria del Sessantotto messicano contro lautoritarismo, con significato opposto, quin-
di, alla continuit che Sarkozy ha preteso di stabilire tra il Sessantotto e il neoliberismo
selvaggio. Secondo lintervistato, la sinistra messicana dovrebbe tornare alle radici li-
berali dello stato nazionale, prima dellavvento della tendenza autoritaria e corporati-
va che negli anni Venti e Trenta trasform lo stato messicano in un apparato per il con-
trollo della societ.
Vorrei aggiungere a queste interviste quelle pubblicate da Virginie Linhart
24
, figlia di
Robert Linhart, protagonista del Sessantotto francese e fondatore nel 1960 dellUnion
des jeunesses communistes marxistes-lninistes, che raccomandava ai suoi iscritti di an-
dare a lavorare in fabbrica; lui lo fece, lavorando per un anno alla Citron, e su questespe-
rienza scrisse un testo famoso, Ltabli. Sua figlia ha intervistato 23 figli di sessantottini
(le biografie di alcuni dei quali erano state inserite nella raccolta Gnration)
25
e gli stes-
si intervistati si autodefiniscono figli del Sessantotto. Nonostante rimpiangano di es-
sere stati allevati in ambienti in cui la cura dei figli non veniva mai messa al primo posto,
ma sempre dopo la politica, e riconoscendo che la trasmissione era molto difficile per
i nostri genitori, perch erano troppo coinvolti nel presente, trovano toni come questo
per confermare leredit dei propri genitori:
Ho fatto miei alcuni principi di quegli anni: lidea che tutto politica, la sfida allautorit, la
lotta per luguaglianza dei sessi, e il femminismo, ma ne ho rifiutati altri, come la militanza, la
libert sessuale, la denuncia dellordine borghese, laccettazione delle droghe, [con il risultato,
dice Virginie Linhart di se stessa, che] in me si svolge una negoziazione costante tra i valori
che mi hanno inculcato da bambina e il presente in cui mi trovo. [Oppure, come afferma una
delle sue intervistate:] Noi, figlie di femministe, siamo diventate molto casalinghe cio attac-
23
In J. Ortega Jurez, El siglo del relmpago. Siete ensayos sobre el siglo XX, Itaca-La jornada, Mxico 2002,
pp. 65-83.
24
V. Linhart, Le jour o mon pre sest tu, Seuil, Paris 2008.
25
H. Hamon, P. Rotman (a cura di), Gnration, 2 voll., Seuil, Paris 1987.
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
141
cate alla felicit domestica e alle sue regole, al suo conformismo, ma portiamo il femminismo
dentro di noi perch ci siamo nate.
Che cosa emerge da questi frammenti di memorie ed esperienze? Prima di tutto, la con-
ferma dellosservazione di Ellen Willis, secondo la quale ci che manca dai dibattiti cor-
renti sugli anni Sessanta la loro esperienza emotiva
26
. Inoltre, il senso che le conse-
guenze intellettuali del Sessantotto sono innumerevoli e ancora da esplorare; devono
essere cercate soprattutto nelle aree dellinsegnamento e della trasmissione e in gran par-
te anche nei campi della ricerca transdisciplinare. Infine, sul terreno dellintellettualit
politica si sono verificati dei rovesciamenti, che dovrebbero essere esaminati in modo
pi riflessivo ed esplicito, per esempio al fine di raggiungere una comprensione multipla
dei concetti di libertario e liberale.
Derivazioni indirette e sinergie
Nel suo controverso volume intitolato La pense anti-68
27
, Serge Audier delinea il pro-
cesso con cui la rivolta del Sessantotto ha lasciato sedimenti positivi nei campi della cre-
azione pratica ed intellettuale. Sedimento un termine usato da Cornelius Castoriadis
(sdimentations positives) per indicare che le rivoluzioni moderne, sebbene siano sta-
te sconfitte, hanno lasciato uneredit che ha trasformato le societ e allo stesso tempo
sono state fermenti per una serie di trasformazioni future e per listituzione formale di
diritti, libert e garanzie, che hanno reso la societ pi vivibile. Cos, limportanza positi-
va del Maggio Sessantotto stata di rendere visibile a tutti il fatto che la politica ovun-
que, la societ stessa: tutto ci che nelle relazioni tra le persone ha a che fare con lau-
torit e il potere pu essere considerato politico e diventa un campo di battaglia.
Quindi la pense-68 non quello che Luc Ferry e Alain Renaut
28
hanno attribuito ai
matres--penser che scrivevano negli anni Sessanta e ancora prima, ma si riferisce a pen-
satori come Cornelius Castoriadis, Louis Gruel, Claude Lefort e Andr Gorz, che hanno
aperto la strada a un pensiero politico democratico, portando avanti il pensiero di Mer-
leau-Ponty e Sartre. Meno spettacolari di coloro che hanno dichiarato la fine delluma-
nesimo e del soggetto, questi autori hanno sviluppato, nei trentanni tra il 1970 e il 2000,
una linea di pensiero pi complessa che orientata verso il futuro.
Ad esempio, secondo Audier, Gruel vede nel Sessantotto la crisi del mantenimen-
to di un mondo condiviso, lindebolimento delloggettivit del mondo istituzionalizzato,
dellimposizione naturale delle regole della vita sociale, della presunta ovviet degli
assetti gerarchici e un cambiamento radicale nellatteggiamento verso le forme costituite
di professionalit. In altre parole, la trasformazione della soggettivit fu estesa dal Ses-
26
Citata in M. DeKoven, Utopia Limited. The Sixties and the Emergence of the Postmodern, Duke University
Press, Durham-London 2004, p. 289.
27
A. Serge, La pense anti-68. Essai sur les origines dune restauration intellectuelle, La Dcouverte, Paris
2008.
28
L. Ferry, A. Renaut, La pense 68. Essai sur lanti-humanisme contemporain, Gallimard, Paris 1985, tr. it. Il
68 pensiero, Rizzoli, Milano 1987 e L. Ferry, A. Renaut, 68-86. Itinraires de lindividu, Gallimard, Paris 1987.
Luisa Passerini
142
santotto al mondo della conoscenza, attraverso la critica dei modelli culturali di educa-
zione trasmessi nelle scuole, la critica della medicina, la creazione di un nuovo ecolo-
gismo, anche sulla base della relazione tra le nuove forme di conoscenza sviluppate dai
movimenti ecologici e della lotta contro la guerra in Vietnam.
Secondo Audier, stato soprattutto Castoriadis a sottolineare il contributo del Ses-
santotto a porre termine alla convinzione di essere o voler essere signori e padroni del-
la natura. La critica di uno pseudodominio pseudorazionale della natura, che non deve
essere confusa con un discorso antiscientifico o antitecnologico o con una posizione an-
timodernista, parte di unintegrazione della critica ecologica nella teoria democratica
ed molto lontana dallideologia progressista che vuole alzare lo standard di vita occi-
dentale a qualunque costo. Anche tale tipo di ecologismo pu dunque essere considera-
to una ripercussione intellettuale del Sessantotto.
Secondo questapproccio, nonostante i dogmatismi e le sconfitte, i movimenti degli
anni Sessanta hanno lasciato in eredit orientamenti intellettuali che riformulano ci che
ancora valido delle domande e delle aspirazioni degli anni della protesta: il bisogno di
emancipazione individuale rispetto alle strutture tradizionali, la ricerca della partecipa-
zione alla vita sociale e politica, laspirazione a una maggiore uguaglianza e la ridiscus-
sione delleconomicismo e del produttitivismo.
Un tentativo, forse non del tutto riuscito, del libro di Audier, di distinguere i con-
tributi intellettuali dallimpatto generale del Sessantotto, senza per questo separarli dal-
le loro implicazioni politiche. Per esplorare ulteriormente la relazione tra le ripercussio-
ni intellettuali e politiche, sono ricorsa a un sistema che gli storici non dovrebbero mai
usare, dal momento che, come ci viene insegnato, la storia non si fa n coi se n coi
ma. Vorrei proporre una deviazione da questo principio, seguendo lesempio del filo-
sofo tedesco Claus Offe.
In un seminario tenuto presso lIstituto universitario europeo di Fiesole nellanno ac-
cademico 2000-2001, Offe aveva proposto lipotesi controfattuale secondo la quale il
Sessantotto non avrebbe mai avuto luogo. Questa eliminazione sperimentale del Ses-
santotto gli permette di formulare quattro ipotesi, in ordine decrescente di ottimismo: i
movimenti del 1968 erano impegnati nella sovversione dei codici dominanti, intenden-
do con codice una norma istituzionalizzata di selezione e valutazione. In particolare,
gli studenti della seconda met degli anni Sessanta volevano decostruire i codici propri
della societ tedesca del dopoguerra e distinguere le differenze vere dalle false. La prima
ipotesi che, se nello spazio cognitivo della societ del dopoguerra non fosse stata fat-
ta quelloperazione, non ci sarebbero stati i movimenti femministi ed ecologisti, i partiti
dei Verdi, le rivendicazioni dei diritti per le minoranze etniche, religiose e sessuali. Una
seconda ipotesi configura il Sessantotto come sintomo, epifenomeno di un processo di
liberazione a lungo termine. In questa prospettiva, se il Sessantotto non si fosse verifica-
to, lo stesso processo si sarebbe sviluppato in ogni caso, probabilmente pi in l nel tem-
po, forse meno spettacolare e pi legato alle lite politiche. Una terza ipotesi recita che
il movimento sessantottino non port nulla di nuovo, ma rese irreversibili alcuni proces-
si; se non ci fosse stato, avremmo perso i suoi effetti protettivi contro la regressione nei
confronti dellautoritarismo, del razzismo, dei ruoli di genere apparentemente natura-
li, del tradizionalismo nelleducazione e cos via. Una quarta ipotesi che Offe trae da
Agnes Heller che il Sessantotto favor lemergere di una cultura di postmodernismo
Le problematiche ripercussioni intellettuali del Sessantotto
143
politico, abbandonando ogni distinzione tra vero e falso, svalutando quindi luniversali-
smo morale e negando ogni differenza. In questo caso il risultato della liberazione sareb-
be stata una condizione dindifferenza. Offe mette un punto di domanda allattribuzio-
ne di questo risultato al Sessantotto; di conseguenza non dice che cosa sarebbe accaduto
se il Sessantotto definito in quei termini non fosse mai accaduto.
Lipotesi pi controversa ed enigmatica lultima, che postula la relazione tra il Ses-
santotto e il postmodernismo. In questo caso tutto dipende dalla definizione che diamo di
postmodernismo. Se tralasciamo linsistenza sullindifferenza implicita nella quarta ipotesi
di Offe, troviamo una definizione pi incoraggiante, come quella data da Marianne DeKo-
ven
29
, secondo la quale alcuni aspetti della politica e delle controculture radicali degli anni
Sessanta portavano in s simultaneamente lultima fioritura del moderno e lemergere del
postmoderno. Mentre per DeKoven la modernit si riferisce al periodo che inizia con lIl-
luminismo e continua fino allemergere della postmodernit nel corso degli anni Sessan-
ta, il postmoderno emerso dai movimenti radicali e controculturali degli anni Sessanta,
impegnati nella produzione e ricezione di subculture sovversive, nel postcolonialismo, ne-
gli studi sulle etnie e le razze, negli studi culturali e negli studi di genere e queer. In questa
prospettiva, il postmodernismo visto come un locus di resistenza dallinterno.
Ci che credo sia importante in questo approccio lo sforzo di capire che cosa fosse
in gioco negli anni Sesanta al fine di accertare le potenzialit del nostro presente. Que-
ste sono, nonostante loscurit in cui ci muoviamo (il nostro un presente desolato, per
esempio in Italia), immense. Dico immense dal punto di vista del presente, ma con
uno sguardo anche alla media e alla lunga durata.
Le potenzialit sono immense se pensiamo alle considerazioni di Robert Young: la
potenzialit di prefigurare utopie postmoderne sulla base della congiunzione che, avvia-
ta tra il nord e il sud del mondo in termini simbolici sta nutrendo gli studi postco-
loniali. Potenzialit immense di riformulare progetti utopici, non in forma universalisti-
ca, ma in connessione con la vita quotidiana, con la critica ai consumi assurdi e ai troppi
aspetti insostenibili del cosiddetto sviluppo. Potenzialit di rovesciamento, di passaggio
dal ritiro allazione in vari campi, anche a livello intellettuale.
In conclusione, scorgo alcune potenzialit anche nel nostro lavoro di intellettuali.
Ho cercato di mostrare che i principi dei rapporti indiretti e della sinergia hanno funzio-
nato storicamente nelle relazioni tra il Sessantotto e i suoi antecedenti, cos come tra il
Sessantotto e il futuro. Jean-Paul Sartre una volta pose questa domanda: Perch il Ses-
santotto non dovrebbe verificarsi ancora?, fedele al proprio principio del pourquoi pas.
Penso che, pi modestamente, potremmo dire:
Perch certi rapporti indiretti, certe sinergie non dovrebbero verificarsi ancora? Anche pi
specificamente, in riferimento al nostro lavoro intellettuale e in relazione a possibili sviluppi
politici? Non potrebbe questo lavoro avere qualche valore in una costellazione di sinergie per
un possibile cambiamento futuro del mondo? E infine, perch non dovremmo fare il nostro
lavoro come se potesse convergere in un processo pi ampio di liberazione?
Vorrei concludere proprio con la domanda sartriana: pourquoi pas? Perch no?
29
M. DeKoven, Utopia Limited..., cit.
Luisa Passerini
144
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145
LALTRA CONTESTAZIONE:
LA RESISTENZA ALLARBITRIO E ALLA MENZOGNA.
NEL MONDO DEL DISSENSO RUSSO
Sergio Rapetti
Sono io che vi invito alla verit e alla rivolta,
che non voglio pi servire,
e spezzo le vostre nere pastoie
intessute di menzogna.
Jurij Galanskov, Mosca 1961, dal poema Manifesto umano
1
Tre anni cruciali: 1966-1968
Nei primi giorni di dicembre del 1965 un volantino fatto circolare allUniversit di Mo-
sca e in altri ambienti universitari rivolgeva Ai cittadini un Appello a partecipare il
5 dicembre alle 18 a un comizio pubblico indetto in piazza Pukin, uno slargo alberato
attorno al monumento del poeta, nel centro della capitale.
Per la festivit ufficiale del Giorno della Costituzione sovietica (quella staliniana
del 1936), studenti e cittadini erano dunque invitati a manifestare contro le possibili
violazioni delle norme sulla pubblicit del procedimento penale nella causa che si sta-
va istruendo contro il critico letterario Andrej Sinjavskij e il traduttore e poeta Julij Da-
niel, detenuti in arresto da alcuni mesi.
Richiamandosi alla Costituzione, si invocava da parte delle autorit il rispetto delle
leggi che esse stesse si erano date ammonendo: Le illegalit del potere sono costate nel
passato la vita e la libert a milioni di cittadini. Il passato sanguinoso ci richiama ad es-
sere vigilanti nel presente
2
.
Rispetto ai raduni giovanili con letture di poesie attorno a un altro monumento di
Mosca, quello a Majakovskij nella piazza omonima, degli anni 1958-1961, dispersi con
arresti dalla polizia, e alle effimere riviste dattiloscritte di poesia di quegli stessi anni
3
,
nelle quali si erano fatti le ossa proprio alcuni dei dissidenti di adesso, Ginzburg, Bu-
kovskij, Galanskov, liniziativa destinata a produrre durevoli conseguenze.
Sinjavskij e Daniel avevano fatto uscire allestero alcune loro opere scritte per il
cassetto tra il 1956 e il 1963, perch convinti di non poter comunque contare su una
1
Diffuso nel 1961 dal circuito dellautoeditoria alternativa (samizdat); in AA.VV., Da riviste clandestine
dellUnione Sovietica, Jaca Book, Milano 1966, p. 125.
2
Belaja kniga po delu Sinjavskogo i Danielja, testo samizdat, in A. Ghinsburg [ Ginzburg], Libro bianco sul
caso Sinjavskij-Daniel, Jaca Book, Milano 1967, p. 59.
3
Unampia scelta di traduzioni da Sintakis (1959-1960), Feniks (1961) e Sfinksy (giugno 1965),
stata pubblicata anche in Italia: AA.VV., Da riviste clandestine dellUnione Sovietica, cit.
Sergio Rapetti
146
loro pubblicazione in URSS. Firmate con gli pseudonimi rispettivamente di Abram Terz e
Nikolaj Arak, i libri avevano fatto scalpore, fino a diventare un caso ampiamente pub-
blicizzato; dopo il gennaio 1962 il nome di Abram Terz e di alcune delle opere pubbli-
cate erano comparsi pi volte sulla stampa sovietica in articoli propagandistici che de-
nunciavano gli smaccati falsi antisovietici fabbricati dai soliti mestatori della guerra
fredda. Ma il KGB (fra tutte le autorit sovietiche preposte la pi informata) sapeva bene
che i responsabili non andavano cercati tra gli emigrati, ma in casa propria e aveva intra-
preso una serrata caccia allautore. Allinizio del 1965 gli agenti della polizia segreta era-
no gi sulle loro tracce e in settembre il cerchio si era chiuso portando i due letterati nel
carcere interno della Lubjanka e poi in quello giudiziario di Lefortovo. Listruttoria si
stava svolgendo in segreto (sarebbe durata cinque mesi) senza che fossero stati resi noti
i capi daccusa ma le notizie che trapelavano erano univoche: i due imputati ammetteva-
no la paternit degli scritti ma ne rivendicavano la liceit dato che pubblicare allestero
non costituiva in s reato, le opere in questione erano creazioni letterarie e non potevano
essere in alcun modo assimilabili alla categoria della propaganda antisovietica. In lette-
ratura ribadivano i due amici e i loro sostenitori alla parola, anche la pi discutibile,
si replica con la parola, e la non conformit al dettato imposto dallalto di gusti e giudizi
estetici e letterari non pu avere rilevanza per gli organi giudiziari
4
.
Cos le 100 persone che si riunirono attorno alla statua del loro pi grande poeta, e
figura di riferimento anche per le virt civili, sapevano che la richiesta di pubblicit (gla-
snost) per il processo in preparazione, esposta in uno dei tre modesti cartelli che innal-
zavano, poteva far s che i loro due sodali alla sbarra, dei quali si parlava ormai molto sia
in URSS che allestero, potessero difendere con qualche eco le ragioni della legalit e del-
la libert. La manifestazione era stata organizzata da Aleksandr Esenin-Volpin, mate-
matico quarantenne e figlio del grande poeta Sergej Esenin, con laiuto, tra altri giovani,
di Vladimir Bukovskij (allora ventitreenne, che sar arrestato il 2 dicembre); entrambi
avevano gi conosciuto linternamento coatto in strutture psichiatriche come punizione
per le loro attivit antisovietiche ( Esenin-Volpin gi nel 1949, per dei versi che aveva
scritto), Bukovskij, per la detenzione di un libro proibito, e altre ne subiranno in fu-
turo, alternate a condanne al campo di prigionia
5
.
La piccola folla di piazza Pukin, dispersa in meno di 5 minuti dalla milizia, non sa-
peva di aver dato vita in tal modo alla prima manifestazione pubblica di protesta or-
ganizzata dai lontani anni del multipartitismo appena nato e subito agonizzante per la
violenta egemonia del bolscevismo-comunismo. Ed erano iniziate le espulsioni dal Kom-
4
Che invece li incrimineranno e condanneranno, dopo che al processo avranno mantenuto le proprie posi-
zioni, dichiarandosi innocenti: Sinjavskij a 7 anni di lager strogogo reima (campo di lavoro forzato a regime
severo o duro) e Daniel a 5, in base allart. 70, parte I, del Codice penale della RSFSR il quale punisce Lagita-
zione e la propaganda attuate col proposito di sovvertire o indebolire il regime sovietico [...].
5
Bukovskij diventer uno dei massimi esponenti del movimento dissidente, denunciando gli abusi della
psichiatria in URSS con un dossier dal quale in particolare non avrebbe pi potuto prescindere la comunit psi-
chiatrica mondiale. In Italia: Una nuova malattia mentale in URSS: lopposizione, Milano, Etas Kompass 1972. Il
regime si liberer di lui nel dicembre 1976 scambiandolo col leader comunista cileno Corvaln. Scriver una
bella autobiografia, Il vento va e poi ritorna, Feltrinelli, Milano 1978 e altri libri. Esenin-Volpin, matematico,
collaborer con Sacharov nel suo Comitato per i diritti delluomo e una volta emigrato si stabilir negli Stati
Uniti, dove insegner allUniversit di Boston.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
147
somol (la giovent comunista) e dalluniversit dei giovani ribelli fermati e individuati, il
che equivaleva a chiudere loro qualsiasi prospettiva. A dar conto di queste azioni oltrag-
giose per la democrazia provvede un appello del gruppo studentesco Opposizione
6
.
Come documenta altres lo straordinario Libro bianco di Ginzburg, il caso dei due
scrittori, prima, durante e dopo il processo, che verr celebrato a Mosca davanti alla
Corte suprema della Repubblica socialista federativa sovietica russa tra il 10 e il 14 feb-
braio 1966, con laccompagnamento di un vero e proprio linciaggio mediatico condito
di insulti
7
articoli, lettere indignate ai giornali di semplici cittadini e gruppi profes-
sionali oltre a provocare grande impressione nellopinione pubblica mondiale, influ
durevolmente sulla societ sovietica aiutando lincipiente comunit del dissenso
8
a defi-
nire i propri valori fondamentali, in particolare la libert di creazione e di diffusione del-
le informazioni indipendentemente dai diktat del potere e dai confini statuali.
Se a rivolgersi alla Corte suprema prima del processo, con coraggiose lettere indivi-
duali in difesa di Sinjavskij e Daniel, erano stati singoli e non molto numerosi esponenti
dellintellighenzia, dopo la condanna degli imputati si mossero, per evitare loro almeno
i lavori forzati blandendo il potere, ben 62 membri dellUnione degli scrittori dellURSS.
Nella lettera, indirizzata al Presidium del XXIII Congresso del Partito comunista e ai So-
viet supremi di URSS e Repubblica russa, sottoscritta anche da nomi molto noti, si pro-
pone come atto saggio e umanitario di rilasciare i condannati sotto la responsabilit
dei firmatari: si garantisce per loro poich non se ne considerano provate le accuse di
antisovietismo premeditato, perch sono persone di talento e potrebbero creare nuove
opere e riscattarsi da certe intemperanze. Si auspica dunque un ragionevole atto di cle-
menza: Lo esigono gli interessi del nostro paese. Lo esigono gli interessi della pace. Lo
esigono gli interessi del movimento comunista nel mondo
9
.
Meno ossequiosa la Lettera ad un vecchio amico che Ginzburg ritiene adatta a con-
cludere il libro perch riflette in modo esatto e completo latteggiamento dellintelli-
ghenzia nei riguardi dellaccaduto. Scritta a febbraio, mentre si celebrava il processo,
e nel 1966 mantenuta anonima, oggi ne conosciamo lautore: Varlam alamov
10
. Ne tra-
scrivo un brano significativo:
6
Cfr. la scheda di Approfondimento cronaca intitolata Processo agli scrittori Andrei Sinjavskij e Julij Da-
niel, su www.gulag-italia.it. Tali approfondimenti sono curati da Memorial-Italia, riguardano lintera storia
dellURSS-Russia dal 1917 ad oggi e sono documentati e puntuali.
7
Libro bianco, cit., pp. 83-112.
8
Dissident e dissidentstvo, come intuibile, derivano dal latino e sono di importazione; i termini russi usa-
ti fin dallinizio per dissenso e dissidenti sono pi precisi: inakomyslie e inakomyslja/ie: di diverso pensiero,
che la pensa diversamente; altre parole individuate dai protagonisti stessi per definire il movimento: sopro-
tivlenje (resistenza), protivostojanie, che pi far fronte, o anche opposizione, opposizione morale.
Ma, come la loro pi geniale invenzione, il samizdat, dissenso e dissidenti sono ormai diventati termini
acquisiti e duso comune anche in Russia.
9
Il curatore del dossier, A. Ginzburg, esprime considerazione e rispetto per liniziativa conciliante dei lette-
rati, fra i quali figurano nomi famosi delle lettere russe, ma osserva che purtroppo la loro richiesta giuridica-
mente infondata in quanto il Codice penale contempla la liberazione su garanzia soltanto di coloro che hanno
riconosciuto la propria colpevolezza e si sono sinceramente pentiti. (Libro bianco, cit., pp. 270-271).
10
Lha riproposta, col nome del suo autore, E.M. Velikanova nel libro da lei curato Cena metafory ili Pre-
stuplenie i nakazanie Sinjavskogo i Danielja (Il prezzo della metafora ovvero Delitto e castigo di Sinjavskij e
Daniel), ed. Kniga, Moskva 1989, pp. 516-525.
Sergio Rapetti
148
Fosse successo ventanni fa, Sinjavskij e Daniel sarebbero stati fucilati in qualche sotterraneo
dellMGB [la polizia segreta dal 1946 al 1954] o sarebbero stati sottoposti allistruttoria stile
catena di montaggio quando gli inquisitori si danno il cambio mentre laccusato costretto
nella stessa posizione per molte ore, per molti giorni, finch la sua volont spezzata e la psi-
che non lo regge pi. Oppure [...] li avrebbero uccisi addirittura in corridoio [...]. Sono stati
i primi ad accettare la lotta, dopo quasi cinquantanni di silenzio. Il loro esempio grande, il
loro eroismo indiscutibile. Sinjavskij e Daniel hanno rotto lobbrobriosa tradizione dei pen-
timenti e delle confessioni. Come hanno potuto fare tanto? Come hanno potuto, nulla
sapendo della solidariet dellOccidente, condurre il processo nel modo migliore? [...]
11
.
Mentre i due condannati venivano deportati in un politlager della regione di Perm
(Urali)
12
a scontare la pena, i loro congiunti, amici e sostenitori subivano a loro volta re-
pressioni sia amministrative sia giudiziarie: convocazioni da parte degli organi compe-
tenti, ammonizioni e richiami sul luogo di lavoro, espulsioni, licenziamenti. Si erano
pronunciati apertamente a favore degli imputati I. Golomtok, V. Duvakin e non molti
altri, ma la novit era tale che Dina Kaminskaja, indicata a suo tempo da Daniel come
avvocato difensore, la quale aveva dovuto rinunciare perch le autorit lavevano diffi-
data dallavvicinarsi al tribunale, potr osservare che gli imputati, con la loro determi-
nazione a difendere le proprie convinzioni avevano costretto molte persone a riconsi-
derare il proprio punto di vista e latteggiamento morale nei confronti dellesistenza
13
.
Ma in quellimportante snodo del 1964-1966, ultimo anno dellera di Chru/v e avven-
to e consolidamento di Brenev al potere, i ripensamenti e le prese di coscienza cui fa-
ceva riferimento la Kaminskaja stavano coinvolgendo un numero crescente di cittadini e
forgiando il nerbo e le non numerose ma eroiche schiere del dissenso per le future, de-
terminatissime, battaglie.
Lo testimoniano le vicende dellaltro grande processo (8-12 gennaio 1968) legato a
quello del febbraio 1966 e che passato alla storia come processo dei quattro. Esso
riguarda Aleksandr Ginzburg (nato nel 1939), Jurij Galanskov (1938), Aleksej Dobro-
volskij (1938), Vera Lakova (1944): dunque un giornalista e un poeta entrambi edi-
tori samizdat, un poeta e rilegatore, e una studentessa, incriminata per aver battuto
a macchina Il libro bianco di Ginzburg. Incarcerati nel gennaio 1967 per propagan-
da e agitacija antisovietica (e larresto provoca unimmediata manifestazione in piazza
Pukin con alcuni arresti e incriminazioni) vengono detenuti illegalmente per un anno,
subendo internamenti in prigione e trattamenti nellistituto psichiatrico criminale Ser-
bskij (il pentito Dobrovolskij accuser i propri compagni nel corso delle udienze).
11
Libro bianco, cit., pp. 293-294.
12
Aleksandr Daniel, curatore di un libro che raccoglie lettere e poesie di suo padre inviate alla famiglia dalla
prigionia, racconta nella prefazione che la presenza nel lager di due scrittori divenuti famosi dest sensazione
tra gli altri reclusi: circostanze riferibili fin l a personaggi dellepoca di Stalin tornavano a rivivere sotto i suoi
successori. Cfr. Ju. Daniel, Pisma iz zaklju/enija. Stichi (Lettere dalla prigionia. Poesie), Ed. Memorial-
Zvenja, Moskva 2000, p. 19.
13
Riuscir comunque a difendere negli anni alcuni dei maggiori esponenti del dissenso; Bukovskij, Ga-
lanskov, Mar/enko, il tataro Mustafa Demilev. Kaminskaja morta nel 2006. A Mosca sono state recentemen-
te ripubblicate le sue Memorie: Zapiski advokata, Novoe Izdatelstvo, Moskva 2009.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
149
Prima, durante e dopo larresto in tutta lURSS si svilupp unondata di proteste senza
precedenti: lettere individuali e collettive, petizioni sottoscritte da pi di 1.000 persone.
Fra i firmatari cerano accademici ed esponenti di rilievo della scienza, della letteratura
e dellarte sovietica. Fra gli attivisti della campagna alcuni campioni del nascente mo-
vimento per la difesa dei diritti civili: Andrej Sacharov, Larisa Bogoraz, Pavel Litvinov.
Questa campagna intensific lattivismo sociale nel paese [...] Cos nellaprile 1968 co-
minci a uscire in samizdat il bollettino dinformazioni Cronaca degli avvenimenti cor-
renti, i cui primi numeri consistevano quasi interamente di resoconti sulle proteste su-
scitate dal processo dei quattro e sulle persecuzioni subite dai loro autori
14
.
Le condanne al processo dei quattro erano state particolarmente severe per i due
principali responsabili non pentiti: Galanskov a sette anni di lager a regime duro
(strogogo reima) e Ginzburg a cinque
15
.
Quanto alla repressione di dimostranti, firmatari di appelli e promotori di campa-
gne di solidariet, il KGB e la Procura generale avevano presentato fin da giugno 1966 al
Comitato centrale del Partito comunista un progetto di integrazione dei Codici pena-
li della Repubblica russa e delle altre Repubbliche. Era necessario far fronte alle azioni
che pur costituendo un rilevante pericolo sociale, non erano punibili in base alla vigen-
te legge penale: si prendeva di mira, tra laltro, samizdat, pubblicazioni allestero, azio-
ni e manifestazioni con parole dordine non incriminabili come antisovietiche, che
invocavano, per dire, il rispetto della legalit e dei diritti umani, ecc. Il 15 settembre il
Partito approv e il giorno dopo il Presidium del Soviet supremo promulg il Decreto
che introduceva nel Codice penale i nuovi articoli 190.1-3 che sanzionavano la diffu-
14
La prima redattrice della Cronaca fu Natalija Gorbanevskaja. Poeta, partecip a una delle epiche im-
prese del dissenso: la manifestazione sulla Piazza Rossa in difesa della Cecoslovacchia invasa. Furono innalzati
tre cartelli e su uno si poteva leggere Za vau i nau svobodu. Per la vostra e la nostra libert sarebbe
diventato uno degli slogan del dissenso. Cfr. N. Gorbanevskaja, Polden (Mezzogiorno), Novoe izdatelstvo,
Moskva 2007. Il libro la riedizione a stampa di quello samizdat del 1969.

Per unesauriente panoramica del Processo dei quattro e il dettaglio delle firme vedi AA.VV., Il dissenso in
URSS, P. Sinatti (a cura di), Savelli-La Nuova Sinistra, Roma 1974, pp. 204-206. Piero Sinatti, studioso della
letteratura russa, saggista e giornalista, stato tra i primi in Italia a occuparsi con competenza e passione del
tema del dissenso. Ha scritto anche un saggio, corredato di testi, sulla Cronaca degli avvenimenti correnti:
Id., Il dissenso in Urss nellepoca di Brenev, Vallecchi, Firenze 1978.
15
Jurij Galanskov, espulso dalla facolt di studi storici nel 1960 per le sue idee, era stato punito per due
volte con lunghi periodi di cure psichiatriche coatte (prima per Feniks 61 e poi per piazza Pukin). Reduce
dal secondo internamento, nel 1966 aveva preparato e fatto circolare la corposa rivista samizdat di saggi e
poesie Feniks 66 (traduzione parziale con lo stesso titolo presso Jaca Book, Milano 1968). Dallultima con-
danna non uscir vivo: sofferente di ulcera duodenale verr operato in extremis nellinfermeria scarsamente
attrezzata del lager morendo per unemorragia. Recentemente un libro di oltre 600 pagine ha raccolto lettere
dalla prigionia, testimonianze e documenti sul suo caso: G. Kaganovskij (a cura di), Chronika kazni Jurija
Galanskova (Cronaca dellesecuzione di Jurij Galanskov), Ed. Agraf, Moskva 2006.

Scontata la pena Aleksandr Ginzburg diventer fiduciario dalla primavera 1974 del Fondo sociale russo creato
da Solenicyn per laiuto ai perseguitati politici e alle loro famiglie coi proventi della pubblicazione allestero
di Arcipelago Gulag, sar poi tra i fondatori nel maggio 1976 del Gruppo moscovita di Helsinki; arrestato
nel febbraio 1977 insieme al leader del Gruppo, il fisico Jurij Orlov, verr condannato a 8 anni di lager ma
espulso poi allestero insieme a Eduard Kuznecov e altri, in cambio di due spie sovietiche. Sar molto attivo
nellemigrazione come giornalista fino alla morte (a Parigi nel 2002).
Sergio Rapetti
150
sione di invenzioni calunniose atte a screditare il regime statale e sociale sovietico non-
ch lorganizzazione o partecipazione attiva ad azioni di gruppo che turbano lordine
pubblico
16
.
I gruppi informali e il loro strumento e presidio: il samizdat
Le repressioni, sempre pi articolate, non riusciranno comunque ad arginare lormai
inarrestabile processo di formazione e strutturazione del dissenso
17
. Dal 1969 in poi na-
sceranno Gruppi e Comitati e Commissioni a difesa dei diritti civili in senso lato. Essi
proclameranno apertamente i propri programmi e scopi, improntati alla glasnost e da
perseguire con gli strumenti pacifici dellattivismo sociale, si avvarranno di consulenti
giuridici, organizzeranno presidi di garanzia e solidariet allesterno dei tribunali dove si
processano i dissidenti, presenteranno proteste e proposte agli organismi competenti
18
.
Elenchiamone alcuni: gruppo diniziativa in difesa dei diritti delluomo, comitato per i
diritti delluomo, per i diritti dei credenti delle varie confessioni religiose
19
, delle varie
nazionalit non russe, in particolare per il ritorno nella patria storica dei piccoli popo-
li deportati da Stalin e poi la sezione sovietica di Amnesty International, di aiuto allap-
plicazione degli Accordi di Helsinki, sullutilizzo della psichiatria a fini politici, in difesa
dei diritti degli handicappati, in difesa degli interessi dei lavoratori (SMOT: Libera unione
interprofessionale dei lavoratori), per la libera emigrazione dallURSS, in particolare ver-
so Israele, per la fiducia tra Est e Ovest sui problemi della pace e del disarmo, ecc.
Saranno di necessit informali e illegali, stante il dettato costituzionale (art. 125) per
il quale lesercizio dei diritti di espressione (libert di parola, di stampa, di riunione, co-
mizi, cortei e dimostrazioni) sono garantiti ai cittadini dellURSS ai fini del rafforzamen-
to del regime socialista.
Accenniamo al fatto che, nel variegato panorama dei protagonisti e gruppi del dis-
senso, occupa un posto a s il filone socialista, rappresentato in primis dallo storico
16
Cfr. la scheda di Approfondimento cronaca intitolata Nuovi articoli del Codice penale, su www.gulag-
italia.it, cit.
17
Lo studio pi ampio e accurato di parte russa si deve a Ljudmila Alekseeva (1927). Insegnante di storia,
gi membro del PCUS, fu licenziata dal lavoro ed espulsa dal partito nel 1968 per aver firmato delle petizioni in
difesa di dissidenti ed emigr nel 1976; pubblicato allestero, si intitola Istorija inakomyslja v SSSR (Storia del
dissenso nellURSS), Khronika Press, Benson, Vermont 1984. Il libro stato rieditato in Russia con lo stesso
titolo: Ed. ZAO RIC Zacepa, Moskva 2001. In Italia, lo studio complessivo pi recente e importante : M.
Clementi, Storia del dissenso sovietico, Odradek, Roma 2007; inoltre M. DellAsta, Una via per incominciare. Il
dissenso in URSS dal 1917 al 1990, Ed. La Casa di Matriona, Milano 2003.
18
Lunica eccezione a questa glasnost disarmata dei gruppi dissidenti sar rappresentata dallUnione so-
cialcristiana di tutta la Russia per la liberazione del popolo (VSChSON), clandestina e cospirativa, nata in
ambiente universitario, che postuler il superamento di comunismo e capitalismo, anche con mezzi violenti,
in uno Stato che si ispiri alla fede e alla morale cristiana. Una sessantina di suoi membri, tra cui i leader Igor
Ogurcov, Michail Sado e Evgenij Vagin, verranno giudicati e condannati in due processi nel 1967 e 1968 con
condanne fino a 15-20 anni. Tra i capi daccusa: tradimento della patria. Vagin sconter 8 anni di campo
di lavoro, poi emigrer stabilendosi a Roma e lavorando alle emissioni in lingua russa della Radio Vaticana.
morto nel 2009.
19
La realt religiosa dellURSS da 50 anni documentata in Italia dal Centro studi Russia cristiana: www.
russiacristiana.org.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
151
Roj o Roy Medvedev e suo fratello ores (Jaurs). Esordiscono come dissidenti alla
fine del disgelo nel 1968 e linizio, dopo la destituzione di Chru/v, delle campagne
per la riabilitazione di Stalin (il padre dei due, gemelli, era morto ai lavori forzati alla
Kolyma nel 1941). Roj, iscrittosi al PCUS dopo il XX Congresso del 1956 ne viene espul-
so nel 1969 per le convinzioni incompatibili con lappartenenza al partito. Tuttavia,
nei suoi scritti e libri (che fino al 1988 resteranno proibiti in patria), egli convinto che
la democrazia socialista possa nascere solo da unazione congiunta di intellighenzia
e popolo tale da indurre gli elementi conservatori e reazionari del partito a significati-
vi mutamenti dindirizzo fino alla nascita graduale di gruppi di pressione che portino a
un processo di democratizzazione del sistema e del paese. Appoggia dunque le campa-
gne di petizioni e proteste del 1966-1968 ma rifiuta in definitiva come opposizione di
tipo estremistico il cosiddetto movimento democratico (quello per intenderci di Sa-
charov e di gran parte dei gruppi citati sopra). Eppure nel marzo 1970 proprio una let-
tera scritta con V. Tur/in e A. Sacharov ai dirigenti sovietici aveva fatto anche di lui un
pericoloso sovversivo agli occhi delle autorit. Comunque sia, tra il 1964 e il 1970
lanima di una rivista samizdat mensile intitolata Politi/eskij dnevnik (Diario politico)
destinata a un circolo ristretto di autori-lettori e a qualche alto funzionario di partito.
degli anni Settanta unaltra iniziativa editoriale (pi ambiziosa ma allestero): lalmanac-
co XX vek (XX secolo. Voci dellopposizione socialista nellUnione Sovietica) col so-
stegno di ores nel frattempo emigrato
20
.
Le altre pubblicazioni samizdat, riviste e bollettini, di vario orientamento, ben-
ch illegali per i motivi accennati sono tuttaltro che clandestine e mirano alla diffusione
pi ampia; sono talvolta esemplati sulla gi citata Cronaca degli avvenimenti correnti
come ad esempio la Cronaca della Chiesa cattolica in Lituania. Se ne elencano di se-
guito solo alcune altre a titolo esemplificativo: Ve/e ( lassemblea cittadina dellanti-
ca Rus), una delle riviste dei nazionalisti russi, Evrej v SSSR e Ischod (Esodo), degli
ebrei e per il diritto a emigrare, Ob/ina (tradizionale comunit socioeconomica ru-
rale), Nadeda (La Speranza) e altre riviste del samizdat religioso ortodosso, le riviste
degli evangelici battisti e i bollettini delle famiglie dei prigionieri battisti in URSS, la ri-
vista storica Pamjat (La Memoria), che pubblica voluminosi almanacchi dattiloscrit-
ti per i quali chiede ai lettori-diffusori di contribuire a una memoria collettiva disper-
sa
21
, la rivista di autori vicini al marxismo Poiski (Ricerche) e poi bollettini informa-
20
. Medvedev, biologo, nel 1969 viene licenziato dal lavoro per un libro sullo pseudoscienziato Lysenko,
pubblicato negli USA, e quindi rinchiuso a forza in un ospedale psichiatrico. Contro linternamento si sviluppa
una campagna di proteste in URSS e allestero in seguito alla quale viene rilasciato. Emigra nel 1973. Tra i suoi
libri: Lascesa e la caduta di T.D. Lysenko, Mondadori, Milano 1971 e Disastro atomico in URSS, Vallecchi, Firen-
ze 1979, Gorba/v, Mondadori, Milano 1986. Ma Roy quello che in Italia gode di invariata autorevolezza e
ascolto: le sue posizioni dialoganti col potere, vicine alleurocomunismo, ecc., sono considerate particolar-
mente significative e promettenti: Intervista sul dissenso in URSS, Laterza, Roma-Bari 1977; AA.VV., Dissenso
e socialismo, Einaudi, Torino 1977.
21
A questa iniziativa partecip anche Arsenij Roginskij, il cui padre scomparso nel Gulag e che oggi
presidente di Memorial a Mosca. Tra il 1976 e il 1982 tali almanacchi samizdat vennero pubblicati a stampa in
Occidente; e di questa opera di ricostruzione di una storia manipolata per decenni si sarebbe poi presa carico
la serie Minuvee. Istori/eksij Almanach (Il passato. Almanacco storico) che usc dapprima a Parigi da
Atheneum, per poi tornare in patria dal 1990 presso leditrice Progress-Feniks di Mosca.
Sergio Rapetti
152
tivi dei vari comitati: sulle repressioni psichiatriche, sulle difficolt, le discriminazioni e
le repressioni degli handicappati, sui problemi e le repressioni dei lavoratori organizzati
nel sindacato indipendente SMOT, su quelli degli attivisti per la libera emigrazione dall
URSS. Alcune di queste pubblicazioni arriveranno col tempo a contare decine di nume-
ri. Per la diffusione relativamente ampia di alcune di esse si render necessaria una rete
solidale di centinaia di lettori-editori (per la ricopiatura a macchina)-distributori. Atti-
vit, ricordiamolo, punita dalla legge o in svariate forme extragiudiziali. E che ha com-
portato, solo per i reati connessi alla diffusione della stampa alternativa, fin dallinizio
della vicenda che stiamo narrando, la rovina professionale e sociale di centinaia di per-
sone e delle loro famiglie.
Accenniamo brevemente alla situazione di emarginazione e spesso di grave difficol-
t economica in cui venivano a trovarsi, sempre che non finissero dietro le sbarre, gli at-
tivisti dei gruppi, i firmatari di appelli, i protagonisti e comprimari di processi giudizia-
ri, quelli che manifestavano lintenzione di emigrare, i coeditori-distributori di testi
samizdat, ecc. Chi fino al giorno prima rivestiva un ruolo rispettato, magari prestigioso:
professori, accademici, storici, scienziati, ricercatori, ecc., veniva ammonito sul posto di
lavoro, sottoposto ai collettivi di compagni, sospeso, licenziato, riducendosi a lavori
saltuari, di portalettere, facchino, o per i lavoratori della cultura, bene che andasse,
di collaboratore anonimo in ricerche, traduzioni o redazioni per conto terzi. E la preca-
ria sussistenza delle famiglie, spesso colpite da un doppio licenziamento, pativa lassedio
della riprovazione pubblica e della sorveglianza continua
22
.
Di come funzionasse il samizdat e che cosa significasse per i suoi addetti e adep-
ti abbiamo un racconto di N. Gorbanevskaja:
[Un giorno del 1962 in visita da Anna Achmatova] [...] ebbi il permesso di trascrivere il
suo Requiem [...] Per molti anni lo si era potuto ascoltare solo in una scelta cerchia di amici
dellautrice, che per la maggior parte lo imparavano a memoria. N la stessa Achmatova, n il
suo numeroso pubblico affid mai il Requiem alla carta. Ma dopo che, nel 1962, Novyj Mir
ebbe pubblicato Una giornata di Ivan Denisovi/, la Achmatova pens che forse era giunto il
momento anche per Requiem [...] [Decise] che lopera uscisse nel samizdat [...] oltre che da
me e Solenicyn a casa dellAchmatova [...] Requiem era stato ricopiato da decine di persone.
E naturalmente tutti o quasi, ritornati a casa, si erano messi alla macchina per scrivere [...] In
questo modo, solo dalle mie mani uscirono e si diffusero centinaia di Requiem, ma la sua tira-
tura complessiva nel Samizdat raggiunse almeno qualche migliaio di copie
23
.
22
Chi scrive stato testimone delle condizioni in cui vivevano, senza arrendersi, le mogli di Ginzburg e del
fisico Jurij Orlov allora incarcerati in relazione allattivit del Gruppo Helsinki. Mosca, primi giorni di novem-
bre del 1977, via Bolaja Poljanka, n. 11/4, int. 25. Mentre conversavo con Arina e Irina, nonch padre Gleb
Jakunin, fondatore del Comitato cristiano per la difesa dei credenti, ci scambiavamo bigliettini con notizie lo-
gistiche e operative: indirizzi, appuntamenti successivi, ecc. per eludere le intercettazioni di chi era in ascolto.
Dal punto di vista della quotidianit per i dissenzienti dal regime la situazione non era molto diversa da quella
efficacemente descritta dallo storico O. Figes nel documentatissimo The Wisperers (I sussurratori) tradotto col
titolo Sospetto e silenzio. Vita privata nella Russia di Stalin, Mondadori, Milano 2009. Ma indubbiamente era
resa meno disperata dallaiuto anche materiale della rete del dissenso e dalla frequentazione, pur non priva
di rischi, di visitatori stranieri.
23
AA.VV., Storie di uomini giusti nel Gulag, Bruno Mondadori, Milano 2004. pp. 77-81. Il poema Requiem
di Anna Achmatova, datato 1935-1940, ha una Dedica a tutte le donne, che come lei (Il marito nella tomba, il
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
153
Quale era per il contesto generale nel quale era arrivata a manifestarsi nella societ
post-staliniana questa effervescenza contestatrice? Il regime era sembrato voler voltar
pagina, venendo incontro ai bisogni di una popolazione stremata da decenni di terrore
e dallormai insopportabile oppressione e indigenza delle masse lavoratrici, con labo-
lizione di leggi draconiane in fabbrica, la riforma delle pensioni e lintroduzione del sa-
lario minimo: siamo nel 1956, lanno della denuncia chru/viana dello stalinismo al XX
Congresso (Rapporto segreto sui suoi crimini)
24
.
Dal Gulag, dopo le rivolte degli anni 1953 e 1954, finalmente smantellato nel 1955
come colossale complesso economico e solo ristrutturato per le esigenze di una repres-
sione pi mirata tornano a casa, quando rimasta una casa e una famiglia ad acco-
glierli, mescolati alle folle di reclusi che svuotano i lager, decine di migliaia di detenuti
politici con idee, esperienza e cose da raccontare che ogni poco tracimano dallambi-
to familiare per prendere le vie della controinformazione. Si alimentava cos, attraverso
le libere iniziative dellautoeditoria il filone delle memorie e narrazioni dei sopravvissu-
ti del Gulag ma non solo: venivano anche recuperati alla memoria collettiva i contribu-
ti dei protagonisti e storici-testimoni degli inizi dellURSS, gli scritti e i documenti dei
vecchi bolscevichi, menscevichi, anarchici, socialrivoluzionari e socialisti riformisti
che riferivano che cosa era veramente stato quel glorioso Ottobre fin l occultato da
miti fondativi, come tutta la storia successiva
25
. Ma soprattutto da cassetti e nascondi-
gli stavano uscendo e moltiplicandosi in copie dattiloscritte e manoscritte le opere a suo
tempo bloccate o mutilate da censori e poliziotti, di autori, taluni di livello mondiale,
della letteratura russa dei decenni precedenti: Mandeltam, Pasternak, Cvetaeva, Gu-
milv, Voloin ecc., e poi Platonov, Bulgakov, Babel, Pilnjak, Zamjatin, cui sarebbe-
ro seguiti, per i rifiuti che continuavano a essere opposti dalla censura, le memorie di
Nadeda Mandeltam e Evgenija Ginzburg, e le opere di alamov, di Grossman e i ro-
manzi di Solenicyn successivi ai primi racconti autorizzati, i saggi di G. Pomeranc,
L. Timofeev... Si sarebbero moltiplicati nel tempo anche libri dei protagonisti del movi-
mento del dissenso: P. Grigorenko, A. Amalrik, A. Mar/enko, V. Bukovskij, E. Kuzne-
cov, ecc. E il samizdat traduceva e faceva circolare, gi dalla fine degli anni Cinquanta,
anche libri di scrittori stranieri: Kafka, Saint-Exupry, Koestler, Orwell, Camus, e libri
di storia e politica: Avtorchanov, Fischer, Anin, ecc.
26
figlio in prigione, pregate per me) aspettavano, invano, notizie di mariti e figli allesterno delle prigioni degli
anni Trenta. Nel 1963 usc a Mnchen ed entr massicciamente nel circuito del tamizdat (pubblicato l,
allestero, quasi sempre a stampa e in piccoli formati, contrabbandati nellURSS da turisti e simpatizzanti);
in patria venne edito solo nel 1987, 21 anni dopo la morte dellAutrice (Oktjabr, n. 3). In Italia, tra altre
edizioni, in A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, C. Riccio (a cura di), Einaudi, Torino 1966.
24
Era seguita la risoluzione del CC del PCUS Sul superamento del culto della personalit e delle sue con-
seguenze, poi ribadita nel 1961 dal XXII Congresso, che aveva anche deliberato la traslazione della salma di
Stalin dal Mausoleo nel quale era esposta in compagnia di Lenin.
25
Uno di questi autori stato pubblicato recentemente anche in Italia: S. Melgunov, Il terrore rosso in
Russia (1918-1923), S. Rapetti, P. Sensini (a cura di), Jaca Book, Milano 2010. E in Occidente ha avuto pi
edizioni presso diversi editori il libro di due storici sovietici dellepoca post staliniana costretti per le loro
analisi eterodosse a pubblicare nel samizdat e poi a emigrare: M. Heller, A. Nekrich, Storia dellURSS. Dal 1917
a Eltsin, Bompiani 2001.
26
Devo a Jurij Malcev, italianista allUniversit di Mosca e, tra i dissidenti storici, uno dei primi costretti a
Sergio Rapetti
154
Leditoria ufficiale aveva cercato di tenere in qualche modo il passo ed era stata la sta-
gione cosiddetta del disgelo, dalla pubblicazione, pur assai contrastata, del romanzo
di V. Dudincev Non si vive di solo pane nel 1957 fino a quella, autorizzata da Chru/v
in persona di Una giornata di Ivan Denisovi/ di Solenicyn del 1962. Ma, sempre limi-
tandoci al campo letterario, erano episodi comunque contraddetti da casi di segno op-
posto: dalla persecuzione nel 1956-1958 de Il dottor ivago e del suo autore Pasternak al
processo al poeta Brodskij
27
nel 1964: il primo, fresco Nobel per la letteratura e il secon-
do futuro laureato dello stesso premio, per nellemigrazione. E dopo il cambiamento di
rotta antistaliniano, il riformatore Chru/v (che pure si poteva fregiare dei successi nel-
la corsa allo spazio), dovette far fronte alle improrogabili incombenze che toccavano a
un gensek (Segretario generale) del PCUS, tipo la repressione della rivolta in Ungheria, la
costruzione del Muro di Berlino, e allinterno la massiccia campagna antireligiosa, pro-
cessi ai nazionalisti, dallUcraina al Mar Baltico, crisi delleconomia con scioperi e agita-
zioni operaie (a Novo/erkassk soffocate nel sangue). Con lallontanamento di Chru/v
inizier la lunga stagione che sar chiamata zastoj, stagnazione.
Il dissenso invece non ristagnava: con lacquisizione e produzione e assimilazione
consapevole della massa imponente di testi letterari, filosofici
28
, storici, politici. docu-
menti, bollettini, proteste, petizioni, ecc., che costituiscono il samizdat, il dissenso ha
forgiato e raffinato, per se stesso e per la propria organizzazione e rappresentazione
allesterno, in URSS e verso lopinione pubblica internazionale, lo strumento e il presidio
di una efficace cultura alternativa, informata ai principi di glasnost (azione pubblica),
nonviolenza e pluralit delle opinioni. Il fenomeno, di assoluta novit, pu essere, per
uno dei suoi aspetti, cos sintetizzato:
Attraverso di esso [il dissenso] dopo la fortissima stretta leniniana e staliniana e la sclerosi dei
loro successori, si riaffaccia alla ribalta il ricchissimo mondo intellettuale e poetico, artistico e
religioso della Russia otto-novecentesca
29
.
Questo primo aspetto riguarda il patrimonio culturale e spirituale recuperato alla memo-
ria e alla vita
30
. Secondo dato basilare: il dissenso, pur costituendo una parte minoritaria
emigrare (dopo aver contribuito nel 1969 alla creazione del Gruppo diniziativa in difesa dei diritti delluomo)
la segnalazione di un fatto rivelatore, raccontato anche dal filosofo V. Bibichin in un recente libro (cfr. Id.
Drugoe na/alo, Nauka, Sankt-Peterburg, 2003, pp. 181-184). Riferisce Malcev che allinizio degli anni Set-
tanta venivano commissionate e realizzate, nellambito dellIstituto di filosofia dellAccademia delle Scienze
dellURSS, edizioni segrete in piccole tirature di testi proibiti, con la dicitura a uso interno per laggiorna-
mento culturale delllite sovietica; Malcev tradusse, tra laltro, un libro di L. Colletti, Il marxismo e Hegel.
27
Cfr. E. Etkind, Process Iosifa Brodskogo, Overseas Publications Interchemge Ltd, London 1988.
28
Citiamo, tra molti altri, il recupero di due testi fondamentali, Vechi (1909) e Iz glubiny (1918), tradotti in
italiano da Jaca Book coi titoli La svolta (1970, 1990) e Dal profondo (1971).
29
Cfr. AA.VV., Il dissenso: critica e fine del comunismo, Pier Paolo Poggio (a cura di), Marsilio, Venezia 2009,
Nota del curatore, p. 9.
30
E tanto pi prezioso per le inaudite devastazioni subite anche nel campo delle attivit intellettuali: a par-
tire dalle espulsioni dal paese nel 1922 dell intelligencija controrivoluzionaria agli scrittori fucilati in epoca
staliniana: V. entalinskij, lautore de I manoscritti non bruciano, Garzanti, Milano 1994, ha dedicato di recente
un libro a questa vicenda; i nomi del martirologio degli scrittori sono pi di 130! Cfr. Id., Prestuplenie bez
nakazanija (Delitto senza castigo), ed. Progress-Plejada, Moskva 2007, pp. 551-555.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
155
della societ sovietica, riguardo alla societ stessa resa muta e torpida dal pensiero uni-
co imposto, cerca di farsi interprete e portavoce delle reali esigenze dei popoli dellURSS,
quelle esigenze che non erano mai state completamente sradicate lungo tutti gli anni del
leninismo-stalinismo e oltre. Da documenti degli Archivi statali del Tribunale supremo
e della Procura generale dellURSS recentemente desecretati e congiuntamente pubblica-
ti nel 2005 risulta che gli atti, classificati come attivit sovversiva (kramola), secondo il
potere, ma di dissenso (inakomyslie), se viste dallaltra parte, nel quale sono coinvol-
ti significativi settori della popolazione, si sono perpetuati senza soluzione di continuit
sotto Chru/v, Brenev e successori
31
. Terzo: il dissenso matura in settori relativamente
ristretti, prevalentemente ma non esclusivamente di specialisti e intellettuali, senza co-
stituirsi in una consorteria; piuttosto un vivaio di prese di coscienza individuali e di
responsabilizzazione personale, che tendono a comporsi in un tessuto di fattiva solida-
riet: i dissidenti lavorano per conquistare, con lesempio delle proprie vite e lazione co-
mune, altre coscienze agli ideali di verit e giustizia di una societ che si vorrebbe libera-
ta dalla paura e dallinerzia; la gamma dei percorsi individuali varia dalla disobbedienza
civile alla contrapposizione (protivostojanie) nei confronti di un regime che perlopi ri-
sponde alle loro richieste col mero e cieco esercizio di un potere pur sempre arroccato
nelle proprie pretese totalizzanti. Quarto: in rapporto al potere, i dissidenti hanno dun-
que imparato e imparano sulla propria pelle che, per quanto tentino di dialogare recla-
mando perlomeno il rispetto delle leggi, da esso difficilmente possono aspettarsi qual-
cosa di veramente buono e socialmente utile; scrive Efim Etkind, richiamandosi a Vasilij
Grossman: Ignorando la libert, lo Stato ha creato un facsimile di parlamento, di ele-
zioni, di sindacati professionali, un facsimile di societ e di vita sociale [...]
32
. Quinto:
sempre rispetto al potere, il dissenso radicalmente altro, come radicalmente di di-
verso pensiero sono i suoi adepti. Vera Lakova, la dattilografa del Libro bianco di
Ginzburg e di montagne di samizdat dir in una conversazione privata: Eravamo noi
e loro. A loro di mettere i dissidenti in prigione, a noi di scrivere la verit. Sesto: il
dissenso, nella maggioranza dei suoi componenti
33
, non mira al potere e non individua
nellagone politico, neppure teoreticamente, il proprio campo principale dazione, un
movimento alternativo morale e sociale che aspira a essere lembrione di quella socie-
t civile la cui assenza o immaturit perpetua la catastrofe umana e politica indotta dal
comunismo sovietico. Settimo: per non essere tolti di mezzo, in silenzio, nel corso del-
le loro battaglie a viso aperto contro il potere, i dissidenti hanno messo fruttuosamen-
te in campo lo strumento della pubblicit delle proprie ragioni e azioni, in particolare
grazie al samizdat e ai contatti assidui e pi o meno sicuri che col tempo li hanno lega-
ti a studiosi, giornalisti e diplomatici occidentali, disposti ad affrontare qualche noia col
KGB e le autorit sovietiche: niente di paragonabile comunque a ci che rischiavano i
loro interlocutori, cittadini sovietici. In questo modo il dissenso ha acquistato una du-
31
Si tratta di movimenti popolari sediziosi e disordini di massa: rivolte nei luoghi di pena, scioperi operai,
volantini e lettere di protesta, boicottaggio delle elezioni-farsa, manifestazioni, gruppi clandestini dopposizio-
ne, ecc.: AA.VV., Kramola. Inakomyslie v SSSR pri Chru/eve i Breneve. 1953-1982, Materik, Moskva 2005;
inoltre V. Kozlov, Massovye besporjadki v SSSR pri Chru/eve i Breneve, Rosspen, Moskva 2010.
32
V. Grossman, Vita e destino, Introduzione, Jaca Book, Milano 1982, p. 9.
33
Con leccezione, evidentemente, di chi puntava, in nome del socialismo, sulla democratizzazione del par-
tito: vedi supra, pp. 150-151.
Sergio Rapetti
156
revole visibilit fuori dal paese. Cos si sono potute realizzare le campagne in difesa di
Sinjavskij e Daniel, di Solenicyn, di Sacharov e sua moglie Elena Bonner; e molte al-
tre, cos ad esempio potuto uscire, e rientrare per i canali del tamizdat, Arcipelago Gu-
lag, e si salvato Vita e destino di Grossman e innumerevoli altri libri e testi. E proprio
questa instancabile azione di denuncia, riecheggiata allestero, ha costretto le autorit
sovietiche, impegnate a salvaguardare la propria immagine internazionale e a persegui-
re quella distensione chera per loro vitale, a tener conto dellesistenza dei dissidenti,
dedicando sempre pi attenzione (anche al massimo livello del Comitato centrale e del
Politbjuro!)
34
, e risorse alla loro neutralizzazione. Col tempo questo ha avuto come ef-
fetto di frenare talvolta gli arbtri pi brutali degli operativi impegnati sul campo e di
far optare in casi specifici per lespulsione dal paese invece dellimprigionamento. Il ro-
vescio, ovviamente inevitabile, della medaglia lutilizzo improprio in Occidente, a fini
commerciali, sensazionalistici e, va da s, di propaganda politica, di testimonianze e te-
sti che ai loro autori sono costati anni di sofferenze se non la vita.
Quattro protagonisti
Presentiamo ora quattro protagonisti emblematici della resistenza morale al potere in
Unione Sovietica nel XX secolo, tre scrittori di fama mondiale, tra cui un Nobel per la
letteratura e uno scienziato Nobel per la pace, che hanno dato un diversissimo, ma indi-
spensabile apporto al risanamento spirituale di un paese gravemente mutilato nella me-
moria e nella coscienza. Le loro vite eccezionali sono caratterizzate da una operosit del-
la quale difficile rendere conto in poche pagine: si scelto pertanto per ognuno uno
scorcio temporale dal quale poi procedere con una narrazione che tenti di rilevare alme-
no qualche aspetto pi significativo
35
.
Varlam alamov: la ferita non rimarginata del cuore
19 febbraio 1929: Sono stato arrestato. Considero questo giorno, e questora, linizio
della mia vita sociale
36
. Prende cos avvio, concludendosi con una condanna al campo
34
Ad esempio, il capo del KGB Andropov riferisce ai suoi colleghi del Comitato centrale del PC sovietico
Suslov, Ponomarv e Kirilenko che il biologo ores Medvedev e un suo conoscente nella citt di Obninsk (Ka-
luga) hanno dattilografato in varie copie il romanzo inedito di A. Solenicyn Il primo cerchio per distribuirlo
tra i ricercatori della citt. Vedi V. Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano 1999, p. 148.
35
Esprimiamo il rincrescimento per aver di necessit solo nominato o addirittura tralasciato del tutto altre
personalit eminenti e le loro vicende, di cui hanno scritto essi stessi o sulle quali si potrebbero scrivere, e in
alcuni casi sono stati scritti, interi libri: da P. Litvinov, L. \ukovskaja a P. Grigorenko, da S. Kovalv a L. Ko-
pelev e R. Orlova, da L. Bogoraz a A. Mar/enko, e poi V. Tur/in, V. \alidze, G. Superfin, L. e T. Plju/ e i tanti
esponenti delle nazionalit non russe, ecc. Si vedano per il Dizionario biografico dei dissidenti il sito www.
hrights.ru di Memorial Mosca, per il Samizdat Catalogue il sito allindirizzo: www.osa.ceu.hu e inoltre H.L.
Verhaar (a cura di), Biographical Dictionary of Dissidents in the Soviet Union,1956-1975, The Hague, Martinus
Nijhoff, 1982.
36
V. alamov, Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti, F. Bigazzi, S. Rapetti, I. Sirotinskaja (a
cura di), Mondadori, Milano 2009, p. 87.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
157
di concentramento (konclager) come elemento socialmente nocivo
37
, il primo dei pro-
cedimenti giudiziari subiti da Varlam alamov allora ventiduenne; seguiranno altre due
condanne nel 1937 e 1943, questultima a 10 anni, per agitazione antisovietica (ha tra
laltro affermato che lemigrato Bunin, premio Nobel 1933, un classico della letteratu-
ra russa) gli stata inflitta ormai da recluso del Gulag in uno dei lager della Kolyma.
Nella premessa al secondo volume di Arcipelago Gulag, Solenicyn scrive: La mole
di quella storia e di quella verit superiore alle forze di ununica penna. Ho potuto ve-
dere lArcipelago soltanto da una feritoia, non da una torre [...] Ma per fortuna qualche
altro libro emerso [...] Forse nei Racconti di Kolyma il lettore avvertir pi esattamente
lo spirito spietato dellArcipelago e il limite della disperazione umana
38
.
Solenicyn aveva anche proposto al futuro autore dei Racconti di Kolyma che ammi-
rava pi che altro come poeta allora noto solo ai lettori del samizdat
39
e rispettava per la
sua esperienza delle galere sovietiche, ben pi pesante della propria, di scrivere insieme
lArcipelago ma alamov si era rifiutato.
I racconti di Kolyma
40
, oggi celebrati e celebri in tutto il mondo, sono letteralmente
lopera della sua vita: una vita prima sofferta per quasi ventanni nel Gulag e poi scrit-
ta e sofferta nuovamente per quasi altri ventanni bruciando, anche suo malgrado, ogni
altra e diversa prospettiva e accomodamento esistenziale (la sua unica figlia lo rinneghe-
r), obbedendo solo allurgenza della poesia che lha sempre dominato.
Voglio accennare a una peculiarit di questa opera maggiore di alamov e della sua
opera in generale che lo rende sempre pi accetto e amato e sempre pi letto da molti in
patria e allestero. Dopo che i racconti avevano cominciato a circolare clandestinamen-
te in Russia e a essere pubblicati nel mondo, a chi lo definiva letopisec, cronachista (o
annalista) della Kolyma Varlam replicava Sono il cronachista della mia anima, e nien-
te di pi. Certo, ma anche niente di meno. Infatti alamov, impegnato a far rivivere
nel suo capolavoro letterario la memoria dei milioni di vittime del Gulag ammette e uti-
lizza un unico strumento per rianimare, in forma letterariamente adeguata, quelle vite:
la poesia, ma una poesia scritta con il sangue del cuore, le sue pulsazioni e vibrazioni.
la poesia ad avergli permesso, dallabisso di infamia del mondo concentrazionario, di
37
In realt il dispositivo della condanna mascherava da reato comune un delitto politico: quello dellade-
sione allopposizione antistaliniana in particolare con la preparazione e diffusione insieme ad alcuni giovani
trockisti della lettera al XII Congresso nota come Testamento di Lenin, nella quale il leader dei bolscevichi
esprimeva forti riserve su Stalin. Tenuta segreta al Congresso, dichiarata falsa e fatta sparire, la sua autenti-
cit verr attestata da Chru/v nel corso del XX Congresso antistaliniano (1956) col suo Rapporto (peraltro
anchesso segreto). Sul caso giudiziario e sulle memorie dello scrittore riguardo ad esso, vedi V. alamov,
Alcune mie vite, cit., pp. 65-101.
38
A. Solenicyn, Arcipelago Gulag, III-IV, Mondadori, Milano 1995 (1975), p. 8.
39
Varlam alamov dischiuse i suoi germogli nella primissima primavera: aveva creduto al XX Congresso e
avviato i propri versi lungo i primi precoci sentieri del samizdat gi allora. Io li lessi nellestate del 1956 e sus-
sultai: eccolo il fratello! Uno dei fratelli segreti della cui esistenza non dubitavo. Cfr. A. Solenicyn, La quercia
e il vitello. Saggi di vita letteraria, M. Olsfieva, S. Rapetti (a cura di), Mondadori, Milano 1975.
40
In Italia vi sono state alcune edizioni parziali; lunica integrale dei 145 racconti (1.313 pagine), e prima
edizione mondiale in lingua non russa, : Id., I racconti di Kolyma, I. Sirotinskaja (a cura di), nelle collane I
millenni e Tascabili, Einaudi, Torino 1999 e successive ristampe.
Sergio Rapetti
158
ascendere alla torre di cui parlava Solenicyn. E da questa torre, non davorio, di vedere
e dire cose che concernono ogni coscienza umana, di qualsiasi parte del mondo.
Poesia e verit devono andare insieme, e qualsiasi fatto della nostra vita vale non
in quanto attendibile ma per quanto pu essere significativo: cos alamov ragiona sul
proprio impegno, lunico possibile secondo lui, per un poeta che scriva anche in prosa,
nel saggio degli anni Sessanta O proze
41
.
Dei dettagli e particolari di una situazione, di una vicenda, della vita e destino di una
persona che si vogliano recuperare alla memoria, egli deve trascegliere solo quelli che
possono coinvolgere il lettore, fargli credere al racconto come a una ferita non rimargi-
nata del cuore. Perch ci avvenga, sostiene alamov , bisogna far rivivere lemozione.
Essa deve tornare ad agire, superando vittoriosa le paratie del tempo che passa, il muta-
mento delle opinioni. Solo a queste condizioni si pu far rivivere la vita.
alamov aveva dunque creduto al XX Congresso
42
, aveva presentato le poesie e i
racconti alle riviste letterarie sperando che passassero, aveva contribuito con vigoro-
sa eloquenza a rintuzzare i tentativi di chi voleva far tornare indietro il paese
43
, era per
i giovani contestatori lincarnazione stessa dellintegrit e irriducibilit delluomo inte-
riormente libero. Aveva frequentato e si era tenuto per quasi cinque anni (1952-1956) in
corrispondenza con Pasternak
44
, il suo poeta prediletto; poi dal 1962 al 1966 con Alek-
sandr Solenicyn e dal 1965 al 1968 con Nadeda Mandeltam. Dopo che Tvardovskij
aveva pubblicato Una giornata di Ivan Denisovi/, aveva a lungo sperato unanaloga riu-
scita ma le sue poesie e racconti erano rimasti a giacere nei cassetti di diverse redazioni
o avevano preso la via del samizdat. Per ottenere la pubblicazione in patria almeno del-
le poesie (e qualche magro riconoscimento era arrivato), e per frenare le pubblicazioni
incontrollate allestero aveva rinnegato i racconti nei quali si era speso con abnegazione
(La vita ha cancellato da tempo la problematica dei Racconti di Kolyma, era stato in-
dotto a scrivere)
45
. Sempre pi abbandonato a se stesso e in ristrettezze, malato, sordo
quasi cieco, aveva passato gli ultimi tempi nella sua stanzetta disadorna, affollata di ri-
correnti incubi; laveva lasciata per lospizio e da ultimo, a forza, per il manicomio dove
in capo a pochi giorni era morto (17 gennaio 1982).
In una delle Raccolte alamoviane
46
, N. Goloviznin affronta il tema di quali fosse-
ro le sue posizioni politiche specie in rapporto allopposizione di sinistra a Stalin. Sap-
41
Id., O proze, vol. V delle Opere in sei volumi, I. Sirotinskaja (a cura di), ed. Terra-Kninyj Klub, Moskva
2005, pp. 144-157; inoltre I. Sirotinskaja, Moj drug Varlam alamov (Il mio amico Varlam alamov), s.e., Moskva
2006. pp. 109-127; il testo basato su una lettera del 1971 di alamov allAutrice. Irina Sirotinskaja stata per
una decina danni molto vicina allo scrittore che morendo (1982) le ha conferito la propria eredit letteraria e
larchivio. A cominciare da una raccolta di opere in quattro volumi del 1998 Sirotinskaja ha curato numerose
pubblicazioni importanti degli scritti di alamov in Russia e allestero. morta a Mosca l11 gennaio 2011.
42
Cfr. supra, nota 39.
43
Si veda supra, pp. 147-148.
44
V. alamov, B. Pasternak, Parole salvate dalle fiamme, L. Montagnani (a cura di), Rosellina Archinto,
Milano 1988.
45
Vedi S. Rapetti, Introduzione a Varlam alamov, in V. alamov, Alcune mie vite, cit., pp. 46-47 e, per il testo
integrale della lettera del 1972 alla Literaturnaja gazeta, V. alamov, Trenta racconti dai lager staliniani, P.
Sinatti (a cura di), Savelli, Roma 1976, pp. 259-260.
46
alamovskij sbornik, n. 3, Grifon, Vologda 2002, pp. 160-168.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
159
piamo che laccusa di trockismo nei riguardi dello scrittore stata quella strumentale
standard, che ha colpito per decenni, sino ai grandi processi dimostrativi del 1936-1938,
gli oppositori interni del Partito. Per alamov non mai stato comunista. E in quello
che forse lultimo testo scritto di suo pugno, lincompiuto Profilo di Varlam alamov,
redatto da lui medesimo scrive: Ho attivamente partecipato agli eventi del 1927, 1928
e 1929 dalla parte dellopposizione e precisa: non quella di Trockij poich la maggio-
ranza degli oppositori non laveva molto in simpatia. alamov annovera se stesso tra co-
loro che per primi, sacrificando con abnegazione la vita, avevano cercato di trattenere
quel diluvio di sangue passato alla storia col nome di culto di Stalin
47
. Nel suo saggio il
citato Goloviznin si chiede di quale altra opposizione di sinistra potesse allora far parte
alamov se le altre opposizioni antistaliniane nel PC cominciarono a formarsi non prima
della seconda met del 1929, quando lo scrittore era gi in campo di concentramento.
In realt alamov anche durante la prima detenzione cerca interlocutori politici per
discutere con loro e chiarirsi le idee: ma non lo hanno chiuso in una prigione per oppo-
sitori, bens in un lager in mezzo a criminali comuni. E da subito, e poi negli anni elabo-
rer per se stesso una personale piattaforma politico-morale, fatta di decine di precetti
48
.
Ce n di evangelici: Ho visto e capito gli ultimi della fila [...] quelli odiati da tutti quan-
ti [...] perch restano indietro, da verificare alla luce di una semplice, ma quanto diffi-
cile!, coerenza a-ideologica: Essere un rivoluzionario significa prima di ogni altra cosa
essere un uomo onesto. E alamov esalter figure di socialisti rivoluzionari dellOtto-
cento, di audaci ribelli e fuggiaschi in armi dal Gulag novecentesco
49
.
Comunque la sua vera battaglia, dopo quella per la sopravvivenza senza cedere alla
corruzione del Gulag, sar quella poetica e non allinsegna dellarte per larte ma del-
la poesia per luomo sperimentandone fino in fondo, con ogni lembo dei nervi, con
ogni poro della pelle, laltissimo prezzo
50
.
Vasilij Grossman: nelle macine del totalitarismo
14 febbraio 1961: due agenti del KGB si presentano a casa dello scrittore Vasilij Gros-
sman con lordine di confiscare il dattiloscritto del romanzo izn i sudba (Vita e desti-
no), le minute, gli appunti, ecc.; poi sequestrano anche, presso le dattilografe, altre copie
e nastri delle macchine da scrivere e fogli usati di carta carbone (leggibili controluce). La
cosa richiede due giorni. Prelevano anche dalla cassaforte di Novyj Mir la copia che
47
V. alamov, Voskreenie listvennicy (La resurrezione del larice), Ymca-Press, Paris 1985, p. 13. Leditrice
parigina aveva pubblicato la raccolta di un centinaio dei Kolymskie rasskazy gi apparsa a Londra nel 1978 da
OPI; questo secondo libro introdotto come laltro da M. Heller, comprende 12 racconti di Kolyma e il testo
autobiografico \etvrtaja Vologda (La quarta Vologda, tr. it. a cura di A. Raffetto, Adelphi, Milano 2001).
48
V. alamov, Alcune mie vite, cit., pp. 31-34.
49
In V. alamov, I racconti di Kolyma, cit., tra altri racconti La medaglia doro, pp. 977-1007, Lultima batta-
glia del maggiore Puga/v, pp. 393-407; Il procuratore verde, pp. 648-693.
50
La sua corrispondente Nadeda Mandeltam scriver Qui [in Russia] per la poesia si uccide, e questo d
la misura dellinaudita considerazione di cui essa gode, poich c ancora chi di poesia vive, in Vospominanija.
Vtoraja kniga (Memorie, Secondo libro), Ymca-Press, 1987, IV ed., p. 15.
Sergio Rapetti
160
lautore aveva dato per unamichevole lettura a Tvardovskij, editore del suo preceden-
te romanzo, uscito nel 1952, Per una giusta causa
51
.
Cosa stava succedendo? Circa un anno prima Grossman aveva consegnato a V.
Koevnikov direttore di Znamja lopera appena ultimata (seconda parte di una dilo-
gia iniziata appunto con Per una giusta causa) perch lo pubblicasse e questi laveva tra-
smessa alla sezione culturale del CC del Partito comunista per una valutazione; ricevu-
tone il responso laveva a sua volta comunicato a Grossman come parere del comitato
redazionale: Vita e destino era impubblicabile in quanto antisovietico.
A proposito dellarresto del romanzo lo scrittore dir: come se mavessero
strangolato nellandrone
52
. Reagisce per rivolgendosi, dopo il XXII Congresso del Par-
tito, direttamente a Chru/v
53
:
I pensieri di uno scrittore, i suoi sentimenti, il suo dolore costituiscono una particella dei pen-
sieri, del dolore, della verit di tutti [...] Consegnando il manoscritto ai responsabili della reda-
zione, mi aspettavo che da parte loro emergessero critiche, richieste di tagli di alcune pagine,
magari di interi capitoli. Sia il direttore della rivista Koevnikov sia i dirigenti dellUnione
degli scrittori Markov, Sartakov e /ipa/v mi hanno detto che pubblicare il libro impossi-
bile, che il libro dannoso. Ma nessuno di loro lha accusato di falsit [...] Prego di rimettere
in libert il mio libro affinch a parlarne e discuterne con me siano i redattori e non gli addetti
del Comitato per la sicurezza di Stato
54
.
Suslov in persona, invece, ad incaricarsi di dirimere la nuova grana letteraria
55
; il
principale ideologo del partito riceve Grossman per dirgli che non gli avrebbero restitui-
to, n tanto meno pubblicato, quel romanzo politico, che sarebbe potuto uscire non
prima di due o trecento anni
56
.
Ripercorriamo le tappe della vita e del trascorso successo di Grossman, il quale al-
meno fino alla vigilia della guerra era quasi senza pecche agli occhi del potere che anzi
voleva vedere in lui il tipico ingegnere delle anime umane, di quelli che Stalin inten-
deva presiedessero alla rifondazione, ispirata al realismo socialista, delle lettere e delle
arti (1932).
Nato nel 1905 a Berdi/ev (Ucraina) in una famiglia di intellettuali ebrei di lingua rus-
sa e cultura europea, compie i suoi studi (sulle orme del padre) a Mosca lavorando poi
come ingegnere chimico in una miniera di carbone del bacino del Don. Dal 1933 si stabi-
lisce nella capitale e dal 1934 al 1940 pubblica novelle e racconti sulla produzione (Glju-
khauf), la guerra civile (Nella citt di Berdi/ev e Quattro giorni), il movimento rivoluzio-
nario russo dal 1905 alla prima guerra mondiale (Stepan Kol/ugin). Viene apprezzato da
51
Si veda per lintera vicenda: E. Etkind, Introduzione a Vita e destino, Jaca Book, Milano 1982, pp. 7-18.
52
V. Sarnov, Russkij pisatel Vasilij Grossman (Lo scrittore russo Vasilij Grossman), in V. Grossman, Sobra-
nie so/inenij (Opere), Varius-Agraf, Moskva 1998, vol. IV, p. 423.
53
Anche Grossman, come alamov, come Solenicyn, aveva creduto nel nuovo corso.
54
Lettera del 23 febbraio 1963; citata in L. Lazarev, Svet svobody i /elove/nosti (La luce della libert e
dellumanit), Lechaim, n. 12, 2000; www.lechaim.ru/archiv/104.
55
1959: persecuzione di Pasternak, per la clamorosa pubblicazione allestero, nel 1957, del suo Il dottor
ivago.
56
E. Etkind, Introduzione a Vita e destino, cit., p. 10.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
161
Gorkij, olochov, Babel, Platonov, Bulgakov. Anche la seconda guerra mondiale lo trova
in prima linea, inviato del giornale dellesercito Krasnaja zvezda (Stella rossa), sui fron-
ti bielorusso e ucraino. Partecipa alla battaglia di Stalingrado, viene decorato. I suoi arti-
coli e libri ispirati alla guerra, tra i quali Il popolo immortale (1942) hanno un vastissimo
pubblico al fronte e nelle retrovie e nasce il progetto di un libro sulla battaglia di Stalin-
grado. Dapprima si intitola proprio Stalingrado, poi diventa Per una giusta causa e non
solo il titolo a cambiare: Tvardovskij sottopone la prima versione del romanzo, dintesa
con lautore, a una massiccia revisione redazionale intesa a prevenire le obiezioni del-
la censura, che il direttore di Novyj Mir conosce a menadito; attenua in particolare il
quadro troppo cupo dipinto da Grossman non solo delle sofferenze della popolazione
devastata dal conflitto, ma della guerra in s, d rilievo alla figura e al ruolo di Stalin, rele-
ga in secondo piano quello di uno dei personaggi principali, un ebreo, dando spazio a un
corrispondente protagonista, russo. Il romanzo era comunque uscito, in quattro nume-
ri di Novyj Mir del 1952 e anche in questa variante alleggerita era stato apprezzato
dai lettori. A partire dal febbraio 1953 la critica ufficiale
57
, aveva per lamentato lo scar-
so rilievo dato ai temi dellideologia che muoveva leroismo del popolo russo, e del ruolo
direttivo del partito nellorganizzare la vittoria; per contro, osservava, vi si parlava conti-
nuamente di tragici destini individuali e abnegazione personale.
Il tema ebraico, spinoso per i censori sovietici, come si sopra accennato, per
Grossman era quello delle sue radici improvvisamente messe dolorosamente a nudo
(sua madre sarebbe morta nella distruzione nazista del ghetto di Berdi/ev). I disastrosi
rovesci subiti allinizio dai sovietici avevano comportato loccupazione nemica di vastis-
simi territori dellURSS e lavvio massiccio, proprio nellEst Europa, della programmata
soluzione finale, oggi nota come Shoah e tutto ci aveva toccato nellintimo pi pro-
fondo linviato della Stella rossa Grossman, al seguito delle truppe del suo paese, nella
vittoriosa controffensiva da Stalingrado a Berlino. Dalla sua penna era quindi uscito nel
settembre 1944 Linferno di Treblinka
58
e quante (e quali!) altre pagine, del futuro Vita e
destino
59
. Poi nel dopo guerra Grossman rediger con I. Erenburg il Libro nero sugli or-
rori delloccupazione nazista dei territori sovietici e della deportazione ebraica alla vol-
ta dei campi di sterminio in territorio polacco. Commissionato dal Comitato antifascista
ebraico, gli autori ci lavoreranno dal 1945 al 1947, ma il testo pronto per la stampa non
verr pubblicato
60
e anzi nel 1948 viene sciolto e arrestato il Comitato, diversi collabo-
57
Fu M. Bubennov sulla Pravda del 13 febbraio 1953 a dare il la a quella che si rivel una campagna
contro Grossman.
58
Il saggio sul campo di sterminio, datato settembre 1944 pubblicato su Znamja, n. 11, novembre 1944;
per la prima volta al mondo uno scrittore, e non un testimone sopravvissuto, cerca di descrivere quel che
accaduto nelle camere a gas: cos S. Markish, Le cas Grossman, Julliard LAge dHomme, Paris-Lausanne 1983,
pp. 70-73.
59
Ricordiamo solo i capitoli 47-49, Parte seconda, che derivano direttamente dallInferno di Treblinka: su-
perano la loro fonte, rileva sempre Markish (op. cit., p. 73), come il ritratto di un grande artista supera una
foto amatoriale; e, davvero, di quella linea narrativa chi potr mai dimenticare Sofja Levinton che diventa
madre stringendo a s David dal corpo duccellino, mentre abbracciati muoiono soffocati dal gas?
60
Ripristinato sulla base di un manoscritto e di bozze di stampa fortunosamente sottratte alla distruzione,
il Libro nero stato pubblicato nel 1994 in Germania, a cura di Arno Lustiger, e nel 1999 in Italia da Mon-
dadori.
Sergio Rapetti
162
ratori del Libro nero vengono addirittura incriminati e fucilati di l a quattro anni. Quel
1952 era anche la vigilia del cosiddetto complotto dei medici-assassini del Cremlino,
della progettata deportazione in Siberia degli altri ebrei per preservarli dalla giusta col-
lera popolare; per anche la vigilia della morte di Stalin, circostanza che far rientra-
re il tutto. Ma ormai Grossman, nel gennaio 1953, sapendo della campagna che si sta-
va montando e temendo per la propria vita aveva accettato di figurare tra i firmatari
di una lettera aperta che chiedeva al governo dellURSS e al compagno Stalin la de-
portazione dei sovietici rinnegati di origine ebraica
61
.
Ed con questo carico di distruttiva angoscia, tra cedimenti e passi temerari te-
stimone e vittima dei due totalitarismi, schiacciato anche tra le tenaglie della censura e
dellautocensura che Grossman riuscito non solo a dedicarsi per dieci anni (1950-
1960) a Vita e destino e anche (1955-1963) allaltro segretissimo romanzo postumo Vs
te/t (Tutto scorre), ma a condurne in porto la stesura
62
.
noto il convincimento di Grossman della profonda affinit tra comunismo stalinia-
no e fascismo hitleriano, espresso anche nel famoso dialogo sullargomento tra Liss, un
miliziano SS apprezzato da A. Eichmann, e il vecchio bolscevico Mostovskoj. Il gi ricor-
dato critico V. Sarnov propone piuttosto di sentire tutto lorrore di questi uomini nuo-
vi forgiati dal totalitarismo nellepisodio, che si svolge tra i prigionieri di guerra sovie-
tici in un lager nazista, in cui un maggiore, Erov, sembra predestinato per popolarit e
autorevolezza a capeggiare la rivolta in preparazione dei detenuti; ma Erov un senza
partito, un elemento socialmente dubbio, e la decisione dei comunisti unanime: con
la complicit di un compagno dellamministrazione fanno aggiungere il suo nome a una
lista di prescelti per Buchenwald
63
.
Cos, a livello generale, la vittoria di popolo a Stalingrado si ritorce paradossalmente
contro il popolo stesso, perch consacra il dominio del tiranno ideologo che pu procla-
mare senza remore lavvento, anche nellURSS, del nazionalismo di Stato.
Ma non basta: in Tutto scorre un viaggio a ritroso nella storia del proprio paese, nel-
le vesti di Ivan Grigorevi/, ex galeotto del Gulag, durante il quale si rievocano gli orrori
delle stragi per fame indotte in Ucraina per piegare i contadini, la guerra civile, il terrore
bolscevico Grossman individua un altro paradosso, che allorigine di tutta la moder-
na tragedia russa: nel XX secolo Lenin ha rafforzato la servit millenaria, contro la quale
aveva combattuto, favorendo un nuovo asservimento dei contadini e degli operai e tra-
sformando gli uomini di cultura in servi dello Stato [...]
64
.
Che cosa pu opporre luomo, non pi pesante di una piuma, attanagliato dal-
lestremo terrore e dallestrema sottomissione, allincommensurabile massa di trilioni
61
L. Rapoport, La guerra di Stalin contro gli ebrei, Rizzoli, Milano 2002 (1 ed. 1991), pp. 194-195.
62
Senza comunque poterli vedere pubblicati (morir nel 1964 di cancro e crepacuore). Due copie di izn i
sudba (Vita e destino) erano state da Grossman affidate al poeta S. Lipkin e un altro amico; poi con laiuto di
A. Sacharov, E. Bonner e lo scrittore V. Vojnovi/, avevano raggiunto lOccidente; in capo a una paziente lavoro
filologico, E. Etkind e S. Marki ( Markish) lo avevano fatto pubblicare a Losanna nel 1980 presso le edizioni
LAge dHomme; in Italia uscito nel 1984 presso Jaca Book (nel 2008 una nuova versione da Adelphi). Vs
te/t (Tutto scorre) stato pubblicato da Posev, Francoforte sul Meno, nel 1970 (in italiano da Mondadori nel
1971 e da Adelphi nel 1987).
63
V. Sarnov, op. cit., pp. 428-429.
64
V. Grossman, Tutto scorre, Mondadori, Milano 1971, cap. 22.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
163
di tonnellate dello Stato totalitario? Nientaltro che se stesso e la propria irriducibile li-
bert di fare il bene, di sapersi preservare come impercettibile ma indistruttibile cellu-
la della moralit sociale
65
.
Aleksandr Solenicyn: ricostruire la Russia
16 maggio 1967: lo scrittore, celebre in patria e in tutto il mondo dopo la pubblicazio-
ne, cinque anni prima, di Una giornata di Ivan Denisovi/, ispirato alla propria esperien-
za personale di detenuto nel Gulag, indirizza al IV Congresso dellUnione degli scrittori
dellURSS una lettera, che fa arrivare anche a centinaia di delegati, nella quale si chiede di
affrontare il tema dellintollerabile asservimento che la nostra letteratura patisce da de-
cenni ad opera della censura
66
e che lUnione stessa non pu pi sopportare. Raccon-
ter nella sua autobiografia:
Questa volta dovevo chiamare le cose col loro nome e gridare pi forte. Sono infinitamente
difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere linerte macigno della materia.
Ma non c altra strada se tutta la materia non pi tua, non pi nostra. Anche un grido pu
provocare una valanga in montagna. Mi travolgesse pure. Forse soltanto in mezzo allo scon-
quasso avrei capito gli animi sconvolti del 1917
67
.
Il pubblico sconquasso enorme, la lettera circola nel samizdat e allestero, pi di 80
colleghi appoggiano le richieste dello scrittore alla loro associazione, tra cui quella di di-
fenderne i membri dagli abusi e persecuzioni delle autorit politiche e giudiziarie. Dal
1965 lo stesso Solenicyn ne subiva la sorveglianza e lassedio: parziali distruzioni e se-
questri di archivi nei nascondigli di amici e nei rifugi fuori mano dove lavora
68
; inol-
tre allepoca Archipelag Gulag a buon punto e V kruge pervom bloccato presso No-
vyj mir dal maggio 1964 mentre, tra giugno-luglio 1966 e marzo 1967, Tvardovskij ha
letto e rifiutato Rakovyj korpus. I due romanzi perverranno allestero per le vie del sa-
mizdat, non senza altre manovre provocatorie del KGB, e verranno pubblicati confer-
mando la sua statura di grande narratore
69
. Tra il 1967 e il 1974, nel corso di sette anni,
Solenicyn dispiega unattivit che ha del prodigioso: oltre a continuare il lavoro con-
temporaneamente sullArcipelago Gulag e sul grande ciclo storico La ruota rossa (Agosto
1914 verr inviato nel febbraio 1971 a Parigi per la pubblicazione e fino a tutto il 1973 si
65
E. Etkind, op. cit., p. 17.
66
A. Solenicyn, Il mestiere dello scrittore, Jaca Book, Milano 1968, 2 ed. 1979, pp. 29-39.
67
A. Solenicyn, La quercia e il vitello, cit., p. 181.
68
Si veda laccurata Cronologia della vita e delle opere in L. Saraskina, Solenicyn, Adriano DellAsta (a cura
di), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2010, pp. 1387-1427.
69
V kruge pervom (Nel primo girone) usc in Italia col titolo Il primo cerchio (Mondadori, Milano 1968) e
Rakovyj korpus (Padiglione cancro) col titolo Reparto C (Einaudi, Torino 1969): sono potenti affreschi corali
di vite e destini in dialogo e conflitto, rispettivamente nellambiente privilegiato (primo girone dellinferno) di
un centro di ricerche scientifiche del sistema concentrazionario e in un reparto oncologico, a tu per tu con la
morte e lesigenza di tirare le somme: esperienze entrambe vissute dallo scrittore e sviscerate nei loro aspetti
psicologici e spirituali.
Sergio Rapetti
164
dedicher a Ottobre 1916), continua la stesura di La quercia e il vitello, scrive tutta una
serie di articoli destinati ad avere grande risonanza tra cui il Discorso del Nobel (il pre-
mio per la letteratura gli stato conferito per il 1970), la Lettera ai dirigenti dellUnio-
ne Sovietica inviata al CC del PCUS il 5 settembre 1973 e Vivere senza menzogna che verr
lanciato nel samizdat il 13 febbraio 1974, giorno della sua espulsione dal paese; coordi-
na inoltre, lantologia di scritti Iz-pod glyb (lett. Da sotto i massi)
70
destinata allautoedi-
toria, fornendo in extremis due suoi articoli.
La situazione precipita nellagosto 1973, dopo il suicidio di una collaboratrice dello
scrittore e il sequestro da parte del KGB di una copia dellArcipelago; Solenicyn dispo-
ne che il libro, gi al sicuro a Parigi, venga pubblicato, cosa che avviene, per la prima
parte, il 28 dicembre. Parte una violenta campagna di stampa, contrastata da Solenicyn
con dichiarazioni varie, tra cui nel gennaio 1974 il comunicato che i diritti per il libro
sul Gulag verranno devoluti ai detenuti politici dell URSS; prima dell11 febbraio termi-
na il secondo di due articoli per lantologia Iz-pod glyb e il 12 viene arrestato, condot-
to al carcere di Lefortovo, l gli viene notificata lespulsione dal paese, viene caricato su
un aereo e deportato in Germania; a marzo verr raggiunto dalla famiglia a Zurigo. Poi
lesilio negli Stati Uniti e nel 1994 il rientro, ventanni dopo, riabilitato e pubblicato, nel-
la Russia postcomunista.
Chiamare le cose col loro nome; trarre da sotto i massi ideologici che la oppri-
mono la memoria storica obliterata da censure e falsificazioni; ricostituire quei valo-
ri personali, etici, religiosi e nazionali che soli possono far uscire la Russia dal vicolo cie-
co in cui si ridotta [...] caduta degli ideali, crisi sociale, impasse tecnologica, tendenze
espansionistiche; il rimedio, a livello dellindividuo e della nazione, darsi volontaria-
mente dei limiti per il bene comune e questo anche in rapporto allambiente naturale,
ieri come oggi particolarmente depredato nella Russia-URSS; rifiutiamoci almeno di dire
ci che non pensiamo [...] anche questa via che pure la pi moderata tra le vie della re-
sistenza sar tuttaltro che facile per quegli esseri intorpiditi che siamo; nessuno sulla
Terra ha altra via duscita: andare pi in alto
71
.
A questi criteri si attiene lo stesso Solenicyn, combattendo con energia indomita la
sua battaglia contro il regime, recuperando la verit storica del Gulag (da Lenin, Stalin e
oltre), tentando limpresa di ricostruire in migliaia di pagine i reali antefatti di quella Ruo-
ta rossa che quando si messa in moto non poteva che seguire quella strada esiziale.
Dobbiamo costruire una Russia morale, o altrimenti nessunaltra, perch allora
non avrebbe pi importanza: unutopia etico-religiosa e tradizionalista, non certo
per nostalgica dellautocrazia dellOttocento n tenera coi liberali velleitari della rivo-
luzione borghese di Febbraio, diffidente di istituti di rappresentanza, copiati dallOc-
70
AA.VV., Voci da sotto le macerie, S. Rapetti (a cura di), Mondadori, Milano 1981.
71
Sono le parole dordine per una nuova o ritrovata moralit (allinsegna della responsabilit personale) cui
lAutore esorta i propri connazionali: Vivere senza menzogna con la Lettera ai dirigenti, Mondadori, Milano
1974; Come ricostruire la nostra Russia, Rizzoli, Milano 1990; La questione russa alla fine del secolo XX,
Einaudi, Torino 1995; Rossija v obvale; La Russia nel precipizio, Moskva 1998. Ma negli anni di esilio non
risparmia neanche lOccidente materialista e individualista in crisi di valori e ideali autentici, con lottundente
benessere come orizzonte e la pavida fragilit delle sue democrazie (Un mondo in frantumi. Discorso di Har-
vard, CL-Litterae communionis, Milano 1978).
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
165
cidente, trapiantati meccanicamente su un terreno che ha conosciuto settantanni di
totalitarismo e tuttaltro che attratta dal libero gioco del mercato. Non un inno
allideologia del nazionalismo ma lesaltazione delle risorse di una ritrovata autoco-
scienza nazionale che non disprezzi il proprio patrimonio di cultura (compresa quel-
la letteraria e quella materiale e sociale di un paese per mille anni contadino), che non
trascuri la propria storia e non rinunci a legittime aspirazioni nazionali
72
. E che si sfor-
zi comunque di tenersi al passo dei tempi, consapevole di un dovere di testimonianza
anche in una modernit difficile: Cos vorrei dare una mano anchio a portare fin l
una staffetta [...] La luce ancora accesa della nostra anima [...] Basta che non si spen-
ga nel nostro secolo, nel secolo dellatomo, dellacciaio, del cosmo, dellenergia, della
cibernetica [...]
73
.
Andrej Sacharov: la lotta per la pace e i diritti civili
19 marzo 1970: Andrej Sacharov, con Valentin Tur/in (allora presidente della sezione
sovietica di Amnesty International) e Roy Medvedev, indirizza ai massimi dirigenti del
Partito e dello Stato una lettera nella quale si rilevano le difficolt in cui versa lURSS in
campo economico, culturale e sociale individuandone la causa principale nella mancan-
za di libert e lunico e urgente rimedio in una democratizzazione del paese. Nel marzo
1971, in un Memorandum a Brenev, Sacharov argomenta e ribadisce tale richiesta (nel
frattempo ha fondato, il 4 novembre 1970, un Comitato dei diritti delluomo insieme a
Valerij \ alidze e Andrej Tverdochlebov, anche loro dei fisici). Il Comitato, cui aderisco-
no nel tempo in molti (compreso, per un breve periodo, Solenicyn ) oltre che propor-
re la propria collaborazione e quella dei suoi consulenti giuridici alle varie istanze uffi-
ciali per la soluzione del problema i diritti delluomo nella societ socialista, sostiene
attivamente con consigli motivati lattivit di altri gruppi (come il Gruppo di iniziativa)
contro le violazioni perpetrate dalle autorit.
Il caso desta sensazione poich Sacharov un fisico illustre, premiato con le massi-
me onorificenze statali, dal 1953 membro dellAccademia delle Scienze, e membro per
20 anni di un segretissimo team di ricerca per lelaborazione dellarma termonucleare
74
.
A proposito della sua nuova vocazione, scriver in una Autobiografia datata 24 marzo
1981, quando, come vedremo poi, si trover illegalmente confinato a Gorkij
75
:
72
Si veda anche lIntroduzione di V. Strada a La questione russa..., cit., pp. IX-XXVI.
73
Dalla pice di Solenicyn Una candela al vento, Einaudi, Torino 1970, p. 207, citata in Solenicyn in Russia,
Jaca Book, Milano 1976, p. 387, di O. Clment, il poeta e teologo ortodosso che meglio ha penetrato gli aspetti
spirituali e filosofici dellopera dello scrittore.
74
Anche nel suo campo specifico si era gi segnalato per gli interventi a favore di una sospensione o limita-
zione degli esperimenti atomici che lo portarono a scontrarsi con Chru/v nel 1961; fu tra i promotori della
stipulazione del trattato di Mosca del 1963 per la messa al bando degli esperimenti nucleari nellatmosfera,
nellacqua e nello spazio.
75
Il genero e collaboratore di Sacharov, Efrem Jankelevi/ provveder a dare anche a questo scritto una dif-
fusione internazionale, in campagne a difesa dello scienziato che si susseguiranno tra il 1984 e il 1986 in tutto
il mondo, e anche in Italia.
Sergio Rapetti
166
I miei primi appelli in difesa delle vittime della repressione risalgono agli anni 1966-1967.
Verso il 1968 sorse lesigenza di un intervento pi diretto, aperto e manifesto. Apparve cos il
saggio Considerazioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libert intellettuale. Sostanzial-
mente si tratta delle stesse tesi che sette anni e mezzo dopo avrei rilevato nel titolo del discorso
scritto in occasione del premio Nobel: Pace, progresso e diritti delluomo
76
.
Dal 1970 in poi Sacharov si dedica quasi esclusivamente allattivit di pravoza/itnik, di-
fensore dei diritti, non si contano gli appelli e le iniziative portate avanti con la moglie
Elena Bonner, sposata nel 1971. Non si tirano mai indietro, n quando si tratta di affron-
tare viaggi anche di centinaia di chilometri, per protestare allesterno di un tribunale dove
si processa un dissidente, spintonati insieme agli altri dalla milizia, n quando devono
mettere a disposizione lappartamento moscovita per qualche delegazione di parenti di
un imputato, arrivati dalla Siberia a presentare ricorsi nella capitale e senza albergo. Lui
che per i meriti scientifici era un privilegiato, era coperto di onori e prebende, si volon-
tariamente messo nelle condizioni di perdere ogni cosa per amore della giustizia e della
verit. Agli occhi del popolo russo un impareggiabile paladino dellideale
77
.
Dal 1968, in seguito alla pubblicazione allestero delle Considerazioni viene allonta-
nato dalla ricerca e privato dei privilegi del suo stato. Quanto alla lotta per i diritti civi-
li, ne diventato il punto di riferimento, e quasi ogni giorno Andrej e Ljusja devono
intervenire in difesa di qualcuno.
Lo scienziato scrive anche un secondo libro, pi articolato, che muove dalla Confe-
renza di Helsinki (1975), illustrando come quegli impegni internazionali sottoscritti an-
che dallURSS continuino ad essere disattesi nei confronti di centinaia di propri cittadini
attivisti per i diritti umani, dogni nazionalit, fede e indirizzo politico, rinchiusi in pri-
gioni e ospedali psichiatrici. E invita lopinione pubblica mondiale ad appoggiare lidea
di una amnistia politica in URSS, nonch a premere per un disarmo bilanciato e una col-
laborazione multilaterale a livello internazionale
78
.
La svolta drammatica, per, nel braccio di ferro col potere, legata al tema della sal-
vaguardia della pace: nel giugno 1980 scrive una lettera aperta al Presidium del Soviet
76
Da noi il libro usc come: A.D. Zacharov (sic!), Progresso, coesistenza e libert intellettuale, Etas Kompass,
Milano 1968. Il premio Nobel per la pace venne ritirato nel dicembre 1975 dalla moglie Elena Bonner.
77
Ha scritto Jurij Malcev: Trovandosi al vertice delllite del paese, questo santo laico ha rinunciato al pro-
prio benessere e ha alzato la voce contro lingiustizia. Lapparizione di una tale persona proprio nel cuore della
nomenklatura comunista, un simile straordinario risveglio della coscienza in quellambiente dove sembrava
impossibile ha indotto Solenicyn a parlare di un miracolo. Cfr. Id., Il risveglio della coscienza: Sacharov e
Solzhenicyn in AA.VV., Il dissenso: critica e fine del comunismo, cit.

Malgrado la reciproca stima, resistente negli anni, i due Nobel russi erano, riguardo a che cosa e come fare,
su posizioni antitetiche (per dirne solo un aspetto, semplificando: Solenicyn ha a cuore anzitutto la nostra
Russia, Sacharov il mio paese e il mondo) e ne dibatterono anche in alcuni scritti: Solenicyn nel saggio
Quando ritornano il respiro e la coscienza in Voci da sotto le macerie, cit. e in Il vitello e la quercia, cit., Sacharov
in Memorie, Sugarco, Milano 1990. Ne ha scritto M. Clementi in Il diritto al dissenso. Il progetto costituzionale
di Andrei Sacharov, Odradek, Roma 2002, pp. 111-131.
78
Ma parla anche del dovere di far fronte, con gli strumenti internazionali, alla minaccia totalitaria
dellespansionismo sovietico e chiede alla sinistra occidentale di non continuare ad accettare con troppa cre-
dulit il dogma del sistema socialista, che sarebbe vigente in URSS e in quanto tale non criticabile. Il mio
paese e il mondo, Bompiani, Milano 1975.
Laltra contestazione: la resistenza allarbitrio e alla menzogna. Nel mondo del dissenso russo
167
supremo e a Brenev protestando contro la guerra in Afghanistan in corso da sette mesi:
i morti, specie tra i civili, sono gi decine di migliaia e i profughi un milione; la disten-
sione, il disarmo e la pace nel mondo sono in pericolo.
La risposta di quello stesso Presidium e del suo presidente un decreto in data 8 gen-
naio 1980, Mosca, Cremlino, che priva lo scienziato dogni onorificenza ma soprattutto
gli notifica, con una postilla scritta a parte, senza firme e senza data, la decisione di rele-
garlo in un luogo dove non gli sia possibile avere rapporti con cittadini stranieri
79
.
Viene confinato in una citt chiusa agli stranieri, Gorkij (oggi Niznij Novgorod),
a 400 km da Mosca dove vivr isolato, in balia delle provocazioni del KGB (gli sottrag-
gono i Dnevniki, Diari, che va scrivendo, subisce unaggressione col gas, indice scioperi
della fame e viene nutrito a forza in ospedale); ma grazie alla moglie e ai parenti emigrati
lattenzione internazionale resta sempre alta sul suo caso. Poi ci sar la famosa telefona-
ta di Gorba/v (gensek dal 1985) che gli annuncia il 16 dicembre 1986 la decisione del
Politbjuro di far tornare i Sacharov dopo sette anni di deportazione, a Mosca; il che av-
viene il 23 dicembre. D quindi il suo contributo allo sforzo della perestrojka gorbacio-
viana di salvare il salvabile, come membro eletto, dallaprile 1989, della prima Sessio-
ne dei deputati del popolo dellURSS in una formazione di opposizione presto in rotta
di collisione con la maggioranza comunista e Gorba/v stesso dedicando molte ener-
gie alla causa, fondamentale, dellabolizione dellart. 6 della Costituzione (breneviana)
dellURSS sul ruolo dirigente del Partito comunista
80
. Nel novembre 1989 lunico a pre-
sentare un proprio Progetto di Costituzione dellUnione delle Repubbliche sovietiche
di Europa e Asia
81
. Il 14 dicembre muore improvvisamente, al tavolo di lavoro, stronca-
to dalla fatica e dallo stress. Ve/naja pamjat, Eterna memoria.
Alla nostra causa senza speranza
Za nae beznadnoe delo! Questo il brindisi autoironico che alzavano i dissidenti, nei ti-
nelli di casa alla fine di serate e nottate di riunioni, passate di solito non a sognare un chi-
merico futuro ma a progettare per lindomani uno scritto, o il volantino o lazione gior-
naliera in difesa di qualcuno. Una speranza contro ogni evidenza contraria? La pi che
ventennale vicenda che qui si cercato di delineare mostra leroico coraggio e linstan-
cabile spirito diniziativa di centinaia di uomini e donne, il cui esempio dovrebbe esse-
re iscritto nellalbo doro della dignit umana, e fornisce qualche elemento dellopera di
scrittori liberi, che hanno eretto monumenti letterari diventati patrimonio dellumanit.
Non sempre hanno avuto in Occidente la comprensione e lappoggio auspicabili specie
da parte di chi aspirava a una sintesi di socialismo e libert, ed erano proprio coloro che
forse con particolare efficacia avrebbero potuto sostenerli
82
.
79
A. Sacharov, Memorie, cit., pp. 598-599.
80
Si veda L. Marcucci, Dieci anni che hanno sconvolto la Russia, il Mulino, Bologna 2002, p. 20.
81
M. Clementi, op. cit., che presenta anche il testo integrale del progetto.
82
P. Sensini, Il dissenso nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977, Rubbettino, Soveria
Mannelli (CZ) 2010.
Sergio Rapetti
168
Ma per il loro paese, e i suoi popoli, hanno fatto molto, tutto quello che potevano.
Gorba/v, nel suo tentativo riformistico, ha mutuato dal dissenso, a partire dai giova-
ni contestatori di quel lontano 1965 in piazza Pukin, la richiesta di glasnost, e una pe-
restrojka del regime era proprio lurgenza morale di tanti progetti, compresi quelli di
Solenicyn e Sacharov . Dove andr la nuova Russia non chiaro, ma incancellabile, e
presente, nella coscienza della parte pi avvertita della societ e nelle biblioteche e cen-
tri di studio, il lascito di quella fervida stagione.
BIBLIOGRAFIA
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Zinovev, A., Il comunismo. La struttura della societ sovietica, Jaca Book, Milano 1981.
Sezione secoda
IDEOLOGIE E CORRENTI
RIVOLUZIONARIE
171
SOCIALISME OU BARBARIE.
PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA E MODERNIT
Daniel Blanchard
Introduzione
Il gruppo Socialisme ou Barbarie ha riunito dal 1949 al 1965 alcune decine di militan-
ti attorno a un progetto al contempo teorico e critico consistente, da una parte, nellela-
borare una teoria critica unitaria, applicabile ai diversi tipi di societ allora esistenti, e,
dallaltra, nel ridefinire in funzione di questa teoria i principi, i mezzi e i fini dellazio-
ne rivoluzionaria.
Ecco, in estrema sintesi e in forma, mi pare, piuttosto oggettiva, la definizione che si
pu dare di Socialisme ou Barbarie. Ma oggi non si pu approfondire la descrizione di
quello che questo gruppo stato e ha prodotto n storicizzandolo, n collocandolo nel
contesto contemporaneo. Socialisme ou Barbarie non non ancora... un oggetto
storicamente costituito, come il cartismo, il fourierismo o un qualche altro movimento
del genere, e ci perch si muove ancora (ci ritorner pi avanti). Ma non nemmeno
un movimento che, nato in un passato pi o meno lontano, proseguirebbe ancora oggi,
come lanarchismo o linaffondabile trockijsmo. Parlare oggi di Socialisme ou Barbarie
implica misurare e soprattutto analizzare tutta la distanza che ce ne separa.
Il destino paradossale di questo gruppo consistito nel passare da uno stato di qua-
si-invisibilit e di quasi-virtualit nel senso di una presa pratica quasi nulla sulla real-
t nei suoi primi ventanni o quasi di esistenza, allo statuto mitico e leggendario
attribuitogli una decina danni dopo la sua sparizione. Al tempo in cui il gruppo era at-
tivo, il pensiero politico, schiacciato dallo scontro tra i due blocchi, non poteva tollera-
re unanalisi che mettesse i due imperialismi fianco e fianco: bisognava prendere partito
per luno o per laltro. Di pi, il Partito comunista e le sue propaggini sindacali o intellet-
tuali censuravano, se necessario con la violenza, nelle fabbriche come nelle stanze delle
redazioni, ogni espressione critica nei confronti dellURSS che potesse venire da sinistra
o dallestrema sinistra. Ora, nel corso degli anni Sessanta e Settanta, essendo diventa-
to praticamente impossibile negare la verit sul campo socialista, i vecchi compagni
di strada del Partito comunista o i loro successori si convertono alla democrazia, ai
Daniel Blanchard
172
diritti delluomo e sinvestono di una nuova missione: la denuncia del totalitarismo.
Scoprono allora dei precursori nella persona di alcuni vecchi membri di Socialisme ou
Barbarie, Claude Lefort, Cornlius Castoriadis, Jean-Franois Lyotard... Profondo ma-
linteso, poich il rigore critico di questi teorici, soprattutto degli ultimi due, come del
gruppo in cui le loro idee si erano formate, si applicava tanto allOccidente detto demo-
cratico quanto ai regimi socialisti... Fortunatamente, pare che le metamorfosi post mor-
tem di Socialisme ou Barbarie non si siano fermate a questo episodio. Gi da qualche
anno i movimenti radicali che lottano contro il capitalismo mondializzato cercano nelle
idee di Socialisme ou Barbarie, spesso associate a quelle dellInternazionale situazioni-
sta, gli elementi per una delucidazione delle forme contemporanee del dominio, ma an-
che delle tare di cui soffrono questi stessi movimenti, per il riprodurre nel loro funzio-
namento molti degli aspetti che essi combattono.
Per questo, in occasione di incontri in Francia e allestero, sono talvolta solleticato
da una domanda: possibile che le idee elaborate da Socialisme ou Barbarie cinquanta
anni fa trovino al prezzo di qualche adattamento una nuova vita, incontrino indivi-
dui doggi che le riprendano a modo loro e le portino con la stessa nostra passione? E la
mia risposta no. Oltre alle trasformazioni evidenti intervenute nella configurazione del
mondo vi in questa distanza un elemento insuperabile, che consiste nella differenza tra
unepoca ottimista e una quasi disperata. Ottimista, questa parola sciocca quanto la for-
mula trentanni gloriosi dice per una cosa: almeno in Occidente era largamente dif-
fusa la convinzione, era nellaria che il mondo potesse, dovesse, stesse per cambiare in
meglio dopo tutto, si usciva dalla guerra, anche ventanni dopo e che, per certi spiri-
ti radicali, si potesse cambiarlo in profondit. questa condizione spirituale che ha fat-
to sollevare la giovent americana negli anni Sessanta e che ha spazzato buona parte del
mondo nel 1968. Oggi invece lo spirito del tempo sembra dividersi tra il fatalismo del
cammino verso il disastro e il cinismo del dopo di noi, il diluvio....
Con il che si dice che questa distanza, chi scrive questo testo la porta dentro di s.
Pi di quarantanni dopo la fine del gruppo posso dire ancora che gli otto anni che vi
ho passato sono stati i pi appassionanti della mia vita. Semplicemente, dopo, ho incon-
trato altre persone, altre idee, ho partecipato ad altre imprese talora pressoch altret-
tanto assorbenti. Parlando di Socialisme ou Barbarie, lo far dunque necessariamente
cum grano salis. E ovviamente, con certe parzialit, attestate dal fatto che, in occasione
delle due scissioni che hanno lacerato il gruppo, ho fatto mie le tesi difese in particola-
re da Castoriadis.
Prima di arrivare al sodo, cio di provare a offrire una rappresentazione che sia oggi
intelligibile di quella che stata la vita di questo gruppo e delle idee che ha elaborato,
bisogna dire ancora che quelle che chiamiamo nostre idee non costituiscono in alcun
modo un insieme di tesi passibili di esposizione sistematica, ma piuttosto una traiettoria,
un processo che si sviluppato al contempo tramite la presa in conto ponderata delle
trasformazioni della realt e per una sorta di crescita interna di elementi che, in parten-
za, non erano che potenziali. Una traiettoria, un processo, questo certo basta a distin-
guere Socialisme ou Barbarie da una buona fetta di gruppuscoli, in particolare dellul-
tra-sinistra, la cui unica preoccupazione pareva essere quella di preservare dagli attacchi
del mondo esteriore un piccolo tesoro di idee non ulteriormente elaborate, addirittura
fisse. Ma troppo poco dire: la vita intellettuale di questo gruppo stata unavventura
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
173
collettiva, stata unesplorazione delle societ moderne retta da una passione per lo sco-
prire almeno pari alla passione per il concettualizzare. Questa ricerca si preoccupata
abbastanza poco troppo poco, mi parso col senno di poi di eventuali apporti teori-
ci contemporanei. Certo, la lettura di Marx, Lenin, Trockij, Rosa Luxemburg, ma anche
Freud, Reich o Malinovsky, cos come di coloro che denunciavano limpostura stalinia-
na, Ciliga, Volin, Serge etc., era, per cos dire, di rigore. Ma quello che ci attirava erano
le realt del presente ci stimavamo sufficientemente attrezzati per comprenderle e,
tra queste realt, soprattutto quelle che sorgevano sulla scena americana. Volevamo che
lAmerica fosse per noi quello che lInghilterra era stata per Marx ed Engels, il laborato-
rio e la fabbrica in cui si elaborava la societ moderna. La nostra passione era scrutare e
decrittare la sociologia, la letteratura e soprattutto il cinema americani, in cui entravano
molti temi presto al centro di una critica radicale della vita quotidiana. Di pi, i nostri
compagni del gruppo Correspondance, a Detroit, ci fornivano informazioni e analisi di
prima mano su ci che accadeva nelle fabbriche pi moderne del mondo. Cos, non ave-
vamo che disprezzo per questa sinistra e questa estrema sinistra francesi che negli Stati
Uniti vedevano nientaltro che lepicentro mondiale della reazione.
Di fatto, lunica rappresentazione possibile di questo sforzo costante di approfondi-
mento e di rimessa in questione che ha marcato il lavoro teorico del gruppo sotto for-
ma di una serie di quadri corrispondenti alle sue tappe principali.
Le origini
Socialisme ou Barbarie si costituisce nel 1946 come linea interna del Partito comu-
nista internazionalista, cio della Quarta internazionale trockijsta: la linea Chaulieu-
Montal, pseudonimi di Castoriadis e di Lefort, i suoi principali animatori. Questa linea
rompe ufficialmente con il PCI nel 1949 per diventare il gruppo Socialisme ou Barbarie,
che intende essere il nucleo di una nuova formazione rivoluzionaria e pubblicher una
rivista che porta il medesimo nome.
Perch nel 1946 questa prima presa di distanza nei confronti del movimento trockij-
sta? Alluscita dalla Seconda guerra mondiale, la burocrazia sovietica (lespressione ave-
va corso nella corrente trockijsta per qualificare linsieme dei gruppi sociali che eserci-
tavano il potere in Russia a partire dalla fine della guerra civile) presenta una fisionomia
molto differente da quella che si sarebbe potuto delineare nel 1923. In quel tempo Tro-
ckij laveva caratterizzata come il prodotto di un equilibrio momentaneo tra le forze del-
la rivoluzione mondiale e quelle della contro-rivoluzione, altrimenti detto come una
produzione storica necessariamente effimera perch votata a essere spazzata via dalla
vittoria delluno o dellaltro dei due protagonisti. Ora, ecco che questa formazione so-
ciale usciva vittoriosa dalla guerra contro il III Reich allo stesso titolo delle classi dirigen-
ti dei paesi capitalisti e che la dittatura da essa esercitata nella stessa Russia restava pi
che mai incontestata; ed eccola migrare in Europa orientale e, di l a poco, in Estremo
Oriente. La tesi trockijsta si rivelava insostenibile: bisognava smascherare la burocra-
zia sovietica in quanto ceto sfruttatore e oppressivo allo stesso titolo della borghesia, e
lURSS in quanto societ capitalista di tipo nuovo. Di conseguenza, la rivoluzione avreb-
be per compito, in Russia come altrove, non semplicemente quello di cacciare dal pote-
Daniel Blanchard
174
re un gruppo di parassiti, ma rovesciare i rapporti sociali instauratisi. Tali apparivano,
molto schematicamente, agli occhi dei giovani militanti della linea Chaulieu- Montal,
le nuove realt del 1946.
Il 1947 e il 1948 chiarificheranno ulteriormente, sempre ai loro occhi, la situazione
mondiale e le sue prospettive. Le speranze e le illusioni suscitate dalla Resistenza e dal-
la Liberazione, in Francia e in Italia soprattutto, si dissipano molto presto. In tutti i Pae-
si che escono dalla guerra, a eccezione, in una certa misura, dellAmerica del Nord, le
condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari sono spaventose. Si sgobba come dei
Russi, si crepa di fame e, dinverno, di freddo.
A poco a poco la divisione del mondo decisa a Yalta diventa realt. In Europa orien-
tale e centrale i partiti comunisti stringono la presa dellURSS sui rispettivi Stati. La Fran-
cia e lItalia rinsaldano il loro ancoramento al campo atlantico. Di colpo, i potenti partiti
comunisti di questi due Paesi abbandonano la loro politica di unione nazionale, assun-
ta in vista della ricostruzione, e passano allopposizione. la nuova strategia dettata dal
Cremlino. Ma anche una necessit tattica: in Francia lo sciopero alla Renault della pri-
mavera del 1947 e quelli che seguono in estate e autunno, soprattutto nelle miniere, li
obbligano a schierarsi a fianco della loro base proletaria, contro il Governo.
Nel 1948 il mondo entra davvero nella Guerra fredda. In febbraio c il colpo di
Praga: presa del potere da parte del Partito comunista, ma anche e dal giorno dopo,
messa al lavoro intensivo della classe operaia. In giugno, comincia il blocco di Berlino
da parte dei sovietici... Negli Stati Uniti imperversa ben presto la febbre maccartista e il
budget militare americano supera il montante totale dei crediti del Piano Marshall sui
cinque anni. A molti a cominciare da de Gaulle la Terza guerra mondiale pare ine-
luttabile.
Nei primi numeri della rivista molte delle idee che allora sembravano imporsi da s
e che oggi ci stupiscono recano la traccia di questepoca cupa: la societ e persino la ci-
vilt capitaliste erano entrate in una fase di declino; le classi dirigenti non potevano so-
pravvivere che imponendo al proletariato un sovrasfruttamento che avrebbe implicato
fatalmente, nel tempo, un abbassamento della produttivit del lavoro, dunque una re-
gressione delle forze produttive; le classi dirigenti non tolleravano pi le libert demo-
cratiche, per quanto illusorie avessero potuto essere, e si apprestavano a gettare lumani-
t in una nuova guerra infinitamente pi distruttrice di quella da cui era appena uscita.
A meno che il proletariato non trasformasse la loro guerra nella sua guerra, cio
nella rivoluzione. Si tratta di unidea che il gruppo, in questo periodo, cerca di elabora-
re teoricamente e che condensa nella formula socialisme ou barbarie. Nellipotesi di
una nuova guerra non basta perorare il disfattismo rivoluzionario nei due campi. Biso-
gna aiutare il proletariato a prendere coscienza dei mezzi che questa guerra metter nelle
sue mani per la sua liberazione. Attore essenziale della produzione moderna e deposita-
rio collettivo della tecnologia, il proletariato lo anche nella guerra moderna, industriale
e meccanizzata. La guerra pu essere il cammino della barbarie, innegabile si legge
nel terzo numero della rivista , ma una politica rivoluzionaria davanti alla guerra mo-
derna pu anche dare al proletariato le armi del suo potere definitivo.
Visto a distanza, il primo numero della rivista (marzo-aprile 1949) pare marcato da
una forte ambivalenza. Da un lato vi si riprendono, radicalizzandoli e approfondendoli,
i temi sviluppati dalla linea in seno al Partito comunista internazionalista e rimane for-
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
175
temente ancorato alla tradizione teorica marxista e leninista, in cui i membri del gruppo
si sono formati. Ma esso contiene anche le premesse di un percorso originale che allon-
taner il gruppo da questa tradizione. Concentriamoci su due testi essenziali: lEditoria-
le e Loperaio americano.
LEditoriale, lungo testo redatto da Chaulieu ( Castoriadis) ma in cui si esprimeva
linsieme del gruppo, ha per titolo i termini del dilemma, per lappunto socialismo o
barbarie, articolato nel 1915 da Rosa Luxemburg, e delinea un quadro della situazio-
ne mondiale allinizio del 1949 da un punto di vista marxista rivoluzionario e anti-stali-
niano. Resta in una larga misura leninista: riprende la teoria leninista dellimperialismo,
correggendola, per, alla luce dei risultati della Seconda guerra mondiale, poich que-
sta non sfociata in una nuova coalizione instabile di potenze, ma nella polarizzazione
del capitale mondiale attorno a due blocchi antagonisti. Non viene ricusata nemmeno
lidea di una dittatura del proletariato allindomani della rivoluzione, a condizione che
non sia la dittatura del partito.
In ogni caso, questo testo si vuole ancora fermamente radicato nel pensiero marxista.
La societ vi analizzata in termini di classi, le classi sono definite dai rapporti collettivi
che si stringono nella produzione, la dinamica del capitale e in particolare il movimento
tendente alla sua concentrazione costituiscono il motore primo della storia moderna. Ed
sempre in uno spirito di fedelt rivendicata nei confronti del marxismo che Chaulieu,
in questo testo ma in modo ancora pi netto nel lungo articolo chegli consacra nel se-
condo numero ai Rapporti di produzione in Russia, corregge, per cos dire, Marx: la pro-
priet non che la forma giuridica dei rapporti di produzione che fondano le classi in un
regime capitalista. Lessenziale lesercizio effettivo ed esclusivo della gestione dei mez-
zi di produzione, ivi compresa la forza lavoro. La distinzione pertinente non si fa dun-
que pi tra proprietari e proletari, ma tra dirigenti ed esecutori.
Il fenomeno burocratico non peraltro confinato alla Russia, dove la burocrazia si
impadronita di tutti i poteri: un fenomeno che interessa anche le societ capitaliste oc-
cidentali, poich, spiega il marxista Chaulieu, essa lespressione sociale delle nuo-
ve forme economiche apparse nellultimo periodo, che implicano un rafforzamento in
potere e volume dellapparato di gestione della produzione, tanto a livello macro-econo-
mico nazionalizzazioni, pianificazione... che a livello di impresa. Pur ponendo que-
sto editoriale in rapporto di filiazione diretta con il Manifesto del partito comunista, egli
precisa: A grandi linee, si pu dire che la differenza profonda tra la situazione attua-
le e quella del 1848 data dallapparizione della burocrazia in quanto ceto sociale ten-
dente ad assicurare la sostituzione della borghesia tradizionale nel periodo di declino
del capitalismo.
Questo editoriale manifesta comunque una notevole originalit. Essa non consiste
tanto nella caratterizzazione della burocrazia quale nuova classe aspirante alla succes-
sione della borghesia. Questa idea era nellaria molto prima della guerra ed era stata og-
getto di discussione da parte del movimento trockijsta. In particolare, era stata difesa
da Max Shachtman e Bruno Rizzi, i quali prevedevano che la nuova classe, impegnata
a conquistare il potere in Italia, Germania e Russia, avrebbe soppiantato dappertutto la
borghesia... Quello che conferisce a questo editoriale il suo accento singolare e quella
forza che spinger il gruppo lungo una via teorica originale il ruolo che vi viene ricono-
sciuto al proletariato, inteso quale protagonista principale della propria storia, compre-
Daniel Blanchard
176
se le proprie sconfitte per esempio, quella di aver lasciato che la Rivoluzione del 1917
partorisse un nuovo regime di sfruttamento , cosa che equivale ad attribuire al proleta-
riato la capacit di gestire la produzione e di organizzare la societ socialista.
Questa capacit, dove coglierla, come dimostrarla? Evidentemente non nelle orga-
nizzazioni che il movimento operaio si dato nel corso di un secolo di lotte e che si mo-
strano ormai non solo come degli ostacoli sulla via dellemancipazione proletaria, ma
come le matrici del nuovo ceto sfruttatore che ha preso il potere in Russia. Questa capa-
cit, che lautonomia (termine essenziale del vocabolario di Socialisme ou Barbarie) nel
senso del potere di agire da soli, si afferma l dove il proletariato si forma, in fabbrica, in
officina, dove loperaio prende coscienza, per un verso, dello sfruttamento e dellaliena-
zione che subisce nel lavoro, ma anche delle sue facolt dintervento creatore e di auto-
organizzazione, nella produzione come nella lotta.
Vi qui un asse di ricerca che Socialisme ou Barbarie inaugura con linizio della pub-
blicazione, nel primo numero, di Loperaio americano di Paul Romano e che sar portato
avanti a lungo, in particolare con la pubblicazione dei testi di D. Moth sulla sua espe-
rienza di lavoro alla Renault. Claude Lefort ne teorizzer la portata politica in Lesperien-
za proletaria, editoriale dellundicesimo numero (dicembre 1952). Vanno nella medesi-
ma direzione Correspondance, negli Stati Uniti, Unit Proletaria, in Italia, e un po
pi tardi Solidarity in Inghilterra.
Si afferma qui uno dei tratti che, pur presente nel pensiero marxista, fanno lorigina-
lit di Socialisme ou Barbarie per limportanza che gli viene assegnata. Tale tratto con-
siste nella positivit sociale e umana riconosciuta allattivit produttiva. Positivit che
non riguarda il contenuto della produzione n labbondanza che riuscita a creare; e
neppure il suo significato astratto, riassunto in genere con lespressione dominio sul-
la natura. Si tratta della positivit dellattivit produttiva stessa in quanto esperienza
del mondo, attraverso il dominio dei gesti, delle macchine, dei processi messi in opera;
in quanto, potenzialmente, individuo che crea da s la propria vita; in quanto campo di
esperienza e di nascita della relazione sociale; in quanto luogo pi centrale e fecondo dei
conflitti che costituiscono la societ.
Lautonomia, dunque, cos ancorata nel lavoro produttivo, illumina i principi, i mezzi
e i fini della politica rivoluzionaria, per come Socialisme ou Barbarie si propone di defi-
nirli e di metterli in pratica. I fini consistono nellinstaurazione di una societ interamen-
te ed effettivamente gestita, a livello politico ed economico, dai lavoratori organizzati in
consigli. Lorganizzazione il partito, si dice ancora non deve pretendere alcun ruo-
lo dirigente, n prima, n durante, n dopo la rivoluzione; deve solamente aiutare lavan-
guardia del proletariato a prendere coscienza e a darsi i mezzi della propria autonomia.
Fin da subito, per, la questione dellorganizzazione e dei compiti che questa sarebbe in
diritto di assegnarsi suscita in seno al gruppo delle divergenze, in particolare tra Lefort
e Castoriadis, che in seguito si aggraveranno fino alla rottura.
una discussione che pu apparire futile data la debolezza numerica e politica del
gruppo nel periodo che segue la sua creazione: inizialmente composto da meno di ven-
ti membri, esso riceve ladesione, nel 1950, di qualche fuoriuscito dalla corrente bordi-
ghista, in particolare Vga, ex militante del POUM, e nel 1952 di Moth. In seguito, per,
il gruppo perde di forza, la sua attivit interna rallenta, i numeri della rivista si assotti-
gliano e si diradano.
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
177
Nuove speranze, nuove idee
A partire dal 1953 si avvia un movimento che porter, tra il 1956 e il 1961, a una relativa
uscita dal deserto. Nel 1953 un certo numero di avvenimenti schiariscono lorizzonte: la
fine della guerra di Corea marca un rallentamento della corsa verso la guerra
1
; la mor-
te di Stalin in marzo sembra dover scuotere il regime sovietico; gli scioperi in Cecoslo-
vacchia e soprattutto la sollevazione degli operai del cantiere della Stalin Allee a Berlino
Est, che si allarga a numerose altre citt e strappa importanti concessioni, portano alla
luce del sole lesistenza di una lotta di classe nella societ burocratica; infine, nel mese di
agosto, gli scioperi che scoppiano in Francia, dopo cinque anni di prostrazione e di di-
sintegrazione del movimento operaio
2
, permettono di porre concretamente la questio-
ne dellautonomia delle lotte. E di fatto, il gruppo ritrova una certa pratica militante. D
impulso e sostiene delle forme embrionali di auto-organizzazione: alla Renault, attorno
alla rivista mensile di fabbrica Tribune ouvrire; alle Assurances Gnrales-Vie, dove
due militanti creano, per contrastare linerzia sindacale, un Consiglio del personale.
Il 1956 apre il periodo pi attivo e forse pi fecondo della vita del gruppo. In feb-
braio, il rapporto Chru/v al XX Congresso del PCUS seppellisce lo stalinismo e confer-
ma agli occhi del mondo quello che sino a quel momento sapeva solo la minoranza che
voleva sapere. In autunno, la rivolta che scoppia in Polonia e poi in Ungheria, e in que-
sto Paese la formazione dei Consigli operai, la loro federazione su scala nazionale e la
resistenza armata contro i carri armati sovietici, confermano in modo quantomai chiaro
le tesi di Socialisme ou Barbarie, non solo circa la natura di classe dei regimi burocrati-
ci ma anche circa le forme di organizzazione che dovrebbe darsi una rivoluzione prole-
taria contro il capitalismo burocratizzato. Infine, la guerra dAlgeria emerge in tutta la
sua importanza, quando vengono richiamati i riservisti e anche il Partito comunista vota
lattribuzione dei poteri speciali al Governo del socialista Mollet. Tale questione apre
un nuovo fronte per la riflessione teorica del gruppo e, soprattutto a partire dal 1958,
per il suo coinvolgimento militante.
Lattenzione dedicata al fenomeno burocratico riveler la sua fecondit nellanalisi
dei movimenti di liberazione nazionale e della rivoluzione che si stava allora sviluppan-
do in un Paese, la Cina, in larga misura ancora appartenente, dal punto di vista econo-
mico e sociale, al mondo sottosviluppato. Questa analisi, ad opera essenzialmente di
J.-F. Lyotard (che si firma Laborde) per lAlgeria e di P. Soury ( Brune) per la Cina, con-
duce il gruppo su posizioni originali e fortemente critiche nei confronti della corrente
terzomondista allora in piena fioritura. Tradizionalmente, la corrente marxista non pre-
conizzava il sostegno alle lotte dei popoli colonizzati se non come mezzo per indeboli-
re limperialismo. La rivoluzione non poteva che essere opera del proletariato dei Pae-
si sviluppati, che avrebbero poi emancipato i loro fratelli arretrati. Il terzomondismo
rompe con questa linea. Prendendo atto di ci che appariva come la cancellazione del-
la capacit rivoluzionaria del proletariato moderno, esso situa il focolaio attivo della ri-
voluzione nelle lotte dei popoli assoggettati dalla colonizzazione o, come in Cina, dal-
1
Socialisme ou Barbarie, n. 13, p. 19.
2
Ibidem.
Daniel Blanchard
178
la collusione tra le loro classi dirigenti e limperialismo. Quello che viene preconizzato
quindi il sostegno attivo a queste lotte e alle organizzazioni che le conducono. A margi-
ne di questa corrente, i trockijsti, da parte loro, applicano a queste lotte lo schema del-
la rivoluzione permanente: sostegno alla rivoluzione borghese mirante allindipen-
denza nazionale, ma appoggiando gli elementi popolari progressisti, che sarebbero in s
di natura tale da provocare il superamento di quel primo risultato nel senso di una rivo-
luzione proletaria.
Il gruppo afferma, certo, la sua solidariet essenzialmente teorica con queste
lotte di liberazione e, in particolare, con quella degli algerini, denuncia la tiepidezza
sconfinante nellindifferenza della sinistra e della classe operaia francese, ma anche le
illusioni quanto alle possibilit che queste lotte possano sfociare in una rivoluzione so-
cialista nel senso definito da Socialisme ou Barbarie. Non sono neppure, peraltro,
delle rivoluzioni borghesi: nella maggior parte dei Paesi, se pure vi partecipano de-
gli elementi della borghesia locale, la forza sociale che vi gioca il ruolo motore quella
che si forma nella lotta stessa, un apparato burocratico-militare che tende a trasformar-
si in classe dominante e a instaurare nel Paese divenuto indipendente un nuovo regime
di sfruttamento. Del resto quanto si gi realizzato in Cina, stando al lungo articolo,
estremamente documentato e di un marxismo rigoroso, pubblicato da Brune nel venti-
quattresimo numero della rivista (maggio 1958), cio molto prima delle analisi di Simon
Leys o dei situazionisti.
Ma quello che Socialisme ou Barbarie, e in modo particolare Laborde, si impegnano
a mettere in evidenza a proposito dellAlgeria sono anche le manifestazioni di autono-
mia che si fanno luce nel cuore stesso di queste lotte da parte di certi elementi della po-
polazione, in particolare i giovani e le donne, questa conquista di riconoscimento, di di-
ritto alliniziativa che permette la rottura con il vecchio ordine su cui si reggeva il giogo
coloniale. Ed qui, e non nella creazione di nuove entit nazionali oppressive, che si di-
segna, forse, la promessa di un contributo al movimento mondiale di emancipazione. Di
questo tipo il messaggio che il gruppo si sforza di trasmettere ai giovani maghrebini di
Francia con cui in relazione.
Il significato del socialismo
Ma la produzione teorica pi innovativa di questo periodo della vita del gruppo do-
vuto a Castoriadis (che si firma ancora Chaulieu, prima di prendere lo pseudonimo di
Cardan) e consiste nella costruzione di un modello di societ autonoma pensato per
le societ pi moderne, e nelle implicazioni che ne vengono tratte. Lanalisi offerta
nellarticolo Le contenu du socialisme, apparso nei numeri 22 e 23 della rivista. Fin dalla
creazione del gruppo, Castoriadis aveva riflettuto sulla definizione di un programma ri-
voluzionario che tenesse conto sia delle trasformazioni del capitalismo, sia dellemerge-
re della burocrazia. Nel 1955 era gi apparso un primo articolo dal medesimo titolo. Ma
gli insegnamenti della ricerca portata avanti dal gruppo sullesperienza proletaria e so-
prattutto lesaltante, seppur tragica, lezione fornita dalla rivoluzione dei Consigli ope-
rai in Ungheria, lo portarono ad approfondire e sistematizzare la sua proposta. Molto
schematicamente, il socialismo per come concepito da Castoriadis consiste in una so-
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
179
ciet interamente autogestita dai suoi membri organizzati in consigli, esercitanti un con-
trollo totale su tutti gli aspetti della vita sociale, dalla politica sino alle condizioni della
vita quotidiana, passando ovviamente per leconomia, organizzazione del lavoro e scelte
tecnologiche comprese. I problemi vi sono regolati il pi possibile alla base e dalla prati-
ca della democrazia diretta. La delega, quando necessaria, non equivale in alcun modo
alla rappresentanza: i delegati hanno un mandato sempre revocabile. Riguardo lecono-
mia, Castoriadis introduce due idee originali. Da una parte, dato che, secondo lui, la ge-
rarchizzazione dei redditi non riposa su alcun fondamento oggettivo e non fa che tra-
durre i rapporti di dominio, in una societ senza classe la regola sar la loro uguaglianza
assoluta. Daltro canto, in questa societ senza classi, quindi senza lotta di classe, i pro-
blemi della gestione economica si trovano immensamente semplificati e possono essere
trattati in modo puramente razionale a partire da scelte fatte collettivamente dalla po-
polazione.
Quelli esposti non sono che alcuni elementi di un quadro molto ricco e argomenta-
to, in cui si pu vedere, se si vuole, unutopia stimolante. Ma, pi in profondit, que-
sto testo pone per la prima volta in maniera esplicita i fondamenti di una concezione
nuova della teoria, intesa al contempo come critica del capitalismo e come proiezione
di una prospettiva rivoluzionaria. Il percorso classico consisteva nel partire dalla criti-
ca per dedurne la natura del socialismo, con le leggi della storia a rendere conto di en-
trambi i momenti. Ora, Castoriadis adotta lordine inverso: non possibile compren-
dere pienamente il significato del capitalismo e delle sue crisi se non si ha ben presente
quale sia il significato del socialismo
3
. Ormai per Socialisme ou Barbarie non sono pi
le leggi della storia o la dinamica oggettiva del capitale a determinare la crisi del capitali-
smo e la prospettiva del socialismo. A farlo, in una parola, la lotta di classe. La lotta di
classe non viene pi semplicemente a giocare il ruolo di motore dellevoluzione delle so-
ciet moderne: ne la crisi stessa, il catalizzatore e la matrice in cui si forma il proget-
to di una societ autonoma. In questottica, la sola critica fondata che il rivoluzionario
possa formulare a riguardo della societ in cui vive quella i cui elementi gli siano forni-
ti dalla lotta che gli uomini conducono contro di essa, a partire dalla resistenza elemen-
tare e talora inconscia che essi oppongono alla manipolazione nel lavoro e in molte altre
circostanze di vita, sino alle sollevazioni di massa contro lordine stabilito. Ugualmen-
te, le idee che egli pu formarsi della societ cui aspira non si troveranno nellelucubra-
zione utopista, n in una pretesa scienza della storia, ma nelle creazioni del movimento
operaio, nelle sue rivendicazioni ugualitarie e nelle sue pratiche di auto-organizzazione
e di democrazia diretta. La prefigurazione che ne fornisce Castoriadis non utopi-
stica, in quanto non altro che lelaborazione e lestrapolazione delle creazioni storiche
della classe operaia
4
.
In tal modo, la crisi del capitalismo, per come viene analizzata da Castoriadis nel-
la seconda parte del suo testo, matura attorno a una contraddizione fondamentale che
3
Pierre Chaulieu, Le contenu du socialisme, Socialisme ou Barbarie, n. 22, settembre 1957, tr. it. Sul
contenuto del socialismo, in M. Baccianini, A. Tartarini (a cura di), Socialisme ou barbarie. Antologia critica,
Guanda, Parma 1969, p. 55.
4
Ibid., p. 61.
Daniel Blanchard
180
non oppone pi la propriet privata dei mezzi di produzione al carattere socializzato de-
gli stessi, ma lo sforzo sistematico, inerente al capitalismo, di trasformare gli uomini in
macchine separandoli dalla loro vita, e la sua necessit di usarne, per poter funziona-
re, la capacit di azione e la creativit tanto nel lavoro che in quasi tutte le altre attivi-
t sociali.
Queste idee, che si situano gi a una distanza considerevole dal marxismo, non fan-
no in effetti che sviluppare logicamente lo scarto che fin dallinizio separ Socialisme
ou Barbarie dallortodossia marxista. La separazione della nozione di classe da quella di
propriet dei mezzi di produzione, che ha permesso di qualificare lURSS come una so-
ciet capitalista di classe, fa necessariamente passare in secondo piano il ruolo dei mec-
canismi oggettivi implicati dalle necessit intrinseche del capitale e dallimposizione del-
la forma mercantile a tutti gli scambi. la lotta di classe che diviene il motore principale
della storia presente. Ora, se questa lotta di classe non oppone pi possidenti e proleta-
ri, ma dirigenti ed esecutori, essa non pi circoscritta alla sfera della produzione, ma si
trova a tutti i livelli e in tutte le manifestazioni del fatto sociale. A poco a poco, Sociali-
sme ou Barbarie accorder dunque unimportanza crescente alla critica della vita quo-
tidiana, includendovi tutto quello che concerne i rapporti tra generazioni o tra uomini
e donne, il consumo, lo svago, lurbanistica etc. Il legame con il marxismo, che Sociali-
sme ou Barbarie rivendica con forza nel primo decennio della sua esistenza, va cos al-
lentandosi sino a rompersi, per Castoriadis e una parte del gruppo, allinizio degli anni
Sessanta.
Crisi, scissioni, fine
Il 1958 da molti punti di vista una data di svolta nellitinerario del gruppo. Il colpo
di stato di de Gaulle del maggio 1959 sembra di natura tale da aprire una crisi politica
acuta. La sinistra e il Partito comunista gridano al fascismo. Socialisme ou Barbarie ri-
sponde che non si tratta assolutamente di questo, ma semmai di unimpresa di drastica
razionalizzazione del capitalismo francese, che non pu farsi se non a spese della clas-
se operaia. Il gruppo, o almeno una forte maggioranza dei suoi membri, intende dar-
si i mezzi per intervenire, cio intende organizzarsi. Il problema della natura e dei fini
dellorganizzazione rivoluzionaria si pone ancora, stavolta in forma concreta. Ai parti-
giani di unorganizzazione strutturata democraticamente, si intende, non gerarchica-
mente, e ispirandosi nelle sue forme e nella sua pratica al modello della societ autono-
ma , con dei contorni definiti e un programma (cio lautonomia del proletariato), si
oppongono coloro che denunciano il rischio di burocratizzazione insito in ogni organiz-
zazione distinta dallauto-organizzazione che i lavoratori si costruiscono nelle loro lotte,
cio il rischio che essa cerchi di giocare il ruolo di direzione del proletariato. E gi allo-
ra costoro rimproverano a Castoriadis di aver creduto possibile di definire il contenuto
del socialismo al posto del proletariato. Del primo gruppo fanno parte, in particolare,
Castoriadis e Vga, del secondo principalmente Lefort e Simon. Questi ultimi, assieme
a qualche altro, decidono di lasciare il gruppo e creano Information et liaisons ouvri-
res (ILO), che si trasformer poco dopo, senza Lefort, in Informations et correspondan-
ces ouvrires (ICO). Questa divergenza sullorganizzazione, comparsa sin dalla nascita del
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
181
gruppo, copre in realt una divergenza pi profonda, mai espressa nei testi e vertente
sulla natura stessa del regime post-rivoluzionario, almeno per come lo si poteva auspica-
re. Per Lefort era chiaro gi allora che questo regime, a fianco dei Consigli operai e forse
sopra di essi, doveva dotarsi di unistituzione che fosse il luogo specifico del politico.
Dopo questa scissione, il gruppo, che si era un po allargato e aveva raggiunto diver-
se citt di provincia, si costitu in un embrione di organizzazione, Pouvoir ouvrier, dota-
ta, oltre che della sua rivista, di un piccolo mensile ciclostilato omonimo.
Se lanalisi fatta dal gruppo circa il significato del nuovo regime istituito da de Gaulle
si rivelata giusta, in compenso lidea che si trattasse di una crisi politica di vasta portata
non ha trovato riscontri. La classe operaia non ha reagito allaggravarsi dello sfruttamen-
to di cui era oggetto. E davanti allintensificazione della guerra in Algeria solo una mino-
ranza dei giovani chiamati alla leva si ribellata (soprattutto studenti). Anche allestero
sono questi ultimi a mostrarsi i pi attivi nelle lotte contro le politiche condotte dai po-
teri costituiti, in Inghilterra con il movimento Ban the bomb!, in Corea del Sud, in Ger-
mania, negli Stati Uniti... Ed in questi ambienti che comincer presto a esprimersi, con
parole e azioni, una critica radicale del modo di vita capitalista.
Questi movimenti trovano nel gruppo uneco talora entusiasta, ed principalmente
su questo terreno della critica della vita quotidiana che nellautunno del 1959 si pro-
duce il mio incontro, tutto sommato abbastanza naturale, con Guy Debord, che aderi-
sce al gruppo alla fine del 1960 per poco tempo...
Considerando tutti questi fatti, Castoriadis e una gran parte del gruppo sono con-
dotti a mettere in questione il ruolo, centrale se non esclusivo, che il marxismo classico
attribuisce al proletariato industriale nella lotta sociale e politica contro il capitalismo.
Gli operai si difendono, certo, contro lo sfruttamento e talora contro loppressione subi-
ta al lavoro, ma sono i giovani, gli studenti, i neri americani che contestano lorganizza-
zione della societ. Appare un nuovo concetto, quello di privatizzazione: la maggior
parte della popolazione si disinteressa della vita pubblica, si stacca dalle sue solidarie-
t tradizionali e si ripiega sulla sfera privata, sentendosi al contempo esonerata dallatti-
vit collettiva (in forza della burocratizzazione dei sindacati e dei partiti) e sedotta dalla
nuova possibilit che le si offre di condurre, qui e ora, unesistenza relativamente con-
fortevole.
Daltro canto, Castoriadis, stilando un bilancio degli ultimi decenni, constata che il
capitalismo riuscito a superare le proprie crisi e persino la sua crisi per antonomasia,
quella definita come ineluttabile dal marxismo. Il capitalismo ha integrato nel suo fun-
zionamento lintervento regolatore dello Stato e, soprattutto, le lotte operaie lo hanno
costretto ad aumentare nel lungo periodo il reddito da lavoro quello che la teoria gli
proibiva pena la distruzione , evitando cos il pericolo della sovrapproduzione. Ma la
societ capitalista, Occidente compreso, si trasformata anche a causa della burocra-
tizzazione. La struttura in cui una minoranza in possesso di potere e ricchezza sfrutta-
va e opprimeva una maggioranza impotente e pi o meno miserabile non si sviluppa-
ta, come pensava Marx, nel senso di una polarizzazione crescente, ma ha lasciato spazio
a una piramide a pi livelli in cui solo le fasce molto esigue poste alle due estremit
sono costituite da puri dirigenti e da puri esecutori. Scrive Castoriadis in Recommencer
la rvolution: La divisione della societ molto pi complessa e stratificata [...]. Ma si
tratta di comprendere che la burocratizzazione non diminuisce la divisione della societ,
Daniel Blanchard
182
al contrario la aggrava complicandola, che il sistema funziona nellinteresse della piccola
minoranza che al vertice [...] e che i lavoratori non potranno liberarsi dalloppressione,
dallalienazione e dallo sfruttamento se non rovesciando questo sistema [...]. La politi-
ca rivoluzionaria imposta da queste nuove condizioni non deve pi concentrarsi soltanto
su problemi e lotte legati alla sfera della produzione, ma anche su quelli creati dal domi-
nio in tutti i rapporti sociali, sui movimenti di emancipazione delle donne, dei giovani o
delle minoranze razziali, sul senso del consumo, del tempo libero o dellurbanistica...
Insomma, sotto la pressione della lotta di classe il capitalismo si trasformato, non
pi quello analizzato da Marx, ed ha finito col realizzare, in una misura piuttosto im-
portante, gli obiettivi del movimento operaio: nazionalizzazioni, pianificazione, accre-
scimento della parte riservata al lavoro nella divisione del plus-valore. In conclusione, il
marxismo non permette pi di sviluppare unanalisi adeguata del capitalismo moderno,
n di definire i fini e i mezzi di una politica rivoluzionaria. Queste tesi saranno fondate
su una critica della filosofia marxista della storia, di cui denuncer loggettivismo e leco-
nomicismo un lavoro di vasta portata che qui possiamo solo citare
5
.
Tali posizioni suscitano nel gruppo, a partire dal 1960, un dibattito molto aspro che
si concluder nel 1963 con una nuova scissione. Vga, Lyotard, Soury, Philippe Guil-
laume sono i principali oppositori di Castoriadis. Qui per si possono menzionare solo
i loro argomenti principali, poich la loro replica avviene in ordine sparso e trova una
sua coerenza solo nel riferimento al marxismo un marxismo evolutivo quale era quel-
lo praticato fino ad allora da Socialisme ou Barbarie. Quanto viene rimproverato a Ca-
storiadis di costruire, per poi meglio rigettare, un marxismo semplicistico e ossificato.
Gli oppositori concordano anche nel ricordare che, a differenza di tutti gli altri domini
in cui si esercita, il dominio sul processo di produzione , almeno nel capitalismo, pro-
fondamente strutturante, cosa che conferisce alla classe operaia un ruolo centrale nella
prospettiva rivoluzionaria. Del resto, niente permette di erigere la privatizzazione, la
depoliticizzazione della classe operaia, a tratto strutturale del capitalismo moderno. Nel
corso della sua storia, essa non ha rimesso in questione il regime sociale e politico che in
brevi e rari momenti... Quanto allaffermare che, con il concorso dei sindacati, il capita-
lismo ha pi o meno risolto il problema dei salari, secondo Guillaume questo significa
illudersi grossolanamente. Anzitutto, nel rifiuto di un salario troppo basso vi il rifiuto
dellindegnit della condizione operaia. Ora, la disuguaglianza consustanziale al ca-
pitalismo, che condannato a mantenere permanentemente una larga frazione del-
la massa dei lavoratori al di sotto del livello di vita generale e a escluderla dalle trasfor-
mazioni sociali descritte da Castoriadis.
Nel 1963 il gruppo si scinde in due: Pouvoir ouvrier da una parte, Socialisme ou Bar-
barie dallaltra, con la rivista. Nel periodo seguente, che si concluder di fatto nel 1965 e
formalmente nel 1967, la rivista si apre ad autori esterni appartenenti al mondo intellet-
tuale (Edgar Morin, Georges Lapassade...) e consacra maggiore spazio ai problemi del-
la societ, come vedremo sotto. Ma il gruppo fallisce totalmente nel tradurre in pratica i
5
Pubblicato sotto il titolo Marxisme et thorie rvolutionnaire negli ultimi cinque numeri della rivista, tale
lavoro sar ripreso e completato in Listituzione immaginaria della societ, Bollati Boringhieri, Torino 1995
(1975).
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
183
principi della nuova politica rivoluzionaria derivanti dalle analisi di Castoriadis. La sua
attivit consiste essenzialmente nella redazione e nella discussione degli articoli della ri-
vista e in particolare del lunghissimo testo di Castoriadis sul marxismo e la teoria ri-
voluzionaria. Non solo il gruppo non interviene nei movimenti, pur minoritari e spora-
dici, che turbano la sonnolenza della societ francese privatizzata e che costituiscono
i prodromi del 1968: non li vede nemmeno. Tanto che mette fine alla sua esistenza nel
1967 provvisoriamente invocando in una lettera agli abbonati il fatto che in una
societ in cui il conflitto politico radicale sempre pi mascherato, soffocato, deviato e
al limite inesistente, lattivit di un gruppo rivoluzionario non pu che girare a vuoto.
Pouvoir ouvrier sopravvissuto fino al 1969, ma i suoi dissensi interni e la sua inca-
pacit di tradurre le sue idee politiche in una pratica originale (tanto che la sua attivi-
t militante risultava difficilmente distinguibile da quella di certi trockijsti) lo condan-
nano alla sterilit.
Occorre dire che quando il Maggio sollev la societ francese, tutti, da una parte e
dallaltra, abbiamo praticamente smesso di dormire?
Un bilancio
Di questa avventura di Socialisme ou Barbarie vorrei ora delineare, in conclusione, un
bilancio molto schematico.
Nella colonna degli elementi positivi citerei anzitutto una pratica teorica abbastan-
za esemplare per il suo rimanere costantemente aperta alla creazione storica, e legittima-
ta soltanto dallesigenza di approfondire il senso dellattivit degli uomini nella societ,
non dal possesso di una scienza della storia o delleconomia. Vi qui un apporto episte-
mologico del tutto originale, credo, e fecondo, perch la prospettiva rivoluzionaria vie-
ne fondata sullattivit degli esseri umani qui e ora: si portati a riconoscere nel fondo
pi nero dellalienazione capitalista gli indizi di una via duscita ci a differenza della
teoria situazionista, per esempio.
In secondo luogo, mi pare importante lelaborazione di un modello di societ libe-
rata, autonoma, che in un certo senso prolunga le idee pi profonde di Marx, ma ra-
dicalizzandole e concretizzandole alla luce delle creazioni pi avanzate del movimento
operaio. A ci bisogna aggiungere lo sforzo di adeguare a questo modello i principi, le
forme e i fini dellazione rivoluzionaria.
Infine, si pu portare a credito di Socialisme ou Barbarie un approfondimento e un
allargamento dellanalisi del dominio e dellalienazione capitalisti che, oltrepassando la
sfera della produzione, asse della critica marxista, mette in questione praticamente tut-
ti i rapporti tra gli esseri umani, ricollegandosi cos a certi pensatori della corrente anar-
chica o ai situazionisti.
Per quanto riguarda gli aspetti negativi, insisterei su un certo numero di punti-ciechi
della riflessione del gruppo. Oggi il pi evidente consiste nella cecit sulla crisi ecologi-
ca. vero che questa cecit era allepoca pressoch universale: quasi, perch un Murray
Bookchin, negli Stati Uniti, per esempio, gi dagli anni Cinquanta ne faceva uno degli
assi maggiori della sua denuncia del capitalismo.
Altra lacuna della nostra riflessione: non ci siamo chiesti in cosa consistesse la co-
Daniel Blanchard
184
scienza sociale e politica, e di conseguenza come potesse un gruppo ristretto di mili-
tanti agire su di essa, cio agire tout court. Lazione si riassumeva per noi nel discorso.
Ci discendeva da una concezione troppo esclusivamente intellettuale della coscienza e
dunque dellalienazione. Non ci si costruisce, per cos dire, la propria coscienza con la
conoscenza, non si supera lalienazione attraverso linformazione, o almeno non esclusi-
vamente, bens soprattutto attraverso lesperienza, con il suo radicamento nelle passioni,
e lazione. Ammetto di non aver capito tutto questo che nel maggio 68. Ci che mi ha
particolarmente illuminato stata la pratica politica del Movimento del 22 marzo, quel-
la che stata magniloquentemente chiamata azione esemplare. Compiuta da un grup-
po ristretto, lazione in questione non ha modo di incidere direttamente sul corso degli
eventi. Essa si indirizza agli altri attori potenziali, alla loro intelligenza, certo, ma anche
alla loro affettivit e alla loro immaginazione: si tratta di unazione simbolica. Gli stessi
situazionisti hanno dovuto la loro influenza alleffetto simbolico non dellazione, per-
ch non hanno praticamente mai agito, ma dello stile.
Daltra parte, la teorizzazione da parte di Castoriadis del capitalismo moderno e
della privatizzazione che lo accompagnerebbero tradisce, mi pare, una forma di ce-
cit che deriva paradossalmente dal desiderio del suo autore di cogliere con lucidit la
novit storica: lelaborazione teorica chegli ne fa tende, nel suo rigore sistematico, a
rinchiudersi su se stessa, escludendo le condizioni di possibilit di una nuova trasfor-
mazione il maggio 68, prima di tutto; poi, negli anni Settanta, limpresa di riconqui-
sta capitalista.
In conclusione, vorrei affrontare il punto che mi pare pi grave, ma anche assolu-
tamente problematico. Socialisme ou Barbarie ha condiviso una cecit pressoch uni-
versale e che per molti dura ancora: abbiamo rifiutato di riconoscere la societ moder-
na nellimmagine rimandata dallo specchio costituito dal lager e dal gulag. Come tutti,
abbiamo visto in questi fenomeni delle aberrazioni psicopatologiche o sociologiche, un
delirio della razionalit produttivista o chiss cosaltro ancora. Ci rappresentavamo la
barbarie come una regressione delle forze produttive e della cultura, un aggravar-
si senza limiti dello sfruttamento. Ad ogni modo, questa possibilit contenuta nel nome
del nostro gruppo era strettamente associata alla prospettiva della guerra. Allorch que-
sta si allontan, non ci pensammo pi. Ci siamo fatti assorbire dallanalisi del funzio-
namento della societ, della sua razionalit e della sua irrazionalit, delle possibilit di
rottura che essa offriva. Non abbiamo pi voluto vedere il nichilismo radicale che rive-
lavano il lager e il gulag e che non consiste solamente nella distruzione del legame so-
ciale che descriveva gi Marx, ma nella distruzione dellumano. E se la preoccupazione
fondamentale che anima il progetto capitalista fosse di determinare se questo un uo-
mo
6
e di fare la cernita?
6
In italiano nel testo [N.d.T].
Socialisme ou barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernit
185
BIBLIOGRAFIA
Data la difficolt di reperire la rivista o le molte raccolte di contributi dei singoli autori, di cui si
offre sotto un parziale elenco, di particolare utilit il progetto di digitalizzazione di tutti i numeri
della rivista consultabile al sito: http://soubscan.org/.
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Paris, 1973
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ris 1958.
Souyri, P., Rvolution et contre-rvolution en Chine, Editions Christian Bourgois, Paris 1982.
7
Si tratta di due degli otto tomi in cui Castoriadis ha raccolto tutti i testi-chiave apparsi sulla rivista presso
la casa editrice 10/18, che li ha pubblicati tra il 1973 e il 1979.
8
Questi due libri riprendono dei testi pubblicati nella rivista sotto il nome di D. Moth.
9
I due libri riprendono la maggior parte dei suoi testi pubblicati sulla rivista, accompagnati da altri scritti
pi recenti.
187
LINTERNAZIONALE SITUAZIONISTA
Gianfranco Marelli
Descrivere il percorso compiuto dallInternazionale situazionista durante i quindici anni
della sua esperienza storica (1957-1972) significa essenzialmente affrontare tre momenti
topici che ne hanno contrassegnato la ricerca teorica e pratica: il superamento dellarte
grazie alla libera costruzione di situazioni, affinch lemozione artistica non sia pi con-
tenuta e immobilizzata nellopera darte, ma possa esprimersi e diffondersi nello spazio/
tempo della vita quotidiana cos da trasformarla radicalmente; la critica dello spettaco-
lo, in quanto risultato e progetto del modo di produzione esistente sotto il regno mon-
diale della merce, divenuta negazione visibile della vita quotidiana nella ricchezza illu-
soria di una sopravvivenza aumentata; la necessit di correggere e completare la teoria
rivoluzionaria di Marx, riprendendo alcune delle figure pi celebri della Fenomenolo-
gia dello Spirito di Hegel (lalienazione e il superamento), contestualizzate nel proces-
so di auto emancipazione del proletariato verso il pieno e totale controllo della propria
vita quotidiana.
Contro lidea borghese di felicit
Il crescente sviluppo economico registrato nei paesi industrializzati alla fine degli anni
Cinquanta del secolo scorso aveva acceso un clima di fiducia nelle possibilit offerte dal-
le scienze e dalle tecnologie nel migliorare la qualit della vita, ridisegnando un progres-
so sociale basato su di un graduale e diffuso benessere. Segnatamente in Europa Occi-
dentale, la conclusione del secondo conflitto mondiale era stata salutata come linizio
di un nuovo periodo storico e, se pure allorizzonte si intravedevano le minacce di uno
scontro imminente fra le due super potenze, la speranza della rinascita morale, politi-
ca, economica, costituiva il collante della ricostruzione post-bellica e del tanto auspica-
to ritorno alla normalit.
In campo culturale e artistico il ritorno alla normalit mostrava le caratteristiche
proprie della ricostruzione, soprattutto nella sfera cinematografica, letteraria, musicale,
Gianfranco Marelli
188
architettonica e pittorica, dove con il neorealismo e il funzionalismo imperava un dif-
fuso bisogno di impegno concreto nella realt. Nella sua accezione pi pregnante, larte
doveva svolgere innanzitutto una funzione rassicurante nei riguardi di un futuro prossi-
mo, dando forma al presente, evitando un giudizio troppo critico e del presente e della
sua forma tecno-burocratica, mercantilista e massificante. Lesigenza di fornire a tutti un
tetto, unistruzione, un lavoro, era cos pressante che qualsiasi ragionamento critico era
posto in secondo piano, poich sembrava scontato che la felicit fosse la soddisfazione
di un bisogno ritenuto imprescindibile.
Al contrario, distruggere con tutti i mezzi iperpolitici lidea borghese di felicit fu
lintento che, al termine di un lungo processo di unificazione teorica e pratica, ispir ai
delegati dellInternazionale lettrista, del Movimento per un Bauhaus immaginista e del
Comitato psicogeografico di Londra, la costituzione di ununione dei lavoratori di un
settore avanzato della cultura o, pi esattamente, come ununione di tutti coloro che ri-
vendicano il diritto ad un lavoro attualmente impedito dalle condizioni sociali e, dun-
que, come un tentativo di organizzazione di rivoluzionari professionali nella cultura
1
.
Era il 28 luglio 1957, e lunificazione avvenne in Italia a Cosio DArroscia (IM).
Queste avanguardie, dirette filiazioni del post-surrealismo europeo, si erano poste
come obiettivo il superamento della specializzazione artistica in quanto ambito sepa-
rato dalla vita, soprattutto nel momento in cui questa mostrava di voler semplicemen-
te inventare forme atte a migliorare lesistente, abbellendolo e rendendolo schiavo del-
la produzione capitalista (industrial design). LInternazionale situazionista (dora in poi
IS) ebbe dunque il compito di contrastare e dissolvere le forme moderne dellespressivi-
t estetica e culturale, proponendo una visione alternativa dellarte e del ruolo dellarti-
sta, tesa a costruire delle situazioni: vale a dire la costruzione concreta di ambienti mo-
mentanei di vita, e la loro trasformazione in una qualit superiore
2
.
Attraverso lo studio dei fattori condizionanti la vita quotidiana delle persone, osser-
vando e analizzando i limiti che lambiente impone ai comportamenti affettivi dei suoi
abitanti, i situazionisti simpegnarono a far in modo che lattivit artistica esprimesse le
proprie potenzialit rivoluzionarie mediante la creazione di situazioni in grado di esten-
dere la vita, dilatandola oltre la passivit di soddisfare bisogni mai stati desideri, in modo
da distruggere lidea borghese di felicit secondo la quale si desidera ci che si tro-
va e sperimentare lopportunit di trovare ci che si desidera attraverso la realizzazio-
ne di unazione collettiva avente come obiettivo limpiego di tutti i mezzi utili a trasfor-
mare la vita quotidiana.
Mezzi individuati dai situazionisti nella deriva, che (al contrario dellhasard des rues:
la passeggiata casuale, surrealista) si prefigge di realizzare nuove mappe geografiche per
studiare le esperienze e i comportamenti degli individui nello spazio urbano; nel gioco,
in quanto atteggiamento ludico-costruttivo capace di sviluppare le passioni umane sof-
focate dalle costrizioni imposte da una societ che ha monetizzato ogni gesto, privando-
1
G. Debord, Tesi sulla rivoluzione culturale, internazionale situazionista, n. 1 (1958), p. 21 (si fa riferimen-
to, dora in avanti, alla raccolta dei 12 numeri delledizione italiana: internazionale situazionista 1959-1969,
Nautilus, Torino 1994).
2
G. Debord, Rapport sur la construction des situations, giugno 1957. Ora in G. Debord, uvres, Gallimard,
Paris 2006, p. 322.
LInternazionale situazionista
189
lo della gratuit e del dono; nel dtournement, inteso come processo di devalorizzazione
del linguaggio imperante attraverso il rovesciamento di prospettiva del suo significato,
grazie allacquisizione di un senso nuovo nel contesto in cui lo si fa agire; nellUrbani-
smo unitario, rispecchiante la tensione degli artisti a realizzare nel concreto e non pi
nellastratta oggettualit dellopera darte un intervento capace di modificare con lo
spazio anche le condizioni di vita al suo interno.
Negare larte per realizzarla fu, dunque, lobiettivo che lIS cerc di perseguire sin
dallinizio della sua esperienza pratico-organizzativa; obiettivo che assunse immediata-
mente una valenza rivoluzionaria, poich i situazionisti si opposero alla possibilit che la
loro ricerca teorica potesse tramutarsi in una nuova scuola estetica, in un nuovo ismo:
il loro interesse non era rivolto a modificare lambiente artistico dove peraltro intrave-
devano i primi segni di decomposizione dei valori culturali dominanti , ma a trasforma-
re radicalmente il modo di intendere la vita, prefigurando e anticipando ci che la real-
t non riusciva a soddisfare nel vivere quotidiano.
La realizzazione dellarte attraverso il superamento della sua forma mercificata, si sa-
rebbe affermata in quanto effettiva sperimentazione delle potenzialit tecnologiche gi
presenti nella realt di ogni giorno, cos da combattere ed eliminare per sempre il sotto-
sviluppo della vita quotidiana. Sottosviluppo imposto da un sistema economico-produt-
tivo, che incapace di governare appieno le potenzialit scientifico-tecnologiche im-
bruttiva lesistenza umana con pseudo-novit prodotte e acquistate incessantemente, al
fine di strappare alle persone la possibilit di controllare lintero arco di tempo e di spa-
zio della propria vita. Pertanto, la rivoluzione della vita quotidiana doveva porre le con-
dizioni per la realizzazione dellarte e non doveva essere come avevano auspicato i sur-
realisti larte al servizio della rivoluzione (e del partito).
In questa prospettiva, per, lIS fu subito costretta ad affrontare al proprio inter-
no intralci e ritardi alla realizzazione di un simile progetto. Ritardi dovuti in partico-
lar modo a quegli elementi ancorati allambiente artistico ufficiale che, avendo accetta-
to di agire in esso, non erano riusciti a superarlo, ponendosi radicalmente al di l della
cultura. Le prime esclusioni e dimissioni forzate dallorganizzazione coinvolsero innan-
zitutto le sezioni italiane, tedesche e olandesi, le pi compromesse in tal senso, sostan-
zialmente impegnate a realizzare il superamento dellarte a partire unicamente da una
critica ai valori e alle forme dellarte moderna attraverso lattuazione di nuove sperimen-
tazioni estetiche.
Tali sperimentazioni, se ebbero il pregio di minare alle basi il concetto di unicit
dellopera darte e la cosiddetta genialit del creatore, non risolsero tuttavia il problema
di intervenire direttamente sulla vita quotidiana per trasformarla radicalmente. Infat-
ti, la Pittura industriale propugnata dagli italiani e in particolar modo da Pinot Gallizio
nel Laboratorio sperimentale di Alba; lUrbanismo unitario concretizzato nei bozzetti
per una citt futura (New Babylon) di Constant e degli architetti olandesi; le esposizio-
ni collettive del gruppo di pittori tedeschi Spur allinsegna della provocazione con-
tro i valori della morale e della religione, rimanevano pur sempre operazioni circoscritte
nellambito della creazione artistica, difficilmente distinguibili da altre tendenze moder-
ne, grazie alle quali il capitalismo era intento a perfezionarsi, assumendo unimmagine
pi edulcorata, accattivante e soprattutto riformista.
Bisognava, dunque, saper andar pi lontano del surrealismo, se si voleva prose-
Gianfranco Marelli
190
guirne lesperienza rivoluzionaria, arrestatasi con la sconfitta del proletariato nel cor-
so degli anni Trenta, al fine di rintracciare le cause di questa sconfitta e comprende-
re la dbcle che aveva condotto il surrealismo a divenire la pi ghiotta mercanzia per
i critici darte. Compito, questo, che i situazionisti intravidero nello stretto legame tra
lesigenza di superare larte per realizzarla e la necessit di porre sul banco degli impu-
tati, dinanzi alla storia, il progetto rivoluzionario classico, riappropriandosi del linguag-
gio artistico per creare nuove pratiche di comunicazione rivoluzionaria, fondate su di
un Urbanismo unitario non pi considerato come dottrina urbanistica, ma come critica
dellurbanistica, in grado di costruire basi situazioniste libere dal controllo della so-
ciet della merce.
Dallo spettacolo del rifiuto al rifiuto dello spettacolo
Per un movimento radicale di contestazione dellesistente che, nei primi anni Sessanta,
iniziava timidamente ad affacciarsi sulla scena del conflitto sociale, il degrado e lalie-
nazione prodotti da periferie umane anonime, prive di socializzazione al di fuori degli
spazi gestiti e controllati dalla produzione e dal consumo della merce, suscitavano uno
stato di insofferenza, fastidio e rifiuto nei confronti di una societ fondata sulla passiva
accettazione degli imperativi economici dello sviluppo e del progresso quantitativi. I si-
tuazionisti, nel ridefinire il proprio ruolo e la propria attivit organizzativa, approfondi-
rono queste nuove condizioni sociali di povert, osservandovi limminente crisi capitali-
sta e la necessit di reinterpretare la figura stessa di proletario, troppo in fretta giudicata
completamente soddisfatta e appagata dalle condizioni di benessere ormai diffuso pres-
so tutti gli strati sociali.
Tali problematiche furono al centro del dibattito teorico e organizzativo dellIS sin
dai primi anni della sua attivit, determinando una graduale, ma ineluttabile, trasforma-
zione dellassetto strutturale del gruppo a seguito delle reiterate esclusioni e dimissioni
connesse alla pratica della coerenza con il programma situazionista. Infatti, al contra-
rio della ricerca squisitamente estetica delle sezioni italiane, olandesi e tedesche, la se-
zione francese premeva affinch si sussumesse la questione sociale come prioritaria
al superamento dellarte in quanto attivit specializzata, approfondendo la critica del-
la vita quotidiana.
Ci condusse ad uno scontro fra le due tendenze, determinando unaccelerazione
nella formazione di un raggruppamento in grado di collocarsi
dallaltro lato della cultura. Non prima di essa, ma dopo. Occorre realizzarla, superandola in
quanto sfera separata: non solo come ambito riservato agli specialisti, ma soprattutto come
ambito di una produzione specializzata che non riguarda direttamente la costruzione della
vita ivi compresa la vita stessa dei suoi specialisti
3
.
Pertanto non sembr pi possibile transigere rispetto a chi allinterno dellIS accu-
sava un ritardo nel rifiutare la produzione culturale e artistica attuale (ad iniziare dalla
3
Lavanguardia della presenza, internazionale situazionista, n. 8 (1963), p. 24.
LInternazionale situazionista
191
propria), non percependo da un lato la possibilit di superare lattuale stato di decom-
posizione culturale rappresentato, soprattutto, dai cascami post surrealisti, neo dadai-
sti e della pop art ma neppure daltra parte la possibilit di pervenire ad una superiore
realizzazione della vita quotidiana, grazie alle disponibilit tecnico-scientifiche gi pre-
senti. Inoltre, per i situazionisti francesi, era inammissibile non accorgersi dellesigen-
za espressa dal proletariato giovanile negli ultimi anni con rivolte violente e scioperi
selvaggi di riappropriarsi della critica radicale nei confronti della societ capitalista e
di ritrovare la strada perduta dellauto-organizzazione, liberandosi dai vincoli asfissianti
del sindacato e dei partiti storici della sinistra.
La difficile convivenza fra le due anime dellIS manifestatasi gi durante la II Con-
ferenza (Parigi, 25-26 gennaio 1958) con lesclusione di pi della met della sezione ita-
liana per aver sostenuto tesi idealiste e reazionarie nel campo della sperimentazione ar-
tistica si evidenzi ancor pi nellintervallo fra la III Conferenza (Monaco, 17-20 aprile
1959) e la IV Conferenza (Londra, 24-28 settembre 1960), quando ben undici situazio-
nisti furono costretti a lasciare lIS, azzerando in tal modo le sezioni italiana e olandese.
Infatti, Pinot Gallizio e suo figlio Giors Melanotte, nel maggio 1960, erano stati esclu-
si per aver collaborato con forze ideologicamente inaccettabili (contatti con galleristi e
mercanti darte), mentre Constant era stato costretto a dimettersi a causa dello scontro
con Debord e Jorn riguardo la preminenza da lui accordata allUrbanismo unitario sul-
la rivoluzione, al punto da considerarlo il fine del progetto situazionista, e non sempli-
cemente un mezzo.
Eliminati gli elementi pi compromessi con lambiente artistico perch si erano mo-
strati docili e malleabili di fronte alle richieste dei mercanti darte, lIS riformul il pro-
prio assetto organizzativo, abbandonando la struttura federalista basata sullautonomia
nazionale delle sezioni e istituendo il Consiglio centrale con la funzione di assicura-
re lo sviluppo dei poteri dellIS, in modo da garantire una gestione unitaria del dibatti-
to teorico e da permettere il controllo e lapprovazione delle future adesioni allinterno
di ogni singola sezione, per impedire il formarsi di tendenze maggioritarie contrastanti
loriginale progetto situazionista. Inoltre, dopo aver preso la decisione di trasferire lUf-
ficio dUrbanismo unitario da Amsterdam a Bruxelles sotto la direzione dellarchitetto
Attila Kotnyi (in seguito coadiuvato da Raoul Vaneigem), la IV Conferenza affront an-
che una spinosa questione: se, e in quale misura, lIS potesse considerarsi un movimento
politico, e a quali forze potesse eventualmente appoggiarsi.
La discussione assunse, ovviamente, toni molto accesi, soprattutto a seguito della di-
chiarazione, proposta dalla sezione tedesca, che asseriva quanto nella presente societ
vi fossero ormai soltanto operai soddisfatti, scatenando una tenace resistenza da par-
te di Debord, convinto invece del contrario, come il moltiplicarsi degli scioperi selvaggi
nei paesi capitalisti avanzati confermavano in modo inequivocabile. Gli estensori della
dichiarazione dovettero soprassedere, non perch la questione fosse giudicata margina-
le al dibattito, ma per non intralciare i lavori della Conferenza. Tale decisione non fece
altro che procrastinare il redde rationem, che puntualmente avvenne alla V Conferenza
(Gteborg, 28-30 agosto 1961). Sin dal primo giorno dei lavori assembleari, vi fu uno
scontro duro e senza esclusione di colpi fra i due schieramenti contrapposti, e lassen-
za di Asger Jorn dimessosi dallorganizzazione nel corso del terzo Consiglio centrale a
causa dellimbarazzo per limportanza e il successo conseguiti come pittore ormai affer-
Gianfranco Marelli
192
mato, celebrato e ben pagato nel circuito commerciale europeo e nordamericano ave-
va ulteriormente vanificato qualsiasi tentativo di mediazione.
Venuti cos a mancare, uno dopo laltro, i personaggi storici che rappresentavano il
legame con il recente passato dellorganizzazione, risult meno problematico emarginare
lala artistica dellIS, soprattutto dopo che Vaneigem divenuto in breve tempo una del-
le colonne portanti dellorganizzazione nonostante la recente adesione (1960) proiett
il dibattito teorico su di un piano eminentemente pratico, affrontando ci che lIS vuo-
le essere per stabilire, una volta per tutte, cosa essa dovesse fare. Se,
il mondo capitalista organizza la vita sul modello dello spettacolo, non si tratta di elaborare lo
spettacolo del rifiuto, ma di rifiutare lo spettacolo. Gli elementi di distruzione dello spettaco-
lo precis il situazionista devono per lappunto cessare di essere opere darte perch la loro
elaborazione sia artistica nel senso nuovo ed autentico definito dallIS. Non esiste situazioni-
smo, n opera darte situazionista
4
.
Del resto, gi nel Manifesto redatto dallIS nel maggio del 60, erano stati chiaramen-
te esposti i caratteri principali della battaglia che i situazionisti si apprestavano ad intra-
prendere contro gli artisti e contro la cultura contemporanea, in quanto espressione
della profonda affinit fra i sistemi sociali coesistenti nel mondo, sulla base della con-
servazione eclettica e della riproduzione del passato
5
. Battaglia proiettata alla presa
dellUNESCO (sede burocratica di tutta la cultura mondiale), con lobiettivo di diffonde-
re la cultura situazionista realizzata, vale a dire: la partecipazione sociale contro lo spet-
tacolo; lorganizzazione del momento vissuto contro larte conservata; lutilizzazione di
tutti gli elementi per una pratica globale contro larte parcellare; linterazione e il dialo-
go contro larte unilaterale, affinch tutti potessero diventare artisti situazionisti, cio
in modo inseparabile produttori/consumatori di una creazione culturale totale.
Tuttavia, il Manifesto, quasi a voler mitigare lanatema contro chi fra i situazionisti
continuava a svolgere il mestiere di artista (e il riferimento non poteva non intender-
si rivolto ai tedeschi del gruppo Spur, agli scandinavi e allo stesso Jorn), in conclusio-
ne perentoriamente proclam:
Inauguriamo quello che storicamente sar lultimo dei mestieri. Il ruolo di situazionista, di
dilettante-professionista, di antispecialista ancora una specializzazione fino a quel momento
di abbondanza economica e mentale in cui tutti diventeranno artisti, in un senso che gli
artisti non hanno raggiunto: la costruzione della loro vita. Tuttavia, lultimo mestiere della
storia cos vicino alla societ senza divisione permanente del lavoro che non gli si riconosce
la qualifica di mestiere quando fa la sua apparizione nellIS
6
.
Dopo la pubblicazione del Manifesto non trascorsero neppure due mesi che fra i si-
tuazionisti e lentourage del gruppo francese della rivista Socialisme ou Barbarie (una
tendenza marxista staccatasi nel 1948 dallesperienza trotzkista della IV Internazionale)
inizi a circolare il documento Preliminari per una definizione minima del programma
4
La quinta Conferenza dellIS a Gteborg, internazionale situazionista, n. 7 (1962), p. 26.
5
Manifesto, internazionale situazionista, n. 4 (1960), p. 37.
6
Ibid., p. 38.
LInternazionale situazionista
193
rivoluzionario, redatto da G. Debord e P. Canjuers (pseudonimo di Daniel Blanchard,
allora militante di S. ou B.) con lobiettivo di creare una piattaforma di discussione
nellIS e di collegamento con militanti rivoluzionari del movimento operaio.
Il documento pose in evidenza quanto lattuale societ fosse organizzata attraverso la
modalit dello spettacolo, che, al di fuori del lavoro, nel mondo del consumo determina
il rapporto tra gli uomini diretto dalla classe dirigente attraverso la divisione, lestraneit
e la non partecipazione. Cosicch, essendo il rapporto tra autori e spettatori soltanto una
metamorfosi del rapporto fondamentale tra dirigenti ed esecutori, esso risponde piena-
mente ai bisogni di una cultura reificata e alienata, il cui unico compito sviare i desi-
deri dei quali lordine dominante vieta il soddisfacimento, rappresentando nientaltro
che un semplice mezzo di condizionamento. Pertanto, senza il trionfo del movimento ri-
voluzionario, gli artisti non potranno mai sperare di realizzare una cultura sperimenta-
le; cos come lo stesso movimento rivoluzionario non potr instaurare condizioni rivo-
luzionarie autentiche senza riprendere gli sforzi compiuti dallavanguardia culturale per
la critica della vita quotidiana e la sua ricostruzione libera
7
.
Con queste premesse, il clima gi surriscaldato della V Conferenza sinfuoc ulte-
riormente sino a causare pesanti strascichi, a seguito anche della decisione di affianca-
re al comitato di redazione della rivista tedesca Spur i situazionisti Kotnyi e de Jong,
per controllare da vicino il processo di unificazione della teoria. Sebbene accettata da-
gli stessi redattori, tale decisione appariva come un esplicito controllo nei confronti del
gruppo che pi aveva difeso la posizione riguardo agli operai soddisfatti e perorato la
causa di un impegno preciso nel campo culturale, nonostante fosse stata accolta da tut-
ti (con la sola eccezione del danese Jrgen Nash, fratello minore di Jorn) la regola pro-
posta da Kotnyi di chiamare antisituazioniste le opere artistiche dei membri dellIS.
Nei fatti, se il tentativo di creare un sodalizio politico fra i situazionisti e i militanti di
Socialisme ou Barbarie non ebbe alcun esito, per quanto riguarda lorganizzazione si-
tuazionista i Preliminari ebbero lindubbio leffetto di stanare lala destra, costringen-
dola a decidere di lasciare lIS per formare una Seconda internazionale situazionista, in
modo da riorganizzare i dissidenti attorno ad un nuovo progetto comune.
A condizionare la scelta compiuta dalla sezione scandinava di attuare la scissione, fu
lesclusione del gruppo tedesco Spur (decisione presa al IV Consiglio centrale), reo
di aver pubblicato nel gennaio del 1962 allinsaputa dei due situazionisti invitati dalla
Conferenza di Gteborg ad affiancare la redazione il settimo numero dellomonima ri-
vista, contenente testi ed analisi ritenuti nettamente in regresso rispetto ai precedenti.
Con la costituzione della II Internazionale situazionista, si form un raggruppamen-
to di artisti attorno al danese Nash, che nel Sud della Svezia, assieme agli esclusi
della sezione tedesca promosse una Bauhaus situazionista, divenuta in breve tempo
il centro propulsore delle attivit della nuova avanguardia; sennonch, la mancanza di
una coerenza tra la pratica e lelaborazione teorica (costituita essenzialmente dalla pub-
blicazione di due riviste, Drakabygget e Situationist Times, questultima diretta da
Jacqueline de Jong) fin per esaurire lesperienza nashista nel giro di pochi anni, nono-
7
G. Debord, P. Canjuers, Prliminaires pour une dfinition de lunit du programme rvolutionnaire, Paris 20
luglio 1960 (ora in I situazionisti, Manifestolibri, Roma 1991, p. 94).
Gianfranco Marelli
194
stante limmediato apprezzamento ricevuto dallambiente artistico europeo, grazie so-
prattutto agli aiuti economici e alle conoscenze personali di Asger Jorn, che sebbene
dimessosi dallIS non volle far parte di nessuno dei due schieramenti, limitandosi a fi-
nanziarli entrambi.
La scissione nashista concluse uno dei periodi pi complessi per lIS, in quanto rap-
present lapice della battaglia contro il tentativo di inglobare lesperienza situazionista
fra le tendenze delle moderne ricerche estetiche, tentativo di gran lunga pi pericolo-
so della vecchia concezione artistica contro la quale i situazionisti si erano dati un pro-
gramma comune. Tanto vero che superato con non poche difficolt questo difficile
momento organizzativo, contrassegnato da ben 21 esclusioni e 13 dimissioni fra il 1957
e il 1962 i situazionisti poterono fare un primo bilancio, riconoscendo con malcelata
soddisfazione che
la parte di sconfitta dellIS ci che viene comunemente considerato un successo: il valore arti-
stico che cominciano ad apprezzare tra noi; la prima moda sociologica o urbanistica che capita
ad alcune nostre tesi; o, pi semplicemente, il successo personale, quasi garantito a qualunque
situazionista allindomani della sua esclusione
8
.
Il prosieguo dellavventura situazionista non fu certamente meno burrascoso, e il repuli-
sti effettuato negli anni precedenti continu anche in seguito, sebbene in maniera meno
massiccia, dal momento che dopo Gteborg la politica delle porte chiuse evit (alme-
no fino al 1966) che il numero degli esclusi, comprese le dimissioni, superasse le sei uni-
t. Merito, sicuramente, di pi stretti ed intransigenti rapporti fra i situazionisti rimasti
dentro la casa madre, che, alla VI Conferenza (Anversa, 12-16 novembre 1962), fu ri-
organizzata attraverso la soppressione delle sezioni nazionali e considerata come un uni-
co centro rappresentante in toto degli interessi della nuova teoria della contestazione,
senza dedurne alcun ruolo dirigente su delle forze subordinate
9
. Inoltre fu designato
lultimo Consiglio Centrale, che si assunse il compito di eleggere entro lanno i candida-
ti, ammessi come partecipanti di una IS divenuta nella sua totalit questo centro (ad un
livello uguale di partecipazione teorica e pratica di tutti)
10
. Sennonch, fu proprio la ri-
cerca di unuguale partecipazione teorica e pratica di tutti a determinare nuove e ancor
pi deleterie spaccature in seno allIS.
Dissolvere larte e reinventare la rivoluzione
In quei primi anni Sessanta la ricerca per lIS di un nuovo modello organizzativo fon-
damentale nella rielaborazione e ridefinizione della teoria doveva contemporaneamen-
te concretizzarsi nel superamento sia delle vecchie avanguardie culturali che dei vecchi
partiti di massa; pertanto, lorganizzazione rivoluzionaria di tipo nuovo doveva anzitut-
to assicurare la partecipazione e la creativit di tutti i suoi membri, rigettando ogni pos-
8
E ora lIS, internazionale situazionista, n. 9, (1964), p. 3.
9
Informazioni situazioniste, internazionale situazionista, n. 8 (1963), p. 73.
10
Ibidem.
LInternazionale situazionista
195
sibile forma di separazione fra attivit teorica e attivit pratica, affinch fosse impedi-
ta sul nascere il formarsi di una gerarchia burocratica basata sulla specializzazione dei
compiti.
La decisione assunta dallultimo Consiglio centrale (Parigi, 10-11 febbraio 1962)
di limitare il numero delle esclusioni, attraverso un controllo pi oculato sullaccesso
troppo facile nellIS, in modo da scegliere gli elementi a tutta prova
11
, se cerc di forni-
re unimmediata risposta al sintomo emorragico che fino ad allora aveva colpito lorga-
nizzazione situazionista, non risolse la causa che aveva provocato le continue esclusioni
e dimissioni consistente nel differente impegno, da parte dei suoi membri, nel persegui-
re coerentemente il progetto situazionista attraverso una pratica comune che la diversa
capacit teorica rendeva difficile, se non addirittura impossibile.
Lesclusione della pars costruens sicuramente la pi esposta ai numerosi tentativi di
recupero nellalveo del modernismo culturale ed ideologico fin per per impoverire la
pars destruens dellIS, relegando il compito di sviluppare lattivit pratica di gruppo a po-
che persone, la cui capacit teorica li costrinse ad assumere il ruolo di specialisti, di lea-
der, nonostante limpegno profuso nellevitare di diventarlo, combattendo sia chi aveva
cercato di assumere un ruolo di vedette per lincapacit pratica dei pi, sia chi aveva ne-
cessit di affidarsi a vedette per nascondere le proprie insufficienze teoriche.
Pure, lopposizione al nashismo (neologismo per indicare il nemico dal quale aspet-
tarsi i peggiori attacchi antisituazionisti) riusc a consolidare lIS attorno ad unattivit
tesa da una parte a screditare il tentativo degli scissionisti di autolegittimarsi come gli
unici situazionisti sul mercato; dallaltra a raffinare la critica della vita quotidiana e la no-
zione di spettacolo attraverso contatti sempre pi stretti con le forze e i gruppi rivo-
luzionari attivi nello scenario politico internazionale, caratterizzato dalla Guerra fredda,
dal Neocolonialismo e dalle prime manifestazioni di protesta proletaria e studentesca.
Il punto dincontro fra questi due obiettivi avvenne in occasione della manifesta-
zione svoltasi alla galleria darte Exi, a Odense (Danimarca) nel giugno del 1963. Ri-
prendendo e proseguendo lazione clandestina compiuta in aprile dal gruppo inglese
Spies for Peace che attraverso la pubblicazione dellopuscolo (riprodotto nella bro-
chure dellesposizione) Danger! Official Segret RSG-6 aveva divulgato il sito e i piani
del rifugio governativo regionale n. 6, i situazionisti organizzarono una mostra collet-
tiva incentrata sulla installazione di rifugi antiatomici, riproducendone il modello dopo
lipotetico scoppio della Terza guerra mondiale.
Sette cartografie termonucleari di J.V. Martin esponevano lo stato di distruzione tota-
le del pianeta a seguito dello scontro fra le due super potenze mondiali, che la crisi dei
missili a Cuba dellottobre 1962 aveva drammaticamente prefigurato come un evento af-
fatto remoto, suscitando una paura collettiva in tutto lOccidente tale da scatenare una
vera e propria corsa alla produzione di rifugi antiatomici, i cui primi beneficiari sareb-
bero stati i capi delle nazioni e il loro entourage politico.
Affiancate a queste tele figuravano altri cinque quadri dai titoli roboanti (come: Vive
Marx e Lumumba, o Le president Eisenhower prend honteusement la fuite devant les ir-
rducibles manifestations des tudiants Zengakuren), oltre a tre composizioni a collage di
11
Informazioni situazioniste, internazionale situazionista, n. 7 (1962), p. 50.
Gianfranco Marelli
196
Michle Bernstein le victory series nelle quali le storiche sconfitte della rivoluzione
proletaria erano state rilette e trasformate in vittorie esemplari (Victoire de la Commune
de Paris; Victoire des rpublicains espagnols; Victoire de la Grande Jacquerie de 1358).
Infine Debord che aveva curato la brochure della mostra con il testo teorico I Si-
tuazionisti e le nuove forme dazione nella politica e nellarte aveva graffito in nero su
tele color muraglia le direttive situazioniste, sintetizzando in tal modo il progetto ri-
voluzionario dellIS: 1- Depassement de lart; 2- Ralisation de la philosophie; 3- Tous con-
tre le spectacle; 4- Abolition du travail alin; 5- Non tous les spcialistes du pouvoir. Les
conseils ouvriers partout.
La mostra situazionista segn il punto di non ritorno con il proprio passato e, al con-
tempo, ne rappresent la continuit, esprimendo sia un reciso rifiuto dellarte come
merce preziosa, il cui compito era di render preziosa qualsiasi merce, su esempio del-
la pop-art; sia la ricchezza di sperimentare lassolutamente nuovo posto fra limpellen-
te necessit di dare senso ad una vita privata di qualsiasi significato (arte), e il bisogno
di trasformarla radicalmente a partire da nuovi valori, altri dal controllo e dalla gestione
dellapparato economico-produttivo (politica).
Purtroppo non fu certo facile, n immediatamente concretizzabile una pratica teori-
ca siffatta, in quanto le vecchie categorie e i ruoli da esse imposti condussero i situazioni-
sti a barcamenarsi tra la rivoluzione dellarte e una nuova arte della rivoluzione, sebbene
precisa e puntuale fosse la critica situazionista nel cogliere quanto lidentico processo di
alienazione della vita quotidiana restasse presente ogni qual volta nellillusione di mo-
dificare la realt si contribuiva ad abbellirla, e con oggetti insignificanti (le opere dar-
te), e con progetti alienanti (il potere politico) in cui gli artisti e i rivoluzionari di profes-
sione sopravvivono a se stessi.
Lobiettivo di dissolvere larte nel tempo vissuto si coniug perci con lesigenza
di reinventare la rivoluzione, a partire da una serrata critica non solo nei confronti del-
la perniciosa sopravvivenza delle avanguardie artistiche in quanto realt separate dal
vissuto quotidiano , ma pure nei riguardi delle cosiddette avanguardie rivoluzionarie,
dove lidentica separazione fra la realt sociale in continua trasformazione, e limmobili-
smo ideologico del programma rivoluzionario classico, ne caratterizzava lo stato di arre-
tratezza rispetto alle condizioni presenti per una possibile rivoluzione.
Se, infatti, le forme e i significati ideologici con i quali simpediva il realizzarsi della
vita quotidiana mediante la banalizzazione dellimpiego della tecnologia erano espres-
si dalla modernit ammorbante larte contemporanea, ugualmente la ripetitivit del pen-
siero politico entro le forme e i significati ideologici della conquista del potere, arrestava
il processo di trasformazione radicale e totale dellesistente, in quanto incapace di testi-
moniare la concreta presenza della rivoluzione nella societ, di cui si percepiva certa lat-
tuale mancanza nella separatezza della politica.
Limportanza assunta dalla mostra situazionista del 1963 alla galleria Exi risult fon-
damentale, non perch si trattasse di una svolta (come una certa critica propensa nel
sostenere), quanto piuttosto perch conferm la continuit nella ricerca precedentemen-
te compiuta dai situazionisti, intravedendo nel bisogno di reinventare la rivoluzione
lidentica matrice che genera limpellente necessit di realizzare larte, superandola.
Furono proprio le istanze giovanili sorte nella seconda met degli anni Sessanta,
espressioni di un rifiuto totale di qualsiasi mediazione con il loro bisogno di vivere sen-
LInternazionale situazionista
197
za tempo morto e gioire senza ostacoli, a rappresentare il passaggio pratico attraverso il
quale lIS assunse una pi marcata connotazione rivoluzionaria, proiettandola immedia-
tamente nellagone politico di quei tumultuosi anni, con il vantaggio di disporre di una
teoria critica scevra da impedimenti ideologici, retaggio di un passato in cui la separazione
fra lazione politica e lagire dellartista era stata la causa della sconfitta del proletariato.
Fare i conti con il proprio passato
La teoria critica della vita quotidiana e lanalisi della societ contemporanea come espres-
sione di un sistema economico la cui produzione principale lo spettacolo, in quanto ri-
flesso fedele della produzione di cose, e oggettivazione infedele dei produttori
12
(scrive-
r Debord, parafrasando Marx, ne La societ dello spettacolo), furono in parte debitrici
nei confronti della ricerca compiuta da Henri Lefebvre, proprio in quegli anni, con la
pubblicazione del secondo volume della sua Critica della vita quotidiana (1961).
Nellambiente gauchiste francese, simili problematiche non solo erano dibattute nei
frequentatissimi seminari del filosofo francese (durante i quali Debord e Vaneigem si co-
nobbero), ma erano moneta corrente fra le riviste marxiste e libertarie (Arguments,
Socialisme ou Barbarie, Informations et Correspondances Ouvrieres, Noir et Rou-
ge) sin dai primi anni Sessanta, animando un infuocato dibattito sul ruolo che il prole-
tariato doveva assumere nella presente societ consumistica; sul valore da attribuire al
tempo libero come fattore di alienazione o liberazione del vissuto quotidiano; sulla
funzione dei paesi socialisti nel processo di emancipazione del proletariato nei pae-
si in via di sviluppo e le reali aspettative rivoluzionarie della decolonizzazione nel terzo
mondo; non ultimo sui compiti che i Consigli operai dovevano assumere prima e dopo
la rivoluzione.
In simili temperie, lIS cerc di influenzare il dibattito politico grazie al proprio ap-
porto teorico, rivisitando soprattutto la storia delle rivoluzioni proletarie, a partire
dallesperienza della Comune di Parigi, interpretandola come la pi grande festa del
XIX secolo, poich gli insorti avevano dato limpressione di esser diventati padroni del-
la propria storia, non tanto a livello di decisione politica governativa, quanto a livello
di vita quotidiana, rappresentando fino ai giorni nostri, lunica realizzazione di unurba-
nistica rivoluzionaria, che attacca sul campo i segni pietrificati dellorganizzazione do-
minante della vita
13.
.
Lo scritto, frutto di una precedente e ampia discussione con Lefebvre, origin suc-
cessivamente unaspra polemica fra i situazionisti e il filosofo (accusato di aver loro ru-
bato lidea per scriverci un libro presso Gallimard), ma soprattutto evidenzi quanto
allIS importasse rivestire un ruolo da protagonista indiscusso nellambiente dellintelli-
ghenzia francese, al punto da sperare che la propria rivista (allora ancora relegata nel mi-
lieu artistico) potesse subentrare alla pi nota ma ormai vetusta rivista Arguments,
grazie proprio a Lefebvre che allora vi figurava fra i redattori.
12
G. Debord, uvres, Gallimard, Paris 2006, p. 769.
13
G. Debord, A. Kotnyi, R. Vaneigem, Sulla Comune, internazionale situazionista, n. 12, p. 114.
Gianfranco Marelli
198
La vicenda si concluse con un nulla di fatto (nel 1962 Arguments cess le pub-
blicazioni), ma ebbe alcuni strascichi durante gli avvenimenti del Maggio francese, in
quanto il professore Lefebvre fu fatto oggetto di scherno e insultato al pari di tutti gli al-
tri illustri docenti di Nanterre, sorpresi da quanto stava accadendo nella loro univer-
sit. A non esser affatto sorpresi furono i situazionisti, che da tempo avevano osservato
come le proteste scoppiate in Europa e negli Stati Uniti nella seconda met degli anni
Sessanta, confermassero le loro analisi sullo stato di alienazione, ormai insopportabile,
determinato da una produzione/consumo della merce che aveva definitivamente prole-
tarizzato il mondo.
In questi anni caratterizzati dalla Guerra fredda, dallo scontro politico/ideologico
fra URSS e Cina, dal mito della rivoluzione castrista e dalla lotta antimperialista in Vie-
tnam, le avanguardie intellettuali e i movimenti politici erano stati sollecitati a pren-
der posizione, compiendo unopera di rilettura della storia recente, al fine soprattutto
di darsi spiegazione delle proteste apparentemente senza senso che allora incen-
diavano i sobborghi delle grandi metropoli occidentali cos come rovinavano sugli sta-
ti operai dellEuropa dellEst.
Ma se, a vario titolo, le forze intellettuali e le organizzazioni rivoluzionarie tentarono
di ricondurre il nuovo al vecchio, cercando di fornire ai nuovi movimenti di rivol-
ta giovanile un linguaggio ideologico mutuato dalle esperienze storiche del proletaria-
to, lIS si pose invece lobiettivo di dare voce alle moderne espressioni contestatrici at-
traverso nuove forme di comunicazione sperimentate in queste situazioni di lotta (grazie
alla pratica del dtournement di vignette, foto, citazioni di frasi celebri, estrapolate dai
rispettivi contesti originali e reinvestite di significati rivoluzionari), sottoponendo cos
lesperienza storica del proletariato al vaglio delle condizioni rivoluzionarie presenti, per
comprendere e correggere gli errori pratico-organizzativi commessi in passato, in modo
che il nuovo giudicasse il vecchio, rispondendo allimpellente esigenza di reinven-
tare la rivoluzione.
Gli ultimi numeri della rivista situazionista (segnatamente a partire dal numero 9,
uscito nellagosto 1964) si caratterizzarono per lanalisi delle lotte radicali di quegli anni,
nellintento di coordinare le idee ai fatti, intravedendovi un punto dincontro coerente
fra la conoscenza intellettuale dellIS e la contestazione pratica di chi, spontaneamente,
attuava un rifiuto della politica come luogo del sacrificio e della separazione dalla vita
quotidiana e rivendicava da subito la riappropriazione dei propri desideri, negando
qualsiasi principio dautorit, gerarchia, specializzazione, in modo da realizzare in pri-
ma persona la critica al lavoro salariato e alla merce, dando cos concretezza allobietti-
vo di vivere senza tempo morto e godere senza ostacoli, divenuto ormai il fine ultimo
del progetto situazionista.
Cos, dopo le analisi storiche sulle lotte proletarie radicali avvenute in Ucraina, in
Spagna, in Ungheria, la rivista situazionista incominci una serrata disamina riguardo
alle rivolte scoppiate negli Stati Uniti, in Giappone, in Algeria, in Francia, in Inghilterra,
accompagnando la descrizione di quanto stava accadendo con una spiegazione politica
e sociologica, che in molti casi produsse immediatamente documenti tradotti e utiliz-
zati in loco come materiale propagandistico del programma dellIS. Esempio ne ledi-
toriale del n. 10 (1966), Il declino e la caduta delleconomia mercantil-spettacolare, edito
nel 1965 a Parigi ed immediatamente tradotto e diffuso negli Stati Uniti (ad opera della
LInternazionale situazionista
199
neonata sezione angloamericana dellIS) in occasione della rivolta della popolazione nera
di Los Angeles, scoppiata nel quartiere di Watts tra il 13 e il 16 agosto 1965.
Pi che intravedervi uno scoppio violento della lotta antirazzista, i situazionisti indi-
viduarono nella lotta dei neri a Los Angeles il primo segnale di una nuova contestazione
che si sarebbe estesa, in quanto espressione della nuova coscienza proletaria (di non es-
ser padroni della propria attivit, della propria vita), e che avrebbe segnato il passaggio
dalla schiavit del consumo alla consumazione raggiunta nellimmediato, e non pi in-
definitamente inseguita nella corsa del lavoro alienato, e dellaumento dei bisogni socia-
li differiti
14
, come praticamente i neri avevano saputo dimostrare attraverso lesproprio
dei supermercati e la distruzione della merce durante i giorni della sommossa.
Ugualmente, quanto accadeva in Algeria a seguito del putsch del generale Boume-
dienne giugno 1965 fu loccasione per diffondere un documento, Indirizzo ai rivolu-
zionari dAlgeria e di tutti i Paesi (apparso sul medesimo numero, ma precedentemente
tradotto in quattro lingue e diffuso clandestinamente nel paese africano), con cui i situa-
zionisti denunciarono lillusione di uno stato autogestionario dei lavoratori algerini, al
fine di demistificare la politica dei due blocchi contrapposti, essendo la realt interna-
zionale caratterizzata dappertutto da
una stessa societ dellalienazione, del controllo totalitario (qui arriva prima il sociologo, l la
polizia), del consumo spettacolare (qui le automobili e i gadget, l la parola del capo venerato),
malgrado le variet dei suoi travestimenti ideologici o giuridici
15
.
Uninterpretazione che rompeva non solo la divisione in schieramenti contrapposti fra
Stati Uniti e Unione Sovietica, tesa ad alimentare il sonno letargico di tutti, il mante-
nimento di un ordine che resta fondamentalmente lo stesso
16
, ma anche spezzava le il-
lusioni che la sinistra estrema mostrava nei confronti delle cosiddette rivoluzioni terzo-
mondiste; illusioni che come nel caso della fine dellesperienza autogestionaria algerina
a seguito del colpo di stato compiuto dalla burocrazia islamico-nazionalista avevano
posto allo scoperto la vera natura di quel potere, permettendo cos una definitiva razio-
nalizzazione dello Stato, non pi costretto a camuffarsi in Stato dellAutogestione, come
i gauchistes ferventemente credevano, per esser semplicemente uno Stato.
Questopera di demistificazione, i situazionisti la attuarono soprattutto al fine di de-
nunciare il proselitismo dei gruppi rivoluzionari fra gli studenti e i giovani proletari at-
traverso lideologia antimperialista che, in piena Guerra fredda, impediva loro di aprire
gli occhi sul fatto che la guerra in Vietnam, lungi dallessere una aberrazione di un cat-
tivo governo, era la logica conseguenza di rapporti di classe del capitalismo privato in
competizione con il capitalismo tecnocratico di Stato per accaparrarsi gli ultimi scam-
poli delleconomia mondiale ancora non controllati. Constatazione, questa, di una luci-
dit premonitrice, poich consent ai situazionisti (e a pochi altri) di comprendere quan-
to la necessaria lotta contro limperialismo americano si sarebbe in tal modo ridotta ad
14
Il declino la caduta delleconomia mercantil-spettacolare, internazionale situazionista, n. 10 (1966). p. 5.
15
Indirizzo ai rivoluzionari dAlgeria e di tutti i Paesi, internazionale situazionista, n. 10 (1966). p. 44.
16
Ibid., p. 47.
Gianfranco Marelli
200
un appoggio incondizionato alla burocrazia vietcong senza unopportuna e tempestiva
critica al modello sovietico.
A testimonianza di come lIS fosse ormai proiettata ad assumere il ruolo di coscienza
critica di un movimento rivoluzionario la cui lettura ingessata della Guerra fredda ave-
va appiattito la riflessione e addormentato la coscienza su posizioni ideologiche e mani-
chee fu lopuscolo redatto nellagosto 1967, Il punto desplosione dellideologia in Cina.
Ripubblicato sul numero 11 della rivista situazionista, segn la critica pi accesa contro
la cieca, irresponsabile e assassina approvazione della Rivoluzione culturale maoista che
tanti proseliti aveva conquistato fra le schiere degli intellettuali europei engags, incapa-
ci di comprendere che quanto allora stava accadendo in Cina altro non era che una mera
lotta intestina fra i proprietari ufficiali dellideologia contro la maggioranza dei proprie-
tari dellapparato delleconomia e dello Stato.
In un momento storico in cui la necessit di appartenere ad uno schieramento ben
preciso sulla scacchiera della politica internazionale accec le menti ed i sentimenti dei
pi intransigenti rivoluzionari, queste prese di posizione compiute dallIS assunsero un
valore ancor pi importante e radicale perch laccusa dei situazionisti contro lideologia
rivoluzionaria intesa come ratifica del fallimento del progetto rivoluzionario, come
propriet privata dei nuovi specialisti del potere, come impostura di una nuova rappre-
sentazione che si innalza al di sopra della vita reale proletarizzata
17
fu unaccusa sen-
za diritto di replica, e soprattutto forn allIS le credenziali di aver saputo fare i conti con
il proprio passato e di essere unorganizzazione rivoluzionaria di tipo nuovo, in unepo-
ca in cui per dirla con Saint-Just tutto ci che non nuovo in tempo di innovazio-
ne pernicioso.
Il non pi e il non ancora del situazionismo
Lorganizzazione rivoluzionaria di tipo nuovo dovette per affrontare al proprio interno
una pesante crisi, se nel 1966 dei membri storici che costituirono lIS (alla VII conferenza,
svoltasi a Parigi dal 9 all11 luglio) ne erano rimasti soltanto due: Guy Debord e Mich-
le Bernstein. Sennonch, proprio in quellanno, la giovane guardia situazionista divenne
protagonista sotto la sapiente guida dei noti Debord , Vaneigem e del tunisino Musta-
pha Khayati di uno scandalo allUniversit di Strasburgo che ne determin limmedia-
to successo di pubblico, balzando alle cronache giornalistiche e giudiziarie.
Il tutto avvenne a seguito dellelezione alla direzione del sindacato studentesco di
Strasburgo (AFGES) di sei studenti che, in combutta con i situazionisti, decisero di impie-
gare i soldi dellassociazione per editare la brochure Della miseria nellambiente studen-
tesco (scritta in massima parte da Khayati), e di promuoverne la dissoluzione attraverso
la convocazione di unassemblea straordinaria. Limpresa ebbe un successo immediato,
soprattutto perch lastuta regia situazionista colse impreparati sia il mondo accademi-
co, sia lo stesso sindacato studentesco, ma soprattutto seppe indirizzare la stampa locale
affinch ne ingigantisse leffetto dirompente, al punto da costringere le autorit universi-
17
Definizione minima delle organizzazioni rivoluzionarie, internazionale situazionista, n. 11 (1967), p. 56.
LInternazionale situazionista
201
tarie a ricorrere al Tribunale di Strasburgo per impedire attraverso una denuncia ai sei
studenti situazionisti lo scioglimento del sindacato studentesco, contribuendo in tal
modo al propagarsi dello scandalo al di fuori delle mura universitarie e cittadine.
Tuttavia lo Scandalo di Strasburgo non sarebbe in seguito apparso come la scin-
tilla che fece scoppiare la protesta nelle universit francesi diffusasi nel Maggio 68 a
tutta la societ se la brochure situazionista non avesse avuto il merito di esprimere con
un nuovo linguaggio la critica allintero sistema politico-economico, cogliendo laspetto
pi immediato, quotidiano dellalienazione/separazione prodotta dalla societ borghese
e di conseguenza la necessit del suo superamento, grazie ad un movimento rivolu-
zionario capace di sbarazzarsi delle incrostazioni ideologiche dei gruppi gauchistes, cos
come del riformismo dei sindacati e dei partiti di sinistra, al fine di realizzare un cambia-
mento radicale del modo di vivere degli individui mediante una teoria-pratica che esal-
tasse e sviluppasse le situazioni passionali come preludio alla festa rivoluzionaria.
Il dtournement dei fumetti e delle foto os, il linguaggio poetico degli slogan scrit-
ti sui muri, la tattica di impossessarsi delle strutture burocratiche al fine di dissolverle o
di utilizzarle per scopi contrari al loro essere luoghi di riproduzione del consenso, la pe-
rentoriet e lapidariet dei giudizi nei confronti del sistema autoritario e dei suoi valori;
questi divennero gli strumenti ed i mezzi che il movimento studentesco utilizz, sfogan-
do la propria creativit rivoluzionaria contro i comportamenti politically correct dei par-
titi, sindacati e gruppuscoli extra-parlamentari, colti in contropiede da una simile prati-
ca situazionista.
La critica del linguaggio nelle sue forme alienate prodotte da una comunicazione or-
mai priva di un reale e concreto legame con la vita quotidiana, determin in tal modo
quel linguaggio della critica che i situazionisti utilizzarono al fine di sperimentare una
teo ria radicale in grado di entrare in comunicazione con la pratica di un movimento di
contestazione e rifiuto della societ, ricettivo e pronto ad appropriarsene. Della miseria
nellambiente studentesco fu, proprio per questo, fra le brochure situazioniste pi lette e
riprodotte fra le innumerevoli pubblicazioni studentesche della fine degli anni Sessanta:
per il linguaggio libero da pastoie ideologiche (non pi proclami e verit posticce), per
le problematiche concernenti il vissuto quotidiano nei suoi aspetti pi immediati (la ses-
sualit, la famiglia, la religione e la politica come forme di unidentica alienazione uma-
na...), ma soprattutto per il metodo scandaloso del dtournement con il quale si cerc di
instaurare un rapporto diretto tra quanto veniva scritto e come lo si scriveva.
Di questo stretto e diretto rapporto, sia il libro di Guy Debord , La societ dello spet-
tacolo, sia il libro di Raoul Vaneigem, il Trattato di saper vivere ad uso delle giovani ge-
nerazioni, entrambi pubblicati nel 1967 (ma in gestazione fin dal 1965), rappresentaro-
no il compendio pi esaustivo e fedele. Le opere seppero anticipare gli avvenimenti del
Maggio francese, in quanto riuscirono a leggere chiaramente quale fosse uno dei fatto-
ri che avrebbe potuto provocare la crisi della societ contemporanea: linsoddisfazione
sempre crescente per una vita quantitativamente ricca di cose povere. Il primo, sottoli-
neando quanto lo spettacolo, compreso nella sua totalit, il risultato e il progetto del
modo di produzione esistente
18
, mise a fuoco come lo sfruttamento e lespropriazione
18
G. Debord, uvres, Gallimard, Paris 2006, p. 767.
Gianfranco Marelli
202
subita dai proletari non riguardasse pi soltanto il tempo di lavoro, ma lintera vita ri-
dotta ad unesistenza passiva, totalmente assorbita dalla fabbricazione dellalienazione
prodotta dalle merci del mondo ormai divenuto il mondo delle merci; il secondo, rimar-
cando quanto la sopravvivenza fosse divenuta ormai insopportabile, ribad linevitabili-
t della scelta: o morire prima, vivendo in negativo la negazione della sopravvivenza,
oppure sopravvivere come antisopravviventi, concentrando ogni energia sullarricchi-
mento della propria vita quotidiana
19
.
Entrambe le tesi riscossero un ampio consenso nellambiente pi radicale della Sini-
stra extraparlamentare, soprattutto fra le correnti libertarie e anarchiche che pi fedel-
mente seppero esprimere lo spirito autogestionario e consiliarista del Maggio francese,
al punto che lIS divenne lemblema e per molti il solo eroe della critica radicale al
passo coi tempi.
La contestazione giovanile e studentesca rappresent il canto del cigno dellIS. Lim-
possibilit di estendere la protesta oltre le mura universitarie nella speranza di porre le
condizioni per linizio di uno scandalo di Strasburgo nelle fabbriche, dimostr lillu-
soriet di un potere dei Consigli cos tanto invocato dai situazionisti. Daltronde, il giu-
dizio estremamente positivo dato agli avvenimenti del Maggio francese, considerato il
pi grande momento rivoluzionario che la Francia abbia conosciuto dopo la Comune di
Parigi
20
, non consent di comprendere i limiti congeniti entro i quali si espresse, sotto-
valutando i fattori strutturali di un tessuto economico che mai fu messo in crisi da una
contestazione essenzialmente sovrastrutturale. Di conseguenza lincapacit pratica di in-
cidere sul sistema produttivo, ridusse la critica situazionista a trasformarsi in una critica
dei costumi e della morale, facilmente riassorbibile come una delle forme di spettacolo
del rifiuto di cui la classe media seppe riappropriarsi, investendovi in seguito il proprio
futuro di reduce del sessantotto.
Non ultimo, il rifluire del movimento di fronte allondata repressiva degli Stati attra-
verso la strategia della tensione e del terrore, isol ancor pi lIS, che sopravvivendo a
se stessa divenne lultima forma dello spettacolo rivoluzionario per un pubblico e
per alcuni militanti che nello stato di paralisi teorica non trovarono miglior modo di ri-
generare la critica radicale se non attraverso un patriottismo di partito.
I profondi cambiamenti avvenuti nei primi anni Sessanta avevano cos lasciato irri-
solte le domande sul futuro assetto sociale del sistema capitalistico, non tanto riguardo
alla classe proletaria ed al suo ruolo nella societ, quanto piuttosto nei confronti degli
strati intermedi schiacciati sempre pi dalla proletarizzazione delle funzioni intellettua-
li e burocratiche attuate dallo sviluppo economico capitalista. Gli avvenimenti del Mag-
gio francese divennero il banco di prova per sperimentare leffettiva possibilit di una
comunicazione rivoluzionaria in grado di unire in un fronte unico contro lalienazione e
la separazione prodotta dalla societ spettacolare lintera classe dei lavoratori, includen-
dovi anche i nuovi proletari generati dal consumismo di massa.
LIS si illuse che ci potesse veramente rappresentare linizio di una nuova epoca, la
realizzazione del cambiamento radicale della vita, contro la proletarizzazione del mon-
19
R. Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Vallecchi, Firenze 1973, p. 226.
20
LInizio di unepoca, internazionale situazionista, n. 12 (1969), p. 3.
LInternazionale situazionista
203
do. Unipotesi azzardata e destinata a scontrarsi con la dura realt dei fatti che deter-
min fra le tante speranze rivoluzionarie allora messe in gioco anche il fallimento
del progetto situazionista, al punto che la sopravvivenza stessa dellIS ne manifest tutta
lamara vittoria accreditatale dai sempre pi numerosi simpatizzanti contemplativi.
Per questo Guy Debord a ben tre anni trascorsi dalla VIII e ultima Conferenza dellIS
(Venezia, 25/IX-1/X 1969), dove lincapacit di proseguire nella ricerca teorica si mate-
rializz nellimpossibilit pratica di redigere finanche il numero 13 dellomonima rivi-
sta decise di stilare lultimo documento, La vera scissione nellInternazionale (1972), con
il quale venne decretato il definitivo scioglimento dellorganizzazione situazionista.
LInternazionale situazionista, al pari di tutte le avanguardie per cui il tempo breve
cosa, riusc ad essere tutto quello che poteva essere. Quello che in seguito si chiam situa-
zionismo laver continuato a credere ancora possibile perpetuare allinfinito il ricordo
di unavanguardia che aveva avuto la fortuna di essere interprete del suo tempo, e per
questo di aver fatto il suo tempo. Proprio lesatto opposto della richiesta che i situazioni-
sti, nellultimo numero della loro rivista, avevano espressamente formulato: di non evo-
carli troppo come riferimento ma, al contrario, di dimenticarli un po.
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205
LOPERAISMO ITALIANO
Sergio Bologna
Il sapere di fabbrica
Lo studio e lapprofondimento dei testi di Marx da parte della prima generazione di
operaisti italiani si concentra nel periodo che va dai primi anni 60 alla met degli anni
70. N poteva essere diversamente. Il modo di leggere Marx seguiva un procedimen-
to non programmato. Singole individualit esploravano un settore degli scritti marxia-
ni (es. il Secondo libro de Il Capitale da parte di Mario Tronti nei saggi sui primi numeri
di Quaderni Rossi, poi rielaborati e pubblicati da Einaudi in Operai e capitale), i pun-
ti fermi raggiunti da queste letture e interpretazioni si diffondevano allinterno dellarea
politica operaista, diventavano patrimonio comune, si traducevano in una serie di pro-
totipi mentali, subivano la classica volgarizzazione di cui parla Theodor Geiger nei suoi
scritti sul lavoro intellettuale, diventavano parole dordine ed entravano infine nel lin-
guaggio politico ideologico che dava identit al gruppo operaista e serviva ad iden-
tificarlo allesterno. Poi partiva, per iniziativa di un singolo, unaltra ricerca, una nuo-
va esplorazione, senza soluzione di continuit con quella precedente, e si andava avanti
cos per strappi, accumulazioni, rilanci, movimenti a ritroso, senza un piano prestabili-
to, senza un programma, senza una strategia.
Il lavoro condotto sui testi di Marx dalla prima generazione di operaisti non di
grande ampiezza, si riduce a pochi testi, eppure ha lasciato un segno incancellabile, ha
tracciato un solco dal quale difficile scostarsi ancora oggi. Qual la ragione di que-
sta incisivit? Perch quelle poche pagine hanno lasciato unimpronta cos profonda, da
rappresentare la base di un sistema di pensiero? La mia convinzione che questo sia av-
venuto perch quelle esplorazioni di singole personalit, Panzieri, Tronti, Negri, Grillo,
De Caro, venivano recepite allinterno di un lavoro collettivo di diversa natura. Ogni ac-
quisizione teorica importante doveva essere calata nella realt di quei tempi, doveva in
qualche modo passare al vaglio dei diversi piani rappresentati dalla conricerca.
Il lavoro collettivo che la pattuglia operaista stava conducendo a contatto diretto con
il mondo della produzione di fabbrica cercava di andare a fondo dei diversi piani che
Sergio Bologna
206
compongono il sistema dei rapporti di produzione: lorganizzazione sequenziale del ci-
clo produttivo, i meccanismi gerarchici che esso produce spontaneamente, le tecniche di
disciplinamento e di integrazione che vengono elaborate, levoluzione delle tecnologie e
dei sistemi di lavorazione, le reazioni ai comportamenti spontanei della forza lavoro, le
dinamiche interpersonali allinterno del reparto, i sistemi di comunicazione degli operai
durante lorario di lavoro, la trasmissione dei saperi dagli operai pi anziani a quelli pi
giovani, la formazione di una cultura del conflitto, le divisioni interne alla forza lavoro,
luso delle pause e dellorario di mensa, i sistemi retributivi e la loro applicazione diffe-
renziata, la presenza del sindacato e le forme di propaganda politica, la coscienza del ri-
schio e i metodi per tutelare la propria integrit fisica e la propria salute, il rapporto con
i militanti esterni, il controllo dei tempi e il rapporto con il cottimo, lambiente di lavoro
e via dicendo. Si potrebbe continuare a lungo ad elencare i diversi piani su cui si artico-
la quello che chiamiamo lavoro di fabbrica. Gli operaisti si distinguevano nettamente
dal personale politico di un partito di Sinistra perch erano perfettamente consapevoli
della complessit del lavoro di fabbrica.
Si fa presto a dire lotta di classe o lavoro operaio, anche dal punto di vista anali-
tico questi due termini contengono una quantit tale di problematiche che il linguaggio
ideo logico normalmente usato da un partito di tradizione socialista o comunista e ripetuto
dai suoi militanti non nemmeno in grado di evocare. Perci gli operaisti godevano di una
superiorit intellettuale che veniva dalla consapevolezza che la realt di fabbrica era assai
pi difficile da comprendere nei suoi meccanismi e nelle sue dinamiche sociali di quanto lo
fosse il pi complicato ed oscuro testo marxiano. Gli operaisti si erano dati come program-
ma di lavoro quello di esplorare uno per uno i diversi piani su cui si articola la produzione
di fabbrica in modo da acquisire una competenza che avrebbe loro permesso di dialogare
con gli operai, di parlare il loro stesso linguaggio, senza calar dallalto precetti o esortazio-
ni o parole dordine. Solo gli operai stessi, quelli pi preparati politicamente e pi agguer-
riti, ne sapevano di pi o alcuni militanti del PCI e della CGIL di origine operaia, che erano
stati licenziati per le lotte condotte negli anni precedenti.
Il sapere tacito di questi militanti politici di base, come li chiama Danilo Montaldi
nei suoi scritti, era quello che gli operaisti cercavano di carpire, era quel patrimonio
insostituibile di conoscenze non formalizzate che non sono trasmissibili se non con una
partecipazione diretta alle vicende di una fabbrica e dei suoi lavoratori. Questo era dun-
que laspetto decisivo: la lettura di Marx e linterpretazione operaista dei testi marxiani
acquistava la sua forza e la sua validit dal costante confronto con la realt di fabbrica.
La teoria doveva offrire il quadro mentale in grado di comprendere cosa stava succeden-
do in quel mondo difficilmente avvicinabile che si chiamava mondo della produzione
di fabbrica. Senza quel lavoro di costante confronto con le dinamiche quotidiane della
produzione, la teoria non aveva ragione di esistere. Per un intellettuale, per un lavorato-
re della conoscenza, come eravamo tutti allora, difficile ammettere che la teoria non ha
un valore intrinseco ma soltanto un valore strumentale. Lintellettuale vede nella produ-
zione teorica, nella scrittura, un valore in s, un valore astratto. Occorre compiere uno
sforzo contro la propria natura, contro il proprio codice professionale per vedere nel-
la produzione teorica o una merce o uno strumento di azione. Perci, prima di parlare
delle letture e delle interpretazioni dei testi marxiani che hanno visto come autori alcuni
degli esponenti delloperaismo italiano di prima generazione, prima di parlare del Marx
Loperaismo italiano
207
operaista anni Sessanta e Settanta, occorre mettere bene in chiaro il ruolo della teoria e
del pensiero astratto nei gruppi operaisti
1
.
Lavvio di un nuovo ciclo di lotte operaie
Occorre partire dal contesto in cui poteva formarsi politicamente e culturalmente un
giovane militante di inizio anni 60. Il Partito comunista italiano era un partito forte, ra-
dicato nella societ, composto da migliaia e migliaia di militanti che frequentavano le se-
zioni, partecipavano alla vita di Partito, diffondevano la stampa. Il giornale del Partito
LUnit, grazie anche alla diffusione militante, era il quotidiano pi venduto dItalia.
Il Partito era una grande macchina di lavoro volontario, con una forza economica deri-
vante dalle organizzazioni collaterali, in particolare dalla potente Lega delle cooperati-
ve. Il prestigio di cui il Partito godeva derivava soprattutto dalla sua storia antifascista,
era il Partito che aveva dato il maggior contributo alla Resistenza e che aveva raccolto
leredit del movimento socialista. Nel mondo intellettuale letteratura, cinema, pittu-
ra, editoria, grafica, design, giornalismo il PCI aveva una posizione di grande prestigio
e in alcuni settori di assoluta egemonia.
Poi cera il Partito socialista che era ancora un partito che conservava posizioni e
tendenze di ispirazione marxista, anzi, essendo un partito dove erano ammesse le cor-
renti e le diversit di opinione, era diventato unorganizzazione nella quale trovavano
spazio le posizioni pi dichiaratamente antistaliniste, come, per esempio, quelle di ten-
denza luxemburghiana di Lelio Basso. Quindi finivano nel Partito socialista tutti colo-
ro che volevano innovare il marxismo e non potevano tollerare la disciplina e la censu-
ra che vigevano nel Partito comunista. Figure come Panzieri o Toni Negri erano esempi
di dirigenti e militanti del Partito socialista. Insieme, Partito socialista e Partito comu-
nista, avevano come braccio sindacale la CGIL, la pi forte organizzazione del lavoro in
Italia.
Nelle fabbriche del Nord la CGIL aveva subto una dura repressione dopo la vittoria
della Democrazia cristiana alle elezioni del 1948. Il capitalismo italiano, sostenuto dai fi-
nanziamenti americani, aveva ricostruito i principali centri di produzione del Nord ed
aveva iniziato una fase di nuova industrializzazione nel Mezzogiorno, grazie soprattut-
to allindustria pubblica che, rafforzata da un sistema di banche sotto il controllo diret-
to dello Stato, consentiva allItalia di entrare in settori dai quali era sempre stata esclusa
(per esempio il settore dellenergia legato al petrolio e al gas naturale). Dalla vittoria del-
la Democrazia cristiana nel 1948 al 1953 si consuma lultimo ciclo di lotte proletarie del
dopoguerra, la CGIL e il PCI spendono le loro ultime energie rivoluzionarie e la repres-
sione dei militanti sindacali sistematica, favorita anche dalla rottura dellunit sindaca-
le con la CISL, la confederazione cattolica legata alla Democrazia cristiana e con la UIL, la
confederazione dei socialisti di destra.
1
Per una panoramica delloperaismo italiano si veda: G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero, Gli operaisti: autobio-
grafia dei cattivi maestri, DeriveApprodi, Roma 2005 e, soprattutto, G. Trotta, F. Milana (a cura di), Loperai-
smo degli anni Sessanta. Da Quaderni rossi a classe operaia, DeriveApprodi, Roma 2008).
Sergio Bologna
208
Molti militanti scelgono la strada dellemigrazione, che rappresenta la valvola di sfo-
go per una forza lavoro eccedente espulsa dalle campagne. La maggior parte abbando-
na lItalia per il Sudamerica, lAustralia, e non ci far pi ritorno, moltissimi per ven-
gono assorbiti dalle fabbriche in Germania, in Belgio, in Francia e si formano alla dura
scuola delle produzioni avanzate, partecipano alla vita sindacale e parecchi faranno ri-
torno in Italia alla fine degli anni 60 entrando a far parte dello strato pi esperto ed ag-
guerrito della classe operaia italiana. La repressione, i licenziamenti, lemigrazione di
massa creano una sorta di cesura, spezzano la continuit della memoria e la trasmissio-
ne dei saperi taciti.
Nel PCI stesso le tematiche istituzionali, le problematiche del governo, la tattica del-
le alleanze, la ricerca di un rapporto con i ceti medi e con la parte pi riformista del
capitale sostituiscono man mano la cultura classista, Marx e Lenin non sono pi allor-
dine del giorno, Gramsci viene interpretato in senso antistalinista e riformista, la Resi-
stenza stessa viene sempre pi ricordata come una lotta patriottica e interclassista. La
cesura con lo spirito della Resistenza, con gli anni del dopoguerra, si fa sempre pi forte
e i giovani che si iscrivono al Partito vengono sempre pi educati ad affrontare le batta-
glie parlamentari o lamministrazione negli enti pubblici. La classe operaia, la fabbrica, il
mondo della produzione sono sempre pi lontani. Le letture e le interpretazioni di Marx
sono opera di filosofi, di figure isolate di intellettuali, come Galvano Della Volpe.
In questo clima di cesura con il passato gli studi sui militanti politici di base di Da-
nilo Montaldi sono una rivelazione. Montaldi, originario di Cremona, stato nel PCI, ma
da sempre in contatto con le correnti dellinternazionalismo bordighista, ha una vasta
rete di relazioni in tutto il mondo con i gruppi marxisti rivoluzionari e operaisti, dagli
Stati Uniti alla Francia, dove segue sin dagli inizi lesperienza di Socialisme ou Barba-
rie. Conosce perfettamente gli scritti di Marx e le interpretazioni di Marx dei gruppi ri-
voluzionari in Occidente, ma il suo decisivo contributo alla formazione dei giovani che
entrano a far parte dei Quaderni Rossi, in particolare Romano Alquati, anche lui ori-
ginario di Cremona, quello di trasmettere la memoria perduta dei valori degli anni del-
la Resistenza e del primo dopoguerra. Il suo Militanti politici di base la testimonianza
di questa funzione, un libro che valorizza il patrimonio di conoscenze politiche e di tec-
niche di lotta dei militanti di origine operaia e contadina che hanno dominato la scena
nel decennio dal 1943 al 1953. un libro di vite esemplari, una raccolta di modelli di
vita, che rinsalda una tradizione, che ricuce un passato che si vuol dimenticare o si vuol
considerare irripetibile.
Ma un libro importante anche per unaltra ragione. Montaldi nasce a Cremona, sul-
le rive del Po, in un territorio dominato dallazienda agricola capitalistica, nella Padana ir-
rigua, che stata teatro di memorabili lotte di braccianti e operai agricoli, che presentano
singolari affinit e somiglianze con le lotte di fabbrica, anzi, possono essere considerate un
tuttuno, un continuum con le lotte operaie. Montaldi uno dei primi che con grande effi-
cacia smantella lideologia contadina del PCI. Egli considera il capitalismo nelle campagne
una forma evoluta di organizzazione delle forze produttive, dove la forza lavoro compo-
sta da salariati che non sono interessati alla piccola propriet, che non vogliono diventare
liberi agricoltori, ma sono interessati a condizioni di lavoro migliori, come gli operai.
Lideologia contadina del PCI era costruita sullimmagine del cafone siciliano, di-
sperato e analfabeta, oppresso dalla mafia e dalla Chiesa, che spera in un riscatto otte-
Loperaismo italiano
209
nuto con la propriet di un piccolo pezzo di terra, il cafone un sem terra. Ma nel
Nord, sin dagli anni 10 del Novecento, lagricoltura era caratterizzata da coltivazioni
intensive con impiego massiccio di mano dopera salariata e le lotte sindacali che que-
sta forza lavoro aveva condotto erano state per lungo tempo allavanguardia sia per le
forme di sciopero che per le rivendicazioni poste. Linfluenza di Montaldi non si spie-
ga soltanto con i lavori sui militanti politici di base, egli simpose allattenzione di un
vasto pubblico con un libro-inchiesta sulle trasformazioni urbane: Milano Corea, scrit-
to con Franco Alasia.
Eravamo alla fine degli anni 50, il boom economico di quel periodo era stato trai-
nato anche da un mercato edilizio selvaggio che aveva in poco tempo fatto nascere alla
periferia delle grandi citt del Nord quartieri dormitorio destinati agli operai delle fab-
briche e alla massa di gente che abbandonava le campagne per andare a vivere in citt
in condizioni degradate, peggiori di quelle che avevano lasciato nelle campagne. Questa
febbre edilizia aveva anche demolito parti consistenti dei centri storici per invaderli
di nuove costruzioni destinate alla borghesia piccolo-media. Un altro libro di Montaldi,
Autobiografie della leggera, non ha come protagonisti i militanti politici ma i personaggi
del sottobosco urbano, la prostituta, il ladruncolo, il sottoproletariato che convive con
i neoassunti delle fabbriche metalmeccaniche, lambiente quello dei palazzoni costrui-
ti male, in fretta, senza servizi sociali, senza negozi, senza fognature.
Capire la fabbrica, capire la citt, questo il programma di formazione nel quale si
iscrive la lettura di Marx. Seguiranno, sullesempio delle ricerche di Montaldi, altri libri-
inchiesta sulle nuove realt urbane, come Immigrati a Torino di Goffredo Fofi. sulla
base di queste inchieste sul campo, di queste testimonianze dirette, che si forma la teo-
ria della citt-fabbrica. Montaldi ha dato quindi un contributo originale anche al pensie-
ro sociologico italiano, com stato messo bene in luce da studi recenti sulla sua figura di
militante
2
. Dallesperienza dei Quaderni Rossi usciranno alcuni dei pi noti sociologi
italiani, come Massimo Paci, Giovanni Mottura, Bianca Beccalli, Vittorio Rieser.
Gli anni di formazione del gruppo di giovani che si avvicina ai Quaderni Rossi nel
1961-62, sono caratterizzati prima dal desiderio di conoscere la realt circostante, di ca-
pire che si sta svolgendo sotto i loro occhi una profonda trasformazione degli assetti pro-
duttivi e dellambiente urbano, e poi dal bisogno di impadronirsi di un quadro teorico e
sistematico che consenta di interpretare secondo una logica marxiana quanto sta avve-
nendo. Si fanno delle letture collettive di Marx con dei compagni che riportano le espe-
rienze di contatto diretto con gli operai della FIAT, si cerca di trovare una corrisponden-
za tra i racconti degli operai e le pagine del Primo libro del Capitale. Ma siamo ancora a
uno stadio embrionale, quasi infantile. Il salto di qualit, la svolta storica, i fatti che crea-
rono in tutti la convinzione che le lotte operaie sarebbero state il motore principale delle
trasformazioni degli anni futuri, che determinarono la scelta di vita di dedicarsi intera-
mente a diventare parte integrante del movimento operaio reale, furono gli scioperi de-
gli elettromeccanici di Milano del 1960.
2
Cfr. Danilo Montaldi (1929-1975). Azione politica e ricerca sociale, a cura di Gianfranco Fiameni, Biblio-
teca Statale di Cremona, Cremona 2006; Danilo Montaldi, fascicolo monografico di Parolechiave, n. 38,
dicembre 2007.
Sergio Bologna
210
Dopo anni di silenzio, di paura, di divisione sindacale, dopo la cesura del 1950/53,
ripartiva un movimento di lotta impressionante per unit, compattezza e combattivit. A
Milano a quellepoca erano circa 70 mila gli operai del settore elettromeccanico (Tecno-
masio Brown Boveri, General Electric, Siemens, Face Standard, Telettra, Ercole Marel-
li, Magneti Marelli, Riva Calzoni, Franco Tosi, Osram, Geloso, Autelco sono solo alcuni
nomi delle fabbriche pi importanti). In questo sciopero, che durato mesi e si con-
cluso con una parziale vittoria, sono state sperimentate tutte le forme di lotta pi sofisti-
cate che diverranno patrimonio comune dopo lAutunno caldo. Una prova di maturit
che lasci sbalorditi non soltanto il padronato ma anche il Partito comunista. Con quel-
lo sciopero, ha detto una militante che allora era una dirigente del movimento giovanile
comunista ed stata poi una delle figure pi rappresentative del movimento delle donne,
Milano ha riconosciuto gli operai come suoi cittadini. Com stato possibile questa di-
mostrazione di maturit politica dopo anni di silenzio? Grazie alla trasmissione dei saperi
dei militanti politici di base che avevano condotto le lotte del ciclo del primo dopoguerra.
Molti, una volta licenziati, erano finiti nel sindacato, erano diventati funzionari del sinda-
cato. Allora le retribuzioni di un funzionario sindacale erano a livello di pura sussistenza,
il sindacalista di base di quei tempi non era un burocrate seduto in un ufficio, erano per-
sone che stavano davanti alla fabbrica ad ogni cambio di turno.
Molti altri non erano stati licenziati ma lavoravano nei reparti pi duri, dove il lavo-
ro era pi nocivo, erano tenuti separati dagli altri operai, nei cosiddetti reparti confino,
ma in una fabbrica bastava la presenza di due-tre di questi personaggi di grande espe-
rienza di questi militanti politici di base che conservavano la memoria di tutte le lot-
te dal 1943 in poi, che conoscevano la fabbrica come le loro tasche perch non avevano
perduto labitudine di osservare ogni minimo cambiamento, ogni passaggio delliniziati-
va padronale, che erano informati su tutto per rimettere le cose in movimento una vol-
ta che latmosfera si faceva di nuovo ostile al padrone. Erano operai specializzati in ge-
nere, di altissima professionalit, stimati anche dalle gerarchie di fabbrica, guardati con
rispetto e con una certa soggezione dagli operai pi giovani. Non erano operaio-massa. In
questo senso lo sciopero degli elettromeccanici milanesi apre un nuovo ciclo ma al tem-
po stesso lo chiude. Qui il protagonista non loperaio alla catena (allora alle mansioni ri-
petitive erano addette quasi esclusivamente le donne) ma lattrezzista, il tornitore, lope-
raio che conosce tutti i segreti della macchina utensile, il pi bravo, il pi abile, si sente
appartenere ad unlite, per questo comunista e quindi ha un forte senso della discipli-
na, guarda con molta diffidenza alla spontaneit, come mentalit molto lontano dallat-
teggiamento tipico degli operaisti, che attribuiscono invece grande valore alla spontanei-
t e sono orientati in senso anarchico-libertario. la FIOM di Milano, la Federazione degli
operai metalmeccanici milanesi, che guida la lotta anche contro le perplessit, i timo-
ri e le incertezze della CGIL e del PCI. La Federazione dei giovani comunisti, la FGCI, so-
stiene la lotta e porta i suoi militanti davanti alle fabbriche contro il parere del Partito.
I Quaderni Rossi colgono solo in parte la complessit dello sciopero degli elettromec-
canici milanesi, questo episodio fondamentale della storia operaia italiana che presenta
ancora dei lati inesplorati, in particolare per quanto riguarda il rapporto tra gruppo diri-
gente della FIOM milanese e direzione romana del PCI e della CGIL
3
.
3
Si veda Dalla classe operaia alla creative class. La trasformazione di un quartiere di Milano, DeriveAppro-
di, Roma 2009, con allegato il DVD del documentario Oltre il ponte. Storie di lavoro di Sabina Bologna.
Loperaismo italiano
211
La ricostituzione di un pensiero rivoluzionario
Nella fase degli anni di formazione il testo marxiano fondamentale era naturalmente il
Primo libro de Il Capitale, lanalisi del processo di produzione, accompagnato dal testo
di Engels sulla condizione della classe operaia in Inghilterra. Per capire la fabbrica, per
capire i principi dellestrazione diretta di plusvalore, questi due testi erano sufficienti.
Ma gli operaisti allora si trovavano a doversi confrontare con le due culture principali
nella Sinistra italiana: a) la tendenza del PCI che concentrava tutte le energie sui proble-
mi generali del Governo, della Pubblica amministrazione, della politica estera, della po-
litica economica, della politica urbanistica, del Mezzogiorno, dei rapporti con la Chiesa
e il mondo cattolico; b) la tendenza dei settori anticapitalisti della Sinistra che concen-
travano tutte le loro energie sui problemi dellimperialismo e dei movimenti di liberazio-
ne dei popoli del Terzo Mondo. Gli uni consideravano gli operaisti come una minoranza
sindacale, cio come un movimento che si occupava soltanto di problemi di fabbrica
e non era in grado di affrontare i veri problemi politici, gli altri consideravano la clas-
se operaia occidentale come ormai integrata nel capitalismo e incapace di andare oltre le
rivendicazioni economiche, una classe che aspirava soltanto a diventare piccola borghe-
sia. Gli uni e gli altri per ragioni diverse non riconoscevano agli operaisti il carattere di
movimento politico. Per gli uni e per gli altri gli operaisti avevano una visione troppo
ristretta, corporativa, non erano in grado di capire e di agire rispetto ai grandi problemi
della societ, della democrazia, del socialismo.
I riformisti del PCI guardavano gli operaisti con diffidenza e sospetto, gli antimperia-
listi li guardavano con commiserazione. Secondo loro gli operaisti non avevano una vi-
sione generale. In parte ci era vero, un marxismo fondato solo sulla lettura del Primo
libro de Il Capitale, sul Manifesto o sullinterpretazione del Frammento sulle macchi-
ne (su cui aveva scritto Raniero Panzieri nel primo numero dei Quaderni Rossi) non
consentiva una comprensione completa dei meccanismi di dominio capitalista, era una
lettura insufficiente. La svolta avvenne con la pubblicazione del primo saggio di Tron-
ti sul capitale sociale, fondato in gran parte sullinterpretazione del Secondo libro de Il
Capitale. Era la prima volta che venivano esposte le tesi che sarebbero poi state elabora-
te nel libro Operai e Capitale.
Leffetto che quelle tesi ebbero sui militanti e il loro significato allinterno della storia
del marxismo non ortodosso italiano (ed europeo) sono ancora oggi oggetto di discus-
sione. Con lanalisi del capitale sociale Tronti dimostrava come lintera societ capita-
listica e la sua politica economica, urbanistica, sanitaria, culturale, ecc. fossero intera-
mente modellate sul sistema di fabbrica ed avessero come scopo ultimo lestrazione di
plusvalore. Quindi chi partiva dalla fabbrica aveva la vera visione generale delle cose,
toccava il cuore della politica, individuava i veri fondamenti dello Stato. Loperaismo
non era quindi un movimento settoriale o sindacale ma rappresentava la ricostituzio-
ne di un sistema di pensiero rivoluzionario in Occidente al passo con i tempi. Operai e
capitale diventa da quel momento il testo fondante delloperaismo, il punto di riferimen-
to della formazione del militante.
interessante notare, tra laltro, che il procedimento di elaborazione teorica dellope-
raismo prevede una verifica, una validazione da parte del collettivo della tesi esposta.
Tronti pubblica Operai e Capitale nel 1966 ma le tesi fondamentali del libro sono espo-
Sergio Bologna
212
ste sui Quaderni Rossi gi nel 1962 e sono oggetto di discussione e interpretazione per
tutto il periodo che va dal 1962 alla fondazione di classe operaia nel 1964 e oltre. Allo
stesso modo, le mie tesi sulloperaio-massa pubblicate nel 1972 su Operai e Stato, furo-
no esposte la prima volta in un seminario interno che si tenne a Venezia nel 1967, tant
che il termine operaio-massa venne usato in tutte le nostre pubblicazioni e nei volan-
tini del 68/69. Del resto anche Militanti politici di base usc nel 1971 ma le sue tesi cir-
colavano gi alla fine degli anni 50.
Occorre capire che la produzione teorica di cui ci stiamo occupando aveva una
circolazione ristretta ai piccoli gruppi di amici e di militanti che stavano attorno a
una singola personalit, come Montaldi, o attorno a una rivista come i Quaderni
Rossi. Erano fogli che avevano la circolazione del samizdat, prima che le idee con-
tenute in quei fogli diventassero il motore di un movimento e di un dibattito pub-
blico passava magari qualche anno ed i grandi editori di Sinistra di allora, Giulio
Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, non erano certo disposti a pubblicare libri di sco-
nosciuti. La costituzione di case editrici di nicchia, specializzate soltanto in un cer-
to tipo di letteratura antagonista, avviene in Italia solo dopo il 68, prima si passa-
va per forza per le case editrici maggiori, escluse quelle controllate dai partiti, PCI e
PSI. In queste case editrici, soprattutto Einaudi a Torino e Feltrinelli a Milano, ma
anche La Nuova Italia a Firenze, lavoravano come redattori molti simpatizzanti, al-
cuni operaisti erano collaboratori a vario titolo di queste case editrici, come tradut-
tori o lettori, Danilo Montaldi era stato un collaboratore di rilievo della Feltrinelli.
Raniero Panzieri era stato un redattore importante di Einaudi prima di essere allon-
tanato dalla casa editrice. Il lavoro occasionale o fisso presso unindustria editoria-
le rappresentava allora una delle poche occasioni di guadagno per un intellettuale in-
dipendente, laltra era rappresentata dallinsegnamento nella scuola o nelluniversit.
Un anno dopo la pubblicazione di Operai e Capitale esce la traduzione italiana dei
Grundrisse di Marx presso la casa editrice La Nuova Italia. Traduttore e curatore
delledizione italiana Enzo Grillo, che frequentava il gruppo romano dei Quaderni
Rossi e di classe operaia. Gli operaisti quindi davano un altro decisivo contributo
alla conoscenza del marxismo in Italia. Negli anni successivi la produzione teorica che
fa capo alloperaismo italiano attinger a piene mani al testo dei Grundrisse, che si pre-
sta molto bene a interpretazioni non ortodosse ed offre una libert di spunti estrema-
mente preziosa per chi intende innovare il pensiero marxista. Ci comporta il rischio
di interpretazioni arbitrarie che possono portare fuori strada e tradire lo spirito del te-
sto marxiano ma questo un rischio permanente di tutte le esegesi. Cos come il Pri-
mo libro de Il Capitale ha dato agli operaisti gli strumenti per capire il lavoro concreto,
cos i Grundrisse sono stati importantissimi per cogliere lessenza del lavoro astratto.
Con il Primo libro de Il Capitale si comincia a capire il fordismo, con i Grundrisse si
comincia a capire il postfordismo. Siamo alla vigilia dei movimenti del 68, gli operaisti
della prima generazione si sono divisi, sono ormai su due fronti opposti, anche se le ami-
cizie personali non vengono intaccate, una parte rientra nel Partito comunista, unaltra
sceglie la strada delle nuove formazioni extraparlamentari. Il lavoro teorico viene abban-
donato per un impegno totale nel nuovo ciclo di lotte operaie che comincia alla Pirelli di
Milano, allENI di San Donato Milanese, al Petrolchimico di Porto Marghera, si estende
a Torino durante gli scioperi della FIAT dellestate del 1969 e poi esplode in tutta Italia.
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213
Riprende alcuni anni dopo attorno al progetto Materiali Marxisti ideato da Toni Ne-
gri presso leditore Feltrinelli.
Il contributo che Negri aveva dato alla lettura operaista di Marx era cominciato sin
dai primi anni 60 e si era concentrato in particolare sugli aspetti che riguardano la teoria
dello Stato. Negri era tra i pochi ad avere una profonda cultura giuridica (la maggioran-
za dei componenti del gruppo operaista aveva una formazione umanistica o sociologi-
ca) e quindi era in grado di affrontare alcuni aspetti della teoria marxista che riguardano
il problema delle istituzioni, un filone che egli continuer ad approfondire anche qua-
rantanni dopo, con Il potere costituente, con Impero e altri scritti. Questo sentiero di ri-
cerca lo portava ad interessarsi sempre di pi ai problemi del governo della crisi.
Lo Stato in epoca fordista, quando si trova di fronte ad una pressione organizzata
della classe operaia e quindi vive una situazione di conflittualit sociale immanente e di
crisi del controllo, deve sviluppare una complessa articolazione di misure politiche e di
tecniche di disciplinamento per consentire laccumulazione capitalistica. uno Stato
della crisi, non nel senso delle vecchie teorie del crollo del capitalismo, ma nel senso
di un continuo aggiustamento dei sistemi di controllo di fronte a una situazione instabi-
le, mobile. Gli operaisti hanno sempre guardato con scetticismo alle teorie del crollo del
capitalismo generato dalle sue interne contraddizioni, dai suoi stessi errori o dai suoi ec-
cessi. Le hanno considerate pi che teorie dei banali placebo succhiati come pastiglie di
aspirina da piccole sette di sedicenti rivoluzionari che non escono dalle loro stanze am-
muffite e non si confrontano mai con la realt.
Il lavoro teorico di Toni Negri si dunque confrontato soprattutto con quelle teorie
economiche che sono anche teorie delle istituzioni, teorie dello Stato, in particolare, nel
periodo post 68, con le teorie di Keynes. Questo lavoro di riflessione teorica diventa-
to particolarmente fecondo e incisivo negli anni 70 quando ha potuto essere organizza-
to allinterno dellIstituto di Scienze Politiche dellUniversit di Padova dove Negri ave-
va raccolto un gruppo di studiosi e di militanti di grande spessore, come Luciano Ferrari
Bravo, Ferruccio Gambino, Guido Bianchini, Sandro Serafini, Alisa del Re. Tutti, tranne
Gambino, che andr in esilio per tre anni, verranno arrestati con il blitz del 7 aprile 1979
e faranno molti anni di galera, detenuti nelle carceri speciali destinate a mafiosi e terro-
risti. Una punizione cos dura e concentrata non si era mai verificata contro membri del
corpo accademico nemmeno sotto il fascismo. Tra i contributi pi originali del gruppo di
Scienze Politiche di Padova occorre ricordare la caratterizzazione di una figura sociale pa-
radigmatica, quella delloperaio multinazionale. Anche oggi il lavoro di Ferruccio Gambi-
no, che continua a insegnare nella stessa Universit, e dei suoi allievi si concentra sui mi-
granti, sui milioni di persone che fuggono dalle loro terre dorigine per cercare un reddito
di sussistenza altrove
4
.
Il lavoro di elaborazione teorica e di esegesi storica degli scritti di Marx della prima
generazione di operaisti si conclude alla met degli anni 70 con il contributo del collet-
tivo della rivista Primo Maggio sulle tematiche monetarie e finanziarie, che elabora
4
Cfr. F. Gambino, Migranti nella tempesta:avvistamento per linizio del nuovo millennio, Ombre corte, Ve-
rona 2003; F. Gambino, D. Sacchetto (a cura di), Un arcipelago produttivo: migranti e imprenditori tra Italia e
Romania, Carocci, Roma 2007.
Sergio Bologna
214
alcuni spunti contenuti nel saggio Moneta e crisi. Marx corrispondente della New York
Daily Tribune
5
. una riflessione che parte dalla lettura del Terzo libro de Il Capitale. Il
lavoro condotto dal collettivo di Primo Maggio (Lapo Berti, Marcello Messori, Fran-
co Gori, Mario Zanzani, Christian Marazzi, Andrea Battinelli, Sergio Bologna) parti-
colarmente utile per capire le dinamiche che hanno portato al postfordismo e alla finan-
ziarizzazione delleconomia di cui oggi il mondo porta le conseguenze con la pi grave
crisi economica che sia mai accaduta dal 1929 in poi. Uno dei connotati pi caratteristi-
ci di questo lavoro di Primo Maggio consiste nella visione unitaria del processo di ac-
cumulazione, che evita di cadere nellerrore di considerare leconomia reale come se-
parata e separabile dalleconomia finanziaria.
Lortodossia marxista considera leconomia reale e leconomia finanziaria come
due settori separati, il primo produttivo, il secondo speculativo, attribuendo al primo
una funzione sociale ed al secondo una pura esistenza parassitaria (buono limprendi-
tore, cattivo il banchiere). Lelaborazione teorica delloperaismo italiano ha considera-
to invece queste due entit come due settori integrati, necessari luno allaltro, profitto
e rendita si alimentano a vicenda. Non a caso il testo fondamentale del gruppo di lavo-
ro di Primo Maggio, scritto da Lapo Berti, si intitolava Denaro come capitale
6
. Si con-
clude cos, con questa lettura militante del Terzo libro, il ciclo di elaborazione teorica e
di interpretazione de Il Capitale di Marx iniziato nel 1960 con la lettura del Primo libro
e proseguito da Mario Tronti con lanalisi del Secondo libro. Quello che era stato allini-
zio un procedimento non programmato, diventava, in un arco di tempo di un quindicen-
nio (1960-1975), un ciclo completo.
A partire dal movimento del 77
Dobbiamo ora affrontare il periodo nel quale gli operaisti (o i superstiti delloperaismo
a seconda che si voglia far concludere la loro vicenda politica con gli anni 60 o meno)
abbandonano una lettura di Marx il pi possibile fedele al testo ma tutta tesa a offrir-
ne uninterpretazione innovativa e coerente con lattivit pratica, con la militanza di
ogni giorno, coerente con le osservazioni e le analisi sociologiche della realt in trasfor-
mazione del neocapitalismo, e si dedicano invece a una lettura pi libera, lasciando-
si influenzare semmai da correnti filosofiche contemporanee, prima tra tutte il foucaul-
tismo. In questa fase latteggiamento prevalente quello di andare, secondo il titolo di
uno scritto di Toni Negri, oltre Marx
7
. una fase che ha una data dinizio precisa. An-
cora una volta le posizioni teoriche non sono frutto di unelaborazione astratta di pen-
siero ma sono il risultato di esperienze concrete, il riflesso di avvenimenti che presenta-
no caratteri molto diversi da quelli osservati nei cicli di lotte precedenti.
5
S. Bologna, Moneta e crisi. Marx corrispondente della New York Daily Tribune, in S. Bologna, P. Carpi-
gnano, A. Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974.
6
Su Primo Maggio si veda: C. Bermani, La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma 2010,
con allegata la raccolta completa della rivista su DVD.
7
A. Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma 2010 (1 ed., 1979).
Loperaismo italiano
215
Il punto di partenza il movimento del 77, un movimento che non nasce dalle
fabbriche n dalluniversit, ma che coinvolge alla fine anche fabbriche ed universit,
un movimento che vede allavanguardia i lavoratori dei servizi, la societ terziaria, ed
i giovani del lavoro precario, occasionale, i giovani che rifiutano la condizione di sa-
lariati, preferiscono gestire in maniera indipendente il loro tempo di vita, non hanno
nessun senso di inferiorit verso la classe operaia, guardano con diffidenza alla fab-
brica, vogliono tenersene lontani, hanno altri problemi che i loro colleghi del 68 non
avevano, in primo luogo il problema della droga, sono pacifisti sostanzialmente e non
violenti, quindi contrari alle Brigate rosse e allAutonomia operaia, percepiscono il PCI
come una struttura di controllo e la CGIL, il sindacato, come uno strumento di coope-
razione con il padronato, sono libertari e individualisti, antimarxisti e antileninisti, in
un certo senso anticipano il crollo del Muro di Berlino, non vogliono saperne di tradi-
zioni, vivono una situazione di Anno Zero, disprezzano la militanza dei gruppi ex-
traparlamentari, li considerano una scimmiottatura dei partiti tradizionali, si sentono
cittadini a pieno titolo della societ dello spettacolo, vivono in un mondo di rap-
presentazioni virtuali, nel mondo dei media, dei linguaggi televisivi e musicali, dei lin-
guaggi simbolici.
un movimento che mette laccento sulla persona, che mette in primo piano i fat-
tori soggettivi, lo slogan il personale politico della prima generazione di femmini-
ste diventa uno slogan molto popolare ed esprime una radicalit etica che convive con il
cinismo di molte forme espressive. Letica del militante marxista viene considerata una
maschera che pu celare comportamenti personali ambigui, i compagni vengono con-
siderati persone che parlano bene e razzolano male. La tentazione da parte della Sinistra
istituzionale e leninista di considerare questo movimento un movimento anarco-fascista
era forte, molti militanti del PCI, molti ex sessantottini guardavano a questo movimen-
to con repulsione, con disprezzo. I gruppi armati li guardavano con altrettanto disprez-
zo ma capivano che il senso di radicalit che pervadeva il movimento poteva offrire un
buon terreno di reclutamento (che cosera pi radicale della lotta armata urbana?).
Il fenomeno del 77 lasciava sconcertati, era incomprensibile con la vecchia razionali-
t delle categorie marxiste-leniniste, usciva dagli schemi del pensiero politico occidenta-
le. Non aveva n leader n punti di riferimento fermi con cui dialogare, con cui trattare,
era interamente postfordista ma non lo sapevamo ancora. Il movimento dellAutono-
mia, che faceva riferimento in parte a Toni Negri, si butt a capofitto cercando di inte-
grarsi e di integrare il 77 nei suoi paradigmi, ma fu travolto dai gruppi armati che erano
un concorrente su quel terreno molto pi agguerrito. Ciononostante il movimento
dellAutonomia, proprio perch grazie a Toni Negri aveva cominciato a prendere di-
mestichezza con la filosofia di Foucault e poi, in particolare, con lelaborazione di Gilles
Deleuze, riusc a cogliere esattamente alcune caratteristiche del 77 ed a dotarsi di stru-
menti analitici in grado di affrontare tutto il periodo successivo.
Il gruppo di Primo Maggio, fu incerto e diviso di fronte al movimento del 77. La
tesi dei compagni maggiormente influenzati dal pensiero di Foucault era che il sogget-
tivismo e lindividualismo manifestatisi nel movimento del 77 erano la naturale reazio-
ne dinsubordinazione alla microfisica del potere, il dominio capitalistico non si mo-
dellava su un solo sistema disciplinare, quello della fabbrica, ma si articolava in maniera
molto complessa utilizzando molteplici modelli di controllo che entravano nella vita in-
Sergio Bologna
216
dividuale delle persone e nella loro struttura affettiva ed emotiva. Pertanto il bisogno di
liberare il soggetto e di liberarlo anche da tutte le ideologie totalizzanti, marxismo e
comunismo compresi, era il percorso pi autentico e pi appropriato di ribellione.
Limpostazione che, con altri, propugnavo era diversa. Non si partiva da Foucault
ma dalle trasformazioni del modo di produzione. Il lavoro di inchiesta che Primo Mag-
gio aveva continuato a portare avanti con gruppi di lavoratori di diversi settori, i tra-
sporti, la Pubblica amministrazione, non direttamente legati alla fabbrica, aveva con-
sentito di cogliere alcune trasformazioni profonde del modo di produzione e di entrare
in contatto con culture del lavoro diverse da quelle delloperaio dellauto o della chimi-
ca. Ci eravamo resi conto che la produzione veniva frammentata e decentrata in piccole
unit produttive, che molti ex operai diventavano artigiani prima e piccoli imprendito-
ri poi, che tornava di nuovo dattualit il lavoro a domicilio, che iniziava un periodo di
radicali ristrutturazioni nelluniverso delle grandi fabbriche, con possibili licenziamen-
ti di massa. Il sistema di ammortizzatori sociali della cassa integrazione offriva una so-
luzione provvisoria, espelleva i lavoratori dalla fabbrica senza licenziarli, era una forma
di finanziamento allimpresa, una forma di compromesso con la forza lavoro, che subiva
una riduzione del reddito ma non perdeva il diritto alla previdenza sociale, allassisten-
za malattia e alla pensione.
La compattezza monolitica della fabbrica fordista stava dunque per sgretolarsi in
una miriade di unit produttive variamente collegate tra loro, la stessa catena di mon-
taggio veniva sostituita con le isole di produzione, interi segmenti del ciclo produttivo
venivano automatizzati, la fabbrica cambiava dentro e fuori. I settori del lavoro terziario
erano stati investiti anchessi dalla spinta delle lotte operaie, interi comparti della Pub-
blica amministrazione dove in genere non si scioperava ed i lavoratori erano divisi in pic-
coli gruppi corporativi, dove la classe sociale dominante era la piccola borghesia, si muo-
vevano come alcuni anni prima si erano mossi gli operai di fabbrica. Di grande interesse
politico fu lattivit svolta da Primo Maggio con i lavoratori dei trasporti, in partico-
lare con i portuali, cui si aggiunsero poi i facchini dei magazzini, i camionisti, le hostess
dellAlitalia, i lavoratori delle ferrovie. Erano settori che avevano una lunga e gloriosa
tradizione di lotte, ormai dimenticate, sia in Europa che negli Stati Uniti.
Dentro questa profonda trasformazione del modo di produrre, cogliendo i primi sin-
tomi del passaggio da una societ fordista a una societ postfordista, sembrava di poter
capire anche la trasformazione dellidea di lavoro o delletica del lavoro (o del non lavo-
ro) della nuove generazioni. Perci tutto il processo di innovazione degli strumenti ana-
litici doveva ruotare attorno ai nuovi significati che lidea di lavoro stava assumendo e
avrebbe potuto assumere. Ma il 7 aprile 1979, come detto, ci fu unondata di arresti nel-
la quale rimasero coinvolti compagni e colleghi: era linizio di una campagna repressiva
senza precedenti. Contemporaneamente iniziava londata di licenziamenti ed espulsioni
dalle fabbriche dei militanti operai. Molti dovettero trovare altre forme di esistenza, fu-
rono di grande aiuto le reti di contatti internazionali costruite dai primi anni 60, anche
se non cera unorganizzazione alle spalle che poteva tutelarci, si disponeva di una rete di
amicizie molto solida ed affidabile, la solidariet stata davvero straordinaria e ha con-
sentito non solo di superare quel periodo difficile ma di venire a contatto con nuove re-
alt, nuove esperienze, nuovi stimoli intellettuali che hanno permesso di continuare il la-
voro di elaborazione teorica e di analisi critica fino ad oggi. Alcuni che scelsero la strada
Loperaismo italiano
217
dellemigrazione e dellesilio non sono pi tornati, molti sono morti anche in seguito al
logoramento fisico e psicologico subito negli anni del carcere, tra questi alcuni della pri-
ma generazione di operaisti come Luciano Ferrari Bravo e Guido Bianchini.
Lavoratori autonomi e rivoluzione tecnologica capitalistica
Nel mio caso dovetti cominciare una nuova vita procurandomi un reddito come lavora-
tore indipendente, come freelance, mettendo a frutto le conoscenze che avevo accumu-
lato nel lavoro di Primo Maggio nel settore dei trasporti di merce. La nuova situazio-
ne esistenziale consentiva di riprendere la riflessione sui temi appena abbozzati nel 77
ed in particolare sul tema del lavoro autonomo e della fuga dal lavoro salariato in una si-
tuazione e in un contesto di organizzazione del capitale che ormai aveva assunto in Ita-
lia e altrove i connotati del postfordismo dispiegato. Dopo cinque-sei anni di attivit
come Selbstndige ero in grado di poter comunicare le mie riflessioni e di contribuire in
tal modo ad arricchire la galleria di figure sociali paradigmatiche che loperaismo aveva
prodotto (il militante politico di base, loperaio-massa, loperaio multinazionale, lope-
raio sociale) con una nuova figura, quella del lavoratore autonomo di seconda gene-
razione. Seguendo il procedimento tipico delloperaismo cominciai ad esporre le mie
tesi nel 1991 nella rivista Altre ragioni, sottoponendole al giudizio e alla discussione
di molte persone, lasciai che il pensiero giungesse a maturazione grazie ai contributi di
altri e alla riflessione su nuovi fenomeni che avevo trascurato e pubblicai le Dieci tesi
soltanto sei anni dopo presso Feltrinelli in un volume di vari autori curato assieme ad
Andrea Fumagalli
8
. Possiamo quindi confermare che una delle caratteristiche del lavo-
ro teorico del filone operaista in Italia la lunga gestazione delle idee, un processo ap-
parentemente lento, in realt ricchissimo di nuovi stimoli e contributi, prima di giunge-
re a maturazione, che realizza un prodotto intellettuale che porta il nome dellautore ma
in definitiva unopera dellingegno collettivo, del General Intellect.
Le Dieci tesi sul lavoro autonomo di seconda generazione vogliono dimostrare com
cambiato radicalmente il modo di lavorare con il postfordismo. Scelgono quindi la figu-
ra del freelance non perch una figura maggioritaria, ma perch quella che contiene
in s le maggiori diversit rispetto al modo di lavorare fordista, sia quello degli operai
che quello degli impiegati e dei tecnici. I cambiamenti pi profondi riguardano lo spazio
e il tempo. Il freelance non ha un luogo di lavoro, grazie al computer portatile e a Inter-
net pu lavorare ovunque, non perci parte di una comunit che tutti i giorni si trova
nello stesso luogo (lufficio) alla stessa ora ed esce da quel luogo alla stessa ora, un in-
dividuo isolato; il suo contratto di lavoro non prevede un orario, una presenza, n preve-
de un rapporto di dipendenza dal datore di lavoro (committente), la sua autonomia pu
essere una trappola, perch egli dipende economicamente dal suo committente ma non
ha un rapporto di dipendenza che gli permetta di disubbidire, solo e non pu sciope-
rare, lo sciopero unazione collettiva per definizione, quindi il freelance opera in una
8
S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione:scenari del postfordismo in Italia, Fel-
trinelli, Milano 1997.
Sergio Bologna
218
condizione di debolezza sociale mascherata da guadagni che sono apparentemente su-
periori a quelli di un lavoratore dipendente che svolge le sue stesse mansioni. Apparen-
temente superiori perch in realt i suoi guadagni sono lordi, a quei guadagni debbono
essere dedotte le imposte sul reddito, che in alcuni casi sono del 50%, la percezione del
proprio reddito reale non immediata.
La sua retribuzione non un salario cio non destinata a riprodurre la sua forza la-
voro, un compenso svincolato dai suoi bisogni di vita e pu essere erogato con gran-
de ritardo, quando il lavoro stato consegnato da tempo. Ma la situazione di inferiori-
t sociale in cui si trova il freelance diventa palese quando si prende in considerazione
la sua mancanza di diritti sul piano del welfare. Non ha diritto allassistenza malattia,
allindennit di disoccupazione, alla pensione. Si parla qui del lavoratore indipendente
di seconda generazione. Che cosa vuol dire? Che diverso dal piccolo commerciante,
dal contadino e anche dal notaio, dallavvocato, dal medico, dallarchitetto, dal giorna-
lista professionista, da tutte quelle professioni liberali che in alcuni Paesi sono protette
da Ordini e godono di proprie Casse, di Mutue e di altri strumenti previdenziali. Il fre-
elance di seconda generazione la dimostrazione vivente della miopia politica e dellop-
portunismo dei sindacati europei, che si sono ostinati a difendere solo alcune prerogati-
ve dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato ed hanno lasciato senza protezione
le nuove figure lavorative del postfordismo, i lavoratori precari ed i lavoratori autono-
mi. A questi ultimi stata anzi negata la qualifica di lavoratori, si preferito chiamar-
li imprese individuali e associarli agli imprenditori.
Il fenomeno del nuovo lavoro autonomo comincia a manifestarsi verso la fine de-
gli anni 70 ed determinato da tre processi di trasformazione:
a) le imprese sono alla ricerca di unorganizzazione pi flessibile che le porta a tra-
sferire allesterno determinate competenze o ad acquisirle sul mercato;
b) le Amministrazioni pubbliche, pressate da vincoli di bilancio, seguono pi o
meno la stessa strada;
c) il cambiamento degli stili di vita e lemergere di nuovi consumi di massa creano
una serie di servizi alla persona che prima non esistevano o esistevano sotto altre forme.
Questi tre processi subiscono una forte accelerazione con il diffondersi delle tecnologie
informatiche che cambiano il modo di lavorare e di comunicare e consentono di sostitu-
ire la rete allorganizzazione proprietaria. Quando cominciai a scrivere le Dieci Tesi
non avevo alcun riferimento storico o teorico nel campo marxista, non cera nessun pas-
saggio de Il Capitale, delle Teorie del plusvalore, dei Grundrisse o di altri scritti che po-
tesse aiutarmi. Mi trovavo veramente in una situazione al di l del marxismo, la rivolu-
zione tecnologica del capitalismo aveva aperto con linformatica unepoca nuova ed era
inutile tentare di forzare il pensiero marxiano per trovare degli agganci impossibili.
Le Dieci Tesi furono accolte dal personale politico residuo della Sinistra italiana
con scetticismo e indifferenza, mentre furono accolte con rispetto e attenzione da parte
di alcuni settori del movimento delle donne, perch nel lavoro indipendente delle nuove
professioni le donne sono presenti in misura rilevante. La rivoluzione prodotta dallin-
troduzione delle tecnologie di rete e dallinformatica, dai sistemi di comunicazione via
Internet, forse la pi grande rivoluzione del modo di produzione capitalistico dallepo-
ca dellinvenzione del motore a scoppio. Ha trasformato lorganizzazione dellimpresa,
che diventata sempre pi unimpresa a rete, ha trasformato il modo di lavorare, au-
Loperaismo italiano
219
mentando enormemente la produttivit del lavoro, ma ha anche aperto delle possibilit
nuove di comunicare, di esprimere la propria opinione, di organizzarsi collettivamente,
di trasmettere delle informazioni senza dover passare per le istituzioni politiche, sinda-
cali, culturali e mediatiche.
Conclusione
Posti oggi di fronte allinterrogativo su quale stato il rapporto tra loperaismo e il
pensiero comunista avremmo una certa difficolt a rispondere. Innanzitutto perch do-
vremmo prima specificare a quale delle diverse fasi del pensiero del comunismo ci si ri-
ferisce ed in secondo luogo perch dovremmo anche specificare di quali operaisti sin-
tende parlare. Rispetto alla prima questione, non c dubbio che loperaismo italiano
abbia attinto al pensiero delle correnti del protocomunismo dei primi anni 20, quelle
che traevano origine dal comunismo consiliare ma che sarebbero state ben presto tra-
volte o integrate o emarginate dallorganizzazione dei partiti comunisti, andando a for-
mare la galassia del Linkskommunismus.
Per quanto riguarda la seconda