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UNIVERSIT DI MILANO
FACOLT Dl LETTERE E FILOSOFIA
SERIE PRIMA
FILOLOGIA e LETTERATURE CLASSICHE
ALBERTO GRILLI
IL PROBLEMA DELLA
VI TA CONTEMPLATI VA
NEL MONDO GRECO- ROMANO
FRATELLI BOCCA EDITORI , MI LANO < ROMA
Prima edizione: 1953
Printed in Italy - Stampato in Italia Propriet riservata
FRATELLI BOCCA EDITORI
Milano - Via Visconti di Modrone, 27
Roma - Via Qui nt i no Sella, 69
Matri, magistro, uxori.
La presente ricerca vuole studiare il problema della
vita contemplativa nel mondo culturale greco-romano:
perci ne sono rimasti sostanzialmente esclusi Platone
e Plotino, non perch in essi non compaiano elementi
contemplativi che anzi gi altri li hanno studiati ,
ma per il carattere metafisico o mistico che questi in loro
assumono e ancor pi perch si sono avuti presenti tra
i filosofi quelli il cui influsso ha maggiormente agito
sul mondo di cultura. Per questo hanno invece speciale
rilievo Epicuro, Panezio, Seneca; mentre Democrito e
Aristotele vi sono trattati solo in quanto fonti cui pi
tardi si attinto:
Mi assai caro esprimere qui quanto devo al mio
maestro Luigi Castiglioni, che mi ha confortato a questa
ricerca e mi stato largo di aiuto e di consiglio:
Milano, aprile 1952
ALBERTO GRILLI
S O MMA R I O
A V V E R T E N Z A . . pag. 7
S OMMA R I O 9
I N T R O DUZ I O N E 13
CAPITOLO PRIMO 33
LA C O N T E MP LA T I V I T A S S OLUT A DE LL' E P I C UR E I S MO . L'e-
donismo epicureo (p. 33) Aponia e atarassia (p. 41)
La reoctSela contemplativa di Epicuro e la po-
lemica contro la 7tai8ea tradizionale (p. 43) Gli
elementi fondamentali del pio? &e<op7jTixs epicureo:
a) avversione per la fama e per la folla (p. 48);
b) il jx-Jj TcoXtTSiSea&cu (p. 59) c) Y'otium (p. 64)
d) l'eliminazione di societ e famiglia (p. 69)
Conclusione (p. 84).
CAPITOLO SECONDO T 89
LA C O N T E MP LA T I V I T R E LA T I V A DE LLO S T OI CI S MO. L' at-
tuosit teorica dello stoicismo antico e il suo
temperamento in Crisippo (p. 89) Sviluppi ul-
teriori nello stoicismo di mezzo (p. 99) Lo stoi-
cismo imperiale: Musonio, Epitteto, Marco Au-
relio (p. 102) Conclusione sulla contempla-
tivit relativa dello stoicismo fin qui esaminato
(p. 107) Panezio e la sua concezione dell'uomo e
della vita (p. 108) Elementi che vi concorrono:
L'ideale di un $lo<; #ecop7)Tix<; secondo Aristo-
tele (p. 125) e la controversia tra Dicearco e Teo-
frasto (p. 129) Democrito e la tradizione elleni-
stica (p. 133) Panezio e Democrito. Tratti fon-
damentali del Ilepl e&uu.ta<; paneziano (p. 137)
Conclusione (p. 161).
CAPITOLO TERZO . . . . . . . . . 167
LA V I T A C O N T E MP LA T I V A N E LLA C U LT U R A E LLE N I S T I C A
E R O MA N A . C ULT UR A E F I LO S O F I A : S E N E C A . Pessi-
mismo e desiderio del ritiro nella poesia e nel pen-
siero dell'et ellenistica (p. 167) Sviluppo del-
l'ideale del pio? 8'etopTjTixe nella societ romana : Cice-
rone (p. 192); l'et di Augusto (p. 200); l'alternanza
dei due {3(oi, l'attuoso e il contemplativo (p. 204)
10 Sommario
Se ne c a: i di al oghi cont empl at i vi nel l a vi t a del
filosofo (p. 217); i l de brevitate vitae (p. 230); il de tran-
quillitate animi (p. 236); i l de otio (p. 249) L a
si nt esi del l e Epistole senecane (p. 261) Concl u-
si one su Seneca (p. 278).
RIFLESSI DELLA VITA CONTEMPLATIVA NEL MONDO CRI-
STIANO. Il neopl at oni s mo (p.283) I Vangeli (p. 288)
Gl i Atti degli Apostoli e l e Epistole neot es t amen-
t ari e (p. 292) Fus i one del l ' i deal e cri st i ano nel
mondo occi dent al e (p. 299) e nei Padr i del l a Chi esa
greca del I V secol o (p. 306) Ri t or no al l ' i deal e
eut i mi st i co (p. 323) Concl usi one del l a ricerca
(P- 344)-
I ndi ce dei nomi e dei passi ci t at i (p. 349) I ndi ce dei
t ermi ni pi si gni f i cat i vi (p. 361) .
CAPITOLO QUARTO 283
INDICI
349
INTRODUZIONE
I N T R O D U Z I O N E
Ad un dato momento della storia della Grecia
gi allo scorcio del V e lungo il IV sec. av. Cr. si
deve notare come a grado a grado si scuota, si sgretoli,
si frantumi tutta una tradizione. Le lotte intestine
non fanno strage solo tra citt e citt, ma entro le
mura di ognuna di esse e nell'ambito delle grandi le-
ghe avverse; il governo dello stato ad Atene si sente
sempre meno sicuro, passa in mano ai demagoghi,
finisce in quel miserevole esperimento della oclo-
crazia, che suscita la ribellione dei benpensanti e
degli intellettuali naturalmente conservatori; il com-
mercio, divenuto internazionale, crea nuovi contatti e
nuovi vincoli, che staccano l'uomo dal suo ambiente
limitato nella visuale del mondo ellenico; le tradizioni
patrie, politiche, religiose cedono e vanno sfumando
nel sorger della critica del pensiero filosofico, e lasciano
un vuoto incolmabile nella vita pubblica e privata del-
l'individuo. Se ben si guarda, chiaro che tutti questi
fattori non sono isolati, n agiscono singolarmente, ma
intrecciano in modo diverso a seconda delle circostanze
contingenti i loro influssi e i loro effetti. Fazioni e lotte
interne, sostituzione delle classi sociali al potere, in-;
troduzione di novit dall'esterno stimolano e accentuano
l'azione logoratrice delle cause pi immediate sulle
tradizioni e favoriscono gli screzi interni, lo sfasciarsi
dei legami famigliari, lo spirito avventuroso e com=.
mercial, gi sviluppatissimo nel popolo greco.
14 Vita contemplativa
Lo sprito greco, e in particolare quello ateniese,
aveva dopo le guerre persiane preso gusto alla
cultura, quella che i sofisti gli offrivano varia, piccante,
mordace a volte, sempre col sorriso un poco scanzonato,
se non canzonatorio, del loro relativismo.
Da tempo ormai il senso religioso svaniva in quella
irriverenza che esce in ironia incredula per divinit
incapaci a tutelare la citt e la societ che parti colar-:
mente le aveva venerate, le aveva scelte come benevole
patrocinatrici a difesa dei propri interessi (
1
). Quando
il mondo ufficiale non ammetteva ancora questa man-
canza di religiosit, la crisi morale veniva gi a galla
nell' arte: lo scherno pensato di Euripide, che avanza
armato di filosofia, di quella pericolosa filosofia sofistica,
che nasce e vi ve in Grecia, dall' Asia alla Sicilia, perch
risponde alla condizione spirituale che si veniva for-
mando. Ma lo stato non poteva ammettere il relati-:
vismo assoluto, n le sue comode formule, minatrici
temibili della cosa pubblica. Cos si spiegano le numerose
accuse d' empiet durante il V e il I V sec, difesa vana
di uno stato che cercava di salvaguardare il patrimonio
pi essenziale: la religione. Quindi logico che a difesa
della religione e dell' ortodossia si levi proprio la com3
media di Aristofane, contro Socrate ed Euripide:
Aristofane aristocratico e cos conservatore non poteva
vedere di buon occhio le innovazioni. Del resto anche
la sua ortodossia sar piuttosto da prendere come
forma di tradizionalismo che come reale, convinta
fede; tanto pi, appunto, che la fede ufficiale, la reli-:
gione di stato era un' arma potente, l' unica che aveva
sempre aiutato gli aristocratici a conservare la passata
i
1
) L a specul azi one gi con Anas s agor a a v e v a i ncomi n-
ci at o a scal zare l e basi del l a ve c c hi a concezi one rel i gi osa. Pr o -
t agor a a v e v a poi f at t o un pas s o i nnanzi di chi arando di non
pot er af f ermar nul l a i nt orno agl i dei ; e di qui deri vano t ut t e
le cons eguenze che i l pensi ero filosofico t rasse ai t empi del l a
guerra del Pel oponnes o.
Introduzione 1 5
superiorit sui TTOXXOL Una figura caratteristica
di questo tempo anche per la sua assidua religiosit
Senofonte; ma in questa religiosit, che pure appare
continuamente nella sua opera e nella sua vita, c'
molto un senso di prudente precauzione nei confronti
degli dei. Non c' in lui senso di profonda pietas, ma
la sua religiosit risente di quel culto esteriore nelle
sue forme pi svariate e popolari, che si ritrova in
tutta la societ del tempo, la quale attendeva scru-
polosamente ai misteri eleusini e ascoltava Hermes
dire nel Fiuto : La patria l dove si sta bene ,
colmo di scherno su un dio e sugli uomini
Anche l' autorit del pi vecchio, che aveva da se-:
coli retto il mondo patriarcale, famigliare, statale della
Grecia e dell' Attica, scompare. Nel complesso utopi-
stico del tempo immediatamente successivo alla guerra
peloponnesiaca Platone tenta di ricostruire una unica
grande famiglia sui generis nello stato, ma cade in
una forma di comunismo che per noi moderni offre
qui il suo lato pi spiacevole:
Oltre a questi problemi di carattere morale, ad altri
ancora era legata la caduta dello stato, di cui l' aspetto
politico non che una conseguenza. La Grecia alla
fine del I V sec. si era venuta a trovare di fronte a un
grande cozzo, che poteva in parte aver paragone con
le guerre persiane: se le stesse citt che avevano vit-:
toriosamente respinto Dario e Serse non riescono questa
volta a respingere Filippo e Alessandro, questo si deve
certo in buona parte alle diverse capacit del nemico e
alla diversa situazione del regno persiano e di quello
macedone, ma anche non si pu trascurare un insieme
di mutamenti che si sono venuti realizzando in Grecia
(') Aristoph. Plut. 1151. Vedi Mahaffy, A history of clas-
sical Greek Literature 11,2,46 e 55; R. Cohen, Athnes, une
dmocratie, p. 162, dice giustamente di questo popolo ateniese
che era "pieux aimablement et sans profondeur".
dopo il 480. L' economia ellenica, che era particolar-
mente legata al suolo, sia sotto la forma dell' alleva-
mento nelle regioni settentrionali, come la Tessalia,
sia sotto la forma della coltivazione diretta del suolo
in tutte quelle zone dove il terreno lo permetteva,
nel corso del I V sec. era andata modificandosi. Anche
la conservatrice Sparta incominciava a vedere sosti-
tuita alla piccola propriet privata una modesta forma
latifondistica, per cui la piana laconica veniva a pas-
sare gradatamente in possesso di un ridotto numero di
persone; ma nell' Attica pi che in altre regioni era
particolarmente sentito il problema agricolo, anche per
il suolo povero, se pur adatto a produrre frutti d'ogni
specie. Comunemente si dice che gli Ateniesi furono un
popolo che volontieri vi veva in campagna e ne onorava
il lavoro (
1
). Ma quando la vita politica prese un tal
piede da attrarre come occupazione quotidiana anche
il semplice cittadino, quando le scorrerie spartane re-
sero pericolosa la vi t a campagnola e fecero rifugiare in
citt, volenti o nolenti, molti che abitavano le cam-
pagne, quando lo splendore e le comodit della vita
cittadina incominciavano a far dimenticare quella cam-
pagnola, faticosa e che esigeva sacrifici anche fisici (
2
),
rimase attivo come prima il lavoro agricolo ? Prima
della guerra peloponnesiaca la maggior parte degli At e-
niesi abitava in campagna, anzi ai tempi di Clistene
ai diecimila abitanti della citt si opponevano 80.000-
90.000 campagnoli dell' Attica (
3
) ; ma le condizioni
(*) Cfr. anche Boe c kh, L'economia politica degli Ateniesi, 1, 8;
Gl ot z, he travati dans la Grece ancienne, Pari s, 1920, p.213 e 277;
che ci i n un cert o peri odo si a s t at o vero, pu di most rarl o
anc he I socrat e, Areop.52, che di chi ara che l e case degl i At e ni e s i
erano s t at e pi sont uose i n c ampagna che i n ci t t ,.
(
2
) Ve di Gl ot z, op. cit. p.201-08; Tuci di de, 2, 13, 2, e 14,1,
ci di ce c he fu Peri cl e a f ar ri ent rare dai c ampi l a popol azi one
rural e al l ' i ni zi o del l a guerra del Pel oponnes o.
(
3
) T huc yd. 2, 14, 2 xaX7rc5<; 8 oc-rot? (agli At eni esi )
o*c T ei eia>&svai roq noWoi; v roiq ypoT? St a i x a a ^a i rj
vdcoraai i ; yi yvs- ro. E Bel och, Griech. Geschichte, I , 209, n.
dell' agricoltura furono peggiorate dal continuo smem-
bramento della propriet per via di eredit, di con-
fische parziali, di vendite, di alienazioni per debiti.
Perci male considerevole fu questo sminuzzamento ec-
cessivo delle propriet fondiarie, che mise in disagio
la massa rurale e le fece risentire un imbarazzo notevole
nel riuscire a vivere sul proprio lavoro ; non meno con-
siderevole quello delle conseguenze provocate dalle guer-
re continue: ogni invasione questo vale non solo
per Atene, ma per tutta la Grecia significava una
totale devastazione della campagna, con la distruzione
di beni immobili, attrezzi, culture, con l' abbattimento
degli alberi "da frutta, degli ulivi, delle viti. Ci volevano
anni e capitali per risanare le conseguenze della cata-
strofe e risarcirne i danni: l'esperienza ci insegna che
gli anni delle invasioni e quelli che seguono sono anni
di miseria, in cui il risorgere di ogni sana iniziativa
lento e faticoso. Poich lo sfruttamento oppressivo dello
stato, che per le gravose imposte dirette del tempo
di guerra molto poggiava sulla propriet fondiaria,
rendeva pi scarsi i capitali disponibili, il numero degli
anni non era ancora trascorso, quando una nuova in-
vasione veniva a riportare il possidente nelle disperate
condizioni di prima.
La fine della guerra del Peloponneso segna un disa-
stro definitivo nell'economia rurale ateniese: se ne sal-
vano i possidenti che hanno altre attivit nella metro-
poli e che lasciano uno schiavo a dirigere i lavori e
vivono nel centro dei loro affari; ma il piccolo pro-
prietario, coperto di debiti, continua ad alienare la
poca terra che ha, senza per questo riuscire a viver
meglio in citt, dove, dopo la disfatta, le condizioni
economiche non sono pi floride come una volta
f
1
) Una t es t i moni anza sul l e mi sere condi zi oni i n cui si
t r o v a v a l a ci t t ci dat a da I socrat e, pac. 127-28, do ve s i l a-
Ma un disastro pi grave, che investir anche industrie
e commerci, sar quello susseguente alla conquista ma-
cedone. La miseria che grava tutta la Grecia minaccia
di svuotarla di uomini: le conquiste orientali di Al es -
sandro accentuano queste tendenze, offrendo nuove co-
lonie, nuove avventure e nuovi eserciti ai giovani su
cui le miserie gravano inesorabili, tanto pi che l' Oriente
con gli immensi tesori che Alessandro aveva aperto'
all' Occidente accresce il desiderio di benessere. I gi o-
vani delle isole si arruolano come rematori nelle flotte
(e guadagnano bene); quelli del continente si arruolano-
come mercenari (
1
). Ma, d'altro lato, non difficile
vedere come questi mercenari significhino anche la
scomparsa del senso del dovere civico nel cittadino.
Se questa la condizione che, iniziatasi nel 432,
ha continuato a peggiorare fino a tutto il I I I s ec,
quando vediamo in Senofonte, Aristotele e Teofrasto
le lodi dell' agricoltura, come dobbiamo giudicarle?
consuetudine vedervi una conferma di quell' amore de-
gli Ateniesi per l'agricoltura, amore che li avrebbe spinti,
se non a lavorar la terra, a onorare questo lavoro.
Ma certo in parte diversi erano gl' intendimenti di Se-
nofonte e di Aristotele nel lodare la vita dei campi (
a
).
Senofonte dice che nemmeno le persone pi benestanti
me nt a 7rX?i&o<;... yjfi&v > Si axelu-evov (jnr)8va T & V
7t oX i T&v fjSws 7jv (/7]8 pqc#{ji<><;, XX' Supfxuv (aeoT'Jjv c l va t
-fjv irXtv.
(*) Mercenari da va no i n genere l e regi oni me no progredi t e
e pi povere, c ome Ar c adi a e A c a i a ; ma do vunque c ' e r ano
poveri , se I socrat e (I V, 146) nt a a di eci mi l a quel l i che pr e-
ser o par t e al l a spedi zi o ne i n Asi a, per l a maggi o r par t e ot Sta
pauX T-yjTai; v Tal ? auT&v ox. oloi T ' ^ o a v Y JV. Un not evol e
afflusso di sol dat i si era gi i n precedenza a vut o al s er vi zi o
del Gr a n Re , s peci al ment e quando, dopo che l a bat t agl i a di Cu-
nassa a v e v a mos t rat o evi dent e l a superi ori t dei Greci sui
barbari , i re di Pers i a presero ad arrol are mercenari gr e c i
per l e l oro guerre. Cfr. anc he Kae r s t , Geschichte des Hellenismus,
1947
3
, I, 114- 15 e 129.
(
2
) Ve di anche Lucci oni , Les ides politiques et sociales de
Xnophon, 1946, p. 95 e Gl ot z, op. cit. p. 294.
possono fare a meno dell'agricoltura, perch l'occuparsi
di essa al contempo un diletto, un mezzo per accre-
scere il patrimonio (otxoo ao-yj<ri^) e un esercizio del
fisico per renderlo atto a fare ci che si conviene a un
uomo libero. Ed la terra che produce per chi lavora
i prodotti di prima necessit, come anche tutto il re-
sto, purch l'uomo sappia sopportare il freddo e il
caldo e i disagi : tanto che a chi la coltiva essa d mag-
giori forze; Inoltre la terra sprona, a- difenderla con le
armi e allo stesso tempo ci fa atti alla guerra. E ancora
si 4eve aggiungere che la terra, essendo una divinit,
insegna la giustizia a chi in condizioni d'apprenderla
e che l'agricoltura rende assai nobili di carattere coloro
che la praticano Dal canto suo Aristotele, pi
esplicito, afferma che il popolo dedito all'agricoltura
ottimo, tanto che possibile formare una democrazia
l dove la massavive sull'agricoltura o sull'allevamento.
Infatti, data la scarsit di beni, non pu perdere
tempo e rinuncia perci a cianciare in assemblea (8i
# T \iq 710XA7JV O CTIOCV e^eiv a^oXo;;, O>CTTE ox ex-
xXYjcri^Eiv); e per il fatto che mancano dei mezzi di
prima necessit, usano del loro tempo per i loro lavori e
non stanno a desiderare i beni d'altri, perch certo pi
gradevole lavorare che darsi alla politica e alle alte
cariche l dove dalle magistrature non c' da avere
grandi profitti (
2
).
In tutti questi passi l'affermazione pi degna di
nota che un popolo di agricoltori sia il pi giusto (
3
);
ma altrettanto interessanti possono essere le espressioni
frequenti che sostengono come l'agricoltura sia meri-
toria in quanto rende robusti corpo e animo, facendoli
atti alla guerra.
Queste non sono lodi, sono giustificazioni del lavoro
(') X e n . oec. 5, 1-2, 4, 7-8, 1 2 ; 15 , 12.
(
a
VAr i s t . polit. 4, i 30oa 6; 13180 9.
(' ) Cos anc he [ Ari s t ] , oec. 1343 a.
di campagna: c' in tutte una nota di rimpianto,
forse gi un desiderio, un bisogno della vita semplice,
non solitaria, ma lontana dal tumulto demagogico della
citt; e pi di tutti lo dimostra Senofonte, che dopo
aver lodato l'agricoltura come arte, lavoro e vita di po-
polo libero deve accontentarsi di dare consigli pra-
tici solo per quanto riguarda la coltivazione cui ac-
cudiscono schiavi
Che si tratti di elementi utopistici si ricava dal
confronto tra Senofonte e Aristotele, che giungono a
conclusioni opposte: per il primo l' agricoltura produce
otxou a ur a t e ; , mentre quest' ultimo trova in essa ca-
ratteristico T [iy\ 7toXA7]v ocuav ' ^ei v. Direi quindi che
Senofonte e Aristotele vedessero la vita campagnola
dei secoli precedenti come un ideale, avendola travestita
di quelli che erano gli elementi secondo loro necessari
per avere una polis e una politeia perfette (
2
).
La decadenza dell'economia rurale tutta a van-
taggio del vigoroso sviluppo del commercio: si tratta
di un commercio multiforme ed esteso, effettuato tutto
per mare e su navi greche, per lo pi ateniesi o corinzie,
l fenomeno generale, ma anche qui acquista una posi-
zione particolare l' Attica. logico che appunto un
paese povero di prodotti naturali in genere, favorito da
porti splendidi lungo coste sviluppatissime e ricche di
di approdi si sia rivolto al mare per cercare possibilit
di vita migliore attraverso il commercio e l'impor-
tazione.
Per l' Attica si tratta di una vera necessit, perch
(
J
) Il che, se ce ne fosse bi sogno, ci c onvi nc e che, al meno
per una t e nut a di una cert a ent i t , l a mano d' opera l i bera nei
c ampi do ve va essere scarsa.
(
2
) Pe r mos t rare c ome Senof ont e si a il punt o di par t e nza
di una l unga t radi zi one ret ori ca i n cui l a c ampagna i deal i z-
zat a ri corder c ome gl i el ement i st essi c ompai ano i n un i nsi -
gne rappres ent ant e di una corrent e cul t ural e assai l ont ana nel
t e mp o e nel l e concezi oni , L i bani o (land, agric. 4, VI I I , 262)
i nf l uenzat o anche da Pl at . Theaet. 173 ed.
manca il grano necessario alla nutrizione di una po-
polazione che aumenta sempre pi in citt e diminuisce
progressivamente in campagna. I dati del 329-28 ci
dicono che, contro 395.000 medimni di frumento pro-
dotti dall' Attica, ne furono importati 1.600.000 dal
Ponto Eusino e altrettanti da Egi t t o e Sicilia si
ammetta pure che si trattava di un anno di scarso
raccolto, ma le statistiche moderne, per quanto basate
su dati piuttosto scarsi e saltuari, sono arrivate a cal-
colare la produzione annua normale a 500.000/600.000
medimni tra orzo e frumento, con quest' ultimo rap-
presentato in una percentuale del solo 10% (
2
): tale
produzione con l' aumento continuo della popolazione
bastava appena per soddisfare ai bisogni dei produt-
tori. Condizioni del genere ci spiegano la necessit di
una politica granaria, che si concreta nell'azione diplo-
matica e militare nei riguardi delle citt trace e ben
giustifica l'impresa di Filippo contro Bisanzio; ma ci
spiegano anche l' andamento dei prezzi dei generi di
prima necessit, che in lenta, ma continua crescita
fin dal V secolo (
3
). Questo complesso di fattori econo-
(*) CI.A. I I , 834 (Cont i di El eusi ) e Gl ot z, op. cit. p. 30g.
(
2
) Gl ot z, op. cit. p. 308; Gui raud, La proprit foncire
en Grce jusqu' la conqute romaine, Pari s , 1893, p. 491. Si
aggi unga che il f rument o de l l ' At t i c a non do ve va essere del l a
mi gl i or resa, se per il nut r i ment o di un at l et a occorreva al
gi orno 1. 1,614 di f rument o beot i co, ma 1. 2,188 di quel l o at t i c o
(Theophr. Hist. pi. 8, 4, 5; Gui raud, op. cit. p. 492).
(
3
) Il Gl ot z, op. cit. p. 285, cal col a che, pos t o i ndi ce 1
al prezzo del f rument o i nt orno al 590, si possano dare gl i i n-
di ci 1,5 vers o il 480; 3 nel 404; 6 vers o il 330. Il prezzo di un
me di mno di f rument o era al l ' epoca di Socrat e di 3 dracme,
nel 340-30 di 9 dr. (e si t r at t a di prezzo f avorevol e, se i due
Eracl i ot i che ne hanno i mpor t at o 400.000 medi mni dal l a Si -
ci l i a meri t ano l ' onore di una i scri zi one, / . G. ed. mi n. 408);
nel 330-24 il prezzo di 5 dr. eccezi onal ment e basso e f rut t o
di una donazi one di un t al e Cri si ppo, ment re il prezzo del
me r c at o i n quel peri odo di scarsi t era di 16 dr. ([Dem] . in
Phorm. 38-39); nel 329/ 28 il rendi cont o gi ci t at o di El e us i
di chi ara c he il p r e z z o fissato dal l ' as s embl ea popol are qui ndi
i l prezzo mi ni mo del mercat o era di 6 dr. A nc he l ' orzo,
al t ro genere di c ons umo i n At t i c a, speci e t ra le gent i pove r e ,
mici non nel suo insieme favorevole ad Atene, anche
se la tassa di transito al Pireo doveva rendere bene;
questo anche perch il commercio non in mana ai
cittadini, ma come del resto l'industria nei tempi
pi recenti esercitato proficuamente dai met eci ^
1
).
Ora dal nostro punto di vista, questo commercio,che
apporta benessere e ricchezza a una notevole cerchia di
persone, stimolo alla caccia di guadagni sfrenati, ad
avventure lontane, a tutto un insieme di vita che si
allontana e dimentica i due centri che avevano sino
ad allora retto la compagine morale-sociale della Gre-
ci a: l' ara degli dei Tzohiovyoi e il focolare della famiglia.
E le condizioni ci appariranno in una luce peggiore,
se pensiamo alla massa dei malcontenti che dovevano
turbulentamente agitarsi nella citt.
* * *
Numerosi elementi, di cui fondamentali quelli qui
sommariamente accennati, minano la vita politica della
Grecia nel I V secolo.
Verso la fine del secolo, la polis perde ogni signifi-
cato. Eppure Isocrate, quando celebrava nel Panegirico
passa da 3 dr. per me di mno i n f ari na al l ' et di Socrat e (Pl ut
tranq. an. 469 B) a 4 dr. ( 3 dr. i n grani ) t ra il 400 e il 350
(/. G. ed. mi n. 135 8, I.45 e 50), per passare a una medi a di 5
dr. i n grani ( = 7 dr. ci rca in f ari na) dal 340 ai 320 ci rca.
Pe r quest i dat i v. Spave nt a- De Novel l i s, / prezzi in Grecia
e a Roma nell'antichit, Pubbl . Ist . St at i s t . K. Uni v. di Borna,
1934, p. 28, 32-33, 49-50 e Gl ot z, op. cit. 285-86.
(') Pe r c omme r c i o e i n d u s t r i , cfr. Be l oc h Griech. Ge-
chichtc, I, 393-437 e II, 336-67, ma saia bene aggi ungere
perch, se pur vecchi e, non sono ancora superat e l e pagi ne
del Bc he r , Zur griech. Wirthschaftsgesch. i n Festgaben fr
A. Schaffte, Tbi nge n, 1901, spec. p. 203-208, i n cui si ri duce
l a i ndust ri a at t i c a a una me di a di 20-30 operai al l a fine del l a
guerra del Pel oponnes o e non rerto ai 120 at t ri bui t i a Li s i a
e Pol e mar c o at t r ave r s o un f rai nt endi ment o del t es t o di in Erath.
8 e 19. Cfr. ancora Gl ot z, op. cit., p. 213; Gui raud, ha main-
d'oeuvre dans Vancienne Grece e Oert el , Zur Fragen der atti-
schen Grossindustrien, i n Rh. Mus. 79 (1930). 230-252.
l'unione di tutti i Greci sotto l'egemonia del re mace-
done, non voleva che tutto ci significasse la fine della
vita politica del proprio paese (ne la prova il Pana-
ienaico), ma un nuovo fiorire di attivit fuori degli
antagonismi campanilistici ; neppure perdeva il concetto
di polis, perch l'autonomismo era un assioma per
chiunque, greco, allora si fosse interessato di politica.
Isocrate quindi il fallimento di una teoria ; anzi pi
dei fallimento di una teoria soltanto, perch Filippo e
Alessandro costringeranno la Grecia a subire quel panel-
lenismo che con altri intenti Isocrate aveva prospettato.
In questo panellenismo muore politicamente la Grecia,
perdendosi la sua caratteristica essenziale di poleis, in
cui lo spirito brillava in funzione del municipalismo
<i solo astrattamente poteva uscire ad abbracciare il
mondo, esso pure greco, che circondava. La scomparsa
della libert politica nelle singole citt fece scomparire
il senso immediato di patria e con esso i nobili senti-
menti che nella patria-polis avevano trovato la loro
ragione di essere. La situazione peggior con i suc-
cessori di Alessandro, la cui politica burocratica e as-
solutista tendeva a soffocare tutte le libere istituzioni
sopravvissute, fino a fare delle citt dei puri e semplici
centri amministrativi.
Tutti questi fenomeni si sommano: le masse impo-
verite, i giovani resi amorali dai filosofi di moda, la
cittadinanza dissoluta nelle sue ricchezze, la libert e
la vita politica spente, l'antica fede senza credenti
perch incapace di soddisfare le anime e le coscienze,
pur cos scosse concorrono a rendere pi spaventoso
il crollo; crollo che avviene tra una apparente indif-
ferenza, come volevano la filosofia del tempo e il timore
della noia.
Esplicitamente possiamo dunque dire che alla fine
del secolo IV la polis muore: non ha potuto resistere
alle lotte interne e alle pressioni esterne, alla azione
del commercio internazionale, al crollo di tutte le tra-
dizioni; ormai non risponde pi a una necessit ben
definita e durante il III secolo, tra le interminabili
discordie del mondo ellenistico, si cerca di salvare que-
sto concetto, che pare ancor vitale. Ma ormai non esi-
ste pi la polis da quando, logora nelle sue istituzioni,
le venuto a mancare lo spirito umano che la faceva
atta a vivere.
* * *
Col crollo della polis contemporaneo e interdipen-
dente lo sfacelo della religione: alla mancanza del con-
trollo sociale risponde la mancanza di controllo dello
spirito. Il x(j[xou TCOTY<; nasce perch ci si allontana
appunto dalla patria-polis, non la si sente pi come
organismo vivente, perch realmente si taciuta nelle
sue voci pi forti, l'utilitaristica della difesa dei singoli
cittadini e la sublime del vincolo religioso comune.
Anzi, non l' uomo che si allontana; chiaro che se
le comunit religiosa e politica che erano i due centri
tra cui si svolgeva la vita quotidiana degli uomini veni-
vano a mancare, la loro mancanza get t ava l' uomo
nell' isolamento della natura ostile. Nulla doveva parere
pi temibile della natura all' uomo abituato a vivere
entro determinati limiti e spazi, concessigli da una tra-
dizione secolare che lo guidava nella vita dello spirito
almeno esteriormente , nella vita politica, nella vita
economico-sociale. Per l'essere sociale l'indifferenza della
natura si mutava in spietata ostilit (
1
). L' appoggio
della societ politicamente costituita ormai non sus-
(*) Quant o si di ce qui non cont ras t a con l ' amore per il
paes aggi o nat ural e che, c ome gus t o o c ome ve zzo, s vi l uppat o
nel mondo el l eni st i co. Di ve r s o guardare al l a nat ura con l ' oc-
chi o del l ' uomo soci al e e ri cercarl a c ome i ndi vi duo i n c ont r as t o
al t urbi ni o del l a vi t a ci t t adi na. Su ques t o ar gome nt o si ve da
pi ol t re c ap. I l i , pagg. 180 s gg.
siste ; i pi saranno perci politicamente e anche social-
mente dei naufraghi, privi di una guida e di una met a
comune-
Viene cos alla superficie, da un bisogno violento
di un' umanit in crisi, la tendenza pi o meno spiccata
dal I I I secolo in gi alla vita contemplativa in genere,
alla vi t a solitaria in particolare. Non ostante quanto
stato affermato e di cui anche noi riconosciamo ap-
pieno il valore , e cio che il Greco non conosce vita
al di fuori della societ politica di cui fa parte, gi
nell' et precedente si era venuto formando un nascosto
ideale di vi t a contemplativa, le cui mosse iniziali hanno
ben seguito il Boll, il Jaeger e R. Mondolfo (*) : Demo-
crito (
2
), Anassagora (
3
), Eraclito (
4
) furono i primi
(*) Bol l , Vita contemplativa, i n Sitzungb. Heidelberg.
Acad. 1920, 8, p. 7- 10; Jaeger, Ueber Ursprung und Kreislauf
des philos. Lebensideal, i n Sitzungb. der Preuss. Akad. d. Wis-
senschaften, 1928, p. 390-421 (vedi l o t r adot t o i n appendi ce
al l ' edi z. i t al i ana dell'Aristotele a pp. 5 5 9- 617) ; R. Mondol f o,
Origen del ideal filosofico de la vida, i n Rev. de Est. clas. (Uni v.
de Cuy o ) , 1 (1944) , 1-34, che appr o f o ndi sce le r i cer che
del Jaeger e gi unge a nuo v i e i mpo r t ant i r i sul t at i . Ve di anche
F . Wehr l i , A # e pt,<aa<;, Lei p z i g , 1931, che conos co sol o at t r a-
ver s o l a r ecensi one del Nest l e, Philol. Woch., 1933, p . 3 s g g .
No t o qui che mi soffer mo sol o al l e di chi ar az i oni aper t e di
pfcos & ' ) 1 < ; e t r ascur o perci quel precedent e l avori o
s ot t erraneo che cos bene ha mes s o' i n l uce il Mondol f o, art. cit.,
p. 22 s gg. , per Par me ni de .
(
2
) Ve d i pe r De moc r i t o pi ol t re, cap. I I , pag. 133 s gg.
(
3
) Il filosofo di Cl azome ne ci c ompar e nel l a t radi zi one
con i col ori carat t eri s t i ci del l ' uomo dewpYixixq: col ui c he
ha l as ci at o perdere le sue ri cchezze (la me de s i ma cos a per De -
mocri t o, Vors. 68 A 15 D. ) , che rcepl T-JJV T U V <pu<nx&v deoiptav
?jv, o 9povx^oi v T WV T T O X I T I X &V, che i ndi ca per pat ri a il ci el o
e af f erma di vi ve r e e<; &eo>piav /jXtou xai oeX^vv)? xai opavou
{Vors. 59 A 1 D. == D. L . 2,7 e 10; A 29-30 D. ) . L a st essa affer-
mazi one at t r i bui t a a Pi t agor a da Ari s t . Protrept, fr. Wa l z .
Cf r . Bo l l , op. cit. p. 9; Jaeger , op. cit. (edi z. i tal. ) p. 562; F est u-
gi re, Contemplation et vie contemplative selon Piatoli, Pari s ,
1926, p. 33 s gg.
(
4
) L' af f ermazi one Si^rjadcfjtQv jxewuTv (Vors. 101 D. )
a vr un riflesso not evol e e passer nel pat ri moni o c omune ,
c o me ci mos t ra non sol o l a r i c c he zza di ant i chi aut ori che l a
ci t ano, ma il f at t o che E s i c hi o s ent a il bi s ogno di spi egarl a
c o n ^7) TY )oa u.auTv.
a gettar questo germe, che, dopo aver destato curiosit,
suscit tanto interesse. Anche i sofisti non mancarono
di trattare temi che potevano invogliare, sotto un a-
spetto o sotto un altro pi o meno direttamente, al
ritiro dalle pratiche o normali attivit della vi t a: ri-
corder solo il noto frammento di Antifonte sul matri-
monio (
1
). Gli effetti di questo mondo di pensiero
che si sovrappone ormai alle particolari condizioni di
vita di cui abbiamo pi sopra parlato compaiono in
Euripide, che riprende come ideale la vita, quale l' a-
veva intesa Anassagora: oX(3to<; 6a T t c ; . . . &a vT o u, xa-
&op>v (?\)ozo)c, xarfxov yT j p wv: ed esce in un'affer-
mazione che ci fa gi sentire come prossimo sia ormai il
mondo ellenistico con le sue nuove concezioni :
"OOTIC, 8 Tcpcrcysi TtoXX u,7) 7ipa<rcrtv rcapv,
p L o i p o ^, r t apv 9jv 7]8o>? 7rpy(j i . ova (
2
) .
Del resto anche Platone, che parte da una conce-
zione del tutto opposta e non smentisce mai la sua
missione politica, ci d un quadro del saggio assente
dalle cose del mondo ed estraneo ad ogni forma di
(
J
) Vors. So B 49 D. Cf r. anc he l e af f ermazi oni di Pr ot agor a
{in Pl at . Prot. 320 sgg. ) per .cui l ' at t i t udi ne al l a vi t a ci vi l e non
f acol t nat ural e, ma si apprende.
(*) E ur i p. fr. 910 e 193 N.
2
Que s t ' ul t i mo f r amme nt o
provi ene dall'Antiope, i n cui c ompar i va anche il s ucces s i vo
fr. 194, S ' ^ CT UX O ? . . . j 7rXet r'&piazoq. U.TJ r xt vSuveu-aTa al -
vtir''y yp ovire vauTiXov cpiXto | ToXu. wv T a X(av O U T E rcpoaT-
T7jv x ^
o v
i ; (al v. 2 f orse bene accet t are l a correzi one del
Na uc k psoT ?, ma neppure essa - e cos si di ca del l e al t re - sod-
di sf acent e) . Vers i dell'Antiope ci t a Cal l i de nel Gorgia (484 e,
485 e-486 c) , s f rut t ando l e parol e di Zet o, v^jp itpaxTtx<;,
c ont r o il f rat el l o Annone . De l rest o i n Eur i pi de t r o vi a mo i n
nocci ol o mol t i dei t e mi che ve r r anno s vi l uppat i nel peri odo
s ucces s i vo: cos l ' ant i f emmi ni s mo (fr. 401, 493, 498, 528, 5 44,
5 45 , 662, 666, 808, 105 9 N.
2
) e i l cons eguent e at t e ggi ame nt o
c ont r o il mat r i moni o (fr. 464, 502, 5 43, 5 46, 5 71 N. ") , il pessi -
mi s mo sul l a vi t a umana (p. es. Heracl. 595-96, fr. 285, 449,
908, 916) . Ve di anc he l a sfi duci a negl i dei 7TOX I. OOX <H nel
Belhrofonte (fr. 286). Ve di c ap. I l i , p. 1 7 1 ; Bol l , op. cit. p. 1 2 ;
Jaeger, op. cit. p. 564, R. Mondol f o, art. cit., p. 13- 16.
vita civile e ad ogni foima di diritto ed proprio
lui che per primo pone la domanda T OTTI T aoToo
eTet[X>.ecrirat; Che cos' prendersi cura di se stes-
so ? (
2
).
Ma solo Antistene aveva riconosciuto per primo che
l'emancipazione dell'individuo dai legami della societ
pu salvare l'uomo dalle rovine tra cui veniva a tro-
varsi e per primo aveva posto in chiaro quell'anti-
nomia individuo-collettivit, che si risolver pi tardi
in.quella individualismo-cosmop>olitismo (
3
); ed an-
cora Antistene il primo che afferma quale vantaggio
della filosofia T Svaat-at auTto fnXetv (
4
).
Primo a chiamare, con voce suadente dal tono e
dal calore platonico, gli uomini verso i nuovi orizzonti
Aristotele, nel suo Protrettico, che apre a quella uma-
nit stanca, anela di pace e di riposo, il mondo della
contemplazione: si devono abbandonare 1' e5 i rprTei v
e l'ideale della vita attiva nell'agor, ci si deve portare
in un mondo utopistico, simile alle isole dei Beati (
5
),
in cui atto la contemplazione filosofica, l'astrazione
pura del pensiero scientifico (
6
).
Ma non era possibile che il metodo d'educazione del
giovane Aristotele, con tanto pessimismo specie verso
ci che di sensibile e pi vicino alle passioni umane si
(*) Pl at . Theaet. 1730- 1760; Apol. 17a; Fes t ugi re, op.
cit. p. 235-46, Bol l , op. cit. p. 1 5 ; cfr. anc he c ap. I, pag. 45
e n. 2.
(
2
) Pl at . / Ale. i 27 e ; cfr. gi Symp. 216a, col cont ras t o
!(zauTo jjiv u.e).w, T 8' ' A &Y J VO UWV 7tp-CTa>, che Al ci bi ade ri -
conosce come ri mprovero di Socrat e.
(
3
) Mi sch, Geschichte d. Autobiographie, 1 9 4 3
3
I, 408- 10;
Kae r s t , op. cit. I, n o s gg. ; We ndl and, Die hellenistisch-rmische
Kultur, T bi nge n, 1912, p. 35 - 41, 45-50.
(*) D. L . 6,6; cfr. c ap. I I I , pag. 177 s gg.
(*) Cfr. Ar i s t . Protrept. ir. 12 Wa l z . ( = Ci c. Hort. fr. 50 B. ) -
(') Cfr. Jaeger, Aristotele, p. 72 s qq. ; Bi gnone , L'Ari-
stotele perduto e la formazione filosofica d'Epicuro, Fi renze,
1936, I, 88 s g g ; Fes t ugi re, La rvlation d'Hermes Trnmg.,
I l , 170- 74.
agita nella vita, non trovasse polemiche e contrasti da
parte di chi non era ancor giunto ad ammettere una
vita priva dell'c Tcp- r- rsi v d'un tempo; Isocrate, il
maestro delle ultime illusioni politiche, che polemizza
con lui e insegna ancora la peTT) -rroXiTcxy], arte dei bei
corpi e delle belle anime: quello stesso Isocrate che
non perdona ad Antistene il suo rientrare in s e lo tac-
cia d' impotente (
x
). Eppure l'educazione aveva fal-
lito il suo scopo e si era dimostrata incapace di as-
solvere il compito che lo stato prima, l' individuo ora
richiedevano da lei. Ma certo che neppure Isocrate,
con il suo metodo che in parte ritornava all' antico e
si ricongiungeva ad antiche tradizioni finanche forma-
li (
2
), soddisfa i nuovi Greci, bench a loro non di-
spiaccia. Si attende una parola nuova. Ormai l'uomo non
segue pi il vecchio ideale attico; vi ve in un mondo
nuovo, in una nuova et i cui interessi non sono pi
limitati alla polis, ma si son fatti universali. Presto lo
stesso Aristotele, che ha offerto la filosofa e la sua
contemplazione come rifugio ai suoi contemporanei,
superato dall'incalzare dei tempi. La vecchia morale si
spenta, ne sorta una nuova; se la vecchia era quella
dell's TcpaTTsiv, la nuova sar quella dell'e 9)v: ma
l'sS Cvjv diverr presto YJSSOCK; 9jv. La contemplazione
platonica, metafsica di Aristotele non pi rispon-
dente alle necessit del tempo.
(') Isocr. ad Nicocl. 39 009001; v u. t ^. . . T 0 ? u-rpia [Jiv
Tcsp OCUTSV Xyovxac;, fjttXetv S xat Tot ? 7rpy(jtac7t x a t Tot ?
v&pa>7 i o t ? Sovau- vou?. L' al l us i one col t a e i l l umi nat a bene dal
Di i mml er, Akademika, Gi essen, 1889, p. 64-65.
(
2
) E i nt eressant e l eggere Vad Demonicum, che i ndi ca
assai bene qual e posi zi one gl i ant i chi at t ri bui ssero ad I s ocrat e
in ques t o c a mp o ; l o scri t t o i nt essut o di massi me che ri sal -
gono spesso al buon senso popol are o al l ' et i ca t radi zi onal e
e che sono consi mi l i a numerose al t re di Democri t o, per es. ,
o che t r ovano ri scont ro i n opere di I socrat e. Quant o poi al
concet t o i n cui I s ocrat e t e ne va le scuol e filosofiche, quel l e
dei sofisti e quel l e socrat i che, si ve da TZ. vxt S. 25 8-69: i n so-
s t anza per lui si t rat t a di yu[xvcrta TTJ? diu%riq, non di filosofia.
La metafisica platonica non rifiorir pi, ormai, se
non con Plotino : ma allora sar cessata la fede in una
realt politica e nella possibilit di una concreta feli-
cit terrena. Sar una nuova metafisica che si abbeve-
rer alla fonte dell'estasi e dello spasimo mistico; na-
scer dalla nuova esperienza che le anime avranno
tratto da quel mistico oriente, da cui nato anche il
cristianesimo, e pur arricchendosi di nuovi elementi,
nello stesso tempo sar cos lontana dallo spirito dell'et
classica come dallo spirito dell' et ellenistica.
In qusto momento avviene il distacco del saggio
dalla polis, dell' etica dalla politica (
l
) e nascono dalle
esigenze del tempo due nuove correnti di pensiero,
l' epicurea e la stoica; loro originalit fu il rivolgersi
alla natura che pareva nemica all' uomo e cercare solu-
zioni diverse, ma secondo natura , cio fuori dalla
artificiosit della societ politica, invece rivolgendosi
all' uomo, alla natura dell' uomo, nel tentativo di ren-
derla consona a se stessa e di darle il suo posto nella
natura universale (
2
). Ma, anche, secondo natura
vuol dire secondo una realt e l' uomo il cui mondo
in dissoluzione cerca qualche cosa di concreto: ecco a
parer mio l'elemento originale che radicato nelle nuove
filosofie e le fa trionfare, mentre manca al primo Ari-
stotele e porta a fallimento la sua metafisica.
Su questo piano la nuova grande parola che en-
trambe le filosofie dicono all' uomo, mentre un mondo
(') Zel l er, Die Philosophie d. Griechen, 1880
3
, I I I , 1,
p. 13 e 1 9 ; Bol l , op. cit., p. 14.
(
2
) Il Ruys s e n, Tradition philosophique, Pari s, 1922,
p . 7 di ce che ce f ut l ' ori gi nal i t prof onde de l ' pi c ur i s me et
du St o ci s me d' avoi r accept dans t out e sa si mpl i ci t t ragi que
ce redout abl e t t e- - t t e (con l a nat ura) , et d' avoi r t ent de
t r ouve r dans l a nat ur e mme l ' qui val e nt de l a ci t vanoui e
et des rai sons de l a foi pri me . Sul si gni f i cat o di ques t e nuove
filosofie nel l a ci vi l t el l eni st i ca, v. We ndl and, op. cit., p. 41- 45 ,
48, 101- 07; Pohl enz, Die Stoa, Ges chi cht e ei ner gei st i gen B e we -
gung, Gt t i ngen, 1948, I, 16- 19.
crolla, aTpxeia: ma questa autarchia indivi-
dualismo e lo dimostra l' immagine del saggio, libero,
che conta solo su se stesso e si separa dalla massa
Attraverso l'indipendenza l' individuo pu guardare sfal-
darsi le sue basi tradizionali con cuore sereno, sicuro
di bastare a se stesso, mirando alla meta pi agognata
in tempi cos agitati, cui era certo di giungere, perch
della realt di se stesso non avrebbe mai dubitato.
La meta di questa nime in angustia il riposo della
contemplazione fuori di ogni turbamento, in un' in-
teriorit del tutto nuova per lo spirito greco (
2
). Si
schiude cos quel (io; ftsipvjTtx;, che tanti animi no-
bili conquister attraverso i secoli, fino a Boezio e
fino anche a Petrarca (
3
).
(') Cfr. We ndl and, op. cit., p. 48.
(
4
) Zel l er, op. cit., I I I , i , p. 1 9 : t r a gl i el ement i c omuni
di que s t a filosofia pos t ari s t ot el i ca c' , i n una parol a, di e
Zur c kzi e hung des Mens chen auf si ch sel bst , auf ei ne Be s c hr n-
kung und Isol i rung, mi t der Ve r l us t des l ebendi ngen I nt eressen
an den Aus s e r we l t .
(
3
) II Bol l , op. cit., p. 15 , chi ude il s uo di scorso i naugur al e
con l e seguent i parol e, cui s ot t os cri vo, se pure i nt endo il (ot
ecopTr)Ttx<; i n modo un poc o pi ri s t ret t o: Du r c h vol l e t au-
send Jahre, von 5. Jahrhundert v. Chr. bis zum l et zt en E r -
ben der ant i ke n Kul t ur , zu Boet hi us , dem noc h i m Ke r ke r
di e Er ke nnt ni s der Nat ur und des We s e ns der Di nge T r os t
spendet und Fl ge l l ehrt , rei sst di e Ke t t e der Ve r he r r l i c hun-
ge n des t heoret i s chen L e be ns al s des ei nzi g wahrhaf t be gl k-
kenden ni cht a b .
P AR TE P RI MA
I
Ce un punto in cui la necessit spirituale dell'epoca
.e le teorie si incontrano; questo avviene in Epicuro,
come lo mostra il successo che per molti secoli in Gre-
cia e in Roma ebbe l' Epicureismo presso tutte le classi
sociali Ma il quesito che si pone per risolvere
nella sua sostanza la questione nei riguardi di Epi -
curo di discernere se la teoria combaci con le ne-
cessit spirituali per lievitazione dei suoi problemi
nell' animo del filosofo o per pura polemica. Nel primo
caso il pensatore scorda tutto il pensiero precedente;
nel secondo ne viene informato. Per Epicuro siamo un
po' nell'uno e un po' nell'altro caso. Se le sue teorie
corrispondono a una meditazione di problemi nata nel
suo spirito dall'osservazione dei mali del mondo reale,
come prova tutta la sua vita che osservanza alle
norme che egli aveva dichiarato essenziali; pure la
stessa tarda formazione del suo pensiero (
2
) non pu
esimerci dal pensiero che fin dalle origini della sua
elaborazione abbiano avut o peso notevole le polemiche
spesso accanite che ebbe a sostenere durante t ut t a la
sua vita, da Mitilene in poi. Della sincerit del suo
(
l
) Pe r l a vi t al i t del l a scuol a si ri cordi l a t es t i moni anza
di Di oge ne Laerzi o, 10,9. Di oge ne del I I I s ecol o: si aggi unga
l a t es t i moni anza di L at t anzi o, instit. div. 3, 17, che del
I V secol o.
(*} Ri t or c e su Ari s t ot el e l ' accus a di ^tfxa&T)!;. evi dent e-
me nt e perch col pi t o cos dagl i st essi pl at oni co- accademi ci .
entusiasmo, che lo far sentire Maestro di vita ancora
a tante generazioni pi tardi, ci pu testimoniare la
sua giovinezza fatta dolorosa dalla macilenza della
carne: di l, da quella prima paziente sofferenza, che
non lo rese scettico, ma gli diede forze mirabili per
scrutare dentro se stesso e dentro l' animo umano, alla
ricerca di una psicologia che fosse aderente all' uomo e
al suo mondo senza basarsi su teorismo di etiche meta-
fisiche, di l sgorga la sua concezione tanto umana,
tanto diversa dagli altri edonismi. Nel tormento della
sua anima, duramente provata forse dal consumarsi
della carne, trov il medicamento che doveva curare
l' anima di una intera umanit, angosciata dal crollo
del suo mondo. Le polemiche ardite o minuziose, che
culminano nell'ardore di tutta VEpistola a Meneceo,
non fanno che acuire il suo ingegno, precisare la sua
terminologia filosofica, metterlo sempre pi in contatto
con i Cirenaici e con i Platonico-accademici ; ma lasciano
intatto il suo pensiero, che si racchiude, se ben inteso,
in due sue massime > Principio e radice di ogni bene
il piacere del ventre: le cose sagge e raffinate ad esso
hanno riferimento e Voce della carne non aver
fame, non aver sete, non aver freddo. Se qualcuno
questo ha e spera di avere, anche con Zeus pu conten-
dere per felicit N vi possibilit di fraintenderle,
quando si scorra l'esposizione del suo pensiero, o quando
si pensi alla vita di quest' uomo che vi veva d' acqua e
polenta e si beava nel suo y.v\izoc, del calmo filosofare
con i discepoli. Il filosofo ellenistico deve ormai accanto
alla teoria portare l'esempio della sua vita. Epicuro ha,
sovra tutto, compreso questo, che l' uomo voleva ac-
cordare le teorie, belle per il campo intellettuale, con
i principi da applicare alla vita pratica e cercava nel
filosofo una guida che lo precedesse nei mali passi
(') E pi c . fr. 409 Us . ; 5 . 1". 33.
L'edonismo epicureo 35
dell'esistenza. Infatti nella dottrina epicurea sono cer-
cate con amore le verit pratiche, accanto a quelle
speculative (*). pur vero che anche in Epicuro tro-
viamo che accanto alla sua visione originale, nata da
lui attraverso la sua intima meditazione, si sviluppa
e si interseca una trama di pensieri e di elaborazioni,
che si svolge e s'afferma dalla polemica con le correnti
filosofiche contemporanee: e questo, nei riguardi del
pio?, teoria, non pratica (
2
). Si fanno cos forti e
l'uno e l'altro elemento il polemico e l'originale ,
da costituire come due centri, intorno ai quali si svol-
gono le opere di Epicuro, degli epicurei e di tutti co-
loro che trattano, in genere con animosit, di queste
dottrine: il piacere da un lato, l'aponia e la atarassia
dall'altro.
Distinguendo piacere e aponia-atarassia non voglio
porli quasi due centri in certo modo in opposizione,
ma solo far risaltare come il primo il problema domi-
nante, se vogliamo, delle polemiche, mentre le seconde
scaturiscono dal pensiero originale. Perch non c' in
Epicuro solo la polemica per la polemica, pura espres-
sione del contrasto di teorie che si differenziano, pole-
mica che nasce e rimane nel campo teorico; vi ne-
cessit di rispondere alle accuse degli avversari, violente
oltre modo, che lo colpivano attraverso una campagna
sleale anche nella vita pratica, tanto vero che vediamo
il nostro filosofo costretto a lasciare Mitilene per Lam-
psaco: Ma la polemica (
3
), in alcuni lati violenta anche
(' ) Ci appare chi aro da una paraf rasi epi curea i n Se ne c a
(Epist. 88, 42), r i c avat a pr obabi l me nt e dal i a L e t t e r a ai filosofi
di Mi t i l ene (cfr. Bi gnone , L'Aristotele perduto, 1 1 , 65 - 68) ,
i n cui si ac c us ano quei filosofi che i n genere megl i o appr e n-
dono a parl are che a vi ve r e , ci o di vers ament e dagl i epi curei
che s anno l a ve r a dot t ri na di vi ve r e .
(
2
) Pr a t i c a parol a, come qui i nt esa, l ont ana dal s uo
si gni f i cat o at t ual e : i nt endi amol a c ome i ns e gname nt o concret o
e i mme di at o del TCpaxxov.
(
3
) Pe r essa vedi Bi gnone , op. cit., I l , 43- 215 .
da parte di Epicuro (
1
), importa assai pi dei sliti
odii di scuola se ne guardiamo gli effetti sulle teorie
epicuree come esse sono nella loro tradizione scritta
definitiva. Nel lungo durare delle dispute (
2
) c'era lo
stimolo a continuamente riorganizzare, rivedere il s-
stema per mantenerlo sempre omogeneo di fronte alle
critiche e alle falsificazioni degli avversari, a farlo anzi
pi saldo prevenendo le obiezioni, replicando e parando
i colpi, a volte ben dati, degli Accademici e Peripate-
tici.
Se osserviamo con esame scrupoloso e al di sopra di
pregiudizi le dottrine del nostro filosofo come gi
fecero, per esempio, con diversa penetrazione lo Zeiier,
il Guyau, il Bignone, il Diano , ai nostri occhi, alla
nostra dinamica sensibilit di moderni nessuna etica
antica pare velata da una tristezza costante pi di
questa in cui si parla tanto di piacere, ma in cui, a ben
vedere, si fanno chiare distinzioni, nette riserve. Una
volta tolti i passi polemici, ci accorgiamo che il piacere
viene ad occupare una posizione non cos essenziale
neil'economia delle opere epicuree. Perch, allora, ha
funzione polemica cos netta ? Ne possiamo ricavare
alcune considerazioni interessanti.
Non bisogna dimenticare che Epicuro, poco dopo
aver preso a insegnare, si trov di fronte l'opposizione
della scuola accademico-peripatetica in Mitilene, fon-
data da Aristotele e Teofrasto e assai ben visa ai potenti
del tempo, che lo obblig a precipitare la formulazione
della sua dottrina (fino ad allora sviluppatasi nel suo
pensiero e nella sua personale esperienza senza ostacoli
(') Cf r. Cronert , Kolotes und Memdemos, Le i pzi g 1906,
16- 23 e Bi gnone op. cit.
(*) Credo che quel l a con Ari s t ot el e e gl i accademi ci , c au-
s at a dal l a def ezi one di Ti moc r at e , duri ben a l ungo, dal 310/09
al 306 e poi durant e il s oggi orno at eni ese di Epi curo, se pure
non fu pi peri col osa per l ui e per i suoi .
esteriori) attraverso una amara attivit polemica. Di
qui i tratti fondamentali si irrigidiscono, qua e l af-
finandosi e specificandosi attraverso le argomentazioni
e le controargomentazioni, altrove spingendosi a delle
curiose esagerazioni, che fuori dell'esasperazione po-
lemica non avrebbero senso. Quello di Epicuro era edo-
nismo e il Maestro su questo punto, che egli calcolava
motore essenziale della sua filosofia, non transigeva;
tanto pi ci insistevano gli avversari, che in mala fede
lo accomunavano non volendone vedere il carattere
austero, ma basandosi sull' eguaglianza di termini
all'edonismo cirenaico.
Ne consegue che anzitutto Epicuro parla spesso di
YjSov-) per la necessit di chiarire in che rapporto si
trovi con l'edonismo cirenaico, da cui dissente. Bisogna
che egli distingua dalla u,ovxpovcx; T)SOVT) di Aristippo
la ?}8OVYJ xaTacrT7){xaTix^, che ha valori morali e dot-
trinali ben diversi; bisogna che egli mostri la intima
opposizione tra il suo piacere che v crtdei e quello
cirenaico che X e i a XCVTJCTK ; , poich l'uno e l'altro
esistono e non solo quello in moto, che anzi lo stabile
superiore al secondo, in quanto in esso consistono apo-
nia e atarassia. Solo se al Nostro riesce di annullare le
obiezioni rivolte al piacere da Platone (e da quanti
polemizzando gli si accodavano), che nel Filebo lo defi-
nisce divenire e stato misto di piacere e di dolore, pu
trionfare e rinfrancare i discepoli e quanti osservano
lo svolgersi della disputa. Un gruppo ben serrato di
obiezioni era sostenuto contro i piaceri da Platone e
dagli accademici era acuito con un tono che, generico
sulle prime, prendeva a mano a mano un deciso indi-
rizzo antiepicureo ricco di acredine accresciuta da
fatti come la defezione di Timocrate (
x
) e la piega di
(*) E f ors ' anche di Ant i dor o ? cfr. Cronert , op. cit., pag. 25.
calunnia personale in cui spesso la polemica rica-
deva (
1
).
Di fronte al complesso di colpi inferri al valore
filosofico del piacere come bene, Epicuro risponde in
particolare agli accademici, avversari pi temibili per-
ch contemporanei, cercando innanzi tutto di dare alla
sua YJSOVTJ un nuovo carattere pi stabile e pi elevato
che non avesse quella di Aristippo. Nella terza delie
Massime Capitali (
2
) espressa nella maniera pi
sintetica la teoria del 6po<; T O U u. ey&oo<; , limite in quan-
tit, trovato nella 7C<XVT <; T O U X yo uvT OC U7csi;aipcri<;; e,
associando nella difesa i due punti interdipendenti del-
l' accusa, vi si dichiara che ovunque ci sia il piacere,
x c c &' o v av / p v o v fj , non vi T O X y o o v nel corpo, >j
T XU7TOU[JLVOV nell'anima, rj T o- uvaj A<p T s pov: chiaro
dunque che, secondo Epicuro, giunti al p o c T O U (xe-
y &o u c ; , non vi sono pi piaceri misti. Ma il vero pia-
cere non deve nemmeno essere fugace (sv xi vyj aei ) , per-
ch gli mancherebbe la possibilit d'esser base del
xzkoq epicureo: la virt del saggio non pu pi essere
data dal mantenersi in uno stato di continua atti-
vit di sensi sempre solleticati e sempre soddisfatti in
una scia luminosa di ( x o v x p o vo i Trovai. Il piacere in
(*) L ' a c c us a pi gr a ve ri vol t a al pi acere d' esser mi s t o
di pi acere e di dol ore (Pl at . Phileb., 35 e 36 e), i n quant o
mos s o da desi deri e s uppone sofferenze maggi ori per pi aceri
maggi or i ; esso f al so i n quant o cont raddi t ori o, perch
c ompos t o di due el ement i cont ras t ant i ; i mperf et t o i n quant o
appart i ene al l a sfera del l ' # 7 r e i p o v [Phileb. 41 a-d), perch
non ha j t l paq, essendo y.lvi\abc, e yvsaic,; i nfi ne, anc he nel l a
f orma pi el evat a, un acci dent e del bene i n quant o un me zzo
per raggi ungere i l be ne s t es s o; ci o ne ri vel a l a presenza, non
ne cost i t ui sce l ' essenza (Phileb. 54 sqq. ) . Anc he gl i Accade-
mi ci i nsi st o no sul f at t o che i pi acer i mi st i , qui ndi suscet t i bi l i
del pi e del meno, s ono perci i l l i mi t at i , pi axa. Ari s t ot el e
(Eth. Nic. 10, 2, i i 7 2b- 3 , 117 3 ) nega che i l pi acer e si a mi st o
e co mbat t e l a sua i l l i mi t at ezza; ma nel l a pr i ma f ase del suo
pensi er o quest i punt i er ano st at i co ndi v i si anche da l ui .
(
a
) E bene r i co r dar e, per r i l ev ar l ' i mpo r t anza di quest a
massi ma, che essa f a par t e della - ? epi cur ea.
movimento il primo ad essere soddisfatto, ma non
fondamentale al raggiungimento del xXo? ed diverso
dal catastematico : ed Epicuro mistificato da Epi t -
teto allorch questi gli fa dire che il bene nella car-
ne (
1
). Pure Epicuro era stato esplicito : principio e ra-
dice, non scopo, non meta il piacere del vent re;
infatti cos inteso il principio coerente col resto del
pensiero: una volta soddisfatti i bisogni necessari ed
impellenti della carne corrispondenti a desideri na-
turali e necessari (
2
) solo allora dal #pu(3o<; si
passa alla calma, solo da questo stato, a r a c i ? , di
iucundus sensus (
3
) parte il saggio.
Concludendo, Epicuro dichiara e dimostra che il
piacere catastematico non in movimento, superando
cos la teoria edonistica cirenaica e l'opposizione pla-
tonica degli accademici e dei peripatetici o sofisti ,
come egli li chiamava nella sua polemica Epistola ai
filosofi di Mitilene. Proprio in questa lettera che segna
il periodo pi acre della polemica, quando Epicuro
dov lasciare Mitilene per Lampsaco (
4
), rientrerebbero
alcuni frammenti dal tono particolarmente violento ed
aggressivo come i framm. 116 e 512 in cui evidente
(
J
) Epi ct . , diss. 1, 20, 17 5 . O, al meno, non nel senso
i n cui vor r e bbe E pi t t e t o che E pi c ur o l o af f ermava.
(
2
) Cfr. l a di st i nzi one dei desi deri i n epist. ad Meri. 127,
do ve si l egge T MV S vayxai cov ai u-v 7rp<; s Sat u-oviav s i al v
v a y x a a i , ai S rcpq T T ] V T O U aa>u. aTo i ; oxX7)ai av, ai S Tcp?
aur o T TJV.
(
s
) L uc r . 2, 19.
(
4
) Pe r t ut t a ques t a pol emi ca e s peci al ment e per ques t a
l et t era vedi l a ri cost ruzi one di Bi gnone, op. cit., c ap. VI , par-
t i col arment e ri us ci t a per l a part e ri guardant e l a cont rovers i a
i nt orno al pi acere. I n dubbi o sono per l ' al t ra i n cui si t r at t a
del l e mal at t i e di E pi c ur o e del l ' accus a mossagl i da T i moc r at e
che l a s ua st essa condi zi one di sal ut e e quel l a di al cuni suoi
intimi f ossero p r o va cont rari a al l a f el i ci t epi curea; di versi
di ques t i f ramment i pos s ono ri sal i re al l ' al t ra opera epi curea
de di c at a a Mi t re, SI OI X T J T T J G di L a mp s a c o e s uo prot et t ore,
dal si gni f i cat i vo t i t ol o t l s pi vcrcov x a i #avdcTou 8ai (cfr.
D. L . 10, 28 e Pa p . Herc. 1012 col . 28 [ = col . 22 De Fal c o] ,
di De me t r i o Lac one ) .
la polemica contro le pertu, vane e stolte se non ave-
vano uno scopo pratico, se non servivano cio aH'c5
9jv che era ^Sco? ^ v , quindi all' aponia e all' atarassia.
Questo dice il fr. 116: Io conforto ai piaceri perma-
nenti e non alle virt vuote e vane e conturbatoci,
piene d' aspettativa di frutti; questo dice con tono
duramente polemico il fr. 512 : Io sputo sul bene e
su quelli che lo ammirano con vacuit di mente, qua-
lora esso non procuri nessun piacere : del resto en-
trambi spiegati dal fr. 70, che pi chiaro non potrebbe
essere : Il bene e le virt e le cose del genere sono da
apprezzarsi, se procacciano piacere: se non ne pro-
cacciano, son da tralasciare (
1
). Ed evidente come
questo tono aggressivo sia dovuto agli attacchi che
Epicuro aveva subito e cui replica, se si avvicini questa
serie di frammenti al passo parallelo dell'Epistola a
Meneceo, scritta in tempi in cui l'asprezza era dimi-
nuita (
2
).
(*) Al l a st essa s t regua c' da osservare che l a f rase d' E p i -
c ur o xav o-TpepXw&Y J B' ercxp?, slvou OCTV sa(u. ova (D. L .
10, 118), raf f orzat o da Ci cerone c on l ' es empi o del s api ent e
c he nel t oro di Fal ari de di r : quam suave est, quam hoc non
curo* (Tusc. 2, 7, 17) ha un si gni f i cat o t ut t o speci al e. Non bi -
s ogna i nt enderl a al l a l et t era, ma bi sogna i nt epret are c he i l
s aggi o de ve opporre t ut t a l a s ua f ort ezza d' ani mo di f ront e
ai mal i est erni , i mponendo ai f at t i l a sua vol ont e l a s ua de -
ci si one da cui di pende l a di rezi one del nost ro spi ri t o. Que s t e
sono, c ome di ce bene i l De Ruggi e r o, Storia della Filosofia,
11, 132, delle f rasi ad ef f et t o.
(*) Ep. Meri., 131- 132. Il Bi gnone, op. cit., I, 389 oppone
Ep. Meri. 132 fr. 116 ed Ep. Meri. 132 fr. 5 12 e 70 e di ce
che evi dent e che Epi c ur o anche qui , nel l a vi vac i t del l a
espressi one e nel l a occasi onal i t del l a pol emi ca, at t e ggi a v a -
ri ament e il suo pensi ero, non e vi t ando cont raddi zi oni f ormal i
e, i n qual che mi sura, pi che f ormal i . E c ome i n al cuni moment i ,
per reazi one a quel mi st i ci smo et i co e a quel l ' i nt el l et t ual i s mo
che preval e nel l a scuol a avvers ari a, c ondot t o ad esagerare
quel l ' el ement o sensual e e mat eri al e che st a ancora a f ondo
del s uo edoni smo, cos nel passo dell'Epistola a Meneceo...
per evi t are che l a sua dot t ri na sot t ost i a al l e obi ezi oni
mosse cont ro l ' edoni s mo da Ari s t ot el e e dai suoi di scepol i . . .
bada bene ad af f ermare che per l ui l e vi r t sono "connatu-
rate con l a vi t a di pi ac e r e ". Senza vol er gi ust i f i care E p i c ur o
Apona e atarassia
41
Se, come abbiamo visto, nella precisazione del con-
cetto di TJS'OVT; ha avut o grande peso la polemica con
la scuola avversaria, molto meno discusso stato il
concetto di aponia-atarassia. Ed evidente il perch:
gli accademici erano convinti e a buon diritto
che se avessero troncato la ragion d'essere filosofica
dell' eguaglianza piacere = bene , cadeva da s iL
resto della costruzione epicurea, su di questa base in-
nalzata. Ecco perch aponia e atarassia restano su
un piano i cui valori sono costanti e non subiscono
scatti bruschi come quelli osservati per il piacere;
ecco anche perch pi sopra dicevamo che questa
parte pi originale e schiettamente originaria della me-
ditazione di Epicuro. Era infatti questo il <pp|xaxov che
il mondo scoraggiato del secolo IV-III cercava: Epi -
curo elev a filosofia e chiam saggezza una dura e,
se si vuole, miserevole necessit del suo secolo.
***
Epicuro, come teorico della sSaifxovia, non ha
fiducia in quel piacere che pone tanto in alto e si trova
nella necessit di imporgli infinite limitazioni e pre-
cauzioni per non distruggerne il valore. Ma proprio
il porre tanti limiti in quantit e in qualit ai piaceri
che porta l'essere umano all' ascetismo o, almeno, a
cos notevoli restrizioni che rendono impossibile l' azione.
Oltre all'osservazione generale circa alle molteplici
limitazioni per cui il piacere risulta in conclusione pi
negativo che positivo, voglio ricordare che Filodemo
definisce aponia e atarassia come fini ultimi naturali
(qjucrix T X TJ) e che Epicuro afferma decisamente che
ad ogni cost o, le af f ermazi oni dell'Epistola a Meneceo sono l a
t eori a qual e egl i l a a v e v a creat a e qual e ci t e ne va che f osse
not a di per s c ome ce l o garant i s ce i l t ono mol t o me no
vi ol ent ement e pol emi co del l a l et t era , ment re l a serie di
f ramment i s ucci t at i ha gl i scopi pol emi ci che a bbi a mo not at o.
appunto l'atarassia e l'aponia sono piaceri cataste-
matici (
1
). Quindi il piacere fine ultimo solo se lo
si intenda come aponia e atarassia: ben distanti da
ogni concetto grossolano di piacere. Del resto ci
in logica perfetta e risulta chiaro se si segua un breve
ragionamento: il TX O? non poteva essere alcunch v
xivr)CTi, ma qualche cosa che dalla labilit si innal-
zasse e le fosse superiore come principio stabile di
vi t a; tali sono aponia e atarassia, stati quietivi e non
di indifferenza, perch dal godimento del piacere come
il saggio sa coglierlo, non pu nascere uno stato di
passivit, ma di quiete (
2
). quindi l'aponia-atarassia
la parte originale del pensiero epicureo. Poich l' uomo
non un essere diverso da tutti gli altri, deve anch'egli
obbedire alla legge comune: non pu che vivere se-
condo natura, purch sappia interpretare questa na-
tura in maniera confacente alla sua anima. E siccome
anche l'anima un f r p o t o - [ A a atomico, anche per lei
valgono le leggi di natura e le basi su cui poggia la bea-
titudine fisica. perci assai logico che per Epicuro,
posta in armonia la natura quella del corpo e del-
l' anima, che tutt' una la beatitudine sgorghi spon-
tanea. Bisogna che il reciproco ordine armonico del
tutto non sia turbato : di questa x o c T o - T aai ? sono frutto
aponia e atarassia, frutti positivi sul ramo pi alto
dell'albero negativo del piacere, in contrasto ai moti
disordinati del u v o ? e della T o c p a x ^: l'una nell'anima,
l'altro nel corpo; T a p a ^ , u v o ? e x a x v sono un' unica
cosa (
3
). Questa convinzione, che nega la v e x p o u xar-
o-Taon? dei cirenaici e sorge a combattere le prece-
(*) Phi l od. Rhet. I I , 56, col . X L I , 4 Sudh. ; Epi c . fr. 2 Us .
(
2
) Fr. 423 Us . , dove sono i nt eressant i anc he l e pri me pa-
rol e: Ci che d i nvi nci bi l e godi me nt o un gr an mal e sf ug-
gi t o sul mome nt o ,
(
s
) Cfr. L u e , Bis accus. 22: S T O A ' Ka x v Tjysi T V TCVOV;
Ei nK . Noci.
denti teorie, porta (di l dal Tc pa^ in cui cercato un
accordo con Platone) alla vera contemplazione in con-
dizioni di sensibilit. Qui torno a dire sta l' i-
deale di Epicuro e qui sta la sua scoperta, che ridu-
ceva assai la speculazione; ma dava all' uomo il cpp-
(.0CXOV pi sicuro.
Noi arriviamo cos alla conseguenza che il sovrano
piacere e il bene sovrano sono la mancanza di dolore
e di turbamento; l'atarassia propria dell' anima:
il bene serenit, yaX7)vy].
Viene qui a proposito eli citare un passo di Seneca,
che, per quanto riecheggi elementi polemici, mostra
chiarissima quale fosse la concezione d' Epicuro:
Apud Epicurum duo bona sunt, ex quibus summum
illud beatumque componitur, ut corpus sine dolore sit,
animus sine perturbatione. Haec bona non crescunt, si
piena sunt. quo enim crescet, quod plenum est? dolore
corpus caret; quid ad hanc accedere indolentiam potest?
animus constai sibi et placidus est: quid accedere ad
hanc iranquillitatem potest? quemadmodum serenitas caeli
non recipit maiorem adhuc claritatem in sincerissimum
nitorem repurgata, sic hominis corpus animumque cu-
rantis et bonum suum ex utroque nectentis perfectus est
status et summam voti sui invenit, si nec aestus animo
est nec dolor cor pori, si qua extra blandimenta contin-
gunt, non augent summum bonum, sed, ut ita dicam, con-
diunt et oblectant. absolutum enim illud humanae na-
turae bonum corporis et animi pace contentum est (
1
):
(*) Sen. Ep. 66, 45 - 46; fr. 434 Us . Il mat eri al e genui na-
me nt e epi cureo: cfr. Pa p . Herc. 105 6 (Ethica Epicuri, ed. Di ano)
fr. 6, col . I I ; Ci c. Tusc. 5, 6, 16 (fr. 425 Us . ) . Pe r l a serenitas
caeli, ve di l a maris tranquillitas di Ci cerone (l ' una ri specchi a i l
gr e c o eSt a e, l ' al t ra yaX r) V7) ) , per animus placidus, l'animi quie-
tus et pacatus status e per ex utroque nectentis i l t ecni co x a &' -
Senza citare indirettamente, si pu ricordare anche
tutto il paragrafo 128 dell'Epistola a Meneceo, per
quanto sia meno comprensivo in vastit rispetto al
passo di Seneca. Nella concezione di Epicuro, dunque,
la carne di dove l' uomo parte, come da ci che si fa
imperioso nel legare l' uomo al mondo circostante. Alla
carne si deve perci cedere ed il nostro filosofo le con-
cede benignamente ci che per natura necessario al
vivere cede affinch l' animo sia poi libero da ogni
legame insuperabile con il corpo.
Sotto queste condizioni la filosofia aperta a t ut t i .
Non ha limiti di et, \ir\xz vso? rie, &v U.SXXTG) cpi X oao-
9etv, (jfrjTS ypcov uupxtov xo7Tt.a.Tco <p 1X00*0 9 & V (
2
) ; n
ci sono restrizione di cultura, rudes Epicurus accipiet (
3
) :
anzi il Maestro si rivolge ad un discepolo dicendogli:
Calcolo felice te, o Apelle, perch ti sei mosso verso
la filosofia puro da ogni cultura (
4
) ; n c' condi-
zione sociale che lo impedisca: possono filosofare lo
schiavo e il ricco. Non ci sono limiti alla filosofia,
perch non ci sono limiti di tempo, n di condizioni
all'aspirazione di raggiungere la felicit; possibile a
{xopvjoiv (Pap. Herc. 105 6, fr. 6 col . I I , 4), per aestus animo est,
l ' at pa ^U/ TJI ; (id. col . I I , 5-6). Cos pure animus constai
sibi, che t r o vo i nevi t abi l e accos t are al l a def i ni zi one del fine
epi cureo dat aci dal l o St obe o {Ed. I I , 46, 18) : T olxelx; 8ia-
T t &sa&ai sauxou rcps auxv x
0 0
? ^ Tsat)C, smfoXTJi;.
I codi ci danno Si axi &vai e axv, ent rambi corret t i dal Di a no
(Giorn. crit. ftlos. ital. 1941, p. 23) : l ' espressi one senecana
conf erma a mi o parere, t ra l ' al t ro, l e due i nt el l i gent i correzi oni .
Ques t o f r amme nt o ci d prezi osi el ement i sul l a pol emi ca t r a
E pi c ur o e i Pl at oni co- accademi ci , el ement i che s c ompai ono
nel l ' enunci azi one del l a t erza xupl a 8a, dat o il s uo carat t ere
. di si nt esi . Il Bi gnone (op. cit. I I , 25 sgg. ) part e per ri -
cost rui re i l pensi ero filosofico di E pi c ur o ci rca i l -n-ipae
dal c omme nt o di Ol i mpi odoro e t ras cura pi ut t os t o ques t a
epi st ol a senecana.
(') Cf r. i gi ci t at i S". V. 33 e fr. 409 Us .
(
a
) Ep. Men., 122. Si not i il t ono da prot ret t i co
(*) L ac t . , div. instit., 3, 25, 12.
(
4
) Fr. 1 1 7 Us . (At hen. , 13, 588 A ) . I codd. hanno oc tri as
che l ' Us ener corregge i n TraiSsla?, s eguendo lo Schwei ghaeus er
e il Wa c hs mut h.
La 'paideia contemplativa di Epicuro 45
tutti {XY jTeXyeiv xax a&fj-.a, (JLTQTS TapaTTecr&ai xax
4
,U
X^
V
(*) Epicuro si stacca, dunque, da una vita
attuosa, il suo senz' altro un pio? &e&>p*/)'rix?.
Non era nuovo il termine e gi ne avevano trattato
Platone ed Aristotele. Ma il primo, partendo da una
posizione fondamentalmente politica, aveva visto nel-
l' eccellenza della vi t a secondo contemplazione un mezzo
per cui il filosofo ascendesse al Bene, all' Essere, in
modo da poter operare quaggi secondo la giustizia e
da saper reggere queste 7 t o X i T e a i umane: ne basava
le premesse e ne traeva le conseguenze della sua stessa
realizzazione in un mondo attivamente politico, pur
portando il OxcopeZv in un mondo del tutto estraneo
a quello dell'azione (
2
). Al riguardo l' Aristotele plato-
nico, maturato nella --xaXp-/) del solitario giardino
(*) Epist. Men., 131.
(*) Se l a rappres ent azi one del filosofo c ont e mpl ant e pl a-
t oni c o ci pu i nt eressare (Theaet. I73c-i76a e Resp. 6,4Q6c-e),
perch i n essa appai ono gi chi ar ament e del i neat i al cuni dei
carat t eri c he s aranno si gni f i cat i vi i n t ut t a l a s ucces s i va t rat -
t azi one del -8-s6)p7]Tix? vif)p. Ve di a mo che i filosofi fin da
gi ovani non conos cono l a s t rada che c onduc e al l ' agor, n
s anno dove si ano il t ri bunal e, il pal azzo del l a Buie o al t ri ;
e non ve dono n as col t ano le l eggi e i decret i pronunci at i o
s cri t t i (Theaet. i 73c d) . Il filosofo t ral asci a ogni cosa, ^ouxi a-J
tytjcv x a i i axou itpTTtov, i na t t e s a di l asci ar x a da p s Si xt -
a.q T S x a l voot ov fpywv ques t o mondo t empes t os o (resp. 4 od).
Il filosofo, non sa che cosa s uccede al l a ci t t , n di bene n di
mal e, e non se ne cura pi che di sapere quant i bari l i ri empi ono
i l mare (Theaet. I73d): arri va al punt o di non sapere quas i
ne mme no se il s uo vi c i no o il s uo pros s i mo un uomo o un al t ro
essere, perch, al caso, cerca che si a l ' uomo i n s (i 74b) . Cos
egl i nel l a vi t a pri vat a, cos nel l a pubbl i c a; non gl i i mpor t ano
l e cari che e il pot ere (i 74d) , n le ri cchezze, n l a nobi l t
(i 74e) . Ma t ut t i quest i el ement i pr es uppongono un c onc e t t o
di cont empl azi one ext ra- mondana, c ome pu most rare il
Gorgia (526e), dove , i n cont rappos i zi one al l e beffe che Cal l i de
si f a del filosofo i ncapace di di f endersi di f ront e a qual si asi
t ri bunal e ( 5 2 1 C ) , Socrat e repl i ca Ka l vetSi^to croi ori o\>x olc,
r'aei aauTcjj j3o7]&7)aai, oxav YJ SIXYJ aoi fi x a i TJ xpLaiQ, vuv 8Y)
yn i X eyov: il t ri bunal e del l a veri t ol t re ques t a vi t a e val e
ben pi dei t ri bunal i t erreni . L a vi t a c ont e mpl at i va di Pl at one,
l a cui genesi cos ben s egui t a dal Fes t ugi re nel l ' opera gi
ci t at a, t r ova appunt o nel Gorgia l a s ua di chi arazi one espl i -
dell'Accademia ,, (
L
), era dell'opinione di Platone con .
tmuandone lep osizioni e anche la sua utopia uep
T-JJV XTj&eiav (
2
). Dell'Aristotele scolastico ora poco m
preme, in quanto ha esercitato scarso influsso su- tutto
il pensiero del momento di cui discutiamo. Contro la
scuola platonica sta Isocrate, perch come abbia m
visto crede ancora nel valore della 7cato*eta del vec-
chio mondo superato. Unico dato comune tra Platone,
Aristotele ed Epicuro proprio questo scetticismo per
la 7cacSs(a. Platone (e con lui l'Aristotele platonico)
pensa che nel sapere tutto debba essere formato e in-
tuito sotto rapporti geometrici, spinti quasi al misti-
cismo numerico che s'intuisce, ma difficilmente si ar-
riva ad insegnare: onde in etica i concetti di -rcpac; e di
jixpov (
3
). Epicuro vede invece nella rcaiSsta uno di
quei vincoli dannosi che costringono l'individuo a vi-
vere nei limiti della polis e della societ, cio la costri-
ci t a, anche se amara. L a not evol e as prezza del l a cri t i ca d' essa
i n bocca a Cal l i de (485a-e) do ve va ri produrre per Pl at one
una cri t i ca diffusa cont ro di l ui (Fest ugi re, op. cit., p. 397) ;
nel Teeteto il mome nt o di "c r i s i " superat o, gl i st essi el ement i
del Gorgia di ve nt ano el ogi at i vi e il s aggi o ormai al di sopra
del ri so del l a folla. Non pi il filosofo l ' uomo capace sol o
di 4>t.#uplCeiv, c ome donnet t e al l a f ont ana, ma c ont e mpl a i
mi st eri del l a nat ura (i 73e) , anzi v a ancora pi olt re. Aio xoci
7reipa-9-ai XP"*) v&vcs xei oe psoyeiv OTI Ta/icTa. <puY"
u - o l c o a i ? &> xax Suvaxv (i 7 a- b) . Ques t a evas i one, que s t o
assi mi l arsi a di o, che avr anno poi cos l arga eco nel l o st oi ci r
s mo (e non sol o nel l o st oi ci smo) , ci f anno i nt endere l ' al t o v a -
l ore mi s t i co del l a vi t a c ont e mpl at i va i n Pl at one (cfr. anc he
Phaed. 8oc) e l a sua pi ena esi genza filosofica, cos di vers a dal
|3io? 9xwp7)Tix<; del l ' eudemoni s mo dopo Ari s t ot el e e gi
nell'Etica Nicomachea , che non ha pi mi re ol t ramondane.
Per ques t o escl udo dal l a mi a t rat t azi one l a c ont e mpl at i vi t
di Pl at one e r i mando per essa a G. He nz, Pessimismus und
IVcltflucht bei Platon, 1910, ol t re che al bel l avor o del Fes t ugi re.
(' ) Jaeger, Aristotele, p. 125 .
(
2
) Cfr. Pl at . Resp. 5, 475 e; Ari s t . Eth. End. 1, 4, i a i 5 b 1
(sul qnXacxpoi;); Jaeger, op. cit., p. 86 sqq. ; 104 sqq. ;
.571 sqq. Pe r il si gni f i cat o del l a 9p v7 ) c i <; ( " J e t o p E i v nel Pro-
trettico <ppov-?jerai TI xa jxa&eiv, fr. 1 1 , p. 50 Wal z. ) , vedi c ap.
I I , pag. 127.
(
3
) Jaeger, op. cit., p. 1 1 3 ; .567-70, 5 73- 74. L ' ani ma del
filosofo [Theaef. 1730) y0)[xs-poaa e crTpovou-oGcra.
zione a vivere contro natura. La particolare u a i S e i a
di Epicuro mira all'atarassia e all'aponia, in cui si
esprime un p i o ? ^e t opyj r i xc x; che formazione spiri-
tuale dell'individuo per raggiungere il concreto ideale
di quel saggio che ' veramente un asceta dell'arte
della felicit ' (
1
). In questo (3io<; &eo-p-Ttxc; c' dav-
vero qualche cosa di nuovo; esso fa ripiegare l'uomo
su se stesso, ma sul suo passato, gli insegna a godere
di quanto ha gi goduto, di una gran gioia cio, giacche
jiaxpiCTTo? yptov pspttoxc*; x a X c o ? . Un vero porto
di calma (Xi(X7)v) quello che si raggiunge al termine
di una bella vita: Dicevo che qui c' qualche cosa di
nuovo: e intendo per nuovo proprio questo rivolgersi
al passato, mentre tutta la vita greca tende a cogliere
il presente e si protende al futuro.
anche coerente che in questa 7r at 8e i a prenda
perci grande peso la polemica contro quelli che non
sono veri uiTTjSe^aTa dei filosofi, contro la l y x -
x X i o ? na uS eia ., contro cio retorica e scienze esatte
dottrine che svegliano la curiosit e tolgono l'animo
dalla sua quiete per portarlo al movimento continuo
della ricerca, senza dare nessun frutto concreto alla
felicit dell'uomo (
2
). Ci altra prova dell'impor-
tanza che Epicuro annetteva fin dall'origine della sua
(
1
) Bi gnone, op. ci!., 1, 145 .
(
2
) Pe r l o s vi l uppo di quest i concet t i si conf ront i t ut t a
VEp. 88 di Seneca, s ovra t ut t o i paragraf i 8-13, dove not e-
vol e l ' at t ac c o cont r o l a geomet ri a, 23-28, (in cui si part e da
una def i ni zi one e part i zi one di Posi doni o) , s empre cont ro l e
sci enze esat t e. Cos sono cont ro l a ret ori ca e l a cul t ura l et t erari a
dei grammatici i paragraf i 37-42. Non mat eri al e st oi co, che anzi
gl i st oi ci si c onc e de vano spesso ques t i oni sci ent i f i che e i nt epret a-
zi oni omeri che (cfr. i nvece i 5-6); t ut t o mat eri al e del l a t ra-
di zi one ant i ret ori ca che per un l at o f a c apo al l a scuol a epi cu-
rea cos deci s ament e a vve r s a al l a cul t ur a i nut i l e, fin da E p i -
curo che yxuxX l ou Tzai8elctQ [n\)7]roq wv, r e put ava f el i ce
chi gi unge va al l a filosofia senza pr e ve nt i vi bagagl i cul t ural i
(fr. 117 Us . ; cfr. pag. 44). Pe r i j2 sqq. cfr. Bi gnone , op.
ti., I I , 65 s gg.
at t i vi t di pensatore alla quiete, alla contemplati vita
della vi t a senza ricerche. Tant' vero che Polieno, ma-
tematico e geometra di fama, venne a lui e Epicuro
adsentiens totani geometriam falsam esse credidit
Ermarc lasci la retorica e Pitocle a ci esortato da
Epicuro stesso (
2
).
Il complesso di attivit che gli epicurei interdi-
cono a chi voglia vivere secondo i loro precetti si pu
raccogliere sotto quattro punti, alcuni pi documen-
tati, altri meno:
a) il non curarsi di fama;
b) il (XYJ TtoXcTsuecr&oa
c) Yotium;
d) l'eliminazione di societ e di famiglia (
3
) :
***
Afferma Epicuro: T9}? tjrpcc'kziuc; T9JC; k\ v&pwuwv
Yevo{jt,v7jc; u-^pi TIV? Suvfasi TS ctepeio'Tix'fl xa s-
7rop(a eXixpiveo'TTT) ytverac r\ x TYJ<; y]o"UY,ta? xal
xxcop7j<T(o<; TWV 7roX X wv cTcpXeia, Della sicurezza
che fino a un certo punto s' ottenuta dagli uomini,
quanto ad efficacia d' appoggio e abbondanza di beni
purissima la sicurezza che proviene dall'otium e dalla
(*) Cic. Lucul. 33, 106; fr. 229 a Us .
(
2
) Fr. 163 Us .
(
3
) Dispongo i punti in quest'ordine che mi pare sotto
un angolo di visuale logica il pi soddisfacente quanto a coe-
renza: l'individuo deve incominciare con il non curarsi della
fama che dalle azioni terrene gli possa provenire; indi potr,
eliminata l'ambizione madre del desiderio di fama, abbando-
nare tutte le forme di vita politica. Cos sar giunto all'otium:
ma perch questo sia completo anche necessario che la fa-
miglia e la societ non siano d'impiccio. Per ognuno di questi
punti cito i passi che considero fondamentali; relego gli altri
nelle note, mediante la loro semplice indicazione o con la ci-
tazione, completa o parziale, a seconda della loro importanza.
Avversione per la fama e per la folla 49
vi t a appartata dal volgo Ma vediamo dunque
TI o*'aT TOUTO { = T TSXO?), OTI TE j.rjTe 7CXOUTO? au-
ro? S vax ar . T c a p a a x e t v {JLTQTE S c; a 7roXeiTt,,x'yj [xyjTe
PaaiXeia ( j ^ &' p p o S i a t T o ? p i o ? xa , T p a u e ^ w v 7roXux-
X e t a {i.7jT'9po8iotcov yXsXey(j !. v<ov vj So va l (AiQT'XXo,
{AY jSv, cpt X ooocpi a Ss Tr s pwt of i e T (jt-v/j], che cos' il i -
ne, supremo e come neppure la ricchezza pu procu-
rarlo e non lo possono la gloria politica, n una co-
rona regale, n un elegante tenor di vita, n il lusso
della tavola, n raffinati godimenti di Afrodite, n
null' altro, ma la sola filosofia procaccia (
2
). Come
sappiamo proprio l' atarassia, che ha preso corpo e
sostanza, tanto da potersi definire, colle stesse parole
di Epicuro, come il trovarsi estranei alle ricchezze,
alla fama, all' ammirazione della folla e a tutte le
;
cirr
costanze esteriori: O X ei TTJV TYJ? 4>I>X"/)? T a p a x ^ v o u r e
TT)V ^ i X o y o v a T t o y s v v a x
a
P<*v o u x e TCXOOTO? U7r pxwv
[ x y i a T O ? OUO-'YJ 7 t a p TOC? 7t oX X oi ? TI-XY; x a i rcspt-
pX s yt . ? o ux ' X X o TI T t V 7 c a p T ? St opt crTOU? a i T t a ? (
3
) .
(') La lettura di questa x. 8. X I V stata inutilmente
tormentata:, a me pare che il miglior consiglio sia quello di
lasciare il testo quanto possibile come ci tramandato e di
questa opinione pure il Diano (Studi italiani di Filol. class.,
1935 pagg- 240-43), che legge appunto 8uvctu.ei T S s | e p s t o T t x - f l
xoc eTtopCa eiXixpiveoTTY], cui anch'io ero giunto per
conto mio. Ma non concordo con la sua interpretazione (v.
Epicuri Ethica ed. C. Diano, pag. 120 e la mia recensione in
Paideia, 1948, pag. 400). Aggiungo che Suvu-et ha il suo at-
tributo come si conviene ad un vocabolo generico,. mentre
questo non occorre a siropta; che Epicuro usa spesso nel
concorso di due termini determinare uno solo di essi; e infine
che eXixpivscTT*/) riferito a s 7t opt a non darebbe senso,
mentre riferito ad er<pXsta come predicato nominale di yi-
vsrai corrisponde alle xepaloix; 7)8ovs di x. 8. X I I .
() Diog. Oen. fr. X X I I I Will., col. I I , 3 - I I I , 1.
(' ) S. V. 81 ; cfr. x. 8. V I I . Nel testo della Sentenza con-
servo col Diano T-JJV ^iXoyov, del cod. V , invece della corre-
zione Ttv'^iXoyov dell'Usener. Lo stesso concetto sotto
altra forma espresso da Filodemo Rhet. I I , pag. 15 8, fr. 19, 6
Sudh., e come massimo nemico dei quieto vivere indicata
la passione politica nelle sue varie attivit: e yp deX-ricrei
Tt<; ot i t avT' ue^twv StacrxoTreTv ri piXtaq lerrlv Tt;oXeu.ifeTaTov
Infatti: T x9c t X ai ov TTJC; eu8ot i u. ovi a? /) St^ecTt? TJ?
7)|XSI? x up t o t , il punto essenziale della felicit la no-
stra disposizione personale intima, di cui siamo noi pa-
droni , purch ben inteso si resti in noi stessi ;
ad uscire fuori di noi stessi, della nostra disposizione
d' animo, si cade in potere degli altri e non si pu pi
essere padroni di noi stessi. Ancora Epicuro parla:
Dura la milizia e per di pi sotto il comando di
altri; e il darsi alla retorica ricolmo di incertezza e
di turbamento, nel tentativo di persuadere , come
logico in persona eloquente che s'affanni se possa
persuadere o se ottenga ci che vuole. Perch dunque
perseguiamo un modo di agire tale da essere nelle ma-
ni di altri ? Non solo viver a disposizione degli altri,
ma lo stesso vivere tra gli altri pericoloso alla felicit u-
x a l Soojjieveiai; 7Tepyao-[x(,]xtxaxov, TcoXtxeiav v eupoi t
re T V cp&vov T V Trpcj xo<; Xeicpofxvoix; ETC r a ur a x a i x-/jv
avTpcxpov xo<; XOI OXOK ; 9iXo7rp<>)xiav x a l TTJV xaxoxe 8i a-
9<ovtav v xoi<; ecnQyoufxvoK; x a i xo<; yt vo&s xouvxas
ou u.vov l[8] xaq, X[X] x a l 8TJU.O[UCJ] x a i 8t [xaax7)pt ,] a TTXI^-
$[ouc;] xal . . . Cfr. anc he Phi l od. Rhet. I l , pag. 270 col . X I V, 1 9
Sudh. ci t at o pi ol t re a proposi t o del \iri TtoXixeecr&ai. Il con-
c e t t o t ant o f ondament al e nel l ' et i ca epi curea e al t ret t ant o capi -
t al e era il cons eguent e sconsi gl i are l a vi t a nel gi oco al t erno dei
f avori e dei capri cci del mondo, che esso un t r at t o carat t eri s t i co
di cui si s erve Pl ut ar c o per definire l a scuol a d' E pi c ur o: ' AX X
ri ve? el al v ol... ypcpovxsc" axai c; X^eai v 6x1 "X yet v Sei T Z O Q
api axa x XTJS cpaewc; xXot; ouvx^prj ast x a l 7rco<; TI C ; xtov
s l va i u-vj up cei ai v px*0? izl rc, T V 7TX7)&WV p / q" ;
(Pl ut . adv. Col. 31, 1 1 2 5 C) . A nc he l ' aut ore del l a Ethica Epi-
curea comparet t i ana finisce col di re l a st essa cosa, se si pensi
che XyrjScv = T<xpu.yj\ : 7repi yt vex ai yp x TWV yvcaecov
xoxwv (degli Epi curei ) x xs JJLYI&SV Sicxstv 6 U-TJ rrcpuxev
Xy7)8va Trspiaipelv, ol a x TrXeioxa xcov xaxEcrTuouSao-Exsvtwv]
s oxl v Trap'v^pwTCou!; (Eth. Epic. Pa p . Herc. 1251 col . I V, 10
Sc hmi d) .
t
T xaxsaTt ouSaaj xva effi caci ssi mo a f arci i nt ende-
re che cosa vogl i a di re l ' aut ore: quei r occuparsi delle f accende
umane con acri moni a, con spi ri t o di ri val i t , sono ci che Fi -
l ode mo ha def i ni t o cp-vo? e cpiXoTrpcoxta. Ques t o dannos o
al l ' uo. Ti O, ne r ovi na l a sereni t spi ri t ual e, l a t ranqui l l i t ma-
t eri al e.
(') Epi c. apud Di og. Oen. fr. L VI 1 Wi l l . Pe r a(puy\j.c,
r
cfr. anche a wpa 4'
U
X^? *
n
l ^ P- Herc. 1056, fr. 6, col . 11, 5-6
e n. 1 a pag. 43.
mana. Quantis molestiis vacant qui nihil omnino cumpopu-
lo contrahunt ! Sar bene perci che il saggio lasci
da parte ogni scritto politico; e che anzi non vada a
partecipare alle feste del popolo (
2
). Epicuro ben
deciso a non ammettere che il saggio vi va con la folla :
egli vede in questo mostro multiforme, l'o^Xo?, una
massa d' acque in perenne ribollimento, al polo op-
posto della Y aX^vv) da lui perseguita. L' ignoranza che
la massa aveva dei problemi che Epicuro calcolava
necessario conoscere per eliminare la paura degli dei,
della morte, del male e dell'infelicit nella vita, cau-
sava un tumultuoso modo di vivere, per nulla consono
al sobrio e sereno tenor di vita che il saggio cercava;
per questo il Maestro raccomanda: Tunc praecipue in
te ipse secede, cum esse cogeris in turba (
3
). Non ci po-
teva essere in comune nulla con la folla volubile, asse-
tata di apparenza e di piaceri immediati, atta all' edo-
nismo sensuale, ma non al godimento superiore di un
ideale. Epicuro lo sa benissimo: lo ha sperimentato su
se stesso nel corso della sua vita, quando ha pagato
l' insegnamento della sua dottrina con l'esilio da Miti-
lene decretatogli dal ginnasiarca (
4
). E di questa in-
compatibilit ammonisce i suoi seguaci con un tono
sprezzante che risente certo l' amaritudine di recenti
polemiche: OSnorz top;c#7}v roic, no'k'Xolc, pcrxstv'
u,v yp xeivoi? ^peo-xev, ox fxafrov* S'fjSeiv
yw, u,axpv TJV TYJ? xsivoov Sia^csco?, Mai ho
voluto piacere alla folla. Quelle cose che piaceva-
no ad essa io non le appresi, quelle che invece sa-
(
J
) Ci c. Tusc. 5,36, 105; fr. 586 Us .
(
a
) D. L . , 10, 120; fr. 563, 566 Us .
(
3
) Sen. , epist., 25, 6; fr. 209 Us . L a mas s i ma di de r i va-
zi one democri t ea; per il c onc e t t o ve di cap. I I , pag. 151 s gg.
(
4
) Cf r. Pa p . Herc. 1040, I I , col . 3, presso Cr8nert , op.
cit. p. 98 e Bi gnone , op. cit. I I , 1 1 7- 1 2 3.
pevo io, erano ben lungi dal loro modo di pensare
L' opera del saggio inutile del resto tra la folla ir-
responsabile, pi che inutile sprecata, tanto op-
poste sono le basi su cui poggiano le rispettive con-
cezioni. Filodemo, interprete esatto del maestro, come
si richiedeva a un buon epicureo (il che naturalmente
non toglie che egli abbia attinto al fondatore della
scuola in modo essenziale attraverso il suo maestro
personale, Zenone di Sidone), completa in maniera
davvero perspicua l'affermazione di Epicuro:
Ai i rsp o68'[v
TI PXTLOV o"ocp[cx; !] [*)
Xysi v, ol TroXXo o*u[vepo]u-
04v, oS TOU[T<JH] X?[~h
a
v~
. O yp [ ] [ I vap-
f l TTOV o
,
u[(Ji]9p[ov-
roc, tic, [ <; TVJV 7c]X[tv
Siacppet a[ocp]ou [X-
yO? TOU T7)V 7TOXITIX[T)V
peTYjv ^XOVTO?, X[X
7Cp<; TYJV t Si av
o4&eo4v vTjxov.
(*) Gnomol. Paris, cod. 1168 F, 115*; fr. 187 Us Appar-
tiene anche questo frammento 187 alla famosa Epistola ai
filosofi di Mitilene, come vorrebbe il Bignone? A me pare ohe
questa lettera nell'opera del Bignone si sia smisuratamente
ampliata. Massime capitali, Sentenze Vaticane, citazioni da
autori e da papiri vengono agglomerate, unite dall'esile filo
di un vocabolo che riecheggia o di un ragionamento che potr
anche essere vero, ma non lascia convinti per la mancanza di
prove concrete o almeno incontrovertibili. Per il fr. 187 io
vedo poco probabile 'l'appartenenza alla lettera predetta.
Il cod. Paris, ha Sicr&aecos, Maximus abbas, gnomol. 6, pag.
172 Tig. (che pure lo riporta) cUa&erex;; l'Usener corregge
in ala&ifjoex;, bella correzione dal punto di vista generale,
anche se fa qualche difficolt il cambiamento E/H. Esatta
invece la lettura dell'abate Massimo, accettata anche dal
Bignone e dal Diano: qui si parla della t&ean;, quella dispo-
sizione naturale che T xe<paX<xiov TYJS e&8atu.ovta<;. Seneca
(epist. 29,10), che traduce con tanta esattezza da conservare
l a costruzione chiastica del periodo greco, conferma questa
Perci appunto, neppure se il saggio ha qualche
cosa migliore da dire, la folla sar d' accordo con lui,
n di lui si servir. Infatti la parola di un saggio che
abbia la TCOXITIXTJ psTV) si distingue non secondo un
principio di adattamento a ci che conviene allo stato,
ma secondo ci che si risolve nella disposizione in-
tima del singolo (
1
).
Da questa constatazione fluiscono tutte le restri-
zioni che Epicuro pone al saggio : si svolgano pure
tutte le sue attivit, ma diventa logico che esse si
dovranno svolgere evitando la moltitudine che le fra-
intenderebbe : oS' (Tocpou Xyo<;ei? 6/ X ov xod STJU-OV (
2
) .
Le legittime aspirazioni del saggio sono perci con-
cesse sotto certe condizioni: il vero filosofo aspira ad
aprire una scuola e a far partecipi tutti delle verit
ritrovate; questo lo sente poi maggiormente il filosofo
epicureo che si fa diffonditore del verbo di Epicuro,
salvatore dell' umanit, tanto nel x9)7*;o<; di Atene,
quanto nella villula campana di Sirone e Filodemo,
quanto (ed espressamente dichiarato) nella stoa di
Diogene ad Enoanda. Quindi gli concesso fondare
la propria scuola, purch non sia per attirarvi folla
{xXaY <OY ?jc-at.); ed esser letto tra la moltitudine, ma
non mettendosi in mostra (
3
). Credo che per non
mettersi in mostra e non per altro Epicuro abbia pro-
clamato o$ xuvi ei v. . . . o8 Tt r coxe ei v (
4
), che il sag-
mi a i nt erpret azi one: Nunquam volili populo piacere, nani quae
ego scio, non probat populus: quae probat populus ego nescio.
No n si t r at t a di conos cenza, ato&Tjot?, ma di di sposi zi one i n-
t i ma, Si &e at s , per ci c he TOT<; 7toXXoTc 7jpeaxe e i l t es t o l a-
t i no di ce probare, non scire. Qua nt o al cont enut o, cf r. anc he
Phi l od. pap. | Herc. 1232, fr. 8, col . I, 12 s qq. [ Vogl i ano,
Epic. et Epicureorum scripta, Berl i n, 1928, p. 70].
(' ) Phi l od. Rhet. I I , 28 col . X X X I I I , 4 Sudh.
(
a
) Phi l od. Rhet. I I , 12, 87 Sudh.
(
3
) D. L . 10, 1 2 1 ; fr. 564 Us . ;
(
4
) D. L . , 10, 1 1 9 ; fr. 14 Us . Credo che non si possa al t ri -
ment i pensare, dat o che a ques t a pi opos i zi one nel L ae r zi o
precede quel l a del JJLTJ 7toXiTea&at e del {ATJ Tupavveuetv; t ut t e
due s ono t r at t e dal I l e pl f i ov, ques t a dal I l i t r o, quel l a dal I I .
gio non deve atteggiarsi da cinico, n mendicare :
il divieto di mendicare potrebbe essere tutt' uno con
quello di non imitare i cinici; ma forse, per quanto
risvegliato da questo ricordo, ha un fondo pi vi vo
nella dottrina epicurea, mostra cio, fino a quale punto
debba essere a x a p x Y ) ? l' uomo che aspira alla vera fe-
licit (*).
Sopra tutto nel saggio che aspira alla felicit su-
prema dell'atarassia non concepibile il desiderio di
fama. N 8a 7 r o X s mx 7 ] , n y r c ap rolq TCOXXOI; TIU.7]
xa, Tt spi pX eyt , ? (
2
) possono procurare alcunch di sta-
bile, chimere labili come esse sono, non nascendo da desi-
deri fisici e necessari, e per di pi non avendo origine che
fuori dell' individuo nel profanum vulgus. La salute e
la beatitudine dell' uomo sarebbero cos poco in pugno
all' individuo da dipendere completamente dagli altri e
Trapa rae, St o p c T o u ? at T a? ? No, ancora il Maestro
con il suo tono calmo ci rassicura ricordandoci la sua
esperienza personale: multis itaque iam annis Metro-
doro suo superstes in quadam epistula, cum amicitiam
suam et Metro dori grata commemoratane cecinisset, hoc
novissime adiecit, nihil sibi et Metrodoro inter bona
tanta nocuisse quod ipsos illa nobilis Graecia non igno-
tos solum habuisset, sed paene inauditos (
3
). Una cosa
egli sa (e la dice esplicitamente a Idomeneo, che della
scuola era stato influente protettore a Lampsaco e
che con Epicuro aveva mantenuto cari rapporti anche
pi tardi, quando quest' ultimo era ad Atene): non
vera fama quella che viene dal mondo transeunte
della politica; il favore del potente e quello della folla
(*) Sul val ore dell' aTpxeia, cfr. epist. Men. 130.
(
2
) Di og. Oen. fr. X X I I I , col . I I , 3 Wi l l . e 5 . V. 81, ve d.
sopra n. 3 a pag. 49.
(
3
) Sen. epist. 79, 15 . Cfr. Democri t o, B 116 D. ( = D. L i
9, 36), do ve il L ae r zi o di ce che i l filosofo fece ques t o per "il
f at t o di (YJ orcouScrai Y
v t 0 ( J
^ '
7

v o a
S^rjq xara9povcv.
sono poco stabili e promettono pi di quanto in realt
mantengano. Un' altra gloria, s, pu desiderare il
saggio e ben pi duratura: Si gloria tangeris, notiorem
te epistulae meae facient quam omnia ista, quae colis
et fropter quae coleris D'essere cio ricordato nel
mondo del pensiero o da chi di questo mondo figura
significativa.
Se gloria da savio il favor popolare non , se non
10 sono neppure e satrapie e onori pubblici, ovvio
che tutto ci non bene, non da perseguirsi come
ideale di vi t a felice. Infatti Epicuro trae le sue con-
seguenze di qui e scende a un gruppo di affermazioni
capitali per l' atteggiamento contemplativo del sapiente.
OS pTjTopecTstv xaXco? (
2
) dovr il saggio, se vuol
staccarsi dal volgo; a che mira questa retorica, una
delle pToi xsvou (
3
), se non a dare preminenza sul
popolo, che si lascia abbagliare dalla facile loquela e
non sa distinguere tra il falso scintillante di orpelli
e la nuda verit? Quando si cerchi la serena tranquil-
lit dell' anima e della vita, proprio di coloro che
non vogliono essere py-TopE? o 8s 7tpocrTTou Sr^xcov
oS' p/ovT? (
4
) lo staccarsi dalle forme di attivit che
11 mettano in evidenza. Con la sua consueta gravit
benevola, Epicuro si pronuncia su questo punto: T o E&-
SOUJXOV x a j xaxpi ov o xpyju.Ttov 7iX9)9-o<; oS 7rpar
(
J
) Sen. epist. 2i , 3; fr. 132 Us . E Seneca, nel ci t are il
passo, c omme nt a, c ome c omme nt e r e mmo noi : quis Idomenea
nosset, nisi Epicurus illuni litteris suis incidisset?
(
2
) D. L . 10, 1 1 8 ; fr. 565 Us .
(*) Fr. 1 1 6 Us . Cfr. Di og. Oe n. fr. L VI I Wi l l . ci t at o a
pag- 50.
(
4
) Pl ut . Contra Epic. b. 2, 1087 B ; fr. 552 Us . Il comi co
Sozi one di ce degl i Epi c ur e i (I I I , p. 395 N., da At he n. 8, 336F) :
pxo Ss 7i pea( e l ai xe x a l axpaxyj Y i at ,
xu. 7 ro i x evot tyoyouaiv vx' vei pxcov.
11 concet t o ri sponde es at t ament e al senso di vac ui t che per
l a scuol a hanno gl i i ncari chi pol i t i ci e mi l i t ari .
XX'XuTua xal 7tpaT7)? 7ra&cov x a l S i &E c n ? V
U
X^?
T

xar 9t7iv pi ^ouaa, N l' abbondanza di ricchezze, n il
movimento degli affari, n particolari cariche, n potenza
porgono la felicit e la beatitudine, ma la procurano la
mancanza di sofferenza e la mitezza di affetti e la
disposizione d' animo che sappia tenersi nei limiti det-
tati dalla natura (
1
). E fedelmente Filodemo aggiunge:
" 0 -
&ev 0*7] x a l S i a T T a u&' o C-
7]Y0U{Afra TTjV 7ToXetTi-
XT)V Suvajxiv oux' a -
TOI? Tot? xexTYjfxvoi?
o>T Tat? TCXernv aT7)v
xa&'aTYjv, XX 7i oX X -
xt? aiTiav xal au(X90p(ov
v T j x a T c o v , ^ i XyETat
7t oX X xt ,? aiTiov T OV
Sv 9op(xa?.
Donde, dunque, per il fatto che stanno cos le
cose, noi neanche utile stimiamo la potenza politica
di per s n per quelli che la conseguono, n per le
citt, ma spesso causa di guai insanabili, in quanto
spesso si dice causa ci che offre l' occasione (
2
).
Non rimane perci che nl TYJV [Y )]ouxt.wTpa[v x ] a [ l ]
Satu,ovt,oiTpav, &<S Tzep EITCE, 9iXoao9tav auo/ c o p e i v .
stolto e ridicolo spronare alla politica, come fa
Isocrate :
T fzv Tzpo-
TOV, OJTI 7Tpi7r7T0l7j-
(Jt[]V0t [XV TTjV U,7T?l-
(*) Pl ut . de aud. poet. 14, 37 A ; fr. 548 Us . Cfr. anc he
S. V. 81 ; anc he Hor. Carni. 2, 16, 9- 12.
(
s
) Phi l od. Rhet. I I , pag. 270, col . X I Va , 19 Sudh.
pt a [ v] , WO-T'SVV^? TcoXiTe-
aea^ai , Sia TTJV .a yo~k[-
a v TT)V v aTYJt xa&a-
<po) T p o t ? 7cir/jSeupi<XCTiv
7cpaoSoi OVTS<; oux >
fr. 44 p[&><; v ]^>vip[o-]av
7re[cpiX]o<Tocp7jxTe<;' et
2a <Y"*P aTYjv e!x
o v
i <*09iav>
S'o[x] ax^t^Jfe?, ox v
Suvavxo 7roXtT$a&ai
U.7) TjfA7l0Xuv XpVOV
TTJt [yjvcio'st 7 i p o o s 8p e u- '
aavTe?, xal Six[i] 7rpo(rs-
Spf[uc]avTE<; / p i TO[U] TTJV
<xTa[]av 7 t a u a a i [x]a[t XJP
7
)
0
""
IO TYJV 7coXtTEiav xara-
OT7J[a]$u TCOX TYj? [7ca]v-
SoO [T] ^? 711 TYJV Y)CrUXlV
9e[tCTT]-/)XE<jav el [S] U,TJ,
7cp[T]spov....
prima di tutto, perch quelli che si fossero fatti la
pratica cos da saper governare (rcoXiTeusa&ai) senza
altro, <non potendo progredire a pi elette attivit, >
per gli impegni che quella porta con s, evidentemente
non avrebbero filosofato secondo un retto principio;
se infatti avessero questa esperienza pratica senza
aver ottenuto la saggezza, non potrebbero governare,
non essendosi dedicati per moltissimo tempo alla vera
conoscenza, e si sarebbero di molto allontanati dal
cammino che conduce alla quiete, per il fatto che si
sono occupati di politica fino a tanto da far cessare il
disordine e stabilire un buon governo (
1
). Pi an-
() Philod. Rhet. II, pag. 6o, col. LV, 8-12 e 15 sqq. Sudh.
Le due ultime linee della colonna sono integrate per il senso
dal Sudhaus; ma meglio del suo x a # a <pet oTpot <; >, pre-
cora della retorica, definita come vana, qualche cosa
pi grave al saggio, quell' attivit che al massimo
grado perturbatrice e che causa prima del pregio
che tra gli uomini insipienti ha preso la retorica: l'at-
tivit politica, il 7uoXi.Tuecr9-ai. Quanto Filodemo sia
stato esatto interprete dell'iniziatore della scuola ci
vien confermato da una semplice massima di Epicuro:
' E X X U T E O V auxo? x T O U rcepl x yx xX i a x a l T C O X I T I -
x STj a^oTTjptou questo sciogliersi dai vincoli delle
proprie attivit e di quelle politiche fondamentale in
f eri sco x a ^ - a <pw T po! . <; > (cfr. fr. 99 Us . ed Epi c . apud Di og.
Oe n. fr. L X , 6 Wi l l . per l ' us o di xaS-ap?), che normal i zza l a
l unghezza del l a l i nea. I x a & a p w T e p a 7 t i / rY ) 8euu. aTa suppl i t i
qui in Fi l ode mo sono quel l i propri del filosofo, c ome quel l i
di cui t r at t ava E p i c ui o nel l a Tcep T WV eTct ,TT)8euu. T<ov STTI.-
<T-roXy] (ctr. Cronert . Kol. u. Meri. p. 20; Bi gnone, Aristot.
perd. Il, 56 s gg. ) ; e ad essi si cont rappongono i falsi e7 t i TY) 8e u -
\ X < X T < X non degni di un filosofo, come quel l i di Naus i f ane
quel Naus i f ane che s os t eneva l ' at t i vi t pol i t i ca del filosofo
{cfr. Phi l od. Rhet. col . X X X V I , 6 sqq. Sudh. ) imxtrr
r
Ssuxwq T o i a r a & V o Suvaxv ze, aocpiav X&eiv (fr. 1 1 4
Us. ) . Al l ' i ni zi o del fr. 44 l ' s l pendent e e manc a l a prot asi del
peri odo i pot et i co la cui apodosi dat a da ox av eSuvavro;
c onge t t ur o che il copi st a abbi a s al t at o una l i nea il cui cont e-
nut o ho cercat o di rendere con y^P XTTJV e l / o v , o o < p t a v .
E chi aro per l ' e [8] del l a penul t i ma l i nea che ci si t r o va
di f ront e ad un' ant i t esi , che c ome f a pensare l a manc anza
di 7rapaypa9oa da col . L V, I.15 i n poi d e v e essere raccol t a
in un uni co ambi t o di pensi ero, del i mi t at o da quant o de t t o
in col . L V, 15 fr. 44, 2. Secondo l a pri ma i pot esi (ir. 44,
1. 2-13) si ha l a vi t a prat i ca, senza aver r aggi unt o pri ma l a
<iocpia, c ome nel cas o di chi si oc c upa di 7 U T7 )o*suu.aT<x sul
t i po di quel l i consi gl i at i da Naus i f ane: non si qui ndi pi
at t i a governare, ne t ant o meno, per l o spreco i nut i l e di t e mp o
i n at t i vi t pol i t i che, si pu raggi ungere l a rjeruxta; concet t o
que s t ' ul t i mo che era gi c ont e nut o nel precedent e 8i TTJV
axoX t av TTJV v aryjt. Nel l a seconda i pot esi , che i ni zi a con
1.13, ma per noi perdut a, era probabi l e si di cesse i n oppos i -
zi one al l a pri ma che, se i nvece non fosse, cos (el [8] u.^j),
ma ci si fosse procurat a pri ma (i rp [- r] e p o v) l a yveem; filosofica,
nessuno i n t al condi zi one avr e bbe cercat o una s u. Tcet . pi a po-
l i t i ca, una vol t a che fosse t ant o a va nza t o vers o l ' i deal e del l a
vi t a c ont e mpl at i va. Tvosaiq nat ural ment e quel l a epi curea,
c ome p & c o ? qnXococpeiv filosofare s econdo i pri ncpi di quella
scuol a.
(') S. V. 58.
chi voglia assaporare i frutti della vita serena. ' AX X
Ttvec; elalv ol Tauxa (TCoXt.Tia? xal px.<; xal vu.cov
StaTaS'-v) Guyykovxzc, xal xaraXovTS? xal pSirjv vai-
pouvTS?;- ox ol 7roXi.TEta<; <pt.aTvTs<; auro? xal TO?
7rXY ]o~iaovTa?; j< ol TOV TYJ? rapa^l a? arcpavov cru.-
pXrjTov elvat TXXQ [xsyXait; y)y(j(.ovtai? Xyovrs?; Ma
chi sono quelli che metton sossopra e riducono a nulla e
dalle basi- distruggono costituzioni politiche, autorit e
ordinamenti di leggi ? Non quelli dunque che staccano
se stessi e i loro prossimi dall' attivit politica? Non
quelli dunque che dichiarano che la corona dell' ataras-
sia non pu esser messa a paragone con i grandi prin-
cipati ? > (
1
).
A questo punto appare evidente come vada intesa
la recisa affermazione di Epicuro che oS 7roX t Teucre-
er-9-ai (T V crocpv) e a maggior ragione o& Tupavveu-
astv (
2
). E le precisazioni si susseguono esplicite e,
perch no ?, abbondanti. Son ben gli Epicurei che -
{') Pl ut . adv. Col. 31, 1 1 25 C; fr. 556 Us . Il t es t o prosegue
ox oi T Paot Xsuet v u-apxi av x a l Sircxcoaiv r:o<paivovxE<; ;
(
2
) D. L . 10, 1 1 9 ; fr. 8 Us . Di oge ne ci i ndi ca anc he l ' opera
i n cui il passo si t r o va va , preci s ament e v xfj Tcpcxrj I I s pl Bioiv.
L' es pres s i one do ve va essere usual i ssi ma nel l a scuol a epi curea
e. di rei addi ri t t ura, un " p e zzo f or t e " del l a propaganda, se
due vol t e Ci cerone l a ci t a i n gr e c o: Epicuri mentionem facis
et audes dicere [XTQ TcoX i xeuea&at. (ad Att. 14, 20, 5) e quid fiet
populo Ulubrano, si tu statueris \xr\ T c o X i x e e a &a t oporten?
(ad fm. 7, 12, ri vol gendos i a T r e t a z i o Tes t a, t emporanea-
me nt e epi cureo per i ngrazi arsi C. Vi bi o Pans a) . ve r o che
le espressi oni greche c ompai ono di f requent e nel l a corri spon-
de nza di Ci cerone (ment re s ono evi t at e nelle opere filosofiche
e ret ori che) , ma spessi ssi mo si ri f anno a parol e part i col arment e
espressi ve ed i nt raduci bi l i , o a modi di di re, se non pr over -
biali, al meno ormai general ment e not i . Sul concet t o t orna
anche Lucr ezi o, 5, 1127 (fr. 5 5 z Us . ) : Ut satius multo iam sii
parere quietum Quam regere imperio res velie et regna tenere ;
cfr. pure 3, 955 sqq. E cos Orazi o, carm. 2, 16, 9- 12 (fr. 326
Us . ) : non enim gazae neque consularis Submovet lictor miseros
tumultus Mentis et curas laqueata circum Teda volantis. 11
pas s o i n s pi vi c i no al fr. 548 s opra c i t at o; l o spi ri t o del l ' ode,
c on l ' i nsi st ent e r i c hi amo i ni zi al e dlYotium pervas o da pen-
si ero del t ut t o epi cureo.
TcoTarca uoXiTeioc? xaS-Coacriv SOCUTO? xal ouaTelXacn.v
TcoXixelav S psuYovTS? ? (iX^rjv xal Guyyua iv TOU
[xaxapt ou, si son piazzati e raccolti quanto pi lon-
tano dalla vita politica, fuggendola come un danno e un
conturbamento dell'elemento beato (
2
). Gli Epicurei,
qualora scrivano, scrivono sull' attivit politica di non
dedicarvisi, e sul poter regio di rifuggire dal vivere
coi re (
3
), T (3ao"iXsuet.v u.apxiav x a l St-itTcoo-iv
dcTTOfpaivovTs? (
4
). Non solo, dunque, il filosofo non
si dedica all' attivit di governo e ne dissuade chi gli
vicino, ma com' logica conseguenza xafY ou&Jv
a[y]?iv &L T V a o c p v eie, 7toXtTi,X75v u.7t:t.plav ouS
p y j T o p i x T j v TotauTTjv, per nessun motivo bisogna che
il saggio spinga alla pratica e alla retorica politiche (
5
).
Onde Seneca poteva dire che l'epicureismo era la fi-
osofia, quae civem extra pa.triam posuit (
6
) e vedremo
(' ) PI ut . praec. sanit. 21, 135B.
(
2
) PLut . v. Pyrrhi, 20. Cf r. anche Pl ut . contro, Epic. beat.
r$, 1100B.
(
3
) Plvt . adv. Col. 1 1 27 A .
() Pl ut . ib. 1125 0.
() Phi l o i . Rhet. I I , p. 35, col . X X X V I I I , 7- 12 Sudh.
(
6
) Sen. epist. 90, 35. Es pl i ci t e le accus e di Pl ut ar c o {adv.
Col. 1126E) XX T I ? Ttov CToepwv IrcXeuersv rrp TYJ? rcaTpiSo?,
Tcpafeuasv, vrjXtoere, TCOC Y ^ Y P
A T R T A I
TCOXITIXYJ 7rpa*;i? u[xtv;
Una gi ust i f i cazi one del U.Y) TrroXiTeuso&ai, che per gl i avve r s ar i
si ri s ol veva dunque i n un u.7)]8v uepiTcoieiv T[YJI TtJaTplSt
au(x<ppov, t ent at a da Fi l ode mo I I , p. 15 4, ir. 13 Sudh. ) ' .
xSv ol tptXoo<po[l Y
e
l*]'') TcoXtTE'itpvxat, u.[eY]Xco? Tat;. Tca-
<T>p(oi foT]fo]u<u TO? vou? 8t8axovTe? alsl Tri&sa&a[i.
TO] I ? vu.ot? ? rcl ao>T[r)]ptai [x]e[iu.]voi?. XX [Trat]8l -
vaY[xrj] x<xTa[u.a]&e!v, xav [u.]i]8ve? v(i]oi, u.7) [<Jf]aueiv
8ixa[?, 6v] Tprcov oS rcup?, fc>? u. 90Tpb>v Xs&ptcov uTtap-
X VTWV 9<jcrei. Ma not o c o me l ' at t enzi one di E pi c ur o non fosse
s t at a at t i rat a dal l ' i ns egnament o ai gi ovani i n quant o t al e, e par-
t i col arment e dal l ' i ns egnament o ad sl rret&eaS-ai Tot? vu-oi?,
quel l e l e ggi c he non a va nt a ggi o del l a pat ri a, ma x<*P
T V
ao9tv xs vTat , ox OTCCO? [XT] Si x Sa i v , X X ' #Tt t o? u-r, StxtovTat
(fr- 5 3 Us . ) . T ut t o il c onc e t t o i nf ormat i vo del l ' et i ca epi curea
era d<A res t o t al e che per f orza l o st esso Fi l ode mo 7tp? T TO?
91X006900? u-rjSv TcsitpaYU.aTeuoQ'ai nzpi rcoXiTsCac, l asci a
#XXoi?...avTprapYiv: rcap 8'7ju.<ov di ce iio'koYeloSii
xal Sia TOUTO G\JY%opeLaQ-oi T u.rj8v rcoTeXeTv TCOXE[I]TI-
xoo? TT)V 9tXoao9Cav (Rhet. I I , pag. 267, col . X l a , 2 5 - X i I a ,
pi oltre con quante altre ragioni (
1
).
Eppure Epi curo non si era posto su questa via tanto
nettamente perch trascinato dal suo ideale di YJCTUX^'
se Plutarco aveva a rammaricarsi cos: Epicuro
crede che non debbano vivere nella calma (v\<s\)x&-
3 Sudh.). Ma nel passo in cui Filodemo giustifica il saggio
che non parteci pa alla vi ta politica si ha da vedere una ri-
sposta alla posizione stoica (che noi conosciamo attraverso Po-
sidonio in Cic. off. i, 44, 15 5 ) : atque UH ipsi, quorum studia
vitaque omnis in rerum cognitione versata est, tamen ab augen-
dis hominum utilitatibus et commodis non recesserunt; nam
et erudiverunt multos....
(>) In contrasto con la teoria del u.rj ri oXi xeea&ai pare
Diogene di Enoanda (fr. X X I V , col. I I , 6- 11 Will.): xax 8
Trjv oXrjv rceptoxvjv xo[G]$e xoo xau.ou ui[a T c j v x c o v ruaxpt? crxiv
) Tcaoa yrj xal si ? xau.o? ol xo?, che ha un valore cosmopolitico
rafforzato dal contrasto con le linee precedenti ( 3-6) xa&' xaxYjv
u.v yp 7roxou.7]v xj? yfl ? XXcov XXrj rcaxpl? axi v, con la con-
trapposizione t ra la patri a locale e la patri a universale, il
che propriamente stoico (cfr. la testimonianza di Zenone
in S.V.F., I 262 Arn. ) e cinico (esempio di Diogene presso
Dion. Chrys. or. 4, 13) . L' Usener aveva gi pensato, al propo-
sito, che il u.7) TcoXixeuea&ou d' Epi curo avesse origine da un
precetto di questo tipo, per cui all' uomo non avrebbe interes-
sato il governo della singola ci tt del singolo s t at o appunt o
perch era cittadino TTJ? )? yyj?. Se dobbi amo pr est ar fede
a un passo di Ci cerone (Tusc. 5, 37, 108; fr. 587 *, p. 334, 21
sqq. Us. ) , direi che il r agi onament o va i nver t i t o e che il saggi o
epi cureo, appunt o perch una vol ta ammesso il u.7) TroXtxeuea^ai
stretta conseguenza dell'ideale epicureo dell' atarassia, cio
del piacere catastemati co , ogni luogo di questo mondo
( 58 .00) per lui eguale e indifferente, potr
far sua, come aggiunge Cicerone, la massima di Teucro
patria est ubicumque est bene . Dice infatti Cicerone, ri-
guardo all' affermazione che l'esilio non un male, ad om-
nis casus facillima ratio est eorum qui ad voluptatem ea re-
ferunt quae sequuntur in vita, ut, quocumque haec loco suppe-
ditetur, ibi beate queant vivere. Se dunque la teoria ri portata da
Diogene ri mane caratteri sti ca dei cinici e degli stoici, al tempo
in cui fu incisa l'iscrizione di Enoanda et di sincretismo
t ra le varie correnti filosofiche era facilmente possibile
fare il passo che separava la posizione stoica da quella epicu-
rea senza che un dilettante di filosofia, come Diogene era,
ne sentisse gran differenza. Comunque n in Epi curo, n negli
Epi curei ci ri mane frammento che accenni cos esplicitamente
alla teoria del saggio xofxou TCOX TY]?: ci ri mane bens un fram-
mento di Democrito, della cui autenticit si inutilmente du-
bitato, che dice: vSpl < yrj ( ^. *}$ T*P -
Y<x.&T)q rcaxpl? $uu.ita<; xoofAo? (Vors. Dem. 247 D. ) .
eiv), ma piuttosto debbano seguire la loro nat urai
dedicandosi all' attivit politica (quegli Y xxX i x x a
7ioXt.Tt.xa che abbiamo visto altrove deprecati) coloro
che anelino a onori e a fama, convinto che si vengono a
trovare maggiormente turbati dall' inattivit e dan-
neggiati, se non possono conseguire ci che bramano.
Ma egli asssurdo, se vi esorta non quelli che possono
assolvere a pubbliche cariche, ma quelli che proprio
non possono vivere in quiete (*). Epicuro teneva
troppo a mantenere l' uomo in quella che era la sua
sfera ambientale, cio la sfera della sua Si&eGic, perr
sonale, per costringerlo l dove non sarebbe conve-
nuto; evidentemente il saggio potr occuparsi di poli-
tica per non forzare di troppo quella che una sua na-
turale tendenza: ci conseguente con quanto lo
stesso filosofo afferma, che cio il piacere come e a x -
fteia T otxeico? Si ari f t saf rat auxou nphe, auxv (
2
)
e che a volte conviene preferire dei dolori, ove questi
ne evitino di maggiori. Su questa via fatta di compren-
sione, Epicuro precisa ancor di pi: x a l [xvapxov
v xai pt o d-zpaneuzw (
3
), e cio qui claritati ac potentiae
studet, huic praecipitur reges colere; qui molestiam ferre
non potest, huic regiam fugere (
4
). Appare di qui che
(*) Pl ut . tranq. an. 2, 465 F; fr. 5 5 5 Us .
(*) St ob. ed. I I , 46, 18; Us . pag. 264 adnot.; ve r ame nt e
il t es t o cont i nua x
w
P ^
T T
? 7r'<3cXXo T I }?, ma i l v al o r e
gener al e del pi acer e co me un o lmeto ? Si aTi &ea& at, egual -
ment e val i do. Pe r il t est o, cfr. pag. 43, not a 1.
() D. L . 10, 1 2 1 ; fr. 5 77 Us .
(
4
) L a c t . div. instit. 3, 17, 6. Il probl ema do ve va essere
t r at t at o nel l e At, a7 co pi o a, c ome mos t ra L at t anzi o, il cui t e s t o
si present a ancora coi due corni del di l e mma: al l a domanda
Vi v r il s aggi o coi re e li f requent er ? (cfr. fr. 18) segue l a
ri spost a di Epi curo, i n cui do ve va appari re quel l ' opport uni s mo
che t ras pare dal l ' v xatpcp di Di ogene (ma per il val ore di
ques t o opport uni s mo, vedi not a s eguent e) ; porremo ac c ant o
un' al t ra l i mi t azi one carat t eri st i ca del l e Diaporie: 7rspi-
-iv S (3too ( y a ^ a e i v ) ( D. L. 10, 119) . rcspi -
cTao i v ed Iv xa i pu si chi ar i sco no ed i nt egr ano l ' un l ' al t r o :
a v i t a pr esso i r e, ' gi sconsi gl i at a al t r ove , concessa a c hi
solo a chi ne ha pi completa la sensazione riser-t
vat a la vita contemplativa nel suo pi assoluto
rigore (
x
) . Cade cos l'osservazione tra sorridente e
maligna di Cicerone, in hortulis quiescct suis (sectalor
Epicuri) ubi vlt, ubi etiam recubans molliter et delicate
nos avocai a rostris, a iudiciis, a curia... Nani si hoc
tiobis atque optimo cuique persuaserint, non poterlint
ipsi esse, id quod maxime cupiunt, otiosi (
2
): in primo
luogo, non a tutti gli uomini dato n l'essere saggi,
n l'esserlo in egual grado, onde vi saranno sempre
individui pronti a guidare lo stato; in secondo luogo,
se fosse possibile che l' umanit si componesse tutta
di 0-0901, ognuno si regolerebbe cos bene da s che
non ci sarebbe bisogno del potere e dell' autorit dello
stato. Chi vede bene la posizione di Epicuro il com-
mentatore a Lucano: Epicurus cum dicat propter vo-
luptatem omnia esse facienda, exclaudit ab officiis ac-
tuque civili sapientem et sibi tantum oportere vivere ad-
firmat (
3
). Ma chi esalta questa vi t a, questo ri &iov...
si t r ovi i n un i nsi eme di ci rcos t anze t al e da ri cavare un ut i l e
per il s oddi s f aci ment o del l a propri a i ndol e ambi zi os a. Mi
pare chi aro dal l a s o mma dei due passi che qui v xatpq> si a
da i nt endere c ome l a c ongi unt ur a vant aggi os a; i nf at t i t al
genere di vi t a s arebbe un xf <pasi xp^tf&ai c ome di ce Pl u-
t ar c o nel pas s o appe na ci t at o, che a ques t o s t ret t ament e
l e gat o t rat t andos i anc he l di cpiXTt^oi. e di <piX8ooi ,
sol o se ai ut a al s oddi s f aci ment o del l a Si a t e c i ? .
(*) E pi c ur o pers onal ment e a v e v a di chi arat o che f ra i
suoi st essi di scepol i si pot e vano f are del l e di st i nzi oni ci rca l e
l oro c apac i t filosofiche, di st i nzi oni est ensi bi l i a quant i si
dedi cassero al l a filosofia. Come ri port a Seneca (epist. 5 2,3
sqq. ) , quosdam ait Epicurus ad veritatem sine ullius adiutorio
exisse, fecisse sibi ipsos viam..., quosdam indigere ope aliena,
non ituros, si nemo processerit, sed bene secuturos... Praeter haec
adhuc invenies genus aliud hominum ne ipsum quidem fasti-
diendum eorum, qui cogi ad rectum compellique possunt, quibus
non duce tantum opus sit, sed adiutore et, ut ita dicam, coactore.
Nat ur al me nt e a ques t o t erzo genere mol t o v a concesso, per cui
l a posi zi one di Epi c ur o, che pone del rest o l ' ampi a ri serva
v xoupto, mos t ra d' essere una not a di psi col ogi a e non sol o
una s empl i ce t rans azi one d' un oppor t uni s mo mat eri al i s t i co.
(
2
) Ci c. de orat. 3, 17, 63- 64; fr. 5 5 2 Us .
() Commenta Lucani I I , 380, pag. 75 , 1 3 ; fr. 8 Us .
o",xsicou,a, con una precisione che d rilievo all' impor-
t anza della cosa, personalmente Epicuro nei riguardi
di uno sconosciuto amico, di cui decantata la vi t a
intera: un esempio pratico di quella vita che i precetti
del Maestro ponevano come la pi alt a:
...Xioapstv [xo Tcaj vxi ; Y)crux^^
t>v
7rpoaipo[i.vo[u x] e xo ouVrc' p-
o7cox[ fA]xacrx$v7o?
y)xovxa XO xpt a[l v sjxso-iv
o[u]x'l<; aXXvjv xp[i ] ai v [oS]jxiav
XX' ev <ptXoao<piai Sta[xp]t[3ovxo?
non prendersi cura di... e a tutto prefer restare in
tranquillit, n mai durante sessantatr anni si mosse
per occupare una carica, n alcun altro posto di re-
sponsabilit, ma sempre ha trascorso la vita nella fi-
losofia (
1
). Questo il quadro completo del saggio
epicureo e ce lo mostrano le parole di colui che a questo
ideale diede forma e sostanza.
Epicuro otium ex proposito petit (
2
) : questo lo
scopo per cui la vita pubblica e ogni forma di attivit
sono fuggite e sconsigliate. Dal Maestro fugienti tur-
barn solitudo laudatur (
3
) : il passaggio da una propo-
sizione all' altra cos ovvi o da parere necessario. E
(*) Phi l od. npayjiaT. Pa p . Herc. 1418, col . X X I I I , 4- 10
{ Di ano, Lettere di Epicuro e dei suoi, V, pag. 10. I due ast eri schi
c i as s i curano c h e l a ci t azi one di ret t a t e r mi nava qui ) . L a st essa
vi t a quel l a di Di odoro, un i gnot o epi cureo del l ' et di Seneca,
c he chi us e l a s ua esi st enza cl s ui ci di o: ille interim beatus ac
plenus bona conscientia reddidit sibi testimonium vita excedens
laudavitque aetatis in portu et ad ancoram actae quietem (Sen.
vit. beat. 19, 1) .
(*) Sen. ot. 3,3; fr. .9 Us .
(*) L a c t . div. instit. 3, 17, 5 ; fr. 5 71 Us . Si osservi , per,
i l t ono mal e vol o di quel fugienti turbam.
il filosofo vecchio aureo fxvov xp^
Tat
(
L
)
:
massima di
sapore democriteo che riassume in s i valori pi si-
gnificativi che l' Epicureismo ebbe riconosciuti dalla
migliore cultura antica. Anche nell'insegnamento non
ci si doveva rivolgere a molti, ma ritirarsi l'un con
l'altro, tra pochissimi, se non addirittura tra due;
haec ego non multis, sed Ubi: satis enim magnum alter
alteri theatrum sumus (
2
). Questo insegnamento al
singolo era senz'altro quello pi proficuo perch inna-
morava il neofita, gli faceva sentire il fascino della so-
litudine, che si fa ricca di una nuova yv&aic, e non
vuota vsxpoo x a T t r r a c n * ; (
3
) . Loquor enim de dodo
homine et erudito, cui vivere est cogitare, aggiunger
anch' io con Cicerone (
4
). Ci che Epicuro deplorava
era lo stato di narcosi in cui cadeva l' umanit quando
credeva di essere in quiete, confondendo la stasi inerte
e quasi ferina con la serena pace del saggio che dalla
sua meditazione traeva il pi profondo godimento del=
l'esistenza. Il filosofo si esprime mettendo in luce, at-
traverso il contrasto tra i due frequenti estremi del-
l' atteggiamento umano, la miseria di questa umanit
che non vuol conoscere la aurea mediocritas di una
posizione che ripiega dalle passioni violente e dalle
ebeti inerzie: T&V TcXeicrrcov TWV v^-p<7c&>v T u,v TJ-
oru^^ov vapxcj , T S xtvou^s vov AUTTSC, Nella mag-
gioranza degli uomini, la parte che in quiete s'intorpi-
(
J
) Eth. Epic. Pa p . Herc. 125 1, col . X X I , 9 Sc hmi d:
xa[ t <p]eiSu-evoq X P
0 V 0 U
TC<XVT<; u.5XXov x[al T] v[ay] xat a 8j-
y]<i>v aurii u.yov Ma per l ' ori gi ne del c onc e t t o ve di
anc he pag. 221. A n c h e il pri mo el ement o, quel l o del ri s parmi o del
t e mpo, di verr un t e ma t radi zi onal e c omune dal l ' et di A u -
gus t o i n poi : bas t a ri cordare Or azi o e Se ne c a; ma cert o l a sua
ori gi ne non epi curea.
(*) Sen. epist. 7 , 1 1 ; fr. 208 Us .
(
3
) Il pri mo voc abol o si t r o va es pres s ament e i n Phi l od.
Rhet. I I , p. 60, fr. 44 Sudh. ci t at o a pag. 5 7 e i n Pa p . Herc.
125 1, col . I V, 10 Sc hmi d; l a s econda espressi one propri a
dei Ci renai ci per i ndi care l a 7]8ov}] xaTaoTTjfxartx'}] epi curea.
(*) Ci c. Tusc. 5, 38, 1 1 1 ; fr. 599 Us .
disce, quella che si muove smania (' ); in questo contra-
sto di morte e di frenesia bisogna cercare una via
che porti alla vera libert dello spirito, libert dai so-
liti mali che gi altrove sono stati denunziati come
perenni insidie all' umanit in travaglio. Philosophiae
servias oportet, ut Ubi contingat vera libertas (
2
). La
qual filosofia, sinonimo di vita, grida alto il A&s
co-a?, monito capitale fra tutti nell'etica epicurea (
3
).
E in particolare ai migliori va questo consiglio
a quanti possono comprendere la portata di una vita
v 7jcru)* (3a&ta (
5
), tale da elevare l'uomo alla feli-
cit pi alta ^7)CTet? c, bzoc, v v&piTZoic , per-
ch un simile consiglio pu essere rivolto soltanto ad
esseri compiuti che hanno superato i primi ostacoli pi
materiali. Questo stato perfetto di vi t a parifica l' uomo
alla divinit: tra questa massima aspirazione dell' uomo
e la beatitudine di cui fruiscono gli dei non c' sostan-
ziale differenza. Lo ha compreso Seneca: itaque non
dai deus beneficia, sed securus et neglegens nostri, aver-
(') S. V. i i . Pe r i rischi a cui si espone chi vapxa, cf r.
Democr. Vors. 68 B 290 D. XUTTTJV ScrTcoTov tifoy^c vapxt oT) ?.
(
2
) Sen epist. 8,7; fr. 199 Us .
(
3
) L a mas s i ma ri t orna, con ben di vers a t onal i t , in un
accorat o di st i co di Ovi di o (Trist. 3, 4, 25 ) : Crede mihi, bene
qui latuit, bene vixit, et intra Fortunam debti quisque .manere su am-
isi not i anche Prop. 3, 9, 2, dove ri t orna l a mas s i ma del pen-
t ame t r o ovi di ano, con il col ore epi cureo adat t o a Mecenat e,
cui ri vol t a l ' el egi a: intra fortunam. qui cupis esse tuam) e i n
un' epi st ol a di Orazi o {epist. 1, 18, 102 sq. ; fr. 551 Us . ) , dove
c ont e nut a una conci si ssi ma si nt esi del pensi ero epi cureo:
Quid pure tranquillet, honos an dulce lucellum, An secretimi
iter et fallentis semita vitae. Anc o r a Orazi o (epist. 1, 17, 5 sqq. ) ,
ri vol gendosi a Sc e va, gli consi gl i a Si te grata quies et primam
somnus in horam Delectat di recarsi a Ferent i no; e c omme nt a:
Nec vixit male qui natus moriensque fefellit.
(*) Pl ut . de occulte viv. 3, 1 1 2 8 E ; fr. 107 Us . xa [JiVjV etys
voic, ypTqaxoXq Xav&vei v xat Yvos a&ai TcapatvsT<; (si ri-
vol ge ad Epi curo) .
(
&
) Phi l od. Rhet. I I , p. 162, fr. 27, 6 Sudh. : "AXXox; S
xa Tau[xa] Tcpoa&STov, 6-u [co]<p[ol] xal <piXao<poi x[ ar' -
X-^&et av OV>TS T c v [ T a < ; .nejy^pzo^za.c; yJo\>aiv dn/jS-pcTtou?
v Tj aox' t
0
" pa] ^[ e] t ai xal St xat oauv[T)i . . . ] CI QI xa quXi ai ni-
axfrji xaT]a>vTsq.
sus a mundo aliud agii aut, quae maxima Epicuro fe-
licitas videtur, nihil agit Che cosa si avvicina di
pi al saggio epicureo, anch' egli securus et neglegens
degli altri, aversus a mundo, che vi ve la sua felicit
ideale fuori da ogni attuosit ? OSv OOTOI; s&u(j.ia<;
7C017JTWCV, OC, TO [L71 TCoXX 7rp<7o"lV [XYjS $UO"XXot.^
ETTtxstpeLV 7rpyu,acrtv u.iqo' rcap Svafjuv TI fi,ea&(x.i
TY)V auTou ' 7cvTa yp l a u t a x a p a y ? vrcotsi TTJI 90-
a[si ] , Nulla cos genera quiete ak mi mo come il far
poche cose, non dar mano a spiacevoli imprese e non
sforzarsi in alcunch oltre le proprie forze: tutte que-
ste cose causano turbamenti alla natura umana (
2
),
dice Epicuro. Naturalmente nulla c' di meglio della
vita campestre, fatta di riposo degli occhi e dell' a-
nima, con le sue minime attivit, con la lontananza dal
turbine e dalle tentazioni della citt: 9iXaypY)o-Et.v
(cv crocpv), <c il saggio sar amante della campagna ,
quella campagna che in piccolo riprodotta nel x^rroc;
epicureo (
2
). L' accenno prende sviluppo sopra tutto
(') Sen. benef. 4, 4 1; fr. 364 Us . Compl e t a bene il passo
s enecano L at t anzi o, de ira dei 4 , 1 : ex hoc, inquit, [deus) bea-
tus et incorruptus est- quia nihil curai neque habet ipse nego-
tium ncque alteri exhibet (fr. 365 Us . ) , che t r aduc e es at t ament e
l a x. 8. I.
(
2
) E pi c . apud Di og. Oe n. fr. L V1 Wi l l . L a mas s i ma
di net t a deri vazi one democri t ea (cfr. Vors. De m. B 3 D. ) :
ma s econdo il t e s t o che ce ne d l o St obe o (Fior. I V, 103, 25 H. )
si aggi unge i n De moc r i t o un' os s ervazi one sul c ompor t ame nt o
di f ront e al l a f ort una, che i n E p i c ur o non c ompar e ; i nf at t i
il Nos t r o me t t e i n guar di a cont r o l e r a p a x a l , i n De moc r i t o
si finisce col l odare l a moderazi one, me t t e ndo i n guardi a
c ont r o l a prospera f ort una. A c c a nt o al l e parol e del Maes t ro
posso ri cordare un' espressi one di Fi l ode mo (oecon. p. 64,
col . X X I I I , 11 J.) ci rca l a vi t a che ^x i o r a . . . rcircXoxs txex
np$ ay?p<TCou<; e vi ene i ndi cat a c ome x a l SK XYWYV THTepitj
x a l (xex <p(Xo>v vaxtpTjoi? evioxoXov x a Tt ap rolc, [ow-
ppoaijv s^tyx'^tAovvjeTTa.T'iQv TtpooSov.
(
3
) D. L . 10, 120; fr. 5 70 Us . Pl i ni o A
7
. H. 19, 19, 1 f a
ri sal i re l ' abi t udi ne dei gi ardi ni ent ro l e mur a appunt o ad E p i -
c ur o : Iam quidam hortorum nomine in ipsa Urbe delicias,
agros, villas possident. Primus hoc instituit Athenis Epicurus,
otii magister. Usque ad eum moris non fucrat in oppidis ha-
bitari rura.
nei poeti, specie in quelli romani, culminando nella
esaltazione lucreziana: Cum tamen inter se prostrati in
gramine molli, propter aquae rivum, sub ramis arboris
altae, non magnis opibus iucunde corpora curant, prae-
sertim cum tempestas adridet et anni tempora consper-
gunt viridantis floribus herbas (
l
) ; da cui non riesco
a staccare Orazio: seu te in remoto gramine per dies
festos reclinatum bearis interiore nota Falerni (
2
). An-
che Virgilio, che da giovane era stato influenzato dal-
l' ambiente epicureo campano di Sirone, aggiunge qual-
che tocco. 0 fortunatos nimium, sua si bona norint
agricolas... at secura quies et nescia falter e vita... at
latis otta fundis... mollesque sub arbore somni non ab-
sunt (
3
) ; e poco pi oltre, in un passo di mossa netta-
mente epicurea, loda la vi t a del campagnolo che non
teme poteri politici, guerre civili, guerre esterne (
4
).
(*) L uc r . 2, 29, s qq. ; non si di ment i chi no, per, l ' i nf i ni t o
e at t e nt o amor e che L uc r e zi o nut re per l a nat ur a e gl i s quarci
poet i ci i n cui si sof f erma a cont empl arl a. I mi t azi one di L uc r e zi o
t ut t o un l ungo pas s aggi o del Culex (v. 58-75), s peci al ment e
per i v. 67 s gg. , in cui ve ngono l odat i i bona pastoris, rappre-
s ent at o pollentem sibi (v. 74). A l oro vol t a i v. 79-85 ri pet ono
i v. 37-43 di Lucrezi o. Pe r il poet a del Culex al past ore dulcis
adest requies et pura voluptas Libera, simplicibus exiris \ un i deal e
bucol i co prof ondament e ve nat o dal l ' i deal e filosofico di E p i -
c ur o; ma ormai cul t ura, non pi filosofia. Pe r l ' i deal e di una
vi t a campagnol a, cfr. anc he cap. I I I , pagg. 180-190.
(
%
) Hor. carni. 2, 3, 6-7; cfr. carni. 1, 1, 20-21. I n Orazi o
una laudatio vitae rusticae l ' epodo 2: Beatus Me, qui procul
negotiis Ut prisca gens mortalium Paterna rura bobus exercet
suis; l ' accenno pi sal i ent e al l a ri pos at a vi t a campes t re :
libet iacere modo sub antiqua ilice, Modo in tenaci gramine
(23-24); ma non ci si de ve di ment i care del t ono parodi co che
le parol e hanno i n bocca al l ' us urai o: anche qui pi un t e ma
poet i co che una riflessione filosofica. Ment re col ori t a c on sen-
t i ment i personal i e un personal e gus t o del l a c ampagna
Or azi o si defi ni sce t r a i ruris amatores t ut t a l a t onal i t
del l e epi st ol e X e X I V del I l i bro.
(
3
) Ve r g. georg. 2, 458-59, 467 - 7 1; not evol i sono nat ural -
ment e l e i nf i l t razi oni del l a t radi zi one poet i ca, per cui r i mando
anc he al c ap. I l i , pagg. 180-84.
(
4
) Ve r g. georg. 2, 493-99 e anche i seguent i . 11 Del l a
Val l e {Lucrezio e l'epicureismo campano, p. 121) ri corda i n
part i col are quest i vers i ; e fin qui son d' accordo. Ma del rest o
bi sogna andar mol t o caut i .
Cos si delinea evidente e fuori di ogni dubbio la
dottrina del xr^o?, che conduce l' uomo fuori della
vita politica e della vita attiva in cui germinano tutte
le miserie, tutte le invidie, le rapatoci, che fanno an-
gustiata questa nostra povera esistenza terrena. L ' E -
picureo campeggia solitario in un mondo che gli
estraneo :
si fractus inlabatur orbis
impavidum ferient ruinae (
1
).
***
Da tutto ci non pu derivare, a mio parere, che il
ripudio della vita sociale e di quella famigliare (
2
).
L'interesse che Epicuro mostra per la xoi voma degli
uomini relativamente esiguo, o meglio tutto ri-
volto al suo mondo contemporaneo: probabile che
sia giunto al problema della socievolezza naturale o
meno tra gli uomini partendo dal problema contin-
gente che gli premeva, cio in qual modo vedere i
rapporti tra l' uomo e la societ che attualmente lo
circondava. Perch innegabile che egli cerca per il
suo saggio una sicurezza sociale (
3
), ma la concepisce
solo come un fatto del momento attuale e non come
un principio valido nell' uomo. Non si deve, sopra
tutto, confondere l' amorevole attenzione che Epicuro
(*) . carm. 3, 3, 7-8. I v er si d' Or azi o r appr esent ano
la f usi one del l ' i deal e del saggi o epi cur eo e di quel l o del saggi o
st o i co : che del r est o le due scuo le, sulla f i gur a del saggi o ,
v eni v ano o r mai gr adat ament e av v i ci nando si . Cf r . Pasqual i ,
Orazio lirico, F i r enze, 1920, p. 682-83.
(
2
) I l Phi l i ppso n, Die Rechtphilosophie der Epikureer
(i n Arch. filr Gesch. der Philos., 23, 1910, p. 289 sgg. ) so st i ene
l ' o r i gi ne nat ur al e no n della soci et , ma del di ri t t o. Po ggi a ndo
su ques t e i dee G. Gar bo, Societ e stato nella concezione d'Epi-
curo (in Atene e Roma 1936, p. 243 sgg. ) a mme t t e che l a soci et
umana nat ural e e c ome t al e amme s s a e ri cercat a da Epi c ur o.
(
3
) Fr . 530 Us . 01 v[i.oi x *P
l v T
"
v
<*o?wv xeTvTai , ox
: ? .7) St x&oi v, XX'o7ic(; .7) SixuvTou.
rivolge all' uomo visto praticamente come individuo
limitato nel tempo con un problema del tutto di-
verso qual' quello dei rapporti generali e teoretica-
mente visti dell'uomo con l' uomo nell'insieme di una
societ originaria
Come Epicuro sentisse la questione ci mostra Lat -
tanzio in un elenco di affermazioni epicuree: Dicit
Epicurus... nullam esse humanam socielatem, sibi quem-
que consulere; neminem esse qui alterum diligat nisi
sua causa (
2
). Le tre proposizioni sono in grado ascen-
dente, strettamente legate l' una all' altra: l' amicizia
nasce dall'interesse egoistico (
3
) e perci l' amicizia
Tzpbc, TI non secondo natura pi di quanto non lo
sia qualsiasi altro atto utilitario estrinsecato dall' uo-
mo; questa constatazione di un egoismo reale s'ac-
coppia all' altra fondamentale che ciascuno pensa per
s. Da queste due considerazioni che si presentano
all'osservazione immediata del mondo quotidiano deriva
l'affermazione generale della non esistenza della so-
ciet umana (
4
)> Epicuro giunge a negare che la
xoivcovia sia cpa zi, perch per essa non c'era posto
nella sua visione individualistica della societ, che
esiste solo &o-si e dietro l'artificiale creazione di
o-ujjipoXa e d aov&YJxai (x. 8. 31, 33) tra gli uomini.
I
1
) Zeller, Gesch. der griech. Phlos. I I I
3
, 1, 45 5 e not e,
fa pi ampi e concessi oni al l a s oci evol ezza del s aggi o e del l o
st esso genere umano. Ma si ve da quant o ve r r e mo di scu-
t e ndo qui di segui t o.
(
z
) L a c t . div. instit. 3, 17, 24; fr. 523 Us .
(
3
) L o di c e Seneca, epist. 9, 7 Epicurus dicebat (sapientem
habere amicum velie) ut habeat qui sibi aegro adsideat, succurrat
in vincula coniecto vel inopi.
(*) Phi l i pps on {art. cit. p. 294) di ce: So we nn L a c t a nz,
Di v. I nst i t . I H 17, 24 be haupt e t : "Dicit... societatem"; denn
das hi nzugef gt e "sibi consulere" st el l t den erst en Sat z aus
Fol ge r ung des L a c t a nz dar . Ma il Phi l i pps on (e con l ui i l
i l Garbo) i n errore: il passo di L at t anzi o s t ral ci at o da un
el enco di af f ermazi oni epi curee e le due proposi zi oni s ono i n gr a-
do as cendent e con l a t erza. Non sol o : a garant i re ohe si t r at t a di
c onc e t t o epi cureo c' il mant enersi del cos t rut t o i nf i ni t i vo.
L' individuo un quid chiuso in s in un aureo giar-.
dino e non forma in origine un insieme di esseri socie-
voli e sociali: questo ci dice anche Lucrezio (*). An-
che in questo senso l'epicureo non xo-fxoo 7coXta:7)<; e la
cpt.Xav$p<>Tu<x degli Epicurei cosa ben differente da
quella degli Stoici. A questa conclusione ci porta an-
che un passo di Epitteto in cui si legge: OUTW<; xal
'ETCtxoupo^ OT OCV vcapstv ftXy) T T J V <pu<nxy]V xoi vamav
<xvO-p(7cot? TCp? XXyjXouc;, aTto T CO vatpouu.vco o-uy-
XP^fat. T I yp Xyet; "(XT; a7t aTo-&s, v&p c o T r o i , [xr
r
S 7 t a p y e c 7 &e pqS StaTrtTCTeTs" ox ecm cpuaixv] xot-
vcovta TOIC; Xoytxoit; Tzpc, XXY)Xouc;, T CI CT T SUCT OCT S JJLOI
1
ol S T a eTspa XyovTs? E ^ a T c a T c a c r t v ufx<; xal Tcapa-
Xoy t ^ o v T a i " , Cos pure Epicuro, quando vuol abolire la
naturale societ fra gli uomini si serve di ci che abolisce.
Infatti che dice? "Non lasciatevi ingannare n sviare,
o uomini, non cascateci: non c' societ naturale re-
ciproca tra gli esseri razionali, credetemi. Quelli che
vi dicono altrimenti vi ingannano e sragionano" (
2
).
Ma perch si parla di cpuo-ix-y) xoi voma? Epicuro l' am-
metteva dunque come tale ? No, qui tutto conside-
rato dal punto di vista stoico: chiaro che due cose
son certe per Epi t t et o: che per lui la xotvwvia natu-
rale, che per Epicuro essa non esiste. Infatti Epitteto
pensa naturale questa societ, da stoico qual e, e da
questa concezione non pu staccarsi neanche nei passi
dove parla di Epicuro e di dottrine epicuree. Avendo
avanti a s il problema della societ umana e vedendolo
secondo il proprio punto di vista dottrinale, Epitteto
trova che anche Epicuro aveva toccato il medesimo
argomento, contrario per al suo individualismo. Non
c' dubbio, perci, che la (puenxY) xoivcovla sia termine
stoico introdotto per altra dottrina: si penserebbe
() Lucr. 5, 931-32; 95
8
-59.
(*) Epici. 2, 20, 6; fr. 523 Us .
forse che Epicuro voglia abolire quella societ che egli
poneva come naturale ? No, chiaro che Epitteto dice
che Epicuro con i suoi ragionamenti vuol abolire quel-
la societ che essi Stoici stimavano cpuo-ix-/). Del resto
le erronee conclusini cui sono giunti il Philippson e
il Garbo] (
x
) dipendono dal non aver osservato il com-
plesso in cui questo passo compare: il capitolo si apre
con una polemica contro gli Accademici e la polemica
contro Epicuro non che il prolungamento logico della
prima. Come gli Accademici dicono oSv a xtv xafroXi-
xv A7)fr<; (ib. 2) e cadono nel ridicolo perch come se
dicessero ytyvcoo-xs 6x1 oSv za xiv yvcoo"Tv (ib. 4),
cade nel ridicolo Epicuro che dice: Tut t i vi ingannano,
non credete a nessuno: credete a me (
2
). perci
ben chiaro che Epicuro dice no alla xoi vcovi a, altri-
menti non avrebbe senso fare un parallelo tra la fonda-
mentale affermazione degli Accademici e una affer-
mazione epicurea che non fosse sicuramente fondata.
C' piuttosto un passo di Temi
c
t i o che testimonia
proprio l'assenza della societ: ' E^EXOCUVELV ' E T CI -
xoupov T V NeoxAouc; xo x^X.Xetv xou x a T a X y o u ,
OTi ' E 7 ux o up o <; X &pa fiia xc, 7T7]VEZTO x a l E&ETO
Syjxa [jt,7) cpuoEi Et va t T V v#pw7t ov xoi vcovi xv TE x a t
/ju-spov, di espellere e cacciar via dal novero (dei filosofi)
Epicuro figlio di Neocle, perch Epicuro era lodato
per la sua vita ritirata e si pose come dottrina che
non per natura l' uomo socievole e mite (
3
) : ed
() Phi l i pps on, art. cit. p. 294.
(
2
) Un el ement o di paragone precorre anc he nel paragr.
4: 7UCTEUCV u.01... oSv Sei v&pTCcp TcioTeeiv. Gi o v a a
i nt endere t ut t o l ' i nsi eme anche l o scorrere i paragraf i 7-20.
(
3
) The mi s t . orai. X X V I , p. 390, 21 Di ndorf ( 3 2 4
A
Pe t av. ) fr. 5 5 1 Us . Si pu avvi ci nar e f orse Max . T y r . 29, p-
302 (Davi s ) ' Erdxoupov S ^eXto Xyou x a l 7uoi7]Ttxou x a l
tpiXoocpou. Ma assol ut a l a ri s pondenza con Ci c. fin. 1,
8, 26: Tu quidem, inquit, totum Epicurum paene e philosopho-
vum choro sustulisii. Il philosophorum chorus e vi de nt e me nt e
l o st esse di Pl at . Theaet. 173D.
interessante osservare come sia messo un legame tra
il X&e p4wo- a? e la mancanza delle societ. Nel pen-
siero, se non di Epicuro, almeno di Ermarco, l' im-
mediato suo successore, questa ) , ) ; era tanto
lontana dall'essere secondo natura che solo dopo lunga
attivit delle leggi sull'uomo vr,Tov ^ ^ ? T T OI -
xt Xco ? 7cou8aY <oy/]&v 9jX&sv sic T VJ V xa&eaToicrav ^[xe-
p TY jTa l' elemento irrazionale dell' anima umana, do-
po essere stato educato in vario modo giunse alla tra-
dizionale mitezza Possiamo dedurre da ci che
tanto pi evidente che senza )( >]<; era a mag-
gior ragione impossibile postulare una soci evolezza, che
non poteva esserne che la conseguenza. I primi uomi ni ,
infatti, per anni e anni non avevano vi ssuto errando
allo stato ferino? (
2
).
I difensori della ) xoivovia epicurea ricorrono
a due altri testi , che ancora non abbi amo esami nato:
I l pri mo un passo di Porfirio che viene certo da buona
fonte, poich si tratta di Ermarco: ol 8
' E7 c i x o u p o u oanzp YSVEaXoylav jzaxpv o4e i vTe<;
<pao"lv , ol TcaXaiol vou.o&Tai 7U$vT<; zie, T T J V
T O O [3loo xoivtvtav . T W V v&pt TCtov xal ? 7rpc; XXv)-
Xou? -rcp^eii; vaiov s7rcp7][Aioav -Jjv v&pco7rou o<pa-
yyjv x a l ^7){xia<; o ? TU^o o o r a? ipoo^av, / [xv
xal ]? xivoc, olxetwo-eco? U7rapxoo"7j? Tot? varpe-
T T O I ? npc, v-9-po)7cou<; S4 T T J V (Xoi.TY )Ta ) ? ( )?
xal ]? ^ ? , EI ? U ,T) TTpo^eipoi? & ; T O L-
OOTOV ^U OV 7 TpV Tt T&V CrOyXXC0py)(j!.VC0V,
Gli Epicurei, raccontando estesamente come in una
lunga cronologia per generazioni (
3
) , dicono che
(*) Por ph. abst. 1, 9; che la f ont e sia E r ma r c o ha ricavato
a ragi one il Phi l i pps on (art. cit. p. 316) dal cap. 26 (ma vedi
gi Zel l er, op. cit. I l i
3
, 1, 45 5 , n. 3).
(
2
) L uc r . 5, 93I-32-
(
3
) yzvzct'koyiat.v: ci o c ome nel l e Tevea.'koy'ia.i i oni che;
e t al e il modo i n cui L uc r e zi o (e Di oge ne d' E noanda, fr.
X W. ) ve de l o svol gersi del l a ci vi l t uma na : un progres s o
gli antichi legislatori, per aver fatto attenzione alla
comunit della vita negli uomini e ai loro rapporti re-
ciproci, dichiararono empio l'omicidio e stabilirono
pene non da poco fors'anche perch propria del-
l' uomo una certa affinit naturale nei riguardi del-
l' uomo, a causa dell' uguaglianza di aspetto e d' anima
allo scopo di non uccidere tale vivente colla stessa
facilit di un altro per cui l'uccisione concessa (
l
).
Nel contesto risaltano due parole: xowoovi a e ol xsi t o-
oic,. La x o t v w v i a cui qui si accenna altro non che la
x o i v c o v i a di cui parla Epicuro in x. . 36-38, cio in
un fatto posteriore gi a quelle o- uvf rTJxou che richiede-
vano l'esistenza di -nrp? XXr]Xou? nptx^siq. Se poi esa-
miniamo attentameite tutto l' ultimo membro del pe-
riodo quello appu.ito in cui compare Totxei<oo-tc
si vede con evidenza che non pi il pensiero di
Ermarco, ma un' aggiunta esplicativa di Porfirio,
come mostra bene il m ^ a introduttivo ; il vocabolo o'i-
x s i c o c r i ? non solo non epicureo, ma qui presente
alla mente dell' autore il rapporto stoico d'influsso
posidoniano tra OXZOGIC, e S I X O UO O - UVT J che vien trat-
tato in questa stessa opera in 3, 19 (
2
). Si aggiunga,
inoltre, che di fronte all' aggiunta di Porfirio (intro-
dotta da rdcxa jxv) si trova in quanto segue la vera
causa secondo Ermarco: o {i.7;v XXT7] v ye 7tXeio-r/]v cd~
x a T ysvei ; , di generazi one i n generazi one. A nc he Orazi o,
serm. 1, 3, 112 di ce: tempora si fastosque velis evolvere mundi,
dopo aver i n br eve espost o l ' evol uzi one del l a vi t a nel mondo
{ v. 99- 110) , c ome premes s a del f at t o che iura inventa metu
iniusti fateare necesse est: che l o st esso t e ma s vol t o ampi a-
ment e i n ques t o l uogo di Porf i ri o.
(') Porph. abst. 1,7.
(
2
) Cf r. Re i nhar dt , Poseidonios, p. 35 7. Ce r t o non
do vut o a i nf lusso di Teof ras t o, come sost i ene il Di rl mei er,
Die Oikeiosis-Lehre Theophrasts, i n , Philol. Spb. (1937) , 1,
71- 92 e Pl ut . am. prol. 495 B C) . E c omunque i nt eressant e
not are che l a vo c e oExeicoctc; (come gent i l ment e mi c omuni c a
d a Napol i l a dot t . Guerri eri ) manc a nel l essi co epi cureo ma-
nos cri t t o del l ' Usener.
T t a v T O U Suaxspav&yjvou T O U T O x a vcriov 7tt<pY](juo*i)-Y]-
v a i T (XY) au^ps i v e t ? T Y ; V X Y JV T O U (itou O- CTTOCOIV uuo-
Xa^Eiv. arc y p T Y J ? T O KX UT Y ) ? apx?j<; oi u.v rcapaxo-
Xout - yj oavT S? TW aro^spovTt. TOU Siopiou- aTO? oSv
7rpoo-eSs7]d'7jCTav XXYJ? a T t a ? T Y J ? vEipyoaY)? a T o ?
r z b T Y J ? 7cp^ew? T OC T Y )?, ot 8* (JLY) Suvfxsyoi. Xa^ s t v
atffS-Yjatv Ixavvjv T O U T O U T ( i i y E &o? T Y J ? Y ) U <X ? $ S -
S t r s q 7retxovTO TOU X T E i v s t v Tcpoxsipw? XXyjXou?,-
ci non di meno dicono che la causa maggiore della
esecrazione per l'omicidio e della dichiarazione della
sua empiet la supposizione che esso non torni utile
all' intero complesso della vi t a. Partendo da un prin-
cipio di questo genere alcuni intesero l' utilit della
disposizione e non ebbero affatto bisogno di una causa
diversa da quella che vi et ava loro questa azione, altri
invece, incapaci di rendersi ragione di ci, per timore
della gravit della pena si astennero dall'uccidersi
reciprocamente con leggerezza . Qui s compaiono
genuini elementi epicurei, sovra tutto il o- uu^pov,
che trova conferma nei riguardi della giustizia in x.
8 . 31. Come si vede il problema impostato ben altri-
menti e la o x E i c o o t ? T W V vfrpc7r(ov Tcp? XXYjXouc,
cos caratteristicamente legata alla cpuaixY) xoivwyia
degli stoici, non ha nulla a che vedere col pensiero
di Ermarco, il quale ben chiaro ed esplicito nelle sue
affermazioni. Dopo un attento esame, dunque, nulla
rimane che riguardi l' argomento che ci interessa;
come in nulla si risolve anche il secondo passo, di
Epitteto, il quale non abbraccia solo il punto della
vi t a sociale, ma tocca anche altri argomenti su cui
mi fermer subito in seguito: ' E T C I V O E I x a l ' E7uxoupo?
ori cptfsi sff[iv xotvcovixot" XX' a7ta sv TCO xsXucpEi
d -eq T y a f r v rj(xt>v O X S T I SVOCTOU XXo oSv e i -
TCEtv. uXiv y p s x s i v o o Xtav xpaTEi, O T I o Ssl 7t-
CP7caCTU.vov ouSv T Y J ? T O U ya &o u offCa? O U T E -9-aupt.a-
E I V Q6T' 7to8xsaB-at." x a l xaXc? aTou x p a T e i . TZ&C.
o5v U T T O V O Y J T I X O I au,sv, ol? u,/] 900*1x7) sorxiv Tzpc, x
sxyova ; Sia T I aTioarujjL^ouXeust? xoj * >
xs xvoxpocpet v; xi 90^ [ ) 8t, x aux a zie, " );
Anche Epi curo ha in mente che siamo per natura
soci evoli ; ma una volta che ha posto nell'i nvolucro
il nostro bene non pu pi dire null' altro. A sua volta
infatti egli insiste assai sul fatto che non dobbiamo
ammirare n accettare nulla che sia separato dall' es-
senza del bene: e bene vi insiste. Come dunque siamo
concepibili noi, per cui non naturale l'amore per i
discendenti ? Perch sconsigli al saggio di allevare i
figli ? Perch temi che a causa di questi incappi in do-
lori ? (
1
). Tenendo presente quanto ho detto ri-
guardo alla 900*1x7) xoi vwvi oc a proposito di 2, 20,
ritengo che il passo vada inteso cos: Anche Epi-
curo ho pensato alla societ umana, che per noi na-
turale; ma una volta posto il bene nel nostro invo-
lucro non pu pi dir nulla in favore di quella
societ di cui si discute.
Le cose a mio parere sarebbero dunque cos: Epicuro
constata come elemento reale la socievolezza attuale tra
gli uomini (Epitteto, 1, 23) ; ma si pone come dottrina
che questa socievolezza non per natura (Temistio).
E dice agli uomini di non cadere nell'inganno (Epit-
teto, 2, 20): poich la societ umana non esiste per
natura, l' uomo pensa ciascuno per s (Lattanzio).
Restano cos eliminati anche i contrasti che a pri-
ma vista parevano esistere; resta decisamente un fatto
solo: che per Epicuro la vita sociale un patto non
naturale (ma nato dal - - ? - ?) ,
utile e forse anche necessario, ma esterno, compren-
sibile solo per ragioni di sicurezza, per quanta se ne
possa avere tra gli uomini (
2
).
0) Epi ct . 1 , 23, 1 sqq; fr. 525 e 1 9 U s .
(
2
) Non si di ment i chi che l' interesse di Epi cur o tutto per il
mondo contemporaneo, i cui vi venti deve condune alla felicit.
Quanto all' ultimo punto, quello che riguarda la
famiglia, Epicuro nelle Diaporie raro dicit sapienti
ineunda coniugia, quia multa incommoda admixta sunt
nuptiis. Et quomodo diviiiae et corporum sanitates et
celer, quae indifferentia nomtnamus, nec bona nec mala
sunt, sed velut in meditullio posita usu et eventu vel
bona vel mala fiunt, ita et uxores sitas in bonorum ma-
lorumquc confinio. Grave esse viro sapienti venire in du-
bium utrum bonam an malam ducturus sit Il matri-
monio cio concesso al filosofo solo a condizione che non
sia di ostacolo alla sua ascesi. Anche qui in complesso
valgono le stesse norme restrittive che Epicuro aveva
posto per il u./) 7roXt.Tuea^at: l' uomo deve cercar di non
forzare la propria natura, ma di persuaderla al meglio,
disposto a cederle l dove questo non sia possibile. La
somma dei passi di Seneca e del Laerzio cos chiara
e cos precisa nella citazione dell' opera da cui deriva,
che nel suo ambito si deve ridurre anche l'o Y au.yjTov
di Epitteto (
2
).
Per i figli il Laerzio, nello stesso passo citato or
ora dalle stesse opere di Epicuro, dice xal T X VOT T ; OI . Y ) O- - . V
T V o-o'fv. Ma io son convinto che anche per il
Txvo7iot.7)CT!.v valgono le condizioni poste per ammet-
tere il matrimonio; non avrebbe avuto altrimenti ra-
gione d'essere introdotta una simile questione nelle Dia-
porie accanto a quella gi vista. Anzi assai probabile
che le ragioni fossero le stesse, poich Clemente Ales-
(!) Sen. fr. 45 Haas e ; Epi c. fr. 19 Us . Che i l passo pro-
ve nga dal l e Diapone ce l o t es t i moni a, ol t re il venire in dubium
= SianopeXv, Di oge ne L ae r zi o nel passo che corri sponde al
t es t o di Se ne c a: x a l u,7jv x a y a ^Tj aei v x a l TexvoTtoiev T V
crcxpv, q ' ( <; v TOLIC Aiat.TzopLa.iq xal v taiq !.
<&ae<aq, T c e p i a T a a i v S [iou Y a{i.7)aet.v (D.
L . 10, 119) L ' a c c e nno agl i Si cpopa senecano, dat a l a
t ermi nol ogi a st oi ca. L a st essa posi zi one si r i t r ova poi , at t ra-
ve r s o i l t o no mal evol o, i n L a c t . div. instit. 3, 17, 5 : qui odit
uxorem, huic enumerantur caelibatus bona.
(
2
) E pi c t . diss. 3, 7, 1 9 ; fr. 5 25 Us .
sandrino d proprio come ragione dell' evitare il ma-
trimonio e la figliolanza i contrasti e i pesi che da essi
derivano (*). Perci anche qui bisogna intendere con
una certa relativit l'oS 7ta' ,So7coi,Y]Tov di Epitteto e
intenderlo al solito come un' immagine di Epicuro ir-
rigidita dal polemizzatore nell'ardore della discussio-
ne (
2
). In questo caso esatto il uccidono docv r c a pa i Tst -
TOU di Clemente Alessandrino (
3
) che allude sempre alla
medesima cosa, all'indirizzo che l'ascesi deve avere.
Certo Epicuro non deve essere stato qui assoluto come
(in confronto) era stato per il U,T) nolixeutad-xi, ma anche
qui avr posto davanti agli occhi degli uomini che lo
ascoltavano gli svantaggi che il matrimonio e in par-
ticolare la prole portavano alla vita contemplativa;
infatti per questo dice che chi ha senno non si dar
all' attivit politica: sa infatti quali cose deve fare chi
si d alla vita politica (
4
). Naturalmente questa
una spiegazione che ci d di suo Epitteto, ma anche noi
possiamo ben accettarla, perch il parallelo tra vita
politica e famigliare poggia sulla preoccupazione dei
turbamenti materiali e spirituali che entrambe possono
apportare. Oltre ai motivi generici di Clemente, uno
particolare ci resta ed il dolore, il tormento che pro-
curano i figli cattivi: habenti malos liberos, orbitas prae-
dicatur (
5
). Per chiarire il pensiero di Epicuro ,
(*) Cl em. Al e x , strom. 2, 23, p. 189, 15 St a hi. : Av- ( i . xp- To?
Se yu-ov x a l 7tatSo-Tottav i rapai TEi Tai Sta x<". 7roXX<; 5
aT w v rj8(a<; T E x a l cpoXxi; T WV vaYxai oTpwv. auyxaTaTT-
TSTOCI S aT^i xal 'E7Ttxoupo<;. Pe r chi ari re l a posi zi one di De -
mocri t o ( e qui ndi di Epi curo) , v. (subi t o qui olt re) Vors.
Dcm. B 275 , 278 D. , dove s' accenna chi arament e al probl ema.
(
2
) E pi c t . diss. 3, 7, 19 ci t at o.
(
3
) Cfr. il passo ci t at o qui sopra a pag. 77, not a 1.
(*) E pi c t . diss. 1 , 23, 6. Cfr. di rest o il f r amme nt o se-
rrecano c i t at o poco pi sopra.
(
5
) L a c t . div. instit. 3, 17, 5 ; fr. 526, p. 320, 5 Us . ; il t ono
di L a t t a nzi o , co .ne al sol i t o, i roso e vorrebbe essere i roni co.
I o met t erei il passo t r a le t ant e t es t i moni anze di sl eal t nei
conf ront i degl i Epi curei ; qui per l a col pa non di L at t anzi o,
per, necessario distinguere tra ^ O C I S O T T O I S L V e xe x-
voTpocpet v. Questo ci fanno capire le parole di Epi t t et o:
' AX X ' ol Sev 6 x i v -xaH, ysvyj xai "xaiSlov, oxxt. 9' 7](juv
crxt, [X7] axpys i v [XTjS 9povxi ei . v T: ' axqi . . . . X X ' 6-
[i.cq elSc, xauxa xoX-xa Xysi v 6 T I " U. 7) vaipcu,efra xx-
va" , Ma Epicuro sa come una volta che ci sia nato un
figliuolo, non stia pi in noi di non amarlo e di non
provvedere a lui.... Ma pur sapendo queste cose af-
ferma: " non dobbiamo allevare figli"
Come stiano le cose ci pu aiutare a comprendere
Democrito, la cui posizione strettamente analoga.
Anch' egli sostiene: o Soxe \ioi yp^voni -xat Sa? x x a-
o*&ai,. evopw yp v TtatSwv xxY)o*ei T COX X O C u.ev x a l
(xeyaXoui; xi vSvoui ; , 7roX X ? 8 Xu7ra<;, Xt ya S x
eahrjXovxa x a l xauxa X e 7i x xs x a l cr&sva, a me
non pare che ci si debba procurare figli: ben | vedo
infatti nell' acquisto di figli molti e grandi rischi,
molti dolori, ma pochi vantaggi e quei pochi miseri
e insignificanti (
2
); e quindi si trova anch' egli nella
medesima condizione in cui pi tardi Epicuro, come del
resto aveva gi notato Clemente. Ma nell' Abderita
ben chiara la posizione riguardo all' allevamento della
prole; in un altro frammento tramandato dallo Stobeo
si legge: i rvxa yp x yo va xxaxat x a x 9UOHV -xco-
9eX ei 73? ye oSeu,i,a<; et vexa XX' oxav yvrj xat , xa-
X at 7ct opet x a l xp9t exaoxov se, Suvaxat x a l U7rep-
SSoi xe, (x^pt. <ru.ixp -Jj, x a l T^V X I vtxat,,
cui t ut t ' al pi si pu muove r l ' accus a di non ave r vagl i at o
(f ors' anche a bel l a pos t a dat o l o s copo del s uo scri t t o) l ' at t en-
di bi l i t del l a s ua f ont e. L o st i le di ques t a seri e di brevi , as ci ut t e
proposi zi oni i ncal zant i , l a l oi o cos t ruzi one spesso s i mmet ri ca
e spesso i n f orma appros s i mat a al xXu-a? f anno ri sal i re l a l oro
ori gi ne a qual che t es t o di at ri bi co st oi co- ci ni co. Ma ci non t o -
gl i e che anc he qui , c ome poc o sopra, L a t t a nzi o ri echeggi un
genui no el ement o epi cureo.
(') E pi c t . diss. 1, 23, 5 e 7; fr. 5 25 Us . veri si mi l e c he
anc he que s t o p unt o part i col are fosse t r at t at o nelle Diaporie.
(*) Vors. De moc r . B 276 D.
Tutti (gli animali) infatti procreano la prole secondo
natura a causa d'alcun vantaggio: ma, una volta che
sia nata, se ne preoccupano e la nutrono ciascuno come
pu e assai temono finch piccola e s'angustiano se le
accade qualche male (
1
). E a rincalzo aggiunge ancora:
TxvoTpo<ptY ] c"9<xXepV TYJV [xv y p k.Tznx>yir\v y &v o ?
JLSCTTYJV xal 9povr' t. So? xsxTYj Toa, xrjv S' 7roTUxi ' / ] V vuTrsp-
&TOV TpT] SvTQ, L' educazione dei figli cosa rischio-
sa : essa riesce solo attraverso lotte e preoccupazioni infi-
nite; l'insuccesso poi, causa di un dolore cui nessun al-
tro pu esser paragonato (
2
). Qui tutto chiaro: Demo-
crito sconsiglia (o SoxeZ [LOI) di procrear figli e quali ne
sia il perch risulta spiegato dalle ansie e dai dolori che il
loro allevamento procura. Ora questi dolori, osserva Epi -
curo, nascono dal fatto che l'amore per la prole, una volta
che essa sia nata (ori v 7ra yvyjTat, Epitteto e cos
pure Democrito, fr. 278), secondo natura e perci,
empre una volta che essa sia nata, inevitabili sono
quelle ansie su cui ci siamo soffermati. Chi ci documenta
che Epicuro non aveva mai pensato di negare l'amore
per i figli come fatto naturale Demetrio Lacone, in
un interessantissimo, ma lacunoso papiro ercolanense:
col. X L I V, 5 x a l TCOc
' E - x i x o up o ? [ X y w ; j v s-
XsyEV 7toX[X]^x[l<;] [.YJ 9U(J!.X7jV
zivxi [T]Y JV [7c]pc c x x v a
OM PY *I
V
; ] *
N. AQN T P
TTJC 9UO[EO?
Tupc r rs x v[ a
sX syEV
(
x
) Vors. De moe r . B 278 D.
() Vors. Demoer. B 275 D. ; St ob. I V, 24, 29 W.
col. X L V
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aTceanv Tiqc, fto[v] fxvcov
(7TOpy9j?.
E come Epicuro dovrebbe spesso dire senza aver
una ragione che l'amore verso i figli non secondo
natura ?....:: (Si dice che l'uomo( ?)) ....per natura capace
di subir fatica, poich gli necessario; e che per natura
persegue la virt, poich gli vantaggioso; per natura
ancora diciamo che siano sorti i primi nomi pronunciati.
< Per il che diciamo che per natura anche l'amore
verso i figli, > giacch gli uomini amano all'infuori di
ogni costrizione la loro prole. Propria dei fatti avvenuti
per costrizione la contrariet e stretta conseguenza a
causa della contrariet la reazione, il che, come
evidente, non si verifica affatto riguardo all' amore per
i figli (i).
Tut t o il passo di Demetrio ci lascia comprendere
che su questo argomento doveva essersi sviluppata una
accanita opposizione polemica da parte stoica, polemica
che Epicuro non aveva avuto e le cui tracce si ritrovano
ancora nei passi da noi studiati di Epitteto (
2
). Altri-
(') Il testo di questo papiro (Pap. Herc. 1012 eoi. X LI V ,
5 - col. X LV I , l i De Falco) mol to lacunoso in alcuni passi
e nonostante le cure del Cronert, dell' Usener, del Bi gnone
e del De Fal co, la sua costituzione lascia mol to a desiderare.
Tralascio perci tutti i suppl ementi che non mi interessano
o che non mi persuadono. Le due prime linee di col. X LV I
sono supplite da me, con poca differenza, in fondo, da quello
cui pensava il De Fal co, che integra: <pu<jei Ss VO U ^ S T O C- sl vat
7j 7tp<-, x Txva axopyY). Ma soprattutto mi dispiace
il vago VO U ^ S T O U. Da chi ? Si osservi pi uttosto la gradazi one
di col. X LV , dove si elencano tre tipi di fatti secondo natura:
essi possono essere tali o per istinto naturale (Sioca-rpcptoc-),
come la nutrizione (a I.2-3 si deve certo leggere Tpo]<p9j(;),
o per necessit (xaTY]yxac-u.vG><;), come la tolleranza dei tra-
vagl i fisici, o per utilit (auu.<pspvTco<-;), come il perseguire la
vi rt. La gradazione significativa: primo grado l' istinto
ed infatti l' istinto che spinge l'essere vi vente verso il piacere
(Cic. fin. 1, 9, 30; D. L. 10, 137 X
W
P ^ Xyou; Sext. E mp. adv.
dognt. 5, 96 StSxTco?), in particolare il piacere fondamental e
del soddisfacimento di fame e di sete (fr. 409 Us. ; 5 . V. 33) ;
secondo grado l' accettazione di ci cui costringono forze na-
turali, come le malattie fisiche, che non toccano la x
a
P<* della
ani ma (ne esempio Epi curo stesso, cfr. fr. 138 Us. ); terzo
grado la ragione che ci fa conoscere l' utile non i mmedi ato
(cfr. Epist. Men. 132) . Da quanto dice Demetri o si pu infe-
rire che l' amore per la prole non del secondo ti po, poich
non c' n costrizione, n reazione. Parrebbe di dover ammet-
tere l' amore per i figli tra i casi del primo ti po, come il nutri-
mento o meglio come la tendenza al parlare articolato (cfr.
(cfr. fr. 334 Us.). Ma l' incertezza di col. X LI V e la mancanza
di una pi ampi a conclusione dopo la col. X LV I non ci permet-
tono di concludere nulla, su questo punto, che superi la gene-
rica probabilit.
(
a
) Che si tratti di una polemica antiepicurea tradizionale
e che non i nvesti va solo questo problema ci indica il fatto che
lo svol gi mento che segue al ci tato passo di Epi tteto (2, 20,
6- 11) parallelo a Pl utarco, de latenter viv. 3, 1128 F - 1 1 2 9 A :
la polemica prende colore diverso a seconda dello spunto da
cui parte, ma comune il rinfacciare a Epi curo la sua costante
ansia di venire in soccorso agli uomini, che in contrasto
col suo ideale di Xa&etv picaavTa.
menti non ci si spiegherebbe il tono delle tre colonne
del papiro e in specie quell'iniziale E perch Epicuro
dovrebbe dire....? . Evidentemente gli avversari ave-
vano portato alle estreme conseguenze l'affermazione
della scuola avversa; gli Epicurei non dicevano M-fy
voupw|x&(x Tsxva per voler abbandonare la loro prole,
ma l' avvertimento ha un ben altro valore: non mettiamo
al mondo figli e quindi non alleviamone, perch una
volta che son nati noi non potremo contrastare col
naturale amore che ogni padre prova per la sua crea-
tura e andremo cos incontro a dolori che, secondo
Democrito (*), sono tra i pi grandi che uomo possa
provare. Epicuro quindi ammetteva l' amore naturale
per la prole e ci che afferma Epitteto, che cio secondo
il suo antico avversario agli uomini u,-/) 91)0-1x7) a-uv Tcp?
t ^xyova 9iXoo"TopYia, va inteso come una sua gra-
tuita illazione, poggiata su una ormai vecchia polemi-
ca (
2
), e la conclusione che egli ne ricava, per cui Epi -
curo renderebbe l' uomo pi stolto della pecora, pi cru-
dele del lupo, che pure amano i loro piccoli, volut o
o no un fraintendimento.
Del resto trovo che la posizione epicurea assai
(*) l e gi t t i mo su que s t o part i col are p unt o del l a t rat t a-
zi one servi rsi del mat eri al e democr i t eo gi unt o fino a noi , l
do ve ci manc a quel l o epi cureo: una vol t a i ni at t i amme s s a
l ' i dent i t di posi zi one t r a i due filosofi, s econdo quant o sost i ene
Cl e me nt e i n slvom. 2, 23 (sopra ci t aro a pag. 78) non possi -
bi l e pens are a un not e vol e di var i o di quest i oni part i col ari ,
a me no che si t rat t i di part i col ari del t ut t o secondari . Non sol -
t a nt o i n al t re quest i oni , c ome gi s t at o bene os s ervat o, D e -
moc r i t o maes t ro e gui da d' Epi c ur o, ma anche per ques t o pro-
bl ema, che ha una me no i mme di at a at t i ne nza con quel l o del -
l ' eu&uf i i a, per l a qual e, c ome ve dr e mo, t a nt o pensi ero ant i c o
di pende dal Maes t ro di Abde r a.
(
2
) E pi c t . diss. 1, 23, 3, poc o pr i ma del pas s o c i t at o pi
sopra (vedi anc he pag. 79) ; che un' i l l azi one l o di mos t ra
da s il t es t o, che pr os e gue : Si a T I 7roauu.(3ooXeoi,<; T V
aotp-v TxvoTpo9sv; E da ques t o s cons i gl i are al s aggi o;
d' al l evar figli , i ndi s cus s ament e epi cureo, che l o St oi co deduce
l a s ua precedent e af f ermazi one. Il t es t o c hi ar o anc he cos ,
s enza correggere, c ome fa l o St el hvag, Si a T I dei codd. in Si o n' .
consona a quell' et; stato, societ, famiglia non dove-
vano essere ideali luminosi in un mondo come quello
ellenistico contemporaneo di Epicuro.
* * *
Concludendo questa rassegna di testi epicurei, viene
manifesta una constatazione: la scuola filosofica che
ha dato dichiaratamente peso notevole alla contempla-
tivit nella vita quella del y.r\izoq. Essa aveva spostato
nettamente i termini della filosofia precedente (Pla-
tone) e di quella contemporanea (Accademia), scendendo
dal mondo uranio e metafisico in terra per aiutare
concretamente l'essere umano impegnato nella sua quo-
tidiana fatica.
Certo questo atteggiamento dell'epicureismo implica
una notevole rinuncia alla speculazione pura, ma ri-
sponde a delle necessit immediate. Di fronte al mu-
tarsi del mondo politico e sociale posteriore ad Ales-
sandro, la nuova scuola offre all' uomo il sistema del
minimo sforzo naturalmente necessario, di un buon
senso che eviti gli eroismi inutili, ma tenga temprato
l' animo all'occasione, di un quieto vivere fuori dei
dis- sapori e degli scontri violenti della vita politica,
un quieto vivere sentito a tal punto da consigliare
il ritiro dalla vita sociale e famigliare nella solitudine
ricca di meditazione serena. Solo cos l' uomo avr
veramente raggiunto la ya>o)VY) cui aspira, ottenen-
dola non con voli trascendentali dell'anima, ma con
un raccolto equilibrio tra anima e corpo. N vi pu
essere vita che pi di questa contemplativa rispon-
da all'ideale di Epi curo; di piaceri Me et praeterifa-
rum (vluptatum) memoria et spe conseguenium sapi-
tentis vitam refertam putat (
1
). Dolce ricordo di sensa-
() Ci. Tusc. 3. 15 , 33.
Conclusione sulVEpicureismo 85
zioni gradevoli d'una vita in yaXyjvrj, in cui il sag-
gio nulla ricorda di contrario alla sua St&s<x4<; per-
sonale che sia venuto a turbare la sua quiete; spe
ranza di vita altrettale, piena di altrettanti beni quieti
ed egoisticamente sereni per il futuro: il trionfo
deirindividualismo di fronte alla sconcertante povert
d'idee del nuovo mondo cosmopolita.
Questa, io direi, pi religione che filosofia e per
molte cose richiede fede nelle parole del maestro pi
che fede nelle capacit razionali del proprio pensiero _
Una religione senz'altro d'un genere del tutto partico-
lare, ma* come tale era sentita anche dal fondatore della
scuola; una testimonianza indubbia ce lo prova: Epit-
teto ci rappresenta Epicuro che veglia alla luce delia
lampada e si leva presto alla mattina per dedicarsi a
scrivere grossi volumi perch gli uomini non cadano in
errore (*). La posizione dell'epicureismo nel mondo
greco all'inizio del III secolo giustifica che Epicuro
009V u.ijo'va cpvai TCXTJV aurou yeyovv<x.t
x a
*
v
\
L<y
~
dicesse nessuno esser stato veramente saggio al-
l'infuori di lui e dei suoi discepoli (
1
).
L'ambiente stesso, il x9J7to<"-; il legame che unisce i
discepoli nella venerazione di Epicuro; l'amicizia che si
instaura tra di loro costante e ferma; la comprensione
delle necessit essenziali alla vita umana; tutto l'in-
() Epict. diss. 2, 20, 7. Anche togliendo il colorito ac-
centuato dal tono diatribico dell'apostrofe, la sostanza rimane
quello che ; gli stessi concetti sono ripresi pochi paragrafi
pi sotto (v. pag. 82 n. 2). Epitteto era in posizione assoluta-
mente negativa rispetto all'Epicureismo e quel perch ti
scalmani ? rivolto all'avversario la miglior prova di questa
incornprensione. Appunto per questo si pu credere alla testi-
monianza, data contro voglia, del proselitismo che l'epicurei-
smo aveva gi nel suo iniziatore. Per l'immagine, del resto
- in senso, naturalmente, positivo, si confronti anche il
lucreziano noctes vigilare serenas (1, 142) nel suo contesto.
Per il tono polemico con cui gli avversari riassumono il parti-
colare, vedi anche la citata n. 2 a pag. 82
(} Plut. contro. Epic, b., 18, iiooA; fr. 146 Us.
sieme crea un' aura di conforto in un mondo tanto scon-
fortante. Per la prima volta stato dato all' umanit
un indirizzo contemplativo, che non cerca una specula-
zione, ma un quietismo raccolto.
L' epicureismo, staccando l' uomo dal mondo .di cui
non cittadino, eliminando ogni suo intervento nella
politica della sua citt o dello stato in cui vive, lo
ritrae in se stesso, alla ricerca di una quiete intima nata
dal godimento di pochi beni spirituali.
C A P I T O L O S E C O N D O
11
Lo stoicismo tutt'altro che avverso alla vita pub-
blica ma solo il devoto legame di figlio a
padre che intercorre tra l'uomo e il Dio, per cui gli
Stoici professano la pi alta venerazione, che mantiene
l'uomo alle sue attivit, costringendolo all'obbligo che
il cittadino ha, nei confronti degli dei T C O X I O U X O I , di
partecipare all'attivit pubblica : di f>er se infatti i con-
cetti di xofffxot ) 7toX[TYj<; e degli $i <popa avevano un
contenuto che doveva finir per condurre a un concet-
to contemplativo della vita. Il cittadino del mon-
do perdeva, checch ne dicessero i filosofi stoici, ogni
interesse per la minor patria cittadina, che naufragava
nel cosmopolitismo.
In un mondo in trasformazione come quello greco
del III secolo av. C, o anche come quello romano del-
l'Impero, non c'erano che due vie. Una era quella
che avevano scelto gli Epicurei, di negare ogni parte-
cipazione a una vita politica e pratica che respingeva
ogni libert e poteva mettere in pericolo l'esistenza
stessa, per ritirarsi in una vita calma e serena, dove
ogni, timore era stato spento e l'uomo era individuo
adagiato in godimento <po{io<; e &popo<-, che lo ga-
rantiva dai turbamenti delle cose maggiori di lui. Op-
(*) Si ricordi la stessa definizione stoica dell'uomo: TOO
V&(X&TCOU 6vroQ C>OU Xovixou &vrToO, pict TroXtTixou (Stob
tel. II, 75 W.),
pure c'era la via su cui si erano messi gli Stoici. Certo,
anch'essi lo ammettevano, la vita pubblica non senza
pericoli; ma virt del saggio non appartarsene altro
che quando questi pericoli si facciano reali E anche
di altri interessi fatta la vita del saggio, che concede
molto alla sete di sapere, non potendo in realt fare
altrettanto per soddisfare la sete d'azione nella vita
pubblica di uno stato autocratico. Ma anche gli Stoici
ammettono che ci che possesso veramente consi-
stente dell'uomo sono i beni dell' animo; il x i \ o c , stoico
vivere conforme a natura (|xoXoY ou(xv6>? TYJ 900-st.
CTJV), cio secondo vi rt (
2
), per cui la felicit la
vi rt (
3
) : di qui pienamente indifferenti (i9op<x) sono
le cose esteriori, gli onori, la fama, la stima, la vita, la
morte (
4
). Sola, per l' uomo, deve contare la virt con-
seguente a natura, una virt rigida, con alcuni atteg-
giamenti che ricordano, se non la scuola, almeno gli
insegnamenti di Antistene.
Lo stoicismo predica la partecipazione del saggio alla
vita politica; ma lo stato ideale e l'ideale dello stato
sono astratti, troppo astratti per avere un contenuto
concreto, tanto pi che nessuna norma data all' uomo
per la sua condotta politica, salvo quelle che regolano
la sua vita filosofica. Essere S iicpopoc,, izx&r ic,, arp-
X Y ] c, e partecipare alla turbinosa vita politica non sono
cose che possono andare d'accordo nella realt pratica
e se, all'infuori dell' attivismo predicato dalla dottrina,
vogliamo vedere la realt, troviamo che nessuno degli
(*) Sen. ot. 3,2 Accedet ai rem publicum sapiens, nisi si
quid impedierit. Ve di anche cap. I l l , pag. 258.
(
a
) D. L . 7, 87; fr. 179 Ar n. Convenienter naturae vivere
di ce Ci cerone, fin. 4, 6, 14.
(
3
) D. L . 7, 127; fr. 187 Ar n. : auTapxT) 8k s l vai auxr)v ( =
apsTTjv) Tcpbc, STj&aifxoviav, xa&a 97)01 ZT J VWV.
C) Pl at . comm. not. 5, 1060D; .S. 1 './". I l l , 139 Ar n. : toe
XpuGi~7ro<; ev ; w Tcpcbxco ilepl T O U 7rpoTps7vsaO-3a ysY poc9v, sv
roi xaT'apeTTjv ^i ouv u-ovov ea-rl T O euSoajJiovco:;, TCOV aXXwv,
97)crtv, ouSev 6VTCOV rcpoc, rju-aq ou&' et? T O UT O cTUvspyo'jvTtov.
scolarchi stoici si dato alla 7tpai? (
1
). certo che
adiaforia e apatia non possono germinare che vita con-
templativa. Lo osservava con sufficiente ampiezza gi
Plutarco: Poich proprio si trovano scritte molte cose
dallo stesso Zenone e molte da Cleante e ancor pi
da Crisippo sullo stato e sul comandare e sull'esser
comandati, sul render giustizia e sull'oratoria politica
e giudiziaria, fin che si tratta di parole (
2
): ma poi
non fatto di trovare nella vita di nessuno di loro o
una strategia, o una legislatura, o la partecipazione a
qualche assemblea, o un patrocinio davanti ai giudici,
oppure la partecipazione ad un'impresa militare in
difesa della patria, o un' ambasceria, o una pubblica
largizione; ma gustandosi un otium da stranieri (
3
),
come fosse un loto dell'oblio, passarono tutta la vi t a
non breve, ma ben longeva nelle discussioni e
tra i libri e in mezzo alle passeggiate con i discepoli.
Per tutto questo, dunque, palese che vissero pi
secondo ci che avevano scritto e ragionato gli altri
che secondo ci che da loro stessi era stato asserito,
visto che si erano abbandonati totalmente a quella
(') We ndl and, Die hellenistisch-rmische Kultur, p. 43
e 48; Zel l er, op. cit. I I I
3
, 1, 297 es pone bene corne i n po
t e nz l o s t oi ci s mo cont enes s e t ut t i i presuppost i at t i a
port are al l ' abbandono del l ' at t i vi t pol i t i ca.
(
2
) w sv X yoi c. I l v a n L ynde n, de Panaetio Rhodio,
p. 84 sq., conf ront a ques t o passo' con Ci c. legg. 3, 14: A . Etiam
a-Stoicis ista (cio de magistratibus) tractata sunt? M. Non sane,
itisi ab eo, quem modo nominavi, et postea a magno homine
et in primis erudito, Panaetio. nam veter es verbo tenus,
acute tili quidem, sed non adhunc usum populrem atque civilem,
de re publica disserebant. Il va n St raat en, Pantius, Ams t e r da m
! 946, p. 58 ( fr. 48), i nt ende i n cont rappos i zi one verbo tenus
e ad usum populrem, quasi "t hor i que me nt sci ent i f i que"
e "pr at i que me nt popul ai r e". Non cr edo: verbo tenus r i man
f ermo per veteres e per Pane zi o e bene l o i nt ende i l v a n L y n d e n
col s uo ac c os t ame nt o; l a cont rappos i zi one a parer mi o t r a
acute, c o n s ot t i gl i ezza t e or i c a, e ad hunc usum populrem,
c ome mos t ra il quidem appos t o a Uli.
(
3
) XX' STT! vTj... ysuCTfjievoi axoX7j : non si di ment i chi
il i o? I s vi xc di Ari s t . Polit. 7, 2, 1324.
tranquillit (y}o- u- / >
a v
) che lodano Epicuro e Ieronimo.
Il bello che lo stesso Crisippo nel libro IV delle Vite
crede che la vita contemplativa non differisca per nulla
dalla vita edonistica... E chi visse fino alla vecchiaia
in questa vita contemplativa pi di Crisippo, di Cleante,
di Diogene, di Zenone e di Antipatro? Essi che per=
sino lasciarono la loro patria, nulla avendo da lamen-
tarsi, ma per poter vivere in tranquillit nell'Odeo e
sullo Zostere standosene oziosi e tenendo dotti di-
scorsi... Cos si comporta quel Crisippo, il vecchio, il
filosofo, quello che loda la vita regia e politica, e che
crede per nulla differenti un'esistenza contemplativa e
una godereccia {*).
Da fonte comune con quella da cui scende Plu-
tarco deriva anche Seneca, che smorza, per, la pun-
gentezza dell'osservazione, anche se non ne modifica
essenzialmente il concetto: Duae maximae in hac re
dissident sectae Epicureorum et Stoicorum, sed u i r a-
q u e ad otium diversa via mittit. Epi-
curus alt: non accedei ad rem publicam sapiens, nisi si
quid intervenerit (
2
); Zenon ait: accedei ad rem publicam,
nisi si quid impedierit. E aggiunge come commento
alter otium ex proposito petit, alter ex causa (
3
). Altrove
Seneca si esprime pi esplicitamente ancora: Promptus,
compositus sequor Zenona, Cleanthem, Chrysippum; quo-
rum lamen nemo ad rem publicam accessit, et nemo non
misit {'). Due sono gli esempi di Stoici famosi che
() Pl ut . Stoic. repugn. 2, 1033B-D. Cfr. ancora PI ut. il.
5, 1034B (S.V.F. I , 27; I I I , 702).
(*) Cf r. per es. Pl ut . tranq. an. 2, 466A.
(
3
) Sen. ot. 3,2; S.V.F. I, 271 Ar n. Al t r e afferra azi oni
di Zenone s ono i n D. L, 7,3 e 121; fr. 222, 270 Ar n. Cjuesta
st essa af f ermazi one di Zenone si t r o va in D. L . 7, 121, I I I ,
697 Ar n. at t ri bui t a a Cri si ppo (vedi pag. 98).
{"*}" Sen. tranq. an. 1,7; fr. 291 A n i . L a t est i t i . oni anza di
Seneca ci i mport ant e, perch Pl ut ar c o ha spesso l ' acredi ne
del l a pol emi ca, c ome i n part e anc he qui , e non sempre si pu
essere cert i del l ' aut ori t che gl i si debba at t ri bui re, se non
ci si a un passo paral l el o a conf erma.
hanno vissuto la vita pratica dello stato, Seneca e
Marco Aurelio : e sono i due in cui il desiderio e lo sti-
molo alla vi t a contemplativa appaiono pi vivaci. E-
pitteto poi tutto una contemplativit ideale, anche
se la diversit dei problemi che lo urge lo fa, nelle
sue lezioni, scrupolosamente stoico e pronto a spro-
nare all'esplicazione delle proprie at t i vi t individuali
nei confronti della vita pubblica. Ma a che vale questa
ortodossia esteriore, quando nessuno dei maestri ha
dato l'esempio pratico di attenervisi ? Epitteto con-
duce quella che a giudizio di Seneca possiamo chia-
mare vi t a contemplativa. Da Zenone a Marco Au-
relio anche lo stoicismo percorso da un filone di
contemplativit che rimasto pi nelle intenzioni che
nelle esplicite espressioni dei filosofi. Praticamente an-
che per gli Stoici bene che il sapiente si ritiri nella
sua autarchia e non scenda in un determinato stato
per amministrarlo; ma teoricamente no: deve ognuno
di noi dar opera nella patria minore ad esplicare le
mansioni di cittadino della patria maggiore Un
punto di contatto con gli Epicurei c' : il saggio non
ha bisogno dello stato, n della vita sociale, la sua auto-
sufficienza lo rende superiore a queste necessit.
Se Zenone assoluto nella dichiarazione del prin-
cipio, secondo i l quale il saggio deve partecipare alla
vi t a civica (e non parteciparvi, per lui, equivale ad es-
sere uno dei cpauXoi), la posizione di Cleante non
meno rigida (
2
). Ma interessante un relativo addol-
f
1
) Come noter, Pl ut ar c o, Stoic. rep. 5, 1034 B , x& 86y[Lxxx
(degl i St oi ci ) TOC xpsta
1
? vpu-ooTa x a l rat 7tp^eai.
(
2
) L o st esso si pu di re degl i al t ri : cos di Pers eo, aut ore
di una I I oXiTs a AaxtovixT) (At he n. 4, 140B) che, c ome appare
dal paral l el o c he il Hi rzel i st i t ui sce con Senof ont e ( Untersu-
chungen, I I , 77) , non p o t e va mi rare a nes s una c ont e mpl at i vi t .
Cos pure Sf ero, per cui ve di F. Ol l i er, Le philosophe stocien
Sphairos et l'oeuvre rformatrice des rois de Sparte Agis IV et
Clomne III i n Rev. Et. gr. 49 (1936), pp. 536-70.
cimento in Crisippo: dargli troppo peso sarebbe fallace,
perch in frammenti isolati non ci si deve lasciar tra-
scinare dalle parole senza ambientarle nell'insieme del-
le dottrine, del pensiero. Il filosofo di Soli, interrogato
perch non prendesse parte all' amministrazione dello
stato, disse che era perch, se avesse compiuto atti
disonesti, sarebbe dispiaciuto agli dei, e se ne avesse
compiuti di onesti, invece sarebbe dispiaciuto ai concit-
tadini Appunto qui viene a proposito ricordare
quanto di Crisippo ci ricorda un' altra fonte: Adice
nunc quod e lege Chrysippi vivere otioso licet : non dico
ut otium patiatur, sed ut eligat. Negant nostri sapientem
ad quamlibet rempublicam accessurum (
2
). Quindi l' a-
stensione dall' attivit di governo va intesa limitata al
caso che esso sia cattivo e non garantisca la dignit
e la sicurezza del saggio, e non in senso assoluto: il
sapiente, perci, non deve gettarsi a capofitto nella
politica, qualunque sia il governo dello stato (
3
) :
Cos sempre Crisippo nel libro I V del Ilepl Bicov esprit
me la sua convinzione che l' uomo assennato non abbia
grandi occupazioni ed at t i vi t : Ol ^ai y<*p ^oye TV
9pvtu,ov xal Tcpyu.ova el vai xal 8i07rpyu;ova, x a t x
auTOu TCpaTT!.v, u.oi<o<; TTJ? T' auT07cpa"Y (as xal oXiyo-
7cpay(xocrov73<; aTeicov OVTCOV (
4
). E ancora dichiara:
"Oo-oi 8'u7EoXau.(} vouo-i 91X00-090^ s7u(3XXstv u-Xicra
TV a- ^oXaaTi xv jUiov, OLT: .pyj\c
>
TI u,ot Soxouct, 8tau,ap-
Ta vsi v, 7TOVOOUVT^ SiaYwyyjc; TIVO<; ' vsxa Sstv TOU-:
I
1
) Stob. fior. 11, 192, 10 H. ; I l i , 694 Arn.
(
2
) Sen. ot. 8, 1; I I I , 695 Arn.
(
3
) Vedi anche Stob. e ci. I I , 1 1 1 , 3 W. (I l i , 690 Arn. ):
u.7) 7roXiTeeu<j&ai S v T I <X COX T)> x a [ xX i aT ' < v > ji.v)Sv
c pe X e t v U. SX X T) TY JV T t aT pi Sa, x t vS vo ui ; Ss TCapaxoXou&sTv
7ToXat/ .pvY j (i . Y aX ou? x a l j ^aX erco^ x TTJC; Tt oX i Te i ac . Il con-
tenuto sicuramente crisippeo, come lo gi I I , 109, 10
(I I I , 686 Arn. ) che precede direttamente. Con quanto pre-
cede il testo da noi riportato si metta a raffronto la citazione
crisippea di I I I , 691 Arn. Vedasi anche pag. 98 n. 1.
(
4
) Pl ut. Stoic. repugn., 20, 1043B; 1 1 1 , 703 Arn.
TO TCOIEIV, 7] aXXou TIVOC; TOUTW 7rapa7tX7]Gri ou, x a TV 6"
Xov [3iov O U T W i t a ? SiXxo-ai.' T O U T O S' ' aTiv v aa9c o i ; &-
<x>pv]&9j 7]8coc, Quanti opinano che la vita contemplativa
convenga ai filosofi, mi pare che sbaglino fondamental-
mente, se pensano che questo debba avvenire per sistema
di vita o per qualche cosa di simile e che debba trasci-
narsi cos tutta l' esistenza: questo, a ben considerare,
vivere da edonisti Qui la spiegazione logica dal
punto di vista di Crisippo: egli vuole da un lato che
il suo otium non sia frainteso e non venga confuso con
la quiete degli Epicurei (vedi accenno a y)So>? ^r
t
v).
D' altro lato siamo noi che dobbiamo chiarire il valore
di 7 r p y u , wv e a questo scopo ci utile Diogene Laer-
zio che dice roc, CT T O US O UO U* ; . . . a 7 i p yu. o va <; e l vo u' xxX i -
vsi v yp T 7cpaTTi v T I rcap T xa&yj xov (
2
) : ^py-
(xtov e X t yo 7 r p yf A<o v sono il contrario della 7t oX u7Tpay-
( X O C VY ) in cattivo senso (
3
) . B i o ^ 7t pyu, <ov non $ioc,
oxoX aaTi xi ; , ma qualche cosa di diverso e di meno;
infatti quest' ultimo ha qualche cosa di sistematico,
una Staycoy-J] che vale per tutta l'esistenza, ci chenon
pu essere ammesso da uno Stoico, il quale invece
ammette rupayu-oavYj come cosa che, pur frenando
notevolmente l' at t i vi t dell' uomo, la frena solo in ci
che 7c ap T xoc&yjxov (
4
). Che questa nostra interr
prefazione sia vera ci assicura un altro frammento di
Crisippo, tolto dal I l epl T < O V oY a T a p s T &v , dove si
afferma: Tei yp O V T I <patveTat x a T T T J V TjaD/ Cav
fioc, xi vSovv T I x a l acpaX;; e/ s t v, o rcvo T & V
7toXXcav 8uva(xvcov T O U T O C U V L S E I V , In realt ap-
(*) Pl ut . Stoic. repugn. 2, 1033D; I I I , 702 Ar n.
(
2
) D. L . 7, 1 1 8 ; I I I , 649 Ar n.
(
3
) Cf r. Bonhf f er, Die Ethik des Stoikers Epiktet, p. 1 1 4 ,
n. 35-
(*) Non perci as s ol ut ament e necessari o pensare das s
eben Chr ys i pp of f ent ar ei ne doppel t e Msse, ei ne f l ei schi sche
und gei st i ge, unt ers chi eden ha t (Bonhf f er, op. cit. p. 1 1 8 ,
n. 68).
pare che la vita in tranquillit abbia in se qualche
cosa di lontano dai pericoli e di stabilmente sicuro,
bench non possa affatto comprenderlo la massa (
1
).
Non va dimenticato oltre tutto che Crisippo il
primo ad ammettere come una delle vite preferibili
quella scientifica: xpec, S 7tpoY )Y oouivou<; slvai (3tou?,
T V T E (3a<uXixv xal T O V uoXmxv xal xpirov T V
7TiCTTyj[xovt,xv. Ma la vita scientifica, cos vicina a
quello che sar il pUo? #-Ea>p-y)Tt.x<; dei successori di
Crisippo, ancora ancella delle altre due e non ha
parit di diritti con le altre (
3
).
Crisippea si deve perci pensare anche la fonte di
un lungo passo di Seneca, che si lega bene con t ut t a
questa concezione del fioc, &scop7)Tix<; in Crisippo:
Errare mihi videntur qui existimant philosophiae fideli-
ter deditos contumaces esse ac refractarios contempto-
res magistratuum aut regum eorumve per quos publica
administrantur. ex contrario enim nulli adversus illos gra-
tiores sunt: nec immerito, nullis enim plus praestant
quam quibus frui tranquillo otio licei.... At Me vir sin-
cerus ac purus, qui reliquit et curiam et forum et omnem
administrationem rei publicae ut ad ampiiora secederet,
diligit eos per quos hoc ei facere tuto licei solusque illis
gratuitum testimonium reddit et magnam rem nescien-
tibus debet.... Confitebitur ergo multum se debere ei, cuius
administratione ac providentia contingit Mi pingue o-
(
1
) Pl ut . Stoic. repugn., 20, 1043B ; I I I , 704 A r a . Non si
di a, per, ne mme no qui un eccessi vo val ore al l a vi t a x a r
TTjv y)ouxtav: TJCTOXCK; il s aggi o i n quant o 7ta&7}<; e yj auxi a
vai pi "t ranqui l l i t i nt i ma" del l ' ani mo, che "t ranqui l l i t "
est eri ore dal l e azi oni (cfr. 5 . V. F. I I I , 632 Ar n. ) .
(
2
) St ob. I I , p. 109, 10 W. ( I l i , 686 Ar n. ) . L a s i curezza
che l a di st i nzi one si a cri si ppea ci dat a da Pl ut . Stoic. repugn.
2, 1033F ' O Xpo(Ji7C7roq... T V fJaci Xi xv x a l TCOXITIXV
TCatv&v pCov, do ve ve ngo no i ndi cat i i due (loi di pri mo pi ano.
Gi Eri l l o xXo<; elrzs TY JV 7uaT7)u.rjv (D. L . 7, 165 ; I, 411
e s e gg. Ar n. ) .
(*) Cos si s pi e ga che ques t o t e r zo (io? i n Pl ut ar c o si a
omes s o.
tium et arbitrium sui temporis et imperturbata publicis
occupationibus quies Che si tratti di testo di ori-
gine stoica, nessun dubbio; che la fonte sia greca po-
trebbe aiutarci a scorgerlo quell'indicare l'autorit po-
litica, ogni volta che se ne parli, nella forma monar-
chica (*): l'impersonare l'autorit nel ^aariXe? pro-
prio di un Greco, Seneca difficilmente ci avrebbe pen-
sato, perch non era nella mentalit romana pensarlo.
Dare la paternit del concetto a Crisippo non pare
infondato, se si pensa all'atteggiamento suo quale tra-
spare dai frammenti or ora citati, anche se l'intensit
dei colori stata aumentata da Seneca, che era giunto
a una ben differente maturazione del problema del
fiioc, &6>p7j Ti xs; forse ci possiamo servire di alcuni
minuti riscontri: per Crisippo la folla non pu cruviSetv
quell'xtvSuvv TI xal crtpaXi; che proprio della vita
xar TT)V Y)<n>3^
a v
e qui il saggio deve questa sicurezza
nescientibus, cio a gente che non comprende che cosa
d; per Crisippo sono molto vicine l'aTOTcpayia e
rXiY07cpaY{Aoo-v7), come qui s'affiancano 'arbitrium
sui temporis e Vimperturbata publicis occupationibus
^uies, contraria appunto alla 7toXu7tpaY{Jt.o<Tv7) (
3
) .
Si aggiunga che Crisippo aveva esaminato i rapporti
tra saggio e sovrano proprio in quel Ilep B i o v , da
cui derivano i passi citati da Plutarco (
4
); ora anche
(*) Sen. epist. 73, i, 4 e 10; Crisippo quasi sicuramente
fonte mediata.
(*) Stoici in particolare i paragrafi 4 e 9, che si rifanno
a una singolare casistica stoica sul modo di rendere il benefcio
e di mostrare la gratitudine. Vedi per l'altro punto, magi-
stratuum ac regum, pi sotto rex non pi mitigato da magistra-
tus, n dall'espressione forse aggiunta da Seneca, cui rex
non era vocabolo consueto eorumve per quos publica admi-
nistrantur. probabile che il greco avesse qualche cosa come
<pXQVT$ re xa l {taaiXac xiu.aovTS<;.
(*) Per il concetto qui espresso, cfr. anche Democr. B
253 D. (il primo periodo). Per la xaT^x"*)
01
?
T
&
v
oXXGv, cfr.
cap. I l i , pag. 270.
(*) Plut. Stoic. repugn. 20, 1043B (III, 691 Arn.): v
T W 7tpd>T<j) izepl Bi wv.
qui il saggio considerato in rapporto ai re e ai go-
vernanti.
Il complesso di Plutarco pi Seneca rende l' imma-
gine di un filosofo, che, per essere stoico, aveva una
particolare comprensione per le necessit contempla-
tive della vi t a: al punto che vien fatto di pensare che
abbia ragione il Laerzio a porre in bocca a Crisi ppo il
famoso accedei sapiens ad rem publicam, nisi si quid
impedienti), che Seneca attribuisce a Zenone Certo
Crisippo la figura pi idonea ad aver mitigato la pri-
mitiva durezza dello Stoicismo e a concedere molto
alle circostanze (
2
).
Ormai la posizione raggiunta da Crisippo si impone
anche per questo problema a tutto lo stoicismo a lui
posteriore; l'interesse per l' uomo si accresce e, pur
restando immobile la definizione di TSX OC; , esso viene
interpretato da ogni pensatore secondo la sua posi-
zione personale (
3
) : ci che interessa nella visione di
questa filosofia il modo: preferibile la vita razionale,
ma tra ftioc, 7rp<xxTt x e &copY)Tixs o 7uo"TY)u,ovtxc,
tra acho e mentis agitatio (
4
) la vita pur sempre una
ed attraverso la ragione che si compie l'unione tra
vita contemplativa e vi t a at t i va: filosofare T X
rcpnzi xal 7rpo<ry)X!.... Ay< (JLV va y ) T t v , 'pyo) S
(') D. L. , 7, i 2 i , dov' ci tato il primo libro del rcspl
Bitov: 7roXLTcrs(T-9'oa... T V CT09V, v JJLTJ T I X CDX TJ. Seneca, at-
tri buendo a Zenone la massima del de otio, se non stato i m-
preciso, ha probabi l mente vol uto porre di fronte i due capi-
scuola dello stoicismo e dell' epicureismo (cos anche Wal tz,
Vie de Snque, 1909, p. 47, n. 2).
(
2
) Si ricordi sopra tutto il passo gi ci tato di Seneca
ot. 8,1, col raffronto di Stob. I I , 1 1 1 , 3 W. (I I I , 690 Arn. ,
riportato a p. 94). Anche il Pohlenz, Antikes Fiihrertum),
p. 47: Chrysi pp hatte... auch die Vorzge der .T.pa.y\xoa\>-
V7] gerhmt .
(
3
) Vedi anche van Straaten, op. cit., p. 144-140.
(
4
) Cic. off. 1, 5, 1 7; anche se i vocabol i cambi ano, c'
sempre, come qui tra Crisippo e Panezi o, uno sviluppo, che,
per quanto notevole, parte da posizioni comuni, che sono il
patrimonio base di tutto lo stoicismo.
pTTEiv (
L
). Allo stesso modo sarebbe errore inten-
dere che Seneca voglia sdoppiare la filosofia, quando
dice : philosophia autem et contemplativa est et adiva:
speciat simulque agii (
2
); anche qui unit e la filoso-
fiate superiore alle altre attivit dell'ingegno umano
perch ars vitae (
3
) e come tale la sola che sappia
arrivare ad un' unit dell' uomo nei suoi elementi an-
titetici.
***
Prima di passare a seguire lo sviluppo di questi
concetti nei riguardi del problema dei $ioi nel pen-
siero stoico postcrisippeo e di vedere fin dove il maestro
di Soli abbia fatto sentire il suo influsso, bene chia-
rire che lo stoicismo a lui posteriore spesso sordo ai
suoi insegnamenti a proposito di una vi t a non at t uosa;
;
bene perci anche chiarire che valore hanno ^e wps t v e
0;$<op7)Ttx<; presso questi filosofi. Un esempio: quando
Epitteto si domanda Tauro, OV rivo? o-rl frscopstv;
Di chi dunque proprio considerare questi problemi
teorici?, come risponde? rou axoXCovrof; . serri, yp
cptXo&copov <pov v&pco7to<;. Ora questa contemplazio-
ne ha i suoi decreta, S y ^ a r a (
4
), ricerca e conoscenza
del vero, premessa teoretica dell' azione: vera contem-
plativit praticamente non mai; ma ha un suo peso,
,perch l'infiltrarsi d'un atteggiamento del pensiero
anche nel campo che gli era pi ostile. Comunque la
posizione di esortazione alla vi t a pubblica, limitata da
0) Mus on. p. 76, 14 E ; St ob. I l i , 4. Cfr. anche l a defi ni -
zi one di TXO<; s econdo Pos i doni o.
(' ) Sen. epist. 95, 10 (pos i doni ano ?).
!
(
3
) Sen epist. 95, 7; cfr. anc he 95, 8 e 12 sqq. e Pohl enz,
Die Stoa, I, 22.
(*) E pi c t . diss. 1, 29, 5 8; Sen. epist. 95, 1 1 . Cfr. Bonhof f er,
Epiktet und die Stoa, p. 7; al l a st essa pagi na c i t at o E pi c t .
diss. 4, 8, 24, s econd cui rxpi pa><n<; dei &swprju.aTa SuoxoX a
none c o mp i t o del xaX oxya&i;: xpf3u<u<;, parol a che si adat t a
a ima c ont e mpl azi one t eoret i ca, non a un pr ogr amma di vi t a
prat i ca.
condizioni che garantiscano il decoro spirituale del
saggio, attribuibile in genere a tutta la cosidetta
Stoa di mezzo. Anche Panezio, interessandosi dal
punto di vista teorico al problema della vita politica,
accentua in confronto a Crisippo l'atteggia-
mento dei primi Stoici (
x
) ; ma allo stesso tempo da
un lato il crescente influsso di Platone e di Aristote-
le (
2
) e dall'altro il contatto con lo stato romano gli
fanno infondere un pi positivo e preciso contenuto a
quell'ideale dello stato che nei suoi predecessori era
rimasto assai nebuloso. Certo non va sottovalutata
l'importanza del fatto che egli sia vissuto a contatto
col circolo di Scipione Emiliano, che ha egli plasmato
nel suo sforzo di propagare nella societ romana il
pensiero filosofico greco, ma da cui ha anche molto
attinto. Quale sia la posizione di Panezio come teorico
della politica ci dicono le opere di Cicerone che a lui
si sono ispirate. Ma vero che c' in lui una nuova
maturazione nel campo dell'etica pratica, di cui non
improbabile che abbia trovato uno stimolo in Cri-
sippo, anche se il suo pensiero si svolge secondo direte
trici del tutto personali, che sar interessante soffer-
marci, pi oltre, a studiare.
La posizione di Posidonio, invece, resa complessa
dalla sua concezione di simpata cosmica; ma Posi-
donio attivista: per chi riportava a o-oj XTt &eia tutto-
il creato, non era possibile intendere un'umanit di?
staccata in singoli individui (
3
). L'oxXTrjo-ta un falso
(*) Ci c resp. i, 2, 3.
(*) Cic. resp. 3, 33 sqq. (discorso di Lelio); Pohlenz, R.E.
XV I I I , 2, col. 426 e 437. Vedine un accenno anche in Hor.
carni. 1,29, I O - I I nobilis libros Panaeti Socraticatn et domum
(Hirzel, op. cit. I I , 367- 69) ; cfr. fr. 5 7 v. Str.: 9jv yp laxupfc
<piXo7rX(T6>v xal piXoaptaTOTXrjq. Per le preferenze di Pane-
zio, cfr. Cic. fin. 4, 28, 79 ( = f r. 55 v. Str.).
(
s
) cfr. Reinhardt, Kosmos und Sympathie, p. 183: Auch
was die menschliche Gemeinschafteint, ist "Sympathie"; Poh-
lenz, Die Stoa, I I , 121.
<;, di fronte a quello vero, la virt: aH'o^Xiga-ia
e al fiioc, *re6>p7jTix<; rende propensi la ^Sov^ ed essi,
perci, non possono essere fondamentali nella defini-
zione della vita ideale. Questo concetto riappariva nel
suo ! 7tepC<TTao4v xaQ-^xovTo?, se, in quel-
la sezione del primo libro del de officiis ciceroniano che
a lui risale, si legge: si contigerit ea vita sapienti ut
t
omnium rerum adfluentibus copiis, omnia quae cogni-
tione digna sint summo otio secum ipse consideret
et contempietur, tamen, si solitudo tanta sii ut hominem
videre non possit, excedat ex vita Lo stesso concetto
con pi decisione riappare altrove: magis est secundum
naturam pr omnibus gentibus, si fieri possit, conser-
vandis aut iuvandis maximos labores molestiasque su-
scipere... quam vivere in solitudine non modo sine ullis
molestiis ( / ^ ) , sed etiam in maximis volup~
tatibus (YJSOV/)) abundantem omnibus copiis, ut ex-
cellas etiam pulchritudine et viribus (
4
) . La xoivoovta
umana anche qui in primo piano come elemento
essenziale nel valutare la virt e il saggio. Posidonio
dichiara come TXOC; Y)V & > \ TTJV T&V oXaw
X^&eiav xal Tiv xai xaTaaxeu^ovTa aoTYjv
SuvaTv, i il vivere contemplando la verit e
l'ordinamento del tutto e realizzandolo per quanto
possibile (
3
) e se si vuol vedere col Hirzel (
4
) in
questo una dualit tra una virt puramente teoretica
e una virt pratica, non da dimenticarsi che, per
quanto la o-o<pia sia princeps omnium virtutum, pure
(*) Ci c. off. i , 43, 15 3. T ut t o l o spi ri t o di 1, 15 2- 161
c he de r i va da Pos i doni o e non da Pa ne zi o f ort ement e di f-
f erent e da quel l o di t ut t a l a par t e precedent e. V. i nol t re T he i -
l er, Die Vorbereitung des Neuplatonismus, 1930, p. 120.
(
a
) Ci c. off. 3, 5, 25 . Pe r ques t a sezi one cfr. Pohl enz,
Cicero de officiis III, i n N. G. G., 1934, 1- 12 e Phi l i pps on, Philol..
Woch., 1936, 75 3.
(*) Cl em. A l e x , strom. 2, 183, 10 Stani. . Su ques t a def i -
ni zi one, v. anc he pag. 259 n. 3.
(*) Untersuchungen cit. I I , 5 18- 19.
societas generis humani cognitioni anteponenda. est .
E l'apparente contrasto tra le due affermazioni non
va attribuito a confusione di Cicerone, come vuole
il Hirzel; ma si risolve in quella distinzione' tra la
virt individuale e la virt sociale che gi si trova in
Panezio: etenim dir Cicerone, con concetti presi a
:
Posidonio (
2
) cognitio contemplatioque naturae , (
sempre dunque contemplazione intellettiva) manca quo-
dam modo et incohata sit, si nulla actio rerum conse-
quatur. Altra conclusione non ci si poteva aspettare.
* * *
Abbiamo seguito fin qui una sottile vena di con-
templativit tutta teoretica, che non riesce a reggere
all' ideale sempre pi vi vo della xotvcovia umana e
dell' attivit sociale che ad essa consegue: chi, per
questi filosofi, sarebbe talmente avido di conoscenza
teoretica (
3
) che, se nella sua contemplazione ei...
subito sit allatum periculum discrimenque patriae...
non Ma omnia relinquat atque abiciat? (
4
): Ma anche
gli Stoici romani, fatta eccezione per Seneca cos
sensibile agli umori e alle correnti del suo tempo
restano nella scia dei grandi pensatori della scuola:
l' ultima grande mente era stata quella di Posidonio
e la speculazione non procede oltre le posizioni da lui
raggiunte, anzi tende ad abbandonarne alcune. Anche
Epitteto, con tutta la sua grandezza morale, ha una
sua caparbiet filosofica che lo rattiene sul cammino
gi tracciato: non solo le sue espressioni, i suoi esempi,
() Ci c. off. i , 43, 15 3 e 15 4-
(
2
) Ci c. off. i , 43, 15 2. For t e e su Pos i doni o anc he l ' i nf l us-
so dei re&uui a panezi ana, c he egl i a s ua vol t a di f f onde.
(
s
) Si not i : in perspicienda cognoscendaque rerum natura;
speci e con Pos i doni o i l det opei v ri t orna ad una filosofia del l a
nat ur a: v. anc he pag. 121, n. 1.
(*) Ci c. off. 1, 43, 15 4. Sono parol e che si ri f anno a t eori e
posi di onane.
i suoi interessi sono quelli del passato stoico, ma egli
stesso pi stoico, forse, dei Maestri per la sua rigi-
dit nell' applicare e nel propagare la dottrina
rigorismo in cui vediamo profondi riflessi del cinismo
attraverso l'influsso della diatriba.
Un uomo come Musonio Rufo non poteva esser
propenso alla vi t a contemplativa, se per essa inten-
diamo quella degli Epicurei o quella che, come ve-
dremo, si diffondeva nella scettica societ del primo
secolo. Ma, a guardare in lui con attenzione, si pu
scorgere una contemplativit non molto diversa da
quella di tutto il precedente stoicismo. Strano questo
persistere di ideali filosofici in tempi tanto diversi da
quelli in cui essi erano nat i ? Non direi", pi che segno
della decadenza speculativa, indizio di un tenace
attaccamento a qualche cosa che non era pi e non
poteva pi essere, una libert che era morta e che
nulla poteva far risorgere. Questo ci spiega anche
perch tanto invisi fossero i filosofi e i loro adepti
agli imperatori di quell' et.
Inteso il scopeiv come una speculazione del vero,
comprendiamo il modo in cui Musonio vede l'esilio,
il matrimonio, la vi t a in campagna. Questa ultima
non vale per s, per la vi t a contemplativa che in essa
si pu condurre, ma perch rji ^xf 7c<xpx
t
cxoX^v
reXeiova Siavosta&ai. T I xat Y ) T S I V TraiSeia? e/ fxsvov.
I lavori dell' agricoltura, specie se non sforzano trop-
po il corpo, T O CO T ' O X a7tepY ei T ' / J V ^ X * )
7
^Xoyt-
so-&at T I T C V xpeiTTvwv x x T & V T O I O T CO V X O-
yt(7[xwv ar/jv O CUT Y S Y ivea&ai o-ofpcTepav, o5 8*7) xal
(xXiaTa izaic, 91X00090? ylexa.1. Onde conclude:
Per tutto questo io amo moltissimo la pastorizia;
che se appunto ci si dedica al contempo alla flo-
0 ) Cfr. Bonhoffer, Epiktet und die Stoa, p. 3 , 3 3 ; Barth,
die Stoa, p. 6 3 sg. Riflessi paneziani compaiono qua e l.
sofia e ai lavori dei campi, nessun altro tipo di
vita metterei a confronto di questa, n alcun al-
tro acquisto preferirei (
1
). Che si vuole come com-
promesso pi chiaro ed evidente di questo? Non certo
ritirarsi in una meditazione intima, che spregi la vita
attiva, ma agire e meditare insieme: ancora la filo-
sofia che spectat simulque agii. Ma Musonio arriva a
trovare che la vita in campagna permette a7r el vai TWV
o - T i x &v x a x w v , a7rsp u,7ro4ov TU (piXoarocpetv,
d'esser lontani dai mali della citt, che sono un impe-
dimento per il filosofare (
2
). E pi esplicitamente
ancora si esprime a proposito dell'esilio: ? u-v
o x v ) ] x a o-uvspyot i q 7ip<; TOIOUTOV (cio
npoc, u.#-7]04v x a acxTrjaiv), i x a p x o u o y e O-/OXT)V
x a ^ o u a t a v ^av&ve' . v TE x a X x a 7cpaTTet ,v
[xaXXov 7j TcpTEpov, u.Y )fr'u7t 7 * <; ) , So x o u -
<77)C, TZZplz'kx.OyLZVOlC, SIC, TC'flpZGlV.C, [L7]TZ U7C cptXcov
TWV SOXOVTCOV ri o- uyyevwv voxX ouf xvoi ^, ot Ti ve?
z\iTicrbGOL\. Ss i v o x a 7too"7i aai TYJC; rcl xps t TTW
p{A%; Come adunque l'esilio non collabora all' appren-
dimento e all'ascesi, dato che offre libert di tempo e
la possibilit di apprendere ci che buono e di agire
maggiormente di prima ? E infatti non si trascinati
qua e l da quella che diciamo patria in gravosi ser-
vigi politici e non si inquietati da quelli che si cre-
dono amici e dai parenti, che sono capaci di creare
impacci e di strapparci all'inclinazione verso il me-
glio ? (
3
). Ma anche qui l'agire a fianco del meditare e
solo sono esclusi quegli elementi di vita attiva che
possono riuscire troppo gravosi al saggio, non per
dargli la possibilit di una vita contemplativa in cui
(*) Mus on. p. 58, 12 s q q . H.
() id. p. 68, 10 H.
(
3
) id. p. 43, 7 sqq. H. Cfr. anche Pl ut . tranq. an. 13, 4 7 2 B ;
il raf f ront o i nt eressant e se si t e nga present e l a posi zi one
di ques t o opus col o pl ut archeo, c ome l a r ut t e r e mo i n l uce poc o
pi ol t re.
assente l' attivit pratica, ma per concedergli la
ZTZ\ xpeiTTw pu,vj. Ora questa inclinazione , co-
me gi nei filosofi della Stoa di mezzo, strumento, non
fine: non pura ricerca contemplativa fine a se stessa,
in cui l' uomo si abbandona al pi alto meditare delle
grandi verit ponendo in essa ogni sua attuosit, ma
premessa all' azione, ricerca dei mezzi idonei per l' a-
zione buona, per i xaX. Perch chiaro che filo-
sofare vuol dire ricercare colla ragione ci che si addice
e conviene e farlo con le opere (
l
). Perci neppure
il matrimonio, che costringe a tanta attivit e d
tante preoccupazioni, d' impedimento al filosofare
(u,TcSiov cpiXococpeiv) : lo mostrano gli esempi di
Pi tagora, Socrate, Cr atete; (puotv, et TI aXXo
T
xat yau.LV cpaiverai ov (
2
).
Ci che conta, come nello Stoicismo di pi stretta
osservanza, sono ' ) / e certamente le p/ al
sono ox ^'r\[il\> (
9
), ^? TU ^CLV non uno de-
gli ) Ipya e non c' ragione di darsi pena per
il fatto di vivere , <; (
4
). Ma Epi tteto, di cendo
questo, non intende dire che l' attivit politica vada
respinta dall''xxXio-K;: l' attivit politica fa parte dei
doveri naturali dell' uomo per quella ) xoi voj vi a
di cui egli caloroso asssertore; e infatti tra i ]-
youu, eva r/ore TTcXiTeuea& ai, ya[xeLV, uatSoTcoieLO' & ai (
5
) ;
(
J
) Muso n. p. 7 6, 14 H.
(
2
) Muso n. p. 7 1 , 10 H. I l co ncet t o po si t i v o der i v a da
Panezi o , co me mo st r a i l co nf r o nt o co n Ci c. off. 1 , 1 7 , 54j ( Schme-
kel , Die Philos. der mittl. Stoa, Ber l i n, 1892, p. 31 sq. , 37 6,
ci t at o dal Hense) . Appai o no anche el ement i di po l emi ca co nt r o
gl i Epi cur ei , i n f o r ma pr esso che i dent i ca a quel l a usat a da
Epi t t et o , diss. 3, 7, 1 9 ; 1, 23, 7, per co nsi mi l i po l emi che: &-
o r e dcvoaptov *; v&pwTraxv y.\iov, vai pc t u.v ol xov, -
vai pe S 7TXLV, voape 8 aou.7rav x v-&pa>7TEiov yvo?
(p- 73,
(
s
) E p i c t . man. 1, 1.
(*) ib. 24, 1.
( ' ) E p i c t . diss. 3, 7, 2 6 , che evi dent e ri spost a pol emi ca
al 19 ( = Epi c . fr. 5 25 Us . ) .
cio tutto ci che estraneo alla vita contemplativa.
Le cariche pubbliche non vanno cercate come fine a
se stesse, perch gi coli'essere cittadino modesto e
leale si adempiuto a un dovere verso la patria
Il titolo di una sua diatriba, 7rp? TO<; : 1 v
/jo-u^t a Stysiv ?, parrebbe alludere a un
ar gomento pi diretto e pi preciso di quello che in
realt non sia (
2
): ma il tema e il tono sono ancora gli
stessi, infondo. Non rende miserabili solo il desiderio
di potenza e ricchezza, ma anche quello di yjo- e di
G / o l r ) , perch quale differenza c' tra desiderare d'es-
sere senatore e il desiderare di non esserlo? (
3
). Gli
estremi si toccano: ? [ ] ox ?]' cu,
u.7) p^Tj c , s che l' uno e l' altro sono degni di riso (
4
).
Si insiste sul fatto che px?) e vapxta, ) e -
crxoXia sono Sicpopa e che ci vengono dalla T/V)
dalla Tcp voi a del dio. Nell' ideale cos alto che ha
della vita del saggio, nell'inesauribile insistenza che ado-
pera per sollevare gli incerti e scuotere i ciechi, per
Epitteto non c' posto per una vita che rinuncia a
qualche cosa cui l' uomo non pu e non deve ri-
nunciare, proprio perch figlio del dio ', il suo
stesso misticismo misticismo filosofico, non re-
ligioso, e per ci tanto lontano da quello cristiano
gli rappresenta l' uomo in uno sforzo per esser sempre
pi degno di quel dio, per farsi sempre migliore e pi
ossequiente a quelle leggi fatali, che sono le leggi pro-
c i Epi c t . man. z.\, 4: si Ss aXXov x i v ccrfi x a x e a x e a -
X>Q TCOXITIJV TctcjT v x a l aiSrju-ova, oSv v axjv a>9sXeii;;
(
2
) I n genere i xscpXai a non ri escono a t ener di et ro al
vari are d' ar gome nt o di ci as cuna di at ri ba; cos qui , con ri t orni
aH' cpysiv/ u.y) px^v, il t e ma domi nant e pi vayt Y vt oxet v
x a l sa^oX si v ~ vayi yvt axe i v x a l xaxcoi ; yeiv. Il c he e
mol t o part i col are e si pres t a a una pol emi ca del t ut t o di vers a.
(
3
) E pi c t . diss. 4, 4, 1-2. i nt eressant e os s ervare che
t ra ci che rende mi serabi l i c ompar e anche l a cpiXoXoyta,
e qui val e nt e del l a s yx ux X t o s rcaiSeia di Epi c ur o.
(
4
) ib., 19- 20.
prie dell' umana natura, tra cui fondamentali la xoi -
vtovta per cui l' umano consorzio significa azione,
non contemplazione. Senza di che crollerebbe la cpt-
Xav&poTua stoica, cos sentita da Epitteto.
Pieno di misticismo dello stesso genere ci appare
Marco Aurelio, l' imperatore che raccoglie in s la
massima espressione dell' attivit e del potere politici,
ma che si lascia sfuggire, preziosa testimonianza dei
bisogni di un' anima, la massima di Democrito, ' O X l ya
7tp7jae cpvjouv si (jt,sXXei<; s#-uu,7)o"siv (
2
). Ma
anche per lui il bene dell'essere razionale consiste
nella xotvtovla e che siam nati per essa da lungo
tempo di most rat o^
3
); ragion per cui poy? (peuytov
T V 7 t o X mx v Xyov (
4
). Un tema si rafforza,
per, in Marco Aurelio, l' eli; aurv va^copeiv, tema
non nuovo allo stoicismo e che esamineremo pi ol-
tre (
s
) . L' imperatore che esalta la xo ivamo., il
TroXtTtxi; Xyo<;, l' uomo voepv 7 t o X mx v <oov (
6
)
ed personalmente esempio di quella o-uvepyia per
cui l' uomo nato e compie quelle ev 7coXeu,oi<; cruv-
&9j xai proprie dell'essere umano (
7
), risente gi di un
ambiente culturale diverso, in cui non si pu pi
parlare specificamente di filosofia.
Non possibile cogliere nello svolgimento dello
stoicismo, come l' abbiamo qui seguito in breve, un
(*) Cf r. pe r es. diss, i , 29, 58; 2, 20, 6.
(
2
) M. A n t . 4, 24, 1. Al t r o t e ma democri t eo l a l ot t a
c ont r o l a TroXuTrpayu-oCTOviQ, cf r. 3,4 e pag.
(
3
) id. 5, 16, 3.
(*) id. 4, 29, 2. I l c onc e t t o gi s t oi co; cf r. Ci c. fin. 3,
19, 64: nec magis est vituperandus proditor patriae quam com-
munis utilitatis out salutis desertor; per l ' us o del voc abol o,
cf r. anc he Sen. ot. 1, 4 (t radi ment o ve r s o l o St oi ci s mo) .
(*) M. A n t . 4, 3, 2-3 e p a g.
(<) Cfr. 5, 16, 3; 4-
2
9. 2; 3. 7-
(
7
) Cfr. 2, 1, 4; 9, 9, 7.
filone di vita contemplativa; la contemplativit di
questa scuola tutta teoretica e non scende nel campo
pratico: anche quando il pensatore ne sente il bisogno,
un appartarsi momentaneo, una parentesi per ri-
prender forze a nuova attivit. I suoi due unici at-
tori sulla scena politica di Roma, Seneca e Marco Au-
relio, sono i soli che apertamente dichiarano questo
loro bisogno di vita secreta, appartata, tutta rivolta
a quell'uomo intimo che abita dentro di noi. E certo
Marco Aurelio con pi sincerit di Seneca, come quello
che fu costretto dalla divinit al sommo impero; men-
tre il ministro di Nerone, contro cui Suillio aveva
potuto appuntare strali malevoli, ma circostanziati,
a'otium era stato costretto e ci si era rassegnato,
forse anche un po' per quel quietismo che gli veniva
insegnato da Cleante: ducunt volentem fata, nolentem
trahunt
Ma il saggio Ttpao? xal fi Gu/i o?, cpiXv^pcoTcoi;
e xocvwvtx?, wcpeXyjTix? ha un suo peso per lo svol-
gimento degli ideali venturi: cos come ne ha il puro
freopetv in quanto studio ed amore della verit e
delle anime e del mondo, con cui si identifica, come r \-
ysjjiovixv diffuso in tutte le cose, la divinit, ya&c;
(Bao-iXec; xa, TOLIC; X-yj&stou? wxTr )p (
2
). Non di qui
nascer l'ideale della contemplativit cristiana, ma
anche di qui attinger linfa per quel suo sincretismo di
nuovo genere:
***
Nonostante le apparenze, la scuola epicurea, che
aveva cos vi vo il senso della vita contemplativa,
non riesce assolutamente ad imporre nel mondo cultu-
() Sen. epist. 107, 1 1 .
(
a
) Cfr. Sen. ad Helv. 8,3; E pi c t . diss. 1, 6, 40.
Panezio e la sua concezione
109
rate greco e romano questa idea. che l'epicureismo,
pur avendo un largo influsso, che si sente in ogni
campo letterario, dalla commedia all' elegia, non era
una corrente di pensiero che potesse penetrare le
masse; proprio perch dalle masse rifuggiva energica-
mente e rinnegava quella socievolezza fra gli uomini
che se un peso per anime angustiate e afflitte
un tor mento per le ani me deluse dalla vi ta e dagli
uomini per un elemento essenziale cui si aggrappa
la mediocrit umana che ha paura di sentirsi sola.
Lo stoicismo predicava questa xot vw vi a con un
entusiasmo crescente di generazione in generazione,
asserendola con sempre maggiore insistenza quanto pi
il mondo faceva disperare di raggiungerla. Ora questa
societ umana, che < pooiv da Zenone a Marco
Aureli o, veni va a negare automati camente la vi ta so-
li tari a in cui l' uomo non pi, almeno in senso attivo,
xcrfxou 7toXtT>)<;, il che ben s' accordava con lo stoi-
cismo che predicava l' attivit politica e sociale, la
partecipazione alla vi t a della citt, dello stato, l'inte-
ressamento per il benessere pubblico. Ma, come poi
il cristianesimo, anche lo stoicismo presenta un suo
intimo contrasto tra astratta teoria e pratica applica-
zione delle dottrine: la teoria elevava la virt cos
in alto da spiritualizzare tutta la vi t a dell' uomo, fino
a rendere il saggio una figura di eroe d' una moralit
intatta e assoluta, cos che restano estranei alla filoso-
fia gli uomini come realmente sono nella massa e nella
loro fragilit effimera (
1
). Di fronte al problema della
i
1
) Del resto sulla malvagit umana l'antichit non ebbe
il nostro pessimismo; ancora Epitteto dir pi volte: Se
uno sbaglia fa male, perch non sa. Mostragli che in errore
e non lo far pi. Vedi cos Zenone, 5. V. F. I, 186 Arn.;
Aristone, I, 367 Arn. In Musonio p. 7, 8 H. tzphc, peTTjv
Yeyovvai T V v&piTcov. Gi l'aveva insegnato Democrito,
Vors. 83 D. : .y.jxp'cirit; O L T I T ] ^ u,a4HYj xpocrovot;.
Ma atteggiamento diverso ha Aristotele, combattendo il so-
cratico oSei? ex<v <xu,apT*vet, in Eth. Nic. 3, 5, 1 1 1 3 b.
morale pratica e della vita reale con tutti i suoi fatti
comuni, che nascono da bisogni materiali e ne recla-
mano il necessario soddisfacimento, anche lo stoici-
smo si tiene su una via non molto diversa da quella
delle correnti peripatetiche, accademiche e scettiche;
ma ha una sua umanit pi consistente che vela la
disumanit di questo saggio aTapxT]? che giganteggia
solitario e irrigidito sulla moltitudine dei mortali e si
avvicina agli immortali, auaiH);; di fronte alla miriade
di Siacpopoc che interessano la miseria umana. Ma
l'applicazione pratica non pu staccarsi, come evi -
dente, dalle condizioni contingenti dell' et in cui la
teoria si sviluppa e vi ve. Direi che dall'osservazione di
questo contrasto nasce la tendenza di una corrente,
che potremmo dire davvero riformatrice, anche se non
addirittura eretica, come s'esprime il Pohlenz la
quale si stacca dal tradizionalismo stoico e assume posi-
zioni nuove, cui gi la predisponeva un' avvicinamento
al platonismo che la liberava da un assolutismo di
scuola filosofica per aprirle una visuale pi ampia;
Questa corrente pi conciliante con la vi t a contem-
plativa e poggia su un concetto vicino alla jxerpio-
Tc rsia di Crantore, bench non tanto a quella si ri-
faccia quanto alla {xsTptTYj? di Democrito. L' uomo
che le d vita un vi vo ingegno, una mente luminosa,
aperta e di larghe vedute, Panezio. Ma prima e dopo di
lui lo stoicismo si richiude in se stesso e Musonio Rufo,
Epitteto conoscono scarsamente l'influsso del filosofo di
Rodi. Doveva essere perci un poco suo malgrado che lo
stoicismo introduceva nel mondo culturale del I sec.
av. Cr. e ancor pi nel successivo un ideale destinato a
subire infinite sfumature e colorature personali e ad
arricchirsi di venature estranee che venivano a varie-
(') Die SLoa, 1, 206. Abwei chung si legge al proposito
in Zeller, op. ci!. I l i
3
, r. 5 1.
game l' aspetto e spesso a intensificarne la tonalit.
Panezio apre la via a una nuova concezione della
vita individuale, che dopo di lui continueranno Ateno-
doro e Seneca e che giunger a Plutarco. presumi-
bile, perci, che da lui prenda diffusione un pi con-
creto ideale di vita non attuosa. Del resto anche per Pa-
nezio vale l'affermazione generale degli Stoici: Mun-
dum autem censent regi numine deorum, eumque esse
quasi communem urbem et civitatem hominum et deo-
rum.:: ex quo illud natura consequi, ut communem uti-
litatem nostrae anteponamus n da dimenticare
quanto Cicerone afferma, che prima causa coeundi
est non tam imbecillitas quam naturalis quaedam quasi
congregatio (
2
). C' quindi sempre alla base il con-
cetto dell' uomo, che nato per la xoivcovta; con Pa-
nezio appunto si sviluppa vivacissimamente questo
concetto della cpucnxY) xoivcova v&pcorcoic, 7t pc ; X-
XYJXOO? (
3
), che sar poi uno dei temi dominanti di tutto
il successivo stoicismo. Ma anche vero che accanto
a una appetitio quaedam principatus troviamo come
propria dell' uomo la veri inquisitio atque investiga-
no (
4
) : , come dicevo pi sopra, un passo avanti del
&coptv nell' individuo: la escupa di per s , pur nei
limiti che si sono gi posti a questo concetto, superiore
ad ogni attivit dell' uomo preso come individuo, anche
se passa in secondo piano per l' uomo preso come mem-
bro della comunit (
5
).
() Ci c. fin. 3, 19, 64. S.V.F. I l i , 333.
(
2
) Ci c. resp. 1, 25, 39; Schmekel , op. ext., p. 72- 73-
Aggi ungi per es. Ci c. off. 2, 5, 16 (fr. 1 1 7 v a n St raat en) .
(
3
) Cf r. Hominum inter ipsos societatem coniunctionemque
(Ci c. legg. 1, 10, 28. L a part e general e di ques t ' opera ci cero-
ni ana ri sent e s enz' al t ro del l ' i nf l usso di Pane zi o) . Fal s o c he
l ' ave r i nt r odot t o nel l a propri a filosofia l a nic greca abbi a
f at t o di ment i care il cos mopol i t i s mo del s aggi o: ques t a xoi -
vcovia ne una pr ova.
(*) Ci c. off. 1, 4, 13.
(*) Cfr. anc he Hi rzel , Untersuch. I I , 5 21.
Questa distinzione dell' uomo caratteristica di Pa-
nezio, che per primo divide decisamente la virt nei
due aspetti di virt teoretica e pratica (
1
) e ci ci
illumina sulla concezione dell' individuo in modo tale
da renderci piano tutto l' atteggiamento che il filosofo
di Rodi ha assunto nei confronti del problema uomo .
Inaugurando una filosofia di comprensione, rivolgen-
dosi non perfectis hominibus pianeque sapientibus (
2
),
ma ad imperfectos et mediocres et male sanos (
3
), insomma
ai TrpoxTTTovTe?, Panezio abbandona di necessit quel
concetto rigido dell' uomo che aveva caratterizzato lo
stoicismo precedente e, accostandosi a Platone, esamina
la nostra debolezza e la cura con i rimedi che chiedono
i singoli casi. Questa concezione che, partendo dal vir
bonus qual' inteso dal punto di vista comune, lo rende
un 7rpox7CTCdv, poich gli d modo di porre in atto una
7rpoxo7trj che egli aveva in s solamente in potenza,
rivoluziona un punto capitale della dottrina stoica, che
distingueva nettamente saggi e cpauXot, senza ammet-
tere nulla tra gli uni e gli altri. Ora anche questi ultimi
vengono chiamati a una partecipazione pratica alla
filosofia, tratti fuori dal disdegnoso abbandono in cui li
aveva lasciati l' antico stoicismo (
4
): al punto che pare
di trovarci di fronte al mistico entusiasmo del giovane
Aristotele, per cui sempre bisognava filosofare, o alla
malinconica 9 tAav&p torcia d' Epicuro, che tutti invitava
alla filosofia (
5
). Anche nei 900X01 esistono simulacra
virtutis, appare aliqua significatio virtutis (
6
): questi
(*) D. L. 7, 92: IIavaixto<; u.v oov 8o pyjov pex?,
&e<opiQTt,X7)v xa 7rpaxxtx
,
/)v. Sar bene intendere che si tratta
dei due aspetti fondamentali della virt pi che di due virt.
La stessa divisione in Cic. pari. or. 76.
(*) Cic. off. 1, 15 , 46.
(
s
) Sen. tranq. an. 1 1 , 1.
(
4
) Cfr. Philippson, Philol. Woch. 1936, p. 776.
(
&
) Arist. Protrept. ir. 1 W.; Epic. epist. Men. 122.
(*) Cic. off. 1, 15 , 46; cfr. anche Lael. 14, 48. A ci s'aggiun-
gano D. L. 7, 91 e Cic. Tusc. 4, 13, 30, con l'acuta disamina
germi atti al progresso Panezio vuole curare e far pro-
gredire, rinnegando quell' insegnamento della sua scuola,
per cui chi non saggio folle, qualunque sia il grado
di TcpoxcmY) che abbia raggiunto; egli supera, cio,
anche Crisippo, il quale gli aveva aperto la vi a a un
nuovo intendimento del problema dei fioi, ma su questo
punto era rimasto inesorabilmente aderente alla orto-
dossia stoica (
1
). Quel ^SCTOV xaoHjxov, che per la vec=
chia scuola era 9<XUXTY]<;, diventa attraverso una
elaborazione che penetra profondamente la psicologia
umana "eine fiir den edlen tS(.tT7]<; ausreichende
Moralitt" (
2
), purch egli sappia uscire dall' inerzia
del occuXo? attraverso una 7rpoxo7u7] filosofica (
3
).
del Phi li pj pson, Das Sittlichschbne bei Pcmaitios, i n Philol.
85 (1930), 379- 81. Pe r l ' espressi one, cfr. Pl at . Symp. 212
etScoXa pexTJq.
(4 5. V. F. I l i , 539 Ar a . , Ci c. fin. 3, 14, 48; 4, 9, 21 e
Phi l i pps on, art. cit., p . 385. I l p r obl ema non p o t eva essere i m-
p os t a t o di ver s ament e, da t o che di pende dal par ados s o st oi co
5xi Cera [i.apxY)U-axa.
(
2
) Bonhof f er , Die Ethik des Stoiker Epiktet, p . 227, n. 1;
s ar ebbe forse megl i o di r e non sol o t8t<x7]<;, ma bonus vir.
(
3
) Ques t a ) Panezi o t r o v a v a gi nei Pe r i pa-
t et i ci (cfr. D L . 7, 127) ; un pri mo accenno se genui no
c ompar e di gi i n Zenone, 5 . V. F. I, 232 (Ci c. fin, 4, 5 6).
L' appl i c azi one dei media officia, propri del l ' uomo c omu-
ne (communia sunt et late patent), esi ge ecputa (ingenii bo-
nitate) e ?) (progressione, discendi): no n i mprobabi l e
c he i n ques t o passo (off. 3, 3, 14) Ci cerone sf rut t i l a part e ge -
neral e di Pane zi o, t ral as ci at a al l ' i ni zi o del I l i bro (Pohl enz,
Cicero de officiis III, i n N. G. G., 1934, 7) . Errore del v a n St ra-
t en, op. cit. p. 197, di parl are di ao<pol e di cpauXot i n senso
assol ut o, ment re si t r at t a di 7ipox7i:Tovxe<;; nel c onc e t t o st oi co
del l a Tcpoxo7T7j si s o mmat o l ' i ns egnament o ci ni co che l a vi r t
pu essere appres a (cfr. Ant i s t e ne , ap. D. L . 6, 10; Cl eant e,
S. V. F. I, 5 67; Cri si ppo, I I I , 223 Ar a . ) . Sono i nvece d' accordo
col v. St r. nel respi ngere l ' af f ermazi one c he si t rat t i di " une
moral e d' un s econd dgr ", s os t enut a da T at aki s , Pantius
de Rhodes, Pari s , 1931, p. 15 6. Credo che una si mi l e espressi one
nas ca dal f rai nt endi ment o di al cuni accenni di Pa ne zi o : i n
ef f et t i l e ggi amo che i media officia s ono quasi secunda quaedam
honesta {off. 3, 4, 15 ) , espressi one c he il Pohl e nz t r o va sonst
ni c ht be ze ugt (art. cit., p. 8, n. 1) , ma c he a mi o parere v a
s pi egat a s econdo l a di st i nzi one del l e vi r t &e<op7jTixat ed &e-
> ) 1, ci o quel l e x a x Tceptcxacriv, per deri vazi one , l e
qual i x a l xe pl ? ylvo^xai ( D. L. 7, 90-91, do v e a v r e mmo
e.
L' uomo perci da vedersi sotto i due atteggiamenti
che lo distinguono: da un lato I ' SI C TT) ?, dall' altro il
7COX I TI X <; vvjp. Tale distinzione s'imposta sul fatto,per
Panezio essenziale, della duplice natura dell' uomo:
ogni uomo in quanto uomo ha in s due personae (izp-
GCiza), una communis, che lo porta a vivere in quanto
partecipe di ragione e superiore alle bestie, dandogli
cio un senso della collettivit; l' altra individuale, che
lo distingue da ciascuno dei suoi simili (
1
). la parte
universale che riguarda la xotvcovia tra gli uomini e
tutti i doveri verso la collettivit, mentre la nostra
natura individuale si rivolge a trovare la fAoXoyia in
se stessi (
2
) : questo si ricava anche dall'interpretazione
Pane zi o at t ravers o E c at one , cfr. Phi l i pps on, art. cit. p. 374
s gg. ; se pure l a t ermi nol ogi a t ecni ca s t at a i nt rodot t a s ol o
da E c at one , come vuol e il Pohl enz, Die Stoa, I, 241; I I , 124,
l a di st i nzi one sarebbe gi in Panezi o) .
0 ) Ci c. off. 1, 30, 107; il probl ema speci fi co quel l o del
decorum, ma il modo i n cui f ormul at a l a di st i nzi one e l ' am-
pi ezza con cui appl i cat a ci f anno si curi che essa i nve s t e
t ut t a l ' et i ca.
(
2
) Ci c. off.. 1, 31, 110 cantra universam naturam nihil
contendamus, ea tamen conservata, propriam nostrani sequamur.
T a l e def i ni zi one parrebbe t r ovar e un precedent e i n un pas s o
del L ae r zi o (7, 87-88; I I I , 4 Ar a. ) che il v o n Ar ni m e i l Po h-
l enz (Zenon u. Chrysipp, i n N. G. G. 1938, p. 201-04 e Ant.
Filhrertum, p. 53) hanno at t ri bui t o a Cri si ppo e di cui ha
gi i n part e di scusso il Hi rzel , Untersuchungen, I I , 106- 111.
Que s t ' ul t i mo ha messo i n l uce c ome Di oge ne par t a qui da due
premesse, l a pr i ma che Zenone per pri mo ha def i ni t o il TSX O<;
c ome u.oXoyouu.svw<; xfj cpucei TJV (secondo St ob. ed.
I I , 67, 3 W. sol o u.. t ^v, ment re Cl eant e avr e bbe aggi unt o-
l a spi egazi one Tfj paet. Cfr. Pohl enz, Die Stoa, I, 1 1 6 ) ; l a
s econda che Cri si ppo a s ua vol t a (TCXIV B) ha vol ut o chi ari f i care
il c onc e t t o espri mendol o con ' u. 7mpi av T & V pcsi auu.[3oa-
VVTCOV Z,r\v (conf ermat o dal passo del l o St obe o) : [ipy] yp ei ai v
ai 7) . 1 cpuaen; xr^q . I l 8t, 7is p i ni zi al e del 88 i n-
t r oduce l a concl us i one: 8t7rep ? y i v eTai xoXou&w<; )
tpasi f^yjv, S OT TE TYJV xai TYJV T>V-
OX O V, ci o s econdo l a nat ura propri a e s econdo quel l a del
t ut t o , c om' chi aro dal cont es t o precedent e e da 7, 89 cpuaiv
8 XpcHTCTCOi; u-v e*;axoOEi fj ; S EI CTJV, TTTJV TE XOIV7 ) V
xa i i Si ux; TTJV vQ-ptoTcivvjv, che ci da l a genui na concezi one di
Cri si ppo, il qual e di s t i ngueva l a nat ura uni versal e del t u t t o
e quel l a propri ament e umana. Fi n qui s i amo d' accordo e cos pur e
che v a da s che Di oge ne non ha t rat t o per cont o suo ques t a c on-
che Panezi o ci presenta del >. <;: 9;v r ag
cl usi o ne (p. 109) . Ma no n co nco r do pi quando il Hi rzel s o-
st i ene che l a sezi one comprendent e i paragraf i 81-88 de r i va
ori gi nari ament e dal us pl TS X OUS di Cri si ppo (p. 1 1 1 , urspri i ng-
l i ch daher s t ammt e ). Pe r c h l ' accenno c ont e nut o i n 87
s ul l ' accordo t ra Cl eant e, Pos i doni o e E c a t o ne non ha s em-
pl i cement e un carat t ere parent et i co (p 107) , ma ci r i ve l a
qual c he cosa di pi , se ri cordi amo c ome c ompone vano un l i br o
gl i ant i chi , ai qual i il rot ol o papi raceo non pe r me t t e va l e not e
i n cal ce al l a pagi na. Di ogene, gi l a s ua f ont e, t r o va va
nel t es t o c he a v e v a di f ront e anche l a ci t azi one di
Cl eant e e di Pos i doni o e ha t r o va t o c omodo i nseri re l
anc he il nome del l ' aut ore cui at t i nge va (il qual e c o n-
c or dava con gi i al t ri due) , ci o Ec at one . Se poi , com' del
t ut t o probabi l e (Phi l i ppson, art. cit., p. 358), Di ogene at t i nge va
a E c at one non di ret t ament e, ma at t ravers o Ar i o Di di mo, ci
non c ambi a nul l a: l ogi co che quest i t ardi epi t omat ori at t i n-
gano pi meno di r et t ament e ai t est i e agl i aut o r i l o r o pi
pros s i mi nel t empo. De l rest o non il sol o passo i n Di oge ne
c he de r i vi da Ec at one , perch per rest are i n ques t a sezi one
del l i bro VI I anche 90 deri va da l ui (cfr. Phi l i ppson,
art. cit., p. 374). T or nando al pas s o i n ques t i one evi dent e che l a
s omi gl i anza t ra Cri s i ppo e Pane zi o, ri guardo al l e pri me parol e del
88, pur ame nt e verbal e, perch r TUV OXOJV puoic quel l a u-
ni versal e, cos mi ca, me nt r e l'universa natura pane zi ana quel l a
che uni sce t ut t i gl i uomi ni . Qua nt o poi al l ' us o di t al e espressi one,
non s ar mal e ri cordare che (plur . ) normal e i n Po s i -
doni o e dopo di l ui per i ndi care l ' uni vers o; ment re regol ar-
me nt e cri si ppea quel l a di 7,89, r xotvr) <pai<; (a proposi t o*
del qual e passo il Hi rzel , op. cit., I I , 436-37, a buona ragi one,
ne ga c he Cri si ppo si a mai gi unt o a pensare al l a nat ur a de l
si ngol o) . L e parol e riferibili a Cri si ppo t ermi nano, perci ,
col l a fine del 87 e i l 88 v a ri f eri t o a uno st oi co pos t -
cri si ppeo, il qual e ha concl us o il r agi oname nt o paraf ras ando
Cri si ppo c on l a t ermi nol ogi a s ua propri a. Ma t a nt o pi pos t e-
riore a Cri si ppo quel che segue, c ome f a ri t enere l ' ac c e nno
a Zeus i nt es o qual e xa9"r)ysu.vt. TT\Q TUV OVTCOV SI OI XYJOEOX;
e ancor pi il s ucces s i vo OTK V TrvTa 7 ] 1 TT) V
auu-cpt ovav TO'J ' Sa[j.ovo; Tcpi; TYJV 8101-
XYJTO poXv) ai v. Di un 8a xw v i ndi vi dual e non appare t rac-
ci a, che i o sappi a, nel l o st oi ci smo ant i c o: l ' us o di t al e voc abol o
i n ques t ' accezi one f a pensare ad un ac c os t ame nt o al pe ns i e r o
pl at oni co (cfr. Pl at . Tini. 90 a) , qual e non possi bi l e pr i ma
di Pane zi o (cfr. Pl ut . tranq an. 470 D? ) , e al l a mi st i ca c a-
rat t eri st i ca di Pos i doni o (cfr. Gal en. plac. Hipp. et Pi. 5,6, p. 469-
v Sa fi ov avyyevei
T
OVTC xa -rjv 6u, oi av qpaiv
xovTt T V 6Xov xG(jiov Si oi xoOvTi [in pol emi ca con Cri si p-
po] ; D. L . 7, 15 1 senza i ndi cazi one di aut ore, ma at t r i bui t o
a Pos i doni o dal Re i nhar dt , Kosmosu. Symp., p. 262 <pao 8
E?vat x a Ti va? 8ai {xova<; <xvd-p>TZ(uv auu.7c&iav sxovTac^.
icmuc, T UV v&ptTtE tv - ^; anche i l co ncet t o d
Ttpq T-JJV SIOIXYJTOO 3O\JXT]04V pare ben adat t o alla
$e$o{j t i va<; Y ) [ A I V e x ya eoc, tk^opinxc, La prima linea
di condotta predomina nell'uomo politico, che deve
concezi one di s i mpat i a cos mi ca di Pos i doni o) . Un l e game t ra i l
o-uu.7ra&v x TcyEa xolq opavoli ; , l a &s a St oi xyj at q del l ' u-
ni verso, l a di pendenza del l a nost ra ani ma da ques t ' ul t i ma e
infine x ax o o Sa [xoiv che sempre vegl i a ac c ant o ed nos t ro
s7tixpo7ro<; pone Epi t t e t o, diss. i , 14, 2, 3-7, 12- 14 (efr. anc he
M. Ant . 5, 27). abbas t anza evi dent e che si a il mat eri al e del
Laerzi o, sia l e concezi oni qui espresse da E pi t t e t o di pendono
da Posi doni o, i nf l uenzat o da Panezi o, e che hanno un i nt erme-
di ari o probabi l ment e E c at one t r a il pens at ore c he l e
f ormul a e chi ce l e t r amanda. Anc he il Pohl enz, Stoa und Stoi-
ker , Zri ch, 195 0, p. 367, pensa a influsso pos i doni ano su not i -
zi a dossograf i ca.
(*) Sul l a^ f ormul a panezi ana si ve da Hi rzel , Untersuch.
I I , 430-38. E i nt eressant e not are c ome il t ermi ne cpopu-V),
che i n Cri si ppo si gni fi ca "r epul s i one" ed cont rari o di pu-Vj
(S. V. F. I l i , 17 5 A r a . ; cfr. poi E pi c t . diss. 1, 4, 1 1 ; 1, 21, 2),
qui equi val e a "propensi one, i ncl i nazi one", s econdo i l val or e
normal e di cpopu-av, ci o con un' accezi one che p o t e va essere
t rat t a dal l a l i ngua parl at a; al cont rari o pu.^ i n Pane zi o si -
gni f i ca appetitus e, c om' ben s pi egat o da Ci c. off. 1, 28, 101,
e l a part e quae hominem huc et illuc rapii e si oppone al l a 9 p6 -
vraiq (cfr. anche 1, 37, 132 e 39, 141) , quae docet et expiorat
quid faciendum fugiendumque sii ( = fr. 107 v. St r. ) . Anc o r a
i n Cri si ppo l a p[XYj ha il suo val or e pr i mi t i vo (cfr. 5 . V. F.
I l i , 1; 169 Ar a. ) e i n opposi zi one ad <popu.r (I I I , 1 7 5 ; f orse
di f f erent e un poc o il ve r bo pu-Sv i n I I I , 17 7 ) ; nei f ramment i
del v. Ar ni m il t ermi ne non compare col nuo vo si gni f i cat o
pri ma di Cri si ppo (per I, 566 ve di sot t o) , n i n al cuni dei f ram-
ment i che l ' Edi t ore ha at t ri bui t o a l ui con si curezza. Ma nel
s egui t o i mme di at o di un passo che il Phi l i pps on ha di mos t rat o
de r i vat o da Ec at one , che a s ua vol t a at t i nge a Pane zi o {art.
cit. p. 365-76), l o St obe o di ce c he i l fine di t ut t e l e vi r t
di vi ve r e secondo nat ur a e aggi unge : xaaxyj v $ xoxou Sia
xtov ISlcov 7Tocpxeo"&ai x uyx vo vx a xv v^poTCov. "E ^e i v
y p <popu.<; 7t ap xrq yazoiq (cfr. l a f ormul a del xXo<; pa-
nezi ana) x a l Tzpq XY)V xoO xa&7xovxo<; epecnv x a l npq xijv
TSV pu.Sv saxa&siav x a l npq xq 7rou.ov<; x a l 7cp<; r a s
TTovepivjCTei?. Ka l < x a x > x cffxcpcovov x a l x aoxvjs xaxrj
xSv psxt ov 7tpxxoucra 7rapxsxat xv cv-8-pcj7rov xoXo&wc;
Tfj <poasi wv r a (St ob. I I , 62, 8 sqq. W . ; 5 . V. F. I l i 264,
p. 64, 45 Ar a . ) . Si osservi ora che 1) 2 xsi v (popy.q 7tap TYJC.
piicrex; raf f ront abi l e con l a f ormul a panezi ana di cui t rat t i a-
mo ; 2) izpbq x-Jjv xtov pu.wv Eaxa&siav ri corda efficiendutn est
ut adpetitus rationi oboediant... sintque tranquilli atque omni animi
perturbatione careant (Ci c. off. 1, 29, 102) ; 3) l ' ul t i ma proposi -
zi one carat t eri s t i cament e panezi ana, c ome ri sul t a da St ob.
I I , 63, 25 W. = Panae t . fr. 109 v. St r. : i nol t re a xcxT) xiv
pex&v gi ri s pondeva xaxrj v i ni zi al e; 4) l e quat t r o ipopfxal
qui i ndi cat e corri s pondono al l e def i ni zi oni del l e quat t r o vi r t
provvedere essenzialmente al bene di tutti e quindi,
salva la propria natura, deve portare la ^oXoyia in-
espost e poc o pi a sopra dal l o st esso aut ore (II, 60, 9 W. ) , ci o
<ppv7)ai<;, o-<o<ppoavy], vSpet a, 8ixaioo-ov7] (espost e ne' me -
des i mo ordi ne di qui ) val e a di re l e quat t r o vi r t f ondament al i
per Pane zi o nel de officiis (cfr. sapientia, 1, 6, 18 sq. ; tempe-
ranza, 1, 27, 93 sqq. ; animi magnitudo acrobur, 1, 18, 61 sqq. ;
iustitia, 1, 7, 20 sqq. ; quat t r o erano pure per l ' al l i evo di Pane zi o,
Pos i doni o: D. L . 7. 92). A n c h e Ze none a v e v a ri conos ci ut o
l e quat t r o vi r t cardi nal i , ma l e a v e v a def i ni t e di ve r s ame nt e ;
i n ques t o passo, i nol t re, c ompai ono l e vi r t &ewpvj xoi ( = x ?
8 xat ? 7cpa>xai? TCoxexayu.va(;) e una di ques t e nei conf ront i
del l ' vSpel a, propri o l a panezi ana { xeyaX o^ux^
a : c r r
- anc he
Phi l i pps on, art. cit. p. 360-65 e quant o si di s cut e a c ap. I I I .
De l res t o post cri si ppeo pure D. L . 7, 89 ( = I I I , 228 Ar n. ) ,
dove si parl a del l a SiaoxpocpT) che deri va o dai f at t i est erni
o dal l ' at t razi one che eserci t a su di noi l a f ol l a, perch di per se
st essa l a nat ura <popu.<; Si Soi oi 8iaoxpcpou<; L ' i ns e gname nt o
c e r t ame nt e gi cri si ppeo, c ome mos t ra Gal . plac. Hipp.
et Plat. 441 (S. V. F. I l i , 22ga, p. 5 5 , 1 s qq. ) : ma gi us t o qui
manc a il t ermi ne 90pu. ai ,che ci i nt eressa ; il Hi rzel , Untersuch.
I I , 468-69, t r o va che il f at t o casual e, dat o i l paral l el i smo dei
due t est i , ma l gi ust i f i cazi one assai debol e, se si pensi che anc he
Pane zi o un vi va c e assertore^ del l a Si aoxpocp^, c ome ve dr e mo
pi ol t re ' c ap. I l i , pag. 270). E perci assai f aci l e che al L ae r zi o
l ' af f ermazi one gi cri si ppea si a gi unt a at t r ave r s o un t es t o
panezi ano o post eri ore a Pane zi o ; i o ri t engo che, c ome quant o
i mme di at ame nt e s egue ! 90, per cui ve di Phi l i pps on,
art. cit. p. 374), anc he ques t o passo si a f i lt rat o at t r ave r s o E c a -
t o ne : t ant o pi che anche l a part e i ni zi al e del nost ro paragraf o
c ompl e t a e chi ari sce quant o era s t at o de t t o al 87 a propo-
s i t o del xXoq (v. n. p r e c ) , c onc or dando con St ob. 1 1 ,
76, 3, W. (S. V. F. I l i , 12) . R i ma ne sol o St ob. I I , 65 , 7 W. ,
dove si nomi na Cl eant e, at t ri buendogl i l ' af f ermazi one ua vx a ?
yp v&p<7rou<; cpopu-i; iysiv ex cpuo-sto? 7cp<; pexrjv,
x a i o ovel xv xcov 7)u.tau.petwv Xyov ^x
elv
x a x KX ev&Tjv
(S. V. F. I, 5 66 Ar n. ) : ma i o ri t engo che il t es t o v a d a i nt erpre-
t at o di vers ament e, t ogl i endo l a vi r gol a dopo xei v, i n modo
che l a ci t azi one di Cl eant e l i mi t at a a ol oveL. . . x. KX ev&iqv.
T ut t a ques t a sezi one del l o St obe o deri va da una f ont e pos t e-
ri ore a Pane zi o (Hi rzel op. cit., I I , 469 e n. 1 ; Phi l i pps on,
art. cit., p. 358-72) e perci l a espressi one i n quest i one una
i nt erpret azi one del l a ci t azi one di Cl eant e. R i t e ngo qui ndi
c he i l t ermi ne cpopw.7) i n ques t a nuo va accezi one si a do vut o
a Pane zi o. Not e r ancora che con t al e si gni f i cat o il voc a-
bol o appare t al vol t a in E pi t t e t o, ment re non ne ha al -
t r o i n Marco Aur e l i o (9, 1, 5 ; 42, 9). Po c o s i gni f i cat i vo
l ' esmpi o di Phi l od. ir., p. 53 W. (<p. tic, 9tXav^pco7rtav), per-
c h ' ' us o pot rebbe deri vare dal l a diffusa t ermi nol ogi a st oi ca.
dividuale al piano della comunit come u.voi<x
la seconda riguarda essenzialmente il privato cittadino.
Ma per l' accordo tra ftscoptoc e 7tpi<; che Panezio
ricerca sotto la guida della ragione (
2
) neanche questo
ultimo pu vivere secondo l'ideale di un (Ufo? evi x<;,
per cui vale t sauxou 7tp-TTeiv xod JAY) TcoXuTCpayfjLovetv
in senso assoluto (
3
) ; per naturale che, anche se le
premesse sono genericamente comuni, debba esserci una
differenza nella condotta di vita prescritta a due tipi
di uomini (senza con questo pensare a una netta sepa-
razione in categorie, che sarebbe aliena al pensiero di
Panezio) e l'ipotesi del Siefert (
4
) che Panezio nel suo
f l spt s&u[xi a<; trattasse dell'uomo non in senso politico,
ma in senso assai pi largo ed umano non solo possi-
bile, acquista anzi ogni apparenza di verit. Del resto
anche nel I I spl xa ^Y j xo vTo ?, che doveva riguardare
l' uomo con una visuale pi genuinamente stoica, os-
servandolo come 7TOXIT!,X V t oov, appariva questa di-
stinzione, che si conserva ben esplicita nell'esposi-
zione di Cicerone: la grandezza d'animo si riconosce da
due cose, o dalla rerum externarum despicientia, cio
cum persuasum sit hominem ... nulli neque pertubationi
animi nec fortunae succumbere; ovvero dalle grandi
imprese che procurarono tutte le soddisfazioni pi ap-
pariscenti; causa autem et ratio efficiens magnos viros
in priore (
5
). E si predica quella tranquillitas animi
et securitas che porta con s cum constantiam tura ctiam
j27
(*) Ve di anc he Pohl e nz, Ani. Fiihr., p. 50-51 e 144- 45 .
(
2
) Ci c. off. 1, 5, 1 7 ; Pohl enz, op. cit., p. 23. Cfr. anche c ap.
I l i , p. 236 e p. 253, n. 4.
(
3
) Cfr. per st rani eri e met eci Ci c. off. 1, 34, 125 Peregrini
autem atque incolae ofpcium est nihil praeter suum negotium agere,
nihil de alio anquirere minimeque esse in aliena re publica
curiosum.
(*) Plutarchs Schrift rcepl e<9-ou.ia<;, Pf ort a, 1908, p. 51,
n. 1: So i st an bedenken dass es si ch dort (== Ci c. off. 1, 43,
80-81) um di e Pf l i cht en, hi er um di e s&uu,ia handel t , di e auc h
der unpol i t i sche Mens ch erst rebt .
(
5
) Ci c. off. 1, 20, 66- 67; fr. 106 v. St r.
dignitatem; per concludere con l' aperta dichiarazione
che multi et sunt et fuerunt qui eam, quam dico, tranquil-
litatem expetentes a negotiis publicis se removerint ad
otiumque perfugerint; in his et nobilissimi philosophi
longeque principes et quidam homines severi et graves
nec populi nec principum ferre mores potuerunt vixerunt-
que nonnulli in agris delectati re sua familiari (
1
).
Appare da questo passo che Panezio distingue ancora
tra coloro che si dedicano ad una vita estranea alla
politica: da un lato i filosofi, dall' altro homines szveri
et graves. Non si tratta di una distinzione casuale,
perch ritorna una seconda volta nel de officiis, dove
accanto a coloro qui res publicas regant, compaiono
coloro che si danno a una vi t a ritirata, anche qui visti
come quanti si dedichino alla ricerca dei problemi scien-
tifici e quanti interiecti inter philosophos et eos qui rem
publicam administrarent delectarentur re sua familia-
ri (
2
). Panezio dunque ammette un $Loc, 9-ecop7]Ttx<; e
lo ammette esplicitamente per il filosofo, meno esplici-
tamente per il privatus; ci non discorda da quanto
leggiamo in uno dei primi capitoli del de officiis, secondo
cui in primis hominis est propria veri inquisitio atque
investigatio. Itaque cum sumus necessariis negotiis cu-
risque vacui, tum avemus aliquid videre, audire, addiscere
cognitionemque rerum aut occultarum aut admirabilium
ad beate vivendum necessariam ducimus (
3
). Questo con-
cetto di ftecopeiv scientifico, distinto nelle origini e negli
scopi da quello di Platone e dell' Aristotele platonico,
t rova il suo elemento corrispondente in Democrito, il
quale vitam beatam ... si etiam in rerum cognitione pone-
bat, tamen ex Ma investigatione naturae consequi volebat
(*) ih. i , 20, 69; Pohl e nz, Stoa u. Stoik., p. 229-30.
(
2
) Ci c. off. 1, 26, 92; Stoa u. Stoik p. 233.
(
3
) Ci c. off. 1, 4, 1 3 ; si osservi c ome c' una not evol e
corri s pondenza con E pi c t . diss. 1, 29, 58 dove si parl a del
&wptv T O U axoXovTo<; (ci t at o a p. 99).
ut esset animo dai rapporti parti colarmente
vi vaci che verremo mostrando tra Democri to e Pane-
zio (
2
), vi en fatto anche di domandarsi se la formula-
zione del passo ciceroniano non sia stata i nfluenzata da
Panezi o : intendo dire che la noti zi a potrebbe deri vare a
Cicerone dal filosofo stoico e ci senza togliere valore
all'affermazione, anzi rendendola preziosa perch ci
assicurerebbe che anche per questo problema davanti
agli occhi di Panezio campeggiava la figura del pen-
satore di Abdera; ci ci spiegherebbe largamente come
mai la formulazione del concetto presenti tali punti
d'aderenza tra il de officiis e il de finibus. Punto di
partenza di questo ftecopstv un'cpopu//) che distingue
l' uomo dalla bestia, in quanto il primo partecipe di
ragione e per mezzo d'essa consequentia cernii, causas
rerum videi earumque praegressus et quasi antecessiones
non ignorai, similitudines comparai rebusque praesen-
tibus adiungit atque adnectit futuras (
3
). Questo valore
della ragione agisce in modo sostanziale nei confronti
della sapienza, che risponde appunto ad un'^opu/^ ; on-
de non meraviglia che si legga che omnes enim trahi-
mur et ducimur ad cognitionis et scientiae cupiditatem
t
in qua excellere pulchrum putamus (
4
).
Questi sono evidentemente i presupposti di una
ricerca scientifica, che si rivolge allo studio delle cause
prime e dei fenomeni naturali. Questo entusiastico spi-
(
1
) Ci c. fin. 5, 29, 87; Vors. A 169 D.
(
2
) V. del rest o gi. Phi l i pps on, Panaetiana i n 'Ritein. Mus.,
78 (1929), 348-50 e gl i scri t t i che ci t o a p. 124. Si ha da pensare
che, come l a energi ca esal t azi one del ust opev da part e di
Ant i oc o (5, 18, 48- 19, 54) deri va da Panezi o, cos pure da l ui
Ant i oc o abbi a col t o l a figura del l ' ant i co s aggi o d' Abde r a ?
(
3
) Ci c. off. 1, 4, 1 1 ; fr. 98 v. St r. ; v a n St raat en, op. cit.
p. 174.
(
4
) Ci c. off. 1 , 6, 18; fr. 104 v. St r. Not a come si accenna
ad un el ement o nat ural ment e i nsi t o e necessari o (trahimur)
ac c ant o a quel l o vol ont ari o (ducimur): per i due vocabol i ,
che sono evi dent ement e st oi ci , cfr. Sen. epist. 107,, 10 d u-
c uni volentem fata, nolentem tv a h n t (Cleante) .
rito di osservazione della natura caratteristico ap-
punto di Panezio ed accentuato da Posidonio
nella filosofia stoica successiva questo motivo pervade
tutti gli scrittori che ad essa si accostino, sia Cicerone
0 Seneca, sia Plutarco o Marco Aurelio (
2
). Una posi-
zione del genere d un rilievo particolare alla vita con-
templativa del filosofo, ma anche un mezzo per giu-
stificare Yotium del singolo. Questi osservatori dell'otium
hanno deciso come sovrani assoluti di goder di assoluta
libert: come i gloriae cupidi, anche gli otiosi hanno la
loro parte di ragione (
3
) ; anzi poco prima Panezio aveva
(
x
) Pe r ques t ' ul t i mo, compare anche nel l a s ua def i ni zi one
del T S X O ? e non mai s compagnat o da un el ement o at t i vi s t i c o:
x )v S-swpouvTa x-^v XC5V OX WV X^Q-eiav (gi i n Pa ne zi o : cf r.
off. i , 4, 13 e 5, 15 ) x a l x^i v x a l a uY x a x a a x s uCo vx a <XTY;U
x a x T Suvaxv (Cl em. A l e x , strom. 2, 183, 10 St hl . ) ; Ci c .
ff- r, 43, 15 3 e 15 4. Pe r Pane zi o pri mo a dar pregi o a l l ' " E r -
ke nnt ni s t r i e b", cfr. Pohl e nz, Die Stoa, I , 202.
(
a
) Cf r. Ci c. Tusc. 5, 24, 69; A caci. 2, 127 ; Sen. brev.
vit. 1 9 , 1 ; ot. 4, 2; epist. 94, 5 6; Pl ut . tranq. an. 20, 477 C- E
(con influssi pl at oni ci ) ; M. A nt . 4, 29; 5, 8, 4; 5, 23; 10, 26.
Cf r. anc he Hi rzel , op. cit., I l i , 293 sqq. , 298.
(
3
) Cos i nt endo i l passo 1, 20, 70 His idem proposiium
fuit quod regibus, ut ne qua re egerent, ne cui parerent, libertate
uterentur, cuius proprium est sic vivere ut velis. Il Pohl e nz,
Ant. Fuhrertum, p. 46-47, t r o va sarcast i ca l ' espressi one i n
cui ve ngo no bol l at i a f uoco i filosofi c he ri f uggono dal l o
s t at o. I nnanzi t ut t o ci s arebbe cont ro l e parol e c he precedono,
do ve i medes i mi filosofi s ono defi ni t i nobilissimi longeque prin-
cipes e c ompr e ndono perci anche Pl at one (come a mme t t e
il Pohl enz) e De moc r i t o c he di Pane zi o erano maes t ri spi ri -
t ual i ; anc he i non filosofi sono defi ni t i c ome homines severi
et graves e parrebbe s t rano che il t ono nei l oro ri guardi fosse
addi ri t t ura sarcast i co. A mi o modo di ve de r e non ve ngo no
1 filosofi c ont e mpl at i vi c on deri si one paragonat i ai xpavvot ,
ma s empl i cement e Pane zi o vuol f ar not are c ome i due est remi
s i ano f ondame nt al me nt e degl i errori . I nol t re per l a va l ut a zi o -
ne del S-eopstv da part e di Panezi o, v. quant o si di ce al l a pagi na
precedent e, ol t re al l ' af f ermazi one {off. 1, 21, 71) che non s ono
f orse da ri mproverare col oro che excellenli ingenio doctrinae
se dediderunt. Se l a nat ural e t e nde nza al principatus (off. 1,
4, 13) , c he ri corda i l ^aai X i x? (io<; di Cri si ppo, ecoede e
gi unge a but t ars i con t ant a passi onal i t e s pregi udi cat ezza
nel l ' agone pol i t i co da mut ars i i n t i ranni de; se i l nat ural e amor e
al l a ri cerca del ve r o (off. ibid.) eccede e si ri duce ad una vi t a
sol i t ari a, i n cui escl uso ogni c ont at t o con l a soci et umana:
ebbene, i n ent rambi i casi si real i zza un' axpxs i a, ma Tee-
affermato nec vero imperia expetenda, pur moderandosi
subito : aut non accipienda interdum aut deponenda non-
nunquam (
1
): il che , senz'altro, una aperta ammis-
sione di vita contemplativa. Ma venendo alla valutazione
politica dei due fioi non si pu fare a meno di trovare
s Jacilior et tutior et minus aliis gravis aut molesta vita...
otiosorum, fructiosior autem hominum generi... eo-
rum qui se ad rem publicam et ad magnas res accomoda-
verunl (
2
). evidente che i consigli dati all' uomo
politico appunto perch gi politico per definizione,
dovevano essere diversi da quelli dati all' uomo che non
mirava alla vita delle cariche; ma da Cicerone (e come
vedremo, da Seneca) si pu ricavare una interessante
distinzione. Panezio non abbandona la linea di condotta
attuosa che era propria dell' antica Stoa, ma pi
coerente ai tempi distingue tra uomo politico e non;
al primo vanno i consigli che ritroviamo normalmente
cesso dell' una e dell' altra condizione non xocXv e non ha asso-
l utamente a che fare con l' ideale paneziano, per cui il xa# 7 )xov
il giusto mezzo tra 7rep(3oX7) ed iWzityic,. Al Pohlenz, op.
cit.
t
p. 65, questa vi a di mezzo pare peripatetica; un influsso
di tal genere in Panezi o cosa certa, ma in questo equilibrio
presente sopra tutto Democri to, anzi, pare esistere in P a-
nezio cfr. Sen. epist. 1 1 6 una certa qua! posizione pole-
mica contro la metriopatia peripatetica. I nsomma il filosofo vuole
qui soltanto condannare pacatamente gli estremi che sono
eccesso e non misura. Il ragi onamento della K retschmar,
Otium, studia litterarum, Philosophie und fioc, 9-ecopTjTixc; im
Leben u. Denken Ciceros, Diss. Lei pzi g, 1938, p. 150, che sup-
pone un notevole accorci amento del pensiero paneziano da
parte di Cicerone, mi pare compl i cato e poco convincente.
f
1
) Cic. off. 1, 20, 68. Quanto dice il van Straaten, op.
clt. p. 135, per ridurre il significato del 66 a un riferimento
alla sola vSpstoc cade qui appunto nei 67-69, da cui risulta
ben chiaro che si pensa alla virtus in generale.
(
2
) Panezi o da tutto ci fa conseguire la condanna di
chi si ritira dalla vi ta atti va, che per eccellenza quella po-
litica (1, 72), senza al cuna causa, colla sola scusa di disprezzare
cariche militari e civili (imperia et magistratus), perch non lo
fa per despicientia rerum humanarum, ma per una riprovevole
inerzia di fronte ai travagl i che tale vi ta pu procurare o
per vi l t di fronte al rischio offensionum et repulsarum (Cic.
off. 1, 21, 71). Il che risponde bene a uno dei due difetti della
pfji'/), cio pigritiam aut ignaviam (off. 1, 29, 102).
in Cicerone ed per lui che tra actio e mentis agita-
tio (
x
) la prima ha il sopravvento ; per l' altro meglio non
si poteva trovare di una teoria secondo la quale l' uomo
non deve indifferenza assoluta, ma misura rispetto alle
cose e all'azione politica. Questa era la teoria dell's&u-
[xia. democritea, poggiata sul concetto di jxcrov, di un
equilibrio che appare fondamentale in Panezio (
2
).
Gli insegnamenti di Democrito non dovevano essere del
tutto spenti all' et di Panezio, che anche per altri lati
dimostra il suo interesse per il vecchio atomista di
Abdera (
3
). Il termine &ufi.ia, che non appare nella
terminologia stoica prima di Panezio, indica appunto
questo mutamento nella concezione tradizionale stoica;
mutamento che ha valore, naturalmente, anche per il
T:oXi.Tt.xc vYp, ma assume un particolare significato
per il singolo, che fuori dall' attivit politica, nell'ope-
retta appunto intitolata TI spi e&o' juac (
4
).
i
1
) Cic. off. i , 5, 17.
(
2
) Cfr. per es. Cic. off. 1, 29, 102, che il Siefert {op. cii.,
p. 49) avvi ci na a Sen. tranq. an. 10,5 . Resta inteso che questo
concetto di U.CTOV trova la sua base teoretica nella ^za T-qq
peripatetica.
(
3
) Cfr. Philippson, Rhein. Mus. 78 (1929) 337 sqq. Che
il nep z\)&x>\x'n\q dovesse essere opera superstite di Democri to
pu mostrarcelo il fatto che da Seneca, tranq. an. 2,3, e da V a-
lerio Massimo, 8, 7, 4, ricordato come volumen: natural mente
con questo si arriva a dedurre solo che come volumen lo cono-
scevano le fonti dei due autori, che per Seneca, come vedremo,
appunto Panezi o e forse lo anche per Val eri o Massimo.
(') Il termine s&uui a compare nel 7iepl 7ra&5v di An-
dronico (cap. 6 = 5. V. F. I l i , 43-. Ara. ) e in D. L. 7, 1 1 5
(I I I , 431 Arn. ) come una sottospecie della x
a
P<*
0
gaudium,
che a sua vol ta una delle sTcdc&siat, e vi en definita come x
a
p
TZ Siaycoyfi ^ v7u7)T7)aia rzxwxq. La definizione, che
chiarissima nella sua pri ma parte (x<*p ET Staytoy^),
n o n 1 0
affatto nella seconda; anzi tutto non riesco a intendere v-
Tti^yjTyjcua come ' absence of inquiry' (Li ddel -Scott). evidente
infatti che vETri^yjTrjata Ttavzq deve definire un elemento es-
senziale dei rsu&uui a, da mettere a pari con la SiaywyiQ : tale
non pu essere la ' mancanza di ricerca' , tanto pi se pensi amo
Le ricerche del Hirzel (
1
), che per primo parl
dello scritto di Democrito come modello della letteratura
eutimistica, e quelle del Siefert (
2
), attraverso le varie
polemiche con R. Heinze, con O. Hense e col Poh-
lenz (
3
), hanno ormai assicurato due cose: che Seneca e
Plutarco nei loro corrispondenti trattati hanno utilizzato
il TI spi. sfruEJUTjc di Democrito e che il mezzo per cui tale
testo giunge fino a loro l'omonimo scritto di Panezio. A
me non interessa ora rifare tutto quel cammino, ma
trarne i frutti o, dove sia possibile, ampliarne i
risultati.
che primo assertore dell' s&uijua quel Panezi o, che anche
il primo assertore, come bene osserva anche il Pohl enz (Die Stoa,
i, 202), dell' Erkenntnistrieb. Sar invece psicologicamente bene
vedere in vs7T:t,^Y)T7}aia la negazione deirTuT)Trjo-!.<;, cio ' de-
siderio inquieto di qualche cosa' ; nel qual caso trovi amo che
le viene a corrispondere uno degli elementi fondamentali della
animi tranquillitas nel de officiis di Cicerone, e precisamente l a
rerum exlernarum de spie lentia (off. 1, 20, 66 = Panaet. fr. 106
v. Str. ; cfr. anche 1, 20, 67. 21, 72). La corrispondenza sar poi
completa ove invece del 7tavT<;, che non significa nulla, si
l egga TCOV SXT<;; resta solo da vedere se si debba leggere -
ue-i^y]T7]CTia (dativo) o vsTu^TTjaia (nominativo): credo che il
secondo caso sia quello giusto, perch, mentre ha senso una
X<xp ETC. SiaycoyTJ, non l' ha una x
a
p
2 7 1 1
ve7ci^YjT7jcyia TCOV
xT q. Si tratta, come in molti altri casi presso Androni co, d i
due definizioni affiancate. Anche l ' Arni m non pensa che la
definizione possa risalire oltre Crisippo; personalmente credo
che il termine sia postcrisippeo e che esso si sia inserito nella
terminologia stoica solo dopo che Panezi o lo ebbe assunto
come espressione della sua personale sintesi filosofica. I nfatti
il termine ricompare poi negli stoici romani, v. per es. Epi ct.
diss., 1, 1, 22.
(') Demikrits Schvift raspi S^UJJI T]?, in Hermes, 24
'.1879), p- 355 sgg.
('-) Op. cit. e gi precedentemente in De aliquot Fiutar chi
scriptorum inorai, compositione atque indole (Commentationcs
philol. Ienenses, 6 (1896), p. 49 sqq.) al cap. I de libro ITE pi
s&uu,ia<; iti scripto, pur con intenti in larga parte diversi.
(') R. Heinze, Ariston von Chios bei Fiutareh and Horac,
in Rhein. Mus. 45 ( 1 89 0) ^. 497 sqq.; O. Hense, Ariston bei
Plutarch, in Rhein. Mus. 45 (1890,) p. 540 sqq.; Al. Pohl enz,
Pluiarchs Schrift raspi Z<&\X.%C, in Hermes, 40, ( 10051, p. 275
sqq.. il quale per hi abbandonato in buona parte le posi-
zioni del 1905 fin dal 1034 (Anlikcs Fiihrertum): cfr. anche
Die S'va, 1, 206-07 e R. F. i S, 2, col. 438.
* * *
Gi Aristotele (
l
) aveva sentito il problema del
contrasto tra la vita pratica e la vi t a contemplativa e
lo aveva apertamente posto nella Politica (
2
) ; l espone
le teorie dei sostenitori delle due correnti e prende posi-
zione tra di essi, criticando s l'una e l' altra, ma accostan-
dosi in fondo alla posizione teoretica dove dichiara TV
7 c p a x T i x v ((3iov) ox ocvayxodov slvat, rcpc ,
OUOVTOU Tt vec, oSs ckavotac slvat, [xvac
7rpaxTtxc , xwv bto(3ouvvr>v x^P
t v
Y
l
~
yvo[xevac ex rcpaTTSiv, XX 7roX [xXXov
TSXSLC xai aT&v evexs v 9
,
so>pia<c x al o4avoY)0"et.c (
3
),
anche se non accede all'opinione di coloro che -
* 1[ ^ e credono TV TOO
eXeu&poo p4ov eTepv Ttva e l v a i TOO 7i oX t T i xou (
4
) .
Ma pi esplicito Aristotele nell'Etnica Nicomachea.
Quella che nell'Etnica Eudemea era ancora <9-soopia -9-eou,
ricca di toni mistici, carica del calore di un entusiasmo
che non solo non aveva dimenticato Platone, ma anzi
ne aveva potenziato la religiosit, quella ftecopia che
aveva investito tutta l' umanit nel suo complesso, nella
Nicomachea si smorza, impallidisce, si "at t enua" (
5
)
f
1
) Pe r non ri sal i re a Pl at one, il che ci port erebbe t roppo
fuori di s t rada: ma su ques t o ar gome nt o si ve da l ' accenno
a c ap. I, pag. 45 e n. 2.
(
2
) Polii. 7, 2, I 324a 13, XX TOCUT' ^ST) SUO arlv
Sei Toa oxtysac, v u-v 7rTpo<; al pETt oTEpoq fioq, St a xo
auu. TroXi .TSi JEa&ai x a l x o i vw vs i v -TCXECO; T) u,XXov ^svix<;
x a l TTJS TroXiTiXTJi; xoi vcovfcaq 7roXsXuu.voi;. E poche righe
pi ol t re (ib. 25), ri port ando l a di scussi one t r a sost eni t ori di
TCOXITIX S
E
TrpaxTi xcx; pi o? e di quel l o 7rvTtov TCOV x x q
7roXeXuu,vo?, aggi unge a ques t o propos i t o olov &wp7jTix<;
Ttq, 6v u,vov TIV<; patri e l vai (piXooqpov. Pe r il cont ras t o che
si ri vel a i n Ari s t ot el e i n quest i capi t ol i (2-3), v. Jaeger, A-
ristotele, 379.
(
s
) Polii. 7, 3, i 32 5 b 16 s qq.
(
4
) ib. 7, 3, I 3 2 5 a 18 sqq. Si not i che il l i bro VI I appar -
t i ene al l a pri ma st esura del l a Politica (cfr. Jaeger, Arist., 371- 81) ,
precedent e al l ' Ex. A^' r.
(
5
) Jaeger, Arist. 327.
e da esperienza personale che era (
l
) si fa TT:O; nato
dall'osservazione delle tendenze naturali dei reali ca-
ratteri degli uomini. L' insoddisfatto scolaro di Platone
dunque sollecitato da nuovi bisogni e spinge a fondo il
suo occhio di ricercatore nell' uomo: quanto la nuova
& O p i a perde in misticismo, tanto acquista in precisione.
Essa ora &top7}Ti .xy) vepyeta e in lei si ritrova mas-
simamente Y] Xsyou-vY) , perch il sapiente
x a xa-9-' a u r v tov S v a T a i fretopsiv e tanto pi quanto
pi sapiente (
2
). Non solo, ma e qui gi vediamo
far capolino la definizione di TSOC secondo le scuole
ellenistiche si pu dire axvj [ivr oY aTTjv ya-rca-
G&OLI. oSv yp :' 7) y vex ai 7i a p ^-sco pp-
erai (
3
) . I n questa -9- ] 1 ) vpyeta consiste la felici-
t, che a yo^'h* ora proprio r vo vpysia... ooxst
^EOiprjTixY) o5 oa 7tap' aT7]v o Ss v c scpieo-ftai. . . .
x a . 5*7] xa a^o Aacr T cxav xa
eoe v&pc7r<p... TaTYjv TTJV vpyeiav cpaveTa!.
vTa (
4
). Il complesso di questa posizione che evi-
dentemente non lo stesso che compare nel!'Eudemea e
tanto meno nel Protrettico (di cui qui a bella posta evitia-
mo di parlare), pur con il massimo sviluppo del pensie-
ro, non si stacca completamente dalla mentalit platoni-
ca; perci si spiega bene come la dichiarazione che la TS-
X s a eoSai.(jLovia &cop7)Tt,x7] evpysia si rifaccia agli dei.
Perch essi sono infatti (axapouc xa s Sa i ^ovac ? Non
certamente per le loro 7tpsi . c; pure noi pensiamo
aToc vEpysLv, in quanto vivono. Ma se togliamo
a chi vi ve il 7tpTTetv e a maggior ragione il 7roi si v,
non rimane che fretopia, contemplazione, che appunto
(') Jaeger, Arist., 324.
(
2
) Elfi. Nic. 10, 7, i i 77a 17 e 27-32.
(
3
) ib. 1 1 77D 1 e sqq.
(*) ib. 1 1 77D 4; 19-24. Si tratta di ftecopeiv della verit
raggi unta e non della ricerca di essa; infatti sftXoyov xotc
slSoi Ttov YJTOUVTCOV YJSICO TY)V 8iaytoyY)v slvou ( i i 77a 26-27):
cfr. anche Ross, Aristotele, Bari, 1946, p. 348-49.
7) &ou vpyeia, ( xaxapi TTj Ti Stacppouca. La conclu-
sione inevitabilmente che anche per l' uomo l' vpysia
pi atta a rendere felici quella pi prossima a questo
divino ftscopsiv Ma d' altra parte il filosofo stesso
aveva insegnato che il (3ioc #e t op7) T i xc era superiore
al 7tpaxTixc perch esso a sua volta pratico nel
senso pi puro della parola, in quanto i contemplatori
sono filosofi o scienziati o i icdc, Siavoouc py-
T X T O V S C (
2
). Si ritorna, per, al concetto di di o
r
perch appunto la divinit che pu essere definita
come sommo e perfetto apyixxxcov, pensante e contem-
plante se stesso e creante attraverso questa contempla-
zione; d' altro lato c', a quanto mi pare, un certo
imbarazzo dovuto al fatto di porre l' uomo, definito
precedentemente come coov 7 E O X I T I X V, in una per-
fezione ideale, la quale non ostante tentativi d' ac-
cordo (
3
) antisociale e perci contrastante con
le premesse. Causa e allo stesso tempo riflesso di questa
posizione la poca nettezza del concetto di ppvrjcuc e
quello ad esso superiore di 0-09toc.
Gi il Jaeger aveva osservato come il concetto di
9pv7] (7t c, ancor vi vo nell'utdemea nel suo valore pla-
tonico, scompare nel sesto libro della Nicomachea per
far posto a quella di crocpta, la quale sola riguarda le
cose divine e i problemi dell'intero cosmo (
4
); risulta
chiaro, per, che l' attivit pratica (tra cui quella poli-
tica), che era cos unita alla 9pv7)cri c platonica, ora
decisamente sottoposta alla virt dianoetica della creca,
i cui saggi non ricercano beni umani (o x v&pa>7uva.
y a & c ^QT o uc nv) . Ma pur sempre un Q-stopev ideale,
(*) Eih. Nic. 1178D 5 - 1 1 ; 20-23. Cf r. anc he Ci c. fin. 5,
4, 1 1 , che gi unge al l a st essa concl us i one nei ri guardi di A r i -
s t ot el e.
(
2
) Polit. 7, 3, 1 3 2 5 D 23.
(
3
) Ve di anc he Ros s , op. cit., pagg. 279-80 e 325.
(
4
) Jaeger, Arist. ^jS-jgi Genesi e ricorso dell'ideale filo-
sofico della vita) e 102- 107 .
che si rivolge a una contemplativit metafisica, al di
sopra del mondo degli uomini: e con ci si pu forse
dire che troppo recisa l'affermazione dello stesso
Jaeger (
1
) che YEthica Nicomachea dimostra nel X
libro che la sua vera o*atu.ovi<x assicurata dal (3ioc
S-etopTjTixc, se non si precisa che questo non ancora
quello che troveremo pi tardi nell'et ellenistica e
gi in Teofrasto, tanto pi che per Aristotele la felicit
vpyeia, cio attivit, e non ancora xaToco-Ta-
oi c (
2
). Per se stesso, come uomo, Aristotele da
vecchio si avvicina a queste posizioni, quando dice
OCTCO yp aTi TTjc xa {iov>Trc, six, cpiXou-Ua-Tepoc y-
yova (
3
) : ma se bello vedere come la solitaria vita
del filosofo lo porti a ritornare sull'intuizione del mito,
non si pu arrivare qui a vedere l'espressione di un
ideale valido per l' umanit. Sono semplicemente le
parole di un uomo stanco della vita, che trova in se
stesso la sua serenit e vi si ripiega un po' deluso di
quanto ha intorno. Precisamente come tutta l' umanit
che lo attornia, stanca di lotte sterili e di ideali abbattuti,
molto pi debole del vecchio filosofo che esce dalla lotta
della sua vita come un vincitore nello spirito. Eppure
questo il senso di stanchezza di quello scorcio di
secolo; ormai i begli ideali platonici non reggono pi e
anche gli scolari di Aristotele li abbandonano completa-
mente : il distacco totale dagli ultimi elementi di Platone
f
1
) Aristotele, pag. 102.
(
2
) Cos i n E pi c ur o l a vi t a c ont empl at i va s empre ent ro
i l i mi t i di ques t o mondo, sal vo che s upera l a s ua at t uos i t
in uno s t at o di qui et e. U n a consi derazi one di ques t o genere,
di rei pi prat i co ed i mmedi at o, anc he i n Ari st ot el e, Eth.
Nic. 10, 7, 1 1 77 b 1 2 : zeri S x a 7] 7TOXITIXOU ( v pyei a)
aaxoXoc; x a ' Tt oXi Teus a& ai 7cept7coiouu,vr] Suva-
otzioLC, x a l Ti a-? 75 TTJV ye eSatj j . ovtav x a l <; -
; , Tpav oS aav TTJ<; 7roXiTtxrji;, 7]v x a y]Touu-ev S?jXov &>q
STpav o5oav.
(
3
) fr. 668 R . P e r c h in Ari st ot el e si generi per l a pri ma
vol t a ques t o i deal e cont empl at i vo spi ega bene il F es t ugi re,
Rvel. Herm. trism. I l , 170 sg.
che ancora sopravvivevano nel Liceo avviene con Dice-
arco e con l' autore dei Magna moralia; o sotto una
visuale del tutto diversa, con Teofrasto.
Il contrasto latente in Aristotele, dovuto alla posi-
zione poco chiara della crocpia nel problema etico e
al taglio poco decisivo dato al problema dei (Sioi,
viene risolto decisamente da Dicearco coli' invertire,
ad esempio, la posizione del &top7]Ttxc (3loc. Per lui
5(i.otov S'arxtv TCO qnX oac^et v T TroXiTsuea&at . (
1
) .
E gli antichi, quegli stessi antichi cui andava a riattac-
carsi la tradizione del (3loc &ewp7jTixc per farne i suoi
modelli e i suoi campioni, per lui agivano, non parla-
vano i^pvcp de Xycov ^Xt-xcov yvo-<9-ai, riyyy\v x a vuv
u,v TV Tu&avt oc Si aX s ^&vTa jxyav el vai Soxs l v
<ptXaoq)ov. O yp E^TOUV SXEIVOI ye zi 7TOXITSUTSOV
oS 7Ccoc, XX'7iroX!,TuovTo aTo xaXcoc' ou8 zi
XP"?) ya(i.lv, XX yyj fxavTsc ov SEI Tp7tov ya(i.tv,
r at e yuvat ^ aruv(3tcoy. T a uT a 7}v, 97)0tv, s pya v-
5pcov x a 7TtT7j 8su( i , a Ta 0-0900V al & a7t:o9&ytc
a ^ T a i 7cpyu,a 9opTi xv, coll' andar del tempo si
form l' arte dei discorsi da arringatone ed oggigiorno
che si crede sia un gran filosofo chi parla con sua-
siva parola. Certo quelli di un tempo non stavano a
cercare se si debba far della politica, n con quali
limitazioni : ma senz'altro di persona la facevano e be-
ne; n se ci debba sposare: ma si sposavano esem-
plarmente e convivevano con le loro mogli. Quelle
erano opere degne di uomini e occupazioni da saggi:
questo parlar saputo e sentenzioso d' oggi invece roba
da zotici (
1
).
Non mi fermerei tanto su questo frammento, se da
esso non trasparisse un cos accanito senso di pole-
mica, che ha di mira qualcuno da colpire violentemente.
(*) Pl ut . an seni resp. ger. 26, 796 D ; fr. 29 We hr l i .
(
2
) Anon. Va t . Arni m, p. 120; fr. 3 1 W.
Che questo qualcuno sia Teofrasto coi suoi scolari,
per H. von Arnim e per F. Wehrli non dubbio (
x
)
e non si pu che dar loro ragione; i due Z,r-zy)u.xT<x che
qui son posti in linea zi 7toXt,TeoTov, zi yau.7]Tsov
erano stati trattati da Teofrasto, che aveva intensi-
ficato l'altra tendenza di Aristotele e sia per sua in-
tima disposizione, sia per la successione nella dire-
zione della scuola difendeva la preminenza del
poc fretopYj-uxc (
2
). Ma quelle per Dicearco erano
parole e in quanto parole non valevano nulla, erano
Xyot, xXixoi (
3
) ; il suo avversano vi vedeva, invece,
l'espressione di un ideale che egli si soffermava a svilup-
pare e a sostenere. Tale polemica dovette essere famosa
(') Di kai archcs, j;ag. 52.
[
2
) Sulle ragioni sistematiche per cui Teofrasto avrebbe
sostenuto la preminenza del $ioc, cfr. Dirlmeier,
Die Oikeiosis-Lehre Theophrasts, in Phlol. Spb. 30 (1937)
1, p. 97; il suo ragi onamento molto interessante, ma tocca
solo mol to rapi damente il punto che ci riguarda. I o penso
che Teofrasto non sia gi unto alla preminenza della vi ta con-
templ ati va attraverso la dottrina dei Tcpcora xar cpvciv,
ma son d' accordo nel pensare che nell' et matura egli abbi a
vol uto cercar d' unire queste sue dottrine (che sono appunto
di tale periodo della sua vi ta) con quella del fioq Q - E c o p r j T i x q .
Per l'oxE toa'.c, vedi Pohlenz, Grundfragen der st. Phios. in
N. G. G., 1940, p. 1 sgg..
(
3
) Vedi quanto dice all' inizio l' anonimo dell' Arnim
{Hermes, 27, 1892, p. 119), con parole che risentono del tono
di Di cearco: o S ^riptov (sono 01 rcaXaioi dei Romani , come
Dicearco parl ava dei TraXaio dei Greci) TTJV 8<;av SE I V T T J T ! .
Xycov r -Kzpiz-oZq xa mQ-o^oXq TCocp&yu.acnv, olq xp^aavro
' E X X T J VCO V -vivq. E questo perch ox E ^ O X O V T O . . . aocpo sivat.
S O X E V , ma vol evano esserlo xa T Q J T O roiq spyon; stptxvouvxo
(p. 120). A nche qui il contrasto tra eivai Soxs v ed slvat. paral-
lelo a Xyot. di fronte a epya. Se poi nell' insistenza di Di cearco
sul TUQ-OCVW; 8itx\z-&evzct (
e
dell' anonimo sulla 8zivr-qc,
Xycov e i Tzspi-r xa Trinava TTocpQ-yfxaTa, che ritorna nello
spregiativo ai 8 aTuocp^y^Et.? aTat di Dicearco) si possa
vedere un particolare accenno polemico alla di vi na eloquenza
di EcppaoToc; non riesco a vedere con sicurezza, anche se
avanzo l' ipotesi c o me possibile. Il Bignone, op. cit. I l , 65,
n. 4, pensa che c ont ro Teofrasto sia rivolta la frase di Seneca,
in un passo che atti ngerebbe ad Epi curo (epist. 88, 42), dove
si dice ohe ai filosofi amanti degli studi liberali effectum est
ut diligentius loqui scirent quam vivere.
Teofrasto e Dicearco
131.
se ancora Cicerone cita i due peripatetici come i rap-
presentanti della controversia Dice Cicerone: Puto
enitn me Dicaearcho a
f
fatim satisfecisse, respiczo mine ad
hanc familiam, quae mihi non modo ut requiescam permit-
tit, sed reprehenda quia semper non quierim ; chiara ri-
sposta al problema zi TTOXITSUTOV. Sempre Cicerone (
2
),
astraendo questa volta dalla contrapposizione con il
peripatetico di Messene ed esponendoci la condotta che
Teofrasto consigliava al cittadino privato, cos esprime
la sua posizione: Vitae autem degendae ratio maxime
quidem illis (ad Aristotele e a Teofrasto significativa-
mente accoppiati) placuit quieta, in contemplatione et
cognitione posila rerum, quae quia deorum eral vita
simillima, sapiente visa est dignissima. Poche righe pi
sopra Cicerone ci dice in particolare che Teofrasto ha
insegnato quae essent in re publica rerum inclinationes
et momenta temporum, quibus esset moderandum ulcum-
que res postular et (
3
) : c' qui un larvato accenno a
precauzioni che si debbono prendere di fronte ai turba-
menti politici, e che son tali da portare alla 0-/0X7]
appartatrice dalla vita politica. Ora queste preoccupa-
zioni si fanno esplicite nella chiara risposta all' s yx-
(XTJTOV che compare nell''aureolus liber Hep yau.00, in
cui indaga se il saggio debba prender moglie: dopo aver
messo avanti quali e quante limitazioni si debbano
porre al caso di matrimonio (
4
), Teofrasto statim in-
tulit: Haec raro in nuptiis\universa concordant. Non est
igitur uxor ducenda sapienti, primum enim impediri
(*) Ci c. ad Att. 2, 16, 3.
(
2
) Ci c. fin. 5, 4, 1 1 . Pe r cognitione rerum cfr. St ob. II,.
125, 22-126, 1, TYjv TI\C, Xyjfl-etai; sKiarrnif] e Di rl mei er, art.,
cit. p. 96-97 (Pohl enz, art. cit., p. 7 s gg. ) .
(
3
) Si osservi c ome l ' espressi one ri s ponde al t i t ol o del l a
opera t e ot r as t e a T t o X i r i x 7rp<; xoq x a i p o i ; .
(
4
) A ques t i ' s e' e ' ma ' si cont rappone Di cearco, con ogni
veri s i mi gl i anza, col s uo Yrjfxavxsi; ov Set xpTiov y<x.yLeXv, c he
t agl i a secco t ut t e le t ergi vers azi oni del s uo avver s ar i o.
studia philosophiae nec posse quemquam libris et uxori
pariter inservire (
1
). La divina ftecooia di Aristotele
qui, con Teofrasto, scesa sulla terra: i problemi che la
interessano sono quelli che interessano la filosofia e
la cultura ellenistica, la sua posizione la stessa di
Epicuro, che raro dicit sapienti ineunda coniugia, quia
multa incommoda admixta sintnuptiis (
2
). Dai frammenti
di Teofrasto non compare pi nulla di quella che doveva
essere stata una vivace polemica di scuola e che doveva
anche aver fatto un certo rumore. Nella tradizione
culturale posteriore non ci appare pi che le due posi-
zioni antitetiche siano segnate da Dicearco e da Teofra-
sto: direi anzi che questo ancor pi vero per il secondo.
Ma il fatto non ci pu meravigliare: il materiale
teofrasteo non interessava pi, quando un simile pro-
blema era ormai diventato di patrimonio culturale co-
mune attraverso la ben pi decisa posizione di Epicuro.
La posizione teofrastea continua nella scuola pe-
ripatetica con Critolao (
3
) e poi con Ieronimo di
Rodi, il cui fine l ' a o / X ^o - t a o l ' oxX yj Tcoc TJV, basata
sull'assenza di dolore, come si pu ricavare da Cicero-
ne (
4
), se pur non si pu giungere fino alla ^ c r u / i a , tanto
che Plutarco mette a fianco Ieronimo ed Epicuro (
5
).
(*) Hieron. adv. Lovm. 313 C- D. Seguono i fastidi pro-
curati dalle mogli. La stessa espressione non posse se et uxori
et philosophiae pariter operam dare vi en attri bui ta a Cicerone,
sempre da Gerol amo, adv. Iovin. 316 A = Sen. fr. 8; non
pri vo d' interesse notare che solo Cicerone colui dal quale
ci resta ancora delineata nelle figure di Dicearco e Teofrasto
la controversia dei 3t.cn.
(
2
) Fr. 19 Us. ; cfr. cap. I, pag. 76 e 77
(
3
) Phi l od. Rhet. I I , 154, fr. X I I I Sudh. : [cpiXo-ocpov]
7CoXi x[su]}ievo[v oj i t sc5v u.[sTa]Xocu.[3[vsi]v TTJ<; XTt .c]o[i.v/]<;
TC[XSC]<; 7tep(3oX7]v cXXtoi [ x aT j ay XcoT oi ; o x 7rX[tTce]v.
Cfr. anche Philippson, Die Rechtphilosophie der Epikureer,
in Arch. f. Gesch. der Philos. 23 (1910), 327.
(*) Cl em. Al ex, strom. 2, 21, p. 1 81 , 1 1 Stahl . ; l amb .
apud. Stob. ed. I, 383 W. = fr. X I , 17 e 19 Hiller; Cic. fin.
2
. 3, 8 ; 2, 5, 16; 2, n , 35; 5, 5, 14 == fr. XI , 1, 2, 5, 9 Hiller.
(
6
) Pl ut. Stoic. repugn. 2, 1033 C = fr. XI , 16 Hiller ;
cfr. anche Cic. Tusc. 5, 41 , 118.
Ma anche se questo ideale deH' o/ X-nai a, difeso o op-
pugnato (come, per esempio, da Posidonio), d un suo
contributo nel crogiuolo ellenistico da cui sgorgher
l'ideale culturale della vi t a contemplativa, non esso
quello che colpisce il pensiero di Panezio. Piuttosto
egli coglie dai Peripatetici la teoria della (AeoT-rjc in una
maniera assai significativa, per cui possiamo dire che
risale ad Aristotele, non senza conoscere e studiare
l'esperienza della scuola che da lui deriva. Il bisogno di
equilibrio, di evitare con ogni cura gli estremi e cercare
l'aurea mediocritas viene a Panezio di qui ed egli trova
la sua nuova posizione in un modo assai personale:
sommando l'esperienza peripatetica della UX O - T T J C con
l'e&h>u.ia e la uxTpi TYjc di Democrito
* * *
La figura di Democrito god di una grande popola-
rit in tutto il mondo culturale del II e del I sec. av,. Cr.,
specialmente una volta che i Neopitagorici ne ebbero
fatto un campione del loro ideale di vita. Ma gi al
nascere del pioc O-ecopyjTixc la sua personalit fu una
di quelle che subito si imposer. Ben presto i dati
reali della sua vita si confusero con quelli ideali, talch
(*) T or no a ricordare, c ome t e r zo el ement o, l a (xerpi o-
x&ziu di Crant ore. Qua nt o al l a ques t i one dei (Moi peri pat et i ci ,
se la sezi one del l o St obe o i n propos i t o t ant o conf usa, si de ve
in par t e al l a pres enza nel l a me de s i ma s cuol a di una t e nde nza
at t i vi s t i ca (Di cearco) e di una c ont e mpl at i va (Teof rast o) .
Ve di a mo una di vi s i one per cui a bbi a mo un xax'pex-Jjv filoc.,
uno x a x TTjv jxsairjv ^iv (o \iiooc, fiioq, p. 145 , 7) e uno
x a x x a x t a v (I I , 144, 21- 145 , 2), i n cui affiora l a pr e oc c upa-
zi one del l a u.eaTr)<; anc he a ques t o pr opos i t o: l ' i nt eres s ant e
che d' al t ra part e si t e nt a di f ondere que s t a di vi s i one c on
quel l a t radi zi onal e, per cui abbi amo x TCOXITIXV, T &e<pt}-
TI X V, (i aov < x > 7rat8uxt,xv (cx^u. a Si aya>Y ^?) . *
n C I U
dal cont es t o i l pol i t i co ri s ul t erebbe quel l o U,ET' p E T j g (143,
24-144, 4). I mpor t ant e nei conf ront i di Pane zi o, c ome ve dr e mo,
una t erza di s t i nzi one i n ftloc, 7r pa x x i x ?, &e<op7)xix(;, av&e-
T C ( &v<polv (St ob. I I , 144, 1 6 - 1 7 ;
c a
P - I I L pag. 225). Qu a n t a
alla f ormazi one di t ut t a ques t a par t e del l o St obeo, v. l e pagi ne
concl us i ve del Pohl enz, Die Stoa, I, 25 3- 5 4.
oggi ben difficile poter dire dove finisce il dato storico
e dove incomincia la leggenda. Gi Teofrasto aveva
portato il suo contributo accennando all' Abderite come
esempio di vita contemplativa, forse come pensa il
Diels nel suo Ilep suSaijxoviocc, forse piuttosto nel
fi spi (3ttov, elogiandolo per il suo amore alla ricerca,
per il quale TTOXXYJV 7x7)si yvjv, che gli aveva fatto s
spendere il suo patrimonio, ma gli aveva procurato un
frutto prezioso (
1
): all'inizio del I I I sec, dunque, gi
si era formata la leggenda dei suoi vi aggi ; leggenda che
certamente doveva avere un fondamento di realt, ma
che sotto l'influsso della mistica neopitagorica prese un
sempre maggior sviluppo e particolari direzioni (
2
). Du-
rante il I I I e il I I sec. la leggenda continu ad arricchire
la figura di Democrito sino a farne uno dei perfetti rap-
presentanti del (ioc &topY)Tt.xc, spesso prendendo
spunto dalla sua dottrina. Cos il suo spregio per le
ricchezze parte dall'affermazione che 6 x ^x>yr\Q yafr
apefxsvoc x -9-eixepa apexou (
3
), onde sia Demo-
crito, sia Anassagora qnoootpiocc Ijxpco TrTojx&svxec
U.SAOBTOUC si'aaav Ysvcrfrou xc oa-iac (
4
), per
l
1
) Ae l . V. H. 4, 20; A 16 Di el s .
(
2
) Se nel passo di E l i ano ora ri cordat o anche l e pri me
frasi cont engano i l pensi ero di Teof ras t o ques t i one del i cat a,
se pur al l et t ant e; ri cadi amo i n part e nel l ' i nt errogat i vo che
si pone va il Jaeger {L'ideale filosofico della vita i n Aristotele,
563, n. 2) : i n che mi sura le not i zi e pervenut eci ci rca i pen-
sat ori pi ant i chi e i l l oro pi o? risalgono a un' ef f et t i va t ra-
di zi one s t or i c a? . Gi Ari s t ot el e no t a va (Polit. 1, n , i 25 oa
6) a propos i t o del r accont o di T al e t e e dei f rant oi che Pl i -
ni o, N: H. T8, 273, ri f eri sce a De moc r i t o che si t r a t t a va di
un ane ddot o col l ' i nt ent o di met t ere i n evi denza c ome l a sci enza
non fosse i nut i l e. Il che ci mos t ra anc he che ques t o mat eri al e
era i n part e gi f or mat o a quel l ' epoca.
(
3
) B 37 D. Que s t o t e ma fu uno di quel l i che resero
De moc r i t o caro al l a di at ri ba ci ni ca.
(*) Phi l on. Vit. contempi. 2, 14; De m. A 15 D. Non vero,
perci , che t al e part i col are si a s ol ament e pi t agori co e p o c a
democri t eo, c ome vor r e bbe il Phi l i pps on, Verfasser und Ab-
fassungzeit der sog. Hippokratesbriefe, i n Rhein. Mus. 1928,
P- 313-
raggiungere quella conoscenza per cui detto yev-
<r&ou o-ocpv, quella rerum cognitio, da cui, attraverso
l' investigazione della natura, voleva ottenere l'eufru-
u-ia (
1
) ; come pure dalla sua affrmazione "HX&ov yp
zie, 'A-iW)vac x a OUTIC \XZ ' yvwxe (
2
) nasce la credenza
del suo sTcifrou/io-xt. Xocfrstv (
3
). Ma d' altro lato si crea
la tradizione che abbia scelto dall' eredit paterna la
parte, pur minore, delle ricchezze in denaro, per aver
modo di viaggiare e d' imparare.
Caratteristico a questo riguardo un aneddoto,
anzi la somma di due aneddoti narrati da Filone: De-
mocrito, nato da opulenta famiglia, per desiderio di
sapienza trascur le ricchezze materiali per quella unica
vera e costante. Propterea universas patriae leges dimo-
vere visus est et quasi malus genius reputatus, tanto da
correre il rischio di essere privato del sepolcro oh legem
apud Abderitas vigentem quae insepultum proiciendum
statuebat qui leges non observasset. Questo sarebbe toccato
a Democrito, nisi misericordiam sortitus esset benignitate,
quam ergo eum habuit Hippocrates Cous; aemulatores
enim sapientiae inter se erant. Porro ex suis operibus
celebratis quod appellatur Magnus Diacosmus C, non-
nulli dicunt adhuc amplius Atticis talentis CCC, aesti-
matum fuit (
4
). Per la notizia del processo, riportata
anche da Ateneo (
5
), sappiamo di poter risalire almeno
fino al I sec. av. Cr., perch essa compariva nelle Oi X o-
(*) Ci c. fin. 5, 29, 87; A 169 D.
(
2
) B 1 1 6 D. ; e A 11 D.
(
3
) A 16 D. gi c i t at o; il Xoc&ev ha un cer t o col ori t o
epi cureo, che pot rebbe esser do vut o al l ' et di El i ano. Si pre-
s ent a anc he qui i nt eressant e il probl ema se Teof ras t o i nf l uenzi
o no quest i peri odi che precedono l a ci t azi one espressa del
s uo nome.
(*) Phi l on. de prov. 2, 13, pag. 52 Auc he r ; A 14 D. Il
Phi l i pps on (art. cit. i n Rhein. Mus. 1928, 321) not a gi us t ame nt e
c he l ' accenno al l ' i nt ervent o di I ppocrat e do vut o a Fi l one,
c he ha qui ri uni t o not i zi e l e qual i gl i pr ove ni vano da part i
di vers e. Pe r ques t o ve di s ubi t o ol t re.
(*) At he n. 4, 168 A ; B o
c
D.
ffcpwv St.aSoyat. del peripatetico Antistene, citato dal
Laerzio (
1
): un nuovo particolare che ci dimostra il
filosofo perduto nel suo -9-ecopeZv al punto da sembrare
dannoso al bene dei suoi concittadini, in quanto lascia
andare in rovina il patrimonio paterno. Ma nel I secolo
si era gi formata solidamente una leggenda che metteva
di fronte Democrito e Ippocrate, a tutto favore dell' ab-
derita. Essa doveva esser nata come una gara tra i
due dotti, in cui Ippocrate finiva per soccombere (
2
) ;
per poi divenire, col sempre pi caldo interesse che
raccoglieva Democrito come o-ocpc, una lezione impar-
tita in cui la figura di Ippocrate oramai quella di chi
impara: cos infatti ci si presenta il rapporto tra i due
nelle Epistole pseudoippocralee (
3
).
la figura di questo saggio che gira tutto il mondo
r
non come Platone e Pitagora, cari a Dicearco, per
esser poi politico e legislatore, ma solo per imparare,
H D. L . 9, 39. Fi l one per il part i col are del l a vi s i t a di -
prende da Ant i s t e ne , ma non di ret t ament e, perch il peri pa-
t et i co di ce con maggi ore coerenza che De moc r i t o ouvvxa,
accort os i del peri col o, vi provvedes s e l eggendo la sua opera.
Fi l one t ac e ques t o vayvcovoa, o per pot er sal dare le due nar-
razi oni i n una, o perch nel l a sua f ont e, scri t t a o di t radi zi one
cul t ural e, il part i col are si era of f uscat o. Cosi Ant i st ene. parl a
di una l egge cont r o i di ssi pat ori del pat ri moni o, Fi l one di
c hi s ovve r t e tutte l e l eggi pat ri e.
(
2
) Ci chi aro da Fi l one {aemulatores... sapientiae
Inter se erant); ma t r ovo che il suo s vi l uppo appare bene da
At e nodor o di Sandone ne h' Vi l i l i bro dei suoi IlepiTraToi.
(D. L . 9, 42), i cui aneddot i hanno t ut t a l ' ari a del l e bat t ut e
di una sf i da: De moc r i t o si met t e i n most ra, f a vedere quel
che val e di f ront e al ri val e, o&ev TYJV xptpeiav OCTOU 9-ao-
(xoai T V 'iTCTCoxpxTjv.
(
3
) Cfr. [Hi ppocr] . epist. 17, 1; di qui nel l a dossograf i a
not i zi e c ome quel l a di Sudas, s. v. 'l7t7coxp<xTiQ?: OOTO? jxa^r)-
T'Jjs yyove. . . 91X0CT90U, Q S TI VS ? , ArjfjtoxptTou TOU ' A(3-
S-qptarou (A 10 D. ) . L a pat erni t del l ' i ncont ro fra i due non
pu essere at t r i bui t a a Demet ri o, che negl i 'Ou.<i>vuu,a si era
i nt eres s at o a De moc r i t o, perch al t ri ment i non si s pi egherebbe
c ome l ' aut ore del l e Le t t e r e abbi a dedi cat o a De me t r i o due
delle sue epi st ol e solo nel i a s econda edi zi one, i n cui s pari t o
Gor gi a (vedi il perch di ques t o c ambi ame nt o i n Phi l i pps on,
art. cit., p. 306-7): non era possi bi l e che t rascurasse cos que l l a
che avr e bbe do vut o essere l a sua f ont e.
per sete inestinguibile di sapere, senz' altro scopo che
la scienza in s, questa figura che piacque a Teofrasto,.
che ne tess l' elogio, facendolo pi grande degli eroi
dell' epica, di Menelao e di Ulisse; Teofrasto dov vedere
in lui colui che veramente era, secondo la definizione
aristotelica, il &ecopy]Ti.xc ocv/jp, l ' pxt. TXTcov della crea-
zione pi perfetta, l'eroe di un ideale di vita che era
quello principe della sua concezione filosofica. Ma non
fu che il primo: dalla scuola peripatetica, che continua
ancora in Ieronimo di Rodi l'ideale della o/X^ci ta e
della 7) (TU/toc (
1
), prima e dalla scuola neopitagorica
poi dev' essere defluita quell' immagine del saggio d' Ab-
dera chiuso nei suoi giardini, dimentico di tutti, sola
rivolto alla ricerca della verit e della pace interiore
dell' animo, che Xyov fyzu... ysvo"^ai o-ocpv xoc 0*7)
xocl 7U&i>u,7Jcrou X O C&E I V (
2
). A un filosofo ricco di
interessi e di passione come Panezio tutto questo quadro
doveva essere di stimolo ad avvicinare Democrito: in-
fatti lo avvicin, lo studi, ne cerc le opere (
3
) e vi
trov quei principi di s&u(xta e di fxsTpt T7)s che sod-
disfacevano le sue esigenze di filosofo pratico.
* * *
Fra i tratti pi significativi della dottrina di Demo-
crito accennando solo a ci che ebbe peso per la tra-
dizione posteriore appare l'eu&ujxta) : che essa abbia
avut o un contenuto contemplativo non ci mostra solo
la famosa sentenza T V eu#uu,t<i#ou (xXXovroc / pTj [XTJ
TxoXX 7rp7)o-o-Etv, u/fjTS tStfi U. Y ) T E UVT ) (
4
), ma anche
(
J
) Cf r. pag. 132 e not e 4 e 5.
(' ) L' i nt eres s e che i Pi t agori ci a ve va no per Democri t o-
pu esser r i l e vat o anc he dal l a compos i zi one del I l e pi e&vyiia.q
di I ppar c o (C 7 D. ) , che non solo nel t i t ol o, ma anc he nel con-
t e nut o or me ggi a i l filosofo i oni co.
(
3
) Cf r. Phi l i pps on, Panaetiana i n Rhein. Mus., 78, 1929. .
(*) B 3 D. ; del l a mas s i ma si gi t r at t at o a pag. 67; ;
per l a s ua di ffusi one ve di pag. 15 9.
il fatto che Epicuro la fece sua in una forma presso che
identica a quella di Democrito (
1
); e ce lo conferma
quella sua insistenza a rivolgersi in se stesso per trovare
in s il bene e il male: v 81 aauTv avo t i ; 7) ?, ci dice
espressamente in un frammento (
2
). Ma l's^ufjttyj non
va mai all'eccesso, perch Democrito ha come regola per
la sua sSat u- ovt y] quella ^zxpiiric, che compare anche
nel a-/] 7coXX 7rpYcro-t,v sopra citato (
3
). Questi sono i
due elementi che Panezio, come dicevo, t rovava nel
iilosofo d' Abdera e che fece suoi. Non, perci, un assoluto
ritiro dalla vita politica, ma una pi larga applicazione
del principio stoico 7toXiTSo--9-at TV 0090V, v \ir) Tt
XWXYJ e, sopra tutto, un'estensione del concetto di e-
&u[jtta a tutta la vita dell' uomo. Parlando di Panezio ho
gi accennato pi sopra (pag. 114) alla distinzione tra
TTOXITIXC; <xv7)p e t$icT7]<;. Il Ilept, #uu.tacj, forse de-
dicato a Tuberone come il De dolore patiendo (
4
), si
doveva rivolgere pi direttamente al secondo, che cer-
tamente era pi vicino ai 7Tpox7rTovT<; che non ai 0-090.
e meglio doveva corrispondere al principio che sappiamo
professato da Panezio, secondo cui era opportuno tra-
lasciare la posizione del saggio per risolvere i problemi
morali secondo la natura di noi uomini, qui adhuc a
sapiente longe absumus (
5
).
Ricostruire lo scritto di Panezio a mio parere,
i
1
) Vedi la gi cit. pag. 6 7 . Vedi anche a pag. 79-80 l a po-
sizione di Democri to ri guardo al probl ema dei figli.
l
z
) B 149 D. ; cfr. anche B 84, 244, 264..
(
3
) Cfr. i fr. B 58, 70, 102, 169, 284. su questo punto
che avvi ene in Panezi o la fusione con la U.SO TTQ<; peripatetica;
si noti che anche nella terminologia Aristotele e Democri to
si corrispondevano: entrambi parl avano di u7iep(3oX7) e di
sXXsi^K (Arist. Eth. Nic. B , 5, u o 6 a , 27- 29; Stob. I I , 139,
2r; Dem. B 191 D. ); cos pure per il [/vjSv yav.
i
4
) Vedi van Straaten, op. cit., p. 34-35.
(
5
j Sen. epist. 116, 5 ; fr. 144 v. Str.. Su questa lettera,
cfr. Rabbow , Antike Schriften iib. Seelenheilung u. Seelenleitung,
Leipzig, 1914, p. 181- 84, che
n e
rnette in luce gli elementi pa-
neziani.
Panezio e Democrito. Il e &u^t a 139
anche dopo l' attento studio del Siefert sopra ricordato,
una cosa impossibile; ma qualche tratto ben determi-
nato pu essere con sicurezza attribuito a questo scritto,
specialmente se ci si sottopone all' attenta e cauta ri-
cerca di determinati elementi, che il van Straaten ha
comodamente rinunciato a ricercare (
1
). Le linee gene-
rali del componimento, le idee sostanziali che animavano
Panezio nello scriverlo sono state mirabilmente sinte-
tizzate dal Pohlenz (
2
). Realmente Panezio si stacca
dal rigorismo dei suoi predecessori e nega il valore
assoluto de l l ' vaX yY j ai a e dell'O\TZL$eia (
3
), ma pone la
l
1
) A demol i re l a debol e i mpal cat ur a del v a n St raat en,
c he di chi ara nous ne vo yo ns auc une rai son pour accept er
qu' e n c ompos ant son ixepi s&uuaa Pl ut ar que ai t ut i li s
c o mme source uni que ou pri nci pal e l ' oeuvre du mme nom
f ai t e par Pant i us (pag. 301 ; l o st esso r agi oname nt o per i l
De tranquillitate animi di Seneca) , a demol i re ques t o i nsi eme
di generi ci t bas t ano le poche l umi nos e parol e del Pohl e nz
(Die Sioa, I, 206 e recensi one a va n St raat en i n Gnomon, 21,
1949, 1 1 5 e 119) . Si not i che il v. St r. si espri me dur ament e
nei ri guardi del Si ef ert , ma ol t re ad ave r ne mal ut i l i zzat o il se-
c ondo s cri t t o non conosce e vi de nt e me nt e il pri mo, De aliquot
Plutarchi scriptorum moral, compositione atqiie indole,gi ci t at o.
(
2
) Die Stoa, I, 206.
(
3
) I due assert i i n Gel i . N. A., 12, 5, 10; fr. n i v. St r.
L' e di t or e non oppone nul l a all'improbatio e alYabiectio del l a
vaX yyj ot a, perch ce l a conf erma Ci cerone (fin., 4, 9, 23;
fr. 113 v. St r. ) : nusquam posuit non esse malum dolorem; ma
di s cut e ri guardo ' & e v uo l r i co ndur r e Panezi o al l a
o r t o do ssi a st o i ca i nt endendo che egl i v o l esse so l o el i mi nar e
i l 7rXsova(7U,c dei & ) (p. 186-87 ) . I l che i o no n cr edo : co me
egli ha saput o f o nder e l a t eo r i a del u.cov con l a -
&zicc di Cr ant o r e, anche qui ha pr eso al f i losof o accademi co quest o
smo r zament o del l ' i nsensi bi l i t , propri a degl i St oi ci , schi erandosi
con l ui cont ro TO u,vo)at TYjv cypiov xod axXvjpv -siav
([Plut], cons. Apoll. 3, 102C, che der i v a dal I l epl Tcv&ou di
Crant ore) . Non che Pane zi o vol esse f are l ' eret i co, che anzi
ben chi aro che s t oi co si sent e e vuol ri manere; ma cer t o
de ve ave r s ent i t o i l bi s ogno di qual che cos a di pos i t i vo e ve -
r ame nt e 7tpax-n.xv di cont ro al val ore ne gat i vo deU' -Ti &eia.
Ne ga t i va non p o t e va essere l a base moral e per c hi pone c ome
TXO, a modo d' i nt epret azi one del l ' ant i ca def i ni zi one st oi ca,
jv x a x x 8e8ou.va r\\iZv SX CTECO cpopu. (Cl em.
Al e x , strom., 2, 183 St ae hl . ; fr. 96 v. St r. ) , perche l a nat ur a
d l e ggi pos i t i ve. Chi edere di pi , i n un senso nel l ' al t r o ,
cr edo che si a usci r e dal l e possi bi l i t real i che l ' at t ual e cono-
s cenza del nos t ro filosofo ci pu offrire.
vita dell'uomo su un piano molto elevato, do\c ia tran-
quillit della nostra coscienza nata dalla soddisfazione
morale della nostra personale disposizione naturale
senza staccarci dall' umanit di cui facciamo parte
ci conduce a godere una vita imperturbabile, in cui il
presente, il passato e il futuro non sono elementi di
turbamento, ma di calma osservazione o di serena
attesa.
Uno squarcio che riesce a darci un'idea chiara di
come Panezio concepisse la tranquillit spirituale e di
come tale concezione fosse colma di elementi democritei
pu essere ricostruito attraverso Plutarco e Seneca.
Possiamo esporre cosi ci che Panezio diceva, non
tanto nelle parole che naturalmente risentono della
personalit dei due scrittori che ce le hanno indiret-
tamente tramandate , quanto nei concetti:
La volpe di Esopo, venendo a gara con il leopardo
riguardo alla Troi xi Xta, poich quello metteva in mostra
l' aspetto esteriore del suo corpo maculato e per cos
dire fiorito, mentre il color fulvo dell'altra era sudicio
e spiacevole alla vista, disse: "Ma se guardi il mio in-
timo, o giudice, vedrai che io sono pi 7x0 t xDoj di costui".
Voleva cio indicare la versatilit del suo carattere,
che per lo pi si muta a secondo delle necessit. Il
tuo corpo, o uomo, d s origine per natura a molti
affanni e a molte sofferenze che nascono da lui stesso,
e molti ne riceve che lo colgono dall' esterno: ma se
aprirai il tuo intimo, vi troverai, multiforme e pieno
d'ogni passione, un ripostiglio e scrigno di mali, come
dice Democrito, che non vi affluiscono dall'esterno, ma
hanno, direi quasi, sorgenti sotteranee e innate, che fa
sgorgare la cattiveria, fonte abbondante e copiosa di
passioni. Che ciascuno hai ns il ripostiglio dell's-fruaix
e della oua&uui a e che i vasi dei beni e dei mali
non "stansi di Giove sul limitar", ma nell' anima, ce
lo dimostrano i contrasti delle passioni. Infatti gli
stolti sprezzano e trascurano ci che loro di
vantaggio anche se presente, continuamente tra-
scinati al futuro dai pensieri, mentre i saggi anche
ci che pi non si rendono realmente evidente coi
ricordarsene. Dobbiamo inoltre farci adattabili per non
soffermarci troppo sulla cose fissate e per passare a
quelle cui la sorte ci possa aver condotto ; non dobbiamo
temere eccessivamente di dover cambiar progetto o
condizione, purch non ci colga la volubilit, difetto
nemicissimo alla quiete. Entrambi gli estremi sono ne-
mici della tranquillit, tanto il non poter nulla mutare,
quanto il non sapersi adattare a nulla. Assolutamente
l' anima deve essere richiamata a s via dalle cose
esterne: abbia fiducia in s, gioisca di s, pregi i propri
beni, si stacchi quanto le possibile da quelli degli
altri e si dedichi a se stessa, non senta i danni materiali,
interpreti con benevolenza anche le avversit. Perch
possibile mutare la sorte distogliendola da ci che
contro i nostri desideri. Il nostro Zenone, avuta notizia
dei naufragio dell'unica nave che gli rimaneva, alla
notizia che ogni suo bene era andato sommerso, disse:
"La fortuna vuole che io mi dia alla filosofia pi libera-
mente". Che cosa dunque ci vieta d' imitarlo? Brigavi
per qualche carica e non ci sei riuscito ? Vivrai in
campagna curando i tuoi beni privati. Aspiravi d'essere
al seguito di un' alta autorit e non sei stato accolto ?
Vi vrai lontano dai pericoli e tranquillo. Non una casa
preziosa, n la massa dell'oro, n la fama della stirpe,
n l' altezza di una carica, n l' amabilit o la potenza del-
l'eloquenza offrono alla vi t a tanta serenit e tranquillit,
quanto un' anima pura da azioni e da voleri malvagi,
che abbia il carattere, che la sorgente della vita,
imperturbato e limpido. Da quella defluiscono le belle
azioni, che hanno un'energia entusiastica e serena ac-
compagnata da alti pensieri, e lasciano un ricordo pi
dolce e pi sicuro di ogni speranza .
Ecco ora i testi su cui si basa questa ricostruzione,
per poterne vedere il contenuto complessivo e i nessi
e legami col I I s p l u&uu.ia? paneziano. Il primo brano
ci viene da Plutarco, che, dopo aver narrato la favola
della volpe, dice testualmente: 7roXX fxv, > vf r p c o - s ,
croi x a l T c r e ol a vofjyjjxocra x a l 7r#-rj 9o"i T' vi rj a- i v
c" s auT Oo x a l 7rpoo"Tci7CTovTa S ^ E T a i &\)p&'C
l
zv v Ss
CTauTv vot ^r j ? evSoal-ev, 7r oi xi X ov TI xod 7toXur:a9-?
xaxcov Ta[xtoov spr^o-Ei? x a l frrjaapia'u.a, ci: OY JOI
ArjU,xpi TO?, OX E ^W&E V 7t!.ppVTCOV, X X ' LGTCZp y -
yE i o u ? x a l aTx&ovacr, TTYjy? yvi rcov, a? vi Y j c i v Y)
x a x i a 7T0X/UT0? x a l SatjnXY]? ocra TOIC, 7r&0-i
Sempre Plutarco continua: "Ori S' s x a c nr o s v saux)
~ TY J? $-opuac; x a l Soo-fruu-ia? &X
zl
f a [Aie l a, x a l
TO ? TOIV ya f r wv x a l x a x c o v TTifrou? ox v Al ?
ouSei xaTaxiu. voU(; " X X ' v TT] 4"
U
XT xe i f i vo u ? a i
St ac popal T6i v 7i:a$-tov SY JXOOCTIV. 01 u,v y p v rj Toi x a l
Trap vTa TOH x?
r

a T
- TTapoptocri x a l jxeXoucri v rco TOU
cruvTETCT-8-ai npbc, T fxXXov ai T a i ? c ppovr i ai v, 01
Se cppvi u,oi x a l ir [X Y ) X T' 6vTa TW U,VY ]U,OVUEIV
va p yc o ? o v r a 7TOIOUO"IV a uT Oi ? (
2
) . Seneca, in-
vece, che sviluppa il concetto del rivolgersi in se
stessi : Facilis etam nos facere debemus, ne nimis desli-
nats rebus indulgeamus, transeamusque in ea, in quae
nos casus deduxerit, nec mutationes aut consili aut
status pertimescamus, dummoio nos levitas, inimicis-
simum quieti vitium, non excipiat... Utrumque infe-
stum est tranqmilitati, et nihil mutare posse et nihil
pati. Utique animus ab omnibus externis in se revocandus
(') Pl ut. , animine an corp. 2, 500C-K ; che questo scritto
rientri nel gruppo cui sta a capo il -nrepl #ufjt .i ac; dello stesso
autore ha. di mostrato con l arghezza e autori t di raffronti
il Siefert nel suo scritto apparso in Commentai. Ienenses ci tato,
a cui rimando. Pri ma di rcoXX u.v il testo, guasto, ha X^yo^sv
ouv v -/jpuv o-ri ; tralascio con ogni correzione anche le poche
pirole, che non hanno per noi i mportanza.
(
2
) Pl ut. tranq. an. 14, 473 B- C.
Panezio e Democrito. Il I l s p s &o u i a ? 143
est: sibi confidai, se gaudeat, sua suspiciat, recedat quan-.
tumpotest ab alienis et se sibi adpiicet, damna non sentiat,
etiam adversa benigne interpretetur Subito Seneca
fa seguire l' aneddoto di Zenone, quello stesso che Plu-
tarco (
2
) ci riporta a sua volta e quasi con le stesse
parole; ma nell'autore greco precede una frase che par
fatta per segnare il passaggio tra i concetti qui esposti
da Seneca e il suo aneddoto: s^eo-Ti yp pisuia-rvoa
TY)V T^YJV x Tt v (3ouXY)Tcov. Narrato l'aneddoto^
Plutarco prosegue: ri ov XCOXEI [ ^ & -
?; p^rj v TxapayyXXcov o4Y)u.apT<;; v ypai Starei?
7uuxXu,vo<; TCV Sicov. XX cptXiav u.vc[Xvo? YJ-
yu,vo<; aTtca^Tj i ; ; xi vSvt o? xa 7ipay[xvcoi; $ ].
E, per concludere ri porti amo un altro passo di Plu-
tarco, dallo stesso scr i tto: " O&EV o o Vo t xi a TTOXU TSXYJC
OU TE xP
u<J
i-ov ^' - ? ' , ysvou? OU TE (xysO-oc
apx%, o Xyou X ^ P
1
^ ^ SEIVOTY]? o4av ^ (Sito-
xa yaXir]vyjv ToaauTY j v, OCTYJV ) xa&aps ouo-a -
[xaTCOv xa (3ouXUfjt,Ttov TiovY jptov xa TYJV TOU (iou
7xi^yyjv TJ&O? rpa^ o v s youaa xa uiavirov cp'
Y}? ai xaXa ^ ; pouaai x a TYJV sv pyEi av
EVS-OOCUCSY] xa Xapv , (j.sya cppovEi v sxou-
ai xa TTJV fxvYjfXYjv YjStova xa [3[ i ai OTs pav TYJ? . . .
'kixlSoc, (
3
).
Il primo e il secondo passo di Plutarco si accordano tra
su un concetto fondamentale, che pure fonda-
(
J
) Sen. tranq. an. 14, 1-2.
(
2
) Pl ut. tranq. an. 6, 467 D. Le parole di Zenone in Pl u-
tarco (sSy' w Tcoiei?, ze, T V Tpi(3wva xal TTJV OTov
auveXauvoua' r\[iS.c,) si rifanno a una /peto, che riappare
in una ambi entazi one strettamente cinico-diatribica, in inim.
util. 2, 87A e in forma presso che identica in exit. 603D. La ri-
trovi amo in D. L. 7, 5 senza accenno al xpifiwv, come del resto
in Seneca, e diffusa in una l unga tradizione posteriore (vedi
Gerhard, Phoinix v. Kolophon, Lei pzi g, 1909, p. 100-01} .
(
3
) Pl ut. tranq. an. 19, 477A- B. Mi si scusi la l unghezza
di queste citazioni, resa qui necessaria dalla discussione
dei singoli passi, che esige il migliore i ntendi mento del contesto.
mentale in Democrito e che, come vedremo, compariva
anche in Panezio: in noi sta il Tocjjueiov xaxcav (e
quindi, sottinteso, degli ya-9-cov), che non altro che
il rocu-i sl ov di tB-u\Licc e Soo-O-ujjtia, secondo la conce-
zione democritea deU'Sai.(jLova e del bene. A ragione
il Siefert (
x
) trova che l'accenno a ll' A l a t r n i o c, XcTxrj^
non ha nulla in contrario con Democrito, che almeno
una volta ( B 244) aveva creato un parallelo con TY ) Al -
a cr zzir i X U V L : lo stesso autore insiste sul gioco che c' in
Tt oi xt X o? e TToi xt X t a, che non avrebbe nessun significato,
se non preludesse alla conclusione del T C O I X I X O V xocxv
Tocu-i clov. N il paragone tra v o a ^ o c i a del corpo e
dell'animo alieno alla mentalit di Democrito, se
suo quel frammento in cui dice LaTpi xY ) u.v...extu,a-
7 oc v c o o ? x s T a i , 00917; Se t j ; u) (Y ] V T t a ^ o i v 9ai pi -
7 a i (
2
) . Ma sopra tutto interessante il paragone con le
syyEiouc, x a a T x ^ o v a ? Tr^y?: la 7r7jy7] compare pure
in un altro brano di quelli che abbiamo citato e in un
contesto che vai la pena di esaminare. Che Plutarco,
477 A, sia di derivazione democritea sicuro dal con-
fronto con B 1 71 : 8ai{i.oviY) o x v $oa x.i)u: x.a iv
i
1
) Plutarchs Schrift iz. s-9-. cit., p. 27-28.
(
2
) B 31 D. ; i l L o r t zi ng non ammette l ' aut ent i ci t di
que s t o f ramment o, ri port at o da Cl ement e Al es s andri no, perch
esso t or na i n f orma assai si mi l e i n una del l e epi st ol e ps eudo-
i ppocrat ee. Ve de r vi uno dei mol t i el ement i di at ri bi ci che s ono
filtrati i n ques t e l et t ere t ut t ' al t r o ohe i mpossi bi l e, c ome
d' al t ra part e ve r o c he non mol t i e generi ci sono gl i el ement i
democri t ei che appai ono i n esse. Ma pur ve r o che De moc r i t o
era, nel l ' et di compos i zi one di quel l e l et t ere, ancora conos ci ut o
e non sol o at t ravers o gnomol ogi , se Pane zi o ne l e gge va i l
izzp s&uui rj ?; c he que s t a mas s i ma, appunt o per l a sua ge -
neri ci t , gi us t o una di quel l e che si a da t t a va no bene a pe-
net rare i n uno s cri t t o di quel ge ne r e ; che i n E pi c ur o c ompar e
l o st esso paragone (fr. 221 Us. ) ac c ant o al l a S-sparcela Tcat- iv
(e dspaTrei a voc abol o che pres uppone l ' eguagl i anza vcroi;-
TV.&OC,), si cch non as s urdo pensare xhe an-' he qui il filosofo
el l eni st i co si a s t at o i nf l uenzat o dal filosofo i oni co; che i nfi ne
l a mas s i ma p o t e va st are beni ssi mo nel Ttsp E &UU - / ) ?, che
anche una medi ci na del l e passi oni . Cons i derando t ut t o ques t o,
non vedo ragioni sostanziali per dichiarare spurio il f ramment o.
o i x s l o S v
7
'

^ ox7]T7]piov Sat f j i ovo? e


il rapporto con Epicuro fr. 5 48 Us. (*) ci di maggior
appoggio; il concetto nei tre autori lo stesso, ma qui
la derivazione da Epicuro da escludere, perch
e la yaXYivYj sono una coppi a caratteri sti camente demo-
cri tea, specialmente per quel che ri guarda il primo dei
due termi ni . Come spesso, Epi cur o ha fatto suo il con-
cetto del suo predecessore, salvo mutare ci che gli con-
veniva, per cui alle immagini poetiche di e S i a e di y a -
Xyjvyj ha sostituito due termini pi positivamente con-
creti, s uSai j xo v xa l [ x a x p i o v. Qui appunto il nostro
testo trova che centro di questa serena placidit l'ani-
ma concetto gi riaffermato pi volte , ma l' anima
xa-9-apsuouo-a 7cpayu,Ttov x a l pouX e ou. Tt ov 7tovY)po>v e
che abbia T T J V T O U ( I O U uTjyyjv r)&oc, a T a p a ^ o v xa l
u i a v T o v . Il Siefert (
2
) con un certo entusiasmo cal-
cola democritea quest' ultima espressione, che invece
schiettamente stoica anche per quanto immediatamente
segue: per Zenone Vr]d-oc, 7] ] (3i ou, cp'yjc, a i
pti poc, Tt p^et c; (
3
) . I l pensiero di Democr i to in
proposito molto non doveva essere differente e ci do-
veva aver facilitato la fusione col concetto stoico (
4
);
(*) Vedi anche 5\ V. 81 e cfr. pag. 5 6.
(
s
) Op. cit., p. 36. Per quanto qui i mmedi atamente segue,
v. l' accenno del Pohl enz, Philosophie u. Erlebnis in Senecas
Dialogen, in N. G. G., 1941, p. 196.
(
3
) S. V. F., I, 203 Arn. Si noti per, che le 7cpeis
sono qui xaXai , prendendo mol to probabi l mente colore dalla
massima che al . (. ; arc - T & V
Ipytov yi vovTai , ( 194) ; ma non escluso che c' entri
anche il concetto di xaXv come appare in Panezi o attraverso
Cicerone (v. per es. off. i , , 4, 13- 14; fr. 98 v. Str.). Non insisto
suH'sv#oua!,t87] xal tXapv, per cui v. Hirzel, art. cit., p. 375,
Siefert, op. cit., p. 33 e Rei nhardt, Pascici, uh. Urspr. u. Ent-
art., p. 45-47-
(
4
) Questo rifiuta il Siefert, op. cit., p. 36, n. 2, con un
semplice aber bei Pl utarch ist ni cht an ihn ( = Zenone) zu
denken . Agl i Stoici avevano pensato invece il Heinz. Rhein.
Mus., 45 (1890), p. 15 0, per vedervi come fronte Ari stone di
Chi o, e il Pohl enz, Hermes gi cit., p. 285 . Il Siefert non si ac-
corge di cadere in parziale contraddi zi one con se stesso: a p. 35
aveva gi ustamente pensato che in 17 1 ?) olxyjTTrjptov
anzi, proprio quel TTYJYTJ che appare in una serie di
passi di colorito e intonazioni democritei (
l
) e che tut-
to fa ritenere sia democriteo, anche se non appare nei
passi direttamente tramandati come di Democrito, do-
veva essere stato il punto di contatto tra i due concetti.
Si legga ancora in Plutarco, 4 6 7 A, 816 TYJV 7rY )yyjv TYJC,
s&ufnac, v OLTOIC, oaav Y)u,tv xxa#-aiptou.v, che
nuova conferma a quanto dicevamo fin ora, e vi si
aggiunga T YJSECOC; ^T]V x a lAapcoc, ox Ic/ofrv ECTTIV,
A TovavTi ov av&ptiiQc, TOI? Tiep aT v. 7rpy-
txacriv TjSovTjV xa X ^P^ &o"rcp Tcrjy^? TOU Y j f rouc.
7rpoo-Tiabjcn (
2
), che fa ottimamente da ponte tra i te-
sti succitati, presentando di nuovo il connubio dei
due elementi democriteo e stoico.
Ma chi poteva arrivare a fondere i due concetti e i due
filosofi, Democrito e Zenone ? Certo non siamo di fronte
a Plutarco, ma all'opera di uno stoico; tutto ci porta
a vedere in lui Panezio, che, pur attingendo all' autore
deH')i>u[xiYj, si sentiva troppo profondamente stoico per
non completare secondo i dettami della sua scuola
il concetto della sua fonte. Visto d'altro lato, come si
leghino tra di loro i passi in cui si parla di 7t7]yy] non
possibile altro che ammettere una loro unit, do-
vut a all' unica fonte cui si pu risalire per tutti, cio
a Panezio.
Mi si permetta ora di tornare un momento indietro
a un passo gi trattato : in 500D il nostro intimo appare
chiamato da Democrito xaxcov Tapuei ov xa S-vjaapi-
Sodu-ovoc; fosse una risposta a Eracl i to B 1 1 9 D. , i]&oq dcv-
&p>TV> 8a((xcov. I nfatti la felicit per l ' Abderi t e&uuiy),che
sta dentro di noi: perci nei beni dello spirito, non nelle greggi
e nell' oro sta la felicit, perch abitazione del demone l' a-
ni ma ; si crea cos al tempo stesso un l egame gi evi dente
nella credenza popolare tra sSoapiovioc e il Saiu-tov che den-
tro di noi. Dat o questo, none facile che i mmagi ne citata fosse
di gi in Democri to.
(
]
) Vedi ne alcuni in Siefert, op. ci/., p. 36.
\-) Pl ut. de viri, et vit. 1, 100C.
[xa; ma cos pure x TY JC, E &ou.iac. xa Sucr&ouiac, xot-
jueia si trovano nel nostro intimo secondo un altro
dei passi che abbiamo sopra ampiamente citato, pre-
cisamente in 473B. Che si tratti di materiale democri-
teo per me sicuro: caratteristico l'uso dei voca-
boli, caratteristico il pensiero di guardare in se stesso;
vediamo anche che i due termini Taf Ai Ei ov e TTY JY TJ si
equivalgono, non solo perch uno spiega l'altro in
500D, ma perch a questo concetto iniziale di 473B
(con T a x i s t a ) risponde esattamente quello di 467A
(con TCY jyy)). La posizione quindi del Pohlenz, il quale
crede che T a x i s t a provenga da Platone per via di quella
citazione omerica che segue, va capovolta (*). Non
credo da parte mia che la citazione di Omero com-
parisse in Democrito, ma resto in dubbio se essa sia
apparsa gi nella fonte di Plutarco o se sia di Plu-
tarco stesso: Panezio e Plutarco sono entrambi o-xupw?
cpiXoixXTcovs? e la cosa pu esser attribuita egualmente
all' uno o all' altro. Comunque il T a x i s t a che ha solle-
citato il ricordo del passo platonico attraverso il verso
d' Omero. Superato questo punto e tolto il dubbio alla
democriticit dell'espressione, interessante prosegui-;
re e mettere a raffronto la figurazione degli O CV T J T O I
con gli voY)[i,ovC; di Democrito, che T CO V Tt evrcov -
pc YOVTai , x S 7rapvxa xa <7rep xc o v> Tcapcp^vj-
fxvtov xp8acTpa vxa u.aX8uvoucnv, (( desiderano
(') L' affer. ni zi oaa del Pohl enz in apparato alla sua edi-
zione, p. 20S, 24; egli pensa di corroborarla col riscontro di
exil. 4, 600 C. E sicuro infatti che 600 der i va dal l e par ol e
di Pl at one in resp. 37 QD, di cui s vi l uppa il t est o, col medesi mo
r i chi amo ad Ome r o e l a medesi ma l ezi one ( 528: xr j puv iy.-
TtXeioi -v a$Xwv SebXaSv); cos pure lo Zebe, -
eiov di Pl ut ar co il ^ ? TJJJV Ze? yat -uv xaxwv
di Pl at one. Ma che propri o di l debba venire, in un contesto
democriteo, quel ^ che compar e anche in un f r amment o
di Democr i t o "(B 149 gi vi sto a pag. 138) mi pare sia tirare un
po' la cosa per i capelli, anche se Pl utarco sia, com' , scrit-
tore tenace delle proprie reminiscenze e frequente ripetitore
di frasi una vol ta lette.
ci che loro manca e lasciano andare ci che hanno
presente, anche se pi vantaggioso di ci che pas-
sato ma ancora essi sono vittime ouv-
- -ai , . \> e ? 9p ov Ti a i , che
confermato da un altro frammento di Democrito: S?
97304 AYjU-xpiTo?, va ' ^ } 9 pov ovT? v#-pto7roi
) ? XXyjXoo? pjjLTJ & ] , 1 CTUVTVCO
crTca^vTS? aXXo? XXax fev rcl ? rrpcxi? viaTav-
xai, gli uomini che. ogni giorno pensano a nuove cose,
per la loro tendenza gli uni verso gli altri, come tirati
da un cavo teso, sono spinti alle loro azioni chi qua chi
l (
2
). Ma anche il [ X V/ J U- O VE US I V, caratteristico dei
9pvi(xot, ritorna in un passo gi citato ( 4 7 7 B ) , dove
si dice che le xaXa rcp^si? hanno T T J V AVY ]p.yjv YjSiova
xa (SefiaioTpav T T J ? X-miSo?. Anche questo brano, dun-
que, da un lato colmo di elementi democritei, dall' al-
tro si lega cos strettamente con i precedenti da formare
un t ut t ' uno con essi.
Veniamo ora a Seneca: il primo passo citato tutto
basato sul concetto dell'aeguabilitas, dell'io-ov, caro ad
Aristotele e ai Peripatetici, e della [ - cara a
Democri to, in cui per Panezi o consiste la ^ ; tale
concetto Panezi o chi aramente esprime nella massi ma
che entrambi gli estremi sono nemici di chi arati dell' eu-
f oni a. Nani ut adversas res, sic secundas immoderate
ferre levitatis est, praeclaraque est aeguabi-
litas in omni vita et idem semper vultus eademque
frons... Philippum quidem Macedonum regem rebus et
gloria superalum a filio, facilitate et humanitate
(*) 202; cfr. Pl ut . 466C e anche Lucr . 3, 105.
(
2
) 158; non solo l e parol e va cp' rju.p7) ppovovxei;
sono di Democri to, ma anche le seguenti, che sono contropro-
ducenti agli effetti del ragi onamento che sta facendo Pl utarco,
de lai. viv. 5, 1 1 29 E , in questo passo. Mentre certo non de-
mocriteo, ma stoico il TTJ ? ) <; pu.7) (al l us i one al l a
xoivtovCa v&p>T:<ov <; XXrjXoui;): Democr i t o non pjxrj
a vr ebbe det t o, ma xbyjci c; . Per il concet t o cfr. a nche Ep i c.
fr. 491 e 494 Us .
video superiorem fuisse all'affermazione di Panezio
presso Cicerone, risponde (anche pi chiaramente) Se-
neca nel nostro passo dando risalto alla contrapposizione
dei due estremi: faciles etiam nos facere debemus... dum-
modo nos levitas, inimicissimum quieti vitium, non exci-
piat (
2
). Si oppongono, dunque, pertinacia e levitas
(stxouTrjc,) per trovare il giusto mezzo nella facilitas o
exoTaoc (
3
); per raggiungere questo equilibrio che
(*) Ci c. off. i , 26, 90; il passo s i curament e panezi ano,
perch l ' es empi o di Sci pi one con cui pure si di mos t ra quest o-
as s unt o ri port at o c ome propri o di Pane zi o (Panadio quickm...
fr. 12 v. St r. )- Or a l ' es empi o gi uoc a propri o sul l a facilitas
che i l ri medi o propos t o al l a levitas poc he ri ghe pi s ot t o del
t es t o da me c i t at o; se poi Ci cerone, abbr e vi ando, ha t ral as ci at o
di espri mere il r appor t o t r a aequabilitas e facilitas, l ' omi ssi one
sol o f ormal e, perch i l c onc e t t o chi aro dal cont es t o. Mal e
ha f at t o il v a n St raat en a non ri port are t ra i f ramment i di
Pane zi o (e t r a i pi si gni f i cat i vi , t al e che l a pres enza nel l a rac-
col t a di 1, 31, n i = fr. 97 non rende af f at t o superf l uo que s t o
nost ro paragraf o) anc he ques t o i ns e gname nt o sul l a c ondot t a
da t enersi nel l a vi t a. Qua nt o al l ' es empi o di Fi l i ppo e Al es s andro,
ri t engo che con esso Pane zi o met t esse i mpl i ci t ament e i n
cont rappos i zi one i l suo c onc e t t o di [ xeyaX o^oxi a con quel l o
peri pat et i co (per ques t o, ve di Kno c he , Magnitudo animi, i n
Philol. Spb. 27, 3 (1935 ) , s peci al ment e pp. 30 s gg. ) , c ome megl i o
appare dal l ' al t ro es empi o i n cui sono cont rappos t i Fi l i ppo
e Al es s andro (off. 2, 15 , 53), con il preci so t ermi ne di bi as i mo
largitorem, per cui ve di Kno c he , art. cit. Si ve da anc he St r oux,
Die stoische Beurteilung Alexanders des Grossen, in Philol.
88 (1933), 233-36, il qual e, per, si s bagl i a quando i nt ende
facilitas T 7tpov (p. 235), e il mi o art . Plut., Panezio e il
giudizio su Alessandro Magno i n Acme, 5 (195 2) , p. 451 s gg.
(
2
) Sen. tranq. an. 14, 1 A nc he il faciles etiam nos facere debe-
mus eie. t r o va ri s pondenza i n Ci c. off. 1, 33, 120: is (il coerent e)
constantiam teneat... nisi forte se intellexerit errasse in deligendo ge-
nere vitae, il che pu capi t are; i n t al cas o morum institutorum-
que... mutationem si tempora acliuvabunt facilius commodiusque
faciemus; sin minus, sensim erit pedetemptimque facienda.
(
3
) Cos Pl ut ar c o, tranq. an. 466 D, di r ToiaT-yjv 6
Xoyiau,<; e x o X i a v x a l u.Ta{3oXrjv (Sen. e Ci c. mutationes)
syyevu,evo(; rzoizl Ttpq s x a a T O v (3tov, esempl i f i cando con
i due oppost i , ci o Al es s andr o che pi ange di f ront e al l ' i nf i ni t
dei mondi , lui che neppure di uno si gnore, e Crat et e che
con bi sacci a e mant el l o TcaiC^cov x a l yeXtov tooTcep v opxT)
Ttji SI STSX SCTE (gli esempi s ono pl ut archei ) . A nc he Pa ne zi o
(fr. 12 v. St r. ) pensa che bi sogna condurre gl i uomi ni sf renat i
(effrenatos) tamquam in gyrum, rationis et doctrinae, per renderl i
faciliores (il paragone con i c aval l i , onde gyrum).
Seneca trova la necessit di ritrarsi in s: il vecchio
tema che ormai sappiamo esser democriteo e paneziano.
Anche Plutarco lo riporta con parole che ricordano
il se gaudeat di Seneca, in uno scritto appartenente al
gruppo del Hep E f uuua? : kz\ sauxou ? ? i&i-
^U.EVOV Xau^vei v (
1
). Cos sua suspiciat vicino a
auT v s7T!,crxo7rLv xat, x a f a u T o v (
2
) : cos ad etiam
adversa benigne interpretetur risponde oi <ppvi(xot...7c
TCOV Sucr^spso-TTCov 7t oX X xt ,? 7cpay(jiTtov OIXELOV TI
xa, XP^Q
0 4
^
0 7
a Tot ? Xau.(3voua4 (
3
); a reoedat quan-
tum potest ab alienis et sibi adplicet corrisponde o U.YJV
XX' s7tt, 7cp? ? [i.XXov YJ ? ? ' -
(BeXxspia? sficrjjLefa t/Tjv (
4
).
Ora questi concetti non sono fondamentali solo in
questa forma di etica eutimistica, ma anche nel epl
xaf - Y) xovTo?, che la sua maggiore opera etica, Panezio
ci insegna come abbiamo gi visto la necessit di
seguire la nostra natura personale, di ritrovare la u.o-
Xoyta in noi stessi, ut, etiamsi sint alia graviora atque
meliora, tamen nos studia nostra <noslrae> naturae re-
gula metiamur (
5
) ; cio admodumtenenda sunt sua cui-
que non vitiosa, sed tamen propria, ed quello che Se-
neca nel suo stile breve e fratto dice con recedat quantum
potest ab alienis (anche se essi sono pi degni e migliori,
aggiunge Panezio) et se sibi adplicet. A modo di sin-
i
1
) Pl ut. prof, in viri, io, 81 B . Si tratta d' una citazione
di Democri to ( B 146 D . ) .
(
a
) Pl ut. tranq. an. 10, 470 B . ' E T T i a x o r o i ; non di s, ma
degli altri i nvece il saggi o della diatriba (Norden, Beitr.
z. Gesch. der griech. Philosophie in Jahrb. Sappi. 19, p. 377
sgg. , specie p. 378, n. 1).
(
3
) id. 5, 467 C; cfr. exit. 5, 600 D; gi Siefert, op. cit.,
p. 53; Pohlenz, N. G. G., 1941, p. 226, n. 2.
(*) Tranq. an. 1 1 , 471 A. Anche Pl utarco, del resto,
conclude i suoi esempi sull' exoXia i nvi tando a purificare x^v
7TY ] Y 7] V TY } ? e$upuoc<; Iv OLTOIC, OCTOCV TJ[JV (467 A; cfr. p. 146) .
(
5
) Cic. off. 1, 31, n o ; fr. 97 v. Str. Per questo tema
e per le basi su cui Panezi o lo poggia, cfr. pag. i i 4(e n. 2)
e cap. I l i , pagg. 225-228.
tesi Panezi o (sempre attraverso Cicerone) afferma: om-
nino si quicquam est decorum, nihil est profecto magis
quam a e q abili t a s universae vitae, tum singula-
rum actionum, quam conservare non possis, si ali -
rum n a tur a m i mi t ans omitas tua m
E come se non bastasse, poco pi oltre aggiunge: ex-
pender oportebit quid quisque habeat sui eaque moderan
velie experiri quam se aliena deceant; id enim ma-
xime quemque decet, quod est cuiusque maxime <suum>:
Suum quisque igitur noscat ingenium acremque se et
honorum et vitiorum suorum iudicem praebeat (
2
).
Queste affermazioni paneziane del De officiis non
collimano in tutto e per tutto con le diciture senecane,
che si riferiscono a una vera e propria introspezione che
isola l'i ndi vi duo dal mondo; ma certo vera anche qui
quella distinzione posta dal Siefert, e da noi pi sopra
ricordata, tra l'opera rivolta all' uomo politico e quella
rivolta all' uomo privato, che cerca semplicemente il
suo miglioramento interiore. appunto la posizione
nuova dello stoicismo di Panezio: chi legge infatti le
righe di Seneca poco sopra citate, vi ritrover spunti
stoici, come in quel sibi confidai, se gaudeat; ma diff-
cilmente riuscir a trovarvi delle dottrine dello stoi-
cismo antico. ben vero che Epitteto dice: * 4
eco ox n'\Loi' 7rpoaipvjcnc. rc'u-oi. ^Y JTY JCTCO
ayaf v xcd xax v; e ) ev . {iolc,'. ' E v Se T O L C,
aXXoTpiot? .7)8 7 ' yafv vo [ ]? \ir xa-
xv, Di ' : "i beni esterni non dipendono da me; la libera
scelta dipende s da me. Dove cercher il bene e il
male? Nell' intimo di ci che mio". Ma per ci che ti
estraneo (cfr. in Seneca aliena, in Cicerone-Panezio
aliorum naturam) non usar mai i termini di bene e di
(*) id. 31, n i ; qui finisce il fr. 97 del v. St raat en.
(
2
) id. 31, 1 1 3- 1 4; il passo manc a t r a i f ramment i del
v. St raat en.
male (
1
) ; ma non c' chi non veda che sotto il manto
della locuzione stoica (come zn u,cn, npoai?r
t
aic,) il
pensiero non ha nulla a che fare con quello stoicismo
antico, con cui normalmente Epitteto legato. Si
tratta di un tema nuovo che appare per la prima volta
e gi in tutta la sua ampiezza, in bocca all' avo dell' il-
lustre amico di Panezio: affermava Scipione niimquam
se minus otiosum esse, quam cum otiosus, nec minus
solum, quam cum solus esset (
2
). Quindi dal I sec. av.
Cr., fuggevolmente accennato da Davo (
3
), ripreso da
Persio col suo Tecum habita (
4
), giunge fino a Sene-
ca che lo sviluppa ampiamente : multimi et in se rece-
de ndum est, e ancora in se redeundum est (
5
). Ab-
biamo detto che il motivo del ritiro in se stessi
(tic, ocurv va/ copst v) si fa sentire notevolmente in
Marco Aurelio: quando si vuole, ci si pu raccogliere
in se stessi e in nessun luogo l' uomo si ritira pi quie-
tamente e con meno fastidi ( oo- s 7]eruy ic-repov GOTE
7rpaY[xov<7Tspov) che nella propria anima, specie per
chi abbia nel suo intimo tali beni, ze, a zyx\)^iy.c v
(') Epi ct. diss. 2, 5, 4-5; cfr. 1, 29, 4 T O T O V T V vu,ov
TO-etxsv xal 91QCIV "et T I ya-9-v 9-Xeic, r.y.z Gea' j-
T O U lifiz". Cos pure 3, 22, 38 (v uu,Tv).
(
2
) Cic. off. 3, 1, 1. Sotto forma simile la stessa massima
in resp. 1, 27: nunquam se plus agere, quam cum nhil ageret,
eie. Il tema del seemn loqiti merita un pi ampi o studio.
(
3
) Hor. semi. 2, 7, 1 1 2 : non horam tecum esse potes.
11 tema, dunque, era gi passato nel patrimonio della predi-
cazione popolare, o Orazi o lo trova, com' in realt, non dis-
simile dal materiale diatribico ? Per quanto so, lo svolgersi
del tema non tale da poterne fare uno di quelli diatribici:
non compare ad es. in Dione Crisostomo, che della diatriba
cinicizzante un seguace attento. Ma non si tratta dell' unico
caso, in cui elementi paneziani compai ono in Orazio.
(') Pers. sai. 4, 52; vedi anche il v. 23: ut verno in scse
temptat descendere, a cui si pu avvi ci nare Sen. tranq. an.
1,1 inquirenti mihi in me ite., se qui non si insinua anche
l' esame di coscienza, che ha una sua propria storia. Si aggi unga
ancora sai. 1,7 nec te quaesiveris evira.
(
5
) Sen. tranq. an. 1 7, 3; noi. qitacst. 4a, frettf. 20; cft.
e pisi. I,I \v indie a te Ubi); 2, 1; brev. vii. 2,4. Vedi anche- quanro
si dir a pagg. 266 e 271.
Tcay) suu-apeta ear? y t v s T a i . E ancora, evSov cx-rcTe"
svSov 73 TTTjyyj T O U ya&ou x a s va(3X i v uva{XV7j
r
v sl CTx7tT7]? (*) l l a a y p x p i c n ? x a pu. 7) x a t
ops^t ? x a 'xxXtcrt.*; IvSov (
2
): che anzi nulla v' pi
sventurato di chi va tutt' attorno per ogni dove e
" le viscere della terra (come dice il poeta) scruta "
e cerca di conoscere attraverso sintomi ci che nell' a-
nima di chi ha vicino, senza accorgersi ozi pxs i rcp?
u.v<p T ) svSov s a u T o u Saifxovt, e l v a t x a T O U T O V yvY jcuco?-
fpa7TU!,v (
3
). Compaiono s i termini crisippei (manon
(
x
) M. Ant . 4, 3, 2 (su questo passo torneremo pi ol tre
cfr. p. 241, n. 2 ); 7, 59- Marco Aurel i o aggi unge T T , V 8 e-
u,peiocv oSv aXXo Xyto 7) sxoauaav; la spiegazione inte-
ressante: ci di mostra come Democri to non sia pi assoluta-
mente presente e non ci si poteva attendere che fosse altri-
menti in queste espressioni, che in ul ti ma analisi risalgono*
a lui. I nfatti chi arendo [i.peia con , Mar co mostr a
di parti re nel l a sua i nt epr et azi one dal decorum di Panezi o,
che si basa appunt o sul concet t o di exoaui a (Cic. off. 1, 31,
1 1 0; 33, 120). Si noti che in 7, 59 correzione dello-
Schul tz per lo axire di A ; il cod. T ha ( , ma s i t r at t a
forse di bel t e nt at i vo di correzi one da par t e del l o Xyl ande r ,
( dovut o al conf r ont o con 6, 3) che bas su quel codice, ora
perduto, la sua edizione. Pure un tentati vo del genere oxrcei.
del cod. D. Lo un termine che vari a il tema tradi -
zionale della ricerca in se stessi (del resto avvi ci nabi l e al l ' m
sese... descendere di Persio) e preannunci a la conclusione della
massima.
(
2
) M. Ant . 8, 28, 2.
(
3
) M. Ant . 2, 13. La concezione panezi ana filtrata
attraverso Posidonio; a confronto con -oG TcvTa xuxXa>
7Tspipxojxvou si metta Sen. brev. vii. 14, 3 (qui per of-
ficia discursant) cos pure l' interessarsi dei fatti [altrui
torna spesso nel de brevitate vitae e nel de tranquillitate animi.
Quant o all' apparire in questo contesto del Sa.iy.tuv che dentro
di noi, oltre a ricordare Democri to (B 1 71 ) ^ oxv]T7)piov
Soau-ovoc; e quanto detto a p. 1 1 4, n. 2, faccio notare come
il nostro passo sia una conferma di quello che l sostenevo,
che cio 5". V. F. I I I , 4 non sia affatto frammento da attri bui re
a Crisippo. Sullo stesso piano Epi ct. diss. 1, 14, 12- 14, dove
pure si parla di un 8ouu.cov che vegl i a su di noi e non ci
l asci a neppur e nelle tenebr e, neppur e quando si amo soli. 11 t ono
mi sti co di quest o passo non ci per met t e di veder ci di r et t ament e
un appor t o panezi ano: esso passato attraverso l' esperienza di
Posidonio (cfr. Wendl and, op. cit. p. 134-35; Zeller op. il.
I I P, 1 , 3 1 9 n. 2; Thei l er, Marc Aurei, Ziirich, 1 951 , p. 31 0) .
Nel l ' espressi one di Mar co Aur el i o evSov Sociu, ovi
soltanto crisippei) ] - ) , r c pync ov, ma accanto c' il
vecchio vocabolo democriteo de l l ' e npe i a e ritorna Yzlc,
auT v, l ' e vSov, la ) y a &o u (
1
), con lo stesso
paragone che compare, come gi osservato, in Plutarco,
per cui essa non alla superficie, ma s y y e i o ? . Questo
concetto, che non ha pi una forma solo filosofica, ma
si diffonde per il mondo culturale e che con un valore
mistico ed evangelico tutto diverso scender fino al
Noli foras exire, in te ipsum redi di Agostino, non pu
aver avuto origine, per lo stesso ambiente delle sue
risonanze, che in un autore stoico; il quale certo lo
ha attinto a Democrito (
2
), ma lo ha fatto suo con
possibile vedere un sommarsi dell' evSov panezi ano con la
dottrina demonologica di Posidonio (gi in Pl ut. tranq. an.
i o, 470 D u- veov T V a u x o u 8aiu. ova, cfr. anche M. Ant .
5, 27): a mio parere, del resto, l'influsso di Posidonio sar da
vedersi anche nell' insistenza conci l i questo Sodu-tov si presenta
in M. Aurel i o (come qui, 3, 12, n ; e inoltre 3, 3, 6; 3, 7, 2; 3,
6, 4, 5, 27; 2, 17, 4; 3, 6, 2 et ) ; questa teoria del Saiu,cov
appari va anche in Pl atone. (Tim.goa.). Che qui la citazione di
Pi ndaro (fr. 249 Turyn) sia derivata attraverso Pl atone (Theaet.
1 73 e) non si pu dire con certezza sia perch dall' indicare il
filosofo (come in Platone) l' espressione passata a indicare gli
occupali, sia perch essa come ci testimonia Macarius
Chrysoceph. 8,5 ( = Paroemiogr. Gr. I I , 214,^9 era pas-
sata a proverbio TCI T G W TroXu7rpay;j.voiv. interessante
invece vedere come il seguito del pensiero di Marco Aurelio
continui ad essere panezi ano: spaicela 8 aoxou (cfr. Sen.
tranq. an. 1, 1 7; 2, 5, per quanto si tratti di espressione nor-
malissima) xa - a p v Tt-9-ouc; ScaTTj pecv (stoico) xal slxaiT7)Tt><;
(Sen. tranq. an. 2, 6; 14, 1 contro la levitas) xal 8u<japeaT7]CTecD<;
(Sen. tranq. an. 2,6; 12, 2; 15, 1 contro la tristitia &uui a)
T7j? rcpbc, x ex & e t o v xa v&pcnrcov yv u, e va (Sen. tranq.
an. 16, 1 e 15, 1).
(*) Cfr. Dem. JB 223 D. rccu napzari eu. apa>s a x s p
(x^-frou xa xaXai7rcopir]<;.. ; B 149 v 8 c r auxv voC^rj? E V S O &S V .
Per TCY JY T) cfr. la trattazi one precedente. "EvSov con lo stesso
senso ritorna in 10, 38, in 3, 3,5 e al trove: cfr. ecco fiXns in
6,3. Ma con identico valore ritroviamo le altre espressioni che
gi conosciamo: x p e i x x v T I xa S a i u - o v i c o T e p o v ) (
e I ,
^
v
c r a u x e o
(12, 19); 7tvi,T>i. tiq auTv (6, 1 1 ) ; eie, auT ouaTpa9 v
(8, 48); s i i ; a a u T v a u v s i X o u (27,28).
(
2
) Oltre quanto detto sopra, nota lo stesso concetto
defluito in Epi curo, fr. 209 Us., citato da Seneca, epist. 25,6
(vedi pag. 51).
una personalit cos forte da dargli quella nuova veste
"moderna", che ne fece il successo nei secoli succes-
sivi. Un concetto del genere non poteva nascere altro
che da Panezio, dall' autore del ITepl sf uuia? e infatti
anche il suo ITsp X<X&YJXOVTO? ci indica gli elementi
fondamentali da cui esso si sviluppato. Aggiungo che
il motto dell' Africano maggiore assume per Cicerone
un significato diverso da quello che certamente aveva
avuto in origine proprio perch vi si riflette l' at-
mosfera etica e spirituale che un cos grande maestro
aveva saputo creare attorno a s nel circolo del nipote
adottivo dello Scipione di Zama, Scipione Emiliano,
uomo davvero degno di essere la figura ideale che Pa-
nezio, dignus Ma familiaritate, vedeva davanti a s,
come l'unico che da lui avesse appreso quella geschlos-
i
1
) Cicerone dichiara di aver atti nto la frase di Scipione
da uno scritto di Catone [off. 3, 1, 1 scripsit Caio); [Plut.] ,
apophth. 196 B, dice che Scipione, quando, stanco delle pub-
bliche atti vi t, si riposava negli svaghi (v yp[i.\ia.csi Si arpt-
Troionsvo?), di ceva TTTE o^oX^oi, TCXetova 7rpxTetv:
e qui di certo la fonte none Catone; da Seneca, tranq. an. 17, 4,
sappi amo che il suo svago consisteva nel tripudium dignitoso
dei maggiori. Credo che si possa ritenere che il senso del motto
scipioniano in Catone fosse appunto quello di un riposo neces-
sario per ricostruire le forze spese, tanto pi che Catone, se-
condo la testi moni anza di Columella (1 1 , 1 ), a questo otium
era contrario: nihil agendo homines male agere discunt. Ma il
senso che Cicerone gli d come appare da off. 3, 1, 1 (magnifica
vox... quae declorai illuni et in otio de negotiis cogitare et in so-
litudine seenni loqui solitimi) gi nella sfera di una tradizio-
ne pi nobile, che rientra nel concetto (paneziano) della animi re-
missio ( Sen. tranq. an. 17, 5 e Pohlenz, Antikes Fuhrertum, p. 66-
-67). Ri cordo, e il fatto pu servire a mostrare le figure degli
Scipioni si siano venute fondendo in un complesso unitario
presso la tradizione posteriore, che lo stesso concetto per cui
oti fructus est non contentio animi, sed relaxatio compare con
l' esempio questa vol ta di Scipione Emi l i ano e di Lelio, che
avevano l' abitudine di starsene in campagna (rusticari) e di
tornare ad esser ragazzi (Cic. de or. 2., 6, 22; aggi ungi Hor.
semi. 2, 1, 71- 74). Ci nulla toglie alla realt dei fatti, ma lascia
vedere come facesse parte di quella cerchia culturale questo
atteggi amento caratteristico.
sene Weltanschauung , di cui fu il primo tra i Ro-
mani a sentire il bisogno
Altro concetto che appariva sicuramente in Pane-
zio ci danno infine le poche righe che seguono l' aneddoto
di Zenone: non dice Cicerone che quidam ho mi ne s severi
et graves nec principum mores ferre potuerunt vixerunt-
que nonnulli in agris delectati re sua familiari (
2
)?
Ora Plutarco ci presenta gli stessi motivi nel linguaggio
colorito e concreto della diatriba; e il passo rincalzato
da un altro luogo plutarcheo: Anche noi, dunque,
quando sentiamo dire da qualcuno com' dappoco e
penosa la nostra condizione, u.7] u7caT eu vT w v [ir^'z-i-
Tpo7Tu vTCov, CA BOTI SL7CLV "Xau.7tp T a xa&-' 7][xa<;
T C py na T a x a C^XCOT? r
t
\xov fioc,' o ~poaat-
TOU[AV, o x xfocpopOUU, SV, O X 0X aX U0(jLv" (
3
);
lo stesso '^Eo-Tc che precedeva l'esempio di Zenone
riappare qui e infatti si tratta dello stesso 9 a p ; j i axov
per lo stesso male. Cos pure ritroviamo il concetto
anche nel Uzpl cpoyYJ?, con altre parole, ma con lo
stesso valore: XX [AT]V
T
^ "o x apyouxv o8
^ouXuou.v o S ' y c o vo f T o o u.
V
" vT t f e ? T "o ory-cn-
^ojjiev, oS' vaXiaxo[Xv oS 7rpoo"Y ]pT7)[Xfa f p a i c 7) ys -
u- vo?" Il ncciolo del concetto sempre quello che
appare in Cicerone cos sinteticamente espresso ; ma Plu-
tarco ce lo d in forma pi ricca di particolari, di esempi,
di colori c certo Panezio nel I l pl ef u^ i ac dov scr-
(M Cfr. Cic. fui. 4, 9, 23; fr. 10 v. Str. c Pohlenz, Die
Stoa, 1, 261.
(
2
) Cic. off. 1, 20, 69 e PI ut. iranq. an. 6, 467D.
(
3
) Pl ut. tranq. an. 10, 470F- 471A.
(
4
) Pl ut. exit. 12, 604B; cfr. anche l' Tupay^vcoc v r , a u x t a
x aT oi x s v e quel che precede in exit. 9, 602E. Consimile
anche l ' atteggi amento di Seneca in tranq. an. 3,2 (Atenouoro)
e in brev. vit. 18, 1 e 6; 20, 2; gli elementi che appai ono nel
complesso di questi passi ci lasciano molto dubitosi che qui
si tratti di temi interamente diatribici (A. Ol tramare, Les cri-
gines de la diatribe romaine, Lausanne, 1926, p. 285), anche se
infiltrazioni diatribico-retoriche sono evidenti, specialmente dal
punto di vista formale.
virsi di uno stile pi fiorito che nel Ilept. xa&vjxovTo?,
i cui scopi erano meno pratici : non si creda con ci
che io pensi di ritrovare nello stilizzazione di Plutarco
il testo di Panezio, anche se il tono dell'esemplificazione
ci chiarisce l' atteggiamento del filosofo stoico.
Possiamo ancora far risalire a Panezio la definizione
dell' eufujiia quale essa appare in Seneca; due passi
ci danno un unico concetto: ergo quaerimus quomodo
animus semper aequali secundoque cursu eat propitiusque
sibi sii et sua laetus aspiciat et hoc gaudium non interrum-
pai, sed placido statu maneat nec adtollens se nec deprir
mens. Considerandum est utrum natura tua agendis rebus
an otioso studio contemplationique aptior sii et eo indir
nandum quo te vis ingenii per et (
1
). Come al solito si
fondono elementi stoici e democritei: cos sicuramen-
te ad animus semper aequali secondoque cursu eat
corrisponde la stoica supoia fUou (
2
), mentre a placido
statu maneat risponde l'eo-Ta&si.a democritea (
3
) ;
cos pure democriteo il sua laetus aspiciat, come ab-
biam visto per il precedente se gaudeat (
4
). Ma nec
attollens se unquam nec deprimens la forma in cui
(*) Sen. tranq. an. 2, 4; 7, 2: ma ques t ' u. t i mo passo
c e r t o fuori del l a s ua l ogi ca col l ocazi one; v. l a not a di L . Cas t i -
gl i oni i n appar at o al l a s ua edi zi one (Paravi a, 1948) e quant o
di s cut i amo pi ol t re (cap. I l i , p. 244 n. 1) .
(
2
) Cf r. 5". V. F. I, 184 per Ze none e I, 554 per Cl eant e;
si not i ancora l ' ac c oppi ame nt o eupoi a x a l rcD-eia, I I I , 144.
E f ormul a che ri t orna i n Seneca, const. sap. 8,2. Pe r l a f usi one
dei concet t i di s opoi a e di e ^uui a, cfr. E pi c t . p. 406, 6 Sch.
(
3
) Cf r. poc o pi sopra (2,3) hanc stabilem animi Graeci
sedem euthymian vocant. Che Ci cerone, fin. 5, 29, 87, di ca
ille summum bonum s-9-uu.iav et saepe &au.[3iav appellai,
id est animum terrore liberum non vuol di re c he l a sua spi ega-
zi one si a ve nat a di epi curei smo (Si ef ert , op. cit., p. 5, n. 1) ,
ma sol o che rende l a coppi a et - oui a T\ 9-au.[ia, ment re Seneca
rende l a c oppi a e&uui a y\ ecj T&E i a .
(*) Il c onc e t t o non v a conf uso con i l t e ma di at ri bi co
del l a Sta<popta, che cosa di vers a. A l f r . B 1 4 6 D . si aggi unga
B 194 D. , al u,eY <xXai -xptyzic, arc TO J &e a&at x xaX x & v
apywv yt vovxat e quant o os s erva il Si ef ert , op. cit., p. 34,
l" proposi t o.
Panezio applica l' i ' aov democriteo; si veda Cicerone,
che condanna appunto il suo contrario: sunt enim qui
in rebus contrariis parum sibi constent, e cio voluptatem
severissime contemnant, in dolore sint molliores, glo-
riam neglegant, frangantur infamia; atque ea quidem non
satis constanter ('). L'espressione anneana ricompare,
in una forma sintetica pari a quella dell'autore romano,
con un sapore di yvc ^y] , nell'opuscolo plutarcheo: TO;
u.v otTS^vou? x a l voTjTou? rcsp TV pi ov. . . * ) u-v
e T U ^i a , !. 8z Su a x u y t a , Ta p a TTov Ta i S'u7c'u, -
cpoxpcov, f/,aXXov "' ' aTcov sv f xc poT po! . ? (
2
). An-
che il concetto eo inclinandum quo te vis ingenti
feret, oltre all' idea di sceglier la vita pi adatta a se
stessi, proprio di Panezio e corrisponde alla sua in-
terpretazione del {xoXoyou[j.vco? TY) cpo-et 9jv di Ze-
none e Cleante: c^yjv ? S s S o ^ v a ? /]{/.tv x
9Uo-(o? a<pop[Aa?. Infatti, come abbiamo visto, non ci
si deve opporre alla natura propria dell'essere umano,
ma, salva questa, necessario che propriam nostrani
sequamur e che studia nostrae naturae regula metia-
mur (
3
).
Ma quale era la posizione di Panezio nei riguardi
di Democrito ? Certo non possiamo attenderci da un
filosofo di personalit cos spiccata l' accettazione mate-
riale e totale delle idee del maestro d' Abdera; e ci
(*) Cic. off. i, 2i , 71 ; anche se il van Straaten non mette
il passo tra i frammenti di Panezi o, ci garantisce la sua ori-
gine il fatto che in esso si accenna a due dei difetti contro cui
pi caratteristicamente scende in guerra il Nostro, cpt.X7)8ovta
e cpiXoSo^oc.
(
2
) Pi ut. tranq. an. 5, 467 B. Il passo interessante:
si notino fianco a fianco queir rxvouq, che allude alla stoica
TSX
v r
l P '
O U
^ filosofia, e quell' vorjToui; dal caratteristico
tono democriteo. Val e la pena di citare anche le parole
che terminano la frase: xa oy *?JTTOV v rolq Xeyopivoi!;
.ya.&o'ic,. Caratteristico di Panezi o , come abbi am visto,
questo ritrovare in noi stessi l' origine del bene e del male.
(
3
) Cic. off. 1, 31, n o gi cit. Per il passo di Seneca, vedi
anche cap. I l i , pag. 244, e n. 2.
ancora pi inverosimile, se si pensa alla diversit di
scuola e ancor pi alla diversit dei tempi. Abbi amo
visto, d' altronde, che la definizione stessa di s &uui a
presentava un confluire di elementi democritei e stoici
amalgamati nella concezione paneziana del TX O?. Ora
qualche cosa ci possono dire su questo punto Plutarco
e Seneca e fors'anche Cicerone. Mentre Plutarco apre
la sua trattazione con la citazione di Democrito (B 3
D.), questo stesso passo appare invece in Seneca quando
gi l'esposizione sta volgendo alla fine ( 13, 1) : qual dei
due riproduca la disposizione di Panezio forse vano
cercare, tanto pi che gi Atenodoro poteva aver mutato
la disposizione originale. N l'uno, n l' altro dei nostri
autori s' accontenta di esporre la massima di Democrito
con cui, se prestiamo fede a Seneca, s' iniziava il suo
Ilepl s&utjUY]? entrambi aggiungono qualche cosa,
salvo che questo qualche cosa non uguale nei due. Per
me penserei che Plutarco abbia intensificato i toni svi-
luppandoli secondo idee sue : egli discute polemicamente
il concetto democriteo e lo accusa di falsit nel porre
l' eguaglianza a7i pai a = sfrou-i a, perch meglio si par-
lerebbe di fruu-i a, quando poi non succeda come al
vecchio Laerte, che pur vivendo ritirato in campagna,
ebbe molti dolori. Ebbene, il fatto di porre il concetto
di quiete su un piano di assoluta negativit ritorna in
Plutarco con parole molto simili a quelle di questo
passo, ma con un colorito nettamente antiepicureo (
2
),
quel colorito polemico che Plutarco prende contro la
7]o-uyJa di Epicuro in una serie di passi e di operette
morali. Seneca invece intende meglio la posizione di
Panezio, posizione che non di polemica, ma di preci-
sazione; le sue parole ci danno chiara l'idea di come
(') La questione, per, non ancor definita, tanto che
il K och non l egge coepisse, ma <prae>cepisse, che non ac-
cettato dalla maggi oranza degli editori.
(
2
) Pl ut. tu end. san. 23-24, 135 B.
Panezi o volesse il xa&9jxov come limite tra TtpaTTstv e
.7] izpy.xxziy : ubi nullum vero officium sollemne nos
citai, inhibendae actiones (
1
); ma che esso va valutato
secondo i rapporti di xaXv e di acrxpv lo dice solo
Plutarco. Infatti i turpiter occupati (
2
) sono la peggior
categoria di 7roXo7tpyu.ovE? : e questo , secondo Plu-
tarco, ci che pi contrario all'sftufxa, perch non
fare molte poche cose conta, ma il farle ?
acr/pc? (
3
). Per trovare in un unico testo raccolti i
due elementi bisogna scendere fino a Marco Aurelio,
che in un passo particolamente denso di reminiscenze
paneziane dice: ' "OX ya cpYjcrtv - zi
[xXXsi? su&u^Yja-siv". MTJTCOTS afAEivov xvayxat a T t pc r -
aeiv xa ocra ?ou cpucrEi TTOXLTIXOU Xyo? a-
pzi xa co? apel; TOUTO yp o U,VY]V TTJV
xaXco? TcpcrcTEt.v s&ofxiav cppee, XX xa TTJV arc
Xiya Tcpoereiv. T yp, cbv Xyouxv xa.
7ipcTC70[J.V, ox vayxai a ovTa l v TL? TCEPLXYJ, ea^o-
XwTEpo? xa ? ' ^, F a' poche cose, se
vuoi esser tranquillo, dice quel grande. Non forse meglio
fare ci che necessario e quanto la ragione del-
l' animale per natura politico sceglie con quel modo
in cui lo sceglie ? Questo non ci porta la sola sere-
nit che nasce dal compier le cose con decoro, ma
anche quella che nasce dal compierne poche. Poich
quando uno elimini la maggior parte delle proprie
parole e delle proprie azioni in quanto inutili, sar
pi quieto e pi pieno di sicurezza (
4
). Si noti
(') Sen. tranq. an. 13, 1. Ben inteso che qui officium sol-
lemne indica gli obblighi ordinari della nostra vi ta, cui non
dobbi amo sottrarci, perch non sono supervacua, ma necessaria
(cfr. Cic. resp. 1, 17, 27 sulle cariche politiche e militari).
(
2
) Sen. brev. vii. 7, 1. Il problema degli occupati sfugge
nel de tranq. an., perch Seneca ne aveva trattato apposi ta-
mente appunto nel de brev. vitae.
(
3
) Cfr. Pl ut. tranq. an. 2, 466 A.
{*) M. Ant . 4, 24, 1-3; a confronto si metta anche Sen.
brev. vit. 19, 1.
Conclusioni su Panezio
161
bene, tutto questo non tanto per democritea,
quanto per quella paneziana, come risulta chiaro dalla
conclusione di Plutarco alla correzione di Democrito.
Pi di tanto non ci dato, ma questo basta visto
che concorda con quello che possiamo ricavare sull'ar-
gomento dal de officiis di Cicerone (
l
) per convin-
cerci che la ripresa del vecchio ideale democriteo era
stata fatta da Panezio con la libert che il suo pensiero
esigeva.
* * *
La lunghezza di questa trattazione su Panezio su-
pera i limiti che erano nelle mie intenzioni; ma mi
parso non inutile fondare quanto pi e meglio possi-
bile la certezza che i brani riportati qualche pagina pi
sopra risalgono al maestro stoico. Raggiunta questa
sicurezza, solo ora possibile definire e valutare real-
mente la complessiva posizione di Panezio nei confronti
dell's&ufjua e della vita contemplativa. Panezio, dunque
pur non sostenendo l' innattuosit dell' uomo, pur sal-
vando la sua funzione di membro della civitas, vede
che l' umanit non conosce il aocp?, a cui si rivolgono
i maestri della Stoa, e si rivolge ai 7rpox7TTovT? (
2
)
per dare loro un insegnamento realmente pratico, in
cui valgono in sostanza gli elementi oggettivi della vita
(M Cfr. per es. i , 21, 7 1 .
(*) Ol t re Sen. tranq. an. 1 1 , 1 , Ci c. off. 1, 15 , 46 e piti
avant i Sen. epist. 116, 5 , ve di Sen. tranq. an. 7, 4: ubi enim istum
(= sapientem) invenies, quem tot saeculis quaerimus? Mi pare
che ques t a af f ermazi one si a suf f i ci ent ement e espl i ci t a e deci sa.
Va not at o c he t al e i nsi st enza non c ompar e sol o nel l ' operet t a
prat i ca di Pane zi o, ma anc he nel I l e p xa- B-y j x o vTcx ; : ha perci
una radi ce pi f onda di quel l o c he pu essere un i nt eresse
occasi onal e, f a anzi part e di uno dei punt i f ondament al i c he
ci del i neano il s uo pensi ero, c ome a bbi a mo vi s t o a p a g . 1 1 2.
Sul prof echi s v. l e pagi ne di W. Gans s , Das Bilci des Weisen bei
Seneca, Di s s . Fr e i bur g (Schw. ) 195 2, pp. 86-93, per quant o non
c onc or di c on l ' aut ore su al c une premes s e (p. 84). Ques t ' et i ca del
7rpox TtTei v f ar poi sent i re il suo i nflusso sugl i aut ori cri st i ani .
umana (
l
) : che cosa insegnasse all' uomo comune, pur
che fosse vir bonus, abbiamo ben visto. La morale indi-
viduale vive nell' intimo di ciascuno, non nel mondo
esterno: l dobbiamo cercare la verit e il bene, di l
correggere il male; in noi stessi, non nel mondo e-
sterno, che troviamo la tranquillit nata dalla nuvs-
GIQ (
2
) di azioni belle e di pensieri elevati, come pure
sempre in noi troviamo la forza d'animo che ci fa supe-
riori alle repulse politiche, agli scacchi della vita sociale.
Per questo occorre far poche cose e solo secondo la
nostra naturale disposizione, per questo bisogna lascia-
re ci che fuori di noi e in noi ricercare quella gran-
dezza che ci viene dalla rerum humanarum despicien-
lia (
3
). Questa la vera libert dell' individuo.
La vecchia s-9-uuia stata da Panezio rinnovata,
sistemata secondo le esigenze dei tempi nuovi: non
solo egli l' ha fusa filosoficamente nel corpo della dot-
trina stoica, cio di una delle pi attive di quell' et,
infondendola come contenuto in un pensiero attuale;
ma ha anche trasformato l'idea nella sua forma este-
riore. Panezio ha arricchito, nella sua operetta morale,
la trattazione dell' e^ufxta con quegli avvi va formali e
contenutistici che erano propri della forma letteraria
ormai in voga in Grecia (
4
) : il che non gli doveva
(*) van Straaten, op. cit. p. 194-95.
(
2
) Cfr. PI ut. tranq. an. 19, 476E- F. P unt o di partenza
di questo concetto di ouveat? Pl at. resp. 33oe-33ia, passo che
lo Ziieker, Syneidesis-Conscientia (in Jenaer Akad. Nrdev, 6,
1928), trascura. Cfr. anche cap. I l i , p. 238, n. 1
(
3
) Cic. off. 1, 20, 66.
(
4
) A. Ol tramare, op. cit., p.45, sostiene che anche il termine
s&ou-ta serve a indicare l' Siacpopta cinica della diatriba. E po-
trebbe essere, anche se non sono in condizione di confermarlo per
quanto io so; ma mi mette in sospetto sulla validit della sua
affermazione il fatto che egli vede nel TC. sS-uu-iac; di Pl utarco
<< le plus diatribique de ses crits . Di atri ba s anche se
l' Oltramare qual che vol ta la vede anche l dove si tratta sem-
plicemente di temi tradizionali assorbiti dalla retorica e dalla
retorica (che vuol dire cultura) diffusi per largo raggi o ,
ma temo che il non aver vi sto l' imitazione da Panezi o in questo
esser poi cos difficile, perch materiale democriteo era
penetrato della diatriba fin da Bione e anche perch
il filosofo d' Abdera, specialmente per la sua etica pra-
tica, per il suo disprezzo della ricchezza, per la sua
espressione ricca di aforismi, doveva essere diventato
scri t t o (come nei pochi al t ri , i n cui ne appai ono t racce, gi
raccol t e e messe i n l uce dal Si ef ert ) gl i abbi a f at t o credere
pur ame nt e di at ri bi co ci che democri t eo- panezi ano. Que s t o
s f rut t ament o di mat eri al e di at ri bi co da part e di Pane zi o ci
spi ega anc he c ome il He i nze abbi a c r e dut o c he f ont e del l ' opu-
scol o di Pl ut ar c o f osse Ar i s t one di Chi o. Ar i s t one era s t at a
figura t r oppo i nt eressant e e s opra t ut t o t r oppo v i v a nel mo ndo
di at ri bi co e ret ori co, speci e per i suoi f ort unat i s s i mi ' Ou,ot -
<[xaxa, perch Pane zi o pot esse sf uggi re non di co al s uo i nflusso,
ma al me no al l ' ut i l i zzazi one di mat eri al e suo. R i t e ngo di do ve r
ri port are qui i nt egral ment e una os s ervazi one del Phi l i pps on,
al qual e l a mort e i mped di port are a t ermi ne e di pubbl i c ar e
una ri cerca sugl i scri t t i eut i mi st i ci . Re c e ns e ndo YAntikes
Fiihrertum del Pohl e nz egl i di c e : Uebr i gens i st mi r zwei f el -
haf t , o b Pl ut ar c h i n II. e&. (und Seneca i n D. t r. an. ) Pa na i -
t i os ' gl ei chnami ge Schri f t unmi t t el bar be nut zt hat ; di e we i t -
gehende Ue be r e i ns t i mmung al l di eser Eut hymi e s c hr i f t e n de ut e n
auf ei nen vol ks t ml i chen T r a kt a t al s gemei nshef t l i che Vor l age ,
der ausser dur c h De mo kr i t und Panai t i os vo n der kyni s c h- s t oi -
schen Di at ri be beei nf l usst war (Philol. Woch. 1936, 745 -46). E
gi al cuni anni pri ma a v e v a s cri t t o: A u f di ese unmi t t el baren
Vor l age n hat si cherl i ch s chon di e kyni s ch- s t oi s che Di at r i be
ei ngewi rkt auf Panai t i os gewi s s nur i n geri ngem Umf a nge ,
wi e j a i n den Offi zi en der Kyni s mo s aus dr c kl i c h verworf en
i s t (ibid., 1930, p. 440). Su ques t a precedent e pos i zi one
posso essere anc h' i o abbas t anza d' accordo, non ne l l ' amme t t e r e
un t r at t at o popol are. Que s t o t r at t at o di at ri bi co do vr e bbe
essere post eri ore a Pane zi o, perch pr i ma di l ui non c ompa-
i ono che ben pochi degl i el ement i che ci i nt eressano, s oprat ut t o
l' s&uu.ta non nomi nat a; ment re si a i n Seneca, si a ancor
pi i n Pl ut ar c o essa l a base essenzi al e dei due t rat t at i . Qua nt o
poi al ri cco mat eri al e di at ri bi co, s ono c onvi nt o, c ome ho det t o,
ohe esso do ve va , dat o il c ar at t e r e del l ' operet t a, c ompar i r e
gi in part e in Pane zi o, t a nt o pi che, pri mo t r a gl i st oi ci
(sal vo f orse Cl eant e) , mos t ra di curare l a f orma dei suoi scri t t i
(Hi rzel , op. cit., I I , 35 4) : ci bast i i l gi udi zi o di Ci cerone, i l
qual e di chi ara ape r t ame nt e c he illovum ( Stoicorum) tri-
stitiam atque asperitatem fugiens Panaetius nec acerbitatem sen-
tentiarum nec disserendi spinas probavit e che fu nelle di scussoni
illustrior (fin. 4, 28, 79) . I n che cosa consi st esse, per qua nt o
ora ci i mport a, l ' i nnovazi one di Pane zi o, pure l o s appi amo
da Ci cerone: popularibus enim verbis est agendum et usitatis,
cum loquimur de opinione populari idque eodem modo fecit
Panaetius (Ci. off. 2, 10, 35 = fr. 62 v. St r. ) . Ci non vuo l
di re c he i n que s t o Pane zi o cont raddi ces s e al l a s ua ant i pat i a
il protagonista di pi d'una y^eia diatribica
forse superfluo insistere sul fatto che ora l' e&ouia ha
toccato un punto particolarmente delicato della vita
romana del I sec. av. Cr. : 'otium pi o meno volon-
tario.
L'intristirsi progressivo dei tempi aiut questo con-
cetto di e&uuia a farsi sempre pi largamente diffuso
talora secondo i dettami di Panezio, talora con atteg-
giamenti pi o meno liberi: ma proprio dal filosofo di
Rodi parte questo ideale che si spiega in cerchia sempre
pi larga.
per il cinismo; il linguaggio, lo stile diatribico veni vano ormai
diffondendosi nel mondo della retorica e della cul tura: anche
i raffronti aristonei del Hei nze mostrano di dove poteva gi un-
gere questo influsso formale. Sicch non necessario andare
a trovare altro stadio intermedio tra Panezi o e i suoi due imitatori.
Certo questi ultimi arricchiscono gli elementi diatribici, oltre
che per la natura stessa dei due scrittori, anche perch l' opu-
scolo paneziano aveva ormai preso tale diffusione da essere
assimilato a una diatriba. Quanto a Pl utarco, egli atti nge
frettolosamente a un gruppo di schede (cfr. tranq. av. i, 464 F),
che aveva raccolto sull' argomento dallo scritto di Panezi o:
se si fa caso alla struttura del suo opuscolo, si vedr che esso
ben congegnato nelle sue parti l, dove segue Panezio, non
lo nel resto; ma apparir anche quanto esiguo sia questo
"resto" che sarebbe solo diatribico e come in fondo non dica
nulla di sostanziale.
(') Nei brani scelti come pi caratteri sti camente pane-
ziani mancano abbondanti tracce di diatriba, appunto perch,
nei limiti del possibile, ho vol uto evitarli per non cadere sotto
l' accusa di prendere per paneziano ci che semplicemente
diatribico; ma leggendo i due scritti di Seneca e Pl utarco si
trovano tanti contatti di forma e contenuto che non sono
spiegabili soltanto coll' identit di materia, ma pi uttosto con
tratti gi presenti nella fonte comune (sia essa diretta o meno
per Seneca). Altri elementi che sicuramente compari vano nel
l l ep eftu^juac paneziano verranno messi in luce nel HI capi-
tolo, l dove tratteremo dei dialoghi di Seneca.
C A P I T O L O T E R Z O
I L I
Ci che ispira tutti i filoni filosofici e fa sorgere
imperioso il bisogno di una vi t a contemplativa negli
insegnamenti di Epicuro, come in quelli di Pirrone (
x
)
o di Ieronimo di Rodi (
2
), di Critolao, di Crantore, non
ultimi quelli di Panezio, non una necessit speculativa
che tutte queste scuole sorte o cresciute dopo la morte
di Alessandro sono poco speculative , ma il senso vi vo
del bisogno d' un rifugio fuori delle tempeste della vi t a.
Ecco che l' immagine del porto sicuro (XIU,Y)V) si trova in
tutta la prosa e la poesia di quest' et travagliata (
3
).
La poesia appunto ci testimone di questa ricerca :
l' abbandono del poema epico, l' avvicinarsi alla poesia
delle piccole cose, spesso come VEcale callimachea
di origine semplice e campagnola, il fiorire della poesia
borghese e ancor pi di quella bucolica, il formarsi di
quegl' intimi circoli poetici, in cui gli artisti si confortano
della loro amicizia, un complesso di segni sintomatici,
da cui si pu arguire il male di cui soffrivano i letterati
pi sensibilmente del resto dell' umanit, al punto da
(*) Ve di il breve accenno che se ne f ar pi ol t re a pag. 179.
(
2
) V. pag. 132; not o a Ci cerone per l et t ura di ret t a, c ome
pure ben not o ad Ant i o c o d' As cal ona, con l a s ua l arga cul t ura
e s pi ccat a personal i t (cfr. Dae br i t z, R. E . V i l i , 2, col . 15 6)
pot ave r e un i nflusso f orse sul suo cont erraneo Pane zi o e
c e r t o sul l a cul t ura del I I e I sec. av. Cr.
(
3
) Fors e mut uat a a Democri t o, essa si di f f onde cert o per
il canal e del l a di at ri ba s t oi co- ci ni ca; ma ci non mos t ra al t ro
c he anc he ques t a corrent e sensi bi l e alle necessi t del t e mpo.
restare influenzati nella scelta della loro materia (
x
).
Ragioni e pressioni sociali, oltre che economiche, fanno
nascere questo desiderio di ritiro (
2
): un bisogno di
calma, di quiete affiora spesso nella poesia ellenistica;
pi evidente il desiderio di 7] cu-/ia dai mali che tur-
bano l' anima (
3
), pace che non possibile raggiungere in
questa vita, onde la speranza di pace, il Xtu,y)v, si riduce
ad essere la morte. Per questo infatti la poesia cos
sensibile al bisogno di ritiro, al pessimismo, ne raccoglie
il tema, lo canta con tono dolente; ora pur vero che
questi poeti si muovono in un mondo culturale raffi-
nato, in cui la filosofia assorbita, studiata e discussa:
ma dire che la poesia ellenistica dipende nei suoi atteg-
giamenti dagli influssi filosofici cui esposta, non sa-
rebbe esatto. Nei comici pi che altrove la filosofia
lascia tracce e, per esempio, non si possono staccare da
essa versi come quelli di Filemone 6&e v 7t veo-#ai u,X-
Xov Y jSscot; yco 'yjiw TS [ xrpi a xau. epi u. vov 9jv f t ov
x a l ^T'yziv 7TXOUTV TE U,YJTS 7rpyu,aTa (
4
); ilpidelle
volte, per, si deve vedere solo il colorito esteriore che
si tinge delle sfumature proprie dei problemi filosofici.
Fra tutti gli elementi che appaiono nei nuovi poeti
quello che pi si formula su un fondo poetico il pes-
simismo ; prendiamo l'esempio di Filita : debole e a lungo
malato si trova fisicamente nelle stesse condizioni del suo
contemporaneo Epicuro, ma la sua intima natura non lo
porta a un'affermazione di quiete, di xaTao-xacn^, colma
di godimenti interiori, bens a un pessimismo malin-
(
x
) Cfr. Pohlenz, Die hellenistische Poesie u. die Philosophie
in Xpizeqfur Leo, Wei dmann, 1 9 1 1 , p. 83; Eohde, Der griech.
Roman, 1900, p. 127-28.
(
2
) Vedi I ntroduzione, pag. 1 7- 1 8; 21.
(
3
) Cfr. Philet. fr. 1 Pow. (detto degli dei) e meglio fr. 7;
Phanocl. fr. 1, v. 4 Pow. (della passione d' Orfeo); Callim.
A. P. 7, 277, 3-4.
(
4
) Philem. fr. 92 K . ; v. anche H. von Arni m Kunst und
Weisheit in den Komdien Menanders in Neue Jahrbb., 1910^
P- 241-53.
Contemplativit nella poesia ellenistica 169
conico e stanco, che aspira a una calma libera da do-
lore e da affanni (
1
). Qui non filosofia, solo persona-
lit, solo poesia; meglio di tutti lo mostra Leonida da
Taranto col suo pessimismo venato di sconsolata ma-
linconia, che non conosce sorriso: basti il bell' epi-
gramma che ha in s veramente della poesia, anche se
tetra, in cui la vita o-Tiyu/r) xal o-Tiyu//]<; et TI X
0
^
7
}
-
XTepov, per nullasoave, XX'x&pou .aTuyvoTepY] &av-
TOU (
2
). Il pessimismo un fatto generalmente diffuso,
se anche Callimaco, che in complesso poeta ogget-
t i vo, esce nell' amara considerazione e7iel #e<; oS ye-
Xacou xXaux u,ep7recraiv i^upoioiv IStoxev, che poi
si diffonde in t ut t a la poesa successiva (
3
). Il quadro del
pessimismo dominante nel I I I sec. av. Cr. pu essere
reso bene da un epigramma che va sotto il nome di
Posidippo :
IIOITJV rie, pUTOio Ta[X7] Tpi^ov; elv yopyj u.v
veixea xal ^aXe^al n p ^ i e e , ' v S Sfxoic;
9povTiSe<;" v S'ypoic; xau.<XT(ov Vkie,' v S "^aXdo-yj
Tap^o^* iz ^et vTj ? S',TT)V u,v XT)?
T l
So?,
yjv S' 7rop^<;, vtyjpv. eyeic, yu.ov; ox <xy.ipiy.voc
ZGGZVLV o yau,eet,c;; Xj fie, V pYjfxTepo^"
T x va 7cvoi, TzripiGic, cU ntxic, fioq' al ve xyjxec
acppove^, al TcoXta S''u,7raXt,v Spave^.
(') Si ve da l a t onal i t dei fr. 1,7 (parole di Ul i sse) e 11
Pow. ; ma non posso essere d' accordo con le concl usi oni del
Pohl e nz, art. cit., p. 1 1 1 - 1 2 .
(
2
) A . P. 7, 472; cf r. Gef f cken, Leonidas von Tareni, i n
Jahrbb. f. klass. Philol. Spb. 31, p. 128- 31.
(
3
) Cal l i m. fr. 298 Pf .
2
; il Pfei ffer, pur c i t ando gl i al t ri
passi i n cui si r i t r ova ques t o locus communis, si avvi c i na al l a
opi ni one del l o Schnei der, che s eguendo l o Schol . T a Z 484
i nt ende mat eri al ment e l ' espressi one ( TJ^K) yp TC XT}<; Si a x u-
aztc, xou yXcoxoi; x Sxpua yevCT&at.) : ma f acci o pres ent e
che l o schol i ast e i nt e pr e t ava sul l a base del t es t o che c i t ava,
ci o Imi *>e<; oS Y ^
a o e v
xX auxi , che non p o t e va dargl i
al t ro senso che ques t o.
9jv pa TCHV Stacroiv kvq at pyj cn?, yj x yEvcrfrai
[X7] S7roT' 7) T ftavstv a Ti xa Ti XTfXsvov (
1
) .
In dieci versi raccolto tutto il pessimismo sulla
vi t a: nessun genere di vita e di ritiro possibile al-
l' uomo come raggiungimento della felicit; sola soluzione
quella squallida che abbiamo gi visto : o non esser
mai nati, o morire appena venuti alla luce . Il Geff-
cken (
2
) esamina attentamente gli elementi diatribici
che compaiono in questa "Kurzelegie" e certo un in-
flusso delle correnti di pensiero della filosofia popolare
innegabile; ma non si possono dimenticare i prece-
denti poetici a cui questo poeta, come i suoi contempo-
ranei, si rifa. Teognide uno degli autori che ha consi-
derevole influsso su questa poesia per il suo carattere
pessimistico e per quella certa asprezza che piacer
molto anche agli autori della diatriba (
3
) : gi Teognide
aveva cantato
flvTCov fxv [X7] 9uvou my^ovioia iv pto-rov
[xiqS'cnSstv ay<; o<; Y JSXIOU,
' f u vr a 8'QTZLC, (xia xcc 7ruXa<; ' A t Sa o TrepYJcrat
x a l xeicT&ai 7t oXXY ] v y^v 7ra{XY )cy[Xvov (
4
).
Di questi versi il primo e il terzo erano riportati
anche nel Certame di Omero e di Esiodo, a cui si pu
credere che la redazione di Alcidamante avesse dato
una nuova attualit. Anche questo ci fa facilmente com-
prendere perch il tema fosse sviluppato epyao-Tt.xtd<;
da Posidippo e perch ai versi suoi rispondesse Metro-
doro (
5
), al quale, come scolaro di Epicuro, impor-
H A. P. 9, 359. Pe r i figli cfr. gi Eur i p. fr. 5 71 N
2
.
(
2
) Kynika und Verwandtes, Hei del berg, 1909, p. 7 sqq.
(
3
) Ve di l a not a del We l ke r a Te ogni de p. X C1 V.
(
4
) T he ogn. 425-28.
(
5
) A . P. 9, 360. A Pos i di ppo ri sponder, quas i mi l l e anni
dopo, anche Gi ul i ano l ' E gi zi o (A. P. 9, 446), me nt r e l o par a-
f raser ancora Aus oni o, idyl. 15 , 1 sqq. e 43 sqq. : l a concl usi one
t ava principalmente confutare quel pessimismo radi-
cale che conduceva al nullismo (
1
).
Senza pi porre l' alternativa tra nascere o morire
appena nati, anche Bacchilide aveva affermato &vaToioi
(XY) 9uv.at 9spio"Tov u.Y]S' eXiou Tupoo"t.Stv 9syyo<; (
2
).
Questo pessimismo non era sconosciuto ai grandi
tragici, se Sofocle aveva detto [XT] 9uvou TV ^avra vtxa
Xyov (Oed. Col. 1124) e a maggior conto Euripide
aveva insistito con tono pi pessimistico che T U.Y) ye-
verfrai . xpsoercrov Y) 9uvai PpoTolc; (
3
). Da tutta questa
tradizione trae alimento per il suo pessimismo la Com-
media Nuova: e se pur vero che noi ci poggiamo su
frammenti, che non ci dicono mai o quasi mai a chi il
poeta mettesse in bocca quella data espressione o come
venisse dall'insieme corretto il pensiero, l'insistenza stes-
sa ci fa sentire una certa compartecipazione dell'autore ;
o almeno ci assicura che il modo di sentire era quello
del tempo. Apparso gi in Filemone (
4
), esso si rivela
evidente in Difilo, che sente la vi t a piena di mali, da
cui solo ftvaToc; xafrTcep t arpc, 9avs ? ci libera (
5
) ;
anche Menandro si lascia sfuggire un senso di sfiducia
{homini... non nasci esse bonum, natimi a ut cito morte potiri)
ancor quel l a t e ogni de a; gl i st essi pensi eri i n Gr e g. Naz. carni.
7T. TWV xou p(ou Stv, 15 - 20 (P. ^G. L X X V , 779 Mi . ) .
(
x
) Bi gnone , Fra Epicurei e poeti, i n Riv. di Filol. 1924.;
p. 161. Ci non t ogl i e c he i vers i di Pos i di ppo si ano, c ome v i -
dero il Ge r har d (Phoinix v. Kolophon, 1909, p. 104) e il Geff-
c ke n, un doc ume nt o del pessi mi smo del l ' et e non un doc ume nt o
di pol emi ca ant i epi curea, c ome i n part e il Bi gnone vor r e bbe
ne l l ' a i , cit.
(
2
) B a c c hyl . 5, 160.
(
3
) Eur i p. fr. 908 N
2
; e di ri ncal zo xpocTicrrov s l vai 97)0.1
u,rj (puvat ppoxi (fr. 285) o anc he T V cpvxa S-prjvetv... T V
S' ao &avvTa xal TCVOV 7re7cau(xvov x
a
^PVTa<; ecpiqu.ouvTat;
sxTCu.7retv Su.fv (fr. 449), ques t ' ul t i mo gi c i t at o dal Pohl e nz,
art. cit.,p. 95-6.
() Cfr. i f rgg. 133, 15 8 K.
(
s
) Di phi l . fr. 88 K. ; v. anc he il fr. 4, 1. Ve di gi Ae s c h.
fr. 3 5 3 N.
nella vita attuale che si muta in un apprezzamento
particolare della vita quieta, del ritiro nei campi. Che
l' atteggiamento di questa poesia, nata dalle condizio-
ni di tempi in cui i begli ideali sono sfumati, che pur
non ignora il pensiero che fiorisce dagli stessi suoi pre-
supposti, non si possa definire come influenzata deci-
samente dalle correnti filosofiche, meglio ancora di
questo generico pessimismo pu dimostrarcelo la posi-
zione di netta misoginia (anche se in Menandro ci sono
nobili figure di donna) e di avversione al matrimonio.
ben vero che qui ci ritroviamo di fronte a un ele-
mento che poteva suscitare l' ilarit degli spettatori
senza grande fatica, ma troppe volte il colore della
frase troppo pensoso per ammettere che tutto fosse
detto per risolversi solo in un lazzo. Questa volta il
tema segna una ben connessa continuit fin dalla com-
media cos detta "di mezzo": Antifane aveva senten-
ziato t<; SCTTI T yafjistv ecrxaTov TO Suaru/el v (fr.
292 K. ) ; Eubulo come pure Aristofonte (fr. 5)
se la prende con colui che yuvatxa SsuTepo^'YYju.s perch
l'esperienza del primo avrebbe dovuto ben insegnargli
quale male sia una moglie (fr. 116 K. ) ; e lo stesso motivo
riprende Alessi (fr. 262 K. ) . Gi questo ci dimostra
che non siamo di fronte alla campagna contro il matri-
monio proprio di Epicurei, Cinici e Teofrasto, i cui
effetti si sentiranno, se mai, pi tardi (
2
); ma si tratta
di atteggiamento che scende direttamente dalla miso-
ginia euripidea (
3
). Questa stessa tonalit, diremo, eu-
ripidea compare ancora in Menandro:
(*) Ve di per es. fr. 462 K.
(
2
) Sal vo forse il cas o del fr. 62 di Anas s andri da, c he
una t i rat a cont ro il prender mogl i e : vi c ompai ono si nt et i zzat i
anche al cuni degl i el ement i che s appi amo usat i da T e of r as t o
(at t raverso Ge r ol amo, adv. Iovin. 313 D- E ) al medes i mo s copo.
(
3
) Cfr. anche Int rod. , pag. 26, n. 3.
o y<x.[Lzq, v vouv e/TK,
TOUTO xaxaX!.7r>v TV (3iov yeyu,Y ]xa yp
ax<;' Sia TOUTO aot. 7rapai.vw U,T) Y au,ev
E prima di Menandro lo stesso tono si pu ritrovare
in Filemone, sia contro le donne, sia contro il matri-
monio (
2
).
Significativo di questo sentimento proprio dell'uomo
sperduto in una natura ostile il senso cui abbiamo
gi sopra accennato, della morte come medicina e ri-
fugio di tutti i mali: ecco perci l' immagine del Xip^v,
il porto che conclude la lunga e tempestosa navigazione
della vita. Se anche qui i nostri poeti sono preceduti
da Sofocle, che parla di "AtSoo Xtu.7]v, ma come Suo-
x &apTo? (
3
), esso ricompare in uno dei frammenti sota-
dei, in cui detto che 7tvTcov >au,7)v TCOV [xepTccov
<9-vaT<; cmv (
4
); e si ripete due volte nel pi pessi-
mistico poeta di questa et, Leonida, la prima con
un asciutto xoivcx; 7rcn \i\xr p) 'AISY)<;, la seconda in
un intero distico:
Xeiu-piov to7]V 07raX.UE0, veto S'<; op^ov,
co^ XYjyco OEISCOV K pi Tou, zie, 'AISY JV,
(*) Men. fr. 65 K . ; lo stesso pessimismo contro il natri -
monio, sempre in vi sta della donna, nei frgg. 1, 302, 648, 650;
e contro le donne di rettamente v. i frgg. 652, 800, 801, 803, 804.
(
2
) Phi l em. frgg. 169, 1 71 , 1 1 7, 236, 239 K .
(
3
) Soph. Antig. 1284; gi in Aesch. Suppl. 471 Xiu.r,v
xaxtov (ma vedi anche per la morte il fr. 353 citato), per in
paragone con izi'ka.yoc,: il termine ha tanto pi fortuna perch
Xiu.rjv quello che in Epi curo appare usato per la vecchi ai a (S.
V. 17 : xa-9-aTrep v Xiu.vi Teli y ^ P
a
xa&tpu,ixev) a cui si contrap-
pone Bi one che con i mmagi ne eguale e opposto concetto dice
l a vecchi ai a opu.ov TCOV xaxtov (D. L. 4,48). 11 termine fortuna-
to gi unge fino a Cl emente d' Alessandria (protr. 12, 1 1 8, 4, p. 83
Stahl., che, con ben altro tono, dice xolq Xiu.eu xa&opui aei TWV
opavtv ; evi dente che s' al l acci ato al consueto paragone
diatribico tra vi ta e navi gazi one) e ai Cristiani. Cos pure 7rp<;
T V zrjq auvTj&ooq piXooocpioci; opfxov 7io8pau.ou.e&a di Proco-
pio (epist. 38, p. 546 H. ): ma vedi i beatos portus di Verg. ca-
teti. 5,8.
(
4
) Sotad. fr. 13 l' ow.
Fuggi la vita tempestosa, va verso il porto, come
me Fidone figlio di Crito, verso l' Ade ('). Quanto
questo tema, in cui poesia e cultura si uniscono, si
diffonda attraverso il suo inserirsi nelle consolazioni
provano Cicerone nel Calo maior (
2
) Plutarco nel
ITspt, efru[jua<; dov' aggiunto l'elogio del suicidio,
bench di solito negli scritti consolatori s'atte-
nui di molto il tono pessimistico che compare invece
in questa poesia : comunque qui come l la morte pa-
ce (
3
) ; e infine Favorino, per cui chi vi vr ossequien-
te alla divinit concluder il corso della sua vita
[eie, TV] Xiu-voc xXucnrov sSocijxovia^ (
J
).
un filosofo, Epicuro, che sostiene la stoltezza di
questa opinione, citandola attraverso un verso di Teo-
gnide (
5
): e come Epicuro risponde a Teognide, lo
scolaro prediletto, Metrodoro, risponde all' epigramma
di Posidippo (
6
). Come non bastasse, il tema di Posi-
dippo ripreso tre secoli dopo da un imitatore di Sotade
in un brano dove vengono elencate le melanconiche
(*) A. P. 7, 452 e 472 bis; l' uso di TCOCXE SO non cos
innocuo, c' il richiamo di Omero, 0, 275 TCOV 7rocXeuu.svoi;
&dcvaxov xal xrjpoc [xaivav (e cos altrove) : l' esatto ro-
vescio della concezione omerica, da sfuggire non la morte,
ma questa, vi ta che non d altro che tempeste all' animo e
travagl i al corpo.
(
2
) 19, 71 : aliquandoque in portum ex longa navigalione
esse venturas.
(
3
) Cfr. Pi ut. tranq. an. 17, 476 A - B ; ma Pl utarco stesso
altrove (1103 E) pensa altrimenti, per il che vi en fatto di pen-
sare che quel l ' atteggi amento sia preso per influsso della sua
fonte e del carattere particolare del suo scritto. Non sono alieno
dal credere che qui si presenti un elemento epicureo, riela-
borato dalla fonte, e che il suo seguito (476B) risenta dell'.-l-
pologia di Platone, co ne pensa il Pohlenz, Hermes, 40 (1905),
p. 288-89. La stessa i mmagi ne in Sen. ad Poi. 9,6: nullas portas
nisi mors est.
(
4
) Favor. II. cpuyrjs, FVG. 1 1 , c. 25, 24-26. Non si scordi
il passo di Cl emente ci tato poco sopra in nota.
(
5
) Epi c. epist. Menoee. 126; il verso di Teogni de il
v. 427.
(
6
) Per la risposta di MetroJoro in A. P. 9, 360, subito
di segat o ai versi di Posidippo, vedi anche pag. 171 e n. 1
conseguenze di ogni buona qualit o condizione della
vita umana, sicch grande guadagno l'esser senza
dolori per un sol giorno. Cos, a distanza di secoli, lo
stesso atteggiamento di pensiero persiste insistente a
darci un quadro sconfortante della vita (
]
).
pur vero che questa insoddisfazione della vita
ben poco lontana dall' incontentabilit della propria
sorte, dal desiderio di continuamente mutarla. Anche il
tema della fxejx^t-fxot.ptoc, che nasce dallo spirito di
Bione (
2
), un elemento che mostra l' uomo stanco della
vita e fa vedere accentuato il senso di disorientamento:
anche l dove di vita ritirata non si parla, anche quando
forse non ci si pensa esplicitamente, s'infiltra lo scon-
tento, l'osservazione amara dell' incapacit della vita
a soddisfarci. Fat t i del genere erano stati certo colti
dai Cinici (
3
) e il fatto stesso che l' Antologia Planudea
aggiunga per l' epigramma sopra citato al nome di Posi-
dippo quello di Cratete ci indica non che Posidippo
non ne l'autore, ma che gi gli antichi sapevano bene
di dove aveva avuto origine questo tipo di riflessio-
ne (
4
). Abbiamo gi osservato che il tono di questa poesia
non si rifa a determinate e proprie scuole filosofiche,
ma un fatto che attinge al patrimonio della diatriba,
le cui dottrine erano logicamente molto pi elastiche
e i cui procedimenti passavano grado grado nella re-
torica. Appunt o per questa elasticit, anche riguardo
ai problemi che hanno stretta attinenza con la vi t a
contemplativa, vediamo tra i suoi esponenti posizioni
contrastanti; tralasciando quelle dei fautori del rrpax-
f
1
) Sot adea, fr. 6 Po w. ; il v. i o s uona yju.pa<; (itoti; Xu7uoc
U. S Y ' <*TI xpSoq. Pe r l a dat azi one, ve di Wi l arnowi t z, Hermes,
33 (1898), p. 5 4.
(
a
) Gef f cken, Kynika cit., p. 8-9.
(
8
) Cf r. Tel es , p. 43, 1 e 49 H. per es. ; cos per l ' i nsazi a-
bi l i t dei desi deri , Tel es , p. 32, 5.
(
4
) A nt h. Pi an, ol 8 1 ) <; xuv i xo u; cf r . Gef f cken,
op. cit., p. 7-8 e Cr at et . fr . 7 Di el s.
xiy.bc, fioc, sappiamo che si faceva dire da Cratete ai
compagni cpi Aoerc^eLTe x a l [ir\ Tzo'kixt\)ZG&e, perch
meglio ci che insegna agli uomini a non peccare, di
ci che li costringe a non farlo (
1
). Pure Bione, che del
linguaggio diatribico cos grande diffusore diretto e
indiretto, ci offre degli spunti significativi per l'ideale
di -/jo-u/ t a attraverso la sua polemica contro l'inconten-
tabilit della propria sorte : l' uomo della strada di che si
lamenta? vuv S, <py)o"tv, pUcoro? pi o?, c r r pa TEi a , Xei-
Toupyia, TcoXi xi x 7rpyu,aTa, ayo'KLGa.i o x ecmv e
ancora: vvjp y yovs x a l xu. ei " aT paT s s t , x a l Ttps-
o- pusi U7cp TY J? TcXeco?, TcoXiTeusTai, oT paT Yj y e l , / o -
pyjyei, ycovo^ETet' f xaxapi ^ei x s t v o v TOV fi i ov, ov
rcai ? tv pl coos (
2
). L' ideale di questi infelici, dunque,
ay;oXeiv e la loro vita cos stolta che ad essi pare
che solo ritornando bambini sia possibile ritrovare la
quiete; solo il vero saggio cinico che trova la sua
quiete senza bisogno di ' rimbambire' . Infatti e Sa t -
{xoviav Se TaTvjv e l v a i aXTjftivYjv T TY ]V St v o t a v
x a l TT)V <\)uyy]V el I v r\Guyi<x x a l IXapTYjTi Si a r p t e
^eiv (
3
). Ecco perci che Diogene l' ideale deH' aTpxY]?,
vi vo rappresentante della libert dell' individuo, che
sciolto dai legami dello stato, della societ, delle con-
venzioni raggiunge la salvezza ritornando alla natura,
termine opposto della civilt umana, simbolo di rovi-
na (
4
). La sicurezza con cui i Cinici affermano la loro tran-
quillit di vivere tranquillit che anche spregio
H Ps . Crat. epist. 5, p. 208 H. : la lettera non certo di
Cratete, ma il pensiero in essa contenuto cinico. V. del resto
anche n. 83. Al tro atteggi amento cinico contrario alla vi ta
politica in Varronc, fr. 452: lume vocasset e liquida vita in
curine faecem.
(
2
) Teles rei. p. 42, 10 e 50, 14 H.
(
3
) Diogenes apud Stob. I V, 906, 15 H. Si ricordi anche
Ps. Crat. epist. 7, p. 208 H. Sov yjpsu.Eiv, che potrebbe, per,
essere elemento del nuovo cinismo. Svariati di questi elementi
varranno anche per il saggio stoico, che questa la vi ta dello
CTCOUSOCTCX;.
(
4
) Wendl and, Die hellev. rbm. Kultur cit., p. 76.
della vita, come per Diogene di fronte alla morte (
x
)
e l'esempio pratico della vi t a quotidiana, massimamente
rappresentato da Diogene e da Cratete, esempio che
rende superflui insegnamenti teorici regolarmente costi-
tuiti a dottrina, acquistano loro un cerchio d' attenzione
che s'allarga sempre pi. Diogene non per nulla , con
Socrate (ma Socrate ormai un Diogene ante tem-
pus (
2
), autorevole antesignano della corrente cinica), la
figura predominante in tutta la letteratura dei secoli
successivi gi gi fino ai retori della seconda sofistica
e oltre ; naturalmente il fatto che non abbia lasciato nes-
sun nuovo insegnamento, ma sia stato il rappresentante
di un modo di vivere, il fatto di aver dato origine, con il
suo atteggiamento riguardo alla gente, a una nuova
) di versa da quella platoni ca e desti nata per
il suo tono vi vace e pungente, mosso e nuovo ad avere
grande fortuna, contribuiscono non poco a dargli
quell' universalit di cui gode. La spinta definitiva alla
sua fortuna la dar lo stoicismo, quando si impadro-
nir in blocco della sua figura e del suo modo
d'espressione. Il disinteresse per le questioni politi-
che Diogene l' aveva gi trovato in Antistene, che
aveva affermato TV crocpv o TO ? xe i u- vou?
VJJLOU? 7roXt,To"o' 0' ai, TOV TYJ? ^ ,,
che il saggio non governer secondo le leggi costitui-
te, ma secondo quelle delle vi rt (
3
), il che non
un' aperta rinuncia alla vita politica, ma come
conferma il raffronto con l'epistola pseudocratetea poco
(' ) Ci c. Tusc. i, 43, 103-04.
(
2
) E l o st esso si di r di De moc r i t o, Pl at one, Pi t agor a
e al t ri rivestiti chi pi chi me no di panni ci ni ci nel l e epi st ol e
l oro f al s ame nt e at t r i bui t e ; il? col ori t o pi bl ando l ' hanno,
c ome l ogi c o, quel l e di Pi t agor a e del l a s ua scuol a, che sen-
t i va no sol o un i nf l usso l ont ano (non si di ment i chi il rifiorire
del neo- pi t agorei s mo, che ai ut a a cons ervare una pat i na pi
" ge nui na " agl i scri t t i at t ri bui t i per f al so al maest ro) .
(
3
) D. L . 6, 11.
sopra citata un chiaro ritirarsi in uno stato ideale;
Diogene pi esplicito : lodava chi stava per sposarsi
e non si sposava, chi stesse per navigare e non navi gava,
chi stesse per prendere parte al governo della
citt e non vi prendesse parte, chi stesse per
allevar tgli e non li allevasse e chi disponendosi a
vivere al seguito dei sovrani non si recasse presso di
loro (
1
). Il matrimonio, anche quando non avversato,
visto come un fatto puramente fisiologico, come pu
mostrarlo il modo in cui Cratete intende la sua unione
con Ipparchia; ma spesso visto come nocivo legame:
Bione, riducendo tutto alla forma di una xpzly. diatri-
bica, dir: v [xzv YTJJXY)? a a/ p v, scozie, TTOIVTJV, v S
XOCXYJV, zc]zic, xoivyjv, Se la prendi brutta, la sconterai,
se bella, l' avrai in comune (
2
). Infine da Antistcne
scende un rivoletto, che si ritrover ingrossato da altre
correnti consimili, cio il Svao-D-at. auTtp fxiXslv come
frutto della filosofia; differente da quello delle scuo-
le dogmatiche, se a quest' affermazione dobbiamo
aggiungere il principio di Diogene che tutta la no-
(' ) D . L. 6, 29: sTT7)vst. T O ? u. sX X ovTa<; yau. i v x a UT}
y a u , e i v , xal xoq [j . XXovrac; x a vc c nXe v xal u.7) x a T a ^ X e i v ,
x a TO C; fXXXovTac; 7 r o Xt Tsu so i 9- ai x a u.7] TroXi Teusat - ai , x a l
loc, 7rai8oTpocpEiv x a [ir, Trai SoTpocpel v, x a TOUC; j r a pa a x s ua -
C^o[i,vou<; cruu-Pi ouv TOTC; Su v a T a i c ; x a (JLTJ 7ipoeuvTa<;. Que-
st' ultimo tema riecheggiato da Filemone, fr. 97: aX c; -9-Epa-
Tresiv 8' I CTTI V, jxo S O X E L , / 7) c puySoi ; 75 ~ E I VCO VT O C; TJ
[laaiifiou. Il tema riappare in Seneca anche prima delle espe-
rienze personali.
(
2
) D . L. 4 , 4 8 ; l' arguzia riferita (anche dal Laerzio)
ad altri, oltre che a Bione, per es., ad Anti stene: rimane, per,
sempre nel caratteristico ambi to della diatriba, specie per il
contrasto dei due termini accostati e per Vannominatio. Che
avesse un' origine pi antica di Bione ci mostra anche Anas-
sandrida, che contro la moglie dice tra l' altro X X ' s X a Ps v a -
a ^ p v ' o fkcoTv E CT T ' E T I , / o S' E' CTOSOC; T Ttapirav ze, TTJV
o x a v. / X X ' E X a ^Ev p a i a v TIC,' o S v ytverai / [JLCXXV T I T O U
yTj j xavTOi ; 7) TCOV Y E L T VCO V (fr. 52, gi sopra citato). 11 primo
passo forse quello che accennato in Senofonte, Symp. 4 , 3 8 ,
alla preferenza da dare alle donne brutte o da conio. Gellio,
N. A., 5, 1, .1-2 (da Favorino) attribuisce il detto a Bi ante.
stra vita deve essere sotto gli occhi di tutti (sv TW
[xo-cp) (
1
) .
Un atteggiamento interessante presentano anche
quei cirenaici che nel corso del III sec. tendono al ci-
nismo; senza soffermarsi a mettere in evidenza il loro
pessimismo che culmina neh' ' A7i oxapTept ov di Egesia
Ttsi cu&vaTo?, vai la pena di ricordare come Teodoro
l' Ateo, ad esempio, sXsysv Ss x a l soXoyov el vat. TV
(TTCOuSalov U7tp tr]c, TcarplSo? 17] ^ ayayE i v aoTv,
diceva logico che il saggio non dia la vita per la pa-
tria perch non bisogna rinunciare alla propria sag-
gezza a pr' degli stolti (
2
).
il momento, del resto, in cui quasi tutte le scuole
filosofiche sentono il significato del ritiro e della quiete
spirituale, o, l dove le dottrine si conservano attivi-
stiche, vediamo almeno farsi ritirata e in quiete la vi t a
del filosofo ; questo caso quello di Arcesilao, il quale T
TTOCV Svj Si rpi ^s sv ' AxaSrj j j ua, TV 'TroXmo'u.v xTOTu-
tov (
3
) ; il primo, invece, quello degli Scettici, che
hanno di mira, non senza influssi democritei, la yjps-
[jua, con tanto calore che Antigono di Caristo fonte
del Laerzio dice Timone x a l cpiXx-yjTtoc; ocpSpa x a l
(*) D. L. 6, 6 per Ant i s t ene ( che l a sol i t udi ne si a un bene
sol o per il saggi o si r i c a va dal l a / pe t a che S eneca, e pisi. IO,I,
me t t e in b oc c a a C rat et e, a proposi t o di un gi ovane che si ri -
t i r a va in se st esso: cimi homine malo loqucris); id. 6, 69 (ed
E pi c t . 3, 22, 13) per Di ogene. Cfr. a nc he pag. 269.
(
2
) D. L. 2, 98; il saggi o, a ppe na si a ) ?, n on h a pi
bi sogno di ami ci a ppunt o perch autosuffi ci ente. E evi dent e
nell' etfXoyov \ir l ^ a y a y e v ocuxv l o s punt o pol emi co c o nt r o
l a eXoyo ; ^aytoy/ ) s t oi ca: t a nt o pi s apendo che gli S t oi ci
sXyco^ t paai v ^ayei v (3ou T V ao<pv, x a l ui cp
^ 1 8 < ; xa l jzkp <piXo>v ( D. L. 7, 130; I I I , 757 A r a . ) . Aggi unge
il Laerzi o (2, 99) el vat 8 T V x au- ov: dunque c os mo-
pol i t i smo e i ndi vi dual i smo, c o me a v e v a vi st o bene il We ndl a nd,
s b occano al l o st esso ri s ul t at o del l ' autosuffi ci enza e del l ' i ndi -
pendenza dal l a vi t a del l a pol i s. De gno di un ci ni co l ' at t eg-
gi a me nt o di T e o do r o da va nt i a Li s i ma c o che gli mi nacci a l a
mo r t e (Ci c. Tuse. 1, 43, 102 e 5, 40, 1 1 7; S en. tranq. ari. 14, 3).
(
3
) D. L. 4, 39.
iSioTzptxYyLtv (
1
). Sono essi che trovano felice l' uomo
xapxto? Sis^ycov x a l v 7)o-ux,la x a l yaArjvxY jxt, xa-
9-eo-xc? (
2
). Se si pensa infine alla posizione dei Cini-
ci che ora abbiamo visto e che destinata attraverso
la diatriba a circolare per tutta la cultura ellenisti-
ca e romana, ci si pu fare un quadro di quelli che
erano gli influssi non direttamente letterari che la
letteratura sub durante l' et ellenistica (
3
);
Il tema antistenico del laureo (xiAeiv prelude alla
pyjfjua, che pure appare nella commedia e ha un lon-
tano fondo filosofico, se ancora la vediamo talvolta
ironizzata dai poeti: epsxi xv sl vat epaenv XTJV epr)-
puav 01 x? 9pu? ai povxs ? (
4
). Ma quando Teocrito ci
dice [X[juv 8' aerovia uiXoi, a noi stia a cuore la quie-
te , non solo vediamo qui riassunto un suo ideale di
vita poetico, se pur altrettanto teorico quanto quello di
Zenone e di Epicuro (
5
), non meno sincero e sentito ; ma
anche dato il carattere bucolico della sua poesia, scorgia-
mo che questo ideale si fa concreto in immagini di pyj-
{jia, di quiete agreste, dove la pace della natura concilia
(') D. L . 9, 1 1 2 ; cfr. 9,64 y.o ^Y jXcoxi; 7roXXo<; e l ^e
(Pi rrone) T T J ? (X7TpaY(iOCTuvTj(;. Di Fi l one d' At e ne il L ae r zi o di ce
c he x 7rXet(TTa auToS St eXyeTo (9, 69), ri cordando cos le
parol e di Ant i s t ene.
(
2
) T i mon, fr. 63 D. ; cfr. anche fr, 64. Ve di anche le poche,
ma bel l e pagi ne del Pohl enz, Das Lebensziel der Skeptiker,
i n Hermes, 39 (1904), p. 15 sgg.
(
3
) Not e vol e che un apof t e gma post o i n bocca ad Ant i gono
Go na t a (Ael . V. H. 2,20; Wi l amowi t z, Antigonos v. Karistos,
p. 232, n. 66) di ca T7]v Paoi X et av. . . evSo^ov e l vai SouX ei av.
s egno del l a di f f usi one nel mondo cul t ural e di un' avvers i one
al regno, il f at t o che il s ovrano s t oi ci zzant e esca i n una mas s i ma
cos i n cont ras t o ai pri nci pi del l a scuol a pref eri t a.
(*) Men. fr. 39 (dal l ' Andri a) ; Terenzi o, Andr. 406-08
(venit meditatus alicunde ex solo loco: orationem sperai inve-
nisse se qui differat te), sci ogl i e l a si t uazi one ed el i mi na l ' al -
l usi one ai filosofi (ol rq 9pu? aKpovxe?: cfr. anche fr. 460, 1),
perch i n Menandro do ve va appari re come c o mme nt o i nci -
dent al e al l a s i t uazi one del ve c c hi o Si mone.
(*) Theocr. 7, r 26; cfr. Pohl enz, Die hellen. Poesie cit.,
p. 104.
La "beata soludo" in campagna 1 81
la tranquillit a un animo otiosus. Direi, per, che
forse ancor pi interessante riscontrare nella poesia
comica la stessa identit tra p vj ^i a , -/ jo-u^a e y p ? :
Mentre nei poeti della commedia di mezzo troviamo
l'esaltazione della campagna perch misericordiosa-
mente salva dallo spettacolo pubblico della propria po^
verta (*), il tono pi spiccato in Menandro:
co? 7] pucTouvTi TOU? cpaX ou? rpnovc
pvjjjua, x a l TCO [xeXsTcovTt. [XTQSS v
7xovyjpv i x a v v XTYJU/ ayp? Tpcpcov x a X c o ? .
x TCOV o^X cov Se T)XO?, r) r e x a x rcXiv
auTY) Tpucp-y] Xp.7ret, u.v, ? 8' X i yo v y^pvov,
Quant' soave per chi odia i cattivi costumi la soli-
tudine, e che idoneo possesso per chi non pensa affatto
a cose malvage un campo, il cui reddito sia buono !
Dalla folla invece si hanno solo contrasti e questo lusso
cittadino sfolgora s, ma per poco (
2
). C' da chiedersi,
piuttosto, se, quando Menandro riprende temi gi noti
alla commedia di mezzo, non ci sia una garbata iro-
nia nei riguardi dell' epicureismo; si vedano ad esempio
i v. 79-82 del Tscopy?:
8[si yp r Ti X ouTe Jv aco?
r) vjv 7r[ou] xr u, [ pi r upa?] x[ ou] Sucnruxstv
7t [o] XXo? TI? c\zi TOO? pcovTa?' SCTT S
ypo]? et? T TOCOOVSXTV r T'prjjxia.
(*) Amp hi s , fr. 17 K. el - r' o/ xpuc ov axi rapay^'
prjuia; / TuaxYjp ye xo yjv axi v a.v&p>noic, ypi ; , / rcevav
Guyxp7TTei.v ercoTaTai u-vo?, / c x u 8 8-axpov x ux l a ?
aacpouc; yu-ov (al v. 2 per 7rax7)p il Ko c k bene pr opone va
crtoxrjp, per vi a del l ' art i col o; aggi ungo, anc he per vi a del s ens o:
il c ampo ot ^Ei , non ysvvqc l a vi t a del l ' uomo) . L o st esso t e ma
i n Menandro, fr. 406 e poi i n L i ba n. VI I , 358 F.
(
2
) Men. fr. 466 K. ; per il v. 3, cfr. i v v . 35-38 del Tecopy;
(Pap. Ge nav. 15 5 = fr. 96 K. ) , e i l fr. 105 di Fi l emone. Ri pr e s a
mol t o generi ca di 7)80 del v. 1 il fr. 795 g^e i x i T rtixpv
x % yecopyta<; yX ux. I pri mi vers i di ques t o f r amme nt o t r ova-
no un l oro c ompl e me nt o nel fr. 408: cp' ICTTIV peT}; x a l fitou
Si SaaxaAoi ; / i X eu&spou -roiq 7iaai v^pcTCoit; ypq.
S , vivere in campagna (cpi Aot ypei v) , vivere v spyj-
liitx, Aa&stv pitaavTa, tutte queste sono belle cose filo-
sofiche ; ma che c' in realt ? Solo il desiderio di na-
scondere la propria miseria, la propria povert agli occhi
dei molti ; ed ecco che quello che era un tema gi noto
alla precedente commedia, con un tocco leggero divie-
ne ironia sulla filosofia che pi umanamente indulgeva
alla comprensione delle debolezze umane: e le parole
in bocca a Davo hanno un che di sentenzioso che le
rende pi scherzevoli ancora.
Dove siamo sicuri di non aver a che fare con un
sia pur lontano riflesso filosofico nella poesia bucolica.
A questo proposito mi piace soffermarmi un poco pi
ampiamente su quello che diventa in quest' et un locus
communis della poesia e, come vedremo, lo sar se non
ora, poco pi tardi anche della retorica; intendo dire
della siesta in campagna sotto un albero, presso una
fonte, sdraiati sull' erba: questi sono i tre elementi del
tema che in una larga serie di passi si accompagnano
costantemente, e in pochi altri, in cui l'accenno di sfug-
gita, solo o l'uno o l'altro di essi appare. La sua ori-
gine molto lontana: gi la grande epica lo aveva
conosciuto ed Omero in brevi tratti ci schizza il qua-
dretto:
a r p TUI x p x o ? Allevo? ps i f A a v uScop,
xp-yjvT] u7r o-7Ttou?* TTsp 8' a l ' ye i p o t Ttscpuacnv (
l
).
Pioppi e non platani, come troveremo altrove; l'erba
sottintesa, ma certo fa molle il prato in cui i piop-
pi frondeggiano e certo su di essa Odisseo e i com-
pagni si sdraiano a dormire (7ro(3piavT? v. 1 5 1 ) .
In Esiodo il quadro si sviluppa con un tono pi
campestre che avr gran fortuna nella poesia
(*) Hom. , 1, 140-41 ; uno spunto anche in x, 107 sic,
xprjvrjv xaxePyjaaTo xaXXipe-9-pov.
successiva , salvo che la scena si svolge in un
angolo ombroso sotto un masso (
l
). Nel mondo della
tragedia porta il tema Euripide, facendone uno dei
desideri del sognante delirio di Fedra :
TTCO? v Spocrspoc? arc xpr\vl8 oc,
xaO-apcov uSr c o v 7i co[x' puaai [xav,
UTC T' ystpOL? V T XOfXY)TY ]
Xstu.covL xAt ^s Zo"' va7rauaai u, a v ;
Una volta che il tema ha preso a diffondersi e la
sua diffusione ha luogo solo con l' et ellenistica ,
ogni poeta si lascia andare a variazioni che nascono
dal suo gusto e da esso sono spinti a riprender que-
sto oppur quel particolare della tradizione (
3
). Non
star qui a soffermarmi ad elencare i passi di Teo-
crito, di Mosco, e d'altri (
4
), ma vorrei ricordare
come torni anche l dove il mondo artistico non
schiettamente bucolico e sia naturalmente sfrut-
tato spesso nell'Antologia Palatina, come tema di
genere, fino a Mariano, che canta il boschetto di Eros
ad Amasea dove soffia lene lo zefiro, dove il prato
fiorito e sgorga una dolce sorgente (
5
). Con logica
H Hes. O. et D. 582-595 ; al v. 589 TcexpociY]... a x i r j e
(
v
- 593) v crjayj u.vov; (v. 595) y.pr\vy\c, r' evou xal 7rop-
purou. Vedi l o ripreso, per es., in A. P. 10, 12, 5-6 (adespoto)
e in A. PI. 4, 230 (Leonida).
(
2
) Euri p. Hipp. 208-12. Il tema omerico ha per me, in
Euripide, solo interesse in quanto tema poetico (K al kmann,
De Hippolyti Euripidei quaestiones novae, Bonn, 1882, p. 7 sg.
ha presente pi uttosto vv. 75 sqq.).
(
3
) L. Castiglioni, Decisa forficibus V I , in Rendic. Ist.
Lomb. 82 (1949), p. 138.
(
4
) Theocr. 7,6 e 135- 37; 5, 45"49. i
n
cui si descrive l ' am-
biente nel quale vi ve Comatas; v. anche 22, 37 sgg., che sem-
pl i cemente un' s^epyacua descri tti va; Mosch. fr. r, 1 1 - 1 3,
particolare vicino per l' accenno al sonno a Hor. epist. 1, 14, 35
e a Opp. Cyneg. 2, 34, citati da L. Castiglioni, l. cit.; A. P.
16, 227, 5.
(
5
) A. P. 9, 668 *H xocXv aXaoc, " E p c o T o ? , TCOU xaA
SvSpsa TOCTOC / TrpyjUi; izinvcitov f Acpi Sove Zcpupoc;" / yj x
1 x a
^
pcnfjei? u.apuaaToa avO-eai X ei u. cv, / TTOUXV loarecpvcov
vari alio l'albero non sempre lo stesso, ma accanto o
in sostituzione del pioppo o del platano che nella tra-
dizione aveva preso un certo predominio, troviamo un
altro albero, spesso il pino, ma anche l'alloro (
1
):
tutti i termini che il tema esige troviamo in Ni-
cia (
2
) e in Ciro, col rimpianto della vita dei campi nei
confronti delle sciagure che la vita politica della citt
porta con s (
3
). Anche Giuliano Egizio sente con toni
tradizionali la pace della vita di campagna in contrasto
alla vita di citt; ma questo ci porta ad un tema di cui
abbiamo gi trattato (
4
). Lo stesso tema era gi in
Filita nel rapido accenno &pr io<xa d -0Li rcaTvco ypai f l
u7ro (
5
), ripreso da Ermesianatte a proposito del poeta di
Cos con 7T 7i XaTavw Bi .TTiSa (xoTc^ovTa #- 07JV (
6
). Il
platano mi riporta all' altro aspetto del problema: per-
ch non solo i poeti ellenistici, cui tengon dietro tra i
xau.ov dcvel? xaXuxtov / xa yAuxsprjc; xpiazoi'/^oq sTusu-paSv
aXXot; 7r'aXXcp / [iccazc, va&Xipei ysu- axa Na' iSoc. Per la
mossa iniziale, cfr. anche Satyr. A. P. i o, 13, 1.
(') U pino in Leoni da, A. P. 6, 334; Moir, A. P. 6, 189
con in pi il fiume. Al trove il boschetto, senza maggiore
indicazione: come per es. in Mariano ora ci tato; in Satiro,
A. P. 10, 13 s' accenna agli allori, all' acqua sorgiva, al fitto
ombroso boschetto.
(
2
) A. P. 9, 315 " I ^ E U UTC' ye poi ai v, imi -J.L[J.ZC.. vfrS',
SLTOC, / xa TCT&'aaov cov TuSaxoc; u-sTpa?.
(
3
) A. P. 9, 136; non tragga in i nganno il Biese, Dcr
Naturgefllhl bei der Griechen, 1882, p. 1 1 4: non si tratta di
senso poetico del ritiro dalla vi ta cittadina, ma di un' amara
constatazione, esperimentata dal poeta che sta andando in
esilio.
(') Iulian. A. P. 7,586. Dal l a poesia e da sentimento diffuso,
il tema letterario di venta un tema pittorico, come mostra,
oltre al vecchi o Helbig, Untersuchungcn iiber die cani puniscile
Wandmalerei, Lei pzi g, 1873, p. 280-301, specie p. 292, L.
Curtius, Die Wandmalerei Pompejis, Lei pzi g, 1929, p. 387-88
(e le illustrazioni no. 1279, 1017 e meno significative per il
nostro tema particolare 1205, 1558, 70, 549, 1053, 1183,
1^56, 1370, 1585 Hel b. , 208 Curt. ).
(
5
) Philet. fr. 14 Pow.
(
6
) Hermesian. fr. 7, 76-77 Pow . ; il ravvi ci namento
gi nel Pohlenz.
Romani Tibullo, Virgilio, Orazio toccan questo
tema, ma esso appare anche nella prosa. Ritengo che
la sua origine, visto specialmente in quale prosa esso si
ritrova, possa risalire al famoso passo platonico, in cui
Fedro dice a Socrate, il quale cerca un luogo dove se-
dere ev Tjtruyja, che sotto una u^vjXoTaTTjv TrAravov
c' ombra e brezza, c' erba per sdraiarsi; n manca una
fonte gradevolissima d' acqua gelida che scorre sotto
il platano (
2
). Il passo rimase giustamente famoso
nell' antichit, per cui io non sono alieno dal credere che
l'insistente presenza del platano in certa poesia non sia
estranea all'influsso esercitato da Platone, l dove si
volesse accennare a poesia meditativa, o a quiete senza
turbamenti (
3
). Certo un influsso platonico si deve
(
J
) Ti b. i , i , 27-28 sed Canis aestivos ortus vitare sub umbra
arboris ad rivos praetereuntis aquae, dove l' accenno alla cani-
cola gi greco, cfr. Hes. /. cit. : altrove x a uu- a 8' T T O pi v o t o
cpuywv X.-OVC, (A. P. 16, 227, 7 ) ; Verg. bue. 1, 1; 7, 45 - 46; Hor.
epod. 2, 23- 28; carm. 1, 1, 21- 22; epist. 1, 14, 35 . Il tema si presta
bene poi alle l ^epyaoi at ovidiane, di cui ricordo la pi com-
pleta, ars 3, 687-694 e la pi nota, met. 3, 407- 12, interessante
esempi o di come lo svi l uppo sia ormai i ndi pendente dal si-
gnificato che originariamente il tema aveva. Sul l ' argomento
si veda L. Castiglioni, Studi intorno alla Metam. di Ov. Pisa,
1906, pp. 222-29, in cui trattato il tema generale della fonte.
Narciso compare anche in dipinti pompeiani, cfr. Hel bi g, no.
I
3 4 5 ; 1363 (fonte, boschetto, prato intorno, Narciso seduto
su un masso).
(
2
) Pl at. Phaedr. 229 a- b; 230 b: fj 7 7] ] x
a
P
t e c T
*
T r

,
-
) 7 i : o
)<; TtAocTvou pei . 8 < ; . Ques t o Pl atone poeta;
Pl atone filosofo vedi l o in 230 d. Il rapporto con Pl atone
del resto sentito dagli antichi, se l eggi amo in Aen. Gaz. epist.
2 (p. 24 He i . ) Laert e da vecchi o non volle essere re e coman-
dare su uomini, ma xyjTtoupc; elvou x a TCOV SvSpcov 7U-
u,Xea&ai. a (Casso, cui la lettera diretta) 8 y.01 Soxe c
s ^T j X t o x va i T v avt-pcoTrov, y p v TTJV TCXIV x a
TToXiTrcbv xpvov u. axpv v yp e o TrpoCTx&yjU.evoc TOC,
cpuToic; Sifjyec; X aX cov , contrapponendogl i il Socrate del Fe-
dro. Cfr. anche Enea di Gaza, Epistole a cura di L. Massa
Posi tano, Napoli, 195 0, p. 33, per il contrasto tra poeti e so-
fisti (che non cos decisamente distinto). La figura di La-
erte compare anche al trove nelle polemiche sul fiioc; u e t o -
prjTtx<;, cfr. Pl ut. tranq. an. 2, 465 DE .
(
3
) Vedi il frammento di Fi l i ta gi ci tato; e ancora A. P-
16, 227, 8 e Mosch. fr. 1, 1 1 - 1 3 TC 7rXaTavtp Pa&ucpuX X t p.
vedere nella prosa ; e questo influsso sicuramente non
filtrato attraverso lo stoicismo, il quale era contrario
almeno nella sua forma pi antica alla vita campagnola
(che sapeva di epicureismo e di tradimento nei con-
fronti del saggio XO-{AOO TTOXITY];), come compare anche
dall' uso caratteristico di un vocabolo, y p o i x l a , per
cui si definiva TTJV y p o i x l a v usi pLav s l v a i TCOV x a x
-Xiv O-cov x a l vu,cov ('). Se d'altronde troviamo lo
stesso tema sviluppato in una delle Epistole pseudoip-
pocralcc, chiaro che esso non si diffonde attraverso
l'amore alla campagna proprio degli Epicurei, ma at-
traverso concetti e immagini penetrati nella diatriba;
che queste epistole risentono forte l'influsso delle cor-
renti cinicizzanti in ripresa durante la seconda met
del I sec. av. Cr. Si tratta anche di uno dei passi pi
importanti delle relazioni tra Ippocratc e Democrito,
perch ci d la giustificazione teorica e quindi l' esal-
tazione, se pensiamo al trionfo di Democrito sull' ottu-
sit degli Abderiti 7roXu7tpyu,ovc; di quel viver ap-
partato, in un angolo di natura, dedito completamente
alla contemplazione del vero. Il grande medico fa una
specie di diagnosi in base a quanto gli stato riferito,
'^y/TjC, " i v a p toeuv uTCpf3XXoua-av St , acra9ovT? x v S p c ,
\L''ri~.Z 7iaiScOV [X7)T yU V a l X? [JIY]T CJUyySvcOV U.Y)T o-
oi'qc, ayj TS rivo? oXco? v cppovTiSt. vTO?, 7][i.p7}v x a l
9pv7]v 7rp? l a u r e o xaro"TcoTo? x a l S i ^ o v T o g Ttu.-
x: oX X a v vT p o t c n x a l pyjpUY jcrc, y] UTC axnriai o*V-
ot ov x a l I v fi.aX' D-ax^at, 7coi7)crt yj 7rap' 7]cru^oto*o uSr t o v
pe &poi c u, riconoscendo un qual eccezionale vigor d'a-
nimo dell' uomo, che non si d pensiero di figli, di mo-
glie, di parenti, di patrimonio, n di nulla affatto, ma,
l ' i S. V. F. I l i , 677 Ara. : precede (il passo dello Stobeo,
I I , 103, 24 W. ) cpaot Ss xa ypoi.xov etvou rcvxa <pauXov;
cfr. anche 5". V. F. I l i , 679. Quest' uso di ypoixiac non nasce
con gli Stoici, ma conti nua una tradizione, profondamente
greca, che ha in spregio la campagna.
vivendo ritirato in se stesso giorno e notte, se ne
sta solo quasi sempre in grotte e luoghi solitari o
sotto l' ombra degli alberi e sulla molle erba, o presso
quiete correnti d' acqua (
1
). Quadro pi completo del
distacco dalla vi t a attuosa non si poteva dare, di una
vi t a in cui la meditazione si accompagna al ritiro nella
quiete della campagna. Gli stessi elementi compaiono,
rivestiti di un tono poetico, che a questa piana, ma non
insipida prosa manca, in Lucrezio quando allo stesso
modo esalta l'ideale epicureo (
2
). Che si tratti di mate-
riale penetrato ormai nella tradizione retorico-filosofica
(forse pi retorica, che filosofica) ci dimostra l' appa-
rire degli stessi dati, sintomatici dell'estraniarsi di uno
spirito contemplativo fuori di una vita concreta, in
Filone, quando ci descrive la vita, staccata dall' attuo-
sit, degli Esseni, i quali, pensando di esser gi morti
quanto alla vita terrena, 7coXet7coocH ione, ocrca? ut-
ot ? r) fruyarpcnv et TE iole, XXot? o-oyyevotv e, quan=
d' abbiano rinunciato ai loro beni, senza pi alcun allet-
tamento fuggono senza neppur voltarsi indietro, dopo
aver lasciato fratelli, figli, mogli, genitori, le numerose
parentele, le compagnie d' amici, la patria (
3
) ; anche
gli Esseni, visti come li vede Filone con pensiero colmo
di cultura greca, rei ^cv eco 7rotouvTat r ? StocTpt-
p? ev y.vjTcot? r) (jtovayptat? py]u,tav [xeTaSicxovTe?, o
St a Ttva cb[jt,7)v e7rtTTY)8eu[jt.VYjv u-tcTav&pcoTuav, XX
T? ex TCOV vou,otcov TO r]&oc, 7rt[i,cta? XucuTeXet?
xat pXafBep? etSTc?, <( si raccolgono fuori della mura in
giardini o nella solitaria quiete dei campi perseguendo la
(
J
) [Hipp.] epist. 1 2 , 1 , p. 293 H. ; cfr. anche epist. 1 7, 1 7.
(
2
) Lucr. 2, 29- 31; v. pag. 68, dove i versi sono citati, e
pag. 315, n. 2.
(
3
) Philon. vit. contempi. 2, 13, a cui seguono gli esempi
di Anassagora e Democri to, che lasciarono perdere i loro beni:
interessante in questo scritto vedere i moti vi classici del
9-ecop7)Ti,x<; $ioc, congi unti col concetto mistico gi udai co;
v. per il secondo brano ih. 2, 18.
solitudine, non per una disumana, deliberata misan-
tropia, ma perch ben conoscono come svantaggiosi
e dannosi i contatti con le persone di comportamento
dissimile (
1
). Il commento generale a questi passi
lo d ancora la lettera di Ippocrate: Tvo%rio\)ai S' xvxpoc
x a l Tjau/t Tj v o TcvTco? 01 u,avvTi ; , XX x a l o l TCOV
v&pt o7uvt ov TcpyjyfjtaTcov u7tep<ppovY]o-avTec T a p a l -
yj? Tzi&\j\iir) (
2
) . La conclusione, che se ne trae spon-
taneamente, ci d netta la sensazione del distacco dalla
vita pratica, propria di tutte queste singole situazioni:
non si tratta qui di una vita reale, ma la vita degli
uomini come l'ha vista la poesia e la teoria filosofica (
3
)
e una prova in pi che ci documenta come gradual-
mente ci si venga a trovare di fronte a un locus com-
muni s retorico, a una gxc ppac u? T7TOU, come ce la offre
Longo, il quale giusto all'inizio del suo romanzo descrive
appunto con questi colori la grotta in cui viene trova-
ta da Driante la piccola Cloe. Qui non pi l'albero fron-
zuto, ma come del resto gi in parte della tradizione
poetica che abbiamo osservato la grotta: ex S zr)c
TryjYTJ? uStop <xva(3Xuov pei ^pov znoUi / e u - svov, t o c -
T e x a l Xeiu-tov u v u yX ac pop? I x T ST a T O 7tp TOO vTp-
ou, 7ToXX'?j<; x a l u. aXax7] ? reo a? (JTZ TTJ? VOTISOC Tpecpo-
fxv/j (
4
). Ma qui usciamo ormai dal campo di ricerca che
c'interessa; ci importa, per, di vedere come un "t ema"
(') Philon. vii. contempi. 2, 20 (vedi Boll, art. cit., p. 2 3 ) ;
cfr. a mo' di commento ( 2, 19) 7i 5cca yp TT XII;, xal rj evo-
u.tOTT7), yy.zi -9-opu^tov xal t apaxw v u,ui>rjTtv, c ox av
urrofjieivai TIC, OLTZOLC] K aocpiccc, x&ei c;- Per il tema diatribico
(e non solo diatribico) della dissimiglianza dei costumi, cfr. an-
che Sen. tranq. an. 1 7 , 3 conversano enim dissimliuni bene
composita disturbai etc. ed epist. 7, 2 inimica, est multoruni
conversatio (v. L. Castiglioni, Motivi diatribici, in Rendic. Ist.
Lomb. 64, 1 9 3 1 , p. 5 40, n. 1) e Floro, P. L. M. I V, 43, 4 1 6 .
(
2
) [Hipp.] epist. 1 2 , 4. Anche Filone (v. nota prece-
dente) dichiara che sono O-pu^oi. e rapaxa che rendono in-
tollerabile la vi ta attuosa a chi ha abbracci ato la filosofia.
(
3
) L. Castiglioni, Decisa forf. V I cit., p. 1 3 8 .
(
4
) Long. 1 , 4 ; passo di derivazione teocritea (cfr. L. Ca-
stiglioni, Studi cit., p. 228) .
in questo caso nato dalla poesia bucolica di Teo-
crito , sviluppatosi in particolari condizioni d' am-
biente, si sia poi oltremodo diffuso: n va dimenticato
che il romanzo un genere letterario che poggia su
un rimpianto del passato, in cui entra a far parte tra
gli elementi pi disparati anche come nel romanzo di
Longo il sogno di una vi t a lungi dalla citt nella
quiete campestre L' unico passo in cui si pu forse
vedere attraverso l'ossequio alla tradizione un vago
tratto reale che fa da sfondo alla situazione ideale
un brano di Giovanni Crisostomo in difesa della vita
monastica. Il monaco infatti vive in campagna, as-
po? aTCoXatov xa&apou x a l vau-xcov uyteivcov x a l v-
#cov x a l Xet.u,v<ov x a l eutocia? elXi.xpt.vou?. E chi si
pu credere che stia meglio, TV ? (3a&ei a? x a x a -
xexXtfxvov 7ia?, Trap 7TY)Y7JV xaf rapv, U7r crxiv Sv-
Spcov u. cpi ,Xa9cv. . . xal rapa^y) ? x a l fropu(3ou 7tppco
xa-8-/ju.evov, r) rv v olxlcrxtp xaTaxexX ei cu- vov; (
2
) .
i
1
) A ques t o propos i t o, ol t re gl i scri t t i di E . Sc hwar t z,
Fnf Vortrge ber den griech. Roman e di E . Rohde , Der griech.
Roman, si ve da recent ement e anc he F. Al t he i m, Literatur
und Gesellschaft, Hal l e, 1948, I, 13- 43, i n part i col are p.
29-30. Pe r l a deri vazi one dal l a poesi a bucol i ca, v. G. R o hde ,
Longus und die Bukolik, i n Rhein. Mus. 86, (1937) , p. 23-26.
Com' l ogi co, t al e " t e ma " si di f f onde poi anc he nei ret ori
del l a s econda sof i st i ca e ol t re (nella poesi a s cende fino al l a
sogl i a del l ' et bi zant i na) e non f a meravi gl i a ri t rovarl o i n
Phi l ost r. Her. 8 (p. 270 We s t e r m. ) x a l s i u-v avaut>rj av TIC;
(allusi one a Prot esi l ao) vTau&a oux ol 8a, icorj S' av TjSi aTa re
x a l Xu7tTaTa seX&tbv TO U.XOU (t ema del l a sol i t udi ne) .
SvSpa xe yp 7uepu,Y]xy] x a r a xpvou a u r a pavrocj , Stop r ' x
TCTJY&V TOUTI 7roixlXtov : non manc ano l ' ombr a e il prat o. Cos pure
Li bani o, enc. agr. n - 1 2 ( Vi l i , p. 265 -66 F. ) v&uu. Y ] &Y ] Tt o npc,
aurv. . . olov S UTC TZTMI x a l 7rXaxv6) (xe<jY j(ipiai; xeTcr&ai ,
olov S ISev X/jta e<pupcov aupatcj xi vof zeva (cfr. Horn. B ,
147 P
e r
l ' espressi one) ; l ' accenno al l a f ont e poche ri ghe pi
ol t re (p. 266, 5-9). I n Boe t h. cons. 2, c ar m. 5 , 10- 12 (p. 39 Pei per)
i t re el ement i (herba, amnis e pinus) ent rano nel quadr o i di l -
l i co del l ' et del l ' oro (cfr. Sen epist. 90, 43).
(*) I oann. Chr ys . vii. monast. p. 22, 4- 14 D bn . Cfr. L .
Cast i gl i oni , Decisa forf. VI I , i n Rendic. Ist. Lomb. 83, (1950),
p. 47. L ' ac c e nno al l a yisict el ement o di at ri bi co, ma che
ci possa essere un f ondo un poc o pi concret o f a pensare il
La vita in campagna intesa come contrapposto
della vi ta in citt, che si svolge in mezzo alla folla preda
di sentimenti contrastanti, piena di tumulto non solo
materiale, in una breve epistola falsamente attribuita a
Platone, che si apre con un senso di sconforto verso gli
uomini: l ^ o l Ss cpiXocro<pia ox OIS'OTI TCOT ypr
(
fxa
ysyovsv, p ys cpAaupov r) xaXv, TCTE yto [iiao
vuv auvsivai T O ? TroAAoic;. Platone trova che ci
logico, dai momento che gli uomini si lasciano
andare a stoltezze d'ogni genere ol TE ISia TI - 01-
OUVTE? x a l ol r XOlVa TtpaTTOVTS?.... Al 7] "/. TO
ao-TSo? aTrrjXXyTjv coaTcsp eipxTvj? frrjpicov... xxi au-
vs yvc ov OTI Tiu-cov ox 9jv pa fjuerv&pCOTTO?" ;J.T, E-
p i a x t o v [XSVTOI v&pt7roo? ox yj SvaTO -9-7]pia CIX E' V,
o&sv x a &' eauT v x a l [xvoc, S izfiov... [iol yp COSE
T a TY J? yvcu.Tj? '/^sc, aTCo-frsv s vai TO aTEor si' ?
TE vuv x a l TV XXov aTtaVTa ^pvov, VTIVX v u
;
/jv
8-s? T](JUV SiSto Anche qui compare, nonostante la
sfiducia nell' umanit, l' affermazione di una cpiAav9-pto=
Tuia generica e un po' vuota di reale contenuto, che
si pu giustificare solo sostenendo che sono pura teo-
ria l' una e l' altra; lo stesso gioco <pi Xavfrpco7i i x/ \xi-
c7av&pco7ua troviamo in Filone, per cui S'o-Tsioc 'u-
TraXiv 7tpy(j i ovo? t ^yjAtoTy]? [3iou ys yo v c o ? r zoy^copei
x a l u,vcoai v y a r c a , X avf l vE i v TO ? Tt oAAou? ?i cov, o
Sia u,io-av#-pt07tiav (cpiXv&ptoTro? y p si TI ? XXo?), X-
X S i a T TcpofEjXrjCT&ai xaxi av, YJV TTOX? oy'koz -
ciTrc^ETai, yat pc ov u.v cp'ol? CTTVEIV aiov, XOTTOULEVO?
SE cp'oi? ys yr j &v a i xaX v. La conclusione la stessa
anche qui, cio che si chiude in casa o esce di citt e
nella solitudine campestre si intrattiene con gli spiriti
riscontro con de sacerd. 6,7, p. 320, 5 sqq. D. , secondo cui
i monaci "T I S xod TTJCJ p i C T T j c j u-oiptocn xpascocj T WV copwv'
oSv yp O6TCO<; <pp-/]Tov Tcp x a T a T p u / o j J i v w v y j o T s i a q . tot;
J) TCOV pwv vcou.aAia.
(*) [Plat.] e pisi, apud Socratic. e pisi. 24 K ohl er.
magni, attraverso le loro opere Si tratta di un
brano interessante, perch un notevole esempio di
quanto sia pi giusto parlare, in testi come questi,
di cultura, anzich di filosofia; elementi cinico-dia tri-:
bici, stoici, epicurei vi si congiungono e fondono, s da
formare un intreccio, o meglio un ordito su cui s'at-
teggia la personalit dello scrittore (
2
).
Un altro esempio ci pu essere dato dall' Assioco pseu-
do-platonico, la cui datazione deve scendere certo almeno
al II sec. av. Cr. (
3
) e che, rientrando nel genere con-
solatorio, uno scritto che vi ve anche di tradizioni e
materiali non del tutto filosofici: in questo dialogo
vediamo confluire elementi accademico-peripatetici,
neo-pitagorici, stoici (posidoniani ?), diatribici, epicurei,
Nella parte che ci interessa direttamente vediamo
il consueto pessimismo per l' attivit politica : e l' atti-
vi t politica, tanto pregiata, attraverso quali terribili
prove passa ! Ha s una gioia (xapv) che come un' i n
:
(!) Philon. de Abrah. 4, 22-23; cfr. Pohlenz, Die Stoa, 1,377*
non comprendo come l ' Autore sostenga che in Filone non c'
nessun ritiro dalla vi ta pratica. E vero che in de fuga 23 sqq.
mette in guardi a contro il u.ovcoxi,xcj (OCJ, ma vedi , per in-
tenderlo, il motto di Cratete in Sen. epist. 10,1 che a un gi ovane,
il quale passeggi ava tutto appartato e gli aveva detto Mecum
loquor , rispose Cave, rogo, et diligenter attende: cum homine
malo loqueris . Vede bene il Wendl and, Philo und die ky-
nisch-stoische Diatribe, Berlin, 1895, p. 46, che sostiene un
equilibrio tra i due generi di vi ta, in quanto Filone vuol e
"den 7rpaxxi xcj fioc, als Pflicht eines jeden Mannes angesehen
und dem hoheren Al ter den vollen Genuss des 9-ccoprjXt.xi;
fMocj vorberhal ten". Preciserei nel senso che Filone aspira alla
fusione tra i due generi di vi ta, come appare da vi. Mosis,
1, 9, 48 e de decal. 20, 101 o meglio ancora 109-110, come ri-
conosce lo stesso Pohl enz (II, 184). Di remo che la vi ta contem-
pl ati va, o 8r xXXiaxov xa freiTccTv axiv (vit. contempi.
8, 67), per lui non esaurisce l' uomo (cfr. anche praem. et poen.
2, 1 1 ) , ma non possiamo negare nella sua ricerca d' equilibrio
un notevol e interesse per la contempl ati vi t.
(
2
) Wendl and, op. cit., p. 45.
(
3
) Per la datazi one vedi anche il recente studio di L .
Alfonsi, VAssioco pseudoplatonico, in Studi di filosofia greca,
Bari, 1950, p. 272- 74; ai risultati di tale studio, per, ac-
cedo solo in parte.
fiammazione ti agita e ti d il batticuore, ma ha poi
la ripulsa dolorosa e peggiore di cento morti. E chi mai,
vivendo in bala della folla, sarebbe felice, se sia stato
blandito e applaudito, come zimbello del popolo but-
tato fuori dalla scena politica, fischiato, multato, con-
dannato a morte, ridotto a far piet? (
1
).
Gli esempi valgono per gli scrittori greci, ma non
meno per i romani, perch il sostrato culturale di cui
si nutre Roma quello del mondo ellenistico.
* * *
A Roma solo quando i colpi di stato ebbero fran-
tumato il blocco aristocratico e indebolito il senato,
quando lo stato d'eccezione dall'89 al 32 av. Cr. divenne
con Augusto princeps uno stato di fatto usuale sancito
dalla legge, solo con la caduta del regime repubblicano
poteva prender piede l'idea del &etopY)Tix? pio?. La
forte contrapposizione di otium e negotium ha un suo
significato eminentemente pratico; a noi riesce diffi-
cile mettere in risalto l' aspetto schiettamente romano
di tale contrasto, perch negli autori latini esso ci
compare sempre sotto una luce che ci lascia sentire
l'influsso greco: epicurei, stoici, predicatori della dia-
triba entrano in Roma quando letteratura e pensiero
vengono vigorosamente formandosi, s che non riescono
n l'uno n l'altra a restar esenti dal loro influsso. Ep-
pure come gli "antichi" intendessero il nihil agerc ci
possibile intendere da alcuni passi di Cicerone: pur-
(' ) [Pl at ] . Axioch. 368 c-d. i nt eressant e not are, poi ,
-come l a t ranqui l l i t del l ' esi st enza ol t re l a mort e, che ha s os t an-
zi al ment e ori gi ne neopi t agori ca (non esclusi con ci al t ri i n-
flussi), si a espressa con l e t onal i t del l a xaxaxacucj epi curea
e del l ' eEcrTw de moc r i t e a: v#a. . . yaXr\vbc, 8 TIC; xod xaxt ov
yovocj (3Cocj, aaXexco rj auxt a e8ia[i.evocj, x a 7repia9-pcv
TTJV paiv, tpiXoacxptov o ixpcj #xXov *al -9-axpov, XX
Ttpc. u-cpiS-aX?) xrjv Xrj#eiav (ib. 370 d). Ve di anche Nat c r p,
Die Ethika des Demokritos, p. 69.
La societ romana: Cicerone 193
troppo i personaggi che tali cenni riguardano appar-
tengono al circolo scipioniano e abbiamo gi visto che
tale ambiente fortemente attratto nella sfera pane
ziana ; del resto quel concetto di tranquillit dell' animo
che nel capitolo precedente abbiamo potuto attribuire
a Panezio non stona, data la sua posizione moderata,
con i gusti romani dell' epoca. L' affermazione stessa
di Crasso che oti fructus est non contentio, sed rela-
xatio tutt' altro che estranea alla concezione dello
stoico di Rodi, come s' visto pi sopra (
1
). Forse
uniche testimonianze della rigida posizione degli an-
tichi sono quella che abbiamo su Appio Claudio, di
cui si sa crebro solitum dicere... negotium populo Ro-
mano melius quam otium commini, non quod ignorarci
quam iucundus tranquillitatis status esset, sed quod
animadverteret praepotentia imperia agitatione rerum ad
virtutem capessendam excitari, nimia quiete in desi-
diam resolvi (
2
) ; e quella di Catone che affermava
Nihil agendo homines male agere discunt (
3
). Si pu
dunque concedere che per i vecchi Romani 'otium
aveva valore solo come antitesi del negotium, non come
principio assoluto di vi t a. Aveva perci significato
legittimo solo quando lo spirito affaticato dagli affari
pubblici della citt, sentendo bisogno di quiete, si lascia
andare libero e spensierato, come gli uccelli stanchi del
lavoro di costruirsi il nido prendono a svolazzare per
ogni dove esenti da ogni pensiero (
4
). Anche nel de re-
(
l
) Cfr. cap. II, pag. 154, nota 1
(
a
) Val. Max. 7, 2, 1.
(*) Colum. 11, 1 illud veruni est M. Catonis oraculum:
" nihil discunt ". Concetti consimili [homines... si nihil
exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exer-
citatio) comparivano nel Carmen de moribus di Catone (A.
Geli. N. A. 11, 2, 6 = p. 83, 5 Jordan.
{*) Cic. de orai. 2, 6, 23; questo valore deli'otium impli-
cito anche nel iucundus tranquillitatis status di Ap. Claudio.
Il paragone con gli uccel ha un colorito eminentemente poe-
tico, che potrebbe anche non essere direttamente ciceroniano.
publica ciceroniano solo i due paneziani ferventi, Sci-
pione Emiliano e Tuberone, sono propensi a una mag-
giore contemplati vita della vita, ammettendo che i due
piot, siano altrettanto nobili e dignitosi (
x
); Lelio tende
invece a limitare la speculazione entro quei limiti che
possano dare dei risultati pratici (
2
). Questo non toglie
che tanto l' Emiliano quanto Lelio amino rusticar i (cp.-
Xaypev) e ritornare ragazzi; giocando al caso con le
conchiglie o a rincorrersi, quom rus ex urbe tamquam e
vinclis evolavissent (
3
). Qualche cosa, invece, dell' an-
tico sentimento di otium e negotium troviamo nelle
parole di Crasso mihi enim liber esse non videtur qui non
aliquando nihil agii: fa parte dell' uomo libero anche la
facolt di poter disporre a proprio arbitrio del proprio
tempo; qui in fondo non c' nulla che sia contempla-
tivo (
4
).
Una generazione basta per modificare in parte l' at-
teggiamento della classe politica romana. Cicerone
la figura caratteristica della nuova et che vive ancora
rivolta agli antichi ideali e a una contemplativit della
vita arriva a rassegnarsi solo per costrizione: esempi ne
sono anche, ma meno insigni, Varrone, Marcello e Servio
Sulpicio (
5
). Sostanzialmente per Cicerone conta il
po? 7tpaxTix?, dedito all' attivit pubblica e rivolto al
bene della comunit ; non molto lontano dalla posizione
(') Una prevalenza del fiiocj t-stprjTix? per Scipione
pu dimostrare il V I libro; ma non si pu fare a meno di tener
presenti le preoccupazioni proprie di Cicerone nella trattazi one
di tale probl ema: ragion per cui non facile vedere fin dove
la preoccupazione di non staccare total mente la ut opi a dalla
pratica atti va della vi ta politica sia di Scipione e fin dove sia
di Cicerone.
(
2
) Cic. resp. i, 17, 2 71 8, 31.
(
3
) Cic. de orai. 2, 5, 22; Schol. Hor. semi. 2, 1, 71 . Si noti
l' interessante non audeo dicere de talibus viris, che ci fa vedere
tale otium ancora contrario alla dignitas.
(
4
) Cic. de orai. 2, 6, 24: le parole sono state pronunci ate
da Crasso nel processo in difesa di Mario Curio (c. 93 av. Cr.).
(
6
) Cfr. ad fani. 4, 9, 3 e 4, 4, 5.
delle generazioni che lo hanno preceduto, ma gi pi in-
certo. Da un lato l'approfondimento delle dottrine
filosofiche greche, dall' altro le condizioni mutate che
non gli consentono di soddisfare la sua ambizione per-
sonale che lo spingeva ad honorum studium (
1
) lo met-
tono in contrasto con le aspirazioni pi alte della sua
vita, s che bel documento di questo suo disagio spiri-
tuale l'ammissione, in una lettera per noi perduta, di
essere semiliber (
2
), incerto tra le ambizioni dei potenti:
Questo fluttuare continuo tra otium e negotium
non ci permette di dichiarare che egli sia un convinto
seguace del pio? ^sc opTj Ti x?: mai, nemmeno quando egli
stesso ne ha la convinzione, nemmeno quando i dolori
famigliari e le sventure della patria lo spingono fuori
della vita sociale. Nelle lettere del 4 5 , dopo la morte di
Tullia, lettere sconsolate, si vede come poco contem-
plativo fosse quest' uomo che il dolore caccia fuori del
consorzio umano: si ritira, s, nella selva fitta e aspra,
con i suoi scartafacci; e legge e piange (
3
). Se pur non
pu non commuoverci questo padre nella sua dolorosa
confessione, cos schietta e sincera, senza i mezzi ter-
mini del pudore umano, dobbiamo riconoscere co-
me gli esteriore questa solitudine, che gli serve solo
a sanare il dolore, che non gli mai stata in pre-
gio per se stessa e che, anche ora, non ha un valo-
re positivo, ma uno disperatamente negativo (
4
). Tut -
ta la sua vita scorre cos da un polo all' altro: all' ini-
zio la filosofia ancella della retorica, alla fine la reto-
(*) Di ques t a ambi zi one che nasce dal l a voluntas insti-
tutae vitae egl i parl a i n ad Att. 1, 17, 5 (di cembre 61) .
(
2
) Sen. brev. vi. 5, 2.
(
3
) Ci c. ad Att. 12, 15 .
(
4
) A nc he M. Kr e t s c hmar , op. cit., p. 92, amme t t e ndo che
sei n L e i d t r ennt i hn wi e ei ne Mauer vo n der We l t , a mme t t e
- chi arament e c he non c' ancora amor e per l a cont empl at i vita,
non os t ant e l a posi zi one del l ' Aut ri ce si a di vers a dal l a mia.
rica il saldo appoggio alla filosofia ma filo-
sofia e amore per la filosofia non sono aderire alla vi -
ta contemplativa, n tale si pu dire la vita di chi
si rivolge ad essa solo di tanto in tanto e per ne-
cessit, che non si potrebbe pi parlare di un pro-
blema dei $ioi. I vari stati d'animo di Cicerone nel
corso della sua vita sono stati seguiti con paziente e
attento esame da Marianne Kretschmar (
2
) ; vediamo
cos come 'otium ciceroniano sia ancora quello dei vec-
chi Romani e vada distinto dal t3coc; &ecopY)f i xc;, come
il ftecopeiv cui aspira o fa aspirare i personaggi delle sue
opere quello stoico, cui Panezio anche per il 7roX t xt xc;
v7)p si era accostato. Ancor giovane aveva avvicinato
le scienze n TV oxoXao-TTjv ^ecopvj xi xv lX&>v (tov
solo perch c'era la dittatura di Siila (
3
) : come far
(!) Ci . Tusc. i , 4, 7 hanc enim perfectam philosophiam
semper indicavi, quae de maximis quaestionibus copiose posset
ornateque dicere.
(
2
) Op. cit. ; ma del l a Kr e t s c hmar t ort o appunt o quel l o di
i nt endere i n senso t r oppo l at o il ioc; &ecopr]Ttxo<;, f orse t r at t a
a ques t o dal f ondersi per lei dei probl emi dei icu e degl i
studia speci e l et t erari e filosofici, che sol o i n part e possono
ent rare nel l a cos t i t uzi one d' un dat o t i po di vi t a, ma non ne
possono di per s soli f ormare i l nocci ol o. Aggi unge r c he
bene s egui t o l ' ondeggi are t ra l e due vi t e e il c ont e mpor ane o
e progres s i vo accost arsi al mondo di s t udi o (che anch' es s o
una f orma di betopeiv), ma che, quant o al pensi ero, si rimane
un t ant o i n superfi ci e, perch al i ' A. non i nt eressa l' i nf lusso
c he l e f ont i del l e si ngol e opere possono ave r eserci t at o sul l a
personal i t di Ci cerone.
(
3
) Pl ut . v. Cic. 3. A me non pare che da ques t o si possano
ri cavare l e cons eguenze del l a Kr e t s c hmar , c he pres uppone
di qui i n l ui ei ne t i ef e Ve r anl agung und L i e be zu rei n wi ssen-
schaf t l i cher, besonders phi l osophi scher T t i g ke i t {op. cit.
p . 4). s t rano che l a Kr e t s c hma r s os t enga i n Ci cerone un
ge nui no senso di amore al Cocj &e<opv)Tix<;, quando gl i sf ug-
go no espressi oni c ome quid faciam? tempori serviendum est
(ad fam. 9, 7, 1): i mome nt i i n cui Ci cerone si ri vol ge a quel
genere di vi t a sono quel l i i n cui il tocj 7rp<xxTix<; gl i vi e t at o
dal l o s vol gi ment o degl i avve ni me nt i pol i t i ci , o, non accont en-
t andos i egl i di portas tueri (Sen. tranq. an. 3, 7), gl i ve ngono
ri dot t e l e possi bi l i t di pri meggi are. Ne un i nt eressant e es em-
pi o ad Att. 4, 18, 2, dove , ac c ant o al l ' i ni zi al e s t i zza e amar e zza,
c ompar e l a c hi ave del pas s o: dicendi laborem delectatione ora-
poi ogni volta in cui le vicende o il prepotere di qualcuno
o butterano a riva ; in lui non c' mai un vero dualismo,
perch i due momenti desiderio di gloria e desiderio
di <piXoaocpeiv non sono mai contemporanei, anche se
assai vicini temporaneamente l' uno all' altro. Che anzi
questo ci prova l' emotivit di Cicerone e ci spiega quei
suoi rapidi passaggi dalla decisione eroica alla vilt di
un abbattimento scorato ; passaggi tanto rapidi, che in
ognuna della due posizioni rimane uno strascico della
precedente. Questo, stia per inteso, vale quando Cice-
rone convinto nel suo intimo, non quando vuol con-
vincere s e gli altri: e quando ci dichiara in forma
immediata e sentita cupio equidem... ab hac hominum sa-
tietate nostri discedere et cum aliquo desiderio reverti, che
cosa pu valere poche righe pi sotto la rinuncia brusca a
interessarsi degli affari pubblici, se non come un segno
pi evidente del disappunto? Ogni volta che Cice-
rone accenna a ques t ' ohm c' per lo meno un senso di
stizza: come quando dice fluctus numero, reso pi amaro
dall' aggiunta nam ad lacertas captandas tempestates non
sunt idoneae (
2
); ovvero quando ammette di tabescere
n'otium (
3
). Il primo passo avanti avviene pochis-
simo tempo dopo : puto enim me Dicaearcho adfatim sa-
Hsfscisse: respicio nunc ad hanc familiam quae mihi non
modo ut requiescam permittit, sed reprehendit quia non
toria consolar; qui ndi consol azi one, non convi nzi one. E
l ' i nsi st enza di chi vuol convi ncere anc he se st esso i n domus
me et ruta nostra delectant, che ri t orna i dent i co poche r i ghe
pi ol t re e in ad Qu. fr. 3, 7, 2.
(') Ci c. ad Att. 2, 5, 1-2 (apri le 59). Di ve r s ame nt e l a
Kr e t s e hmar , l a qual e appunt o sost i ene quel dual i s mo (op.
cit. p. 20).
(
2
) Ci c. ad Att. 2, 6, 1; sono d' accordo con l a Kr e t s e hma r
(p. 20, n. 13) cont ro Haf ner, Die literarische Plne Ciceros,
Diss. Mnc he n, 1928, p. 68, che vi vuol vedere del l a mal i n-
conia.
: (
3
) Ad Att. 2, 14, 1; s t i zza e depressi one, non sol o v o r -
bergehende Depressi on (Kret s ehmar, p , 22).
semper quierim (
1
); che sia frutto di questo avvici-
namento a Teofrasto la ripresa degli studi, alcuni anni
dopo? (
2
) Sintomatica, prima di allora, era stata la
posizione del de inventione, in cui l'autore aderiva alla
concezione platonica, secondo la quale il ^Ecopei v deve
portare a conquiste tali da dare il retto fondamento
al politico. Cos Cicerone aveva detto a sua volta : nam
hinc ad rem publicam plurima commoda veniunt, si
moderatrix omnium rerum praesto est sapientia (
3
). Ma
allo stesso tempo l' Arpinate ci d un quadro di come
a questo otium, cos opposto al mos maiorum, si sia
giunti in Roma; il che molto interessante, perch ci
viene da persona che, avendo sott' occhio la vita della cit-
t, applicava al suo caso speciale un concetto posido-
niano, che rivestiva di particolari reali. Quando il go-
verno di Roma giunse in mano a temerarii atque au-
daces homines, lo stato and verso la pi miserevole
rovina ; allora non iniuria avvenne che homines ingenio-
sissimi, quasi ex aliqua turbida tempestate in portum,
sic ?x seditiosa ac tumultuosa vita se in studium ali-
quod traderent quietum (
4
).
L' atteggiamento politico di Cicerone non discu-
(
x
) Ad Att. 2, 16, 3 (pri nci pi o di maggi o del 59).
(*) Un i nflusso di Teof ras t o non difficile amme t t e r e
i n Ci cerone, se Ge r ol amo gl i pone sulle l abbr a l a s ent enza
non posse se et uxori et philosophiae par iter operam dare (adv.
lovin. 316 A ) , che l a st essa cosa che compare nel I l e pl ytxyLOv
t eof rast eo (cfr. adv. lovin. 313 D) .
(
3
) Ci c. inv. 1, 4, 5. Ci cerone non ha at t i nt o di ret t ament e
a Pl at one , dat o che, vi ci na a l ui e sul l o st esso pi ano, c' la
posi zi one at t i vi s t i ca di Pos i doni o: a ques t o fa pensare la mo-
deratrix omnium rerum... sapientia (=aocp(a) . Se qui s ' aggi un-
ge che da ques t o connubi o di sapientia ed eloquentia ve n-
ga no l odi , onori , dignitas e qui ndi ami ci zi e reci proche, pu
esser do vut o al f at t o che Ci cerone ve de l e cose da r omano,
ma un' os s ervazi one si mi l e era gi in Ari s t . Rhet. 1, 5, i 36o b 19.
(
4
) Ci c. inv. 1, 3, 4; si not i i l de inventione del l ' anno
81 (Schanz- Hos i us , I, 458) che l ' aut ore i nt roducendo per
l a pri ma vol t a l ' i mmagi ne diffusa i n greco del Xifxyjv fjaruxtacj,
sent e il bi sogno di moderare l ' ancor improba translatio conser-
vando , fi anco a fianco, l ' i mmagi ne propri a e l a t rasl at a.
tibile : egli non pu essere per un otium che rinnega tutta
la tradizione dei padri, e gli contrappone fermamente la
dignitas; ma di fronte alla realt cerca d' impostare il
suo ideale politico nel principio pi moderato otium
cum dignitate, salvi cio la dignit, il decoro, il presti-
gio della classe al potere i
1
). Tappa significativa
quella del de oratore, cio di uno scritto che non pi
politico, ma dottrinario: pagina piena di rammarico
e delusione, quella con cui l'opera si apre, tacito ri-
conoscimento di un fallimento politico (
2
); ma nelle
opere filosofiche egli aveva sempre cercato di risolvere
in maniera veramente romana, con una conciliazione,
il problema dei $Loi (
3
). Con una continuit di pensiero,
per cui inutile soffermarci alle esitazioni intermedie,
Cicerone arriva ad ammettere il filoc, &zcpr]xiy.bc, sol-
tanto per la vecchiaia, quando l' uomo ha gi dato
tutto il frutto della sua attivit, quando Xotium a buon
diritto pu essere anteposto al negotium: At Ma quanti
sunt animum, tamquam ementis stipendiis libidinis, am-
bitionis, contentionis, inimicitiarum, cupiditatum om-
nium, s e c u m esse secumque, ut dicitur, v i-
vere (
4
) ; egli, dunque, non riusciva a far suo l'in-
segnamento di Panezio, o almeno lo seguiva soltanto
per quel che si rivolgeva al solo itomx? vvjp, e
(
x
) Pe r il val ore, per nul l a filosofico, di ques t a f ormul a,
cf r. il mi o Otium cum dignitate, i n Acme, 195 1, p. 227-40.
Aggi unge r qui che quando Ci cerone vuo l f are il pi al t o
el ogi o a Po mp e o , ad Quir. 7, 16, di chi ara che egl i ha dat o al l o
s t at o salutem, otium, dignitatem, dove i t re t ermi ni sono i n gra-
dazi one ret ori ca.
(
2
) Ci c. de orai. 1 , 1, 1- 3; in negotio sine periculo vel in otio
cum dignitate i n quel cont es t o (vedi mi o art. cit. p. 237-38)
prende una s f umat ura di vers a anc he perch Ci cerone pensa
agl i anni che a v e v a sognat o di passare t r a i suoi li bri , ci rcon-
dat o dal l ' aut ori t che gl i do ve va proveni re dal l a s ua vi t a po-
l i t i ca pr e c e de nt e : s ogno ormai sf umat o.
(
3
) Cfr. resp. 3, 3, 5 e Kr e t s c hmar , op. cit. p. 54.
(
4
) Ci c. sen. 14, 49. L' es pres s i one sol a c ambi at a dal
de republica i n poi , da quando ci o era compars o nel mondo
di s t udi o ci ceroni ano l ' i nf l usso st oi co- panezi ano.
sentiva il bisogno di in guinguagesimum et sexagesimum
annum differre questi sana Consilia (
1
). Quella che per
Cicerone era gioconda saggezza del vecchio che vi veva
la sua attivit politica fino all'estremo, ormai per
Seneca stulta mortalitatis oblivio.
Basterebbe questo raffronto a mostrare quanto si
mutata la concezione spirituale della vita in poco meno
di un secolo (
2
). Di quanti aspirano dX'uiium, alcuni
si rivolgono all'epicureismo, che ebbe perci una dif-
fusione che gli sarebbe stata impossibile un secolo prima,
per quanto gli Epicurei in Roma non mancassero anche
allora ; altri, e sono i pi, seguono lo stoicismo, che
la filosofa quasi ufficiale dell' et imperiale. Il verbo
quietista, contemplativo di Panezio trova le condizioni
pi propizie per imporsi. Che esso fosse bandito da uno
scolarca della corrente filosofica pi vi va e pi gene-
ralmente accettata conta in fondo piuttosto poco:
conta invece che Panezio aveva avuto una sua indivi-
duale personalit per cui fu capace di parlare a occi-
dente e a oriente, conta che egli seppe trovare il punto
d'equilibrio per affermare Yotium senza negare reci-
samente il negotium, in modo che nemmeno i Romani
pi rigidi trovarono che vi fosse da opporsi. E sopra
tutto, insisto, trov i tempi tanto aderenti alla sua posi-
zione e tanto perfettamente maturi, che vediamo ap-
punto diffondersi ormai questo bisogno di quies, y\au-
yja, eO-uuia in tutte le classi sociali e su tutto il terri-
torio dell'impero mediterraneo di Roma. Ecco che allora
certe affermazioni di Epitteto hanno una luce diversa,
molte altre di Marco Aurelio non sono pi in contrasto
con la teoria del 7t:oXmx<; vY]p o della xoi vt ovi a, ma
solo segnano che quel reclinare su se stessi che per
f
1
) Sen. brev. vii. 3,4.
(
2
) Si noti che il passo senecano del de br evitai e viiae,
cio di un' opera in cui moderatamente affermata la contem-
plativit della vita.
La societ romana: Vet d'Augusto 2 01
Panezio era rivolto all'tSicTT]? e ancora per Seneca
aveva tante restrizioni, nella seconda met del II sec:
d. Cr. era giunto tanto alto da farsi sentire vi vo e pene-
trante nell' animo pensoso dell' imperatore filosofo. Non
pi e questo gi dall' et di Augusto un problema
filosofico, un problema che permea il mondo della
cultura: secondo le tendenze e la cultura di ognuno
questo ideale si colorisce di tonalit ciniche o peripate-
tiche o scettiche o epicuree; spesso prende il tono da
una corrente sociale che si sia fatta radicata e usuale,
come la tendenza a non sposarsi e a non aver figli
all' epoca delle riforme di Augusto, spesso diventa una
particolare coloratura di un atteggiamento intimo e
spontaneo, come il ritiro di Tibullo Alla base di
questo processo che penetra nella vi t a -sociale e cultu-E
rale dell' impero, sta una sottile ragione psicologica,
che modestamente espresso da Fedro: Regnare nolo
liber ut non sim mihi (
2
) e le cui conseguenze sono con
grande efficacia sintetizzate da Taci t o: subit quippe
etiam ipsius inertiae dulcedo et invisa primo desidia p-,
stremo amatur (
3
).
Non si deve credere per e questo valga ad evi -
tare un fraintendimento nella valutazione generale della
situazione all' assolutezza di questa umbratilit. Se
vero che il f3to? &copy]Ttxc; si diffonde in tutte le
classi sociali, necessario d' altra parte osservare che il
(
x
) Si ve da T i b. i , i , 6-7, dove il desi deri o del poet a vi e ne
a c ont at t o c on l a t r adi zi one; vi t a nei c ampi , que s t a s arebbe
il s uo i deal e: i , 10, n - 1 2 ; 39-42. Cos si ve da c ome s ogna i l
suo amor e c on Del i a, 1, 5, 21 sqq. T u t t o l ' at t e ggi ame nt o del
suo spi ri t o per l a vi t a fuori del t umul t o pol i t i co o s oci al e:
v. anc he Pohl e nz, Die hellen. Poesie cit. p . 104 e Car t aul t ,
Tibulle et les auteurs du Coi pus Tibullianum, Pari s , 1909,
p. 39 (dove d gi us t o ri l i evo al ri pet ersi di securus) e 40.
(
2
) Phae dr . 3, 7, 27. L ' Ol t r amar e , op. cit., p. 229, di -
mos t ra col conf ront o con Ae s . 278 e 321 Ha l m che nel l e cor-
ri s pondent i f avol e gr e c he non c' era ac c e nno a s c hi avi t di
sort a.
(
3
) T a c . Agr. 3.
fenomeno largamente culturale e non intacca la
compagine politica dell' impero; lo spettacolo di cos
numerosi magistrati dell'ordine senatorio ed equestre
che, seguendo il cursus honorum, si spostano da una
parte all' altra dell'impero al seguito delle legioni o per
incarichi di governo provinciale durante molti anni
dell' et migliore, non ostante i gravami che la carriera
porta loro, ci mostra senza possibilit di dubbio che le
classi superiori, specialmente la senatoria, sentirono
sempre il dovere del loro compito politico. Il senato, che
rimane sempre attivo strumento di governo e in tanti
casi sa sostenere l'opposizione al principe se questi man;
ca all'ideale di una grandezza politica per cui principato
e senato si trovano uno a fianco dell'altro, rimane nei
primi secoli essenzialmente composto da Italici: ora,
se la classe dirigente italiana fosse stata cos assoluta da
declinare le funzioni di comando, il decadimento
avrebbe dovuto portare in breve tempo ad effetti im-
ponenti )) (
1
). Resta un fatto acquisito la veste di pes-
simismo che tutto l' ambiente ha, pur di fronte alla sua
continua attivit e alla sua costante presenza al dovere ;
un fenomeno anche solo letterario sempre l'indizio
di un disagio spirituale, che , sotto alla realt appa-
rente, testimoniato dalla storia e dalle epigrafi.
Il successo del fioc, ^scopyjTcxc; senza dubbio po-
tenziato dalla retorica, che forma l'ossatura della cul-
tura e che in questo momento ha assorbito i temi pi
vi vi della filosofia e della diatriba, fondendoli e varian-
doli. Cercare quindi quali elementi siano filosofici e
quali pi vastamente culturali inutile, salvo in Seneca,
che, pur riunendo le due cose nella figura di maestro
di coscienze, rimane per un filosofo. Persino in Dione
i
1
) A. Passeri ni , Linee di storia romana in et imperiale,
1949, p. 128; ma ve di per il probl ema del l a cl asse senat ori a
t ut t e le pagg. U5 - I 3 7 -
Crisostomo, che seguace dell' antico cinismo, non c'
una chiara linea che distingua filosofa e retorica. Que-
sto ci spiega bene come Panezio non sia pi presente di
fronte all' idea deU' s&upH a, che deve a lui la sua dif-
fusione. La sua scomparsa paragonabile a quella di
Posidonio, la cui influenza ha avuto cos vasto cam-
po (
1
) ; quando una dottrina diventa patrimonio comune
di un' et, chi l'ha creata scompare, interiit maxime ob
eam ipsam causam, quod tantopere placuerat (
2
) :
tutti sanno chi l' autore e quanto da lui attingono e
gli debbono, ma dopo una o due generazioni il suo nome
quasi tramontato, proprio in mezzo al trionfo e alla
diffusione delle sue idee.
Sintomatico di questo periodo l'alternarsi delle
due posizioni; .frstopei v e upnxieiv si alternano in tante
personalit che ci appaiono davanti. Augusto non de-
siti quietem sibi precari e in una lettera al Senato, au-
gurandosi e promettendo una quiete che non fosse in-
degna della sua precedente gloria, scrive: Me tamen
cupido temporis optatissimi provexit, ut, quoniam rerum
laetitia moratur adhuc, praeciperem aliquid voluptatis
ex verborum dulcedine (
3
). Non qui il caso di vedere
quanto ci sia di sincero e quanto di politico in queste
parole : importa solo che il concetto di quiete appare
anche nello scritto del principe. Ma dove la ragion di
stato sicuramente nulla ha a che fare in persone come
Lucilio e Plinio, per non dire anche Seneca; o ancora in
Calpurnio Pisone, che, disgustato dalla corruzione po-
litica e giudiziaria, abire se et cedere urbe, victurum in
aliquo et longinquo rure testabatur E nel II sec.
(
!
) Rei nhardt , Kosmos und Sympathie, passi m.
(
2
) Pohl e nz, de Cic. Tusc. disputationibus, Got t i nge n,
1909, p-
J
5, a proposi t o di un' al t ra opera che ebbe l a st essa
f ama e l o st esso dest i no, il I l e pl TCSV&OD*; di Crant ore.
(
3
) _Sen. brev. vii. 4, 2-3. I n Cass. Di on. 53, 9, 1 : v rcli
<7i)Y xcop5iaat u,oi v ^cruxia TJSTJ icore xaTafiicovoa.
(*) Tac. ann. 2, 34; cfr. 4,21 is... cessmum se urbe ob
factiones accusatorum in senatu clamitaverat.
vediamo Sulpicio Simile che vi ve, s, strettamente ligio
al suo dovere, ma dopo aver trascorso gli ultimi anni
nella quiete della campagna fa incidere sul monu-
mento funebre Simile qui giace, che fu in vita per tanti
anni, ma ne visse sette (
1
), dimostrando di applicare a se
stesso una sentenza passata in proverbio e largamente
diffusa, che forse risaliva a Publilio Siro ed era nota
anche a Seneca: annosus non diu vixit, diu fuit (
2
). Se
in Pisone l' atteggiamento dettato dal risentimento
d'opposizione politica, pur avendo i colori della miglio-
re tradizione contemplativa, non escluso un riflesso del
Xa&sTv epicureo; e se Simile solo dopo aver gustato
Yotium dichiara con una certa amarezza e con un certo
pessimismo che quello la vera vita, per quanto in
contrasto con tutti i suoi anni precedenti, Lucilio in-
vece l'esempio di un continuo ondeggiamento nel suo
intimo.
Questo giovane e ambizioso amico di Seneca, che
era dell'ordine equestre e, come tanti Romani coe-
X i p h. (epit. I. LXIX) 19, 2: SKuaXiq I vTocu&a XS TCU.
fiocj u-v TT] T a a , ^ a a ? Ss ITTQ 7CToc.
(
a
) Pubi . Syr i quae feruntur sent., 557 R i bb. ; per qua nt o
l a s ent enza appai a sol o nel l a raccol t a del Grut er, il ri t rovare
l o st esso cont es t o i n Seneca (br. vii. 7, 10 non Me diu vixit,
sed diu fuit; si ri cordi l a grande s i mpat i a che Seneca ha per
Publ i l i o, tranq. an. 11, 8) f a pensare che essa possa ri sali re a Pu -
bli li o. Nel de brevitate l a s i t uazi one i dent i ca a quel l a del l ' epi -
t af i o di Si mi l e, ment re nelle Epistole del medes i mo aut ore
(93, 2-4) l a st essa s ent enza ri appare con f orma quasi egual e
(non vixit iste, sed in vita moratus est, con aggi unt a l ' espressi one
f ormal ment e ant i t et i ca nec sevo mortuus est, sed diu), ma l o
s vi l uppo dei concet t i non cont ro l a vi t a oc c upat a i n di f esa
del ri t i ro, ' pi ut t os t o ri vol t o cont ro 'inerlia; per i nt eres-
s ant e met t ere a conf ront o ques t a l et t era con i pri mi due c a-
pi t ol i del de brevitate vitae. Al qua nt o di vers o i nvece il val ore
del mot t o di Lel i o il gi ovane (N. Q. 6, 32, 1 1 ), che pur ha ri f e-
ri ment o al t e mpo, ma quel l o che f ugge e che qui ndi per noi
i rreparabi l ment e pe r dut o: Eleganter ille Laelius sapiens dicenti
cuidam "Sexaginta annos habeo" "hos, inquii, dicis sexaginta
quos non habes". Sul l o st esso pi ano del de brev. vitae pi ut t os t o
un apof t egma di Si moni de, che, i nt errogat o quant o aves s e
vi s s ut o, ri spose: / p vov Xi yov, TTJ 8 -noXki. (St ob. V, 843,
1 W. ) .
tanei, aveva girato l' impero coprendo la carica di pro-
curatore nelle Alpi, in Macedonia, in Cirenaica, in Si-
cilia, per la sua stessa ambizione doveva anelare alla
vita politica; eppure ad intervalli esprime il suo desi-
derio di ritirarsi in se stesso : scrive all'illustre amico di
voler tener ben saldamente tutte le ore della sua vita,
di volersi rendere ogni giorno migliore (
1
). Ma d' al-
tra parte si meraviglia di vedersi invitato ad evitare la
folla, si lascia andare troppo alla conversazione con perso-
ne troppo dissimili da lui, che non hanno di mira la vi t a del
saggio, e cerca di rimandare il momento definitivo a
quando abbia raggiunto ricchezze che gli consentano
un otium beato (
2
). Queste incertezze certe volte
finiscono per essere delle vere e proprie ritirate in disor-
dine di chi ha ceduto solo al malcontento e non ha
deciso la condotta della sua vita per un profondo stimolo
spirituale : si ripete un poco, insomma, quanto era successo
a Cicerone, per cui i momenti di ritiro erano spesso stati
causati dalle difficolt politiche e dal malumore di non
vedersi apprezzato, come credeva di meritare, dai suoi
contemporanei. Infatti saepe videmur taedio rerum civi-
lium et infelicis atque ingratae stationis paenitentia se-
cessisse: tamen in Ma latebra, in quam nos timor aut
lassitudo coniecit, interdum recrudescit ambitio: lo dice
Seneca (
3
), che era buon conoscitore del suo mondo.
Eppure anche questo un segno di una maturit dei
tempi: quando era possibile, nei bei tempi antichi,
vel innegotiosinepericulovelinoliocum dignitate esse (
4
),
questi stizzosi capricci non erano ammessi dalla
gravitas romana. Persino Plutarco, che si faceva vanto
della sua attivit in Cheronea, che in pi opere aveva
(') Sen. epist. 1,2: fac, ergo, mi Lucili, quod facere scribis,
omnes horas complectere ; id. 5, 1; cfr. anche 10,3.
(*) Sen. epist. 8 , 1 ; 32, 1- 2; 17, 1.
(
3
) Sen. epist. 5 6 , 9 .
() Cic. de or. 1, 1.
combattuto l'idea epicurea, non solo s' avvicina a una
transazione nel nep efruuia?, ma segno dell' im-
porsi di questo ideale contemplativo nel 7i epl r ^v/la c,
accede a una quiete ricca anche di elementi epicureiz-
zanti. E dichiara esplicitamente di non parlare di
'/)0"u^tav TT]V xoc7t7]t.x7]V xoc yopalav, XX TTJV (jLsy-
XQV, r j Tiq ou,ot.o1 -9-eco TV aTYjv vaXa(3 vTa. al u,v
yp v Tcmlc, TZA ZGI xal TCOV v&pCOTCCOV OJXOIC, yiv-
fxevat, [xsXTai yo^v^oucn TTJV Xsyofjiv^v Spiu.uTTjTa,
rcavoupyiav oOcrav... YJ S'piqu-la aocplac; oOaa yuu.v-
cnov, Yj-froTroi? ya&Y) xal TcXTTSt, xal u-eyafrvst. TCOV
vSpcov x? ^
U
X^?>
(<
della tranquillit volgare, ma di
quella grande, che eguaglia a dio chi la persegue.
Perch le occupazioni che nascono nelle citt e in
mezzo alla folla umana esercitano quella che si dice
acutezza d'ingegno, ed mancanza di scrupoli. La
solitudine invece, palestra di saggezza, come buona
formatrice del carattere plasma e fa grande l' anima
degli uomini (
1
). Ma vai la pena di proseguire la
lettura di questo frammento, in cui troviamo un te-
ma a noi gi ben noto: nulla d'ostacolo nella soli-
tudine e l'animo umano non piegato da tutte le
consuetudini grandi e piccole, come lo sono quelli chiu-
(
J
) Pl ut. ne pi y)a
u
X^
a
?. fr- X I X Bern. (voi. V I I , p. 119).
L' espressione ou.oioi 9-sco, bench compai a gi in Senofonte
un' espressione simile (Meni. 1, 6, 10, ftelou)
e di qui si di ffonda anche at t r aver so l a di atri ba, qui modellata
su Pl atone: ) (di quaggi) 8 ^QLCGIC, -fteto 8uva-
T V [Theact. 176 b; cfr. u-oioucuai. - , resp. 61 3 b) . specie
se si ti en presente il quadr o del saggi o cont empl at i vo
che precede poche pagi ne pr i ma ( 1 73 c- 1 7 4 a) il qual e ri -
f ugge dal l a atti vi t della citt. Anche l' eudemonia aristotelica
u-oitou- T I ToiauxY]? (divina) svepyei a? (Arist. Eth. Nic.
H78b, 27; e cfr. Epi c. ad Menoec. 132); lo stesso tono compa-
riva in Teofrasto, come appare da Giuliano, orai. 5, p 239,
23 Hert. Sulla diffusione dell' espressione e del concetto attra-
verso lo stoicismo (esso fa gi capolino in Seneca, e pisi. 59, 14
e 71, 6) vedi Q-eoa^cicc... [ &eco in Cl em. protr.
9, 86. 2, p. 64 St ahl . (da Pl at . resp. ci t at o) , i nol tre Pohl enz,
Die Stoa, I, 428 e II , 206 e Thei l er A'orber, d. Neuplat. p. 53
si in citt (al T a l ? 7rAecn va7ret.X7]u,[Xvat.)
)
ma v kk-
pt xa&apco x a l T 7i oX X ^co St,atTcu.vat. TCOV vO-pc-
7rcov vl acn pfral x a l TTTEpocpuoucuv, pSu,vat. TG>
StauyC7TTcp TE x a l XEIOTOCTCO pu,aTt, TYJ? Yjcru/ tac
Se lasciamo da parte il I l epl E&upua?, che abbiamo
visto colmo, se non sempre dello spirito, almeno della paro-
la di Panezio (
2
), altri spunti eutimistici, da cui traspaio-
no cenni anche pi significativi, per quanto di minor con-
to di quello che ci aspetteremmo dall' argomento dell' o-
pera, troviamo nel II spi cpuyyj?. Anche se lo spirito che in
essi si sente spesso occasionale, a noi possono servire
per riconoscere tratti non nuovi, che si possono rial-
lacciare a una tradizione pi vivamente contemplativa.
Com' richiesto dal tema, l' elemento positivo dato dal
pregio della 7)o-u/Ja, che il dono non apprezzato di
cui gode l'esule, dono d' altra parte di cui sono assetati
molti tra coloro che vivono nell' agitazione della pa-
tria (
3
) ; appare cos un' ideale di vita quieta, fuori dei
triboli della politica, in cui si sente, per, pi il tono
della consolatoria, che il sincero convincimento dell' au-
tore (
4
). Ma il fatto per noi lo stesso importante,
(
J
) Cf r. i n part i col are I oann. Chr ys . vita ., . 22,
4-24 Di i bn. e v edi Pl at . Phaedr. 255 ? 8I8OU? T &V rr-sptov
cpSsi xa l copu,r)o-sv TUTEpocpuev (e poco pri ma xX -
Xou? peuu-a) per l a scel t a dei voc abol i .
(
2
) Al t r e os s ervazi oni , ol t re quel l e del Si ef ert , op. cit-.,
nel corso di ques t o capi t ol o, a propos i t o di Seneca. R e s t a sot -
t i nt es o che nel l o scri t t o c' anche l o spi ri t o personal e di Pl u-
t arco.
(
3
) Pl ut . exit. 1 1 , 603E < 8 > ui yi aT ov, yjGoxiac,
^q Sit^coaiv , coi, TroXXxi? TUXE?V SVSOTI V. Cfr. l ' es em-
pi o dei filosofi esuli vol ont ari (15 , 605 B) : TIC, o5v TO TOU?
Sito^sv; oSei ?' XX' a Tol SI COXOVTE? y\o\>yia.v, ^q o 7rvu
( -Tiv OI' XOL ? yj vTi vaouv 8av ^ 8uvau.iv ' ,
u.v aXXa X yoi ?, 8' I py o i ? 7]U-a? Si Saxouai E poc he
ri ghe pi s ot t o (605 C) cpuyvTe? aTol - xa l rtspt-
^ ? - xal a^oXiccq, &q al rrarpi Sai tpspooai.
(*) Pe r l a vi t a qui et a, fuori del l ' at t i vi t pol i t i ca, ve di
l ' i nt erpret azi one del mi t o di Al c me one ri t i rat osi sul l ' i sol ot t o
f or mat o dal l e s abbi e del l ' Achel oo, per sf uggi re al l e Er i nni :
ci si gni f i cherebbe il ri t i ro di chi f ugge 7roXiTixc ?
perch ci dimostra che tali concezioni erano entrate
nella topica usuale per tali temi.
Si diceva di Lucilio che il tipo caratteristico dell'in-
deciso, che si sente attrarre dalla bellezza d'una ideale
vi t a filosofica, come Seneca glie la presenta, ma si lascia
allettare dalle lusinghe di una vita attuosa che soddisfa
la sua ambizione. Plinio no: Plinio decisamente per
la vita attiva, ma sente il fascino dell' otium; per la sua
vanit e per il suo scrupolo del dovere vi t t i ma dei
suoi cento impegni e finisce pi col desiderare che col
godere il suo otium, tutto preoccupato com' di sfuggire
inertiae crimen Il suo , per, atteggiamento di
letterato; il secessus una campagna dipinta con i co-
lori della poesia augustea e della retorica del I sec, in
cui pingue Yotium e rivolto ai pugillares, alle reti
della caccia pi che alla meditazione (
2
). Il suo vero
ideale, io credo, quel Terenzio Iunior, che, dopo una
vi t a attiva dedicata allo stato, si ritirato nei suoi
campi e si dedicato alle letture (
3
) : del resto, non di-
chiara personalmente di attendere con ansia il momento
in cui, terminata la vita politica, potr vivere ritirato ?
xal araceli; xal auxc^avriat; ptvucSei? per 7tpaY[*vco<;
Iv rjoux^
a
xar t uxe i v (9, 602E) ; nel cap. II, pag. 15 5 , abbiamo
gi citato 12, 604B. Per gli spunti eutimistici, cui accenno
qui sopra, cfr. 2, 5 99D; 3, 5 99F eooA (U.IYVOVT2<; e xepavvvxa?
dolce e amaro); 4, 600B (xpcu-evov EXOYICTTX; TCH<; Tcapouoi);
5, 600D; 16, 606D (sul xp7<*&ai TOI? 7rapouoi e il dipendere
dal futuro: cfr. tranq. an. 470D, 47 3B C e D, 476A e 466C;
Democr. B 1 1 9 , 58 D. e pi oltre pag. 234 ).
(*) Plin. epist. 3, 1, 1 2 ; 4, 23, 4: quando secessus mei
non desidiae nomen, sed tranquillitatis accipient? A. M. Guil-
lemin, Pline et la vie littraire de son temps, Paris, 1929, p. 15
sostiene che Plinio semole ignorer les rserves de Cicron
a proposito del primato della vita letteraria fuori dell'attivit
militare e cita epist. 1, 3, 3 di cui dir pi oltre. Ma bastano
i passi citati or ora e 1, 9, 6 (0 dulce otium honestumque ac
p a e n e omni negotio pulchrius!) per mostrare come l'afferma-
zione della Guillemin sia per lo meno eccessiva.
(
2
) Plin. epist. 9, io, 2; 5, 6, 45 - 46; 1, 6, 1- 2; 1, 9, 6.
Cfr. Marchesi, St. della Lett. lat., 1933, II, 250.
(
8
) id. 7, 25 , 2-4. O lo Spurinna di epist. 3, 1.
Quando mihi licebit, quando per aetatem honestum erit
imitari istud pulcherrimae quietis exemplum? (
1
).
Gi prima di Plinio c'era stato Seneca che sulla via
del ritiro e della contemplati vita era giunto molto pi
oltre: ma proprio questo ci rende pi interessante il
fenomeno. Perch in Plinio abbiamo un saggio di che
cosa voglia dire il diffondersi di questa grande corrente
nel mondo culturale. Non vorremo gi che questo signi-
fichi che tutta la societ si ritiri a vi t a claustrale nella
sue ville di campagna, o che avversi proprio con l'esem-
pio o con la penna la vita pubblica : questo sarebbe non
solo non rendersi conto di che cosa sia un fenomeno
culturale, ma tanto pi sarebbe non capire il mondo
antico e in special modo quello romano. Problema cul-
turale in un caso come il nostro vuol dire "atteggia-
mento" e nulla pi, vuol dire vi vo interesse per la cosa e
non pratica di essa ; vuol dire sentirne l' importanza : e
che il problema sia vi vo in questi tempi mostrano an-
che Tacito e Dione Crisostomo, che alla vi t a contempla-
tiva sono (specie il secondo) contrari. Il primo, nel
contrapporre oratoria e poesia, fa dire ad Aprio che per
i poeti, quando vogliono comporre qualche cosa di note-
vole relinquenda conversatio amicorum et iucunditas urbis,
deserenda celer officia, utque ipsi dicunt, in nemora et
in slitudinem secedendum est (
2
). E ad Aprio risponde
Materno che giusto quei nemora et luci et secretum ip~.
sum gli danno una gioia particolare, proprio perch
i versi non in strepitu nec sedente ante ostium litigatore
nec inter sordes ac lacrimas reorum componuntur, sed
secedit animus in loca pura atque innocentia fruiturque
sedibus sacris e accenna alla inquieta et anxia oratorum
i
1
) id. 4, 23, 4; ve di qua nt o di ce un paragraf o pr i ma:
ita senescere oportet virum, qui magistratus amplissimos gesserit,
exercitus rexerit totumque se rei publicae, quamdiu decebat,
obtulerit. L o st esso t ono i n 3, 1, 12.
(*) T a c . dial. de orat. 9.
vita bene notare che le due posizioni indicano
una contrapposizione del tutto teorica e culturale tra
una vita ritirata e una vita attuosa, inadeguata certo al
momento in cui il dialogo immaginato, quando cio
poesia e oratoria avevano la loro maggior vitalit nelle
sale di recitazione.
Cos per Dione, che nel suo I l e p l devast o pr^o- s o; si
sforza di definire che cos' per lui questa vax<p7]cnc, di
cui non pu rifiutare la realt palese, ma che non pu
ammettere nel suo pieno valore. E allora si aggira
attorno al problema, combatte la mutatio loci, la perdita
di tempo, la solitudine che dannosa agli stolti; per
lui 7] zie, a u T v vaxwpYj cnc; x a l TOL?
u, ao"iv non la migliore perch troppo di-
stante da quella che la legittima cr/ oX-/ ), rispettosa
dei doveri dell' uomo (
2
). Ma ammette che coltura e
filosofia, che tanto valore hanno per l'anima, - ,
? x a l vaxtopY]a-to<; T uy / v o u c u eu, eva! . (
3
) :
a malincuore per, perch a conclusione del suo di-
scorso sostiene la necessit di avvezzare l' anima al
suo dovere e alla riflessione in mezzo a qualsiasi con-
dizione esterna (IZ<XVT<XX_O\> x a l v a 7r a vTi ^ )
x a l v ) \ > ' ), altri menti e -^o -u/i a sono
gli elementi che pi possono deviare dalla retta via (
4
).
E se non pu fare a meno di constatare, se pur inciden-
(
1
) Tac. dial. 12 e 1 3; si l eggano anche le parole seguenti
{licei istos certamina et pericula sua et coetus evexerint, malo
securum et quietimi Vergili secessum) e il richiamo a Vi rgi l i o
nella seconda met del capitolo: Ale vero d u l c e s , ut Ver-
gilius ait, Musae, remotum a sollecitudinibus et curis et neces-
sitate quotidie aliquid contro animimi faciendi (tema caratte-
ristico della difesa del fi 105 S-ecopTjTtx?) in Ma sacra illosque
foutis ferant nec insanitili ultra et lubricum forum famamque
pallentem trepidus experiar.
(
2
) Dion. Chrys. or. 20, 3-5; 1 7; 18.
(
3
) id. 20, 1 1 .
(
4
) Dion. Chrys. 20, 26. interessante vedere, come al
di l della somiglianza delle parole, sia differente lo spirito che
ani ma Seneca, epist. 56, 1 sqq. (v. pag. 215).
talmente, la realt, cio che ben pochi filosofi hanno
preso parte alla vita politica (
1
), preferisce limitarsi
a considerare che solo il saggio libero e fa ci che
vuole, -rcpaYfxvco? <ov, secondo un tradizionale inse-
gnamento cinico (
2
). Questo imbarazzo in una figura
dell' importanza culturale di Dione (
3
) spiega chiara-
mente che il problema aveva assunto una larghezza di
diffusione tale che neppure chi lo avversa pu passarlo
sotto silenzio; ma allo stesso tempo il blando tono della
polemica, cos diverso da quello tenuto da Dicearco o
dagli Stoici antichi, lascia intravvedere il mutarsi so-
stanziale della questione, non pi polemica effettiva
di opposte correnti filosofiche, ma se la parola non
forse un po' eccessiva moda culturale. Quanto sia
vera questa affermazione indica a sufficienza un elo-
quente accostamento: lo spirito che anima VEuboico,
con quell'insistente contrapposizione tra la vita di cam-
pagna in cui l' uomo si mantiene retto e giusto in un
ambiente semplice dove l'esistenza si svolge cos vicina
ai dettami del cinismo, e quella della citt che scher-
nisce e non capisce questa purezza di vita, prendendola
per rozzezza; questo spirito lo stesso che scorre per
le pagine di Longo, in cui la citt non ha attrattive per
Dafni e Cloe, mentre la vita di campagna che^mantiene
pii, puri e vicini agli dei (
4
) ; infine lo stesso spirito
che anima le parole d' Ippolito nella Phaedra di Seneca,
(*) Di on. Chr ys . or. 49, 6: sopoi 8' v -vie, at avi c o? w.v qnXo-
ayouc, p^avrac; sv TOC, v&pKoiq, ASYLO 8k xq &>vou,aau.eva<;
pr^u;, OTpaT7j Y
o u
? fi (Tarp-rca? 9\ fJaaiXa? xa$i axau, voo<; .
(?) id. or. 6, 34; cfr. 4, 8-10.
(
3
) Cfr. H. vo n Ar ni m, Leben und Werke des Dio von Prusa,
Berl i n, 1898.
t*) Cfr. l a st essa os s ervazi one gi i n Pol i bi o (4, 73, 9),
a propos i t o degl i El ei che t ant o predi l i gevano l a vi t a i n c a m-
pagna, dove cons t at a che da t e mp o t al e at t i vi t nei c ampi
do ve va essere gar ant i t a dal l e l eggi , pri ma di t ut t o per l a quan-
t i t dei poderi col t i vat i , x S TCX EI OTOV, Sia xv urcp-
X ovx 7Toxe 7rap'aToT<; epv fUov.
dove s'esalta la virt e la moderatezza della vita di
campagna, di contro ai vizi e agli eccessi della citt :
Non alia magis est libera et vitio carens
ritusque melius vita quae priscos colai,
quam quae relictis moenibus silvas amat
logico che il tono della contemplativit sia ora
meno evidente ed intenso, che ci sia anzi una ricerca
d'equilibrio la stessa che appare in Filone tra
le due posizioni antitetiche: quanto pi un' idea si dif-
fonde, tanto pi, per una legge che direi di natura,
tende a perdere la sua assolutezza e a venir incontro alle
posizioni delle classi in cui si diffonde.
Ed ecco che cos appunto troviamo un elemento di
pi che comprova quanto stavo dicendo di Plinio, che
cio il suo gusto del ritiro assai letterario ; senza voler
con questo negare che al di sotto della letteratura ci
fosse una condizione generale degli spiriti, provati dalla
stanchezza e propensi alla fuga dalle fastidiose conven-
zioni della vita reale, tale da avviare la corrente cul-
turale e letteraria in quella determinata direzione.
Prima di vedere in particolare la posizione di Plinio, vo-
glio solo ricordare ci che in un'epistola esclama : Hanc
ego vitam voto et cogitatione praesumo ingressurus avi-
dissime ut primum ratio aetatis receptui canere permi-
serit. Ebbene sono le stesse parole di Seneca e di Au-
gusto: e quel che non di Seneca, di Cicerone (
2
).
Naturalmente temperamento suo proprio che lo porta
(*) Sen. Phaedr. 483-85. L' es al t azi one del l a vi t a campes t re
cont i nua fino al v. 520 e prosegue poi nelle l odi del l ' et del l ' oro.
(
2
) Pl i n. epist. 3, 1, 1 1 ; Sen. brev. vit. 4,4 di ce d' Augus t o
tanta visa est res otium, ut illam, quia usu non poterai, cogita-
tione praesumeret; e pi ol t re (4,6) in huius spe et cogitatione...
hoc votum eroi eius; Ci c. resp. 1, 2, 3 ncque ea signa audiamus,
quae receptui canunt, ut eos etiani revocent qui iam pr oc esser ini
(l ' espressi one non peregri na: c ompar e anc he i n Sen. e pisi.
56, n ; il t enore del passo che poggi a sullo st esso concet t o
1
. ;
La societ romana: l'alternanza dei due $ioi 2 1 $
a un secessus agreste fatto di fredda contemplazione
degli incanti della natura, di studio, di svago e anche
di libert dalle schiavit cittadine Caccia e studio
sono elementi assai importanti nella concezione plinia-
na dell'otium (
2
): questo perch egli lo cerca per un
bisogno di dar requie alla continua ressa di nuovi im-
pegni, che per lui sono artissimos laqueos e quasi cate-
ne (
3
), non per un'aspirazione che lo porti all' amore di
una pura e perfetta contemplati vita. Volontieri, cre-
derei, avrebbe seguito il consiglio che d a Pompeo
Saturnino di alternare otium e negotium, per cui il primo
una volta che l' uomo ne sazio cede di nuovo
posto alla pubblica attivit (
4
). In un tempo in cui
l'onore del rango e il senso del dovere ancora si reggono
^ per cui si pu dire che (epist. 2, n , i ) quamvis quietis
() Pl i n. 5, 6, 45 - 46: altius ibi (nella vi l l a del l a T us c i a)
otium et pinguius eoque securius; el i mi na l a t oga, l e vi s i t e,
offre un ci el o puro, un' ari a t ras parent e e possi bi l i t di s t udi o
e di cacci a.
(
2
) Ol t re a ques t o passo e a quel l i ci t at i a pag. 208, no-
t a 2, ve di ancora 2, 8, 1.
(
3
) Pl i n. epist. 2, 8, 2. I nsi st o su quant o ho appe na de t t o :
non c' solo l et t erat ura i n Pl i ni o, c' anche s ent i ment o; egl i
cerca il rus, ne sent e l ' at t r at t i va c ome pace, qual e s e nt i amo
i n Orazi o, 0 rus quando te aspiciam? (serm. 1 , 6, 60). Ma c' i n
Pl i ni o una c ompl e t a f reddezza, che non t r ove r e mmo c e r t o
i n Orazi o, i nnamor at o del l a sua c ampagna.
(*) Pl i n. epist. 7, 7, 2: incipies primum istic otio frui, deinde
satiatus ad nos reverti. Che ques t a si a l a posi zi one di Pl i ni o
mi par cosa c e r t a: un otium litteratum e per gi unt a i nt e s o
nel l a real t del l a vi t a e non nel l a col ori t ura i di l l i aca di
cert e escl amazi oni c ome una sost a, un ri poso dal l e f at i che
del l ' at t i vi t ci vi l e. L o di mos t ra il quadr o di t ant i pers onaggi
ri t rat t i col col ore t radi zi onal e e il suo st esso quando licebit?
che abbi am gi vi s t o pi sopra. Non esat t o, qui ndi , qua nt o
asseri sce l a Gui l l emi n, op. cit., p. 16, che on se drobe vol on-
t i ers t out e oc c upat i on pour se consacrer l ' t ude : Yepist.
7, 15 , 1 (da lei ci t at a) di ce studeo interdum, quod non interdum,
sed solum semperque facere, non audeo dicere rectius, certe bea-
tms erat. Sarebbe, ma non l o f a {erat): di ques t o t ono d' i rreal t
l a Gui l l emi n non s' accorge. E cos a epist. 1, 10, 10 Euf rat e
sol o l a fi gura che i n quel mome nt o s erve a Pl i ni o per raffor-
zare il suo ani mo nel senso del propri o dovere, non col ui c he
-k> per s uade ne pas dsert er son pos t e . Gl i el ement i c on-
t e mpl at i vi i n Pl i ni o sono pi l et t erari c he prat i ci .
amore secesseris, insidet tamen animo tuo maiestatis publi-
cae cura , non fa meraviglia di veder applicato il
principio caro a Seneca ancora al tempo del suo ri-
tiro dalla vita politica: miscenda tamen ista et alter-
nanda sunt, solitudo et frequentia ('). Salvo che quanto
in Seneca era ancora obbedienza alla legge della disci-
plina stoica, qui , ai tempi rifiorenti di Traiano, ob-
bedienza alla vecchia legge della disciplina politica. Del
resto la campagna di Plinio non molto lontana da
quella della cultura retorica tradizionale; una cam-
pagna 7)&o7i oi oc, : nihil audio quod audisse, nihil dico
quod dixisse paeniteat; nemo apud me quemquam sini-
stris sermonibus carpii, neminem ipse reprehendo... nulla
spe, nullo timore sollicitor, nullis rumoribus inquietor: me-
cum tantum et cum libellis loquor (
2
). Non c' perci dif-
ferenza tra la villa di Laurento e la campagna di Cai-
lipide che scrive a Cnemone: ypo xou (3ou x xe XXa
SCTXI xocX x a l SYJ x a l x ^xepov xoo xp7tou" r yp TJCTU-
yitt. x a l x ys i v a yoA r v r ole, xr c, yr c, xaXyv 7rpaxyxa
ve p y ^s x a i , la vita dei campi, oltre che per tante
altre ragioni, bella anche per la dolcezza del caratte-
re : perch la tranquillit e il vivere in quiete procura-
no una bella mitezza d'animo a chi vive in contatto con
la terra (
3
).
C' ancora da osservare in Plinio un atteggiamento
l
1
) Sen. tranq. an. 1 7, 3; ma aggi ungi ot. 4,2 ed epist.
9 1 , 1 5 , dove il ri gore filosofico maggi ore.
(
2
) Pl i n. epist. 1, 9, 5.
(
3
) Pl i n. epist. 1, 9, 5(TJ{>OTI:OI I; a v e v a de t t o Pl ut arco,
fr. X I X Bern. gi c i t at o) ; Ae l i an. rust. epist. 13, p. 20 Her-
cher. Ci rca l o st esso t ono anc he nel l a l et t era che scri ve Fi l -
l i de a Tras oni de, l a madr e al figlio c he ha abbandonat o l a
c amp agna per l a c i t t : T o r na da noi e ama ques t a vi t a i m-
mersa nel l a t ranqui l l i t : che i nf at t i acpaXy]*; x a l xl v8uvo<;
7] Y
0 J
P Y ^
a
> Axouc,, ox vSpa?, o pXayY aq e^oucra...
e scegl i non una vi t a di c ont i nuo ri schi o, ma l a s al vezza si cura >
(Al ci phr. epist. 3, 16, p. 73 H. ) . Si not i , per, come qui si sia
prossi mi al l a vi t a i di l l i ca dei c ampi , qual e l a c ant ano i poet i
>
speci al ment e, a R o ma , quel l i augus t e! e i n part i col are Ti bul l o'
che risente, ma molto alla lontana, appunto com'
proprio di dati ormai assorbiti dalla cultura, di remini-
scenze filosofiche: lo pu dimostrare il riscontro con
Seneca, in cui la filosofia non solo cultura. Il tratto
pi interessante offerto da quel passo dell'epistolario
pliniano in cui si parla della tranquillit di chi si ritira
nello studio, pur in mezzo alla turbolenza della citt in
festa, concludendo : ac per hos dies libentissime otium
meum in litteris colloco, quos alii otiosissimis occupatio-
nibus perdunt ; Seneca si trova invece sopra ai bagni
pubblici, ma neppure lui storna il varius undique clamor.
L' uno e l'altro hanno lo stesso tema, la tranquillit
dell' uomo sereno, ma la inconcussa quies di Plinio nasce
dall' esteriorit delle cose, dalla dolcezza che da esse
pugillares ac libellos viene all' animo dell' uomo;
mentre quella di Seneca la placida quies... quam ra-
tio composuit. Quanto in Seneca ancora filosofia, in
Plinio pi che altro sentimentalismo che, attraverso
la retorica, ha attinto colore dalla filosofia Cos
quando Plinio esclama effinge aliquid et excude quod sit
Perpetuo tuum. nam reliqua rerum tuarum post te aiium
atque alium dominum sortientur; hoc numquam tuum
desinel esse, cum semel coeperit, non si pu negare che
vi si riflette un tono da protrettico, che giusto il tono
della filosofia dell' epoca: Seneca, Musonio Rufo, Epit-
teto. E ancor pi la ricerca di qualche cosa che sia pro-
fondamente e perpetuamente nostro, tema usuale alla
filosofia pratica nella lotta contro gli aliena (
2
). Ma
non c' da far gran conto di queste espressioni, che
(') Pl i n. epist. 9, 6, 1-2; Sen. epist. 56, 1-6.
(
2
) Pl i n. epist. 1, 3, 4; val ga come esempi o per tuumja-
lienum Sen. epist. 1,3. L o st esso si pu di re del probl ema del l e
occupazi oni , che pur s embrando necessari e nel mome nt o i n
cui ci t r o vi a mo a compi erl e, si di n ost rano inania quando si
os s ervi no con una cert a pros pet t i va nel t e mp o {epist. 1, 9,
1-8): non mol t o l ont ani sono var i passi del de brev.vitae sene-
c ano sul probl ema degl i occupati.
vengono dalle scuole di retorica; infatti poche righe
prima Plinio si era espresso con un'enfasi particolar-
mente retorica: Quin tu (tempus enini) humiles et sor-
didas curas aliis mandas et ipse te in alto isto pingui-
que secessu studiis adseris? Hoc sit negotium limm; hoc
otium, hic labor, haec quies; in his vigilia, in his et iam
somnus reponatur Tut t a la vita sia studi e letture:
questo il bene assoluto che nessuno potr toglierci,
ci che massimamente cp' Tjfjuv; la filosofia ha pre-
stato quanto essa aveva di meglio alla retorica, il
grande ideale filosofico si fatto ideale culturale e cosi,
sotto questa sua nuova veste, pervade quel mondo con
una risonanza ben pi larga e diffusa che non quando
era sostenuto dalla rigidit delle scuole filosofiche.
Ma tutto ci vuol anche dire che da esigenza pro-
fondamente sentita si trasformato in un placido desi-
derio, altrettanto sincero, ma la cui soddisfazione non
pi essenziale. Un' immagine esatta di questo modo di
concepire il problema della vita contemplativa la d un
breve epigramma di Marziale :
Si tecum mihi, care Martialis,
securis liceatfrui diebus,
si disponere tempus otiosum
et verae pariter vacare vitae:
nec nos atria nec domos potentum
nec litis tetricas forumque triste
nossemus nec imagines superbas;
(*) Come la situazione sia mutata ed ora non si difenda
pi, ma si affermi questo ideale, pu mostrarlo in rrodo in-
teressante il confronto con la difesa degli studia littcrarum
nel pr Archia (7, 16) di Cicerone: at haec studia adulescentiam
alunt, senectutem oblectant, secundas res omant, adversis per-
fugium ac solacium praebent, delectant domi, non impediunt
foris, pernoctant nobiscum, peregrinantur, rusticantur. Sono
elementi consimili, ma in un contesto che tutto^una appas-
sionata, ma cauta difesa di posizioni, che allora non potevano
non parere d' avanguardi a.
sed gestatio, fabulae, libelli,
campus, porticus, umbra, Virgo, thermae,
haec essent loca semper, hi labores.
Nunc vivit necuter sibi, bonosque
soles effugere atque abire sentii,
qui nobis pereunt et imputantur.
Quisnam vivere cum sciai, moratur ? (
x
)
Curioso documento della morte di un ideale, proprio
nel momnto in cui raggiunge la sua massima diffu-
sione ! Securi dies, tempus otiosum, vera vita, vivere sibi:
sono i termini pi belli e pi alti dell'ideale filosofico
del secessus; ma non servono pi ad altro che a definire
ben modesti desideri, letture, chiacchiere, passeggi in
citt.
Ora appunto il pi io? <5>copY)Tix<; non pi vitale,
non ha pi la forza di commuovere gli uomini e di spin-
gerli sulla via dell' ascetismo; perch si ridotto in un
ambito letterario, per cui non lontano dagli argomenti
delle sale di declamazione. A vera, nuova vita non
torner che quando la nuova religione avr cercato in
esso il modo di raggiungere direttamente la mistica
comunione con Di o: sar il monachesimo (
2
).
* * *
Chi si leva in questo periodo con un' originalit che
ne fa una grande figura, anche se discussa e discutibile,
e sente in maniera ben diversa il problema della vi t a
(
1
) Mar t . 5 20. L ' ac c e nno al l e domos potentum anc he
nei versi at t ri bui t i a Seneca, di cui par l avo pi s u (Anth. Lat.
I V, 61) . Il part i col are del t e mp o che f ugge i nvece at t e ggi at o
su model l i poet i ci , cf r. Cat . 5, 4-5 e Hor. carni. 4,7 (l ont ani
c ome pi preci so cont enut o, ma non c ome at t e ggi ame nt o
f ormal e o di pensi ero) , ma con una l eggerezza e vac ui t consi -
derevol i . Pe r Marzi al e, ve di ancora 10, 58 (speci e il v. 7 mihi
quando dies meus est?).
(
2
) Jaeger, Aristotele (L'ideale eie), p. 617.
contemplativa Seneca: Seneca ci interessa assai come
uomo che da una vita vissuta intensamente ha tratto
un'esperienza personale, che per gradi ci appare nelle
opere successivamente create dal suo pensiero.
Il Nostro aveva iniziato la sua vita filosofica come
seguace dello stoicismo alla scuola di At t al o: seguace
convinto e caloroso, convinto sopra tutto del valore
educativo della filosofia in genere e dello stoicismo in
particolare. La convinzione doveva portarlo al campo
politico, anche se in un primo tempo, infervorato dalla
parola di Attalo, fu preso da un magnus mpetus per
la vita filosofica; ma deinde ad vitam civitatis reduc-
ius (
1
), disdicendo la pratica di tutti i suoi predecesso-
ri, per primo tra gli Stoici entra davvero e positiva-
mente nella vita politica con la sua attivit in senato e
poi con l'educazione di Nerone, che lo porta ad essere
per anni il primo ministro del suo pupillo, tanto preso
della sua attivit da dimenticare di tempo in tempo
il filosofo che vi veva in lui.
Quest' uomo brillante che fino dall' epoca di Caligola
si era messo in luce in senato, che aveva rischiato la
condanna a morte e che aveva passato sette anni d'esi-
lio sulle coste inospitali della Corsica, non era molto
portato dal suo stesso tenor di vita a rivolgersi col pen-
siero e con la pratica alla contemplati vita. Quando
dall'esilio scrive alla madre Elvia la consolatio, il pen-
siero di una simile vita molto lontano da lui. La vita
contemplativa un ripiego di fronte alla necessit e
quegli studi che per lui da essa non possono andar
disgiunti anche per Seneca si tratta di otium Ut-
ter atum sono visti in primo piano sia per la madre
sia per lui stesso (data la situazione in cui si trovano
costretti entrambi) come studi propri dell'otium che
s'alterna al negotium: dalle sue righe traspare una con-
(*) Sen. e pisi. 108, 15.
cezione negativa della quies, ben diversa da quella dei
dialoghi successivi all'esilio, e un valore molto generico
dei liberalia studia
Circa un anno pi tardi, nel 4 3 - 4 4 , scriveva a Poli-
bio, liberto potentissimo di Claudio, una consolatoria,
che ha fatto clamorosamente condannare Seneca. In
questo scritto compaiono ancora gli studi liberali, in cui
Polibio eccelleva, ma anche qui sono solo munimenta
contro il dolore (
2
).
Nel 4 9 Seneca ritorna a Roma, richiamato da Agrip-
pina, che gli ha fatto condonare la pena. In questo mo-
mento di sconforto, di amarezza quasi, al rientro dall'e-
silio, Seneca pensa di ritirarsi ad Atene (
3
), desideroso
soltanto di studi, di riposo e di una vita serena che lo ri-
tempri dal suo abbattimento morale. Lo domina un senso
rancoroso di egoismo, di vita raccolta in s, lontano dalla
vi t a attiva, inutile al pubblico bene e in pi dannosa al sin-
golo che vi si metteva. Lo stesso sentimento che anima
le pagine appunto composte in questo periodo di
tempo del de brevitate vitae, decisa predicazione
del vivere raccolto (
4
). Una massima e un'esortazione
(
1
) Scri ve alla madre: Ideo melius est vincere illuni (do-
lor em) qiiam falter e; nani qui delusus et voluptatibus aut
occupationibus abductus est, resurgit et ipsa quiete impetum
ad saeviendum conligit... Itaque ilio te duco, quo omnibus, qui
fortunam fugiunt, confugiendum est, ad liberalia studia: Ma
sanabunt vulnus tuum, Ma oninem tristitiam Ubi evcllent (Con-
sol. ad Helv., 17, 2-3). Lo stesso tono nei confronti di questi
studi a sfondo filosofico ricompare in epist. 36, 3.
(
2
) Sen. ad Polyb., 18, 1 Nane itaque te studiis iuis im-
merge altius, mine Ma Ubi velut munimenta animi circumda,
ne ex ulta lui parte inveniat introtum dolor.
(
3
) Cfr. Schol. in I uven. Sat. 5, 109.
(
4
) Cfr. Castiglioni, Della tranquillit dell'anima, della
brevit della vita, Tori no, 1930, pag. 1X-X1I.I; alle ragioni che
si portano per datare il dialogo nel 49 credo che si possa aggi un-
gere questa che ci porge lo scolio a Gi ovenal e, che ci testi-
monia realmente un desiderio di Seneca a ritirarsi in se stesso:
ragione lievissima, se sola, ma che nel complesso delle cose
acqui sta una sua i mportanza, oltre a una sua ragione\ olezza.
E ben vero che in questioni di datazione i moti vi pi convin-
risaltano nel dialogo: Soli omnium otiosi sunt qui sa-
pientiae vacant, soli vivant; nec enim suam tantum ac-
tatem bene tuenlur; omne aevum suo adiciunt; quidquid
annoYum ante illos actum est, illis adquisitum est (') e
Recipe te ad haec tranquilliora, tutiora, maiora (
2
); ma
nel complesso la vita contemplativa concepita in
senso negativo: non , cio, un amore per la vita riti-
rata quello che si sente nel dialogo, ma piuttosto un'ir-
ritazione per la vita politica. Insomma la vita solitaria,
Yutium, la quies non sono cercati per il loro valore in-
trinseco, ma per un fastidio che il negotium ha prodotto:
a tale constatazione ci porta il lungo esempio di Au-
gusto (
3
), che s'apre con l'osservazione dei potenti che
cercano la quiete per paura: potentissimis et in aitimi
cent i s oao quelli posi t i va ne nt e cronol ogi ci (e da ques t o p unt o
di vi s t i si ve dano al cune bel l e os s ervazi oni del L e nze n, Se-
neeas Dialog de brevitale vitae, L e i pzi g, 1937, p. 19-27, che
pone il nost ro scri t t o t ra il gennai o 49 e al mas s i mo il gennai o
50). ma l a s t es s i di f f erenza di t ono t r a il de brevitate vitae
e il di al ogo sul l a sereni t del l ' ani ma (che f a presupporre un
cert o i nt erval l o t r a i due scri t t i ) ci c onvi nc e maggi or me nt e
a porre i l pri mo di al ogo nel l ' anno 49 e non nel 62. Anc he il
Pohl enz, Philosophie und Erlebnis in Seneeas Dialogen, N. G. G.
194.1, p. 2 1 1 , ve de l e cose i n ques t o modo, se pens a che so
f and er (Seneca) ei nen T r os t i n dem Gef hl , dass er weni g-
st ens di e Mgl i chkei t habe, di e Zei t f r si ch zu nt ze n, si ch
sei nen St udi en und i nnerer E i nke hr hi nzuge be n; il medes i mo
aut ore i n Die Stoa, I, 312 dat a il di al ogo unmi t t el bar nach
sei ner Ruc kbe r uf ung . Sono c onvi nt o che l o scri t t o s t at o
co ri post o appe na Seneca era t ornat o a R o ma , ci c he s pi ega
bene l ' asprezza di cert i t oni , che sol o pochi mesi pi t ardi
s arebbero psi col ogi ca ne nt e i ncoerent i . L a s ua amar e zza ha
ragi on d' essere se ci i mmagi ni amo sconf ort o e i rri t azi one di
Seneca al ri t orno nel l a gr ande ci t t , quando al l ' i mpr ovvi s o
l a vi t a del l a capi t al e, che i n Corsi ca si era f orse un poco i dea-
l i zzat a nel ri mpi ant o, ri appare i n pi eno agl i occhi del l ' esul e,
con t ut t e l e sue bassezze, i suoi i nt ri ghi , quel f renet i co agi -
t arsi senza posa e senza ragi one. Ques t e st esse consi derazi oni
noi f anno l ogi cament e pensare a una dat azi one negl i ul t i mi
t e npi del l ' esi l i o, c ome i nvece Kos t e r mann, Untersuchungen
zu den Dialogenschriften Seneeas, in Berlin. Sitsber., 1934,
7J3.
.() Sen. brev. vi', r4, T .
(
a
) ibid. 19, 1.
(
3
) ibid. 4, 2-3.
sublatis hominibus excidere voces videbis, quibus otium
optent, laudent, omnibus bonis suis praeferant. Cupiunt
interim ex ilio fastigio suo, si tuto liceat, descender et
nam ut nihil extra lacessat aut quatiat, in se ipsa for;
una ruit (
1
). Il problema ancora piuttosto nihil ex-
suo tempore delibari sinere che la ricerca della vita beata ;
lo ammette anche Seneca stesso, quando proprio cos
spiega in che consista ut vivere scirent (
2
): maximi et
eminentes viri furono quei tali proprio perch non per-
sero il tempo della loro vi t a. Del resto il titolo stesso
dell'opera ci fa comprendere come sia stizzosamente
inteso ques t ' ohm che vuol significare non perder
tempo in attivit pubbliche, le quali venivano in fin dei
conti a dare un compenso quale quello.da cui Seneca
era di fresco reduce.
Che quella di Seneca fosse molto un'irritazione del
momento a me par certo dalla vita del filosofo, che
accetta l'incarico di precettore di Nerone e che per anni
si dedica a questo suo compito e a quello successivo
di guidare la nave dello stato sorreggendo l'inesperienza
del giovane imperatore o mitigandone i primi segni di fero-
cia. Ma anche dalle opere appare evidente come per un
certo periodo di anni il concetto di vita contemplativa
sia rimasto remoto, anche se mai del tutto scomparso
dalla mente di Seneca. Il dialogo de vita beata, poste-
riore al ritorno dall'esilio e assegnato generalmente al
5 8, ha un unico accenno alla quies, alla tranquillitas, posta
come una delle conseguenze derivanti dalle condizioni
i
1
) ibid. 4, 1. Con vi gor e e con anche maggi or convi nzi one
Seneca t raccer il quadr o di chi vi ve in isto invidioso fastigio
i n Epist. 94, 72- 73; t e ma che i n Seneca, del rest o, c omune
e t orna ancora i n tranq. an. 10,5 (v. pi ol t re p. 225 , n. 4).
(
J
) ibid. 7, 4-5 Magni, mihi crede, et supra humanos er-
rores eminentis viri est nihil ex suo tempore delibari sinere et
ideo eius vita longissima est, quia, quantumcumque patuit, totum
psi vacavit, nihil inde incultum otiosumque iacuit, nihil sub
alio fuit.
essenziali che formano la vita beata ('). Ed logico:
il dialogo stato scritto da un Seneca ancora potente,
che si difendeva da accusatori e calunniatori insistenti,
i quali gli rimproveravano tra l'altro l'eccessiva ricchezza
e il fasto disdicevoli ad un filosofo stoico (
2
); lo
scritto di un uomo di stato che si muove nella sua at-
tivit e non pensa di doverla, o poterla, lasciare.
Ma dopo la morte di Burro il problema doveva riap-
parire con particolare vigore alla mente di Seneca: ora
era egli stesso uno di quelli che si trovavano in invidioso
fastigio e guardavano alla quiete come via di scampo;
ma da filosofo e da vero stoico non come quelli tre-
mante e pensa ad un ritiro decoroso, che salvi la sua
persona dall' ira dell' imperatore da cui si sapeva odiato,
ma che salvi innanzi tutto la sua dignit di uomo.
Queste sono le condizioni di spirito di chi scriveva il
de tranquillitate animi, a mio parere composto nel 62
o ben poco prima, quando il suo autore aveva gi
deciso il ritiro (
3
). Lo aveva deciso s, ma per s, perch
(
1
) S^n. vit. beat. 3,4 inlelleqis, etiam si non adiciam,
sequi perpetuam tranquillitatem, depulsis iis quae irritant nos
aul territant, ove tranquillitas l'e&u[jUa e libertase 1' innere
Frei hei t (Pohlenz, N. G. G. 1941, p. 188), entrambe care a
Panezi o. Seneca stesso precisa che sunt ista bona, sed conse-
quentia summum bonum, non consummantia (auu.7i :XY)pcoTt.x;
vit. beat. 15 , 2) . Noto qui che nelle definizioni della vi ta beata
(che in buona parte si coprono l' un l' altra) compai ono nu-
merosi elementi che risalgono a Panezi o, come la vita conve-
niens naturae s u a e, la sana mens, la mancanza di admi-
ratio ( = 9-au[ xaaT (x; vit. beat. 3,3),la pax et concordia animi,
che l' intima serenit dovuta all' accordo con la propria natura
e la propria coscienza (il Pohl enz, art. cit. p. 191, a proposito
di 8,5 vis ac potestas concors sibi rende con 8vajuq a[z<pt>vo<;
auTYJ) oltre ad altri elementi che concordano con la definizione
paneziana dell' e&uu.ia in tranq. an. 2, 4, gi studiata. Al tri
spunti paneziani in 9, 4; 16, 3; 20, 5 ; 24, 4.
(
2
) Cfr. Tac. Ann. 14, 53.
(
3
) Il dialogo dedicato ad Anneo Sereno, che nel pri mo
capitolo esprime le sue esitanze tra la vi ta atti va e quella
ritirata; Sereno mor poco dopo il ritiro da corte di Seneca:
il filosofo stesso, epist. 63, 14, dice a Lucilio il suo dolore per
la morte recente del gi ovane. La morte avvenne dunque tra
ii 62 e il 6f ; mi il dialogo sicuramente del monent o in cui
gli pareva di avere motivi sufficienti per attuarlo in
tranquillit con la sua coscienza; ma gli pareva che
tale ritiro potesse essere concepito solo quando non
possibile l' attivit civile.
Evidentemente Seneca ha passato un periodo in
cui il suo spirito, angustiato dalla situazione concreta
in cui l' uomo politico si venuto a trovare, ha meditato
e ha cercato conforto nell'insegnamento della sua scuola ;
o forse ha cercato se qualcuno dei maestri gli offriva il
modo di risolversi al ritiro senza mancare alla concezione
stoica. Del resto in Seneca sempre cos: non c' in
lui una concezione solida e organizzata del pensiero stoi-
co, egli non accoglie di peso le idee di uno degli sco-
lar chi precedenti a questo fermamente contrario,
come dice egli stesso {epist. 33, 7) : turpe est enim seni
aut prospicienti senectutem ex commentario sapere ,
n crea un organismo vitale nuovo. I suoi interessi lo
portano ora qui, ora l: anche in campo epicureo,
quando creder di trovarvi ci che cerca
Ora il bisogno spirituale e la costrizione della
necessit lo riportano verso uno scritto che era gi
passato per le sue mani: il IIspl e&\>\xia .c
J
di Panezio.
Era una vecchia conoscenza, perch certo l'ideale della
eO-uuia gli si era presentato agli occhi gi al momento
del ritorno dalla Corsica (
2
), quando il suo risenti-
mento per tanti individui turpemente occupati, per chi
multa varia agii lo doveva spingere a sentir profonda-
mente la verit dell'insegnamento democriteo rinnovato
Seneca si ac c i nge va a ri t i rarsi a vi t a pr i vat a: t roppi accenni
coi nci dono c on quei mot i vi che il filosofo do ve va pres ent are
a se st esso c ome gi ust i f i cazi one del l a s ua det ermi nazi one.
Cfr. anc he K. Muns cher, Senecas Werke i n Philol. Suppl bd.
16 (1922) , 59 s gg.
(
1
) Ve d i anc he Al ber t i ni , La composition dans les ouvrages
philosophiques de Snque, Pari s , 1923, p. 205-06 e 300.
(
2
) I l Pohl e nz, N. G. G. 1941, p. 238 pens a agl i ul t i mi
anni del l ' esi l i o, dat a l a composi zi one, per l ui , del I I I l i bro
del de ira.
da Panezio; donde la spiegazione dei vari elementi a
colorito paneziano che compaiono nel de brevitate vitae,
elementi che ritroviamo accennati anche nel Ilepl efro-
liitxc, di Plutarco. Al filosofo che meditava un ritiro in
Grecia, che si sentiva restio a rientrare in quell' agone
politico che gli aveva fatto pagare ben care le soddi-
sfazioni in senato e fuori, il trattato di Panezio doveva
essere stato molto significativo. Gli scritti dell'esilio
almeno per quello che ci dato conoscere del Ilepl sfru-
\iicnc, di Panezio non ci confortano a pensare che Se-
neca conoscesse gi quello scritto durante gli anni tra-
scorsi in Corsica, poich non si pu dare la paternit a
Panezio di qualche tratto che non gli alieno, ma a
sua volta tradizionale nella letteratura delle consola-
zioni. Un altro fatto che congiura, a parer mio, a farci
pensare che l'opera di Panezio gli fosse venuta tra le
mani al momento del ritorno dall'esilio il contenuto
di de ira, 3,6-7: esso certo "democriteo", come lo defi-
niscono genericamente i commentatori, ma in ultima
analisi risale a Panezio; personalmente ritengo che Se-
neca, uomo di discrete letture, fosse a conoscenza di
uno scritto che a quel tempo doveva essere ancora
vi vo (
l
).
Il passo in questione si apre con un paragone, tra
il saggio e l'eSioc, che lo sviluppo di quello classico,
f
1
) Pa ne z i o era cert o ancor v i v o come aut ore al l ' epoca
di Orazi o, se l e ggi amo (carni. 1, 29, 13-14) coemptos undique
nobilis libros Panaeti. Qua nt o a Seneca, ri t engo si a da scar-
t are l ' i pot esi c he egl i conoscesse Pane zi o at t ravers o At e nodor o,
-che una f ont e del de tranquillitate animi; le ragi oni conse-
guono da quant o su At e nodor o si di r a pag. 237. Il passo del
de ira present a raffront i col de tranquillitate animi, ma ha
c ont at t i col de officiis ci ceroni ano e chi ari ri chi ami al l ' et i ca
de moc r i t e a; l ' ampi ezza dei ri scont ri mi rende perpl esso a
pensare che ci si t r ovi di f ront e a una conos cenza me di at a:
amerei pensare che t ant a uni t di rapport i (Democri t o, Ci -
cerone, Seneca) si a possi bi l e sol o a chi at t i nge di pri ma mano.
Ma l a possi bi l i t che a Pane zi o aves s e gi l argament e at t i nt o
Sozi one, che cert o una delle f ont i di Seneca, non da escl u-
dersi t r oppo cat egori cament e.
che abbiamo gi visto trovarsi in Panezio (cap. II,
pagg. 143 e 145) : qui, con tono di iperbole, il
confronto fatto addirittura con la cristallina e
immutabile serenit dell'etere Il quadro del saggio
ci ricorda da un lato la definizione dell' s k>{t a nel
de tranquillitate, dall' altro una delle definizioni della
vita beata nel dialogo omonimo : il suo animo superiore
ai tumulti della vita comune non conosce l'ira, che ne
scomporrebbe la verecundia (
2
). Per questo ci potr gio=
vare il salutare insegnamento di Democrito, che ci addi-
ta la tranquillit, si eque privatim neque publice multa
aut maiora viribus nostris egerimus (
3
) ; come nel dialo.-:
go sulla tranquillit dell' anima, anche qui la massima
democritea la condanna del darsi da fare ex super-
vacuo, cio un tema largamente sfruttato nel de brevi-
tate vitae (
4
). Il de ira prosegue: Itaque ut quietus possit
(*) Pars superior mundi et ordinatior ac propinquas i-
deribus (3, 6, 1) . Cfr. anche l a ISav a #p av di M. A nt . 8, 28, 1,
i n pas s o che per l a seconda part e a bbi a mo gi precedent ement e
e s ami nat o (cap. I I , pag. 15 3) . L o st esso c onc e t t o i n epist. 56
16 con col ori t ura pos i doni ana (cfr. Aur . Augus t . civ. dei, 7, 4).
(
2
) Sublimis animus, quietus semper et in statione tran-
quilla collocatus (3, 6, 1) = quies mentis in tuto collocatae et
sublimitas (vit. b. 4, 5 ) ; placido statu maneat (tranq. an. 2,4
e c ap. I I , pag. 15 7) . Sublimitas = (3a# TY )<; (Lat t es , Randbe-
merkungen i n Philol. 1932, p. 273 ci t a i (aftu-repa x a l 7rpa xspa
vj&yj d i Pl a t . legg. 930 a) = altitudo animi i n Ci c .off 1, 25 , 88, a
propos i t o di i ra, ma anc he al t rove. Modestas et venerabilis est et
dispositus (ir. ibid.): per modestas cfr. Ci c. off. 1, 27, 93 dove l a
coppi a temperantia et modestia rende il concet t o greco di ccixppo-
ovYj (e verecundia al Swi ; , cfr. Pohl enz, Ant. Fiihr. p. 5 6) ;
dispositus pens o corri sponda al compositi! s che appare nei di a-
l oghi post eri ori e nel l e epi st ol e (per es. epist. 4 , 1 ; 7,1 ecc. )
e una vol t a anc he nel nos t ro scri t t o (ir. 3, 39, 1, bene compo-
nere animum); quant o poi a venerabilis, si pu ri port arl o al
gr e c o ae\ivq, c he t orna pi di una vol t a per es. 6, 30,2
i n M. Aur e l i o: cfr. I o. Chr ys . P. G. X L VI I I , p. 105 5 oo<pv
7JCTX&0V x a i asu.vv.
(
3
) Sen. ir. 3, 6, 3. Il t es t o pi c ompl e t o che i n tranq. an.
1 3 , 1 , perch vi c ompar e il [x.Y 8' oa' v 7ipyCTorj rcp re S va-
{xiv atp<j#ai O UT O G x a pctv (Dem. B 3 D. ) che l manca.
(*) Cf r. tranq. an. 1 3 , 1 ; ir. 3, 6, 3 in multa discurrenti
ne golia e 3, 6, 3 in hoc vitae actu dissipato et vago; brev. vit.
3,2; 7, 7; 12, 1-9; 20, 1. L o st esso l e game f ra i di al oghi c he
c' i nt eres s ano cont i nua poche frasi pi sot t o, do ve l a f ort una
esse animus, non est iactandus nec multarum, ut dixi,
rerum actu fatigandus nec magnarum supraque vires
appetitarum; abbiamo, cio, uno sviluppo della massima
sopra citata e al tempo stesso (come anche il paragone
che segue con la sartina pi o meno adatta alle nostre
forze) del democriteo u.7) -KA ZC Kpoa .Tcr ea &a.i TCOV Suva-
TWV. Ma tutto il passo trova il suo riscontro in un con-
testo che pi oltre mostrer di sicura derivazione pane-
ziana: aestimanda sunt deinde ipsa quae adgredimur et
vires nostrae cum rebus, quas temptaturi sumus, com-
parandae... necesse est opprimant onera, quae ferente
maiora sunt (
l
). Si tratta di sentenze non rare in
scritti del genere (
2
), ma da notare come nel de ira
derivino direttamente da una massima democritea e
come esse ricompaiano in un'osservazione generale di
Cicerone, che notando quali siano i tre principi fon-
damentali del decorum nelle azioni, pone come secon-
do il dovere di far attenzione quanta ilici res sit guani
efficerc velimus ut neve maior neve minor cura et opera
suscipialur guani causa postulet (
3
). Siamo cio,
messa in campo nel de ira come, allo stesso proposito, lo
nel de iranqnillitate: e se nell' uno si legge Nulli fortuna tam
dedita est ut malta tentanti uhique respondeat, nell' altro trovi amo
nam qui multa agii saepe fortunae poteslatem sui facit, quam
tutissimum est raro experiri (Sen. ir. 3, 6, 5; tranq. an. 13,2).
Concetti consimili appai ono tanto nel dialogo della brevit
della vi ta, quanto in quello della tranquillit dell' anima;
cos quello tanto diffuso sulla particolare situazione degli
in altum suolati homines. soggetti alla fortuna che in se ipsa...
ruit (brev. vii. 4,1), onde il consiglio ne invideamus altius stau-
tibus; quae excelsa videbantur, pr aera pia sunt (tranq. au. i o,
5-6; Dem. B 191 e 238 D.). Tema che torna spesso nelle Fpi-
stole (cfr. per es. 94, 72-73) e anche nell'Agamennone, in cui
si l egge: Quicquid in alluni Fortuna tulit, / ruitura levai. AJ 0-
dicis rebus \ longius aevum est; felix mediae / quisquis turbae
sorte quietus ! aura siringit litora tuta / timidusque mari credere
cumbam j remo lerras propiore le gii (Agam. 101-07), dove
appare anche il concetto di u- expi TT^, se pure dobbi amo no-
tare che, al meno nella forma, il passo deriva da Orazio.
(
J
) Sen. ir. 3, 6, 6; tranq. an. 6,3.
(
2
) Per tranq. an. 6,3, cfr. anche Tel et. rei. p. 3 l i .
(
3
) Cic. off. 1, 49, 1 41 ; cfr. anche 1, 21, 73; 1, 31. I TO;
Siefert, op. cit., p. 55
sempre nel campo della mediocritas o (xerpiTY)?, cosi
decisamente affermata da Democrito e decisamente
accettata da Panezio
Lo stesso tenore e gli stessi raffronti permangono
nel capitolo successivo: ma mentre il primo paragrafo
non che una variazione sul tema del capitolo prece-
dente, il secondo passa a concetti nuovi. Ita fit ut
frequenter irrita sit eius voluntas, qui non quae facilia
sunt aggreditur, sed vult facilia esse quae aggressus est.
Quatenus aliquid conaberis, te simul et ea, quae paras
quibusque pararis ipse, metire; faciet enim te asperum
paenitentia operis infecti.... Ergo actiones nostrae nec par-
vae sint nec audaces et improbae, in vicinum spes exeat,
nihil conemur quod mox adepti quoque successisse miremur.
Nel de tranquillitate Seneca dice: Ante omnia necesse
est se ipsum aestimare.... Non*sunt praeterea cupiditates
in longinqua mittendae, sed in vicinum illis egredi per-
mittamus.... Relictis is, quae non possunt fieri aut dif-
ficulter possunt, prope posila speique nostrae adludentia
sequamur (
2
). Sono gli stessi argomenti, raccolti in-
torno alla medesima questione, anche se in un ordine
leggermente diverso; e anche se alcuni raffronti sono
basati su luoghi non peregrini, il loro trovarsi riuniti
(*) Il t ermi ne [xsTptTy] ^ , per l ' es at t ezza, t ermi ne spe-
ci fi co del l a dot t ri na democri t ea (nei peri pat et i ci e i n Ar i s t o-
t el e compare il pl ural e U. ETPI TY)T 0;
s e m e n
e s ervo a di ffe-
renza del t ermi ne peri pat et i co u.aT7]<; (che s ' appoggi a a
quant o di ce Ci cerone, (off. i , 25, 89), numquam enim iratas qui
accedei ad poenam mediocrit t.em Ulani tenebit, quae
est inter nimium et parimi [si ri cordi no anc he 'Xkeityiq e 7rep-
PoX^j di De moc r i t o e il u.r]v yav] , quae placet Peripateticis
et vede placet), per i ndi care c ome Pane zi o, ol t re al l ' i nf l usso
peri pat et i co, abbi a s ent i t o assai f ort e anche quel l o di De moc r i t o.
Dal passo di Ci cerone ora c i t at o parrebbe di pot er dedurre
che Pane zi o non aves s e adot t at o il t ermi ne ^eoT-yjc c ome
propri o del l a s ua dot t ri na.
(
2
) Sen. ir. 3 , 7 , 1-2; tranq. an. 6,2 (gi not at o dal R a b -
bow, op. cit., p. 106); 10,5.
che ha un suo peso Non si deve trascurare anche
qui un parallelo con Cicerone, a proposito del decorum
in generale : Efficiendum autem est ut appetitus rationi
oboediant... Nam qui appetitus longius evagantur et tam-
quam exsultantes sive cupiendo sive fugiendo non satis
a ratione retinentur, ii sine dubio finem et modum tran-
seunte. Licei ora ipsa cernere iratorum..., quorum vul-
tus, voces, motus statusque mutantur. Ex quibus illud
intellegitur,... appetitus omnes contrahendos sedandosque
esse... ut ne quid temere ac fortuito, inconsiderate ne-
glegenterque agamus (
2
). Il qual passo importante,
oltre che per il fatto di indicarci un filo conduttore
assai vicino ai contesti di Seneca, perch ci dimostra che
anche nella fonte di Seneca non era assurdo ci fosse
un accenno all'ira e agli irati ; naturalmente il Nostro
ha sfruttato tale elemento l dove poteva tornargli
utile, trascurandolo nel de tranquillitate animi (
3
). Per
(*) T a nt o ' pi che pensi eri affini compai ono anche i n De -
mocri t o: rti xoXq 8ovaxo?<; ov 8zX ifziv TY JV Y VC U,T}V x a l xot<;
rtapeoucuv pxea&at . ed sXrti8<; al u-v x c o v p& 9pove6vxc>v
quxxai , al x w v ^uvxwv Svaxat , (Dem. B 19 e 58 D.
(
gi i n-
di cat o ques t ' ul t i mo dal Hi rzel , art. cit., p. 363); cfr. anche Pl ut .
tranq. an. 12, 4 7 1 D uxi^vcov qHsu, vou<; -cclq Xrticrtv.
(
2
) Ci c. off. 1, 29, 102-03. Anc he qui el ement o base
l a f j t s x p i x T ) ? .
(
3
) Aggi ungo qui al t ri t occhi e spunt i che r avvi c i nano
il t erzo l i bro del de ira agl i scri t t i eut i mi s t i ci : ir. 3, 8, 1 sit-
muntur a conversantibus mores et ut quaedam in contados cor-
poris vitia trasiliunt, ita animus mala sua proximis tradii.:
tranq. an. 7, 1 (hominum dilectus: gi R a bbo w, op. cit.,
p. 109 n. 1) e 14, 1; ir. 3, 30, 3 nostra nos sine com-
paratane delectant, numquam erit felix qnem iorquebit
felido?. Minus habeo quam speravi: sed foviasse plus speravi
quam debiti: Pl ut . tranq. an. 10,470 B e 12, 471 D; ir. 3, 31, 1
Nulli ad aliena respicienti sua placent: Pl ut . tranq. an. n ,
471 A ; per il rest o del paragraf o e per il 2, cfr. Pl ut . tranq.
an. 10, 470 B - D. Not o per ul t i mo il conf ront o t ra ir. 3, 9, 2
e Pl ut . tranq. an. 8, 469 A , dove il paragone t ra il conf ort o
degl i occhi che ri posano su virentia e quibusdam coloribus
(xatq v&7jpat<; x a l rtoa>8e<u ^pot at ?) e il bi sogno di di st endere
l a ment e pot rebbe essere di deri vazi one pur ame nt e ret ori ca.
Ma non posso far a meno di met t ere i n ri sal t o come un gr uppo
di passi del de ira raccol t i i n me no di due capi t ol i (30, 3- 31, 2)
corri s ponda a un c ompat t o gr uppo di passi del l ' opus col o
pl ut archeo (470 B - 4 7 1 D) .
Seneca
22$
concludere, indicher un ultimo fatto che, toccando
l'impostazione generale del libro, ha una sua conside-
revole importanza : Panezio impostava la risoluzione del
problema dell'ira su due punti fondamentali, necessit
di conservare la mediocrit^ e assurdit del punto di
vista peripatetico che lodava l' iracondia e la t rovava
un utile dono di madre natura Ma anche Seneca
sviluppa un identico piano, per cui oppugna la teo-
ria peripatetica (3, 3,1 - 4,5), per passare poi a dimo-
strare la necessit di un equilibrio spirituale (3, 6,
I- 8, I) : credo che la conoscenza di Panezio anche nel
terzo libro del de ira sia davvero probabile (
2
) ; il che
conforta maggiormente quei riscontri tra de brevitate
vitae e materiale paneziano che stiamo per fare (
3
).
H Ci c. off. 1, 25, 89 ci t at o a p. 227 n. 1, che pros egue rede
placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura
datam (le st esse parol e i n Tusc. 4, 19, 43). Illa vero omnibus in re-
bus repudiando est. Non mi pare at t endi bi l e l ' opi ni one del R a b -
bow, op. cit., p. 107 e 140, s econdo cui Seneca qui at t i ngerebbe di -
ret t ament e ad Ari s t . Rhet. 137 9 1 5 : no n so l o i r af f r onti so no
mo l t o gener i ci , ma t ut t i t o ccano t emi che g i Pa nez i o a v e v a
accol t o nel l a sua si nt esi .
(
a
) Conos cenz a di r et t a i ndi r et t a ? I l pr o bl ema par r ebbe
da r i so lver si nel pr i mo senso , perch il mat eri al e est raneo a
Pane zi o assai f aci l e deri vi da quant o Seneca a v e v a r ac c ol t o
s ul l ' argoment o. Non mi sof f ermo a di s cut ere qui le opi ni oni del
R a bbo w, op. cit., p. 88 s gg. e 101 ; l e sue i dee sugl i scri t t i eut i -
mi st i ci sono appe na accennat e (un s econdo vo l ume mai appar s o
avr e bbe dovut o, credo, t rat t arne appos i t ament e) , ma mol t i dei
val i di raffront i f at t i da l ui ri sal gono non ai t est i che Seneca
a v e v a per mano, quant o pi ut t os t o al l e f ont i del l a sua f ont e.
Pe r il maximum remedium irae dilatio est (3, 12, 4) non pare
di dover pensare ad At enodoro, anche se egl i ad Augus t o
a v e v a cons i gl i at o di reci t are ment al ment e t ut t o l ' al f abet o
quando vo l e va superare l ' i mpet o d' i ra: dat o t r oppo ge ne -
ral e e diffuso nel l a cura filosofica del l ' i ra. Pe r l ' es ame di co-
sci enza (3, 36-37), che probabi l ment e gl i deri va da Sozi one
(cfr. Pohl enz, Die Stoa, I I , 15 9) , ma non af f at t o cosa si cura,
il cas o di f ermarsi qui ad un cos grosso probl ema.
(
3
) Si p u f orse aggi ungere c he l ' appari re di uno s punt o
do vut o a i spi razi one pane zi ana pu a s ua vol t a essere un el e-
me nt o di pi per dat are il I I I l i bro del de ira nel 49-50, ci o
pos o dopo il ri t orno di Seneca i n R o ma : i ri cordi del l e l et t ur e
che gl i erano s ervi t e per il de brevitate vitae non si erano c a n-
cel l at i dal l a s ua memori a. Pe r l a dat azi one, ol t re il Muns c he r
gi ci t at o, v. Al bert i ni , op. cit., p. 1 7 - 1 9 .
Tut t a la prima parte di questo dialogo un' ampia
trattazione sugli occupati, con vari "excursus" dovuti
solamente a Seneca, come gli esempi di Augusto, Cice-
rone, Druso (capp. 4- 6,2) , come i lunghi capitoli 12 e
13. Il punto di partenza la confutazione della massima
ippocratea vitam brevem esse, longam artem : gi questo
interessante, perch ci fa presupporre che la sua fonte
non sia uno stoico antico; Zenone infatti aveva detto
oSsvi; 7][x<; OUTCO 7rveo-frai w? xpvov. fpctxc, (xv
OVTW? Pi o ? , i] Se T%V7] fxaxpy), xoci pJxAAov /] rc;
TTIQ ^u^vj ? vo-ou? o-ao-^-at Sovau.vy) (
1
). E chiaro
che le due posizioni sono antitetiche, anche se poi
parte dei loro sviluppi possa non esserlo altrettanto.
Com' logico, in una materia di tal genere gli apporti
della diatriba sono assai ampi e frequenti: quanto
essi risalgono alla fonte o alle fonti di Seneca e quan-
to si debbano a materiali che Seneca stesso, da pro-
fondo conoscitore, attingeva per conto proprio dai
numerosi scritti diatribici (
2
), non possibile dire; per
questa parte non c' altro da fare che constatare quali dati
tradizionali compaiano in lui e servano alla nostra ri-
cerca. Vediamo cos che uno degli elementi di primo
piano nella critica di questi faccendoni che non fanno
nulla dato dalle molteplici attivit cittadine, sintomo
di una sola cosa: cum Ma faceres, non esse cum alio
volebas, sed tecum esse non poteras (
3
). Questo tema, in
cui riecheggia una nota paneziana, ritorna anche pi
(') 5'. V. F. I, 323 Arri . ; O. Hens e con ragi one os s erva:
per Svxcoc; indicar. Zenon se consent i re c um Hi ppocrat e .
Cambi at o l ' argoment o, mut at a l a f ont e, l ' assert o di Zenone
appari r anche in Se ne c a: epist. 49,3 af f erma et alioquin non
possunt longa intervalla esse in ea re, quae tota brevis est.
Punctum est quod vivimus et adhuc puncto minus, ri preso con
posi zi one pi generi ca al 9 mors me sequitur, fugit vita.
(
2
) Pe r al t ri part i col ari sul l a padr onanza che Seneca
a v e v a del l a di at ri ba, da cui t rae infiniti spunt i , ampl i ament i ,
esempi e t rat t i st i li st i ci , si ve da anche a pag. 269.
(
s
) Brev. vit. 5,2.
oltre: cius vita longissima est, quia, quantumcumque
patuit, totum ipsi vacavit e perci nihil sub alio fuit
Il tempo dunque prezioso, ma solo per attendere a
noi stessi, perch non vada disperso: dato agli altri
non vale pi nulla; riservato a s, non pi schiavo
della fortuna ed un patrimonio in pugno al saggio:
securae et quietae mentis est in omnes suae vitae partes
discurrere (
2
). La conclusione, ed un poco la conclu-
sione di tutta questa prima parte, esplicita: at quibus
vita procul ab omni negotio agitur, quidni spatiosa est?
Eccoci quindi giunti ad un' impostazione pi decisa del
problema: solo Yotium ci fa signori della vita, che
tota in reditu est (
3
). Il tono identico, alla chiusa
della lunga parentesi che occupa i capitoli 12 e 1 3 : il
capitolo 14 si apre affermando, come abbiam gi visto,
soli otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt, che
pare davvero voglia completare il pensiero che abbiamo
or ora citato. Inizia qui la parte pi sostanziosa del
dialogo; la parte iniziale , al confronto, un' introduzione,
una messa a punto della questione che sotto sotto pi
preme a Seneca: in lui non c' tanto il pensiero di darsi
cura di quelli sventurati che perdono in inutili attivit
la loro vi t a,. quanto un' amarezza contro chi si gode
cos malamente il suo tempo, forse l' amarezza di chi
sa che avrebbe avuto capacit e animo per goderne
meglio. Non si tratta di una gratuita impressione che
si ricava dalla lettura o dal tono di qualche espressione
che appare qua e l; la struttura stessa dell' operetta
lo rivela: infatti sempre lo schema tradizionale e si
sviscera a fondo il male prima di cercarne il rimedio
(&pa7rea 7ra#cov), ma questo rimedio non espresso
dalle parole pacate del medico d'anime, ha in s in-
vece il calore, la passione di chi difende o esalta una
(*) Brev. vit. 7, 4- 5 ; il s aggi o solutus et sui iuris (id. 5,3).
(
2
) Brev. vit. 10,5 .

3
) Brev. vit. 1 1 , 4 ; cfr. 15 , 5 .
causa che la sua causa. Arriviamo cos agli ultimi tre
capitoli, in cui le esortazioni al viver ritirato si concen-
trano; due immagini che ci son note da lunga tradi-
zione appaiono subito, l"y\oc, e il AIU,T)V, i due op-
posti, ci che sta a cuore allo stolto e ci che preme
al saggio : Excerpe itaque te volgo, Pauline carissime, et
in tranquilliorem portum non pr aetatis spatio iactatus
tandem recede... aliquid temporis stime eiiam tibi. Non
ancora il mullum et in se recedendum est che tro-
viamo nel de tranquillitate animi, ma nell'affermazior
ne c' gi un vi vo calore (

). Si noti che una quale


incertezza, direi meglio una esitazione nel prendere
ferma posizione c' ancora: tra le due frasi del dia-
logo qui sopra citate s'inserisce, anche se con tono
concessivo, una limitazione (che riapparir per un mo-
mento nel dialogo della tranquillit dove s'osserva che
nimis videtur summisisse temporibus se Athenodorus, ni-
mis cito refugisse) e cio maior pars aetatis, certe melior,
rei publicae data sit. Non fa meraviglia la cosa, perch
non ancora il tempo del de olio e, sia nel 4 9 , sia nel
62, Seneca sta ancora cercando una via e un equilibrio
e non ha ancora abbandonato la posizione che aveva
assunto Panezio, anche se alla contemplati vita si sente
mano mano pi attratto; cos non fa meraviglia il tono
un poco incerto nell'esaltazione del ue oope i v sul -
TEIV, in cui il O-ewpsi v ancora quello di Panezio nell' o-
pera politica anche di Posidonio (
2
). Ma dal complesso
(
1
) Brcv. vii. 1 8 , i ; tranq. an. 1 7, 3.
(
2
) Brcv. vii. 1 8, 1 ; l ' esi tazi one tr a vi t a cont empl at i va
e at t i va espressa del resto in modo che non esclusivo di
Seneca, ma proprio di tutto lo stoicismo romano. L ' accop-
pi amento dei due termini, cio necessit di rifuggire le vane
occupazioni e d' altro canto d' interessarsi del bene pubblico,
compare anche in Marco Aurelio: ) ^ u7ro-
XeiTCU-evov plou \iepoq sv TCCIQ rcep kxzpcv cpavToccua!.c,
TUOTOCV \ ] TT) V vacpopv TTI T I xoivoxpeXc; rcoif) (M. Ant. 3,
4, 1). Quanto i nvece al ^ewpe v, cfr. brcv. vii. 2,3 ... hi
dispectum veri alt oli ere oculos sinitnt e 1 9, 1 ; vedi quant o si
di ce in proposi to a pag. 1 21 .
dell'opera appare una tenace convinzione del vivere
fuori della turba e degli impegni, che imprime una
caratteristica a tutto il dialogo se la sua espres-
sione non altrettanto aperta e precisa, dobbiamo pen-
sare come ho gi detto che l' autore non sentiva
una necessit di vita che a questo lo spingesse, ma
pi che altro un fondo di amarezza. La corrispondenza
parziale, ma reale tra la materia e lo stato d' anima
di Seneca ci spiega che appunto della fonte greca pi
adatta all' argomento, cio l' operetta paneziana, siano
spariti quegli elementi che in quel momento non tro-
vavano risonanza nello spirito di chi scriveva. Ma poi-
ch il problema degli occupati era apparso, come ab-
biamo gi accennato (
2
), anche in Panezio, logico
che nel nostro dialogo tornino degli elementi che da
lui derivano; cos, io credo, si spiegano gli insistenti
accenni al rivolgersi in se stesso, a partire dall'aliquid
temporis lui sume etiam Ubi rivolto a Paolino, che si
ripetono per tutto il dialogo, specialmente nel secondo
capitolo: numquam illis recurrere ad se licei, che s' ac-
compagna al paragone del mare tanto caro a Demo-
crito; nemo se sibi vindicat: suus nemo est; tecum esse
non poteras (
3
). Un altro tema legato ali'e&uu.ia
(
J
) Cos ad es. 7,4, do ve si ri corda che gl i uomi ni pi-
gr andi , cumdivitiis officiisvoluptatibus renuntiassent, hoc unum
in extremam usque aetattm egerunt ut vivere scirent. No t o qui
c ome i t re carat t eri s t i ci impedimenla sono s chi et t ament e p a -
nezi ani : gi i n Ci cerone (off. 1, 20, 68) si r ac c omanda di evi t ar e
il pi acere, l a pecuniae cupiditas e l a gloriae cupiditas. Che qui
Seneca al l uda a t re generi di vi t a (Lenzen, op. cit. p. 70, c i o
poq cpi A Tt u-oq, qnAo)(pY)U,aTo<;, cpiA^Sovoc;) non possi bi l e,
perche c ombat t e s ol t ant o t re f orme di at t i vi t condannabi l i .
(
2
) Ve d i c ap. 1 1 , pag. 160.
(
3
) Brev. vit. 1 8 , 1 ; 2, 3-5. I paragraf i 4-5 c ont e ngono uno
s vi l uppo s enecano sul t e ma di 2, 3: l ' i nsi st enza di Seneca ci
garant i s ce per che il model l o do ve va porre l ' accent o su que s t o
da t o ; se ri cordo il paragone del mare, non c he di ment i chi
quant o esso ormai di ffuso, ma vogl i o f ar sol o not are l ' accos t a-
ment o, che pu qui essere si gni f i cat i vo. Il t e ma dell' eie; aur v
ri t orna, s ot t o l ' as pet t o del l a padr onanza di s, in 5,3 e i n 7,5; .
ma s ot t o ques t o as pet t o generi cament e st oi co.
quello del saggio che signore di tutta la sua vita ; lo ve-
diamo impostato cos: securae et quietae mentis est in
omnes vitae suac parles discurrere, col contrapposto
degli occupati che jledere se et respicere non possimi o,
come aveva detto poco pi sopra, nec enim illis vacai
praeterita respicere et, si vacet, iniucunda est paeniten-
dae rei recordatio (
1
). Che ol S cppvi fxoi xo T. [XTJX-
T'OVXOC TW u.VY )fj.ovU(.v svapyooc; OVTOC TioiQUGiv IOCUTOC
lo dice Plutarco e abbiam gi visto come il passo
sia democriteo e paneziano (
2
) , il quale prosegue
con lo stesso tono del nostro dialogo affermando che
per gli stolti non in nostro possesso nemmeno il
presente, che pur tanto breve (
3
), n essi sanno fare una
la vita legando il presente al passato (
4
). Plutarco
conclude con un'osservazione che ritorna gi all'inizio
del capitolo e si ripete pi volte, cio che questa gente
s fanno T7J<; a up i o v xxpf xau. vou<; , OQ TWV izpuai
y.y.l p4>7]V x a l
o u
^ p ? OCTOC; OVTCOV oS' oXcog
i
1
) Brev. vii. io, 5 e 2. L'inizio del capitolo (10,1) pret-
tamente senecano, ma gi la normale divisione della vita
in tre tempi, presente, passato, futuro sotto influsso stoico:
quoti agimus breve est risponde allo stoico T V S' vecTtoTcx
7i-spacruivov (S. V. F. I l , 520; cfr. anche 519) e al quod egi-
mus certuni pu essere avvicinato il crisippeo xaTrjY07]pu-aTa
'!>7Tdcp/Eiv XyeTai [Jiva T au[i.ftzft'/)xTL. (S. V.F. I I , 509).
(
2
) PI ut. tranq. an. 14, 473B; cfr. cap. I I , pag. 142.
f
3
) hi. 473C; Sen. brev. vii. 16, 6: fluit et praccipitatur;
miti, desinit esse quam venit = TTJV ai a- 9- r j a i v x c p o y v ; bre-
vissimum = x a Xa^taTcp xou ypvou u.opcp; id ipsum illis
disfrictis in multa subducitur = o x T t Soxe? Kpc, 73jxoc^ 0 8'
'r^iixzpov slvat xoic, voY)Toi<;. Che il contesto sia stoico
pu confermarci Seneca, che dice praesens tempus brevissimum
est, adeo quidem ut quibusdam nullum videatur, che combacia
con l'affermazione stoica EVECTTO TT/ 8 [XYJ e l v o u xpvov, XX
T ^v cpTt. xa T Tcpte>-/}V ucpsaTocvou, T 8 vov oXcoq [xyjSv e l va i
(S. V. F. I I , .519). Sul tempo e il suo valore cfr. anche M. Ant .
12, 13 e 14, che si muovono in una sfera non molto diversa
da quella del dialogo anneano.
Ibid., 473C- D: ^pi axo? X Y J &T ) . . . o x Iqc xv (iov
'va yzvG&au cnJU.-n;Xexo[XV6)v TCH<; Trapouot, T WV Trapcox^^^vcov
in omnes vitae suae partes discurrere.
axotc; YSVOU.VCOV (*) ; ma la stessa osservazione
troviamo anche in Seneca: praecipitat quisque vitam
suam et futuri desiderio lborat, praesentium taedio,
a cui s'aggiunge maximum vivendi impedimentum
est exspectatio, quae pendei ex crastino, perdit hodier-
num (
2
). Il valore del passato per i saggi riaffermato
infine da Seneca l dove c' la chiave del dialogo:
qui sapientiae vacant... omne aevum suo adiciunt;
quidquid annorum ante illos actum est, illis adquisitum
est (
3
). Quindi, non solo l'iniziale seeurae et quietae
mentis, ma tutto il parallelismo tra il passo plutar-
cheo di cui abbiamo gi studiato in precedenza
la prima parte e le espressioni di Seneca ci permet-
tono di risalire anche qui a Panezio.
L' aver potuto mostrare presente nel de brevitate
vitae il riep. &u[xi(x<; paneziano ci consente di con-
fermare quanto avevo gi detto, che nel de tranquilli-
tate animi il problema degli occupati non compare di-
rettamente, perch Seneca ne aveva gi trattato nel
dialogo precedente; esso infatti rapidamente sbrigato
nelle ultime parole riportate dallo scritto di Atenodoro
(
1
) Pl ut . . 473 D. Cfr. Ci c. off. i , 2i , 72: si quidem
anxii futuri sunt.
(
2
) Brev. vii. 7 , 8; 9,1 (e po co pr i ma clilatio... eripit prae-
sentia, dum ulteriora promittit). I l r est o del cap. 9 uno s vi l uppo
anne ano; il concet t o gl i pi aci ut o e t or na i n epist. 24,1 e 45, 12.
Pe r i rapport i con De moc r i t o, ve di cap. I I , . 147 ; il co ncet t o
anche epi cureo, cfr. Epi c . fr. 491 e 494 Us . Un al t ro el ement o
epi curei zzant e nel nost ro di al ogo appare a 20,3 turpis Ule,
qui vivendo lassus citius quam laborando inter ipsa officia con-
lapsus est, che E . T ho ma s (in Archiv fiir Gesch. der Philos.
4, 1891, 568) accos t a a Epi c . fr. 204 Us . ( = 5 . V. 14) eq
? r)[xuv <JXAou.Voq aTro&vfjcrxet.. Qual i si ano st at i gl i
i nt eressi di Pane zi o per E pi c ur o si pu i ndi ret t ament e ri cavare
dal l ' art i col o del Pohl e nz i n Hermes, 1905 .
(
3
) Brev. vit. 14, 1. Ve di anc he 1 5 , 5 : omnia UH (sapienti)
saecula ut deo serviunt... longam UH vitam facit omnium temporum
in unum collatio. Pe r ru.oio>&7Jvat, $e &, cfr. pag. 206, not a 1.
con male dispensare tempus, quod nobis natura consu-
mendum dedit (
1
).
Libero da questo problema il nuovo dialogo si ri-
volge a una pi schietta contemplati vita, anche se
l'autore, commentando le parole di Atenodoro, dichiara
che gli sembrano un' eccessiva concessione ai momenti
e che chi le ha scritte troppo presto si sia tratto in-
dietro dalla vita attuosa (
2
): ma notevole osservare
come Seneca fa subito col cap. 6 la sue restrizioni alle
pubbliche attivit, restrizioni che erano gi state pa-
neziane e su buona parte della quali anche Antenodoro
si sarebbe trovato d' accordo (
3
). Se ben guardiamo,
le idee che Seneca contrappone ad Atenodoro non sono
molto diverse da quelle del filosofo greco, salvo, in
certo modo, l'angolo di visuale: il che ci pu far con-
cludere, nei riguardi di Atenodoro, che egli aveva ac-
centuato la tendenza alla frewpioc che nel suo prede-
cessore era ancora basata su un equilibrio con la
7rpai<;; e, nei riguardi di Seneca, che questi, non
ancora ben deciso sulla via del ritiro, era stato istin-
(
x
) Tranq. an. 3,8; cfr. nel de brev. vit.: multimi perdimus
(1,3), eius... prodigi sumus (1,4) ecc. Anche la conclusione della
citazione atenodorea col ma di confronti con l' altro dialogo:
prodige uti ancora come in 1,4 ci tato; rationem reddere ad
computationem revocare (3,2) e dispungere et recensere. (7, 7);
a reliquias s' accosti 3,5 e 7, 7; infine saepe grands natii senex
nullum aliud habet argumentum quo se probet diu vixisse, praeter
aetatem ricompare in non est itaque quod quemquam propter
canos aut rugas putes diu vixisse (7,10). Non si tratta di asso-
ciazione d' idee (Albertini, op. cit., p. 280), ma di residui di
un problema, che Seneca non t rovava interessante riprendere
qui. Al tri accenni compai ono nel corso del dialogo (per es.
12, 1), ma non ne vi en mai fatta esplicita trattazione.
(
2
) Tranq. an. 4,1 mihi...nimis videlur summisisse tem-
poribus se Athenodorus, nimis cito refugissc.
(
3
) Il cap. 5 facilmente un ampl i amento a fondo diatri-
bico, forse pi antico di Seneca (cfr. ot. 8,2) e il cap. 6, come
abbi amo vi sto (pag. 227), svi l uppo paneziano. Non con-
divido, perci, l' opinione dell' Albertini, op. cit., p. 280, che
insensiblement, l' ide se modifie et finit par se renverser.
tivamente portato a seguire la posizione pi contenuta
di Panezio (
1
).
Che Seneca, oltre ad Atenodoro, conoscesse diret-
talmente anche Panezio si pu affermarlo con sufficiente
sicurezza: perch, se possibile pensare che qui Seneca,
avut a come fonte Atenodoro, se ne staccasse perso-
nalmente restringendone la concezione, questo non
pu assolutamente reggere per il dialogo precedente,
in cui la vita ritirata concepita in modo tale cio,
si dia alla vita pubblica il meglio, ma non si tengano
per s solo le briciole come solo Panezio poteva
averla concepita, non certo Atenodoro (
2
). Pensare,
insomma, alla sola conoscenza di Atenodoro vorrebbe
dire che questi aveva fatto una copia conforme del
Ilepl e&vjxiixc,, se si tengono presenti tutti gli stretti
contatti tra Seneca e Panezio che abbiamo finora ri-
scontrato; ora pur vero che all' antico importava
assai meno che a noi il contenuto originale di un' opera
e assai di pi la sua impostazione formale, ma nel
(*) Il Philippson, recensendo l' articolo del Pohl enz,
Cicero de officiis III (NGG, 1934, pp. 1-39) sostiene (Philol.
Wochcnschr., 1936, 753) che Atenodoro non aveva nessuna
tendenza al X-9-e $iaa.c, e si l asa appunto su Sen. tranq. on.
3, 1. La citazione di Atenodoro non s' arresta certo a met
del paragrafo 3, perch altrimenti non avrebbe significato
l' iniziale optimum erat; penso pi uttosto che il Philippson
non abbi a fatto caso a questo imperfetto della irrealt, che da
solo ci indica come Atenodoro non sia, al meno sotto la costri-
zione delle circostanze, per la vi ta atti va. Gratui ta mi sembra
poi l' affermazione del Philippson che Cic. off. 1, 15 2- 160 de-
ri va da Atenodoro {Philol. Wochcnschr. 1936, p. 740 a proposito
eW'Ant. Fuhrert. del Pohl enz; p. 75 3 a proposito del Cicero
de officili III ora ricordato): Cicerone stesso cita Posidonio
a
1 45, 15 9; the se poi nel brano atenodorco di Seneca trovi amo
elementi posidoniani, ci logico, se si pensa che Atenodoro
di Posidonio era stato allievo: mentre non trovi amo in off.
1, 15 2- 160 nessuno di quegli elementi (copiosi nel libro I I I )
derivanti da Ecatone da cui dipende strettamente r7ru.vrj[i.a
da Atenodoro i nvi ato a Cicerone come trama per de off. I I I .
(
a
) Che Seneca conoscesse di rettamente Panezi o opi-
nione anche del Pohl enz, A
T
. G. G., 1941, p. 236. 11 passo ci tato
brev. vit. 18, 1.
nostro caso la massa dei paralleli e anche l'aderenza
formale tanta, che nemmeno da questo punto di
vista si dovrebbe pensare che Atenodoro avesse avut o
una personalit, tale da far cadere nell'oblio l'opera
da cui aveva attinto. Pu rimanere talvolta il dubbio,
del resto sterile, se la forma sotto cui compaiono in
Seneca certi spunti paneziani sia passata o meno at-
traverso Atenodoro; il che, d'altra parte, poco importa
alla nostra attuale ricerca. Sarebbe poi assurdo pensare
che Atenodoro sia stato indipendente da Panezio:
prima di tutto non mi pare personalit cos forte da
riuscire a creare una nuova fusione tra antico e moderno
e tanto meno senza lasciarsi influenzare dal maestro
stoico; in secondo luogo vediamo che nel testo da
Seneca tramandatoci, pur rielaborato formalmente e
nei particolari, quale genuina espressione del suo pen-
siero (tranq. an. 3) compaiono elementi di origine pa-
neziana, come l'accenno alla bona conscicntia, gemella
della GU VZGIC, di buone azioni (
l
), come il legare gli
studi con il problema degli occupati (ib. 3,6), come il
prodesse velit singulis universisque ingenio, che il
(') Per \\ C: ( CT'JVSOK;), veli quanto ha es pos t o
10 Zucker, Syneidesis-Conscieniia, in Jenaer Akad. Reden,
o, 1928. Ma, co ne bene notava gi il Pohl enz [Fililo v. Alex.
in .V. G. G., 1942, 191, n. 1), la trattazi one lascia molto a desi -
derare (v. anche Die Stoa, I I , 158); una nuova ricerca sul tema
sarebbe desiderabile, tanto pi che non ritengo soddisfacenti
le attual i conclusioni, n quelle dello Zucker {art. cit., p. 21),
n quelle del Pohl enz (Hcllcn. Mensch, Gotti ngen, 1946, p.
343-44) che sono poi ancora quelle cui aderi va gi il Brhier
(Les ides philosoph. et relig. de Philon d'Alex., Paris, 1925
2
,
p. 301 sgg.). Mi limito ad osservare che nei frammenti degli
Stoici, al meno per quello che risulta dall' Adler e dalle mie
letture, csuvzcsic, val e comprensione, capacit a comprendere ;
11 vocabol o gemello ouvEiS^ai? compare presso quei filosofi
solo nella formula T5J<; aoarccsecc, auvzi8'/]aic, (S. V. F\,
I I I , 178, Cristppo), che reso da Seneca (epist. 121, 5) con con-
siitutionis 'suae sensus.: ma certo da correggere auvaiaS-TjaK;,
secondo mostra il Pohlenz (Grundfragen d. st. Philos. in N.
G. G. 1940, p. 7 e Die Stoa, I I , 65, poggi ando su Ierocle, Stobeo
e il pap. del Canini, ad Tlieaet).
punto d' accordo tra il &oopy]T!.xc; fiioq e la xoivoovia,
come traspare anche da Cicerone nel de officiis (i , 6,
19); non mi soffermo al problema degli occupati (3,8) ,
perch vi abbiamo accennato poco inanzi
E i due capitoli precedenti? Il terzo li presuppone,
perch l'esposizione di Atenodoro non avrebbe signi-
ficato senza una trattazione come quella; ed facile
pensare che Seneca, con artificio retorico felicissimo,
abbia scisso la materia in due capitoli, attribuendone
una a Sereno che espone i mali della Sucr^- uai a,
uno a se stesso che propone il divino farmaco della
e&ouia e indaga il male. Anche questi due capitoli
hanno, per, elementi paneziani, tra cui particolarmente
notevole la definizione delTsfruuia (
2
), e non ci ri-
mane, di conseguenza, che ammettere l' identit gene-
rica tra la trattazione di Panezio e quella di Atenodoro ;
H Anche il paragone con gli atleti gi paneziano, come
ha osservato il Pohl enz, A
T
. G. G. 1934, P- 3,
n
-
2
(
c i r
-
I r
-
I I
^
>
v. Str.); ma si tratta di un moti vo anche diatribico assai dif-
fuso, per quanto sia stato particolarmente accentuato da P a-
nezio (cfr. anche Varrone, Tatprj Mevinnou I V Bi i ch. , ci tato
dal Gri mal , Auguste et Athnoclore, in Rev. ci. Eludes anc. 48,
(1946), 72: magis delectatus Stoicorum pancratio quam athle-
tarum): preferisco perci non elencarlo tra gli elementi di
confronto pi probanti . A proposito dell' articolo ora ci tato
del Gri mal , trovo illogico sostenere che Atenodoro si di stacchi
assai da Panezi o, specie basandosi sul fatto che, mentre P a-
nezio (v. Cic. off. 2, 4, 14) esalta le opere di pubbl i ca utilit,
Atenodoro (tranq. an. 3,7) le biasima (art. cit., p. 63): faccio
notare che Atenodoro non parla affatto di opere pubbl i che,
ma colpisce un ben determi nato vizio, che si l ega alla \xz\x^\.-
(xotpia (cfr. Hor. carm. 3, 1, 33-37 e anche 2, 18, 19-22; P a-
squali, Orazio Lirico, p. 657 sgg. ); che anzi Atenodoro perfet-
tamente d' accordo con Panezi o il quale esalta le opere pub-
bliche come utili alla societ (oltre off. 2, 4, 14, cfr. anche 2,
1 7, 60), ma le l i mi ta ri gi damente (non probat) se sono forme
viziose di largitio (off. ib. = fr. 122 v. Str.) come teatri, portici,
nuovi templ i , propilei. Ancora vorrei osservare che diffi-
cile dire fin dove si pu parlare di buona conoscenza della vi ta
romana da parte di Atenodoro (art. cit. p. 62), o pi uttosto non
si debba pensare a una pati na formale dovuta a Seneca; con-
fronta al proposito anche L. Castiglioni, op. cit., p. X X 11I .
(
2
) Vedi cap. I I , pag. 157.
abbiamo anche visto che Seneca pi cauto nel definire
le condizioni sotto le quali il ritiro della vita pubblica
deve avvenire e, sopra tutto, non ammette un ritiro
definitivo dall' attivit, come avviene in Atenodoro (
1
).
Probabile che Atenodoro, il quale certo non leggeva
di nuovo e direttamente Democrito, non abbia sentito
forte quello stimolo alla y.zxpwTy]c, e all'equilibrio che
Panezio vi aveva attinto, tanto pi che i tempi da allora
erano mutati in peggio e come abbiamo osservato
avevano pi vivamente acceso il desiderio di ritiro.
naturale che Seneca, ancora indeciso, ancora
legato alla casa imperiale, si sia sentito pi attratto
dalle idee del filosofo di Rodi ; dato tutto questo, non
fa meraviglia che di completa quies, come sar quella
epicureizzante delle epistole, non si parli ancora: si
parla con chiarezza di un' attivit privata, attivit
educatrice, morale, di studio. C' in pi la preoccupa-
zione di considerare l'indole dell' individuo (
2
) e di
assicurare decoro al ritiro stesso: hoc puto virtuti fa-
ciendum studiosoque virtutis: si praevalebit fortuna et
praecidet agendi facultatem, non statim aversus iner-
misque fugiet latebras quaerens, quasi ullus locus sii,
quo non possit fortuna persegui, sed parcius se inferat
officiis et cum dilectu inveniat aliquid, in quo utilis ci-
vitati sit (
3
). Bell'esempio di come Seneca sa fondere
gli elementi dottrinali e quelli personali; perch in quel
(
J
) At he nod. apud Sen. tranq. an. 3,2 a foro quidem et
publico recedenduni; 17, 3 miscenda tamen ista et alternanda
sunt, solitudo et frequentici (gi i ndi cat o dal Pohl enz, N. G. G.,
1941, p. 220).
(
2
) Sen. tranq. an. 7,2 che prof ondament e pane zi ano;
cf r. anche 4,1 ci t at o a pag. seg. not a 1.
(
3
) Sen. tranq. an. 4,2. No t a c om' i nsi st ent e il paragone
del l ' at t i vi t umana c on l a vi t a mi l i t are, si mi l i t udi ne essen-
zi al ment e di at ri bi ca. Gi un accenno del genere era compar s o
nel pri mo capi t ol o (1, 1) l dove Sereno ac c e nnava ai vi zi che
si ri present ano ad i nt erval l i , ut hostis vagos et ex occasionibus
adsilientis. L a vi t a del l ' uomo, e cosi pure quel l a del filosofo,
militia.
5* praevalebit fortuna fa capolino la sua personale si-
tuazione del momento e le conseguenze che egli ne trae
son ben quelle alle quali vorrebbe attenersi egli stesso:
un ritiro graduale che non offenda nessuno ( 4, 1), un
ritiro saltuario, perch non c' mai situazione tale che
non permetta un' azione decorosa (4, 8) .
Le due posizioni caratteristiche della teoria pane-
ziana si sommano e, nella conclusione cui giunge Se-
neca, bene quadrano al piano spirituale che egli vuol
mettere in pratica : aliquando cedendum, sed s en si m
relato gradu (
x
) e longe optimum est miscere otium
rebus (
2
). Si tratta dunque d'esser partecipi dei due
Che non si a Seneca a mi t i gare At e nodor o, ma che
gli si rifaccia a Pane zi o ci pu dar modo di most rare anc he
il sensim di 4 , 1 : qual che vol t a si deve, dunque, cedere, ma
sensim relatu gradu et salvis signis (il par agone con l a vi t a
mi l i t are) , ci o con una part i col are l e nt e zza e ci rcospezi one,
sai va do l a di gni t ed e vi t ando gl i s t rappi ; ora Ci cerone, pro-
pri o t r at t ando dei c ambi ame nt i di t enor di vi t a, f a l a st essa
os s ervazi one: eam mutationem, si tempora adiuvabunt (ma nel
senso di Seneca, c ome a mme t t e egli st esso, l a si t uazi one non
ai ut a af f at t o) facilius commodiusque faciemus; sin minus,
sensim erit pedelemptimque facienda (off. 1, 33, 120) e i n-
si st e, nel paragone che f a c on l e ami ci zi e, a cont rapporre
sensim dissuere cont ro repente praecidere (in Seneca pu es-
servi ac c os t at o il nimis cito refugisse). Seneca st esso t orna
su ques t o modo di ri sol vere l e s i t uazi oni i nsost eni bi l i (epist.-
22,8): il s aggi o cum viderit gravia in quibus volutatur, incerta,
ancipitia, referet pedem, non vertet terga, sed sensim re-
cedei in tutum. I l pas s o coi nci de con quel l o i n di scussi one,
perch anche qui si t r at t a di ambitiosae res; non f uor di l uogo
perci quant o sost engo, ci o, c he Seneca at t i nge a Pane zi o
ques t a moderazi one e gradual i t del ri t i ro.
(
2
) 11 t e ma del miscendum ri t orna anc he pi ol t re, 17, 3,
a proposi t o del l a vi t a sol i t ari a ( = c ont e mpl at i va) e di quel l a
t ra gl i uomi ni ; ma t e ma v i v o per Seneca che l o sf rut t er
not evol ment e nel de otio (2, 1; 4, 2; 5,8) e nelle epistole (3,6;
94, 95), ol t re che i n form. 2, 10. Non f a meravi gl i a di t r ovar
s pi egat o i l pri nci pi o del miscendum con quel l o del l a ri t i rat a
passo pas s o: sed faciendum erit, si in rei publicae tempus minus
tractabile incideris, ut plus olio ac litteris vindices, nec aliter
quam in periculosa navigatione subinde portum petas (con-
cl usi one, a 5,5, del l a pri ma part e, pr i ma del l ' i mport ant e c a-
pi t ol o 6 per cui ve di s ubi t o ol t re) . I n t ut t ' al t r o modo sf rut t a
il t e ma E pi t t e t o (diss. 4, 4,30); ment re dal concet t o pane-
zi ano deri va Marco Aurel i o (4, 3, 3) Euvex&<; ouv StSou oe-
pi grandi beni, d' una vita giovevole alla societ umana,
partecipando all' attivit pubblica, e di una quieta e
serena, dedicandosi alla filosofa (
1
). Attraverso la
stoica affermazione che con animo grande non ci
auTU TOCUTTJV T7)v vayc pTj CHV xal vav ou asaux v <xs i voi <; ,
O'C TravpxY)> ppay oc 81 x a l azoiyziiSri, E-S-*;
T ravT T j aavT a px a e i E<; x Traaav XU7TTJV (Reiske, axrj v
codd.) 7roxXi cai xal ^ !. as fxrj SuCTXpatvovxa[xi-
voi<; cp' 7ravpxY)]- La felice correzione dovuta al Theiler,
cfr. anche pag. 314 della sua ediz. ; si noti il contrasto tra -
vaycopEi v e [ 1 ae, t r a ri ti ro e r i tor no al l a vi t a at t i v a:
t ut t a l a sezione 4, 1 - 4, 3 influenzata da teorie panezi ane.
(*) Facci o! notare che queste parole, che cos bene commen-
tano la posizione di Panezi o e quella di Seneca del de tranquil-
litatc animi, non sono altro che la traduzione di quanto si l egge
in [Pluf], lib. e due. 10,8 A : SO E T V O VT O I V u.yiaToiv ya&o v
STCTJ(SXOU<; rcpxEiv 7roXau.pvco, x xoivco9eXou<; fiioo
- O X I X E UO [ J I VO U<; , xou x'xjjLovo? xa yaXrjvou SiccxpL^ovracq i repl
9'.Xoo-ocpta^. Lo scritto attribuito a Pl utarco (per cui vedi
Glaeser, De Pseudo-Plutarchi libro ree pi TiaiScov ^, in Dss.
Philol. Vindob. 12 [1918] , che si limita per a constatare il con-
fluire di elementi peripatetici e stoici) mi risulta composto sulla
base di elementi peripatetico-accademici, sotto il vi vo influsso
dell' eclettismo di Anti oco d' Ascalona. Cos a lui risale l' elenco
dei valori ( ? xprjo-xov), e cos pure l' attribuire alla filosofia
la facolt di far conoscere T I T xaXv T I T ala^pv, T I T
Sixaiov T I T aSixov, T I CTUXXTJPSTJV alpET v T I 9 S U X T S O V
[Plut] . op.cit. 7 D- E ; cfr. Aug. civ. dei, 19,3 e Stob. I I , 120, 8;
vedi Strache, Der Ekleklizismus des Antiochus v. Askalon,
Berlin, 1921, p. 49-51 ; per lo Stobeo, V. per Pohlenz, Die
Stoa, I, 253-54, che tra l' epitome di Ari o Di di mo e Anti oco
pone come intermediario un peripatetico stoicizzante) ; il
vou<; pxtx? Xyou, 8 Ayoc, TTTJPETI X C; VOU
pu aver risentito dell' p/txq e 7ioTTayu.Vo<; Xyoc;,
bench opposi zi one apxiy.be, TCTJPETIX!; sia gi aristo-
telica (detto dell' pETT) cfr. Polii. 1 260 23) . In parti col are
il concet t o di ( xei ^ai xal x E p a a i ( T E X E I O U^ S'v&pcitoui;
yjyoufiat TOC, 8uvau.vou<; TT}V TTOX I TI X TJV 8uvau.iv u.eT^ai xal
xspaat. 91 X0069(0, i o, 7 F- 8 A) , senza coi nci dere con
quel l o simile di Panezi o, ha con esso una evi dent e affinit. Di
Anti oco sappiamo che era seguace del filoc, CTV&ETO? (Cic. fin.
5, 21, 58; Stob. I I , 144, 4 e 1 5 - 1 8; anche Aug. civ. dei. 19, 2;
Strache, op. cit., p. 59) e quindi questa concezione ben gli si ad-
dice. I n Panezio, per, il u.slai ha un valore un poco diverso
(Sen. tranq. an. 17, 3; Pl ut. tranq. an. 8, 469 A ; exit. 3 , 600
A) ed evi dentemente Anti oco ha adattato l' insegnamento pane-
ziano agli insegnamenti dei peripatetici, per cui la . ) ,
val eva, come abbi amo vi sto, anche per i (3ioi (u-icrov cy^y-a.;
\j.ia'c\ EI < ; ) .
siamo chiusi tra le mura di una sola citt, ma siamo
usciti in contatto con tutto il mondo e abbiamo pro-
fessato come patria l' universo per dare pi vasto campo
alla virt (4, 4) , si apre la trattazione diretta del pro-
blema con il capitolo 6, dove pi ricca si fa la messe
di materiale traslato dalla sua fonte. All' inizio di questo
capitolo appare l' unica suddivisione della materia che
s'incontri nel corso del dialogo: inspicere autem de-
bebimus primum nosmet ipsos, deinde ea quae adgre-
diemur negotia, deinde eos quorum causa aut cum qui-
bus (
x
); tutt' altro che inverosimile pensare che la
maggior coordinazione di questa parte sia dovuta al
fatto che essa era essenziale nella trattazione della
fonte. Questi tre punti dipendono infatti da un ele-
mento che in Panezio aveva un peso considerevole :
essi sono i tre aspetti del 7rps7rov T xax x<; xo-Tou
<popu.<; (
2
), cio dell' aspetto individuale del decoro,
che troviamo accanto alla forma generale di 7tps7tov
dell' uomo in quanto essere contrapposto ai bruti;
quanto Panezio desse importanza a questa parte lo
dimostra la cura e l' ampiezza con cui Cicerone tratta
l' argomento (
3
). Non fa del resto meraviglia che
dei due 7rpo-6)7ra principali (secondari sono T/YJ O
xaip? e Tcpoai psatt;), nell'opera in cui si rivolgeva
all' individuo per insegnargli la tranquillit dell' animo
Panezio avesse accentuato proprio questo secondo
aspetto del rcpTCov, pur senza aver del tutto di-
menticato il primo: l'etfpoux (3tou nella nuova conce-
(') Per il probl ema della partizione che appare nella con-
clusione (17, 12) vedi D' Agosti no, Seneca e il de tranquillitate
animi, in Athenaeum, 17 (1929), p. 5 6, che per non ne trae
conclusioni. Spero su questo fatto di poter tornare in al tra
sede.
(
2
) Cos possiamo rendere il ciceroniano, off. 1, 30, 107,
quae proprie singulis est tributa, accostato alla definizione
paneziana del TX oq, fr. 96 v. Str.
(
3
) Cic. off. 1, 30, 107- 33, 121, esteso poi fino a 125 con
considerazioni pi generali; Pohl enz, Ant. Fuhrertum, p. 68- 71.
zione paneziana poteva venire all' uomo solo attraverso
un saggio equilibrio tra s e le cose e una ponderata
fxoXoyia, che fosse appunto costanza nella linea di
condotta della propria vita morale. Seneca sviluppa
il concetto paneziano deYinspicere semel ipsos, che
[jtiya Tcpbc, saruuiav, col se ipsum aestimare e il non
accingersi a cose superiori alle nostre forze; aggiunge
che dobbiamo sopra tutto seguire la nostra natura
personale, perch reluctante natura inritus labor est e
perci ciascuno deve astenersi da quelle attivit che
sono in disaccordo con le sue disposizioni personali.
Da tutto ci consegue strettamente il punto che ri-
guarda i negotia, punto che abbiamo gi trattato a
proposito del de ira (3, cap. 6-7). Terzo punto di no-
tevole importanza la scelta delle persone, in parti-
colare degli amici; certamente nello scorciare molto
questa trattazione, che aveva in verit pi attinenza
col problema del dialogo sulla brevit della vita, Se-
neca deve aver tralasciato alcuni elementi della parte
negat i va: infatti l' esaltazione dell' amico, tesoro pre-
zioso nella vita dell' uomo, ci lascia scorgere le ragioni
per cui era necessario Vhominum dilectus, cio l'esclu-
sione di quelle persone che, perch insaziabili nei de-
sideri, tristes et omnia deplorantes, sono cause di Sufr-
&uu,ia Solo un perfetto equilibrio in se stesso e
(') Sen. tranq. an. 6, 1-7, 4; accet t o (d' accordo col Pohl e nz,
N. G. G., 1941, p. 91, n. 1) l ' i nserzi one del Ge r t z di 7,2 con-
sideranduni est... labor dopo laborioso pressit officio (6,2): gl i
esempi che seguono, i nt rodot t i i n serie dai quorundam, s ervono
appunt o a di most rare che peri col oso opporsi al l e t e nde nze
nat ural i d ell'ingenium ; si osservi che l a st essa di sposi zi one
l ogi ca i n Ci cerone, off. 1, 30, 107-09, dove ques t o s econdo
7upa<07cov i ndi vi dual e del decorum vi ene esempl i f i cat o (dopo
a ve r de t t o che come le di fferent i capaci t fisiche del l ' uomo
l o port ano a di fferent i est ri nsecazi oni , sic in animi exsistunt
maiores etiam varietates) coi grandi greci e romani , ognuno
grande i n quel c ampo e i n quel l ' at t eggi ament o che pi gl i
f urono consoni (per Ci cerone cfr. ancora off. 1, 32, 1 1 5 , ac-
cennando c ome di pende dal l a Tt poai psci t ; l a scel t a del l a per-
sonam che i si ngoli vogl i ono rappresent are) . L a st essa
tra se stesso e le persone che ci circondano pu essere
base sicura di una vera serenit dell' animo; in questo
capitolo e mezzo il nucleo sostanziale del dialogo
senecano e io credo che il filosofo romano abbia sentito
qual era l'essenza intima dello scritto paeziano, molto
pi e meglio che Plutarco.
Un altro punto necessario alla tranquillit la mi-
sura nel denaro; nel tema, che gi appariva in Democrito
( B 284, 291, 176, 196, in buona parte gi notato dal
Hirzel, art. cit., p. 365 ), risalta il uv/jSv yav democriteo
( B 102, 233; cfr. Plut. tranq. an. 16, 474C) ; ma si tratta
di un tema accettato dagli stoici sulla base che le ric-
chezze sono un male e diffusissimo nelle trattazioni
diatribiche. Ecco perch Seneca divaga con grande
esempl i f i cazi one c ompar e i n Pl ut . tranq. an. 12, 472 A , dove-
si r i mpr ove r a chi vogl i a f are ed essere ogni cos a ad un t e mp o :
xa xoi x a l TWV &S>V aXkoq aXXyjv xo>v Suvau.iv (Ci c. off. 1, 32,
1 1 5 ipsarumque virtutum in alia a l i u s mavult excellere)
u-v vuaXi o? Ss u.avxeo<; Se xep8co<; 7rovo(xa^Tai.
Su ques t o pri mo punt o si pu anche ri cordare a ri ncal zo dal l a
st essa operet t a moral e (10,470 A - B ) xal xoxo [iycc 7tp<;
e&uu-iav ari, x u-Xtcxa u.v axv Tuaxo7tsiv x a l x x a &'
aTv e (13, 472 C) auxv xaxau, a&s i v, che vi ene a l egarsi a
De moc r . B 3 per me zzo di quel che segue (el xa xpi j a&at. npq ev
o 7r<pux, x a l fXTj 7rp XXov XXoxs fiou CjXov i X xei v xal
7tapa[3i.^a&ai XTJV qpaiv); i mport ant i ques t e ul t i me ri ghe che
mos t rano s t ret t ament e l egat e l a necessi t di conoscere se st essi
e quel l a di cedere al l ' i ndi ri zzo del l a propri a nat ura, c ome in Se-
neca, se si ac c e t t a l a t ras pos i zi one del Ge r t z. L o st esso Pl ut a r c o
rincalza ancora il c onc e t t o (13, 473 A ; gi il Hei nze, Rhein.
Mus. 45 (1890), 506 a v e v a ri port at o il passo a Panezi o) os -
s e r vando che l a nat ur a ha dat o agl i uomi ni 7toixiXa<; Tzpbc,
^ o v cpopu-i; e che Set 8r x rcpacpopov auxo q Xofi.vou<;
x a l 8ia7iovouvxa<;, v x. xcSv aXXtov; anc he qui Ci cerone
rimane sul l a st essa f al sari ga, con parol e mol t o si mi li a quel l e
di Seneca (off. 1, 31, n o ) nil decet... adversante et re pugnante
natura = Sen. 7,2 male enim respondent coacta ingenia; re-
luctante natura inritus labor est; 31, 114 ad quas igitur res
aptissimi erimus, in iis potissimum elaboremus [Si ef ert , op.
cit., p. 47, l o conf ront a col SiaTCovovxaq di 473 A ] = Sen.
7,2 considerandum est utrum natura tua agendis rebus an otioso
studio contemplationique aptior sit et eo inclinandum quo te vis
ingenii feret (cfr. anc he Ci c. 1, 32, 1 1 5 , e, f at t o che di mos t ra
la s ucces s i va di ffusi one anoni ma del concet t o, il notare discrimina
ingeniorum et quo quemque natura maxime ferat scire, espost o
larghezza in questi due capitoli ( 8- 9 ) , saccheggiando
raccolte di xP

^
a t
-
e
soffermandosi su particolari che
sono cari alla sua forma di educatore: ci non ostante,
il cardine dell' argomento non sua innovazione; lo
provano spunti come vitiosum est ubigue, quod nimium
est, che quadra a perfezione coll'ideale di [lexpirriq
e u,aT7)<;, e sopra tutto la strana posizione sulla
(x STpi oTr&ei a.
Strana per uno Stoico, per cui i 7r&7) sono assolu-
tamente da condannare, e combattuta energicamente
da Seneca stesso nelle Lettere, questa teoria qui ac-
cettata e consigliata: evidentemente essa non pu
provenire da Seneca, n da una fonte di rigido stoici-
smo ; ma noi sappiamo che questa la posizione di Pane-
zio, che ripudiava la apatia, ritenendola disumana
c ome meri t o che us ual ment e si cerca nel maes t ro, i n Qui nt .
instit. or. 2, 8, 1 e anc he seguent i ) . Che ognuno de ve scegl i ere
ci cui adat t o uno dei punt i pi s vi l uppat i i n Pl ut ar c o
(speci e nel senso di non i nvi di are quel l o che gl i al t ri possono)
e l o t r ovi amo s vol t o i n 12, 4 7 1 D, 47 2A; 13, 472B- C. 1 negotia
sono t occat i di s f uggi t a da Pl ut ar c o (accenno i mpl i ci t o nei
f i xpi oi Ttvoi di 17, 476A) , ment re manc a i n l ui , c om' l ogi co
si pensi che s ul l ' ami ci zi a Pl ut ar c o ha un opus col o part i -
col are: cos Ci cerone, che s ul l ' ami ci zi a si era di ffuso nel Laelius,
nel de officiis sar brevi s s i mo , l a scel t a del l e persone e degl i
ami ci . Fugge vol me nt e ne t oc c a Ci cerone col di re che t ut t o
c omune nel l ' ami ci zi a estque ea iucundissima amicitia, quam
similitudo morum coniugava (off. 1, 17, 58), da avvi c i nar s i
a tranq. an. 7, 1 e 3, non t ant o per i concet t i , che sono c omuni
(cfr. ad es. 5 . V. F., I l i , 112) , quant o per l ' accoppi ament o
del l ' ami ci zi a e delVhominum dilectus, che i npl i ci t o nel l a si-
militudo morum (v. anc he off. 1, 17, 56). Qua nt o al mat eri al e
democri t eo, i conf ront i abbo ndano : a quel l i gi s egnal at i
dal Hi rzel , art. cit., p. 363 (B 149, 244, 264), aggi ungo B 184,
c he spi ega il t erzo punt o (cpaXcov JJUXIY ] auve/r)*; S^iv xaxiTjq
auva^E! . ) ,
r
9 4 , 93 (con an digni sint etc. di 7, 1) , ol t re nat ural -
ment e a 191. Not o qui per i nci so che Ci c. off. 1, 32, 115 non ha
nul l a a vedere con St ob. I I , 64, 1 1 , c ome ri t engono il Hi rzel ,
Unters. I I , 434-35 n. , e, pi deci s ament e, il Phi l i pps on (Fhilol.
Wochenschr. 1936, 742), dove i nvece st an bene le correzi oni
di He i ne e Cant er.
(*) Ve d i qui tranq. an. 9,2 discamus continintiam augere,
luxuriam coercere (e non succiderei), gloricm temperare, ira-
cundiam lenire etc; 10,7 et aliquae cupidiiates anin.nn acuent
et finitae non in immensum incertvmque produce-ut ; e i nvece,
Un' altra affermazione programmatica troviamo al-
l'inizio del capitolo n : lo scritto si rivolge ai T i p o x -
7i TovTe? e anche questo, come abbiamo visto, uno dei
punti cari a Panezio; si guardi con che insistenza in
questo dialogo s'accenna ai proficientes e alla loro po-
sizione: anche Sereno tra loro, quando gli vien fatto
di dire nec aegroto, nec valeo (
1
), anche Atenodoro vi
accenna (simul et exercetur et proficit, 3 , 1 ) , pure gli
amici si devono scegliere secondo questo concetto ( 7 , 4 )
perch il vero, perfetto saggio introvabile. E Seneca
sulla loro figura si dilunga, mettendo loro di fronte
il quadro del saggio ideale che gi ci cui essi aspi-
rano (
2
); naturalmente anche qui s'infiltra ricco il
materiale diatribico e sarebbe illogico pensare che esso
i n pol emi ca coi Peri pat et i ci [epist. 85, 3-7), i qual i non his tol-
lunt adfectus, sed temperant, ma amme t t ono sapientem non
vinci maerore, ceterum tangi, reci s ament e non concede che
si possano dare al i q u 0 s affectus sapienti. L o st esso pri n-
ci pi o del di al ogo i n epist. 116, dove, dopo ave r af f ermat o ego
non video quomodo salubris esse aut utilis possit ulta mediocri-
tas morbi, di chi ara {3), quis negai omnis adfectus a quodam
quasi naturali fluere principio (ex TrpcTT) ? olxsicaEox;)? cu-
ram nobis nostri natura mandavit ( = (puXaxijv rrq OXEOC;
<juCTT<jswq, cfr. cap. I V, pag. 337-339). Ri s ul t a chi aro di
qui che per Panezi o, ol t re al l a \j.zaxrQ peri pat et i ca, per cui
egl i sost i ene che l a mediocritas morbi (cio dell'affectus) vi-
tium, esi st e un' al t ra mediocritas che nasce dal l a O XE OJOK ;.
-
cfr. anche R a bbo w, op. cit., pp. 181- 84. Cfr. Ari s t . Eth. Nic
B , 6, 1106a, 24- 1107a, 5 (dove c' mol t o mat eri al e che Pane zi o
ha s f rut t at o di ret t ament e o meno, per l a sua mediocritas). Pe r
Pane zi o, cfr. Gel i . , N. A. 12, 5, 10 e che il Pohl enz, Das zweite
Buch d. Tusc. i n Hermes, 44, 1899, 23 s gg. e Die Stoa I I , 101
f a a ragi one deri vare dal de dolore patiendo di Pane zi o) = Pa n.
fr. n i v. St r. (il v. St r. ci t a sol o l ' ul t i mo peri odo) , Ci c. off. 1,
25,89 e c ap. I I , p. 139 e n. 3.
(*) Tranq. an. 1,2; l o st esso paragone ri preso da Seneca
{2, 1) , che ve de Sereno si mi l e a quel l i ex longa et gravi valetudine
expliciti; che si t rat t i di cl assi ca si mi l i t udi ne per i proficientes
ci mos t ra Seneca st esso, epist. 72, 6 hoc, inquam, interest nter
consummatae sapientiae et alium procedentis, quod inter sanimi
et ex morbo gravi ac aiutino emergentem.
(
2
) Tranq. an. n , 1- 7; non ha r agi one l ' Al be r t i ni , op. cit.,
p. 281, di t r ovar e quasi una di sgressi one i 3 sqq.," al l ac-
ci at i per associ azi one d' i dee ai 1- 2: non si f a il quadr o
del s aggi o al t ro che per porl o c ome model l o ai proficientes.
derivi da qualche fonte: la maestria di Seneca in pro-
posito non aveva bisogno di modelli da seguire. Lo
stesso atteggiamento verso gli inperfecti cogliamo anche
(13,2) nell'esortazione a far poco perch altrimenti
cadremmo nelle mani della fortuna (
1
).
Vengono ancora oppugnate la tristitia (12, 1-2 e
5-7), la misantropia (15), l'ostentazione (17, 1-2). Il
dialogo si chiude con un invito a ritirarsi in se stessi (
2
),
ad alternare solitudo et frequentia e a riposare la mente
nella festosit: si conclude dunque come il Ilept e-9-u-
[L'IOLC, di Plutarco, che invita l' uomo a gioiosamente
contemplare il creato come altrove Seneca invita-
va Paolino e a mantenere sereno il proprio ani-
mo (
3
).
Se in tutta la sistematica del ritiro difficile dire
con precisione fin dove Seneca parli in proprio come
predicatore che sa curare le anime e fin dove attinga
a fonti stoiche, a Panezio, ad Atenodoro o a filoni dia-
tribici, che cosa abbia messo di suo in questo dialogo
appare luminosissimamente dal confronto con Plu-
tarco. Non solo gli esempi romani e la scelta di quelli
greci ormi classici, non solo la vivacit dello stile che
rende gradevole la lettura, ma sopra tutto un' unit
spirituale, che tien legato il dialogo, di per s non pi
(*) Vecchi o tema gi sfruttato in ir. 3, 6, 5 c al trove,
la l otta contro la fortuna fa parte del patrimonio diatribico;
riscontri col nostro passo ha gi indicati il Castiglioni, Motivi
diatribici in Rendic. Ist. Lomb. Scienze e Lett., 44 (1931), p- 549-
(
2
) Tranq. an. 1 7, 3; per la conversatio dissimi!utm, cfr.
Phil. vii. contemp. 2,20 (citato a pag. 177) e Cic. off. r, 17, 56;
il moti vo risente della diatriba stoico-cinica.
(
3
) Sen. tranq. an. 17, 4-7, 8, 1 1 ; Pl ut. tranq. an. 20,
477C- F. Tralascio qui la questione deirv&ou<uaGu.<; (Sen.
17, 1 0- 1 1 ; Pl ut. 19, 477B), che non ha diretta atti nenza col
nostro probl ema: si veda comunque Hirzel, art. cit., p. 371
e 375 e Siefert, op. cit., p. 33. Per Yanimi remissio e i rapporti
con Panezio, vedi Pohlenz, Antikes Tuhrertum, p. 66-67; per
quelli con Atenodoro, Hense Rhein. Mas. 62 (1907), p. 313
e H. v. Arni m, Quellenstudien za Philo v. Alex. { Phil. l-n-
tcrs. XI ) , p. 130 sg.
unitario degli altri scritti di Seneca; unit spirituale,
che anche filosofica, perch, mentre lo scritto non
dovuto ad un' improvvisa richiesta d' amico come quello
di Plutarco, c' la sensibilit del problema, che tale
nel vero senso della parola ed profondamente sentito,,
meditato da chi scrive, perch egli stesso cerca quella
tranquillit che insegna, anche se essa non gli manca
quanto, caso vero o fittizio, a Sereno. pur sempre
il maestro di morale, ma come ammetter con am-
mirevole umilt nelle Epistole (
l
) cerca anch' egli
un cammino, non lo addita dall' alto, anch'egli un
7rpox 7TTcov, un proficiens nel pi umano significato.
Questo spiega il calore del dialogo e spiega pure come
vi manchi l'acredine del de brevitate vitae; sotto questo
punto di vista il nostro dialogo doveva essere pi
caldo e forse pi umano del E p l e&uu-ia? di Panezio,
il quale, pur essendo nobile figura d' uomo e di pensatore,
non si era dibattuto nel vi vo problema e non poteva
averne sentito la necessit allo stesso modo. Calore,
ma anche serenit: e questo il dono della decisione
intima, anche se non ancora giunta alla maturazione
dell' atto esteriore. Per questo tanto calore mancher
al de otio: nel de tranquillitate sono esposti personal-
mente motivi che possono concedere di lasciare le pub-
bliche at t i vi t ; in esso ha valore solo il principio di
necessit, con la problematica che la sua definizione
pu suscitare. Gli elementi suggeriti dalla propaganda
del &cop-y)Tix<; pio? dal punto contenutistico venano
profondamente l'esposizione, ma non ne sono il freddo
e assoluto fondo filosofico. Nel de otio, invece, concesso
ci che l negato e subentra il principio di conve-
nienza; il ritiro, inoltre, giustificato attraverso la
teoria filosofica. Dal De tranquillitate alle Epistole,
i
1
) Epist. 2 7, 1 : tamquam in eodcm valetudinario accom
>
de communi tecum malo conloquor et remedia communico.
attraverso il De olio, esiste una linea di successione
nitida e naturale... Il primo scritto prelude al ritiro...;
il secondo lo giustifica alla luce clella teoria filosofica,
le lettere esprimono in atto ci che e pu dare la so-
litudine operosa, in cui si affina lo spirito (
1
) ; il
de olio il ponte tra il de tranquillitate animi e le Epistole
non solo cronologicamente e come teorie in s, ma
specialmente come situazione psicologica dell' autore.
Nella sua giustificazione filosofica egli ci tiene a dichia-
rarsi stoico, ma libero da legami troppo stretti con
la scuola; esplicitamente dichiara di seguire il parere
della sua scuola, solo perch esso coincide con la realt
dei fatti, che altrimenti seguire sempre l'opinione di
uno solo non id curiae, sed iam factionis est (
2
).
Il dialogo prende le mosse, per i capitoli che ce ne
restano, dalla constatazione che saremo migliori es-
sendo soli, meliores erimus singuli, e che solo nelYotium
possibile scegliersi un modello secondo il quale di-
rigere la propria vita (
3
). logico che un'affermazione
del genere sollevi un'obiezione vivace da parte dell'in-
terlocutore: questi sono principi che scendono per via
diretta dalla scuola di Epicuro (
4
). Seneca, difenden-
(
1
) Castiglioni, op. cit. (1930), p. X V I ; cfr. Pohl enz,
N. G. G., 1941, p. 228.
(
2
) La stessa libert di opinioni Seneca aveva sostenuto
nel de vita beata, 3, 2 con parole molto simili a quelle del de
otto (3,1). I n realt non si accontenta di cogliere quegli spunti
che gli Stoici gli offrono. Per es. elementi diatribici, che qui
prendono un aspetto pi vi vo, non sempre sono facilmente
identificabili, perch spesso li ampl i a di sua iniziativa. Anche
formal mente frequentissime sono le caratteristiche diatribiche:
quali esse siano definisce bene Frontone, riferendosi a Crisippo
(Epist. ad M. Antoninum, p. 146 Naber); il Hirzel, Der Dialog,
1, 371, n. 1, osserva gi ustamente che questi non sono solo pre-
cetti della retorica crisippea, ma di t ut t a quella diatribica.
(
3
) Sen. ot. 1 , 1 .
(*) Seneca stesso ci d un testo di Epi curo da cui avrebbe
potuto derivare la sua affermazione: Aliquis vir bonus nobis
eligendus est ac semper ante oculos habendus, ut sic tamquam
ilio spedante vivamus et omnia tamquam ilio vidente faciamus
e ancora Sic fac omnia tamquam spedet Epicurus (ir. 210,
dosi dall' accusa di proditor la stessa da cui si di-
fender nelle epistole , replica che non va dove man-
dano i maestri della Stoa, ma l dove essi stessi lo
conducono con il loro esempio (2,1 exempld). Viene qui,
dunque, ripresa l'affermazione di Sereno nel dialogo
or ora visto, in cui s' imputava agli scolarchi dello
Stoicismo di aver prescritto l' attivit politica, senza
avervi mai preso parte di persona (tranq. an. 1,10);
affermazione che per la sua recisione stava meglio
nello scritto di Atenodoro, che in quello di Panezio.
Qui Seneca non solo si rifa ad Atenodoro, ma gli va
oltre e giunge a conclusioni che certo superano quelle
del filosofo di Tarso: per potersi esprimere cos deci-
samente egli ha dovuto di gi compiere il passo che
10 separava dalla vita politica
211 Us.). Sereno si scandalizza pi per la ferrea e aperta di-
chiarazione de'otium che per questo particolare precetto,
noto del resto anche alla diatriba. I nteressante una massima
di Marco Aurel i o ( 11, 26) : ' Ev TOIC; T>V ' E9eot&>v ypu.u.aoi.
TcapyyXu. a 'xEtTO cuvz%5>c, Trou.iu.vfiaxea&ai TWV 7taXoacov
Ttvoi; xwv pETYJ xP
y
)
C7a
!
J L
2vo>v. L' allusione agli Efesii mi rimane
oscura e la fine congettura del Gataker 'E7rixoupei<ov assai
seducente (quanto i netta quella del Puech tp7)l3G>v, che non
si rende conto dell' ambiente da cui sgorga il pensiero di Marco),
ma forse non necessaria; per conto mio non riesco a staccare
questa massi ma da brev. vii. 14,4 e 15 , 1, dove si parla della
familiaritas con i grandi spiriti antichi, Zenone (l' eleatico,
se val e un certo ordine cronologico), Pi tagora, Democri to,
Aristotele, Teofrasto. A proposito di questo concetto del Vor-
bild e di quanto pensa il Pohl enz, Die Stoa, 1, ^15 7
e
H> 84,
cfr. la mia recens. cit. (Paideia, 195 2) p. 208. E vero invece
che esso compare in Epi ct. man. 33,1 per quanto si tratti qui
di un xapaxTTJpa... xa TU7tov assai pi indefinito. D' al tra parte
11 concetto s' affaccia gi in Cic. Lael. 27, 102 nemo unquam
animo aut spe maiora suscipiet, qui sibi non illius (di Scipione)
nnnicriam atque imaginem proponendam putet. Infine vedila
in Musonio, p. 61, 15 H. xod a&iziv x a TTIVEIV xal xa&c Seiv
9opcu,vov VTi'vSpc; ya^ou u-ya 9Xo<;.
f
1
) Le parole di Sereno ' 1, 4) non possono che confermar-
celo. Anche le parole che Seneca pronuncia davanti a Nerone
nell' ultimo colloquio coH' irrperatore (Tac. ann. 14, 53-54)
sono un otti mo preludio a quanto contenuto nel de otio:
nel dialogo sancisce, in cei i o n odo, il passo che allora aveva
compi uto, con l' appoggio della dimostrazione fi'.csofca. La
necessit politica si fatta convinzione al pi nto ca arrivare
a giustificare Yotium in ogni caso.
ben comprensibile che, tra la lezione di Panezio
e quella di Atenodoro, Seneca abbia scelto quella pi
vicina al suo nuovo stato d'animo e alle nuove condi-
zioni: ora non gli verrebbe fatto dire che Atenodoro
troppo presto si ritirato di fronte all'incalzare dei
tempi; ora egli ha abbracciato appieno quella posi-
zione ed d'accordo che a foro quidem et publico re-
cedendum est. facile intendere perci che l' ambiente
rimane quello dello stoicismo medio; logicamente Se-
neca cerca di sfruttare quanto Crisippo colla sua posi-
zione mitigata poteva offrirgli e vedremo come trarr
conclusioni che non sono perfettamente legittime rispetto
ai testi su cui poggiano , ma il materiale migliore
non poteva venirgli offerto che da Panezio o meglio
ancora da Atenodoro. Di qui gli giunge l'affermazione
decisa delle due res publicae, l'una magnani et vere
publicam, la u-syaXTcoXi.? dell' antica Stoa ancora ade-
rente al cinismo, la quale aveva per confini il mondo,
non conosceva n matrimonio, n templi, n tributi,
n ginnasi, n denaro, unica citt di dei e uomini (
1
);
l'altra a cui ci ha legato la nascita. Questa seconda,
ritorno in mondo romano della vecchia polis greca,
non poteva essere penetrata nello stoicismo altro che
con Panezio, il quale ne aveva ancora esperienza
per la situazione particolare di Rodi ; ma subito s' ac-
coppia all' altra, tanto che se l' una esige l'opera at t i va
(*) Sen. ot. 4,1 ; D. L. 7, 33; Zeller, op. cit. I l i
3
, 1, 204;
Pohl enz, Die Stoa, I, 137; jj. eyaX 7i oXt ; in 5". V. F. I l i , 323.
A ma gna ni... rem publicam di Seneca raffronto u e t ^ o v a 7roX>-
r s i a v di Epi ct. d iss. 3, 22, 84, e al vere publicam si pu ac-
costare TTjv q XvjO'ci; jjLyaXTcoXt.v di Filone (leg. spec. 1, 34),
tanto pi che quanto in lui segue simile a ot. 4,2. L' i deal e
della cos.nopoli riprende vigore, dopo Panezio, con Posidonio,
che influenza t ut t a la tradizione successiva. Natural mente nello
stoicismo recente nulla rimane delle idee comunistiche delle
origini: per Seneca e per Epi tteto [l. c.) rimane determinato solo
che la ci tt comune di dei e uomini e che in essa si trat-
tano i problemi del S- e wp s i v intesi da ognuno dei due pen-
satori co.ne lo vuole la loro personale disposizione.
dei suoi ci ttadi ni (7 ?), l'altra esige un' operosit
ben diversa ( f r e wp i a ) : huic maiori rei publicae et in
olio deservire possumus (
1
). Come si vede, Seneca
coglie subito l'occasione per difendere la sua nuova
posizione: e t rova anzi che la "megalopoli" meglio
servita nel'otium, che fuori di esso. Questo, evidente-
mente, non pi Panezio, Atenodoro e una prova
di pi ce la pu dare il fatto che le attivit elencate
qui come proprie del fteopelv nel'otium sono le stesse
che conosciamo dal de brevitate vitae, proprie di Panezio
s, ma l dove si consigliava l' alternanza di attivit
e di quiete (
2
), mentre qui si propugna in fondo,
l'otium completo.
Cos pure dato di pensare che alla diversa posi-
zione di Atenodoro sia dovuta la scomparsa del pro-
blema dei proficientes, con tanta personalit impostato
da Panezio (
3
). Ma sopra tutto io crederei di cogliere
l'influsso del filosofo di Tarso in quella interessante
e caratteristica tripartizione dei generi di vita fonda-
mentali che troviamo nel cap. 7 del de otio : non quella
di Panezio, che aveva posto come massimi modelli
il pio? frswpTjTi.x?, il 7cpaxrix? e il Xoyix? (
4
),
(*) Sen. ot. 4,2. No n di rei che a Pane zi o manc hi t ot al -
me nt e i l senso del l a cos mopol i (Pohl enz, Di e Stoa, I , 202) : in
l ui si af f i evol i sce t al e sensi bi l i t , ma non s c o np ar e .
(
2
) Sen. ot. 4, 2; brev. vit. 1 9 , 1 ; anc he epist. 94, 5 6 (epi st ol a
ri cca di riflessi panezi ani ) . Come conf ront o, v. anc he Phi l .
Abrah. 162- 163.
(
3
) Non det t o, per, che possa essere dovut o a Seneca
st esso; cert o che i proficientes t ornano a compari re pi vol t e
nelle Epistole.
(*) D. L . 7, 130 (I I I , 687 Arn. ) . L a ci t azi one anoni ma,
ma l a s i curezza c he si t r at t a di part i zi one panezi ana dat a
da quel l o che s egue nel L ae r zi o : - r v . Tpi xov qxxcv a i p e r o v
ye yovvai yp urt cpacox; hv:xr8sc; X oyi xv &ov npbc,
>copav xa 7rpaiv. Ques t ' ul t i ma espressi one si f a chi ara sol o
accos t andol e il fr. 108 v. St r. ( = D. L . 7, 92), i n cui si di ce
i l ava Ti ot ; u.v o5v So q>7)alv pexaq, &ewp7)Tix-})v x a l 7rpaxTixTfv
A nc he se ques t o f r amme nt o sempl i f i ca l a concezi one di Pa-
nezi o, il s uo val ore r i mane : amme s s o c he noi dobbi amo vi ve -
re XLC, SsSo(Jiva<; )[ tv x ( , cpopu-i; (fr. 96 v.
dando il primato al X o y i x ? , in quanto equilibrio tra
i due altri generi; non neppure quella di Posidonio,
che aveva posto TJSOV/J, ox^y}aia e X y o ? Qui
Seneca ci presenta tre generi che aspirano ad essere
i migliori e non sono mai disgiunti, pi o meno, l'uno
dall' altro: unum voluptati vacat, alterum contempiationi,
alterum actioni; appaiono s il ^z(prjziy.bc, (3io? e il
u p a x - u x ? di Panezio, ma accanto ad essi si trova
quello edonistico (
2
). Senz' altro e Ttp^i ? pos-
sono essere quelle paneziane, come risulta dalle parole
di Seneca: nec Me cuius vita actionibus destinata est
sine contemplatione est (
3
) : ma paneziano non l' am-
mettere alla pari con gli altri ideali di vita anche l'e-
donismo; tant' vero che, pur ritenendo coi Peripa-
tetici che la virt non autosuffciente, aggiunge ad
essa yieia, ^opyjyia, G^Q ma senza far parola di
piacere (
4
). E non mi risulta che mai altrove Panezio
abbia sostenuto questa "intercomunicabilit" dei ge-
neri di vita, per cui ognuno d'essi partecipe parzial-
mente degli altri: a noi risulta solo che Panezio aveva
St r. ) e che quest i appet i t i sono di ret t i dal "Xyoc, (v. St raat en,
op. cit., p. 169-70) non ad al t ro che al l a vi r t (pur con quegl i
el ement i che le son c ompagni necessari per l a f el i ci t , cfr. Ir.
110 v. St r. ) , il Xyoq ha si gni f i cat o i n quant o equi l i brat ore
t ra 9- soj pl oc e r c p^i ? , che rappres ent ano l ' at t o delle due f orme
di vi rt .
(') Rei nhardt , Kosmos u. Sympathie, p. 300-303; Gal e n.
plac. Hipp. et Plat. p. 432 Mul i . ; Sen. epist. 92, 6. Pe r il r ap-
port o t ra i due passi , cfr. Modrze, Zur Ethik u. Psychol. des
Poseidonios in Philol. 87 (1932), 312- 13. Comunque l a rjSov/}
e VoyCKr\aia. sono l o s copo ul t i mo del l e due part i i rrazi onal i
del Y) Y
s
P
t 0 V t x
v , il solo Xyoq l o del l a part e razi onal e (Sen.
epist. 92, 1 e 8).
(
2
) Si badi bene che per voluptas non possi bi l e i nt endere
l a x
a
P<* st oi ca, che un' suX oyo? Pa p a i e ; , perch ne affer-
mat o come assert ore Epi curo, ci o quel l o st esso cont ro cui
si erano mossi Pane zi o e Pos i doni o (v. anche Crnert , Kol.
u. Mened. 123) .
(
3
) Sen. ot. 7 , 1 ; cfr. tranq. an. 17 , 3; ot. 6,2; Ci c. off. 1,4,
13 ( = Panaet . fr. 98 v. St r . ) .
(
4
) Panae t . fr. n o v. St r. ; cfr. Ari s t . Eth. End. ny'&a.
24 e b 33; St ob. I I , 122, 21 sqq. ( = Teof ras t o) .
visto come ideale il pio? Xoyix? in quanto affidava
alla ragione il discernimento di come alternare actio
e contemplatio. Questo dunque un ampliamento delle
posizioni paneziane : e come Panezio a questa supremazia
del pio? Xoytx? era giunto tratto, probabilmente, dal-
la scuola peripatetica che t rovava ideale realizzare la
U-ECTTT]? appunto non nella vita attiva, non in quella
contemplativa, ma nel pio? O-V&ETO? (
1
), COS Antioco
d' Ascalona, seguace, se non creatore, tra i Peripatetici,
della superiorit del pio? O-V&STO? e dell'ideale di
7tpaTTeiv xat frecopstv xaX (
2
) quale realizzatore
dell'sSaifxovia (vita beata), aveva a sua volta seguito
e sviluppato Panezio, il quale gi aveva realizzato nel
suo sistema etico un equilibrio tra 7 ? e uscopia.
Ad Anti oco risale probabi lmente anche un passo della
operetta pseudo plutarchea, che abbi amo gi ricordato
per alcuni suoi significativi contatti con il de otio:
" T r e sono i generi di vita, attivo, contemplativo,
godereccio: u,v SXXUTO? xal SouXo? T&V Y)8OV>V
) 8 ]? xal ,1 7 7 ]? oTiv, S 7cpaxTt x? fxot-
pyjcra? 9iXoo
,
6cpia? au,ouao? xal 7 7) , . )?, Ss &-
copvjTt x? TOU Tcpaxr t xou Si a^aprvcov ( / )?. izei-
parov ov eie, 8uvau,t.v xal xoiv 7rpTTt,v xal TV]?
9&Xooocpia? vTiXau-Pvecr^ai 7rapixov TCOV xat-
p&v" (
3
). Ma nel testo latino c' in pi qualche cosa,
(') St ob. I I , 144, 1 6 - 1 7 ; cfr. anc he pag. 242, n. 1.
(
2
) St ob. I I , 144, 5 ; A u g . civ. dei, 19, 2; St rache, op. cit.
t
p. 59 ed E l o r duy, Die Sosialphilosophie der Stoa, i n Philol.
Spb. 28, 3 (1935 ) , 230.
(
3
) [ Pl ut ] . lib. educ. 10,8 A . Si not i che - ? x a l
7IXT)U.[AEX7)<; t r o v a una cer t a co r r i spo ndenza gi i n ot. 6, 2; ;
co r r i spo nde a inertem di ot. 7 , 2; i nf i ne l ' i deal e di u- et ^ai xat
x s pcrai vi t a pol i t i ca e qui et e filosofica (10, 7F) gi espresso
i n ot. 6,2 misceri enim ista inter se et conseri debent. D' al t r a part e
-^ carat t eri s t i cament e peri pat et i co e l ' equi l i bri o
t ra le due vi t e TCape'xov TUV x a t p & v ri corda i 7roXtTix
Ttpq , TO <; x a i po q di Teof rast o. L ont ani s i amo per dal l e
def i ni zi oni dei f'101 s econdo Ari st ot el e, che di ce (Eth. Nic.
1, 5, 1095 b 17 sqq. ) Tpst<; y p ei at , ot Tcp ox ovTeq
che in quello greco manca : perch, a ben vedere, in que-
st' ultimo il problema dei (3toc si risolve eliminando quello
edonistico, come esattamente fa lo Stobeo mentre
Seneca sostiene la legittimit della vita edonistica
degli Epicurei: questo atteggiamento particolare di-
pende dalla speciale trattazione del de otio ed dovuta
a Seneca o al pi ad Atenodoro ? O risente di quella
maggior comprensione che Panezio aveva avuto per
Epicuro ed la libera espressione di quello stato di
animo che Seneca poi riveler con tanta maggior si-
curezza nelle Epistole, l dove difende Epicuro ? Con
sicurezza posso dire solo che qui non c' da pensare
a Panezio, anche se un influsso delle posizioni da lui
assunte indiscutibile, n a Posidonio. Pure a questa
fusione non addivenuto Seneca, ma un filosofo che
aveva conoscenza delle teorie stoiche precedenti e
( p t o t ) , o TE vuv tp7]u.vo<; ( = 7uoXaoo"Tix<;) xtxi TroXt-
Ttx x a i rpiroq 8-ewpy]Ttx<;, senz' ac c e nnar e af f at t o al l a
possi bi l i t di f usi one t r a l ' uno e l ' al t ro. Gi nell'Etti. Eud.
i, 4, T2i 5 a, 35- i 5b, i compare una t ri part i zi one, che ancora
pi si mi le al l a nos t ra: - rroX t Tt x?, cptXaocpcx;, dcTcoX auoTt xcx;
$loq; ma dal l e defi ni zi oni che ve ngono di essi dat e ( i 2 i 5 b, 1-5)
pos s i amo vedere che c' di versi t di concezi one e di i nt enzi oni ;
abbi amo i nf at t i TOUTWV u-v 91X60090; (che dovr e bbe cor-
ri spondere al contem-plativum di Seneca) p o u X e x a t nzpl 9p -
V7)CTIV s l vai xal-9-Etopiav TTJV i re pi TYJV aX i Q&s i av (di verso qui ndi
dal nost ro che nasce da un equi l i bri o t ra azi one e cont empl a-
zi one che dal t es t o ari st ot el i co non appare) , 6 TCOXITIX C; nepl
ZCQ TTp^Et ? TOC? xaX<;,... S' 7roXauoTtx<; rrspi xc, yjSovq
T.-C, an>\xa.i\.y.q. T a nt ' che il probl ema dell' eo ?jv (1, I 2i 4a,
30-34) si as s omma o i n 9pvy)ot<; ( = 91X600901; $ioq), o i n
pE T i f ) ( = 7ToXtTtx<;), o 7)8o'v?i ( a T c o X a uo T t x i ; ) . Il carat t e-
ri st i co equi l i bri o t r a rcpaTTstv e 9->pEv in Seneca nasce
pi o me no me di at o dal l o st oi ci smo di Pane zi o e non c' ent ra
as s ol ut ament e il Protrettico di Ari s t ot el e, c ome vor r e bbe il
Bi gnone {Annali Pisa, 1940, p. 241-42); e il mot i vo del de -
si deri o di conoscere cose nuove e remot e. . . di conoscere i mi -
steri del mondo e i pi meravi gl i osi spet t acol i nat ural i non
t ant o propri o a p p unt o degl i uomi ni del l a sua et (ibid.
242-43), ma prof ondo el ement o l egat o al l a cuu.7c'9'sia posi -
doni ana e gi t r o va va radi ce i n Pane zi o (Pohl enz, Die Stoa,
l
, 321).
(!) [Pl ut ] . /. c. ^COC ST)? x a i [xtxpoTtpe7rr)<;: St ob. I I , 144,
17- 18 T^TTOva 9] xaT'v^-ptoTrov.
cercava una via nuova unificando &so>pia e 7cpSi<;,
cf.oy\ra<x e 7)Sovy) sotto l'influsso della triplice parti-
zione di Antioco. Ci che mi fa pensare di darne la
paternit ad Atenodoro non soltanto la costri-
zione dei dati cronologici, ma anche il riscontro di
un' altra identit fra lo Stoico e il trattato attribuito
a Plutarco: noi sappiamo che l'opera di Atenodoro
si intitolava Ilepl 7cou8ia<; xat O-TCOUSTJC;, titolo signi-
ficativo che allude alla remissio animi gi paneziana
e al principio dell'alternare attivit e riposo ; ma questa
dottrina dell'avecic; e della O-7COUSY] in nessun altro
testo troviamo meglio e pi largamente espressa che
nell' operetta morale pseudoplutarchea, dove essa sta
bene, se la si vede come sviluppo di quei concetti
che in forma generica gi apparivano in Aristotele (*).
Ma se questo il materiale che Seneca t rovava
pronto, certo la luce sua e quel cercar di comprendere
e valutare pi equamente la posizione di Epicuro
nasce dal suo desiderio di non farsi gregario di nessuno
( 3 , 1 ) , ma anche pi dalla sua personale situazione (
2
).
La sua guies ormai, non pi contemplano, anche se
tanto si batte a sostenere che la natura ci ha generato
contemplationi rerum et actioni (4,2; 5 , 8) e conclude
con una posizione stoica: nobis haec statio, non portus
est (7,4). Del resto non solo qui troviamo che Seneca si
professa stoico: tale si sente e tale vuole essere; parte
da genuine affermazioni dei maestri della scuola, di-
fende il loro modo di vivere (
3
). Ma poi sottilmente
(>) [ Pl ut ] . lib. educ. 13, 9 B C ; Ari s t . Eth. Nic. i o , 6, 1 1 7 6
b 33. Nat ur al me nt e ques t o compl es s o di i ns egnament i part e
s empre da quel l ' i deal e peri pat et i co per cui i l pi al t o (l o;
quel l o c he c ompone c ont e mpl azi one e a t t i vi t : c ome a b-
bi amo gi vi s t o ('cap. I I , pag. 121 n. 3), s empre una for-
ma di ( x e o r T ^c ; .
(
2
) Pe r l ' i nf l usso c he Pane zi o ha es erci t at o su Seneca
ri guardo ques t a s i mpat i a per Epi c ur o, ve di pi ol t re a pag. . 262
(
3
) L a di f esa (6,4) t radi zi onal e, c ome l ' ac c us a: Ze none
e Cri s i ppo hanno f at t o cose pi grandi quam si duxissent exer-
trae conclusioni che non erano cos implicite nel testo,
conclusioni che vanno certamente pi in l di quanto
le affermazioni da cui partono permettessero. Gi
l'originario insegnamento stoico che il saggio deve go-
vernare, specialmente in quegli stati che mostrano
una 7cpoxo7t7j verso la costituzione perfetta (
l
) era
stato addolcito con una concessione pi prossima a
quanto dice Seneca : JAY] 7i ;oXiTecr9-at... [xXio"r' < v >
u.7)8v wcpeXetv fxXXy] TY}V TrarpiSa (
2
); Seneca
rincalza (ot. 3, 3) : si res publica corruptior est quam ut
adiuvari possit, si obscurata est mais, non nitetur sa-
piens in supervacuum nec se nihil profuturus impendet.
Il concetto crisippeo non tale da non poter essere
apparso anche in Panezio, ma certo nell'insistenza su
questo stato marcio fino al midollo c' la personale
esperienza di Seneca che sentiva di essere stato impo-
tente a fermare quel male. Dell' uno e dell' altro fatto,
cio che il tratto non sia esente da un influsso di Pa-
nezio, ma che risenta della personalit di Seneca, ci
convince un passo delle epistole, dove appare la stessa
situazione: persino la filosofa deve essere praticata
tranquille modesteque; a questo manc Catone, che si
butt a corpo perso nel pi o? TTOXITIX ? e non seppe ve=
dere che ormai la libert da tempo pessumdata est,
che si lotta solo per la scelta di un tiranno, chiunque
vinca non pu essere che peggiore di chi soggiace.
Tali furono gli ultimi anni della sua vita ; sed ne priores
quidem anni fuerunt qui sapientem in Ulani rapinam
citus, gessissent honores, leges tulissenl; son proprio le stesse
cose di cui li accusa Pl utarco, Stoic. rep. 2, 1033B- C v Ss znXq
fUoiq oSevc; ecxiv |epetv o o-xpaxrjYav, o voy.o&zaixv,
o 7rpcro8ov elq POUATJV etc.
(>) Stob. I I , 94, 7 W. (I l i , 611 Arci.): I T OI T E CO' &OCI T V
aocpv xai [xXiax'v xouc; x o i a x a t t ; TcoX i xei oai ; -zaiq [x<paivou-
aaiq xtv TrpoxoTurjV rcpc, rq x s X s i a i ; 7toXixiac.
(
2
) Stob. I I , i n , 3 W. (I l i , 690 Arci.); la citazione
crisippea, perch tutto il contesto dello Stobco, fin da I I ,
109, 10 lo : si veda in proposito cap. IT, pag. 96.
admitterent Fin qui, per, Seneca e lo stoicismo
greco giungono alla stessa conclusione, cio che se lo
stato in sfacelo e roso da mali insanabili, il saggio
non vi prende parte. Ma a quanto diversi risultati
giunga il Nostro lo dimostra la conclusione ultima che
egli ne trae subito, tale che, a mio parere, troppo
forte per uno stoico, anche se Atenodoro non doveva
esser giunto lontano: a buona ragione si pu illibatum
otium exigere anche prima di essere messo alla prova
dai tumulti della vita (
2
). Pi completa e bella espres-
sione di illibatum otium, intatto e nella sua interezza,
quasi aihxTOt;, non si pu dare: ma la si vedrebbe pi vo-
lentieri in bocca ad un Epicureo che a uno Stoico. E che
Seneca, torno a dire, voglia essere stoico lo mostra la sua
premura nel sostenere il principio stoico tenuto alto
dallo stoicismo antico, come da Panezio, Posidonio, At e-
nodoro che dall' uomo si esige che giovi all' umanit
( 3 , 5 ) : a pi persone pu e, se non pu, a se stesso (
3
):
L' importanza di questo passo non va trascurata: Se-
neca qui vuol dimostrare come filosoficamente sia appro-
vabile il ritiro sotto l' aspetto della morale in s e lo
dimostra dal punto di vista stoico. Ma l' ammissione
pi esplicita che i principi stoici vengono tratti alle
(M Epist. 1 4 , 1 1 - 1 3 ; tranquillits e moderatici sono t ermi ni
panezi ani : e&u.w<; TE x a l atocppvax; avr e bbe de t t o Pane zi o
(cfr. Ci c. off. 1, 27, 93) ; l ' es empi o r omano di Cat one e il do-
vere di ri t i rarsi di f ront e al l a t i ranni de ri sent ono del l a posi -
zi one real e di Se ne c a: Pane zi o i nf at t i non avr e bbe mai pens at o
cos espressament e a una si mi l e s i t uazi one.
(
2
) Sen. ot. 3,4. Ma i n At e nodor o (tranq. an. 3,2) s i amo
sempre nel l a Q-epamia. TO^MV: evi t are i danni del l a soci et
at t ual e, e il t ur bame nt o che ne consegue, col ri t i ro. Qui si
vuol preveni re il mal e con l a scusa che pot r e bbe col pi rci .
(
3
) Ri t or na anche, c ome s copo di ques t a contemplano,
l ' i deal e del 9'swpsiv sci ent i f i co, et i co, met af i si co (che gi a b-
bi amo vi s t o i n brev. vii. 19, 1) caro a Pane zi o e pot enzi at o da
Pos i doni o col l a sua dot t ri na del l a " s i mp a t i a " : que s t ' ul t i mo
a v e v a pos t o c ome part e del fine s upremo T T}V &wpouvxa TTJV
Ttov oXcov X7)#stav x a l TCC^IV (Cl em. A l e x , strom. 2, 183, 10
St ahl . ) .
loro massime conseguenze ci viene dalle parole stesse
dall' autore: partendo dall' insegnamento crisippeo che
il saggio non parteciper alla vita politica, se lo stato
gli possa causare gravi e grossi pericoli, se esso non
conformato in modo da tendere verso la perfezione,
Seneca conclude che, come se uno raccomanda di na-
vigare, ma esclude che si debba navigare in quel mare
in cui avvengono naufragi, finisce col proibire di na-
vigare, cos poich non si trova uno stato quae sapien-
iem aut quam sapiens pati possit, di conseguenza in-
cipit omnibus esse otium necessarium, quia quod unum
praeferri poterat olio nusquam est
Cos rimane sospeso questo dialogo, iniziatosi con
la promessa di dimostrare che 'otium conviene al gio-
vane, conviene al vecchio e arrestatosi alla pi ferma
e sostanziale affermazione, che per nessuno possibile
sottrarvisi (
2
): dialogo particolarmente sensibile alla
situazione del momento, come indicano l'insistenza
(') Sen. ot. 8, 1- 4; 5". V. F., I I I , 690 e 691 gi c i t at i ;
episi. 8, 2 e ora Gans s , Das Bild des Weisen bei Seneca, cit.
p. 69.
(
2
) Sen. ot. 2, 1- 2; ment re il pri mo punt o mol t o br e ve -
ment e ri preso (3,4), del s econdo che pure ar gome nt o
s vol t o dal l a di at ri ba (come mos t ra il conf ront o col Caio maior,
14, 49, di Ci cerone, opera ri cca di el ement i di at ri bi ci ) manc a
l o s vol gi ment o. Non det t o che ques t o si a una pr ova i n pi
del l ' i ncompi ut ezza del di al ogo, perch si pot rebbe dare che
l a prosa cent ri f uga di Seneca abbi a port at o l ' aut ore di argo-
me nt o i n argoment o, f acendogl i di ment i care uno dei due
assunt i del l a di mos t razi one; credo del rest o difficile che, al
punt o dov' gi unt o a 8,4, l ' aut ore possa ri t ornare su quel l a
di vi si one. T a nt o che mi domando se da vve r o egli abbi a mai
a v u t o l ' i nt enzi one di t rat t are s i s t emat i cament e l a mat eri a
s econdo t al e di vi si one e se 3,4 non de bba essere cal col at o una
cons eguenza di 3,3 s enza nul l a a che vedere col s econdo capi -
t ol o. pi ut t os t o i nt eressant e osservare che l ' af f ermare l a
val i di t del filosofare per i gi ovani e per i ve c c hi propri a dei
prot ret t i ei , ma c he ment re Ari s t ot el e nel suo Protrettico
(ir. 2 Wal ze r ) e l ' i socrat eo ad Demonicum ( 4) si r i vol ge vano
ai gi ovani e cos pure Met rodoro epi cureo (Krt e, p. 5 7r,
col . X V) E pi c ur o al l ' i ni zi o del l a Lettera a Meneceo, 122,
appunt o cont r o Ari s t ot el e (cfr. Bi gnone, op. cit., I, 121- 22)
s os t eneva c he de vono filosofare il gi ovane e il vecchi o.
La sintesi delle epistole senecane 261
sulle disperate condizioni dello stato (3,3; 8,1-4) e
la ferma decisione di attenersi a una quiete estranea
all' attivit politica. Certe posizioni negative di po-
sitivo c' solo la necessit dell' uomo di giovare al suo
simile non potevano essere possibili a Seneca altro
che quando egli aveva gi rotto i ponti col principe;
questo serve anche a spiegarci come ora egli sia libero
di dare una tonalit pi ferma e decisa al suo concetto
di ritiro, e, al tempo stesso, di concedersi tanta libert
nei riguardi della stretta ortodossia stoica:
* * *
Una fase nuova del pensiero di Seneca relativo alla
vita contemplativa espressa dalle Epistole a Lucilio.
Oramai uscito dall' agone politico, incerto del suo do-
mani, ma stoicamente sereno di fronte al pensiero
della morte, Seneca assapora le gioie di un otium ab-
bellito dallo studio e dal diletto spirituale delle letture
e giorno per giorno, si pu dire, affida le sue consides
razioni a quelle lettere, che del suo animo sono il pi
alto monumento. Cos un gruppo vivace di lettere
quello delle prime trenta: Seneca con calore scrive a
Lucilio e vuol persuaderlo della bont della nuova vi t a
che si prefisso di vivere. Spesso, pi che la dottrina
o la corrente da cui possono giungere queste voces
di vita pacata, si pu cogliere l'esperienza personale
dell' autore (
1
); ma Seneca non per nulla conosce a
P) Bi s ogna, per, andar caut i nel val ut ar e gl i el ement i
i n cui ent rano spunt i di vi t a personal e c ome t rat t i ori gi nal i
di Se ne c a: c ome l a di at ri ba greca t e nde va a dare pre-
ci si one ai suoi dat i con l ' uso del l e ci t azi oni di l ocal i t e di nomi ,
cos Seneca usa ri vest i re i mot i vi di at ri bi ci del l a ve s t e del l a
sua personal e esperi enza. Non, perci , che ques t a non si a es pe-
ri enza sua, ma essa vi e ne a s ovrappors i ad el ement i di t ra-
di zi one.
fondo la retorica e vi ve di ci che la sua arte ha saputo
cogliere e fare personale nei fioriti giardini altrui.
Nel suo studio si avvicina a Epicuro e lo osserva
senza quel partito preso con cui il filosofo era stato
giudicato da quasi tutta l' antichit (
x
): lo trova,
qual' egli , non maestro di piacere, ma di una severa
e serena astinenza. Questo interesse per Epicuro gli
era stato risvegliato dallo scritto di Panezio, che ad
Epicuro aveva attinto diversi spunti nel suo scritto
eutimistico (
2
). Personalmente, dobbiamo pensare,
Seneca non era stato favorevole a questa corrente di
pensiero, perch nei dialoghi che non risentono diret-
tamente del II spi s&uu-ia? di Panezio gli elementi
epicurei sono lasciati cadere; ma la maggior aderenza
a Panezio nel de tranquillitate si fa anche legame mag-
giore con le idee del x9J7ro?. Sono idee, pi che teorie,
che anzi Seneca in tutta la sua attivit di pensatore
sar contrario alla dottrina epicurea del piacere; sono
luci nuove che cadono ad illuminare in modo parti-
colare disposizioni d'animo latenti, colori che vengono
a tonificare tendenze prima non ben decise o a modi-
ficare posizioni gi esistenti, s da spostare l' accento
su una maggiore contemplati vita. Ad Epicuro Seneca
si era avvicinato gi al tempo del de vita beata e aveva
sentito il fascino di quel triste predicatore della voluptas,
che in lui sobria ac sicca, tanto che i suoi precetti
(vogliano o non gli Stoici) sono sancta e recta et, si pro-
(*) Cfr. del resto gi vii. beat. 13, 2-3 e ot. 7, 1.
(
a
) Si veda Pohlenz, Plutarchs Schrift 7rsp #uuia<;,
gi citato, che pur non essendo attendibile quanto allo scopo
che si prefiggeva, cio di ammettere quale fonte dello scritto
pl utarcheo un filone epicureo, conserva per i mportanza per
una serie di innegabili rapporti messi in luce; a ragione il
Pohl enz notava in calce alla sua edizione dell' opuscolo pl u-
tarcheo (Teubner, 1929, p. 187) ITep S U & U U T J C ; egerunt
imprimis Democri tus et Panaeti us Stoicus Democri tea et
Epi curea non aspernatus .
plus accesseris, tristia d' averne sentito il fascino
dichiara egli stesso nel de olio, quando si fa accusare di
diserzione, di defezione e di parlare in mezzo agli in-
segnamenti di Zenone con le parole di Epicuro (ot. 1, 4) ,
quando sostiene che si deve deporre l'odio inesorabile
che grava su costui (ot. 7 , 1 ) . Ma il superamento stesso
delle posizioni di Panezio e di Atenodoro non gli poteva
venire altro che dalla lettura diretta di Epicuro: per
quanto ci sia un tentativo di giustificare attraverso
concezioni stoiche quelle sue posizioni avanzate, quasi
ormai nel campo nemico, tutto il contenuto del de olio
titolo compreso gi un documento del progres-
sivo avvicinarsi al maestro del X T J T C O C ; ; ora il suo in-
segnamento si fatto comprensibile anche a Seneca,
che, in un tempo di cos largo sincretismo filosofico,
quando ormai la vernice filosofica di tutti, trova
facile avvicinare le due scuole attraverso quegli ele-
menti che esse avevano comuni o simili. Da questa sua
matura comprensione nascono le citazioni da Epicuro,
scelte tra le massime che di lui erano meno note, anche
se il loro contenuto a volte era diventato patrimonio
comune e ormai anonimo; a questa maturit di com-
prensione per Epicuro corrisponde, come logico,
una maturit per il problema della vita contemplativa,
che qui abbracciata con osservazione amorevole e
con pratica assidua, fuori ormai dagli schemi stretti
della scuola stoica.
Che Seneca abbia letto in questo lasso di tempo
Epicuro cosa certa; se teniamo conto che le massime
assai spesso sono delle meno note, dobbiamo pensare
P) Sen. vit. beat. 13, 2-3; non s t rano di t r ovar e cont at t i
c on mas s i me epi curee gi nel de brev. vit. : l ' aderenza i n mol t i
probl emi et i ci t r a De moc r i t o ed E pi c ur o era s enz' al t ro una
delle ragi oni per cui pi f aci l e era di ve nut o per Pane zi o ac-
cost arsi al l e mas s i me di quel capos cuol a. Ma t ut t o ci non t ogl i e
n i n Pane zi o, n i n Seneca l ' avvers i one deci sa al l a t eori a
del pi acere (per ques t ' ul t i mo, cfr. vit. beat. 10,2).
che difficilmente lo leggesse in uno gnomologio o in
un antologio del tipo di quelli che ci restano: di l
non avrebbe ricavato sentenze cos poco conosciute
che Lucilio non ne avesse gi notizia, n di tale impor-
tanza da sentire il bisogno di comunicargliele
Dall' insieme delle citazioni si arriva a concludere che
di Epicuro egli avesse davanti un epistolario : altrimenti
non si spiega che cos spesso accenni a lettere di Epicuro
e che i frammenti stiano tanto spesso bene in un' epistola
e non in un trattato (
2
). Se si pensa al fascino che
Epicuro esercit sugli amici e discepoli, non solo con
la sua conversazione, ma forse pi con la sua corri-
spondenza ; se si pensa al significato che ebbe l' amicizia
nella sua scuola e all'affettuosit con cui il maestro
si rivolgeva ai suoi seguaci, possiamo immaginarci
(*) Seneca stesso dichiara, epist. 13, 17, Non adicerem
auctorem huic voci, nisi essel secretior nec inter vulgata Epicuri
dieta.
(
2
) Vedi epist. 7, n (cum uni ex consortibus studiorum
suorum scriberet); g, 18 (Epicuri epistula); i8,g (in is epistulis...
ad Polyaenum); 21, 3 (cum Tdomenaeo scriberet); 21, 7 (ad hunc...
scripsit); 22,5 (Epicuri epistulam); 18,9 fa pensare ad una rac-
colta di lettere, tanto pi che indicata la data (Charino ma-
gistratu). Quasi sicuramente da epistole vengono 7, 8; 16, 7;
20,9; 24,22 e 23; 25, 5 e 6; ma anche altre citazioni potrebbero
stare benissimo in una lettera. Si veda inoltre, a conferma di
quanto diciamo, epist. 99, 25, dove si l egge: ipsa Metrodori
verba subscripsi. MyjxpoScpou sTuaroXcov 7rp<; TTJV SsXcp^v.
Il testo che Seneca aveva doveva essere una raccolta di lettere
di Epi curo e di suoi diretti discepoli. Si pu inoltre dare per
sicuro che Seneca conoscesse la Lettera a Meneceo, che cita
in epist. 14, 17 (il fatto che aggi unga Epicuri est aut Metrodori
aut alicuius ex Ma officina non pu servire come base mentre
cos se ne serve il Mutschmann, Seneca u. Epikur, in Hermes,
50, 1915, p. 327 per sostenere una polemica anti ca sull' auten-
ticit della lettera: il consueto modo di Seneca, che ama far
vedere di non interessarsi di cultura particolare) ; che conoscesse
tale lettera logico, se si pensa allo spirito che ani ma l' inizio
di quella epistola e quello che trovi amo nei primi tre libri
dell' epistolario anneano. Non si tratta, perci, di un' epitome
o gnomologio epicureo, come l' Usener ha supposto (Epicurea,
p. LI V sqq.) e il Bourgery, Les lettres Lucile sont-elles des
vraies lettres? in Rev. de Philol. 35 (1911), 51- 52 ha accettato
per certo.
quanta impressione possa aver fatto sull' animo di
Seneca la lettura di un suo epistolario. Al punto, direi,
da poter essere questa una delle cause determinanti
di questo nuovo epistolario; si badi, non un' illazione
gratuita, perch Seneca spesso ci pensava, per esempio
quando scriveva a Lucilio (ricordando esplicitamente
la lettera di Epicuro a Idomeneo, cui il filosofo pro-
metteva gloria e memoria solo attraverso le sue let-
tere) Quod Epicurus amico suo potuit promittere, hoc
Ubi promitto, Lucili Anche qui maestro e di-
scepolo, anche qui una corrispondenza d' elevato fondo
morale.
Questo ci spiega come nelle Lettere si faccia cos
forte la concentrazione sull'io, o, come la chiama
il Heinemann, " Selbsterkenntnis " (
2
), tanto da di-
venire un elemento essenziale dell' eudemonia teoretica:
Pi ancora che nei dialoghi sentiamo qui ingigantire
quel richiamo in se stessi, dove c' il vero bene, dove
necessario.combattere il vero male; appare qua e l
il vecchio quietismo stoico, che placa l' animo del saggio
in un' aderenza alla divinit fatta di assoluta e spon-
tanea dedizione, e la ritroviamo sia ch' egli citi Cleante
(epist. 107, 11) , o sia che prenda posizione nei confronti
della propria vita (
3
) : ma la contemplativit del
proprio intimo trionfa in tutto il complesso dell' epi-
stolario. Sar bene aggiungere che non una contem-
plati vita dottrinale, ma una convinzione interiore
dell' autore, che ad essa conforma o cerca di conformare
(*) Sen. epist. 21, 4 e Mut s chmann, art. cit., p. 331.
(
2
) He i ne mann, Poseidonios' metaphysische Schriften,
I, 70; Pohl e nz, Die Stoa, I, 299, Di e Konze nt r azi on auf das
I c h , pos t a c ome uno dei t re moment i essenzi al i del l ' et i ca
prat i ca del l o St oi ci s mo i mperi al e (e ri presa nei ri guardi di
Seneca pi ol t re, p. 318) . Si not i per, c he Seneca d un a c -
cent o part i col are al pr obl e ma nel l e Lettere.
(
3
) Epist. 96,2 non pareo deo, sed adsentior. Ex animo
illuni, non quia neeesse est, sequor.
la propria esistenza. Questo il tema fondamentale,
si pu dire, di tutte quelle lettere che non hanno un
argomento dottrinario particolare che esca dal campo
immediato dell' etica pratica; questo il primo avverti-
mento con cui s'apre la raccolta: Ita fac, mi Lucili,
vindica te tibi la prima medicina morale appunto
questa, rivendicarsi a se stessi: primum argumenlum
compositae mentis existimo posse consistere et secum
moravi (
2
); bisogna imparare a far di noi cosa nostra,
fuori del dominio altrui, multa possum tibi ostendere,
quae adquisita acceplaque libertatem nobis exlorserinl:
nostri essemus, si ita nostra non esseni, tanto pi che
qui se iabet, nihil perdidit (
3
).
Inaeslimabile bonum est suum fieri, perch ci concede
la tranquillit dell'animo, una volta scacciati gli errori,
una libert che non ha altro padrone che noi stessi (
4
) ;
quisquis se sibi propitiavit ha propizi anche gli dei (
5
).
Riprendendo e rinnovando elementi che gi appari-
vano nei dialoghi, Seneca pu dire al suo discepolo:
Dissimilali te fieri multis oportet, dum tibi tutum sii
ad te recedere. Circumspice singulos: nemo est cui non
salius sii cum quolibet esse quam secum. Tunc in te
praecipuc in te ipse secede, cum esse cogeris in turba :
e
1
) Epist. 1 , 1 . Il Mutschmann, art. cit. p. 333, ritiene che
i primi due paragrafi di questa epistola siano una variazione
sul tema di S. V. 14. Ma si tratta di spunti che gi tutti ap-
paiono nei tre dialoghi precedentemente studiati e che deri vano
da quel materiale paneziano di cui Seneca era ormai padrone
assoluto. Che poi in particolare il tono di quest' epistola i i-
senta della recente lettura di Epi curo, non .sono affatto alieno
dal pensarlo.
(
2
) Epist. 2, 1.
(
3
) Epist. 42,8 e 10.
(*) Epist. 75, 18; si spiega bene, perci, che Seneca scriva
a Lucilio (epist. 20,1) si vales et te dignum putas qui aliquando
fias tuus, gaudeo. Vedi anche epist. 58, 32 iucundissimum est
secum esse quam diutissime, cum quis se dignum quo frueretur
effecit. P er la tranquillilas animi et expulsis erroribus dbso-
luta libertas, dr. vit. beat. 3,4, dove entrambe sono le conse-
guenze di aver raggi unto la vera vi ta felice.
'*) Epist. 110, 1.
si bonus vir es, si quietus, si temperans. Alioquin in
turbam Ubi a te recedendum est: istic malo viro propius
es (
1
). La massima di Epicuro si incastona perfetta
mente nel contesto anneano, non vi la minima sto-
natura; il filosofo stoico non sente nemmeno il bisogno
di correggere o modificare la massima della scuola
avversa, tanto il suo animo compreso di questa
nuova contemplazione che ha realizzato e tanto vibra
all'unisono con le necessit spirituali che avevano
agito in Epicuro.
Tendenza a ritirarsi in se stesso, tendenza ad evi-
tare la folla, che aveva appreso da Panezio, si poten-
ziano qui attraverso la lettura di Epicuro; la contra-
riet per la folla appare in un gruppo notevole di
passi, la cui origine varia: molti spunti sono del
fondo diatribico o anche di genuino ceppo stoico,
molti altri risentono dell'influsso epicureo. Se primum
argumentum compositae mentis secum morari, ne de-
riva ovviamente che quod Ubi vitandum existimem
la turba; inimica est multorum conversatio, che solo
pu dare vizi e non soltanto ad un animo ancor tenero
e non ben radicato alla virt, che persino Socrate,
Catone, Lelio avrebbero potuto subire danno dalla
dissimilis multitudo (
2
). Anche l'esperienza personale
di Seneca sfavorevole alla folla: numquam mores
(*) Epist. 25 ,7 (i codd. hanno tutum non sit: il non s t at o
es punt o da P. T ho ma s ) ; cfr. tranq. an. 17 , 3; brev. vit. 2, 5 ;
E pi c . fr. 209 Us . Aggi ungi epist. 83,2 hoc nos pessimos facit,
quod vitam suam respicit. Nel l e Nat. Ouaest. 4 , pr. 20
Seneca gi unge anco r a pi i n l : fugiendum est et in se rece-
dendum; immo etiam a se recedendum. Ci si guar di bene, per,
di dare un senso mi s t i co al l ' espressi one.
(
2
) Epist. 7, 1, 2, 6. Se c ondo l a sua cons uet udi ne, Seneca
all' esempi o di at ri bi co di Socrat e ha aggi unt o, non sost i t ui t o,
quel l i romani . Ri c or do il passo di Fi l one, vit. cont. 2, 20, ci t at o
a pag. 187- 8S (dove 7uu,ii;ia = conversatio e dissimilis = vo-
U- C HWV) e Sen. tranq. an. 17, 3. Pe r l ' at t e ggi ame nt o nei conf ront i
del l a f olla ve di gi de mor. 23 Haas e : nondum es felix, si nondum
te turba dimiserit.
guos extuli refero, qualche cosa di ci per cui egli ha
trovato un equilibrio interiore (composui) si sconvolge,
torna in lui qualche cosa di cui era riuscito a liberarsi;
egli rientra peggiorato, quia inter homines fui. Solo
consiglio salutare recede in te ipse quantum potes,
de tuo gaude, de... te ipso (
1
), fuge multitudinem,
fuge paucitatem, fuge etiam unum, questa la ferma con-
vinzione di Seneca: quanta la differenza dal tempo
del de tranquillitate animi, dove si predicava di mesco-
lare solitudine e vita tra gli uomini, non occorre sotto-
linearlo (
2
). Ma questa fuga fuori della societ pu
essere solo quando si possa affidare un individuo a
se stesso, quando si fatto degno di vivere con se stesso,
perch ormai bonus vir e non ha pi necessit di un
pedagogo spirituale, dato che tra i mali che gravano
gli stolti c' proprio anche la solitudine: omnia nobis
mala solitudo persuadet (
3
). Quando costoro si trovan
soli non fanno che pensare, preparare il male, che ec-
citare i propi vizi e perdono il gran bene che al saggio
d la solitudine (
4
). Il saggio invece retto dalla bona
mens, che lo fa superiore a tutto e lo isola fuori del
frastuono materiale e spirituale del mondo: Numquid
tam turbidum fieri potest quam forum? ibi quoque licei
quiete vivere, si necesse sit. Ma meglio, se si pu di-
sporre di se stessi, fuggire la vista e la vicinanza del
jpro, per la stessa ragione per cui bene fuggire la folla :
H Epist. 7,1 e 3 (con cui si raffronti Philon. de Ahr ah.
4, 22 ci tato per esteso a pasj. 190: S'oTso ...u-vcocnv yaTCqc...
Sia T 7tpoeXr) a&at , xaxi av, YJV TCOX 'XXOC aT c erai ) ;
7, 8; 24, 6; de mor. 27 Haase.
(
2
) Epist. 10,1 Sic est, non muto sententiam: fuge etc.;
cfr. epist. 94, 69 magna pars sanitatis est... ex isto coitu invicem
noxio procul abisse.
(
3
) Epist. 20, 1; 58, 32; 25 , 7; 10, 1; 25,6 e 5; 1 1 , 9 ; cfr.
epist. 94, 69 non est per se magistra innocentiae solitudo.
(
4
) Epist. 10,2 Tane mala Consilia agitant, tane aut aliis
aut ipsis futura pericula struunt, lune cupiclitate mprobas
ordinant.
la vita in mezzo al tumulto del mondo il saggio sa
sopportarla, non la sceglie, non vuole mettere a repen-
taglio la sua saggezza. Ma d' altra parte quid prodest
nobis totius regionis silentium, si affectus premunP...
Illa tranquillitas vera est, in quam bona mens expli-
catur (
1
). Seneca attinge qui a piene mani alla diatriba
cinicizzante : se ce ne fosse bisogno, lo testimoniano
due passi di Dione, che corrispondono esattamente a
quanto abbiamo ora citato, salvo che nell' atteggiamento
diverso delle conseguenze, che in Dione strettamente
cinico. Si veda il retore greco constatare che I Se t v. . .
eo-Ttv x a l sv Tcvu 7roXXcp -froppa) TE x a l UX^^EI o
xcoX.uou.svov 7rpaTTEt.v xao"Tov T arou 'pyov e che
d' altro canto r\ 8k ps^poui vy) (^ux^).-.oSv v ^zXr
r
&ELY) OS'UTCO Tv]? Tz<xat]c, riav/lcuc, TE x a l spirjuia? (
2
) .
Se poi ai passi sopra citati sulla folle solitudine de-
gli stolti aggiungiamo, dall' epistola i o, l' aneddoto di
Cratete su chi se ne sta appartato senza essere do-
tato di virt, abbiamo conferma che in questa specie
di sincretismo senecano ritroviamo, oltre ai vecchi
elementi stoici e paneziani, oltre ai nuovi epicurei,
quel fondo diatribico che sempre Seneca aveva sfrut-
t at o: non solo Cratete uno dei personaggi che pi
di frequente compaiono nelle xP

^
a t
della diatriba,
ma la constatazione che la solitudine un male per
lo stolto vien essa pure di qua, come mostra il fatto
che Dione si esprime anche a questo proposito con pa-
role presso che identiche a quelle di Seneca (
3
).
(*) Sen. epist. 28,6- 7; 56, 5-6. Si not i l a presenza i n en-
t r a mbi i passi del l a bona mens.
i
2
) Di on. Chr ys . or. 20,9 e 14.
(
3
) L a xP
e
^
a
di Cr at e t e i n epist. 10,1 ci t at a a pag. 179,
n. 1 ; Di on. Chr ys . or. 20, 17 r) ox v TOLIC, pt\iiia.i<; x o d
fio-o^tocic;, ox vxau&a u-Xiaxa v e p yj x a c n v oi v7)xot av&pto-
T:OI oTi(x>q [X7)8v Biavotovraa TWV Sevxtov, crepa, 7roXX x a l
cxoTra Si avo^u, a x a , olq yanoai uvvxe<; , xupavviSa? x e xal
TrXouxout; x a l XX' x x a &a i >u. a a x va T r X x x o vx e i ; axot c ; ; Ve di
anc he Cast i gl i oni , Motivi diatribici i n Rend. Ist. Lomb. Scien-
ze e Leti. 64 (1931), .540.
L' avversione per la folla, che formata di stolti,
non solo epicurea, ma anche stoica, perch in Cri-
sippo (che verr in questo seguito da Panezio) troviamo
energicamente riprovata la x a T T ^ o " ! ' ? TCOV TTOAXCOV
vista come una delle due fondamentali cause di St a -
o-xpocp-y) o perversio rationis che avviene appunto Sia
TT]V Y.<xTT}yrriaiv TCOV CTUVVTCOV: cos si spiega come Se-
neca sia tanto contrario e calcoli come male esiziale
il seguire il consiglio dei pi, la voce del popolo, che
mittit nos ad longinqua bona et incerta et errantia, cum
possimus felicitatem domo promere Stoico, come
in fondo stoica l' avversione per gli aliena (
2
): ma
il chiudere il problema della felicit e della infelicit
cos decisamente nell' alternativa tra nostra e aliena,
cio tra le cose che sono in noi e abitano nel Taj j ustov
democriteo e dall' altra parte tutto ci che ci circonda,
questa decisa alternativa propria dello spirito di
Seneca, che, secondo l'insegnamento di Panezio, fonde
elementi diversi in una potente crasi personale. Non
aver fiducia nelle cose esterne, dunque, poich summum
bonum extrinsecus instrumenta non quaerit, ma sempre
sibi falere, che causa e fondamento della vi t a felice (
3
).
cos che si affaccia all'uso di Seneca, e solo qui
nelle lettere, un vocabolo che ci ricorda assai l ' e vSov
che da Democrito era sceso a Panezio: domi; il sommo
bene domi colitur, la letizia dell'animo, quella vera e
immutabile, non pu che domi nasci (
4
). Che mera-
(') 5. V. F., I l i 229 (cfr. 229) Ar n. ; per Panezi o cfr.
5. V. F. I l i , 228 e pag. 1 1 7 not a; per Seneca, cfr. vit. beat.
1 , 4 e ot. 1 , 1 ; vit. beat. 2, 1 e ot. 1 , 3; epist. 7 , 1 ; 1 1 5 , 1 1 ; 94, 52
(qui ci tato) e vedi Pohl enz, A
7
. G. G., 1 941 , p. 21 5.
(
2
) Per Cri si ppo (fr. 22g- 22ga) l a seconda causa di Sia-
] Sta z<xq TCOV e5<o-9-v 7 . > TVi&a vT/]rot.q.
(
3
) Sen. epist. 9, 15 (cfr. per l' espressione pag. 123
n. 4); 31, 3; cfr. epist. 23,3 e 6; 59, 18. Tema gi apparso in
tranq. an. 2,2 e 1 1 , 1 , il sibi fidere el emento deH' aTdcpxeta.
(
4
) E pisi. 9 15; 23, 3; 72, 4 domestica itti (sapienti)
viglia, dunque, se a Lucilio rivolge l'esortazione In-
trorsus bona tua spectent (
l
) Insomma, ad summa
pervenit... qui felicitatem suam in aliena potestate non
posuit (
2
). Non solo lo scopo di Seneca, che si sente
anch' egli medico d'anime come il saggio di cui paria
e a cui aspira, ricerca di se stesso e acquietamento
della irrequietezza umana nel proprio intimo, ma la
conquista di questa interiorit spirituale nasce essen-
zialmente da noi, uno sforzo nostro di conoscere noi
stessi e il risultato dipende dalla nostra volont e per-
sonalit, anche se nel procedere lungo il cammino del
nostro miglioramento molto ci pu giovare la scelta
delle persone che ammettiamo presso di noi. Questo
non ci indicato solo dall' accento che spesso compare
sulla conoscenza di s, come quando si legge Nunc ipse
te consule ovvero intus te ipse considera (
3
), ma dall' in-
sistenza, sulla spontaneit del ritiro: Recede in te ipse
quantum potes, o ancora cum secesseris, non est hoc agen-
dum, ut de te homines loquantur, sed ut ipse tecum lo-
quaris (
4
).
Per tutte le epistole passa questo caldo entusiasmo
per il ritiro in se stessi e l' abbandono delle cose esterne,
del mondo esterno: Seneca non esita a mettere a frutto
felicitasi 94, 5 3, c he t ut t a epi st ol a ri cca di mot i vi panezi ani .
Ve r a me nt e domi gi i n rem. fori. 16, 9, scri t t o pr obabi l me nt e
post eri ore al de tranquillitate anini (Mi i nscher, art. cit., p. 62).
(
J
) Epist. 7, 1 2 ; cfr. 1 1 9 , 11 Me quem nos et popido et
fortunae subduximus, beatus introrsus est. Di qui anche c o me
cons eguenza del l ' ant i t esi nostra I aliena, le cont rappos i zi oni
t r a intus, intra, introrsus e foris, extra, extrinsecus (epist. 9, 1 5 ;
124, 23; 72, 5, ol t re i gi ci t at i ) .
(
2
) Epist. 23, 2; e ancora (75, 18) uno dei f ondament i
deil' e-9' uuia in se ipsum habere maximam potestatem.
(
3
) Sen. epist. 54, 1 9 ; 80, i o ; 42, 9 haec ergo tecum ipse
versa. Non ne go che ques t a i nsi st enza dell'ipse si a anche pro-
pri a del l a s t rut t ura gr ammat i c al e del l a l i ngua; ma il ri pet ersi
di t al e f orma ac qui s t a si gni f i cat o per l a sua st essa f requenza,
cfr. anche 94, 2; 23,3 e 6; 41, 7; 75 , 18. De l rest o nel l e l et t ere
non ri sul t a che ac c e nt uat o l ' uso dei di al oghi , v. per es. riti
beat. 4, 2; tranq. an. 5,5.
(
4
) Epist. 7, 8; 68,6.
gl' insegnamenti di ogni corrente filosofica, pur di co-
gliere quanto pi conforme alla sua attuale condi-
zione di spirito. I particolari stoici sono, naturalmente,
i meno interessanti, perch pi o meno sono gi com-
parsi nei dialoghi tornano anche motivi paneziani,
essi pure in gran parte gi noti (
2
). Si infiltrano,
invece, molto pi interessanti i concetti epicurei:
tutto il tono acceso con cui Seneca attacca la turba
risente di certo della dottrina epicurea, bench tale
posizione non sia propria solo di essa; certe lettere,
iM Cfr. epist. 8, 1-2 e 6 (dove s' i nt recci ano anche el e-
ment i panezi ani ) : Ouod ego Ubi videor interim suadere, in hoc
{ secedere) me recondidi et fores elusi, ut prodesse pluribus
possem. Nullus mihi per otium dies exit: partem noctium studiis
vindico; 104, 16 inter studia versandum est et inter auctores sapien-
tiae, ut quaesita discamus, nondum inventa, quaeramus (posi doni a-
no ? ) ; 68, 2 (da conf ront arsi con tranq. an. 4,4) cum sapienti rem
publicam ipso dignam dedimus, id est mundum, non est extra
rem publicam etiam si secesserit, immo portasse relieto uno an-
gulo in maiora atque ampliora transit et caelo impositus intellegit,
cum sellam aut tribunal ascenderai, quam humili loco sederit.
Ma i n ques t ' ul t i mo passo c' da vedere, anc he se l ' i mpos t a,
zi one general e pot rebbe essere cri si ppea, un i nf l usso est raneo-
perche Cri si ppo non s arebbe mai usci t o con un' espressi one
c o me quel l a finale (cfr. Ci c. resp. 6, 19. 20).
(
a
) Cf r. epist. 8, 1-2 (vitare turbam iubes, secedere et con-
scientia esse contenlum) e 6 (qui nihil agere videntur maiora agunt,
humana divinaque simul tractant); 33,7 (negl i genza del f ut uro) ;
35, 4 (sibi constare); 41, 9 (secundum naturam suam vivere);
74, 6; 94,50 imbecillioribus ingeniis necessarium est aliquem prae-
ire (che compl et a tranq. an. 1 1 , 1 huic [= sapienti] non timide
nec pedetemptim ambulandum est), 53 e 72 (cfr. brev. vii. 4, 1) ;
98, 5-6 (cfr. tranq. an. 1 1 , 1 , cui s ' aggi ungono part i col ari del l a
t radi zi one di at ri bi ca, brev. vit. 17, 1 e 9,1) e 11 (cfr. Pl ut . 473C e
l a x pi o T o ? Xyj&r)). Al t r i accenni sono t al ment e fusi nel cont es t o
c he difficile est rarli a s. Ma un dat o nuo vo compare i n epist.
15 , 10 cum aspexeris quot te antecedagli, cogita quot sequantur,
c he t orna i n Pl ut . tranq. an. 10, 470 B T . . . TO I ; vnoSezari-
poo<; 7to$ecopetv xat U.Y), xa&aTirep ot TCOXXO 7tp<; TO? -
7CpxovTa<; vT i 7t ape! ; youat v e i n Favor i no, TC. cpuy7)<; (P- V.
G. l i ) , c. 23, 41- 44: x < v > [xv SY] s&uu. e t a&at e & XovT a
Xpvj v u,v xoXq ya &ot <; cpopcv he, Tog XdcTTto y a & xe-
XT7ju.voui;, v S Tot? x a x o t ? he, TO? u,aXXov S uo T Ux o uvT a ?,
do ve s i nt omat i co il ve r bo et-ou-stcrt-at. Del rest o l ' i dent i co
precet t o c ompar i va anc he nel I I sp et-upti?)!; di De moc r i t o
( B 191 D. ) . S' aggi unga infine Sen. ir. 3, 31, 1.
in cui c' una citazione diretta di Epicuro, ci fanno
pensare con buona ragione che anche il contesto sia
dovut o ad un influsso epicureo. Esempio caratteristico
di questo caso l'epistola 25, intessuta su tre massime
epicuree, tutt' e tre citateci proprio da Seneca (
1
);
un altro passo ci ricorda Epi curo: Non est ergo quod
te gloria publicandi ingenii producat in medium, ut
recitare istis velis, aut disputare: quod facere te vellem,
si hdberes isti populo idoneam mentem, che pu essere
messo a confronto con OSk pyjTopeast. x a X c o ? (
CT 09 ?) , con xat vayvtcyso-^at, a X X ' o/ x v r a e in-
fine con OuSs T t oT e top^&Tjv TOI"? TCOXXOL? po"Xi.v.
(xv yp xetvcu? Yjpecrxsv, ox ' f xa&ov S' f j Sei v
yc, u-axpv T^V TV)? I xs Evcov St a&o-sco? (
2
). Una
sfumatura del A&s pi t o- a? compare l dove Se-
neca accetta il ritiro e per giunta l'oscurit nel ri-
tiro: neque ego suaserim Ubi nomen ex olio, subito mo-
derato da quanto segue, quod net iactare debes nec ab-
scondere; o meglio ancora quando ammette con Lucilio:
Consilio tuo accedo, absconde te in olio; sed et ipsum otium
absconde, perch gloriarsi del ritiro ambizione inets
ta (
3
). Un ultimo attacco alla vita in mezzo alla folla e
(*) Hoc quidem longe magnificentius est, sic vivere tam-
quam sub licuius boni viri ac semper praesentis oculis; sed ego
etiam hoc contentus sum, ut sic facias quaecumque facies tam-
quam spectet aliquis... Cum hoc effeceris et aliqua coeperit apud
te tui esse dignatio, incipiam tibi permittere quod idem suadet
Epcurus: " praecipue in te ipse secede etc. Ab b i a mo gi
vi s t o c ome l a l et t era si c onc l uda con una si cura af f ermazi one
del ri t i ro. L e mas s i me di E pi c ur o sono fr. 210 (Sen. epist. 11, 8)
e fr. 211 (Sen. epist. 25,5) ci t at i a p. 25 0; l a t erza (fr. 209)
quel l a ci t at a col pri mo t es t o di Seneca i n ques t a not a.
(
2
) Sen. epist. 7, 9; E pi c . fr. 5 65 , 564 e 187 Us . (quest o
ul t i mo ve di l o i n Seneca, epist. 29,10). Si osservi c ome i n idonea
mens si f ondano il concet t o epi cureo del l a & <; e quel l o
panezi ano della natura proprie singulis tributa.
(
3
) Epist. 19, 2; 1 1 3 , 5 ipsam autem philosophiam non
debebis iactare; 68, 1: qui i l co ncet t o v i ene r et o r i cament e sv i -
l uppat o co n i l co l o r i t o ester i o r e par t i co l ar ment e pr o pr i o del l a
di at r i ba co me Seneca l a co gl i e (per numer o si r i sco ntr i , ma
pi ut t o st o gener i ci , su co ncet t i e t r at t i sti li sti ci pi propri a-
in particolare tra le vane occupazioni del mondo
lanciato nell'epistola 19: Ita fac, oro atque obsecro....
si potes, subduc te istis occupationibus; si minus, eripe.,
Satis multum temporis sparsimus, incipiamus vasa in
senectute colligere (
]
). Numquid invidiosum est? in
freto viximus, moriamur in portu.... Aliquid et Pro olio
audendum est, aut in ista sollicitudine procurationum
et deinde urbanoruni oficiorum senescendum, in tumultu
ac semper novis fluclibus, quos ejfugere nulla modestia,
nulla vitae quiete contigit (
2
). L' esortazione al ritiro
decisa e corona bene tante lettere in cui Yoiium
stato predicato: un otium che anche secum loqui
per cercare ci che in s dev'essere corretto e miglio-
rato, per potenziare quei germi di bene che sono in
noi e certo non ci possono giungere dalla folla mutevole ;
nihil tamen aeque proderit quam quiescere et minimum
cum aliis loqui, plurimum secum (
3
). Il precetto che
gi metteva in pratica Scipione, continua ad essere
vi vo e attivo.
Fermo resta quanto stato acquisito nel de olio,.
mente diatribici, si vedano Weber, De Senecae philosophi
dicendi genere Bioneo, 1895, tenendo presente, per, che ci
che il Weber dichiara bioneo proprio di tutta la diatriba,
e A. Ol tramare, op. cit., p. 259-90). Infine un ul-
ti mo passo in cui forse riconoscibile un influsso
epicureo 104, 16 Sic eximendus animus ex miserrima
servitale in libertalem adseritur, cui corrisponde la massima
di Epi curo (fr. 199 Us. , Sen. epist. 8,7) Philosophiae servias
oportet, ut Ubi contingat vera libertas: ma il concetto che solo
il saggio libero anche stoico e diatribico; qui inoltre il
concetto che la vi ta umana servitus va accostato a tranq.
an. 10,3, in cui si dice che omnis vita servitium est. Ma pensare
che il concetto, per quanto non diatribico, sia filtrato attra-
verso Panezi o azzardato.
(') Cfr. Sen. brev. vii. g,r.
(
2
) Epist. 19, 1-2 e 8. Le stesse parole, che sono poi an-
cora quelle che intessono tutto il de brevitale vitae, ricompaiono
in epist. 62, 1: Mentiuntur qui sibi obstare ad liberalia studia
t urbani negotiorum videri volunt; simulant occupatimi e s et au-
gelli et ipsi se occupant.
f
3
) Epist. 105, 6; per la cura di se stessi, cfr. epist. 08, b-j,
in particolare quid in olio facio? ulcus meum curo.
cio l' abbandono della vita politica, e quanto aveva
gi preso rilievo nei dialoghi pi strettamente pane-
ziani, cio il rivolgersi in se stessi: e di questa conce-
zione, che rappresenta il fattore positivo di fronte
a quello negativo del sottrarsi all' attivit pubblica,
abbiamo trattato. D' altra parte, per quanto rielaborate,
le lettere devono certamente essere uno scambio reale
di corrispondenza tra Seneca e Lucilio: pretendere
perci che il loro tono sia sempre eguale, che la stessa
concezione di un ideale cos sensibile alla situazione
contingente e all' umor spirituale di chi scrive, com'
l'ideale delVotium, permanga perfettamente identica
da un capo all' altro della raccolta, assurdo. Sfumature,
che mutano pi l' apparenza che la sostanza, ne tro-
viamo molte: nelle epistole che citano Epicuro, come
ad esempio 22,6 (che non abbiamo fin qui ricordato),
appare un'inclinazione maggiore alla yaXTjvY) epicurea,
tanto che Seneca stesso a un certo punto si fa rivolgere
l'obiezione, che nel de otio era gi apparsa, Otium,
inquis, Seneca, commendas mihi? Ad Epicureas voces
delaberis (
1
). Sono sfumature, perch Seneca, pur
ammirando Epicuro, rimane sempre stoico e risponde
con parole che gi conosciamo e che erano state scritte
nella scia del pensiero di uno stoico eminente: Otium
Ubi commendo, in quo maiora agas et pulchriora quam
quae reliquisti (
2
). N pu accettare apertamente
e senza notevoli riserve il &e Bttcra? come lo intende
il volgo : non vera l'esclamazione 0 Vatia, solus
scis vivere , che pure cos sintomatico segno dei tempi,
perch Me latere sciebat, non vivere. La vita ignava
morte in vi t a; il volgo che calcola otiosum... et se-
curum et se contentum, sibi viventem l' uomo che vi ve
appartato (seductum), ma soltanto il saggio sa vivere
(*) Epist. 68, 10; cf r. ot. 1,4.
I
2
) Epist. 68, 10; brev. vit. 1 9 , 1 ; tranq. an. 3,2 (At enodoro) .
per se stesso e per Vazi a il ritiro come la morte:
come dire Vatia hic silus est. Per questo Seneca affer-
mer altrove che qui latitant et torpent sic in domo
sunt quomodo in conditivo e, riprendendo il gioco di
parole che gli piace, che multum interest inter otium
et conditivum Ma, nonostante l' avversione per
questo secludersi che non conosce il vero vivere se-
condo i principi d una retta filosofia, Seneca non pu
non trovarsi d'accordo con Epicuro, che di altro ritiro
era stato assertore, nel condannare gli estremi: utraque
res detestabilis est, et contractio et torpor, tanto XUTTSV
quanto vapxav (
2
).
Ancora lo vediamo in questa medesima epistola
rivestire posizioni stoicizzanti, come Votium litteris
traditum, di un ammanto diatribico (
3
). Resti ben
f
1
) Epist. 5 5 , 3-4; 60,4; 82,2; cfr. a nc he 122, 3. Gi oco di
parol e che pa r t e da una t radi zi one pol emi ca ant i epi curea,
di cui t r o vi a mo t r a c c i a i n P l ut . lat. viv. 6, 1130B xevoTacpcov
T V Si o v (e 2, T128C a ur o S - TIOQ o Trovvjpv,
X &s fiubaccq; q .8 > ?) - < ; ; ) ; g i oco p a s s a t o poi ne l l a t r a d i -
zi one r e t or i c a . Non si s cor di del r e s t o, a n c h e il g i oco > . /
) . ( Pl a t . Gorg. 493 ) , r i pr e s o d a Pos i d on i o ( cf r . Phi l . leg.
alleg. 1, 108) a n c h e se i mot i v i fi l osofi ci s on o di ve r s i da i
nos t r i .
(
z
) Epist. 82, 3; Ep i c . S. V. n ; i n t e r e s s a n t e ri s cont rare
l ' aderenza verbal e, che, qua nt o al l a c o nda nna degl i est remi ,
gi a b b i a mo vi st o c o me l a ( ) ? d e moc r i t e a f os s e s t a t a
s c e l t a q u a l c a r d i n e del s u o pe ns i e r o d a P a n e z i o e di qui f os s e
be n n o t a a Se ne ca .
(
3
) Epist. 82, 3 otium sine litteris mors est et hominis vivi
sepultura; 94, 7 2 otium ipse suspiciat traditum litteris; 82, 5
philosophia circumdanda est, inexpugnabilis murus, quem for-
tuna multis machinis lacessitum non transit. In insuperabili
loco stat animus qui externa deseruit, et arce se sua vindicat; infra
illum omne telum cadet. Qu e s t ' u l t i mo pa s s o, c h e r i e n t r a ne l
XQTZOQ di a t r i bi co p e r cui l a v i t a militia, t r o v a ri s cont ro i n due
X pe t ou ci ni che; l a pri ma, ri port ando parol e di Ant i st ene, di ce
(D. L. 6, 13) : ^ , o-<paXo-T<XTOv ( p p vyj oi v \iy]xz y p -
psTv [Z7]Ts 7 ; 81 8 & . xzlyi) xoXc, au-
T & V vaX e Toi q X oyt <7U,ot <; . L a seconda, ri port at a da Di one Cri -
s os t omo (or. 64, 18), ri guarda Di ogene: A t o y v v j c 8z xov
yp o i x c o c ; x a T X EOV o 7COX ITIX<UC 'f\u-/_zi T X ? ? I
< <; > (jiv ( ) cpieicj?]c aTw <bq 7 , ^' ^
Ss. [x-/) SuvapLsvY j c ( cf r . a n c h e Sen. const. sap. 1, 1) . Co me si
v e de , ma n c a nel l a ypzXa. l ' a cce nno agl i externa; i nt e r e s s a nt e
inteso che con litterae s'intende lo studio filosofico e
che philosophia altro non ormai che otium, come
dimostra l' avvicinamento di due distanti lettere : quando
a Lucilio si dice quantum potes autem, in philosophiam
recede e lo si esorta a non iactare questa stessa filosofia,
non c' differenza assolutamente da quando gli si
raccomanda che non deve iactare il suo otium
Il pensiero di Seneca giunto al punto che pi d'una
volta la filosofia si per lui ristretta alla pura contem-
plativi t.
Tra tutte queste posizioni che mutano di volta in
volta non sostanzialmente, ma almeno quel tanto da
poterne cogliere la variazione, c' per sempre un filo
che d loro unit; Seneca non si rivolge mai a Lucilio
parlando del saggio assoluto dello stoicismo antico,
cons onanza f ormal e (e non solo f ormal e) c' t r a arce se sua
vindicat e vindica te Ubi di epist. 1, 1. L a filosofia (o s agge zza
filosofica) vi s t a c ome sal do mur o cont ro i mal i che angu-
st i ano l a vi t a umana ha una not evol e di f f usi one: fin Mar c o
Aurel i o (8, 48, 3) xp7ioXl<; o-uv -f) Xeu&pa TCa&wv Si voi a
si t r o va i n un cont es t o non esent e da i nflusso del l e posi zi oni
pahezi ane e posi doni ane ( xaTau- xTFov yi vErai x 7)yeu.ovi.-
xv, OTOCV ze, aux auaTpacpv pxsa&f ) saura U,T) Troiouvxt
8 u.7) $Xsi , 48, 1) . Il ri f eri ment o al ci ni s mo non amme t t e l ' o-
ri gi ne pane zi ana del pas s o; Sen. epist. 1 1 3 , 27 ci c onvi nc e c he
chi l ' ha i nt r odot t a Pos i doni o (vedi anc he Thei l er a M. A n t .
8, 48, p. 332). Forse s ot t o ques t o i nflusso l ' aut ore del de liberis
educandis (8, 5 E ) , ment re Boe zi o (cons. phil. 1, pr. 3, 45
P. ) eoque vallo muniti quo grassanti stultitiae adspicere fas
non sii deri va da Seneca. Come del mot i vo si sia i mpadroni t a
anc he l a ret ori ca pu most rare Ae n. Ga z. epist. 5 (p. 25 H. )
dove , se ci si ri vol ge a s ci enza e s agge zza non occorre pi o
TSIX
OU
?>
0 U
X oreXcov, O cpuXaTxvTcv (pXayyoi ; , perch si
t r at t a di un possesso s i curo e i mprendi bi l e. L' es pres s i one
hominis vivi sepultura nel l a t radi zi one ret ori ca del gi oc o t ra
otium e conditivum; per l e parol e i n s cfr. Soph. Ant. 888.
K&a a . ruu-Bsstv.
(
J
) Epist. 103, 4-5 (M. A n t . 6, 12, 2 7toXXxis 7cvi{h); 19, 2.
(col sol i t o mat eri al e, cfr. moriamur in portu). Pe r il val ore di
litterae, ve di epist. 14, 11 Ad philosophiam ergo confugiendum est;
hae litterae, non dico apud bonos, sed apud mediocriter malos
infularum loco sunt (cfr. 103,4 ^
n
huius sacrario). No n di vers o
si gni f i cat o a vr perci , inter studia versandum est et inter au-
ctores sapientiae (104, 16) .
ma discutendo, sia che tratti dell' amico, sia che parli
di s, sul 7tpox 7TTcov: mihi et libi, qui adhuc a sapiente
longe absumus, come aveva detto Panezio, citato pro-
prio da Seneca Perci tanto spesso si accenna
a un otium vigilato da se stessi, o da un uomo di spet-
t at a saggezza, o dalla guida dei grandi maestri del
pensiero. Un otium perfetto solo per fedi viri est ac
summam consecuti felicitatis humanae, per servirsi delle
parole stesse di Seneca (
2
). Ci non toglie nulla alla
convinzione di Seneca, che ben sa di non esser perve-
nuto alla perfetta saggezza, n alla sua gioia di ri-
trovarsi in se stesso; quella gioia intima, che trabocca
in un'esclamazione, di cui nessuno potr mai negare
la profonda sincerit: Vaco, Lucili, vaco et ubicumque
sum, ibi meus sum (
3
).
* * *
La concezione della vita del saggio nello stoicismo
antico dipendeva dall'asserzione che il saggio era per-
fetto, era l'essere pi idoneo ad ogni at t i vi t : quindi
anche a quella politica e persino a quella regia. Gi
Crisippo aveva addolcito questo principio rivolgendo
la vita del saggio verso un indirizzo maggiormente
meditativo; Panezio, infine, aveva segnato una svolta
capitale nell' impostazione del problema della contem-
l
1
) Epist. 116, 5 ; accenni ai 7tpox7UTovTs<; non manc ano:
per es. 5,1 ; 7,1 (cfr. tranq. an. 2, 1) ; 20, 1; 25 , 6; 7 1 , 30 (il Hei ne-
mann, op. cit. I, 3, raf f ront a St rabon. 787) , 31 e 36; 75 , 8; 94,50.
A nc he per Ari s t ot el e e Teof ras t o il 9-eo>pTQTt.)t<; fiiot; era per
l ' uomo perf et t o; per i Peri pat et i ci il y.aoq, quel l o che da va
beatemi vitam, non beatissimam era quel l o propri o del l ' uomo
s aggi o nel l a nor mal i t dei casi (St ob. I I , 144, 21 - j - Ci c. fin.
5, 27, 81) . Que s t a u ma n a filosofia che s ' accos t a al l ' i ndi vi duo
e per ques t o r i nunc i a al l a perf ezi one, l asci a, per si a essa
st oi ca, per i pat et i ca, o di Ant i o c o -, una cert a mal i nc oni a
per il crol l o di que l l a umani t .
(") Epist. 94, 50.
(
3
) Epist. 62, 1.
Conclusione su Seneca 279
plativit con la sua e&ujxia. Vi t a contemplativa non
in un senso pi mistico, ma certo in uno meno mate-
rialmente umano di quello cui aspira la Y
a
^
1
Q
V 7
]
e
P
1 _
curea, specialmente se si pensa al modo notevolmente
pi vi vo in cui gli Stoici conservavano il senso del
problema morale.
Tut t o questo rivissuto da Seneca nel corso della
sua vita e nello sviluppo del suo pensiero. Di natura
contrario alla vi t a raccolta in s, gli eventi fortunati
e fortunosi della sua carriera politica gli fanno com-
prendere per esperienza personale quanto siano precari
i fastigi della gloria del mondo, quando si vi va in una
societ come quella di cui Nerone era l' a Toxpaxcop.
E il suo pensiero che nel de tranquillitate animi era an-
cora piuttosto riottoso ad accondiscendervi, si rivolge
gradatamente al ritiro in se stesso. Una preparazione
spirituale progressiva lo convince alla quies, come pi
tardi un' altra preparazione spirituale disporr il suo
animo alla morte. Solo quando ogni ponte con il passato
interrotto, nelle Epistole, Seneca umanamente com-
pleto e sentiamo davvero in lui il maestro d'anime,
perch la sua vita l'esempio delle sue parole.
In una delle ultime epistole Seneca racchiude cos,
in una breve frase, il suo concetto di vita contemplativa:
Quid est vita beata? Secura et perpetua tranquillitas (
1
).
Anch' egli, uscito dalle tempeste della vita, giunto
al XI,[XY)V, dove la vi t a si conduce serena e tranquilla;
con il conforto della lettura e della meditazione. Cos
anche quest' uomo, che non era riuscito in giovent
a tener fede ai propositi di vita ascetica che gli aveva
insegnato Attalo, conchiude la sua travagliata esistenza
ne'otium che non aveva compreso prima e che ora
egli, fatto il passo decisivo, nell' attesa della morte
(') Epist. 92,2.
che sapeva impendergli inesorabile sul capo, ha trovato
unico conforto dei suoi ultimi giorni, vissuti con una
serenit veramente degna del saggio cui aveva aspirato.
P A R TE Q U AR TA
IV
Abbiamo visto in Seneca, specialmente nelle lettere,
che tutti gli elementi di differente origine che portano
al St o? &toprjT!.x; confluiscono nel pensiero e nella
concezione di vita del filosofo romano. Seneca un
esempio: perch lo stesso fenomeno avviene ormai
in tutti gli scrittori dal II sec. in avant i ; in tutti c'
questo fondersi di varie correnti o, meglio, digi il ri-
sultato di quella fusione, in un' unit di cultura filoso-
fica che per filosofia non . Non star qui a ripetere
quello che ho gi citato o ricordato : ma solo accenner
come sia la poesia sia la prosa fino al VI sec. siano
sensibili, dove pi dove meno, a questo atteggia-
mento (
1
). Anche un imperatore, che assume aspetti
di filosofo e che l' ultimo grande difensore degli ideali
pagani con l'azione e con gli scritti, Giuliano, dichiara
solennemente che c' inganna chi vuol convincere che la
vi t a filosofica non superiore ad ogni altra cosa: et TIC,
\)y.a .c, 7T7mxv or i T O U <p 1X0009 E tv STCI O-JCOXTJ; rcpay-
[J.VOC, SC7T V 7]StOV Y) Xl)CTtTXCTTpv TI TOLQ OCV&pC-
TEOK ;, 7)7raT7)U.svoc; ^aTcaTa" s $k [AvEt 7rap'[xcov yj
TcXca Trpo&uu-ta x a l (JLTJ xa&a7Cp cpX Xa(A7tp TOC/CO?
TrcrBTj, (xaxaptoui; sycoyE uu-q u7roXa{xSvco (
2
) .
i
1
) Ri cordo, c ome i pi t ardi ci t at i nel corso del l a ri cerca,
Mari ano (ca. I l i , pag. 183) ed E ne a di Ga z a (cap. I l i , pag.
185 n.2 e 277 n. ).
(
2
) l ui . i mp. epist. 5 4, 1, p. 373 He r c h.
Non necessario sottolineare che il filosofare (gi
in Seneca equivalente alla vita- contemplativa) ormai
non concepito che come una condizione determinata
e stabile della vita individuale; anzi, se il suo ideale
traversa la nostra vita come una fiamma luminosa,
ma effmera, non pu darci la beata felicit.
A questo complesso di condizioni cui non si sottrag-
gono nemmeno i cristiani, si sottrae almeno in gran
parte il neoplatonismo. Questa scuola, che vi va pro-
fondamente solo in Plotino, partendo da Platone
di cui ritiene di dare la genuina interpretazione
ha assunto una posizione tale che investe (pur in uno
sforzo mirabile di "ellenicit") di profonde, intime
tonalit mistiche il corpo del pensiero. Plotino risente
notevolmente dell'insegnamento di Ammonio Sacca e,
forse ancor pi, di quell' impalpabile pulviscolo mistico
che, diffusosi dall'Oriente e rielaborato in quel gigan-
tesco crogiuolo di religioni e di pensiero che fu l' Egitto,
aveva penetrato tutto l' ambiente della scuola di Ales-
sandria. Plotino , per, tale figura che d la sua im-
pronta personale a tutto questo mondo mistico come
pure a quel mondo tradizionale che giunge fino a lui.
Vedere com' egli s' atteggia in questo problema esce
dai limiti del quadro che mi sono delineato, per le me-
desime ragioni per cui ho escluso Platone e il primo
Aristotele, e per qualche altra in pi. Ma vorrei qui
solo brevemente accennare ad alcuni dati che possono
mostrare la continuit dell'ideale contemplativo che
abbiamo fin qui seguito.
Anche Plotino ammette l' apatia del saggio e non
improbabile che essa, possesso originale dell'essenza
dell'anima, derivi dall' apatia stoica; c' per altro ben
espressa in Plotino l'intenzione che questa apatia
serva a sgombrare dall'influsso delle affezioni del corpo
li nostro giudizio e la nostra rappresentazione, s da
portarci, come ultimo grado di una vita secondo lo
spirito, al u.ot.co#9ivou TCO orso) (
1
). Torniamo al vecchio
ideale platonico del Teeteto, le cui belle pagine riecheg-
giano spesso nel pensiero di Plotino l' immagine di quel
saggio che fugge di quaggi: Osuycou-ev STJ qnXrjv c, 7ra-
rptSa... IlaTpc; SYJ V]U,LV, 6&V 7cap-y]X#ou,v, xal TCaTYjp
xsi,cio fuori del mondo. A questa fuga non ci servi-
ranno n piedi, n carro tirato da cavalli, n nave, ma
tutto questo dev'esser gettato e non bisogna guardare
(BX7Ti.v), ma, come uno che chiuda gli occhi, risve-
gliare un' altra vista, che tutti abbiamo, ma cos pochi
usiamo: XX'olov fxo-avTa otyiv aXXvjv XX^aa'O'ai.
xal avEyEipat, 7)v I^EI u,v Tra?, x P&
V T a l
^ Xiyoi (
2
).
La contemplazione deve giungere ad essere "visione",
'vSov o^iiq, pv (
3
) : ma allora estasi e come tale
inammissibile per il pensiero ellenistico che, da Ari-
stotele in poi, aveva dato corpo al &copy]Tt.x<; Bio<;.
Cos pure il concetto di una gerarchia di contempla-
zioni ognuna modello all'inferiore, che sempre
pi debole della superiore, fino a giungere alla pi
bassa, le cose sensibili e l'ascesa dalla pi bassa con-
templazione alla pi perfetta, fino all' identit del
contemplante col contemplato (
4
), sono cose che nella
concezione contemplativa fin qui seguita non han senso.
Significa qualche cosa e qualche cosa di divinamente
grande solo in un mondo mistico.
Tut t a la posizione di Plotino riflette questo atteg-
giamento mistico, che non affatto consono nemmeno
a Platone, il quale mistico nell' animo lasciava
questo mondo per strappare al divino, all' immutabile
il modello e giungere ad un'azione perfetta che diret-
tamente derivasse dall' immediata contemplazione del
Bene e delle idee: un agire quaggi, per cos dire,
P) Porph. abst. 2, 43, 34.
(
2
) Pl ot . enn. 1, 6, 8, 16- 17
e
21- 27 He nr y- Sc hwi ze r .
(
3
) Pl ot . enn. 1, 6, 41, 1 (e t ut t o 42) ; 3, 8, 9, 32 H. - Sch.
(
4
) Pl ot . enn. 3,8.
con gli occhi fissi lass. Ora questo agire quaggi,
il TtoAiTeueo-frou, del tutto ignoto al supremo ideale
del neoplatonismo ; troppo corrotto trova questo mondo
e il suo idealismo troppo elevato per accogliere con-
tatti con un organismo senza valore come il suo mondo
contemporaneo. Per questo chi s'occupa di affari pub-
blici vien meno ai precetti della scuola (
1
), che defi-
niscono il potere e tutto ci che ad esso si connette
come fatti indifferenti: p^<; S 7rot-y)cyTat. ( aoqc,),
come tutto ci che riguarda il corpo (
2
), perch nel
nostro corpo, in quanto materia, il male e la catarsi
appunto cercare di separarsi dal corpo quanto pi
si pu (
3
). Appunto per il raggiungimento di questa
catarsi Plotino d valore alle virt pratiche, tant'
vero che 7) pa npSi^ic, svsxa. &top!a<; x a l &z<x>prniy.-oc,,
a causa della contemplazione e del suo oggetto
e chi si d alla vita attiva vuole raggiungere lo stesso
rloc, della contemplazione, ma per incapacit di di -
rigersi per la via retta ( eO-sia?) cerca di giungervi
per un ben pi lungo cammino
Esempio caratteristico di questa concezione Ro-
gaziano, un ^senatore amico di Plotino, il quale per
disgusto di questa vita tutto lasci, beni, schiavi,
onori; con sapore di aneddoto Porfirio aggiunge che,
mentre come pretore stava per muovere in testa ad
una processione, lasci tutto a mezzo (
5
). interessante
f
1
) Porph. abst. 2, 43 (e 33); 'Acpopu.. 32; Bidez, Vie de
Porphyre, pag. 48 e 68, n. 1.
(
2
) Plot. enn. 1, 4, 7, 18- 20; 14, 20 H. - Sch.
(
3
) Plot. enn. 1, 2, 5, 1-5 H. Seri.: TOTO (YJ x-9-apot.<;)
S ari [xXiaxa ^YJTETV... T X ^ P ^ S W o-a>u,aTo<; ETC TZ-
oov SUVOCTV.
(
4
) Plot. enn. 3, 8, 6, 1-3 H. - Sch. ; Pohlenz, Die Stoa,
I, 396. Il Cilento traduce S-ecoptat; x a l 9-ecopY)U.aToc; con per
amore di una contemplazione e di una visione , che permette
d'esser inteso ambi guamente; forse meglio il Brhier < pour
contempler et pour avoi r l' objet contempler .
(
5
) Porph. Vii. Plot. 7, 31- 37 H. - Sch. ; Porfirio aggi unge
che Plotino con molte lodi lo propose come esempio a coloro
che si dedi cavano alla filosofia.
Il neoplatonismo 287
osservare lo squilibrio interiore che appare in questa
decisione repentina, che tutta la tradizione sia epicurea,
sia eutimistica non avrebbe mai ammesso: ma che
invece concorda cos bene con l'ideale cristiano espresso
dalle parole di Ges: xoXou&et , \xoi xo cpec; TOQ
vsxpo? fr^ou Toq auTtov vexpoc; (
1
). La conclu-
sione di Plotino, la sua fuga da solo a solo , con tutto
l'ardore di una ascesa, u,voc; vaSeSTjxto? verso T
xafr' aT fxovoeiSf;, verso l' Uno, che questa la
vi t a degli dei, degli uomini divini e felici: 7raX X ayy)
TCOV aXXcov TCOV TTJSe, Bio<; vrjSovoc; TCOV TflSs, cpuyr)
(XVOU TZpOC, (JLVOV (
2
) .
Quest' ascesa per cui l' anima umana raggiunge grado
per grado l' Uno ricorda da vicino quella di Agostino,
che sul far dell' alba sale dalla contemplazione delle
cose terrene fino a quella del perfettissimo eterno (
3
) :
ma l' una e l' altra non hanno rapporto con quella se-
renit dell' anima che| l' uomo dei secoli passati aveva
raggiunto raccogliendosi intimamente in se stesso,
distaccandosi dal mondo attivo che travolgeva ogni
calma, senza per uscirne, cercando anzi i rimedi
nell' ambito stesso delle sue forze umane. Apatia, se-
renit del saggio, superiorit al mondo materiale,
anche la sua intima pace sono elementi che provengono
dalla Stoa e il saggio di Plotino quello stoico, con
(*) Mt . 8, 22; cfr. Me. 1, 17- 18 (xo s&oc, txyvzzq r
Si xr oa, ixoXou&7]o-av aureo di Pi et ro e Andr e a ) ; 2, 14 (di
Mat t eo) .
(
2
) Pl ot . enn. 6, 9, 1 1 , 48- 5 1; 9, 4, 22- 23; 9. 3. 43 B r h. :
di ques t ' ul t i mo passo gi il preannunci o i n 6, 9,4, 16 (cfr. i nol t re
Nume ni o d' Ap a me a , apud Eus e b. praep. evang. 1 1 , 22, jxi-
X ^oat xw y a &u (JI VCD -vov); per l ' espr essi one cfr. al cune
i nt er essant i os s er vaz i oni di E. Pet er s on, Herkunft und Bedeutung
der M O N O S 02 MON ON Formel bei Piotivi, i n Philol. 88
(1933) . P- sgg. (spec. p. 34-35) .
(
3
) Aur . Augus t . conf. 9, 10.
alcuni tocchi diatribici (
x
): ma la innovazione che
nell'uso e nel significato questi vocaboli e questi con-
cetti subiscono presso i neoplatonici, muta profonda-
mente il rapporto con lo stoicismo, perch tutt' altro
questo spirito di ascesi.
* * *
A maggior ragione mia intenzione non entrare
espressamente in una trattazione metodica ed esauriente
delle posizioni che il Cristianesimo ha avut o nei ri-
guardi della vita contemplativa. La profonda differenza
che separa il mondo pagano da quello cristiano di-
pende dalle origini e dalle fonti che quest' ultimo ha
dinanzi ai suoi occhi: un poderoso complesso di libri
sacri si offre agli scrittori cristiani e il primo cibo,
quello essenziale, viene attinto di qui. Questo non va
scordato neppure per quelli tra di loro che accettano
e sfruttano la cultura retorico-filosofica, in cui il pi
delle volte si sono formati. Mi limiter, dunque, scor-
rendo qua e l e cogliendo a caso, a mettere in luce al-
cuni elementi che sono la continuazione di quella
cultura e che con un lavoro d'intarsio, quasi sempre
abile assai, appaiono frammisti alle citazioni dei testi
sacri o alle derivazioni da essi.
Gi i Vangeli offrivano spunti che permettevano
il fiorire di pensieri contemplativi, quando il Cristia-
nesimo prese a rivolgersi al St o ? &cop7)Ttx<; senza di-
sdegnarne i motivi pagani. Dice Ges nella parabola
del seminatore : coloro che seminano tra le spine, oftxot
s a t v ot TV Xyov xocravTec;, x a l a t [jtptf/.vat rou
a t o vo ? x a l 7] (XTCOCTTJ TOO 7TXOUTOO x a al 7iepl x Aot7t
(') Cfr. Pohl enz, Die Stoa, I, 396; Pl ot . enn. 1, 4, 12,
7- 10; 1 1 , 3 e 7- 10 H. - Sch. (per cui il Brhi er ci t a E pi c t . 3, 22, 38
a proposi t o di sic, loco e 3,3; 3, 20 a proposi t o di r lt>> ma
al t ri esempi si pot rebbero aggi ungere) .
/ vangeli 289
7u&uu, tat etereo peopxvat o-uvTCvtyouo-tv TV Xyov xal
xap7co? yi verat (
1
). Termini che dovevano apparire
consueti alle orecchie dei Gentili (come uxptu.va TCXOUTCX;,
eretto u-toc) si accompagnano ad espressioni che il mondo
non cristiano non aveva mai conosciuto, come atcov
nel senso di "vi t a di questo mondo" (e nello stesso senso
$io<; in Luca) ; ma il concetto dei mali che penetrano
nell' uomo e soffocano il verbo non doveva suonar loro
nuovo, perch s' adattava bene agli atteggiamenti che
t ut t a la predicazione stoica aveva preso di fronte alle
cose esteriori (x<x I^CO&EV). Del resto, dove, si poteva
meglio innestare il concetto del T<x|xttov di beni e di
mali, che da Democrito era sceso per tutta la tradi-
zione? yafrcx; v^-pto7i:o? x TOU ya&ou &7)o-aopou
T9)<; xapSta? Tcpo9pei T ya-^v xat 7rov7)p<;
ex TOU 7rovvjpou 7rpo9spi T Ttovvjpv (
2
). Il van-
gelo di Marco ci testimonia ancor pi decisamente
questa affermazione di Ges: oSv cmv e^co&ev TOU
<xvO-pc7Too to"7ropuu,vov Ei? auT v o SvaTai xotvto-
o~at aTv' XX T ex TOU v^pcTtou X7iopEOu,v
SOTIV T xotvouvTa TV av&pto7cov; lo contamina infatti
perch Eo-to&ev yp x TYJC; xapSta? TCOV vfrpc7ttov
escono i cattivi pensieri, gli adultri, i furti, gli omi-
cidi, gl' inganni, l' impudicizia, la superbia, la stoltezza
e tutti gli altri mali (
3
). Se sostituiamo al cuore l' anima,
vediamo che il concetto di 'vSov si pu perfettamente
sovrapporre alle parole del Messia.
Su questo tema il vangelo di Marco non ci offre
P) Me. 4, 18- 19; cfr. Mt . 13, 22; L e . 8, 14 (dove TOU od-
tovo? sost i t ui t o da TOU fUou).
(
2
) L e . 6, 45 ; cfr. Mt . 12, 34 x TOU 7tepioceu. aTO<; xr^q
xapSt a? / cx(xa XaXeT, cui s egue il t es t o di L uc a .
(
3
) Me. 7, 15 - 27 ; cfr. Mt . 15 e 16- 20. L a pol emi ca del
Cri s t o part e qui dal l ' us anza f ari sai ca di l avars i l e mani pr i ma
del past o, per non rest are cont ami nat i , ma l a part e che i pagani
pot e vano megl i o afferrare l ' af f ermazi one i n s : e real ment e
ques t a che ha val ore nel l a predi ca di Ge s .
altri spunti, ma in Luca leggi amo di nuovo qualche cosa
che molto ci interessa : Nuv vyieZc, Oapi aat o t e^couev
7TOT7jptou xo 7 u v a xo? - - ^ , S
eat o&sv fxcov yfxei ]? xa l Tcovyjpta? Ma
tutto il passo un violento attacco contro l' apprez-
zamento dei beni esterni, che non valgono nulla in
confronto all' amor di Dio (
1
). Non si pensi, per,
che tra questi passi, quello in cui il bene vero dentro
di noi e quello secondo cui i beni esterni entrando
dall'esterno soffocano il verbo, ci sia contrasto: in
Me. 7,15 Ges fa aperto riferimento all' usanza ebraica,
di evitare i cibi impuri e cos si spiega la dichiarazione
che ci che vien dall'esterno non ci contamina. Ag-
giungo, anzi, che anche nel mondo stoico, precisamente
in Panezio, appare la medesima discordanza verbale:
e^to&ev anche l sono causa di male, eppure in noi
la fonte dei beni e dei mali; in entrambe le concezioni
vale il principio che il contatto coni mali esterni irrita
quanto di male c' in noi, tema che verr poi largamente
trattato dai Padri della Chiesa. Come pure sar svilups
pato pi tardi il tema dell' abbandono delle persone
che ci sono legate da vincoli terreni: seguire il Cristo
vuol dire odiare il padre e la madre, la sposa e i figli;
i fratelli e le sorelle, vuol dire e questo il punto
pi alto rinnegare se stessi (
2
). Per questo tra gli
scrittori cristiani non potr pi apparire il vecchio
tema del sibi fidere, perch ormai diverr Beo fidere (
3
).
E nel senso che il bene sovrano del nostro intimo
appunto Dio intender la successiva cristianit il
passo di Luca: Sou yp TJ BacuXsta S V T ?
(') Le. 1 1 , 39-43; del resto gi in Me. 4, 19 era apparso
il ripudio dei beni esterni.
(
2
) Le. 14, 26: I T I T S x a l TTJV 4'
1 >
Z
7

V
s a u T o G ( ( / . t os i ) ;
Me. 8, 34 Tcapv7)ac>&c a u T v . Si ricordi, come pura e fortuita
coincidenza di concetti che hanno un origine del tutto indipen-
dente, Sen. nat. queiest. ,ia, pr. 20 immo etiam a se recedendum est.
(
3
) Cfr. Paul. 2 Cor. 1.9; Wendl and, op. eit., p. 235.
ufjLcov o Ti v (*) : gi in questo senso l'intende uno degli
apocrifi, quando afferma x a l r\ BaofiXela TCOV o p a -
vcov] EVT ? j xcov [JcTTt v [ x a l ocm? v a u x v ] y v t o
f
TauTTj v eupif)[o-et] (
2
) .
Ora tutto questo porta a un dispregio dei beni ter-;
reni che reso pi evidente e pi intenso dal fatto
che non qui la vera vita, ma quella che ci attende
oltre la morte del corpo, presso il Padre celeste: a
questa vita tende l' uomo buono, colui che nel Cristo
ha riconosciuto Dio e vuole vivere secondo il suo
insegnamento. Appare chiaro che dispregio dei beni
terreni vuol dire ricerca di qualche cosa che di essi
non si serve, anzi li getta lungi da s, come materia
satanica che solo pu portarci al peccato e invescarci
in lacci che non ci permettono di mirare alla vera
vita. Nasce di qui un nuovo 9-ecop7]Tt,x<; Bio?, che nei
Vangeli non trova un' esplicita espressione; ma un
chiaro modello la nuova fede ve lo trova : come il mondo
pagano aveva trovato in due fratelli, Zeto e Anfione,
i campioni dei due Si cu , cos il mondo cristiano ritrova
i modelli in due sorelle, Marta e Maria. Tut t a la cri-
stianit pu far sue le parole di Ges: Mpfra, Mp-
9-a, u,epi.a,v? xal fropuB^y] 7i s pl 7roXX, Xiytov o
sen. ypzla. 7) v?' Mapi.au, yp TTJV yaB-yjv u.piSa
^sX^axo, 'f] Tic, ox 9aipY )o-xa!, aT'^? (
3
) : di una
sola cosa abbiamo bisogno e questa l' ha colta Maria
contemplando la verit seduta ai piedi del Salvatore.
Ma quando questi non pi tra noi a farci luce,
a darci forza e fede colla sua parola e la sua presenza ?
Come allora ritrovare la via per raggiungere la con-
(
J
) L e . 17, 2i ; a conf ort o del senso concret o ("t ra di vo i " )
si conf ront i I o. 1, 14; 1, 2; 12, 35; Paul . 2 Cor. 1, 19.
(*) Pap. ' O x yr . 654, 1. 1.5-17; T WV o p a v wv , non xou 0eou
ri chi est o dal l a l ac una; ma l ' espressi one non peregri na.
L ' ul t i mo s uppl ement o reso si curo da quant o segue nel papi ro
(1. 18-20): sauTo<; yvwa s a &c e yve < ere > a&z auxoi ; .
(
3
) L a 10, 41-42.
templazione di Dio ? Ancora una volta l'esempio di
Ges: xal 7tp6>t e vvu/ a Xi av vacrx? ^TJXS-ev xal
7CYJX&sv eie, epr)(Aov TTCOV x x s i Tcpocreu^eTO (*). Come
quest' esempio della preghiera nella solitudine incon-
trer successo nel Cristianesimo dal I V sec. in poi, lo
dimostra il monachesimo.
La predicazione di Ges non ha rapporti con l'el-
lenismo, nasce anzi da premesse che trovano la loro
giustificazione nel mondo e nella concezione del giu-
daismo; ma, se pure Ges ein Ki nd seiner Zeit und
ein Sohn seines Volkes , anche vero che la luce di
cui risplende tutta sua propria (
2
). Eppure le sue
parole hanno in loro qualche cosa di tanto sublime
e tanto umano, che parlano anche fuori della sfera
del giudaismo: anzi in esse il mondo stanco che cerca
una parola nuova la trova e in essa ha fede. Parola
nuova, ma che ha sufficienti addentellati con i bisogni
del tempo perch, una volta superato l' antagonismo
tra cultura pagana e fede cristiana, si possa giungere
ad una feconda fusione delle due concezioni. Come
abbiam visto, questi addentellati esistevano anche per
un rinnovamento del Bios &ewprj Ti x!; .
* * *
Altra fonte sacra per il Cristianesimo sono gli
altri scritti neotestamentari; tra di essi, gli Atti sono
totalmente privi di spunti che ci possano servire per
la nostra ricerca e la cosa non ci meraviglia, perch
il tema della contemplativit non era certo di quelli
che preoccupavano un apostolo che mirava solo a dif-
fondere la sua fede. E siccome problemi del genere
possono venire a galla durante la confermazione dei
(*) Me. i , 35. L a sol i t udi ne come vaTraucn? anc he i n
Me. 6, 3 1 : ma i n senso concret o.
(
2
) We ndl and, op. cit., p. 213.
Atti degli apostoli ed Epistole
293
convertiti nella nuova fede, pure logico che esso
appaia invece nelle Epistole di Paolo; veramente il
grande apostolo non arriva mai a contrapporre l' at-
tivit politica ad un ritiro nella quiete di se stessi,
ma alla vi t a generale di questo mondo contrappone
quella celeste che ci attende dopo morte. Perci il
tema dell' abbandono dei beni terreni ha tutto un altro
tono e anche la terminologia, come gi nei Vangeli,
almeno in parte mutata da quella propria della
contemplativit terrena : xa(xoo, ovvero octtbv
O U T O S , Biou, (*), che si sostitui-
scono negli scrittori cristiani del I I I e specie del I V sec.
ai termini pagani , pure vi vono accanto ad essi, i n-
dicano i beni e i mali di questa vi ta, che morte in
confronto alla vera vita.
L' affermazione pi generale che il Regno di Dio
superiore ad ogni potere umano (
2
): dico generale,
perch non ha diretta attinenza colla vi t a contempla-
tiva, ma pone nettamente distinti e differenziati due
piani di valori; logica conseguenza perci che vju-wv
7toXTi)xa ev opavoL? 7rpyet (
3
). Sgorgano di
qui le appassionate esortazioni dell' Apostolo: av o
9povetT, ] ETC TT C, yrc,, fino ad affermare NE -
xptcraTE o5v [ ) ini TTJC; yrQ (
4
); ancora,
con uno spunto nettamente diatribico, oSs? -
(' ) Cf r . r i spet t i v ament e 2 Cor. 7, 10; 1 Tim. 6, 7 ; Tit.
2, 1 2 ; Eph. 2,2 do v e appar e anche acv ( T V alcova
- TO TOU) , che g i \ i n Me. 4, 18, L e . 20, 34, Mt. , 13, 22;
i n Paol o ri cordo di ave r t r ovat o $ioq i n ques t o senso solo i n
2 Tim. 2.4 (vedi l o, per i n L e . 8, 14) , ma c' anche
i n 1 Cor. 0, 3 e 4; i nf i ne no n solo (2 Cor. 1, 1 7 ; 5, 1 6 ;
10, 3; 1 1 , 1 8; Phil. 3,3 e t ) , ma anche aapxi xo . gl i uomi ni
che s ' at t accano a ques t o mondo (1 Cor. 33) l a saggezza t er -
r ena (2 Cor. 1, 12) . Per gl i al t r i t est i apo st o l i ci , v . per es. I ac.
4, 4; 1 I o . 2, 15 e 16. Si co nf r o nt i no i nf i ne i t er mi ni l at i ni sae-
culum e mmidiis nei Padr i l at i ni .
(
2
) Eph. 1, 20-21.
(
3
) Phil. 3, 20.
{*) Col. 3,2 e 5.
(j,evo? e(X7rXxTai rat ? Siou 7r pay(xaTtan;, iva
crTpaToXoYTjo-avTi po-Y] (
1
). Infine l' incalzante do-
manda: S I 7UorvT 0"l)V Xpt(7Tc5 arc T&V 0"TOtX

l
w v
xajiou, Tt w<; C ^ U V T E S v xo"[xq> o*oy[AaTto-&;
Perch dovremmo curare questi beni ? e l' Apostolo
riprende un motivo biblico che avr infinita fortuna
in tutta la patristica e poi scorrer per tutta la lette-
ratura ascetica medievale latina: oSv Eto-7)vyxau.Ev
zie, TV XO"(JLOV, ori. oS ^EvsyxELV TI o*uvu,efta (
2
).
Nel distacco delle cure terrene, nel rivolgere animo e
pensiero a Dio, nell'agire prendendo come modello
Ges Cristo (
3
) consiste il rinnovamento dell' uomo,
che non uniformarsi a questo mondo, ma trasformarsi
attraverso il rinnovamento della propria mente (
4
):
proprio rinnovamento , perch bisogna, & -
U -Evoi TV 7iaXaiv av&pooTrov, vSuo"ao-#-ai TOV xatvv
v0-pa>7rov TOV 0sv x T i o" 9 - vT a (
5
) .
(') 2 Tim. 2,4; l a militia divisti, t rasf ormazi one del
t e ma di at ri bi co che l a vi t a t ut t a c ome un servi zi o mi l i t are
(v. ci che si det t o a 240 not a 3) : per t al e t e ma cri st i ani z-
zat o, che avr poi l arga f ort una, cfr. anche 2 Cor. 10, 3-5 ed
Eph. 6, 1 1 - 1 7 . Ques t ' ul t i mo passo essenzi ale, perch ci i n-
di c a c ome al t e ma Paol o gi ungesse at t ravers o gl i spunt i gi u-
dai ci , che pressoch nul l a a ve va no a vedere con il concet t o
di at ri bi co, i mpregnat i c ome sono di spi ri t o ebrai co (cfr. Is.
59, 17 e, me no aderent e, 1 1 , 15 ) . Anc he l ' i mmagi ne che segue
i n Paol o di at ri bi ca (l ' ycbv e l o o-T9<xvo<;, cfr. anche 1 Cor.
9, 24- 25 ; 2 Tim. 4,7) e pu essere avvi c i nat o a L ue . Anach.
1 3 ; al t ri spunt i pi ol t re. Pe r l a di at ri ba e il pensi ero cri st i ano,
cf r. We ndl and, op. cit. p. 95 ; p. 356-58 e Norden, Kunstprosa,
p . 506, n. 1. Aggi unge r e i che non v a di ment i cat o l ' apport o
di Fi l one, che ha uno st i le not evol ment e di at ri bi zzat o.
(
2
) Col. 2, 20; 1 Tim. 6,7; I ob 1, 2 1 ; Ec c l . 5, 14. A dargl i
grande di ffusi one i n Occi dent e ha cert o cont ri bui t o il de con-
temptu mundi di papa I nnocenzo I I I .
(
s
) Eph. 5,1 fl^eaSe.
o o v
{ifAY)fod TOU 0EO (Al t rove
consi gl i a di non i mi t are l ui ma Cri st o) . Non ri t engo che si
possa creare un paral l el o t r a l ' i ns egnament o paol i no e il " mo -
del l o" st oi co, i n Seneca, per esempi o.
(*) Rom. 12, 2 x a i \xr\ auvaxr [ia Tl,ea&- reo at t ovi . TOTW,
XX u. sTocu. opcpoa&e T?) v a x o a v c a e i TOU VO6Q.
(
5
) Col. 3,9 -f- Eph. 4, 24 (dove al v. 23 si t r o va un si gni -
f i cat i vo v a v e o a &o a ) . L a quest i one del l ' aut ent i ci t o me no
del l e si ngol e epi st ol e non ha a che vedere con l a nost ra ri cerca.
Da questo rinnovamento derivano considerazioni
che ci possono interessare; sommamente importante
la distinzione tra l' uomo esteriore e quello interiore:
zi xa Z%I ^[xcov av<9-pco7ro<; Siacp&sfcpexai, XX'
a< 7)[X(ov vaxai vouTat >)u,pa xa 7)u,pa Certo
di qui si ispirato Agostino quando, fondendo Pao-
lo con un concetto che da Panezio si era ormai dif-
fuso fino a" farsi comune nella cultura occidentale,
poneva in interiore homine la verit (
2
). Quest' uomo
di dentro che solo ha valore porta a un'insistenza che,
pur differendo notevolmente dall' ze, sauxv pane-
ziano (e non solo per la opposta concezione da cui
traggono origine Paolo e il filosofo stoico), pu ben
prestarsi in seguito a creare un ponte tra i due mondi.
L' Apost olo precisa e distingue : quando dice \j.y\ r au-
T&V O-XO7TOUVT<;, XX xal r STpcov exacyroi vuol
mettere in guardia contro l'egoismo (
3
) ; ma un vero
raccoglimento in se stessi raccomanda a Timoteo: e-
ree^e aeauTW xal XJI StSaaxaXia, zniy.evz auxoT<;' xouxo
y p TCOI&V xa aeauxv GOGZIC, xa xoc, axouovxs
<rou (
4
).
Se teniamo presente che il fine ultimo dell'insegna=
mento sacro yaTCT] ex xa^ap? xapSi a? xa o-uvet-
Srjcrecos ya&yjs xa niaxzoc, avur;oxpixoo (
5
), abbiamo
colto lo spirito pi intimo e pi umanamente vi vo
del grande apostolo: sopra tutto amore, Dio stesso amo-
re; ma amore che nasce da purezza di cuore, da buona
da t o che cer t o che gl i scri t t ori cri st i ani l e reput arono aut en-
t i che. Sul l a quest i one, ve di We ndl and, Die urchristliche Li-
teratur formen, p. 358-67.
(*) 2 Cor. 4, 1 6 ; ze, T V SCTC v&pco7uov i n Eph. 3, 16.
(
2
) Aur . Augus t , ver. relig. 72.
(
3
) Phil. 2,4; i n senso consi mi l e Phil. 2, 21 ot Tcvrec; yp
T a auTtov ^TjTocnv, o xa Xpi aTo ' IYJC O e al l o st esso modo
liT] sauro"*; poxeiv {Rom. 15 , 1) non ha nul l a di accos t abi l e
al sibi piacere st oi co.
(
4
) 1 Tim. 4, 16.
(
5
) 1 Tim. 1,5.
coscienza di s, da fede schietta. Amore e fede sono
due elementi profondamente cristiani e non trovano un
corrispondente nel mondo del pensiero filosofico pa-
gano; ma al cuore (che gi ha un notevole peso nei
Vangeli, e proprio nel senso cui ora accenniamo) ri-
sponde la tyuyri dei Greci, o meglio spesso quell' intimo
di cui abbiamo cos a lungo parlato a proposito degli
stoici: basti come esempio quando Paolo dice che
x xpu7ix TTIQ x a p S t a s a x o u 9<xvep y i v e x o u (
1
). La
GwsiSy]Giq, su cui l' accento cade con una intensit
e insistenza forse pari all'amore e alla fede, la stessa
che appare in Filone e in Seneca; che anzi nei Vangeli
non appare mai ed forse dovuta proprio ai contatti
con un mondo diverso da quello strettamente giudaico.
Direi che di tutti gli elementi che gli scritti neotesta-
mentari hanno in s (originali o rielaborati), tali da
permettere un accostamento al paganesimo, questo
forse il pi fortunato, perch anche Filone e non solo
la tradizione greca lo portano in s (
2
).
Non mi resta oramai che indicare alcuni altri spunti,
che hanno dei contatti con temi diatribici o eutimistici,
che ci sono gi noti attraverso la tradizione greca e
latina. Abbiamo gi notato la presenza insistente del
paragone tra la vita cristiana e la vita militare (
3
) ;
(
l
) i Cor. 14, 25; l ' espressi one gi bi bl i ca, cfr. De ut .
2, 47; si possono aggi ungere, per es., 2 Cor. 1 , 22 v TCCXQ x a p -
S i a i ? 7)u.tov; 4, 6; 5, 1 2 ; Col. 4,7. S' aggi unga pure 1 Pet r.
3,4, dove xpuTcxc; -vr)c, x a p S i a q av&pa>7CO<; coi nci dent e con
eow ctv&pco7rocj di Paol o.
(
2
I passi i n cui compare l a OUVI8Y)CU<; sono numerosi s-
s i mi : segnal o Rom. 2, 15 e 9,1 (o-ovu.apTopocfY)<; xrj ? o uvs t -
Srj oecoi ; ) ; 1 Cor. 8,7 e i o ; 2 Cor. 5, 1 1 ; 1 Tim. 3,9; Tit. 1, 1 5
(u,eu.iavTou xa . vo u? x a \ CTUVSSYJCTK ;). A nc he 1 Pet r.
3, 16 e 21.
(
3
) Poc o pi sopra a p a g . 294; not are 1 Tim. 1, 18 dove due
mot i vi di at ri bi ci si s ommano, dat o l ' appari re del paragone
vi t a = navi gazi one : i v a crTpaTSuyj v .ictiq TTJV xaX r j v crxpa-
T e i a v , s xc ov TCIOTIV x a yat - vj v auve i Sr j c Hv, ^ v n v e q '7100-
apievoL 7tepl TTJV 7riariv I v a Da y / j o a v . Pe r i mot i vi di at ri bi ci cf r.
Bul t mann, Der SUI der paulinische Predigt u. d. kynisch-stoische
Diatribe i n Forsch. su Rei. u. hit. d. Alien u. Neuen Test. 1 9 1 0.
altrettanto logico trovare cenni ed espressioni che
deprezzino il corpo: o-Tpxivov o-xeuoc; o axrjvoq
Non pu essere accostato altro che in parte ad elementi
diatribici, invece, v Tccrtv vaXaBvT<; TV &upev
Tr \c, TZGXZCC,, v ai 8uvY]aa--r rcvxa BeXv) TOU
TCOVTJPOU T Tce7rupw{xva cB aai, che ricorda una XP

^
a
-
di Diogene, ma trova i suoi elementi anche nella tradi-
zione biblica (
2
). Una larga eco nel mondo diatribico ed
eutimistico aveva il paragone tra l'anima presa dalle pas-
sioni e le tempeste del mare; Paolo lo riprende, come
pure Giacomo, il pi diatribico tra gli scrittori del Nuovo
Testamento, e di qui trova diritto di cittadinanza nella
letteratura cristiana, che lo svilupper ampiamente
con un continuo trapasso dall' uno all' altro mondo.
Raccomanda Paolo: u.7)XTi &u.v VTJTUOI, xX u8t vi u,e-
voi xa rcpt.cppu,vot Tcavx vU,<p T9J<; StSatrxaXias
v T9J xuBta TWV vfrpcoTCcov e Giacomo rincalza yp
o
%
iaxpt,vu.VO<; EOLXEV xXScovi <9-aXo-cr7]S v[AiofXV>
xa pi7uo(xv<p (
3
). Sempre in questo ambiente siamo
ma ammettere un diretto influsso in questo caso
problematico quando l' Apostolo sostiene che <p&i-
poucuv TJ&Y) x p vj a T fjuXiat. xaxai : del valore negativo
della conversatio malorum o dissimilium avevano gi
parlato Seneca e Filone pi di tutti (
4
). Invece troppo
laterali rimangono gli accenni alla tranquillit della
vita, perch valga la pena di ricordarli, salvo uno, in
cui pu essere intravista una concezione che star
(*) 2 Cor. 4, 7: "Exo(xev S T V d^craupv TO TOV v axpa-
XVOIQ axs s ai v e anc or a i Thess. 4,4; 1 Pet r. 3,7; B a r na b.
epist. 21, 8 (<JXSUO<;) ; CXTJVCX; (2 Cor. 5.1 e 4) gi i n De mo c r i t o
e nll'Assioco 366 A .
(
2
) Eph. 6, 16 (per l ' i mmagi ne anche 6, 1 3 ; 1 Thess. 5,8;
1 Pet r. 5,9); per l a x P
e
^
a
di Di ogene cfr. c ap. I l i , p. 276 e n. 3 ;
v. Is. 59, 1 7 ; dup e o i n Is. 31, 5 (secondo Aqui l a) .
(
3
) Eph. 4, 1 4 ; I ac. 1,6. Sui rapport i t r a Gi ac omo e l a
di at ri ba, v. Gef f cken, Kynika u. Verwandtes, p. 45 s gg. e We n d -
l and, Die urchrist. Literaturformen, p. 370- 71.
(') 1 Cor 15 , 33; Sen. tranq. an. 1 7 , 3 ; Phi l . vii. contempla
2, 20.
poi alla base della vi ta monasti ca: l'esortazione a
' . & Y)o"ux<x^eLv x a 7cp<ro"et,v i o4a x a
spy^so- ^- at , , y^epav u,tov Su un altro punto
gli scrittori cristiani si atterranno alla parola di
Paolo, riguardo cio al matrimonio; implicitamente i
Vangeli lo avevano abbassato ad un livello inferiore,
quando in essi si leggeva che gli uomini al momento
della resurrezione dei morti ( -
OVT<XI, ma sono come gli angeli nei cieli (
2
), ed ora
Paolo si mantiene nella stessa posizione riconoscendo
il privilegio di un' assoluta superiorit alla verginit:
arriva anzi ad aggiungere, a proposito del matrimonio,
con massima circospezione questo vi dico per in-
dulgenza, non per comando e conclude che chi d
in isposa la propria figlia fa bene; che non la d in
sposa fa meglio (
3
). Anche Giovanni Crisostomo, da
poco tornato dal suo ritiro nella solitudine e ancor
tutto ardente di spirito ascetico, non oser andare pi
oltre e si limiter a trovare migliore lo stato di ver-
ginit che il matrimonio (
4
).
A concludere questa rapida scorsa degli scritti del
Nuovo Testamento, si potrebbe scegliere un passo della
Epistola prima di Giovanni che riassume in s molti
degli elementi che servono da anello tra il mondo
pagano e il mondo cristiano : Mvj 7 TV xo-^ov
UTQS v TCO XG-U,CO. ev TIC, ya r e a TOV XOCTJXOV, ox
e c mv /] yrcT) eoo v ' OTI, reav v TCO
- , 7) & aonpxbc, x a 7) 7Utru[jua TCOV
P) i Thess. 4, l i (per il t erzo dat o aggi ungi 2 Thess. 3, i o
TI s TIC o &Xet pYsor&ai , u.Yj8 oS-ixco). I n I Tim.
2,2 consi gl i a di pregare per t ut t i i pot ent i ?va -ju.epov xal ^00-
^(tov pCov Stywu-Ev v Ttay) sae^siat. xal ceuvxTjxi.
(
2
) Me. 12, 25 ; Mt . 22, 30; L e . 20,34.
(
3
) 1 Cor. 7, 6- 11 e 38.
(
4
) L o scri t t o sul l a vergi ni t , che non ha dat a si cura,
probabi l ment e dat abi l e pri ma del l ' i ni zi o del presbi t eri o di
Gi ovanni (Puech, Histoire de la Littr. grecque chrt., 1930,
I I I , 480 e 482-83).
o<p&aA[Acov xa r\ Xac^ovia Stou, ox SCTTIV EX
; , XX x xcru,oo ECTTIV (
1
) .
* * *
Si visto da quanto abbiamo fin qui preso in esame
delia tradizione cristiana pi antica che i riferimenti
alla diatriba comunque alla tradizione pagana non
offrono pi di tanto: alcuni temi certo nascono dalla
identit di situazione in un mondo che il medesimo
per Greci e Cristiani, altri sono elementi formali che
vengono attinti da un linguaggio che si ormai diffuso
per tutto il mondo civile dell'epoca (
2
). Una diffe-
renza netta c' e l' abbiamo messa in rilievo ,
dovuta all'ideale nuovo del Cristianesimo, consi-
stente in una rivelazione e in una vita oltremondana,
in una fede insomma; c' un misticismo ardente, che
manca nei pi mistici tra i Greci e Romani, c'
un bisogno di purificazione che non aveva mai raggiunto
tale livello nel mondo pagano (
3
), c' il concetto, in-
concepibile per il mondo greco, che Dio a indicare
all' uomo che cosa da fare e che cosa no (
4
). Un primo
passo aveva certamente fatto Paolo nato a Tarso,
dove era nato pure Atenodoro (che giusto in quel tempo
P) i I o. 2, 15 - 16.
(*) Cfr. We ndl and, Die urchristl. Literaturformen, p.
225-26.
(
3
) Va l g a c ome es empi o Gi a c o mo : CCTTCIXOV OCOT V xyjpstv
arc TOU xau-ou (Iac. 1, 27), dove c' un concet t o di cont ami na-
zi one c he manc a nel l a t radi zi one greca ed espressament e
gi udai zzant e o cri s t i ano; &.a-niko$ ri t orna per es. i n 1 Tim.
6, 1 4 ; 1 Pet r. 1, 19.
(*) Cf r. Pohl e nz, Die Stoa, I, 401, dove i l l umi na i n una
c hi ar a ed efficace si nt esi non sol o ques t o punt o, ma anc he
t ut t o i l panor ama dei cont at t i e dei cont ras t i t r a i due mondi .
Pe r t ut t o ci , ve di anc he We ndl and, op. cit. p. 230-33 e al cune
bel l e os s ervazi oni sul l a di f f erenza t ra posi zi oni di cri st i ani e
greci (ma a propos i t o di apat i e) i n Ri i t her, Die sittl. Forderung
der Apatheia in den beiden ersten Jahrh. u. bei Klem. v. Alex.,
Frei burg, 1949, p. 25 - 26.
doveva essere la gloria ben nota della citt) e prima
di lui anche Zenone, Antipatro, Eraclide, Archedemo,
per non ricordare che anche il padre di Crisippo era
di Tarso (
1
). Il pensiero stoico non gli doveva essere
rimasto ignoto durante la sua giovent, come pure
la cultura di quell' et; assai verosimile che una co-
noscenza particolare dovesse avere degli scritti di
Filone, che era suo contemporaneo e il cui pensiero
doveva venire rapidamente diffondendosi negli am-
bienti giudaici (
2
). Paolo quello che pi di tutti
sente questo influsso, che in fine risale allo stoicismo:
gli altri scritti neotestamentari, eccetto la lettera di
Giacomo, non sono altrettanto presi di questo pensiero;
(*) De l rest o Sol i st essa era su una del l e due pri nci pal i
li nee di comuni cazi one che per vi a di t erra pas s avano at t r a-
vers o Tar s o e non di s t ava gr a nc h da ques t a ci t t . Pe r l a cul -
t ura del l a ci t t nei pri mi anni dopo Cri st o, v. St rab. 14, 673- 74
e Bohl i g, Die Geisteskultur v. Tarsos im augusteischen Zeital-
ter in Forsch. z. Rei. u. Lit. d. Alten u. Neuen Test., 1913, p. 1 1 3
s gg. , che t rat t a anc he del l ' i nf l usso che l o st oi ci smo ebbe su
Tars o.
(
2
) Pe r l a conos cenza che Paol o ha del l a cul t ura ret ori ca
del l a sua et , cf r. il di scorso de l l ' Ar e opago (Aet. 17, 22- 31) :
se l ' opi ni one di W. Schmi d, Die Re de des Apostels Paulus
vor den Philosophen u. Areopagiten in Athen, i n Philol. 95
(1942), 79- 120 es agerat a i n un senso, di rei che l o nel senso
oppos t o quel l a del Di bel i us , Paulus auj den Areopag, i n Hei-
delb. Sitz. ber., 1938,2 e del Pohl enz, Die Stoa, I, 404; " L u c a "
pu ave r cert o dat o una pat i na pi di at ri bi ca al t es t o (cfr.
per ques t o el ement o di at ri bi co, Norden, Agnostos Theos, L e i p -
zi g, 1913, p. 1-27), ma non mi pare che egli sia scri t t ore c he
t i ene nel rest o del l a sua narrazi one un t ono di vers o sol o per
desi deri o di sempl i ci t . Cos sono scri t t i gli Atti, perch chi li
s c r i ve va megl i o non s ape va: e il di scorso del l ' Ar eopago pi
fiorito di espressi oni col t e, perch Paol o l o a v e v a t e nut o con
un t ono part i col are, essendo l ' uni co di scorso "uf f i ci al e" che
pronunci ava. Qua nt o i nve c e al l ' i nf l usso del gi udai s mo el l e-
ni zzant e, non sarei al i eno dal pensare che, per es., l o s vi l uppo
che Paol o d al l a ax>vsi?r\aiq (che l o St ei nmann, Das Geivissen
bei Paulus i n Bibl. Zeit- u. Streitfragen, 1 9 1 1 , p. 3 f a ri sali re
al l a gri echi s chen Bi l dung di Paol o) di pende i n buona part e
dal pensi ero st oi co e st oi co gi udai zzant e di quel l ' et . Pe r l a
cul t ura di Paol o, si ve de BShl i g, op. cit., p. 1 1 9 s gg. dove si
f a un' i nt eressant e conf ront o t ra Paol o e At e nodor o di Tar s o,
anche se non i n t ut t o c onc or do; p. 15 4 s gg. ; Bul t mann, op. cit.,
passi m.
ma, come dicevo, questo influsso rimane sull' Apostolo
assai esteriore, perch il suo spirito era pervaso dalla
yr c T] , che schiettamente cristiana e non trova nessun
corrispondente nel mondo pagano, che non si era spinto
pi in l di un' altissima cpiXav&ptTua.
La saggezza del mondo intesa come pazzia, concetto
che con tanta grandiosa insistenza Paolo presenta ai
Corinzi, una delle forze del cristianesimo durante i
primi secoli e giunge fino quasi all' et, e in qualche
caso anche pi oltre dell' et in cui la Chiesa si fatta
ormai una potenza culturale: i Cristiani si sentono in
contrasto con i l. mondo che hanno intorno, chiusi
come sono in una fede che rapporto dell'anima con
Di o e che non ha nulla di paragonabile per intensit
con quanto Seneca, Epitteto, Marco Aurelio ci possono
offrire; anche il concetto della prossima fine del mondo
e pi tardi del millenarismo non possono che creare
un distacco dal mondo in mezzo al quale essi vi vevano.
legittimo dire che, non ostante questo, l' apologetica
greca segna un regresso: in nessuno degli apologisti
compare un tema che si possa definire contemplativo;
sono i tempi della lotta e delle persecuzioni, in cui il
mondo pagano sentito come il nemico, a cui si deve
evangelicamente perdonare, ma da cui ci si deve at-
tentamente guardare, perch non ne rimanga corrotta
e indebolita la fede. La posizione pu assere sintetiz-
zata da quello che dice Giustino dei suoi compagni di
fede: TV TE xo-fzov urcEpoptoot, rcvTEc; *a 9-avxou
xaTa<ppovoucn (
1
) .
Differente la posizione degli apologisti occidentali
che, mentre da un lato rinnovano l'apologetica greca,
dall' altro vivono in un mondo in cui il cristianesimo
p) l us t i n. ad Diogn. i ; cfr. A fol. i , 14 l o s p i c z; o per
X p7] U. aTco v xoc XT7][X<XT6>V 7r pouc. Pe r l ' apol oget i ca, vedas i
Gef f cken, Zwei griech. Apologeten, L e i pzi g, 1907 e Pue c h,
Les apologistes grecs du II sicle de noire ere, Fari s , 191c .
diventa sempre pi una forza insopprimibile. Un
esempio assai interessante del modo in cui questi
scrittori lavoravano ci offerto dal de pallio di Tertul-
liano. Lo scritto stato esaminato dal punto di vista
della diatriba cinicizzante dal Geffcken in modo ampio
e documentato e do, quindi, per acquisiti i risultati
che quello ha raggiunto. Ebbene la prosopopea del
pallio si apre con queste parole : Ego inquit nihil
foro, nihil campo, nihil curiae debeo, nihil officio advigilo;
nulla vostra praeoccupo, nulla praetoria observo; canales
non odoro, cancellos non adoro; subsellia non contundo,
iura non conturbo; causas non elatro, non iudico, non
milito, non regno; secessi de populo. In me unicum ne-
gotium mihi est; nisi aliud non curo quam ne curem.
Vita meliore magis in secessu fruare, quam in promptu...
nemo alii nascitur moriturus sibi. Certe cum ad Epicuros
et Zenonas ventum est, sapientes vocas totum quietis
magisterium, qui eam summae atque unicae voluptatis
nomine consecravere (
2
). Osserva il Geffcken che "i st
hier alles kynisch" : lo anche il non milito, che a lui
pare cristiano (
3
), perch ci troviamo di fronte a una
serie i cui ultimi due termini corrispondono al greco
o o-rpaTTjyco, o Soco-iAeuco, espressioni che sono ben
note alla diatriba greca Naturalmente il vecchio
motivo cinicizzante prende un nuovo significato: non
pi un astenersi dalla vi t a attuosa per un disgusto
f
1
) Geffcken, Kynika u. Verwandtes. 1909, p. 5 8- 138.
(Per il passo che c' interessa cfr. in particolare p. 125 sgg. ,1.
La polemica della Zappal a in Ricerche religiose, 1 (1925 ), pp. 132.
- 149 e 327-344 mostra sostanzialmente scarsa conoscenza del
mondo diatribico e, salvo poche osservazioni intelligenti, molta
i ncompetenza nei problemi dei rapporti tra mondo pagano e
mondo cristiano.
() Tert. pali. 5,3.
(
3
) Geffcken, op. cit., p. 126 e n. 2; p. 87.
(*) Vedi , del resto, anche Sen. ot. 6,4 e Pl ut. Stoic. repugn-
2, 1033C: lo stesso Geffcken cita il passo di Seneca, ma per
altri scopi e perci gli sfugge il duxissent exercitus. Quanto poi
al tema diatribico, che esprime di solito l' inanit di queste cos e,
generale della tumultuariet di passioni, di azioni;
della malvagit degli uomini, della durezza dei tempi;
per i Cristiani c' un motivo ben pi forte, perch
separazione dalla vita politica (sia essa cursus honorum
o servizio militare), avversione per l' attivit forense,
a maggior ragione necessit di schivare le cerimonie
religiose nascevano dall'impossibilit per loro di sa-
crificare al genio dell'imperatore e agli dei pagani.
Anche contro l' accusa che essi siano cattivi cittadini
e misantropi si leva questa pagina del de pallio, che
non soltanto una esaltazione di una vita diversa spi-
ritualmente, e anche diversa praticamente, da quella
dei pagani e di quei cristiani che debolmente difendevano
la loro propensione a partecipare alla vi t a dei pagani.
Se anche, dal punto di vista formale, il nostro testo
schiettamente cinico, nel contenuto si presenta in-
fluenzato da quegli elementi stoici che si erano infil-
trati in tutta la cultura dalla fine del primo secolo avanti
Cristo. A noi sopra tutto interessa di mettere in rilievo
il secessi de populo, che pare eco di tante affermazioni
di Seneca, e l'in me unicum negotium mihi est, che ri-
corda assai da vicino certe esortazioni di Seneca a
Paolino o a Sereno; anche se in ultima analisi possono
essere riportati al l aureo o^ikzlv di Antistene. Mi
pare perci evidente che non si deve pensare solo a
una diatriba esclusivamente cinica, ma anche all' in-
fluenza esercitata dal mondo culturale, in cui tanti
elementi vi vevano, in modo da modificare l' atteggia-
mento e l'espressione di Tertulliano o della sua fonte.
Siamo, comunque, in un caso in cui, pi che altro,
si deve osservare la derivazione dal greco, una deriva-
ci!-. Tel et. rei. p. 50 H. (Stob. V, 849 W. ) arpareoerai. xai
TcpECT^euei u T t p TY J<; TCXECOI;, TTOX I TSUETOC! . , orpaT ^ yeT , ma t ut t o
questo non gli permette di cr/oXerai (cfr. Stob. V, 815- 16 W. ).
La scelta di milito dovuta anche alla necessit retorica del
parallelismo dei xcoXa.
zione un po' greve, un po' di peso, su cui si impostata
la forma dello scrittore. Ma gi molto perch di solito
gli apologisti non si interessano di tali questioni. L' Oc-
cidente in questo sempre meno interessante del-
l' Oriente: la stessa cosa che abbiamo or ora osservato
per Tertulliano, pu esser detta di tutta la patristica
latina; salvo che la cultura pagana, non pi avversata,
d i suoi frutti e lo studio dei pensatori classici lascia
nell'animo di questi cristiani, che sono tutti dei con-
vertiti, un rifle