Sei sulla pagina 1di 23

associazione culturale Hop Frog - Salerno

Gli anarchici
contro il fascismo
L’8   settembre   1921   il   quotidiano   anarchico   “Umanità   Nova”   pubblica   un   articolo  
dell’esponente   più   prestigioso   del   movimento,   Errico   Malatesta,   dal   titolo   significativo: 
“Guerra civile”.

Nell’articolo,   Malatesta   delinea   lucidamente   i   nuovi   compiti   che   aspettano   gli   anarchici  
italiani dopo la storica sconfitta del movimento delle occupazioni delle fabbriche, lanciando  
la parola d’ordine della “resistenza organizzata” contro lo squadrismo fascista.

Questo lavoro ricostruisce le vicende della lotta degli anarchici contro il fascismo da quel  
1921, anno  di  costituzione  della  prima opposizione  organizzata  al  fascismo,  quella  degli  
“Arditi del popolo”, al 1945, anno della “Liberazione” e della definitiva caduta del regime 
fascista.

Giorgio Sacchetti

Gli anarchici contro il 
fascismo
“Mussolini è un bucaiolo che manda la gente a letto senza cena”.

Per   questa   affermazione   Cesare   Parenti,   bracciante   amico   di   Brozzi,   subì 


l’ammonizione nel gennaio 1942. Questo lavoro è dedicato a tutti quelli che 
come Cesare Parenti seppero, fra difficoltà di ogni genere, mantenere vivo 
l’ideale anarchico nei bui anni del regime fascista.
Presentazione
Questo opuscolo, anche nello spirito di intenti delle edizioni “Sempre Avanti” 
a cui l’autore pienamente aderisce, vuole coniugare necessità divulgative e 
rigore   scientifico   della   ricerca.   L’obiettivo  è   quello   di   fornire,   lungi   da   meri 
intenti propagandistici, una traccia di partenza a chi ­ amico o avversario ­ 
voglia   avvicinarsi   alla   comprensione   di   questo   genere   di   tematiche   troppo 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

spesso relegate alle “conventicole”. 
Il presente lavoro riassume ed integra saggi dell’autore, già pubblicati o in via 
di pubblicazione, comprendenti singoli aspetti dell’argomento fra i quali: gli 
anarchici   sotto  il   fascismo   “visti”   attraverso   le   carte  di   polizia;   il   campo   di 
concentramento di Renicci; il contributo libertario alla Resistenza; i punti di 
contatto   con   “Giustizia   e   Libertà”.   Fonti   queste   che   si   aggiungono   alle 
innumerevoli testate giornalistiche consultate, pubblicate in Italia, all’estero e 
clandestine e a quelle lettererarie in parte citate nella bibliografia essenziale 
che conclude il lavoro.
In epoca di “revisionismi” è bene sottolineare come quello degli anarchici sia 
da   considerare   un   contributo,   certo   autonomo   e   originale,   al   grande 
movimento di lotta di questo secolo non ancora concluso contro i miti negativi 
del nazionalismo e del razzismo, contro tutti i “fascismi”.
Nella “guerra civile”
“Guerra   civile”   è   il   titolo   di   un   articolo   pubblicato   da   Errico   Malatesta   su 
“Umanità Nova” (8 settembre 1921). E’ una messa a punto lucida sui compiti 
storici   degli   anarchici   italiani   sull’onda   delle   sconfitte   appena   patite   dal 
movimento operaio, con le squadre fasciste che ormai si trovano nella piena 
realizzazione   dell’opera   di   così   detta   ‘profilassi   sociale’   inaugurata   già 
all’indomani dell’occupazione delle fabbriche. La parola d’ordine è: attuare la 
resistenza organizzata ma senza “mettersi a pari con chi noi consideriamo 
fuori del consorzio degli uomini civili”. Su questo aspetto il vecchio militante 
della   Prima   Internazionale   è   irremovibile:   “Qualunque   sia   la   barbarie   degli 
altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la 
lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più 
di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per 
assicurare la  vittoria  della causa  nostra,  che  è  la causa del bene di tutti”. 
Malatesta, nell’affermare quindi il suo chiaro no ad una guerriglia riservata ai 
professionisti   della   violenza,   si   fa   piuttosto   promotore   di   una   vera   guerra 
sociale che contrapponga popolo a governo e lavoratori a capitalisti. “Ed il 
fascismo scomparirà ­ egli scrive ­ quando vedrà che prepotenze non se ne 
vogliono più subire..”.  
Una   organizzazione   specifica   nazionale,   l’Unione   comunista   anarchica 
italiana (Ucai, poi Uai) fondata a Firenze nel 1919, forte di circa 700 gruppi e 
federazioni   in   rappresentanza   di   buona   parte   del   movimento   in   Italia;   la 
direzione   del   Sindacato   Ferrovieri   e   dell’Usi   (Unione   Sindacale   Italiana), 
mezzo   milione   di   iscritti   nel   1920,   che   si   contrapponeva   per   il   metodo 
autogestionario e di azione diretta alla Confederazione generale del lavoro, 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

riformista; 66 testate fra periodici e numeri unici pubblicati complessivamente 
nell’arco   di   tempo   1919­’25,   e   un   quotidiano,   “Umanità   Nova”   diretto  dallo 
stesso   Malatesta   per   oltre   due   anni:   questo   il   biglietto   da   visita   di   una 
componente importante della corrente rivoluzionaria del movimento operaio 
nel nostro paese alla vigilia del fascismo. Con questo peso e nel contesto 
della rapida affermazione squadrista, in un clima di caccia al sovversivo, si 
era verificato un episodio dai risvolti molto gravi: l’attentato al teatro Diana di 
Milano,   una   strage   che   avrebbe   dovuto   avere   come   obiettivo   il   questore. 
Esecutori   materiali   tre   giovani   anarchici   (strumenti   inconsapevoli   di   una 
provocazione?)   che   volevano   protestare   per   la   immotivata   detenzione   di 
Malatesta, ridotto in fin di vita per uno sciopero della fame. Quella stessa sera 
­ 23 marzo 1921 ­ quasi in contemporanea alla strage sono devastate dalle 
squadre fasciste le sedi milanesi di “Umanità Nova”, dell’ “Avanti!” e dell’Usi, 
mentre anche in altre parti d’Italia (specie dove il sovversivismo rosso non 
dava cenni di flessione) si completa l’opera di ‘ripulisti’.
La prima opposizione organizzata allo squadrismo si realizza nelle formazioni 
armate   degli   ‘Arditi   del   Popolo’   alle   quali   gli   anarchici,   caso   unico   nella 
sinistra,   danno   appoggio   ufficiale   direttamente   partecipandovi   insieme   a 
militanti   di   base   e   quadri   socialisti,   comunisti,   repubblicani,   sindacalisti, 
insieme   a   senza­partito,   a   cattolici   ed   ex­combattenti,   con   alcuni   ufficiali 
subalterni   che   danno   un   contributo   organizzativo   davvero   notevole. 
L’associazione   viene   ufficialmente   costituita   il   27   giugno   1921   ed   i   suoi 
postulati   investono,   non   soltanto   i   temi   della   difesa   delle   strutture   del 
movimento operaio dall’aggressione fascista, ma anche le grandi questioni 
del pane, del lavoro e della libertà. “Umanità Nova” sostiene e si fa portavoce 
di   questo   movimento   armato   (che   fra   l’altro   dispone   di   organi   di   stampa 
saltuari:   “L’Ardito   del   Popolo”,   “L’Avanguardia   Sociale”),   influenzato   sì 
inizialmente da ambienti combattentistici già interventisti, ma che si pone in 
sostanza come il continuatore dell’esperienza di base delle guardie rosse dei 
tempi dell’occupazione delle fabbriche. “L’unico partito che non sconfessò gli 
Arditi   del   Popolo   fu   il   partito  anarchico.   Però   malgrado   le   proibizioni   degli 
esecutivi   i   plotoni   più   baldi   inquadrarono   moltissimi   giovani   comunisti, 
repubblicani e socialisti. Nel suo inizio l’organizzazione degli AdP, specie nei 
suoi capi, lasciò dei dubbi. Ma la zavorra venne eliminata”. E’ la conferma di 
Giuseppe Mingrino, uno dei fondatori, socialista sconfessato il cui partito si 
trova   già   impegnato   nel   ‘patto  di   pacificazione’   con   i   fascisti.   Anzi   l’Uai   in 
forma ufficiale (consiglio generale, 14­15 agosto 1921) esprimerà la propria 
posizione di “simpatia e riconoscenza” all’associazione per la sua opera di 
difesa   delle   libertà   proletarie,   auspicando   per   essa   l’immunità   da   ogni 
infiltrazione borghese e di continuare nelle sue scelte ancora in autonomia dai 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

partiti politici. Quanto al Partito comunista d’Italia e ai suoi organi dirigenti, 
dopo   una   prima   moderata   simpatia   per   il   movimento,   esso   passa   ad   una 
dichiarazione,   nel   solco   della   impostazione   bordighiana,   di   estraneità   e   di 
quasi­ostilità. Ma la matrice anche libertaria di questo genere di ‘arditismo’ 
antifascista risulta evidente sia dalla collocazione politica di molti aderenti che 
di   quella   dei   promotori.   Il   comandante   militare   Argo   Secondari,   seppure 
circondato da diffidenza, è considerato anarchico per quanto ‘sui generis’; il 
repubblicano   Vincenzo   Baldazzi   è   intimo   amico   ed   unanimemente   ritenuto 
‘figlio politico’ del vecchio Malatesta. Quanto alla diffusione del movimento sul 
territorio nazionale possono essere prese senz’altro in considerazione quelle 
località   che   risultano   sia   dalle   fonti   di   polizia   che   da   un   elenco   di   gruppi 
costituiti   ­   reso   pubblico   in   occasione   di   una   sottoscrizione   per   la   madre 
dell’ardito  Nicola Lolli, ucciso  dai  fascisti  a  Monterotondo ­ in  cui figurano: 
Roma,   Alessandria,   Ancona,   Brindisi,   Colle   Val   d’Elsa,   Iglesias,   Lecco, 
Macerata,   Campobasso,   Isernia.   Queste   località   naturalmente   si 
aggiungerebbero ad altre più conosciute per episodi eclatanti di resistenza 
armata in tutta l’Italia centrale, in Puglia, Emilia, Liguria e Piemonte, spesso 
con   una   sorprendente   coincidenza   con   le   zone   a   consolidata   tradizione 
anarchica   e/o   sindacalista   rivoluzionaria.   I   maggiori   successi   militari   sono 
ottenuti sul campo a Roma, Bari, Sarzana e soprattutto a Parma nelle mitiche 
giornate   dell’agosto   1922.   La   consistenza   del   movimento   ammonterebbe, 
secondo dati approssimati per difetto del ministero dell’interno a quasi 5.600 
armati all’ottobre 1921. Ma in questo periodo siamo già nella fase calante a 
causa della concomitante azione di forze di polizia e camicie nere. Mentre il 
comandante Secondari si dimette clamorosamente dall’associazione a causa 
dei ripetuti contrasti con Baldazzi e Mingrino, il prefetto di Roma impone lo 
scioglimento   immediato   del   direttorio   nazionale   del   movimento   e   dal   quel 
momento sopravviveranno solo nuclei clandestini scollegati fra loro, se pure 
talvolta attivissimi come nelle giornate parmensi.
Al momento della marcia su Roma i locali di “Umanità Nova” sono devastati e 
incendiati,   la   rotativa   e   la   linotype   resi   inservibili.   Malatesta   settantenne   si 
trova, al Trionfale dove abitava, testimone della benevolenza di carabinieri e 
guardie regie nei confronti dei fascisti. Nella sua corrispondenza con Luigi 
Fabbri   egli   riferisce   delle   numerose   minacce   di   morte   ricevute,   ma   scrive 
anche: “Passo spesso innanzi alla loro sede, traverso i loro gruppi e nessuno 
mi dice niente. E’ avvenuto che quando ne ho incontrato qualcuno da solo mi 
ha fatto il saluto militare! Non alla romana!”. L’analisi malatestiana sul primo 
fascismo parte dall’assunto che non vi può essere riscossa materiale senza 
prima   una   rivolta   morale.   Le   violenze   e   i   delitti   fascisti   semplicemente 
suscitano   il   desiderio   di   vendetta   degli   offesi   e   non   quella   generale 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

riprovazione   che   sarebbe   necessaria   e   che   spontaneamente   dovrebbe 


nascere in ogni animo sensibile. I fascisti evidentemente ­ sostiene Malatesta 
­ sono anche fuori dal partito fascista ed hanno “l’anima fascista, lo stesso 
desiderio di sopraffazione”. 
Sul   piano   sindacale,   oltre   ai   già   citati   Sindacato   Ferrovieri   (Sfi)   ed   alla 
centrale Usi, gli anarchici italiani si trovano nel vivo della lotta antifascista e 
antipadronale   particolarmente   numerosi   nella   minoranza   consiliarista   della 
Fiom  torinese,   nel   Sindacato  Minatori   del   Valdarno   (il   cui   segretario   Attilio 
Sassi viene condannato a 16 anni di carcere). Per iniziativa dei ferrovieri si 
tiene a Roma nel febbraio 1922 la riunione costitutiva di una “Alleanza del 
lavoro” composta da Cgdl, Usi, Sfi, Federazione lavoratori dei porti, Uil (già 
interventista, ora antifascista). La nuova organizzazione unitaria indice, per il 
1° agosto successivo, uno sciopero generale antifascista che ha un successo 
limitato e che verrà ricordato come lo ‘sciopero legalitario’. Troppo tardi. Dopo 
quattro giorni il comitato esecutivo dell’Alleanza inspiegabilmente decreta il 
rientro   al   lavoro.   “I   poteri,   nella   provincia   di   Parma   ­   proclamarono 
all’indomani i fascisti sul loro giornale ­ sono passati nelle mani dell’autorità 
militare;   è   eliminata   così   quell’ambigua   autorità   politica,   che   per   inerzia, 
insufficienza e inconcepibile debolezza, ha permesso a un gruppo di rivoltosi 
un movimento anarcoide rivolto contro la Nazione e contro i cittadini”.
Sono dirigenti sindacali  i primi anarchici trucidati dai fascisti negli anni Venti: 
Attilio Fellini segretario della Camera del lavoro di Carrara, Raffaele Virgulti di 
Imola, Filippetti e Catarsi di Livorno, Cesare Rossi cassiere della Camera del 
lavoro di Sestri Ponente, Pietro Ferrero segretario Fiom a Torino e altri.
Nel   corso   turbolento   di   tutti   questi   eventi   i   momenti   da   dedicare   alla 
riflessione   non   sono   comprensibilmente   sufficienti.   Tuttavia   un’analisi 
originale, spietata e a caldo sul rapporto fascismo­masse­capi viene fatta da 
Camillo   Berneri,   uno   dei   più   vivaci   militanti   e   giovane   intellettuale 
dell’anarchismo,   in   un   suo   articolo   poco   conosciuto  pubblicato  sulla   rivista 
“Studi Politici” di Roma nel 1923. Il fatto che grandi masse proletarie siano 
passate dalle bandiere rosse ai gagliardetti neri dimostra, a dire del Berneri, 
una   certa   mancanza   di   preparazione   politica   e   di   maturità   nella   classe 
operaia;   mancanza   che   però   non   può   essere   tutta   giustificata   dalla 
leggerezza e in alcuni casi dalla vile disonestà dei capi. “I capi, molto gentili 
nelle anticamere delle questure e negli uffici prefettizi, non tralasciarono di 
incitare il popolo contro le guardie regie, in maggioranza disgraziati privi di 
lavoro   del   dopoguerra,   incapaci   di   rendersi   conto  della   loro   funzione   [...]   i 
primi ad accorrere ad inquadrarsi nei sindacati fascisti furono quei lavoratori 
che   erano   sempre   stati   pronti   ad   andare   dove   vedevano   la   scodella   più 
grande”.
associazione culturale Hop Frog - Salerno

La chiusura di “Umanità Nova” ­ I primi attentati contro Mussolini ­ Le 
leggi speciali
Le fortune del fascismo, una volta costituitosi in partito politico e quindi nella 
fase iniziale di consolidamento del regime, sono strettamente correlate alla 
soppressione violenta di ogni forma di opposizione attraverso l’uso combinato 
e complementare alle azioni squadriste di magistratura e forze di polizia. I 
decreti sulla stampa in vigore dal 1924 e la legislazione speciale per la difesa 
dello   Stato,   che   fanno   seguito   alla   costituzione   della   Milizia   Volontaria   di 
Sicurezza Nazionale, sanciranno poi una situazione di fatto, ormai conseguita 
in massima parte con altri mezzi.
I giornali anarchici, testate e tirature in quantità non trascurabili, subiscono la 
stessa   sorte   che   viene   riservata   a   tutta   la   stampa   che   fa   riferimento   al 
movimento   operaio   e   socialista,   ai   popolari   ed   infine   allo   schieramento 
democratico in genere. Le aggressioni avvengono in sequenza: prima tocca 
agli organi quotidiani di battaglia militante ­ è il caso di “Umanità Nova” e del 
socialista   “Avanti!”   ­,  infine   ai  periodici  di  riflessione   culturale   e   di  dibattito 
teorico. La consistenza delle testate del movimento anarchico passa così da 
28   nel   1921   a   3   nel   1926!   La   definitiva   chiusura   del   giornale   diretto   da 
Malatesta, passato da quotidiano a settimanale nell’agosto 1922, si verifica 
alla   fine   del   medesimo   anno   attraverso   tappe   precise:   denunzie   penali   a 
causa del contenuto di vilipendio degli articoli;  pesanti  contravvenzioni  per 
presunte   irregolarità   amministrative;   tipografia   devastata   dall’intervento 
fascista. L’atto finale è la denuncia da parte della questura di Roma contro 
venti fra ex­redattori, corrispondenti, membri del consiglio di amministrazione 
di “Umanità Nova” per correità in reati di tipo associativo, istigazione, ecc.. A 
ciò si aggiunge il sequestro di tutto l’archivio di redazione e la confisca della 
cassa del  giornale.  Una situazione analoga si  verifica anche a  La  Spezia, 
dove   le   camicie   nere  letteralmente  distruggono   la   tipografia   ed   incendiano 
l’amministrazione de “Il Libertario”, e a Pisa con “L’Avvenire Anarchico”. Con 
Mussolini al governo si passa così quasi immediatamente ad una situazione 
di semi­legalità per ogni attività del movimento anarchico con un Comitato di 
Difesa Libertaria promosso dalla Uai, per il soccorso alle vittime politiche ed 
alle   loro   famiglie,   che   funziona   a   pieno   ritmo.   A   Milano   Carlo   Molaschi 
pubblica   l’opuscolo   “Spezzare   le   catene   /   Appello   ai   proletari   d’Italia”,   un 
j’accuse contro il sistema carcerario e contro le sentenze di classe emmesse 
dai tribunali nei grandi processi contro i sovversivi. Il testo conclude con un 
perentorio invito a reagire a questa situazione “che, se ciò non facciamo già il 
pane ci manca, presto a tutti ci mancherà la libertà”. 
Per il 1923 si può effettuare una stima approssimativa della consistenza o 
quanto   meno   della   diffusione   residua   dell’anarchismo   organizzato   in   Italia 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

sulla   base   di   un   indirizzario   di   ‘propagandisti’sequestrato   dalla   polizia   a 


Torino. Si tratta di 283 recapiti difformemente distribuiti nella penisola e con 
punte   massime   di   densità   nelle   provincie   di   Alessandria,   Aquila,   Bologna, 
Forlì, Genova, Novara, Pisa, Reggio Calabria, Torino. Le carte del ministero 
dell’interno  documentano  comunque  un  certa  attività  anarchica  a  Roma,  a 
Livorno,   in  Sicilia   e  soprattutto  in  Puglia  dove  si  scopre  l’esistenza  di una 
Federazione Anarchica regionale formata da 28 gruppi. 
Dopo   l’assassinio   di   Matteotti   l’antifascismo   italiano   riesce   ad   esprimere 
ancora un qualche sussulto di vitalità, per quanto effimero. Una situazione 
che   sembrava   totalmente   sotto   controllo   per   il   governo   torna   a   farsi 
preoccupante. Si teme una recrudescenza del ‘Fronte unico sindacale rosso’ 
che   ricompatti   tutte  le   forze   riformiste  e   rivoluzionarie   contro   Mussolini;   la 
diffusione della pubblicistica libertaria residua si intensifica mettendo in seria 
difficoltà il servizio controllo della polizia postale; si dà addirittura per ‘quasi 
certa’ la resurrezione di “Umanità Nova”. Sono ancora per poco sulla breccia 
gli ultimi giornali: “Fede!”, “L’Amico del Popolo”, “Libero Accordo” e “Pensiero 
e Volontà”. La repressione però non si farà ulteriormente attendere e ­ mentre 
nelle assisi di Firenze, Arezzo e Pisa si celebrano processi spettacolari contro 
centinaia di operai e contadini fra cui molti anarchici ­ si effettuano decine e 
decine   di   arresti   in   ogni   parte   d’Italia   smantellando,   fra   le   altre   cose,   una 
tipografia   clandestina   a   Roma,   una   Unione   Anarchica   ligure   ricostituita 
malgrado   lo   scioglimento   prefettizio,   un   pericoloso   Gruppo   giovanile 
anarchico   a   Trieste.   Da   Verona   il   prefetto   segnala   alla   direzione   generale 
della pubblica sicurezza l’esistenza di 149 anarchici residenti nella provincia e 
di   un   gruppo   ancora   attivo   formato   da   circa   trenta   persone,   animato   da 
Giovanni Domaschi. 
Il   1926   era   stato   annunciato   da   Mussolini   come   “l’anno   napoleonico   della 
rivoluzione   fascista”.   Liquidate   ormai   le   opposizioni   si   doveva   iniziare   a 
mettere mano ai codici (ma questo avverrà più tardi), alle leggi fondamentali 
dello Stato in specie a quelle di polizia. Con l’approvazione della legge n.2008 
sui “Provvedimenti per la difesa dello Stato” si compie un altro passo decisivo 
verso il consolidamento del regime con l’istituzione, fra l’altro, di un Tribunale 
Speciale. Dal 1927 al 1932 questo particolare ‘tribunale’ celebra quasi 4000 
processi,   distribuendo   a   22618   imputati   dieci   millenni   di   carcere,   facendo 
eseguire   9   condanne   a   morte   (due   a   anarchici).   Questi   provvedimenti 
seguono di poco gli attentati Lucetti e Zamboni, anarchico il primo, a matrice 
incerta il secondo. 
Mentre,   l’11   settembre   1926,   Mussolini   transita   da   Porta   Pia,   una   bomba 
viene lanciata contro la sua auto. L’ordigno rimbalza sulla vettura esplodendo 
a terra. L’attentatore era Gino Lucetti, giovane anarchico di Carrara, emigrato 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

in Francia. Affannosa la ricerca dei complici da parte del nuovo capo della 
polizia,   nominato   per   l’occasione,   Arturo   Bocchini.   Parte   della   storiografia 
anarchica ­ Cerrito, Venza ­ ha avanzato, con argomenti convincenti, l’ipotesi 
che questo attentato fosse stato in realtà una azione preparata e concordata 
fra Milano, Trieste, Carrara e Roma, addirittura con una riunione preparatoria 
a Livorno. Vincenzo Baldazzi, leader dei repubblicani romani, fondatore degli 
Arditi del Popolo e futuro capo della resistenza nella capitale, viene più tardi 
condannato, pur senza prove, per aver aiutato il carrarese (fornendogli anche 
una pistola, come confermerà più tardi). Baldazzi abitava fra l’altro al Trionfale 
nel medesimo isolato di Malatesta. Le felicitazioni per lo scampato pericolo al 
duce da parte di Pio XI e la richiesta perentoria dei fascisti di provvedimenti 
legislativi   idonei   a   prevenire   questi   attentati   seguono   l’avvenimento.   Non 
esistendo   al   momento   la   pena   di   morte   Lucetti   viene   condannato 
all’ergastolo; sarà liberato dagli Alleati nel 1943 e morirà subito dopo a Ischia 
sotto   un   bombardamento.   A   quello   di   Lucetti   segue,   dopo   un   mese   a 
Bologna, il fallito attentato di Anteo Zamboni, quindicenne figlio di anarchici, 
linciato sul posto. Oscuri i contorni di questo episodio. Gaetano Salvemini e 
buona parte degli storici, pur senza prove attendibili, propendono per la tesi 
del falso attentato messo in opera da estremisti fascisti per accelerare ancora 
di più i tempi della svolta dittatoriale.
Altro strumento di repressione è il Confino di polizia per gli oppositori politici, 
e   quindi   anche   per   gli   anarchici,   segnatamente   nelle   isole   di   Favignana, 
Lampedusa,   Lipari,   Ustica,   Tremiti,   Ponza   e   Ventotene.   In   questi   luoghi   in 
genere   si   gode   di   un   regime   non   strettamente   carcerario   e   di   una,   molto 
relativa, libertà di movimento; tale però da non garantire sempre soggiorni 
tranquilli ai confinati che, spesso, incappano o nel regolamento di disciplina 
oppure   in   denunzie   all’autorità   giudiziaria.   Dal   momento   del   varo   della 
legislazione speciale fino alla caduta del fascismo saranno emessi a carico di 
anarchici   667   provvedimenti   dalle   commissioni   provinciali   su   un   totale   di 
13361; in realtà il numero è senz’altro maggiore se vi si considerano anche 
altri nominativi qualificati invece genericamente come ‘sovversivi’, ‘antifascisti’ 
o in modo impreciso comunisti. Le punte più alte si registrano in Toscana, 
Lazio,   Emilia   Romagna.   A   Lipari,   dove   si   trova   confinato   fra   gli   altri   Luigi 
Galleani,   funziona   da   subito   ­   secondo   quanto   riferisce   un   confidente   di 
polizia ­ “un gruppo anarchico che ha la sua sede all’hotel Belvedere”. 
I   sequestri   di   materiali   propagandistici   e   l’intercettazione   della 
corrispondenza, compresa quella diretta ai confinati, denotano la sussistenza 
di una fitta rete di contatti interni ed esteri. Temistocle Monticelli continua a 
tirare le fila di questa ‘trama’ malgrado la sua condizione di ammonito politico. 
Virgilio Mazzoni da Pisa, in perfetta triangolazione, mantiene rapporti con un 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

Comitato   anarchico   pro­vittime   politiche   d’Italia   sorto   in   Argentina   per 


iniziativa di Severino Di Giovanni; questi a sua volta corrisponderebbe con 
Ugo Fedeli esiliato in Francia. Augusto Consani da Livorno risulta in contatto 
con comitati di Milano e Roma. Bruno Misefari mantiene relazioni in tutto il 
meridione. Il chiodo fisso degli investigatori resta quello dei contatti mantenuti 
da   Malatesta   e   compagni,   in   barba   ­   si   dice   ­   ad   ogni   controllo,   con   gli 
ambienti dei fuoriusciti all’estero ed in particolare con Fabbri e Damiani. A 
Roma quindi, ed a Milano con Molaschi, si individuerebbero i maggiori centri 
del   sovversivismo   anarchico   organizzato.   Si   lamenta   inoltre   l’introduzione 
clandestina e la distribuzione in Italia dei periodici “L’Adunata dei Refrattari”, 
“La Lotta Umana” e “Il Risveglio”, nonché di manifestini inneggianti a Lucetti 
stampati a Marsiglia.
Negli   anni   1927­’28   suscita   scalpore   la   scoperta   a   Cecina   di   un   anomalo 
gruppo anarchico denominato “Gli Scarponi”, formato da 15 membri (fra cui 
alcuni ex arditi del popolo) tutti denunziati al Tribunale Speciale. Nell’affare 
intervengono   personalmente   il   capo   della   polizia   Bocchini,   il   segretario 
generale del Pnf Augusto Turati, il federale di Livorno. Ciò a motivo del fatto 
che il gruppo era mascherato da circolo sportivo ‘fascista’. Sono sequestrate 
armi, documenti compromettenti ed un gagliardetto rosso­nero con la scritta 
“Gruppo Anarchico di Cecina”. Anche in Sicilia, secondo quanto relaziona il 
capo   di   stato   maggiore   della   Milizia,   si   assisterebbe   ad   una   ripresa 
antifascista  grazie  proprio  all’attivismo  di  gruppi  anarchici  locali  animati  da 
Salvatore Renda, a sua volta in corrispondenza con il noto ‘terrorista’ Paolo 
Schicchi,   riparato  all’estero ma   in  procinto  di  rientrare  al  fine  di  fomentare 
un’insurrezione popolare nell’isola. Da Parigi e dagli Stati Uniti intanto non 
cessa   il   flusso   di   sottoscrizioni   verso   l’Italia,   pro   detenuti,   per   Malatesta   e 
Galleani. 
Da moltissime prefetture del Regno si riferiscono piccoli episodi, ma in gran 
quantità,   di   scritte   murali   inneggianti   all’anarchia,   segno   di   una   resistenza 
dura   a   morire.   La   situazione   interna   è   del   resto  ben   descritta   sul   numero 
unico di Parigi “Resistere” organo del Comitato anarchico pro­vittime politiche 
d’Italia, pubblicato alla fine del 1928. Dalla relazione morale e dal rendiconto 
sulla attività dell’organismo emergono dati di un certo interesse. La colonna 
dei   sottoscrittori   spazia   fra   Europa,   Russia   e   Americhe.   Si   rileva   un   netto 
miglioramento nei servizi di soccorso con un contributo verso l’Italia di circa 
8.000 franchi francesi mensili.
Il 1929 vede svilupparsi un’agitazione a livello europeo in favore del ferroviere 
anarchico svizzero Giuseppe Peretti, detenuto in Italia e condannato a due 
anni in quanto accusato di soccorso alle vittime politiche. Insieme a lui sono 
deferiti al Tribunale Speciale altre ventisette persone ritenute responsabili di 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

apologia   di   reato   e   ricostituzione   di   associazioni   anarchiche   disciolte   e 


contrarie all’ordine nazionale, ‘delitti’ perpetrati a Milano e a Verona.
Con   l’inizio   degli   anni   Trenta   la   crisi   economica   dilagante   contribuisce   a 
creare   una   situazione   di   malcontento   generalizzato,   favorevole   ad   uno 
sviluppo dell’attività rivoluzionaria anarchica e cospirativa. Nasce in Francia 
l’Ucapi   (Unione   comunista   anarchica   dei   profughi   italiani)   allo   scopo   di 
intensificare l’azione e la propaganda verso l’interno; erede dell’Uai mantiene 
contatti epistolari (che non sempre rimangono segreti) con Malatesta. Intanto 
l’attentato   (fallito) in Belgio del giovanissimo socialista Ferdinando De Rosa 
contro la vita del Principe di Piemonte ­ azione individuale ma nella quale si 
dice siano implicati ‘giellisti e anarchici italiani’­ ha una certa eco anche in 
Italia   dove   si   sviluppa   un’agitazione   di   solidarietà   a   favore   del   giovane 
attentatore con manifestini distribuiti a Parma, Milano, Torino e Bologna. 
Mentre all’estero, proprio per una convergenza sulla pratica dell’antifascismo 
militante, si instaura una certa collaborazione fra gli anarchici e il movimento 
‘Giustizia   e   Libertà’,   nel   febbraio   1931   e   nel   giugno   1932   rispettivamente, 
venivano arrestati e poi fucilati gli anarchici Michele Schirru, proveniente dagli 
Stati Uniti, e Angelo Sbardellotto, proveniente dal Belgio, per ‘intenzione’ di 
attentare alla vita del duce. Per Schirru si è anche parlato di una possibile 
intesa con Emilio Lussu. Negli anni Venti, in Usa e soprattutto in Francia, si 
erano susseguiti gli attentati, una decina almeno, messi in opera da anarchici 
italiani contro autorità consolari e alti esponenti fascisti in quei paesi. Anche 
in   Italia,   agli   inizi   del   decennio   successivo,   si   verificano   episodi   di   questo 
genere: a La Spezia; a Livorno (dove anarchici e comunisti assaltano con le 
bombe   una   caserma   fascista);   a   Villasanta   (Milano)   ed   altrove.   Almeno 
quindici attentati contro sedi e dirigenti locali del Fascio sono effettuati nel 
periodo   1930­’33.   Sempre   con   l’accusa   di   “avere   l’intenzione”   di   compiere 
attentati   terroristici   vengono   arrestati   gli   anarchici   Vincenzo   Capuana   e 
Angelo Vellucci, provenienti dall’America, e Tranquillo Pusterla ad Arezzo.
“Preferiamo la sconfitta alla vittoria che ha bisogno della forca”, sosteneva 
Errico Malatesta, ma ­ affermerà più tardi Giovanna Berneri ­ quando in un 
paese tutte le libertà sono soppresse, quando tutti gli uomini liberi sono in 
prigione,   al   confino   o   in   esilio,   l’atto   di   protesta   individuale   diventa   una 
necessità e può essere salutare.
Con i tentativi falliti di Schirru e Sbardellotto si colma la misura; OVRA (polizia 
politica) e prefetture si impegnano in modo ulteriore nella così detta ‘revisione’ 
sugli  elementi   anarchici  e   nella   stretta  vigilanza   a   seguito  anche   di   nuove 
disposizioni appositamente  impartite  dal  ministero  dell’interno.  Si  arrestano 
perfino tre persone sorprese a deporre garofani rossi sulla tomba di Schirru. 
Ciò   nonostante   le   maglie   del   controllo   si   rivelano   sufficientemente   larghe 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

almeno   per   consentire   la   propaganda.   Macchinisti   in   servizio   sulle   linee 


ferroviarie di confine e marittimi si prestano al trasporto clandestino ed alla 
distribuzione di manifestini ed opuscoli. Fra le altre cose vengono introdotti e 
capillarmente diffusi l’appello “Una parola di anarchici ai lavoratori d’Italia” ed 
il numero unico “Lotta anarchica per l’insurrezione armata contro il fascismo”, 
stampati   in   Francia.   Un’operazione   di   polizia   a   vasto   raggio   porta   alla 
scoperta di ‘covi’ e basi di appoggio per questa propaganda in ogni parte del 
paese,   perfino   fra   i   confinati   nelle   isole.   Seguono   arresti,   abbondanti 
sequestri   di   manifesti   sovversivi   e   deferimenti   conseguenti   al   Tribunale 
Speciale. A Ponza Bruno Misefari ed Alfonso Failla promuovono fra 80 dei 
400   confinati   presenti   la   costituzione,   insieme   ad   una   cassa   comune   di 
solidarietà, di una ‘Federazione Anarchica Italiana’ con una piccola biblioteca 
funzionante   ed   assidue   ‘conversazioni   teoriche’.   A   Torino,   a   Livorno   ed   a 
Genova nel corso dell’anno 1931 vengono smascherati altrettanti ‘complotti’ 
orditi   da   associazioni   anarchiche   ricostituite   nella   clandestinità   con 
coordinamento a livello cittadino ed organizzate in gruppi rionali.
La morte a Roma di Errico Malatesta, sopraggiunta per broncopolmonite il 22 
luglio 1932 e che segue di pochi mesi quella di Luigi Galleani, si ripercuote 
senza   dubbio   sulle   strategie   del   movimento   anarchico   italiano   dell’esilio   e 
dell’interno che, quantomeno, perdono un loro punto di riferimento non solo 
simbolico.   Un’epoca   ed   un   percorso   politico   iniziati   nel   secolo   precedente 
ancora   con   il   metodo   cospirativo   sono   interrotti   dall’evento   luttuoso.   Nella 
capitale viene distribuito un manifestino di commemorazione stampato alla 
macchia (“Errico Malatesta è morto!”). Il governo rivolge ancora un severo 
richiamo   alla   divisione   Polizia   politica   al   fine   di   aumentare  ulteriormente   il 
controllo   “in   considerazione   dell’intensificata   attività   dei   gruppi   anarchici   e 
della loro persistenza nell’ordire attentati contro il Regime”.
L’attività   cospirativa   in   Italia
e l’esilio antifascista
Il ‘Bollettino delle Ricerche’ del ministero dell’interno, 1932­’37, registra per 
alcune regioni e per alcuni anni (ad es. Toscana 1933 e ’34) gli anarchici al 
primo   posto   per   numero   di   ricercati,   dove   generalmente   erano   secondi 
soltanto ai comunisti e sempre prima degli altri raggruppamenti antifascisti. 
“Sempre   stando   alle   indicazioni   delle   carte   di   polizia   ­   scrive   Cerrito 
­generalmente   propense   a   classificare   come   comunisti   anche   gli   anarchici 
inseriti direttamente nelle organizzazioni comuniste o collegati indirettamente 
con le medesime, con elementi comunisti o ritenuti comunque tali per il loro 
definirsi   comunisti­anarchici,   nel   1932­’37,   numericamente   gli   anarchici   e   i 
comunisti si equivalevano”. 
Al confino la ribellione è una costante. A Ponza nel 1933, in 152 protestano 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

contro i soprusi fascisti e numerosi anarchici vengono per questo condannati 
(Failla,   Grossuti,   Bidoli,   Dettori   e   molti   altri).   A   Ustica   l’anarchico   Arturo 
Messinese prende a schiaffi il direttore della colonia che voleva obbligarlo al 
saluto romano.
Molto numerosi sono gli anarchici costretti all’esilio, soprattutto in Francia. Fra 
gli   esponenti   più   conosciuti:   Luigi   Fabbri,   Ugo   Fedeli,   Armando   Borghi, 
Alberto Meschi, Camillo Berneri. E in Francia prosegue lo scontro violento per 
difendere   l’ambiente   dell’emigrazione   dalle   infiltrazioni   fasciste,   ma   si 
partecipa anche alle lotte operaie. Negli attentati cadono Nicola Bonservizi, 
segretario   del   Fascio   di   Parigi,   Carlo   Nardini,   vice   console,   don   Cesare 
Cavaradossi,   sacerdote   e   funzionario   del   consolato.   Alcuni   anarchici, 
desiderosi   di   rovesciare   il   fascismo   in   Italia   attraverso   un’immediata 
insurrezione,   rimarranno   invischiati   nella   provocazione   ordita   da   Ricciotti 
Garibaldi.   Questi,   conosciutissimo   per   aver   organizzato   in   guerra   il   corpo 
volontari italiani delle Argonne, aveva infatti progettato una spedizione armata 
in   Italia   coinvolgendo   molti   fuoriusciti.   L’impresa   però   si  era   subito   rivelata 
come una montatura dei servizi segreti di Mussolini.
Ma   la storia  dell’anarchismo  italiano  esule  in  Francia  traspare  anche  dalla 
consistenza di periodici e numeri unici che esso edita oltralpe a partire dal 
1923 fino al 1938, con code anche nel dopoguerra. Sono ben 58 le testate 
anarchiche,   stampate   in   Francia   in   lingua   italiana,   reperite   da   Leonardo 
Bettini.   La   periodicità   è,   ovviamente,   varia   (raramente   settimanale)   ed 
irregolare   in   alcuni   casi.   Tralasciando   i   temi   tradizionali   e   ‘storici’   della 
propaganda anarchica e le questioni organizzative del movimento (che sono 
comunque presenti), preme segnalare alcuni dei fogli ‘specializzati’ e rivolti 
maggiormente   ai   temi   specifici   dell’antifascismo:   “La   Voce   del   Profugo”, 
direttore  Meschi,   giornale   antifascista  e  di  propaganda  sindacale  classista; 
“Campane a stormo”, edito dopo l’assassinio di Matteotti a cura del Comitato 
italiano d’azione e di propaganda antifascista e alla cui redazione partecipano 
anche socialisti e repubblicani; il mensile di Marsiglia “Non molliamo”; “Lotta 
anarchica”   del   1930­’31   ­   sottotitolo:   Per   l’insurrezione   armata   contro   il 
fascismo ­, portavoce dell’Ucapi; la rivista “La Lotta Umana”. L’emigrazione 
anarchica italiana è attiva e presente, in misura minore, anche in Belgio (con 
stampa   e   iniziative   pubbliche),   in   Inghilterra,   in   Svizzera.   In   quest’ultimo 
paese   però,   dalle   colonne   del   ‘Risveglio’   ci   si   esprime   contro   qualsiasi 
ventilata ipotesi frontista e di coordinamento unico della lotta: “I gruppi, senza 
confondersi  e  seguendo ciascuno  il proprio  cammino,  possono  convergere 
tutti contro il fascismo [...] L’azione insurrezionale deve partire dai più diversi 
punti della periferia e non da un centro, quasi sempre esitante e ritardatario”. 
E’ una posizione questa ripresa nell’emigrazione americana, particolarmente 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

da   Armando   Borghi,   già   segretario   generale   dell’Usi,   e   da   “L’Adunata   dei 


Refrattari”,   foglio   settimanale   (poi   quindicinale),   pubblicato   a   New   York 
ininterrottamente dal 1922 al 1971. L’emigrazione degli anarchici italiani negli 
Stati Uniti, pur costellata di aspre polemiche interne, ritrova l’unità d’azione in 
iniziative   come   la   campagna   pro   Sacco   e   Vanzetti,   il   sostegno   alla   lotta 
cospirativa contro il fascismo in Italia, il soccorso ai fuoriusciti.
Nel 1934 il movimento in esilio in Francia si divide fra ‘anarchici indipendenti’, 
organizzati in Federazione, e quelli favorevoli invece o ad un avvicinamento 
alla   Concentrazione   antifascista   o   ad   un’adesione   al   Fronte   Unico.   La 
questione resterà aperta per lungo tempo. Il Soccorso Anarchico alle vittime 
politiche   ed   alle   loro   famiglie   moltiplica   intanto   gli   sforzi.   Il   ministero   della 
giustizia   informa   sugli   aiuti   che,   sebbene   talvolta   soggetti   a   sequestro, 
puntualmente   giungono   all’indirizzo   dei   detenuti,   perfino   ai   ‘banditi’   come 
Santo Pollastro e Giuseppe De Luisi. I “soliti manifestini anarchici” vengono 
rinvenuti ancora in treni provenienti d’oltralpe, in Val d’Aosta e a Torino. Si 
tratta   questa   volta   di   un   appello   intestato   “Gli   anarchici   ai   lavoratori”.   E’ 
l’ennesimo   invito   a   lavorare   per   la   rivoluzione   espropriatrice   anticapitalista 
contro ogni genere di dittatura, sia pure bolscevica, e contro il politicantismo 
socialista, per andare ­ si dice ­ “oltre la democrazia”.
Espulso dall’Uruguay rientra nel frattempo in Italia Ugo Fedeli che, scontati 
alcuni mesi di carcere,  si stabilisce a Milano dove “riprende la sua attività 
politica non appariscente”, confermandosi ancora come militante di prima fila, 
nei contatti soprattutto con le strutture operative del Soccorso anarchico in 
Sicilia ed in Francia. Da Tunisi, nell’arco di pochi mesi giungono per posta a 
decine di recapiti nelle provincie di Palermo, Trapani e in Sardegna altrettanti 
plichi   di   manifestini,   in   parte   intercettati   dalla   polizia,   intitolati   “Abbozzo   di 
proclama al popolo italiano” e firmati: Gli Anarchici. La sostanza del contenuto 
è un richiamo all’insurrezione in quanto si reputa che il fascismo potrà cadere 
solo attraverso un atto di forza. Una volta rovesciato il regime ­ si precisa ­ i 
contadini dovranno occupare le terre, gli operai le fabbriche, quindi “ridarsi 
alla quotidiana fatica, ma col fucile a portata di mano”.
L’attivismo sfrenato delle forze di polizia e l’esigenza, che non sempre può 
essere   soddisfatta,   dei   risultati   portano   talvolta   a   situazioni   comiche 
paradossali,   brutti   scherzi   probabilmente   giocati   dagli   stessi   anarchici 
braccati.   Come   quando   viene   diramato   a   tutte   le   prefetture   del   Regno   un 
avviso   di   ricerca   per   un   anarchico   abruzzese   “ignorante”   dall’improbabile 
nome   di   ‘Mannaggia’,   o   ci   si   accanisce   contro   una   fantomatica   “cellula 
toscana   del   Lilli”.   Si   dà   anche   molto   credito   (in   base   alle   nuove   direttive 
impartite da Mussolini all’Ovra) agli informatori, specie se ex­anarchici come 
nel caso di tale Giuseppe Guelfi da Massa. Questi nell’aprile 1934 promette di 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

far smascherare un comitato nazionale di agitazione anarchica con sede in 
Livorno, diretta emanazione della Concentrazione antifascista parigina; due 
mesi   dopo   vengono   così   eseguite   in   quella   città   in   contemporanea   23 
perquisizioni ad altrettante persone da lui indicate ­ tutti amici di Consani ­ ma 
l’esito è negativo. Allo stesso modo fallisce il tentativo dell’Ovra di inserirsi, 
usando   il   nome   di   Schicchi,   nella   corrispondenza   del   Soccorso   anarchico 
internazionale. 
La questione, divenuta annosa, del fronte unico contro il fascismo e, più in 
generale, delle alleanze nel periodo di transizione, viene definita a Parigi, nel 
1935,   in   un   “Convegno   d’intesa   degli   anarchici   italiani   emigrati   in   Francia, 
Belgio e Svizzera” a cui partecipa lo stato maggiore dell’anarchismo italiano 
con Camillo Berneri, Enzo Fantozzi, Umberto Marzocchi ed altri. “Distruggere 
l’impalcatura dello stato fascista ­ è l’obiettivo contingente ­ ed impedire che 
domani,   dietro   le   spalle   di   un   governo   provvisorio   pseudorivoluzionario,   si 
affermi   un   governo   di   restaurazione   demo­social­liberale   o   una   dittatura 
bolscevica”. Le risoluzioni del convegno prevedono la possibilità di una “libera 
intesa” con Giustizia e Libertà, sindacalisti e repubblicani di sinistra nel segno 
forse   delle   comuni   matrici   teoriche   ispirate   a   laicismo,   insurrezionalismo, 
pluralismo, autonomia del movimento operaio, federalismo. Esse sanciscono 
anche la formalizzazione della rottura ormai nei fatti con i comunisti (esclusi i 
gruppi dissidenti) e con i socialisti (esclusa la minoranza massimalista).
A seguito del convegno parigino sono poste in essere proposte immediate di 
azioni  quali:  la  costituzione  di un  comitato libertario  che  procuri  le armi ai 
volontari che dovranno rientrare in patria a condurre la lotta armata contro il 
fascismo; la presa di contatto diretta e gli accordi definitivi con i compagni 
dell’interno; la redazione di manifestini contro la guerra d’Etiopia peraltro già 
sollecitati dall’Italia. 
Nel medesimo periodo vengono rinvenuti (ma altri arriveranno a destinazione) 
ancora in un treno proveniente dalla Francia 14 involti contenenti tre tipi di 
manifestini: “Dichiarazione degli anarchici al proletariato italiano”; “Contro la 
guerra   ed   il   fascismo”;   “Alle   forze   rivoluzionarie   italiane”.   Il   testo   di 
quest’ultimo in particolare ­ firmato: L’Intesa Rivoluzionaria Italiana ­ non privo 
di  riferimenti  all’anarchismo   storico,   richiama  comunque   direttamente  per   il 
linguaggio usato e per le conclusioni al movimento di ‘G.L.’. Gli altri due tipi di 
manifestini   ­   a   firma:   Gli   Anarchici   proscritti   ­   ricalcano   invece   posizioni 
politiche già  note e cioè  che  l’abbattimento  del fascismo  sarà inseparabile 
dalla fine del regime capitalista e dello Stato, e quindi che la successione, il 
passaggio   alle   forme   repubblica,   costituente   e   dittatura   proletaria   sono 
nient’altro che un inganno.
Le notizie che arrivano dalla Spagna nel corso del 1936 infiammano gli animi. 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

La   rivolta   popolare   contro   i   generali   fascisti   spinge   molti   fra   gli   anarchici 
italiani residenti in Francia ad accorrere a Barcellona e ad aggregarsi nelle 
colonne della CNT­FAI. Con la parola d’ordine “oggi in Spagna, domani in 
Italia”   si  formerà   di  lì  a   poco,  con   il  concorso  di  giellisti e   repubblicani,   la 
Colonna   italiana,   sezione   Ascaso   della   CNT­FAI,   sulla   base   di   accordi 
sottoscritti da Berneri, Mario Angeloni e Carlo Rosselli, ciascuno per la sua 
parte politica. La contraddizione fra guerra antifascista e rivoluzione sociale e, 
soprattutto   il   rifiuto   della   militarizzazione   da   parte   degli   anarchici   italiani 
porteranno   allo   scioglimento   della   stessa   colonna.   L’epilogo   tragico   si 
consuma   nel   contrasto   irreparabile   fra   alcune   delle   forze   antifasciste   in 
campo, in particolare con i ‘governativi’ comunisti staliniani che si rendono 
responsabili degli assassinii di Berneri e Barbieri.
In Italia intanto l’Ovra registra informali ‘riunioni di combriccole anarchiche’ fra 
operai delle fabbriche del nord, nelle osterie dei quartieri popolari nelle grandi 
città, e incontri di anarchici conosciuti con rappresentanti di ‘G.L.’ e del partito 
repubblicano, continua ad annotare gli spostamenti poco chiari degli elementi 
sospetti. 
Per   il   1938   i   prefetti   di   Mussolini   segnalano   una   perdurante   presenza 
organizzativa  del  movimento  specie   in   Sicilia  e   in   Toscana,   ad   esempio   a 
Piombino, ed inoltre che “esistono in Italia, e funzionano in collegamento tra 
loro gruppi anarchici in specie a Torino, Trieste, Livorno, Roma e Genova; la 
fonte principale degli aiuti finanziari parrebbe l’America del Nord”.
Gli ultimi terribili anni del regime fascista, i primi della nuova guerra mondiale, 
vedono gli anarchici italiani prostrati a causa della gravissima sconfitta subita 
in   Spagna.   In   Francia   sono   in   parte   ridimensionate   le   vecchie   strutture 
dell’esilio   antifascista   ora   maggiormente   orientate   al   soccorso   del   popolo 
iberico. Nell’interno in molte località, in seguito alle recenti ondate di arresti e 
invii   al   confino,   le   attività   cospirative   e   di   propaganda   hanno   subìto   un 
rallentamento e soprattutto sono tagliati in gran parte i contatti con l’estero ed 
a livello nazionale. Il capo della polizia valuta per il 1939 come ancora vigenti 
pochissimi canali di comunicazione anarchica con l’estero: dalla provincia di 
Belluno con Ginevra; da Firenze e dal Valdarno con Marsiglia; dalla provincia 
di Livorno con New York e con la Francia; da Roma con Parigi.
Al momento dello scoppio della guerra il Comitato Internazionale di Difesa 
Anarchica   con   sede   a   Bruxelles,   composto   da   italiani,   francesi,   spagnoli, 
tedeschi e belgi, pubblica uno speciale Bollettino plurilingue destinato anche 
alla diffusione in Italia. Il contenuto del foglio, la cui redazione è attribuibile a 
Mario   Mantovani,   risulta   di   impostazione   prettamente   pacifista   e   di 
‘equidistanza’tra gli stati belligeranti.Esso si differenzia da ogni posizione di 
adesione pura e semplice alla guerra antinazista espressa invece da alcuni 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

settori   dell’anarchismo   internazionale,   specie   nell’AIT.   Su   ciò   pesano 


evidentemente valutazioni a caldo sul patto di non aggressione russo­tedesco 
appena stipulato. La parola d’ordine è sempre e comunque ancora quella di 
opporre l’insurrezione degli sfruttati alla guerra degli sfruttatori.
Dalla   clandestinità   alla   lotta
partigiana
Nel giugno 1942 un convegno clandestino che si tiene a Genova indica al 
movimento un percorso di liberazione che esplicitamente prevede una prima 
tappa intermedia, e infatti così si esprime la mozione che ne scaturisce:
“Essendo   il   fascismo   il   primo   caposaldo   da   demolire   e   ogni   colpo   da 
chiunque   tirato   sarebbe   sempre   desiderato,   in   questa   azione   ci  troveremo 
gomito a gomito con l’arma in pugno anche con quegli elementi le cui finalità 
sono   in   contrasto   con   le   nostre   o   sono   indefinite   [...]   Ma,   caduto   il   primo 
caposaldo, cioè il fascismo, ogni corrente rivoluzionaria avanzerà le proprie 
rivendicazioni [...] Perciò nostro preciso compito crediamo sia questo: lavorare 
contro   il   fascismo   sì,   con   chiunque:   ma   esigere   da   chiunque   il   diritto 
all’affermazione dei nostri sacrosanti principi libertari”.
Risulta chiaro fin da subito quindi come gli intenti della lotta siano fermamente 
rivoluzionari,   ma   anche   come   si   tenga   in   considerazione   e   facilmente   si 
profetizzi   che   molti   fra   i   possibili   compagni   di   strada   dell’oggi   potranno 
domani   mutarsi   in   avversari.   Per   questo   stesso   periodo   le   fonti   di   polizia 
riferiscono   che,   da   parte   di   anarchici   non   meglio   precisati   residenti   in 
Piemonte,   in   Lombardia   e   nelle   Marche,   viene   fondato   un   movimento 
antimilitarista denominato “PERDERE PER VINCERE” dedito alla diffusione 
di stampa clandestina e sovvenzionato dal noto Luigi Bertoni di Ginevra.
Ma la spinta decisiva si può dire che giunga dai confinati. E’ un nutrito gruppo 
di   anarchici   quello   che   si   trova   ancora   relegato   nelle   isole,   soprattutto   a 
Ventotene. Si tratta per lo più di militanti ormai temprati dalle battaglie, in molti 
casi   già   estradati   dalla   Francia   (dal   campo   di   concentramento   di   Vernet 
d’Ariège), paese nel quale erano a suo tempo rientrati dopo aver partecipato 
alla guerra di Spagna. Nelle famose ‘mense’, strutture logistiche del confino 
formate secondo criteri di affinità e appartenenza politica, si discute intanto 
animatamente   dei   programmi   e   delle   prospettive   unitarie   della   lotta 
antifascista. Ad esempio il direttivo comunista di Ventotene, alla vigilia della 
caduta di Mussolini, vota un documento che, mentre prefigura e delimita in 
modo  preciso il  campo  delle  alleanze, indica  contemporaneamente  gli altri 
nemici da battere oltre ai fascisti e lancia la parola d’ordine della “Lotta senza 
quartiere contro i nemici dell’unità proletaria: nel Partito socialista, Modigliani 
e Tasca, nel massimalismo gli antisovietici e anticomunisti, negli anarchici gli 
anticomunisti”.   Invece   fra   i   componenti   della   numerosa   colonia   degli 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

anarchici,   seconda   per   numero   in   quell’isola   popolata   da   circa   ottocento 


confinati, in una assemblea plenaria si cerca piuttosto di sanare i contrasti 
annosi   fra   compagni   del   movimento,   di   rilanciare   la   lotta   operaia,   di 
riallacciarsi   a   quella   pratica   dell’unità   proletaria   già   sperimentata   in   epoca 
prefascista. 
Intanto nel meridione appare significativo quanto si verifica a Cosenza dove 
già nell’ottobre 1942 gli anarchici fondano un ‘Comitato provinciale del Fronte 
unico nazionale per la libertà’. 
Dopo il convegno clandestino di Genova si infittisce ulteriormente la rete dei 
contatti   fra   i   piccoli   gruppi   informali   già   esistenti   un   po’   ovunque   e   le 
individualità   in   particolare   nell’Italia   centrale.   L’artefice   principale   di   tutto 
questo lavorìo è il vecchio Binazzi di Torre del Lago, già redattore a La Spezia 
del   settimanale   “Il   Libertario”;   il   primo   importante   risultato   conseguito   sul 
piano organizzativo è la convocazione di una serie di convegni clandestini 
interregionali   che   si   tengono   tutti   a   Firenze;   questo   mentre   vivi   sono   gli 
entusiasmi per le notizie, fornite dalla stampa clandestina, sui primi scioperi 
operai nelle fabbriche del nord. Il 16 maggio 1943, nell’abitazione del fornaio 
Augusto   Boccone,   si   tiene   la   prima   di   queste   riunioni   che   formalmente 
costituisce   la   Federazione   Comunista   Anarchica   Italiana.   Sono   presenti 
delegati   provenienti   da   Bologna,   Faenza,   Genova,   La   Spezia,   Livorno, 
Firenze, Torre del Lago, mentre avevano inviato la loro adesione i gruppi di 
Carrara e Pistoia. Vengono così stampate a cura del tipografo Lato Latini, e 
diffuse nelle varie località, mille copie di un manifestino contenente un appello 
ai lavoratori ed il programma minimo della neocostituita federazione. 
In   esso   si   ribadiscono   i   punti   cardine   sui   quali   incentrare   la   lotta 
rivoluzionaria: rifiuto della guerra in quanto prodotto del sistema capitalistico; 
appoggio   ad   ogni   forma   di   opposizione   al   regime   nell’ambito   di   un 
antifascismo   intransigente;   per   la   libertà   di   pensiero,   di   stampa,   di 
associazione e anche contro ogni forma possibile di dittatura rivoluzionaria 
transitoria; contro la monarchia e per la costituzione di “libere federazioni di 
comuni, autonomi, composte di liberi produttori”. 
Certamente   si   pone   anche   la   questione   dei   rapporti   con   il   Pci,   la   cui 
organizzazione   clandestina   dimostra   peraltro   grande   efficienza   e 
penetrazione   nelle   masse.   Così,   sempre   a   Firenze,   si   tiene,   poco   dopo 
l’uscita pubblica di questo programma minimo, un incontro segreto fra una 
delegazione   ristretta   di   esponenti   anarchici   e   una   del   Pci.   Non   si   hanno 
notizie precise sugli argomenti all’odg per questo inusuale rendez­vous, se 
non che il risultato “fu un fiasco”.
La   caduta   del   fascismo,   l’avvento   della   nuova   dittatura   militare   di   Pietro 
Badoglio con il 25 luglio, ed il suo noto proclama agli italiani sulla guerra che 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

continua, con l’avvertenza perentoria alla sinistra rivoluzionaria che “chiunque 
si   illuda   di   turbare   l’ordine   pubblico,   sarà   inesorabilmente   colpito”,   fanno 
ulteriormente surriscaldare il clima di attesa impaziente fra i confinati. La così 
detta   ‘storia   dei   45   giorni’,   iniziandosi   con   il   coinvolgimento   in   ambito 
governativo  di un comitato  delle opposizioni  antifasciste,  vede  per  forza di 
cose   la   parziale   risoluzione   della   questione   confino.   Il   capo   della   polizia 
Senise  invia un dispaccio urgente  a tutte le direzioni  delle  colonie: “Prego 
disporre subito scarcerazione prevenuti disposizione autorità PS responsabili 
attività politiche escluse quelle riferentesi comunismo e anarchia”. I primi a 
partire   da   Ventotene   (dove   è   direttore   Marcello   Guida,   futuro   questore   di 
Milano   nel   1969)   dopo   la   compilazione   delle   liste   distinte   per   gradi   di 
pericolosità politica, sono gli ‘antifascisti democratici’ e quelli di ‘G.L.’, dopo i 
socialisti,   infine   i   comunisti.   Restano   alla   fine   nell’isola   circa   200   confinati 
politici   fra   anarchici   e   cittadini   italiani   di   origine   slovena   o   croata.   Ma   il 
dispaccio ministeriale che dispone la liberazione anche di questi ultimi coatti 
giunge   quando   questi   sono   già   stati   ormai   avviati   al   campo   di 
concentramento di Renicci d’Anghiari (Arezzo) ­ uno dei peggiori d’Italia sia 
per   il   numero   di   internati   (in   genere   prigionieri   di   guerra   slavi)   che   per   i 
comportamenti   del   personale   di   sorveglianza   ­   ove   giungono   dopo   varie 
peripezie  il  giorno   23   agosto.   A  questo  punto  gli  anarchici  sono  rimasti  in 
sessanta   circa.   L’8   settembre   i   prigionieri   chiedono   in   massa   le   armi   per 
opporsi all’occupazione tedesca e per tutto il giorno seguente si organizzano 
comizi nei vari settori del campo. Nella rivolta rimane ferito Alfonso Failla. La 
via della fuga di massa da Renicci, con i tedeschi alle porte, è dunque aperta 
da questo episodio di ribellione. 
A   Firenze   intanto,   nella   clandestinità,   rivede   la   luce   “Umanità   Nova”   già 
soppresso   dal   fascismo,   tiratura   iniziale   1800   copie,   destinata   a 
quadruplicarsi   nei   due   anni   successivi.   Il   primo   numero   esordisce   con 
l’editoriale: “Salute a Voi, o compagni d’Italia e di tutti i paesi; noi, dopo un 
lungo   e   forzato   silenzio,   riprendiamo   con   immutata   fede   il   nostro   posto  di 
battaglia per la liberazione di tutti gli oppressi”.
Per   tutto  il  1944   gli  anarchici  d’Italia,   pur   nelle   differenti  situazioni  locali   e 
talvolta   in   condizioni   di   estrema   debolezza,   impegnati   nel   movimento 
partigiano,   caratterizzeranno   la   loro   azione   nel   senso   dell’antifascismo 
intransigente   e   della   preparazione   insurrezionale,   della   ricerca   anche   di 
programmi da attuare nel concreto per la fase di transizione. Si pubblica così 
un   nuovo   ‘programma   minimo’   che   denota,   sull’onda   della   impostazione 
berneriana   del   1935,   importanti   punti   di   contiguità   con   il   filone   azionista­
repubblicano e liberalsocialista. Non mancheranno comunque gli appelli “ai 
socialisti onesti” ed alla collaborazione fattiva con la base del Pci. 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

La   proposta   anarchica   del   ‘Fronte   Unico   dei   Lavoratori’   si   inserisce   nei 


contesti diversificati della lotta armata e della criticata esperienza dei CLN, 
della   riorganizzazione   del   movimento   operaio   a   sud   e   nelle   zone   liberate, 
innescando però non poche contraddizioni. Ci si oppone comunque, dentro la 
Confederazione   Generale   del   Lavoro,   al   nuovo   totalitarismo   sindacale 
dominato dai partiti. Si cercano anche effimere alleanze con i settori della 
dissidenza comunista come nel caso della fondazione a Milano nel 1944 della 
Lega dei Consigli Rivoluzionari. Ma i nemici più convinti di qualsiasi possibile 
versione del Fronte Unico rivoluzionario dei lavoratori sono gli Alleati i quali, 
tramite   connivenze   ad   ogni   livello,   non   esitano   a   fare   abbondante   uso   di 
sistemi   repressivi   giungendo   fino   all’eliminazione   fisica   di   quadri   scomodi 
della Resistenza, come nel caso degli anarchici piacentini Canzi e Fornasari.
La fine del regime mussoliniano coincide nel meridione con la rinascita e lo 
sviluppo di quel filone socialista­libertario popolare e contadino rimasto allo 
stato di latenza negli anni del fascismo. Per gli anarchici che si trovano nel 
Regno del Sud si tratta di combattere una vera e propria guerra su due fronti 
e   non   solo   dunque   contro   i   nazifascisti,   per   la   libertà   di   stampa   e   di 
organizzazione   negata   dagli   eserciti   ‘liberatori’   delle   grandi   nazioni 
democratiche.
Alla   vigilia   dell’insurrezione   di   aprile   i   partigiani   anarchici   lanciano,   dalla 
Genova   dei   portuali,   l’ultimo   appello   al   popolo,   mentre   ancora   da   Firenze 
“Umanità Nova” ripubblica il ‘programma minimo’.          
La   Resistenza   si   sviluppa   come   è   noto   in   quei   territori   dell’Italia   centro 
settentrionale   rimasti   in   mano   tedesca   e   costituenti   la   Repubblica   Sociale 
Italiana.   Gli   anarchici   partecipano   alla   lotta   armata   in   maniera   cospicua 
quanto a tributo di uomini e di sangue, ma subiscono d’altro canto totalmente 
l’egemonia   delle   altre   forze   della   sinistra.   Talvolta   militano   in   proprie 
specifiche  formazioni  partigiane,  ma   più  spesso  si  trovano  inquadrati nelle 
“Garibaldi”, nelle “Matteotti”
o in G.L.
A Roma gli anarchici sono presenti in particolare nella formazione comandata 
dal   repubblicano   Vincenzo   Baldazzi,   personaggio   noto   per   la   sua   antica 
amicizia per Malatesta. Fra i caduti: Aldo Eluisi alle Fosse Ardeatine; Rizieri 
Fantini, fucilato a Forte Bravetta; Alberto Di Giacomo detto ‘Moro’ e Giovanni 
Gallinella deportati a Mathausen senza ritorno; Ettore Dore (di origine sarda, 
già combattente della colonna Ascaso in Spagna) rimasto ucciso durante una 
missione oltre le linee.
Nelle   Marche   gli   anarchici   militano   nelle   differenti   formazioni   partigiane 
presenti ad Ancona, Fermo, Sassoferrato e a Macerata dove cade Alfonso 
Pettinari, già confinato, commissario politico in una brigata ‘Garibaldi’.
associazione culturale Hop Frog - Salerno

Piombino operaia, centro siderurgico con una notevole tradizione libertaria e 
sindacalista   rivoluzionaria,   è   la   protagonista   di   una   sommossa   popolare 
contro   i   nazifascisti   già   il   10   settembre   1943.   Fra   i   protagonisti 
dell’insurrezione Egidio Fossi, Renato Ghignoli e Adriano Vanni; quest’ultimo 
attivo poi nella resistenza in Maremma.
A Livorno gli anarchici sono tra i primi ad impadronirsi delle armi custodite 
nelle   caserme   e   nell’Accademia   navale   di   Antignano   al   fine   di   rifornire   le 
bande partigiane. Inquadrati nei GAP e nella Divisione Garibaldi partecipano 
ad   operazioni   di   guerriglia   nelle   provincie   di   Pisa,   Livorno   e   in   Maremma. 
Nell’opera di liberazione dei rastrellati e carcerati si distinguono fra gli altri 
Virgilio Antonelli, a sua volta già confinato ed internato dal 1926 al 1941 quasi 
ininterrottamente, e Giovanni Biagini.
Consistente e determinante l’apporto libertario nella resistenza apuana che 
qui assume anche le caratteristiche di vera e propria guerra sociale. Sono 
attive   nella   zona   di   Carrara   formazioni   partigiane   libertarie, 
complessivamente   composte   da   oltre   un   migliaio   di   uomini,   denominate: 
“G.Lucetti”,   “Lucetti   bis”,   “M.Schirru”,   “Garibaldi   Lunense”,   “Elio”,   SAP 
“R.Macchiarini”, SAP­FAI. Dopo l’8 settembre un gruppo di anarchici fra cui 
Romualdo   Del   Papa   guidano   l’assalto   alla   caserma   Dogali   e   spingono   gli 
alpini a  disertare  e ad  aderire alla  lotta partigiana.  Nasce così  la “Lucetti” 
comandata   da   Ugo   Mazzucchelli   e   che   agisce   nell’ambito   della   Brigata 
Apuana.   Alla   fine   del   1944   lo   stesso   Mazzucchelli,   a   seguito   di   un 
rastrellamento  che  costa  la  vita  a  sei dei  suoi  uomini,   ripara  in Lucchesia 
salvo poi rientrare prima dell’arrivo degli alleati a liberare Carrara con la sua 
formazione “Schirru”. Fra i partigiani anarchici più conosciuti vi sono inoltre il 
comandante   Elio   Wochievich,   Venturelli   Perissino,   Renato   Macchiarini,   il 
giovanissimo Goliardo Fiaschi, Onofrio Lodovici, Manrico Gemignani, i figli di 
Mazzucchelli Carlo e Alvaro, Alcide Lazzarotti, ecc..
A Lucca ed in Garfagnana, sui cui monti agiscono anche militanti pistoiesi e 
livornesi, gli anarchici sono soprattutto presenti nella formazione autonoma 
comandata da Manrico Ducceschi “Pippo”. Fra i partigiani libertari lucchesi 
noti vi sono: Federico Peccianti, nella cui casa si riunisce il CLN; Luigi Velani, 
aiutante maggiore nella “Pippo”.
A   Pistoia   agisce   la   formazione   anarchica   “Silvano   Fedi”   composta   da   53 
partigiani. Il primo gruppo di resistenza si costituisce ad opera di Egisto e 
Minos   Gori,   Tito   e   Mario   Eschini,   Tiziano   Palandri   e   Silvano   Fedi. 
Leggendaria   la   figura   del   giovane   comandante   da   cui   prende   il   nome   la 
banda, vittima di una imboscata dai contorni poco chiari (come testimonierà il 
vicecomandante   Enzo   Capecchi)   ­tesagli   dai   tedeschi   su   probabile  
“delazione di italiani”. La stessa formazione, con Artese Benesperi alla testa, 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

è la prima ad entrare in Pistoia liberata.
A   Firenze   si   costituisce,   alle   dipendenze   del   comando   militare   del   Partito 
d’Azione,   una   prima   banda   armata   che   agisce   sul   vicino   monte   Morello 
comandata   dall’anarchico   Lanciotto   Ballerini,   caduto   in   combattimento 
medaglia d’oro alla memoria. Al poligono di tiro delle Cascine sono fra gli altri 
fucilati gli anarchici Oreste Ristori, settantenne già coatto nel 1894, e Gino 
Manetti. In provincia di Arezzo gli anarchici sono presenti nella resistenza in 
Valdarno, con un’attiva partecipazione anche ai CLN locali, ed in Valtiberina 
con   Beppone   Livi   “Unico”   che   assolve   compiti   di   collegamento   fra   la 
formazione   ‘Bande  Esterne’,  i  comitati  di  liberazione   aretino  e   toscano,   ad 
Arezzo e a Firenze.
A Ravenna si ha una folta presenza libertaria nella 28^ Brigata Garibaldi e 
rappresentanza adeguata nel CLN provinciale. La prima pattuglia partigiana 
che entra in Ravenna liberata è comandata dall’anarchico Pasquale Orselli. 
Notevole il tributo di sangue.
In   provincia   di   Bologna   e   Modena   gli   anarchici   contribuiscono   alla 
costituzione delle prime brigate partigiane a Imola con la “Bianconcini”, ed a 
Bologna con la “Fratelli Bandiera” e la “7^ Gappisti”. A Reggio Emilia cade 
fucilato Enrico Zambonini; un distaccamento della ‘Garibaldi’ prenderà il suo 
nome. A Piacenza si ergono le figure di Savino Fornasari e di Emilio Canzi, 
accomunati   dal   singolare   destino   di   morire   in   incidenti   stradali   causati   da 
automezzi alleati. Canzi in particolare comanda tre divisioni e 22 brigate, per 
un totale di oltre diecimila partigiani!
Le formazioni di La Spezia e Sarzana agiscono in stretto contatto con quelle 
della vicina Carrara con due gruppi comandati dagli anarchici Contri e Del 
Carpio.   Renato   Olivieri,   già   detenuto  politico   per   23   anni,   e   Renato   Perini 
cadono durante uno scontro a fuoco con i nazifascisti.
A   Genova   la   presenza   libertaria   nella   resistenza   supera   i   400   partigiani 
(“Pisacane”,   “Malatesta”,   SAP­FCL,   SAP­FCL   Sestri   Ponente),   di   cui   25 
caduti   in   combattimento.   Qui   la   Federazione   Comunista   Libertaria,   fallita 
l’ipotesi di Fronte Unico, deve affidarsi per la lotta armata unicamente alle 
proprie forze.
Nella Torino industriale, particolarmente alla FIAT e durante l’insurrezione alle 
‘Ferriere   Piemontesi’,   agisce   la   formazione   anarchica   denominata   33° 
battaglione   SAP   “Pietro   Ferrero”.   Fra   i   caduti:   Dario   Cagno,   fucilato   per 
complicità nell’uccisione di un gerarca, e Ilio Baroni, già ardito del popolo a 
Piombino.   Nell’astigiano   si   registrano   invece   presenze   libertarie   fra   i 
‘garibaldini’. 
A   Milano   la   lotta   clandestina   è   iniziata   da   Pietro   Bruzzi   che   viene   subito 
catturato ed ucciso dopo tortura  dai nazifascisti. Gli anarchici  dopo  la sua 
associazione culturale Hop Frog - Salerno

morte costituiscono le brigate “Malatesta” e “Bruzzi” forti di 1300 partigiani, in 
un secondo momento inquadrate nelle formazioni “Matteotti” e che avranno, 
sotto il comando di Mario Perelli, un ruolo di primo piano nella liberazione di 
Milano.   A   Como   opera   la   “Amilcare   Cipriani”;   in   provincia   di   Pavia   la   2^ 
Brigata   “Malatesta”;   mentre   nel   bresciano   gli   anarchici   sono   attivi   in   una 
formazione mista G.L.­Garibaldi.
A   Verona   l’anarchico   Giovanni   Domaschi   (11   anni   di   carcere   e   nove   di 
confino, due evasioni) fondatore del locale CLN, viene arrestato dai tedeschi 
e deportato a Dachau dove muore.
In Friuli Venezia Giulia alcuni anarchici sono inseriti in formazioni comuniste 
come   la   Divisione   Garibaldi­Friuli.   A   Trieste  i   collegamenti   con   i   partigiani 
sono tenuti da Giovanni Bidoli, poi scomparso nei lager tedeschi insieme a 
Carlo Benussi, un altro anarchico friulano. Attivo anche Nicola Turcinovic che 
ben presto però si trasferisce da Trieste a Genova dove continua a militare 
nelle   formazioni   partigiane   della   FCL.   Nell’alta  Carnia,   dove   Italo   Cristofoli 
muore   durante   l’assalto   alla   caserma   tedesca   di   Sappada,   gli   anarchici 
contribuiscono alla costituzione di una Zona Libera autoamministrata.
“Le   loro   formazioni   di   combattimento   ­   ha   scritto   Cerrito   in   merito   alla 
partecipazione   anarchica   alla   Resistenza   ­   rimangono   legate   al   Partito 
Comunista,   al   Partito   Socialista,   al   Partito   d’Azione.   Nei   CLN   ai   quali 
partecipano con delegati qualificati non riescono mai ad imporre una linea 
politica rivoluzionaria, un atteggiamento in qualche modo orientato in senso 
libertario.   Anche   se   essi   non   sono   secondi   a   nessuno   nella   lotta   armata 
contro   il   nazifascismo,   non   riescono   a   superare   il   gradino   di   inferiorità 
psicologica in cui li pone la loro carenza organizzativa e la mancanza di un 
programma politico uniforme”.
Dopo la liberazione ­ mentre al sud il movimento si trovava già ad un buon 
livello   organizzativo   una   volta   costituita   l’Alleanza   Gruppi   Libertari   ­   le 
federazioni comuniste libertarie che man mano si erano costituite convocano 
a   Milano   il  primo   convegno   interregionale   per   l’alta   Italia  nel  giugno   1945. 
All’odg:   l’unità   sindacale   e   il   tema   ostico   della   collaborazione   libertaria   ai 
CLN;  la riorganizzazione  del  movimento  giovanile  e  la convocazione di  un 
congresso costitutivo della FAI.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
AA.VV., Atti della giornata di studi su L’Antifascismo rivoluzionario. Tra passato e presente, 
Pisa 25 aprile 1992, BFS 1993; 
AA.VV.,  Giornali   anarchici   della   Resistenza   1943­’45   /   Gli   anarchici   e   la   lotta   contro   il 
 fascismo in Italia /     Il fuoriuscitismo in Francia e Spagna , Ediz. Zero in Condotta, Milano 
1995;
A. DADA’, L’anarchismo in Italia: fra movimento e partito. Storia e documenti dell’anarchismo 
italiano, Teti editore Milano 1984;
associazione culturale Hop Frog - Salerno

I.ROSSI,  La ripresa del movimento anarchico italiano e la propaganda orale dal 1943 al 
1950, RL Pistoia 1981;
P.BIANCONI,  Gli  anarchici  nella  lotta  contro  il  fascismo,  Ediz. Archivio  Famiglia  Berneri, 
Pistoia 1988;
G.CERRITO,  Gli anarchici nella resistenza apuana, a cura di A.Dadà, Maria Pacini Fazzi 
Editore, Lucca 1984;
M.ROSSI,  “Avanti   siam   ribelli...”   Appunti   per   una   storia   del   movimento   anarchico   nella 
Resistenza, BFS, Pisa 1985;
M.LAMPRONTI,  L’Altra   Resistenza.   L’Altra   Opposizione   (comunisti   dissidenti   dal   1943   al 
1951), Antonio Lalli Editore, Firenze 1984;
C.VENZA,Umberto Tommasini. L’anarchico triestino, ediz. Antistato Milano 1984;
L.CAVALLI, C.STRADA, Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti 
in Lombardia, 1943­1945, Franco Angeli, Milano 1982,;
G.MANFREDONIA,  Les   Anarchistes   italiens   en   France   dans   la   lutte   antifasciste,   in 
“Collection de l’Ecole francaise de Rome”, Roma n.94/1986;
M.R.   BIANCO,  Les  anarchistes   dans   la   Resistance,   vol.   2,  Témoignages  1930­1945,   in 
“Bulletin” C.I.R.A., Marseille, n.23/25 del 1985;
L. DI LEMBO,  Il movimento anarchico a Firenze (1922­30), in “Città & Regione”, Firenze, 
n.6/1980;
I.TOGNARINI (a cura di),  Guerra di sterminio e Resistenza. La provincia di Arezzo 1943­
1944, E.S.I., Napoli 1990;
L.BETTINI, Bibliografia dell’anarchismo, vol.1, tomi I e II, C.P. editrice, Firenze 1972­1976;
AA.VV.,  Italiani   nella   guerra   di   Spagna   1936/1938.   Un   contributo   di   libertà,   in   “Archivio 
Trimestrale”, Roma, n.1/1982;
G. Manfredonia, La lutte humaine. Luigi Fabbri, le mouvement anarchiste italien et la la lutte 
contre le fascisme, Editions du Monde Libertaire, Paris 1994;
“Bollettino del Museo del Risorgimento”, Bologna a. XXXV 1990 (Atti del Convegno di studi 
su   Armando   Borghi   nella   storia   del   movimento   operaio   italiano   e   internazionale, 
Castelbolognese, dicembre 1988); 
“Almanacco Socialista”, Milano, Ed. Avanti!, 1962;
“A­Rivista anarchica” Milano, n.4/1973;
“Rivista Storica dell’Anarchismo”, Pisa, nn. 3 e 4 del 1995.