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ARGENTA

DALLA RICOSTRUZIONE DEL 1492 ALLA DISTRUZIONE DEL 1945

Francesco Pertegato

ARGENTA DALLA RICOSTRUZIONE DEL 1492 ALLA DISTRUZIONE DEL 1945 Francesco Pertegato Stop al consumo di territorio

Stop al consumo di territorio - Argenta

2

CONTENUTO

1492-1545: il dopoguerra

p.

3

Dalla residenza del visconte al S. Monte di Pietà e alla Pretura

p.

7

Dal palazzo Arnassani Tommasi al Municipio

p. 13

L’ Arcipretale e Collegiata di S. Nicolò

p. 19

Schede tecniche dei reperti

p. 21

Cronologia e comparazioni stilistiche

p. 27

Appendice Argenta nella guerra tra Ferrara e Venezia (1482-1484) Le testimonianze dei cronisti

p. 34

Argenta contesa da Ravenna e Ferrara

p. 34

L’entrata in scena di Venezia: gli antefatti

p. 37

La dichiarazione di guerra

p. 39

Gli attacchi sferrati contro Argenta

p. 40

Una pace sofferta e non duratura

p. 44

3

Pietre che parlano n 2: i quindici capitelli rinascimentali e alcuni altri marmi di

ARGENTA DALLA RICOSTRUZIONE DEL 1492 ALLA DISTRUZIONE DEL 1945

1492-1545: il dopoguerra

Francesco Pertegato

Dal devastante bombardamento del 12 aprile 1945 e dalla successiva opera di ricostruzione, del centro storico di Argenta non si sono salvati che pochi reperti marmorei, tra i quali: 15 capitelli, due stemmi di forma ovale, due grandi mensole, e una cinquantina tra colonne e basamenti perlopiù frammentari. Recuperati negli anni ’70 del secolo scorso per iniziativa di chi scrive e di Gianni Ricci Maccarini, compianto animatore dell’Assessorato alla Cultura, sono stati prima ricoverati parzialmente in S. Domenico, poi dispersi tra varie sedi, non ultime delle quali depositi ‘di fortuna’ di Soelia.

Oggi il loro studio, intrapreso su sollecitazione dell’Amministrazione Comunale, ha consentito non solo di fissarne a decennio la cronologia ma anche di scoprire le circostanze che, tra lo scorcio del XV secolo e la prima metà del XVI, avevano portato ad una vera e proprio rifondazione della cittadina, a seguito di un

passaggio altrettanto drammatico della sua storia. Per i capitelli, oltre agli elementi di tipo stilistico una fortunata chiave di lettura si è rivelata essere la rara epigrafe (fig. 1) che figura in uno dei quattro del gruppo A (vedi schede a p. 21, figg. A1-A4), quello siglato A1 nella recente classificazione, attualmente utilizzato come acquasantiera nella cappella dell’ospedale Mazzolani Vandini. Alla base della calata si legge infatti: “BARTOLAMEI . PIOLI. VICE / CO. ET . VICARII . 1492”. Segnala un personaggio pubblico e, forse, l’anno di costruzione di un edificio di prestigio istituzionale.

Il personaggio è Bartolomeo Dioli

1

(la P di Pioli è un errore del marmoraro) il quale si qualifica viceco (mes) e

vicario. Si tratta del funzionario che in quel momento rivestiva, su nomina del duca d’Este (Ercole I), le due

massime cariche civili della comunità cittadina, quelle di visconte e di vicario 2 (vd. Appendice).

quelle di visconte e di vicario 2 (vd. Appendice). Fig. 1 Una ricerca altrettanto fortunata sui

Fig. 1

Una ricerca altrettanto fortunata sui pochi fondi dell’Archivio Comunale scampati alla devastazione bellica, grazie alla preziosa collaborazione di Benedetta Bolognesi che dell’Archivio e della Biblioteca è l’attuale animatrice, ha consentito di individuare in un Registrum della comunità (1393-1606) la segnalazione di

1 E’ inserito, tra 1492 e 1493, nell’elenco dei visconti stilato da L. Magrini, Argenta nelle memorie storico-cronologiche raccolte dal dott. Luigi Magrini, Milano, 1988, pp. 27-8. Gli succede Sigismondo, segnalato la prima volta il 25 luglio 1493; Statuta terrae argentae e veteri manuscripto codice nunc primum edita, Ferrara 1781, ex Typographia Camerali, p. 239 (Argenta, Archivio Storico Comunale, Segn. 1, Class. 1). Il 23 luglio 1499 compare “Andreas de Maffeis de Ferraria leg. doct. vicecomes pro Hercule Estensi duce Ferrariae”; ASRa, Porto, vol. 1222, n. 12; cfr. S. Bernicoli, Governi di Ravenna e di Romagna, a cura di E. Bottoni, Ravenna, Società di Studi Ravennati, 2013, p. 365. 2 In una lettera inviata al duca Alfonso I da tale Sarachus si accenna all’uso recente di assegnare gli incarichi della

viscontaria e del vicariato ad una sola persona; Statuta terrae argentae

, cit., pp. 263-4.

4

Bartolomeo (Bartolum de diolo), nel 1488 (fig. 2) 3 , come uno dei due consules, figure che avevano un ruolo

di spicco all’interno del Consiglio Generale. La famiglia Dioli era ovviamente tra le prime per censo: un suo

parente o congiunto (Checco) in quello stesso torno d’anni è tra i benefattori dell’Ospedale di S. Giovanni

(vedi più avanti) e lo stemma dei Dioli è documentato da Demetrio Bandi, nella seconda metà del XIX 4 (fig.

8). Fig. 2 La data in epigrafe sul capitello (1492) corrisponde presumibilmente all’edificazione del palazzo
8).
Fig. 2
La
data in epigrafe sul capitello (1492) corrisponde presumibilmente all’edificazione del palazzo nel quale

questo, insieme ad altri tre tuttora conservati, e ad un quinto perduto, era collocato. Dal confronto tra i capitelli e le fotografie d’anteguerra si è potuto dedurre la loro provenienza dall’edificio della Pretura (fig. 14).

Come si vedrà più avanti è invece solo attraverso l’indagine stilistica che si è potuto ricavare un’indicazione cronologica sia per i sei capitelli del gruppo C (vedi schede a p. 21, figg. C1-C6), di cui è facile riconoscere

quelli un tempo in opera nel Municipio (fig. 29), sia per i due del gruppo D (vedi schede a p. 22, figg. D1-D2).

Di questi ultimi rimane incerta anche la collocazione; si può solo ipotizzare, sulla base di una illustrazione al

testo del Bertoldi (fig. 3) 5 e di varie segnalazioni, che provengano dall’Archivio Pubblico, il quale completava il colonnato sui tre lati della Piazza Maggiore (così denominata in un documento del 1872); si tratta dei tre corpi di fabbrica visibili sulla sinistra, mentre in fondo è il municipio, e a destra, dal fondo verso il primo piano, il palazzo del Governatore (almeno dal 1658 aveva questa denominazione) e l’’Ufizio Arcivescovale’,

chiamato ‘Residenza arcivescovile’ in una Carta di Argenta del 1767 Legato.

6

, riconoscibile dall’insegna del cardinal

1767 Legato. 6 , riconoscibile dall’insegna del cardinal Fig. 3 3 Argenta, Archivio Storico Comunale, Cartulario

Fig. 3

3 Argenta, Archivio Storico Comunale, Cartulario della Comunità di Argenta (1393-1517), manoscritto cartaceo (Segn. 1, Class. 2). In quell’anno è tra gli elettori: degli estimatori dei danni dati al capo inferiore; dei saltuari dei fondi (c.196v); del

massaro di S. Francesco (c.201v).

4

Copia del repertorio di Demetrio Bandi è conservata presso l’Archivio Storico Comunale di Argenta.

5 F.L. Bertoldi, Memorie storiche d’Argenta, I, Ferrara (per Gaetano Bresciani), 1787; II, 1790; III; parte I, 1815; III, parte II, 1821; III, parte III (postuma), Ferrara (per Domenico Taddei) 1864; III, parte II, p. 41

6

Opera di ‘Antonio Caselli Geometra Argentano’, di proprietà comunale.

5

Non si può escludere che una parte del colonnato antistante l’archivio sia sopravvissuto nel piccolo corpo di fabbrica visibile in una foto anteguerra (fig. 4), a fianco del teatro, edificato nel 1858.

(fig. 4), a fianco del teatro, edificato nel 1858. Fig. 4 Una visione della piazza, come

Fig. 4

Una visione della piazza, come di dice a volo d’uccello, si trova in una mappa di Argenta datata 1658 7 (fig. 5) e in quella inserita dal Bertoldi nell’antiporta del primo volume delle Memorie, attribuita al XVII secolo 8 (fig. 6). Le due legende mostrano una sostanziale corrispondenza nella localizzazione e nelle funzione degli edifici pubblici appena citati.

e nelle funzione degli edifici pubblici appena citati. Fig. 5 Fig. 6 7 La migliore riproduzione

Fig. 5

nelle funzione degli edifici pubblici appena citati. Fig. 5 Fig. 6 7 La migliore riproduzione è

Fig. 6

7 La migliore riproduzione è costituita dalle coperte, fronte e retro, della riedizione del Magrini (vd, nota 1). 8 A. Vasina, Argenta, una storia millenaria fra Ravenna e Ferrara, s.l., Walfrido Edizioni, 2013, p. 25.

6

Il confronto con capitelli ancora in opera a Ferrara e a Ravenna (vedi, più avanti, il paragrafo ‘Cronologia e

comparazioni stilistiche’) avvalora l’ipotesi che i tre edifici corrispondenti alla Pretura e al Municipio e forse in ciò che restava dell’Archivio Pubblico fino al 1945, fossero stati costruiti entro il secondo/terzo decennio del

XVI

secolo.

Per

i due capitelli del gruppo B (vedi schede a p. 21, figg. B1-B2), verosimilmente provenienti da S. Nicolò

(figg. 31-32), dalle testimonianze fotografiche e dal confronto con S. Domenico si può infine dedurre che la chiesa fosse stata eretta pochi decenni più tardi, deduzione confermata da elementi di tipo documentario

(vedi più avanti).

In quale momento storico vengono edificate queste architetture e che significato assumono nella vita della

comunità?

Nel 1492 Argenta fa parte del ducato estense che aveva affrontato, tra 1482 e 1484 9 , una tra le più

devastanti guerre del Rinascimento, quella contro Venezia, scatenata dalla stessa Repubblica; guerra che aveva lasciato Ferrara, ma soprattutto i centri minori dove si era spesso combattuto con particolare asprezza, socialmente depresse ed economicamente stremate. Argenta non era stata conquistata dai veneziani ma i tre attacchi subiti tra l’ottobre del 1482 e il gennaio 1483 l’avevano messa a durissima prova: gli abitanti erano ridotti a poco più della metà di mille.

La sua situazione politico-istituzionale, inoltre, era appesantita dagli attriti tra ordinamento civile, che faceva capo a Ferrara, e giurisdizione ecclesiastica, che dipendeva dall’arcidiocesi di Ravenna. Una lettera del 23 giugno 1496, inviata dal duca al visconte di Argenta, dà un’idea delle difficili relazioni che intercorrevano tra gli organi del governo cittadino e la chiesa ravennate. Dalla lettera, scrive il Bertoldi:

“apparisce che l’Estense Principe dopo di aver approvato che i Canonici di Ravenna esercitar potessero l’officio di visitare le Chiese, e di esaminare i Preti della Riviera di Filo e di Longastrino, per ricorso a lui fatto dall’Arcivescovo, e stante l’essere ciò cosa inusitata, e contra ragione, espressamente gli commise di non permettere, che i medesimi Canonici, o altri per essi facessero tali visite ed esami; e qualora volessero farne, ordinò di vietarnelo in forma, che per cosa alcuna niun pensier loro avesse il suo effetto”

10

.

I danni del conflitto, ingentissimi, avevano provocato un impoverimento destinato a durare anni. Lo scopriamo da un’osservazione critica dello stesso Bertoldi dopo che, il 6 gennaio del 1485, a Ferrara era ripresa l’abitudine di andar mascherati “e ciò per essersi ridestata nel Duca Ercole la passione sua per li divertimenti, e spettacoli pubblici, ch’ebbe già in costume di far godere al suo Popolo ferrarese, e coi quali

anche in quell’anno effettivamente lo tenne allegro”. Cosa che di certo non facevano i cittadini di Argenta: “Al

pari de’ Ferraresi non poterono però così presto andar lieti anche gli Argentani. Troppo per non pochi anni

sentir anzi dovettero e piangere inconsolabili i danni moltissimi recati ad essi dalla fiera sofferta guerra nelle devastate campagne, nelle parecchie case distrutte, nella strage di gran parte de’ suoi abitanti, nel saccheggiamento delle sue più doviziose famiglie; e quindi ben è da credersi che di non breve durata furono

le miserie ed angustie loro. Prova di ciò ne sia il leggersi in lettera scritta dalla duchessa di Ferrara a’ Consoli

ed al Consiglio di Argenta nel dì 11 di Marzo del 1487. che ad istanza da essi fatta per la loro povertade la Principessa acconsentì che si levasse via il Capitano della Piazza con li suoi fanti, e rimanessero soltanto a supplire nelle occorrenze ai bisogni della Terra i quattro fanti che pagava la Ducal Camera, e gli altri due che

teneva il visconte” 11 .

Nello stesso anno, essendo visconte Lodovico de’ Lardi, il Podestà di Filo – la parte sottoposta alla Signoria

di Venezia (indirettamente attraverso Ravenna) – si era recato ad Argenta a prendere il sale fatto trasportare

da Cervia per la via del Fossato Zaniolo “contra gli ordini superiori e l’antica consuetudine; a tale innovazione ed abuso per ricorso fatto da alcuni Argentani il Governo Ducale si oppose, e con lettera de’ Fattori Generali in data dei 28. di Luglio ammiratissimo della novità ne riprese il condescendente Visconte” 12 .

Un documento del 21 aprile dell’anno successivo (1488) attesta che per far fronte ai danni di guerra, era stata rimborsata ad Apollonio Minoto, Camerlengo di Argenta, la ragguardevole cifra di 372.3.10 lire per lavori eseguiti alla bastia dello Zaniolo, alla torre di Bando e soprattutto (quasi i 2/3) a Filo per riparare le case del podestà e del notaio 13 .

9 Vedi Appendice.

F.L. Bertoldi, Memorie storiche d’Argenta, I, Ferrara (per Gaetano Bresciani), 1787; II, 1790; III; parte I, 1815; III, parte II, 1821; III, parte III (postuma), Ferrara (per Domenico Taddei) 1864; III, parte II, p. 144 e nota 127.

11 Ivi, p. 140.
12

13 ASMo, Memoriali della Camera Ducale, reg. 4785/95 c. 63v; riportato in B. Zevi, Biagio Rossetti architetto ferrarese, Torino, Einaudi, 1960, p. 569; Filo era stato incendiato dai veneziani il 20 giugno 1483 (vd. nota 176).

10

Ivi, p. 142.

7

Un ulteriore drammatico segnale di malessere nei confronti dell’amministrazione ducale si ha nel 1489 e a farne le spese è il Camerlengo appena citato: “essendo Camarlingo Ducale in Argenta Apollonio Minotto uomo assai malveduto per le ingiustizie ed estorsioni sue molte, a cagione di queste irritossi talmente contra l’odio del Popolo, che nel lunedi 26. d’Ottobre di quest’anno alcuni degli abitanti l’uccisero” 14 .

In quello stesso mese la comunità, evidentemente esasperata, indirizza una supplica al Duca in questi

termini: “Vostra S. Illma è informatissima de la inopia e povertà de quella terra (d’Argenta) et si de facultate

come anche de homini il numero de quali non sono 600 al presente ni dopoi la guerra (aggiungendo) che in dicto numero e homini gie sonno citadini. contadini. e buoni. e tristi, et excepta la decima parte lo resto ha necessario sudore suo querere panem”. Di seguito i supplicanti: “Ricordano a V.S. che li due terzi di quella terra dormeno senza lecto perche al tempo de la guerra li Soldati li portarono in tuscana e altroue rubando e sforzando15 .

Il 1490 e il 1491 - i due anni di pace che seguono – sono quelli in cui si pongono le basi di una rinascita economica ma anche di un recupero d’importanza politica da parte di Argenta. La “ricostruzione” postbellica – poiché di questo si tratta – è documentata materialmente soprattutto dalla ripresa dell’edilizia pubblica e monumentale.

Una delle prime iniziative è il completamento dell’ospedale della confraternita dei Santi Giovanni Battista ed

Evangelista, risalente a prima del 1374, “[

curavano i poveri infermi colle rendite de’ rispettivi beni lasciati dagl’insigni memorandi benefattori Giovanni

di Pasquale Scarselli, D. Antonio del q. Tommaso Conti, e Checco (o sia Francesco) di Diolo” 16 (trent’anni

più tardi, intorno al 1520, verranno costruiti dirimpetto chiesa e monastero di S. Domenico).

]

nel quale principalmente si ricevevano, alimentavano, e

Di ben maggiore impegno è, nel 1492, la costruzione dell’edificio con loggia colonnata alla quale

appartengono i capitelli del gruppo A, come s’è visto molto verosimilmente la nuova sede del visconte e del vicario civile. Nel 1506, come si vedrà più avanti, viene ampliata e riparata la sede del camerlengo estense 17 . Forse intorno al 1520 viene edificato un altro e più imponente edificio con portico colonnato, divenuto poi sede del Municipio dal quale provengono i capitelli del gruppo C. Se l’ipotesi sopra avanzata fosse corretta, un lungo portico sarebbe stato inoltre costruito alla base ai tre edifici divenuti sede dell’Archivio Pubblico, dal quale potrebbero derivare i capitelli del gruppo D. I capitelli del gruppo B, gli unici sopravvissuti della chiesa di S. Nicolò, sembrano derivati dall’impianto decorativo di quelli del gruppo A, ma con un’alterazione delle proporzioni che giustifica una cronologia di qualche decennio successiva.

Dalla residenza del Visconte al S. Monte di Pietà e alla Pretura

Poco si sa ovviamente dell’originaria residenza viscontea dal quale provengono i quattro capitelli del gruppo

A (figg. A1-A4); da una testimonianza del 1531 si deduce che era fornita di un balcone dal quale il visconte

dava lettura delle comunicazioni importanti del duca 18 . Un altro documento ci informa che fino a quando le cariche di visconte e vicario sono state assegnate a due diverse persone, due erano le residenze; nel momento in cui le due cariche sono state unificate la comunità ha richiesto che una di queste venisse destinata ad altra funzione 19 . Nel 1560 infatti “fu restituita al Comune la casa che era abitata dal visconte per trasportarvi il Monte di Pietà” 20 concesso tre anni prima da Ercole II 21 .

14 Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 142.
15

Ivi, p. 141.
16

17 Vd. nota 68

18 podiolo consueto Domus habitationis Magnifici Domini Vicecomitis et speciali mandato Magnifici Domini

Alfonsi Zerbinati de Ferrariae Ducalis Vicecomitis Argentae

Ivi, pp. 142-3.

19

super

”;

Statuta terrae argentae

,

cit., pp. 254-6.

“Pertanto si supplica V.S. che

dando

li offitij a una sola persona, una de esse case restino in facultà della Communità

qual ni possi disponer a suo beneplacito”; cfr. Bertoldi, op. cit., III, parte II, pp. 263-4.

20

21

Magrini, op. cit., p. 25.

Ivi, p. 24.

8

Successivamente le legende esplicative delle mappa del 1658 e di quella pubblicata dal Bertoldi (XVII sec.) denominano l’edificio rispettivamente ‘Palazzo del Governatore’ e ‘Residenza del Governatore’. In un’ altra

Carta di Argenta, del 1767

22

, viene infine chiamato ‘Palazzo del Governatore’.

Nel marzo del 1746 il notaio Giovanni Pasti stende l’‘Inventario di tutti gli Effetti Camerali esistenti nella terra d’Argenta e suo territorio fatto nell’anno 1746’ 23 , e inserisce in chiusura il suo elegante tabellionato (fig. 7).

inserisce in chiusura il suo elegante tabellionato (fig. 7). Fig. 7 Dall’inventario risulta che il palazzo,

Fig. 7

Dall’inventario risulta che il palazzo, denominato ‘Apostolico’, ospitava anche le carceri e l’Ufficio Consolare

della Comunità. L’edificio viene così descritto: “Nella piazza

c’è il Palazzo Apostolico nell’ingresso del quale v’è una loggia su cui è fabbricato lo stesso palazzo in

facciata; la qual loggia è sostenuta

medesime con sue basi e capeli [capitelli] di marmo, ove sono incise le armi

catene di ferro, ben selciato di pietra a spina, il tutto ben condizionato, e buona qualità; nel mezzo della qual

loggia v’è la porta maggiore del palazzo nel centro del portico di questo”

Da un lato della loggia era l’Uffizio consolare della comunità

del Pallone era il Monte di Pietà, il tutto costituito da un solo edificio 27 .

che

guarda la porta maggiore della medesima

e ligate con sue bone

con

colonne di Macigno n° cinque e due di pietra in angolo, le

25

24

.

d’Este,

, dall’altro le carceri 26 ; girando l’angolo su via

Del tutto incidentalmente apprendiamo che, fino al 1797, nei capitelli delle colonne del palazzo residenziale dell’ex governatore erano presenti: “l’arma della comunità ch’era la prima al levante, quella del visconte ducale Bartolomeo Pioli ch’era una colomba che diffondeva raggi all’intorno [fig. 8], il diamante impresa del duca Ercole [fig. 9], l’arma estense e la spoglia del leone altra impresa d’esso duca, che vedevasi scolpita nell’ultima colonna a ponente”. Queste insegne vengono infatti scalpellate (‘abrasate’) il 5 settembre di

quell’anno, dai Francesi arrivati ad Argenta

della loro permanenza in Argenta 29 . La presenza delle armi estensi conferma che la costruzione del palazzo

del visconte era stata patrocinata dalla corte di Ferrara.

28

. Il fatto è descritto nella cronaca stilata dal Bertoldi nei tre anni

22 Vd. nota 6.

23 Argenta, Archivio Storico Comunale, Segn. 1/3, Class. 17.
24

25 “In fianco

con sue finestre con suoi vetri

26 “All’altro fianco

carceri, con una finestra, con sua ferriata di ferro e finestrino con sua ferriata

un finestrino. A mano destra un’altra carcere denominata

la Galeotta, pur fatta in volto, in qualche parte fatto con attrezzi di giustizia, cioè zeppa di legno incastrata de muri e due

porte inferriate. A sinistra d’esso un’altra camera detta la Larga con due porte inferriate fatta pure in volto con finestra grande, che guarda la piazza del palone con doppia inferriata di grossi ferri, ed il suo scuro al di fuori con catenaccio di

ferro

27 “Seguendo poi lateralmente al suddetto Palazzo vi è una fabrica che serve per il Monte di Pietà e alla abitazione del custode del med.mo, che secondo l’oculare ispezione pare che fosse fabrica tutta unita allo stesso Palazzo Apostolico”; ivi.

28 Argenta entrerà a far parte del Dipartimento del Basso Po. Sulla Repubblica Cisalpina a Ferrara vedi: G. Righini, Giornale del Basso Po, Ferrara, 1962.

29 R. Balzani (a cura di), I diari dell’età giacobina. Le cronache di Argenta di Francesco Leopoldo Bertoldi (1796-1799), Bologna, Edizioni Analisi, 1993, pp. 45-6. Del Bertoldi è stato recentemente pubblicato un manoscritto dal titolo: 1804. Argenta nella Repubblica Cispadana, a cura di P. Bolognesi e R. Moretti, s.l., Walfrido Edizioni, 2013.

Semicolonne in pietra si trovano anche nella villa estense di Belriguardo a Voghiera.

inferiormente

si trova l’Uffizio consolare della Comunità

consistente

nell’ingresso

inferriate

di ferro

v’è

Portico

il

tutto di buona qualità

”;

Proseguendo a mano sinistra una camera

”;

ivi.

in due camere

di

giusta grandezza

Inventario di Giovanni Pasti (vd. nota 23).

il

guardiano delle

selciato fatto in volto, che seguita in un’altra camera

con

due porte

ed

9

9 Fig. 8 Fig. 9 Procedendo nel tempo si ha notizia che il 4 marzo 1864

Fig. 8

9 Fig. 8 Fig. 9 Procedendo nel tempo si ha notizia che il 4 marzo 1864

Fig. 9

Procedendo nel tempo si ha notizia che il 4 marzo 1864 ha luogo la ‘Consegna del lavoro di riduzione a due Botteghe di tre ambienti annessi al locale delle Carceri, e formazione di un nuovo Carcere all’interno dello Stabilimento’, affidandone l’esecuzione ad Antonio Bitelli di Conselice 30 .

Interessante è la lettera del 12 aprile successivo, con oggetto ‘Loggiato del Palazzo della Giudicatura’, che il sindaco Giuseppe Vandini invia al Signor Ingegnere Comunale (Gaetano Guidicini, che sarà autore del progetto per il teatro) in risposta ad una nota di quest’ultimo (N. 114) in cui il primo cittadino sostiene una diversa opinione in merito al previsto intervento sulla facciata. La posizione del sindaco, riportata in nota sembra in una qualche misura prefigurare il moderno dibattito tra istanza estetica e istanza storica 31 .

30 Archivio Storico Comunale, cartella ‘Palazzo della Pretura e Carcere mandamentale dal 1863 al 1925 al 1929’, Segn.

59, Class 37.4, Fasc. 1. 31 Scrive il Vandini: “Il loggiato del Palazzo della Giudicatura posto nel centro della Piazza male si addiceva alla località

in cui giace, ed agli uffici cui dà accesso in causa della deformità impressevi dalla volontà degli uomini e dal decorrere

del tempo. Il lavoro che ora si sta eseguendo tende a renderlo più decente, ed allegro, e la disposizione simetrica richiede una porta finta in prossimità alla vera che se costituisce una colpa ritorna a danno di chi ideò la fabbrica in modo da non permettere il collocamento della porta nel mezzo dello stesso loggiato. Il difetto della finzione può poi in un’epoca più o meno lontana togliersi quando meglio collocata la Scala si stabilisca di dare un differente accesso allo Stabilimento

carcerario, assegnando alle carceri una delle due porte riservando l’altra per gli uffici della Giudicatura.

A parere del sottoscritto niuna critica può farsi al lavoro attuale che ha lo scopo di coprire un difetto di vecchia data, e

quand’anche una critica fosse fatta non potrà mai giungere fino alla S.V. perché troppo nota è la fatta opposizione, perché può dichiarare che il lavoro è stato eseguito per decisa volontà del Municipio che ha trovato la propria opinione

appoggiata nel paese, ed avvalorata dal parere di persone dell’arte che sono state interpellate in proposito. Senza addunque togliere il merito alle osservazioni affacciate col foglio a margine e solo per divergenza di opinioni volendo Ella tenersi alle regole di Euritmia, mentre il Municipio vuole la simetria del Loggiato, si è stabilito di addottare la Porta finta verbalmente si è già fatto conoscere, regolando poi la S.V. l’internamento della Porta e il collocamento dell’inferriata alla lunetta a seconda di quanto sarà per suggerire l’arte e la pratica”; Archivio Storico Comunale, cartella ‘Palazzo della Pretura e Carcere mandamentale dal 1863 al 1925 al 1929’, Segn. 59, Class 37.4, Fasc. 1.

L’ing. Guidicini aveva scritto. “Sono frequenti i casi, nei progetti architettonici, di dovere ricorrere al ripiego di

porte, o delle finte finestre, onde ottenere un simmetrico riparto esteriore dei vani, ma tale riparto non può versi quando il numero dei vani è pari, come appunto si verifica sotto il loggiato di codesta Giudicataria”; ivi. La soluzione prospettata dal sindaco Vandini sarà rigettata e, meno di due anni più tardi la scala sarà spostata (vd. fig. 12).

finte

10

All’anno precedente risale probabilmente un rilievo metrico in matita dello stato di fatto del piano terreno, prima di intraprendere i lavori per ricavare i due negozi sotto il loggiato, nel quale sono ben visibili le semicolonne appoggiate ai pilastri alle due estremità della loggia (fig. 10).

ai pilastri alle due estremità della loggia (fig. 10). Fig. 10 La pianta più antica dell’edificio

Fig. 10

La pianta più antica dell’edificio di cui disponiamo è però del 1872 (fig. 11); oltre al Locale Carcerario è indicata la posizione del Monte di Pietà, sulla piazza che prende il suo nome 32 .

di Pietà, sulla piazza che prende il suo nome 3 2 . Fig. 11 3 2

Fig. 11

32 Archivio Storico Comunale, cartella ‘Palazzo della Pretura e Carcere mandamentale dal 1863 al 1925 al 1929’, Segn. 59, Class 37.4, Fasc. 1.

11

In una mappa di due anni dopo (4 settembre 1874) viene utilizzata per la prima volta la denominazione di

Pretura

degli uffici di Pretura’ allegata al ‘Piano d’esecuzione dei lavori di riduzione e di ristauro del locale per l’Officio di Pretura di Argenta’ (fig. 12).

33

. Si tratta della ‘Pianta del piano superiore del Palazzo della Pretura addimostrante la distribuzione

del Palazzo della Pretura addimostrante la distribuzione Fig. 12 Dal confronto tra le due mappe si

Fig. 12

Dal confronto tra le due mappe si può rilevare che nel giro di due anni la scala era stata spostata. I vani sono, da sinistra a destra e dal basso all’alto: officio del Pretore, anticamera, sala delle udienze (con accesso al balcone, centrale), officio del cancelliere, officio del sostituto conciliatore; archivio; Sala d’ingresso/ usciere 34 . Il monte di Pietà viene denominato ‘Congregazione di Carità’, denominazione che si ritroverà successivamente.

Almeno dal 1878 l’edificio è sede del carcere mandamentale.

Dell’agosto del 1902 è il ‘Progetto per la esecuzione dei lavori

della Pretura e del carcere mandamentale’. Nella premessa è scritto: “L’esterno del palazzo comunale

intestato, cioè la facciata verso piazza Garibaldi, il fianco prospiciente via Mazzini e l’amplio loggiato

pubblico sono stati ristaurati l’ultima volta nel 1874

restauro e nell’elenco dei lavori si legge: “Nei pilastri d’angolo del loggiato

pilastri si rimuoveranno per quanto sarà necessario

colonne di cotto alle estremità del colonnato, riparando i loro fusti per l’altezza di m 1,10 con laterizi semicircolari della fornace Galetti di Imola”, e il “Rifacimento o riparazioni degli archivolti in terracotta del loggiato rimettendo le parti mancanti con laterizi della citata fornace Galetti, tagliati nella forma e disegno necessari” 35 . Da uno schizzo probabilmente realizzato in quell’occasione si ricavano le dimensioni, davvero ragguardevoli, della facciata del Monte di Pietà (fig. 13): larghezza del fronte m. 42,20; altezza sotto il cornicione m 9,70; altezza fino alla cornice marcapiano m. 5,40. Piante a colori dello stesso si trovano nel volume Congregazione di carità. Argenta. Beni Urbani, Febbraio 1936 – XIV 36 .

per

restauro esterno del Palazzo Comunale

mezze colonne accostate ai

”;

prosegue dicendo che c’è bisogno di un nuovo

le

”.

Si prevede inoltre il “Riattamento delle due mezze

33 Ivi.

34 Ivi.

35 ‘Carcere mandamentale, dal 1872 al 1922’, Argenta, Archivio Storico Comunale, Segn. 95, Class. 37.4, Fasc. 4.

36 Argenta, Archivio Storico Comunale, Segn. 1, Class. 3.

12

12 Fig. 13 Il 29 maggio 1909 si effettua un ‘Lavoro di nuova sistemazione delle due

Fig. 13

Il 29 maggio 1909 si effettua un ‘Lavoro di nuova sistemazione delle due botteghe sotto il loggiato del palazzo della Pretura’. Interventi sulle parti metalliche vengono condotti nel 1910. A quella data l’edificio ospitava appartamenti, un negozio di barbiere, la macelleria e i locali della Congregazione di Carità. La macelleria era nello stabile del Monte di Pietà, nella parte di proprietà Comunale. Nel 1928 il locale della cappelleria Cestari viene ceduta al negozio Manzoni che costruisce il magazzino nel cortile del palazzo della Pretura. In una lettera del podestà del 20 aprile si dice che i restauri della facciata del palazzo del Monte di Pietà (condotti nel 1927) competevano per circa 4/5 alla Congregazione di Carità e per circa 1/5 all’Amministrazione Comunale. La parte spettante al Comune riguardava la facciata della Pretura orientata a ovest. Da un documento relativo al palazzo Municipale (vedi più avanti) sembra che, nel 1928, almeno gli uffici della Congregazione di Carità vengano trasferiti in quella sede.

Alla vigilia della guerra così si presentavano la Pretura e l’antistante piazza Garibaldi (figg. 14, 15). Il palazzo, pur molto danneggiato dai bombardamenti, era rimasto in piedi e la loggia era stata utilizzata per qualche tempo prima della sua demolizione (fig. 16).

era rimasto in piedi e la loggia era stata utilizzata per qualche tempo prima della sua

Fig. 14

13

13 Fig. 15 Fig. 16 Dal palazzo Arnassani Tommasi al Municipio Dal confronto con le foto

Fig. 15

13 Fig. 15 Fig. 16 Dal palazzo Arnassani Tommasi al Municipio Dal confronto con le foto

Fig. 16

Dal palazzo Arnassani Tommasi al Municipio

Dal confronto con le foto d’anteguerra i sette capitelli del gruppo C sopravvissuti (figg. C1-C6; vedi schede a p. 21) risultano provenire dalla facciata del Municipio (figg. 28-30) che dava sulla piazza Garibaldi (già Piazza Maggiore). Rispetto al palazzo della Pretura sono più scarse le informazioni che è stato possibile reperire a riguardo dell’edificio denominato ‘Palazzo della residenza Comunale’ nella mappa del 1658 e ‘Residenza del Pubblico’ in quella comparsa nelle Memorie, del Bertoldi. Nella legenda della prima è inserita una piccola integrazione per cui la denominazione risulta essere ‘Palazzo Arnassani ora della residenza Comunale’. Nella citata Carta di Argenta del 1767 viene infine chiamato ‘Palazzo Arnassani ora Residenza Consolare’.

L’edificio viene così descritto nell’inventario del notaio Pasti sopra citato (1746): “Si trova nella Piazza di

Argenta detta del Pallone un Palazzo

posseduto

da Amadore Tommasi come eredi Fortunerio Arnassani,

14

Giorgio Mesi e Olimpia Zanaresi Manzoni, sempre con portico continuativo di sotto parte con colonne di marmo e parte con colonne di pietre intagliate, che sostentano detta fabrica, nel prospetto della quale nel capo inferiore si trovano scritte le seguenti parole “SERVI ALPHONSIJ II DUCIS AUGUSTA LIBERALITATE” (Alfonso II è stato duca dal 1559 al 1597).

Nel 1771 il palazzo, già sede comunale, viene acquistato dal Comune, almeno in base a quanto scritto dal Magrini: “Questo Comune nell’anno 1771 acquistò dalli fratelli conte Lorenzo, ed Amatore Tomasi di Comacchio il palazzo in oggi residenza municipale” 37 .

Altre informazioni si ricavano nel 1797, secondo anno della presenza francese in Argenta, poiché il lunedì 5 settembre “Da uno scalpellino fatto venire dalla nostra municipalità ad Argenta da Ferrara, tutte furono abrasate le diverse arme o stemmi che erano scolpiti nelle colonne di marmo che sostengono il loggiato e palazzo della residenza municipale, ch’erano le armi delle case Arnassani Perini e d’altre antiche famiglie

argentane” 38 . La notizia trova conferma nel fatto che tre dei sette capitelli provenienti dal Municipio portano stemmi, ma abrasi. Gli Arnassani – di cui in fig. 17 si vede l’insegna nella restituzione grafica del Bandi -

erano una famiglia argentana documentata dal 1400 al 1685

studio è Bartolomeo (vedi più avanti), figlio di mastro Nicolò, il quale nel 1486 firma un’attestazione notarile, col suo personale tabellionato al margine sinistro (fig.18) 40 .

39

. Particolarmente interessante ai fini di questo

0 . 39 . Particolarmente interessante ai fini di questo Fig. 17 Fig. 18 Successivamente: “Nell’estate

Fig. 17

39 . Particolarmente interessante ai fini di questo Fig. 17 Fig. 18 Successivamente: “Nell’estate del 1862

Fig. 18

Successivamente: “Nell’estate del 1862 furono fatte varie modificazioni della parte interna del primo ordine

del palazzo di questa residenza

41 . E nel 1864: “

42 . Più avanti: “Sul finire del febbraio 1866 si diede principio

al lavoro di ristauri nella facciata di questo palazzo Municipale. Spostando le finestre dei due piani e col porvi

ringhiere di ferro

lastre di marmo che debbono sostenere le due ringhiere di ferro le quali ringhiere furono affisse al muro nel

dì 4 luglio” 44 .

Verona il loggiato della residenza Municipale

Municipale

il

Comune fece selciare con marmo di

43 . Infine: “Nella facciata del palazzo Municipale fu ieri 4 giugno 1866 collocato a posto le

Il primo documento successivo presente tra le carte comunali è del 26 settembre 1876 (n. 263). Si tratta della contabilità del ‘Compimento del palazzo comunale di Argenta – lato sulla strada della Ripa’ 45 , che

37 Magrini, op. cit., p. 38. L’autore non segnala però la fonte.
38

39 Fontanerio di Arnassano è tra i membri del Consiglio Generale della terra di Argenta (1400) e massaro dell’Ospedale di S. Maria (1405). Giovanni Arnassani, figlio di Mastro Nicolò è notaio (1447). Nel 1464 Causezio Arnassani figura come elettore dei massari dell’ospedale di S. Antonio e come ufficiale degli Statuti. Seguono: Beltrando Arnassani, figlio di Causezio (1465) e Bartolomeo Arnassani, figlio di mastro Nicolò. Giovanni Arnassani è elettore degli Statuti e massaro generale delle Terra di Argenta, mentre Antonio è elettore e ufficiale della stima dei pegni degli ebrei (1508). Nell’estimo del territorio di Argenta, in cui figurano le famiglie proprietarie, compaiono Lancillotto, Cauxeto, mastro Challoxeto e ser Nicolò (1517). Segue Nicolò Arnassani, figlio di ser Giovanni (1602). Don Pietro Arnassani è rettore della chiesa parrocchiale della Villa Lavezola (1668) mentre il dott. Fortuniere Arnassari è notaio (1679) e ha casa in piazza (1685). Ringrazio la d.ssa Benedetta Bolognesi per avermi fornito queste informazioni.

40 Argenta, Archivio Storico Comunale, Cartulario della Comunità di Argenta
41

Magrini, op. cit., p. 57.
42

Ivi, p. 59.
43

Ivi, p. 72.
44

45 Argenta, Archivio Storico Comunale, scatola 21 ‘Palazzo Municipale dal 1911 al 1930’ (Segn. 22, Class. 37.4).

Balzani, op. cit., pp. 45-6.

, cit., c.192r.

Ivi, p. 77.

15

comprende il disegno a matita del nuovo prospetto (fig. 19). Ma i lavori devono essere andati a rilento poiché se ne riparla nel 1899.

essere andati a rilento poiché se ne riparla nel 1899. Fig. 19 Dal disegno si vede

Fig. 19

Dal disegno si vede che l’edificio era a due piani oltre a quello terreno, con due cornici marcapiano; si possono inoltre dedurre le dimensioni generali della facciata: larghezza m. 35,60; altezza m 12,30.

Al progetto sono allegati due altri disegni, relativi alla decorazione a bugnato da terra fino alla prima cornice marcapiano (fig. 20) e quello del cornicione (fig. 21).

a bugnato da terra fino alla prima cornice marcapiano (fig. 20) e quello del cornicione (fig.

Fig. 20

a bugnato da terra fino alla prima cornice marcapiano (fig. 20) e quello del cornicione (fig.

Fig. 21

16

Molto probabilmente degli inizi del ‘900 è una pianta dell’edificio 46 (fig. 22) che aveva forma quadrangolare molto irregolare, con loggiato su Piazza Garibaldi e il fronte più lungo su via Vittorio Emanuele.

Garibaldi e il fronte più lungo su via Vittorio Emanuele. Fig. 22 Il loggiato poggiava su

Fig. 22

Il loggiato poggiava su 10 colonne, inclusa quella dell’angolo sud, più una semicolonna addossata ad un pilastro su quello opposto, oltre il quale la loggia continuava nell’edificio attiguo, ma su pilastri. Nel piano di mezzo sono visibili i due balconi.

Dalla mappa in scala 1:100 si ricavano le dimensioni: la facciata sulla piazza aveva un’ampiezza pari a m 30,5 (la profondità della loggia era di m 2,90); la profondità del corpo di fabbrica sul lato della piazza era m 10 (più il portico), mentre su via Vittorio Emanuele era m 7. In un’altra pianta, probabilmente coeva, si vede il pilastro a nord con due semicolonne ai lati. Un’ulteriore piant è allegata, nell’ottobre 1915, al ‘Progetto per l’impianto del riscaldamento a termosifone nel palazzo municipale’.

Una corposa cartella all’interno della stessa scatola 47 contiene le carte relative ai ‘Restauri Palazzo Mun.le 1926’. La delibera che dà il via al progetto è del 27 maggio 1926. Interessante è la premessa nella quale si precisano gli obiettivi dell’intervento: “Scopo del progetto è uniformare l’edificio all’epoca degli altri esistenti nella pubblica piazza; di rifare il cornicione sulla fronte di Piazza Garibaldi per renderlo identico con quello che tutt’ora conserva il palazzo sulla via Vittorio Emanuele; di sostituire gli attuali balconi in ferro (uno dei quali pericolante ed inservibile) con altri in terracotta e marmo; di rifare gli intonachi, ora cadenti, alle facciate; di sistemare le finestre e di completarle con ornati pure di terracotta; di pulire e di sistemare le colonne e gli archi delle logge, di rinnovare gli infissi e quant’altro risulta da progetto e dagli annessi disegni esplicativi”. Le parti in terracotta sarebbero state realizzate su disegno apposito come si deduce dal richiamo: “Dato il lungo termine occorrente per la formazione delle terrecotte, la Giunta, conoscendo gli intenti del Consiglio, ne ha già dato commissione alla Fornace Flli. Bosi di Ferrara per cui è lecito argomentare che prima del prossimo inverno sarà possibile mettere mano agli importanti lavori di cui trattasi e soddisfare, in tal guisa, oltre che il voto del Paese, una imprescindibile esigenza di decoro cittadino e di estetica”.

46 Argenta, Archivio Storico Comunale, scatola 21 ‘Palazzo Municipale dal 1911 al 1930’, cit.
47

Vedi nota precedente.

17

La documentazione, antecedente la delibera, contiene i disegni relativi a tre possibili alternative di facciata, con varianti di tipo decorativo (figg. 23-25), l’ultima delle quali è quella che sarà realizzata.

l’ultima delle quali è quella che sarà realizzata. Fig. 23 Fig. 24 Fig. 25 Completano le

Fig. 23

delle quali è quella che sarà realizzata. Fig. 23 Fig. 24 Fig. 25 Completano le carte

Fig. 24

delle quali è quella che sarà realizzata. Fig. 23 Fig. 24 Fig. 25 Completano le carte

Fig. 25

Completano le carte del progetto i disegni delle finestre e dei balconi, con le nuove mensole in marmo 48 (fig.

26).

Una precedente lettera, del 1925, presenta in allegato i disegni dei tre stemmi (fig. 27), rispettivamente del

Comune, della casa reale e del fascio

49

che saranno montati in facciata.

48 Prot. n. 2995, 31 luglio 1925; sta in ‘Palazzo Municipale dal 1911 al 1930’, cit. 49 Prot. n. 3766, 29 settembre 1925; ivi.

18

18 Fig. 26 Fig. 27 Due immagini d’anteguerra mostrano la situazione prima (fig. 28) e dopo

Fig. 26

18 Fig. 26 Fig. 27 Due immagini d’anteguerra mostrano la situazione prima (fig. 28) e dopo

Fig. 27

Due immagini d’anteguerra mostrano la situazione prima (fig. 28) e dopo la posa in opera degli stemmi e il rifacimento dei balconi (fig. 30). Si nota chiaramente che le ringhiere metalliche sono state sostituite da balaustre di marmo. Apparentemente le mensole che sorreggono i balconi prima del restauro corrispondono a quelle del disegno di fig. 26. Osservate all’ingrandimento non presentano però la grande foglia di acanto dei reperti marmorei pervenutici, evidentemente montati a conclusione del restauro.

la grande foglia di acanto dei reperti marmorei pervenutici, evidentemente montati a conclusione del restauro. Fig.

Fig. 28

19

19 Fig. 29 Fig. 30 Dato il costo elevato l’affidamento dei lavori per queste ultime opere

Fig. 29

19 Fig. 29 Fig. 30 Dato il costo elevato l’affidamento dei lavori per queste ultime opere

Fig. 30

Dato il costo elevato l’affidamento dei lavori per queste ultime opere è stato piuttosto laborioso. In una lettera del 19 maggio 1928 – An. VI°, firmata dall’Ing. Comunale Paolo Medini 50 , si cita l’offerta del Prof. Mario

Sarto di Bologna. A proposito dei balconi si dice: “

precisamente in marmo Bronzetto per i pilastrini la cimasa e le mensole e con marmo denominato Secchiaio per i balaustri ed il lastrone di base. Il tutto battuto alla martellina e con le ornamentazioni e fregi predisposti nel disegno”. I balconi vengono offerti a L. 11.000 ciascuno mentre i tre stemmi a L. 5.000 per tutti e tre, più

3.500 lire per il trasporto e collocamento in opera. Si concorderà poi una cifra di L. 8.000 per ogni balcone, lasciando gli altri costi invariati. Nel 1929 c’è infine il disegno di una diversa versione degli stemmi, dei disegni dei balconi e della facciata sulla piazza. Nel frattempo (1928) si procede al restauro della facciata su via Vittorio Emanuele (‘parte ove trovasi la Sala Consigliare, gli uffici della Congregazione di Carità etc.’). Sappiamo inoltre che al piano terra tre locali erano destinati a negozi, con ingressi sotto il porticato, di proprietà di Aleotti Alfredo (6 agosto 1926) che il comune intende acquistare. Tra 1926 e 1927 vengono eseguiti lavori per ampliare, restaurare e modificare i “locali adibiti ad uso Caffè al piano terra della Residenza Comunale ed affittati al Sig. Tarroni Romildo” 51 . In precedenza c’era il caffè di Brunetti Secondo (almeno dal 1896).

i

balconi verrebbero costruiti in marmo di Verona e

L’Arcipretale e Collegiata di S. Nicolò

I due capitelli del gruppo B (figg. B1-B2; vedi schede a p. 21) provengono presumibilmente, per la somiglianza con quelli visibili nelle foto anteguerra (figg. 31-32), dalla chiesa di S. Nicolò, denominata ‘Chiesa Cattedrale di S. Nicolò’ e ‘S. Nicolò Arcipretale e Collegiata’, rispettivamente nella mappa del 1658 e in quella pubblicata dal Bertoldi. Sul piano stilistico costituiscono una versione più tarda dei capitelli del gruppo A; tale cronologia sarebbe avvalorata da elementi della parete absidale esterna - le strette lesene su cui si impostano coppie di archetti ciechi lobati (fig. 33) - molto simili a quelle della fiancata sud di S. Domenico, costruita intorno al 1520 52 , la quale mostra, secondo alcuni, ascendenze rossettiane. Questo probabilmente per l’impianto dell’abside ma anche per le lesene che reggono archi ciechi e scandiscono, ad esempio, la fiancata e il transetto sud di S. Nicolò a Ferrara, edificio da Bruno Zevi assegnato a Biagio Rossetti e datato al 1499 53 . La facciata (fig. 34) appare invece stilisticamente più tarda, caso tutt’altro che infrequente.

50 Prot. n. 1560; ivi.

51 Lettera del 10 dic. 1927, Prot n. 4210; ivi.

52 Lo sostengono: D. Bandi, Memorie storiche dell’antica terra di Argenta, Argenta 1869, p. 47; D. Giglioli, Argenta e i suoi dintorni, I, ed. Belriguardo, p. 132. Una diversa indicazione cronologica è sostenuta dal Magrini, secondo il quale la chiesa è stata ingrandita nel 1500 circa e riconsacrata il 4 ottobre del 1577; op. cit., p. 83. Vd. anche Argenta, note storico turistiche, Argenta, Associazione Pro Loco, 1978, pp. 26-7.

53

B. Zevi, Saper vedere l’urbanistica, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1960, fig. 40 e relativa didascalia.

20

20 Fig. 31 Fig. 33 Fig. 32 Fig. 34 Un insperato contributo ad una più precisa

Fig. 31

20 Fig. 31 Fig. 33 Fig. 32 Fig. 34 Un insperato contributo ad una più precisa

Fig. 33

20 Fig. 31 Fig. 33 Fig. 32 Fig. 34 Un insperato contributo ad una più precisa

Fig. 32

20 Fig. 31 Fig. 33 Fig. 32 Fig. 34 Un insperato contributo ad una più precisa

Fig. 34

Un insperato contributo ad una più precisa datazione è venuto dalla citata cronaca del Bertoldi: “Lunedì 5 settembre [1797] - Non fu perdonato a quelle [armi] ch’erano nelle colonne in San Nicolò, ma ancor queste furono scarpellate. Quella della prima colonna a mezzogiorno era l’arma Golditori col nome di sopra Bartolo

de Golditori 1545: sbarra in mezzo e di sotto tre stelle. La seconda era della famiglia Arnassani [fig. 17] colla

marca BR (Bartolomeo Arnassani). La terza era della famiglia Quieti consistente in un leone rampante con

libro aperto fra le zanne ed una sbarra a traverso [54] come palesa l’iscrizione rimasta “Antonius de Quietis”.

La prima a settentrione era parimenti l’arma Golditori col nome sopra rimastovi “Ludovicus Golditori” 1543; la

seconda era l’arma Mattioli come indica la marca B.M. (Bartolomeo Mattioli) rappresentante un castello di tre torri e fascia a traverso, e indi un leone in atto di correre. La terza era un’aquila a mezza vita coll’ali aperte con uno scudo in cui era impresso un P, arme, a parer mio dell’antica famiglia Pasini” 55 . Come si può rilevare l’interno della chiesa e in particolare le colonne dovevano essere state erette nel quinto decennio del secolo, collocazione del tutto coerente con le caratteristiche rilevate sul piano stilistico.

Di un altro edificio monumentale, in uso all’arcivescovo e difficile da identificare, ci informa il citato inventario

del 1746: “Si pone anche per notizia ritrovarsi dentro la terra d’Argenta alla parte inferiore per la via

Marchesana un Palazzo antico

non s’è potuto [visitare]

ora

goduto da Mons. Arcivescovo di Ravenna, quale per ritrovarsi chiuso

ed in pessimo stato” 56 .

malcondizionato

54 Una fascia trasversale si intravede nello scudo del capitello B1.

Balzani, op, cit., pp. 45-6. 56 Inventario del notaio Giovanni Pasti, cit.

55

21

Schede tecniche dei reperti

L’esame dei capitelli provenienti dai crolli bellici consente di individuare quattro tipi diversi tra loro (A, B, C, D).

A

- N. 4 capitelli di ordine composito, attualmente collocati: 1 riutilizzato come acquasantiera (dx)

della cappella dell’ospedale (fig. A1), 2 riutilizzati come acquasantiere nella chiesa di S. Nicolò ad Argenta (figg. A2-A3 ), 1 nei depositi di Soelia (fig. A4). Dimensioni: circonferenza misurata immediatamente sopra l’astragalo, cm 134,5 (pari ad un diametro di cm 42,8, che corrisponde a quello del collarino della colonna); altezza 43/44,5; dimensioni dell’abaco, quadrato, cm 53,5/54,5. Descrizione: capitelli di ordine composito, voluta ionica sui quattro lati, abaco modanato, echino liscio, calata con foglie di acanto stilizzato agli spigoli che sorreggono le volute e, in alcuni casi, stemma al centro (i 2 utilizzati come acquasantiere in S. Nicolò e quello nella cappella dell’ospedale, tutti abrasi). L’esemplare della cappella dell’ospedale fornisce la datazione, in un’epigrafe incisa alla base della calata: “BARTOLAMEI . PIOLI. VICE / CO . ET . VICARII . 1492. L’osservazione delle fotografie anteguerra consente di ipotizzare che i capitelli siano 4 dei 5 del portico della Pretura (figg. 14-15). Agli stessi è stato possibile associare due delle colonne pervenuteci.

B

- N. 2 capitelli, anch’essi di ordine composito, ora così dislocati: 1 montato sopra una colonna nei

giardini pubblici di Argenta (fig. B1) e 1 riutilizzato come fonte battesimale nella chiesa parrocchiale

di

Filo (fig. B2).

Dimensioni: circonferenza misurata sopra l’astragalo, cm 133,5/137 (diametro 42,5/43,6); altezza cm 56,2/57; dimensioni abaco, quadrangolare, cm 67x65. Descrizione: capitelli di ordine composito, simili a quelli del gruppo A, a parte una voluta molto meno espansa che conferisce loro una forma più snella, e la composizione vegetale a tre foglie presente al centro della calata, su tre dei quattro lati; sul quarto lato è presente: nell’esemplare ora a Filo uno scudo lobato al centro del quale è una croce latina in rilievo, in quello ora ai giardini uno scudo simile dove però il rilievo è abraso (ne rimane una piccola porzione in cui sembra di riconoscere l’inizio di una fascia obliqua, che richiama le due sul campo dello stemma con leone rampante che si trova nel frammento di colonna riutilizzato nell’altare laterale destro in S. Nicolò). 57 Dal confronto con le fotografie d’anteguerra si può sostenere che i capitelli siano 2 dei 6 (?) della distrutta chiesa di S. Nicolò (figg. 31-32).

C

- N. 7 capitelli, sempre di ordine composito, conservati rispettivamente: 1 nell’ufficio del Sindaco

(fig. C1), 2 trasformati nelle basi degli altari laterali di S. Nicolò (figg. C2-C3), 3 nei depositi di Soelia (figg. C4-C6), 1 in collezione privata. Un altro, molto danneggiato e documentato da una foto a fianco della porta d’accesso di casa Ghetti, è stato successivamente rubato. Dimensioni: circonferenza, misurata al di sopra dell’astragalo, cm 122 (corrispondente ad un diametro di cm 39); altezza da 48/50 cm. Descrizione: capitelli d’ordine composito; voluta ionica sui quattro lati, abaco lobato, modanato, con

al centro una corolla a quattro petali; echino liscio; calata con foglie di acanto di raffinata resa

naturalistica agli spigoli, al centro stelo di acanto fiorito nel quale, in tre casi (l’esemplare ora

nell’ufficio del Sindaco, quello utilizzato come base dell’altare minore destro in S. Nicolò e quello in collezione privata), è inserito uno scudo di famiglia, ora abraso; in quello dell’altare laterale sinistro

gli

stemmi sono due, in posizione opposta (in quello anteriore nello scudo compaiono le lettere L A

P;

la A è sormontata da una piccola croce). Le infiorescenze sono di due tipi diversi, contrapposti.

Rispetto ai capitelli dei gruppi A e B la struttura è molto più articolata, la forma più snella e il trattamento della decorazione più raffinato. L’osservazione delle foto d’epoca consente di accertare che questi capitelli sono 7 dei 9 del palazzo Municipale (figg. 28-30). Agli stessi è stato possibile associare 3 colonne intere e due spezzoni, tra i materiali recuperati dalle distruzioni di guerra. Allo stesso edificio appartenevano due mensole (vedi schede E, qui di seguito; figg. E1-E2).

57 Si tratta evidentemente di uno stemma nobiliare (il leone rampante è – tra l’altro - una delle imprese estensi) o di famiglia.

22

D – N. 2 capitelli, di ordine composito conservati rispettivamente: 1 ora adattato ad acquasantiera

(sx), nella cappella dell’ospedale (fig. D1), 1 in collezione privata. Dimensioni: circonferenza misurata alla base, 115 cm (diametro cm 36,6); altezza, cm 41;

dimensioni dell’abaco cm 59x59. Descrizione: capitelli di ordine composito; voluta ionica riconoscibile solo sul fronte e sul retro (ai lati

le volute sono rivestite di foglie d’alloro); abaco modanato; echino ovulato; calata costituita dalla

sommità di una colonna scanalata, rudentata. Diversi dagli altri anche nelle dimensioni, non risulta fossero stati impiegati negli edifici di cui ai tre gruppi precedenti. La documentazione fotografica anteguerra non ha consentito di individuare l’edificio di provenienza ma solo un’ipotesi, per esclusione: potrebbe trattarsi del portico antistante l’ ‘Archivio Arcivescovile’ (fig. 3) o ‘Archivio Pubblico’, come viene denominato rispettivamente nella mappa del 1658 e in quella pubblicata dal Bertoldi.

Allo stesso gruppo di materiali appartengono: due mensole (E); due stemmi ovali di pertinenza ecclesiastica (F).

E

– N. 2 mensole (fig. E1). Una delle due mensole è spezzata in due frammenti.

Dimensioni cm 121x35. Descrizione: profilo ad S orizzontale (a volute contrapposte). Decorazione: sulle facce laterali è costituita da una cornice ad ovuli al margine superiore, da una gola sottostante e da due infiorescenze a quattro petali entro le volute; sulla faccia rivolta verso il basso è scolpita una foglia di acanto orientata longitudinalmente verso l’esterno, con l’estremità arricciata al di sotto della voluta (fig. E2).

Quasi certamente costituiscono due delle quattro che sostenevano i due balconi in facciata del palazzo Municipale (fig. 30). Risalgono al restauro della facciata del Municipio condotto tra il 1926 e

1929, documentati da un disegno in scala di ottima fattura, anche se assai sbiadito (fig. 26). La somiglianza con le mensole che sorreggono il balcone d’angolo di palazzo Strozzi-Bevilacqua a Ferrara (fig. E3), fanno pensare che siano state queste il modello per il progettista.

il

F

– N. 2 stemmi ovali di pertinenza ecclesiastica

F1 - Dimensioni: cm 66x89. Descrizione: scudo polilobato (fig. F1); campo diviso in due da una fascia trasversale orizzontale; immediatamente sopra la fascia sono tre stelle a sei punte, al di sopra sinistro e destrocherio incrociati tra i quali è inserita una croce; sotto la fascia sono i monti Chigi. Alla sommità dello scudo è collocata la tiara papale, al lati della quale sono visibili le mappe della chiavi di S. Pietro (incrociate sotto lo scudo), i cui occhielli spuntano lateralmente; tra i due occhielli pende una corda terminante

con due fiocchi.

Si tratta evidentemente di uno stemma papale, riferibile ad Alessandro VII (1655-1667), al secolo

Fabio Chigi. Gli aspetti formali sono sostanzialmente compatibili con questa datazione. F2 - Dimensioni: cm 48x64. Descrizione: nel campo di uno stemma lobato (fig. F2), delimitato da ampie volute e completato da una croce sulla sommità, è un muro di grandi pietre squadrate, sormontate da una fiaccola accesa (?). Lo stemma è sovrastato dal cappello cardinalizio, con le due corde che scendono ai lati descrivendo le volute consuete.

E’ lo stemma di un cardinal Legato, forse Girolamo Spinola legato apostolico a Ferrara dal 1678. Le caratteristiche stilistiche sono compatibili con una realizzazione tra la seconda metà del sec. XVII e

la

prima di quello successivo 58 .

E

attestato che, con l’arrivo dei Francesi ad Argenta nel giugno 1796, il 26 del mese vengono

rimosse dagli edifici pubblici le insegne del potere pontificio dalla Pubblica Residenza, dal Palazzo

del Governo e dall’Archivio Pubblico notte tra il 10 e l’11 agosto 60 .

59

; ricollocate il 3 luglio vengono definitivamente rimosse nella

58 E’ l’ipotesi avanzata dal Magrini, op. cit., p. 188. 59 Domenica 26 giugno [1796] Susseguentemente

Pignatelli legato di Ferrara e del cardinal Carafa protettore della nostra comunità, che stavano sopra l’ingresso della pubblica residenza; quella del legato che stava sopra l’ingresso del palazzo del Governo; le altre del medesimo e del vice legato monsignor Michele della Greca che stavano sopra l’ingresso dell’archivio pubblico; e parimente si

decancellarono quelle del papa, del legato e vice legato ch’erano dipinte a mezzogiorno sul muro della torre della piazza”; Balzani, op. cit., p. 23.

furono

levate le armi del regnante pontefice Pio VI, del cardinal

60

Ivi, p. 33.

23

Nel 1797, il 13 febbraio, è la volta di quelle stavano nella facciata di S. Nicolò 61 . Seguono quelle

(pontificia, del legato e del vice legato) che ornavano, tre a destra e tre a sinistra, il palazzo della Municipalità: dopo essere state coperte di gesso (3 marzo 1797) 62 , vengono portate a terra (19 e 20

luglio 1797)

piazza, anch’esse in precedenza coperte di gesso (nell’operazione una si era spezzata) 64 . Il 24 e il

28 luglio vengono infine tolti o coperti con colori a olio altri stemmi, tra i quali quello della comunità

scolpito nella lapide a memoria del terremoto e voto del 1624, in S. Nicolò

63

. Il 21 luglio vengono poi rimosse quelle dalla facciata dell’Ufficio Arcivescovile in

65

.

Difficile ritenere che i due stemmi pervenutici facessero parte di quelli ‘atterrati’ il 3 marzo 1797 dal

palazzo Comunale, come testimoniato dal Magrini

novembre del 1899 in una escavazione effettuata dal Consorzio Idraulico nella fossa Manica 67 . Non si tratta in ogni caso di due dei tre visibili nella facciata del Municipio in una foto d’anteguerra (fig. 30), di soggetto diverso e risalenti al restauro del 1926-29, dei quali è conservato il disegno a colori (fig. 27).

66

; non si esclude invece siano quelli ritrovati il 6

27). 66 ; non si esclude invece siano quelli ritrovati il 6 Fig. A1 Fig. A2

Fig. A1

; non si esclude invece siano quelli ritrovati il 6 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3

Fig. A2

esclude invece siano quelli ritrovati il 6 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 6

Fig. A3

invece siano quelli ritrovati il 6 Fig. A1 Fig. A2 Fig. A3 Fig. A4 6 1

Fig. A4

61 Ibidem.

62 Ivi, p. 37.
63

Ivi, p. 43.
64

65 Ivi, pp. 43-4.
66

Ivi, p. 38.
67

Ibidem.

Ivi, pp. 187-8.

24

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. B1

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. C1

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. B2

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. C2

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. C3

24 Fig. B1 Fig. C1 Fig. B2 Fig. C2 Fig. C3 Fig. C4

Fig. C4

25

25 Fig. C5 Fig. D1 Fig. C6 Fig. D2 Fig. E1

Fig. C5

25 Fig. C5 Fig. D1 Fig. C6 Fig. D2 Fig. E1

Fig. D1

25 Fig. C5 Fig. D1 Fig. C6 Fig. D2 Fig. E1

Fig. C6

25 Fig. C5 Fig. D1 Fig. C6 Fig. D2 Fig. E1

Fig. D2

25 Fig. C5 Fig. D1 Fig. C6 Fig. D2 Fig. E1

Fig. E1

26

26 Fig. E2 Fig. E3 Fig. F1 Fig. F2

Fig. E2

26 Fig. E2 Fig. E3 Fig. F1 Fig. F2

Fig. E3

26 Fig. E2 Fig. E3 Fig. F1 Fig. F2

Fig. F1

26 Fig. E2 Fig. E3 Fig. F1 Fig. F2

Fig. F2

27

Cronologia e comparazioni stilistiche

Dall’osservazione diretta dei materiali si può dedurre che i primi tre gruppi di capitelli (A,B,C; vedi schede a p. 21), riconducibili rispettivamente alla Pretura, alla chiesa di S. Nicolò e al Municipio, non provenissero in origine dallo spoglio di edifici precedenti ma, in ragione della sostanziale omogeneità degli apparati decorativi e delle dimensioni, fossero stati realizzati appositamente, in una bottega d‘ambito ferrarese. Potrebbero fare eccezione i due capitelli del gruppo D (vedi schede a p. 22), diversi da tutti sia nelle dimensioni, che nella decorazione, particolarmente raffinata, per i quali non disponiamo peraltro di riscontri fotografici.

Il gran numero di elementi marmorei provenienti dagli edifici argentani non deve stupire in quanto del tutto consono all’importanza che il centro ha avuto fin dall’alto medioevo per essere stato, a fasi alterne, avamposto occidentale della chiesa di Ravenna in territorio ferrarese e nodo strategico per i traffici commerciali sia di Venezia che di Ferrara.

Nell’epoca di cui ci stiamo occupando Argenta è sede di una podestaria estense. Nel 1445 – un anno prima della sua morte – il marchese Leonello vi fa costruire la residenza del Camerlengo 68 . Si tratta di un ‘palazzo’ prestigioso, con un loggiato in marmo: per le sole colonne, comprese basi e capitelli, viene spesa la cifra ragguardevole di 92 ducati d’oro 69 , che si aggiungono ai 50 corrisposti al tagliapietre per il reperimento dei materiali a Venezia 70 . Scrive in proposito la Sambin de Norcem: “Argenta non costituisce la sede di un’azienda agricola, bensì una podestaria di notevole rilevanza, che conserva una certa dose di autonomia istituzionale e soprattutto una grande faziosità, fornendo al signore buoni motivi per impiantarvi un edificio che fornisca un solido punto d’appoggio, in grado di segnare concretamente oltre che simbolicamente la presenza del signore sul

territorio” 71 .

Dopo mezzo secolo - probabilmente anche a seguito dei danni subiti durante la guerra del 1482/1484 – nel 1506 qualche intervento al palazzo si rende necessario e a sovrintenderlo è chiamato Biagio Rossetti 72 ,

architetto dei duchi Ercole I e Alfonso I. Altre spese sono documentate negli anni 1516, 1572, e 1580 73 . Tra il 1581 e il 1593 sono invece attestati invii di arredi, biancheria e apparati tessili e di cuoio – poi riportati

a Ferrara - in occasione di visite di personaggi di riguardo 74 . In particolare il 3 giugno 1593, per la venuta del cardinale di Verona, Agostino Valier, vengono consegnati ad Ercole Guastalino per la ‘Camerlangaria’ di Argenta: “Apparamenti de razzi per il salotto, pezzi 8 / Apparamento de razzi per la prima camera, pezzi 6 /

Travaca di damasco morello con franza d’oro e di seta fornita [

di 14 arazzi, oltre ad apparati di seta, testimonia dell’importanza dell’ospite ma anche dell’edificio che lo

accoglieva 76 .

]”

75

. Una dotazione, ancorché temporanea,

68 In quell’anno infatti è registrato un pagamento ad “Alvixe tagliapreda de dare adì XIII de marzo ducati cinquanta d’oro contati a lui per andare a Vinegia a comprare prede de marmoro per bisugni de el palazo da Argenta che fa lo illustre

nostro signore [

d’Este. Ferrara e le sue campagne agli albori dell’età moderna, Venezia, Marsilio Editori, 2012, p. 28 e nota 9, p. 197 (Appendice, Argenta, Doc. 1).

Si tratta di: “quatro collone de preda viva cum le sue basse et chapitié”, “tre collone çença capitié et zenza le basse” e “quatro para de mezi capithié et meze basse”; A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Testimonianze archivistiche. Parte I, dal 1341 al 1471, Ferrara, Corbo editore, 1993: p. 252, doc. 535h; pp. 368-9, doc.

682oo; p. 253, doc. 536f; p. 374, doc. 683gg; p. 333, doc. 654b; pp. 482-3, doc. 821a; cfr. M. Folin, Le residenze di corte e il sistema delle delizie fra Medioevo ed Età Moderna, in F. Ceccarelli, M. Folin (a cura di), Delizie estensi. Architettura di villa nel Rinascimento italiano ed europeo, Firenze, Leo S. Olschki, 2009, pp. 96-7 e nota 48. Dai quattro semicapitelli e semibasi può essere dedotta una conformazione ad angolo della loggia.

]”

(Archivio Gonzaga, Conto Generale, b. 3, f. 59v); cfr. M.T. Sambin De Norcem, Le ville di Leonello

69

70

Vedi nota 68.

71 A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, III, Ferrara 1850, pp. 448-9; ivi, pp. 28-9 e nota 11.

72 Il 31 dicembre 1506 per un piccolo ampliamento e numerose riparazioni è registrata una “Spexa fata in palazo dal Signore dove sta al camerlengo in Rezenta de’ dare adi dito lire centosesantacinque de marchesani per l’amontare de li infrascriti lavoreri che ànno fato li diti camerlengi in dicta caxa, come apare per una sua scrita sotoscrita per man de

Mistro Biaxio Roseto, el quale fo mandato de comesion dal fatore a vedere dita fabrica [

Estense, Munizioni e fabbriche, reg. 47, “Memoriale”, c. 147v; A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Testimonianze archivistiche, Parte II, Tomo II: dal 1493 al 1516, Ferrara, Corbo editore, 1997, p. 640, doc. 785 aa); cfr. A Marchesi, Delizie d’archivio. Regesti e documenti per la storia delle residenze estensi nella Ferrara del Cinquecento, Tomo I, dimore suburbane ed extraurbane, Ferrara, edizioni le Immagini, 2011, p. 5.

73 Ivi. pp. 5-7.
74

75 ASMo, Amministrazione dei Principi, reg. 253, “Libro de le andate di Sua Altezza [Il duca Alfonso II]”, c. 60; ivi, p. 9.

Sull’importanza e sull’uso di tipo ‘politico’ della collezione estense di Arazzi vedi: N. Forti Grazzini, L’arazzo ferrarese, Milano, Electa, 1982.

76

]”

(ASMo, Camera Ducale

Ivi, pp. 7-9.

28

Nel 1474 il cronista Ugo Caleffini include Argenta tra le ‘Castelle del duca in Romagna’, insieme a Lugo, Fusignan, Conselexe, Bagnacavalo, Sant’Agata e Massa di Lombardi 77 . Qui l’anno successivo vengono

ospitati: Pino Ordelaffi signore di Forlì (il 18 ottobre); Giovanni Francesco Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Ludovico, diretto a Napoli (il 23 novembre); Caterina, figlia del Signore di Mirandola (il 7-8 dicembre) 78 . Caleffini menziona il castello fino al 1488. Difficile dire se questo costituisse un edificio diverso dal palazzo.

In ogni caso nel 1512, quando nel corso della cruenta contesa per il possesso della bastia dello Zaniolo,

tra Ravenna e Ferrara, il duca Alfonso I viene colpito da “un pezzo di pietra spezzatasi da un merlo” che lo lascia a terra tramortito, viene trasportato ad Argenta, dove si riprende solo dopo tre giorni 79 .

A partire dalla data accertata per almeno uno dei capitelli (1492), e dalla qualità assai elevata di tutti i

manufatti, l’indagine stilistica sull’intero gruppo non può che partire dal raffronto sistematico con quelli messi

in opera nei grandi cantieri di Ferrara in quel torno di tempo: dalla “scala coperta” per il Palazzo Ducale

Estense (1481) di Pietro Benvenuti, ai palazzi progettati da Biagio Rossetti (Strozzi-Bevilacqua, 1494; Rondinelli, 1500; Constabili 1500-1506?; Montecatino,1514), alle chiese nelle quali il suo intervento è, in

varia misura, sostenuto (S. Francesco, 1494; S. Maria in Vado, 1495; abside del duomo,1498; S. Nicolò, 1499) 80 . La comparazione sembra premiare quest’ipotesi.

I capitelli del gruppo A (figg. A1-A4) provenienti dalla sede del visconte/vicario (successivamente divenuta

Pretura), riprendono uno dei due modelli più diffusi in ambito ferrarese tra gli ultimi decenni del XV secolo e i primi di quello successivo. Il prototipo è bene esemplificato in numerosi esemplari che si trovano in via S. Romano, ai numeri civici dal 91 al 117 (fig. A7), e agli inizi di Corso Martiri della libertà (fig. A8).

A7), e agli inizi di Corso Martiri della libertà (fig. A8). Fig. A7 Fig. A8 I

Fig. A7

inizi di Corso Martiri della libertà (fig. A8). Fig. A7 Fig. A8 I due capitelli provenienti

Fig. A8

I due capitelli provenienti dalla chiesa di S. Nicolò (gruppo B; figg. B1-B2) si rifanno allo stesso prototipo, con una piccola variante: nello spazio tra le foglie di acanto angolari vengono inseriti sia stemmi o elementi simbolici, sia elementi floreali. Questa variante è presente in palazzo Strozzi-Bevilacqua, nella loggia esterna (fig. B7) ma anche nel loggiato interno (fig. B8), e sul lato destro del portico in facciata di palazzo Rondinelli (fig. B9).

77 Ugo Caleffini, Croniche, a cura di F. Cazzola, Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria. Serie Monumenti, vol. XVIII, Ferrara 2006, p. 92 (c. 31v).

78

Ivi pp. 125 (45v), 130 (c.47 v).

]

non si rihebbe, e tornò mai in se, se non a fatica dopo il terzo

80

La cronologia è quella di Bruno Zevi in Saper vedere l’urbanistica, cit., pp. 324-30.

79 “Fu portato così tramortito Alfonso in Argenta [

giorno”; Paolo Giovio, La vita di Alfonso da Este Duca di Ferrara scritta dal vescovo Iovio (Tradotta in lingua Toscana, da Giovanbattista Celli Fiorentino), Firenze 1553, pp. 101-3.

29

29 Fig. B7 Fig. B9 Fig. B8 Fig. B10 Esemplari simili, anche se di fattura più

Fig. B7

29 Fig. B7 Fig. B9 Fig. B8 Fig. B10 Esemplari simili, anche se di fattura più

Fig. B9

29 Fig. B7 Fig. B9 Fig. B8 Fig. B10 Esemplari simili, anche se di fattura più

Fig. B8

29 Fig. B7 Fig. B9 Fig. B8 Fig. B10 Esemplari simili, anche se di fattura più

Fig. B10

Esemplari simili, anche se di fattura più dozzinale, si vedono in corso Porta Reno (fig. B10), nei portici del duomo (fig. B11) e in Corso Martiri della Libertà (fig. B12).

Porta Reno (fig. B10), nei portici del duomo (fig. B11) e in Corso Martiri della Libertà

Fig. B11

Porta Reno (fig. B10), nei portici del duomo (fig. B11) e in Corso Martiri della Libertà

Fig. B12

30

Da successive e/o diverse elaborazioni dello stesso impianto derivano i capitelli provenienti dal portico del Municipio di Argenta (gruppo C; figg. C1-C6): l’abaco si assottiglia, i margini assumono un andamento concavo e al centro compare un’infiorescenza a quattro o cinque petali; l’echino presenta a volte decorazioni a piccole foglie o a ovuli; nella calata il trattamento delle foglie di acanto angolari si fa più naturalistico e raffinato; al centro della calata sono presenti o uno stemma, di varie forme, o una formazione floreale.

E’ un modello assai bene esemplificato nei seguenti capitelli visibili a Ferrara: nei colonnati interni di S. Maria in Vado; sul lato sinistro del portico di palazzo Rondinelli (figg. C7-C8); nella loggia della Piazzetta

Rondinelli (figg. C7-C8); nella loggia della Piazzetta Fig. C7 Fig. C8 S. Anna (fig. C9); nei

Fig. C7

(figg. C7-C8); nella loggia della Piazzetta Fig. C7 Fig. C8 S. Anna (fig. C9); nei portici

Fig. C8

S. Anna (fig. C9); nei portici del Duomo (fig. C10), in un edificio al numero civico 28 di Corso Ercole I d’Este, e nello scalone di palazzo Ducale, progettato nel 1481 (fig. C11).

civico 28 di Corso Ercole I d’Este, e nello scalone di palazzo Ducale, progettato nel 1481

Fig. C9

civico 28 di Corso Ercole I d’Este, e nello scalone di palazzo Ducale, progettato nel 1481

Fig. C10

31

31 Fig. C 11 Fig. C 12 Straordinaria è anche la somiglianza con i capitelli della

Fig. C 11

31 Fig. C 11 Fig. C 12 Straordinaria è anche la somiglianza con i capitelli della

Fig. C 12

Straordinaria è anche la somiglianza con i capitelli della loggia sulla facciata ovest del monastero di S. Maria in Porto a Ravenna (fig. C 12), riferimento cronologico certo in base alla data di costruzione dell’edificio (1496-1508). Più elaborati e con iconografia più complessa sono quelli della facciata est (detta Loggetta Lombardesca), la cui costruzione (1503-1518) avviene a cavallo della guerra tra Ferrara e Ravenna (1511-

1512).

I capitelli del tipo D (figg. D1-D2), certamente i più raffinati dell’intero nucleo, e di dimensioni più contenute, presentano due viste frontali e due laterali, dovute al fatto che le volute ioniche non sono disposte in diagonale ma sono allineate con due lati opposti dell’echino. Trovano anch’essi riscontro in esempi ferraresi dell’epoca, rispettivamente: i capitelli delle lesene esterne e dei colonnati interni di S. Francesco; quelli delle lesene esterne dell’abside del duomo; quelli di palazzo Constabili, sia nel loggiato al primo piano (figg. D3, D4), sia nella pentafora della facciata su via Porta d’Amore (fig. D5). Si trovano inoltre a Ravenna nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D6), assegnato genericamente al sec. XVI.

inoltre a Ravenna nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D6), assegnato genericamente al sec. XVI.

Fig. D3

inoltre a Ravenna nel portico di S. Apollinare nuovo (fig. D6), assegnato genericamente al sec. XVI.

Fig. D4

32

32 Fig. D5 La voluta ha inoltre, sui fianchi, una forma pressoché cilindrica in S. Apollinare

Fig. D5

La voluta ha inoltre, sui fianchi, una forma pressoché cilindrica in S. Apollinare (fig. D6), mentre ad Argenta e in palazzo Constabili è sagomata nella forma di un balaustro, ad andamento speculare rispetto al centro e rivestito di grandi foglie; queste sono lanceolate ad Argenta (fig. D2) mentre a Ferrara si alternano con foglie dal margine sfrangiato simili a quelle dell’acanto. Lo stesso trattamento si trova nei capitelli (non compositi ma ionici) del portico interno di palazzo Montecatino (figg. D7-D8).

si trova nei capitelli (non compositi ma ionici) del portico interno di palazzo Montecatino (figg. D7-D8).

Fig. D6

si trova nei capitelli (non compositi ma ionici) del portico interno di palazzo Montecatino (figg. D7-D8).

Fig. D7

33

33 Fig. D8 Una versione successiva (1533-1536) è rappresentata in un disegno di Philibert de L’Orme

Fig. D8

Una versione successiva (1533-1536) è rappresentata in un disegno di Philibert de L’Orme (Lione 1414 – Parigi 1570), realizzato per la chiesa di S. Croce in Gerusalemme a Roma: sui fianchi la voluta ha sagoma a curve concave contrapposte, divisa in più sezioni, con le foglie di rivestimento di una sezione orientate ortogonalmente a quelle della sezione contigua 81 .

Capitelli simili sono infine presenti in Corso Martiri della Libertà (fig. D9), nei portici a fianco del Duomo (fig. D10) e nello scalone di palazzo Ducale. Ciò che li differenzia da quelli indicati sopra è la disposizione delle volute ioniche in diagonale, che dà origine a quattro facce simili tra loro.

diagonale, che dà origine a quattro facce simili tra loro. Fig. D9 Fig. D10 Interessante è

Fig. D9

che dà origine a quattro facce simili tra loro. Fig. D9 Fig. D10 Interessante è la

Fig. D10

Interessante è la presenza, nella loggia dell’edificio di Corso martiri della Libertà, dei tre modelli di capitello di cui ai gruppi A, B e C di Argenta, visibili nei tre esemplari seguenti.

A, B e C di Argenta, visibili nei tre esemplari seguenti. 8 1 Il disegno è
A, B e C di Argenta, visibili nei tre esemplari seguenti. 8 1 Il disegno è

81 Il disegno è conservato nelle Collezioni reali inglesi.

A, B e C di Argenta, visibili nei tre esemplari seguenti. 8 1 Il disegno è

34

Appendice Argenta nella guerra tra Ferrara e Venezia (1482-1484). Le testimonianze dei cronisti

Argenta contesa da Ravenna e Ferrara

La carica di visconte (vicecomes), segnalato nell’epigrafe (fig. 1) del capitello di cui alla scheda A1 (p. 21), rimanda all’elevazione del territorio di Argenta a Contea 82 – avvenuta nel 1160 ad opera di Federico Barbarossa - che fa rientrare il territorio diocesano a nord del Primaro nel dominio territoriale dell’arcivescovato di Ravenna. Argenta entra a far parte di un comitato castrense che ne fa un baluardo difensivo delle forze imperiali contro le mire espansionistiche del vescovo di Ferrara ed è probabilmente da questo momento che l’arcivescovo si fa rappresentare ad Argenta da un visconte 83 , investito di ruolo politico

e di funzioni amministrative; in cambio gli venivano corrisposti un terzo dei proventi dell’attività giudiziaria (bandi, placiti e malefici) e una parte dei dazi del porto (collecta portus) 84 .

Più di tre secoli dopo (il capitello è datato 1492) lo scenario politico è radicalmente mutato. Vediamo le tappe più significative del percorso che ha portato al nuovo assetto istituzionale.

A partire dalla fine del XII secolo e fino a buona parte del XIV Ravenna perde sempre più terreno nella

contesa con i Ferraresi; gli Argentani non riescono ad inserirsi per rafforzare la loro autonomia e restano sottomessi all’arcivescovo anche se, già nel 1198, compare per la prima volta il Comune (Communis) in un documento ufficiale 85 . Dal canto suo dall’inizio del XIII la chiesa di Roma riprende il programma di recupero delle terre che erano state riconosciute alla sua sovranità, a partire da quelle dell’antico Esarcato, prima in Romagna e poi nel Ferrarese. Nell’Argentano la Santa Sede ufficialmente sostiene la posizione ormai incerta della chiesa

ravennate; nello stesso tempo però rafforza i rapporti con gli Estensi, visti sempre più come i rettori ideali di queste terre 86 . Nell’anno 1200 uno degli scontri militari più aspri tra Ferrara e Ravenna, che si conclude con

la sconfitta dell’arcivescovo, ha luogo proprio ad Argenta

un potente esercito, “l’assalì, e dopo averla presa la guastò e mise a sacco” 88 . Secondo Augusto Vasina da

tali eventi bellici il centro cittadino doveva essere uscito totalmente distrutto, visto che negli anni successivi una intensa ricostruzione edilizia dà origine alla struttura urbana che sarebbe durata nelle sue linee

essenziali per tutto il tardo Medioevo

87

: Salinguerra Torelli vi giunge in aprile, a capo di

89

.

Nel corso del secolo i costi per il governo e la difesa della comunità diventano più onerosi delle rendite percepite, mentre i suoi possedimenti sono invasi dalle forze comunali di Ferrara. La situazione finisce per indurre Ravenna a cedere alle richieste degli estensi e caldeggiate dai papi, cioè affidare per alcuni anni ai signori di Ferrara l’amministrazione dei beni e dei diritti della chiesa ravennate nell’Argentano, dietro versamento di un censo annuo. E’ la situazione che porterà gli Estensi a diventare i governatori di Argenta

82 A. Vasina, Romagna medievale, Ravenna 1970, p. 85 e nota 36

83 I primi vicecomes sono attestati nel 1141; ad Argenta nel 1179 (G. Rabotti, Dai vertici dei poteri medioevali: Ravenna e la sua chiesa fra diritto e politica, dal X al XIII secolo, in Storia di Ravenna, III, Venezia 1993, pp. 129-68, pp. 151-2). Il visconte è tenuto a prestare giuramento all’arcivescovo, in nome del quale esercita le funzioni di esattore delle imposte e di giudice. La concessione comitale viene confermata da Enrico VI il 10 dicembre 1195 (J.F. Böhmer, Regesta Imperii, Hildesheim-Graz-Köln, IV, 3, n. 125; ivi, p. 152 e nota 209), con un diploma il quale demanda all’arcivescovo tutte le funzioni pubbliche, con il pieno dominio sugli uomini e sulle proprietà: “et cum omni iurisdictione, cum Pado, ripis, piscariis, paludibus, stratis, viis, pascuis, silvis, et publicariis universis a principio comitatus Argente usque Ravennam”;

Fantuzzi, op. cit.,V, p. 288 (AAR, perg. n. 323); cfr. A. Vasina, Argenta

successivi la contea di Argenta risulterà comprendere le località di Sandolo, Maiero, Portomaggiore, Porto Verrara, Ripapersico, Consandolo, Grassallo, Bando e Cavagli; ibidem. Il primo vicecomes ricordato nei documenti dovrebbe essere Ridolfo, nel 1179, al quale seguono ventidue altri fino a

Johannes de Concoretio, nominato nel 1314; ivi, p. 16 e nota 40.

Risulta da un documento del 18 maggio del 1217, col quale Arcone (Arcon) viene investito del “Vicecomitatu Argente et toto suo districtu et comitatu”. L’investitura avviene ad “Argente sub porticu domus Curie extra Castrum”, a nome

84

cit.,

p. 16 e nota 39. Da documenti di poco

dell’Arcivescovo Simeone, alla presenza dei cardinali della cattedrale di Ravenna, del presbitero di Argenta e della “maioris partis hominum Argente”; AAR, perg. n. 4790, edita in Bertoldi, op. cit., III, parte I, pp. 106-7.

85

86

87

Ivi, pp. 40 e 46 (nota M).

Vasina, Argenta

,

cit., pp. 18-9.

Bertoldi, op. cit., III, parte I, pp. 40, 56; ivi, p. 31, nota 49.
88

89 Vasina, Argenta

Bertoldi, op. cit., III, parte I, pp. 56-7.

,

cit., p. 31, nota 49.

35

per decisione papale 90 . Gia nel 1212 l’arcivescovo Ubaldo affida ad Azzo VI d’Este la custodia del castello di Argenta 91 . La chiesa di Ravenna conservava tuttavia le sue proprietà e i proventi relativi: in un documento del 1217 si attesta, ad esempio, che in valle Bozoleti (distretto di Argenta) presso il fiume Sandolo si pescavano capitoni, lucci, tinche e anguille, destinati all’abbazia ravennate di S. Andrea Maggiore che ne era proprietaria 92 .

Alla fine del secolo Argenta soffre le conseguenze delle politiche contrapposte della Santa Sede - che, dopo aver stabilito la sua sovranità sulla Romagna voleva aprirsi un varco verso Ferrara con l’intento di imporre il suo dominio sulla stessa città – e della signoria estense - che intendeva utilizzare Argenta come passaggio per estendere il suo dominio a sud, con l’obiettivo di pervenire alla formazione della Romagna Estense“ (Romandiola). E qualche decennio più avanti, nel 1332-1334, il nostro centro si trova ad essere ancora una volta teatro dello scontro: si consuma infatti qui la memorabile sconfitta delle truppe papaline del legato Bertrando del Poggetto 94 . Il dominio degli arcivescovi finisce per assumere un carattere sempre più fittizio: alla chiesa ravennate resta formalmente il possesso dell’Argentano, “ma il vicario estense che vi risiedeva per gli arcivescovi aveva di fatto quasi tutti i diritti pubblici e i poteri politici nelle sue mani ed operava ormai in piena autonomia” 95 . Non solo: il Bertoldi attesta che nel 1341 Pietro de’ Caravachi era Vicario Terrae Argentae pro S. Romana Ecclesia 96 ; quindi non più per l’arcivescovo di Ravenna. Un documento del settembre dell’anno successivo mostra che il visconte è ormai diretta emanazione dei signori di Ferrara. Si tratta degli Statuta noviter compillata super civilibus causis 97 , letti e pubblicati “in consilio generali terre argente sub logia dicti Comunis de mandato nobilis et potentis militis domini Zilioli de palazollo vicecomitis dicte terre argente pro magnificis et illustribus dominis dominis Obizone et Nicolao

fratribus

ecclesiastico (vicarius curie argente) al quale viene riconosciuta la facoltà di essere informato sui termini

delle cause civili fino ad un certo livello di gravità 100 .

93

98 ; nel documento si fa poi menzione del vicario, 99 che non va confuso con il suo omologo

Restituita nel 1344 dagli Estensi alla chiesa di Ravenna, su ingiunzione di papa Clemente VII, Argenta viene successivamente data in affitto agli stessi per 6 anni, dietro corresponsione di un canone annuo di 2.000 fiorini d’oro. Se vede declassato il suo ruolo politico, Ravenna ciò nondimeno gestisce con grande

oculatezza il suo patrimonio, come dimostra la fiscalità delle disposizioni contenute nella ‘concordia’ stipulata

nell’ottobre del 1364 tra l’arcivescovo Petrocino, da un lato, e il Comune e gli uomini di Argenta dall’altro La concessione in affitto agli Estensi viene confermata più volte, ma non sempre il pagamento veniva effettuato correttamente. Ottant’anni più tardi (29 maggio 1421) il marchese Niccolò III e l’arcivescovo Tommaso Perondoli stipulano pertanto un nuovo contratto: l’arcivescovo costituisce il signore di Ferrara (e i suoi figli legittimi e naturali) vicario della chiesa di Ravenna nella terra d’Argenta, in cambio di un canone

101

.

90 Bertoldi, op. cit., III, parte I, pp. 133, 147-51; ivi, pp. 20-1.
91

Bertoldi, op. cit., III, parte I, pp. 85-6; ivi, p.32, nota 54.
92

Fantuzzi, op. cit., II, p. 336; ivi, p. 30, nota 44.
93

Ivi, p. 22.
94

95 Ivi, p. 23 e nota 65. Lo studioso rimanda a Bertoldi, op. cit., III, parte II, pp. 33-4.

96 Bertoldi trae l’informazione da un atto del notaio Francesco di Benvenuto Costantini; ivi, p. 34 e nota 38.
97

Argenta dagli Estensi; le prime 80 carte contenevano gli statuti veri e propri del XIV secolo; le successive 56 gli statuti e i decreti in aggiunta alle leggi municipali emessi dai marchesi e dai duchi di Ferrara, da Niccolò III ad Ercole II (1415- 1552). Nel 1781 il manoscritto, ricordato in un inventario del 1525, doveva essere ormai scomparso; cfr. G. Rabotti, Notizie sugli archivi comunale e notarile di Argenta, in Studi Romagnoli, XIX (1968), Faenza 1971, pp. 133-80, p. 148, nota 43

98 Statuta terrae argentae
99

ferariam pro parte dicti domini Vicecomitis et Communis Argente. ad illustrem dominum dominum Obizonem dei gratia

Estensem et Anchone Marchionem super reformandis et approbandis dictis Statutis et ordinamentis

firmitatem scripsit dicto domino Vicecomiti quo ipsa statuta et ordinamenta observaret et observari faceret in omnibus et

per omnia sicut scripta sunt”; ivi p. 52.

Ivi, p. 23.

Statuta terrae argentae

,

cit., pp. 42-52. Si tratta dell’unica edizione a stampa degli Statuta vetera concessi ad

, cit., p. 51.

Ivi, p. 53. Il 28 succesivo è annotato: “Ego Bassianus notarius supradictus Ambasiator Comunis Argente missus

100

“Ut homines argente

super

Et ad maiorem

brevibus causis expensis et sumptibus non graventur, Statuimus et ordinamus quod

vicarius curie Argente possit cognoscere de quacumque questione usque ad quantitatem quadraginta solidorum

ferarinorum

dictum banchum valeant et teneant tamquam si in iuditio facta essent”; ivi, p. 54. 101 Il documento é composto di ben dieci capitoli che trattano nell’ordine di: decime, valli, casali, investiture e conferme, alienazioni, successioni, decadenze, licenze di vendita, immunità del camerario (chamarlengus) e dei cinque castaldi (chastaldiones) arcivescovili, di cui tre dislocati ad Argenta, uno in villa bandi e uno in villa buchaleonis; ivi, pp. 31-42.

Et

omnia precepta facta per dictum Vicarium usque ad dictam quantitatem ad banchum Juris vel extra

36

annuo di 200 ducati d’oro; a condizione che i contraenti non si ingeriscano nella “giurisdizione spirituale ed ecclesiastica in modo alcuno, e nelle sue possessioni e Decime, ne’ suoi Capsoldi, canoni, proventi &c.;” 102 .

Nel frattempo, in un’epoca imprecisata tra 1344 e 1364, erano stati fissati i termini della dipendenza

istituzionale del visconte e degli altri ufficiali dai signori di Ferrara, prescrivendo non solo il giuramento di osservanza delle leggi da parte loro ma indicando altresì la gerarchia delle fonti degli statuti stessi che faceva capo, in ultima istanza, ai marchesi 103 . La disposizione è ripetuta nel 1421, nei Modi et ordines servandi per vicarium, ma modificata nel senso di

fare riferimento al corpus del diritto civile e alle consuetudini locali

autonomia raggiunta. Il Bertoldi riporta l’atto con quale nel 1427 105 il marchese Niccolò (III) “diede altra

prova dell’affezione, con cui riguardava la nostra Patria deputandole colle rispettive patenti in data dei 28. di ”

Dicembre Ridolfo Carmelli in suo visconte, e Pietro Pinotti in vicario suo muniti di tale facoltà Dalle mansioni elencate nelle rispettive patenti 107 risulta che il visconte aveva principalmente il compito di

provvedere alla sicurezza, anche armata, del centro cittadino e del territorio di pertinenza

assicurava il rispetto delle leggi 109 . Il visconte costituiva evidentemente la prima carica, cioè il

104

, forse segno di una maggiore

108

106

, mentre il vicario

102 Bertoldi III, parte II, pp. 104-5 e nota 44.

103 Vicecomes

consuetudinum. Et ubi deficerent, secundum ius commune, et plus et minus arbitrio dicti domini marchionis"; cfr. Rabotti,

Notizie

104 “Primo habetis inter homines et habitatores terre et visconterie nostre Argente reddere ius cuilibet petenti secundum

statuta et ordinamenta dicte terre, et ubi statuta et ordinamenta deficerent, secundum dispositionem iuris civilis, et secundum consuetudinem dicti loci” (Bertoldi, op. cit., III, parte III , p. 53); ivi, p. 146, nota 35.

La data è diversa da quella (1421) indicata dallo stesso per le patenti destinate ai due funzionari; Bertoldi, op. cit., III, parte III, p. 54, nota (*).

debeat

ius et iustitiam omnibus exibere secundum formam ipsorum statutorum, provisionum et

,

cit., pp. 145-6.

105

106

Ivi, III, parte II, p. 107.

107 “Le facoltà all’uno ed all’altro conferite, e gli ordini prescritti ad essi per l’esercizio delle onorevoli loro cariche si leggono nelle rispettive loro Patenti registrate nel Codice originale de’ nostri statuti alle pagine 7. tergo, ed 8., e dalle parecchie altre de’ loro successori, le quali parimente si hanno nello stesso membranaceo Codice, la costante continuazione apparisce dalle facoltà medesime sino alla devoluzione del Ducato di Ferrara alla santa Sede” (1598); ivi, p. 151, nota (F). L’edizione a stampa degli Statuta non riporta i Modi et ordines servandi per vicecomitem et vicarium del

1421, editi invece dal Bertoldi (vd. note 106-107); Rabotti, Notizie

, cit. p. 148.

108

Per il Visconte Rodulfum de Carmellis il marchese Nicolò prescrive quanto segue.

Modi et ordines seruandi per te vicecomitem predictum

“Primo quod tu vicecomes debeas tenere claues portarum, et pontium terre predicte Argente, et omni die de mane et

sero ipsas aperiri et claudi facere horis congruis et debitis

"Item quod debeas die noctuq. intendere et intendi facere solicite ad bonam et vigilem custodiam nostre predicte terre

sunt infrascripti, videlicet

".

“.

"Item quod non debeas recipere uel tenere intra terram predictam aliquas gentes armigeras equestres uel pedestres sine

litteris nostris

"Item quod abeas compellere omnes stipendiarios et Capitaneos Castri et fortiliciorum portarum et pontium ad

soluendum terrigenis terre predicte

"Item quod debeas tuis expensis continue tenere unum Militem socium e quatuor alios famulos bene armatos, ex quibus

famulis duo continue assistere debeant Camere nostre pro agendis ispsius Camere. Item tenere debeas tuis expensis continue duos equos". “Item quod debeas habere pro salario tuo et omnium premissorum quolibet mense a Camerario nostro in Argenta libras

triginta quatuor m.”. “Item favere debeas Camerario nostro et aliis uffitialibus nostris ibitem circha consecutionem Iurium nostrorum, et circha exactionem datiorum gabellarum uel collectarum prout fuerit oportunum”. “Tibique vicecomiti predicto debeant terrigene et diocesani, ac stipendiarij, et gentes armigere deputati et in futurum deputandi ad custodiam ipsius obedire in his que sunt status et honoris nostri”; Codice degli Statuti esistenti nell’Archivio Comunitativo, p. 7 verso; edito in Bertoldi, op. cit., III, parte, III, pp. 52-3.

".

".

109

Per il vicario Petrum de Pinotis il signore di Ferrara prescrive quanto segue.

Modi et ordines servandi per vos d.num vicarium nostrum antedictum

“Primo habetis inter homines et habitatores terre et visconterie nostre Argente reddere ius cuilibet petenti secundum statuta et ordinamenta dicte terre, et ubi statuta et ordinamenta deficerent secundum dispositionem Juris Ciuilis, et secundum consuetudinem dicti loci”. “Item debetis delinquentes punire secundum criminum qualitatem prout dictant statuta et ordinamenta dicte terre ac

condanare et absolvere prout Ius et iustitia suadent et requirunt

"Item fauere debetis Camerario et alijs ibidem officialibus nostris circa conservationem Jurium nostrorum et circa

exationem Datiorum, gabellarum uel collectarum prout fuerit oportunum". "Item debetis non exire territorium Argente sine licentia nostra". “Item habetis observare et observari facere statuta, ordinamenta, et consuetudinem dicte terre”. “Item debetis tenere continue unum famulum expensis vestris”. “Item debetis habere qualibet mense pro vestro salario libras Quindecim m. a Camerario nostro in Argenta”.

sunt infrascripti, videlicet

”.

37

rappresentante del signore di Ferrara ad Argenta, una sorta di governatore della piazzaforte; ciò è confermato dal compenso annuo corrispostogli dal Camerario: più del doppio di quello spettante al vicario, anche in ragione dei collaboratori di cui doveva avvalersi, tra i quali cinque uomini armati, e due cavalli.

Bartolomeo Dioli (o de dioli), il cui nome figura sul capitello del 1492, è pertanto, a quella data, l’ultimo dei visconti di una serie che ha inizio nella seconda metà del XII secolo, ma che non è più, come in origine rappresentante dell’arcivescovo di Ravenna, bensì dei signori di Ferrara; il capitello ci fa poi intuire che egli quasi certamente cumulava anche la carica civile di vicario.

Finalmente nel 1501 “Si giunse

duchi ad essere investiti del titolo di vicari di Argenta

inferto alla chiesa di Ravenna da papa Alessandro Borgia (padre di Lucrezia che l’anno successivo sarebbe andata sposa al futuro duca Alfonso I) per fini dinastici; segnale che il dominio pontificio si andava estendendo alla Romagna e da Ravenna verso il Ferrarese. “Da questo momento Argenta sul piano civile farà parte, senza soluzione di continuità, della legazione di Ferrara e poi del Ferrarese, mentre sul piano ecclesiastico continuerà fino al presente a far parte della diocesi di Ravenna” 111 . Un ulteriore avvicinamento alla corte ducale si verifica nel 1518 quando gli statuti di Ferrara vengono qui adottati come fonte sussidiaria 112 .

ad

un compromesso fra le parti che portò gli Estensi, divenuti nel frattempo

non

più degli arcivescovi ma dei papi” 110 . Il colpo viene

Ovviamente viva rimane la questione legata alle estese proprietà della chiesa di Ravenna. Agli inizi del XVI secolo opposte pretese vengono avanzate da papa Clemente VII e dal duca Alfonso I. Nel 1520 l’arcivescovo ravennate Nicolò Fieschi esige che i proprietari di terre, case, cavalli e boschi che non avevano

osservato quanto stabilito dalla vecchia concordia di corrispondere la somma di mille fiorini d’oro alle casse della Mensa Arcivescovile, oltre a devolvere alla sua chiesa i rispettivi fondi esistenti nell’argentano. Questo solleva ovviamente le proteste degli enfiteuti interessati finché, il 25 agosto 1525, viene stipulata una nuova concordia tra Giacomo Alvarotti, ambasciatore del duca di Ferrara, Consigliere Ducale, Sindaco e

Procuratore degli Argentani, e l’arcivescovo di Ravenna Benedetto Accolti

comunità argentana doveva pagare 800 scudi e che a tutti i possidenti di beni immobili “di ragione direttaria della Chiesa di Ravenna” era richiesto di rinnovare le loro investiture; cosa che finì per interessare ben 574 degli enfiteuti e livellari della Mensa di Ravenna nel territorio di Argenta, sia a destra che a sinistra del Po, tra il 1525 e l’anno seguente 114 . Ma anche la raccolta delle decime doveva presentare qualche problema di riscossione se, nel 1541, si perviene alla “Notificazione sui pagamenti delle decime da farsi all’arcivescovo di Ravenna, pena la scomunica, e supplica degli Argentani avverso tale notificazione” 115 .

113

, nella quale si stabiliva che la

L’entrata in scena di Venezia: gli antefatti

Agli inizi del XV secolo il tentativo di allargamento del ducato estense verso nord provoca la reazione di Venezia che infligge a Ferrara una prima sconfitta nel 1404. I contrasti dovuti al controllo della produzione e del commercio del sale si aggravano nel 1475 . I “disgusti scambievoli” tra la repubblica e il ducato si accentuano ulteriormente tra il 1480 e il 1481; finché il 2 maggio 1482 il Senato veneto dichiara guerra agli estensi 116 . Ercole, a differenza dei suoi predecessori Leonello e Borso che erano riusciti a mantenere rapporti soddisfacenti con la potente Repubblica Veneziana, aveva mostrato subito segni di insofferenza verso quelli che erano indubbiamente privilegi goduti da Venezia; prima di tutto il visdomino, tollerato dagli Este ma odiato dal popolo. La questione del sale deve invece essere stata sovrastimata dagli storici in quanto il suo contrabbando era attività antica e naturale per la gente di Comacchio e del delta 117 .

“Item habetis obedire continue litteris omnibus nostris et obseruare decreta, et concessiones nostras, et nostris mandatis singulis obedire”; Codice degli Statuti esistenti nell’Archivio Comunitativo, p. 7 retro; edito in Bertoldi, op. cit., III, parte III, pp. 53-4.

ASMo, Archivio Segreto Estense. Sezione Casa e Stato. Inventario, a cura di F. Valenti (Min. dell’Interno. Pubbl. d.

110

Archivi di Stato – Archivio di Stato di Modena), Roma 1953, p. 231; cfr. Vasina, Argenta
111

112 cit., p. 146 e nota 35.

113 Concordiae Instrumentum inter Venerabilem Mensam Archiepiscopalem Ravennae ex una, et Communitatem ac

Argentae Partibus ex altera; Rabotti, Notizie
114

Bertoldi, op. cit., III, parte III, pp. 22-4.
115

116 Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 138.

S. Mantovani, La “Guerra di Ferrara” (1482-1484), Tesi di Laurea in Antichità e Istituzioni medievali, Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Laurea in Storia indirizzo Medioevale, Anno Accademico 1998- 1999, Sessione III, Relatore Prof. Anna Laura Trombetti Budriesi, pp. 305-8 (dalla “Conclusione”).

117

, cit., p. 23 e nota 66.

Ibidem.

Rabotti, Notizie

,

,

cit., p. 157, n. 3, cc.4-18.

Documento conservato in copia del XVIII secolo; Rabotti, Notizie

, cit., p. 156, n. 5.

38

La contesa tra Ferrara e Venezia ha aspetti sia di rivendicazione territoriale (il polesine di Rovigo) che di

concorrenza commerciale, perseguiti attraverso il controllo dei punti strategici sul Po di Primaro. Tra questi figurano ovviamente Argenta e la bastia dello Zaniolo 118 , una fortezza dislocata a due miglia di distanza, alla confluenza tra l’omonimo corso d’acqua, il Santerno e il Po di Primaro, nei pressi di S. Biagio, che costituiva uno dei tre capisaldi (gli altri erano Stellata e Bondeno) della difesa militare di Ferrara. La cura delle strutture difensive di questi due presidi era costante. Si veda ad esempio quanto fatto in occasione della guerra con Venezia del 1404 119 . In particolare la conquista della bastia era fondamentale per penetrare nel ducato dalla parte della Romagna in quanto vi convergevano tutte le strade dallo stato pontificio; altrettanto importante era per il controllo del traffico commerciale sul fiume, al punto che Nicolò III nel 1403 vi aveva fatto collocare una catena per la riscossione del dazio 120 . Due atti notarili del 1458 lasciano presumere che la fortezza avesse forma triangolare; era infatti munita di

tre torri (fig. 35): una ‘vecchia’, una ‘grande’ e quella del ‘cantone verso Filo’

descrive “circondata a torno a torno di mura e d’argini, a uso di castello”; parla poi di ‘bastioni’ e di ‘merli’ 122 . La sua descrizione della ‘fossa Zaniola’ rende inoltre efficacemente la situazione idrografica: “Questo è un ragunamento d’acque tanto profondo, e tanto largo, che ei non può passarsi a piè, ne a cavallo; ed è fatto da una quantità di fiumi che scendendo per le valli del Apennino, e facendo nel piano alcuni stagni, sboccan di poi, per opera e industria de paesani, nel Po o nelle paludi vicine” 123 .

121

(a est). Paolo Giovio la

paludi vicine” 1 2 3 . 121 (a est). Paolo Giovio la Fig. 35 Anche Argenta

Fig. 35

Anche Argenta era considerata un baluardo da difendere. Nel 1466, ad esempio, Borso con una lettera del 2 marzo indirizzata ai Consoli e al Consiglio cittadino sollecita la fortificazione delle mura verso il Po (a

118 Eretta nel 1395 da Niccolò III, era stata rasa al suolo dai veneziani nel 1404, ricostruita nel 1425 era stata messa a dura prova dalla guerra con Venezia del 1482-1484; C. Zaghi, La Bastia dello Zaniolo baluardo estense (puntata seconda), in Gazzetta Ferrarese, Anno V, 3 luglio 1927; cfr. F. Renzi, San Biagio d’Argenta (1060-1945). Storia di un paese tra la Romagna e Ferrara, Cesena, Società Editrice ‘Il ponte Vecchio’, 2009, p. 38 e nota 38, pp. 43-4 e nota 49. Nel 1487 sarà fortificata da Biagio Rossetti (Documento del 21 aprile 1488; ASMo, Memoriale della Camera Ducale, reg.

4785/95, c. 62v); cfr. Zevi, Biagio Rossetti

secolo (ASVe, Savi ed esecutori alle acque, Serie Po, Disegno 177); cfr. Renzi, op. cit., p. 40 (vedi la fig. 35).

, cit., p. 191. Si trova rappresentata in una cartografia veneziana del XV

119

120

Bertoldi, op. cit., III, parte II, pp. 95-7.

Ivi, pp. 36-7, nota 33.

121 I due documenti erano conservati nell’Archivio Comunale di Argenta, prima della seconda guerra mondiale; così attesta A.F. Babini, in Dalla Bastia dello Zaniolo alla Bastia di Ca’ di Lugo, Piacenza 1959, I, pp. 265-7. Alla bastia è

probabilmente ispirata la fortezza di una miniatura del Breviario di Ercole I, ora alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena (Lat. 424=MS.V.G.11, c. 29v).

122

Paolo Giovio, La vita di Alfonso

, cit., pp. 95-6.

123 Ivi, p. 68.

39

meridione) che erano vetuste 124 . Il Bertoldi dal canto suo menziona la presenza di una Rocca, che ipotizza

costruita nel 1252, semidistrutta da un fortunale nel luglio del 1467 e completamente rovinata nel 1472

125

.

1482

Tra la fine del 1481 e gli inizi dell’anno successivo le avvisaglie di un possibile scontro armato con Venezia si fanno sempre più frequenti.

16 marzo - E’ documentato l’’Ordine de fortificare Arzenta’. Riporta il Caleffini: “Al dì dicto fureno

commandato tuti li contadini de Ferrara ad Arzenta, perché havessero a cavare de dreto et intorno lo castello de Arzenta del duca nostro, uno ramo del Po per redurlo in forteza, che non era” 126 .

Ai primi di aprile, il venerdì santo, alcune barche veneziane entrano a Codigoro e, mentre la popolazione è a

messa, gli equipaggi fanno razzie e partono con una nave carica di masserizie e vari capi di bestiame

giorno dopo alcuni contadini ferraresi - se la notizia è vera - andati a comprare del frumento nel territorio della Repubblica, vengono scacciati e durante il ritorno si impadroniscono di una imbarcazione veneziana a

Vaccolino 128 .

127

;

il

15 aprile - Il senato di Venezia dà ordini perché venga organizzata una flotta di 50 galeoni, 100 ganzaruole,

200 barche, molte barbotte e 20 biremi; al comando della flotta viene nominato il patrono dell’arsenale, Damiano Moro 129 . I veneziani fanno poi arrivare truppe nel padovano e preparano le bocche da fuoco.

Ercole d’Este dal canto suo, per accelerare la produzione di cannoni non esita a sacrificare anche le campane delle chiese “che non ge ne rimase se non uno per campanile” 130 . Le fortezze vengono fornite di artiglierie “per lo suspecto de la guerra” 131 . Verso la fine di aprile le difese approntate dagli estensi sono tuttavia ancora inadeguate: le fortificazioni in più parti carenti, negligente la guardia da parte dei soldati 132 , scarsa la biada per i cavalli 133 e i soldati scontenti degli alloggiamenti 134 .

28 aprile – Anche ad Argenta i preparativi non sono adeguati alla bisogna se il duca di Ferrara ordina al

Regimini Argentae (composto del visconte, del vicario Ducale e del camerlengo) et Consulibus di fornire la

zona di vettovaglie e artiglierie 135 .

La dichiarazione di guerra

3 maggio - La guerra contro Ferrara 136 viene bandita a Venezia, in piazza S. Marco ‘sopra la pietra del Bando137 , con una lettera dogale datata il giorno prima.

124 Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 122.

125 Ivi, pp. 122-3. Sull’esistenza di questo castello non c’è certezza, nonostante le notizie riportate dallo storico Girolamo Rossi.

126 Ugo Caleffini, p. 367 (c. 124v).

Francesco Olivi, Cronaca, ms. Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I, 641, copia, c. 19r; Ugo Caleffini, p. 367 (c. 124v); cfr. Mantovani, p. 74 e nota 5.

128 Bernardino Zambotti, Diario ferrarese dall’anno 1476 sino al 1504, RIS, XXIV/7, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 102; ibidem e nota 6.

129 ASVe, Senatus Secreta, reg. 30, cc. 80v-81r, 15 aprile 1482; ivi, p. 64 e nota 6.
130

, 128 campane vennero prelevate dalle chiese (C. Montù, Storia dell’artiglieria italiana, p. I, Roma 1934, p. 247); ivi, p. 48

e nota 2.

131 A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Testimonianze archivistiche, Parte II, Tomo I: dal 1472 al 1492, Ferrara, Corbo editore, 1995, p. 206 (doc. 404/b); ibidem e nota 3

ASMo, Archivio Segreto Estense, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 24 aprile 1482; ivi, p. 53 e nota 1.

133 ASMo, Archivio Segreto Estense, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 27 aprile 1482; ibidem e nota 2.

ASMo, Archivio Segreto Estense, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, Antonio da Fogliano ad Ercole d’Este, 28 aprile 1482; ibidem e nota 3.

127

Diario ferrarese Diario dall’anno 1409

cit. p. 98. Dal Libro inventario de monitione dell’anno 1482 risulta che ben

132

134

135

Bertoldi, op. cit., III, parte II, pp. 133-4; D. Bandi, Memorie storico-cronologiche di Argenta, Argenta 1868, p. 18.

136 Marin Sanudo, Commentarii della guerra di Ferrara tra li Viniziani ed il duca Ercole di Este nel 1482, Venezia 1829, p. 11; cfr. Mantovani, pp. 74-5 e nota 8.

40

Le ostilità iniziano immediatamente: i veneziani attaccano la Rocca di Melara, il polesine di Rovigo, Comacchio, fino al basso ferrarese 138 .

“Dal punto di vista strettamente militare l’attacco ad Ercole si prepara su tre fronti: da nord, dal Padovano verso il polesine di Rovigo, da Est, dal Po e infine da sud, dalla Romagna” 139 . Per quanto riguarda

. Lo stesso giorno del bando giunge a Ferrara il duca d’Urbino, Federico da Montefeltro, che ha accettato l’incarico di capitano generale della Lega (sia Ercole che Sigismondo d’Este, bravi soldati, non avevano

quest’ultimo fronte si decide di far penetrare la flotta attraverso il Primaro

140

tuttavia rivelato spiccate doti di condottiero). Dopo aver controllato Ficarolo e Stellata Federico arriva alla

bastia dello Zaniolo

141

.

12 maggio - Una lettera scritta dal duca Ercole ai “Regimini Argentae et Consulibus“, raccomanda di

“guernir di bombarde, e spingarde i soliti luoghi [

lo incontro de la Bastia del Zaniolo”. Mentre fervono i lavori i veneti entrano improvvisamente nel Primaro con le loro navi, al comando di Vittore Soranzo, prendono il castello di S. Alberto e, forti di aiuti venuti di Romagna, si accampano a Filo 142 .

]

di far ben guardare il Paese; e di costruire un bastione a

Gli attacchi sferrati contro Argenta

Dai primi di ottobre Ercole è a conoscenza dei preparativi nemici per attaccare la bastia dello Zaniolo e

Argenta 143 .

29 ottobre – PRIMO ASSALTO AD ARGENTA. Da Filo i veneziani muovono verso la bastia: li fronteggiano le

truppe della Lega – di cui facevano parte i ferraresi - che vengono respinte ‘e presi in gran parte, molti ammazzzati, e li loro capi dagli Stratioti furono portati al capitano, il quale per cadauno delle teste, secondo la consuetudine, dette agli Stratioti un ducato144 . Viene conquistato un bastione di legno sulla riva del

Primaro, di fronte al Fossato di Zaniolo, mentre il territorio fino ad Argenta subisce scorrerie. Fiutato il pericolo Sigismondo d’Este raggiunge immediatamente Argenta, dove vengono fatti pervenire altri rinforzi, anche da Milano, al comando di Gian Pietro Bergamino 145 .

Bernardino Zambotto così descrive il primo assalto Ad Argenta: “Lo bastion del Fossa’ de Zaniolo fu prexo a forza per quelli de l’armada de’ Veneciani, che hera per Po. E Herano sexanta fra barche e fuste e haveano 200 cavali lezeri e 500 fanti. E cusì li nostri li quale facevano dicto bastione, forno prexi e altri morti; e se messer Nicolò da Corezo non havesse facto armare li homini de Argenta con 40 homini d’arme, che lui havea, et altri provixionati, Arzenta seria sta’ prexa hozi, perchè se ge ritrova poche fantarie; ma il duca, intexo tal caso, mandò subito due squadre de homini d’arme milanexi, e messer Sigismondo Da Este ge andò in nave con fantarie, e altre provixione fu facte per defendere dicto castello, il quale hè la chiave del Stato de Ferrara, e se ge mandò molte artiliarie” 146 .

Più dettagliata e vivace è la descrizione del Caleffini: “se scoperse una grandissima armata de la signoria de Vinesia a Sant’Alberto, suso la quale se dise essere dodicemila persone suso, che fureno galere sotile, borbote, fusti, barche armate et altri fusti de nave, suso la quale armata erano da 500 in 600 on più

stradiotti 147 a cavalo, li quali stradiotti sono turchi asassini da strata et malandrini de Turchia

armata in quella nocte vene suso per Po per venirsene ad Arzenta et al fossato del Zaniolo, per tuore la

bastia del Zaniolo et Arzenta et la Romagna

magnifico messer Nicolò da Corezo, per lo duca Hercole mandò subito volando a domandare aiuto al duca predicto, ma non potrè cussì presto, che la nocte predicta li stradiotti smontono in terra et corseno qui suso le porte de Arzenta, et preseno et amazono molti di homeni d’arme del dicto messer Nicolò, et fanti nostri de lì, et a tuti, a tuti taiono le teste, et quelle in capo de le lanze portoreno a li provedeturi de l’armata sua, per

La quale

ma

non li andò facto perché, havendo questo per spia inteso el

137 Marin Sanudo, Le vite de’ Dogi (RIS, XXII, coll. 405-1252, Milano 1733), col. 1215; ivi, p. 74 e nota 7.
138

139 Mantovani, p. 62.

140 ASVe, Senatus Secreta, reg. 30, cc. 138v-139r, 14 ottobre 1482, ivi, pp. 145, 146 e nota 1.
141

142 Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 134

ASMo, Archivio Segreto Estense, ambasciatori, Milano, 10/A, Ercole d’Este a G. Trotti e C. Valentini, 9 ottobre 1482; cfr. Mantovani, p. 146 e nota 3.

Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 138.

Ugo Caleffini, p. 375 (c. 127v); ivi, p. 78.

Marin Sanudo, Commentarii

Ibidem e nota 5.

Bernardino Zambotti, p. 115.

,

143

144

145

146

cit. p. 46; ivi, p. 148 e nota 1.

147 Soldati di cavalleria, provenienti da Albania, Grecia, Bulgaria e Dalmazia, che Venezia organizzava per contrastare le incursioni turche.

41

avere uno ducato per testa taiata” 148 . E prosegue: “Ma il zorno sequente, che fu il mercori 30 del dicto mese, li ambasaturi de la Liga, che erano in Ferrara, gli mandoreno volando tredice squadre de zente d’arme, et

forsi tremila fanti

Arzenta di nostri sete altre squadre et fantarie in quantitade

Arzenta octo nave cariche da fantarie [

Bergamino da Milano, conductiero de quel Stato, sete squadre de zente d’arme et molti fanti

. La vittoria di Venezia ad Argenta venne immediatamente rappresentata (1482-84), con la doverosa magniloquenza, da Jacopo Tintoretto in un famoso dipinto collocato nel soffitto della Sala del Gran Consiglio

in

a dì primo de novembre fu mandato ad

cum

tre squadre de balestreri a cavalo

Et cussì zobia a dì 31 dicto andoreno zoxo ad

Vegneri

]

Sabato a dì 2 de novembre andoreno ad Arzenta de Pietro ”

149

Palazzo Ducale a Venezia (fig. 36).

de Pietro ” 149 Palazzo Ducale a Venezia (fig. 36). Fig. 36 6 nemico presso S.

Fig. 36

6

nemico presso S. Biagio. Nel corso dell’azione militare i soldati ferraresi si danno ad azioni di ruberia

L’episodio è interpretato in modo diverso dai cronisti. La versione più attendibile è che l’esercito della Lega, vinto il nemico, si sia dato ad un disordinato saccheggio al quale Sigismondo d’Este non sia riuscito ad opporsi 151 . Con l’arrivo della flotta veneziana, forte dei terribili stradiotti, Sigismondo e i suoi vengono accerchiati. Gian

Pietro Bergamino riesce a fuggire salendo su una imbarcazione, ma molti affogano. Sigismondo fugge a cavallo fino ad Argenta, “seguitato da alcuni Stradioti insino suxo il ponte de Rezenta, dove fu talgiato in pezi uno il quale anchora volea intrare in Rezenta con sego correndo, molte fantarie forno prexe e tutti li homini d’arme svalixati” 152 . Sigismondo a questo punto fa tagliare il Po presso S. Biagio 153 .

novembre - Sigismondo d’Este esce da Argenta con una decina di squadre di fanti e attacca il campo

150

.

1 dicembre - La bastia dello Zaniolo si arrende ‘per la pusillanimitade de li nostri154 ; “la quale perdita è de

grandissimo danno a Ferrara, Ferrareze et la Romagna”

A questo punto la tenuta di Argenta è fondamentale per Ercole e gli alleati della Lega. A dar manforte era

arrivato, a fine novembre il fratello di Ludovico il Moro, Sforza Sforza, il quale, mentre provvede a riparare i

danni subiti 156 , compie diverse azioni vittoriose contro i veneziani.

155

.

148 Ugo Caleffini, p. 447 (cc. 152v-153r).
149

150 Bernardino Zambotti, p. 116.

151 Mantovani, p. 150.
152

Bernardino Zambotti, p.116.
153

154 ASMo, Archivio Segreto Estense, ambasciatori, Milano, 10/A, lo stesso a G. Trotti, 21 dicembre 1482; cfr. Mantovani, p. 163 e nota 8.

Ivi, pp. 447-8 (c. 153r).

Ugo Caleffini, p. 449 (c. 153v).

Ugo Caleffini, p. 464 (c. 159r).

155

42

12 dicembre – [Sforza] “cum la sua gente amazò più di cento inemici et rupegli due barche armate in Po et

ferine anche molti de loro; e di nostri fu morto tanto uno et feriti da sete in octo” 157 . Episodio simile si ripete il

14 158 e 15 159 successivi.

24 dicembre - Lo Sforza conquista e distrugge un baluardo veneziano al Fossato di Zaniolo 160 . L’uomo

d’arme resta comunque di malavoglia ad Argenta perché le fanterie, alle quali non viene corrisposto il soldo,

vogliono andarsene

161

.

1483

20 gennaio - Don Alfonso di Calabria, viene a controllare le difese di Argenta: “El [

questa matina a ore 16, se partì da questa terra [Ferrara] con pochi di soi e se ne andò a Rezenta in bucinthoro, per provvedere a quello loco, come non vengi a le mano de’ Veneciani, li quali hano il suo campo drio a la rivera de Filo con l’armada de Po e fa quello che possono per havere Rezenta, perchè

vegneriano subito a Ferrara, trascorrando tuto il Polexene de San Zorzo, il quale ne dà le victuarie, e poi seguitaria el proverbio vechio da notare sempre: Chi ha Rezenta, la Stellata e Bonden, ha Ferrara per il

fren162 .

] duca de Calabria,

26 gennaio – SECONDO ASSALTO AD ARGENTA. I veneziani attaccano le mura di Argenta, dove erano al

comando lo Sforza e Gian Pietro Bergamino che li respingono infliggendo gravi perdite Scrive Bernardino Zambotti: “Li soldati de la Signoria de Venexia che stavano in la vila de San Biaxio, vèneno a Rezenta con grande impeto a pedi e a cavalo, e prèxeno per forza certi repari e bastione facti fora de la tera. E volgendo loro venire con schale a le mura de Rezenta, perchè el conte Piero Bergamino e Sforza Veschonte da Milano, Conducteri strenui e animosi, li havevano lassati venire a studio così aprovo de le mura e de la terra per fracassarli, subito comenzòno con tuta la zente herano dentro a trare fora con balestre, spingarde e artiliarie, e ne amazò grandissima quantità de li inimici li quali fuzando forno perseguitati da li nostri soldati insino in li soi allozamenti, e lo bastione nostro fu requistado con laude, a danno loro”

163

.

164

.

Più partecipato il resoconto che ne fa il Caleffini: “Domenica a dì XXVI de zenaro 1483, domente ch’el fusseno andate da octomilia persone de li nostri nemici che sono ad Arzenta per un gran riforzo, cum scale et altri ordegni per pigliare, se poteano, li bastioni nostri facti lì et cussì repari per sua commissione de Sforza, videlicet facti per sua commissione, per potere poi, quando quelli havesseno havuti, fortificarseli et doppoi pigliare el castello de Arzenta, lo quale de facili haveriano havuti quando havessero havuti dicti repari et bastioni. Et che Sforza ne havesse havuto notitia, se misse in ponto cum Zampietro Bergamino, conductiero del Stato de Milano, secrete cum le sue zente dentro a la terra, havendo tunc mandato da seicento altri di suoi fanti in uno boscho per tore in mezo dicti inemici, como fece ut infra. Et tandem, havendo già li inemici posto le scale a li repari et a li bastioni che dicti Sforza et Zampietro gli haveano lassati metere, et etiam intrare parte dentro da li repari, et che etiam havessero già posto le bandiere de Sancto Marcho suso dicti bastioni et repari, insieme cum tute le loro zente et cum il populo, et foreno adosso

a li inemici insieme cum li 600 altri, per modo che li inemici se retrovoreno in mezo. Et qui insieme

combateteno dal le 15 hore a le XXIII vel circa, che l’armata che si ritrovava in secho lì per Po, che era tunc

basissimo. non gli potè dare alcuno sucorso. Et post multa, finita la bataia, se ritrovoreno assai di nostri feriti,

di quali poi luni per tempo vene como ne erano morti cinque (m.s.: Morti 400). Et de li inemici ne fureno morti

da li nostri da quatrocento in suso, et feriti a morte in quantitade et non fu preso alcuno per pregione, perché el Sforza l’havea ordinato, ma che per lo fillo de la spada tuti li inemici fusseno mandati, como fureno (m.s.:

Armata rota). Et ultra questo epsi Sforza et Zampietro asaltono la dicta armata de venetiani lì, et sì li rope in mile parte in Po una galea et due fuste et molte barche, per modo che tuti che gli erano stati dentro se

156 A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Testimonianze archivistiche, Parte II, Tomo I: dal 1472 al 1492, Ferrara, Corbo editore, 1995, p. 286 (doc. 404/g, 24 dicembre 1482); cfr. Mantovani, p. 172 e nota 11.

Ugo Caleffini, p. 471 (c. 161r).
158

Ivi, p. 472 (c. 162r).
159

Ivi, p. 473 (c. 172 r).
160

161 ASMo, Archivio Segreto Estense, ambasciatori, Milano, 10/A, Ercole d’Este a G. Trotti, 31 dicembre 1482; cfr. Mantovani, pp. 172, 173 e nota 1.

Bernardino Zambotti, pp. 132-3.
163

164 Bernardino Zambotti, p. 133; cfr. Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 138.

157

Ivi, p. 479 (c. 164r).

162

Ugo Caleffini, p. 497 (c. 171r) (400 morti).

43

anegoreno lì in Po

per una parte gietono in Po, che andassero a portare novelle a venetiani” 165 .

Li

quali morti arzentesi / cum sei carri le feceno condure ad sepelire per una parte, et

L’euforia per i successi militari nasconde una situazione di grave penuria di viveri, legata anche al via vai di truppe. Tanto che a fine gennaio lo Sforza lamenta: “Nota che de questo mexe ogni giorno ariva zente d’arme de la Liga a piedi e a cavalo in succorso nostro, ma ge hè gran caristia de victuarie; non se manza se no pane de mixtura, il fromento se vende soldi 25 il staro, ma non se po’ avere se no milgio e fava” 166 .

29 gennaio - TERZO ASSALTO AD ARGENTA. “

essendose

iterum li inemici nostri de lì apresentati per tore li

repari de Arzenta heri et li bastioni, Sforza e Zampietro del Bergamino et le nostre zente d’arme et fantarie et il populo de Arzenta insieme uscirono fora et foreno a le mane cum dicti inemici tutto el zorno, insino a le sei hore de nocte cum lanze, schiopeti, archobusi, saetame et altre arme inastate et spingarde et bombarde et passavolanti. Et tandem, a la fine de la bataia, fureno trovati di nostri feriti et morti da setanta. Et de li inemici se ritroverono apresso 500 de schiopeti quasi tuti et feriti in quantitade. Siché questa fu una gran bataia” 167 . Per partecipare a quest’azione erano stati inviati da Ferrara “600 fanti spagnoli et catellani quasi tuti lanzaroli schiopetieri et balestreri”

168

.

1 febbraio - Viene anche Sigismondo d’Este con 400 fanti “perché se era inteso che li inemici nostri ad ogni modo voleano per uno reforzo tore Arzenta cum la bataia” 169 .

4/5 febbraio – I veneziani tentano ancora di “tore el bastione nostro” ma vengono respinti; i ferraresi fanno rispettivamente 70 e 32 morti tra i nemici 170 .

20 marzo - Tra i tanti ‘lasciti’ della guerra si lamentano anche i furti delle truppe amiche, come conferma una

lettera del commissario estense di Argenta che difende i suoi soldati dall’accusa di aver sottratto bestiame agli abitanti di Gualdo 171 .

2 aprile - Ancora più violente erano le razzie dei nemici che facevano scattare rappresaglie tra belligeranti,

come risulta dalle seguenti testimonianze: “Siando venuti 22 fanti veneciani a sacomano insino verso Cogomaro, dal lato de San Lazaro, robando le caxe vode, forno presi e amazadi da Guizardo Riminaldo ferrarexe, capitano de’ balestreri a cavalo, e ne mexe tredexe teste de cho’ de le lanze a li balestreri, in vendetta de tredexe homini di nostri da la Massa e da Codegoro, li quali li Veneciani li havea facti impicare pochi zorni fa, habiandoli ritrovati andare a guadagno, como fano li soldati” 172 .

3 aprile - Naturalmente la storia non si ferma li: “La zente de’ Veneciani trovòno quatro contadini de la vila de

Saletta e li amazòno e ligòno le teste loro al colo de uno altro contadino haveano prexi e li condusse insino aprovo li ripari del Barcho con le mane ligate de dreto, a ciò nonciasse a Ferrara che se herano vindicati de li

homini amazati il zorno inanti” 173 . Il seguito non è noto.

Al dramma della guerra si aggiunge quello della peste: “Nota che de questo mexe ogni zorno moriva qualche persona de peste in Ferrara, ma per la paura de la guerra ognun staxeva fermo in Ferrara e lo fromento se vendeva soldi 34 il staro a li pistori, et a li altri soldi 36 marchexini, e male se ne poteva havere. Pur ne veniva de Puia [Puglia] per la via de Pixa e de Fiorenza, e da Modena. E nota ch’el seria sta’ del fromento a

sufficientia in lo paexe, s’el Signore non avesse dato la tratta a Veneciani e altri zintilhomini de portarlo a

vendere a Vinexia!”

25 aprile – Ultime azioni militari: “Li Veneciani vèneno da la bastia del Zaniolo con barche per le vale verso

Bolognexe e bruxono la bastia del Farinaro e la prexeno, che non hera guardata per non essere de importantia” 175 .

174

.

165 Ugo Caleffini, pp. 497-8 (c. 17r-v).

ASMo, Archivio Segreto Estense, carteggio principi estensi, ramo ducale, principi regnanti, 67, Ercole d’Este ad Eleonora d’Aragona, 31 gennaio 1483; Bernardino Zambotti, p.133; cfr. Mantovani, p. 185 e nota 8.

Ugo Caleffini, p. 500 (c. 172r).
168

167

166

Ibidem.

169 Ivi, p. 501 (c. 172v).
170

171 ASMo, Archivio Segreto Estense, rettori dello stato, Ferrara e Ferrarese, 13, Argenta, L. Gualenghi ad Ercole d’Este, 20 marzo 1483; cfr. Mantovani, p. 197 e nota 2.

Bernardino Zambotti, p. 152.
173

172

Ivi, p. 502 (c. 173r).

Ibidem.

174 Ivi, p. 140.
175

Ibidem.

44

20 giugno - Segni di stanchezza si manifestano sia nelle truppe veneziane che in quelle della lega. A questo

si aggiungono gli effetti della peste e di altre malattie. Quando una flotta della lega entra in Adriatico il senato

dà ordine di spostare verso Ravenna la flotta e l’esercito veneziani che stazionavano presso la bastia dello Zaniolo. Le truppe lasciano quindi Argenta mantenendo alcune imbarcazioni di piccolo cabotaggio (fuste) a

difesa della bastia, non prima di aver incendiato Filo e altri villaggi. Scrive il Caleffini: “

et zente d’arme, che erano in campo suso quel de Arzenta del duca de Ferrara et de Fillo, brusoreno tuto,

tuto la villa del Fillo et de quelle ville lì vicine, et poi se ne fuzino lassando la bastia del Zaniolo fornita de fantarie et victualie a suo nome” 176 .

l’armata de venetiani

24 Giugno – L’armata veneziana torna un’ultima volta ad Argenta, ma solo in parte perché le acque basse

del Po impediscono la navigazione 177 .

1484

Una pace sofferta e tutt’altro che duratura

Tra la fine del 1483 e gli inizi del 1484 la stanchezza alligna nei i due schieramenti e riduce le azioni militari da entrambe le parti.

5 marzo - Papa Sisto IV scrive a Venezia dichiarandosi desideroso della salvezza della Repubblica e della

pace universale 178 . Il fatto sancisce la volontà dei contendenti di por fine al conflitto, senza che ci siano – almeno ufficialmente - un vincitore e un vinto. In aprile hanno inizio le trattative di pace 179 .

22 luglio - Viene concordata una tregua 180 .

25 luglio -

La domenica successiva la notizia viene letta pubblicamente a Ferrara 181 .

agosto - La pace vera e propria viene firmata nell’osteria delle Chiaviche, a metà strada tra i campi di Bagnolo e S. Zeno

8 agosto – La pace viene resa pubblica in città.

Scrive Zambotti: “A dì 8, la domenega. Se divulgò per questa citade che l’hera concluxa la pace fra la serenissima Liga e la Segnoria del Venexia, e che il Polexene de Roigo e soe pertinentie remanevano a la Segnoria predicta, con pacto che loro restituiscano le altre terre e forteze a lo illustrissimo duca nostro, e le terre le quale ha prexo la Liga siano restituide a la Segnoria de Venexia. E tale paxe rende la Excellentia del duca nostro de malavolgia, perchè la cognosce essere ingannata e abandonata da la Liga, la quale ge avea data la fede de farge havere tutto quello ge havea tolto la Segnoria de Venexia, e che seria liberata da la obligatione l’havea con Veneciani; e al presente se ritrova essere dannificato lui, li citadini e tuto il paese de doxento milia ducati, con perzeda e morte de zintilhuomini e soi citadini e destructione de caxamenti e bruzamenti de vile, con guera continua de ani dui suxo il Ferrarese, in Romagna e Rezana, maxime per la

7

182

.

perzeda de Montechio. E perhò tal paxe non la voria soa Excellentia e mancho li citadini, li quali ancora voriano più tosto la guerra duresse che seguisse tal pace dannoxa e ignominioxa. Ma, cognoscando la Excellentia del duca che bixogna stia a la determinazione de la Liga, la supporta con quella sapientia e

prudentia che hè necessaria in tal acto, benchè soa segnoria potesse per altro modo calcitrare: de che ne

reporta laude aprovo tuti li Signori d’Italia et anche per tutto il mondo”

183

.

20 agosto - Venezia restituisce ad Ercole: Adria, Ariano, Comacchio, Melara, Castelnuovo, Ficarolo,

Castelguglielmo, la bastia di Zaniolo 184 , la Riviera di Filo e altro 185 ; Argenta resta in mano estense; il polesine

di Rovigo rimane a Venezia la quale viene inoltre reintegrata nei privilegi goduti a Ferrara in base ai vecchi

trattati

186

, non ultimo la presenza del visdomino 187 .

176 Ugo Caleffini, p. 555 (c. 191r).
177

178 ASVe, Senatus Secreta, reg. 32, c. 13r, lettera del 5 marzo 1484; cfr. Mantovani, p. 263 e nota 2.
179

180 Diario ferrarese dall’anno 1409

181 Bernardino Zambotti, p. 155.

182 Mantovani, p. 298.
183

184 ASVe, Senatus Secreta, reg. 32, c. 78 r-v, 13 agosto 1484; cfr. Mantovani p. 301 e nota 4.
185

186 Mantovani, pp. 298-9; vedi la ricca documentazione a p. 299, nota 1.

Ivi, p. 557 (c. 191v).

Ivi, pp. 264-5.

cit,

p. 117; ivi, p. 291 e nota 4

Bernardino Zambotti, p. 157.

Bernardino Zambotti, p. 158; ivi, p. 299 e nota 1.

45

22 settembre - Sconfortato Ugo Caleffini registra lo stato della città: “Guera, carastia, fogo, morbo, aqua. Et tutavia el staro del bono frumento se vendeva 42 bolognini [costava 8 soldi marchesani nel 1481 188 ] et non era strafozato, et quel de Puglia marzo et che puza 34 bolognini, siché guerra, carastia et pestilentia ne cingie da ogno canto, et pochissimo ordine se ritrova in Ferrara, in la quale se ritrova grandissimo populo stare, che non ha potuto andare fora suso el polesene de Figarolo et de Ferrara per la guera, ché ogni zorno atorno la giesa di Angeli havemo li inemici. Siché Idio ce aiuti tuti, perché mai, mai Ferrara non fu in tanta calamitade et affanni.

A questo bisogna aggiungere che, nel corso della guerra, il territorio del ducato era stata colpito per ben tre

volte da forti scosse di terremoto.

Scrive, in conclusione, Mantovani: “Una guerra di oltre due anni, lunga, violenta e dispendiosa non portò a

grandi sconvolgimenti territoriali, perché il solo polesine di Rovigo passò sotto Venezia, mentre i territori che i vari contendenti si erano strappati tornarono ai precedenti possessori. Numerosi personaggi famosi erano

morti durante le ostilità

nemico, ma anche dai loro soldati e dagli alleati. I diversi stati giunsero all’agosto 1484 in condizioni difficili o

precarie, stremati dallo sforzo bellico e dalle spese, desiderosi solo di giungere alla pace. Probabilmente nessuno si aspettava un conflitto lungo e di così vasto raggio, ma questa è forse la storia di ogni guerra. A

voltarsi indietro molti dei regnanti e dei loro consiglieri si pentirono forse delle loro scelte” 189 . “Venezia dovette sopportare praticamente da sola l’enorme peso della guerra, ma la lega dovette fronteggiare quello

della discordia tra alleati”

Le popolazioni avevano patito sofferenze, violenze, saccheggi, non solo dal

190

.

E Luigi Simeoni così riassume il significato ella pace di Bagnolo: “corrispondeva più che alla situazione

militare alle condizioni interne dei vari Stati italiani fra i quali l’unico veramente saldo era Venezia che, pur

con dure sofferenze, poteva continuare più a lungo degli altri governi la guerra, mentre essi avevano, più o meno, ragioni per temere che il suo prolungarsi potesse avere dannosi effetti sulla posizione personale degli uomini che ne dirigevano la politica” 191 . La guerra aveva stremato le forze dei contendenti. Venezia, che era la vincitrice morale festeggiò; altrettanto non fece Ferrara ed Ercole I, che si sentì tradito e scrisse al visdomino Giacomo Trotti: ‘non avemo razone de alegrarse de questa pace192 .

La situazione si sarebbe di nuovo intorbidata l’anno dopo, quando Lodovico Sforza, detto il Moro, figlio di Francesco I, duca di Milano, alla morte di Ferdinando re di Napoli (25 gennaio 1494) avrebbe provocato la discesa in Italia di Carlo VIII, re di Francia con un grande esercito 193 .

Il primo dicembre 1501 papa Alessandro VI Borgia, padre di Lucrezia andata sposa ad Alfonso d’Este il 29

dicembre dell’anno precedente, conferma con una breve al duca l’investitura di Argenta (insieme a Lugo e S. Potito), approvando in tal modo la cessione già fatta dall’arcivescovo di Ravenna a Nicolò III, nel 1421 194 .

Dopo meno di un decennio nuove nubi si sarebbero addensate su questo territorio, che avrebbe visto Ferrara, appoggiata dai francesi, combattere le truppe papaline alleate di Ravenna insieme agli spagnoli, in uno scontro cruentissimo che si sarebbe concluso l’11 aprile del 1512 con la capitolazione di Ravenna, lasciando sul terreno tra 8.000 e 9.000 morti 195 . Ma questa è un’altra guerra 196 !

187 Il funzionario tornò a Ferrara ai primi di novembre; Bernardino Zambotti, p. 161; ivi, p. 304 e nota 1.

188 Ugo Caleffini (10 marzo 1481), p. 346 (c. 117r).
189

Mantovani, p. 305.
190

191 L. Simeoni, Le signorie, Milano 1950, vol. I, p. 555; ivi, p. 300 e nota 1.

ASMo, Archivio Segreto Estense, ambasciatori, Milano, 10/A, lo stesso al medesimo, 10 agosto 1484; ivi, p. 301 e nota 2.

193 Bertoldi, op. cit., III, parte II, p. 143.
194

195 P. Zattoni, Pasqua di sangue 1512. La battaglia di Ravenna: una tappa significativa nella rivoluzione militare del Rinascimento, in Studi Romagnoli, LXII, Cesena, Stilgraf, 2011, pp. 233-61, pp. 249-50. Vd. anche: E. Baldini, N. Cani, P. Compagni, Pasqua di sangue. La battaglia di Ravenna 11 aprile 1512, Ravenna, Longo editore, 2012; C. Giuliani (a cura di), La Rotta di Ravenna del 1512 e l’arte militare del Cinquecento nelle collezioni antiche della Biblioteca Classense, Ravenna, Longo editore, 2012: Marcellus Palonius, Clades Ravennas, con la traduzione inedita di Ippolito Gamba Ghiselli, Della rotta di Ravenna, Ravenna, Libreria Antiquaria Tonini, 2012.

196 Se ne parla in questo stesso sito: La residenza estense di Ospital Monacale. Un gioiello del nostro Rinascimento, prossimo al collasso.

Ivi, p. 307.

192

Ivi, III, parte III, p. 6.