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Da Storia Illustrata: Anarchia - utopia, rivolte e attentati da Bakunin a oggi, numero 191, Ottobre 1973

Gli anarchici fra santit e violenza


di Arturo Colombo Il movimento nasce alla fine del 1700. Prende il nome da un vocabolo greco che significa "senza governo". Ha aspetti contrastanti: da una parte stanno i nichilisti, che si servono del terrorismo per distruggere ogni ordine costituito; dall'altra i candidi utopisti, che rifiutano la violenza e per raggiungere il loro mondo ideale, fatto di armonia e giustizia, puntano sulle virt naturali dell'uomo.

Pochi se ne sono accorti, ma l'immagine dell'anarchia assomiglia a Giano bifronte. Non ha una faccia sola n un unico profilo, ma come l'antica divinit romana lascia intravvedere due volti distinti, che simbolicamente caratterizzano altrettanti aspetti di un movimento ideale e politico, su cui almeno da un secolo si scritto (e detto) tutto il bene e tutto il male possibile. Da una parte, la propaganda pi smaccata a favore della protesta libertaria, e dall'altra, la polemica pi astiosa contro gli uomini fedeli alla bandiera nera hanno trovato spazi favorevoli di crescita; e la conseguenza implicita stata quella di metter capo a due clichs antitetici, entrambi falsi e fuorvianti, che vogliono farci intendere l'anarchia come l'unica ricetta miracolosa per guarire il mondo o, all'opposto, cercano di dipingerci gli anarchici come i pi terribili masnadieri, da eliminare dalla faccia della terra. A guardare invece senza paraocchi i momenti-chiave che dominano le vicende storiche dell'anarchismo moderno e contemporaneo, nell'arco tra la fine del Settecento a oggi, ci si accorge che anche dietro i programmi e gli slogan apparentemente identici, si intrecciano i fili di due visioni contrastanti: quella nichilista e barricadiera, che si richiama al mito della violenza e vuol distruggere ogni ordine e disciplina per far trionfare la sovranit incontrastata del singolo (fino al limite patologico di un Max Stirner), e quella pacifica e misticheggiante, che rifiuta qualunque ricorso alla forza e cerca la via libera per raggiungere un nuovo mondo di armonia e di giustizia, puntando sulle virt naturali dell'uomo (fino al limite delle utopie di un Tolstoj o di un Gandhi). Certo, la radicale negazione del princpio di autorit rappresenta il motivo dominante che tiene insieme tutti gli anarchici e li accomuna nel drastico rifiuto di qualunque gerarchia, liberamente scelta o coattivamente imposta (del resto, proprio in senso etimologico il termine greco an-archs vuol dire senza superiore). Eppure, non ci vuol molto a capire che esiste un abisso fra chi cerca di sottrarsi ai tentacoli oppressori del potere costituito, perch aspira a vivere in una migliore societ di uomini liberi e uguali, e chi pronto a distruggere a tutti i costi la macchina dello Stato, perch rifiuta ogni regola elementare di civile convivenza e insegue un obiettivo massimalistico, che spesso sfocia nel pi squallido egoismo. Nel primo caso l'anarchismo si propone di rendere operante un modello di ordinamento sociale, che punta a cambiare tutti i rapporti esistenti, pur di dar loro un nuovo contenuto ottimale; nel secondo caso, invece, la sua carica eversiva e distruttiva sfocia nel disordine e alimenta le minacce di

ulteriori, pericolosissime svolte autoritarie. Basta qualche esempio per rendere evidente questo contrasto di fondo.

PROUDHON e i suoi figli in un dipinto di Gustave Courbet conservato a Parigi al Museo del Petit Palais. Autodidatta, filosofo, economista, e uomo politico, Pierre-Joseph Proudhon fu uno dei primi teorici del socialismo.

Quando, nell'ultimo decennio del Settecento, l'inglese William Godwin preparava la sua Ricerca sulla giustizia politica e sulla sua influenza sulla morale e sulla felicit e insisteva nel sostenere che il governo un male, un'usurpazione ai danni del giudizio privato e della coscienza individuale, aveva in mente i contorni ideali di una societ egualitaria, che continua a apparirci utopistica da tradurre in pratica ma che ha il merito di suggerire una partecipazione diretta e consapevole di tutti, per superare gli antagonismi particolaristici e ottenere cos un sistema di rapporti inter-soggettivi, capaci di fare a meno del brutale marchingegno del potere politico. Nessuna volont distruttiva, dunque, anima Godwin; anzi, il suo programma, che mira a conseguire un'integrale rigenerazione dell'uomo, prima ancora di avere un preciso contenuto politico-sociale, rivela intera la carica morale e l'afflato religioso di chi fermamente crede nell'esistenza di un superiore bene comune e vuole raggiungerlo all'insegna di una meritoria o- pera educatrice e civilizzatrice. Un discorso analogo vale anche per Proudhon e per quella eterogenea schiera di suoi seguaci, che hanno arricchito la storia dell'anarchismo francese dal secondo Ottocento in poi. Diverso nei criteri ispiratori rispetto a Godwin e alla tradizione dei dissenters religiosi inglesi, ma altrettanto convinto che i rapporti sociali, invece di articolarsi sulla base di un gretto tornaconto egoistico, devono essere finalizzati al pieno raggiungimento della giustizia (la stella polare che governa la societ, il centro intorno al quale ruota il mondo politico, il principio e la regola di tutti gli accordi, dir nella sua opera pi significativa La giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa), Proudhon uno dei pi tenaci avversari del tipo di societ occidentale, che a parole proclama il laissez faire, laissez passer e in concreto continua a reggersi sull'istituto della propriet privata, che resta nelle mani di pochi privilegiati, e sullo sfruttamento economico, che coinvolge le grandi masse lavoratrici. Dalla ribellione contro i vizi e gli abusi che comporta un simile sistema sociale nasce il progetto di Proudhon di impegnarsi per dar vita a una struttura organizzativa egualitaria, dove non devono pi esistere vincoli n rigide gerarchie di potere e bisogna far regnare sovrana la legge della solidariet universale per il libero e armonico sviluppo di tutti. un progetto che nonostante una buona dose di astutezza illuministica, mantiene una sua coerenza logica e si compendia nella formula della mutualit in campo economico, come scambio reciproco di aiuti, di beni e di servizi tra i consociati, e dell' anarchia in campo politico, come assenza assoluta di ogni vincolo coercitivo imposto dall'alto. Un simile obiettivo di palingenesi per realizzarsi non solo respinge l'intervento dello Stato (foss'anche uno Stato democratico retto sul suffragio universale), ma ha bisogno dell'opera di emancipazione di tutto il proletariato, che si pu ottenere a patto di

riorganizzare l'intera societ (finora vittima di poteri centralizzati e dispotici) attraverso una serie di piccole e autonome cellule comunitarie, ciascuna delle quali ha il diritto di auto-governarsi, di autoamministrarsi, di darsi le proprie tasse, di disporre dei propri beni e delle proprie rendite, di aprire le proprie scuole e nominare i propri professori, di avere la propria polizia e i gendarmi e la guardia pubblica, di crearsi i propri giudici. E cos si spiega come mai nel 1871, durante i drammatici mesi della Comune di Parigi, accanto ai socialisti barricadieri fedeli a Blanqui, ai giacobini intransigenti pronti a ripetere le regole del Terrore, e agli internazionalisti che seguivano le direttive di Marx, ci fosse una nutrita schiera di anarchici idealisti, continuatori delle teorie di Proudhon e pronti a sopportare qualunque sacrificio, pur di veder nascere finalmente il primo esperimento storico - rivelatosi presto fallimentare - di una solidale comunit di liberi e di uguali. Lo stesso anelito di giustizia, che postula il sicuro trionfo della fratellanza, infiamma quel filone dell'anarchismo russo di derivazione populista, che rifiuta la tattica cospirativa delle societ segrete (cara al ribellismo impulsivo di Bakunin) e cerca un ritorno miglioristico, quasi catartico, verso l'antico mondo contadino, incorrotto e tranquillo, capace di ripristinare il primordiale sistema di propriet collettiva della terra, per ottenere un pi intenso equilibrio solidaristico fra gli uomini. Ne fanno fede gli scritti di Piotr Kropotkin, carichi di un appassionato ottimismo razionalistico, a cominciare dalle Parole di un ribelle o dalla Conquista del pane, dove la tipica, secolare polemica anarchica contro il princpio del comando si accompagna alla pi vigorosa difesa del comunismo e- conomico come fonte essenziale del benessere di tutti , sulla falsariga delle celebri utopie di Moro o di Campanella. Ma non basta.
PIOTR KROPOTKIN discendeva da famiglia nobile. Geografo e scienziato svolse attivit rivoluzionaria nella Russia zarista e fu imprigionato nella fortezza Pietro e Paolo, da cui fugg nel 1876. Rientr in URSS nel 1917, sotto Kerenski.

Questo incessante appello per un ritorno alla natura , che si trasforma in un lucido invito alla riconquista delle perdute libert, appare ancora pi evidente nella singolare concezione anarchica di Tolstoi, anche se il suo ideale di un cristianesimo umanizzato, senza pi sovrani n padroni, ha ben poco da spartire col programma egualitario e libertario del razionalista Kropotkin. Infatti, dietro la fantasia creatrice di un artista come Tolstoi, si sente la carica morale del suo imperativo a respingere la logica della ragion di stato, per impegnarsi a vivere una vita semplice, elementare e ascetica, ritmata sull'esempio e sulla persuasione, che si sforza di cancellare dal

mondo le ingiustizie e gli squilibri sociali, riproponendo la medicina millenaria delle regole evangeliche sull'amore e la non violenza. Tant' vero che questi insegnamenti tolstoiani, arricchiti dalla lezione dell'americano Henry Thoreau sul dovere della disobbedienza civile , si rifletteranno anche sul magistero di Gandhi, destinato a diventare il protagonista pi noto (e pi coraggioso) di quel movimento etico-politico in difesa dei princpi della non violenza, dove vibra l'eco di tante esemplari battaglie anarchiche contro il volto demoniaco del potere. Per la musica cambia completamente appena si considera l'altra faccia dell'anarchismo, quella che mostra i segni pi duri della violenza barricadiera, della furia iconoclasta, dell'asprezza nichilista e terrorista, pronta a far tabula rasa di tutto e di tutti, pur di aver partita vinta contro lo Stato, il nemico cos difficile da battere e da abbattere. Il nome pi caratteristico, e nello stesso tempo pi intransigente, fra questi anarchici disposti anche a esaltare il delitto e l'assassinio politico, quello del tedesco Max Stirner, uscito dalla sinistra hegeliana e subito approdato a un cupo, torbido individualismo egoistico, che nega qualsiasi forma di legge e di pacifica convivenza, per esaltare in termini apodittici il dominio assoluto del singolo. Volont individuale e Stato sono poteri in lotta perenne e mortale, fra i quali non possibile alcuna pace eterna, dice nelle pagine de L'unico e la sua propriet, che rimane la testimonianza pi folle e inquietante delle aberrazioni di chi pretende, in nome del drastico rifiuto dell'autorit, di cancellare ogni ideale umanitario, per ridurre il mondo a u- na gelida unione di egoisti, fino a ergere il volere dell'io, egocentrico e prepotente, a imperativo categorico sovrano, capace di usare qualunque violenza per la propria affermazione (e il risultato, implicito ma ugualmente terrificante nelle conseguenze, sar che Stirner aprir la strada al super-uomo di Nietzsche, da cui verranno i tremendi miti totalitari del nostro secolo). Ma se l'ipotesi stirneriana rimasta (fortunatamente) confinata nel limbo delle pure astrazioni, la storia del movimento anarchico russo del secondo Ottocento mette a nudo uno degli aspetti pi eversivi e violenti dell'odio per il potere, che sulla scia della tumultuosa propaganda di Bakunin, doveva trovare l'esatta figura paradigmatica in Serghiei Neciaiev l'autore di un durissimo Catechismo del rivoluzionario. Le riunioni clandestine, le manifestazioni di protesta, i piani di assalto contro gli uomini che detengono il potere (la chimica degli esplosivi , come dir Trotzki con un ironico sottinteso) costituiscono altrettanti momenti di una complessa trama organizzativa, che non si pone limiti n preclusioni, pur di far saltare 'in aria i congegni infernali dello Stato. Il rivoluzionario un uomo perduto sostiene Neciaiev; e questa intransigenza, che spiega gli e- pisodi pi temerari e crudeli del terrorismo russo (anche successivo), non ammette limiti. Come ribadisce Neciaiev senza cautelosi eufemismi, di giorno e di notte l'autentico rivoluzionario deve avere un solo pensiero, un solo scopo: la distruzione implacabile. Mirando a tal fine, a sangue

freddo e senza stancarsi mai, dev'essere sempre pronto a perire lui stesso e a far morire con le proprie mani tutti quanti ne ostacolano il raggiungimento. Questo invito alla distruzione (che ha un contenuto molto diverso rispetto alla fiducia bakuniniana nell'eterno spirito che distrugge e annichila, solo perch la fonte imperscrutabile e eternamente creatrice di tutta la vita) continuer a farsi sentire come una pesante ipoteca in parecchi dei gruppi anarchici, che anche nel nostro secolo si richiameranno ai principi libertari: dagli eredi delle bande del brigantaggio di Ravachol, ai neofiti dell'anarco-sindacalismo, affascinati da Sorel, fino ai gruppi pi irrequieti dei descamisados dell'America Latina. Non solo: in tempi ancor pi recenti, fra le composite frange estremiste della contestazione giovanile, sono riapparsi segni e richiami, che ricordano anche nell'uso di mezzi violenti la logica spietata del vecchio anarchismo eversivo. Non si tratta, nonostante le pretese, di autentiche forze rivoluzionarie, in grado di raccogliere i consensi di larghe masse popolari, ma piuttosto di movimenti spontaneisti di ribellione, che vorrebbero coagulare quello spirito di protesta, sempre presente nelle frange pi irrequiete del mondo intellettuale e studentesco (con qualche aggancio nelle file del sotto- proletariato operaio e contadino, ancora sensibile allo spirito delle vecchie jacqueries). Eppure, accanto a questo tipo di confuso revival neo-anarchico, che almeno l dove si manifesta pi apertamente (per esempio, nei Paesi capitalistici del mondo occidentale) tende a condannare in blocco l'odierna civilt di massa e colpire tutti gli uomini che siedono nelle stanze dei bottoni , continua a rimanere vivo il richiamo a quell'altro ideale anarchico, magari utopistico, che serve da stimolo tonificante per chi, anche senza militare sotto il segno della bandiera nera, crede nel primato dell'uomo contro le incombenti minacce dello Stato-Moloch o dello Stato-Leviatano, e ricorda la celebre massima di Goethe, che il migliore governo quello che ci insegna a governarci da soli .