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Adesso il bosco riposa Grazie di cuore e Auguri di Buone Feste a tutti i
Adesso il bosco riposa
Grazie di cuore
e Auguri di
Buone Feste
a tutti i Volontari
del Corpo A.I.B.
del Piemonte
ed alle loro Famiglie.
Roberto Vaglio

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INCENDI BOSCHIVI

Dopo una estate di fuoco, si prepara la campagna per l’inverno

di Cristina RICALDONE

prepara la campagna per l’inverno di Cristina RICALDONE Il fenomeno degli incendi boschivi estivi ha colpito

Il fenomeno degli incendi boschivi estivi ha colpito violentemen- te quest’anno buona parte dell’Europa: Spagna, Portogallo, Fran- cia, Grecia e naturalmente Italia. Per il Piemonte si è trattato di un caso di straordinaria ecceziona- lità poiché per la prima volta da trent’anni si è assistito all’insor- gere ed alla propagazione di incendi vasti e di elevata intensità in un periodo tradizionalmente considerato non a rischio. Questo ha fatto sì che la struttura antincendi boschivi piemontese si sia trovata a fronteggiare una situazione di estrema difficoltà sia per la magnitudo del fenomeno che per aver dovuto operare in condizioni climatiche opposte a quelle abituali. I dati statistici che seguono sono molto chiari: il picco massimo di superficie boscata percorsa dal fuoco si è registrato ad agosto, oltre 1500 ettari, mentre nei mesi di marzo e aprile, tradizionalmente in Piemonte i mesi più “caldi” per quanto riguarda il fenomeno incendi boschivi, sono bruciati comples- sivamente 516 ettari.

Dati Coordinamento regionale CFS

INCENDI BOSCHIVI IN PIEMONTE - ANNO 2003 (Gennaio-Settembre) Superfici complessive percorse dal fuoco per Mese

INCENDI BOSCHIVI IN PIEMONTE - ANNO 2003 ( Gennaio-Settembre ) Superfici complessive percorse dal fuoco per

MESE

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NUMEROINCENDI

Anche il numero degli incendi è significativo: nel mese di marzo si sono registrati 113 incendi, 108 quelli che si sono verificati in agosto.

INCENDI BOSCHIVI IN PIEMONTE - ANNO 2003 ( Gennaio-Settembre) Suddivisione per Mese

INCENDI
INCENDI

MESE

Dati Coordinamento regionale CFS

Grazie all’azione di monitoraggio svolto su tutto il territorio, è stato rilevato che le ore del giorno

durante le quali si sono registrati il maggior numero di incendi sono quelle centrali, tra le 12 e le 16.

INCENDI BOSCHIVI IN PIEMONTE - ANNO 2003 ( Gennaio-Settembre) Suddivisione incendi secondo l'ora di accadimento

NUMERO
NUMERO

ORARIO

Dati Coordinamento regionale CFS

3

Per contrastare questo ecceziona- le fenomeno la Regione Piemon-

te ha attivato il suo dispositivo

antincendi costituito dal persona- le del Corpo Forestale dello Sta-

to - che opera con compiti di co-

ordinamento ed in Sala Operati-

va - ed il Corpo Volontari AIB del

Piemonte: 6200 Volontari divisi

in 51 comandi di distaccamento

e 239 squadre su tutto il territo- rio.

Tutti i Volontari che intervengo-

no nelle operazioni di lotta attiva agli incendi boschivi sono

preventivamente attrezzati dalla Regione Piemonte - che fornisce

il

Corpo degli appositi dispositivi

di

protezione individuale di III

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categoria (contro il rischio di morte o invalidità grave e perma- nente) - ed addestrati attraverso un programma formativo pro- gressivo. Grazie alla formazione stiamo ot- tenendo importanti risultati so-

prattutto in termini di maggiore sicurezza degli operatori: durante

la stagione estiva, nonostante il

gran numero di incendi, si sono

registrati 11 incidenti non gravi,

e nessuno dei volontari ha ripor-

tato lesioni da fuoco. "Alla luce di quanto accaduto quest’estate - sostiene l’Assessore regionale alla montagna Roberto Vaglio - la Regione Piemonte si sta dotando di nuovi strumenti che le consentano di affrontare efficacemente la campagna incendi invernale. Innanzitutto dovremmo verificare, con il contributo degli esperti, se quello estivo sia un fenomeno da considerare eccezionale o se, purtroppo, possa diventare la norma: in tal caso sarà neces- sario aumentare le risorse investite nella lotta agli incendi poiché, in questo caso, i 5 milioni di euro che la Regione Piemonte spende ogni anno non sarebbero certamente sufficienti. Inoltre, mentre si stanno adeguando le procedure operative attualmente in vigore, stiamo per stipulare una nuova convenzione con il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, soprattutto per quanto riguarda i problemi creati dalle aree di interfaccia. Nei prossimi mesi proseguirà a ritmo serrato il programma regionale di formazione, rivolto sia al personale professionale che a quello volontario, e verranno acquistate nuove dotazioni di sicurezza e attrezzature di lotta per il Corpo Volontari AIB. Entro l’in- verno, infine, sarà pronta la nuova Sala Operativa Unificata Permanente, prevista all’articolo 7 della legge quadro sugli incendi boschivi."

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Iniziativa di collaborazione tra la Regione e il MIUR

A SCUOLA DI MONTAGNA

di Barbara CAMUSSO

Nel mese di novembre ha preso il via il primo corso per i docenti delle scuole medie superiori sui temi della monta- gna: circa 80 insegnanti provenienti dagli istituti della pro- vincia di Torino e Cuneo hanno infatti partecipato alle pri- me quattro ore di lezione. Tra i docenti del primo corso che si è tenuto a Torino, c’erano anche l’Assessore regionale alla Montagna Roberto Vaglio e il Direttore regionale del MIUR Luigi Catalano che, nel corso della conferenza stampa

che si è tenuta nell’intervallo delle lezioni, hanno illustrato contenuti e finalità del corso ed insieme con il VicePresidente del TOROC, Rinaldo Bontempi, hanno spiegato il collega- mento di questa iniziativa con un concorso per i ragazzi delle scuole medie superiori “XX Giochi Olimpici Inverna-

di lettura per il loro futuro” “ Abbiamo voluto – ha aggiunto l’Assessore regionale alla montagna Roberto Vaglio - lanciare loro un preciso mes- saggio: l’immagine che si è consolidata nell’immaginario

collettivo - la montagna “parco dei divertimenti” per il fine settimana, una montagna residenza di Heidi e le sue caprette, riserva indiana di una cultura sconfitta è la sommatoria di luoghi comuni da sfatare. Per contrastare la forza invasiva dei media che continuano a diffondere questa immagine de- formata non è sufficiente la buona volontà degli ammini- stratori. Lo strumento più potente per fornire ai giovani un’esatta conoscenza è senz’altro la scuola”.

I docenti che hanno frequentato il corso di formazione po-

li

– Torino 2006. Sport, Montagna e Valori Olimpici”.

tranno poi partecipare con le loro classi ad un concorso re-

Il

corso di formazione sui temi della montagna rientra tra le

gionale promosso dal TOROC, dalla Regione Piemonte e

iniziative comuni che l’Assessorato alla Montagna e la Di- rezione regionale del MIUR hanno avviato in seguito alla firma del protocollo d’intesa avvenuto lo scorso maggio. Il progetto ha visto la realizzazione di un seminario di 16 ore suddivise in 4 mezze giornate per sessione, (nel mese di dicembre è stata coinvolta anche la provincia di Vercelli), durante le quali i docenti delle scuole medie superiori sono stati informati delle politiche regionali, nazionali e comu- nitarie per lo sviluppo durevole della montagna e del conte- sto legislativo e istituzionale di riferimento. Durante le le-

zioni sono stati dati loro gli elementi utili per la conoscenza del territorio e delle sue risorse ambientali, per la riscoperta dei valori culturali ed identitari ed è stata delineata l’esatta dimensione dell’evento olimpico del 2006. Obiettivo di questa iniziativa – ha dichiarato il direttore Regionale Luigi Catalano - è stato fornire ai docenti i mezzi educativi e didattici che consentano loro di trasferire

ai ragazzi una oggettiva informazione sul territorio monta-

no, sulla sua economia e sulla società che lo abita. Ciò che

proponiamo con questa operazione è assolvere ad un preciso dovere formativo:

consentire ai giovani di ave- re coscienza di tutte le oc- casioni a loro disposizione per impostare la propria vita, per decidere la propria professionalità e la propria fonte di reddito. Il territorio montano piemontese offre ai nostri giovani una interes- sante e sconosciuta chiave

ci

ai nostri giovani una interes- sante e sconosciuta chiave ci 5 dal MIUR per la realizzazione

5

dal MIUR per la realizzazione di progetti finalizzati alla pratica sportiva in ambiente naturale montano. Il progetto “Sport, Montagna e Valori olimpici” nasce dal- l’esigenza della Regione Piemonte e del TOROC di pro- muovere presso i giovani piemontesi una conoscenza ap-

profondita del territorio montano e della sua cultura e di cogliere l’occasione dell’evento olimpico del 2006 per of- frire loro l’opportunità di confrontarsi con i valori dello Sport

e dell’Olimpiade attraverso la pratica sportiva in ambiente

naturale. L’iniziativa mira a coinvolgere gli studenti per sperimentare un primo approccio a pratiche sportive in am- biente naturale, approfondire la conoscenza di sé e del pro- prio rapporto con gli ambienti circostanti, affrontare l’in-

treccio di temi quali montagna, sviluppo durevole e soste- nibile e sport, stimolare la riflessione su temi e valori olim- pici. Gli insegnanti che hanno frequentato il corso saranno invitati ad elaborare proposte di coinvolgimento di una classe in un soggiorno ambientale durante il quale dovrà essere promossa la pratica sportiva, sottolineando la valenza dei valori olimpici e dell’importanza dell’evento Olimpico per conoscere e riscoprire il territorio. Le classi coinvolte dal concorso che si svilupperà su tre anni

- dal 2004 al 2006 - saranno centosessanta ogni anno e di

queste ne verranno premiate sessanta, quaranta dal TOROC

e venti dall’Assessorato alla Montagna, con un soggiorno

educativo presso il Centro di educazione ambientale Pracatinat e presso i Centri del FORMONT, Centro di for- mazione professionale per la montagna. «Ci siamo inseriti con coerenza - spiega Rinaldo Bontempi, vicepresidente del TOROC - nel percorso formativo avvia- to dall’assessore Vaglio, apportando una riflessione sui valo-

ri olimpici, fondamentale in un territorio che si sta prepa- rando a ospitare i Giochi Invernali. Questo percorso si in- tegra perfettamente con il progetto di Educazione Olimpi- ca del TOROC che ha lo scopo di far conoscere il mondo delle discipline olimpiche invernali e di far riscoprire lo stretto rapporto tra la città e le sue montagne. Dallo scorso anno scolastico sono state coinvolte le scuole piemontesi, e più avanti contiamo di allargare il progetto anche a nume- rose scuole di altre regioni».

Nel corso della conferenza stampa di apertura, l’Assessore Vaglio e il Direttore Catalano, hanno anche illustrato i ri- sultati raggiunti dalla Regione Piemonte e dal MIUR in vir- tù del Protocollo d’intesa per la salvaguardia delle scuole di montagna. Grazie all’azione congiunta delle due istituzio- ni, infatti, quest’anno è stato possibile il regolare avvio delle lezioni anche in quei plessi scolastici di montagna dove il numero di alunni, in base alle disposizioni legislative, ne avrebbe imposto la chiusura.Il gruppo di lavoro misto Scuo- la-Regione-Comunità montane, costituito in seguito alla fir- ma del protocollo dello scorso maggio con il compito di proporre azioni congiunte e mirate alla salvaguardia delle scuole di montagna, ha dapprima individuato le più eviden-

ti situazioni di criticità del servizio scolastico regionale, sia

statale che paritario, quindi ha stabilito condivisi criteri d’ap- prezzamento delle difficoltà, infine – dopo aver sollecitato

la collaborazione delle Comunità Montane e dei Comuni per la rilevazione dei bisogni – ha redatto un elenco delle criticità che richiedevano maggiore attenzione.

La Direzione Scolastica Regionale, nel tentativo di limitare

i disagi derivanti dal taglio delle dotazioni organiche del

personale docente, ha in un primo tempo chiesto ai singoli Centri di Servizio Amministrativi di riconsiderare l’organi- co di diritto e di sanare le situazioni maggiormente critiche. Questo intervento ha riguardato diversi istituti di monta- gna, come ad esempio l’Istituto Comprensivo di Piedi-

mulera, nel Verbano Cusio Ossola. Poi si è passati all’inter- vento su ulteriori situazioni di criticità che sono state af- frontate, in particolare nelle pluriclassi, sia ricorrendo al frazionamento con un ulteriore docente a disposizione – come ad esempio a Forno, nel VCO – sia concedendo una seconda sezione con modulo 3 x 2 – a Druogno, sempre nel VCO – sia assegnando un docente aggiuntivo di posto comune, come avvenuto a Cesana Torinese e a Celio. L’As- sessorato alla Montagna della Regione Piemonte è interve- nuto in tutte le altre situazioni, finanziando con 155 mila euro tre istituti in condizioni di criticità e sette scuole sussidiate, assegnando circa 400 mila euro per consentire a 41 pluriclassi in difficoltà di integrare il personale docente, infine concedendo 233 mila euro per l’insegnamento della lingua straniera. “Il mantenimento dei servizi essenziali – ha dichiarato l’As- sessore alla Montagna Roberto Vaglio – è condizione fon- damentale per evitare che la montagna venga abbandona- ta: garantire il servizio scolastico è da sempre una priorità per il Governo del Piemonte che dal 1998 ad oggi ha inve- stito circa 5 milioni di euro per garantire ai bambini delle Valli piemontesi un’offerta scolastica competitiva ed omo- genea su tutto il territorio regionale. Grazie all’azione con- giunta dell’Assessorato alla montagna e della Direzione re- gionale del MIUR quest’anno siamo riusciti ad impedire la chiusura di molti presidi scolastici, evitando gravi disagi ai bambini e alle famiglie, scongiurando un loro possibile tra- sferimento in pianura. La presenza dell’uomo in montagna ed in particolare di popolazione giovane è fondamentale per lo sviluppo delle aree montane, per la conservazione del patrimonio ambientale, per il mantenimento dell’iden- tità e della cultura locali, nonché per la sicurezza dell’inte- ro territorio regionale”. “Questa esperienza ci insegna che la collaborazione e le sinergie tra istituzioni risultano vincenti anche quando le sfide sono particolarmente impegnative – ha aggiunto il Di- rettore regionale del MIUR Luigi Catalano. Senza dubbio il lavoro da fare

è ancora molto per consen-

tire alle scuole di montagna

foto Roberto Chirio
foto Roberto Chirio

di

essere davvero competitive

in

termini di qualità del ser-

vizio offerto rispetto a quelle

dei centri urbani. Tuttavia, la “lezione” che

abbiamo tratto fino ad ora

è che la condivisione di

“progetti” comuni fra scuo- la ed istituzioni del territo- rio, realizzati “fianco a fian- co”, pur nel rispetto dovero- so delle reciproche compe- tenze, è fondamentale per la crescita e per il migliora- mento dell’intero sistema”.

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Alcuni dati sui finanziamenti accordati

Finanziamenti ad Istituti in condizioni di particolare criticità

 

Importo in Euro

DEMONTE

20.450,00

PRALI

20.450,00

CERES

20.450,00

TOTALE

61.350,00

Finanziamenti per le scuole sussidiate

VALLI ORBA, ERRO, BORMIDA DI SPIGNO (Ponzone)

7.011,84

ALTA VALLE ORBA, ERRO, BORMIDA DI SPIGNO

12.260,00

VALLI PO, BRONDA E INFERNOTTO

(Brondello)

20.450,00

VALLI ORCO E SOANA

(Alpette)

10.329,14

(Ronco Canavese)

10.329,12

(Valprato Soana)

20.450,00

ALTO CANAVESE

(Canischio)

12.600,00

Finanziamenti alle ComunitàMontane per la razionalizzazione delle pluriclassi

CHISONE E GERMANASCA

20.449,44

ALTA VALLE ORBA ERRO E BORMIDA DI SPIGNO

44.991,44

ALTA VAL LEMME ALTO OVADESE

3.873,00

VAL BORBERA E VALLE SPINTI

12.068,00

LANGAASTIGIANA-VAL BORMIDA

20.024,40

VALLE MOSSO

2.500,95

ALTA VALLE CERVO - LA BURSCH

20.450,00

PREALPI BIELLESI

3.408,24

VALLE MAIRA

19.619,56

VALLI PO BRONDA INFERNOTTO

26.680,92

VALLI MONREGALESI

20.450,00

ALTA LANGA

23.238,00

VALLE VARAITA

5.162,40

VALLE GRANA

10.225,00

VAL SANGONE

11.820,60

VAL PELLICE

20.450,00

VALLI DI LANZO

24.745,32

ALTO CANAVESE

15.000,00

BASSA VALLE SUSA E VAL CENISCHIA

40.900,00

VALCHIUSELLA

12.000,00

MONTE ROSA

6.300,00

ALTO VERBANO

2.065,60

VALLE ANTRONA

18.590,40

ANTIGORIO DIVEDRO FORMAZZA

1.420,10

VALSESIA

9.811,60

TOTALE

396.244,97

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PremiatiPremiatiPremiatiPremiatiPremiati iiiii vincitorivincitorivincitorivincitorivincitori deldeldeldeldel SecondoSecondoSecondoSecondoSecondo concorsoconcorsoconcorsoconcorsoconcorso regionaleregionaleregionaleregionaleregionale

“I“I“I“I“I formaggiformaggiformaggiformaggiformaggi d’alpeggiod’alpeggiod’alpeggiod’alpeggiod’alpeggio delladelladelladelladella MontagnaMontagnaMontagnaMontagnaMontagna deldeldeldeldel Piemonte”Piemonte”Piemonte”Piemonte”Piemonte”

Sabato 15 novembre si è svolta la premiazione

del Secondo concorso regionale “I formaggi di alpeggio delle Montagne piemontesi”, organizza-

in Sicilia per una Conferenza Intergovernativa sulla Montagna. “La prima edizione del concorso regionale dedi-

to

dall’Assessorato alla Montagna della Regione

cato ai formaggi d’alpeggio, - ha dichiarato l’As-

e

degli affari, in favore del recupero della tipicità

Piemonte in collaborazione con l’Associazione delle Casare e dei Casari di Azienda Agricola, a Cavour, nell’ambito delle manifestazioni di Tutto Mele. Bandito in primavera, il concorso ha riscon-

sessore regionale alla montagna Roberto Vaglio - è stata una sorta di sfida che la Regione Piemonte ha voluto lanciare alla globalizzazione dei gusti

trato durante l’estate grande interesse da parte dei

e

dell’identità territoriale dei prodotti.

produttori di formaggio di montagna e soprattutto

Il

grande successo che l’iniziativa ha riscosso sia

di alpeggio, tanto che sono si sono iscritti oltre

100 partecipanti, aziende agricole operanti in co- muni montani che trasformano direttamente il pro- prio latte, in rappresentanza della quasi totalità delle zone montane del Piemonte

I

prodotti in concorso erano il burro di Alpeggio,

il

caprino presamico di Alpeggio, il Maccagno di

Alpeggio, il Nostrale di Alpeggio, la Ricotta sta-

gionata di Alpeggio, la Toma piemontese di alpeggio a latte intero, la Toma piemontese di

alpeggio a latte parzialmente scremato, il Formag- gio particolare ed il Raschera d’alpeggio D.O.P. In mattinata la Giuria, composta dagli Assaggia- tori dell’Onaf, Organizza- zione Nazionale degli as- saggiatori di formaggio,

ha valutato i formaggi in

concorso ed espresso i

propri giudizi, decretando

i primi tre classificati per ciascuna categoria.

I vincitori del concorso

sono stati premiati nel po- meriggio dal Presidente del Parco del Po Cuneese, Alfio Locatelli, in rappre- sentanza dell’Assessore regionale alla Montagna, Roberto Vaglio che non è potuto intervenire perché

tra i produttori che tra i consumatori ci ha con- vinti a ripetere l’esperienza che diventerà un ap- puntamento annuale per la promozione delle pro- duzioni tipiche della montagna e per dare un giu- sto riconoscimento del lavoro dei margari. Il concorso si inserisce tra le iniziative che la Re- gione Piemonte sta attuando per incentivare i pro- duttori a migliorare ulteriormente la qualità dei loro prodotti e ad accrescerne la competitività:

sviluppare in chiave moderna un’attività tradizio- nale può diventare, infatti, punto di forza per il territorio, non solo perché occasione di nuova e

tradizio- nale può diventare, infatti, punto di forza per il territorio, non solo perché occasione di

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qualificata impren- ditorialità locale ma anche per gli effetti

indotti sul sistema tu- ristico, laddove i cen-

tri di produzione pos-

sono diventare di ri- chiamo sia per l’ac-

quisto di un prodotto che diventa esclusivo

di

quel luogo, sia per

la

visione diretta dei

metodi di produzio- ne”. Tutti i concorrenti hanno ricevuto un at- testato di partecipa- zione, mentre i primi tre classificati sono stati premiati con un diploma, un tagliere di design realizzato apposi- tamente dall’architetto Parenti ed un bollino da applicare ai loro prodotti, a riconoscimento della qualità e della tipicità delle loro produzioni. Ed il bollino consegnato ai partecipanti svolge proprio queste funzioni: mentre consente ai con- sumatori di riconoscere immediatamente il pro- dotto, li garantisce rispetto alla provenienza ed alla genuinità di quanto acquistano e contemporanea- mente diventa uno strumento di promozione e valorizzazione per i produttori. Garantire il produttore ed il consumatore è un obiettivo importante per l’Assessorato alla Mon- tagna della Regione Piemonte che a questo scopo ha anche realizzato, in collaborazione con il Poli- tecnico di Torino, un progetto per la rintracciabilità della filiera del latte. Ma cosa significa affermare che un prodotto ali- mentare è rintracciabile? Secondo la normativa europea, la rintracciabilità di filiera è intesa come la “capacità di ricostruire la storia e di seguire l’utilizzo di un prodotto mediante identificazioni documentate”, individuando quindi le aziende che hanno contribuito alla formazione di un dato pro- dotto alimentare. Tale identificazione è basata sul monitoraggio dei flussi materiali “dal campo alla tavola”, cioè dal produttore della materia prima

alla tavola”, cioè dal produttore della materia prima al consumatore finale. In poche parole, solo quan-

al consumatore finale. In poche parole, solo quan- do e se siamo in grado di identificare le aziende che hanno contribuito alla sua formazione pos- siamo parlare di rintracciabilità. La rintracciabilità è efficace se viene estesa a tut- ta la filiera e pertanto a tutti gli operatori coinvol- ti nella determinazione delle caratteristiche del prodotto ed acquista maggior valore se riferita a prodotti tipici, in particolare se originari di aree ben definite o definibili a loro volta certificate o certificabili: prodotto certificato in territorio cer- tificato. Recenti tendenze di mercato dimostrano che la qualità e la sicurezza rafforzano la fiducia del consumatore, sempre più alla ricerca di pro- dotti semplici e genuini, che ricordano i sapori antichi e metodi di lavorazione tradizionali, ma garantiti da un punto di vista organolettico, nutrizionale e della sicurezza d’uso. La rintracciabilità diventa dunque un importante strumento a disposizione dei consumatori ma an- che dei produttori per la valorizzare i propri pro- dotti. In particolare, la ricerca condotta dal Poli- tecnico di Torino dimostra il fatto che l’applica- zione di un sistema di rintracciabilità di filiera dei prodotti agro-alimentari ad un prodotto tipico di un territorio montano può effettivamente contri- buire ad un più ampio progetto di valorizzazione

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questo ringrazio l’As- sessorato alla Monta- gna che ha creduto nel- l’iniziativa”. “Individuare i vincitori

questo ringrazio l’As- sessorato alla Monta- gna che ha creduto nel- l’iniziativa”. “Individuare i vincitori - ha dichiarato il presi- dente dell’Onaf Italiana Pier Carlo Adami – que- st’anno è stato partico- larmente difficile, per- ché la Giuria ha colto un generale migliora- mento ed una certa uni- formità della qualità dei prodotti in concorso, te- stimonianza della cura con cui i margari han- no voluto presentarsi a questo appuntamento”.

del territorio nel suo complesso L’obiettivo che la Regione Piemonte vuole raggiungere è quello di favori- re lo sviluppo economico della mon- tagna, incoraggiare nuovi insediamenti abitativi ed economici, al fine di con- trastare l’abbandono delle aree margi- nali e il degrado ambientale che que- sto comporta. Senza il lavoro dell’uo- mo, senza gli alpigiani, infatti, rischie- remo di perdere non solo i prodotti di eccellenza della montagna piemonte- se, ma anche tutte le altre risorse di questo ambiente straordinario. “L’associazione delle Casare e dei Casari di Azienda Agricola - ha di- chiarato il Presidente Guido Tallone - pur essendo una giovane associazio- ne, ha già una storia importante che è in continua evoluzione: i nostri soci sono attualmente un centinaio, 63 dei quali allevatrici ed allevatori che tra- sformano direttamente il proprio latte in azienda. L’interesse che i casari hanno dimostrato per questa iniziati- va, è la prova che anche una giovane associazione possa realizzare nuove idee, se adeguatamente sostenuta e di

va, è la prova che anche una giovane associazione possa realizzare nuove idee, se adeguatamente sostenuta

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QUESTI I CAMPIONI PER OGNI CATEGORIA:

BURRO D’ALPEGGIO

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Simonetti Silvano

Crodo(VB)

2° CLASSIFICATO::

Az.Agr. Giletta Mario Costanzo

Pragelato(TO)

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Cipriano Moliner Mario

Quincinetto(TO)

CAPRINO PRESAMICO DI ALPEGGIO

1° CLASSIFICATO:

2° CLASSIFICATO:

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Cottino Giorgio e Ornella Az.Agr. Giorgis Maria Maddalena Az.Agr. Durand Canton Franco

MACCAGNO DI ALPEGGIO

1° CLASSIFICATO:

2° CLASSIFICATO:

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Guglielmina Silvano Az.Agr. Prina Cerai Aldo e Elisa Az.Agr. Venara Ugo

NOSTRALE DI ALPEGGIO

Rocca Canavese(TO) Valdieri(CN) Bobbio Pellice(TO)

Rassa (VC) Vallanzengo (BI) Alagna Valsesia (VC)

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Dalmasso Giovanni

Crissolo(CN)

2° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Viale Barbara

Sampeyre(CN)

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Ellena Giuseppe

Marmora(CN)

RICOTTA STAGIONATA DI ALPEGGIO

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Giorgis Maria Maddalena

Valdieri(CN)

2° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Duran Canton Franco

Bobbio Pellice(TO)

3° CLASSIFICATO:

Cascina Rosa

Cantalupa(TO)

TOMA PIEMONTESE DI ALPEGGIO A LATTE INTERO

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Catalin Natalino

Villar Pellice(TO)

2° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Gonnet Sabina

Bobbio Pellice(TO)

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Giletta Mario Costanzo

Pragelato(TO)

TOMA PIEMONTESE DI ALPEGGIO A LATTE PARZIALMENTE SCREMATO

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Ramella Lorenzo

Sordevolo(BI)

2° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Catalin Bruno

Bobbio Pellice(TO)

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Lussiana Erminio

Giaveno(TO)

FORMAGGIO PARTICOLARE

1° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Lo Puy di Alifredi G.

S.Damiano M.(TO)

2° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Versino Aldo

Giaveno(TO)

3° CLASSIFICATO:

Cascina Rosa

Cantalupa(TO)

RASCHERA DI ALPEGGIO D.O.P.

1° CLASSIFICATO:

2° CLASSIFICATO:

3° CLASSIFICATO:

Az.Agr. Revelli Pier Luigi Az.Agr. Merlatti Pietro Luigi Az.Agr. Pioppi Pietro

Frabosa Soprana(CN) Frabosa Soprana(CN) Roccaforte M.(CN)

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InInInInIn marginemarginemarginemarginemargine allaallaallaallaalla festafestafestafestafesta piùpiùpiùpiùpiù

InInInInIn marginemarginemarginemarginemargine allaallaallaallaalla festafestafestafestafesta piùpiùpiùpiùpiù popolarepopolarepopolarepopolarepopolare nellenellenellenellenelle vallivallivallivallivalli dididididi montagnamontagnamontagnamontagnamontagna

IIIII SEGNI,SEGNI,SEGNI,SEGNI,SEGNI, iiiii SIMBOLISIMBOLISIMBOLISIMBOLISIMBOLI eeeee iiiii RITIRITIRITIRITIRITI dididididi NATALENATALENATALENATALENATALE

di Franco COMINO

PREMESSA

La festa del Natale collima con il solstizio inver- nale, quando lentamente comincia ad invertirsi il ciclo che vede la notte prevalere sul giorno, ini- ziatosi con l’equinozio di settembre, dove la luce

e le tenebre hanno la stessa durata. Col solstizio

s’incomincia ad intravedere il lento riaffermarsi della luce-vita-salvezza sulle tenebre-morte-pec- cato, che culminerà poi con l’equinozio di prima-

vera e la festa di Pasqua. A Natale ed a Capodan- no perciò convivono riti che in parte esorcizzano

il passato e dall’altra promuovono il bene, l’ab-

bondanza ed i buoni auspici. Già i Romani cele- bravano il solstizio invernale come inizio dell’an- no nuovo, ma fu soprattutto l’affermarsi del Cri- stianesimo a legare le feste di questo periodo con la nascita di Cristo, che ha iniziato la nuova era, la nostra. Ma i segni, i simboli ed i riti che si co- noscono a Natale affondano le loro origini nelle epoche preistoriche, quando i falò, i suoni e le luci simboleggiavano la vita, il sole, il giorno, il ritor- no alla prosperità: il bruciare anche fisicamente a Capodanno “l’anno vecchio” significa cancellare i brutti ricordi, i disagi e le difficoltà passate, si- gnifica augurare nuova vita ed un felice rinnova- mento. Quali i segni ed i riti più noti? L’albero di Natale, il presepe ( di cui si è scritto ne: “ I QUADERNI DELLA REGIONE PIE- MONTE – MONTAGNA – n. 22”), le usanze ed i simboli, i doni. (Alcune notizie sono state tratte da “ Fernando e Gioia Lanzi – Il presepe ed i suoi personaggi – Editoriale Jaca Book s.p.a. Milano – 2000 ).

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L’ALBERO DI NATALE

L’abitudine ad innalzare un albero, carico di ad- dobbi e di doni, è antecedente all’affermazione

del presepe , tipico delle zone mediterranee. L’uso

di fronde rituali e beneauguranti affonda le sue

radici nel periodo antecedente a quello cristiano. Simbolicamente l’albero, ben radicato nella terra e che s’innalza verso il cielo, può rappresentare l’uomo stesso che tende all’alto, al divino. L’al-

bero rappresenta ancora la vita stessa: dopo il ri- poso invernale riprende una nuova vita, che pro- duce nuovi germogli, nuovi fiori e nuovi frutti.

In quasi tutte le antiche civiltà troviamo alberi sa-

cri, dai Germani ai Maya, dai Sumeri agli Egiziani, dai Cristiani ai Buddisti. Sovente l’al- bero di Nata-

le viene con-

trapposto al presepe come simbolo di una festa lai- ca, non reli-

giosa. Ma si trascura il fat-

to che l’albe-

ro di Natale

nasce proprio

dalle “sacre

rappresenta-

zioni” medio- evali, di cui il presepe è il

to che l’albe- ro di Natale nasce proprio dalle “sacre rappresenta- zioni” medio- evali, di cui
segno più evidente. Nelle sacre rappresentazioni, legate alla festività del Natale, si proponevano tutti gli

segno più evidente. Nelle sacre rappresentazioni,

legate alla festività del Natale, si proponevano tutti

gli eventi sacri, a cominciare dal Paradiso Terre-

stre, da Adamo ed Eva e dall’albero del peccato:

il melo.Nelle regioni nordiche non sempre si tro-

vavano meli, né tanto più ad alte quote, d’altra parte poi in inverno i meli sono spogli e senza frutti.

Di qui ad utilizzare l’albero più comune, l’abete,

per di più sempreverde, e soprattutto a sezione

triangolare (simbolo della Trinità), il passo fu bre- ve. Bastò appendere frutti di stagione alle sue fron- de, ed ecco l’albero di Natale! Non solo, ma secondo la Leggenda Aurea dal le- gno dell’albero del Paradiso Terrestre derivò il legno con cui venne costruita la croce, ossia l’al- bero della salvezza. La salvezza è poi rappresen- tata dall’ostia divina, che mette l’uomo in “comu- nione” con Dio.

Di conseguenza si cominciò ad adornare già nel

sec. XVII in Alsazia l’albero di Natale con mele

ed ostie. Anche di qui il passo ad utilizzare prima

piastrine colorate e luccicanti, sfere di vetro va- riopinte e poi dolci, simboleggianti le mele e le ostie, fu altrettanto breve. Più avanti nel tempo per rappresentare l’abete di Natale come l’albero sacro della salvezza e della luce si utilizzarono candeline e nastri colorati.

A poco a poco l’albero di Natale si diffuse in tutta

l’Europa e ad ogni latitudine, e venne interpreta-

to, in mancanza di abeti, anche con altri alberi

autoctoni, quali le palme.

In Italia e nelle nostre vallate sovente, poi, alla

base dell’albero viene collocato il presepe.

13

USI, SEGNI

e SIMBOLI

Nella festa del Natale ricorrono alcuni usi e di- versi simboli, veicolati attraverso l’era cristiana direttamente dalle epoche precedenti. Molti segna- no riti augurali. Le ghirlande di rami intrecciati, simili a corone, o anche semplicemente rami d’al- bero appesi alle porte esterne, ma anche interne delle case sono beneauguranti. Fatte di vegetali sempreverdi, quali rami resinosi, vischio, pungitopo e agrifoglio, rappresentano la vita che continua e che non decade mai. Le ghirlande di paglia o con spighe di grano simboleggiano a loro volta la prosperità. Così i falò che punteggiano le vallate, se da una parte rappresentano il vecchio che muore e la purificazione, dall’altra con la vivacità del fuoco

indicano la luce e la vita, mentre dal levarsi delle faville si traggono auspici beneauguranti. Soven-

te un tempo il mondo agreste si riuniva attorno al

falò “comunitario” per un momento conviviale e per brindare al tempo futuro. I giovani, facendosi

investire dal fumo, saltavano i carboni ardenti e

la brace, per simboleggiare il superamento delle

angustie e delle difficoltà a venire. A volte un po’

di brace veniva portata a casa per attivare con il

fuoco “comunitario” anche quello domestico e per durare così tutto il nuovo anno. Molti sono poi i dolci di Natale, perché tutto quello che è "dolce" è sinonimo di benessere e di abbon- danza. In ogni vallata, in ogni paesello, anche il più sperduto, la tradizione familiare riporta dolci

di Natale, fatti sovente con miele, uvetta, man-

dorle, castagne, panna, accompagnati sempre da

frutta secca, noci, nocciole, fichi, torrone. Anche

le lenticchie a Capodanno e, tra la frutta, il

melograno e l’uva sono beneauguranti, perché ri-

cordano l’abbondanza e la prosperità.

Da altri segni – e sono numerosi – si traggono au- spici e previsioni. Molto diffusa a cavallo delleAlpi e quindi anche in Provenza è la tradizione del cep-

po di Natale, per lo più un grosso tronco di rovere,

che si cerca di far bruciare il più a lungo possibile, addirittura fino a Capodanno. Sono evidenti i rife- rimenti alla luce-vita, al fuoco simbolo della ve- glia, della casa e dell’ospitalità. Anche le stesse

ceneri, sparse nei campi, li renderebbero più fertili

e favorirebbero il raccolto di tutto l’anno.

Così dai primi giorni di gennaio si possono trarre

previsioni sull’andamento di tutto il nuovo anno:

dal 1° al 12 gennaio ogni giorno rappresenta il mese corrispondente con il relativo clima. Se il primo è nevoso, si prevede un gennaio sicuramente freddo e con molte precipitazioni, e così via.

bino o di Babbo Natale o di Santa Lucia o della Befana. La letteri- na è una sorta di contratto: starò più buono, studierò an- che … la tabellina dei numeri e potrò così sperare di ave-

re la Play Station!

numeri e potrò così sperare di ave- re la Play Station! I DONI Ma non per

I DONI

Ma non per tutti i regali arrivano a Natale, nel Veneto e nel Trentino è Santa Lucia che porta

Il

dono ha un profondo significato simbolico, e lo

i doni il 13 dicembre.

si

trova in ogni epoca e ad ogni latitudine. Mette

A

cavalcioni di un asino la Santa, protettrice della

in

relazione due persone, uno che dà spontanea-

vista e degli occhi, dispensa giochi, dolci e regali

mente con un atto d’amore, e l’altro che riceve senza riserve, con tutta la sua disponibilità. Rap- presenta un legame, un vincolo, una profonda conoscenza e suggella sempre una

consuetu-

dine ed una familiarità. Dai poemi omerici fino ai nostri giorni il dono non è mai stato un ge- sto convenziona- le, presuppone sempre, a priori, un pensiero, una scelta, un ringraziamento. Ora forse i doni sono rappresentati da oggetti magari superflui, ma l’atto del donare è sempre un segno incontrovertibile di affetto. Un tempo i

doni erano sovente cibi, forse più ricchi, meno con- sueti, spesso consumati insieme in una vita più comunitaria.

A Natale è lunga tradizione di “scambiarsi gli au-

guri” accompagnandoli con doni. In particolare i soggetti cui si pensa di più sono i bambini, pro-

prio perché il dono, oltre che un atto d’affetto, ha

il compito di augurare ogni bene e felicità.

E’ di tutti i tempi da parte dei bambini scrivere “le letterine”, per … indirizzare i gusti di Gesù Bam-

letterine”, per … indirizzare i gusti di Gesù Bam- 14 ai bambini buoni, mentre agli altri

14

ai bambini buoni, mentre agli altri lascia in omag-

gio … una frusta. Il tutto è legato alla leggenda secondo la quale in un paese siciliano imperver- sava una malattia che rendeva ciechi i bambini. I parenti scalzi, portando i bambini ammalati, andarono in pellegrinaggio al Santuario di Santa Lucia. Gli ammalati, non solo tornarono del tutto guari-

ti, ma trovarono a casa le scarpe piene di regali.

Nelle nostre valli i bambini un tempo avevano il

filo diretto con Gesù Bambino ed ora soprattutto

con Babbo Natale, il buon vecchio pacioso vesti-

to di rosso, che passa di casa in casa, al suono di

un campanello, su una slitta trainata dalle renne, per portare i doni. Ma la storia di Babbo Natale deriva da San Nico- la di Bari, che nacque nel 255 d.C. a Patara in Turchia. Egli, già da giovane, salvò dal postribolo tre po- vere ragazze senza dote. Divenne, come prescelto

da Dio, vescovo di Mira nella Licia, dove difese i cristiani dalla persecuzione di Diocleziano. Visse

in odore di santità fino alla sua morte nel 334 d.C.

Quando i Turchi stavano per occupare la Licia, i Baresi trafugarono le sue spoglie portandole nella loro città, dove innalzarono il Duomo che tuttora ne conserva le reliquie.

Molti i miracoli a lui attribuiti, tra cui la salvezza

di tre ufficiali bizantini condannati a morte, per-

ché accusati ingiustamente di tradimento. Poiché gli innocenti, nella simbologia più corrente, sono rappresentati dai bambini, ecco che nella leggen-

da i tre divennero dei bambini, fatti a pezzi da un oste e messi in

da i tre divennero dei bambini, fatti a pezzi da un oste e messi in salamoia. Manco a dirlo, San Ni- cola li risuscitò: ecco perché nella sua raffi- gurazione il Santo è rappresentato sempre con tre bambini.

E’ una vecchia, brutta e sdentata, a cavallo della scopa, che è da una parte bonaria perché porta i doni ai bambini buoni, ma dall’altra severa per- ché porta il carbone a quelli più cattivi. Gesù Bambino, Santa Lucia, Babbo Natale, la Be-

fana, nella tradizione cristiana ebbero come gran-

di precursori i tre Re Magi, che seguendo la stella

cometa raggiunsero la capanna della nascita di Gesù per adorarlo e per portare in dono oro, in- censo e mirra.

foto: Giorgio Ricaldone
foto: Giorgio Ricaldone

Il 6 dicembre era giorno di festa per gli allievi del collegio Saint Nicolas du Louvre ed era consue- tudine che a turno uno scolaro, vestito in abito vescovile rosso, gratificasse i compagni con dei doni. Di qui è nato Sankt Nikolaus, Sancta Klaus, l’odierno Babbo Natale, cui a metà del secolo XIX Thomas Nast diede le attuali sembianze di vec- chietto sorridente, allegro, paffuto e vestito di rosso. Simile è la vicenda della Befana, figura del tutto italiana, che deriva il suo nome da Epifania.

Il primo, regalo classico per i sovrani, sta a signi-

ficare che Gesù Bambino era un re; l’incenso, che

si utilizzava per venerare gli dei, sottolinea la sua

divinità; la mirra, che si usava per imbalsamare i

corpi e preservarli dalla morte terrena, allude alla sua eternità. Così Baldassarre, Melchiorre e Gaspare, pur sen-

za saperlo, più di duemila anni fa, hanno precorso

un’usanza la più comune, la più popolare, la più

diffusa in tutto il mondo e la più amata … non solo dai bambini!

15

LALALALALA MONTAGNAMONTAGNAMONTAGNAMONTAGNAMONTAGNA INININININ UNUNUNUNUN “CLICK”“CLICK”“CLICK”“CLICK”“CLICK”

di Carla TARICCO e Enrico VIVIANO

Di fronte a una straordinaria cornice di persone con la par-

tecipazione di Amministratori regionali e provinciali que-

sta estate si sono aperte le porte del Museo del Parco Alta

fino in fondo bisogna leggere le didascalie, ma sono pochi

a farlo; la maggior parte delle persone si limita guardare l’immagine.”

Valle Pesio e Tanaro. Lo spazio allestito all’interno del cen- tro che porta il nome di Aldo Viglione - Presidente della Giunta Regionale – scomparso quindici anni fa , ospita tre- cento fotografie in bianco e nero scattate dal fotografo chiusano Michele Pellegrino.

limite è dato dalla cultura popolare che non conosce la

fotografia- conclude Pellegrino - dicendo che i fotografi in genere non sono grandi parlatori, altrimenti costruirebbero con le parole e non con le immagini.” Nell’ambito dell’inaugurazione della struttura sono stati pre-

Il

Il

percorso si articola in otto sezioni: luoghi dell’acqua, in-

sentati i progetti ai quali stanno lavorando da tempo il Pre-

canti ordinari, visage del contemplation, Alta Langa, scene

sidente Riccardo Mucciarelli e la sua équipe del Parco con

di

matrimonio, Alpi Liguri Marittime e Cozie, Monte Bian-

forza di volontà ed entusiasmo per proiettare la Valle Pesio

co

e una traccia nel tempo.

verso un importante sviluppo socio-economico: verranno

comune denominatore è la montagna, il suo spopolamento

raccontati con realismo. Spiega il fotografo Michele Pelle- grino: “si tratta di atmosfere che altrimenti sarebbero con- dannate all’oblio; ho girato le vallate, le frazioni e quasi

Il

ospitati alcuni abitanti provenienti da Burkina Faso, una delle zone più povere dell’Africa, a formarsi per la protezione ambientale. All’esterno invece è stato realizzato un giardino ornamenta-

tutte le case di montagna della Granda; ho parlato con le persone cercando di capire i loro stati d’animo ed ho chie-

le

tro di floristica che si occupa della conservazione delle spe-

che ospita piante rare e dallo scorso anno è attivo un cen-

sto

loro di poterli immortalare; così è stato anche per i ma-

cie, che sarà ampliato con una banca di semi delle piante a

trimoni, alcuni scatti possono sembrare fuori luogo, ma in quelle immagini c’è il desiderio di come volevano apparire

rischio di estinzione. Inoltre all’interno del centro Aldo Viglione si terranno in-

le

persone in quel preciso istante.”

contri e convegni: l’obiettivo dell’ente è valorizzare il terri-

Vengono proiettate le immagini dell’acqua che scorre dalle

torio, coinvolgendo soprattutto i giovani al fine di dare vita

sorgenti della valle, gli animali si muovono nel verde della vallata, le abitazioni tipiche della zona, i volti dei frati e delle monache della Certosa di Pesio.

a progetti comuni per la preparazione dei ragazzi verso nuovi orizzonti lavorativi ; fare conoscere i beni ambientali della regione e sensibilizzare i visitatori in merito al recupero ed

Il

medesimo percorso è una sequenza da capire e per andare

alla valorizzazione del patrimonio naturalistico.

fotofotofotofotofoto EnricoEnricoEnricoEnricoEnrico VivianoVivianoVivianoVivianoViviano
fotofotofotofotofoto EnricoEnricoEnricoEnricoEnrico VivianoVivianoVivianoVivianoViviano

16

Premiati i vincitori del 1° concorso di

architettura montana di qualità

Gli architetti Pierangelo Bianconi, di Domo- dossola, e Monica De Silvestro, di Bussoleno, sono i vincitori del primo concorso regionale di

Architettura Alpina di qualità. Secondi classifica- ti lo Studio di Architettura Negozio Blu Architetti Associati di Torino e l’Architetto Gian Mario Bertarione, di Cuneo.

A premiarli sono stati l’Assessore regio-

nale alla Montagna, foreste e beni ambien- tali Roberto Vaglio, l’Architetto Cristia-

na Lombardi Sertorio ed il Presidente del-

l’Unione Cavatori Marco Ribotta che oggi, mercoledì 26 novembre, hanno con- segnato loro i premi: 2.500 euro ciascu-

no ai primi, messi a disposizione dalla Re- gione, e 1.250 euro ciascuno ai secondi, assegnati dall’Unione Cavatori.

Il concorso è stato indetto dalla Regione

Piemonte per promuovere la progettazio- ne di qualità nelle aree montane ed incen-

tivare il recupero e la valorizzazione del-

le tradizioni tipologiche e costruttive lo-

cali e l’uso dei materiali tipici. Bandito nel mese di maggio, il concorso era aperto a tutti i professionisti - archi- tetti, ingegneri e geometri - iscritti agli Ordini o Collegi del Piemonte che aves- sero realizzato nuove costruzioni, inter- venti recupero di costruzioni esistenti ed interventi di recupero e sistemazione am- bientale realizzate in comuni appartenenti alle comunità montane.

Le dieci opere in gara, tutte rientranti nelle prime due categorie, sono state esamina-

la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, integrata dall’Architetto Pier Benato in rappresen- tanza della Federazione regionale degli Architet- ti, dall’Ing. Tullio Finzi della Federazione regio- nale degli Ingegneri, dal Prof. Roberto Gambino del Politecnico di Torino e dal prof. Roberto Chiabrando dell’Università degli Studi di Torino.

1° classificato cat. B - Arch. De Silvestro
1° classificato cat. B - Arch. De Silvestro

te

dalla Giuria composta dai membri del-

la

Commissione Regionale per la tutela e

17

1 ° classificato cat. A - Arch. Bianconi A vincere sono state le due opere

1° classificato cat. A - Arch. Bianconi

A vincere sono state le due opere che, secondo la

Giuria, hanno saputo coniugare meglio innova- zione e tradizione, trovando il giusto equilibrio tra le esigenze di modificazione del paesaggio con

quelle di tutela di un ambiente particolarmente fra- gile e suggestivo quale è quello montano.

Il centro polivalente realizzato dall’architetto

Bianconi nel comune di Santa Maria Maggiore e

la ristrutturazione della casa di Bussoleno dell’Ar-

chitetto De Silvestro sono esempi di un’architet- tura montana innovativa capace di utilizzare sapientemente tecniche e materiali tradizionali - legno e pietra soprattutto- per rispondere ad esi- genze moderne di funzionalità, attraverso un in-

serimento armonioso e ben integrato nel contesto paesaggistico di riferimento. Anche l’edificio realizzato a Sestriere dallo Stu- dio Negozio Blu Architetti e la ristrutturazione del Rifugio Raimondino di Valdieri dell’Architetto Bertarione presentano caratteristiche simili, come ha illustrato l’Architetto Lombardi Sertorio la quale, in rappresentanza della Giuria, ha descritto

le opere in concorso ed i metodi di valutazione

seguiti dalla Commissione.

Il concorso regionale sull’architettura montana di

qualità ha riscosso un successo inaspettato: no- nostante si trattasse della prima edizione e i pro-

18

fessionisti avessero solo due mesi per iscriversi, infatti, l’adesione è stata buona ed i progetti pre- sentati di qualità. Ciò che la Regione Piemonte si propone attraver- so questa iniziativa è proprio incentivare i progettisti a prestare maggiore attenzione alle ri- cadute dei loro progetti sia in termini paesaggistici che socioeconomici. In montagna, soprattutto nelle località turistiche, infatti, l’edificazione selvaggia del passato ha compromesso talvolta irrimediabilmente il paesaggio, danneggiando la collettività e frenando lo sviluppo delle Vallate. Il termine paesaggio, secondo quanto stabilito dalla Convenzione Europea, “…designa una de- terminata parte di territorio, così come è percepi- ta dalle popolazioni, il cui carattere deriva dal- l’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Da questa semplice definizione emerge con chia- rezza che il paesaggio è la risultante della presen- za e dell’interazione tra l’uomo e la natura, tra il costruito ed il non costruito, tra ambiente urbano e rurale o montano, testimonianza delle evoluzio- ni sociali e culturali che caratterizzano una comu- nità. Nella nostra regione, già a partire dagli anni ’80, si è consolidata un’attenzione al recupero dei nu-

2° classificato cat. B - Arch.Bertarione
2° classificato cat. B - Arch.Bertarione

clei storici, ma analoga attenzione è mancata nei confronti delle nuove espansioni e verso la quali- tà della produzione edilizia. Da qui l’importanza di incentivare la progettazio- ne di qualità Tutelare il paesaggio è dunque un dovere ma al tempo stesso un diritto che spetta ad ogni comu- nità, per conservarne e valorizzarne gli aspetti significativi o caratteristici e per accompagnare i cambiamenti futuri ri- conoscendo la grande diversità e la qualità dei paesaggi che abbiamo ereditato dal passato, sforzandosi di preser- varle, o ancor meglio di arricchirle. In questo complesso e delicato ambito, la Re- gione ha il compito isti- tuzionale di disciplina- re gli interventi ammis- sibili, armonizzando le esigenze economiche con quelle sociali e am- bientali che mirano a garantire la cura co-

stante dei paesaggi e la loro evoluzione armoniosa, allo sco- po di migliorare la qualità della vita in funzione delle aspi- razioni delle popola- zioni. Tutelare – sottoli- nea l'assessore Ro- berto Vaglio - non significa “congela- re” un ambiente: ciò che occorre fare è salvaguardare il ca- rattere e la qualità di un determinato paesaggio ai quale le popolazioni rico- noscono valore, sia per motivi naturali che culturali, consentendo delle trasformazioni dei luoghi che non ne com- promettano la conservazione e che permettano un armonico sviluppo delle attività umane. Nel 2004 il concorso verrà riproposto: nel mese

di

marzo verrà presentato il catalogo delle opere

in

concorso nel 2003 e diffuso il nuovo bando.

2° classificato cat. A - Negozio Blu Architetti

delle opere in concorso nel 2003 e diffuso il nuovo bando. 2 ° classificato cat. A

19

Squadre forestali regionali

Ter minato il cantiere didattico sul recupero della sentieristica

di Giorgio CACCIABUE

Presso il Vallone di Campiglia in Val Soana, nel

Parco Nazionale del Gran Paradiso, si è svolto

Gli interventi hanno riguardato il recupero di una parte del sentiero che diparte dalla strada vicinale

nell'estate scorsa il cantiere didattico relativo al-

di

Rancio in località Barmaion e porta alla locali-

l’applicazione di tecniche di ingegneria naturalistica negli interventi di manutenzione dei sentieri di montagna organizzato dall’Assessora-

Pianetto con le seguenti tipologie:

COSTRUZIONE DI

UN MURO A SECCO,

to

alla Montagna. L’attivita formativa ha coinvol-

COSTRUZIONE DI

UN GUADO IN PIETRAME,

to

sia funzionari e tecnici professionisti sia operai

COSTRUZIONE DI

UN PONTICELLO IN LEGNO,

delle squadre forestali alle dipendenze del Settore Gestione Proprietà forestali regionali e vivaistiche della Regione Piemonte.

Gli interventi individuati in collaborazione con il Parco Nazionale del Gran Paradiso sono stati rea- lizzati durate il cantiere didattico da 3 squadre di operai forestali che hanno lavorato per due setti- mane.

In totale hanno partecipato al corso 48 operai pro-

venienti dalla squadre forestali regionali di tutte

le province piemontesi utilizzando come formatori

tre operai esperti: i capi squadra Marco Rapello (Torino) e Pierino Comaita (Verbania) e l’istrut- tore Sergio Ghio (Alessandria). L’Assessorato alla Montagna è fortemente impe-

gnato nel recupero della sentieristica piemontese

e le squadre forestali regionali, presenti ormai in

tutte le valli piemontesi, attraverso la loro opera

di manutenzione del territorio possono dare an-

che in questo campo un contributo importate con

il loro bagaglio di professionalità e tradizione.

Proprio la professionalità acquisita dall’esperien-

za sul campo degli operai esperti deve essere giu-

stamente trasmessa alle nuove leve attraverso la formazione professionale; di qui la necessità di realizzare cantieri didattici come quello di Campiglia.

REALIZZAZIONE DI SELCIATURA SU SENTIERO.

Più a valle, in località Cugnonà, si è eseguito un esempio di drenaggio con fascinate.

DESCRIZIONEDESCRIZIONEDESCRIZIONEDESCRIZIONEDESCRIZIONE INTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTI

Di seguito sono illustrati gli interventi realizzati,

per motivi di spazio viene dettagliata esclusiva- mente la realizzazione del ponticello.

COSTRUZIONE DEL PONTICELLO IN LEGNAME

Stato di fatto

L’intervento ha riguardato la realizzazione di un ponticello in legname, per l’attraversamento di un

rio laterale del torrente Soana ubicato sul sentiero

che dalla strada vicinale di Rancio, località

Barmaion, porta al Pianetto. Le funzioni dell’opera sono di consentire il passaggio pedonale del rio attraversato dal sentiero.La realizzazione del ponticello agevola il percorso evitando il rischio

di scivolamenti dovuti all’attraversamento del rio.

L’opera è stata fatta utilizzando tecniche tradizio-

nali e materiali locali.

20

Caratteristiche dell’intervento

Considerata la breve durata dell’intervento, il de-

posito di cantiere escluso legname e pietrame, è stato organizzato in un furgone su cui è stato cari- cato il materiale da lavoro (minidumper, scalpel-

li, martelli, ecc.).

L’intervento è stato svolto da una squadra com- posta da 4 operai più il caposquadra.

FASI

rilievo stato attuale

recupero materiale legnoso e lapideo

preparazione del piano di posa con costruzione delle spallette e raccordo con sentiero

realizzazione del ponticello

ricomposizione finale e pulizia del luogo di intervento

DURATA ORE

4

27

16

120

8

ce che costituiscono l’orditura, sia la principale che il piano d’appoggio. Il materiale è stato lavo- rato sul posto con l’uso di motosega e ascia. Le pietre per la realizzazione delle spalle sono state recuperate con l’impiego di un minidumper. E’ seguita la preparazione del piano di posa, la realizzazione delle spallette in pietrame e il rac- cordo con il sentiero tramite la realizzazione di un muretto, (terza fase). La quarta fase dell’intervento, la costruzione del ponticello, è stata la più laboriosa. Dopo aver po- sizionato e fissato i tronchi che costituiscono l’orditura principale si è realizzato l’impalcato in legno costituito da tavole di larice e quindi il pa- rapetto di valle. Terminata la costruzione del ponticello si è svolta l’ultima fase cioè la verni- ciatura con impregnante del manufatto e la siste- mazione dell’area di cantiere. L’area è stata ripulita dalle pietre non utilizzate e dagli scarti del legname di lavorazione.

Risultati ottenuti È stato realizzato un ponticello pedonale in legna- me sistemando il raccordo con il sentiero tramite la realizzazione di un muretto a secco. Sono state utilizzate prevalentemente tecniche tradizionali

E’ stato necessario innanzitutto eseguire il rilievo del rio che attraversa il sentiero, per dimensionare il ponticello (prima fase). La quota del piano viabile rispetto al li- vello di piena ha un franco di circa 1,20 m. Il ponticello ha una lunghezza

di circa 6 metri.

La seconda fa- se è consistita nel recupero del materiale. Con l’ausilio di un verricello

portatile appli- cato alla moto- sega si sono recuperati i tronchi di lari-

materiale. Con l’ausilio di un verricello portatile appli- cato alla moto- sega si sono recuperati i

21

e materiali locali. L’intervento è stato eseguito da una squadra di 4 operai più il caposquadra istrut- tore, per un totale di 192 ore, in circa 6,5 giorni lavorativi.

viabile per garantire l’agevole passaggio. L’opera di recupero è stata fatta utilizzando tec- niche tradizionali e materiali locali.

COSTRUZIONE DI UN MURO A SECCO Stato di fatto

COSTRUZIONE DI UN GUADO IN PIETRAME Stato di fatto

fatto COSTRUZIONE DI UN GUADO IN PIETRAME Stato di fatto L’intervento ha riguardato la realizzazione di

L’intervento ha riguardato la realizzazione di un guado in pietrame a corda molle su un piccolo rio laterale, co- struito con pietrame reperito

in loco e ubicato sul sentie-

ro sopra descritto.

Le funzioni dell’opera sono

di consentire e agevolare il

passaggio pedonale. L’opera è stata fatta utiliz- zando tecniche tradizionali e materiali locali.

A fianco: costruzione di un

muro a secco Sotto: costruzione di un guado

in pietrame

L’intervento ha riguar- dato la realizzazione di un muretto in pietra- me, costruito a secco, ubicato sul sentiero che dalla strada vi- cinale di Rancio, loca- lità Barmaion, porta al Pianetto. Le funzioni dell’ope- ra sono di conteni- mento del piano sul

quale corre il sentiero.

Il sentiero in quella

zona non era più facil- mente delimitabile, a causa dei piccoli crol-

li. La realizzazione del muretto ha consentito

di raccordare il piano

mente delimitabile, a causa dei piccoli crol- li. La realizzazione del muretto ha consentito di raccordare

22

REALIZZAZIONE DI SELCIATURA SU SENTIERO Stato di fatto L’intervento ha riguardato la realizzazione di un tratto di selciatura, costruito a secco, ubicato sem- pre sul medesimo sentiero. Lo scopo è esclusiva- mente didattico al fine di far vedere la tecnica; a tal scopo si è eseguito in corrispondenza del nuo- vo ponticello. Il lavoro è stato fatto utilizzando tecniche tradizionali e materiali locali.

COSTRUZIONE DI UN DRENAGGIO CON FASCINAME Stato di fatto L’intervento ha riguardato la realizzazione di un drenaggio con fasciname, al fine di eliminare una zona di ristagno idrico sopra la strada vicinale di Rancio, località Cugnonà, incanalando l’acqua verso le canalette presenti sulla pista. La realizza-

Sotto: realizzazione di selciatura su sentiero

zione del drenaggio agevola il percorso pedonale evitando il rischio di scivolamenti dovuti alla pre- senza diffusa sulla pista di acqua. L’opera è stata fatta utilizzando tecniche di ingegneria naturalistica e materiali locali. Di seguito si dan- no alcune indicazioni tecniche sulla realizzazione dei muretti in pietrame.

Muratura a secco Si esegue accostando semplicemente pietre di for- ma irregolare, sovrapponendole senza legarle con la malta. Il muro a secco ha resistenza e solidità limitata: è quindi da scegliere solo per bassi mu-

retti di recinzione o piccoli muri di sostegno per il contenimento di terrapieni. Per costruire un muro

a secco basta una martellina con un lato a penna

tagliente per potere, all’occorrenza, regolarizzare

le pietre in modo da avvicinarle meglio le une alle

altre. Si inizia eseguendo lo scavo fino a raggiun-

gere uno strato abbastanza compatto di terreno (il piano di posa va tenuto leggermente inclinato ver-

fino a raggiun- gere uno strato abbastanza compatto di terreno (il piano di posa va tenuto

23

so il terrapieno) e si traccia poi sul terreno l’alli- neamento del fronte esterno del muro (che deve avere uno spessore minimo, misurato dal fianco del terrapieno, di 50 centimetri). Si posano quin-

di

le pietre sul fronte, utilizzando quelle più grosse

e

regolari. La prima pietra, generalmente più

grande delle altre, viene posta con una lieve in- clinazione della faccia superiore verso monte. Questa deve essere quanto più possibile liscia, le priore superiori vengono posate secondo l’incli- nazione verso monte della prima pietra e con- temporaneamente seguono anche l’angolatura necessaria a formare la scarpa. Altre pietre, sem- pre scelte fra le più grosse a disposizione, vanno allineate contro il terrapieno. Per riempire lo spa- zio rimasto vuoto fra le due file di pietre, si usa

pietrame più piccolo, scelto con cura perché re- sti bene assestato. Bisogna fare attenzione che ogni pezzo risulti sfalsato rispetto a quelli latera-

li e sovrastanti in modo che la muratura proceda

ben legata. Alle spalle della nuova muratura ven- gono posti detriti e piccoli sassi che formano uno

Foto: l'ultimo gruppo di operai collauda il ponticello

strato drenante a protezione del muro. Una volta raggiunto il livello stabilito si copre il drenaggio con del terreno compatto.

Muratura in pietrame e malta

Si realizza come la muratura a secco, utilizzando in più la malta per cementare le pietre. Poiché que- sto tipo di muro è molto più resistente si possono impiegare pietre più piccole e il muro può raggiun- gere anche una notevole altezza. Se il muro che si vuole costruire non è in zona umida, si può usare malta di calce aerea per cementare fra loro le pie- tre: altrimenti si adopera la malta cementizia. At- tenzione a non lasciare spazi troppo ampi fra una pietra e l’altra poiché possono indebolire la muratura. Per riempire gli spazi vuoti non si devo- no usare diverse pietre piccole, ma una sola pietra, che si adatti abbastanza bene. Anche in questo caso, le pietre vanno sistemate a giunti sfalsati, badando che la malta le ricopra completamente in modo da non lasciare nessuno spazio.

Tutte le fotografie sono di Giorgio Cacciabue

malta le ricopra completamente in modo da non lasciare nessuno spazio. T utte le fotografie sono

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La fàula ’d Meni di Carlo ELLENA
La fàula ’d Meni
di Carlo ELLENA

Meni a fiàira ‘d drugia ch’a va bin. Cogià trames a soe vache, dacant a ‘d buse, tavan e gratacuj, chiel as n’ampipa ëd la gènt ch’a passa. Monsù, madame, giovnòt e masnà ch’a van a spasgé arlong a col senté a

së stopo la canapia an passandje dacant. E sté ‘n sla fiusa; a fiàira për dabon!

Lor-lì a son tute combricole ‘d sità, patachin con la biòca aùssa ch’as chërdo ‘d savèj tut, pròpe tut, mach che, cò feje, a lor ël tanfi dlë stabi a-j dà fastudi. Ma a Meni a-j na ‘n fà gnanca na frisa, e sota col barbon bianch ‘me la fiòca ch’a-j quata ‘l moro, a ghigna, an vardand sti maramam color fodrëtta ch’a l’han ant ël ciò che ij montagnard a sio ‘d sëppa grum e badòla. A l’è bin vèj che Meni a l’ha ‘n sla gheuba ‘n vësso‘d primavere e vàire ch’a sio gnun a lo sà, ch’a fiàira ‘d drugia e a-j pias soens cimpé ‘n bon goblòt, tutun chiel

a l’é fàit parèj, ma a graté sota soa pleuja ‘n pòch

grossera a sponta n’òimo ch’a l’é tut àutr che torolo. Ij sò paisan a diso che: « chiel a l’era già parèj cand noi

i j’ero cit », e ch’a l’é:« pì vej che le pere‘d soa meison », le fomne, a men-o la bërtavela ‘n gir a dì che:« chiel- lì a l’é ‘n mascon, ‘n sarvan o giù da lì !» Ma cribio! magara ‘s ciarambé ch’a fan cole-lì a son tute tavanade, contut s’a-i é da fé ëd decòt con d’ërbagi, o varì ‘d maladìe, o dcò dé ‘d consèj, antlora sò ciabòt a vèn pes che na botega dlë spëssiari o na canònica. Parand via tute se ciancie, a la fin- fin‘n trocion ëd vrità dòp tut a-i deuv esse, comsëssia: a l’é franch vèj che Meni a l’é n’òimo bon me l’eva santa, ch’a la sà longa ‘n sle fàule montagnin-e e ‘n sj’erbe meisinòire, ma a l’é dcò vèj che minca tant a l’é ‘n pòch dròlo. Chiel a viv ant na meison ch’a l’é pen-a pì dzora dla borgià; ‘n ciabòt con në stabi vej me ‘l coco, fàit ëd lòse e bòsch e butà ‘n mes a’d bussonà ‘d prussèt e gratacuj ch’as paro fin-a dnans a l’uss fasendje da tòpia. Peui tut d’anviron a-i é la dossa dëstendùa dël prà anté chiel a men-a ‘n pastura soe bes-ce. Pròpe ‘n mes a’s prà a-i è ‘n sentè ‘nté a passo tuti, foresté e montagnard

e ch’a men-a su, an àuta montagna.

as peul

La vrità a l’é che a Meni a-j pias un vësso smicé la gent ch’a passa dë ‘dnans a sò ciabòt e lor-sì, prima o

peui, cissà da cost òimo dròlo, a taco a ciancieje ‘nsema

e vardè tut d’antorn ij sò travaj da graveur. E già, përchè chiel cand a và nen an pastura dle bes-ce, as seta a la sosta ‘d soa tòpia ‘d prussèt an cantërland ëd veje tiritere e a ‘ntaja baron ëd bòsch modland figure ‘d tute le sòrt. Ëd se sculture àute pen-a na spana a-i na

son spatarà daspërtut, ‘ndrinta e fòra ‘d ca e a son piturà ch’a smijo pen-a surtìe da le man ëd n’artista soagnà. Scasi a smijo vive se figure montagnin-e scurpìe ‘nt l’assion dël travaj e dacant, dcò ‘ntajà dal bòsch, a-i son ëdcò vàire bes-ce dla boschin-a servaja. Peui butà ‘n sël bufé, an fila me ij najon an quarté, a fan gòj mach a vardeje na dosen-a ‘d fume con i fornej ëd bòsch modlà a teste d’òimo e bes-ce. Ij foresté a resto ambajà dë dnans a tute se euvre soasìe, tant da dësmentiesse fin-a dël fiairor ch’as men-a apress ël bàudro ëd ca. Ma Meni a l’é dcò bon ant la ciancia, visadì che cand a-j taca dë mné la bërtavela a smija n’avocat e antlora la gent a lo scota sensa banfé. Peui an toca vëdde la gòj ch’a l’han ij fieuj, le fije e le masnà cand as seto sota le stèile d’anviron a chiel, scotand a boca verta soe conte. Meni a ciaciara con bon deuit, soa vos a së spantja me a fussa ‘n giuss anmascà, tant che ‘d vire a smija ch’a ven-a da lontan, dal creus ëd la pinera, ‘nté ch’a-i son ij “sarvan”, ij folèt dij bòsch montagnin. Peui, cand la neuit as fà ’d caluso, la bela companìa as dësbela e ognidun as na và a soa ca content e sodisfàit.

E a và anans parej fin ch’a fërniss l’istà, peui ij fieuj e

j’anvod dij vej paisan e ij foresté as n’artorno ‘n sità

arpijand soe brighe e ij sò travaj. E ‘nt le vàire meison ëd la borgià montagnin-a a-i resto mach-pì sì quatr gat

a ten-e viv ës pais che na vira minca na fnestra a-i era ‘n ciàir.

Ij vej ëd la borgià a conto na drolarìa: a diso che cand

lor a j’ero masnà Meni a stasìa già ‘n col ciabòt a la sima dël pais, che a fiairava ‘d drugia da fé vnì mal,

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ch’andasìa ‘n pastura, e antajava da‘d tòch ëd bòsch figure d’òimo e’d bes-ce; a la fin- fin a fasìa tut lòn ch’a fà al di d’ancheuj. Dzor pì Meni a canta vàire tiritere ant un patoà antich che gnun a’rconòss, peui a conta stòrie gabolose ‘d masche, ‘d folèt e’d sarvan dij bòsch. Al prinsipi, ij vej paisan ch’a scotavo coste conte a-j ghignavo apress, ma peui a l’han scomensià a chërdje, an ës-ciairand le drolarìe che l’òimo a fasìa. A-i é na stòria, che da ràir a dis, e ch’a l’é motoben dròla, chiel a conta: «mè stranòm a l’é Meni, ch’a sarìa-a-dì Domenico, përchè mi i son nà ‘d dumìnica, ël di che‘l Bàudro‘d tut a l’é arposasse dòp d’avèj finì ‘d buté ‘nsema cost mond balòss. Na neuit ël Pare Etern, pròpe Chiel caussà e vestì, a sponta al fond ëd mia bërlecia, an sopata për ij pé e an dis con na vos da fé strimì: Meni! scotme bin lòn ch’it dijo: i l’hai sërnute fra tuj ij viton përchè it ses n’òimo‘d bon cheur ch’a veul bin a sò pais e a soe gent montagnin-e, përchè it ses giust, a la bon-a, onest, e tut àutr che grum. Donca, i t’ordino e comando che cand a sarà vnù ‘l moment adat, it ciamrai, antlora ti it dovras fé, con ël mè agiut, n’euvra granda e moto bèn fiamenga për toa gent e për toa tèra montagnarda. Aora it dagh la mia benedission e va anans pasi për toa stra, seghita pura a ‘ntajé dal bòsch figure ‘d gent e ‘d bes-ce, përche a l’è n’euvra bon-a che a sò temp a vnirà a taj». Meni a peul pa fé a meno’d confëssé che ‘n col moment

a savìa pa se cola figura sbërlusenta ch’a-j parlava

vardand-lo drit ant j’euj a l’era ‘n seugn o còs diav

ch’a fussa e pròpe për lòn a l’avìa dàit a tërmolé da la pàu an tal manera da ‘ngrumolisse me ‘n gramissel tacà a la tëstera dla bërlecia. An costa posission a l’era dësviasse

ghignand antramentre ch’a-j fasìa e peui sti-li a-j tro- vava mai ant l’istess pòst anté a l’avìa posaje; a la fin- fin a l’avìa fin-a gabolisà d’esse vnù fòl. Ebin, na sèira che ‘l pòvr òimo a l’avìa moto bin ij givo për tui si afé sì, a l’é pròpe scapaje la pasiensa, antlora a l’ha dàit na pugnatà tremenda ‘n sla tàula an ciamand al Pare Etern dë spiegassion ciàire për tute se drolarìe ch’a-j ancapitavo. Peu dòp, për fè dësbeuje ’l tabach, a l’avìa gargarisà na bon-a bota ‘d ross, tant da ‘ndess-ne peui a deurme bele rotond. Ma‘ntant ch’a ronfava dla pì bela, pròpe ant ël cheur dla neuit na vos a l’avìa dësvìalo e chiel an duvertand j’ euj ‘n pòch tachiss për la sumia a s’era trovasse setà dacant, an sla broa dla bërlecia, ‘n bel cit ch’a-j parlava ‘nt n’orija ‘n disandje dosman: « Meni, tirte su e ven con mi», e a l’avìa pijalo per man portand-lo fòra ‘d ca. Ël pòvr òimo, strabucand, a l’era surtì apress a cola masnà e pen-a fòra la lus dël sol a l’avìa sbalucalo:«ma come, a l’era nen neuit?»,a l’avìa gabolisà tra chiel e chiel: sacocin, ëd bòt an blan a l’era di e pì nen neuit! Peui a j’ero calà giù ‘n pais e Meni, sempe tnù për man dal cit, a l’era stàit bele ‘mbajà da lòn ch’a vëddìa:

na gran confusion ëd gènt, che cianciand con tant rabel, a’mpinìa le strà, le cort e le meison. Da ‘nté a l’era vnua tuta sa gent Meni a lo capìa pròpe pa, dcò përchè mach ël di anans ant ël pais a- i ero ij sòlit quatr gat. Comsissia Meni, an vardand da davzin se person-e, a- j ësmijavo nen ëd face neuve, cheicòs ëd lor-lì a l’era ‘d famija. Antant ël cit a l’avìa mnalo‘nt na cort anté ‘n montagnin, setà ‘nt un canton, a l’era ciapà a fè ‘d cavagne. Meni, vardand bin chiel-sì, a l’era stàit bele

cavagne. Meni, vardand bin chiel-sì, a l’era stàit bele a la matin, con un buracio’d bòsch

a la matin, con un buracio’d

bòsch an man e tant mal a la

biòca. Peui chiel tut stravirà, an vardand-se ‘nt ël specc, a l’era

nen conossusse: soa caviera e

la

barba a l’ero vnue bianche me

la

fiòca.

Da cola neuit a l’è passaje ‘n vësso d’ani, ma për Meni a smija che ‘l temp a sia fëmasse; chiel a

l’è pì nen ëvnu vej. A s’era sdass- ne ‘d costa drolarìa e tut sùbit a l’avìa chërdù ch’a fussa stàit lë sbaruv për cola neuit ëd pàu, ma peui a s’era dcò sdass-ne ch’a-j ancapitavo ‘d fàit moto ben dròlo, coma, tant për dine un, che

ij sò buracio a lo vardeisso‘n

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ambajà për la maravìa. Antlora an

ciapand ël cit për le spale e fissand-

lo ant j’euj a l’avìa ciamaje con vos

tramolanta:«Ma ch’ it ses-to ti?».

Ël cit a l’avìa vardalo sensa rësponde, peui, sèmper ciuto, a

s’era tirasse aprés ël pòvr’òimo fin-

a a soa meison, da ‘nté a j’ero surtì. Marciand arlongh la stra Meni a podìa pa gavesse da ‘nt la biòca col cavagné; chiel-lì a l’era franch midem a na soa scultura ‘d bòsch!

E ‘d sòn-sì a j’era bin sigur, ma dcò

vaire ‘dj’àutre person-e ch’a l’avìa vëddù a-j ësmijavo a’d soe scultu- re. A la finitiva a l’avìa gabolisà tra chiel e chiel:« mi i son nen ëvnù torolo tut d’un bòt e cost fiolòt, ch’a deuv esse stàit mandà dal Pare ‘d

e cost fiolòt, ch’a deuv esse stàit mandà dal Pare ‘d tut, a dovrà deme dë

tut, a dovrà deme dë spiegassion për tut lòn ch’an càpita ’n bele-si». E chiel-lì a l’avìa

daje tut sùbit e moto bin ciaire le spiegassion! Ël fiolòt

a l’avìa fàit seté Meni tacà a la tàula an disandje ‘d

vardè fòra dla fnestra e peui, parland con dosseur, a l’avìa ‘ncomensià a conté na stòria. Meni, sbalucand

ij euj për la maravìa a l’avìa vëddù ant ël ciàir ëd la

fnestra, man a man che ‘l cit a contava, score la stòria ‘d soa vita da cand “cola neuit” ël Pare Etern a l’era

vnù a campelo giù da la bërlecia. Tute soe assion, le

Come ‘nt na mascarìa dacant a chiel ël cit a j’era pì nen, a sò pòst ‘n vej montagnin con sach e baston e na

barba bianca ‘me la fiòca a lo vardava pasi, peui chiel-

sì a s’era àussasse an disandje:«Adieu Meni, mè pòst a

l’é’n mes a costa gent, ël tò aora it sas anté a l’é, va!».

An costi dì ‘d festa ‘l paìs a l’é pien ëd gent, vàire a van pì ‘n su, al fond ëd la mulatera, ‘nte ch’a-i é na veja ciaborna ch’a dòmina la borgià.

ciancie e ‘l travaj che Meni, come “Sarvan dij bòsch”,

A

l’é mesa drocà, quatà da ronse e gratacuj, tutun as

l’avìa fàit, a j’ero passaje ant un sofi dnans a j’euj. Gavand chèich goblòt ëd tròp e na pipà minca tant, chiel a l’era sempe stàit n’òimo bon, na vòta ‘d pì da cand ‘l Pare Etern a s’era presentasse a deje d’òrdin, cambiand d’un bòt l’andura còtia ‘d soa vita. Meni a

a

capiss, trames se ruvin-e, che na vira dëdnans a l’uss sfondà, a-i duvìa esse na bela tòpia ch’a soagnava l’intrada. Ma pen-a virà ‘l canton, bin piantà ‘n trames na raisura, a-i é na bela scoltura ‘n bòsch àuta ‘me n’òm, ch’a

l’avìa fàit lòn che ‘l “Pare ëd tut” a l’avìa comandà, e

figura ’n vej montagnin drit me ‘n fus, con soa spëssa

‘l

cit, ch’a l’era un dij sòi Angej tirapé, a l’era vnù për

barba, sò sach e ‘l baston bin ës-ciass an man. A smija

ël

giudissi ‘d soa euvra e sareje ‘l cont. Tut a l’era fàit

squasi butà espress a fé da vardia a sa tèra ‘d mont e

da bin e con bon deuit. Ant ël paìs ëd Meni a j’era ‘d bon-a gent, onesta,

tuta soa gent. Da pare ‘n fieul la gent dël pòst a conta na stòria: as

travajeura e amìa dle bes-ce e chiel a l’avìa savù buté armonìa fra tuj. Tut a l’era pront përchè ël paìs artornèissa a vive con soa gent montagnin-a, e su ‘nt

dis che cola a j’era na meisun ëd mascarìe e che ‘mbelelì a-i ëstasìa‘n bon “Sarvan dij bòsch”, ma che, va a savèj ‘l përchè o ‘l përcome, gnun as arcòrda

la

pinera, dcò tute le bes-ce servaje ch’a fusso libere

d’avèjlo mai vëddù.

‘nt soa boschin-a.

Antratant, ant un leugh montagné ciamà Val Fiorìa,

Antratant Meni, vardand-se ‘ntorn, con maravija a l’era sdass-ne che tute soe sculture ‘n bòsch a j’ero sparìe

setà ‘nt un pra, a-i é ‘n viton con na longa barba e na caviera bianche ‘me la fiòca, a l’é ‘n pastura ‘d soe

e

pròpe ‘n col moment, ‘d bòt, a l’avìa capì tut, a

bes-ce e ‘ntant, subioland, a ‘ntaja na figura d’òimo

l’avìa capì ‘l sens ch’a l’avìa daje ‘l Pare Etern a soa esistensa ant ël compiment ëd n’euvra parèj granda

da ‘n tòch ëd bòsch. Chiel-.si a fiàira dë stabi da fè vnì mal, e ‘nt la borgià a diso ch’a s’ësciama Meni e ch’a

për soa tèra montagnarda.

l’é ‘n tipo ‘n pòch dròlo

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RICERCARICERCARICERCARICERCARICERCA EEEEE SVILUPPOSVILUPPOSVILUPPOSVILUPPOSVILUPPO NEGLINEGLINEGLINEGLINEGLI INTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTI FORESTALIFORESTALIFORESTALIFORESTALIFORESTALI INININININ PIANURAPIANURAPIANURAPIANURAPIANURA

di Lorenzo CAMORIANO

La relazione illustra l’attività svolta negli ultimi dieci anni dalla Regione Piemonte in relazione alla realiz- zazione degli impianti con specie forestali nella pia- nura; non sono invece oggetto della presente esposi- zione gli interventi selvicolturali sui boschi planiziali esistenti. Gli impianti con specie arboree effettuati a partire dalla metà degli anni Novanta hanno determinato un am- pliamento significativo della superficie forestale del- la pianura piemontese. Questa nel 1996 assommava a circa 51.000 ettari (Coaloa e Chiarabaglio, 2000), co- stituiti per un terzo da pioppeti e per due terzi da for- mazioni boschive, rispetto ai circa 900.000 dell’intera superficie forestale regionale (stime progetto di Pia- nificazione Forestale Territoriale della Regione Pie- monte, in corso). In circa 7 anni, tra il 1995 ed il 2001, con vari strumenti ed il coordinamento di diverse strut- ture dell’amministrazione regionale, sono stati finan- ziati quasi 4500 ettari di impianti con specie forestali, dei quali poco più della metà a pioppeto, circa 1850 ettari di arboricoltura da legno con latifoglie a lungo ciclo e oltre 300 di boschi seminaturali.

GLIGLIGLIGLIGLI INTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTIINTERVENTI DIDIDIDIDI RINATURALIZZAZIONERINATURALIZZAZIONERINATURALIZZAZIONERINATURALIZZAZIONERINATURALIZZAZIONE INININININ AREAAREAAREAAREAAREA FLUVIALEFLUVIALEFLUVIALEFLUVIALEFLUVIALE

Tra gli impianti realizzati assumono una grande im- portanza dal punto di vista qualitativo gli interventi di rinaturalizzazione, ed in particolare di ricostituzione del bosco planiziale, finanziati su proprietà pubblica (comunale o demaniale) dai settori Tutela Ambientale e Pianificazione Aree Protette della Regione Piemon- te. Particolarmente significativi i circa 60 ettari rea- lizzati nel tratto alessandrino-vercellese del Parco flu- viale del Po. L’Ente Parco, con la collaborazione del- l’Istituto di Sperimentazione per la Pioppicoltura, ne- gli ultimi 5-6 anni ha sperimentato e messo a punto tecniche adatte agli agroecosistemi golenali, ambienti dalle caratteristiche spesso ostiche alla riuscita degli

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interventi di ricostituzione boschiva:

- suoli a tessitura grossolana e quindi soggetti a perio-

di di aridità estiva, particolarmente rischiosi per le

specie esigenti del querco-carpineto;

- crescita rapidissima di vegetazione erbacea infe- stante;

- fenomeni di esondazione frequenti, che danneggia-

no gravemente le giovani piantagioni (inghiaiamento

dei terreni, coricamento delle piantine) e rendono im- proponibile la pacciamatura.

Tra i fattori determinanti per l’affermazione delle pian- tagioni:

- l’utilizzo consistente di specie pioniere tipiche del bosco golenale, in particolare Populus alba e Populus nigra, peraltro a crescita decisamente più rapida ri- spetto a farnia, frassino e carpino;

- l’adozione di tecniche efficaci per il contenimento

della vegetazione infestante nei primi anni dall’impian-

to, con trinciatura negli interfilari eventualmente ac-

compagnata da diserbo chimico localizzato;

- la realizzazione di barriere vegetali con specie del

genere Salix, per la protezione degli impianti dagli

effetti delle esondazioni. Tra gli obiettivi degli interventi la creazione di arboreti

da seme di Pioppo nero, specie autoctona tipica dei

boschi riparali padani, a grave rischio di erosione ge-

netica e scomparsa.

L’ATTUAZIONEL’ATTUAZIONEL’ATTUAZIONEL’ATTUAZIONEL’ATTUAZIONE DELDELDELDELDEL REGOLAMENTOREGOLAMENTOREGOLAMENTOREGOLAMENTOREGOLAMENTO 20802080208020802080

Parlando di impianti con specie forestali

Parlando di impianti con specie forestali terreni agricoli, nella seconda metà degli anni Novanta è

terreni agricoli, nella seconda metà degli anni Novanta è stato il Reg. CEE n. 2080/92 a far la parte del leone: in Piemonte circa 10.000 ettari effettuati sull’intero terri- torio, per un finanziamento complessivo di quasi 42 milio-

su

ni di Euro fino al 2001, erogato a oltre 3.000 beneficiari. Passando ad analizzare la tipologia degli oltre 4.000 ettari di piantagioni realizzate in pianura in attuazione del regolamento comunitario, si ritiene opportuno for- nire alcuni dati ed illustrare un paio di casi relativi, rispettivamente, agli impianti destinati a bosco e agli arboreti con latifoglie di pregio a lungo ciclo, cioè gli interventi che, per specie impiegate e per funzioni ambientali (dirette o indirette) assolte, più si avvici- nano ai boschi seminaturali preesistenti. Gli interventi di ricostituzione del bosco planiziale, 240 ettari in tutto, generalmente localizzati in Aree Protette, sono stati realizzati soprattutto da Enti pub- blici, purtroppo esclusi dai premi per la manutenzione (e per le perdite di reddito), e quindi svantaggiati ri- spetto ai privati nell’effettuare adeguate cure colturali negli anni successivi all’impianto. Non è un caso che l’intervento più riuscito sia costitu- ito dai circa 25 ettari adiacenti al Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino (con i suoi 560 ettari accorpati, uno dei più importanti “relitti” di selva planiziale padana), realizzati nell’omonima Area pro- tetta da un soggetto di natura privata, la quasi millenaria “Partecipanza dei Boschi”. Anche qui, come lungo il Po (distante pochi chilome- tri), uno dei maggiori problemi è risultato essere il contenimento della vegetazione erbacea: ma in un am- biente decisamente meno interessato dalle dinamiche fluviali si sono confermati gli ottimi risultati della pacciamatura in film plastico.

A Trino si sono utilizzate le specie arboree tipiche del

querceto misto planiziale (compreso il Ciavardello), ma non arbusti, anche per il fatto che l’adiacente Bo- sco delle Sorti – classificato dalla Regione Piemonte come popolamento da seme per numerosissime spe- cie – è ricchissimo di specie arbustive che facilmente

potranno diffondersi nel nuovo popolamento. Le piantine sono state collocate in filari distanziati di 4 m con andamento lievemente ondulato, e una densi-

tà iniziale di 1500 ad ettaro che ha favorito un ottimo

sviluppo longitudinale della Farnia, mentre la rapida copertura degli interfilari porta a prevedere la neces- sità di un primo diradamento intorno ai 10 anni di età. Le cure colturali comprendono la potatura di alcune centinaia di piante ad ettaro di specie principali, coe- rentemente al fatto che le aspettative della proprietà nei confronti dell’imboschimento sono anche di ca- rattere economico. La superficie investita ad arboricoltura da legno con latifoglie di pregio a ciclo medio-lungo, 1860 ettari in

tutto in pianura, risulta distribuita in ben 568 impianti, per quasi il 60% dei casi inferiori ai 2 ettari, per meno del 20% superiori ai 5 ettari. Non mancano però realizzazioni di superficie consi-

stente, le quali, se localizzate in aree a scarsa naturalità possono avere un notevole impatto a livello di miglio- ramento dell’ecosistema e del paesaggio.

A questo proposito l’esempio più importante è pro-

babilmente il complesso di circa 150 ettari di impianti

misti a prevalenza di specie autoctone intorno alla cit-

di Novara, piantagioni realizzate in aziende agrico-

le

che all’obiettivo produttivo affiancano già adesso

un indubbio ruolo nella ricostituzione della rete eco- logica e di “polmone verde” per la popolazione urba- na. Negli impianti, di superficie unitaria pari a 20-30 ha, sono state impiegate fino a 10 specie, scelte tra le seguenti a seconda delle caratteristiche dei suoli: Fras- sino maggiore, Ciliegio, noci come specie principali,

accompagnate da aceri, querce, Tiglio cordato, Liriodendro con funzione di specie ”paracadute”, Ontano nero e in piccola quantità Paulownia come accessorie.

Figura 1. Boschi preesistenti e impianti Reg. CEE 2080/92 con latifoglie di pregio in provincia di Novara.

accessorie. Figura 1. Boschi preesistenti e impianti Reg. CEE 2080/92 con latifoglie di pregio in provincia

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LALALALALA RICERCARICERCARICERCARICERCARICERCA EEEEE LALALALALA DIVULGAZIONEDIVULGAZIONEDIVULGAZIONEDIVULGAZIONEDIVULGAZIONE

Pur sbilanciate nettamente verso l’arboricoltura, le

autoctone, le conoscenze insufficienti su specie arboree

colta delle sementi forestali (l’ultimo con D.D. n. 447 del 17.6.2003), nel 2002 vengono realizzati i primi impianti comparativi di provenienze (farnia e rovere)

quantità realizzate col Reg. CEE 2080/92 in Piemonte

ed

il primo arboreto da seme (ciavardello), coinvol-

paiono soddisfacenti, se paragonate con gli obiettivi

gendo anche Università di Firenze ed ISS di Arezzo.

iniziali e confrontate con le realizzazioni delle altre Regioni italiane (Colletti, 2001). Esaminando invece la qualità delle realizzazioni, va sottolineato che, in particolare nei primi anni, hanno

Studio delle caratteristiche degli ambienti in cui effettuare gli impianti, e conoscenza delle esigenze delle specie da utilizzare.

pesato problemi di non poco conto, e in particolare: la difficoltà di reperire materiale vivaistico adeguato – per quantità, qualità e provenienza - di latifoglie

Ricerche specifiche sugli ambienti di potenziale rea- lizzazione delle piantagioni con specie forestali sono state effettuate dall’IPLA a partire dal 1999, a scala regionale e sovracomunale (cartografie a scala

ed

ambienti in cui effettuare gli interventi, la mancan-

1:250.000 – 1:50.000), considerando informazioni sia

za

di esperienza su come progettare, realizzare e ge-

di

carattere stazionale, a cominciare dai suoli, sia di

stire razionalmente gli arboreti di pregio.

carattere naturalistico e normativo (presenza di boschi,

Proprio in tali ambiti l’Assessorato Politiche per la Montagna e Foreste della Regione Piemonte ha quin-

fiumi, Aree protette, etc.). Nell’ultimo anno, in collegamento con l’inizio nel 2002

di promosso attività - man mano più significative - di

ricerca esperimentazione, coinvolgendo l’Istituto per

le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA) di Torino,

l’Università di Torino (d’ora in poi Università) e l’Isti- tuto Sperimentale per la Selvicoltura (ISS) di Arezzo .

Di seguito se ne riporta una sintetica illustrazione.

Tutela e valorizzazione del materiale vivaistico di provenienza locale.

L’attività ha inizio nel 1995: da una parte una ricerca interdisciplinare dell’Università sui popolamenti da seme di Faggio, dall’altra uno studio dell’IPLA – con

le prime indicazioni su possibili località di raccolta

del seme – su oltre 80 specie arboree ed arbustive autoctone del Piemonte. Nel 1996 nasce il Gruppo di lavoro interregionale BIO.FOR.V. (Biodiversità e vivaistica forestale): il confronto in questa sede stimola la messa a punto di un progetto decisamente più organico, che si

concretizza nel giro di pochi anni con l’individuazione sul territorio piemontese, a cura dell’IPLA, di popolamenti ed aree di raccolta del seme per tutte le specie arboree ed arbustive autoctone utilizzabili in interventi di arboricoltura da legno, rimboschimento e ripristino ambientale (Terzuolo et al., 2002). Un lavoro peraltro affiancato dagli studi dell’Univer- sità: per alcune specie arboree principali su suoli, dendrometria, tecnologia del legno; per una decina di specie – da ultimo il Noce comune - sulle caratteristi- che genetiche dei diversi popolamenti (Belletti, 2000). Tra il 2000 ed il 2003 la Direzione Economia Monta-

na e Foreste approva ufficialmente tre successivi elen-

chi aggiornati dei popolamenti e delle aree per la rac-

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della Pianificazione forestale territoriale in pianura, si è giunti definire una metodologia di individuazione delle priorità per l’arboricoltura da legno in aree agri- cole, cercando di tener presenti due differenti obietti- vi: da una parte mantenere le terre migliori per l’agri- coltura – incentivando però la creazione o ricostituzione di filari e siepi, dall’altra massimizzare

la produzione di legno dai nuovi impianti.

In ogni caso escludendo dalle piantagioni gli agroecosistemi planiziali da tutelare per l’elevato va- lore paesaggistico e ambientale, come i prati stabili. Per quel che riguarda la conoscenza delle specie utilizzabili negli impianti, nell’autunno 2002 è uscito il manuale “Alberi e arbusti - guida alle specie sponta- nee del Piemonte”.

Progettazione, realizzazione e gestione degli impian- ti di arboricoltura da legno con latifoglie di pregio. Fin dal 1995-96 sono state avviate iniziative di ag- giornamento tecnico ed informazione (viaggi di stu- dio, giornate dimostrative), e si è lavorato alla reda- zione di un manuale, “Arboricoltura da legno - guida alla realizzazione e gestione degli impianti”. Dal 1999 l’approccio è divenuto più sistematico, con l’approvazione di un organico progetto di

sperimentazione e divulgazione su progettazione, ge- stione e realizzazione degli arboreti di pregio, affidato all’ISS di Arezzo e all’Università di Torino, e conclu-

so da alcuni mesi.

Il risultato più importante di tale progetto è la creazio-

ne di una rete di impianti sperimentali e dimostrativi

(circa 25 in tutto), che dovrebbe essere anche nei pros- simi anni un importante riferimento sul territorio pie-

montese per la messa a punto e la divulgazione di tec- niche razionali di progettazione, realizzazione e ge- stione di piantagioni con latifoglie di pregio. Non meno importante, nei 3 anni del progetto, è stata la creazione di un gruppo di lavoro costituito dai sog- getti che a vario titolo hanno partecipato al progetto:

ricercatori, imprenditori agricoli, tecnici liberi profes-

ritorio piemontese, considerando che il regolamento 2080 – in particolare per gli impianti con latifoglie di pregio - ha avuto un impatto notevole nelle aree collinari e non trascurabile nelle zone montane. Per quanto riguarda lo sviluppo degli impianti con specie forestali, sarà importante non tanto realizzare superfici molto estese, quanto finanziare gli interventi

Figura 2: Giornata dimosttrativaProgettazione e gestione degli impianti con latifoglie di pregio.
Figura 2: Giornata dimosttrativaProgettazione
e gestione degli impianti con latifoglie di pregio.

sionisti e delle associazioni agricole, funzionari regio- nali e delle Comunità Montane. Infatti è anche dal confronto “sul campo” che sono emerse le necessità di migliorare la normativa regio- nale di attuazione dei regolamenti comunitari sull’imboschimento dei terreni agricoli, con spunti importanti per definire i contenuti tecnici del bando 2003 della Misura H del Piano di Sviluppo Rurale (PSR), che contempla nuovamente gli impianti di arboricoltura a ciclo medio-lungo. Per concludere, considerando quanto realizzato in Pie- monte e più in generale in Italia negli ultimi 10 anni, si fanno alcune proposte, che in realtà interessano l’in- tero comparto “imboschimento” dei terreni agricoli, dalle piantagioni con indirizzo bosco all’arboricoltura da legno (sia a lungo che a breve ciclo), e l’intero ter-

con continuità e in aree realmente prioritarie dal pun- to di vista sia agricolo che ecologico, tramite una ra- zionale pianificazione degli “imboschimenti” a livel- lo territoriale. Parallelamente appare di fondamentale importanza proseguire le attività di ricerca e divulgazione, poten- ziando anche in tale ambito la collaborazione tra le amministrazioni interessate, in primo luogo le Re- gioni. I finanziamenti per nuovi impianti contemplati dal PSR piemontese puntano sulla qualità delle realizzazioni che potrà risultare sensibilmente migliore, soprattutto se l’attività di ricerca e divulgazione finora svolta dal- la Regione sarà solo una tappa nella acquisizione di conoscenze tecnico-scientifiche e nella loro diffusio- ne a chi quotidianamente opera sul territorio.

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