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DOTTRINA SOCIALE E LITURGIA:


UN RAPPORTO FECONDO
Francesco Zucchelli
PARROCO DEL DUOMO DI SAN MINIATO (PISA)

Introduzione Parlare di Liturgia e Dottrina sociale della Chiesa pare argomento inusuale e di difficile trattazione. Due realt apparentemente lontane, si pu infatti obiettare, ma nellintelligenza del pi intimo significato del termine sociale si intuisce chiaramente un completarsi e un compenetrarsi delle due discipline. La Dottrina sociale della Chiesa, infatti, definisce lessere sociale delluomo, il suo non realizzarsi senza lAltro e per laltro. La Liturgia lincontro delluomo con lAltro perch in Cristo ogni cristiano divenga

In un recente passato si provato ad affrontare la questione. Nel maggio del 2005, a poco pi di un anno dalla presentazione del Compendio, si tenne un seminario di studio promosso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace in collaborazione con il Pontificio Ateneo S. Anselmo dedicato partendo proprio dal succitato n. 519 del Compendio al rapporto tra pace e Liturgia. Due anni pi tardi Rivista Liturgica dedic il primo numero dellanno allanalisi del Compendio, titolando il fascicolo Dottrina sociale e liturgia della vita: occasione perduta? Le analisi preziose e le argomentazioni serie proposte in queste sedi, possono essere di aiuto per introdurre e stimolare un approfondimento che appare necessario. Se da un lato la Liturgia, guardando la Dottrina sociale, rischia di scivolare nel considerarla come disciplina morale, o, peggio ancora, come un elenco di proposte pratiche che, in realt, nascono da un pensare tutto umano, dallaltro lato la Dottrina sociale della Chiesa rischia di guardare alla Liturgia senza comprenderne il senso, relegandola a semplice ritualit, incapace di individuare, in questo, il legame profondo tra ci che si celebra e la vita. Partendo da qui domandiamoci allora: in che senso e in quale direzione possibile parlare di rapporto tra Dottrina sociale e Liturgia? La Liturgia come preghiera sociale

(1) La Costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II.

capace di relazione e di comunione. La Dottrina sociale della Chiesa un progetto che il cristiano pu proporre a ogni uomo, terreno per laccoglienza generosa dellaltro da s, scuola di convivenza fraterna e pacifica nel nostro cammino terreno. La Liturgia annuncio, celebrazione, sorgente di grazia, anticipazione e pregustazione soprattutto nella riconciliazione e nella eucaristia di quella comunione che si realizzer in pienezza nelleternit e che balbetta sommessamente e si lascia intravedere timidamente nelle dinamiche della Dottrina sociale della Chiesa. Un rapporto difficile Emerge fin da subito, una sorta di distanza che separa le due materie. Se guardiamo il Compendio della dottriSacrosantum Concilium 1 (n. 519) e laggettivo liturgina sociale della Chiesa troviamo una sola citazione di co ricorre soltanto tre volte, di cui una in nota. Questa apparente distanza si fa luogo comune anche trai liturgisti che, sentendo parlare di Dottrina sociale, spostano la loro attenzione sui formulari per le varie necessit presenti nel Messale Romano, e relegano il discorso a un semplice confronto tra Liturgia e morale.

Mi sembra opportuno partire dalla considerazione del

valore sociale della Liturgia che si evince fin dalletimologia della parola stessa. Il termine leitourgha unacquisizione piuttosto recente della teologia, era praticamente scomparso, almeno in occidente, fino

al XIX secolo. Proviene dal greco classico ed composto da due parole: las (popolo) e ergon (opera).

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Tradotto, leitourgha significa rendere un servizio al popolo, offrire qualcosa per il bene comune. Il termine venne assunto nella traduzione greca della Bibbia per indicare specificatamente il servizio cultuale di sacerdoti e leviti nel tempio, mantenendo, in questo modo, il carattere di funzione pubblica: una prestazione che ha come scopo lutilit dIsraele. Il sacrificio di Cristo pose fine al culto del tempio, anzi, condusse a pienezza ci che nel culto del tempio era solo prefigurato, e il termine leitourgha, poco a poco, giunse ad indicare il culto cristiano. La Mediator Dei di Papa Pio XII, scritta nel 1947, arriva a definire la Liturgia come il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed il culto che la societ dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, allEterno Padre. La Chiesa, corpo di Cristo, qui considerata come societas e deve avere una preghiera tutta propria, conforme alla sua natura di societ. Non basta la preghiera nellintimo del cuore e nemmeno la preghiera esteriore; ma occorre la preghiera collettiva, comunitaria, che si concreta in segni sensibili, fatti a nome della Chiesa, secondo il suo comando e le sue intenzioni. La vera preghiera della Chiesa la preghiera sociale: la li(2) Enciclopedia liturgica, a cura di R. AIGRAN, Edizioni Paoline, Alba, 1957, p. 3. (3) R. GUARDINI, Lo spirito della liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia, 1930, pp. 17-18. (4) Ivi, p. 57.

scitare ed educare la sua vita religiosa. Nella liturgia non il singolo che agisce e che prega. [] Il soggetto, lio, della liturgia piuttosto lunione della comunit credente come tale, qualcosa che trascende la semplice somma dei singoli credenti, insomma, la Chiesa.3 La preghiera individuale prende vita attraverso parole e disposizioni che la nostra propria esperienza ci suggerisce e, attraverso queste, innalza a Dio: un essere soli con Dio. Ma luomo pi di un essere individuale, a questultima esigenza che provvede la liturgia. In essa noi preghiamo come membri della Chiesa; in essa ci eleviamo al regno eterno che al di sopra dei singoli.4 Tuttavia, questa preghiera sociale non chiede mai di sacrificare la propria individualit, la propria personalit, poich lunione dei membri non ha luogo immediatamente tra uomo e uomo, bens si compie nellorientamento degli spiriti versa la stessa meta, nel lo-

turgia.2 Tale carattere sociale espresso ancora meglio da Romano Guardini: lo scopo prossimo e specifico della liturgia non quello di dar espressione al culto individuale di Dio: essa non deve edificare il singolo come tale, su-

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(5) Ivi, p. 43. (6) Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Citt del Vaticano, 2005, pp. 233.

ro riposare nella stessa finalit ultima che Dio.5 Ogni battezzato chiamato personalmente a porsi davanti a Dio nella Liturgia, perch lOpera di Cristo faccia un unico corpo di molti individui. Tutto questo espresso in maniera formidabile dal Canone romano, laddove, in riferimento al Sacrificio dellaltare si dice: Noi te loffriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perch tu le dia pace e la protegga, la raccolga nellunit e la governi su tutta la terra, e in modo ancora pi chiaro nella Didach: come questo pane spezzato era disperso sui monti e, raccolto,

divenuto uno, cos la tua Chiesa sia raccolta dalle estremit della terra nel tuo regno (9,4). Nella Liturgia si rende presente lagire di Cristo che unisce in questa azione la Chiesa: nella liturgia agisce Cristo tutto intero (ChristusTotus), Capo e Corpo. Quale sommo Sacerdote, egli celebra con il suo Corpo, che la Chiesa celeste e terrena:6 la Liturgia, dunque, preghiera sociale, perch in Cristo, per Cristo e con Cristo rende possibile quella comunione che anticipazione della realt futura. In altre parole, lincontro con il Signore, la partecipa-

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zione alla sua opera, diventa momento che trasforma luomo e lo rende capace dincontrare gli uomini. In questo senso, la Liturgia diviene fonte di ethos, ovvero luogo in cui prendono forma il carattere, lindole, il costume, le convinzioni morali, le regole di vita del cristiano e di quella particolare societ che la Chiesa. Lethos, che i latini traducevano con moralitas, indica ci che in un dato tempo e luogo conforme al
(7) Ivi, p. 509. (8) Ivi, p. 74.

La Dottrina sociale della Chiesa come annuncio di Verit Abbiamo gettato uno sguardo al carattere sociale della Liturgia, che dire, invece della Dottrina sociale della Chiesa? Il Compendio del catechismo della Chiesa Cattolica definisce la Dottrina sociale come lo sviluppo organico della verit del Vangelo sulla dignit della persona umana e sulla sua dimensione sociale,7 essa trova il suo fondamento essenziale nella Rivelazione biblica e nella Tradizione della Chiesa.8 La Dottrina sociale, dunque, si offre come annuncio di verit e, proprio come tale, diviene servizio prezioso allumanit che abbisogna di un terreno assolutamente saldo su cui reggersi. Essa abbisogna di un appoggio da cui possa spingersi oltre se stessa, di un punto sicuro fuori di essa, e questo punto

dover agire delluomo affinch egli possa realizzare compiutamente la sua umanit. In questa direzione si rende palese il legame profondo tra celebrazione e vita, riassunto nel trinomio lex orandi, lex credendi, lex vivendi. Lespressione massima di tutto questo il santo: egli colui che crede, che prega e che vive lunione con Cristo e con gli uomini nelle contingenze pi disparate della storia.

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LA REGOLA DI SAN BENEDETTO ED IL LAVORO QUALE ESPERIENZA SPIRITUALE
Lozio nemico dellanima, perci i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio: questa famosa disposizione al numero 48 della Regola di San Benedetto sintetizza, in modo efficace, il connubio tra ora e labora, cio tra le due dimensioni tipiche della vita del monaco benedettino. In tale connubio si radica una filosofia del lavoro di enorme importanza per la cultura occidentale, che ne ha rivoluzionato lidea, tanto da porre le basi per una nuova societ, che si manifester nella sua pienezza solo alluscita dal Medioevo. Non appare esagerato affermare che linflusso del pensiero benedettino e del movimento del monachesimo conventuale sulla struttura socioeconomica dellEuropa tardo-medievale, rinascimentale e finanche moderna non inferiore a quella che in accordo al pensiero weberiano la Riforma protestante ha avuto sul capitalismo mitteleuropeo: in entrambi i casi, infatti, prima ancora che i modi organizzativi ed i metodi produttivi come accade, ad esempio, per le innovazioni scientifiche sette-ottocentesche lethos del lavoro che viene profondamente mutato. noto che nel pensiero greco e cos pure nella cultura latina, in particolar modo dellepoca imperiale il lavoro servizio riservato agli schiavi ed alle genti dei pi bassi strati sociali; il pieno realizzarsi della persona umana, dunque, al di fuori del lavoro: ad esempio, nelle imprese belliche, nelle arti, nellesercizio del potere, fino allamministrazione del culto. Le classi sacerdotali, pertanto, non erano chiamate al lavoro, ma soltanto allesercizio della propria attivit cultuale. Di fatto, anche le prime esperienze di monachesimo orientale di stampo prettamente ascetico sono profondamente distanti dallidea di lavoro che San Benedetto prescriver ai propri monaci: ancora una volta, seppure nella sottrazione dal mondo e non nella gloria del mondo, il lavoro escluso dalla pienezza dellesperienza umana, anche in ordine allincontro con il Divino. Guardando allesperienza benedettina, invece, la prospettiva appare completamente rovesciata, atteso che proprio nel servizio divino e non funzionalmente ad esso che si innesta la regola del labora. La vita monastica di matrice benedettina si radica sulla Parola, che scandisce ogni momento della giornata del monaco: da essa deriva ed attorno ad essa si organizza la liturgia e lo studio, che costituiscono elementi fon-

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(9) R. GUARDINI, Lo spirito della liturgia cit., p. 108. (10) Caritas in veritate, n. 1. (11) Ivi, n. 5. (12) Ivi, n. 6.

non pu essere che la verit.9 Tale verit scaturisce dalla Parola di Dio che si fa carne, da Cristo che mostra in pienezza lamore di Dio, in Cristo, la carit nella verit diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verit del suo progetto. Egli stesso, infatti, la Verit.10 La Dottrina sociale della Chiesa , allora, caritas in veritate in re sociali: annuncio della verit dellamore di Cristo nella societ. [] Lo sviluppo, il benessere sociale, unadeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono lumanit, hanno bisogno di questa verit. Ancor pi hanno bisogno che tale verit sia amata e testimoniata. Senza verit, senza fiducia e amore per il vero, non c coscienza e responsabilit sociale, e lagire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti dis-

gregatori sulla societ.11 Il naturale sviluppo, la conseguenza diretta di questo annuncio di verit nella carit riguarda direttamente la vita: prende forma operativa in criteri orientativi dellazione morale.12 Senza correre il rischio di essere esagerati, si potrebbe benissimo dire che la Dottrina sociale della Chiesa, a sua volta, diviene fonte di ethos. Si colloca antecedentemente allagire, non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente dintromettersi nella politica degli Stati. Ha per una missione di verit da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una societ a misura delluomo, della sua dignit, della sua vocazione. Senza verit si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perch non interessata a cogliere i valori talora nemmeno i significati con cui

danti della servizio divino a cui vocato il monaco. Tuttavia, come affermava Benedetto XVI nellOmelia dei Vespri del 24 maggio 2009, pronunciata proprio a Montecassino, i tre vincoli che Benedetto indica come necessari per conservare lunit dello Spirito tra gli uomini sono la Croce, che la legge stessa di Cristo; il libro e cio la cultura; e laratro, che indica il lavoro, la signoria sulla materia e sul tempo. Da ci emerge con chiarezza come laratro simbolo evidente e senza fraintendimenti del lavoro manuale non sia terzo rispetto al servizio divino, ma ne sia parte integrante: se evidente che attorno alla coltivazione liturgica e di studio della Parola che il monaco radica la propria esistenza, anche il lavoro diviene esperienza cultuale di incontro con il Dio creatore. Il lavoro esperienza di partecipazione delluomo allincessante creazione divina: Dio stesso il Creatore del mondo, e la creazione non ancora finita. Dio lavora, ergzetai. Cos il lavorare degli uomini doveva apparire come unespressione particolare della loro somiglianza con Dio e luomo, in questo modo, ha facolt e pu partecipare alloperare di Dio nella creazione del mondo . Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dellEuropa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe per includere la volont di far s che il lavoro e la determinazione della storia da parte delluomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e luomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo pu facilmente trasformarsi nella sua distruzione (Benedetto XVI, Discorso allIncontro con il mondo della cultura al Collge Des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008). San Benedetto ribalta la prospettiva culturale radicata nella societ occidentale: il lavoro diviene esperienza di pienezza umana, atteso che permette alla persona di partecipare dellesperienza divina. Raccogliendo la chiamata a soggiogare la terra (cfr. Gn 1, 28), luomo compie un atto verso la sua completa realizzazione quale immagine di Dio (cfr. Gn 1, 27). In altri termini, luomo nella continua tensione alla propria realizzazione si divinizza, non perch sostituisca Dio unico Creatore ma perch ne diviene collaboratore, quale coltivatore della stessa creazione; la connessione tra uomo e terra diviene sempre pi intima tanto pi avanza la storia della relazione tra Dio e luomo: basti pensare alla nuova vocazione di Adamo alluscita dal giardino (cfr. Gn 3, 19) ed allintima relazione tra il sangue

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giudicarla e orientarla. La fedelt alluomo esige la fedelt alla verit che, sola, garanzia di libert (cfr Gv 8,32) e della possibilit di uno sviluppo umano in(13) Ivi, n. 9. (14) Cfr. J. RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, pp. 9-19; specialmente il riferimento allindissolubile intreccio tra culto, diritto ed ethos.

una stabilit di sapore dogmatico. Relativo a questo, poi, un secondo aspetto: proprio perch si riferiscono a tale realt trascendente che la Liturgia e la Dottrina sociale divengono significativi in ordine allagire morale delluomo: un ordinamento delle cose umane che non orientato a Dio non potr mai condurre luomo ad essere uomo e, tantomeno, servire la sua dimensione sociale,14 ma nella misura in cui luomo si pone di fronte a Dio nellascolto della Verit e nel partecipare al Suo agire, trovano forma le peculiari relazioni che esso vive: con se stesso, con gli altri e con le cose. Per riassumere quanto detto fino ad ora, lesempio pi eloquente potrebbe essere quello delle due facce di una medesima medaglia. Se da una parte la Liturgia la preghiera sociale della Chiesa, perch la Chiesa in essa continuamente radunata e stabilita

tegrale.13 Due facce di una medesima medaglia Sembra emergere un ruolo comune alla Liturgia e alla Dottrina sociale: entrambe sono presenti alla scaturigine di quella realt particolare che va sotto il nome di ethos, e, proprio qui, diviene evidente il loro carattere eminentemente sociale. Un primo aspetto che dobbiamo considerare la trascendenza del fondamento dal quale prendono avvio: che lo si chiami Verit o azione di Cristo, esso non disponibile a partire dalluomo, ma gli partecipato, si dona a lui; in questo si manifesta una certa identit tra Liturgia e Dottrina sociale: entrambe si muovono a partire da

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umano e la terra (cos, ad esempio, per Caino in Gn 4, 10 o nella profezia di Osea sulla valle di Izrel in Os 1, 4). Ci basterebbe per connettere la Regola benedettina sul lavoro con la Parola di Dio; tuttavia, pare che la connessione sia ancor pi intima, perch riguarda la normalit della via del lavoro nella tensione allincontro con Dio, pur nella sua non esclusivit. Proprio questo porta oggi una rinnovata importanza del messaggio benedettino, perch pone le premesse per una nuova persona nel lavoro, che in esso trova pienezza ma non il confine ultimo. Sempre al n. 48 della Regola, San Benedetto scrive: se le esigenze locali o la povert richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perch i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Si legge, in tal senso, una sorta di apostolato nel lavoro: i discepoli scelti dal mondo (cfr. Gv 15, 19) sono inseriti in esso, anche nelle sue dimensioni materiali, la cui origine e la cui destinazione divina non possono essere contrapposte allesperienza spirituale (cfr. Gaudium et Spes, n. 34). Appare, tuttavia, evidente che il lavoro esperienza, dunque, liturgica sui generis non via unica verso Dio, tanto che San Benedetto prescrive che al monaco tanto negligente e fannullone da non voler o poter studiare o leggere sia assegnato qualche lavoro da fare, perch non rimanga in ozio (Regola, n. 48); il prolungamento del lavoro anche nel tempo dedicato dagli altri monaci allo studio della Parola non una punizione, bens una via alternativa di avvicinamento alla Parola di Dio, seppure quale soluzione non ottima, perch priva il monaco di uno dei tre vincoli che lo lega a Dio. Si tratta di una grande rivoluzione culturale, che penetra nellethos occidentale non senza contaminarlo col pensiero mediorientale spingendolo verso una via senza ritorno, almeno sino allepoca postmoderna dellindividualismo. Il lavoro diviene parte fondamentale del nuovo umanesimo europeo, che vede come protagonisti fondamentali mercanti ed artigiani, che appongono i loro simboli corporativi nelle grandi cattedrali, dove fanno costruire altari e cappelle. Una nuova sinergia tra esperienza spirituale ed esperienza materiale si compie, facendo divenire (o tornare) la seconda parte integrante della prima, anche quando il lavoro si mondanizza, nel risorgere della societ rinascimentale. Lesperienza monastica, per, pone anche un chiaro limite alluomo del lavoro: infatti, San Benedetto ben scandi-

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nella comunione di Cristo, dallaltra parte, la Dottrina sociale annuncio di verit che, offrendo alluomo la misura dellamore di Cristo, lo fa crescere nella comunione della famiglia umana. La prima tocca la vita della Chiesa, la seconda concerne luomo in quanto creatura.La chiesa militante ascolta la Dottrina sociale che le insegna la giustizia e la carit, e partecipa alla Liturgia che la trasforma; luomo chiamato ad accogliere lannuncio di verit della Dottrina sociale, perch possa partecipare a quella comunione anticipata nella Liturgia. Nelle ormai famose parole del n 10 della Sacrosanctum concilium mi sembra riecheggiare proprio questa duplice realt: Nondime(15) Sacrosanctum concilium, 10.

de e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti pasquali, a vivere in perfetta unione; prega affinch esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede; la rinnovazione poi dellalleanza di Dio con gli uomini nelleucaristia introduce i fedeli nella pressante carit di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dalleucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attivit della Chiesa.15 La Liturgia fonte di comunione e di santit, ma anche apice da raggiungere: in questa tensione mi sembra collocarsi la Dottrina sociale della Chiesa.

no la liturgia il culmine verso cui tende lazione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fe-

sce ai propri monaci il tempo del lavoro, dello studio e della preghiera, facendone una molteplice unit liturgica, dove nessuno dei tre tempi in s completo. Ci incunea lidea che il lavoro non sia mai esperienza totalizzante, come non lo latto creativo divino, che trova limite nel settimo giorno (cfr. Gn 2, 1), spazio per la contemplazione e, dunque, la relazione. Con espressione moderna, si pu affermare che il lavoro chiama la gratuit della relazione, proprio perch esso economico. Non si pu dimenticare come se si accetta che il labora benedettino abbia fortemente implicato letica sociale moderna parte di tale ethos sia proprio il limite del lavoro, che essendo partecipazione alla natura spirituale delluomo non la esaurisce. Come afferma il Concilio Vaticano II, luomo [] quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la societ, ma perfeziona se stesso (Gaudium et spes, n. 34), il che significa che esso anche lavoro, ma non solo lavoro. Lottica, dunque, non quella di una spiritualit del lavoro, bens quella del lavoro come esperienza spirituale, che coinvolge tutta la persona umana, ma non la completa: ad essa, infatti, serve il settimo giorno, lincontro pieno con la Parola, la relazione piena con laltro e con lAltro. Infatti, se nel monastero il lavoro pu essere individuale pur a servizio della comunit , la preghiera esperienza eminentemente comunitaria, dunque, esperienza di relazione orizzontale, oltrech verticale. Linsegnamento di San Benedetto , dunque, fondamentalmente laico nei termini in cui segna un ethos che supera le mura conventuali, parlando allumanit in quanto tale e spiegando ad essa il messaggio biblico. Lora et labora espressione etica dellantropologia biblica di un uomo considerato nella sua unit e nella sua totalit, corpo e anima, luomo cuore e coscienza, pensiero e volont (cfr. Gaudium et Spes, n. 3). Luomo postmoderno non ha bisogno di uscire dal mondo per ritrovare se stesso cos come non pu esaurire il proprio orizzonte nel mondo, ma necessita di riportare nel mondo la vocazione spirituale laica di San Benedetto: nihil amori Christi praeponere (cfr. Regola, n. 21). GIORGIO MION
Redazione del Bollettino