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LA PROPRIET FORESTALE

di Giorgio Corrado *

Solo di recente stato precisato cosa debba intendersi, dal punto di vista giuridico, per bosco, questa vera e propria realt ambientale che ha sempre costituito un patrimonio per lumanit: i boschi forniscono, oltre alle produzioni legnose e no, servizi senza prezzo, quali sono da considerare a tutti gli effetti le funzioni vitali esplicate, dalla sicurezza per luomo in presenza di pericolo di frane o piene, allequilibrio della Terra. Ciononostante, negli ultimi cento anni sono stati distrutti nel mondo 22 milioni di chilometri quadrati di foreste. Con la legge di riordino, il C.F.S. ha assunto in s anche i compiti fino al 1977 spettanti allAzienda di Stato per le Foreste Demaniali.

Only recently the concept of wood, this important environmental entity which has always been a real patrimony for men, has been defined under a legal point of view. In fact, apart from wood products, woods offer essential services to the earth including those vital functions linked to emergency measures in case of landslips and floodings. Nevertheless, during the last hundred years, 22 million of square kilometres of forest have been destroyed in the whole world. With the new Administrative Organization law the S.F.P.F. has taken up all the functions that until 1977 were carried out by the State Agency deputed for the conservation of State-owned Forests.

* Dirigente Superiore del Corpo Forestale dello Stato

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a lingua latina indica come silva decidua il bosco da tagliare e con lucus il bosco sacro da conservare: non per nulla i lucumones erano i sacerdoti etruschi, come i fratres arvales erano speciali ordini sacerdotali a cui era affidata la tutela delle selve, considerate res divinis iuris. I termini bosco e foresta sono invece dorigine franco-longobarda __________________

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(bois e fort) e nel nostro ordinamento vengono usati indistintamente, come sinonimi. Solo di recente la norma giuridica ha chiarito cosa debba intendersi per bosco, lasciando alle Regioni la competenza di legiferare in merito; nel frattempo larticolo 2 del decreto Legislativo Gli amministratori dello 227/2001 afferma che Stato devono agire non solo si considerano bosco i nellinteresse della generazione loro, terreni coperti da vegema anche delle future. tazione forestale arboSe tale risultato non si pu sempre rea associata o meno a conseguire, ragguardevoli risultati si quella arbustiva di origipossono ottenere affidando lo ne naturale o artificiale, svolgimento del programma forestale in qualsiasi stadio di sviad un Corpo Forestale specializzato, luppo, i castagneti, le fornito del pregio della continuit. E sugherete e la macchia per le foreste, la continuit dazione mediterranea Le sudper lunghi periodi di tempo, si pu dette formazioni vegedire sia tutto. tali e i terreni su cui esse (Luigi Einaudi - 1948) sorgono devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri e copertura non inferiore al 20 per cento. 1. Il valore del bosco I boschi, in quanto tali, oltre alle produzioni legnose e no, facilmente monetizzabili, forniscono, indipendentemente dalla propriet, servizi senza prezzo, ovvero utilit sociali, da tutti riconosciute, usufruibili anche dai non proprietari o possessori degli stessi beni. Le utilit senza prezzo del bosco, secondo Worrell, seguono verosimilmente un andamento analogo, quasi parallelo, a quello dei prodotti primari, dei quali noto il prezzo mercantile. Tali benefici indiretti producibili e prodotti dal bosco, concepito come unit eco-sistemica, sono strettamente legati e connessi alle funzioni vitali espletate dai complessi boscati e sono di insostituibile

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necessit per la vita delluomo, per la sua sicurezza, contro il pericolo di frane e di improvvise piene, per mantenere lequilibrio del pianeta. Per tali ragioni il bosco va preservato dal diffuso disboscamento. I terreni strappati alla foresta equatoriale e divenuti poi aridi o desertici sono aumentati in questo secolo del 140%, passando da 12 milioni a 28 milioni di chilometri quadrati. Il ritmo degli abbattimenti aumentato nel tempo ad una velocit di 30 ettari al minuto, il che vuol dire la distruzione di 160mila chilometri quadrati lanno. Secondo stime recenti, negli ultimi 100 anni nel mondo sono stati distrutti oltre 22 milioni di chilometri quadrati di foresta, quasi il 40% dellintero patrimonio verde. In Europa restano circa 140 milioni di ettari di boschi. Le utilit senza prezzo del bosco, secondo Worrell, seguono verosimilmente un andamento analogo, quasi parallelo, a quello dei prodotti primari, dei quali noto il prezzo mercantile.

Sistemazioni montane, anni 30 (Foto C.F.S.)

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Il bosco produttore di beni, a fecondit ripetuta, solo se viene rispettato nella sua integrit ecosistemica, se cio il prelievo forestale avviene esclusivamente sugli interessi, rappresentati dagli incrementi legnosi, e mai sul capitale, ovverosia sulla provvigione legnosa. Diversamente, nel volgere di pochi anni, si va allinvoluzione, regressione, distruzione della foresta. Si mai riflettuto abbastanza sugli alti, onerosi costi che le comunit nazionali devono sostenere a posteriori, dopo il verificarsi di eventi calamitosi, provocati direttamente o come concausa, dalla distruzione della copertura arborea? Il potersi garantire, in via preventiva, con una oculata, lungimirante politica di salvaguardia ambientale e forestale, contro tali ipotesi di danno, per altro poi di fatto frequentemente ricorrenti, non forse lequivalente di una economica capitalizzazione di ricchezza? I criteri di valutazione dei benefici indiretti spillovers del bosco, presentano forti limiti in quanto il valore sociale della foresta e la sua esternalit sono solo parzialmente e approssimativamente considerati, quando non del tutto trascurati, dal sistema dei prezzi di riferimento. Il valore del materiale legnoso calcolato applicando il prezzo di macchiatici alla quantit degli assortimenti legnosi ritraibili. Le utilizzazioni boschive ammontano, in questi ultimi anni, in media a 8 milioni di metri cubi/anno di legno, mentre, prima della Legge del 1923, i tagli producevano 13 milioni di metri cubi. Se ne deduce come la produzione lorda vendibile selvicolturale sia molto bassa, in media dell 1-1,3% della Plv agricola complessiva, pari questultima, nel 2004, a 48 miliardi di euro. Di contro, il legno la terza voce nelle nostre importazioni, dopo il petrolio e la carne, per far fronte ad un fabbisogno nazionale pari a 38 milioni di metri cubi. del tutto evidente come lItalia sia ricca di boschi poveri, come, con una felice espressione, ebbe a dire Alessandrini. Oggi, nelle nuove analisi costi-benefici o di un impatto ambientale, sempre pi necessario quantificare anche quelle funzioni senza prezzo svolte dal bene-foresta, che nel tempo si rivelano di gran lunga predominanti. A tal fine vengono utilizzati: coefficienti indicatori di benefici; modelli matematici realizzati per ciascuna funzione offerta dal bosco;

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metodi basati sul valore di ricostruzione e di surrogazione; modelli simulativi per evitare danni, secondo il concetto di costo alternativo o quello del costo-opportunit; come anche si valuta lutilit percepita dai visitatori del bosco, ovvero si quantifica il richiamo turistico, stimato sulla disponibilit a pagare un costo per accedere in ambiti protetti. Ad esempio, il metodo del costo alternativo del Prodan valuta le possibili destinazioni urbanistiche del terreno boscato e la mancata trasformazione del bosco comporta un mancato guadagno e questo rappresenterebbe il valore minimo del bosco. Tali criteri di valutazione, non esenti da critiche, pur tuttavia hanno il riconosciuto merito di tendere a massimizzare in termini economicofinanziari lutilit sociale della foresta. Il Patrone, con il metodo deduttivo, ha tentato una quantificazione di massima del prodotto lordo dei boschi italiani con riferimento anche alla tutela idrogeologica. Il valore del servizio idrogeologico, stimato sulla base dellinteresse annuo relativo al costo di un ettaro di rimboschimento per la superficie boschiva vincolata ai fini idrogeologici, allattualit oscillerebbe tra i 10 e i 12 miliardi di euro. La valutazione della funzione idrogeologica del bosco di notevole importanza per esprimere la fattibilit economica degli interventi pubblici miranti alla difesa del suolo, quali sono le sistemazioni idraulicoforestali. Nella valutazione dei benefici apportati dalle predette sistemazioni montane si pu far riferimento al costo opportunit, per cui il costo di un simile progetto si identifica con quella quota di reddito a cui la collettivit deve rinunciare a favore di una azione generale di tutela. Maggiore il grado di dissesto e di pericolosit, pi elevato sar il beneficio sociale e per altro verso minore lintensit dei tagli e la produttivit legnosa. Ne consegue che lutilit sociale del bosco quale fattore di tutela idrogeologica spesso in rapporto di trade-off con la produttivit privata. Ci giustifica lelevato costo delle sistemazioni montane, lapposizione dei vincoli e gli aiuti finanziari concessi a favore dei rimboschimenti volontari ed obbligatori. Mentre le produzioni dirette sono godute unicamente dal proprietario, le utilit sociali vanno a favo-

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re anche di altri soggetti, ovvero di una pi vasta comunit. In ragione di ci prevale la dottrina per la quale i boschi sono da considerare veri e propri beni ambientali e come tali beni dinteresse pubblico. In altri termini la propriet forestale svolge una compiuta funzione sociale, nel rispetto del dettato costituzionale. 2. I vincoli forestali Le funzioni del bosco: idrogeologica, disinquinante, igienico-sanitaria, ecologica e bioclimatica, estetica e paesaggistica sono le ragioni intrinseche del regime vincolistico che nel tempo il legislatore ha posto sul territorio boscato. Il vincolo una limitazione alluso di un bene; quelli forestali, dal vincolo idrogeologico del 1923 al vincolo paesistico ambientale della c.d. Legge Galasso del 1985, sono delle limitazioni poste per la preminenza dellinteresse generale, ma sempre possibile effettuare un uso normale del bene vincolato, quali possono essere i tagli selvicolturali fatti conformemente alle autorizzazioni ottenute. Per i proprietari o possessori di beni cos vincolati non prevista, anche se molto se ne discusso, la corresponsione di alcun indennizzo, tranne casi eccezionali, espressamente indicati dalla norma di legge, quando cio il bosco finalizzato a particolari obiettivi per la difesa militare, la salubrit di specifici luoghi, contro la furia dei venti, la caduta dei massi e delle valanghe; in tali casi il bosco vincolato integralmente e totalmente sottratto a qualsiasi forma di utilizzazione e di redAttivit vivaistica della Milizia Forestale (Foto C.F.S.) ditivit, cos che ai proprietari

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corrisposto un congruo indennizzo. La stragrande maggioranza dei terreni boscati e montani vincolata sotto il profilo idrogeologico ai sensi del R.D. Lg.vo 3267/1923. La superficie interessata di circa 13 milioni di ettari e di questi 5,5 milioni di ettari sono boschi cedui e fustaie (I.F.N. -1985). La ratio della Legge forestale del 1923 quella di voler conciliare laspetto produttivistico-legnoso, con quello sociale per la perpetuit del soprassuolo, posto a peculiare difesa contro lerosione ed il dissesto, per evitare cos il verificarsi di un possibile danno pubblico. Nei reati forestali successivamente depenalizzati la valutazione del danno forestale fatta, in via esclusiva, dagli agenti forestali. Per contemperare linteresse soggettivo a quello pubblico, il legislatore ha inteso con lo strumento del vincolo disciplinare luso del bosco, la sua utilizzazione e trasformazione, in modo tale che possa perpetuarsi nel tempo con vantaggio generalizzato sul territorio, attivando a tal fine un articolato sistema autorizzatorio, disciplinato con le Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale. Queste ultime hanno lo scopo di dettare, per ambiti provinciali o sub-provinciali, specifiche norme regolamentari a cui attenersi per effettuare: le utilizzazioni boschive, il pascolo, il dissodamento. La Legge del 1923 ed il collegato Regolamento del 1926 non contengono espressamente norme in ordine alla possibilit o meno di edificare nelle zone sottoposte al vincolo idrogeologico, essendo le stesse norme riferite e confinate allambito delle trasformazioni agrarie. Ci ben logico con riferimento alluso del suolo che se ne faceva in quegli anni oramai lontani. Quando nel 1923 venne emanata la Legge forestale, il bisogno di terra da coltivare e lintensa attivit pascoliva costituivano una seria minaccia per la conservazione dei boschi. Inoltre non sempre la messa a coltura di terreni saldi di montagna e di collina veniva accompagnata da una razionale sistemazione. Con il passare del tempo, levoluzione delle condizioni economicosociali delle popolazioni di montagna e dei modi di vita in generale hanno fatto diminuire di molto la ricerca di terreni da dissodare ai fini agricoli; ma queste aree sono state oggetto di altri fenomeni che hanno creato nuove preoccupazioni per la conservazione dei boschi, quali:

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lespansione dei centri turistici; la costituzione di insediamenti residenziali; le attrezzature di aree per lesercizio degli sport e della ricreazione; lo svilupparsi di attivit estrattive; lo sviluppo della rete stradale. Negli anni 70, con lindustrializzazione del Paese cambiano le situazioni e nasce la necessit di proteggere le zone sottoposte al vincolo idrogeologico, ed in particolare i boschi, da insediamenti edificatori per non compromettere la stabilit del terreno. Larticolo 7 della Legge 3267/1923, che disciplina la trasformazione dei boschi in altra qualit di coltura e la trasformazione dei terreni saldi in terreni soggetti a periodica lavorazione, alla luce di tali nuove situazioni, andava necessariamente riletto in modo estensivo e non pi solo in senso agricolo; levoluzione giurisprudenziale e dottrinaria intervenuta in proposito. Infatti il Consiglio di Stato (con sentenza n. 183 del 16 marzo 1971) cos si esprime: si deve osservare che presumibilmente nel corso dellemanazione della Legge 20 giugno 1877 n. 3917 e del R.D.Lg.vo 30 settembre 1923 n. 3267 non emerse il problema degli insediamenti urbani in zone vincolate o da vincolare a scopo idrogeologico; tuttavia questa circostanza non preclusiva di uninterpretazione della normativa forestale, intesa in senso tale da soddisfare lesigenza della disciplina degli insediamenti edilizi in rapporto anche al vincolo idrogeologico. Ancora il Consiglio di Stato (sentenza n. 571 del 30 ottobre 1985) rimarca che qualsiasi opera che comporti distruzione della vegetazione potenzialmente idonea a compromettere la stabilit dei suoli e ad alterare lequilibrio idrogeologico legittimato pertanto il diniego di concessione edilizia. Successivamente il Consiglio di Stato (sentenza n. 663 del 2 settembre 1987) ha parzialmente modificato il proprio orientamento, restringendo lapplicabilit dellarticolo 7 del R.D.Lg.vo del 1923 e dellarticolo 21 del Regolamento, con la conseguenza che la Pubblica Amministrazione competente pu formulare un divieto assoluto ad edificare solo sui terreni vincolati boscati. Con il D.P.R. 11/1972 e successivamente con il D.P.R. 616/1977 la materia passata di competenza delle Regioni, che hanno legiferato in merito.

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Cos, dopo lavvenuto decentramento amministrativo, il vincolo idrogeologico, come sostengono pi autori (Abrami, Tamponi ed altri), si viene ad inserire a pieno titolo nella disciplina urbanistica per essere mezzo e strumento di gestione del territorio e non pi limitato alla sfera degli interventi di tipo agro-silvo-pastorale. La propriet forestale sempre ed in ogni caso soggetta a vincoli pubblici, che ritroviamo non solo nelle specifiche leggi, ma anche nel Codice Civile. Cos lart. 866 ripropone per intero la stessa enunciazione della Legge 3267 del 1923 l dove recita: i terreni di qualsiasi natura e destinazione possono essere sottoposti a vincolo idrogeologico al fine di evitare che possano con danno pubblico subire denudazioni, perdere la stabilit o turbare il regime delle acque. Inoltre il governo dei boschi e dei pascoli sono assoggettati, per effetto del vincolo alle limitazioni stabilite dalle leggi in materia. Ed ancora possono essere sottoposti a limitazione nella loro utilizzazione i boschi che per la loro speciale ubicazione difendono terreni o fabbricati dalla caduta di valanghe, dal rotolamento di sassi, dal sorrenamento1 e dalla furia dei venti e quelli ritenuti utili per le condizioni igieniche locali. Ma c di pi. Il successivo articolo 867 del C.C. detta la possibilit acch i terreni gi vincolati ai fini idrogeologici possano essere espropriati od occupati temporaneamente per favorire il rimboschimento e le sistemazioni dei terreni. Laltro vincolo territoriale quello derivante dalla Legge sulle bellezze panoramiche del 1939 poi ripreso dalla Legge 431/1985; ma questultima si differenzia dalla prima volendo superare la concezione idealistica di paesaggio quale bellezza naturale; ed in tale ottica non vengono sottoposti al regime vincolistico alcuni quadri naturali di particolare bellezza, bens intere categorie di beni, indipendentemente dalla selezione particolareggiata, specifica di alcune aree. Questo vincolo ambientale non puntiforme, come era quello imposto con la precedente Legge del 1939, ma investe precise strutture territoriali da salvaguardare perch considerate a rischio e non gi solo alcuni beni di particolare bellezza. La Legge 431/1985 estende, come detto, il vincolo panoramico di cui alla Legge 1497/39, anche ai terreni coperti da foreste e da boschi,

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ancorch percorsi e danneggiati dal fuoco, e sottoposti a vincolo di rimboschimento. Ne consegue che tutti i terreni boscati assurgono a categoria di chiaro ed inequivocabile interesse pubblico, generale, sociale. Per tale ragione il vincolo paesaggistico diventa concettualmente vincolo ambientale, sottoposto allazione pianificatoria della Regione attraverso ladozione di adeguati Piani Paesistici Territoriali. La Legge Galasso aggiunge poi che nei terreni boscati sono consentiti: il taglio colturale, la forestazione, la riforestazione, le opere di bonifica, antincendio e di conservazione previsti ed autorizzati in base alle norme vigenti in materia. Inoltre specificato che non rientra nel regime autorizzatorio lesercizio dellattivit agro-silvo-pastorale se non comporta alterazione permanente dello stato dei luoghi per costruzioni edilizie ed altre opere civili e sempre che si tratti di attivit ed opere che non alterino lassetto idrogeologico del territorio. Con ci non si vietano in assoluto le utilizzazioni forestali, ma le si sottopongono a specifica autorizzazione paesistico-ambientale, l dove tali opere, unitamente alle attivit agro-silvo-pastorali possono alterare lo stato dei luoghi in modo permanente. Il termine permanente non va inteso per in assoluto, ma relativo, giacch altrimenti nessuna attivit sarebbe consentita; onde possono essere escluse quelle che creano un vulnus duraturo al bene protetto, cio protratto per lungo tempo. Si lascia cos discrezionalit alla Pubblica Amministrazione nel definire nel dettaglio le utilizzazioni possibili e compatibili. Le Regioni devono predisporre ed adottare i Piani paesistici nei quali ricomprendere tutti i vincoli presenti sul territorio adattabili alle diverse situazioni di fatto e graduando lintensit dellazione di divieto al valore intrinseco del bene oggetto di tutela. Il decreto legislativo del 27 gennaio 2004 n. 42 Codice dei beni culturali e del paesaggio, detto anche Codice Urbani, abroga il D.Lg.vo 490/1999, che sostituisce la Legge 431/85 e ricomprende i contenuti della precedente normativa in materia. Di innovativo c che le categorie di beni gi indicati dalla Legge 431/85 e tra questi i boschi, sono qualificati come beni paesaggistici e

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parti integranti del nostro patrimonio culturale. Restano inalterate le precedenti disposizioni in merito allesercizio delle attivit agro-silvo-pastorali e alle operazioni specificatamente forestali, come il taglio colturale. In merito a questultimo punto si sono sviluppate linee e tesi diverse. In selvicoltura, per tagli colturali si intendono solo quelli volti a migliorare ed a conservare il bosco, come possono essere: gli sfolli, i diradamenti, i tagli selettivi, a scelta nelle fustaie ed il taglio a sterzo nel ceduo, in quanto non determinano una rottura dellomeostasi forestale ed unutilizzazione generalizzata del bosco. Il Pavari, insigne maestro di selvicoltura, ci ricorda: proprio per garantire la buona conservazione forestale non vanno eseguiti tagli intensi e tali da lasciare denudato il terreno per vaste aree. Occorre creare quanto pi possibile un ambiente di ombra e frescura nel soprassuolo arboreo, il che si dovrebbe poter raggiungere con una elevata densit del soprassuolo stesso.

Lecosistema forestale, un bene tutelato (Foto C.F.S.)

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Sullinterpretazione di cosa debba intendersi per taglio colturale una sentenza della Cassazione penale (n. 2386/1988) fornisce un eloquente indirizzo; si afferma, tra laltro, che il taglio a raso delle piante non rientra nellordinario taglio colturale in quanto interessa tutte le piante

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e non una parte di esse ed idoneo per le sue caratteristiche ad esporre a pericolo il sistema ambientale interessato nelle sue molteplici componenti estetiche e naturalistiche. Diverse Regioni, con apposite leggi e/o norme regolamentari, hanno disciplinato lambito e la natura degli interventi selvicolturali bisognosi e no dessere autorizzati; ad esempio c il Regolamento dellUmbria n. 7/2002 in base al quale le potature e le spalcature, le ripuliture antincendio, le operazioni colturali nei castagneti da frutto non necessitano di alcuna comunicazione o del progetto di taglio. La Corte Costituzionale nel 1992, esprimendosi sulla legittimit costituzionale della L.R. Friuli Venezia Giulia, in via incidentale, ha sostanzialmente stabilito che il taglio degli alberi, quando non comporta alterazione permanente dello stato dei luoghi e quando venga eseguito nel rispetto delle prescrizioni forestali, rientra nel normale governo del bosco e non necessita di preventiva autorizzazione paesaggistica. Concetto questo che trova conferma nella giurisprudenza della Cassazione Penale (sentenza n. 14292/2002). Lorientamento pi condiviso dunque quello di considerare tagli colturali quelli gi acconsentiti dalle norme forestali, oggi regionali. Conclusivamente i boschi hanno ritrovato, dopo la depenalizzazione dei reati (Legge 681/1981), gi previsti dalla Legge Forestale, una rinnovata tutela penale, prima con la Legge Galasso e poi con il Codice Urbani, tanto da potersi cos configurare la distruzione o il deturpamento di bellezze naturali protette, secondo lart. 734 del Codice Penale. 3. I boschi pubblici In base alla propriet (Inventario Forestale Nazionale - 1985) in Italia il 66% della superficie boscata appartiene ai privati, il 34% pubblico; di questultima quota lo Stato e le Regioni posseggono il 27%, le Province ed i Comuni il 73%, gli altri Enti il 5%. Degli 8.675.000 ettari di boschi, la propriet privata si estende per oltre 5.700.000 ettari, quella pubblica per quasi 3 milioni di ettari, di cui 2.155.500 ettari appartengono ai Comuni e 644.400 ettari allo Stato ed alle Regioni.

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Rispetto alla forma di governo si ha che le fustaie sono pressoch suddivise al 50% tra pubbliche e private, mentre i boschi cedui sono per i due terzi di propriet privata, anche in ragione del loro pi breve turno di utilizzazione. Di norma i boschi di propriet pubblica formano complessi molto estesi, superiori ai 1.500-2.000 ettari, mentre la propriet forestale privata molto frazionata, in gran parte allinterno di piccole e medie aziende agrarie. I risultati provvisori dellultimo Inventario Forestale Nazionale (maggio 2005) indicano unestensione delle superfici boscate per oltre 10 milioni di ettari, ma i parametri inventariali sono stati modificati rispetto a quelli impiegati in precedenza. Il bosco svolge, come osservato, indipendentemente dal titolo di propriet, una funzione dinteresse pubblico, fornendo unutilit generale, che travalica i limiti di propriet ed i confini di uno Stato. Ne deriva che i beni forestali sono per loro stessa natura ritenuti idonei a soddisfare unesigenza pubblica; anche per tale ragione, dalla Legge del 1923 sino ai pi recenti Regolamenti della U.E. sono state previste cospicue misure incentivanti e di sostegno per incrementare, migliorare e tutelare le aree boscate. La normativa sulle foreste pubbliche e quella sulle foreste private formano, come dice Giannini, un continuo organico per lidentit dellinteresse pubblico di fondo, anche perch le foreste sono tutte imprenditorialmente utilizzabili, sia pur nel rispetto di precise norme regolamentari e sempre soggette ai controlli ed alla vigilanza delle autorit forestali e di quelle amministrative. Secondo il Milani i beni forestali sono assimilabili ai beni demaniali, in quanto entrambi, rivestendo un particolare pubblico interesse, sono tutelati da specifiche norme anche penali, sono oggetto di regolamentazione, finalizzata alla loro conservazione. Cos che anche i boschi di propriet privata, dal momento che assolvono a finalit dinteresse generale, assumerebbero persino il carattere dellindisponibilit relativa in quanto sarebbero strumenti dellinteresse pubblico. Dice il Tamponi: la propriet forestale, molto pi che di altri tipi di

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propriet fondiaria, costretta com tra due contrastanti esigenze di soddisfare le attese della collettivit e di garantire contemporaneamente linteresse del singolo, chiamata ad esercitare una funzione sociale. Il Sandulli concorda su tale aspetto, rilevando che la figura del bene privato dinteresse pubblico, chiaramente riscontrabile nei terreni dinteresse idrogeologico, nei boschi e nelle foreste private, poich tali beni sono assoggettati ad un particolare regime di indisponibilit e di vigilanza.

La foresta di Vallombrosa (Foto C.F.S.)

Diversi autori sono del parere che il bosco e lattivit selvicolturale si trovano a cavallo tra norme di carattere pubblicistico e altre di tipo privatistico, che possono coesistere tra il sistema dei vincoli, il regime delle autorizzazioni e le diverse finalit del bosco protettive, di salvaguardia ambientale ed economico-produttiva tanto che linteresse generale di tipo sociale ricomprende anche quello privato, relativo allimpresa agrosilvo-pastorale, individuabile nellarticolo 2135 del C.C. Dal che deriva come il potere del proprietario e/o imprenditore forestale, secondo Abrami, pu esercitarsi a proprio vantaggio, solo in quanto venga contemporaneamente perseguito linteresse pubblico

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che risulta dalle disposizioni dellordinamento forestale. Le foreste che, a norma delle leggi in materia, costituiscono il demanio forestale dello Stato, fanno parte, come recita lart. 826 del C.C., del patrimonio indisponibile dello stesso. I boschi comunali e degli altri Enti pubblici, a differenza di quelli dello Stato e delle Regioni, per usare le parole del Frassoldati, appartengono al patrimonio disponibile degli stessi, ovvero non hanno per essi altro valore che quello di beni redditizi. Sullargomento non tutti gli autori concordano, facendo notare come i boschi comunali gravati da uso civico normalmente, non possono essere alienati, n soggetti a cambiamento duso. Il R.D.Lg.vo 3267 del 1923 definisce compiutamente la gestione di queste propriet comunali e degli altri boschi pubblici, da attuarsi secondo un Piano economico, o Piano di assestamento forestale, come avviene per i boschi del demanio statale. Tale obbligo esteso anche alle foreste private, se realizzate con il concorso finanziario dello Stato. I Piani economici degli Enti pubblici sono parificati ad ogni effetto di legge alle Prescrizioni di massima valide per tutti i boschi e trasferiscono sul terreno un vincolo di destinazione e dutilizzazione economica; lobiettivo di conciliare le esigenze economiche dellattivit selvicolturale, mirante a realizzare un reddito fondiario annuo il pi possibile costante, con lobiettivo della conservazione del bosco. Diversamente dai boschi pubblici, soggetti alla specifica tutela tecnico-economica, quelli privati e delle societ per azioni sono sottoposti solo alla disciplina dei vincoli forestali. Negli ultimi anni le Leggi regionali hanno mirato ad estendere ladozione del piano economico anche ai boschi privati, di ampie dimensioni, prevedendo specifici aiuti finanziari; cos, ad esempio la Legge Regionale n. 30/1981 dellEmilia Romagna, la L. R. n. 58/1978 del Veneto, la L.R. n. 22/1984 della Liguria. Anche i boschi di propriet pubblica debbono avere unutilit economica, realizzabile, in modo organico e programmato nel tempo, tanto che secondo il legislatore del 1923 una parte dei proventi realizzati con i tagli straordinari dovr essere reimpiegata in interventi di miglioria per raggiungere i predetti obiettivi. I Comuni, affermava gi il Serpieri nel 1922, debbono conservare i

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boschi al loro patrimonio, come preziosissimo elemento di prosperit per le loro popolazioni; ma debbono riordinarli e migliorarli, in modo che rispondano alla loro funzione. Per non pochi Comuni di montagna - scrive Patrone - i redditi dei boschi, mentre costituiscono una delle maggiori entrate di bilancio, vanno considerati come surrogati di imposte ed i boschi finiscono per avere una notevole influenza anche sulla vita sociale. Al Comune data la facolt di costituire Aziende Speciali, finalizzate alla gestione del patrimonio forestale; tale norma verr resa obbligatoria con la Legge sulla montagna del 1952. Pi Comuni o pi Enti morali, pur mantenendo separata la gestione dei rispettivi patrimoni silvo-pastorali, nella forma di economia od in quella dellAzienda speciale, possono anche costituirsi in consorzio. Inoltre prevista la possibilit da parte del Ministero di costituire sui boschi e sui pascoli di propriet dei Comuni Distretti amministrativi per la loro pi efficace ed economica gestione. La Legge del 1923 disponeva che a vigilare sullapplicazione dei Piani economici doveva essere il Corpo Forestale dello Stato, affidandogli il compito di avallare e tradurre in esecutivit il progetto di taglio comunale, attraverso la martellata delle piante da tagliare. Tra i beni forestali pubblici vanno poi considerati quelli gravati dalluso civico, ovvero da antichi diritti reali di godimento da parte di determinate comunit su propriet altrui in genere appartenenti ai Comuni. Analogamente vanno ricordate in tale contesto le propriet collettive, e fra queste sono tipiche le Comunanze Agrarie, le Universit Agrarie, le Comunioni familiari, localizzate in alcune zone alpine, come le Regole della Magnifica Comunit cadorina. I rispettivi Statuti affermano linalienabilit, lindivisibilit e la regolamentazione dei loro patrimoni silvo-pastorali. La Legge Forestale del 1923 considera positivamente queste forme particolari di domini collettivi e ne favorisce liniziativa per il loro migliore funzionamento rinviando ai singoli Statuti per quanto attiene le opere di miglioria da apportare, la vendita dei prodotti, il godimento dei beni comuni. Tale impostazione trova conferma nella Legge della montagna del

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1952 e nella successiva Legge istitutiva delle Comunit Montane (Legge n. 1102 del 1971) l dove si ribadiscono per le Comunioni familiari montane i principi fondamentali dellautonomia statutaria ed organizzativa, gi delineati. Alle Regioni sono date competenze relativamente alla pubblicit degli Statuti, alla nomina delle rappresentanze legali, al potere di autorizzare destinazioni duso diverse, di tipo turistico, senza per andare a ridurre il patrimonio boschivo.

Dolomiti Bellunesi (Foto C.F.S.)

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Le zone gravate da uso civico e le aree assegnate alle Universit agrarie sono anche esse soggette al gi ricordato vincolo paesistico di cui alla L. 431/85. Tale precetto ha sollevato non poche questioni, ma la Corte Costituzionale (sentenza n. 391 del 4 novembre 1989) ha chiarito come la destinazione pubblica dei beni del demanio civico non si determina in funzione dellesercizio dei diritti di uso civico, connessi a economie familiari di consumo sempre meno attuali, bens in funzione dellutilizzazione di tali beni a fini di interesse generale, per cui la funzione di conservazione ambientale prevalente sull utilizzazione produttiva. Il D.P.R. 616/1977 ha completato il trasferimento della materia alla

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competenza delle Regioni, escludendo lapprovazione della legittimazione degli usi civici, funzione questa rimasta in capo allo Stato. 4. Dalle foreste demaniali alle strutture per la biodiversit ben nota a tutti e non solo agli addetti ai lavori loperativit della vecchia e gloriosa Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, ufficialmente soppressa nel 1977 con il D.P.R. n. 616. Da questa data, sino al recente provvedimento di riordino del Corpo Forestale dello Stato, avvenuto con la Legge n. 36 del 2004, sono trascorsi ventisette anni, tra non poche difficolt e contraddittoriet. Ricordiamo ancora le marcate contrapposizioni con le Regioni per il passaggio a questultime dei beni demaniali! Ora per i rapporti sono nettamente migliorati, il quadro normativo di riferimento ben definito, chiarezza stata fatta sui compiti del C.F.S. Questultimo si conseguentemente dotato di strutture centrali e periferiche specificatamente dedicate ed impegnate per la tutela della biodiversit. Uffici, questi, eredi morali dellA.S.F.D. con il precipuo compito di tenere il passo con levolvere dei tempi e con le nuove richieste di una societ post-industriale e globalizzata, dove la valenza ecologica particolarmente sentita. Con la riforma del C.F.S. i nuovi Uffici per la biodiversit fondano dunque la loro operativit essenzialmente su quattro pilastri di primaria importanza: - la salvaguardia della biodiversit animale e vegetale; - la tutela delle Riserve Naturali Statali riconosciute dimportanza nazionale o internazionale; - lo studio e la ricerca forestale, leducazione ambientale, intesa sempre pi come attivit propedeutica di polizia preventiva; - il supporto operativo e logistico alle attivit istituzionali del Corpo. Ripercorriamo la storia. LA.S.F.D. trae origine nel 1910 con la Legge Luzzatti, ma il Serpieri a definirne compiutamente compiti e funzioni, prima con la Legge forestale del 1923 che istituisce lAzienda del demanio forestale e poi con la pi specifica Legge n. 30 del 1933, che la trasforma in Azienda di Stato per le Foreste Demaniali.

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In quegli anni intensa leconomia montana e le foreste sono fortemente utilizzate, pascolate, antropizzate; c fame di terra e il disboscamento intenso, un vero pericolo per la stabilit e lintegrit del territorio. Le foreste dello Stato da allora sono considerate beni demaniali inalienabili ed indisponibili, dovendo essere esempio di una buona gestione e fornire lincremento alle attivit selvicolturali e al commercio dei prodotti forestali. Con il R.D.Lg.vo n. 3267 del 1923 e pi ancora con quella del 1933, il demanio forestale si amplia progressivamente; allAzienda di Stato si chiede anche di fornire una riserva strategica di legname per i bisogni del Paese. altres facolt del Ministero espropriare terreni per ampliare le foreste demaniali. La Legge del 1923 d la facolt al Ministero di fare concessioni temporanee di aree nei terreni amministrati dallA.S.F.D. per edificarvi alberghi, stabilimenti idroterapici o climatici, per lesercizio di industrie forestali ed altre finalit prettamente economiche. LAzienda gestita da tre Organi: il Consiglio dAmministrazione, composto da dieci membri e presieduto dal Ministro dellAgricoltura; il Comitato Amministrativo, di cui fa parte il Direttore Generale dellEconomia Montana e Foreste e due funzionari del Ministero del Tesoro e delle Finanze; il Direttore Generale, con il compito di dare attuazione alle delibere del Consiglio e del Comitato. LAzienda nel 1927 assume personalit giuridica propria, con gestione autonoma, alla stessa stregua di un Ente parastatale, equiparata alle altre Amministrazioni dello Stato per quanto attiene il regime fiscale. In questi stessi anni allA.S.F.D. affidata la gestione tecnica ed amministrativa dei Parchi Nazionali dAbruzzo, dello Stelvio, del Gran Paradiso e del Circeo, a cui, poi, si aggiunger il Parco della Calabria. Nel dopoguerra la Legge della montagna del 1952, detta anche Legge Fanfani, apporta notevoli impulsi allA.S.F.D. per darle la possibilit di nuovi acquisti immobiliari ed incrementando lattivit di rimboschimento e di sistemazioni idrauliche attraverso i famosi cantieri scuola. Cos lAzienda pu accedere a mutui presso la Cassa depositi e prestiti e presso altri Istituti di credito per acquistare terreni nudi, cespugliati, parzialmente boscati da rimboschire o per farne prati-pascolo e

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per costituirvi zone di ripopolamento e di cattura per la selvaggina nobile stanziale. Interessante stata alla fine degli anni 50 la proposta di legge che intendeva trasformare lAzienda in un Ente pubblico, posto sotto la vigilanza dellallora Ministero delle Partecipazioni Statali, con il nome di Azienda Nazionale Autonoma Forestale, alla quale far gestire, con modalit di tipo privatistico, anche i terreni demaniali delle Regioni, dei Comuni e degli altri Enti ed istituti pubblici. Con il 2 Piano Verde (Legge 910/1966 art. 29) lA.S.F.D. pu ulteriormente ampliare i propri obiettivi, costituendo anche vere e proprie aziende zootecniche, accentuando cos la vocazione ad essere modello di proposta per lo sviluppo delleconomia montana in Italia.

Parco Nazionale dello Stelvio (Foto C.F.S.)

I terreni dellA.S.F.D. sono considerati di diritto bandite permanenti dello Stato, con facolt per lAzienda di catturare e vendere selvaggina a scopo di ripopolamento. Crescente e progressiva lacquisizione allA.S.F.D. di nuovi terreni, passando dai 95.719 ettari del 1914 agli oltre 224.000 ettari del 1924, per arrivare alla massima estensione nel 1974, quando la propriet

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demaniale, gestita dallA.S.F.D., si sviluppa per oltre 418.000 ettari, senza contare che gi erano stati trasferiti alle Regioni a Statuto Speciale oltre 99.500 ettari (al Trentino 64.814 Ha; alla Sicilia 4.865 Ha; alla Sardegna 26.152 Ha; al Friuli Venezia Giulia 3.702 Ha). Sulla base della Legge delega del 16 maggio 1970 n. 281 viene emanato il D.P.R. n. 11/1972 col quale si dichiara il trasferimento dei beni forestali dallo Stato alle Regioni; sono esclusi quei terreni che non avevano caratteristiche colturali produttive forestali ovvero che costituiscono fasce litoranee frangivento, riserve naturali, boschi da seme, aventi finalit di protezione idrogeologica naturalistica e comunitaria. Ed in tal senso ha operato intensamente in quel periodo lA.S.F.D., attraverso listituzione e lidentificazione di gran parte delle foreste demaniali in Riserve Naturali Statali. Il 1977 segna lanno della svolta, con la soppressione dellA.S.F.D. e con il passaggio, ope legis (D.P.R. 616/1977, art. 68), alle Regioni di gran parte del demanio, per circa 345.000 ettari; continua a restare una gestione residuale su una propriet non superiore all1% di quella complessiva, da destinare a scopi scientifici, sperimentali e didattici di interesse nazionale. Non rientrano nel trasferimento alle Regioni a Statuto Ordinario le Riserve Naturali dello Stato ed altri ambiti protetti, le aree sperimentali di interesse nazionale, i terreni dinteresse militare, le caserme forestali, per una consistenza complessiva di oltre 76.500 ettari, cos suddivisi: Riserve Naturali Superfici Interesse Militare Aree Sperimentali Superfici Caserme Altri Edifici Totale Ha Ha 71.471 436 4.560 21 24 76.512

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Il demanio forestale statale viene ad essere regionalizzato in massima parte (tab. 1), ponendo le Regioni nella condizione di scegliere un proprio modello di gestione, che diverso, variando dalla costituzione di aziende forestali regionali, alla delega gestionale del demanio regionale agli Enti locali, Comunit Montane e Comuni. Gi anni prima le Regioni a Statuto Speciale, dove peraltro non

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opera il Corpo Forestale dello Stato, si erano viste trasferire le foreste demaniali. Fa eccezione la foresta di Tarvisio, nel Friuli-Venezia Giulia, passata per vicende storiche al Ministero degli Interni Fondo per il culto e data in gestione allA.S.F.D.
Tabella 1 - PROSPETTO RIASSUNTIVO BENI TRASFERITI ALLE REGIONI FINO AGLI ANNI 70 Territori trasferiti alle Regioni Ha 3.702 13.028 64.814 21.580 14.987 6.207 33.916 104.796 24.630 19.256 11.911 11.485 1.783 4.178 13.108 14.011 49.698 4.865 26.152 444.107 Territori rimasti allo Stato alla data del 31/12/1978** - Ha Ha % 399 11 21.620 166 0 0 233 1 3.383 23 17 0 4.508 13 12.423 12 474 2 0 0 3.272 27 3.534 31 665 37 1.728 41 3.385 26 1.242 9 18.054 36 0 0 1.575 6 76.512 17

FRIULI-V.GIULIA* VENETO TRENTINO-A.ADIGE* LOMBARDIA PIEMONTE LIGURIA EMILIA-ROMAGNA TOSCANA UMBRIA MARCHE LAZIO ABRUZZO MOLISE CAMPANIA PUGLIA BASILICATA CALABRIA SICILIA* SARDEGNA*

* Regioni a Statuto Speciale con trasferimenti avvenuti dal 1948 al 1965 ** Dal 1980 in poi ulteriori territori sono stati ceduti alle Regioni; nuovi territori del demanio marittimo, militare e dei Monopoli di Stato sono stati presi in carico a partire dal 1979 (Fonte: Corpo Forestale dello Stato - Dati elaborati da M. Panella)

La soppressione dellAzienda non ha significato, come afferma Abrami, il venir meno del demanio forestale statale, non solo perch residuato allo Stato quell1% di terreni ed aree boscate di cui parla larticolo 68, 2 comma, ma soprattutto perch il decreto delegato 616/77 ha riconosciuto di propriet statale le porzioni di foreste demaniali

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costituite in riserva (integrali, orientate, di luoghi naturali ecc.). La Corte dei Conti, con decisione n. 855 del 1978, ha riconosciuto alla soppressa Azienda la figura di Organo dello Stato, stabilendo che continuasse con la denominazione di Gestione ex A.S.F.D. Cos dal 1 gennaio 1978 inizia la difficile gestione ex A.S.F.D., su quasi 76.500 ettari tra boschi ed alcune aziende agrozootecniche e faunistiche; terminer solo nel 2004, con lemanazione della recente Legge di riordino del C.F.S. Si trattato di un lungo periodo transitorio durante il quale la ex A.S.F.D. ha effettuato, comunque la si voglia vedere, una gestione conservativa del patrimonio, impiegando in media circa 1.500 operai, con contratto di diritto privato, come esplicita la Legge 124 del 1985, per la gestione: di aree protette, di Riserve Naturali ed Integrali; di aree di rilevante interesse naturalistico anche per conto del Ministero dellInterno o di altri soggetti pubblici; di aziende pilota per la conservazione della biodiversit animale e per lallevamento di cavalli da impiegare per scopi istituzionali; di centri per la produzione di sementi forestali selezionate. Negli ultimi anni, con il manifestarsi di crescenti bisogni volti alla tutela della biodiversit, e allimporsi della selvicoltura naturalistica, anche lattivit gestionale dellex A.S.F.D. ha accelerato in tali direzioni, virando nettamente le aziende pilota da prototipi aventi anche risvolti commerciali, in Centri Nazionali per lo studio, la conservazione e la salvaguardia del patrimonio genetico di razze in via destinzione o per favorire la diffusione di fauna selvatica autoctona. Negli anni 90 lAzienda allevava, in modo estensivo, fauna selvatica in propri Centri, arrivando ad avere mediamente allanno, 1.000 capi di ungulati tra daini, cervi, caprioli e 70.000 tra lepri, pernici, starne, fagiani, tutti animali rigorosamente di ceppo autoctono e dotati di marcate caratteristiche di rusticit e selvatichezza, atti al ripopolamento ed alla ricostituzione di particolari habitat. Attualmente tale attivit stata fortemente ridotta nelle quantit allevate, per privilegiare ancor pi la ricerca e la sperimentazione, cos da poter aumentare la naturalit dei riproduttori. Vengono mantenute razze bovine minacciate destinzione (come ad esempio la Burlina, la Modicana, la Gerolese, la Garfagnina ed altre)

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con un centinaio di capi, attuando specifici programmi di ricerca, di intesa con qualificati Istituti di ricerca. Nel 1997 viene soppresso il bilancio autonomo dellex A.S.F.D., allocando le poste contabili direttamente allinterno dello stato di previsione del Ministero per le Politiche Agricole.

Foresta Umbra (Foto C.F.S.)

Ancora oggi il principale filone di attivit consiste nella gestione di 130 Riserve Naturali Statali, in virt della Legge Quadro sulle aree protette ( L. 394/1991) e delle Riserve biogenetiche; queste aree sono tra le meglio conservate, come rimarcano i riconoscimenti ricevuti a livello internazionale. Si ha infatti che: - 68 aree sono ricompresse nella rete europea delle riserve biogenetiche istituita dal Consiglio dEuropa; - 105 aree sono ricomprese nella rete Natura 2000, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatica e delle Direttiva 79/409 CEE relativa alla conservazione degli uccelli selvatici; - 3 aree (Circeo, Monte di Mezzo e Collemeluccio) godono del

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riconoscimento di riserva della biosfera dellUNESCO; - 9 aree sono riconosciute zone umide dimportanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar; - 2 aree (Montecristo e Sassofratino) sono Riserve Integrali, che hanno acquisito il Diploma Europeo istituito dal Consiglio dEuropa. I predetti ambiti, che rappresentano circa il 5% della superficie protetta, ospitano quasi il 20% delle specie vegetali considerate a rischio di conservazione in Italia ed il 70% delle 88 specie di avifauna sempre oggetto a tale rischio. Le Riserve Statali inserite in Parchi Nazionali sono 58, per un totale di oltre 58.000 ettari; esse sono cos distribuite: - 8 nel Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi - 8 nel Parco nazionale del Gargano - 7 nel Parco nazionale del Maiella - 6 nel Parco nazionale del Circeo - 5 nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi - 3 nel Parco nazionale del Pollino - 4 nel Parco nazionale dellAppennino tosco-emiliano - 9 nel Parco nazionale della Calabria (oggi Sila) - 2 nel Parco nazionale dAbruzzo - 1 nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga - 2 nel Parco nazionale della Val Grande - 1 nel Parco nazionale del Vesuvio - 1 nel Parco nazionale dellArcipelago toscano - 1 nel Parco nazionale della Maddalena Con il D. Lg.vo 227 del 2001 vengono riconosciuti i Centri Nazionali per lo studio e la conservazione della biodiversit forestale. Trattasi delle strutture, gi dellAzienda, di Verona Bosco Fontana, per lecologia forestale ed il monitoraggio faunistico; di Fogliano (LT) per lo studio dellittiofauna; di Peri (VR) e Pieve S. Stefano (AR) per la conservazione della genetica forestale. Di particolare importanza e prestigio stata lapprovazione da parte della Commissione Europea dei c.d. progetti Life-Natura, presentati dalle strutture del C.F.S. e finalizzati alla conservazione di alcune spe-

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cie animali a rischio destinzione (lOrso bruno dellAppennino centrale) o di habitat dichiarati di interesse naturalistico dalla U.E. Recentemente, con Decreto del Capo del Corpo, gli Uffici dellA.S.F.D. hanno ceduto il passo ai nuovi Uffici centrali e periferici per la biodiversit, che devono essere armonizzati al perseguimento delle funzioni proprie della Legge di riordino del C.F.S. Nelle tabelle 2 e 3 sono stati riportati, per ogni Ufficio della Biodiversit del C.F.S. , sia le loro principali attivit, che lampiezza territoriale su cui le stesse attivit si svolgono. Quali le prospettive? LAmministrazione sta lavorando per dare compiutamente attuazione alla Legge 36 del 2004, l dove dispone che sono trasferiti alle Regioni ed agli Enti locali le riserve naturali, nonch tutti gli altri beni che non risultino indispensabili ai fini dello svolgimento delle attivit istituzionali del Corpo Forestale dello Stato. Va per rimarcato come quasi tutti gli attuali beni demaniali, gestiti dalle nuove strutture del C.F.S., siano strettamente funzionali e strumentali allassolvimento dei compiti istituzionali del stesso Corpo, per perseguire compiutamente le finalit della Legge 36/04, ovvero leducazione ambientale, lattivit addestrativa e formativa, lattivit di studio, la conservazione della biodiversit animale e vegetale; basi queste fondanti i nuovi e riorganizzati Uffici per la biodiversit. Sul trasferimento delle Riserve Naturali interne in tutto o in parte ai Parchi Nazionali, pari ad oltre 58.000 ettari, lAmministrazione ha gi avviato una opportuna interlocuzione col Ministero dellAmbiente e con gli Enti Parco per verificare la possibilit di una fattiva collaborazione tra i vari soggetti interessati, aventi tutti il comune obiettivo: la tutela ambientale. Pare inoltre di indubbia importanza ampliare, dintesa con il Ministero dellAmbiente, la rete dei Centri Nazionali per lo studio e la conservazione della biodiversit forestale. Conclusivamente si pu affermare come il Corpo Forestale dello Stato si stia attrezzando nel miglior modo, per fronteggiare e soddisfare i cambiamenti della societ, le sfide incombenti, le crescenti e mutate esigenze della nostra Comunit Nazionale.

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Tabella 2 - UFFICI DELLA BIODIVERSIT - PRINCIPALI ATTIVIT


Centri Gestione Programmi Strutture Progetti Nazionali Educazione Aree e ricerca Scuola LIFE Conservaz. Divulgazione Protette Flora-Fauna CFS Biodiversit Centri Ippici Gruppi Cinofili

U.T.B.

CASALE MONF. TARVISIO BELLUNO VITTORIO VENETO VERONA PARMA PUNTA MARINA CECINA FOLLONICA LUCCA PISTOIA PIEVE S. STEFANO PRATOVECCHIO SIENA VALLOMBROSA CASTEL DI SANGRO L'AQUILA PESCARA PERUGIA ROMA SABAUDIA CASERTA POTENZA ISERNIA FORESTA UMBRA MARTINA FRANCA CATANZARO COSENZA MONGIANA REGGIO CALABRIA

O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O

O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O O

(Fonte: Corpo Forestale dello Stato - Dati elaborati da M. Panella)

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Tabella 3 - UFFICI DELLA BIODIVERSIT - DATI TERRITORIALI


Terreni amministrati (ha) Riserve Naturali dello Stato Totale (ha) Entro i Parchi Nazionali (ha) Riserve Biogenetiche (ha) Siti di Importanza comunitaria Natura 2000 (ha)

U.T.B.

CASALE MONF. TARVISIO BELLUNO VITTORIO VENETO VERONA PARMA PUNTA MARINA CECINA FOLLONICA LUCCA PISTOIA PIEVE S. STEFANO PRATOVECCHIO SIENA VALLOMBROSA CASTEL DI SANGRO LAQUILA PESCARA PERUGIA ROMA SABAUDIA CASERTA POTENZA ISERNIA FORESTA UMBRA MARTINA FRANCA CATANZARO

3.383 23.200 17.150 2.339 241 306 3.816 594 3.893 1.195 1.553 1.892 5.315 1.789 1.326 7.567 2.671 11.734 474 182 4.945 1.732 1.199 1.217 6.351 2.350 6.247 12.770 1.929 2.871

3.383 399 17.120 2.337 233 306 3.682 594 3893 1.195 1.515 165 5.315 1.444 1.279 5.040 1.600 11.616 0 170 3.401 1.728 927 1.217 6.351 2.350 2.086 7.385 1.494 0

3.383 0 15.985 0 0 289 0 0 2.614 498 0 0 5.315 0 0 1.488 1.622 11.596 0 0 3.401 1.005 212 0 2.268 0 2.086 6.970 0 0

3.383 399 17.120 2.337 233 306 3.682 594 3.294 999 1.515 165 5.315 909 1.279 4.555 0 9.778 0 0 0 1.460 667 374 5.939 2.350 2.086 7.385 1.494 0

3.383 378 17.120 2.337 233 306 3.682 478 3.187 1.308 1.273 1.206 5.315 575 1.279 6.472 2.577 11.712 474 170 4.945 1.728 703 665 6.290 2.293 6.247 11.895 608 2.871

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COSENZA MONGIANA REGGIO CALABRIA

(Fonte: Corpo Forestale dello Stato - Dati elaborati da M. Panella)

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Note
1

Il sorrenamento lo spostamento ad opera del vento delle dune e della sabbia lungo i litoranei.

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