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Imprenditori, piccoli naviganti nella grande tempesta

SARA BARONI he l'impresa italiana sia in crisi ormai assodato, che la colpa sia tutta delle istituzioni altrettanto, ma ho l'impressione che sia anche un modo, per molti, di spostare altrove l'attenzione e declinare una responsabilit. Assistiamo ormai da qualche anno al declino irreversibile del fenomeno tutto italiano di un'economia basata sulle piccole e medie imprese. Entra in crisi il modello in un mercato che non permette pi dispersioni e inefficienze e che vede le nostre aziende in concorrenza con realt pi grandi, pi strutturate, pi motivate. Falliscono i piccoli, giunti al limite naturale dell'essere umano che non pu sostituire un'organizzazione. Falliscono le gerarchie funzionali, per eccesso di ostacolo al flusso di attivit verso un mercato abituato ad avere tutto subito, e al miglior prezzo. Si aprono le porte, per schianto o per visione, a modelli orizzontali sistemici, che sacrificano forme note di controllo e autorit a favore di ideali di collaborazione e condivisione a tutti i livelli, in nome della valorizzazione delle singole professionalit. All'immagine di un'azienda che cresce in proporzione ai metri quadrati occupati, si sostituisce quella di una rete sempre pi interconnessa e globale di professionisti che condividono un obiettivo e diventano colleghi per un giorno, un mese, forse un anno. I presupposti per il cambiamento ci sono tutti, gli strumenti pure. Il punto estremo all'altro della nave fino a cadere. I pi coraggiosi saltano: un gesto eroico? Direi carenza di professionalit, piuttosto, nonch una crisi di dimensioni spaventose sul fronte dell'etica ai confini del rispetto e dell'educazione. Etica degli imprenditori, che offuscati da una visione di breve periodo rinunciano a costruire relazioni con i propri partner e con il proprio staff, etica di un gruppo di lavoro che pretende di sentirsi parte di un progetto per il quale non disposto ad investire in prima persona. Rifletto sui talenti italiani costretti a cercare stimoli all'estero, a volte mettendo a rischio un progetto di cui sono stati resi parte, asserendo che le aziende locali non sono in grado di stare al passo con i cambiamenti. Quanti imprenditori sono disposti ad intraprendere il viaggio? Perch dovrebbero farlo? Quanti possono permettersi di farlo? Quanti, sapendo di dover attraversare un mare in tempesta con l'armata Brancaleone? Molti, perch questa l'unica strada. Senza alcuna certezza i vecchi imprenditori oggi devono accettare che il passato non torner e che gestire il cambiamento l'unico modo per non subirlo. E i giovani devono accettare che per costruirsi un professionalit serve assumersi la responsabilit di far parte di un progetto. Potrebbe anche essere pi divertente di quanto non sia stato fare impresa negli anni '8o con etica, responsabilit, educazione. *fondatrice di Officina Strategia
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che le aziende non sono ancora pronte, e chi sono le aziende se non le persone che ne fanno parte? Senza l'entusiasmo, la forza, la visione di un imprenditore non c' impresa, se solo si trovasse la formula perch tutti fossero un po' pi imprenditori dell'azienda a cui appartengono. Oggi imprenditore chi crede in un progetto e accetta di condividerlo con altri, che diano un contributo professionale e personale in un percorso che ha senso nel momento in cui restituisce valore a tutti coloro che ne sono coinvolti. E il modello di azienda-progetto, che piace a tutti e che funzionerebbe davvero se chi lo chiede a gran voce fosse in grado di assumersi la responsabilit di farne parte. E invece osservo quotidianamente persone che, invece che attaccarsi al progetto come albero maestro di una nave in balia delle onde, si lasciano scaraventare da un