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CAPITOLO 6

CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

CAPITOLO 6
CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

6.1 La casa rurale nell’agro falisco.1

Come detto, il territorio dell’agro falisco è compreso tra il fiume Tevere


e i due apparati vulcanici, cimino e sabatino, le cui cinte crateriche sono
formate da rocce prevalentemente basaltiche con intercalati lembi di terreni
più acidi; all’esterno succedono alle rocce compatte i relativi tufi, di struttura
più o meno coerente, ma in genere poco resistenti all’erosione delle acque
superficiali, che hanno inciso profondamente questi terreni con caratteristici
solchi assai stretti, a fianchi quasi verticali. Tra l’uno e l’altro solco, si
estendono lembi di superficie pianeggiante o più spesso a lieve inclinazione,
che vanno restringendosi a cuneo verso le confluenze e conservano, specie
quelli più elevati, la copertura di roccia compatta.
Lo strato superficiale di alterazione sia del basalto, sia dei tufi, dà un
terreno agrario più o meno profondo a seconda delle condizioni locali, adatto
in genere alle colture della vite e dell’olivo, ma anche largamente utilizzato
dalla cerealicoltura, che si estende in questa parte collinare del territorio
viterbese conservando spesso la forma estensiva. In particolare i cereali hanno

1
PRETE M.R., FONDI M., La casa rurale nel Lazio settentrionale e nell’Agro Romano.
Firenze, Leo S. Olschki 1957.

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la maggior diffusione dove la concentrazione della proprietà è a tipo


latifondistico.
Le colture legnose, tra le quali è da ricordare pure il noccioleto, tipico
dei Cimini occidentali, caratterizzano invece i territori dove la proprietà è più
frazionata o dove l’appoderamento delle grandi e medie aziende ha consentito
una migliore utilizzazione del suolo. Si osserva che la estensione delle
proprietà va attenuandosi man mano che si procede dalla regione costiera
verso la valle del Tevere, mentre aumenta la superficie occupata dalla media e
piccola proprietà.
Per quanto riguarda le caratteristiche tipologiche degli insediamenti
abitativi occorre distinguere nettamente quelli riferiti ai centri abitati da quelli
sparsi nella campagna.
L’insediamento tipico, che si ritrova in tutti i centri abitati, a
prescindere dalla forma urbana, è quello costituito da un insieme di abitazioni
semplici e ripetute nelle forme, che di solito si raccolgono intorno al castello
del feudatario o del grande proprietario e rispondevano alle limitate esigenze
degli abitanti, che in origine non dovettero essere altro che i contadini addetti
alla coltivazione delle terre del feudo, e solo recentemente divennero essi
stessi proprietari di piccoli appezzamenti di terreno nell’area circostante
l’abitato.
Questi insediamenti corrispondono agli schemi studiati dagli urbanisti e
riferiti alla formazione dei tessuti edilizi ed alle aggregazioni delle cellule
elementari. (2)

2
G. CANIGGIA, G. L. MAFFE. Composizione architettonica e tipologia edilizia.
1- Lettura dell’edilizia di base. Marsilio Editori 1982.

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Da questi studi si riscontra una ripetizione di un modello elementare


dell’abitazione (tipo edilizio), diffuso in gran parte dei centri storici
dell’intero territorio nazionale a prescindere dalla dimensione del centro
abitato stesso.
In altri termini, da un’ analisi dei diversi tessuti edilizi è possibile
dedurre una classificazione tipologica, che in linea generale distingue
nettamente:
- le cellule abitative aggregate, le quali partono da un insieme di
cellula elementare formate da case su due piani con un lato corto sulla strada,
quelli lunghi in comune con altre costruzioni e quello corto contrapposto su
l’orto individuale. Questo insieme di cellule aggregate, attraverso modifiche
ed integrazioni nel tempo, assumono caratteristiche diverse da quelle
originarie. Dalla visione catastale della struttura muraria di queste costruzioni
è sempre possibile individuare quali erano le cellule elementari di partenza e
le diverse evoluzione tipologiche subite nel tempo dalla costruzione stessa.
- Le cellule abitative isolate . Queste, a differenza di quelle aggregate,
partono da modelli simili tra loro, ma hanno una maggiore liberta di
espansione in quanto non sono vincolate dai confini della proprietà del suolo.
In altri termini mentre le cellule aggregate nascono e si sviluppano in fasce di
terreno predeterminate, quelle isolate nascono e si sviluppano al centro di
territori più vasti.
- Gli edifici specialistici sono quelli che nascono per soddisfare
particolari esigenze (chiese, castelli edifici padronali ecc.) Gli edifici
specialistico possono nascere a loro volta facendosi spazio nell’ambito di

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tessuti edilizi esistenti mediante demolizioni e ricostruzioni ovvero mediante


adattamenti delle vecchie cellule elementari.
La cellula abitativa tipica è quella formata dal piano terra destinato a
zona giorno (magazzino, bottega, ecc.) e da un primo piano destinato a zona
notte, collegato quest’ultimo da una scala che può essere interna o esterna.
Il posizionamento della scala dipende da circostanze locali: se il piano
giorno è una stalla quasi certamente la scala per la zona notte è separata dal
locale giorno e può essere esterna, salvo che le temperature locali non
rendano difficoltosa la scala esterna.
Quando la scala è interna ed il locale al piano terra non è ricavato dallo
scavo in roccia, quasi certamente il locale al piano terra era una bottega, o un
deposito attrezzi.
Molto spesso la cellula elementare ha verso la strada due ingressi: un
primo ampio per un locale separato dalla scala di accesso al piano superiore
ed un secondo più stretto per il piano superiore destinato a zona notte.
Altre volte invece la cellula elementare ha un solo ingresso al un locale
giorno dal quale si sale per il locale notte. In questi casi la cellula elementare
era certamente adibita interamente ad abitazione di persone al servizio del
castello baronale, ovvero, di contadini che avevano il rustico fuori del centro
abitato.
Una variante è l’esistenza di un secondo piano superiore, che però di
solito rappresenta un’aggiunta più tarda, come appare anche dal diverso
materiale impiegato, cioè il tufo comune, più facile da cavare e squadrare, e
più abbondante, che si è ormai sostituito al peperino nell’uso normale.

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Alla elencazione dei modelli elementari di insediamenti abitativi come


sopra descritti, per la individuazione della tipologia prevalente in determinate
zone dell’agro falisco occorre esaminare anche un ulteriore aspetto detto di
“coscienza spontanea” che rappresenta la tendenza ad assumere ed operare
secondo modelli tradizione locali ereditati e posti in opera senza mediazioni
critiche.
Un locale che si riscontra nelle abitazioni sia nei centri che in quelli
sparsi è il rustico. Questo locale, non potendo affiancarsi alle primitive
costruzioni per mancanza di spazio, si è localizzato alla periferia del centro,
per lo più all’inizio delle strade che portano verso i campi. È anch’esso una
costruzione molto semplice, di modeste dimensioni, con un vano per gli
attrezzi, il carro, gli animali da tiro ed un altro soprastante per il fieno e la
paglia.
Caratteristica costante di questi rustici è la loro concentrazione, gli uni
accanto agli altri, immediatamente intorno all’abitato o in continuazione ad
esso e formanti talvolta un recente agglomerato rurale che si affianca a quello
più antico essenzialmente di abitazione. In qualche caso poi una parte dei
rustici recenti stanno addirittura trasformandosi in nuove sedi per la
popolazione, che tende ad abbandonare le vecchie case del centro per
trasferirsi, pur senza allontanandosi da esso, in costruzioni più comode ed
igieniche. Si ha allora la riunione sotto lo stesso tetto degli elementi
fondamentali della casa rurale, poiché il pianterreno resta adibito a rimessa o
cantina, stalla o ripostiglio, e l’abitazione è sovrapposta, talvolta con
l’aggiunta di un piano superiore.

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Anche le cellule abitative isolate partono da modelli simili tra loro,


anche se hanno maggiore libertà di espansione in quanto non sono vincolate
dai confini della proprietà del suolo.
Questa nuova dimora ripete in sostanza la solita struttura della casa più
antica dei centri, adottandone di frequente anche la caratteristica della scala
esterna, per quanto si vada sempre più diffondendo l’uso di quella interna, con
i progressi della tecnica costruttiva e la sostituzione del peperino con altri
materiali.
Partendo quindi dai modelli generici riferiti alle abitazioni su due livelli,
considerate le integrazioni secondo elementi desunti dalle tradizioni locali,
una classificazione dei tipi prevalenti della dimora rurale nell’area oggetto di
studio, che tenga conto anche della loro distribuzione spaziale nelle zone
confinanti, può essere fatta a grandi linee.
Il territorio preso in esame non presenta caratteristiche ambientali tanto
difformi e pertanto si possono distinguere tipi fondamentali diversi.
Una prima osservazione riguarda la caratteristica comune della casa
rurale, la quale ha forma rettangolare a due piani, con abitazione sovrapposta
al rustico, che si estende nella vicina Umbria e in gran parte del Lazio. Questo
tipo, nettamente prevalente in tutta la regione, con le forme a scala esterna o
interna e di pendio, come detto è riscontrabile anche nei centri storici, sì è
sovrapposto in epoca abbastanza recente ai tipi più antichi di abitazione
sparsa dove questi esistevano, ed è venuto a costituire l’unico tipo di dimora
isolata delle aree ad insediamento tradizionalmente accentrato.
Tutta la zona occidentale e meridionale della regione presenta una
assoluta prevalenza di tale tipo fondamentale, mentre ad esso si mescolano,

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principalmente nella zona mediana della collina tra il lago di Vico e il lago dì
Bolsena e verso la valle del Paglia, forme diverse, residue di un insediamento
più antico o dovute all’introduzione di più moderni criteri costruttivi e
all’influsso di aree finitime. In sostanza, i diversi tipi riscontrati dipendono,
più che da differenze ambientali, dalle successive fasi dell’appoderamento,
dalle quali deriva la loro frequente coesistenza.
I tipi prevalenti di dimora, che risultano rappresentati nella carta annessa
(pag. 177) solo dove presentino una certa frequenza, si possono così indicare:
A - Tipo con abitazione sovrapposta al rustico:
1 - a scala esterna: largamente prevalente in tutta la regione;
2 - a scala interna: diffusa presso che ovunque, frequente a nord del
lago di. Bolsena (Grotte di Castro, S. Lorenzo Nuovo,
Acquapendente) e a Castiglione in Teverina;
3 - di pendio: presente sui versanti più. inclinati, intorno ai Cimini e
particolarmente nella Teverina.
B - Tipo con abitazione e rustico giustapposti:
1 - a scala esterna: pochissimi esempi presso Lubriano;
2 - a scala interna: prevalente nella collina, a occidente del lago di
Bolsena (Viterbo, Vitorchiano, Celleno, Bagnoregio) e nella Maremma
(Tarquinia).
C – Tipo con abitazione e rustico separati (abitazione a scala esterna):
con discreta frequenza intorno ad Acquapendente.
D - Tipo a pianta quadrata con tetto a padiglione, a scala interna o
esterna, con o senza torre colombaria: presente sporadica-mente presso i
confini nord-orientali (Castiglione in Teverina, Bolsena, Acquapendente).

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E - Casale a torre: localizzato nei dintorni dei centri maggiori (Viterbo,


Vetralla, Ronciglione, Orte, Acquapendente) con maggiore frequenza intorno
a Viterbo.
F - Grandi fattorie della Maremma.
Le forme elementari e sub-elementari ad un piano sono scarsamente
rappresentate, ed appartengono per lo più all’insediamento recente in aree di
piccola proprietà e specialmente dove si pratica la tabacchicoltura: in questo
caso la dimora si riduce ai pochi vani di abitazione, e non ha mai la stalla per i
bovini, mentre gli annessi minori (forno, porcile, pollaio) sono in una piccola
costruzione separata.
La diffusione generalmente scarsa delle sedi sparse sui fondi coltivati
ha per conseguenza una grande diffusione di ricoveri sparsi nelle campagne,
specialmente nelle aree a vigneto ed oliveto, dove era necessaria la
sorveglianza all’epoca del raccolto. I ricoveri sono ancora spesso le
tradizionali capanne in canne o frasche, ma queste sono sempre più
frequentemente sostituite da piccole costruzioni ad un solo vano, quadrate o
rettangolari, in blocchi di tufo.
Nella collina viterbese, come abbiamo già visto, la dispersione delle
sedi sui fondi coltivati è un fenomeno per gran parte recente. Le vecchie
dimore isolate sono assai rare ed hanno una certa densità solo in alcune aree,
principalmente nei dintorni dei centri maggiori.
La casa sparsa presenta a volte una caratteristica forma a torre, di tre o
anche quattro piani, coperta da uno, o più spesso da due spioventi; la pianta è
quadrata o rettangolare, con minima differenza tra le dimensioni dei due lati, e
di superficie alquanto modesta relativamente all’altezza dell’edificio. La

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disposizione degli elementi fondamentali riproduce quella della casa dei


centri, con la stalla al pianterreno e abitazione soprastante; l’ultimo piano è
occupato dal granaio, sopra al quale è una soffitta che ha funzione di
colombaia, con fori triangolari nei muri per il passaggio dei colombi.
Addossati alla torre, che è il nucleo originario della costruzione, con muri
massicci in peperino, si sviluppano gli altri corpi dell’edificio, per lo più
aggiunti successivamente con le mutate esigenze della vita agricola; la loro
altezza non raggiunge mai quella della torre, che sporge con almeno un piano
al di sopra dell’edificio. L’accesso ai piani superiori avviene solitamente
mediante scala interna. Al pianterreno il casale a torre ha solo un piccolo
vano sotto la scala, mentre in una costruzione giustapposta è la grande cucina,
con un ampio camino ricavato nello spessore della parete e il forno sporgente
all’esterno; manca nella vecchia costruzione la stalla che è stata aggiunta più
tardi, ricavata dal vano a pianterreno, mentre la cucina passava al piano
superiore e si costruiva la scala esterna per accedere ai locali di abitazione.

Esempio di casale a torre con scala interna

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Questo tipo di casale a torre, diffuso molto nella piana di Viterbo fino
ad Acquapendente, trova riscontro anche nel territorio di Ronciglione, e si
trova maggiormente nei pressi dei centri abitati. È quindi da escludere
un’originaria funzione agricola; l’unica ipotesi convincente è quella che le
torri siano state costruite appositamente come colombaie per l’allevamento
del piccione “torraiolo”. Le colombaie, le più antiche delle quali risalgono al
secolo XVI, costituivano un privilegio della nobiltà e del clero e fornivano
carne abbondante e pregiata, molto richiesta dai mercati cittadini, soprattutto
nei centri più importanti.
L’abbandono delle colombaie ebbe inizio con l’abolizione dei privilegi
feudali, alla fine del secolo XVIII, quando ormai il casale a torre doveva
avere acquistato da tempo la funzione di sede agricola, e si era sviluppato in
forme talvolta imponenti. Molti di essi dovettero essere anche adibiti a
residenza temporanea del proprietario.
Il tipo più antico di casa rurale isolata è rappresentato da una modesta
costruzione a due piani, con cucina al pianterreno e rustico giustapposto, scala
interna in legno o in pietra, tetto frequentemente ad un solo piovente inclinato
verso la facciata; in qualche caso manca il piano superiore e l’abitazione si
riduce ad uno o al massimo due vani oltre la cucina.
Quest’ultima forma, che è la più semplice, è probabilmente la più
antica e potrebbe derivare dai ricoveri per i braccianti nelle aree a
cerealicoltura o anche dalle dimore stagionali dei pastori di ovini. Dalla
modesta costruzione limitata al solo pianterreno si sarebbe sviluppata quella a
due piani, con i locali per il riposo e il granaio al piano superiore, mentre la
cucina rimaneva al piano inferiore; gli annessi secondari (porcile, pollaio,

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ecc.) in canne e frasche, furono poi sostituiti da costruzioni in muratura,


sempre appoggiate per un lato della casa.

Piano terr. Piano Sup.

Tipo più antico di casa rurale.

Una caratteristica delle dimore rurali dell’agro falisco, sia dei centri che
isolate, è quella di essere preferibilmente costruite su una superficie
pianeggiante: anche dove il terreno è in pendio, la casa sul fondo sorge di
solito su’area piana, scegliendo a volta a volta o la sommità di un costone, o
un’interruzione del pendio, o disponendosi con i lati lunghi paralleli alle
isoipse su una striscia di terreno piano ricavata artificialmente. Di
conseguenza è quasi del tutto assente la tipica abitazione a pendìo, con un
piano seminterrato e l’accesso al piano superiore a livello del terreno.
Qualche raro esempio si trova nei pressi di Sutri e Bassano di Sutri.
Accanto ai due tipi più antichi, del casale a torre e della casa a due
piani con rustico giustapposto, si sono sviluppate le forme più recenti che
rappresentano gran parte dell’insediamento rurale sparso nell’agro falisco.
I poderi, costituiti in seguito all’introduzione della mezzadria e delle
colture intensive (vite, olivo e più tardi tabacco e nocciolo) in alcune aree di

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grande e media proprietà, hanno un’estensione in media di 20-30 ha. La casa


colonica, che sorge sul fondo, è quasi sempre per una sola famiglia.
Il tipo più diffuso è quello della costruzione a due piani, con
l’abitazione sovrapposta al rustico, scala esterna e tetto a due pioventi. Nel
vigneto, nell’oliveto e anche in alcune aree di colture intensive (frutta,
ortaggi, tabacco), dove l’appoderamento è più fitto, prevale la forma più
semplice, con tutti gli elementi della casa sotto lo stesso tetto e con piccoli
annessi secondari per gli animali da cortile e per i suini; il forno è
generalmente esterno, in una piccola costruzione presso l’ingresso della stalla.
La cantina è fuori dell’edificio, in una grotta scavata nel tufo.
La costruzione è di solito in blocchi di tufo squadrati, coperta da tetto a
due spioventi in tegole. L’ingresso alla stalla è normalmente sotto la scala ma
nella casa recente l’apertura è ad architrave, mentre nelle vecchie costruzioni
è normale il portale ad arco.

Tipo di casa rurale più diffuso con abitazione sovrapposta al rustico.

Nelle aree in cui è stata introdotta la tabacchicoltura, in particolare nei


territori di Civita Castellana e Nepi, compare, oltre alla più diffusa forma a

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due piani e scala esterna, anche qualche esempio di dimora ad un solo piano,
comprendente di fianco all’abitazione solo un grande magazzino per il
deposito del prodotto e degli attrezzi; presso la casa è sempre l’essiccatoio per
il tabacco, costituito da una bassa tettoia in canne, poggiante su pali. In
annessi separati sono il forno, il pollaio e la stalletta per i suini.

Nepi : casa di tabacchicultori

La Teverina viterbese è caratterizzata invece da un insediamento


abbastanza fitto, parzialmente addensato in nuclei e piccoli centri, la cui
dimora rurale è sempre rappresentata in prevalenza dal tipo a scala esterna,
sviluppato in altezza, con abitazione sovrapposta al rustico (stalla o
ripostiglio). Diventa più frequente anche la casa di pendìo, specie negli
agglomerati minori posti sui versanti. Le due forme non differiscono

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sostanzialmente: il rustico è sempre al pianterreno, seminterrato nella dimora


di pendio; al piano superiore vi è l’abitazione il cui accesso avviene
direttamente nella cucina, dalla quale si passa alle camere, due o tre, e ad un
magazzino. La scala esterna è sempre coperta, e di solito anche il ballatoio.

Esempio di casa di pendio

Si mantiene costante, nei centri compatti come Corchiano e Gallese,


l’uso di portare il rustico alla periferia dell’abitato, in grotte scavate nel tufo
(specialmente per le cantine e i porcili) o in piccole costruzioni a due piani
comprendenti una stalla e un fienile o ripostiglio.
Come si può constatare dalla carta seguente, che raffigura la
distribuzione dei tipi prevalenti di dimora, nell’agro falisco dominano le case
rurali con abitazioni sovrapposte al rustico e scala esterna, case a solo piano
terreno e le stalle-fienili raggruppati ai margini dell’abitato.

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Provincia di Viterbo: distribuzione dei tipi prevalenti di dimora rurale.


1- abitazione sovrapposta al rustico, scala esterna; 2 – id., scala interna; 3 – id., di pendio;
4 – abitazione e rustico giustapposti, scala esterna; 5 – id., scala interna; 6 – abitazione e rustico
separati; 7 – forme della bonifica; 8 – casa a pianta quadrata; 9 – id., con torre colombaria;
10 – casale a torre; 11 – grande fattoria; 12 – essiccatoio per tabacco; 13 – copertura a terrazzo;
14 – casa a solo piano terreno; 15 – stalle fienili raggruppati ai margini dell’abitato.

Fonte della carta e degli esempi di abitazione: PRETE M.R., FONDI M., La casa rurale
nel Lazio settentrionale e nell’Agro Romano. Firenze, Leo S. Olschki 1957.

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6.2 L’ultima trasformazione: l’epoca del tabacco e del


nocciolo.3

Il disegno del paesaggio agrario dell’agro falisco rimase


sostanzialmente invariato per tutto l’Ottocento nel dissolvimento
dell’organizzazione produttiva romana: dal paesaggio dell’ager (campo) si
trasformò progressivamente nel paesaggio del saltus (pascolo) e della silva
(bosco) con una predominanza del seminativo verso la fine del secolo.
Le trasformazioni più consistenti del paesaggio agrario sarebbero
avvenute nella seconda metà del novecento con l’introduzione di due colture
particolari: una stagionale, il tabacco, che influirà oltre che sul paesaggio
agrario anche su quello sociale; l’altra, di carattere più duraturo, costituita da
estese piantate di noccioli.
La coltivazione del tabacco, varietà perustizia, assunse negli anni
’50-’60 un’importanza fondamentale per gli aspetti socio-economici e, anche
se in misura minore, per quelli paesaggistici. I campi di tabacco si
concentravano nei territori dei comuni di Civita Castellana, Castel S.Elia,
Nepi e Fabrica di Roma con la caratteristica di piccoli appezzamenti di uno o
due ettari. L’area di maggior intensità produttiva era quella limitrofa al
tracciato della Via Amerina, dalla località San Lorenzo a Falerii Novi. Qui la
pianta trovava un terreno idoneo, come un clima favorevole contrassegnato da
primavere umide ed estati caldo secche. La lavorazione richiedeva un elevato
utilizzo di manodopera sia nella fase di piantagione che in quella di raccolta

3
CERRI G., ROSSI P., La via Amerina e il suo paesaggio. Forme, coloro e sensazioni di
un percorso storico e naturalistico tra Nepi, Civita Castellana e Orte. Ninfeo Rosa 5. Ed.
Bibl. Comunale, Civita Castellana 1999.

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ed essiccazione del prodotto. Tale necessità condusse a un consistente utilizzo


di lavoratori specializzati provenienti soprattutto dal Salento, prima in forma
stagionale e poi stabile. Tutto ciò riportò un discreto ripopolamento delle
campagne, una mutamento del paesaggio umano e culturale della zona e un
riutilizzo e spesso una nuova edificazione di casolari nella campagna.
L’aspetto più interessante di queste costruzioni rurali erano gli essiccatoi, ora
non più utilizzati, con la caratteristica maglia strutturale in legno nei quali
venivano messe a essiccare le filze di foglie di tabacco.4
Il paesaggio dell’Agro Falisco ha subito, soprattutto nella seconda metà
del Novecento, una grande trasformazione costituita dall’introduzione
massiccia della coltivazione del nocciolo (Corylus avellana).
Il nocciolo, autoctono nella regione, è stato da sempre coltivato in
questo territorio anche se in coltura promiscua con la vite e l’ulivo.
Nel 1929, secondo il Catasto agrario, nel viterbese erano presenti circa 1500
ettari di noccioleti a coltura specializzata e altrettanti a coltura promiscua; tale
situazione continuò sostanzialmente fino alla fine degli anni ’50. Fu nel
periodo 1966-67 che la piantata a nocciolo ebbe una diffusione prevalente
raggiungendo i 10.500 ettari coltivati.5 Nel 1976 gli ettari diventarono 13 mila
in forma specializzata, più mille in coltura secondaria.

4
La raccolta del prodotto iniziava alla fine di giugno e le foglie, dopo la raccolta, venivano
infilate tramite lunghi aghi e sistemate in filze, una specie di collane poste poi su telai ad
essiccare.
5
La densità di piante per ettaro era di 335, quindi 3.5 milioni di piante.

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- Tabella in cui sono riportati i dati della densità degli impianti di nocciolo,
nel 1973, nei territori attraversati dalla Via Amerina.

Centri Percentuale
Civita Castellana 1-10 %
Nepi 1-10 %
Fabrica di Roma 41-50 %
Corchiano 31-40 %
Gallese 11-20 %
Questa
Vasanello 21-30 %
Orte 1% imponente
trasformazione dell’agro falisco è avvenuta soppiantando in primo luogo altre
colture legnose come i castagneti da frutto, i vigneti (intercalati dapprima col
nocciolo e poi successivamente eliminati), gli oliveti, il bosco ceduo e alcuni
seminativi che si sostituirono alla cerealicoltura.
Il paesaggio del nocciolo è uno degli elementi distintivi del territorio dell’agro
falisco. La sua caratteristica può sintetizzarsi in quattro aspetti:

1. le piantate conferiscono ai campi un’immagine regolare e ridida con la


monotona ortogonalità degli impianti che ricoprono per kilometri tutte
le superfici, interrompendosi improvvisamente solo al limitare delle
depressioni ortografiche;
2. la corilicoltura costituisce un paesaggio a ‘campi chiusi’ con piccoli
appezzamenti spesso recintati e difficilmenti transitabili;
3. le piante, anche se hanno un’altezza limitata (7-10 metri), hanno una
densità d’impianto e una linearità dei filari tali che condizionano la

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percezione visiva in modo unidirezionale, limitando la vista sui lati,


come in galleria;
4. la presenza dei noccioli, seppur massiccia, in quanto caducifoglie, non
contrasta con le variazioni stagionali e si integra con le caratteristiche
cromatiche del territorio.

6.3 Le componenti del paesaggio agrario attraversato dalla


Via Amerina.

La via Amerina, che attraversa interamente l’Agro Falisco, percorre un


territorio dove i segni del lavoro agricolo, delle ripartizioni poderali, delle
scelte tecnico-produttive raccontano l’evoluzione storica del paesaggio e
conservano la memoria delle trasformazioni che, per secoli, si sono succedute
sui campi.
Ma questo tessuto agrario fa soprattutto da sfondo ad elementi di primo
impatto dal punto di vista percettivo e culturale, rappresentati dalla
morfologia o dalle preesistenze archeologiche che ci fanno leggere meglio il
segno territoriale di una forra o di una strada: il rudere o i resti del villaggio
medievale innegabilmente costituiscono dei punti di maggiore attrazione.
Ma la struttura agraria è una sorta di tessuto connettivo essenziale per
l’alta qualità ambientale e storica dell’Amerina; senza questo ‘fondale’ il
quadro sarebbe composto da lacerti e frammenti di storia avulsi dal contesto.

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Questo ‘fondale’ agricolo fatto di segni secondari e poco percepiti


dall’osservatore si può suddividere in due tipologie che si susseguono e
ripetono lundo il tracciato stradale.
La prima, rappresentata dalla parte meridionale della valle del Baccano
e finisce a Falerii Novi, è caratterizzata da un paesaggio agrario a ‘campi
aperti’ composto di seminativi pascoli e boschi.
Le vaste superfici coltivate dei pianori sono punteggiate dall’ombra dei
roveri e dei cerri isolati e delimitate da alte siepi di biancospini, cornioli,
pruni, rose canine e ligustri. Non c’è un’orditura regolare del tessuto agrario:
le arature sono effettuate di volta in volta nei terreni più acclivi in traverso o a
ritocchino e le rotazioni agrarie conferiscono una notevole varietà cromatica
al territorio, che è giallo oro per il grano duro e per l’orzo a luglio, giallo
intenso, primario, per la colza a giugno, rosso per l’erba medica da giugno a
settembre, verde per il mais e il tabacco, giallo aranciato per i girasoli ad
agosto.
L’antica tradizione dell’orticoltura infittisce la trama delle coltivazioni
nei pressi di Nepi dove i piccoli e numerosi appezzamenti presentano gli orti
in file ben ordinate e parallele. Le recinzioni degli appezzamenti sono
limitate: composte da pali di castagno e filo di ferro, da siepi e dalle possenti
e antiche macere6 in blocchi di tufo che delimitano, spesso, la viabilità
interpoderale.

6
La macèra è la recinzione storica tipica della zona tufacea compresa tra Nepi, Castel
S.Elia e Civita Castellana. Essa si compone di grandi blocchi di tufo (detti bolognini)
lunghi da 80-100 cm e spesso 50 cm, cavati a mano e murati a secco. L’uso delle macère si
interrompe intorno agli anni ’50 del Novecento per l’introduzione della meccanizzazione
all’interno del processo di estrazione del materiale

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CAPITOLO 6

CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

Ma il ‘campo aperto’ è anche l’immagine del paesaggio del saltus, con


consistenti superfici a pascolo per le greggi che trovano ospitalità nei vari
casolari del territorio.
La seconda tipologia invece è costituita da una fascia agricola che va da
Falerii Novi a Vasanello, la quale si caratterizza per un paesaggio agrario a
‘campi chiusi’ dove è la piantata, soprattutto in forma promiscua, che ordina e
definisce le sequenze visive del territorio.
In quest’area la struttura aziendale è fondata sulla diffusione delle
microaziende (0-3 ha) data dalla massiccia pressione demografica sulla terra
che, soprattutto all’inizio del Novecento,ha condotto alla frammentazione
delle grandi proprietà silvo-pastorali e alla distribuzione di terreni ai contadini
con il risultato di un’utilizzazione intensiva dei fondi.
Il paesaggio si chiude scandito dalla fitta trama di noccioleti, vigneti,
oliveti, articolandosi in una direzionalità prevalente sud nord, dove la ricerca
della produttività cede il passo a una sorta di monotonia priva di spazi
naturali, ad esclusione delle superfici boscate nei pressi delle forre.
Esiste una terza fascia, che è quella verso la valle del Tevere, nei pressi
di Gallese e Orte, dove ritorna il ‘campo aperto’ con un paesaggio composto
da seminativi (44%), pascoli (11%) e boschi (26%). È un paesaggio che si
srotola, insieme all’Amerina, oltre il Tevere lungo la valle del Rio Grande, per
congiungersi al paesaggio dell’olivo che scandisce i territori di Amelia.

6.4 Considerazioni conclusive.

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CAPITOLO 6

CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

Siamo giunti così alla fine di questo percorso storico che ha visto come
oggetto principale l’Agro Falisco, il suo mutare dal punto di vista
amministrativo, insediativo ed economico.
Dall’analisi che è stata fatta in queste pagine è possibile riscontrare che
questo territorio lungo tutta la sua storia è stato sempre, ad eccezione del
periodo d’oro falisco-romano, una zona semiabbandonata dal punto di vista
economico e di conseguenza insediativo, non sfruttata dalle potenze
economiche dell’età medievale e moderna. La Chiesa ed i Baroni hanno quasi
dimenticato l’Agro Falisco nel corso dei secoli, lasciandola abbandonata alla
sola ricchezza economica del pascolo, trascurando le sue risorse ed il fatto che
si trattasse di un territorio molto vicino alla città di Roma e facilmente
collegabile attraverso le strade consolari.
Forse è possibile dare a tutto ciò una spiegazione di carattere fisico: a
differenza della zona a sud di Roma, la quale ha avuto una storia
amministrativa, insediativa ed economica molto più movimentata, ci troviamo
di fronte ad un territorio tufaceo poco resistente all’erosione delle acque
superficiali che hanno inciso il terreno creando solchi assai ristretti; ai lati si
estendono dei lembi di superfice inclinati che vanno restringendosi verso le
confluenze. Questo tipo di morfologia del territorio ha probabilmente reso
difficile la coltura di seminativi e delle colture legnose, favorendo così lo
sfruttamento del pascolo. Solo ora con le nuove tecniche moderne la vite e
l’olivo hanno preso piede nell’agro.
Inoltre si deve considerare che questa zona, attraversata da strade
consolari che provengono dal nord, era certamente la più esposta alle
invasioni che si sono succedute nel tempo.

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CAPITOLO 6

CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

Questa spiegazione non trova però riscontro oggi, quando in teoria


l’agro falisco avrebbe dovuto avere un incremento insediativo enorme, vista
la grande vicinanza a Roma di quasi tutti i suoi centri.
Se noi facciamo un paragone con sistemi urbani che distano come
l’agro falisco dai 40 ai 70 km. dalla capitale, ci accorgiamo che questa zona
ha filo storico conduttore: quello dello scarso insediamento.

COMUNI Popolazione
AGRO FALISCO al 1416 1656 1701 1961 2001

Capranica 500 1629 2385 4024 5605


Sutri 1200 1264 1773 3232 5092
Monterosi 160 manca 357 986 2428
Caprarola 200 2639 3920 5209 5197
Fabrica di Roma 200 829 1461 3371 6404
Carbognano 200 1051 1100 2147 1919
Ronciglione 400 3357 3685 6406 7423
Vignanello 160 1300 1777 5691 4705
Vallerano 200 1237 1522 2352 2499
Corchiano 200 503 1210 2170 3339
Gallese 800 1139 1268 3010 2748
Civita Castellana 1200 1955 2035 12.957 15.220
Nepi 400 959 1534 4443 7815
Faleria 100 321 635 1418 1745
Mazzano R. 100 292 265 1486 2521
Campagnano 500 850 1405 4005 8139
TOTALE 6.520 ab. 19.325 ab. 26.323 ab. 62.907 ab. 82.799 ab.

Sistema Urbano Popolazione Popolazione


Sovracomunale al 1981 al 2001
Castelli Romani - Colli
137.394 169.249
Albani (8 comuni)
Castelli Romani - Colli
61.499 79.714
Tuscolani (6 comuni)

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CAPITOLO 6

CONCLUSIONE:
L’AGRO FALISCO NEL XX SECOLO

Colli Prenestini
55.605 74.306
(12 comuni)
Monti Lepini-Alta Valle
60.006 67.585
del Sacco (9 comuni)

Osservando i dati di queste due tabelle, possiamo vedere come i circa


16 centri dell’agro falisco abbiano in proporzione una popolazione nettamente
inferiore rispetto ai sistemi urbani a sud di Roma.
I Colli Albani presentano una popolazione doppia con la metà del
numero dei comuni, mentre i Colli Tuscolani hanno lo stesso numero di
abitanti con addirittura un terzo dei centri.
Il dato più rilevante è forse quello relativo ai comuni dei Monti Lepini
– Alta Valle del Sacco che, con soli 9 centri e, ad una distanza anche maggiore
rispetto a centri come Nepi, Monterosi, Faleria e Calcata, sono riusciti a dare
vita a nuclei insediativi con 8 – 10 mila abitanti.
Il perché di questa sorta di “abbandono” dell’Agro Falisco è dunque
difficile da spiegare. Forse questi dati possono essere un punto di partenza per
portare avanti dei piani di sviluppo che diano un incentivo all’incremento
insediativo del territorio.

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