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Ninfeo Rosa 1

Collana di studi e ricerche della Biblioteca


Comunale
diretta da Alfredo Romano

Maria Giovanna Craba

CIVITA CASTELLANA
1789-1815
Dalla rivoluzione francese alla restaurazione
pontificia: grandezze e
Miserie di una comunità agli albori del suo
processo industriale.

Edizioni Biblioteca Comunale “EnricoMinio”


Civita Castellana, 1994

1
_______________________________________
____
Coordinamento editoriale, bozze, grafica,
impaginazione:
Alfredo Romano

Collaborazione:
Marina Iacobelli

Tipografia:
Tecnostampa, Sutri

ISBN 88-86903-00-6
_______________________________________
___

2
Ai miei genitori
Nicolina e Antonio
_____________________

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Indice

Capitolo I ............................................................................................................................
Uno sguardo sulla prima restaurazione 7
Capitolo II ...........................................................................................................................
La crisi del sistema pontificio 34
Capitolo III..........................................................................................................................
La decadenza dei valori religiosi 61
Capitolo IV..........................................................................................................................
La vita nella città 82
Capitolo V...........................................................................................................................
Bibliografia .........................................................................................................................

Introduzione

Al centro di questa ricerca non saranno le grandi


campagne dell'Armata Napoleonica o le storie della
Roma dei papi e dei cardinali, ci sarà invece la
vicenda di una comunità che della rivoluzione ha
conosciuto soprattutto l'incubo della guerra e il
peso delle requisizioni, ma, al tempo stesso, ha
vissuto la sensazione di un mondo in rapido
mutamento. Cambiano i nomi dei mesi, cambia il
modo di contare gli anni: non più dalla nascita di
Cristo ma dalla nascita della repubblica. Cambiano
pure le grandi feste popolari, prima a carattere
mistico religioso, ora a carattere pedagogico. E
cambiano i governi alla guida della città: i pontifìci
dapprima, poi i francesi, gli aretini, e gli imperiali.
I ruoli si confondono, la vecchia economia
autarchico-vincolista lascia il posto ad una realtà
più libera e moderna. Si va affermando il libero
commercio, nascono i primi embrioni di
conduzione capitalistica. Il tutto avviene mentre
fuori, nello Stato Pontificio e in tutta Europa, si
stanno verificando grandi eventi: la rivoluzione

4
dell'Ottantanove in Francia, la declamazione della
carta dei diritti dell'uomo e del cittadino,
l'instaurazione di una repubblica sempre in Francia,
e poi il giacobinismo, le guerre napoleoniche, il
nascere di un nuovo impero.
In questo ambito la storia di una cittadina a nord
di Roma come Civita Castellana, diventa uno
specchio su cui si riflette un'immagine in piccolo
dei grandi avvenimenti. Ed è interessante gettare
uno sguardo a quest'immagine. Si è utilizzata a
questo scopo tutta una serie di fonti locali le quali
non si potevano non inquadrare nel contesto di una
storiografia generale. Questa era da tenere presente
come termine di confronto tra i grandi eventi e la
vita della comunità, ma confronto anche tra gli
scontri che opponevano la Chiesa e la rivoluzione e
tutto ciò che invece ne percepiva la gente di una
qualsiasi città come Civita Castellana.
I documenti utilizzati ai fini della ricerca sono
stati ricavati essenzialmente dall'Archivio
Diocesano di Civita Castellana, in piccola parte da
quello di Orte, e dall'Archivio di Stato di Roma,
dove è contenuto soprattutto materiale di tipo
amministrativo, facente sempre riferimento cioè al
potere ed ai rapporti di forza interni alla comunità
di Civita Castellana. Il limite di una parte di questa
documentazione è l'essere costituita da esposti e
memorie di carattere anonimo. Tuttavia il numero e
la frequenza di questi documenti, il loro qualificarsi
quasi come espressione di un movimento degli
"zelanti" o degli "amanti del pubblico bene", li
rende comunque significativi di un clima generale
instauratosi in città.
Il materiale ricavato dall'Archivio Diocesano,
pur nella sua sistemazione ancora confusionaria e
provvisoria, è più pertinente alla descrizione della
vita della comunità, in particolare nei suoi aspetti
religiosi. L'Archivio inoltre è abbastanza ricco: ci

5
sono gli atti delle visite pastorali, la
corrispondenza, i libri contabili del Monte di Pietà
e delle confraternite, i processi per reati minori che
coinvolsero laici ed ecclesiastici. È invece andato
distrutto, purtroppo, l'Archivio Comunale, in
seguito a varie vicende di guerra non ultima quella
dell'invasione francese.
Un altro vuoto importante che pesa sulla
documentazione è quello relativo al periodo
repubblicano, di cui ci sono pervenute solo poche e
sporadiche notizie. Ecco che allora a popolare le
vicende repubblicane intervengono i dispacci
tragici e apologetici delle battaglie provenienti
dagli Archivi Francesi, o i racconti delle
requisizioni e dei saccheggi, le lamentele degli osti
rovinati dalla guerra, i disastri del bestiame
disperso e dei campi non più coltivati: gli eventi del
periodo repubblicano rievocati quando le truppe
francesi avevano già abbandonato la città.
Ma, che cosa c'era dietro gli echi delle battaglie
e l'astio per le violenze sofferte? Come fu in realtà
il periodo repubblicano?
A queste domande l'unica risposta che si
potrebbe dare sarebbe più immaginativa che
documentaria. Da qui la scelta di iniziare la
trattazione con uno sguardo agli anni della prima
restaurazione, per poi tornare alla crisi degli ultimi
anni del secolo e considerare anche il momento
repubblicano alla luce dei suoi effetti. Tutto questo
al fine di poterne trarre qualche indicazione
oggettiva e plausibile.
Maria Giovanna Craba

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Capitolo I

Uno sguardo sulla prima restaurazione

Il biennio repubblicano 98-99

Nel 1801 a Civita Castellana, dopo i concitati eventi


repubblicani, la vita sta lentamente tornando alla normalità. La
popolazione non supera i tremila abitanti,1 la terra è coltivata
secondo metodi antiquati, le attività artigianali non sono
particolarmente fiorenti e quelle manifatturiere si trovano ancora
allo stato embrionale. Accanto ai grandi proprietari ed ai ricchi
commercianti brulica una folla di piccoli artigiani e braccianti
agricoli che vivono di espedienti fidando sulle elargizioni del
Monte di Pietà e di qualche opera pia.
Dal 1798, anno in cui viene proclamata la Repubblica
romana, al 1801 sono passati solo pochi anni, ma nel frattempo
Civita Castellana e tutto lo Stato Pontificio hanno vissuto eventi
fuori dall'ordinario. Sull'onda della rivoluzione dell'Ottantanove
le truppe francesi erano giunte in Italia alla guida di Napoleone
Bonaparte. Il 10 febbraio 1798 erano alle porte di Roma e
dettavano le condizioni della resa. Tali condizioni, che
prevedevano tra l'altro la decadenza della Sacra Congregazione
del Buon Governo, furono accettate e il 15 febbraio fu sancita la
nascita della Repubblica romana.2 Vittorio Emanuele Giuntella
così descrive quei momenti:
"E veramente la catastrofe non avrebbe potuto essere più
grave, né più irreparabile la desolazione di quei giorni: Roma
era in mano ai Francesi e governata da un regime
repubblicano, che aveva chiuso i conventi, esiliato e disperso i
religiosi, mentre si preparava a vendere i loro beni. Il papa era

7
stato fatto partire con la forza e si capiva che il suo viaggio non
era che una sosta di un più lungo e tragico viaggio"3
Anche a Civita Castellana, come a Roma, viene instaurato un
governo repubblicano che dura dal febbraio 1798 all'agosto
1799. Le uniche tracce pervenute sino a noi di questa breve
stagione rivoluzionaria sono costituite da alcuni dispacci di
guerra, provenienti dagli Archivi Storici di Parigi, e dalle carte
di un «processo informativo dell'era repubblicana» aperto nel
maggio 1798 contro Giovanna Filati ed il sacerdote Sante
Pasquetti.4 La donna è accusata di fuga dalla casa del marito e di
furto domestico; il sacerdote di aver abusato del suo "stato
sacerdotale" nel procurarle la fuga. Questo piccolo frammento di
storia repubblicana, certamente insufficiente a ricostruire gli
eventi del periodo, può tuttavia aiutarci ad immaginare
l'atmosfera nuova che si respirava in città. Le prime innovazioni
rispetto al passato emergono subito nell'intestazione delle carte
processuali, che recano scritte in alto le due parole manifesto
della rivoluzione francese: libertà ed uguaglianza.
Anche il calendario è cambiato: il primo giorno del processo
viene indicato con due datazioni distinte, quella cristiana del 29
maggio 1798 e quella repubblicana del 10 pratile anno VI
dell'era repubblicana. Alcuni testimoni, chiamati a deporre,
devono prima prestare il giuramento di odio alla monarchia e
fedeltà alla repubblica.
I vari personaggi che compaiono nel processo vengono tutti
chiamati con l'appellativo di "cittadino": il cittadino Domenico
Giunta, la cittadina Giovanna Filati e persino il cittadino
Lorenzo De Dominicis, cioè il vescovo di Civita Castellana.
Novità più sostanziali si evidenziano nell'emergere di nuove
istituzioni di matrice repubblicana, come per esempio il
Tribunale di Censura di fronte al quale si svolge il processo.
Personaggi nuovi sono alla guida della città: il prefetto
consolare di Civita Castellana, cittadino Leggi, ed il capitano
Muller, comandante della piazza di Civita Castellana. Il prefetto
consolare, come figura, ricorda subito il direttorio di cinque
consoli insediatosi a Roma a capo dell'esecutivo, ed a lui si
rivolge il vescovo per informarlo di essere del tutto all'oscuro
della fuga del sacerdote Sante Pasquetti.

8
La lettera, nei toni e nella forma, attesta una sottomissione del
vescovo alla nuova autorità. In essa De Dominicis si dice
all'oscuro della fuga di Pasquetti e prega il cittadino Leggi di
prendere i provvedimenti del caso" non avendo io forza e
maniera di riparare tale sconcerto".5 Al capitano Muller si
rivolgono, invece, i parenti di Giovanna Filati, che preoccupati
per lo stato di salute della donna, chiedono che venga trasferita
dal carcere alla foresteria del Monastero di Santa Chiara.
In passato tali suppliche, con le quali il popolo si appella
direttamente alla suprema autorità per ottenere favori ed
eccezioni, sarebbero state rivolte al vescovo, ora invece la
suprema autorità riconosciuta è quella francese rappresentata dal
capitano Muller. Eppure l'arrivo delle truppe rivoluzionarie era
stato accolto dalla popolazione tra paura e diffidenza. La
costituzione civile del clero prima, la persecuzione dei refrattari
e lo scioglimento degli ordini religiosi poi avevano creato un
solco profondo tra la Rivoluzione e la Chiesa.
Vittorio Emanuele Giuntella delinea in maniera chiara quanto
nell'immaginario collettivo gli eventi rivoluzionari avessero
assunto valenze terrificanti e sanguinarie quando scrive:
"Nella immaginazione popolare le notizie delle sanguinose
giornate parigine e dei massacri nelle province assumevano una
proporzione ossessiva, e del resto ben pochi conservavano un
giudizio obiettivo, o consideravano ancora positivo il bilancio
tra i vantaggi e i mali della rivoluzione". Egli comunque tiene a
puntualizzare come alla creazione di questo clima di sospetto
avesse contribuito una certa pubblicistica che presentava in
maniera semplicistica gli eventi dell'Ottantanove facendone
emergere una versione in qualche modo stereotipata6.
Se l'arrivo dei francesi a Roma fu accolto dalle masse
popolari con sospetto, tanto più difficile dovette essere la loro
penetrazione nella zona dei Cimini con i suoi paesi arroccati su
speroni tufacei che la morfologia del luogo rendeva di difficile
accesso e dove viveva gente che lo stesso Giuntella descrive
fedele alla chiesa e alla religione. Per questa gente l'arrivo dei
francesi non si tradusse in un generale miglioramento delle
condizioni di vita, ma anzi in un loro peggioramento a causa
della carestia e dei pesi della guerra e dell'occupazione.7

9
A volte poi quest'insofferenza assunse il carattere di vere e
proprie insurrezioni popolari, come a Nepi, un paese sito nelle
vicinanze di Civita Castellana. Qui le masse popolari guidate dal
clero cittadino si sollevarono contro i francesi nel dicembre del
1798. Il fatto è documentato in un dispaccio militare conservato
negli Archivi Storici di Parigi e relativo alle vicende militari che
alla fine del 1798 videro contrapporsi nella zona, francesi e
napoletani.
In quei giorni era stata combattuta importante battaglia che
aveva visto protagoniste, un'armata napoletana forte di 40000
uomini e la divisione del generale Mac Donald composta da due
brigate: quella del generale Kellerman e quella del generale
Mathieux per un totale di 6.000 uomini.
Lo scontro ebbe un esito sfavorevole per i napoletani che,
benché sovrastanti in numero, furono costretti alla ritirata. Il 4
dicembre, un aiutante di campo del generale Mac Donald, scrive
dal quartier generale di Civita Castellana ai "Cittadini
Commissari" di Roma per metterli al corrente delle concitate
fasi di questa vicenda. Arrivato a parlare di quanto accadde a
Nepi scrive che lì era stata inviata la retroguardia del generale
Kellerman per prendere posizione favorevole a schiacciare
definitivamente il nemico, ma:
"Arrivando (...) presso il villaggio, le sue truppe furono
accolte da una grandine di pallottole: erano gli abitanti che
spinti dai loro preti, avevano già preso le armi contro di noi. Le
poche truppe napoletane che stavano a Nepi alzarono le gambe
ed abbandonarono gli abitanti. Questi abbandonati alla loro
sorte, vollero comunque resistere ma invano: la morte di alcuni
nostri soldati, che essi immolarono, rese gli altri furibondi, la
città fu presa d'assalto, tutti gli uomini furono passati a fil di
spada, il fuoco era già stato acceso dagli obici, fu lasciato
propagarsi. Di questa città non rimane altro che macerie e della
sua sventurata popolazione solo donne bambini. Questo
tremendo esempio era di una crudeltà resa necessaria per
intimorire quelli che vogliono levare od hanno già levato lo
stendardo della rivolta".8
A Civita Castellana non si verificarono sollevazioni popolari,
né vi furono feroci repressioni, ma i francesi vennero comunque

10
accolti in un clima di generale diffidenza come confermano tante
piccole frasi spezzate, tanti piccoli episodi.
In una lettera del gennaio 1794, indirizzata al Buon Governo
a nome del popolo di Civita Castellana, si trova scritto ad
esempio che la popolazione ed i luoghi pii erano oberati da
troppe imposte e, lamentano i latori della lettera, "questo non si
fa neppur in Francia".9 Talmente diffuso è il sospetto verso i
francesi che, nel 1796, persino in un processo contro Pio
Ciancarini accusato di aver percosso due sacerdoti, che
riunendosi in segreto avevano messo in dubbio, con i loro
racconti, la virtù delle donne del paese, l'uomo nel difendersi
parla dell'ignobile "consiglio" da loro formato e lo definisce
"talmente iniquo e sciagurato da poter essere paragonato
all'assemblea francese".10
Ecco quindi come, nel senso comune, la rivoluzione e
l'assemblea francese diventano l'emblema di tutti i mali e di tutte
le nefandezze, per cui diviene luogo comune paragonare le
situazioni più inique a quell'evento che nella mente dei più le
comprende tutte. Per Giovanna Filati e Sante Pasquetti, però, la
rivoluzione non è l'iniziativa di un gruppo di sbandati, al
contrario essa diventa la speranza dei loro sogni e il nutrimento
dei loro desideri oppressi.
La donna, interrogata dal presidente del Tribunale di Censura,
spiega la sua fuga con le sevizie subite dal marito e dice
"siccome dai preti non si è potuta aver giustizia, così mi son
ridotta a ricorrere per dar riparo alli strapazzi che mi dava mio
marito". Queste poche parole esprimono la disperazione di una
donna, chiusa in un vincolo matrimoniale estremamente infelice,
che non riesce a trovare vie d'uscita in un ambito istituzionale
fondato su valori e principi religiosi, quali l'indissolubilità del
matrimonio. Poi, improvvisamente, un evento per lei del tutto
casuale ed estraneo, come la rivoluzione, non solo le dà la
speranza di sciogliere quel vincolo, ma anche di coronare un
amore giovanile con Sante Pasquetti. In seguito, infatti, la donna
svela che il suo proposito era di recarsi a Roma dalle autorità
costituite per ottenere il "permesso di fare un matrimonio
democratico col (... ) Pasquetti".

11
Diverso, per tutto il processo, è l'atteggiamento di Pasquetti,
che dopo essersi fatto prendere la mano dall'entusiasmo ricorda
di essere un sacerdote e tenta di discolparsi, prima attribuendo
alla donna la responsabilità della fuga e poi raccontando di
averla accompagnata mosso da compassione. Dice infatti il 18
messifero, davanti al Tribunale di Censura:
"non credo di aver fatto alcun male, ma di aver assistito una
infelice coniugata, che presa dalla disperazione, voleva
ricorrere alle autorità costituite per farsi rendere giustizia, e
che talvolta senza la mia assistenza poteva dare in eccessi di
funeste conseguenze".11
Il sacerdote, inoltre, sorvola sul proposito di lei di contrarre
un matrimonio "democratico", ma tiene a puntualizzare di aver
vissuto in castità per tutta la fuga. Atteggiamento questo
condiviso, a sentire le parole dello storico francese Jean Paul
Bertaud, da molti sacerdoti suoi conterranei che contrassero
matrimonio durante il periodo rivoluzionario e rivendicarono in
seguito di esser vissuti nel matrimonio in castità. Ma, si chiede
Bertaud, come avrebbero potuto fare il contrario visto che
chiedevano l'assoluzione e la reintegrazione?12 La repubblica
però, come un fuoco di paglia, dura solo pochi mesi. Le truppe
francesi nell'estate del 1799 indietreggiano incalzate dai
napoletani e con loro se ne vanno le speranze e gli entusiasmi
che avevano acceso.
Giovanna Filati torna con il marito. Il sacerdote Sante
Pasquetti, che in seguito allo scalpore destato dalla sua fuga
aveva deposto l'abito clericale e si era arruolato nella
gendarmeria repubblicana, ritorna in seno alla chiesa dopo un
breve periodo di ritiro spirituale. E al termine di queste vicende,
nel 1800, il procuratore della donna nel difenderla attribuisce la
responsabilità di quanto accaduto alla "calamità del tempo (... )
vale a dire al principio della vicenda repubblicana, in cui il
fastoso titolo di libertà dava a credere alle anime debboli una
libertina licenza di tutt'operare e disciogliere i contratti Sagri e
civili massima di cui si confessa (colpevole) la donna che
difendiamo".

12
I primi tentativi di restaurazione a Civita Castellana

Terminata l'esperienza repubblicana, seguono giorni confusi:


nell'agosto del 1799. Le truppe aretine, alleate degli austriaci,
dopo un breve assedio, costringono i francesi alla fuga ed
instaurano una loro reggenza durante la quale sottopongono la
città a saccheggio aiutate dalle masse popolari.13
La reazione francese, però, non si fa attendere: un corpo di
spedizione ristabilisce temporaneamente un governo
repubblicano ed i cittadini più compromessi vengono passati per
le armi. Ma è un governo che dura poco, le truppe imperiali
austriache, infatti entrano in città, stabilmente questa volta e
preparano il terreno al ritorno del governo pontificio. Dopo
l'incalzare di tanti eventi che avevano visto lo Stato della Chiesa
guidato da uomini e governi diversi, il 14 febbraio viene eletto
papa Barnaba Chiaromonti con il nome di Pio VII. La sua
elezione mette fine alla cosiddetta "sede vacante" e permette
l'inizio di una nuova fase per lo Stato Pontificio, quella della
restaurazione.14

Il ritorno delle vecchie istituzioni pontificie

A Civita Castellana, come nelle altre comunità dello Stato e


come a Roma, la restaurazione coincide in primo luogo con la
ricomposizione del vecchio sistema di governo risalente al 1592
e legato alla Sacra Congregazione del Buon Governo. Questo
sistema si concretizzava in una serie di istituzioni e di cariche
delineate da Elio Lodolini nel suo ormai classico «L'Archivio
della S. Congregazione del Buon Governo».15
A proposito dei Consigli, le istituzioni preminenti della
comunità, Elio Lodolini dice che erano di tre tipi: il Consiglio
Generale rappresentava tutto il corpo della comunità, il
Consiglio Pubblico era quello che amministrava normalmente la
città ed era costituito da un magistrato pro tempore e da un
numero fisso di consiglier, il consiglio particolare infine aveva
funzioni e poteri diversi a seconda del luogo dove veniva
costituito.

13
Le "magistrature" che Lodolini dice simili alla nostra attuale
Giunta comunale, erano formate da due o più cittadini ed erano
rinnovate con notevole frequenza, generalmente ogni due o tre
mesi. Accanto a queste, che erano le istituzioni centrali,
gravitavano altri funzionari di notevole importanza.
Il fiscale generale aveva il compito di vigilare sull'osservanza
degli ordini emanati dalla Congregazione e di sorvegliare la
condotta dei segretari ed impiegati del Comune. Il segretario
aveva diverse incombenze d'ufficio, ed il depositario aveva tra i
suoi compiti principali quello di riscuotere le imposte. Gli agenti
comunitativi dovevano accudire agli interessi della città nella
curia di Roma e vigilare sull'esecuzione e la spedizione delle
"tabelle", cioè i bilanci preventivi che, compilati di anno in
anno, dovevano poi essere approvati dalla Sacra Congregazione.
C'era poi il "Sindacato", che sottoponeva a giudizio tutti coloro
che avevano amministrato denaro o beni della comunità.
Per quanto riguarda infine il governatore, Lodolini spiega che
aveva funzioni più o meno simili a quelle del nostro attuale
segretario comunale: egli rappresentava il potere centrale in seno
alla comunità. Tornando a Civita Castellana si può osservare che
la prima seduta consiliare tenuta dopo gli eventi repubblicani
risale al 14 dicembre 1800, quando il "Consiglio Pubblico" si
riunisce per deliberare su una richiesta di risarcimento presentata
da un fornaio.
Dati più precisi sulla ricostituzione dell'amministrazione
locale si ottengono dalla riunione del Consiglio Generale del 10
marzo 1801, tenutasi per decidere sul conferimento del
depositariato a Filippo Paglia.16 Alla seduta partecipano:
Lorenzo Morelli fiscale e governatore ad interim, Giovanni
Finesi e Domenico Politi conservatori, sedici consiglieri ed un
deputato ecclesiastico, Domenico Lepore.17 Da un passaggio del
verbale della seduta, nel quale è annotato che:
"nella enumerazione dei voti ne furono trovati due di più del
numero dei consiglieri intervenuti, e comunemente fu giudicato
potessero essere stati quelli esistenti nella bussola e venutosi
quindi a nuova pallottazione", si può dedurre che la
composizione dei Consigli cittadini era regolata dal sistema
della bussola.

14
Grazie a questo sistema i nomi dei personaggi più illustri
della città venivano inseriti in specifiche bussole ed estratti a
sorte come consiglieri alla vigilia di ogni seduta consiliare.
Anche per le magistrature esisteva un apposito bussolo detto
"degli spicciolati". Questo si rileva da una lettera inviata dal
governatore alla Sacra Congregazione nel febbraio del 1802.
Nella lettera è scritto che sono stati estratti dal bussolo alla
carica di magistrato due personaggi riconosciuti come debitori
comunitativi nel sindacato fatto loro dall'avvocato Buttaoni, un
inviato pontificio incaricato dalla Sacra Congregazione di
mettere ordine nei conti della città18. Dal rincorrersi poi dei
nomi dei diversi consiglieri e magistrati si può vedere come
questi appartenessero per lo più alla classe dei notabili:
proprietari terrieri o ricchi allevatori molti di loro erano stati
anche direttori del Monte di Pietà o depositari. Accanto ai
notabili c'era anche qualche grosso appaltatore degli esercizi
commerciali e qualche professionista.
Questi personaggi, il più delle volte, esercitavano tali cariche
anche per molti anni di seguito nonostante non godessero di una
buona reputazione, fossero dichiarati incapaci in denuncie
anonime o ancora fossero molto spesso dei debitori
comunitativi, come nel caso dei due magistrati estratti nel 1802.

Una nuova etica nell'amministrazione pontificia

Questo caso però segna una svolta, i due magistrati infatti


vengono rimossi dall'incarico ed al loro posto viene nominato un
cittadino non debitore. Siamo nel 1802, nel cuore cioè di quella
fase della prima restaurazione che sembra improntata a valori
quali l'onestà e la rettitudine, in un tentativo di recupero etico
che riguarda tutta l'amministrazione cittadina.
Il fatto poi diventa ancora più significativo se correlato ad
altri episodi: nel 1802 il montista denuncia che il capo
conservatore Augusto Paglia è da molti anni debitore del Monte
di Pietà e non ha mai voluto pagare adducendo la propria
povertà come scusa. Il governatore reagisce alla denuncia

15
ordinando al Paglia di saldare il suo debito se vuole conservare
l'incarico.19
Da un altro ordine della Sacra Congregazione inviato a Civita
Castellana nell'aprile del 1802, si evidenzia come anche il figlio
di Augusto Paglia, Filippo, il quale esercita la funzione di
esattore, sia stato esautorato dal suo incarico per non aver
presentato il rendimento dei conti dell'anno precedente.20
Mancanze come quelle attribuite ai Paglia solo pochi anni
prima sarebbero passate del tutto inosservate, o al più avrebbero
provocato qualche sentita quanto inutile protesta.
Ora, invece, non solo le denuncie non rimangono inascoltate,
ma contro gli amministratori in difetto vengono presi seri
provvedimenti.
Questa impressione è confermata anche dal fatto che nel 1802
si vuole ricostituire la Congregazione Economica, abolita dai
francesi ma che in passato aveva svolto due importanti funzioni:
quella di controllo sull'attività dei magistrati e del Consiglio
Segreto, come quella di veto sulle loro decisioni.
La proposta viene avanzata da più parti in seguito ad una
denuncia anonima del luglio 1802, che sottolineava la
corruzione dilagante in città, in particolare tra i magistrati,
giudicati persone inette e legate solo ai propri interessi e per
giunta (accusa abbastanza grave per quei tempi se rivolta ad un
amministratore pubblico) "impossidenti".
In particolare il vicario generale, in una missiva dell'agosto
del 1802, si dice d'accordo con l'idea di dotare la comunità di un
economo e di una Congregazione Economica composta come in
passato da due laici e da due ecclesiastici.
Egli inoltre propone che questo nuovo organismo faccia delle
ricerche sui crediti della comunità sia antecedenti che
contemporanei all'invasione.
Il 25 agosto 1802 il delegato apostolico di Viterbo, Parido
Giustiniani, dopo aver sentito il parere del vicario generale,
scrive a proposito della denuncia del mese precedente:
"Il motivo principalmente degli sconcerti si ripetano non
tanto nella inettezza di quei consiglieri che dal poco zelo, che
hanno per il vantaggio del pubblico, e della popolazione".

16
Egli con queste parole evidenzia come la causa dei gravi
problemi della comunità non risieda tanto nell'incapacità e
nell'impreparazione della classe amministrativa, quanto piuttosto
nella sua scarsa responsabilità verso la cosa pubblica e, nella sua
mancanza di senso morale. In quest'ottica appare naturale che
Parido Giustiniani chieda di inviare a Civita Castellana un
economo "in un soggetto fornito di tutta l'avvedutezza e di e
quale onestà".
Questa maggiore incisività, questo spirito nuovo che
caratterizza le azioni degli amministratori locali, non è altro che
lo specchio di un progetto più ampio e globale, che a Roma
stavano sperimentando papa Pio VII ed il suo segretario Ercole
Consalvi nel tentativo di dare un nuovo vigore allo Stato
Pontificio. Caracciolo e Caravale così li definiscono:
"Erano entrambi giovani poco esperti ma anche poco
compromessi: poterono agire con una indipendenza di
movimenti che non ne faceva tanto i restauratori quanto gli
esponenti di un tentativo estremo di ridare vitalità allo Stato,
respiro al paese".21

Clero e Popolazione nelle direttive morali del vescovo De


Dominicis

In questa stessa direzione sembra muoversi Lorenzo De


Dominicis, vescovo di Civita Castellana, che con una visita
pastorale indetta il 23 maggio 1800 intende attestare il suo
ritorno agli impegni pastorali di sempre tra i fedeli. Nell'editto di
apertura di questa prima visita pastorale dopo la repubblica egli
esprime il suo sollievo nel poter tornare ad adempiere ai propri
impegni:
"Giacché dopo l'universal disordine delle cose civili ed
ecclesiastiche ci troviamo finalmente in stato di poter soddisfare
i nostri indispensabili doveri colla presente visita pastorale".22
E dopo aver dichiarato aperta la sua visita secondo le formule
di rito, torna su alcuni temi a lui particolarmente cari:
l'officiatura del coro, i costumi degli ecclesiastici e l'educazione
dei chierici.

17
Sull'officiatura del coro interviene con un'editto del giugno
1802 che, al fine di rimuovere "la passata indolenza", detta
regole molto severe per assicurare la partecipazione dei canonici
a quella che egli definisce una delle funzioni "più essenziali per
il buon servigio di questa nostra chiesa cattedrale".23
Con un altro editto del luglio 1802 il vescovo richiama gli
ecclesiastici a più severe norme comportamentali, invitandoli ad
un maggior rigore morale e ad un maggior rispetto della loro
dignità ecclesiastica. A tal proposito, egli ripristina norme già
precedentemente introdotte contro l'abitudine "di frequentare
Luoghi Pubblici, ove si vende vino, ed ivi trattenersi a bevere in
disdoro del sublime lor grado, e con i scandalo de Secolari". E
ne introduce di nuove contro un'altra cattiva abitudine fattasi
strada nel clero di Civita Castellana: quella di giocare d'azzardo
"cosa, che ha recato ammirazione anche alle Truppe estere, che
quivi hanno soggiornato".
Questo insieme di norme intende scoraggiare simili
comportamenti con la minaccia della sospensione a divinis per
gli ecclesiastici e della mancata promozione agli ordini per i
chierici. Infine De Dominicis si sofferma su un tema che, come
si vedrà in seguito, sembra stargli particolarmente a cuore:
quello dell'educazione delle giovani leve del clero, i chierici
appunto, che vengono invitati a dimostrare il loro spirito
religioso frequentando assiduamente le messe, la scuola, la
dottrina e gli oratori. Nemmeno i parrocchiani della cattedrale,
rei di riunirsi in sagrestia a far chiacchere inutili intorno al
fuoco, si sottraggono agli aspri richiami del vescovo. Con questo
loro comportamento, secondo De Dominicis, essi mostrerebbero
scarso rispetto per quei fedeli desiderosi di assistere alla messa e
di confessarsi; il sagrestano viene perciò incaricato di
allontanarli dalla chiesa senza troppi complimenti.
Questi provvedimenti del vescovo non sono nuovi nella
sostanza, in quanto egli ne aveva emanati di simili già in
precedenza, ma nuovo è il clima nel quale vengono accolti. Ora
De Dominicis non è più isolato nei suoi sforzi di rialzare le sorti
della vita morale della comunità. Il suo tentativo infatti trova
vasta eco in un programma più ampio e globale che si sta

18
sperimentando non solo a Civita Castellana, ma in tutto lo Stato
Pontificio.

Il peso dell'occupazione francese ed il nascere di nuovi


conflitti fra centro e periferia

Anche il Buon Governo, nel solco della restaurazione, mira a


riprendere in mano il controllo delle comunità sottoposte alla
sua giurisdizione. E mostra questo suo proposito, in primo
luogo, nei tentativi di riorganizzare il sistema tributario mosso
anche dalla necessità di rimpinguare le finanze dello Stato. In
questo suo intento però si trova a dover fronteggiare la
determinata opposizione di una comunità che ha già pagato un
prezzo altissimo per i tre anni di guerre combattute sul proprio
territorio.
Si instaura così un rapporto conflittuale tra il potere centrale,
che nel 1801, appena restaurato, pretende sia il pagamento delle
tasse arretrate che quello di una nuova imposta sul terratico, e la
comunità che dopo aver pagato a più riprese lo scotto della
guerra non è più disposta a sottostare a nuovi balzelli.
Il contrasto risulta evidente dal testo di alcune lettere che i
rappresentanti delle principali istituzioni cittadine, i
rappresentanti del clero ed importanti funzionari locali inviano
al Buon Governo nel marzo del 1801 per chiedere l'esenzione
dalla nuova imposta sul terratico, come dal pagamento di tasse
arretrate.
Il 15 marzo 1801 il governatore, Angelo Parisi, con una sua
lettera informa il prefetto del Buon Governo di aver già fatto
completare i riparti per la nuova tassa sul terratico e di aver
consegnato i libretti di "esazione". Egli però teme che nemmeno
con la forza si riuscirà ad ottenere il pagamento richiesto dalla
Sacra Congregazione, in quanto sono venute meno le principali
fonti di introito della collettività. Il bestiame "unica industria
della comunità perché tolta questa altre entrate non sussistono" è
stato oggetto di razzie ed uccisioni ed i fondi rustici "ora non
danno quasi niente ai padroni". Egli quindi chiede se non la
completa esenzione almeno una qualche dilazione visto che il

19
pagamento dovrebbe essere effettuato entro dieci giorni.24 In un
altro carteggio sono poi contenute altre tre suppliche: una a
nome dell'economo, una a nome dei pubblici rappresentanti e
un'altra a nome dei rappresentanti del clero cittadino.
L'economo nella sua lettera del 21 marzo 1801 compila una
sorta di memoria sui tre anni passati, al fine di ottenere
l'annullamento di alcuni dazi camerali arretrati.25 Egli riferisce
che i francesi arrivarono a Civita Castellana nel febbraio 1798 e
vi rimasero fino all'agosto 1799 pretendendo dalla popolazione il
totale "mantenimento". Ai francesi subentrarono quelle che
l'economo chiama "le masse degli insorgenti": truppe lealiste
aretine appoggiate dalle masse disperate che misero a ferro e
fuoco le campagne, uccisero e razziarono il bestiame,
dilapidarono i generi di prima necessità, saccheggiarono le case
e la città. Dopo di loro fu la volta degli "imperiali", che non
furono in niente meno avidi dei francesi e rimasero in città per
un periodo quasi corrispondente, pretendendo anche loro "il
totale mantenimento". E sottolinea ancora l'economo:
"La reggenza imperiale di Ancona lungi dal prendere
l'esigenza delle imposte camerali arretrate avea anzi data la
speranza di risarcire le grandiose spese alle quali soggiaceva
(la comunità) per il mantenimento della truppa e fortezza, le
quali spese sebbene mediante un conteggio fatto davanti ad un
commissario imperiale si trovassero ammontare alla vistosa
somma di scudi 14.000 furono nondimeno militarmente ridotte
ad una metà". Una volta tornata la città sotto il dominio della
Santa Sede, "quando i poveri possidenti si lambiccavano il
criterio non per rifabbricare l'incendiati abituri della campagna
ma per principiare qualche coltivazione delle abbandonate
terre, per ricomprare qualche bestia da lavoro, ecco scatenati i
commissari della già tesoreria del Patrimonio", la cui
amministrazione pretende il pagamento di 4.500 scudi per tasse
camerali arretrate.
Ma, continua l'economo, "Fidati i communisti che niun
danno sarebbe derivato a Pubblico da questa intimazione
perché niuno è tenuto a dare quello che non ha, molto meno
quando ha dato tutto quello che avea, erroneamente credevano
di liberarsi dalle molestie con il pagare gli scavalchi ai

20
commissari".26 Mentre però pendeva un ricorso della comunità
di fronte al segretario di stato per ottenere la sospensione dal
pagamento della somma di 4.500 scudi, i cittadini "si veggono
eseguire la rappresaglia dal commissario (della tesoreria del
patrimonio) dal quale (... ) hanno a stento ottenuta l'esenzione
del bestiame dalla esecuzione".
Quello che più colpisce in questa lettera, oltre all'accanimento
delle truppe straniere sulla città, è il senso di fiducia tradita nei
confronti del Buon Governo. Infatti mentre "i communisti" e la
cittadinanza tutta, si avviano fiduciosi alla ricostruzione dopo la
guerra, tra le braccia di quella che considerano la propria madre
tutrice, ecco che questa prende le sembianze degli spietati
commissari della Tesoreria del Patrimonio la cui
amministrazione pretende le tasse arretrate relative al triennio
rivoluzionario. Così i cittadini, che prima avevano pagato ai
francesi, poi agli aretini, poi ancora agli imperiali, ora non
vogliono proprio credere di dover pagare anche al governo
pontificio che l'economo qualifica come "madre tutrice" e "il più
pietoso il più clemente dei sovrani". Il peso della guerra viene
ancora sottolineato in una lettera che i "pubblici rappresentanti e
la comunità di Civita Castellana" inviano al Buon Governo,
questa volta per ottenere l'esenzione dalla nuova tassa sul
terratico, sempre nel marzo del 1801.27
Dalla lettera emerge che la città conta 3.000 anime: il suo
territorio viene definito "infelice", l'industria "poca" ed il paese
"miserabile".
Anche prima dell'invasione dei repubblicani la città era
oberata da un debito di 80.000 scudi: a cui si devono aggiungere
ora i 50.000 spesi per i francesi ed i 14.000 spesi per i tedeschi,
senza contare il mantenimento delle truppe napoletane, aretine e
degli altri paesi, per comprendere il vertiginoso buco finanziario
in cui ora essa si trova coinvolta.
I pubblici rappresentanti spiegano poi che la città fu
sottoposta ad assedio per ben due volte: prima "dai francesi e dai
napoletani" poi "dalle masse e dai repubblicani". Il bestiame,
sull'allevamento del quale si basa l'economia cittadina, fu
oggetto di furti e razzie. Gli olivi, le viti, i seminati furono
sradicati, tagliati ed incendiati. "Le fabbriche" di campagna

21
furono devastate e quelle di città risultano "molto pregiudicate".
Le case dei "migliori possidenti" furono sottoposte a saccheggio
dai francesi più volte, soprattutto durante il ritiro da Roma e poi
ci fu il saccheggio generale fatto "dalle masse". In questa
situazione, concludono i pubblici rappresentanti, la comunità si
trova nella "fisica impotenza" a poter supplire al pagamento
della nuova tassa sul terratico, almeno per il momento.
Anche coloro che dovrebbero essere i più solleciti
nell'obbedire agli ordini della Sacra Congregazione, cioè i
membri del capitolo e il clero secolare e regolare, gli
amministratori dei luoghi pii e le monache di Civita Castellana,
chiedono una dilazione sul pagamento della nuova tassa sul
terratico.
Il fatto è documentato da una loro lettera inviata a Roma
sempre nello stesso marzo 1801, che si limita ad elencare in
maniera molto stringata i seguenti motivi a sostegno della
richiesta: a) il saccheggio attuato da parte delle truppe straniere;
b) i tre anni di guerra continua; c) la scarsezza di viveri.28
Che anche i rappresentanti del clero cittadino si uniscano alle
richieste dei pubblici rappresentanti e dell'economo dà l'idea non
di una casualità, ma di un'azione concertata volta a rafforzare
un'istanza comune mediante la sua rappresentazione da tre
diversi punti di vista: quello del clero, quello della cittadinanza
per nome dei pubblici rappresentanti, e quello dell'economo che
vigila sulle finanze cittadine.

Buon Governo e nuovo ordine amministrativo. Il problema


dell'evasione fiscale

L'iniziativa della Sacra Congregazione però non si esaurisce


in arido fiscalismo mirato ad incamerare i proventi delle imposte
arretrate.
Le emergenze create dalla guerra fanno sì che l'azione del
Buon Governo acquisti un carattere più energico e nuovo
rispetto al passato. Il testo della lettera dei pubblici
rappresentanti, sopra citato, dice bene come Civita Castellana
già prima del periodo precedente alla repubblica avesse un

22
passivo di bilancio pari ad 80.000 scudi ed ora, a questa somma,
bisogna aggiungere i danni provocati dalle truppe straniere che
ammontano ad una cifra quasi corrispondente. Questo insieme di
motivi rende ormai improrogabile una seria indagine
sull'amministrazione delle finanze cittadine e la ricerca di
eventuali falle.
Che il potere centrale si sia posto questi problemi è
documentato in primo luogo da una lettera che il governatore
scrive nel luglio del 1801, in risposta ad un ordine emanato dal
Buon Governo il mese precedente.29
Il governatore assicura che, come ordinato, sta portando a
termine la revisione dei conti degli esattori, magistrati,
depositari, computista e segretario. Alla lettera egli poi allega
una lista dei debitori comunitativi, coloro cioè che avevano dei
conti in sospeso conla comunità per non aver pagato alcune
imposte negli anni passati. La lista comprende i debitori già
conteggiati ed include i nomi più illustri della città, quelli che
più frequentemente si rincorrono tra magistrati, consiglieri, o
depositari: i vari Ortensio Paglia, Paolo Rosa, Giovan Battista
Ciotti, Domenico Paradisi, solo per citare i più significativi. I
loro debiti risultano ammontare alla somma complessiva di
scudi 3.822,79. Gli stessi, però, si dichiarano creditori della
comunità per una somma di molto superiore, pari a 9.417,51
scudi, per le somministrazioni da loro elargite alle truppe
straniere.
Nonostante questo e nonostante il fatto che molto spesso
questi debitori siano tali da decenni ed a volte siano anche
portatori di debiti che si tramandano di generazione in
generazione, da padre in figlio senza essere mai pagati, il
governatore ostenta ottimismo e si dice fiducioso che tutti
adempiranno ai pagamenti dovuti.
Tanto ottimismo è dovuto al fatto che, dice il governatore,
finora i debitori hanno ottemperato ai pagamenti previsti.
L'ottimismo si stempera, però, l'anno successivo, quando la
Sacra Congregazione riceve il resoconto dell'avvocato Buttaoni,
un visitatore dalla stessa inviato a Civita Castellana con il
compito di rivedere i conti dei diversi esattori ed amministratori
del Monte di Pietà, stilando quindi una lista esatta dei debitori

23
comunitativi.30 Sulla data dell'incarico mancano notizie precise:
comunque il resoconto del Buttaoni è datato luglio 1802 e a
questo punto l'inviato pontificio sembra giunto alla fine del
proprio lavoro.
Egli infatti scrive che sta ultimando i sindacati dei pubblici
esattori e che entro pochi giorni arriverà alla "liquidazione" dei
diversi debitori comunitativi. Dove per "liquidazione" si intende
l'accertamento del diritto del creditore sul piano giuridico e
dell'entità del debito sul piano contabile.31
Buttaoni però è molto meno ottimista del governatore: i
debitori comunitativi non hanno ottemperato ai pagamenti come
previsto e per di più uno di loro, il marchese Andosilla, ha
intenzione di servirsi dei crediti assunti nei confronti della
comunità per le somministrazioni alle truppe straniere a
estinzione dei suoi debiti arretrati.
A sostegno delle sue pretese Andosilla può esibire i buoni
ricevuti da francesi ed aretini in cambio delle somministrazioni
ai loro eserciti.
Buttaoni, inoltre prevede, che il caso del marchese non
rimarrà isolato e che molto presto anche tutti gli altri debitori
comunitativi presenteranno delle eccezioni simili alla sua. Ma, a
complicare un possibile riordino delle finanze cittadine non è
solo la questione dei debitori comunitativi, che ora pretendono
di compensare i loro debiti con le somministrazioni alle truppe
straniere. Il peso dell'occupazione straniera ha pesato su tutti e
non ha risparmiato nessuno, creando una situazione tale che,
chiunque abbia fornito anche pochi litri di vino o qualche
"rubbia" di grano agli eserciti stranieri, o possa vantare antichi
censi inesatti durante la repubblica, ora si fa avanti a chiedere la
giusta mercede in una litania continua ed ossessionante.
Tra i documenti di cui è rimasta traccia nell'Archivio del
Buon Governo, solo nel periodo che va dal 1801 al 1805, si
possono mettere insieme circa settanta richieste di reintegrazione
per "somministrazioni date", salari non pagati, frutti di censo
inesatti. Il caso più documentato è quello della famiglia Leonori,
che nel 1801 chiede il pagamento di alcuni frutti di censo
inesatti durante il periodo repubblicano. A sostegno delle sue
richieste la famiglia invia al Buon Governo una serie di

24
suppliche: nella prima, risalente al 1801, Pietro Leonori, il capo
famiglia, sottopone alla Sacra Congregazione una proposta
presentata come estremamente vantaggiosa per la comunità di
Civita Castellana: questa pagherà immediatamente la metà dei
frutti di censo dovutigli ed egli si impegnerà ad abbonare il resto
della somma. Leonori spiega la sua disponibilità a questo
sacrificio con le difficili condizioni economiche in cui si trova,
"per il saccheggio provato ed altre disgrazie sofferte nel tempo
dell'intruso governo democratico, nel quale anche soffrì
l'arresto e deportazione (... ) a motivo di essere l'o. re del partito
reale ed Ecclesiastico".
La proposta viene però rifiutata dal Consiglio Cittadino a
causa del "vuoto effettivo delle pubbliche casse che non
permettono alla nostra comunità di pagare somma veruna".32
Nel settembre successivo, dopo la morte di Pietro Leonori, a
rivolgersi alla Sacra Congregazione con una nuova supplica è la
sua famiglia, una volta invidiata per ricchezza e nobiltà e ora
ridotta in miseria a causa dei saccheggi, delle persecuzioni e
delle detenzioni subite nel periodo repubblicano.
A sostegno delle proprie richieste ora presenta alla Sacra
Congregazione un decreto del governo di Roma del 1800, dove i
Leonori vengono indicati al papa come degni di ogni
considerazione per la dedizione dimostrata alla "buona causa",
insieme con un dispaccio della Regia Corte di Napoli con cui,
sempre i Leonori, ricevono una menzione da parte del papa. Un
ordine inviato alla comunità di Civita Castellana documenta che
questa volta il Buon Governo ha ascoltato le suppliche dei
Leonori. L'ordine infatti contiene l'intimazione a pagare loro i
frutti di censo decorsi dal gennaio al giugno del 1801.
Ma a nulla valgono gli ordini della Sacra Congregazione, i
dispacci della Regia Corte di Napoli, o i decreti del Governo di
Roma: il Consiglio Cittadino nega di nuovo il suo assenso alle
suppliche della famiglia Leonori giustificandolo ancora con il
vuoto delle casse comunali.33
Solo nel 1803 la famiglia riuscirà ad ottenere il pagamento
parziale dei frutti di censo del 1801. Il fatto trova riscontro nelle
parole di una nuova supplica, inviata al Buon Governo nel
gennaio del 1803 per chiedere il pagamento dei frutti di censo

25
del 1802, dopo aver ricevuto la metà di quelli dell'anno
precedente.34 Se le richieste per i frutti di censo arretrati
riguardano soprattutto l'antica nobiltà, come i Leonori appunto,
o opere pie, il quadro si allarga quando le richieste di rimborso
riguardano le somministrazioni alle truppe straniere.
Queste provengono soprattutto da proprietari terrieri le cui
culture sono state distrutte o requisite da allevatori il cui
bestiame è stato razziato, da osti che nei tre anni di guerra hanno
ospitato solo soldati rifornendoli di tutto il necessario, da
commercianti costretti a consistenti somministrazioni alle
truppe.
In uno di questi carteggi, risalente al febbraio 1801, la vedova
Tarquini chiede al Buon Governo il risarcimento promesso di
dieci rubbi e di biada somministrate "alla truppa imperiale".
Ma oltre a questo i Tarquini elargirono in favore delle truppe
francesi una contribuzione di 1400 scudi e subirono l'incendio di
un loro terreno durante la concitata fase della presa di Civita
Castellana da parte dei repubblicani.35 Se esiste qualche
speranza che la vedova Tarquini sia reintegrata della
somministrazione concessa alle truppe imperiali, queste
speranze scemano del tutto quando si tratta delle
somministrazioni alle truppe francesi. Il dato viene confermato
anche dalla copia di una risoluzione consiliare concernente le
richieste di un fornaio, che prese in affitto il forno durante il
periodo repubblicano e dovette somministrare alle truppe
francesi pane, semola e contribuzioni in denaro, in osservanza
dei tanti ordini speditigli "da quella allora detta munucipalità".
Il 14 dicembre 1800, per la prima volta dopo il periodo
repubblicano, il pubblico Consiglio Cittadino si riunisce per
deliberare sulla sua richiesta. Prende la parola il consigliere
Domenico Coluzzi per affermare che "trattandosi di un credito
dato in tempo della passata repubblica, trovandosi la comunità
impossibilitata a soddisfare non solo questo, ma anche la
multiciplità degli altri che ne verrebbero in seguito si contenti di
ritirare un bono de nostri deputati".
Dall'approvazione della proposta di Coluzzi scaturisce una
risoluzione consiliare che chiarifica subito ai cittadini di Civita
Castellana come la loro municipalità non abbia nessuna

26
intenzione di farsi carico delle somministrazioni elargite a
favore dei francesi.36 La decisione presa in questo senso è ferrea,
può poggiare su un ordine emanato in tal senso dal Buon
Governo e non ammette eccezioni nemmeno di fronte ai casi più
pietosi: come quello dell'ostessa Domenica Pini. La sua osteria
ha rifornito le truppe francesi di fieno, biada e vino durante il
periodo repubblicano e ora la signora Pini, vedova ed in miseria,
si trova costretta a chiedere alla comunità almeno un sussidio
mensile per poter sopravvivere.37
Alle richieste per i frutti di censo arretrati ed a quelle per il
rimborso delle somministrazioni alle truppe straniere si
aggiungono le richieste dei "salariati".
A questa categoria appartengono il medico, il chirurgo, il
maestro di scuola, il segretario comunale, il computista ed altri
professionisti stipendiati dal Comune.
Tutti parte di quella burocrazia legata alla Sacra
Congregazione che, durante il periodo repubblicano, si ritrova
improvvisamente privata di tutti i privilegi di cui aveva goduto
sino ad allora. Tornato il governo pontificio le difficoltà dei
salariati sono comprovate da alcuni documenti molto
diversificati per genere. Quello in cui si fa un riferimento più
diretto alla questione è una lettera inviata al Buon Governo a
nome degli "zelanti del vero bene" nel febbraio del 1803.
Secondo gli "zelanti", alcuni "salariati" a Civita Castellana
"soffrono angustie indicibili per non esser pagati, onde avviene
che ritardano nel prestare le loro opere a favore della
comunità".38
Ma già nel marzo del 1801 il magistrato Franco Petti Antonisi
aveva informato il Buon Governo circa estrema difficoltà nel far
fronte alle retribuzioni dei salariati. Nella sua lettera il Petti
descrive il formarsi di un circolo vizioso per cui nella necessità
di garantire loro gli stipendi si devono incamerare gli affitti dei
proventi pubblici (pascoli comuni, esercizi commerciali),
sennonché gli affittuari pretendono di compensare gli affitti con
i crediti assunti nei confronti della comunità per le
somministrazioni alle truppe straniere.

27
La questione viene poi ulteriormente approfondita dal
governatore Angelo Parisi. Egli, nell'inviare al prefetto del Buon
Governo il memoriale del magistrato, scrive il mese successivo:
"giacché la cassa di questo erario è non solo vuota affatto
ma è anche gravata dai debiti correnti e mensuali e se non
potranno esigersi i proventi ed i dazi comunitativi, ne verranno
assurdi gravissimi, specialmente in quei che servono e non
possono alla scadenza del mese essere pagati dalla comunità" A
peggiorare la situazione, aggiunge il governatore, c'è il fatto che
la comunità continua ad essere assoggettata all'obbligo di
"alloggiamento" delle truppe straniere.39
La portata dei problemi economici e finanziari che la città si
trova ad affrontare, in una situazione estremamente labile in cui i
primi tentativi di restaurazione si mescolano al continuo
passaggio di truppe straniere, rende difficile qualsiasi tentativo
di risoluzione.
La comunità si trova stretta in una morsa con il Buon
Governo da una parte che pretende di ristabilire l'ordine
tributario, ed i propri cittadini dall'altra che non sono in grado di
pagare nuovi balzelli, ma pretendono di essere reintegrati per i
saccheggi subiti e le requisizioni estorte dalle truppe straniere. In
questa situazione si scatena una lotta in cui tutti sono contro
tutti, che vede opporsi la disperazione di chi ha perso tutto
all'egoismo di chi ha conservato parte della propria ricchezza e
la difende tenacemente. Così se da una parte Domenica Pini,
ridotta in miseria dopo che la sua osteria per molti mesi ha
ospitato solo soldati, è ora costretta a chiedere un sussidio
mensile per poter andare avanti, dall'altra il marchese Andosilla,
che pur tra requisizioni e saccheggi ha mantenuto parte della
propria ricchezza, presenta alle autorità pontificie il conto delle
somministrazioni fatte con tanto di "rescritti" dei governi
stranieri. In molti poi hanno speculato sul mercato degli
approvvigionamenti.
Ad avvalersi maggiormente di questo mercato furono alcuni
proprietari che, certamente, subirono razzie di bestiame,
saccheggi e requisizioni, ma anche poterono approfittare delle
cariche assunte durante il periodo repubblicano, o di connivenze
con quel regime, per gonfiare l'entità degli approvvigionamenti.

28
Il problema del rimborso degli approvvigionamenti assume poi
connotazioni particolari per il fatto che molto spesso i
proventieri erano anche debitori comunitativi, che grazie alle
somministrazioni poterono trasformarsi in creditori della
comunità.
È il caso di Giovan Francesco Ettorre, debitore della
comunità in solido con Giuseppe Minio per la somma di 1.057,8
scudi, che fu edile al tempo della repubblica. Egli nel 1802
chiede la bonifica del suo debito in ragione delle requisizioni e
dei saccheggi subiti durante il biennio rivoluzionario. Ne nasce
una controversia tra questi proventieri e la Sacra Congregazione
che vede confondersi il problema del rimborso degli
approvvigionamenti con quello dei debitori comunitativi.

I primi tentativi di riordino finanziario in seno alla


comunità

Si è visto infatti nelle pagine precedenti che la comunità, già


prima dell'occupazione era oberata da un debito di 80.000 scudi
addebitabile in parte alla cronica inefficienza del sistema
tributario pontificio, ma anche ad un problema di evasione
fiscale che assumeva proporzioni proccupanti.
Il Buon Governo tenta seriamente di porre rimedio alla
questione solo dopo il periodo repubblicano, chiedendo la lista
dei debitori comunitativi prima al governatore e poi al visitatore
Buttaoni. Ma già il Buttaoni nel 1802 aveva espresso forti timori
che questi debitori potessero sottrarsi ai pagamenti dovuti.
Ed i timori dell'inviato pontificio non si rivelano vani infatti: i
debitori comunitativi ora, in virtù dei buoni ricevuti dalle
autorità straniere, non solo possono estinguere i propri debiti
arretrati, ma possono anche presentarsi come creditori della
comunità.
Nel tentativo di porre argine al problema, la Sacra
Congregazione nel 1805 incarica un esattore creato ad hoc per
l'esazione delle tasse comunitative arretrate. Il suo nome è
Francesco Petti ed è uno dei maggiori creditori della comunità
per le somministrazioni alle truppe estere, tanto che il Buon

29
Governo, per spingerlo ad un'azione rapida ed efficace, gli dà la
possibilità di incamerare parte della somma esatta ad estinzione
del suddetto credito. Nella sua azione però egli si trova in netta
antitesi con i debitori comunitativi ed i nodi dei loro contrasti
vengono alla luce quando due osti, i fratelli Antinori,
denunciano alla Sacra Congregazione di aver ingiustamente
ricevuto da Petti l'intimazione a pagare una gabella risalente al
1800 per la quale loro avevano ottenuto un abbuono da parte
delle autorità imperiali. Il ricorso degli Antinori mette in moto
tutto un meccanismo procedurale, che, esulando dal loro caso
specifico, coinvolgerà tutta l'attività del Petti fino a metterne in
discussione la sua stessa continuazione.
Infatti il vero problema che emerge dal procedimento non è
tanto quello dei due osti, quanto quello dei vecchi debitori
comunitativi che sembrano rimanere impermeabili a qualsiasi
costrizione al pagamento. Perché, sottolinea il governatore in un
suo memoriale contenuto nello stesso carteggio:
"Si dà la circostanza che la nota trasmessa (quella dei
debitori comunitativi trasmessa dal governatore nel 1801,
ibidem pag. 46) compone l'intero consiglio segreto e
magistratura tanto che resta in mano di essi e a loro bell'agio,
l'archivio i registri e documenti tutti comprovanti i loro
liquidissimi debiti come ancor rimangono in loro libertà tutti li
boni ritirati dall'amministrazione repubblicana nel qual tempo
con pochi paoli ritraevasi da commissari corrotti qualunque
dichiarazione anche di centinaio di scudi".
Grazie a brogli ed intrallazzi, conclude il governatore, questi
individui finiscono col ritrovarsi creditori della comunità
anziché suoi debitori.
La difficoltà della situazione era già del resto stata chiarita
dallo stesso Francesco Petti Antonisi, l'esattore incaricato, in una
lettera al Buon Governo dell'agosto 1805. Nella lettera Petti
dichiarava la sua impossibilità ad adempiere al compito ricevuto
perché i debitori "con l'aiuto di altri individui comunitativi
anche loro debitori, coloriscono i rispettivi debiti in modo che
svaniscano del tutto o si riducano a freddure". A compromettere
definitivamente il lavoro di Francesco Petti intervengono voci ed
illazioni tendenti a delegittimare la sua figura, e ad insinuare una

30
collaborazione con il regime repubblicano, grazie alla quale egli
stesso si sarebbe trasformato da debitore in creditore
comunitativo.
A sostegno di queste voci viene utilizzata una memoria del
Buttaoni, risalente al marzo 1804, nella quale il visitatore
pontificio sostiene che il capitano Petti, fino all'invasione
francese, era debitore della comunità per la somma di 1.699,75
scudi ed aveva perciò ceduto in "salviano" un suo terreno
denominato Carcarasi.
Durante il biennio repubblicano, poi, Petti aveva assunto due
distinti crediti nei confronti della comunità: il primo di 5.454,42
scudi a titolo di somministrazioni e in parte per razzie ed
uccisioni a cui era andato soggetto il suo bestiame; il secondo di
8.747,47 scudi acquisito come amministratore delle sussistenze
militari durante il periodo repubblicano.
Questo incarico egli dichiara, nella sua lettera dell'agosto
1805, di averlo assunto "obbligato a fare ciò a ragione
dell'officio addossatole dalla comunità e da lui esercitato con il
massimo impegno perché la patria non venisse saccheggiata
dalle truppe quivi stazionanti" Buttaoni però non è molto
convinto delle motivazioni patriottiche addotte dal capitano
Petti.
In particolare, l'inviato pontificio sostiene che i sindaci
deputati a controllare la sua amministrazione hanno ricevuto
solo l'ammontare del suo credito e non il "dare", cioè quanto
effettivamente egli elargì a favore delle truppe. E osserva che
Petti, come amministratore delle sussistenze militari, era
autorizzato ad imporre contribuzioni a tutti i paesi del Cantone.
Perciò se non si conosce il suo dare non si potrà mai sapere
quanto egli percepì e distribuì effettivamente in bestiame, biada
e denaro.
Detto questo Buttaoni ritiene che Petti non debba essere
rimborsato di questo suo credito e nemmeno dell'altro per le
razzie di bestiame subite, perché i danni da lui denunciati sono
talmente eccessivi da ingenerare sospetti di frode e perché
comunque la Sacra Congregazione dichiarò "non emendabili" i
danni di guerra.40 Il carteggio ora analizzato si limita a fornirci le
notizie elencate.

31
Comunque le difficoltà espresse da Petti nel costringere al
pagamento i debitori comunitativi trovano riscontro in un
episodio precedente.
Questo risulta da un memoriale che il governatore invia al
Buon Governo nel settembre del 1804. Dal memoriale emerge
che in agosto la Sacra Congregazione aveva dato l'ordine alla
comunità di esigere dai suoi debitori la somma complessiva di
7.318,51 scudi entro tre anni.
Nello stesso tempo però la Sacra Congregazione, essendo
stata informata della difficile situazione della comunità
saccheggiata più volte nel periodo dell'invasione e stazione e
luogo di presidio di molti eserciti stranieri, avrebbe voluto che i
creditori per somministrazioni alle truppe straniere e per antichi
censi od altro fossero soddisfatti. Ora il tutto, nella mente degli
alti funzionari sarebbe dovuto avvenire in maniera sincronizzata.
Una volta che la comunità avesse ricevuto le prime rate dai
propri debiti, avrebbe poi dovuto elargirle a favore dei suoi
creditori, che poi come si è visto erano molto spesso le stesse
persone.
L'incaglio di questo complicato meccanismo era però dovuto
al fatto che il Buon Governo concedeva spesso ai debitori
comunitativi le dilazioni che questi richiedevano. Quindi, riflette
il governatore, come potrà la comunità far fronte ai suoi
molteplici crediti alle scadenze previste quando i debitori
ottengono facilmente le dilazioni richieste?.41 Ma questo, così
come la nomina dell'esattore Petti, non è che un episodio della
lunga lotta che ora ed in seguito opporrà la comunità di Civita
Castellana ai propri debitori.

La crisi amministrativa e la contesa per la guida del Monte


di Pietà

Ricapitolando: la guerra intorno al mercato dei buoni che ha


trasformato ostinati debitori in creditori della comunità, la lotta

32
dei possessori di censi e dei salariati per vedersi reintegrati,
almeno in parte, di quello che non avevano ricevuto durante
l'occupazione, la controversia tra il potere centrale e la
municipalità sulla questione del riordino finanziario avevano
creato una situazione estremamente instabile.
Se a questo si aggiunge l'effetto prorompente della
rivoluzione con la rottura di equilibri già fragili e l'incertezza
della situazione che ne è scaturita, si può ben comprendere il
crearsi di un terreno fertile allo sviluppo di lotte intestine per il
controllo delle principali istituzioni della comunità.
Così nei primi anni dell'Ottocento si scatena tra laici ed
ecclesiastici la lotta per il controllo del Monte di Pietà.42

33
Capitolo II

La crisi del sistema pontificio

Abbiamo visto, nel precedente capitolo, abbattersi su Civita


Castellana quella che le testimonianze del tempo ci tramandano
come una spaventosa calamità: l'invasione delle truppe francesi,
con la successiva instaurazione del governo repubblicano e le
requisizioni, le violenze, i saccheggi che ne seguirono. Ma già i
contemporanei hanno la sensazione che questo evento non sia
l'origine di tutti i mali per la comunità e perlo Stato Pontificio,
quanto l'atto conclusivo di una crisi già in atto. Era una
situazione alla quale sembra applicarsi perfettamente
l'affermazione di Montesquieu ricordata da J. Le Goff:
"Se una causa particolare, come l'esito accidentale di una
battaglia, ha condotto uno Stato alla rovina, (... ) esisteva una
causa di carattere generale che provocò la caduta di quello
Stato per colpa di una sola battaglia" («Storia e Memoria», pag.
31).
L'occupazione francese può essere considerata quindi
quell'evento causale che ha provocato un'accelerazione nella
crisi del sistema pontificio, non certamente l'origine della crisi
stessa. Monsignor Sala, un prelato della curia romana poi
divenuto cardinale, ne è talmente convinto, da vedere nell'arrivo
dei francesi un segno provvidenziale che finalmente permetterà
una vera riforma dello Stato e della Chiesa. Scrive infatti nel suo
"Diario Romano degli anni 1798 - 1799:
"Il Principato e la Chiesa avevano bisogno di grandi riforme,
non servivano più puntelli per sostenere la fabbrica cadente e il
Signore vuole atterrarla del tutto per poi innalzare un nuovo
edifizio. Pensarà egli a scegliere què materiali, che potranno
mettersi di bel nuovo in opera escludendo gl'inutili calcinacci e i
legnami atti solamente al fuoco".1

34
Anche a Civita Castellana, come a Roma, serpeggia la
sensazione che l'invasione straniera sia solo l'ultimo atto di una
crisi più antica. La povertà della città e della gente è raccontata
in termini drammatici nelle lettere che i pubblici rappresentanti e
l'economo inviano al Buon Governo nel 1801. Eppur
ammettendo l'esagerazione dei toni utilizzata in quelle lettere,
cosa del resto naturale visto che erano rivolte ad ottenere
esenzioni fiscali, il quadro che ne emerge è piuttosto cupo.
I pubblici rappresentanti parlano di un paese "miserabile"
dove l'industria è "scarsa" ed il territorio "infelice". E precisano
che questa situazione non è dipendente solo dall'occupazione
francese quando scrivono che già prima del periodo
repubblicano la comunità era oberata da un debito di 80.000
scudi a cui ora bisogna aggiungere i 50.000 spesi per i francesi, i
14.000 per i tedeschi e tutte le altre spese relative al
"mantenimento" delle truppe aretine e napoletane. E l'economo
nel raccontare gli eccidi di bestiame, i saccheggi e le distruzioni
nelle campagne operate dalle truppe straniere, conclude dicendo
che queste in sostanza "smunsero le tasche di individui già
poveri".2
Ma è dal confronto di questi documenti con quelli antecedenti
al periodo repubblicano che si trae l'immagine di una comunità
in stato di estrema precarietà a cui l'occupazione ha contribuito
in maniera pesante, ma non determinante. Del resto anche la
storiografia generale individua la profonda crisi in cui versava lo
Stato Pontificio e ne riscontra le sue caratteristiche più evidenti
nell'inettitudine e nella corruzione di una classe dirigente
incapace di rinnovarsi, nei disordini finanziari e nell'arretratezza
economica.3
I preoccupanti dati relativi alle finanze cittadine, già
evidenziati nella loro lettera dai pubblici rappresentanti, trovano
riscontro in molti altri episodi: i ritardi, ad esempio, nel
compilare le tabelle comunitative che, come detto nel capitolo
precedente, erano dei bilanci preventivi redatti di anno in anno
da ciascuna comunità. Questi bilanci, una volta approvati dal
governatore o dal preside di provincia, venivano inviati alla
Sacra Congregazione, che doveva a sua volta rivederli e,
restituirli approvati entro dieci giorni.4

35
A Civita Castellana non solo erano molto frequenti i ritardi
nel trasmettere le tabelle, ma la loro compilazione era spesso del
tutto trascurata, come sembra indicare la mancanza di qualsiasi
documento relativo ai bilanci comunali nel corso di tanti anni
anche successivi.
Tra i vari esempi si può citare quello del 1790 quando il
segretario comunale nel rispondere alla Sacra Congregazione dei
ritardi relativi alla stesura del bilancio dell'anno precedente,
scrive che ciò accade perché il depositario non ha ancora
presentato il rendimento dei conti del 1789.5 Così facendo il
segretario ci porta al cuore del problema che è poi quello delle
disfunzioni del sistema di esazione fiscale. Il depositario, scrive
infatti Elio Lodolini, "aveva il compito di riscuotere tutti i
crediti della Comunità e di pagarne i debiti: pesi camerali,
interessi passivi, stipendi ai salariati". Veniva generalmente
eletto per un anno ed alla fine del suo incarico doveva presentare
un rendiconto del lavoro svolto.6 Egli era quindi una figura
centrale ed essenziale al buon funzionamento del sistema daziale
pontificio. Questo, almeno fino alla riforma del 1801, era basato:
sulle gabelle camerali che venivano incamerate dalla Reverenda
Camera Apostolica e sulle gabelle comunitative incamerate
invece dal Comune. Queste ultime venivano stabilite dalla
comunità con l'approvazione del Buon Governo. Dal pagamento
dei dazi comunitativi erano esenti gli ecclesiastici e gli altri
privilegiati; gli stessi però pagavano i dazi camerali.7
L'esazione di alcune gabelle comunitative poteva inoltre
essere data in appalto al miglior "offerente". I depositari o anche
esattori di imposte comunitative però, avevano difficoltà a
portare a termine il loro lavoro, verificandosi in tal modo ritardi
di molti anni. Questo dato emerge dal raffronto tra i diversi casi
di depositari rimasti debitori, in seguito ad esazioni loro
assegnate, e dalle numerosissime "richieste di mano regia", da
loro avanzate alla Sacra Congregazione. Per mano regia, infatti,
si intendeva un privilegio grazie al quale si poteva agire sui beni
del debitore insolvente e, in alcuni casi, procedere al suo arresto.
Era questo un privilegio che spettava alla comunità verso i
propri debitori.

36
Nel 1790, per esempio, Ortensio Paglia, che si era
aggiudicato per il triennio 1786-1787 l'esazione della gabella del
vino forestiero che pesava sul vino introdotto in città, essendogli
rimaste ancora molte "esigenze" da fare, chiede la proroga della
mano regia.8 Nel settembre 1791 un certo Federici, depositario
del 1787, chiede alla Sacra Congregazione "la dovuta
assistenza" avendo ancora molte "partite" da esigere. A volte poi
i ritardi assumono carattere decennale, tanto che ancora nel
luglio del 1796, Baldassarre Morelli, depositario del 1786,
chiede la "valida assistenza" per poter agire contro i debitori
insolventi9.
Le cose non migliorano neppure dopo la riforma fiscale
attuata da Pio VII nel 1801 che, abolendo 32 cespiti d'entrata,
basava il sistema fiscale pontificio su due sole imposte: la dativa
reale e la dativa personale.10 Nonostante la riforma, infatti, nel
1804 Filippo Paglia, che si era impegnato all'esazione della
dativa reale del triennio 1801-1803, è talmente impossibilitato a
portare a termine il suo incarico che, propone di cedere al
Comune un terreno di su.aproprietà ad estinzione del proprio
debito.
Non sorprende quindi che nel febbraio del 1804 Domenico
Gasperini scriva una colorita lettera alla Sacra Congregazione
per essere esentato dall'ufficio di esattore della dativa reale
affibbiatogli, dice lui, dal Consiglio di Civita Castellana. Nella
lettera il Gasperini si dichiara convinto di essere stato scelto a
tale incarico in base ad errate valutazioni sulla sua posizione
patrimoniale e soprattutto perché i membri del Consiglio
Cittadino non volevano che un tale spinoso incarico ricadesse su
uno di loro. A scanso di equivoci egli che, "benché illetterato
tanto ritiene una bottega aperta e sa far bene i suoi negozi",
lascia intendere di non essere disposto a farsi irretire in un
incarico così insidioso. E a sostegno di quanto dice alla sua
lettera allega venticinque testimonianze scritte che certificano la
sua posizione patrimoniale e quindi la sua impossibilità a far
fronte all'incarico attribuitogli.11 Questi dati evidenziano in
maniera sufficientemente omogenea difficoltà e ritardi nello
svolgersi dell'esazione tributaria. Difficoltà che sembrano da
imputarsi a tre fattori: la povertà della popolazione, la scarsa

37
onestà degli esattori e l'impunità fiscale di alcuni debitori.
Riguardo alla povertà le complicazioni erano legate al carattere
aleatorio di attività quali l'agricoltura e l'allevamento, molto
esposte ad eventi atmosferici, calamità e diffusione di epidemie
di bestiame. Così molto spesso agricoltori ed allevatori colpiti da
alluvioni o siccità, non erano in grado di ottemperare al
pagamento dei dazi. L'estate del 1792, ad esempio, dovette
essere caratterizzata da una forte siccità. Molti allevatori di
Civita Castellana scrissero infatti alla Sacra Congregazione per
ottenere dilazioni a pagare le "collette" dovute all'esattore
Domenico Paradisi. Come risulta, in particolare, da una lettera
del 4 agosto 1792 firmata da otto allevatori, che scrivono di non
poter assolvere ai dazi dovuti "perché i prodotti avuti non sono
sufficienti ne anche all'ametà (sic!) dell'anno di vivere colla loro
propria famiglia, giacché come suol dirsi non gli è rimasto altro
che il sangue nelle vene. Però umilmente ricorrono (alla Sacra
Congregazione) a sollevarli dalle molestie del Paradisi, con
ordinare che i medesimi O. ri non venghino molestati per non
ridurli ad un atto di disperazione, e lasciare in mezzo alle strade
la loro famiglia"12.
Accanto a questo problema, però, molte denuncie stanno
adatte stare l'abitudine, diffusasi in città, di affidare i
depositariati a debitori comunitativi. Motivo per cui proprio
coloro che dovrebbero assicurare una corretta esazione fiscale
sono i primi ad avere conti in sospeso con il fisco.
Nel gennaio del 1795, ad esempio, una lettera a nome del
popolo di Civita Castellana denuncia alla Sacra Congregazione
la nomina ad esattore di un certo Coluzzi, che nell'esercizio di
questa funzione negli anni precedenti era rimasto debitore di
2.100 scudi. Il sospetto che aleggia nella lettera è che Coluzzi sia
stato eletto con l'appoggio dell'economo al quale avrebbe
elargito "capretti, latticini ed un calessaccio per farlo partire". I
latori della lettera invitano la Sacra Congregazione a riflettere
sul fatto che, mentre si verificano episodi del genere, la
popolazione ed i luoghi pii sono oberati da troppe imposte.
I sospetti relativi alla selezione e all'onestà dei depositari
vengono ancora espressi in una lettera a nome dei cittadini, del

38
popolo e dei consiglieri di Civita Castellana, nel gennaio 1794.
Recita il testo della lettera:
"I cittadini, consiglieri , e Popolo di Civita Castellana (... )
rispettosamente espongono, che nel consiglio segreto il di 17
gennaro corrente, si adunarno nella maggior parte
appostamente i soli debitori della Comunità, per fare il Bussolo
de pubblici esattori, ed in esso furono eletti Pavolo Rosa, il
quale ha rinunciato, e che non avendo reso conto delli due anni
del suo esattorato ora dimesso non si sa se sia creditore o
debitore, l'Avvocato Gaspare Ciotti, che è in lite con la
communità, Giovan Francesco Ettorre, che oltre essere debitore
di essa somma rispettabile, è ancora ignorantissimo, e
solennissimo impiccione, non possedendo di sua parte alcun
Patrimonio, Domenico Paradisi debitore di somma cospicua,
per titolo dello stesso Depositariato, oltre la prestanza che ha in
mano per condurre questo pubblico Forno, Giovan Batt. a Ciotti
ancor lui sotto l'istesso titolo debitore di non piccola somma per
l'istessa ragione, ed impedito, e finalmente Dom. co Coluzzi
come maggiore debitore di due anni suo Cammellengato, oltre
la prestanza di scudi cinquecento, che ha in sue mani per
provedere all'Affitto che ritiene di questo pubblico Macello.
Compiuto dunque il numero di sei eletti, che piacquegli
scegliere con l'Esclusiva delli non debitori della ridetta
comunità (... ) vennero irregolarmente alla pregiudizievole
estrazione delli due Depositari, cioè, il primo per la cassa
Privileggiata in persona di Domenico Coluzzi, ed il secondo per
il communitativo cadde in Giovan Franco Ettorre, ambedue
accompagnati dalle sopraccennate prerogative".
L'immagine che si trae da questa lettera è quella di depositari
debitori e per di più spesso nullatenenti quindi non in grado di
offrire precise garanzie alla comunità in caso di mancata
esazione. Ed è proprio su questo che si appuntano le inquietudini
degli ignoti latori e cioè "sul dato certo che (questi depositari i
soldi esatti) se li mangeranno come appunto han fatto in passato
restando intanto i debiti sui possidenti, senza speranza di
rivalersene contro di essi che detratti i debiti, che hanno con
l'istessa comunità e i suoi frutti non han più verun capitale"13.
Ecco quindi che questa lettera rende chiaro come la corruzione e

39
l'inefficienza del sistema fiscale finisse poi col ricadere sulla
popolazione costretta a sobbarcarsi debiti non propri. Ma
all'origine di queste disfunzioni c'è il fatto che particolari
categorie di cittadini siano praticamente esenti dal pagare le
imposte grazie proprio a brogli e connivenze nei quali è facile
immaginare che siano implicati anche gli esattori corrotti ed essi
stessi debitori insolventi. Quest'ipotesi trova del resto conferma
anche in una denuncia che gli "zelanti" inviano alla Sacra
Congregazione il 14 agosto 1790. Scrivono gli zelanti che la
città è continuamente "molestata" dai suoi creditori con mandati
di vario tipo. E questo accade non perché le entrate non siano
sufficienti, ma perché il denaro riscosso è male amministrato e
perché non si costringono con metodi adeguati i debitori ad
ottemperare ai pagamenti dovuti.
In una sua lettera del 1795, poi, l'economo di Civita
Castellana (abbiamo già visto che era stato accusato di aver
favorito la nomina di un debitore alla carica di depositario) nel
difendersi da quelle accuse scrive che è molto difficile imporre
le regole della buona economia a Civita Castellana quando, vi è
una gran massa di debitori di cui una parte non vuol pagare né
chiedere dilazioni, e l'altra parte, pur avendo ottenuto le
dilazioni, non le rispetta e non paga le rate prescritte. Egli quindi
invita la Sacra Congregazione a dare ordini chiari al segretario o
al governatore perché prendano dei provvedimenti contro i
debitori. Se il problema dei debitori comunitativi grava
pesantemente sulle finanze cittadine, a peggiorare ancora la
situazione ne interviene un altro: quello dei censi assunti dalla
comunità in maniera copiosa.
L'assunzione di censi, cioè l'accensione di prestiti sui quali
chi li assumeva si impegnava a pagare degli interessi (chiamati
frutti di censo), era vista come l'unico modo che la comunità
aveva per far fronte ai cospicui debiti accumulati. Ben lo mostra
il testo di una richiesta presentata in tal senso dalla comunità alla
Sacra Congregazione nel maggio del 1792.
Nella richiesta si fa presente che Civita Castellana non è in
grado di far fronte ad un vecchio debito con il tesoriere
provinciale, né ad alcuni pesi camerali, e neppure ad una tassa
sulle strade; si chiede quindi di poter contrarre nuovi censi per

40
una somma di 1.500 scudi.14 È così che la comunità viene
condotta ad assumere in tutto 29 censi verso opere pie e nobili
feudatari romani, come risulta da alcune ricevute inviate alla
Sacra Congregazione dall'economo nel corso del 1790.15
Leggendo poi le carte del bilancio relativo al 1811 si viene a
sapere che la comunità ha assunto censi per il valore
complessivo di 41.106,91 scudi, gli interessi annui da pagare su
questa cifra ammontano da soli a 1.141,54,3 scudi ai quali
bisogna aggiungere gli interessi arretrati e non pagati
ammontanti a 3.508,64,2 scudi.16 Ma come in un gioco di
scatole cinesi le disfunzioni finanziarie nascondono al loro
interno un altro problema: quello della corruzione della classe
dirigente. Si è già parlato dei debitori nominati depositari, ma
oltre che tra i depositari, i debitori erano la maggioranza anche
tra magistrati e consiglieri. Lo dice bene il testo di una lettera
inviata alla Sacra Congregazione nel febbraio del 1794.
Scrivono i latori della lettera:
"I cittadini e Consiglieri di Civita Castellana (... ) con tutto
rispetto espongono, che in essa città più non si conoscono gli
ordini e le regole di cotesta Sacra Congregazione osservate, e
rispettate in tutto lo Stato Pontificio, poiché i debitori
Communitativi si ammettono francamente a tutte le cariche
pubbliche, ed anche alle Magistrature, e pare anzi per esser
ammessi, e per esercitarle, che sia un requisito di aver debiti
con la Communità, motivo per cui i cittadini, e Consiglieri che
non sono debitori, si veggono tenuti indietro, ed obbligati a
desiderare, ed anche stimolati a contrar debiti con la
Communità (... ) da qual abuso derivano gli gran sconcerti di
questa povera Communità".
Quindi essi chiedono che non si ammettano più debitori
comunitativi alle cariche pubbliche ed alle magistrature. E
pregano la Sacra Congregazione di far pressioni in tal senso
presso il governatore. Questi, Giovanni Santucci, chiamato in
causa, si difende con una motivazione sconcertante e al tempo
stesso significativa di un clima generale presente in città. In una
sua lettera di chiarificazione egli infatti ammette che molti
debitori sono ammessi alle cariche pubbliche, ma dichiara di non
aver finora preso provvedimenti per non voler apparire "un

41
novatore sulla condotta tenuta in questo articolo dai miei
antecessori".17
Questo documento, seppur indirettamente, ci dà l'idea di
quanto fosse radicato l'abuso. tanto da far apparire in qualche
modo sovversivi i tentativi "novatori" rispetto all'ordine
costituito. E questo nonostante gli amministratori locali
godessero di una tale cattiva nomea che nel 1789, quando in
seguito alla morte per "mal francese" del governatore spariscono
dalla casa comunale suppellettili, mobili, letti e gli stipiti in
pietra dei portali, i sospetti si appuntano tutti su di loro. I termini
un po' paradossali di questa vicenda risultano da una denuncia
inviata alla Sacra Congregazione a nome del popolo di Civita
Castellana nell'aprile 1789. I latori scrivono che degli oggetti
scomparsi non si sa se siano stati venduti o meno, né chi abbia
autorizzato tale vendita e ritratto gli eventuali guadagni. Il
vescovo, chiamato a por fine a voci e illazioni, precisa in una
sua nota che i mobili e le suppellettili furono bruciati secondo
gli ordini della Sacra Consulta della Sanità onde evitare rischi di
contagio. Per quanto attiene agli stipiti, questi sono ora in
possesso del depositario, insieme ad alcune piastrelle, a titolo di
rimborso per lavori da lui fatti eseguire nella casa del
governatore. Episodi come questo ed altri sopra citati,
presumibilmente il frutto di semplici invidie e piccole vendette
da parte degli esclusi nei confronti di chi è arrivato ad una
posizione ambita, non vanno però sottovalutati o ridotti a
semplici liti di cortile. Il loro numero e la quantità di soprusi in
essi denunciati sono infatti il sintomo di un malessere più
profondo che ormai lede le fondamenta della vita comunitativa.
Quella che si ha di fronte è una situazione in cui lo smarrirsi di
una coscienza per la cosa pubblica ha dato via libera allo
scatenarsi di opposti e ciechi egoismi. E non importa se il
bottino delle lotte sia costituito da un ambito posto di magistrato
o da un materasso e una poltrona. Ecco quindi una lettera
anonima fedele testimone di tutti gli stereotipi, che
l'immaginario collettivo attribuiva agli amministratori cittadini.
Il suo testo dice bene quanto fosse scossa e instabile la
credibilità degli organi istituzionali comunitativi:

42
"Il Popolo di Civita Castellana umilmente espone essersi
dall'odierno governatore dato il possesso alli nuovi
conservatori: Francesco Giovannoli, Pietro Paolo Midossi,
Marciano Buttarelli: Soggetti tutti pieni di eccezzione non
valutata (... ) Il primo Franc. Giovannoli oltre l'esser stato
estratto con frode e irregolarmente, senza la presenza del
Magistrato (... ) si aggiunga che niente, o poco possidente,
mentre li pochi beni che ha sono dotali della sua defunta
Moglie, e di poco senno, che comunemente si nomina per matto.
Deve ancora restituire alla Communità li matarazzi: quali
nell'occasione di esser stato mutato il Governatore furtivamente
portò via (... ) Inoltre dal Pubblico Palazzo nello stesso modo
portò via due sedie per commodo di sua casa. Più volte ma
inutilmente è stato richiesto dalli magistrati successivi a
restituire questa roba (... ) Ma sempre invano; a cui si aggiunga
esservi pendente la lite colla comunità stessa sopra la
introduzione di bestiame estero fraudolentemente fatto in suo
nome. Marciano Butarelli Molinaro di Professione altro
conservatore oltre la sua quasi decrepita età non possiede altro,
che una soma di debiti, e viene sovvenuto, e ricettato dal
Sacerdote Cioni. Esso ne giorni precedenti al Possesso della
nuova carica fu carcerato ad Istanza de suoi creditori, che
furono quietati, acciò dalle pubbliche carceri potesse passare
alla Magistratura, ed a sua liberazione concorsero le preghiere
di tutti li bettolanti atteso il quotidiano pregiudizio, che riceveva
lo spaccio del vino per la di lui mancanza. Si aggiunga essere
debitore della comunità con averne patito diverse esecuzioni
ancor pendenti. L'altro finalmente Pietro Paolo Midossi nella
Possessione di beni non è niente superiore. Non ha alcuna
abilità, si mantiene colle sovvenzioni, che riceve dal proprio
figlio (... ) e dal Fratello Curato. Ambedue frequentano
continuamente le Bettole anche assieme con pubblico Famiglio
obbligandolo dalla di loro superiorità a pagargli che bere,
come pubblicamente se ne lagna".18
Ma se queste che abbiamo considerato erano le grottesche
espressioni di un malessere che aveva le sue origini in una classe
politica ormai elevatasi a casta con potere di scelta e di veto su
qualsiasi intromissione esterna, se l'effetto che ne derivava era

43
l'assurgere alle cariche più alte di personaggi poco credibili ed
incompetenti, se l'unica critica che riusciva a farsi sentire era
quella degli esclusi dai giochi di potere, i problemi non si
fermavano alla soglia degli interessi occulti: le inefficienze
finivano col riversarsi sulla popolazione costretta a pagare in
prima persona i risultati delle malversazioni e del malgoverno.
La posta in gioco, infatti, non era costituita solo dagli ambiti
incarichi di consigliere o di magistrato cittadino. Interessi molto
più concreti si nascondevano dietro le lotte per l'accaparramento
di una di queste cariche: quelli economici legati alle gare
d'appalto. I ruoli amministrativi venivano così generalmente
considerati un mezzo per controllare le gare e dirigerle nel senso
voluto. A quell'epoca, infatti, la comunità aveva il monopolio di
molti generi e servizi pubblici che, anziché esercitare
direttamente, usava dare in appalto. Venivano così concesse in
appalto la vendita dei generi alimentari quali pane, carne, olio,
castagne e dei generi detti di pizzicheria.19 Come in affitto
venivano dati i mulini comunitativi dove si macinavano grano
ed olive e si potevano lavorare le vernici. Un'altra attività che a
Civita Castellana era d'uso concedere in appalto era il diritto
esclusivo di pescare nel Treja, un fiume che scorre nei pressi
dell'abitato cittadino.
L'appalto era generalmente conferito per asta pubblica e,
proprio intorno alle aste si scatenavano gli interessi di
concorrenti ed amministratori corrotti. E gli echi di queste lotte
terminavano regolarmente davanti al tribunale del Buon
Governo con accuse di brogli e connivenze. E non c'era gara
d'appalto che non venisse sfiorata da queste accuse.
Tra i tanti episodi che si potrebbero citare se n'è scelto uno
relativo al forno del pan venale, sia per la completezza della
documentazione che lo riguarda, sia per l'importanza del genere
che era alla base dell'alimentazione. Il materiale a cui si fa
riferimento è una denuncia anonima presentata al Buon Governo
nel 1789 il cui testo recita così: "la domenica scadente si venne
furtivamente alla delibera del Pubblico Forno del Pan venale
senza aver fatto precedere le solite notificazioni, e bannimenti
per la città, e molto meno nell'atto della delibera secondo il
solito (... ) ma maliziosamente dalla fenestra del Pubblico

44
Palazzo, ove è solito il Balivo, senza la solita Tromba, ma a sola
voce pubblicò - chi vol attendere all'appalto delle bandite e
Castagneria venga adesso adesso, che s'accenderà la candela -
fatta occultare la pubblicazione del Provento del Forno (... )
comparve a bella posta un'offerta data dal Governatore senza
nome sù della quale fu accesa la candela senza che nessuno
sapesse il bannimento di detto forno. Vi era però persona che a
bella posta, e con intesa fu fatto intervenire solo. Tutto in
pregiudizio della Communità, e Popolo O. re". I latori della
lettera, oltre a descrivere il modo fraudolento in cui era avvenuta
la gara d'appalto, tengono anche ad evidenziare che se fossero
intervenuti altri concorrenti si sarebbero ottenute migliori
condizioni a favore della popolazione sia in relazione alla
qualità che al peso del pane. Onde evitare poi nuove anomalie
essi chiedono che a giudice della gara venga scelto un soggetto
diverso dal governatore definito "parziale per l'oblatore che ha
offerto".20
A confermare poi la frequenza con cui si ripetevano episodi
del genere, l'anno successivo, a gara d'appalto avvenuta, di
nuovo puntuali si presentano sospetti su eventuali irregolarità.
Questa volta è il concorrente escluso a presentare la protesta
alla Sacra Congregazione sostenendo in un serrato confronto
essere la sua offerta più valida di quella del vincitore. Infatti
analizzando le proprie opzioni parallele mente a quelle del suo
concorrente, certo Paradisi, e gli mostra come pur garantendo "lo
sfamo della popolazione", le due offerte si equivalessero solo
per il pane bianco. Non così per il pane bruno che, tiene a
precisare il concorrente escluso, è quello di cui fa più uso la
popolazione indigente dove egli, per lo stesso prezzo del
Paradisi, "offriva" il pane ad un peso superiore: dieci once per
tutto l'anno, contro le otto once per undici mesi, e nove per un
mese promesse dal Paradisi. Ed anche per l'affitto del forno la
propria offerta era solo apparentemente inferiore a quella del
Paradisi. Infatti sebbene quest'ultimo si fosse impegnato a
pagare un affitto annuo di 280 scudi contro i suoi 240, da questa
cifra bisognava poi detrarre il guadagno delle "salte" che il suo
concorrente si preparava ad intascare, come una sorta di premio,
per aver superato sia la sua offerta che quelle degli altri

45
concorrenti. In base a questo nuovo calcolo l'affitto del Paradisi
si sarebbe ridotto dagli originari 280 scudi a soli 226.
I pubblici rappresentanti però, in una loro replica presentata
nell'agosto del 1790, sostengono di aver preferito l'offerta di
Paradisi per la migliore qualità del pane che egli si impegnava a
produrre, a ciò incoraggiati anche dalla fame di "villoso e
litigioso" che accompagnava il concorrente escluso. Le loro
giustificazioni vengono però smentite da una lettera a nome del
popolo di Civita Castellana del settembre 1790. I latori della
lettera infatti, protestano perché Paradisi non ha mai panificato
quel pane di "puro fiore" che si era impegnato a produrre,
mentre a nulla erano serviti i ricorsi al governatore e al
magistrato perché questi proteggevano il Paradisi.21
Questi documenti concorrono tutti insieme a dare l'immagine
dei meccanismi mediante i quali venivano gestite le gare
d'appalto: ingredienti essenziali erano la connivenza di
amministratori consenzienti, quali i magistrati ed il governatore,
la "protezione" di cui godevano alcuni partecipanti alle gare e
piccoli sotterfugi. Ma soprattutto la fedeltà agli impegni presi
che rendeva inutili le denuncie alla Sacra Congregazione ed
impossibili i suoi interventi all'interno del terreno melmoso delle
connivenze locali.
I sospetti relativi alle gare d'appalto non si limitano peraltro ai
soli esercizi commerciali, ma riguardano anche i lavori pubblici.
Questa situazione può essere meglio esemplificata mediante un
ricorso presentato al cardinal Carandini, prefetto del Buon
Governo, su presunte irregolarità nell'appalto dei lavori ad un
ponte.
Il ponte era stato danneggiato durante le alluvioni che
nell'autunno del 1789 avevano colpito Civita Castellana. I lavori
però iniziano, dopo varie perizie, solo nel 1795 ed in quell'anno
il capo mastro Vaselli presenta una sua denuncia. Egli in
particolare dubita che i "communisti" si siano opposti ad una sua
offerta per poter trarre illeciti guadagni da quei lavori.
L'economo di Civita Castellana, però, respinge la protesta del
Vaselli e dichiara che la sua proposta è stata giustamente
rifiutata, sia perché voleva eseguire i lavori facendo riferimento
ad una perizia che prevedeva costi eccessivi, sia perché

46
pretendeva un'esorbitante anticipo di 300 scudi.22 Altro punto
dolente dell'amministrazione cittadina è l'ufficio del segretario.
In particolare nel corso del 1789 viene messa in discussione la
persona del segretario Salvatore Sensini che, sostiene in una sua
lettera alla Sacra Congregazione un anonimo latore, sarebbe
stato nominato fraudolentemente a tale incarico e "Essendo
garantito e protetto, regola tutto a suo capriccio". Secondo la
denuncia l'abuso nasce dal fatto che, nonostante lo statuto
cittadino proibisca ai nativi di Civita Castellana di esercitare tale
incarico, egli benché nativo lo esercita ugualmente.
Inoltre, sempre contro le regole delle statuto, il Sensini
cumula le due cariche di segretario e cancelliere del governatore,
e nonostante tutto, da molti anni, le autorità cittadine mancano di
organizzare concorsi per trovare un nuovo segretario.23 Il
vescovo, interpellato sulla questione, scrive il 4 aprile 1789 ad
un procuratore della Sacra Congregazione essere vero che il
Sensini esercita tali cariche contrariamente alle leggi dello
statuto cittadino, ma aggiunge : "Se bene o male, se va utile, o
danno della communità, e Popolazione a me non costa". La nota
del vescovo conferma anche i dati relativi alla mancata
organizzazione di un concorso, nonostante si siano presentati
molti concorrenti, uno dei quali si è anche rivolto a lui
personalmente. Ma in conclusione De Dominicis non si
sbilancia in una testimonianza negativa riguardo al Sensini: "io
non ho cosa in contrario, seppur non potesse dirsi forse troppo
condiscendente ai consiglieri, in gran parte debitori di grosse
somme della communità, lo che senza meno in grave danno
della popolazione, la quale a causa di tanti debitori, che da
molti anni ritengono il pubblico denaro, rimane sempre più
aggravata da nuove Tasse e Dazi oramai insopportabili".24
La Sacra Congregazione, visto che la comunità non riesce ad
organizzare un nuovo concorso, impone un segretario di sua
nomina, tale Giandomenico Ciuccetti. Questi però diviene ben
presto oggetto di dure critiche ed attacchi feroci tanto che viene
esautorato dal suo incarico da parte del Consiglio Cittadino.
Ed i motivi della pervicace opposizione al nuovo segretario
vengono spiegati dal governatore di Civita Castellana al
monsignor Todeschi il 18 dicembre 1793: "Se Giandomenico

47
Ciuccetti non si trovasse destinato a questa Communità in
Segretario dall'Autorità Suprema di cotesta Sagra Congre. (... )
destinazione, che è stata da alcuni sempre riguardata con
disgusto, come ledente il diritto de pubblici elettori, se qualche
soggetto paesano non vivesse nella lusinga di occupare, come
Tavola del di lui naufragio, siffatta nicchia, se il Ciucceti si
fosse unito con gli empi usurpatori delle pubbliche sostanze, ed
avesse contribuito dal suo canto alle sporchezze delle di loro
Cabale, che sin ora son stati i mezzi del di loro ingrandimento,
egli non avrebbe subita quella riprovazione, che nel consiglio
generale dei 8 del corrente composto nella maggior parte da
gente plebea, e venale, gli fu con massimo infame studio
procurata".25 In questa sua lettera il governatore esemplifica in
maniera chiara quel nesso tra particolarismo municipale e
connivenza che è l'elemento preminente delle vicende della
comunità di Civita Castellana. Nella lettera egli, infatti,
evidenzia come le autorità locali rifiutino ipso facto la nomina
del Ciuccetti solo perché voluta dalla Sacra Congregazione.
Nomina che rischia di infrangere quel muro di estraneità e
distacco che sempre la comunità era riuscita ad opporre al potere
centrale. Per di più, continua il governatore, il nuovo segretario
rifiuta di entrare nel gioco delle cabale e degli occulti interessi
cittadini, motivo scatenante questo di una dura opposizione alla
sua persona che si placa solo quando il Ciuccetti viene escluso
dal suo incarico.
Il 17 dicembre è lo stesso Ciuccetti a chiarire così le ragioni
del suo allontanamento in una lettera alla Sacra Congregazione:
"Ho mancato di unirmi con taluno nel sagrificare l'interesse
della communità, ed i Pubblici Proventi. Le recenti guerre sul
proposito di questo Pubblico Forno, e delle pubbliche Bandite26
sono le cagioni delle di loro amarezze e per conseguenza della
sud. mia esclusiva (... ) Ecco i miei delitti. Mio delitto ancora è
il trovarmi in questa Segreteria postovi dalla Autorità della S.
Congregazione. (Essendo) gelosi i vari consiglieri del proprio
diritto di eleggere, han sempre riguardato con odio la
destinazione mia, e l'han sempre riguardata come lesiva dei
diritti pubblici. E non potendo reagire contro il prelodato
Supremo Tribunale, han cercato di reagire contro di me".27

48
Ciuccetti viene quindi confermato nel suo ufficio, ma solo
temporaneamente, mentre le polemiche sul suo conto non si
placano. In particolare nel 1794 viene presentata una denuncia
contro di lui a nome dei soliti "zelanti". Gli zelanti scrivono che
il suo comportamento non è più tollerabile e che il segretario
"reca grave pregiudizio alla città ed al popolo aggravando in
ogni modo chiunque le si presenti davanti per esempio
approfittando del suo officio per esigere da diverse persone più
del dovuto, cosa notoria in tutta la città".28 Ed al termine di
questa complessa vicenda Giandomenico Ciuccetti viene
definitivamente sospeso dal suo incarico, come risulta da una
nota che nell'ottobre del 1794 la Sacra Congregazione invia a
Civita Castellana per chiedere spiegazioni sulla sospensione del
segretario avvenuta all'insaputa di magistrato e governatore.29
Ora dal confronto di questo caso con quello del segretario
Sensini, voluto e protetto dalle istituzioni locali perché
"cittadino" e perché condiscendente ai loro disegni si trae l'idea
di una burocrazia sentita come mezzo e affare privato da parte
degli amministratori locali. Essa diventa nelle loro mani uno
strumento indispensabile a dar esecuzione ai loro progetti, ed a
questo fine selezionata e protetta. Diviene naturale in questo
contesto l'esautoramento del Ciucceti segretario voluto e
nominato dal Buon Governo restio a partecipare agli interessi
cittadini.
Nemmeno il Monte di Pietà ed il Monte Frumentario sono
esenti dalla grave crisi che coinvolge l'amministrazione della
comunità. Sui due istituti, che dovrebbero avere soprattutto
funzione di aiuto e sovvenzione ai poveri, ma che sono anche
centro di gestione e distribuzione di denaro e grano, ci
provengono notizie a partire dal 1790. In quell'anno un anonimo
riferisce con una sua lettera alla Sacra Congregazione che il
Monte di Pietà e il Monte frumentario hanno quasi del tutto
esaurito i loro capitali tra i molti debitori che "ritengono il
grano" e si sono indebitamente appropriati dei depositi del
Monte dei Pegni.30 E nel febbraio 1796 i membri del Consiglio
Cittadino chiedono l'approvazione di una risoluzione consiliare
che prevede un prestito di 50 scudi al Monte di Pietà al fine di
alleviare le difficoltà della popolazione indigente che non trova

49
più chi gli dia sussidi, nemmeno ora in prossimità delle feste di
Pasqua, visto che il Monte ha esaurito tutti i suoi fondi.31 Di
seguito a questo il Monte riceve un altro prestito in grano: lo
documenta il testo di una lettera del giugno 1796 con la quale
l'economo cittadino chiede, nell'avvicinarsi della stagione dei
raccolti, il rimborso di questo come dell'altro prestito su
riferito.32
Altre notizie riguardanti il Monte provengono da una visita
che il vescovo fa nell'istituto nell'aprile 1795. Le circostanze e i
risultati della visita confermano quanto già detto, dal momento
che il vescovo riceve l'incarico di fare questa visita dalla Sacra
Congregazione, proprio perché preoccupata dalle notizie che
riguardavano lo stato dell'istituto. La Sacra Congregazione a sua
volta era stata sollecitata dall'economo con una lettera del marzo
1795, in cui chiedeva che il vescovo, oltre che della visita al
Monte del Pegni, fosse incaricato anche della Visita al Monte
Frumentario, poiché questo istituto aveva ormai esaurito i suoi
capitali a causa dei debitori che non restituivano i prestiti
ricevuti.33
Di questa visita ci è rimasto un ampio resoconto, nel quale De
Dominicis scrive di aver trovato il Monte di Pietà, istituito per
dar sollievo ai poveri, in uno stato di profondo degrado. I pegni
rimasti, dopo un grave furto nel 1770, sono pochissimi. Ma
quello che più sconcerta il vescovo è che i pochi residui fondi
vengano conservati nella più completa incuria, senza nessuna
indicazione della loro provenienza.
Egli quindi, sentendosi in dovere di garantire una corretta
amministrazione di quello che definisce il "Patrimonio dei
Poveri", in primo luogo ordina ai "communisti", sui quali finora
si era retta l'amministrazione del Monte, un esatto rendimento
dei conti di tutti i precedenti amministratori. Alla fine De
Dominicis riesce ad ottenere i sindacati dell'amministrazione di
alcuni montisti, dai quali emerge che il Monte non è mai stato
reintegrato del furto subito nel 1770, perché ancora non è stato
portato a termine il processo intentato a tal proposito. Nei
sindacati poi si riscontrano pesanti passivi da parte dei
precedenti amministratori che hanno lasciato quasi vuote le
casse. Il misero capitale rimasto nelle casse del Monte di Pietà è

50
infatti di 21,13 scudi, del tutto insufficienti a realizzare i fini
dell'istituto. Per questo il vescovo De Dominicis emana una serie
di decreti riguardanti il Monte di Pietà e il Monte Frumentario,
tesi ad assicurare una loro più efficiente amministrazione.34 Tra
questi alcuni riguardano il montista e gli altri funzionari. Due
sembrano particolarmente interessanti: con il primo il vescovo,
onde evitare le lotte intestine tra laici ed ecclesiastici per
l'accaparramento della carica di montista, ordina che l'elezione,
sua e degli altri "officiali", avvenga nei termini prescritti.
Altrimenti sia l'uno che gli altri verranno nominati ex officio
dallo stesso vescovo. Ed in effetti proprio nel 1795 De
Dominicis elegge alla carica di montista una persona di sua
fiducia, l'ecclesiastico Don Antonio Paradisi, rompendo così la
tradizione che vedeva ormai da anni l'istituto diretto da laici. E
già questo attesta il clima di freddezza creatosi tra il vescovo e
gli amministratori cittadini. De Dominicis vuole inoltre evitare il
formarsi di quei legami clientelari che sono premessa
fondamentale al diffondersi di corruzione e brogli molto spesso
legati a gestioni troppo prolungate nel tempo. Quindi ordina che
i nuovi amministratori non rimangano in carica per più di un
anno. E vieta altresì l'inserimento nel bussolo dei montisiti di
debitori od anche semplicemente di non "benestanti".35 Il
vescovo poi emana una serie di provvedimenti di carattere
tecnico che dovrebbero permettere al Monte di Pietà di
reintegrarsi dei propri crediti. In particolare ordina che uno dei
suoi massimi debitori, Ortensio Paglia, paghi in rate annuali il
suo debito ed in primo luogo reintegri la cassa dei pegni della
somma di scudi 191,51. Eguale provvedimento viene preso nei
confronti del precedente montista chiamato a rifondere l'istituto
del passivo del suo bilancio. Tutti gli altri debitori saranno
chiamati a restituire i depositi mancanti di cui si sono
indebitamente appropriati. Al fine poi di evitare il ripetersi di
una situazione che ha portato l'istituto allo stato attuale di crisi e
che è stata originata dal modo arbitrario con cui i precedenti
amministratori avevano utilizzato i vari depositi ed elargito i
prestiti, il vescovo chiede una maggiore accortezza e vieta il
ripetersi di simili leggerezze.36

51
Nel marzo del 1796, però, il Monte di Pietà viene implicato
in un complesso affare. Un suo amministratore, certo Morelli,
che aveva lasciato un pesante passivo in seguito alla dimissione
del suo incarico, si trova coinvolto in una controversia con
Giuseppe Federici che aveva versato un cospicuo deposito nelle
casse dell'istituto ed ora non sa come reintegrarsene. Giuseppe
Federici, prima si rivolge contro il Morelli, e poi contro la
comunità sequestrando le rendite dei proventi comunitativi.
Contemporaneamente il Federici va esigendo per la città partite
di imposta di pertinenza dello stesso Morelli che alcuni anni
prima era stato depositario rimanendo, anche in quel caso,
debitore di una somma considerevole.
Questo è quanto scrive l'economo alla Sacra Congregazione
per concludere che la comunità si ritrova con i proventi sotto
sequestro ed impossibilitata ad affidare l'esazione delle imposte
al nuovo depositario per cui non può pagare gli stipendi ai
salariati, né supplire ai dazi camerali. Ed è in questi frangenti
che l'economo chiede lumi al Buon Governo. Da Roma si
risponde che non esiste alcuna legge che proibisca ai creditori
della comunità di sequestrare le rendite dei proventi. Si
suggerisce quindi di appellarsi direttamente al segretario del
Buon Governo che potrà procedere alla rimozione del sequestro
per ragioni politiche ed economiche. Ragioni che trovano la loro
giustificazione nel fatto che non è possibile mettere in forse
l'esigenza delle imposte, gli stipendi dei salariati e "la quiete del
popolo" per una causa intercorrente tra la collettività ed un suo
creditore. Questa nuova situazione, porta probabilmente a
giudicare insufficienti le misure precedentemente prese e De
Dominicis è costretto ad emanarne di nuove nell'aprile del 1796.
In primo luogo egli compie una nuova ispezione nel Monte
Frumentario che viene trovato in pessimo stato: i suoi capitali
sono stati dispersi dai precedenti montisti che li hanno distribuiti
in modo arbitrario e in assenza di qualsiasi garanzia, motivo per
cui ora i destinatari di quei prestiti sono impossibilitati a
qualsiasi restituzione. Il capitale rimasto è del tutto insufficiente
a qualsiasi elargizione in favore dei poveri, e anche se sarebbe
necessaria una completa reintegrazione da parte dei debitori, la
stagione dei raccolti è stata talmente negativa da far ritenere

52
impensabile qualsiasi restituzione del grano prestato negli anni
precedenti. In queste circostanze al vescovo non resta altro che
prendere dei provvedimenti pro tempore ordinando al rettore del
Monte di non dare grano a chi sia già debitore, nemmeno in
occasione delle due distribuzioni annuali che, generalmente,
vengono fatte in favore dei poveri. Da questo provvedimento
sono naturalmente esclusi coloro che si trovano in stato di vera
indigenza. Quanto al rimborso degli antichi prestiti, verranno
presi provvedimenti a tempo debito. Altre misure del vescovo
sono rivolte ad assicurare una più corretta amministrazione
dell'istituto: una vieta che d'ora in poi i capitali del Monte
Frumentario e del Monte dei Pegni siano confusi, l'altra è una
precisa minaccia di accusa di furto e di scomunica contro quei
futuri amministratori che abbiano la tentazione di convogliare i
depositi in grano nelle proprie tasche anziché nelle casse del
Monte. Misura quest'ultima che può essere considerata una spia
dell'uso alla mala amministrazione dei precedenti montisti e
della coscienza che doveva essersene fatta De Dominicis.37
Per quanto riguarda il Monte dei Pegni poi de Dominicis dà,
nel luglio 1796, l'ordine di vendere i vecchi pegni, a meno che i
loro possessori non li reintegrino entro il termine di venti giorni.
Qualora poi dalla vendita all'asta non si ricavasse per ogni
singolo pegno il suo prezzo intero, si dovrà agire con la mano
regia contro il debitore moroso o contro il montista che ha
autorizzato il pegno. Provvedimento questo che da solo, dà l'idea
di quanto si fossero deteriorati i rapporti all'interno della
comunità e che allo stesso tempo dimostra un atteggiamento di
caparbia resistenza da parte dei debitori morosi a reintegrare i
propri pegni.38 Il vescovo prende anche delle serie misure tese a
garantire una maggiore responsabilizzazione del montista. Infatti
ordina che qualora questi effettui prestiti a proprio arbitrio e
senza le dovute garanzie sia tenuto lui di persona a risarcire il
Monte.39
Con un'altra iniziativa il vescovo si rivolge direttamente alla
comunità nel tentativo di reperire i capitali necessari perché
l'istituto possa adempiere alle proprie funzioni. Egli propone ai
"comunisti" di stabilire una nuova regola per le gare d'appalto e
cioè che all'interno di ogni singola "offerta" sia contenuta

53
un'elargizione suppletiva, in quota fissa, a favore del Monte di
Pietà. Dai "comunisti" arriva però una risposta negativa
giustificata con il fatto che i guadagni derivanti dai proventi
sono già piuttosto esigui, per cui i partecipanti alle gare d'appalto
sarebbero indotti, da questa misura, a proporre offerte minori
sugli affitti degli spacci pubblici. Si suggerisce piuttosto di
imporre una tassa fissa su tutti i "Testatori" obbligandoli a
lasciare ai Monti una certa somma come già accade per la mensa
vescovile.
Comunque l'atteggiamento negativo espresso dagli
amministratori locali non frena la determinazione del vescovo a
fare in modo che i suoi provvedimenti non rimangano lettera
morta. Lo dimostra il resoconto di una riunione della
Congregazione Economica del Monte di Pietà tenuta nel corso
del 1797. Tale congregazione era una sorta di organo di
controllo dell'amministrazione dell'istituto composta da dieci
laici e, in base ai nuovi provvedimenti vescovili del 1796, anche
da due ecclesiastici. Ebbene, questo organismo, riunitosi il 27
agosto 1797, decide di autorizzare il montista a vendere i pegni
vecchi di almeno 15 anni che non fossero stati reintegrati dai
suoi possessori.40
Dal quadro sin qui esposto, risulta che Civita Castellana era
governata da una classe dirigente inetta e corrotta con consiglieri
speculatori, magistrati e segretari compiacenti, esattori
insolventi e debitori, titolo, quest'ultimo, che sembrava peraltro
essere diventato un requisito necessario e sufficiente per avere
accesso a tutte le cariche pubbliche. L'esito di questo diffuso
malgoverno finiva col ricadere sugli appalti degli spacci pubblici
con un peggioramento della qualità e del prezzo della merce
venduta, sugli appalti dei lavori pubblici con il lievitare dei
prezzi ed anche su un istituto di primaria importanza quale il
Monte di Pietà che non era più in grado di adempiere alla sua
funzione principale, cioè quella di soccorso ai poveri.
E che dire allora della Congregazione Economica, quel
supremo organo che avrebbe dovuto vigilare sugli atti di
consiglieri e magistrati e porre eventualmente il suo veto?
I suoi stessi membri non godevano del prestigio e del buon
nome dovuti al loro ruolo. Come si può dedurre dal testo

54
dell'ennesima denuncia anonima contro due suoi membri, Paolo
Petti e Gaetano Mazzoni, datata marzo 1795. I due vengono in
realtà accusati di colpe minime, come aver concesso sussidi non
previsti al medico, o non essersi occupati dell'affitto di un
provento comunitativo.
Qualche mese dopo però, Paolo Petti è di nuovo oggetto di
una denuncia anonima. La denuncia non si riferisce tanto a sue
eventuali mancanze nell'esercizio di membro della
Congregazione, quanto all'arroganza e alla prepotenza di cui si è
reso protagonista approfittando dell'uso di questa carica. Egli per
di più avrebbe preteso una remunerazione esorbitante per un
lavoro preso in appalto: per questo e per altri motivi, quali
l'essere un debitore pubblico, egli viene ritenuto indegno di
qualsiasi carica ed ufficio e se ne chiede quindi la rimozione. Ma
è un'altra denuncia inviata alla Sacra Congregazione a nome
degli "zelanti", nel marzo del 1795, a mettere in pessima luce
tutta la personalità del Petti. Recita il testo della lettera:
"Egli passò la sua gioventù parte da Frate Minore
conventuale, parte vagando per il mondo (... ) parte nelle
relazioni, e carceri, e parte nelle dissolutezze, che avendo avuta
la sorte di succedere detto Petti doppo la morte di Fabbio di lui
padre al commissariato della RC di Ancona cresce sempre più
nella sua iniquità, ed abusatosi della somma di circa 30. 000
scudi in d. suo officio ristretto però nelle carceri Nuove di
Roma, e si dovette dimettere con averle accordato una dilazione
per non aver come poter soddisfare un tal debito, a cui tuttavia
è soggetto. E lo stesso Petti ristretto altra volta nelle carceri
della Terra Padronale di Campagnano per cospicuo debito
ignominosamente (dovette) fare la cessione de beni (si
aggiunga) che il ridetto Petti usurpò a detta Comunità di Civita
Castellana somma considerabilissima (si aggiunga) che essendo
governatore di d. città di Civita Castellana Gio. Batt. a Santucci
a questi ben affetto il sud. Petti lo deputò sopra intendente al
riattamento delli Pubblici Aquedotti, e della strada di Ponte
Nuovo, quale riattamento fece si capricciosamente abusandosi
della ristretta licenza (del prefetto del Buon Governo) e senza
alcuna intelligenza de Magistrato e communisti con una spesa

55
eccessiva ed esorbitante nonché inutile, poiché l'acque son
torbide come prima, e la strada più dificoltosa".41
Pur ammettendo il carattere denigratorio della denuncia che,
comunque trova ampi riscontri nella carcerazione del Petti e nel
passivo da questi lasciato nei vari incarichi ricoperti, il dato che
qui interessa è che ad essere messi in discussione siano due
personaggi che ricoprono incarichi dall'importanza fondamentale
al fine di assicurare una corretta amministrazione della città.
Uno infatti è il Petti, membro della Congregazione Economica,
quel supremo organo cioè che dovrebbe vigilare sulla correttezza
ed onestà di consiglieri e magistrati; l'altro è il governatore
Santucci, che avrebbe il compito di controllare gli
amministratori locali per conto del Buon Governo.
Se neppure la Congregazione Economica si impegna a
mettere ordine alla situazione, le residue speranze di una sferzata
moralizzatrice vanno affidate al cosiddetto movimento degli
"zelanti". Questi dal numero delle denuncie che inviano alla
Sacra Congregazione, sembrano essersi costituiti come
movimento fustigatore dei cattivi costumi in città. Ma
nonostante i loro sforzi, gli "zelanti" rimangono inascoltati: i
segretari corrotti, i magistrati debitori ed i governatori
consenzienti rimangono al loro posto.
Ben altro effetto avrà su un sistema, che il Sala definiva
imputridito, l'arrivo delle truppe francesi. Si è visto nel capitolo
precedente come al loro arrivo tutto il sistema pontificio entri in
crisi e come, passata la rivoluzione, prenda forma un progetto di
riorganizzazione politica ed amministrativa su nuove basi morali
che sembra portare una ventata di quella ricostruzione auspicata
dal Sala.
C'è ora da chiedersi quale esito abbiano avuto quei tentativi
riformatori che Sala auspicava e che Pio VII, insieme al cardinal
Consalvi, tentò di realizzare. Sembra che questi tentativi a Civita
Castellana non abbiano avuto molto seguito perché, passata
l'emergenza rivoluzionaria, la tensione riformatrice va
allentandosi, mentre riprende forma con i suoi vizi ed i suoi
difetti il vecchio sistema amministrativo. Così nel marzo del
1807, gli "amanti del pubblico bene" parlano di nuovo di un
corpo consiliare formato in gran parte da debitori comunitativi.

56
In questa prospettiva la lotta intrapresa contro di loro dalla
Sacra Congregazione, mediante il conferimento di uno speciale
incarico a Francesco Petti Antonisi, assume un'importanza
fondamentale. E lo stesso Petti sembra rendersene conto quando,
nel chiedere l'esautoramento di un magistrato iscritto nella lista
dei debitori comunitativi, scrive al Buon Governo nel 1807 :
"finché non ci sarà un ordine della Sacra Congregazione che
vieti la ammissione alle cariche pubbliche dei debitori non si
vedrà mai ordine nelle amministrazioni comunitative".
Il potere centrale si rende conto di quanto sia importante
andare fino in fondo nella lotta ai debitori comunitativi se si
vuole imporre un certo ordine nell'amministrazione cittadina.
Così invia a Civita Castellana nel 1808 un proprio visitatore,
Giovanni Rappaini, ma la sua visita viene bruscamente interrotta
dal ritorno delle truppe francesi. Impossibilitato a continuare,
Rappaini consegna un resoconto del lavoro già svolto alla
magistratura cittadina. Ma i magistrati, vedendo che quel
resoconto "feriva" i loro interessi e quelli dei propri parenti, non
lo inviarono mai alla Sacra Congregazione, come avrebbero
dovuto. Questo perlomeno è quanto insinua in una sua lettera
alla Sacra Congregazione il governatore di Civita Castellana nel
1814, nello spiegare dopo la nuova cacciata dei francesi il
motivo per cui quei resoconti, stilati nel 1808, vengono inviati al
Buon Governo con tanto ritardo.
Nel 1815 la Sacra Congregazione invia di nuovo un proprio
visitatore a Civita Castellana che, nel resoconto della sua visita,
mette l'accento sugli stessi mali che da tempo affliggevano la
comunità: la corruzione e l'incompetenza della classe
amministrativa e, il male forse più grave, l'incapacità di
rinnovarsi che emerge dal ciclico ripetersi degli stessi episodi. Il
nome del nuovo visitatore è Luigi Del Frate ed il suo incarico
nel 1815 non appare casuale, soprattutto se riferito a quello del
1801 dell'avvocato Buttaoni.
Anche questa volta, in occasione della seconda e definitiva
restaurazione il Buon Governo invia a Civita Castellana un
proprio visitatore con l'incarico di far luce sul modo con cui
viene amministrata la comunità; la completezza e la minuziosità
del resoconto di Del Frate invece, rispetto a quello del Buttaoni,

57
fanno pensare ad una più energica azione del potere centrale.
Dal resoconto di Del Frate, in particolare, risulta che ha visitato
il palazzo comunale con la segreteria, gli acquedotti e le scuole
pubbliche. Quanto al palazzo comunale scrive che è "ridotto in
stato deplorabile e improprio a contenere le carte, libri ed altro
di tanta gelosia giacché vi piove da ogni banda in maniera che
infradicia le carte e tra la polvere in cui sono avvolte per la
poca o niente custodia che se ne ha con un poco più di tempo
vanno a ridursi quasi al niente (... ) In secondo luogo molte
carte sono in mano altrui e quelle che vi sono stanno tutte alla
rinfusa. È mancante perfino lo statuto di questa Commune".42
Quanto al segretario, viene da lui definito "ridotto in uno
stato di imbecillità", quindi suggerisce di trovarne uno nuovo e
di dargli un buon emolumento, onde evitare gli scompensi
derivanti da paghe troppo basse. Accingendosi poi a controllare i
sindacati relativi agli anni 1801-1803, Del Frate li trova molto in
disordine ed in gran parte incompleti. Chiestane notizia al
segretario, questi risponde che si trovano in casa di Francesco
Petti Antonisi personaggio che, come abbiamo visto, aveva
ricoperto molti incarichi pubblici. L'inviato pontificio quindi,
dopo aver avvertito Petti di voler vedere quelle carte, si reca in
casa sua. Ed è a questo punto che il suo racconto assume
contorni grotteschi. Egli racconta che, una volta entrato in casa,
Francesco Petti lo fece attendere in anticamera e "con somma
fretta sortì dal suo studio ed immediatamente chiuse a chiave
venendogli incontro (... ) lo fermò in mezzo di detta anticamera.
Sapeva egli già ciò che andava a fare poiché dalla mattina
stessa essendo stato dell'esponente gli aveva fatto la dimanda di
alcune carte la nota delle quali gli avrebbe portato in sua casa
il giorno e così pervenuto gli fa trovare sopra un tavolino di
detta anticamera alcune delle medesime, ed ecco avverato in
qualche parte che egli custodisce delle carte appartenenti alla
Commune. Siccome poi non vi era dove porsi da sedere volendo
egli far cosa grata riaprì il suo studio contiguo di d. anticamera
e tirò fuori una delle poche sedie che nel medesimo vi aveva e
gliela presentò. In tal contrattempo il Del Frate scorse cogli
occhi nel medesimo studio e vide sistere (sic!) un non piccolo
Archivio di carte e libri ben situati in tante scansie e che per la

58
distanza in cui era non potè comprendere i titoli delle posizioni
ivi contenute (... ) La prevenzione l'esibita di qualche carta ed
una tal gelosia tutto dà motivo di fondato sospetto che egli
possa avere quello che dal segretario non solo, ma dagli
individui della Commune stessa si asserisce. Tanti irregolari
atti vengono ad involvere maggiormente gl'interessi della
Commune, motivo per cui si trova all'estremo danneggiata". E
al termine del suo resoconto Del Frate si lascia andare ad
un'appassionata considerazione:
"Ecco poi da dove derivano la Miscredenza e la
Scostumatezza giunta tant'oltre a giorni nostri. Questi sono
individui (gli amministratori cittadini) a cui basta soltanto il
proprio interesse, profittare della dabbenaggine dei magistrati,
quali si cercano di far regnare per dilapidare la povera
Commune e spogliarla di tutto. Se potessero onde è che la
Commune si trova in uno stato il più deplorabile".
Del Frate in questo suo resoconto si mostra estremamente
lucido nel comprendere l'origine dei problemi della città,
innanzitutto la corruzione dei suoi amministratori, e poi
nell'individuare i rapporti di forza esistenti al suo interno con i
magistrati che, si potrebbe dire, regnano ma non governano ed i
consiglieri a tessere occultamente ed indisturbati le fila degli
interessi privati.
In questa situazione egli non vede altra soluzione che porre la
città sotto un'amministrazione speciale, da sottoporre essa stessa
a controllo annuale per verificare eventuali mancanze da parte
sua. Ed alla fine di questo capitolo la testimonianza di Del Frate
assume un valore conclusivo. Se finora l'inettitudine, la
corruzione, il malgoverno tanto diffusi in città erano stati
documentati soprattutto da denuncie anonime, ora è un inviato
del Buon Governo a parlare. Il suo giudizio è quello di un
funzionario governativo, di una persona al di sopra delle parti e
non il risultato di attacchi dal carattere personale rivolti ora
contro questo, ora contro l'altro amministratore. È un giudizio
morale quello che egli esprime, ed è nel tramonto dei
fondamentali valori etici nella "miscredenza" e nella
"scostumatezza" della classe politica che egli vede le ragioni
dell'odierno decadimento della città.

59
Capitolo III

La decadenza dei valori religiosi

Si è parlato nel capitolo precedente del disfacimento delle


strutture amministrative della comunità come conseguenza dei
mali del sistema pontificio: l'inettitudine e la corruzione di una
classe dirigente incapace di rinnovarsi, nonché i disordini
finanziari. Ma già l'inviato pontificio, Luigi del Frate, pensava
che queste fossero solo le manifestazioni di un malessere più
profondo che era invece di natura morale. Questo giudizio trova
riscontro anche in alcune osservazioni di Vittorio Emanuele
Giuntella. Egli ritiene che per cogliere la vera origine della crisi
del sistema pontificio sia necessario andare oltre le sue
espressioni più esteriori ed appariscenti che sono il dissesto
economico e l'inettitudine degli amministratori. E scrive:
"Non si potrà comprendere (... ) la decadenza settecentesca
del Papato se non nel quadro di una crisi più vasta che è di
natura religiosa: è lo scadimento dell'impegno religioso che
influisce sul disfacimento dello Stato. Perciò i contemporanei
più sensibili affermano con chiarezza che la riforma più urgente
non è quella dello Stato, ma quella della Chiesa".1
In proposito egli parla di un ceto ecclesiastico eccessivamente
compromesso con il mondo e descrive: il lusso di cui si
circondano alcuni cardinali, le molte preoccupazioni per
avanzamenti di carriera, le poche vocazioni sincere, la povertà
della formazione spirituale e l'inadeguatezza del clero di fronte
alle esigenze pastorali fondamentali. Questo ceto ecclesiastico a
Civita Castellana è a dire il vero numeroso ed attivo. Abbiamo
già visto che per sette anni, dal 1795 al 1802, il Monte di Pietà è
diretto da un ecclesiastico, Don Antonio Paradisi. Il chierico
Sensini, che ci è apparso tanto contestato nel capitolo
precedente, per molti anni svolge la funzione di segretario

60
comunitativo. L'economo nominato nel 1794, Pietro Forretti, è
un abate. Sono quasi esclusivamente ecclesiastici coloro che
compilano le sentenze sindacatorie.
Non bisogna poi dimenticare la presenza stabile di due
esponenti del clero alle sedute consiliari nelle quali essi portano
il peso di tutto il "partito ecclesiastico". Un esempio nella seduta
del 26 gennaio 1802, convocata per decidere tra privativa e
libero commercio delle carni, quando il deputato ecclesiastico
Giovanni Morelli, sostenendo la tesi del libero commercio,
precisa di farlo a nome di tutto il clero cittadino. Questo difatti il
giorno prima, nella sagrestia della cattedrale, aveva votato
compatto per la stessa tesi.
Dai resoconti delle visite pastorali, che coinvolgevano il
vescovo in ispezioni alle varie chiese ed opere pie, il territorio
risulta diviso in quattro parrocchie; di molto maggiore era però il
numero delle chiese. Oltre alla cattedrale, capolavoro dei
Cosmati, a Civita Castellana si concentravano altre diciotto
chiese, il monastero di Santa Chiara ed un seminario che si
dedicava all'educazione dei giovani e dei chierici.
Dalla lettura dell'elenco dei "nomina ecclesiasticorum"
redatto in occasione della seconda visita pastorale di De
Dominicis, si rileva che a Civita Castellana, oltre ai curati delle
diverse parrocchie, operavano diciotto canonici, otto presbiteri e
tredici chierici. Per non contare i dieci "assenti" che pur
appartenendo al clero cittadino sono altrove al momento della
visita di De Dominicis intrapresa nel 1790.2
Questo ceto ecclesiastico però, pur così numeroso ed attivo,
come già detto, non gode del rispetto e del prestigio dovuti al
suo ruolo. Ciò anche perché sono tante le vicende poco
edificanti nelle quali si trova coinvolto. Queste sono
documentate da una serie variegata di fonti: la corrispondenza di
De Dominicis, gli editti da lui emanati per correggere i costumi
del clero e i "criminalia", cioè gli atti dei procedimenti giudiziari
svoltisi davanti al vicario generale per reati minori.
Tra i "criminalia", un caso particolarmente inquietante
riguarda i racconti erotici di un gruppo composto per lo più da
chierici e sacerdoti.3 Le prime notizie riguardanti il fatto
risalgono all'aprile 1796, quando davanti al vicario generale si

61
presenta Pio Ciancarini per querelare i due sacerdoti Sante
Pasquetti e Clemente Colonnesi, alcuni chierici e due laici tutti
rei di aver formato una cricca che aveva infamato con le sue
dicerie molte donne della città ed in particolare la moglie Rosa.
Ciancarini racconta che i membri della cricca erano soliti
riunirsi nella sartoria di uno di loro, un certo Selli. Il chierico
Laimberger a cui era stato dato l'incarico di "Balivo", cioè un
tuttofare, con l'accensione di una candela dava inizio ad una
sorta di rito segreto consistente nel mettere all'asta le donne del
paese. Il "Balivo" le nominava ad una ad una ed ognuno dei
membri del circolo, presa in mano la candela, raccontava le
avventure a sfondo erotico avute con la donna. A conclusione
del rito la signora in questione veniva dichiarata "meretrice" o
"donna pubblica".
Il racconto del Ciancarini trova piena conferma in molte altre
testimonianze raccolte dal vicario generale: Angelo Cicuti il 21
aprile racconta come l'esistenza di questa congrega sia un fatto
che "si è ormai reso pubblico e notorio in questa città, e
chiunque l'ha sentito si è scandalizzato fortemente molto più che
vi sono intervenuti, e vi hanno interloquito li detti due sacerdoti
D. Sante Pasquetti e D. Clemente Colonnesi".
Una volta accertata l'esistenza della congrega il vicario
generale vuole andare più a fondo, indagando in particolare sulla
posizione dei due sacerdoti. A tal proposito il Cicuti interrogato
risponde:
"veramente secondo me, e secondo anche l'oppinione di molti
li detti due sacerdoti Pasquetti e Colonnesi si portano poco bene
poiché essi invece di dare il buon esempio all'altri danno motivo
ed occasione di scandalo come hanno fatto con detto conseglio,
ed in altre occasione, tanto che si suol dire che vestano
solamente da sacerdoti, ed i loro costumi sono affatto diversi".
Così attestando Angelo Cicuti, oltre a confermare l'esistenza
della cricca, testimonia anche il comportamento degenerato dei
due sacerdoti non addicendosi al ruolo che essi ricoprono. In
città poi è divenuto luogo comune dire che i due sono sacerdoti
ormai solo di nome. Alla luce di queste parole diventa difficile
credere agli accusati quando tentano di ridurre la questione ad un
fatto episodico, ad uno scherzo tra amici. Il chierico Domenico

62
Rosa, interrogato dal vicario generale, definisce il caso in cui è
stato coinvolto "una ragazzata da me con altri miei compagni
fatta nella bottega di Antonio Selli sartore". Queste difese, a
giudicare dalla sicurezza con cui sono condotte, danno l'idea
dell'assenza di dubbi o ripensamenti sul proprio ruolo. Il
sacerdote Clemente Colonnesi, quando il vicario generale gli
chiede se ritenga o meno di essere incorso nelle pene stabilite
dai canoni, dalle costituzioni sinodali o da altre leggi, risponde:
"Io dico e rispondo di non essere incorso in pena alcuna
perché (il racconto relativo a Rosa Ciancarini) fu fatto ciarlando
e per ridere solamente".
L'atteggiamento degli accusati del resto trova buon gioco nel
clima di assuefazione alle "sordide" storie di sacerdoti beoni e
libertini e, allo scandalo da esse provocato. Tutto avviene tra
l'indifferenza generale, anche quella di un ceto ecclesiastico che
evita di denunciare, come dovrebbe, il fatto alle autorità
competenti. Solo Pio Ciancarini presenta querela contro i
membri della congrega, ma non tanto perché colpito nella sua
sensibilità etica e religiosa, quanto perché esasperato dal fatto
che l'oggetto preferito dei racconti inquisiti fosse proprio la
moglie, a causa probabilmente di un vecchio contenzioso con il
sacerdote Clemente Colonnesi.
Del resto la chiara dimostrazione del prosperare di certi
comportamenti la si trova nell'assenza di qualsiasi serio
provvedimento disciplinare nei confronti degli accusati. Fa
eccezione l'ordine di "tenere la propria casa come carcere"
durante il processo.
Ma c'è anche chi denuncia tali comportamenti devianti. Lo si
deduce dalla corrispondenza del vescovo, dove è compresa una
lettera che il 4 aprile 1805 il curato della cattedrale, Don
Antonio Cicuti, invia al vescovo per informarlo del
comportamento scorretto di un suddiacono, tale Gregorio Minio,
che da tempo conduce una relazione con una donna sposata,
incurante dell'ammonizione del vescovo e di un antecedente
richiamo dello stesso Cicuti. Anzi, precisa il curato, tali
interventi "hanno fatto sì che con maggior frequenza abbia
frequentato una tale scandalosa amicizia, posponendo gli
obblighi del proprio Stato con tralasciare ispessissimo il coro,

63
la scuola (e) essendosi reso su di ciò audace in guisa, che è
giunto persino a far portare a detta donna la sedia nella
cattedrale dai chierici inservienti allorché interveniva". Il curato
Cicuti, non potendo più tollerare la situazione, fa ricorso anche
al vicario generale. La denuncia, però, giunge all'orecchio di un
amico del suddiacono che, ovviamente ne viene informato. E,
continua il curato:
"ciò fu bastante acciò il Suddiacono Minio mi aspettasse la
mattina, allorché andavo a celebrare la S. Messa, e con aria
minaccevole con termini impropri fortemente m'insultasse (... )
nella pubblica piazza della cattedrale".4
Il comportamento del suddiacono sembra in qualche modo
riflettere quello dei sacerdoti precedentemente inquisiti. Anzi il
Minio nel bel mezzo di una funzione in cattedrale arriva ad
ostentare la sua relazione con la donna facendole porgere una
sedia non appena entrata in chiesa. Anche la donna non è da
meno, quasi che il fatto di avere una relazione adulterina con un
uomo di chiesa, non sia in contrasto col partecipare alle funzioni
religiose.
Ma al di là di questi comportamenti, che corrispondono a
vere e proprie violazioni di precetti di vita sacerdotale, sono
anche frequenti i casi in cui gli ecclesiastici si trovano coinvolti
in risse, litigi ed altri episodi del genere che, per il loro numero e
frequenza stanno a denotare un generale scadimento dei costumi.
Un episodio, ad esempio, è estratto dai "criminalia", dove è
classificato come un procedimento per vita poco ferrea. Nel
1809 coinvolge proprio quel curato Antonio Cicuti che pochi
anni prima aveva denunciato il comportamento scorretto di un
suddiacono.5 Si tratta di una querela presentata contro di lui da
Luigi Morelli, esattore delle imposte, che dichiara di essere stato
insultato e preso a male parole dal curato con l'accusa di essere
un ladro pubblico e di aver avvelenato tre persone al fine di
trarre indebiti guadagni dalle loro eredità.
La denuncia di Luigi Morelli trova conferma in molte
testimonianze raccolte dal vicario generale. In particolare
Gregorio Minio, divenuto sacerdote, chiarisce come il motivo di
tanta acrimonia del curato nei confronti di Luigi Morelli sia un
mandato di mano regia. L'ex suddiacono, adesso testimone

64
d'accusa, precisa che la violenta reazione del Cicuti non si
scatenò tanto di fronte al rischio che il mandato colpisse i beni
che aveva in casa, quanto di fronte alla minaccia di
pignoramento su un suo piccolo calesse. Fu allora che il curato
iniziò ad inveire contro l'esattore, lanciandogli accuse infamanti.
Il curato poi, non contento degli insulti lanciati contro Luigi
Morelli se la prende con tutta la sua famiglia. Come documenta
la testimonianza resa davanti al vicario generale dal fratello di
Luigi, l'arciprete Giovanni Morelli, l'8 febbraio 1809. Egli così
racconta lo spiacevole incontro avuto con il curato la sera prima
verso la mezzanotte:
"si presentò (... ) colle mani alli fianchi, e faciendo come suol
dirsi la cianchetta e con occhio torvo e minaccioso in aria di
uomo sopraffatto dal vino e dalla collera, che va per occidere
un suo nimico".
Alla fine, continua Giovanni Morelli, la cosa finì bene, ma
solo grazie al suo sangue freddo e alla sua pazienza, visto che
non era la prima volta che riceveva insulti e minacce da Antonio
Cicuti. Infatti, continua nel suo racconto l'arciprete Morelli:
"nel dì appresso il 31 decembre pochi momenti prima che io
finissi un discorso in ringraziamento del felice compimento
dell'anno nella cattedrale, egli essendo entrato in chiesa egli
fece la seguente espressione cioè - andiamo a sentire questo
cane barbone - (... ) il giorno dell'ottava delli SS. Patroni ild.
Curato ebbe il coraggio di farmi il solito complimento condirmi
che mi teneva sotto la sola delle scarpe senza aver riguardo al
luogo Santo cioè in Sagrestia, e agl'abiti che tenevo indosso".
Ma il caso del Cicuti (sacerdote aduso alle scenate e che, a
sentire la testimonianza dell'arciprete Morelli, non
disdegnerebbe i piaceri conviviali del "divino Bacco") non è un
caso isolato. È proprio il frequente ripetersi di episodi simili ad
assumere maggiore rilevanza e a dare l'idea di un malcostume
diffuso tra gli ecclesiastici. Sempre dai "criminalia" risulta che
nel 1805 il chierico Matteo Schioppetti partecipa alla rissa dei
suoi genitori e fratelli contro una zia vedova stabilitasi
temporaneamente presso di loro. Nell'agosto del 1815 il chierico
laico Silvestro Rezzoli viene accusato dal suo padrone di casa di
disturbi agli altri condomini anche a notte inoltrata.

65
Altri testimoni raccontano che spesso viene sentito profferir
bestemmie ed ha fama di ladro. Infine, sembra che sua moglie
abbia una relazione con un sacerdote. Ancora nell'ottobre del
1815 il canonico Saverio de Carolis viene accusato di aver
utilizzato metodi non proprio ortodossi nel tentativo di
ricondurre a casa la moglie del fratello Egidio. E la diffusione di
questi comportamenti è palpabile in una serie di editti che il
vescovo di Civita Castellana, Lorenzo de Dominicis, emana in
occasione delle sue visite pastorali per la diocesi.
Dalla lettura di questi editti, siglati come "volti a correggere i
costumi del clero", emerge la figura di un vescovo sensibile a
quelle correnti di rinnovamento spirituale che operavano in
Roma nel corso del Settecento e che ritenevano essenziale una
riforma interna della chiesa attraverso un ritorno ai valori delle
origini, quelli evangelici, con la riaffemazione della missione
spirituale della chiesa compromessa dagli impegni mondani.6
Un richiamo piuttosto chiaro ai valori originari presenti nei
vangeli è contenuto in un editto emanato nel 1792, con cui De
Dominicis ammonisce le religiose del Monastero di Santa
Chiara al rispetto del voto di povertà.7 Egli, nel richiamare le
religiose ad un precetto tanto importante (ricordiamo che il
monastero apparteneva all'ordine dei francescani) scrive di
ritenere "che uno de principali impedimenti al profitto spirituale
delle Religiose nei Monasteri alla nostra Pastoral cura affidati
(... ) proviene dalle spese, che son costrette a fare le Monache
particolari in occasione dei loro offici, dal che provengono
molte inquietudini, e disordini, che direttamente si oppongono
all'osservanza delle Regole, con pregiudizio anche de voto di
Povertà". Il vescovo quindi, "anche per quiete delle di loro
coscienze, e per liberarsi ( le suore ) dalli continui scrupoli, che
insorgono, e dalle sollecitudini, e distrazioni che ne provengono
a danno dell'Orazione, e culto di Dio, e della osservanza dell SS
Regole, e specialmente della S. Povertà, alla quale devono
attendere in adempimento degli obblighi dello Stato di
Perfezione a cui sono incamminate", vieta loro di fare qualsiasi
spesa a titolo di donativo od altro in occasione degli offici
religiosi. Anzi, qualsiasi spesa debba farsi per la celebrazione di
questi offici, dovrà essere fatta con le rendite del monastero e

66
senza contrarre debiti. Ed al fine di evitare il minimo sperpero
dispone che i vitalizi assegnati a ciascuna religiosa siano
depositati nelle casse del monastero a disposizione della madre
superiora. Questa li assegnerà a colei a cui sono stati destinati
limitatamente alle sue necessità religiose, mentre il resto resterà
nelle casse comuni.
Ma è soprattutto in occasione della sua terza visita pastorale,
intrapresa l'8 dicembre 1792, che Lorenzo De Dominicis emana
una serie composita di editti volti ad inculcare una nuova
sensibilità etica al clero cittadino. Questa sua volontà si concreta
in un editto dal titolo «Ordini e Provvisioni per il Capitolo e
Clero di Civita Castellana».8 In esso sono contenute una serie di
norme di carattere disciplinare volte ad ottenere una maggiore
morigeratezza nei costumi degli ecclesiastici. In primo luogo
nell'editto trova piena conferma il generale malcostume diffusosi
tra gli ecclesiastici, quando il vescovo scrive di aver dovuto
sentire, ed anche osservato direttamente, che alcuni di loro "si
arbitrano di andare per la città il giorno dopo pranzo, e talvolta
anche la mattina con abiti di colore, quali sono loro
espressamente proibiti dai Sagri Canoni, e dal Sinodo
Diocesano".
In proposito De Dominicis ordina che gli ecclesiastici
facciano uso esclusivamente dell'abito nero lungo, nel corso
della mattinata "specialmente per andare a celebrare le messa", e
corto durante il giorno. Ed inoltre, "avendo l'ecclesiastici
nell'iscriversi alla Sagra Milizia rinunciato alle vanità
secolaresche, dovranno ben guardarsi dal far uso di certi
fibbioni a simiglianza di quelli che portano le persone secolari,
anche più vili, come anche dall'attillatura di chiome, e dalle
incipriature di esse troppo indecenti al di lor grado, e
specialmente alli sacerdoti nel celebrare la S. Messa".
Anche a Roma, da lungo tempo, si stava conducendo una
lotta in tal senso. Giuntella ricorda quella contro l'uso della
parrucca ed il caso di un cardinale che osò presentarsi con
questo orpello in testa alla cerimonia del Corpus Domini e ne fu
fatto allontanare da papa Benedetto XIII.9
Continuando nell'esame degli editti di De Dominicis, ne
risulta come questi abbia saputo che alcuni membri del clero

67
cittadino "si facciano lecito alle volte di dare il braccio alle
donne di notte od anche di giorno con avvilimento del proprio
carattere (... ) che altri si trattengano nel pubblico caffè, ed
altre botteghe (... ) con ammirazione de secolari (... ), dell'abuso
introdottosi di andare a bevere vino ne luoghi pubblici".
Per questi comportamenti egli minaccia pene pecuniarie, e,
per l'abuso nel bere, la sospensione a divinis di tre giorni. Ma la
compromissione con il mondo, non riguarda soltanto
l'acquisizione dei vizi e degli eccessi del tempo; essa porta
spesso gli ecclesiastici a privilegiare gli impegni temporali
rispetto a quelli religiosi. Scrive infatti il vescovo, di aver "più
volte dovuto sentire" che gli ecclesiastici sono distratti nei loro
doveri pastorali da incombenze burocratiche, quali quelle
relative alla cancelleria civile e criminale a cui competeva rogare
gli atti concernenti gli interessi della comunità. Ritenendo che
questa possa essere una cosa "atta a cagionare loro amarezze
disgusto, ed anche dissezioni (sic!)", egli proibisce di fare alcun
attestato alle parti in causa senza la dovuta licenza scritta,
rilasciata da lui o dal vicario generale.
Il ceto ecclesiastico, dal tenore di questi documenti, sembra
composto da individui in cui la compromissione con le questioni
temporali e mondane abbia totalmente svilito l'impegno
pastorale ed umanitario propri del ruolo sacerdotale.
Vittorio Emanuele Giuntella individua le ragioni dello
scadimento del ruolo ecclesiastico nell'avvio al sacerdozio senza
una vera vocazione, nella scarsa formazione religiosa, come
nella inadeguata preparazione culturale e morale. De Dominicis
con la sua sensibilità e le sue prescrizioni pastorali ci mostra il
rilievo che avevano queste problematiche e specialmente
l'importanza di quelle concernenti l'educazione religiosa. Si
veda, per esempio, l'editto da lui emanato il 12 luglio 1794 per
favorire una maggiore frequenza della dottrina da parte dei più
giovani.10 Il vescovo, avendo sentito con "rincrescimento" che la
dottrina è poco frequentata, al fine di convincere anche i genitori
più negligenti all'adempimento "di un dovere così senziale verso
de loro figli" come quello di mandarli a scuola di dottrina,
reintroduce alcune norme che prevedevano una multa di 10
baiocchi per ogni assenza dei ragazzi.

68
Ed a spiegare l'essenzialità di una buona istruzione religiosa
De Dominicis ammonisce che: "ognuno deve restar persuaso
della ragionevolezza di questo nostro ordine, poiché dalla
mancanza di istruzione delle cose necessarie a sapersi della
nostra Religione provengono la maggior parte de peccati, ed
altri disordini".
Un richiamo all'intendimento del vangelo e della dottrina
cristiana, come del catechismo, non manca neppure nell'editto
precedentemente citato sotto il titolo di «Ordini e Provvisioni
per il Capitolo e Clero di Civita Castellana». In esso il vescovo
ordina che i bambini prima di essere ammessi alla prima
comunione, e così pure gli sposi prima del matrimonio, vengano
esaminati da alcuni suoi "deputati", per accertare che abbiano
conseguito una preparazione adeguata al sacramento a cui si
stanno accostando.
Con questa serie di provvedimenti De Dominicis sembra
convinto che solo il recupero dei valori religiosi fondamentali,
mediante un'adeguata istruzione, renda possibile una vera
riforma religiosa. Quanto all'effetto sortito da tali disposizioni il
vescovo se ne dichiara soddisfatto in un'editto del 1802, dove si
trova scritto che quello del 1794 «Ordini e Provvisioni» ha dato
buoni risultati. Nello stesso tempo, però, egli registra la
diffusione di nuovi comportamenti emendabili, come quello di
giocare d'azzardo, ed emana nuove norme di carattere
disciplinare. Indagare più approfonditamente per vedere se le sue
iniziative abbiano alla lunga portato i frutti sperati, è reso
difficile anche dalla scarsa presenza di documentazione relativa
al periodo imperiale.
Ma certo dal numero di risse e litigi in cui gli ecclesiastici
vengono coinvolti nel 1815, non si direbbe che gli editti del
vescovo abbiano avuto effetti risolutivi o determinanti. Vista
l'importanza che De Dominicis attribuisce all'istruzione
religiosa, non sorprende la sua attenzione nei confronti del
seminario, che egli stesso era stato costretto a far chiudere nel
1789, due anni dopo essere stato nominato vescovo. Ferma restò
in lui però l'intenzione di riaprirlo al più presto, vista la sua
importanza, come già detto, per l'educazione dei giovani e dei

69
chierici. Questo è quello che De Dominicis scrive in una
notificazione per la sua riapertura, datata 6 giugno 1792.11
Il medesimo documento ci dà poi una traccia di quello che
sarà il futuro dell'istituto. Questo verrà riaperto il primo
novembre 1792 e le spese relative al suo mantenimento saranno
sostenute da tutta la diocesi con una tassa detta "del seminario".
Inoltre l'istituto potrà contare sulle rette degli studenti: 36 scudi
annui per gli alunni diocesani e 40 per gli altri. Le materie
oggetto di studio saranno: teologia, umanità, retorica, prima e
seconda scuola di grammatica, canto. È anche prevista
l'introduzione dello studio della legge civile e canonica.
Le altre notizie riguardanti il seminario provengono dai libri
"d'entrata ed esito", cioè dai libri contabili dell'istituto con
annotate tutte le spese e gli introiti.12 Si tratta di materiale ricco
di dati e cifre, ma povero di notizie di vita vissuta. Dai fogli
d'entrata del 1789, comunque, si evidenzia la difficile situazione
economica in cui versava il seminario e che costrinse il vescovo
prima ad elargire in suo favore 50 scudi e poi a chiuderlo.
L'anno successivo l'istituto conta solo tre studenti contro i 14
del 1789. Nei fogli d'esito del 1792, invece, sono segnate le
spese per il restauro dell'edificio in vista della sua prossima
riapertura. Le stanze vengono imbiancate e rimesse a nuovo, gli
acquedotti del cortile vengono rinnovati contemporaneamente
all'esecuzione di molti altri lavori di ristrutturazione. Nelle note
di spesa tornano a comparire tutte le voci più minute: la legna ed
il carbone per l'inverno come la carne, il vino ed il pane, o le
crostatine ed i "gallinacci" per il Natale: tutti generi destinati al
vitto degli studenti. Il numero dei seminaristi riprende a farsi
consistente: se ne contano 20 nel 1793, e 26 l'anno successivo.
Le entrate economiche del seminario risultano provenire in
primo luogo dalle rette degli studenti e poi dalla nuova tassa
voluta dal vescovo che ammonta a circa 120 scudi annui per
tutta la diocesi.
Altre fonti di reddito provengono dal capitale investito in
"luoghi dei Monti" grazie al quale l'istituto percepisce interessi
di circa 60 scudi l'anno.13 Il seminario può inoltre contare sulle
rendite della chiesa del Carmine i cui beni sono in comune e su

70
quelle della chiesa del SS. Sacramento di Vallerano e di San
Leonardo di Borghetto, una frazione di Civita Castellana.
Tra le varie opere pie la confraternita del Santissimo
Sacramento di Civita Castellana partecipa al mantenimento del
seminario con un contributo annuo, mentre l'ospedale di San
Giovanni di Caprarola, paese nei pressi di Civita Castellana,
sovvenziona due studenti pagando loro la metà della retta.
Se il 1792 segna l'anno della rinascita per questo istituto, il
biennio 1798-1799 segna l'inizio di una profonda crisi
determinata dagli eventi di guerra. Nel 1798 le entrate si
assottigliano a 13 scudi, che provengono dalla vendita delle
canape (con queste si produceva il lino), dall'olio, o almeno da
quello che, come si legge nei libri contabili, non è stato
"derrubato nella venuta de francesi".
Altrettanto esigue sono le uscite limitate a dieci scudi spesi
per la macinatura delle olive e per la benedizione del Sabato
Santo. Scompaiono dai "libri d'entrata" le rette degli studenti, da
quelli " d'esito" le spese per il vitto e l'alloggio, così pure le
remunerazioni per gli insegnanti. La crisi dura fino al 1813, e si
può presumere che nel frattempo il seminario resti
probabilmente chiuso e sopravviva grazie alle rendite delle
chiese del SS. Crocifisso di Vallerano e di San Leonardo in
Borghetto, ma soprattutto grazie ad una serie di beni accorpati al
seminario, che rendono ogni anno delle entrate in affitti.
Nei fogli contabili delle uscite si rinvengono però, per l'anno
1812, una serie di spese di ristrutturazione. In particolare
vengono riedificati l'appartamento del rettore, la cappella, il
refettorio, mentre il portone principale e la cucina ricevono i
lavori necessari ad essere ridestinati al loro scopo: il che prelude
ad una prossima riapertura.
Nel 1813, infatti, benché manchino notificazioni ufficiali ad
attestare l'avvenuta riapertura, il seminario risulta frequentato da
17 studenti. Ognuno all'atto d'ingresso paga una retta di tredici
scudi e cinquanta baiocchi per tre mesi anticipati. L'introito
complessivo tra il 1813 e il 1815 è di scudi 897,20.
Insieme alle rette degli studenti tornano a figurare le spese per
gli alimenti e l'emolumento per il rettore, mentre viene introdotta
una figura nuova, quella del prefetto, carica di chiara matrice

71
francese e che i francesi avevano adottato ispirandosi a loro
volta al mondo romano. Mancano invece nelle annotazioni dei
libri contabili le gratifiche per gli insegnanti.
Un aspetto più marcatamente formalistico l'azione del
vescovo lo mostra negli editti dedicati al coro della cattedrale,
con un incalzare di richiami e di moniti rivolti ai canonici "che
si sbrigano troppo, che non rispondono, che ciarlano e si
assentano dal coro senza motivo". L'insistenza sull'officiatura
delle funzioni religiose nella cattedrale potrebbe anche
sorprendere in una personalità come quella di De Dominicis
tutta tesa ad un recupero morale ed interiore del ceto
ecclesiastico. Essa è però significativa dell'importanza che il
fasto e la teatralità delle cerimonie religiose assumevano nel
corso del Settecento.
Vittorio Emanuele Giuntella, in particolare, descrive
l'importanza delle cerimonie religiose nel costume e nella
sensibilità di questo secolo. E racconta come nelle basiliche
fossero famosi i canti spettacolari, le grandi cerimonie a cui
partecipavano il clero e le confraternite tra il suono di campane e
gli squilli di tromba e il modo in cui abitanti di Roma e forestieri
vi accorressero come a degli spettacoli di intrattenimento
mondano.14
A Civita Castellana particolarmente sentiti erano il carnevale,
la festa dei patroni e la peregrinazione primaverile nella chiesa
della Madonna delle Piagge, poco fuori dal centro abitato, a cui
la popolazione era particolarmente devota. In occasione del
carnevale, che ha radici antichissime nel territorio falisco,
venivano organizzati all'interno del centro abitato passatempi e
giochi proibiti nel resto dell'anno, come si può leggere anche
negli statuti comunali.15
Negli ultimi tre giorni della festa il camerlengo dava il via a
gare d'abilità e prestanza fisica come la corsa dell'anello o il tiro
a bersaglio con la balestra. I festeggiamenti proseguivano poi
con balli organizzati nelle case dei privati a cui partecipavano in
molti, non esclusi gli uomini di chiesa, a cui però non era
concesso ballare. La festa aveva anche risvolti religiosi: infatti in
quest'occasione avveniva "l'esposizione delle quaranta ore", una
cerimonia durante la quale erano esposti grandi ceri e

72
suppellettili nella chiesa cattedrale con la partecipazione di tutte
le confraternite. Tra il 16 ed il 18 settembre veniva invece
celebrata la festa dei patroni, i martiri Marciano e Giovanni, con
la novena, l'ostensione delle reliquie nella cattedrale e una
solenne processione per la città.
Significativa nella vita religiosa popolare era la presenza
delle confraternite. Vittorio Emanuele Giuntella nel descrivere
quanto fosse importante per il romano del Settecento questa
forma di esperienza religiosa racconta come vi si entrasse da
adolescenti per passarvi tutta la vita, e come i legami
continuassero anche dopo la morte con l'accompagnamento alla
sepoltura, che spesso avveniva in un luogo situato nella chiesa
della confraternita.
Giuntella ravvisa l'elemento più interessante di questa
esperienza nella comunanza tra poveri e benestanti, tra colti ed
analfabeti. Nello stesso tempo però riconosce che questi benefici
effetti non riuscivano a compensare la carenza di una
formazione religiosa troppo spesso sommaria e basata su aspetti
esteriori. Al contrario un frutto positivo di questa esperienza egli
lo individua nell'esercizio della carità a favore dei poveri.16
A Civita Castellana erano presenti cinque confraternite:
quella del SS. Rosario, quella del SS. Salvatore, la confraternita
di San Giovanni e Marciano e la confraternita della Buona
Morte, tutte legate alla chiesa cattedrale. La confraternita di San
Giovanni Decollato, invece, aveva come punto di riferimento la
chiesa omonima e l'omonimo ospedale cittadino. Essa, al
contrario delle altre, anteponeva ai fini di culto le opere di carità
quali l'assistenza ai poveri, malati e carcerati.
Le uniche notizie riguardanti le confraternite provengono dai
libri contabili conservati nell'Archivio Diocesano: si tratta
quindi di un materiale scarno, contabile, privo di riferimenti alla
vita spirituale che animava queste associazioni. Le confraternite
con prevalenti finalità di culto, si dedicavano per lo più alla
celebrazione dei santi o dei sacramenti a cui erano dedicate. La
devozione contemplava l'addobbo della chiesa e della cappella
con particolari paramenti e l'esposizione della "macchina" ornata
di immagini sacre. La loro attività però non si limitava alla
celebrazione di una particolare festività. La confraternita del SS.

73
Rosario, ad esempio, aveva l'obbligo di fornire cera per le
processioni della prima domenica del mese e di far celebrare
cinque messe in occasione di particolari festività: l'Assunzione,
la Purificazione, la Natività, l'Annunciazione ed un'altra da
stabilirsi.
Per far fronte a tutte queste incombenze i confratelli potevano
contare su diverse entrate provenienti da beni stabili, "luoghi dei
Monti", contribuzioni comunitative e le abituali questue annue
che avvenivano o in chiesa o per la città. La confraternita di San
Giovanni e Marciano dedita alla celebrazione dei due Santi
Patroni, ad esempio, ricavava la gran parte dei propri utili dalle
quattro questue effettuate per la città; la confraternita del SS
Rosario, invece, usufruiva dell'affitto di alcuni beni stabili e di
un capitale investito in "luoghi dei Monti". I membri della
confraternita del SS Rosario organizzavano, inoltre, due questue
l'anno per la città: una la prima domenica dell'Avvento, e l'altra
la terza domenica di Quaresima.
Notizie più precise si potrebbero ricavare dagli statuti, ma
l'unico pervenuto sino a noi è quello della confraternita del
Santissimo Salvatore, della quale si viene così a sapere che dopo
essersi estinta negli anni, fu ricostituita nel 1768 dagli agricoltori
di Civita Castellana. In quella data gli adepti erano in tutto 26 e
tra i loro compiti si distingueva in particolare quello di celebrare
la festa dell'Assunzione, il 15 agosto, esponendo nella chiesa
cattedrale la "macchina", accompagnando poi il congegno in una
solenne processione per la città.
I confratelli da parte loro dovevano intervenire muniti di un
grande cero. Per l'organizzazione di questa festa, ogni anno,
veniva estratto a sorte colui che sarebbe stato "il signore della
festa" dell'anno successivo, con compiti organizzativi e di
nomina degli altri "officiali", come il signore pro tempore ed il
depositario pro tempore. L'elezione di entrambi gli ufficiali era
legata alla particolare origine sociale dei suoi fondatori: il
depositario pro tempore doveva infatti raccogliere ogni anno
dagli altri confratelli un certo quantitativo di grano per
solennizzare la festa. Al signore pro tempore, invece, competeva
far pressione presso i "communisti" perché venissero deputati
ogni anno i soliti guardiani per la custodia dei seminati. In

74
questo modo la confraternita si ergeva anche a gruppo di
pressione sociale presso gli amministratori cittadini che erano
chiamati a precisi impegni nei suoi confronti e quindi anche nei
confronti di tutti gli agricoltori di Civita Castellana. La
solidarietà tra i confratelli era molto stretta e continuava anche
dopo la morte. Al momento della dipartita di uno di loro, infatti,
tutti gli altri erano tenuti a fargli celebrare una messa ciascuno.
Anche le entrate economiche dell'istituto erano collegate alla
sua particolare matrice sociale. Infatti, passando dallo Statuto
alla lettura dei libri contabili si rileva che la maggior parte delle
entrate provenivano dall'affitto della "guardia dei grani". Oltre a
questo, a partire dal 1795, il Consiglio Comunale decise di
accordargli una contribuzione di dieci scudi annui a cui si
aggiungevano i frutti della questua effettuata di anno in anno per
la città.17
Un caso diverso è quello della confraternita della Buona
Morte, nata non dalla volontà di un gruppo unito da comuni
intenti, ma da una donazione. Questo dato lo si ricava dalla
lettura dell'inventario dei beni della compagnia, consistenti
soprattutto in censi donati da un certo Onofrio Pedroni, il quale
sottopose la donazione ed i suoi benefici all'impegno dei
confratelli all'esposizione del Santissimo Sacramento della
Buona Morte. Il dato viene confermato dalla lettura dei libri
contabili dove si può vedere che le entrate provengono quasi
totalmente dai frutti di censo e che uno dei compiti preminenti
della compagnia era quello dell'esposizione del SS Sacramento. I
confratelli però, si dedicavano anche ad opere di carità relative
ai servizi funebri. Infatti a partire dal 1797 iniziano a figurare tra
le entrate contributi per questi servizi. La confraternita forniva in
prestito la coltre per la cerimonia di sepoltura al prezzo di uno
scudo per i poveri e di tre per gli altri.
Il carattere di opera caritativa di quest'attività è confermato
dal fatto che la maggior parte di coloro che si rivolgevano alla
compagnia per i servizi funebri appartenevano alle classi meno
abbienti, dal momento che nei libri d'entrata raramente figurano
persone che abbiano pagato i tre scudi.
Non veniva però trascurata la celebrazione dei Santi Patroni e
l'esposizione di carnevale, come detto, quella "delle quaranta

75
ore". In questa occasione i confratelli provvedevano di ceri sia la
propria cappella che quella del Sacramento.18
Diversa rispetto alle altre è la confraternita di San Giovanni
Decollato che, come abbiamo già visto, svolge prevalentemente
pratiche caritative. I suoi beni sono un tutt'uno con quelli
dell'ospedale di San Giovanni Decollato. Proprio per questo è
possibile trarre notizie relative alla compagnia dalle carte del
bilancio comunale del 1811 (redatto in periodo imperiale sotto le
autorità francesi) relative all'ospedale e conservate nell'Archivio
di Stato di Roma.19
Queste carte rivelano come l'ospedale fosse stato fondato in
seguito ad una donazione. La donazione, però, era sottoposta a
particolari obblighi: fare una processione il Venerdì Santo,
adempiere a diversi legati ed in particolare a svolgere opere di
carità a favore di poveri e di ammalati. Ai confratelli, competeva
anche l'amministrazione dell'ospedale, non potendola esercitare
direttamente essi nominavano ogni anno un amministratore che
poi sottoponevano a sindacato. L'opera di controllo
sull'amministrazione di questo istituto di vitale importanza per la
città era poi completata anche da una visita del vescovo che
avveniva ogni tre anni.
Tornando alla lettura dei libri di bilancio si vedrà che la
compagnia, in comune con l'ospedale, godeva di una serie
piuttosto cospicua di affitti per stanze, stalle, cantine, terreni,
vigne, case da cui provenivano gran parte delle entrate. Questi
dati del resto trovano piena conferma nella lettura di un
inventario redatto nell'aprile del 1811, dove i singoli beni si
trovano annotati con precisa meticolosità e distinti per categoria.
Altre entrate però provengono dalla vendita dei panni per i
defunti e dal diritto di trattenere i pochi denari trovati in loro
possesso. Esisteva poi un contratto particolare con la Reverenda
Camera Apostolica (che si occupava della direzione economica
delle carceri di Civita Castellana), secondo il quale alla
confraternita venivano rimborsate le spese per l'affitto di
lenzuola e materassi a favore dei carcerati.
Anche gli impegni legati al culto erano coerenti con le
particolari finalità della compagnia. Questi si concretizzavano
nella raccolta delle regalie per la celebrazione del Sabato Santo e

76
nell'elargizione di elemosine in favore dei poveri in occasione
del Natale e del Carnevale. In coincidenza di tutte le feste, poi, i
confratelli distribuivano ciambelle di grano. Ma sono soprattutto
i libri d'esito a mostrare in maniera omogenea l'opera caritativa
svolta dalla compagnia. Le entrate venivano infatti devolute
all'amministrazione dell'ospedale, al vitto per gli ammalati, agli
stipendi degli ospedalieri e all'acquisto di medicinali, a cui
comunque non mancava di contribuire anche la comunità.
Un'altra opera caritativa in cui si impegnava la confraternita
era quella della sepoltura dei defunti. In particolare questi dati
emergono dai libri contabili dove compaiono spesso introiti
derivanti dalla concessione "dei panni dei morti" ai prigionieri
delle carceri di Civita Castellana, ed anche dai panni venduti ai
"particolari".
Si è detto finora che le fonti a nostra disposizione non ci
permettono di esaminare la vita religiosa che animava le
confraternite, ciò a causa della qualità del materiale. Tuttavia
queste stesse fonti denotano un certo andamento ciclico della
vita e delle attività delle confraternite coincidente con gli eventi
di guerra che per ben due volte sconvolsero il trentennio qui
analizzato.
Si assiste ad un progressivo rallentamento dell'attività nel
biennio 1798-99 e ad una successiva ripresa nel 1801. Poi di
nuovo un affievolirsi delle attività a partire dal 1807 fino al
1814, in corrispondenza del periodo imperiale, laddove alle
tradizionali feste religiose, viene contrapposta quella per la
celebrazione dell'incoronazione di Napoleone. Per fare un
esempio, l'introito della confraternita del SS Rosario varia dal
1798 al 1800: in quest'ultimo anno raggiunge la punta minima.
Più tranquillo sembra il periodo imperiale durante il quale
non si rilevano drastiche riduzioni di bilancio. La confraternita
della Buona Morte sembra invece proseguire normalmente la
propria attività nel periodo repubblicano e risentire una più
drastica riduzione delle entrate nel periodo imperiale. Ma forse il
fatto è collegato all'alta mortalità che la comunità registrò nel
biennio rivoluzionario. La confraternita su cui si hanno più
notizie, però, è quella del Santissimo Salvatore. Questa sembra
risentire della pesante inflazione che nel biennio repubblicano

77
interessò tutto lo Stato Pontificio. La comunità, che era solita
elargire in suo favore una contribuzione annua di dieci scudi, la
eroga inquell'anno sotto forma di cedola. Questa purtroppo non
rappresenta una corrente forma di pagamento per il mercante
della cera.
Ma un'altra controversia con l'amministratore dell'istituto
aveva avuto origine l'anno prima, quando questi non aveva
utilizzato una cedola che in seguito alla demonetizzazione,
avvenuta nel giugno del 1798, "gli è rimasta in mano". In realtà,
si legge nei libri d'esito, il valore di scambio delle cedole era di
molto inferiore a quello nominalmente stabilito per legge. Gli
eventi della guerra finiscono con l'avere pesanti effetti anche
sulla vita religiosa della città a causa del contenzioso che
opponeva la chiesa alle nuove autorità rivoluzionarie.
Per quanto risulta dai dati in nostro possesso sembra che
questo contenzioso abbia permeato la vita delle confraternite
oltre che del seminario. In particolare nei libri contabili della
confraternita del Santissimo Salvatore si legge che nel 1798
venne effettuata una sola questua, e a livello "privato" invece
che "pubblico". Il che può far supporre due cose: o che le attività
religiose, ed in particolare quelle dei confratelli, si svolgessero
in un clima di quasi "clandestinità", o più semplicemente che le
nuove autorità francesi tollerassero la continuazione delle
normali attività religiose anche se non in maniera aperta.
Nel 1799, poi, mentre "la città era occupata da perfidi
legionari ed era circondata dalli insorgenti" la comunità non
elargì a favore della confraternita del Santissimo Salvatore la
solita contribuzione di dieci scudi. E nel 1800 "non fu fatta la
solita questua per non inquietare il popolo che era nell'estremo
di ogni miseria". Ma la comunità pagò lo stesso i soliti 10 scudi.
Ma le vicende della guerra incidono anche sulla vita religiosa
della città e sull'attività più propriamente religiosa delle
confreternite. La celebrazione della festa dell'Assunzione da
parte della confraternita del Santissimo Salvatore avviene ad
esempio in tono minore negli anni che vanno dal 1795 al 1800.
Nel 1799 la confraternita non paga al capitolo la solita messa
cantata per il giorno dell'Assunzione, e la celebrazione di quel
15 agosto si riduce all'esposizione della macchina con la poca

78
cera avanzata dall'anno precedente. In più non viene nemmeno
addobbata la chiesa. Lo stesso accade nel 1800, periodo "di
massima confusione di governi", quando viene restaurato il
governo pontificio: evidentemente si risentono ancora i riflessi
del periodo repubblicano.
Nel 1801 però la situazione va normalizzandosi. I confratelli
tornano tranquillamente ad effettuare le solite due questue per la
città, mentre la comunità riprende ad elargire regolarmente le
solite contribuzioni a favore delle opere pie. Gli stessi problemi
si fanno sentire, anche se in maniera meno cruenta, durante il
periodo imperiale, in particolare negli anni dal 1811 al 1813,
quando le elargizioni della comunità avvengono in franchi e
sembrano di minore entità. Inoltre si ha l'impressione di una
mano più morbida usata dai francesi e di una loro maggiore
tolleranza nei confronti delle diverse forme di espressione
religiosa. Ciò, nonostante le imposte celebrazioni per
l'incoronazione di sua maestà l'imperatore Napoleone.

79
Capitolo IV

La vita nella città

Nel suo «Viaggio in Italia» J. W. Goethe ci tramanda


quest'immagine di Civita Castellana raccolta il 28 ottobre 1786:
"la città è costruita su tufo vulcanico, nel quale m'è parso di
ravvisare cenere, pomice e frammenti di lava. Bellissima la vista
dal castello: il monte Soratte, una massa calcarea che
probabilmente fa parte della catena appenninica, si erge
solitario e pittoresco. Le zone vulcaniche sono molto più basse
degli Appennini, e solo i corsi d'acqua, scorrendo impetuosi, le
hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente
plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto
discontinuità e fratture".1
Ma dall'altra parte di questo stupendo scenario c'è la realtà di
una città di vicoli ed acqua marcia, come ce la descrive l'inviato
pontificio Luigi del Frate nel luglio del 1815:
"La piazza principale è una vera conca per la incuria di
mantenerla e nell'inverno specialmente vi rimane fissamente un
deposito di acquitrinio fangoso che i carri (... ) la scansano e
che oltre l'essere impratticabile produce ancora (per gli
abitanti) un'aria insalubre al loro proprio individuo (... ) Gli
acquedotti sono nella masima parte rovinati e scoperti tanto che
l'acqua che getta dalla fontana pubblica con cui s'alimentano i
cittadini non è che perpetuamente torbida. E più esservi
l'incuria massima degl'individui che non curano la loro propria
salute con pascersi di un'acqua che quando è nel perfettissimo
suo chiaro non è meno che del colore di un'acqua limonata".2
Questa relazione, per la sua ampiezza e per il momento in cui
viene compilata, nell'estate del 1815, assume un significato
centrale nell'ambito della nuova e definitiva restaurazione che il

80
potere pontificio sta attuando dopo la fine dell'Impero
Napoleonico.
È lo stesso Luigi del Frate, a scrivere di essersi recato a Civita
Castellana su incarico del Buon Governo con il compito di
"visitare" i vari istituti della città come le scuole, le macine
comunali, il palazzo del Comune e alcuni terreni di proprietà
comunitativa. Delle scuole pubbliche riferisce che sono del tutto
trascurate dagli amministratori cittadini e che mancano di
maestri capaci ed abili che sappiano insegnare agli alunni "i
doveri dell'uomo catolicus e Sociale da cui dipende l'utilità al
bene pubblico".
Anche i mulini comunitativi, che dovevano servire alla
macinatura di grano ed olive, vengono trovati in stato di
completo abbandono. Questi costituivano uno di quegli esercizi
di "prerogativa pubblica" che la comunità preferiva affittare,
anziché esercitare direttamente. Ma lo stato di degrado in cui
sono ridotti ne rende impossibile il funzionamento ed aleatorio
l'affitto. Infatti scrive del Frate:
"Le mole sono in un deperimento tale e specialmente quella
di Ponte di Treja (un fiume che scorre poco fuori dell'abitato) la
più cospicua, e la più utile agl'interessi della Commune che ha
bisogno di un sollecito riparo se non vuol perdersi il profitto che
dà la medesima oltre che si anderà incontro ad una molto
maggiore spesa (per) riattarla".
Il visitatore pontificio, poi, si sofferma su una caso
particolare: quello dei terreni comunitativi ceduti al Comune da
alcuni debitori comunitativi ad estinzione dei propri debiti. E
scrive:
"I terreni presi dalla Comune in solutum dai (... ) debitori
sopra cui la stessa Commune vi paga i dazi, sono affatto
dimenticati, non avendo mai procurato di ritrarre alcun
vantaggio e che essendo stati così inoperosi per tanti anni si
sono ancora resi di peggior condizione di quando furono presi".
Il palazzo comunale, sede del governatore e della segreteria,
dove probabilmente si tenevano le sedute consiliari, viene
descritto come "ridotto in stato deplorabile ed improprio a
contenere le carte, libri ed altro di tanta gelosia, giacché vi
piove da ogni (parte) in maniera che infradicia le carte e tra la

81
polvere in cui sono avvolte per la poca o niente custodia che se
ne ha con un poco più di tempo vanno a ridursi quasi al niente".
E quanto alle strade cittadine l'inviato pontificio si limita a dire
che sono "al pari bisognose di Rifacimento".
Passando ora dal quadro generale alla considerazione dei
singoli aspetti della vita cittadina, diciamo subito che non si
terrà conto di preoccupazioni di carattere cronologico e questo
per due ordini di motivi: il primo perché qui interessa una
descrizione per vie generali della comunità, per cui il fatto che la
fonte si riferisca al 1790 o al 1815 riveste un'importanza
secondaria rispetto alla situazione di cui essa è testimone; il
secondo è per l'estrema frammentarietà del materiale a nostra
disposizione e questo perché le fonti non fanno tanto riferimento
alla vita della comunità quanto al rapporto cittadino-potere.
Si tratta di relazioni di governatori o visitatori pontifici al
Buon Governo, dispacci o repliche degli amministratori
cittadini, suppliche rivolte dai privati alla Sacra Congregazione.
Da tutto ciò solo indirettamente potranno trarsi notizie sulle
attività economiche o sulla vita materiale. È stato quindi
necessario ripercorrere quei materiali cogliendo un diverso
rapporto rispetto a fonti documentali già utilizzate in maniera
diretta, ma nelle quali il dato ulteriore che adesso interessa non è
più legato al fine principale per cui quel documento è stato
creato, ma a tutto un insieme di notizie secondarie che pur da
quel documento si possono trarre.

Realtà contadine

Accingendoci quindi a descrivere i singoli aspetti della vita


nella città, pare giusto iniziare dalla realtà contadina, principale
fonte di lavoro e di reddito per la popolazione. Ben lo mostra il
testo di una lettera del governatore, datata marzo 1801, nella
quale egli giustifica una sua richiesta di sgravio fiscale a favore
della comunità con la devastazione dei terreni e le razzie di
bestiame subite nel periodo repubblicano.
E a chiarire quanto questo sia stato pregiudizievole per la
popolazione, il governatore spiega che tolti gli introiti derivanti

82
dalla coltivazione e dall'allevamento "altre entrate non
sussistono".3
Questa realtà agricola, prevalente nel Lazio e in tutto lo Stato
Pontificio, era caratterizzata da una diffusa arretratezza. Il
Candeloro nel descriverla parla di una netta predominanza della
grande proprietà immobiliare ed ecclesiastica coltivata per lo più
estensivamente a grano o tenuta a pascolo.
Solo in alcune zone collinose poco estese avevano trovato
sviluppo la cultura della vite, dell'olivo o degli alberi da frutto. I
proprietari inoltre tralasciavano per lo più di occuparsi delle
proprie terre, preferendo affittarle ai mercanti di campagna che,
a loro volta, le sfruttavano più spesso a grano, il resto a pascolo.
I terreni rendevano lauti guadagni ai mercanti di campagna,
grazie e ai ricavati dei subaffitti e al basso costo della
manodopera. Per questo non c'era alcun interesse a sostenere
spese d'investimento come quelle necessarie di bonifica.
Diversa, scrive il Candeloro, era la situazione in alcune zone
del Viterbese e dei Castelli romani, dove potevano trovarsi dei
contadini benestanti, in prevalenza enfiteuti, che si dedicavano
alla conduzione diretta dell'azienda mediante l'impiego di
salariati, formando dei nuclei di piccola borghesia rurale
destinati ad un certo sviluppo in un futuro non lontano.4
Le forme di conduzione agricola presenti a Civita Castellana
sembrano iscriversi di più in questa realtà che non in quella
dell'Agro romano. Come fosse frammentata la proprietà lo si
può dedurre in base ad una nota che il governatore cittadino nel
marzo del 1789 presenta alla Sacra Congregazione. Nella nota la
classe dei "possidenti" viene distinta a seconda dell'imposta da
pagare sul terratico. Da questo documento la proprietà agricola
risulta distinta in «jus pascendi», beni laici, ecclesiastici "di
prima erezione", ecclesiastici "di secondo acquisto" e beni
patrimoniali.
Vi era una netta preminenza dei beni laici per un valore del
terratico pari a circa 243.711 scudi. Lo «jus pascendi» invece è
pari a 40.000 scudi. Gli ecclesiastici "di prima e seconda
elezione" poi possono contare su un valore di circa 20.000
scudi.5

83
Tra i laici gli unici grandi feudatari presenti in città erano gli
Andosilla ed i Bonaccorsi. Ma la figura che emerge tra le altre è
quella dell'allevatore. Questi per certe sue caratteristiche sembra
avvicinarsi al mercante di campagna. Non si tratta né di
ecclesiastici, né di aristocratici, ma più genericamente di
possidenti.
La preminenza di questa figura nella vita cittadina acquista
però maggior significato se si pensa al ruolo chiave che rivestiva
nella politica cittadina. È quanto emerge dai verbali dei consigli
comunali laddove i nomi di molti allevatori si identificano con
quelli degli amministratori cittadini. Molti di questi nomi si
possono trarre da due suppliche firmate ed inviate al Buon
Governo nell'agosto del 1792. Le due lettere firmate da due
gruppi distinti di allevatori, il primo di otto ed il secondo di sei,
attestano già la loro discreta presenza sul territorio.
Nel numero dei quattordici firmatari sono Mario de Carolis,
Ludovico e Francesco Ettorre, Franco Petti Antonisi e
Michelangelo Paradisi, tanto per citare i più significativi. Erano
questi personaggi che generalmente venivano selezionati ad
incarichi di massima importanza, quali quello di consigliere,
conservatore od esattore. Lo si faceva, come già detto, mediante
il sistema del bussolo, in base al censo ed alla "possidenza".
Michelangelo Paradisi è un notaio e nel 1802 verrà selezionato
dai pubblici rappresentanti alla carica di montista. Tale nomina è
significativa perché si realizza nel corso della vivace
controversia che opponeva gli amministratori al vescovo per la
direzione del Monte di Pietà. Egli inoltre partecipa come
consigliere ad una riunione del Consiglio Generale nel corso del
1801.
Mario de Carolis diventa esattore della comunità nel 1800, ed
è consigliere sia durante l'amministrazione pontificia che durante
il periodo imperiale, quando diventa uno dei membri della
municipalità cittadina voluta dai francesi.
Il nome di Franco Petti Antonisi lo ritroviamo come capitano
dei dragoni e conservatore nel 1801; nel 1805 invece riceverà
uno speciale incarico dalla Sacra Congregazione per costringere
al pagamento i debitori comunitativi. Francesco Ettorre è
oggetto nel 1794 di critiche per essere stato estratto come

84
esattore benché fosse un debitore comunitativo. Ma nonostante
le passate polemiche lo ritroviamo tra i membri del Consiglio
Generale nel 1801. Filippo Cicuti oltre ad essere un allevatore è
anche un piccolo proprietario terriero.
Per quanto attiene poi alla gestione dell'attività agricola,
questa si presenta in maniera molto diversificata. Non ci sono
notizie di aziende a conduzione familiare. Più frequenti sono
invece i proprietari che ricorrono alla manodopera di coloni e
operai stagionali denominati "avventizi".
Augusto Paglia è uno dei più grandi proprietari terrieri
presenti in città. Questi, tra l'altro, in una sua lettera del 1791
alla Sacra Congregazione, si dice costretto a cedere al Comune
un proprio terreno denominato Sant'Agata, ad estinzione di un
suo debito per tasse arretrate. Il motivo è che non è riuscito a
trovare manodopera per la semina, e questo fatto, unito alla
siccità ed ai cattivi raccolti, gli rende ora impossibile trarre
guadagni dallo sfruttamento di quel terreno. Anzi si potrebbe
dire dal tenore della sua lettera che tale sfruttamento produce un
reddito del tutto passivo in quanto non è neppure sufficiente a
pagare le imposte sul terreno.
Questo dato, se confrontato con le due lettere che gli
allevatori cittadini avevano inviato alla Sacra Congregazione per
chiedere esenzioni fiscali, dà l'idea di una certa precarietà dei
raccolti rispetto ad intemperie stagionali quali siccità ed
alluvioni. Gli autori delle due lettere, infatti, lamentano di non
poter pagare le imposte loro assegnate per la scarsità dei raccolti
che, scrivono, "non sono sufficienti neanche all'ametà (sic!)
dell'anno di vivere colla propria famiglia".6
Accade poi spesso che i proprietari dei terreni preferiscano o
siano costretti ad affittarli ad enfiteuti. È l'esempio dei fratelli
Ettorre, due proprietari che, a garanzia della loro solvibilità a
pagare un debito per tasse arretrate, esibiscono il contratto di
affitto su un loro terreno.
A questo punto emerge forse la figura più interessante che è
quella dell'enfiteuta. Questi, spiegano nella lettera i due fratelli
Ettorre, nel contratto di affitto si è impegnato a pagare un canone
di 20 scudi annui per un periodo di sette anni, un canone
corrispondente alla durata del contratto che loro utilizzeranno

85
per pagare i debiti arretrati. Ecco quindi che alla figura dei
proprietari terrieri, che magari non sanno far rendere le proprie
terre, si sostituisce quella dell'enfiteuta.7
Sempre da enfiteuti venivano per lo più sfruttati i terreni
appartenenti alle opere pie come il seminario, le confraternite ed
alcune chiese. A dire il vero, da un elenco dei proprietari di
fondi rustici redatto nel 1809 a fini fiscali, sembra che tra i più
grandi proprietari di fondi vi siano in particolare: la chiesa
cattedrale, la mensa vescovile, i conventuali ed il seminario. Si è
già visto nei capitoli precedenti che alcuni di questi istituti
traevano i propri introiti o dall'affitto dei fondi, o dalla vendita
dei prodotti che ne ricavavano (soprattutto grano, olive e
canapa).
Il resto delle terre era di proprietà comunitativa e tra queste
particolare rilevanza assumevano le bandite: pascoli estivi per il
bestiame che di anno in anno venivano affittate al miglior
offerente, dopo lo svolgimento di aste pubbliche. Dalle
controversie che sorgevano in relazione alla regolarità delle aste
e dai numerosi ricorsi che pendevano in proposito davanti al
Buon Governo, si trae l'idea che le gare d'appalto fossero spesso
inficiate da abusi ed irregolarità.
Un altro dato che si rileva è che le bandite cittadine erano in
tutto nove, per una superfice complessiva di 800 rubbie, con la
più piccola che contava nove rubbie e la più grande più di 300.
Notizie particolari sui pascoli comuni ci provengono dalla
documentazione del periodo francese. Nel bilancio del 1812, al
titolo terzo, vengono considerati "i beni rurali comunali" che, è
scritto, consistono in un diritto di pascolo sul territorio diviso in
tante "bandite", le quali vengono affittate dal mese di ottobre a
tutto maggio. Questo diritto di pascolo aveva avuto origine dalla
cessione di alcuni terreni fatta dai privati "i quali prima
godevano del rittratto e ne pagavano lo importo". Nato poi un
contenzioso sulla proprietà di questi pascoli, nell' 801 si
pervenne ad un accordo per cui i terreni furono ceduti in
enfiteusi al Comune, insieme alle mole comunitative, per il
canone annuo di 330 scudi.8 In realtà sembra che questa vicenda
sia da inquadrarsi nella vendita dei beni nazionali effettuata
durante il periodo repubblicano, quando, scrive Lodolini, i beni

86
della comunità furono incamerati dall'Erario e venduti appunto
come beni nazionali.
Restaurato il governo pontificio le vendite furono dichiarate
nulle, senza che fosse riconosciuto alcun diritto di rimborso ai
compratori.
Con il «Motu Proprio» del 1801 che modificava il sistema
daziale, tutti i beni della comunità furono avocati allo Stato.
Questi beni erano però gravati da pesanti debiti accumulati per
decenni e notevolmente accresciuti durante la Repubblica per le
forniture militari. I debiti furono quindi trasferiti dalle comunità
alla Reverenda Camera Apostolica. Alla Sacra Congregazione
sarebbe spettato invece "liquidarli". Tutta questa operazione fu
pensata a favore delle comunità, basandosi sul dato certo che
l'entità dei debiti fosse di gran lunga superiore al valore dei beni
comunitativi.
In realtà la dimissione del debito comunitativo diede spesso
luogo a vivaci contrasti tra la Sacra Congregazione da una parte,
la quale si opponeva all'incameramento dei beni nell'interesse
delle comunità, e la Reverenda Camera Apostolica e la
Segreteria di Stato dall'altra: quest'ultime miravano ad
incamerare i beni comunitativi.
Ed è proprio nel contesto di questa controversia che torna a
presentarsi la situazione a Civita Castellana durante il periodo
imperiale, quando ormai la stessa controversia si era risolta in
seno all'amministrazione pontificia dando vita a un'enfiteusi
perpetua. Proprio nel 1813 il maire (sindaco: è detto in francese,
n.d.c.) di Civita Castellana scrive al barone De Tournon
manifestandogli la preoccupazione per la minaccia che il
ricevitore del demanio si impossessi dei terreni dati in enfiteusi.
Egli suppone che appartengano al Comune e rientrino quindi
"nella classe di quei tali beni alienabili per disposizione del
Decreto del 20 marzo 1813 emanato da sua maestà il rè". In
particolare, continua il maire, sono i proprietari di terreni ad
essere preoccupati "da tale innovazione" e che per questo hanno
incaricato Francesco Petti a rappresentare le loro ragioni a
Roma, onde ottenere la sospensione della presa di possesso da
parte del ricevitore del demanio. E, si dice sicuro il maire, "Il
ridetto deputato farà costare con evidentissimi documenti che i

87
pascoli nel territorio di Civita Castellana non mai sono stati di
proprietà della Comune ma che soltanto appartengono alli
rispettivi proprietari dei Fondi. Dimostrerà egli con cosa
giudicata sin dall'anno 1801 l'offertiva indetta in qual'Epoca
dal Buon Governo pretendeva comprendere detti Pascoli fra le
proprietà Comunitative ed incamerabili, (e) come esegui del
tutt'altro; che apparteneva alla Comune esclusi sempre detti
Pascoli; e discusso giudizialmente in seguito l'articolo de
medesimi Pascoli nell'anno 1805 il dì 10 ottobre piacque al
Buon Governo di troncare ogni dispendioso litigio, e si risolse
transigere mediante pubblico Istromento con la Comune (e)
cedette a la detta Comune due Molini de Grano, la fabbrica del
forno, magazzeni annessi e tutti gli attrezzi occorrenti su detto
stabile ed ancora le botteghe appartenenti alla Comune, e de
quali fondi erasi già impossessata dal 1801, formandone una
perpetua enfiteusi con il canone annuo di scudi trecentotrenta
ed in detto Istromento rimangono incluse le pretensioni che
potea avere la Comune su de Pascoli e fu da questa rinunicato
dal Buon Governo".9
Anche da una controversia relativa alla spettanza di alcuni
lavori al forno del pan venale (che qui non interessa riportare)
risulta che le mole comunitative (dette del ponte Treja), una
bottega di proprietà del Comune ed il forno stesso, furono
oggetto della vendita dei beni nazionali.
Ad impossessarsi del forno fu Augusto Paglia, in cambio di
una partita di fieno requisitagli dalle truppe francesi. È proprio
da una nota dei possessori di terreni, redatta a fini fiscali nel
1809, che il Paglia appare come un grande proprietario terriero.
Egli, inoltre, fu parte degli organi consiliari cittadini in due
momenti cruciali della storia di Civita Castellana: nel 1801,
come membro del Consiglio Generale, nel 1815 come membro
del Consiglio Segreto.
A prendere possesso della bottega di proprietà comunale
furono, invece, i due fratelli Morelli. Lo si deduce da una lettera
che nel febbraio del 1803 Lorenzo e Liberato Morelli scrivono
alla Sacra Congregazione. Nella lettera i due dichiarano di aver
acquistato la bottega in periodo repubblicano e di esserne stati
spogliati in seguito dalla Sacra Congregazione. Interessante è

88
cercare di scoprire a che categoria sociale ed economica
appartenevano i due fratelli. Dal confronto e dall'analisi di
diversi documenti che li riguardano si può dedurre che i due
erano dei piccoli proprietari terrieri e più volte ebbero incarichi
nell'amministrazione cittadina.
Lorenzo Morelli fu membro del Consiglio Generale e
governatore ad interim. La loro famiglia contava inoltre molti
esponenti all'interno del ceto ecclesiastico. In particolare
l'arciprete Giovanni Morelli fu più volte deputato ecclesiastico
all'interno dei Consigli Cittadini, nonché l'unico a rifiutarsi di
prestare giuramento all'imperatore e ad essere deportato tra gli
ecclesiastici di Civita Castellana. I Morelli inoltre furono tra i
più strenui detrattori del libero commercio, sia quando furono
membri dell'amministrazione cittadina, sia per il fatto che alcuni
di loro tentarono più volte di condurre i commerci con le
privative anche dopo il 1801 (quando cioè era stato dato il via
alla liberalizzazione dei commerci). Più volte infine i membri
della famiglia Morelli assunsero la prelazione del sale.
Da tutti questi dati si trae l'idea che i Morelli appartenessero
alla vecchia casta dei "possidenti", che per anni tennero il
governo della città e trassero i propri guadagni dall'agricoltura e
dalla distribuzione delle merci, prima che il sistema vincolista
entrasse in crisi per lasciar spazio ai liberi commerci. Ora, dal
confronto di questo caso con quello precedente (gli unici
documentabili), si può dedurre che ad approfittare della vendita
dei beni nazionali furono i più ricchi, a volte anche in ragione
della loro posizione nella fornitura degli approvvigionamenti
alle truppe francesi.
Si è parlato finora dei soggetti che animavano la realtà
contadina di Civita Castellana, nonché della distribuzione della
proprietà agricola. Volendo ora parlare dei lavori nei campi e
delle diverse modalità utilizzate nel lavorare la terra, occorre
premettere che i dati sono molto frammentari.
Può, però, venirci in aiuto lo scritto di uno studioso di storia
locale, Oronte Del Frate, vissuto nella seconda metà
dell'Ottocento. Nel suo «Miscellanea Civitonica», Del Frate
descrive i ritmi e le abitudini che animavano la vita dei campi.
Egli inizia col dire che i lavori agricoli erano sottoposti a ritmi

89
stabiliti a cui dovevano sottostare tutti i proprietari di fondi.
Questi ritmi erano legati al sistema della rotazione che si basava
sull'alternanza delle diverse colture sul terreno, in modo da
poterne ottenere più proficui raccolti.Questo sistema già nel
corso del Settecento era stato già ampiamente superato.
Lo storico Renzo de Felice dice bene quanto presso i
contadini fosse atavica la diffidenza verso qualsiasi pratica che
non fosse la semplice ripetizione di quelle che da sempre erano
state praticate dai propri avi. E le nuove tecniche di lavorazione
nei campi venivano respinte nella testarda convinzione di essere
i soli a conoscere i segreti della lavorazione della terra.
Tornando alla rotazione, questa avveniva secondo regole ben
precise che tutti i proprietari di fondi dovevano rispettare. Ciò
perché le singole proprietà dell'agro comunitativo venivano
considerate un tutt'uno. Perciò ogni singolo proprietario doveva
seminare a turno il proprio appezzamento per poi lasciarlo
all'uso comune e al pascolo del bestiame a scadenze che
potevano essere triennali o quadriennali. Le arature per la
semina erano poco profonde: le semine a maggese erano
precedute da cinque o sei arature e da lunghi periodi di riposo,
mentre le "semine a colto" erano precedute da una o due arature
e da pochi mesi di riposo. I terreni con colture arboree erano
coltivati per lo più a vite, olivi ed alberi fruttiferi.
Per quanto attiene più specificamente alla diffusione delle
colture a Civita Castellana possono venirci in soccorso anche i
libri contabili del seminario e delle confraternite. Si è detto che
queste opere pie spesso traevano le loro entrate dall'affitto di
beni rustici di loro proprietà o direttamente dalla coltivazione di
questi fondi e dalla vendita dei loro prodotti. Nei libri d'entrata
del seminario, ad esempio, possono ritrovarsi entrate provenienti
dalla vendita di canape per la produzione del lino o di olive.
Questo conferma l'ipotesi che queste colture avessero una certa
diffusione sul territorio. Ugualmente diffusa doveva essere la
coltura del grano, ed è proprio intorno a questa coltura che
ruotano molte delleattività della confraternita del Santissimo
Salvatore, formata esclusivamente da agricoltori. Per cui le
donazioni in grano fatte dai confratelli o dai guardiani dei campi
nominati dagli amministratori locali avevano un carattere quasi

90
feticista. Tra i terreni tenuti in affitto dalle diverse confraternite
prevalevano le vigne ed i "terreni lavorativi", ma erano presenti
anche noccioleti e semplici terreni prativi, da cui si potevano
ricavare entrate con la vendita delle erbe o delle ghiande per i
maiali. Quest'ultimo allevamento, pur non essendo preminente,
era abbastanza diffuso in città.
Attorno al mondo contadino, poi, gravitavano anche altre
professioni. Una delle più caratteristiche era senz'altro quella di
guardiano dei seminati. Professione che allora aveva un ruolo
molto importante in quanto accadeva di sovente che i seminati
fossero distrutti dagli armenti che sconfinavano dai terreni loro
assegnati. Questi potevano essere cavalli, buoi, pecore ed anche
maiali. I guardiani dovevano accompagnare il bestiame al
pascolo ed evitare che sconfinasse nei terreni seminati. A loro
competeva anche inibire "l'introduzione di bestiame forestiero" e
cioè di quel bestiame i cui proprietari non erano cittadini di
Civita Castellana e non avevano quindi diritto di far pascolare i
loro armenti entro i confini cittadini. A volte, però, i proprietari
forestieri, grazie alla complività di un residente, facevano
sconfinare il loro bestiame. Il residente molto spesso era egli
stesso un allevatore al cui nome veniva di diritto introdotto il
bestiame in città.
Citiamo il caso di Francesco Giovannoli, conservatore
cittadino, che nell'aprile del 1789 viene accusato di essere parte
in causa "sopra la introduzione di bestiame estero
fraudolentemente fatta in suo nome"10.
C'erano poi dei casi in cui erano gli stessi guardiani a rendersi
protagonisti di illecite introduzioni di bestiame forestiero. Ciò
risulta da una lettera che il governatore scrive alla Sacra
Congregazione nel febbraio 1790. Nella lettera egli spiega che il
Consiglio Cittadino aveva deciso di assegnare ai guardiani dei
seminati un premio di 50 baiocchi per ogni "fiocca" di bestiame
minuto forestiero, catturato mentre pascolava abusivamente
entro i confini cittadini, e un premio di trenta baiocchi per ogni
bestia "grossa". I guardiani a questo punto però, attratti dal facile
guadagno della ricompensa, invece di lavorare con più diligenza
presero l'abitudine di andare a catturare il bestiame nei paesi

91
vicini, facendo figurare la cattura come avvenuta nel territorio di
Civita Castellana.
Per questo motivo, spiega il governatore, il Consiglio
Cittadino tornò sulla sua decisione limitando i premi per ogni
bestia catturata.11
Un'altra professione caratteristica legata al mondo contadino
era quella di "lupaio", cioè uccisore di lupi. Il "lupaio" otteneva
un premio per ogni lupo ucciso. Il fatto risulta da un ricorso che
Giovanni Ranieri, di professione "lupaio" appunto, presenta al
Buon Governo nel 1795 al fine di ottenere dalla comunità di
Civita Castellana la regalia stabilita per ogni lupo ammazzato.
La regalia era stabilita in 25 scudi per una lupa femmina e 20
scudi per un lupo maschio. Un premio piuttosto alto, come si
vede, a cui il Ranieri dichiara di aver diritto per aver ucciso due
lupi, maschio e femmina. Sulla questione però nasce una
controversia in quanto gli amminitratori locali sostengono che i
lupi non sono stati uccisi nel territorio cittadino e per dare
ulteriore sostegno alle loro ragioni, insinuano che il Rainieri
abbia già ottenuto un compenso dagli allevatori di bestiame:
motivo per cui avrebbe perso il diritto alla regalia promessa dal
Comune.12

92
Le manifatture

Un'altra attività economica che caratterizza Civita Castellana


è quella manifatturiera, destinata in un futuro non lontano a
divenire quella cardine nell'economia della città.
Quest'attività a Civita Castellana è legata in particolare alla
lavorazione delle ceramiche. La prima menzione dei
"vascellari", coloro cioè che sono addetti alla lavorazione del
materiale ceramico, la si ritrova negli statuti comunali risalenti
al Cinquecento, laddove si stabiliscono l'ordine e la successione
delle corporazioni d'arte cittadine durante la processione dei
Santi Patroni.13
Ma il primo passo importante nella storia della ceramica
locale è la visita che fece in città nel marzo del 1791 il signor
Giuseppe Valadier alla ricerca di un luogo adatto ad impiantare
una fabbrica di terraglia inglese per la produzione della
ceramica. E questo è già significativo di per sé, perché
rappresenta il primo tentativo di distaccarsi da una tradizione
artigianale e localistica per lanciarsi verso forme di produzione
industriali.
Da un parere sul progetto, redatto dall'architetto del Buon
Governo Virginio Bracci, risulta che Valadier pensava di
installare la sua manifattura in uno dei mulini comunitativi
andati distrutti durante le alluvioni del 1789. Sfruttando le
strutture già esistenti si trattava di impiantare una ruota motrice
necessaria per la lavorazione della terraglia. L'ordigno sarebbe
rimasto separato rispetto alle ruote del mulino in modo da
evitare che andasse ad intralciare il lavoro delle macine
comunitative. Nel fare questa propostaValadier si impegnava ad
assumersi le spese d'impianto e di ristrutturazione del mulino
distrutto, erogando 150 scudi a favore della comunità. In cambio
egli avrebbe potuto utilizzare l'acqua del fiume che scorreva
sotto il mulino senza andar soggetto ad alcun dazio.14
Questo progetto non incontrò opposizioni da parte degli
amministratori cittadini ed il relativo contratto dovette essere
approvato, se è vero che nel maggio del 1792 , con chirografo
pontificio, ai signori Giuseppe Valadier, Giuseppe Francesco ed
Antonio Mizzelli venne concessa in perpetuo la privativa per

93
l'estrazione dell'argilla atta alla fabbricazione della terraglia ad
uso inglese.
Nel frattempo la Reverenda Camera Apostolica erogò a
favore dell'impresa un mutuo di 6.000 scudi da restituirsi entro
cinque anni. Ad occuparsi della gestione dell'azienda impiantata
da Valadier intervenne ben presto un cittadino, certo Coramusi,
come risulta anche da una lista degli esercizi commerciali e
manifatturieri redatta a fini fiscali nel 1809. Nella lista si
riscontra come i signori Valadier, Mizzelli ed eredi Federici
siano i proprietari della manifatura, mentre l'esercente è il
Coramusi.
È lo stesso Coramusi poi a scrivere alla Sacra Congregazione
nel settembre del 1808 per richiedere un esenzione da
un'imposta fiscale dicendo "di aver dovuto intraprendere spese
enormi non solo per ristabilire quella fabrica, ma per pote
rricostruire la mola per macinare le vernici ed espone anche
che quella fabbrica finora non è stata sottoposta al pagamento
della tassa sestennale, trattandosi di un'industria, la quale
specialmente al riguardo della terraglia ad uso d' Inghilterra
sembra che debba meritare tutto l'incoraggiamento del governo,
molto più perché l'O. re per riuscire nell'impresa deve ora
assoggettarsi a spese gravissime".
Dal che si può dedurre che a Civita Castellana il Coramusi
stesse tentando un primo esperimento di tipo capitalistico che
comportava grosse spese d'investimento, avendo l'appoggio in
questo dello Stato Pontificio, soprattutto per la produzione della
"terraglia ad uso Inghilterra". Era opinione comune che questo
tipo di terraglia fosse un bene facilmente esportabile e destinato
ad allargare il mercato e che la qualità delle ceramiche prodotte
in quella fabbrica dovesse essere piuttosto buona.
A questo proposito, Renzo de Felice, riferendo di alcuni testi
del Colizzi, scrive che le terraglie prodotte in Civita Castellana
"dal signor Carnamasi con la sola argilla della cava locale
mista a pietra focale erano ottime e molto resistenti". Lo stesso
Coramusi, o Carnamasi, teneva in affitto una cava che come
caratteristiche ricordava molto quella di Wegwood in
Inghilterra.15

94
Oltre a questa, poi, a Civita Castellana venne impiantata
un'altra manifattura ad opera di Giovanni Trevisan detto il
Volpato, un abile imprenditore veneto che operò soprattuto a
Venezia e Roma, dove aprì una bottega di stampe con relativa
scuola di incisione nei pressi di piazza di Spagna. Notizie più
precise sull'attività del Volpato si possono ottenere da un
articolo di Eros Biavati pubblicato sulla rivista di ceramica
"Faenza".
Scrive Biavati che il Volpato, con la collaborazione del figlio
Giuseppe, aprì nel 1801 a Civita Castellana una manifattura
ceramica in cui si lavoravano contemporaneamente la terraglia e
la maiolica.16 Egli cita anche una nota dei prezzi stabiliti per la
vendita delle terraglie e maioliche della fabbrica di Civita
Castellana. Da tale nota, conservata nei Civici Musei di Milano
tra le stampe di Achille Bertarelli, si può dedurre che in quella
fabbrica si lavoravano prodotti di carattere dozzinale e legati al
facile smercio, come si arguisce dai bassi prezzi. Inoltre da un
confronto tariffario, prendendo in esame vari articoli, si può
osservare un primo innalzamento dei prezzi di vendita che il
Biavati attribuisce all'inflazione, e successivamente invece una
riduzione conseguente al deterioramento degli articoli prodotti in
fabbrica. I piatti piccoli, ad esempio, che costavano 50 baiocchi
la dozzina nel 1796, passano a 70 tra il 1805 e il 1810, per
abbassarsi poi a 60 baiocchi nel 1815. Le fruttiere che costavano
25 baiocchi nel 1796 passano a 30 nel 1805 ed a 60 nel 1815.
L'attività manifatturiera nel periodo qui analizzato rimane
ancora di carattere marginale, però già i contemporanei avevano
la percezione delle sue intrinseche possibilità di sviluppo e
immaginavano i positivi effetti che avrebbe potuto avere
sull'economia cittadina. In particolare il tesoriere generale della
Sacra Congregazione, nel dare un parere favorevole all'impianto
della fabbrica di Valadier, scrive il 3 marzo 1791:
"la Comunità (se fosse impiantata l'attività) avrebbe il
vantaggio di veder stabilita nel suo territorio una nuova
manifattura il che sarebbe utile sia per la popolazione di Civita
Castellana che per tutto lo stato".
Il resto dell'attività manifatturiera era legata alle mole
comunitative che erano tre in tutta la città e venivano utilizzate

95
per la macinatura del grano e delle olive, in seguito anche per la
lavorazione delle vernici. Per il loro funzionamento utilizzavano
la forza motrice dell'acqua e per questo venivano costruite sul
greto dei fiumi, per cui avvenne che furono particolarmente
colpite dalle alluvioni del 1789 che provocarono gravi danni
anche in città. Dopo di allora le mole poterono funzionare solo a
regime limitato e ancora nel 1815 l'inviato pontificio Luigi del
Frate, in un suo resoconto, le descrive in stato di completo
abbandono e ne suggerisce una immediata ristrutturazione.

La vita materiale

Si sono analizzate finora le forze in campo e i personaggi


preminenti della vita cittadina. Si è anche parlato della
manifattura ceramica e del suo avvio verso forme di produzione
industriale. Volendo ora parlare della vita materiale entro cui si
muoveva la popolazione di Civita Castellana, si farà riferimento
a concetti quali quello della casa, dell'alimentazione, dell'
istruzione e dell'assistenza sanitaria.
In un contesto di precarietà ed abbandono dove l'unica risorsa
era l'attività agricola, la vita materiale si concretizzava in poche
cose. La casa innanzitutto ha un'importanza primaria: è il teatro
della rappresentazione della vita familiare. Ciò anche se nel
Settecento esisteva un concetto di abitabilità del tutto diverso dal
nostro, essendo molto più difficile allora avere un tetto sotto cui
abitare.
Nel 1808 il governatore cittadino fece redigere un elenco
delle abitazioni presenti in città, nella necessità di trovare un
alloggio alle truppe francesi in arrivo. Vi si parla di sei
abitazioni degne di ospitare l'alta ufficialità francese (tra queste
il palazzo vescovile e il palazzo cittadino del marchese
Andosilla), e di altre quaranta per gli ufficiali di secondo rango.
È da presumere che tali alloggi fossero gli unici a presentare
soluzioni di "abitabilità". 17 Non molto se riferito ad una
popolazione di 2.000 abitanti nel 1801. Ma Civita Castellana ne
contava 6.000 prima del periodo repubblicano. Proprio da una

96
lettera del maire pare che nel 1813 fossero 300 le case abitabili
in tutta la città.18
A quei tempi l'esempio più vicino al nostro concetto di casa
doveva essere il cosiddetto "tinello", un abitacolo vero e proprio,
che molto spesso figurava tra i beni di proprietà di confraternite
ed opere pie che solevano darlo in affitto. Le case più grandi che
risultano dagli elenchi delle abitazioni affittate erano al più di
due stanze.
Sotto la casa o nelle sue vicinanze si aggiungeva spesso una
cantina, scavata nel tufo, che serviva a conservare il vino, i cibi,
i raccolti degli orti e la farina per il pane. Ugualmente diverse
erano le abitudini alimentari che consistevano nella
consumazione di due pasti al giorno: mezzogiorno e sera. Le
pietanze erano frugali e basate su pochi generi. Ecco per
esempio il pasto giornaliero che consumava "la famiglia bassa
del monastero": per il fattore era prevista la minestra ed una fetta
di carne salata o di formaggio per il pranzo; minestra o insalata e
qualche frutto per la cena. Più povero era il pranzo della
fatoressa: minestra ed una pietanza a seconda dei casi. Il vino era
previsto solo durante i pasti e preferibilmente mescolato con
l'acqua.19
Egualmente spartane e basate su pochi generi erano le
abitudini alimentari degli alunni del seminario: scartabellando
tra i libri di bilancio si scopre che i loro pasti erano basati su
legumi, castagne, formaggio, lardo, frutta secca e poca carne.
Altro alimento fondamentale era il pane, che allora veniva
lavorato in proprio in quanto solo la parte più benestante della
popolazione poteva permettersi di comprarlo al forno. Il periodo
di Quaresima veniva rispettato mangiando soprattutto pesce
invece della carne. In particolare i seminaristi consumavano
"caviale", che probabilmente nulla aveva a che fare con il
caviale dei nostri tempi.
Eccezioni al solito magro pasto erano previste soltanto in
occasione delle festività. Per le feste di Natale ad esempio, nel
seminario si preparavano delle speciali crostatine e venivano
serviti due "gallinacci": uno per Natale e l'altro per l'Epifania.
Legata allo spaccio ed allo smercio dei generi alimentari era
l'attività del commercio, che prima del biennio repubblicano, pur

97
essendo una prerogativa pubblica, la comunità la dava in appalto
anziché esercitarla direttamente. A tal fine venivano organizzate
appunto delle gare d'appalto il cui vincitore otteneva il diritto
esclusivo di vendere un bene in città. Questo bene poteva essere
la carne, il pane, l'olio o i generi detti di "pizzicaria", cioè
salumi, pesce conservato o formaggi. In cambio della "privativa"
l'appaltatore si impegnava a pagare un canone annuo e a
garantire il sicuro approvvigionamento della popolazione. Ma
questo sistema "autarchico-vincolista", come lo chiama De
Felice, doveva entrare in crisi, perché la preoccupazione
fondamentale del governo era di assicurarsi
l'approvvigionamento. Ciò andava a danno della produzione
agricola che aveva bisogno invece di espandersi con il libero
commercio.20 Tutto questo non avrebbe potuto che provocare
profondi mutamenti nell'ecomomia della città. Una spinta
decisiva in tal senso viene propriodall'esperienza rivoluzionaria,
almeno per quel che riguarda Civita Castellana, laddove la
liberalizzazione dei commerci inizia a trovare pratica attuazione
nei primi anni dell'Ottocento.
In questa materia furono pubblicati una serie di editti come
quello del 2 settembre 1800, nel quale già si rivelavano chiare le
linee di un liberismo che sarebbe stato più chiaro in quello del 4
novembre 1801. Quest'ultimo si richiamava esplicitamente al
principio che "non vi è bilancia più sicura per giudicare con
esattezza dell'abbondanza o della deficienza del genere, quanto
la cognizione dell'alzamento o dell'abbassamento del prezzo che
il commercio liberamente gli assegna".
Scrivono in proposito Caravale e Caracciolo che "Lo sbocco
autenticamente riformatore sulle basi di un liberismo economico
e di un interesse produttivistico, che ancora al Cardinal Ruffo e
con Pio VI era parso subito perdersi, veniva trovato ora, grazie
alle emergenze che la vicenda rivoluzionaria imponeva anche ai
più tenaci conservatori".21
Con la liberalizzazione dei commerci si sviluppa un gruppo
socialmente nuovo: è costituito da uomini dotati di una buona
dose di ambizione e intraprendenza, impegnati ad aprirsi un
varco nell'insidioso intreccio di vincoli feudali che fino ad allora
aveva frenato qualsiasi mobilità sociale. Con la loro entrata in

98
scena, accanto alla vecchia dialettica tra potere centrale e potere
locale, se ne instaura una nuova che sta tra vecchie e giovani
classi economiche. Queste ultime sono ben decise a conquistarsi
stabili posizioni di controllo economico; le prime invece
impegnate a mantenere i propri privilegi. Nello svolgersi di
questo confronto si crea un sistema spurio, nel quale accanto al
libero commercio, continueranno a convivere le privative,
seppure con modalità e funzioni diverse rispetto al passato.
Il libero commercio, a Civita Castellana, inizia col diffondersi
attraverso i generi di "pizzicaria". La prima controversia che
vede opporsi fautori e detrattori del libero commercio è datata
1801. Nasce da una protesta di Giusto Colonnelli contro la
comunità che aveva respinto una sua offerta per l'appalto della
pubblica pizzicheria. Il mese successivo il governatore
notificherà detta protesta alla Sacra Congregazione, allegando la
risoluzione consiliare contraria all'offerta del Colonnelli.
Da quel verbale si può vedere come i consiglieri abbiano
rifiutato la sua offerta in favore del libero commercio per i
prezzi eccessivi da lui proposti. Il governatore comunque, oltre
ad inviare gli atti del contenzioso, esprime anche un proprio
giudizio sulla questione dicendosi contrario al libero commercio,
perché "la libertà non conferisce alcun vantaggio al Popolo, e
(... ) questa permettendosi (... ) il più delle volte accade, che
nulla troverebesi a comprare, si ancora, che mandandosi senza
limitazione de prezzi, e senza alcuna soggezione al giudice,
sarebbe irreprensibile l'avidità dei venditori (... ) mentre se vi è
l'affitto vi è qualche risposta per la comunità e la sicurezza de
generi per il popolo, ed il giudice può farlo stare a ragione se
manca al suo dovere".
In questa lettera il governatore esprime con completezza e
precisione molte delle obiezioni che d'ora in poi verranno mosse
al libero commercio e che si possono ridurre sostanzialmente a
due: in primo luogo il libero commercio è poco affidabile; in
secondo luogo priva la comunità delle comode entrate fiscali
prima assicurate dagli appaltatori pubblici con i loro affitti.22
Di tutt'altro avviso, rispetto alle opinioni espresse dal
governatore, sono però i latori di una lettera inviata alla Sacra

99
Congregazione a nome del popolo di Civita Castellana nel
giugno del 1801, che scrivono :
"in questa città, non si vuole osservare alli bandi sopra di
poter negoziare per utile e vantaggio delli poveri, ma per via di
cinque o sei di questa città, che vonno fare leggi a loro modo
non si dà eseguzion ealli sud. ordini (... ), che non pensano altro
che ingiuriare il povero, e mai di procurare il vantaggio per il
povero ma sempre cercano il di loro lucro". Il carteggio
contenente questa dura accusatoria include anche la replica dei
pubblici rappresentanti, che si difendono spiegando i motivi per
cui non hanno potuto fino a quel momento dare esecuzione al
motu proprio papale sul libero commercio. Questi motivi sono
sostanzialemente tre: primo, il timore dell'improvvisa deficienza
dei generi; secondo, il gran numero di malati che da sempre
nella stagione estiva affollano Civita Castellana; terzo, il
continuo passaggio di truppe straniere.
I pubblici rappresentanti, però, assicurano di aver cercato di
applicare tutti i dispacci sul libero commercio e di aver abolito
tutte le gabelle che si opponevano a questa nuova pratica, tanto
checoncludono: " Tutte le grascie in questa città si vendono
apiacere e liberamente".
Se la lettera dei pubblici rappresentanti completa la seriedi
dubbi sul libero commercio, per il timore della deficienza dei
generi in una città affollata di malati e di truppe straniere, la
lettera a nome del popolo di Civita Castellanaesprime un modo
di pensare del tutto diverso. Qui non si vedenella
liberalizzazione dei commerci una fonte di sciagure per una
popolazione già afflitta; al contrario la si giudica unospiraglio
per i più poveri tanto da definirla "l'arte di poternegoziare per
utile e vantaggio delli poveri".
Un'altra lettera del dicembre 1801, a nome della
popolazionedi Civita Castellana, sembra inoltre contraddire la
visionepositiva e rassicurante espressa dal governatore sul
sistema delle antiche privative. Nella lettera, infatti, il
fornaiopubblico viene accusato di vendere per pane un misto
immangiabiledi tritello, semola, fave e granturco, per di più
imbrogliando sul peso23. Molto più significatica, perché scritta
dai treconservatori e controfirmata da ottantaquattro cittadini

100
appartenenti alle più disparate categorie sociali, è ancora
unalettera del 19 dicembre 1801 inviata al papa24. Tra i
firmatarivi sono Giovan Battista e Bonaventura Ciotti
consiglieri, Giacomo Trojani pizzicagnolo, Francesco
Giovannoli maniscalco e ancoraAntonio Buscante "bifolco" e
Paolo Mancini "contadino" che sifirmano con una croce. Con
questa lettera: " Li conservatori e Popolo di Civita Castellana
(espongono al papa) come nellasuddetta città con vantaggio
notabilissimo di tutta lapopolazione Oratrice, in forza del Moto
Proprio emanato dalla Santità Vostra relativamente al libero
commercio oltre i diversispacciatori di carne che vi erano in
detta città, si eraperanche separatamente aperto altro macello
dai Franco Politi, Ortenzio Guglielmi e Silvestro Lardi (... ) per
il che vendevansile carni di ottima qualità ad un baiocco meno
la libra apreferenza degl'altri venditori, ne risentiva la
popolazione oratrice con tale emulazione i più vantaggiosi
effetti".
Ma ecco che l'avvocato Alessandro Buttaoni ordina di
metterea privativa il provento del macello. L'appalto è vinto da
un certo Capotonni che visto l'epiteto di "unico ed
eternoofferente della privativa", pare goda da molti anni
delprivilegio di suddetto esercizio. Capotonni è un esponente di
quella vecchia casta di appaltatori pubblici che avevano
ilmonopolio del commercio in città e al quale ora non
sonodisposti a rinunciare, nonostante non siano in grado di
reggere alla concorrenza dei liberi venditori. Di fatto, continuano
il latori della lettera, il ritornodella privativa aveva fatto lievitare
i prezzi della carne, mentre scadeva la sua qualità e diventava
sempre più arduoreperirla in città, vista la scarsa disponibilità
del pubblicomacello. Sicché alla fine: " si è dovuto rilevare per
fino seguire la carcerazione per il macellaio suddetto sì per
ilprezzo che cattiva qualità e totale deficienza delle carni".
Questa lettera , appositamente fatta controfirmare da gente
appartenente a tutte le categorie sociali viene inviata al papaper
dimostrare il largo consenso nella popolazione per il
liberocommercio. Questa, dei pubblici venditori, ricordava
soprattutto i brogli sul peso e la scadente qualità delle merci. Ma
anchegli esponenti del partito ecclesiastico e buona parte

101
deiconsiglieri vanno nella stessa direzione, seppur con le dovute
regole. Lo conferma il testo di alcuni documenti acclusi
allalettera in questione. Vi è la copia di una risoluzione
consiliare presa nella seduta del 26 gennaio 1802, a proposito
della discussione traprivativa e libero commercio, a seguito dei
trambusti che nelmese precedente avevano portato all'arresto del
macellaio pubblico.25 Alla seduta del "Pubblico General
Consiglio" partecipano il vice governatore, due conservatori e
ventiquattroconsiglieri tra cui i due deputati ecclesiastici.
Nella riunione, particolarmente movimentata, peculiare
risonanza assumono le parole del deputato ecclesiastico, il
qualeriferisce che il suo "partito", riunitosi nella sagrestia della
chiesa cattedrale, ha già votato compatto a favore del
liberocommercio "come più vantaggioso per la popolazione,
sempre fermaperò l'obbligazione del mantenimento e dello
spaccio continuo e mai mancante delle carni". Sottoposto poi
alla votazione del pubblico consiglio il tipo di regime che
dovesse adottarsi per ilcommercio delle carni, risultarono 14
voti a favore del libero commercio e 10 contrari. Questo voto, in
base al principio cheun terzo dei voti bastava a porre
"l'esclusiva" su qualsiasidecisione della maggioranza, di fatto
confermava le vecchie privative. Sulla validità di questa seduta
consiliare, però, ifautori del libero commercio esprimono i loro
dubbi in una lettera inviata al prefetto del Buon Governo il 27
gennaio 1802.
Scrivendo a nome del popolo e dei consiglieri di
CivitaCastellana, denunciano come quel consiglio fosse stato
fraudolentemente riunito "per parte dei pochi fautori
contrariper eternarsi a danno della povera popolazione a
ritenere, pubblici proventi, indicibili furono i tumulti che tali
Soggetti per le vie tentarono a ottenere l'intento (... ) Ma a
fronte dimille timori, e grida all'arringo soggetto nel
pubblicoConsiglio adesivamente (?) al libero commercio il
numero de consiglieri soltanto ventiquattro, e molti dolosamente
nonintimati ne furono riportati voti quattordici per la
confermadella libera vendita delle carni e numero 10 per la
privativa"26. Con questo si vuole ribadire che ormai in città i
fautoridelle privative costituiscono una minoranza. E questa

102
sembra una ragione sufficiente per chiedere la liberalizzazione
delcommercio della carne. Ciò al di là del voto consiliare, sul
quale gravava il sospetto di brogli.
I documenti sinora analizzati, oltre ad essere l'espressionedi
un generale consenso alla liberalizzazione dei commerci,
contraddicono anche le paure ed i dubbi espressi dai suoi
detrattori. Solo pochi mesi prima il governatore di Civita
Castellana aveva espresso forti timori sulla liberalizzazione dei
commerci: innalzamento incontrollato dei prezzi, deficienza dei
generi, impossibilità di controllo sull'avidità dei liberi venditori,
mancate entrate fiscali per la comunità. La liberalizzazione dei
commerci delle carni però dimostra il contrario: i prezzinon
sono affatto aumentati, anzi sono diminuiti grazie allalibera
concorrenza. Inoltre i liberi commercianti vendono ad un prezzo
inferiore rispetto agli altri per cui la popolazione "nerisentiva (...
) con tale emulazione i più vantaggiosieffetti", come scrivono i
conservatori nella lettera del 19 dicembre 1801. E nemmeno si
presenta il problema di quella"deficienza dei generi" che tanto
aveva impensierito ilgovernatore Morelli, il quale aveva scritto
nel febbraio del 1801 "che nulla troverebesi a comprare" una
volta liberalizzati icommerci. Quello che si va affermando
tuttavia è un sistema misto, tra libero commercio e privative,
particolarmente vantaggioso perla comunità. Tale sistema
garantisce il sicuroapprovvigionamento dei generi, grazie
all'impegno assunto dagli appaltatori pubblici allo "sfamo della
popolazione"; ma nellostesso tempo assicura un miglioramento
della qualità dei generied un abbassamento dei loro prezzi grazie
alla libera concorrenza. Un problema a dire il vero che la
liberalizzazione deicommerci effettivamente crea è quello delle
mancate entrate tributarie conseguenti all'abolizione del
commercio basato sugli appalti. La questione potrebbe essere
risolta mediante unamodifica del sistema daziale, con
l'imposizione di nuove gabelle sui liberi commercianti. Ed in
questa direzione sembra muoversiil Consiglio Segreto con la
creazione di una nuova tassa detta"di consumazione" sulla
vendita dei generi alimentari, da cui sarebbero stati esentati i
pubblici commercianti che si fosseroimpegnati "al
mantenimento della popolazione". Questo sistema, nelle

103
intenzioni dei suoi promotori, avrebbe permesso il
mantenimento della libertà di commercio edallo stesso tempo
favorito il reinserimento degli appaltatoripubblici nei commerci.
Il Consiglio Generale del settembre del 1803, però, in una seduta
avente per oggetto il commercio delpane abroga le decisioni del
Consiglio Segreto a proposito del"mantenimento". Così ad un
fornaio che rientrava in questo caso fu deciso di concedere a
titolo di prestito solo l'uso del fornoe stanze annesse, ma non
l'esenzione dalla nuova tassa27.
Le nuove gabelle sulla "consumazione" vengono invece del
tutto abolite e questo dovette generare forti tensioni all'interno
della comunità, tanto che il capo conservatore, Franco Petti
Antonisi, il 4 settembre 1803 così descrive in una sua lettera il
Consiglio Generale che ha preso la decisione: "composto in ogni
ceto in buona parte di quelle persone interessate e che nella
piazza tutto giorno vendono i generi a loro capriccio, la erano e
sono impuniti da qualunque dazio".28
Questa testimonianza, oltre ad essere una spia delle tensioni
che animavano la vita cittadina, è anche significativa di una
mobilità sociale impensabile prima del periodo rivoluzionario.
Questo non solo ha permesso ai "liberi venditori" di prenderei n
mano i commerci della città, ma ha dato loro la possibilità di
essere adeguatamente rappresentati ai vertici del potere politico
cittadino.
Ben inteso, questo non significa che ormai i liberi
commercianti abbiano preso in mano le redini del potere. La
decisione che essi hanno influenzato è una decisione del
Consiglio Generale, che, per sua stessa natura, come dice
Lodolini, tende a rappresentare tutta l'universalità, quindi tutti i
ceti sociali presenti in città. Non bisogna comunque
sottovalutare le parole del Petti quando dice che quel Consiglio
era formato "in buona parte" da gente che vendeva la propria
merce nella pubblica piazza ed era esente da qualsiasi dazio,
cioè a dire i liberi commercianti. Intanto già da questa
controversia emerge un altro problema: quello della
competitività dei commercianti pubblici chiamati a garantire il
sicuro approvvigionamento e non più beneficiari di un diritto di
vendita esclusivo.

104
Questo clima è ben esemplificato in una lettera che il capo
conservatore, Franco Petti Antonisi, invia alla Sacra
Congregazione il 17 settembre1803. Nella lettera egli informa il
Buon Governo che ormai in città è stato attivato il libero
commercio del pane "il quale viene producendosi molto bene e
con molto genio e soddisfazione degl'abitanti".
Contemporaneamente, però, la città ha preferito mantenere un
fornaio pubblico "obbligato al mantenimento ed a tariffa", che
però dice il Petti "ha venduto poco o niente di pane, perché i
comperatori hanno desiderato provvedersi piuttosto del pane
casareccio, e del pane che vendono i venditori liberi".
E mentre si avvicina il momento di appaltare di nuovo il
forno pubblico, Petti prevede che questo "al più potrà vendere a
capo dell'anno un centinaio di rubbie di grano". Diventa quindi
estremamente difficile trovare qualcuno che si impegni a
prendere in affitto il forno e contemporaneamente a garantire il
sicuroapprovvigionamento della popolazione. E quanto ciò sia
difficile viene chiaramente espresso da Petti quando scrive:
"Dopo possibili tentativi fu rinvenuto a Ronciglione (cittadina
nelle vicinanze di Civita Castellana) un Tedesco fornaro
Gabriele Pach il quale a forza di prattiche e maniere fu indotto
ad offerire al mantenimento del forno colla libertà di
commercio, ed a tariffa, e con la sovvenzione avvisata di
dispensarlo dal pagamento della metà del dazio del macinato".
La Sacra Congregazione però, ritenendo eccessiva l'esenzione
dalla metà del dazio sul macinato non dà la sua approvazione al
contratto e riguardo al Pach che viene a conoscenza della
decisione del Buon Governo, continua il Petti, "al momento se
n'è partito, rallegrandosi di quest'esclusiva, e dicendo di aver
fatto un sproposito nell'essersi antecedentemente vincolato con
questa comunità".29
Il comportamento del Pach è da solo rivelatore della crisi che
coinvolge i commerci pubblici. Solo pochi anni prima, infatti, la
mancata approvazione da parte del Buon Governo di un
contratto già stipulato, avrebbe provocato vive proteste e
richieste di risarcimento da parte dell'appaltatore escluso che
vedeva svanire nel nulla lauti guadagni. Ora, invece, Pach
informatosi sull'andamento del forno del pan venale non solo

105
non accenna al benché minimo segno di protesta, ma è ben
contento che il suo contratto sia stato stralciato. Pur di fronte a
queste difficoltà, però, gli appaltatori pubblici non accettano di
perdere le posizioni di privilegio che il lungo esercizio esclusivo
dei commerci aveva concesso loro. Ecco quindi che tentano vie
traverse per ripristinare le antiche privative.
Questo almeno è quel che insinua Apollonio Tarquini, uno
dei conservatori cittadini in una sua denuncia del marzo 1804
alla Sacra Congregazione. Egli avanza il sospetto che ci siano
stati dei brogli da parte del capo conservatore per concedere la
privativa sul commercio delle carni a favore del fratello Lorenzo
Morelli. A sostegno di questa sua accusa egli racconta i
sotterfugi e le intimidazioni operate dai suoi colleghi a fronte del
suo tentativo di far chiarezza sulla questione. Ed in particolare
scrive che quando richiese al segretario una copia della
risoluzione consiliare favorevole alla privativa, questi si rifiutò
di consegnarla dicendo di aver ricevuto ordini in tal senso dagli
altri due conservatori. Sostiene Tarquini infatti che "Luigi
Morelli capo conservatore (... ) è uno ch'aderisce alla privativa
di tali generi".30
Si instaura così un gioco che vede la progressiva
affermazione del libero commercio intercalata ed a volte
interrotta ddl temporaneo ripristino delle antiche privative, nel
tentativo magari di porre rimedio a gravi disordini finanziari.
Nel 1804, infatti, viene sancito il ritorno agli appalti pubblici
nella necessità di reperire i fondi per riparare una strada interna
alla città. Contro questa nuova risoluzione consiliare Francesco
Politi, un piccolo proprietario terriero che nel 1801 aveva aperto
il primo macello con la libertà di commercio, scrive al
governatore il 22 gennaio 1804: "la pizzicheria, essendo il libero
commercio vi sono circa sei o sette persone, che la tengono, ed
il popolo e pubblico si sceglie ove più le aggrada per comprare
ciò che le piace, lo che sarebbe di gran dispiacere comprare da
un solo colla privativa mentre si è veduto per lo passato che
giornalmente venivano de ricorsi a questo Signor Governatore
per lo strapazzo che si faceva dal Proventiere tanto della
Pizzicaria, che del macello, ed ora con un generale appaluso
questi vengono garantiti, si vede oculatamente per la pubblica

106
piazza vendere per ogni dove Pane a prezzo vilissimo, ma
buono, due macelli sempre aperti, oltre l'altri che
avventiziamente vengono, chi vende in casa l'agnello a baj 4 la
libra, chi il maiale nella pubblica piazza".
In questa lettera il Politi evidenzia due cose importanti per la
loro novità: un certo rifiorire dei commerci con molti negozi
aperti e la nuova libertà di scegliere dove acquistare i prodotti.
Oltre a questo Politi tiene a specificare come siano quasi
scomparsi tutti quei ricorsi contro i proventieri pubblici che
prima assillavano il governatore e la Sacra Congregazione con
lamentele sulla qualità e sul prezzo delle merci da loro vendute.
Tali lamentele comunque non erano soltanto l'espressione del
malcontento dei concorrenti esclusi dalle gare d'appalto, come
potrebbe far pensare il fatto che fossero anonime. Il numero e la
frequenza di queste denunce le rende metafora del cattivo
funzionamento di un sistema che permetteva agli appaltatori
pubblici di ovviare agli impegni presi, quando brogliando sul
peso e sul prezzo delle merci, quando ottenendo benefici o
defalchi sulle "risposte" da pagare.
Politi, infine, è talmente entusiasta del libero commercio che
nel chiederne il ripristino gli attribuisce perfino qualità
miracolose, quando dice che il popolo grazie ad esso "pare che
dalla tomba sia rinvenuto".31
Forse il libero commercio non avrà le qualità miracolistiche
attribuitegli da Politi, però la sua affermazione trova conferma in
una missiva del governatore inviata alla Sacra Congregazione e
datata 1804. La lettera del govenatore non aggiunge niente di
nuovo rispetto a quanto detto dal Politi, ma assume una sua
importanza trattandosi di un documento pubblico e ufficiale, e
avendo il carattere di informazione al Buon Governo.
Il governatore scrive che il commercio dei generi di
pizzicheria procede in libertà da ormai un anno, e quello delle
carni da più di due anni. Anche per quanto riguarda il forno è
ormai cessato il regime delle privative, anche se ultimamente il
Consiglio Cittadino, a causa di una qualche deficienza del
genere, ha concesso di nuovo la privativa al pubblico fornaio per
i mesi di agosto e settembre, "quelli meno importanti", sottolinea

107
però il governatore. Questi probabilmente si riferiva al fatto che
in quel periodo la città era meno affollata.
Dalla lettera emerge poi chiaramente l'adozione del sistema
misto: infatti continuano a rimanere sia il pubblico macello che
il forno del pan venale entrambi impegnati a garantire "lo sfamo
della popolazione". E la progressiva affermazione del libero
commercio continua anche negli anni successivi, protetta dal
ritorno delle truppe francesi.
Nel 1808, quando sorge una controversia tra un macellaio
pubblico che è riuscito a conquistare la privativa e alcuni suoi
concorrenti che si dedicano al libero commercio, le truppe
francesi intervengono a favore di questi ultimi e permettono loro
di continuare indisturbati i propri commerci in barba alla
privativa e con il favore della popolazione.
Ma la miglior prova dell'affermazione del libero commercio è
che solo nel 1815 tornerà a presentarsi una richiesta di ripristino
delle privative a nome di un certo Anacleto del Frate che chiede
l'appalto della pizzicheria. Ma, pur nel contesto della nuova
restaurazione pontificia, il Consiglio Generale decide di
continuare con il libero commercio.32 Queste richieste inoltre si
fanno via via più rade ed hanno ben poche speranze di venir
soddisfatte.
Lo spaccio dei generi alimentari è strettamente legato anche
al fatto che Civita Castellana è una città di passaggio verso
Roma e i commercianti devono tenere ciò in debito conto nel
rifornirsi delle scorte necessarie a garantire il "sicuro
approvvigionamento" sia dei cittadini che dei forestieri. Anzi
l'essere Civita Castellana una città di transito costituì uno dei
principali argomenti contro il libero commercio da parte dei suoi
detrattori. Così, nel settembre del 1803, in una lettera alla Sacra
Congregazione il capo conservatore Franco Petti Antonisi, pur
esprimendo la sua soddisfazione per la liberalizzazione del
commercio del pane, dichiara che è necessario mantenre un
fornaio pubblico "perché Civita Castellana Paese di gran passo,
collocato in mezzo alle strade corriere, sopra un genere di
prima necessità, non deve porsi all'azzardo e riposare sopra
l'incertezza dei venditori liberi".33

108
E come l'arte di commerciare è una delle principali fonti di
lavoro in città, così l'ospitalità data ai viandanti che passano per
Civita Castellana diretti verso Roma, dà lavoro a molti osti e
albergatori. La presenza in città di 5 osterie e 4 bettolini è
sicuramente documentata da una lista redatta a fini fiscali nel
1809, dove tra gli altri esercizi commerciali e manifatturieri
risultano anche 5 osterie, tutte gestite dagli stessi proprietari, e 4
bettolini di proprietà di Mario de Carolis, ma affittati a 4 diversi
gestori.34
Nel periodo da noi analizzato però l'attività non dovette dare
dei grandi guadagni, in quanto i bettolanti erano impegnati
nell'alloggiamento ed approvvigionamento delle truppe
straniere. Per quanto riguarda gli osti invece, stando ad
un'informazione del governatore del dicembre 1805, essi
subirono danni incalcolabili durante l'invasione francese, tanto
che lo stesso governatore, riguardo alla questione delle tasse
arretrate, scrive che la comunità sarebbe stata ben contenta di
non molestare più "questa gente".35
E queste difficoltà sono confermate anche dalla mole di
richieste di reintegrazione per somministrazioni alle truppe
straniere presentate da osti ed albergatori alla Sacra
Congregazione di cui già si è trattato.
A viaggiare, oltre ai soldati, c'erano coloro che mossi dalla
passione religiosa o dall'amore per l'arte prendevano la strada
verso Roma, e allora Civita Castellana diveniva una tappa
importante ed un luogo di sosta.
C'era poi chi viaggiava per motivi legati ai commerci. A tal
proposito c'è da supporre che Civita Castellana proprio per la
sua posizione fosse un centro di scambi e di commerci
soprattutto per i paesi vicini. Lo dimostra una supplica inviata al
Buon Governo nel giugno del 1790 a nome dei "popoli di
Vignanello, Vallerano, Canepina, Carbognano e Fabbrica", nella
quale si chiede il riattamento delle strade che portano a
CivitaCastellana, definita una tappa fondamentale per il
commercio dei loro prodotti che sono: vino, grano, castagne ed
altri generi agricoli.36 Quest'ipotesi è anche parzialmente
confermata da Candeloro nel suo Storia dell'Italia Moderna

109
quando scrive che le città laziali erano dei centri amministrativi
o mercati locali di prodotti agricoli.
Un'altra categoria che traeva guadagni dalla strada era quella
dei maestri di posta, che asssicuravano il cambio dei cavalli
lungo il percorso. Essi traevano dall'attività un duplice guadagno
prima affittando i posti sulle diligenze e poi i cavalli.
A Civita Castellana "l'enfiteuta" della posta era il conte
Alessandro Bonaccorsi. Come risulta da un ricorso da lui
presentato al segretario generale del ministero degli Interni
contro i suoi subaffittuari, i fratelli Ciancarini, che vorrebbero
recedere dal contratto.37
E naturalmente tra coloro che vivevano delle strade non
possono non considerarsi i briganti. Il problema principale da
essi creato a Civita Castellana è quello della sicurezza delle
strade. Per il periodo qui considerato, una prima traccia della
loro presenza risale al maggio 1792, quando il governatore, in
una sua lettera alla Sacra Congregazione, dichiara di aver
ricevuto l'ordine dalla Sacra Consulta di far battere la strada
consolare della città dai birri per inseguire i malviventi e far
scortare i corrieri pontifici. Il governatore spiega però che a
Civita Castellana i birri sono molto pochi e la loro opera viene
richiesta anche per la custodia dei carcerati rinchiusi nella
fortezza della città. Per questo chiede che per il controllo delle
strade vengano impiegati i soldati a cavallo.38
Questo problema si presenta di nuovo nel gennaio del 1802
quando il bargello in una sua lettera esprime il timore che
possano verificarsi degli "incidenti" durante la scorta dei corrieri
ordinari delle lettere. Questi infatti sono accompagnati solo da
due guardie a cavallo ed i birri "al momento del bisogno"
potrebbero essere impegnati nella guardia delle campagne. Per
questo, avendo saputo che sono stati assegnati cinque birri a
cavallo al Comune di Otricoli, chiede che due di questi siano
destinati a Civita Castellana.39
E infine un discorso su chi vive e trae guadagni dalle strade
non può trascurare una breve descrizione della rete viaria che
collegava Civita Castellana a Roma ed ai paesi circostanti. Tale
rete viaria subì gravissimi danni in seguito ad un periodo di
violente alluvioni nel 1789. Alcune perizie del 1790, non solo

110
sulle strade, ma anche sugli acquedotti e sulle macine
comunitative, presentano una situazione di estrema precarietà,
sia per quanto attiene alla viabilità, che per la potabilità
dell'acqua e le condizioni dei mulini. In particolare un architetto
della Sacra Congregazione, Bracci, in una sua perizia scrive nel
1791 che il ponte detto Ritorto, che passa sul fiume Treja e porta
alla Sabina, è "rovesciato" per metà della sua larghezza ed i carri
non vi possono passare. Il ponte detto di Valle che conduce al
Tevere è stato completamente demolito, come quello che passa
sul Rio Filetto e conduce a Castel Sant'Elia.40
Se i danni poi risalgono al 1789 i lavori di rifacimento
iniziano molto più tardi, e subito generano dubbi e controversie
sulla regolarità delle gare d'appalto e sugli illeciti guadagni di
coloro che se le sono aggiudicate, come si è già visto nei capitoli
precedenti.
Ma oltre alle assi principali che collegavano Civita Castellana
ai paesi vicini e a Roma, anche le strade interne della città erano
in pessimo stato. In una loro missiva del 1797 i conservatori
informano il Buon Governo che una delle principali arterie
interne, quella che dal ponte detto della Porta conduce alla
piazza principale, è molto dissestata e bisognosa di rifacimenti.
Motivo per cui chiedono, dopo aver fatto stilare una perizia, che
la Sacra Congregazione approvi i lavori necessari.41
Si è parlato finora della città in generale descrivendone le
principali attività economiche, la diffusione del libero
commercio, le condizioni delle strade, e si è visto come la figura
emergente sia quella dell'allevatore amministratore, che non è un
ecclesiastico, non è un nobile, non è un proprietario terriero,
eppure, oltre a tenere le redini dell'economia ha pure in mano il
governo della città.
Ma accanto a questa c'è un'altra figura che emerge tra le altre,
non certo per la sua importanza, nè per il suo potere, ma
certamente per il suo numero e la portata dei problemi che la sua
presenza comporta: il povero. E' questa una presenza in città
latente, ma che viene fuori da tanti piccoli episodi riportati
soprattutto nell'Archivio Diocesano di Civita Castellana. È il
caso di donne costrette ad aborti clandestini in seguito a
relazioni adulterine, mentre il marito era in carcere o dopo essere

111
rimaste vedove. È il caso dei neonati abbandonati ad opere pie
mediante il sistema della ruota, o del povero Domenico Perini,
significativamente detto "fulminapagnotte", che dopo essere
stato ospitato in una cascina limitrofa alla chiesa cattedrale,
viene sorpreso a rubare nel palazzo vescovile. L'avvocato dei
poveri, incaricato della sua difesa, chiede per lui l'assoluzione in
quanto, dice, ha commesso il fatto per fame e povertà. E poi,
aggiunge, anche se gli venisse comminata una pena pecuniaria,
non sarebbe in grado di pagarla. Quanto poi alla pena corporale
che dovrebbe essere comminata al posto di quella pecuniaria,
non ha egli già sofferto abbastanza in carcere?
A volte poi gli indigenti diventano oggetto di particolari
iniziative a carattere caritativo molto diffuse ancora agli inizi
dell'0ttocento. Sono iniziative mosse anche da reale spirito
religioso, oltre che dalla speranza di ottenere particolari
indulgenze grazie alle preghiere dei beneficiari. È il caso di
un'anonima donazione di 90 scudi romani elargita nel 1800 a
favore dei poveri della città per pietà religiosa, forse acuita dalle
recenti circostanze e nella speranza di un segreto favore da parte
del Supremo dopo la morte. L'ignoto autore del lascito, infatti,
ha un'unica richiesta da fare ai suoi beneficiari e cioè che
preghino per la salute della sua anima e del suo corpo.
La presenza del povero è palpabile anche in qualcuna delle
suppliche o delle lettere inviate alla Sacra Congregazione. Da
una supplica del settembre 1790, ad esempio, si può rilevare che
i guadagni dei meno abbienti non sono sufficienti neppure a
comprare il pane giornaliero. Il tutto mentre i proprietari terrieri
imboscano il grano per speculare sui prezzi e nel contempo la
popolazione soffre la fame.42 La presenza del povero infine,
diventa palpabile in tutta la sua drammaticità nella
documentazione relativa al periodo francese, quando nei bilanci
annuali viene annotata con minuziosità e precisione tutta una
serie di misure a favore dei poveri.
La necessità di assumere un medico ed un chirurgo condotti,
ad esempio, viene spiegata con il fatto che la città è composta in
prevalenza da poveri che non potrebbero permettersi un medico
privato. Nel processo verbale del bilancio del 1811, al capitolo
V dedicato ai soccorsi pubblici, si giustifica così la necessità di

112
assumere un medico fisso oltre al titolare della condotta: "Visto
che la classe indigente forma la massima parte della Comune e
che è troppo necessario avere un medico fisso specialmente
nell'estate, in cui le malattie segnatamente delli poveri contadini
che tornano dalle campagne maremmane, e per la poca
salubrità dell'aria".
Ad aggravare la situazione si aggiunge quindi anche la
diffusione di un'epidemia, che a scadenza annuale colpisce la
popolazione nei mesi estivi. Si tratta forse di febbri malariche.
Ma oltre che al Comune il sistema sanitario cittadino è legato
anche all'ospedale di San Giovanni Decollato, come si legge nel
verbale del bilancio del 1811 dove è scritto: "Questo luogo pio è
stato istituito dalla Pietà di diversi individui che hanno lasciato
i loro beni alla confraternita di detta chiesa di San Giovanni
Decollato con l'obbligo di mantenere la chiesa, adempire
diversi legati, fare una processione di Venerdì Santo sotto pena
di decadimento, mantenere gli ammalati poveri del paese e
quelli che sono trasportati da Narni".
Per quanto riguarda la sua gestione la donazione prevedeva
che l'ospedale fosse amministrato direttamente dalla
confraternita. Infatti è scritto, sempre nel citato bilancio del
1811, che: "L'amministraziione di questo luogo Pio era (... )
presso la confraternita (... ) la quale eleggeva l'amministratore
o sia il depositario che veniva ogni anno sindacato da due
sindaci membri di detta confraternita, e ogni tre anni si
assoggettava alla visita del Vescovo Diocesano". Notizie più
particolareggiate circa le caratteristiche dell'ospedale si traggono
dalla lettura del verbale relativo al bilancio 1812. Qui l'ospedale
viene descritto come costituito da una corsia con otto posti letto,
mentre collegate alla corsia sono due piccole stanze laterali che a
loro volta possono ospitare due letti ciascuna per un totale di 12
posti letto.
L'edificio comprende anche altre quattro stanze ai piani
superiori, che però non sono utilizzabili, e anzi necessitano di
essere "soffittate". Il locale viene giudicato "di sufficiente aria
salubre", il che nella terminologia del tempo doveva significare
che rispettava le fondamentali condizioni igieniche.

113
Inoltre, in base ad un calcolo sulle entrate dell'ospedale
previste nella donazione e sulle spese necessarie per il soggiorno
di un ammalato, il Consiglio Cittadino giunge alla conclusione
che l'istituto può ospitare non più di due ammalati al giorno. Ma
confrontando questi dati con l'affollamento dell'ospedale
calcolato nel 1811 si scopre che l'istituto, a quella data, ospita
ben 72 degenti. Sono molti di più dei 12 posti letto disponibili e
dei due malati che il bilancio dell'istituto permette di ospitare,
calcolando le spese per il vitto, le cure degli ammalati,
l'assistenza ai moribondi da parte di un curato cappellano e altre
per il personale, come l'economo innanzitutto, poi i medici, gli
infermieri ed anche un fattore di campagna.
L'ospedale deve sostenere inoltre le spese per il trasporto dei
malati anche da alcuni paesi limitrofi, nonché quelle legate al
culto ed in particolare alla festa di San Giovanni Decollato.43
Nella realtà appena descritta, con un così alto numero di
indigenti, non possono sorprendere i dati relativi all'alta
mortalità durante il periodo da noi analizzato. Mortalità certo
determinata da eventi di guerra, ma senza dubbio accentuata
dalle deplorevoli condizioni di vita.
Quest'ipotesi viene del resto confermata anche dalla
mancanza, nella storia dell'occupazione straniera a Civita
Castellana, di episodi di sangue particolarmente cruenti, a parte
la fucilazione nel 1799 ad opera dei francesi, di alcuni cittadini
più compromessi con gli austro-aretini.
Prima del 1798 la città doveva contare circa 6.000 abitanti
per poi ridursi drasticamente dopo il biennio repubblicano. In
base a dati risalenti al 1801, infatti, sembra che la popolazione
raggiunga appena i 3.000 abitanti.44 C'è da dire che nel luglio
dell'anno successivo, Alessandro Buttaoni, un inviato pontificio,
fa una stima inferiore, secondo la quale Civita Castellana non
supera le 2031 anime. Tale stima, e per la sua puntigliosa
precisione, e per la carica ricoperta da colui che la redige,
sembra la più attendibile.
Ma è solo da documenti ancora posteriori che si ricava la
notizia di una drastica riduzione della popolazione. Nel 1806,
dopo l'inizio della seconda fase dell'occupazione francese (quella
che coinciderà con la formazione dell'Impero), in una lettera a

114
nome del popolo di Civita Castellana si parla di una popolazione
ridotta di un terzo rispetto a quella del periodo
prerivoluzionario.45
La nuova ondata di occupazioni farà scendere gli abitanti a
1700 nel 1809. Così risulta da una lettera che nel febbraio del
1809 il capo conservatore di Civita Castellana invia al pro
segretario di stato, chiedendo come possa una città di così pochi
abitanti ospitare 1.000 soldati in arrivo.46
Se questa diminuzione non è attribuibile, come si è detto, a
fatti di sangue non resta che addebitarla ai saccheggi, alle
requisizioni, alla penuria di generi alimentari conseguenti alla
guerra. Mancano tra l'altro notizie su eventuali ondate migratorie
in seguito alla guerra.
Tra le misure di tipo assistenziale prese dalla comunità a
favore degli indigenti vi sono quelle relative all'istruzione
pubblica. A questo compito, infatti, solo in parte riesce a
supplire il seminario che resta a lungo chiuso nel periodo qui
considerato, sia per difficoltà economiche proprie che per le
vicende della guerra. A fronte di queste difficoltà, però, nel
corso del Settecento il concetto di scuola come tappa
fondamentale nell'educazione del futuro uomo "catolicus e
sociale" è già stato acquisito. Non a caso è proprio Luigi del
Frate, il visitatore pontificio inviato a Civita Castellana nel
1815, ad utilizzare queste parole e ad esprimere preoccupazioni
circa la mancata educazione scolastica dei più giovani.
E misure comunitative a favore dell'istruzione pubblica sono
senz'altro presenti nei bilanci redatti nel 1811 e nel 1812,
durante il periodo imperiale. In particolare nel processo verbale
del bilancio del 1812, nella sezione dedicata alle spese
municipali ordinarie, si può leggere: " Avendo a cuore
ilconsiglio municipale l'educazione e l'istruzione pubblica per
lagioventù di una Comune per la maggior parte composta di
popolazione indigente, e che manca di mezzo onde supplirvi,
hacreduto esser necessari tre maestri di scuola, uno cioè
perimpararle a leggere ed a scrivere ed un poco di aritmetica;
l'altro di grammatica eloquenza e belle lettere ed il terzo
difilosofia e Teologia" L'emolumento previsto in loro favore è
di1000 franchi annui.

115
Una certa sensibilità viene dimostrata anche nei confronti
dell'educazione femminile. Si può leggere in proposito
semprenelle stesse carte di bilancio: "Il consiglio municipale
vista l'urgenza di aver un maestro per le ragazze di sesso
femminile acciò ancor queste possano avere i principi di
educazione ha accordato la solita annuale provvisione di
franchi 214 annui". Oltre a questo sono previsti anche premi di
incoraggiamento pergli alunni più diligenti per i quali viene
erogata la somma di100 franchi47.
Misure a favore dell'istruzione pubblica venivano peròprese
anche in seno all'amministrazione pontificia, come si puòdedurre
da una polemica sorta nel dicembre 1804 su una decisione del
Consiglio Cittadino definito come composto da "villici, artigiani
e persone poco pulite" che avevano escluso dal suoincarico il
maestro di teologia e morale. Ad avanzare la proposta era stato il
deputato ecclesiastico, il quale aveva sostenuto inconsiglio la
tesi che Civita Castellana non avesse bisogno ditale maestro.
In realtà dietro questa decisione si nascondevano problemi di
carattere finanziario. Era infatti molto difficile per unacomunità
in costante passivo sostenere le spese per l'istruzione pubblica,
anche se gli emolumenti dei maestri erano generalmentemolto
bassi ed era perciò difficile reperire istruttori abili ecapaci.
Queste difficoltà sono chiaramente individuabili in unalettera
che i tre maestri cittadini inviano alla SacraCongregazione nel
gennaio del 1807, minacciando di abbandonare il proprio
impiego a causa dei ritardi anche di anni con cui vengonoloro
pagati gli stipendi. In più, lamentano i maestri, la loro paga
annuale, pari a 100 scudi da dividere in tre, è tropppo bassa.
Motivo per cui essi dubitano che la comunità riuscirà atrovare
altri istruttori desiderosi di sostituirli. Quindiritengono che la
misura più conveniente, anche per la Sacra Congregazione, sia
prendere provvedimenti in loro favore ondeevitare danni
all'educazione dei giovani a causa di un loropossibile
abbandono48.
Spesso educatore dei giovani era il curato a cui
incombevanoaltre occupazioni. Per questo aveva poco tempo da
dedicare alla scuola.

116
Nel novembre del 1801, ad esempio, il canonico
FrancescoMorelli presenta alla Sacra Congregazione una
denuncia contro unodei maestri comunitativi, padre Bernucci,
giudicato inidoneo ad esericitare tale incarico. A conferma di
quanto sostiene egliacclude alla sua lettera la testimonianza
degli alunni: " Noi Sottoscritti Scolari nell'anno scorso del
Padre Giammaria Bernucci Minore Conventuale, ed attuale
pubblico Maestro della Comunità di questa Città di
CivitaCastellana, attestiamo mediante anche il nostro
giuramento, che il sud. in tutto il tempo che ci ha fatto scuola,
non ci haistruiti nella maniera, che si richiede, nè ci ha fattofare
alcuno esercizio respettivamente nè nella gramatica, nè
nell'umanità, e Rettorica, anzi tali scuole ha eglisostanzialmente
trascurato: per il che non si è fatto alcunprofitto. Aggiungiamo
di più che il medesimo in vece di istruirci nelle lettere, ci ha
molto scandalizzato colla suacondotta, per la amicizia che ha di
una Donna (... ) labettoliera, del che mormora tutto il Popolo,
fino a farci far da mezzani de reciproci regali fra di loro; e con
introdurla unavolta dove noi con tutti gli altri scolari stavamo
in onestaconversazione, ed ivi con esso lei faceva dè scherzi
illeciti con meraviglia, e scandalo di noi tutti. Per le quali cose
tutte, e specialmente per il cattivo esempio, che egli ci dà,
abbiamolasciato la sua scuola, e col consenso dei nostri, cui è
noto il tutto, ci siamo scelti altro particolare maestro"49. Altri
alunni ancora scrivono di aver trovato padreBernucci"oscuro
nelle spiegazioni , e di poca iniziativa".
E questo caso non è un'eccezione. Non sono infatti
piùfortunati gli alunni del 1805, quando un consigliere di
CivitaCastellana, e padre di famiglia, scrive alla Sacra
Congregazione a proposito della cattiva condotta dei due maestri
di grammaticae morale: " i due Maestri di Grammatica Can. D.
Francesco Morelli; e di Morale Curato D. Filippo Midossi (... )
primieramente occupandodue Ecclesiastiche Prebende di
continua briga, l'impedisce ilpotere fare il suo dovere, con i suoi
discepoli. Per la mancanza del necessario tempo sono costretti a
fare le scuole nell'ore nonconvenevoli, e di restringere le
occupazioni ai Scolari, tanto che ne viene a risentire un
pubblico danno la Popolazione, perché vede che i suoi Figli in

117
queste scuole nulla profittano. Riconosciuto l'anno Scorso ed
appresso dal pubblico Consiglio inparte il cattivo regolamento
di questi due Soggetti, quello di Morale fu escluso, e poi fu
rintegrato al Posto dall EE. VV. Si prega dunque la S.
Congregazione del Buon Governo di obbligare ilCanonico a
soggiacere all'appuntature, tanto più che si restringono a sole
otto o nove il Mese. L'altro poi cioè ilCurato, che debba lasciare
qualcuno incombensato a far le di luiveci in tempo di Scuola, e
ché vi si possino occupare di proposito all'oggetto che la
Comunità e Popolazione ne vada arisentire vantaggio col
vedere l'acquisto delle Scienze nei suoiFigli"50.
Bisogna aspettare l'ottobre del 1815, dopo che anchel'inviato
pontificio Del Frate aveva espresso nel suo resocontoun pessimo
giudizio sul modo in cui la comunità gestiva l'istruzione
scolastica, esprimendo in particolare duri giudizisulla
competenza e preparazione dei maestri, per vedere il Consiglio
Segreto deciso ad emanare nuove regole sulla scuola.
Risulta evidente dal verbale della seduta consiliare
tenutaappunto nell'ottobre del 1815. Per prima cosa si indice un
nuovoconcorso per l'assunzione del maestro di grammatica,
materia definita "la più necessaria tra le altre". Per questo si
vuoltrovare un maestro "eloquente ed erudito". Per un maggior
controllo sugli insegnanti inoltre si crea una speciale
"deputazione scolastica", composta dal capomagistrato e dai tre
più eruditi maestri reperibili in città. Dovrebbe vigilare sulle
capacità e sul lavoro svolto dai maestri, con particolare
attenzione a che vengano rispettati gliorari di lezione. Viene poi
riconosciuta la diversa professionalità degli insegnanti
differenziando gli emolumenti a seconda delle loro capacità e
della difficoltà della materia insegnata: 30 scudial maestro di
ABC, 80 al maestro di grammatica e 100 a quello di retorica.
Ancora la scuola viene trasferrita in locali più idonei eatti a far
svolgere le lezioni in un unico edificio. Sarà pure ripristinato
l'uso del campanello per segnalare l'inizio dellelezioni. Questo
suono, avvertito anche dai genitori, avrebbescoraggiato le
assenze degli scolari che spesso disertavano la scuola con
l'inganno che era chiusa. Quanto poi al problema dell'assunzione
o meno di un maestrodi filosofia e morale, già sollevato in

118
precedenza, si propone di risolverlo integrando i programmi
della scuola comunale conquelli del seminario. Alla scuola
sarebbero spettati solo gliinsegnamenti basilari, al seminario
quelli successivi51.
Si è iniziato questo capitolo dicendo che non ci saremmoposti
peoccupazioni di carattere cronologico. La problematica ci è
però alla fine proposta non dall'argomento trattato, ma dalla
qualità della documentazione utilizzata. Emerge infatti unanetta
differenza tra quella del periodo pontificio (dalla qualepossono
trarsi notizie sulla vita della comunità solo in maniera indiretta e
comunque secondaria rispetto alle finalità prime del
documento), e l'altra relativa al periodo francese,
particolarmente al periodo che va dal 1810 al 1814, essendo
andato perduto il materiale del periodo repubblicano. È
quiinfatti che emerge con maggiore chiarezza la vita
dellacomunità, la sua storia e la storia delle sue principali
istituzioni. Merito anche degli stessi francesi che, accingendosi
al governo della città ebbero bisogno di scopriretutti i
meccanismi del suo funzionamento per poter poi adottare quelle
misure atte ad instaurare una gestione diversa da quella
pontificia.
Capitolo V

La comunità e i francesi

Non è un caso che nel capitolo precedente la gran parte


dellenotizie riguardanti la politica sanitaria, l'istruzione
el'assistenza ai poveri provengano dai fogli di bilancio del 1811
e del 1812. Questo periodo coincide infatti con l'assestamentodel
governo francese e con l'inizio di quella fase di indaginee di
censimento che nelle intenzioni dei nuovi amministratori
avrebbe dovuto aprire le porte ad un periodo di profonde
riformein quelle che ormai erano divenute le province
dell'Impero. Nel 1811 questa fase di studio entra nel vivo con la
compilazione del primo bilancio, proseguita poi nel 1812:

119
entrambi questilavori ebbero una forte valenza conoscitiva per il
governofrancese, ma la hanno anche oggi per chi volesse trovare
notizie complete ed omogenee sulla realtà e le origini di molte
istituzioni cittadine. Viene qui ricostruita in maniera
moltochiara, ad esempio, la storia dell'ospedale di San Giovanni
Decollato, di cui nel capitolo precedente si è potutadescrivere
l'origine ed i forti legami con l'omonimaconfraternita. La
redazione dei bilanci però è anche occasione di consuntivi e di
chiarificazioni. Vengono ad esempio censiticon precisione i
debiti a carico della comunità. Questi sonodistinti in debiti
"fruttiferi, così denominati perché derivanti dai frutti di censo
che prevedevano il pagamento dideterminati interessi annui, e in
"debiti secchi", quando eranorelativi alle tasse arretrate ed erano
costituiti dai debiti provenienti dalle mensualità non corrisposte.
In più, venneroannotati, quei debiti che sarebbero potuti derivare
dalla perditadella causa intentata dal marchese Andosilla contro
la comunità di fronte al Tribunale del Buon Governo per
ottenere irimborsi per le somministrazioni date alle truppe
francesi e austriache.
Oltre all'elenco dei debiti viene stilato con precisioneanche
l'elenco delle rendite ordinarie della comunità: l'affittodei beni
enfiteutici del Comune come i pascoli, il diritto di depositeria
del bestiame, il dazio dell'entratura e dell'uscitura(a cui erano
sottoposti tutti coloro che introducevano merci aCivita
Castellana per venderle nel mercato), l'affitto delle due mole
comunitative, tanto per citare i più importanti. Emerge daquesto
quadro in maniera più chiara ed omogenea la
situazionefinanziaria della comunità e, fatto questo, si può
passare alla previsione delle "spese municipali ordinarie" quali
quelleper l'istruzione, o quelle per i "soccorsi pubblici" come
lasanità, o ancora per il culto.
La stessa procedura viene utilizzata nella compilazione
delbilancio del 1812: prima il debito municipale poi le
renditemunicipali ordinarie e quelle straordinarie. Viene inoltre
stilato l' esatto elenco dei debitori comunitativi "illiquidi
elitigiosi "avanti l'anno VIII" nel 1811, e quello dei
debitoricomunitativi "dopo l'anno VIII" nel 1812. Tra questi
sono presenti: Augusto Paglia debitore dal 1803 per reliquato del

120
suodepositariato e Angelo Cicuti debitore dal 1808 per un
residuosull'affitto delle mole comunitative.
Considerata in tal senso questa prima fase assume la
valenzadi periodo preparatorio alla programmazione di azioni
future chepermetteranno un risanamento della situazione
finanziaria ed un futuro inquadramento della comunità
nell'ambitodell'amministrazione imperiale francese. Sembra
questo ilpreludio ad una nuova forma di governo che i francesi,
trasformatisi in una sorta di architetto demiurgo, tentano
diesportare in tutta Europa, dopo averla sperimentata in patria.
Elemento essenziale alla realizzazione di questo progetto è
l'unione tra la razionalità, la capacità di programmazione e
pianificazione, il senso dello stato acquisiti dai francesi e, la
realtà amministrativa delle nuove province dell'Impero.
Ma quello che nasce da quest'unione non è un incontro, bensì
uno scontro, anche se non si tratta di un brutale corpo acorpo,
ma di una sottile lotta che vede la comunità opporsi ad una realtà
che non conosce per difendere, ancora una voltatenacemente,
quel particolarismo municipale che l'aveva oppostaanche alla
Sacra Congregazione.
Si instaura così di nuovo un rapporto conflittuale tracentro e
periferia il cui dispiegarsi è molto simile a quelloche oppose la
comunità alla Sacra Congregazione nel 1801. Il nuovo governo
imperiale per prima cosa costituisce una nuovaamministrazione
cittadina e ne individua il responsabile nelmaire. Questi sarà
sottoposto ad un controllo concentrico da Roma e da Viterbo
sempre più stretto finché non si adeguerà adun nuovo modulo di
governo: quello voluto dai francesi.
Le prime resistenze da parte della comunità però si rivelano
già nella lettura dei libri di bilancio del 1811 neiquali, ad
esempio, è contenuta una controversia tra il maire edi suoi
diretti superiori: il sottoprefetto di Viterbo ed il prefetto di
Roma. Il maire vorrebbe introdurre in città alcunidazi non
previsti nel bilancio del 1811, ma il sottoprefetto diViterbo lo
ammonisce che questi nuovi dazi devono essere
immediatamente aboliti, non essendo stati introdotti nelbilancio.
Poi nel maggio del 1811 il prefetto di Roma negadefinitivamente
l'approvazione a questi nuovi dazi. Il tutto nonostante il maire

121
avesse giustificato la sua richiesta con gliscarsi profitti ottenuti
da una delle principali imposte dellacomunità.
Un'altra controversia che sorge tra le autorità cittadine equelle
francesi è relativa alle spese di amministrazione. Itermini della
vicenda sono ben chiariti dal testo di una lettera che il maire
invia al prefetto di Roma il 23 gennaio 1810, nellaquale egli
lamenta che la cifra fissata per le spese diamministrazione, è del
tutto insufficiente. Nel modello inviatogli dal sottoprefetto di
Viterbo, infatti, per questespese si prevedeva una quota di 9
baiocchi per ogni abitante. Il maire obietta che questa cifra
potrebbe anche essere sufficiente in una città dalla popolazione
numerosa, non certoa Civita Castellana che conta solo 1800
abitanti. In base alleprevisioni del modello, infatti, si potranno
ricavare tutt'al più 172 scudi per le spese di amministrazione,
mentre solo lostipendio dei due segretari comunitativi richiede la
somma di264 scudi. Senza considerare le spese relative al
mantenimento di un corpo di polizia ed alla compilazione dei
registri di statocivile, o gli emolumenti per i domestici ed il
trombettiere, oancora le spese più minute come quella per la
carta. Il maire, in conclusione, chiede di poter supplire a queste
spese con altre rendite comunitative, ma il prefetto di Roma
rispondenegativamente a tali richieste facendo presente
l'esistenza di alcune disposizioni di legge che non possono
essere eluse. Per dipiù, egli è del parere che un solo segretario a
CivitaCastellana sia più che sufficiente e che gli emolumenti
fissati dal Consiglio Cittadino siano eccessivi per un
piccoloComune. Il contrasto si presenta di nuovo nel settembre
del 1811. Lo mostra il testo di una nota che il sottoprefetto del
circondariodi Viterbo invia al prefetto di Roma, facendosi
portavoce dellarichiesta del maire di disporre dei 300 franchi
destinati nel bilancio all'istruzione, per le spese di
amministrazione. Larichiesta è motivata con l'esaurimento dei
fondi assegnati aquesto scopo. Da Roma però si risponde che la
quota fissata per legge per le spese di amministrazione è di 50
centesimi perabitante e che questa cifra è invariabile.
E ancora nel settembre del 1812 una nota del sottoprefetto di
Viterbo ci informa delle lamentele del maire circa l'esiguitàdella
cifra destinata in bilancio alle spese di amministrazione. In

122
particolare, il maire rende noto che questi fondi sono ormai del
tutto esauriti e manca anche il necessario per pagare
gliimpiegati. Chiede quindi che gli sia messa a disposizione
unasomma di 350 franchi, ma ancora una volta la risposta che
viene da Roma è negativa, e si suggerisce tutt'al più di far
presentela questione in consiglio municipale in vista della
compilazionedel bilancio per il 1813.
Questa controversia non si caratterizza tanto per il fattonuovo
in se stesso, cioè le richieste di modifiche al bilancioavanzate
dalla la comunità verso il centro, cioè Roma, quanto per il
diverso rapporto che si instaura tra le due entità. Quello che
legava la comunità al sistema pontificio era unrapporto quasi
paternalistico da parte di quest'ultimo per cui ci si poteva
tranquillamente rivolgere a Roma ed avanzare richiestedi
modifiche sui bilanci redatti con un anno di anticipo (vedisgravi
sulle tasse o defalchi sugli affitti dei proventi comunitativi)
attraverso una procedura con la quale la comunitàtrovava in
conclusione buon gioco nel sottrarsi agli impegni neiconfronti
del potere centrale. Il trascinarsi della questione dei debitori
comunitativi, i ritardi nel trasmettere le tabellecomunitative, le
orecchie da mercante che gli amministratorilocali opponevano
agli ordini della Sacra Congregazione ne sono un chiaro
esempio. Ora si assiste, invece, alla rottura di questo rapporto.
Lacomunità è chiamata a rispettare i propri impegni e le
suppliche al prefetto di Roma sono inutili e non trovanoascolto.
Ed è qui che il tentativo di riforma operato daifrancesi si
differenzia da quello pontificio del 1801 il quale era tutto
improntato al recupero dei fondamentali valori etici e morali su
cui si basava lo Stato della Chiesa. In questaconvinzione l'azione
del Buon Governo trovava la sua forza, ma anche il suo limite:
si ricercavano uomini onesti e probi damettere alla guida della
città, mentre le formule di governocontinuavano a rimanere le
stesse. Certo ci fu la riforma fiscale del 1801, ma l'esazione
fiscale continuava ad essere affidata aidepositari e le formule di
controllo erano sempre legate allavecchia Congregazione
Economica secondo moduli già sperimentati.
Non è questo, quindi, il semplice ripetersi della
vecchiadialettica tra centro e periferia che tanto spazio aveva

123
trovatonel sistema pontificio. Qui si assiste allo scontro tra due
opposte mentalità: quella francese, che ha ormai
acquisitocapacità di pianificazione e programmazione politica e
unaseverità burocratica contraria a qualsiasi stravolgimento delle
disposizioni prese, e quella degli amministratori locali,
avvezziall'arte del lasciar fare ed abituati a porre riparo a
qualsiasi inconveniente inviando suppliche su suppliche al Buon
Governo per ottenere esenzioni sulle tasse da pagare,
aggiustamenti di bilancio, rimborsi su
somministrazioniinesistenti od altro. E se anche il silenzio può
parlare, qui a parlare è l'assenza di quella serie di
documentazione, tantoampia in seno all'amministrazione
pontificia, che potrebbe essereclassificata come "carte di
doglianza". Assenza che già da sola attesta l'instaurarsi di un
nuovo rapporto tra centro eperiferia, scevro da paternalismi ed
assistenzialismi ocompiacenti negligenze.
Le nuove autorità, poi, oltre ad essere contrarie aqualsiasi
eccezione sulle disposizioni già prese, pretendonoanche che
queste siano stilate con la massima compiutezza e precisione. Lo
conferma in particolare un episodio legato aquella stretta
corrispondenza che intercorreva tra ilsottoprefetto di Viterbo ed
il prefetto di Roma, barone De Tournon. Da una lettera del
sottoprefetto al barone de Tournoni rileva come quest'ultimo
avesse rifiutato l'approvazione deicontratti d'affitto dei pascoli
comunitativi perché non era stata indicata in essi neppure la data
d'inizio e di finedell'affitto. Ora, con una lettera del novembre
1812 ilsottoprefetto i Viterbo assicura il barone De Tournon che
si è provveduto stabilendo l'inizio dell'affitto al primo ottobre
1811ed il termine al 21 aprile 1812. Lo scontro tra le due
opposte mentalità e il contesto di guerra in cui le nuove autorità
si trovano ad operare, costituiscono un ostacolo ai tentativi di
riorganizzazione delgoverno da parte dei francesi. Questo
periodo coincide infatti, con una nuova ondata di conquiste
napoleoniche: quella che va dal1805 al 1809. Viene allora
smantellata l'amministrazione pontificia, mandati in esilio molti
cardinali ed incorporati al Regno d'Italia i dipartimenti del
Metauro, del Musone e del Tronto. La situazione precipita poi
nel maggio del 1809 quando si dichiara decaduto il potere

124
temporale dei papi. Alladichiarazione segue l'annessione di
Roma e dei residui territoridello Stato Pontificio all'Impero.
Al termine di queste vicende lo Stato della Chiesa nonesiste
più: il papa è di nuovo in esilio, mentre le provincesettentrionali
ed adriatiche sono state incorporate al Regno d'Italia, Roma è la
seconda città dell'Impero e Umbria e Laziodiventano province di
Francia1. Le vicende della guerra tornanoad incidere in maniera
determinante sulla vita di Civita Castellana. Basti in proposito
ricordare, come già detto, che nel 1809da questa comunità che
conta 1700 abitanti si pretende l'alloggiamento di 1000 soldati.
Tanto che il magistrato in una sua lettera al pro segretario di
stato, il 25 febbraio, chiede come possa l'amministrazione
cittadina trovare 1000 letti per i francesi afronte delle 1700
persone che abitano Civita Castellana. Quanto alui ed al
pubblico general consiglio non hanno trovato altra soluzione che
inviare "una spedita supplica" al pro segretario distato "affinché
degni riparare alla funestissime conseguenze chesicuramente
prodotte verrebbero dalle truppe"2.
In questo contesto la prima a risentirne è la già
fragileeconomia cittadina che ancora subisce gli effetti del
periodorepubblicano e dei saccheggi e delle requisizioni che ne
seguirono. Scrivono nel 1809 i pubblici rappresentanti : " La
città è piena di miseria, territorio abbandonato per mancanza di
braccia ed una popolazione non maggiore di 1500 anime(... ) In
oggi l'economia della nostra città è fallita affatto enon si sa
vedere la maniera , come poter più pagare alcuno e come molto
meno resistere alle frequenti spese di casermaggio. Sela lodata
S. Congregazione non accorda e manda sollecitamente
icompensi delle spese già fatte, la comunità di Civita Castellana
andarà come suol dirsi a fiamme ed a fuoco". Quanto poi
l'occupazione abbia pesato sulla popolazioneviene
dettagliatamente spiegato in una lettera del marzo 1809 a nome
dei conservatori e dei cittadini di Civita Castellana. Questi
scrivono: " Sono più di 10 anni che questa piccola città
composta di non più di 1500 anime ha dovuto continuamente
alloggiare e Francesie Tedeschi e Napoletani e Italiani e Turchi
e Russi e finalmentei briganti, che gli devastano tutto il
territorio, e gli diedero il saccheggio nella città. A questi

125
aggravi finora questadesolata città ha resistito con
depauperarsi affatto per noncompromettere se stessa, ed il
Principato (... ) ma ora è ridotta all'impossibile e domanda
Pietà (... ) che continuandosi nellapresente maniera oltre ai
disordini che possono nascere resteràin tal guisa travagliata
che non potrà pagare i dazi dovuti al principato per la sua
povertà e dovrà abbandonare i lavoridelle campagne ed i propri
interessi necessitando per l'alloggionon solo il consumo di
biancheria ed altro ma l'assistenza continua per servire gli
ospiti e stare attenti all'onore dellefamiglie con impiegare le
giornate, e dormire per terra la nottee rendersi impossibilitati al
lavorio della campagna"3.
Che le attività nelle campagne siano ormai abbandonate
èconfermato anche da una lettera del "deliberatario dell'affittodel
danno dato", Giuseppe Mariangeli, che nel marzo del 1806
chiede un defalco rispetto all'affitto pattuito. Egli, in cambiodi
una corrisposta annua, riceve il diritto di recepire iriscatti che gli
allevatori di bestiame pagano su ogni bestia che è stata
sequestrata, per essere stata trovata a pascolare nei terreni
seminativi. Giuseppe Mariangeli spiega, però, che è ormai
superfluo controllare che buoi e cavalli non distruggano i
seminati, inquanto gli armenti sono stati tutti requisiti ed
impiegati per lenecessità dell'armata francese4.
Ma non sono solo le attività nelle campagne ad esserebloccate
dall'arrivo delle truppe napoleoniche. Sempre nel marzo del
1806, infatti, l'affittuario della castagneria, che in cambio di una
corrisposta annua acquisiva ildiritto esclusivo di distribuire
castagne in città, chiede undefalco dall'affitto stabilito.
Egli giustifica questa sua richiesta con il fatto che almomento
della stipulazione del contratto non era stato previstoil passaggio
di truppe straniere; mentre è proprio questo ora a rendergli
impossibile la continuazione dei propri commerci. Questo
avviene non tanto perché ci sia penuria di castagne, quanto
perché la deficienza di mezzi, requisiti dalle truppe, e la
pericolosità delle strade, invase dai soldati, gli rendeimpossibile
procurarsi il genere5. Emerge da queste suppliche una città
stravolta nella propria realtà economica e sociale, essendo

126
qualsiasi attivitàsospesa, mentre ormai l'unica preoccupazione è
diventata quelladi far fronte all'alloggiamento dei francesi.
Questi disagi si riflettono naturalmente sulla giàcompromessa
situazione finanziaria della comunità. Le difficoltà sono tali anzi
da impedire una qualsiasi previsione finanziaria. Nell'aprile del
1806, infatti, lacomunità giustifica una richiesta di dilazione
sullacompilazione del bilancio a causa del passaggio
"numerosissimo" di truppe straniere. Fatto che ha provocato
l'esaurimento deifondi pubblici rendendo difficile qualsiasi
previsione6. A peggiorare la situazione si aggiunga ancora che
Civita Castellana è una "località di passaggio", come scrivono
ipubblici rappresentanti nell'agosto del 1806 alla
SacraCongregazione. Motivo per cui è particolarmente esposta
al transito di truppe straniere che assorbono tutte le sue
risorsefinanziarie, cosicché le casse pubbliche sono talmente
esausteda rendere impossibile persino il pagamento dei
"salariati"7.
La stessa situazione si presenta il mese successivo quando
iconsiglieri cittadini spiegano in una lettera alla
SacraCongregazione di essere stati costretti a far anticipare
l'affitto di un provento comunitativo per poter pagare
gliemolumenti dei salariati. Infatti solo grazie all'anticipo di 300
scudi versato dall'affittuario del provento si potrà venire incontro
allerichieste dei dipendenti comunitativi8. È naturale in questi
frangenti il contrapporsi di opposti egoismi per cui ognuno
pensa di aver più diritto degli altri e particolari esenzioni, mentre
l'obbligo di alloggiamento e dirifornimento di generi alle truppe
pesa su ognuno: privati cittadini, locandieri, opere pie e a volte
perfino le chiese. Ma sono gli albergatori o osti, locandieri, o
"bettolanti", come vengono chiamati, a sentirne il peso
maggiore.
Nel luglio del 1807 Salvatore Antinori scrive una lettera
alsegretario di stato dalla quale risulta che da ormai più di
unanno il suo albergo ospita ininterrottamente soldati.
Nonostante le spese sostenute, però, egli non ha ricevuto in
cambio alcunrimborso. E il caso di Antinori non fa eccezione: il
governatore, nell'inviare al Buon Governo un'informazione in

127
proposito, nell'agosto del 1807 scrive che ormai è divenuta
prassi comuneper tutte le locande ospitare solo soldati.
Ma pur riconoscendo i sacrifici degli albergatori eglispiega
che: " le spese di casermaggio in questa Tappa hanno portato
finora la spesa di circa 9000 scudi per le quali la comunità ha
vuotato tutte le casse, ha contratti debiti immensiper i quali non
può più andare innanzi così nè al Ricorrentenè agli altri
albergatori può darsi sussidio di sorte alcuna"9. A volte poi la
tensione degli albergatori giunge al limite, come quando nel
1815 il chierico Vincenzo Minio, che svolge la funzione di
commissario di guerra, viene assalito da unbettolante irritato dal
dover dare alloggio a un sergentemaggiore della disciolta armata
napoletana.
Ma oltre agli abergatori si fanno sentire anche i "particolari",
cioè i privati cittadini costrettiall'alloggiamento dei militari nelle
proprie case.
Ed è facile immaginare che, fra tutti, a farsi piùascoltare siano
coloro che hanno maggior voce in capitolo. Nel settembre del
1808, ad esempio, è il marchese Andosilla a protestare perché, a
suo dire, il peso degli alloggidell'ufficialità francese viene fatto
ricadere iniquamente sutre o quattro "possidenti".
Il fatto è documentato in un suo ricorso inviato alla
SacraCongregazione nel settembre del 1808, con il quale egli
chiedeuna più equa ripartizione di tale onere.
Non si fa attendere la replica da parte della
magistraturacittadina che risponde alle insinuazioni
dell'Andosillaassicurando che per lo smistamento dei militari è
stata creata un'apposita Deputazione composta da tre individui
fra i quali unecclesiastico ed un segretario. Il Consiglio
Cittadino ha inoltreordinato una nota di tutti i proprietari di case
presenti a Civita Castellana "non esclusi i poveri gli artisti e
icontadini". È proprio da questa nota, come detto nel capitolo
precedente, che sono state poi scelte sei case per gli ufficiali
dello stato maggiore, tra cui il palazzo dell'Andosilla e
laresidenza vescovile, e quaranta case per gli ufficiali di secondo
rango. L'organizzazione degli alloggi poi, è affidata ad
unprocedimento meccanico scevro da qualsiasi favoritismo.
Infatti a ciascun militare, appena arrivato in città, viene

128
assegnato unbiglietto con un numero progressivo con il quale
dovrà poipresentarsi all'alloggio a cui è stato destinato10.
La presenza in città di un'apposita Deputazione per
losmistamento dei militari in arrivo viene confermata anche
daaltri documenti.
In particolare da una richiesta di emolumento del
capodeputazione, Franco Petti Antonisi, del maggio 1809, si
puòrilevare che questa è composta da tre uomini ricompensati
con un emolumento mensile. Il suo scopo è quello di garantire
il"Buon Ordine" e la "Pubblica Tranquillità".
A sentire però le molteplici proteste da parte di privati,
albergatori ed opere pie, non sembra che la Deputazione riesca
adassicurare quell'ordine e quella tranquillità ai quali era
statadelegata.
Lo conferma un foglio che i pubblici rappresentanti diCivita
Castellana inviano alla Sacra Congregazione nel gennaiodel
1809, per spiegare i motivi per cui l'abitazione del vescovo, che
pur aveva ottenuto direttamente dal Buon Governo
l'esenzionedall'obbligo di alloggiamento, è invece ora sottoposta
a questoonere.
I pubblici rappresentanti danno sul caso una
spiegazionesemplice ed allo stesso tempo significativa, e cioè
che latruppa militare francese "a di lei capriccio vuol essere
alloggiata"11. Questa breve frase è una spiegazione chiara ed allo
stessotempo rivelatrice di come ormai le autorità cittadine siano
completamente sovrastate dagli eserciti stranieri stabilitisi
incittà. Una realtà che è confermata da altri due episodi. Il primo
risale al 1808 e riguarda il pubblico macellaio Luigi Caprinozzi,
che non riesce ad usufruire in maniera pienadel diritto alla
privativa conquistato nell'ultima gara d'appaltoper la macelleria.
La questione viene chiarita al Buon Governo dai conservatori
cittadini. A loro detta il Caprinozzi si èaggiudicato in maniera
non regolare la gara d'appalto, facendoprima un'offerta
suppletiva a quella presentata dai propri concorrenti e poi, a gara
vinta, procurandosi dalla SacraCongregazione il permesso per
aumentare i prezzi. E scrivono i pubblici rappresentanti: " Una
tal sovrana Risoluzione amareggiò di molto la classe Indigente,
ma conrassegnazione si adattò a Decreti superiori. L'emoli

129
delCaprinozzi vedendosi esclusi dal provento, assunsero la
fornitura della Truppa Francese ed aprirono altro macello a
dispetto di esso somministrando la carne alli militari, qui
stazionati o dipassaggio, senza voler andare soggetti al dazio di
consumazione col titolo di scannatura e non contenti
pretendono di vendereanche la carne all'abitanti impunemente
(... ) per un baj meno la libra".
Il Caprinozzi, indispettitto dalla "sleale" concorrenza, prima
chiede il rispetto della privativa e poi, avendo ottenuto "un
fraude" contro i concorrenti, tenta non solo di far chiudere loro il
negozio, ma anche di farli arrestare. Ma mentre i birri si
accingono a catturare i concorrenti intervengono le truppe
francesi che costringono i birri alla fuga. Dopo questo episodio il
Caprinozzi, infuriato, minaccia dichiudere il macello pubblico,
mentre i suoi rivali continuano tranquillamente a vendere carne
alla popolazione sotto laprotezione francese. Ma alla fine il
titolare della privativa è costretto ad accettare la realtà dei fatti,
come dimostra un suo foglio nel quale dichiara di rinunciare alla
privativa mantenendol'impegno a garantire la "salubrità" e la
qualità delle carnivendute in cambio di un abbuono sulla tassa di
scannatura12.
Un altro episodio, forse più significativo, risale
all'annosuccessivo, quando nel marzo del 1809 il marchese
Andosilla chiede di essere sollevato dall'obbligo di ospitare nel
suo palazzo un capo battaglione dell'armata francese. Questi
daormai più di un mese vive nella residenza cittadina
delmarchese con moglie, figli e domestici, rendendogli
impossibile dimorarvi quando si reca a Civita Castellana.
Rispondono alle sue rimostranze i magistrati cittadini conuna
loro lettera alla Sacra Congregazione del gennaio 1809,
spiegando che l'ufficiale francese, arrivato in città insiemecon un
commilitone, fu alloggiato nella residenza del marchese
credendo trattarsi di una sistemazione temporanea, come
altrettanto il compagno nella residenza vescovile. Però: " Nei
giorni seguenti con sorpresa si viddero qui rimanere e riunirsi
ambedue nel Palazzo Andosilla senza la minima intelligenza
della Deputazione, fattane dell'accaduto a noirappresentanza
dal Ministro di detto Signor Marchese ciindustriammo a

130
persuaderlo che la nostra abilità non era sufficiente a
persuadere detti ufficiali per cambiare alloggio, ma bensì che
eravamo pronti a compensare l'incommodo che imedesimi
officiali recavano al Signor Marchese (col) somministrarle lumi
e fuoco ed anche un compenso per il consumodella biancheria
(... ) Più di questo non puol pratticarsi dallaMagistratura, e
codesto S. Consesso meglio di noi conoscerà che non possiamo
avere sufficiente potere per indurre detti ufficialia cambiare
alloggio"13. Veramente poco invidiabile la situazione dei
magistrati di Civita Castellana stretti tra le rimostranze di un
nobile feudatario, il marchese Andosilla, e la boria degli
ufficialifrancesi che non hanno nessuna intenzione di cambiare
residenza. Ma al di là della situazione esteriore, indicative di una
certarealtà sono anche le parole usate dai magistrati. In
particolarese ne evidenziano due: abilità e potere.
Il potere è quello che manca alle autorità cittadine perimporsi
agli ufficiali francesi e "l'abilita", qui intesa comearte
diplomatica, è l'unica arma a loro disposizione. Un'arma
spuntata però, perché non sostenuta da una forza reale ed èper
questo che i magistrati non riescono a convincere i dueufficiali
ad abbandonare il palazzo dell'Andosilla.
Dai documenti in questione, nel primo la debolezza
delleautorità cittadine emerge dai fatti senza mai
esseredichiarata, nel secondo sono gli stessi amministratori a
riconoscere di non aver potere sufficiente ad imporsi suifrancesi.
È in tali circostanze che il vescovo, Lorenzo de Dominicis,
decide di giurare fedeltà all'imperatore, contravvenendo a
precise disposizioni papali ma seguito dallamaggioranza del
clero cittadino. Così può desumersi da un elenco di sacerdoti,
riferito a tutta la diocesi, che furonodeportati per non aver
accettato di prestare il giuramento, elenco che alla voce Civita
Castellana reca un solo deportato, l'arciprete Giovanni Morelli.
Questi fu condotto prima a Piacenzae poi a Corte per essere
giudicato a Badia ed infine trasferito aCalvi14.
Indagare ora sulle motivazioni che portarono il vescovo
DeDominicis al giuramento è estremamente difficile sia per
lacarenza di documentazione, che per la delicatezza stessa della
scelta. Lo storico francese Jean Paul Bertaud, analizzando

131
lasituazione del clero francese posto di fronte al giuramento alla
costituzione civile del clero del 1790, descrive una realtà incui è
impossibile distinguere "giurati" e "refrattari" in dueblocchi
distinti.
I motivi che guidarono le decisioni degli uni e degli
altrifurono infatti molto diversi. Accanto a uomini certamente
legati all'antico regime, che si opposero al giuramento per motivi
di principio, si trovavanocoloro che pur avendo inizialmente
aderito alla rivoluzione se neallontanarono in seguito temendo
un'eccessiva intromissione del politico in campo religioso.
Dall'altra parte molti refrattarifurono condotti al giuramento dal
timore di non veder garantitol'esercizio del culto. Alcuni
sacerdoti giurati, inoltre ritrattarono in un secondo momento
perché irritati dallapresenza al loro posto tra i fedeli di "intrusi"
provenienti daaltre regioni.
Tra i vescovi, però, la percentuale di coloro che giurarono fu
molto bassa: Bertaud ne conta sette in tutta laFrancia.
Più ampia fu l'adesione del clero con una metà deisacerdoti
costituzionale e l'altra metà composta darefrattari15.
Quanto al caso del vescovo Lorenzo de Dominicis, Delfo
Gioacchini nel suo Lorenzo de Dominicis vescovo giurato
sostiene che questi fu indotto al giuramento dalla volontà di
rimanere accanto ai propri fedeli e poter garantire lorol'esercizio
del culto e della religione. In realtà Delfo Gioacchini, pur senza
dargli troppo credito, accenna anche a supposte frequentazioni di
De Dominiciscon Scipione dè Ricci, il promotore del
giansenismo italiano cheaveva espresso simpatia per la
posizione dei vescovi giurati in Francia16. Ma al di là delle
diverse supposizioni che possono farsi,
gli unici testi che possono aiutarci a far luce sulle scelte di De
Dominicis sono quelli relativi alla sua ritrattazione. La
ritrattazione avviene il 23 marzo 1814 nella chiesacattedrale di
Orte, di fronte ai fedeli e a quattro canonici che avevano anche
loro giurato fedeltà all'imperatore. Così recita il testo della
ritrattazione: " Io sottoscritto costretto dalla forza militare
armata al giuramento di ubbidienza e fedeltà voluto da S. M.
NapoleoneImperator dè Francesi, mi soggettai per timore di
mali peggioria sottoscriverlo, colla dichiarazione però in voce,

132
che tal giuramento dovesse valere soltanto per le cose lecite, e
noncontrarie alle leggi di Dio , e della Chiesa, quale fu da
merinnovata con lettera speciale diretta al sotto prefetto di
Viterbo, e poi anche allo stesso prefetto di Roma Barone
diTournon in voce allorché fu alloggiato nel mio Episcopio
diCivita Castellana, lo che si è da me osservato religiosamente
sempre, e senza veruna contraddizione di quel governo. Ora
poifacendo migliori riflessioni, e dubitando di aver
forsi(sic)mancato con tal giuramento sebbene come sopra
limitato, per quiete di mia coscienza, lo ritratto, e revoco in
tutta la suaestensione, ed intendo che si abbia ad aver per nullo,
e come nonfatto, protestandomi di essere ubbidiente, e fedele
alla sola S. Sede Apostolica Romana, e per essa al Sommo
Pontefice Papa PioVII e Successori, dè quali mi glorio di essere
suddito, e semprepronto ad ubbidire ai commandi di Loro e
della Chiesa, come ho dichiarato alla presenza di Rev. mi
Canonici di questa mia chiesacattedrale Anzi a riparo di
qualunque scandalo possa essere derivato dalla mia condotta
come sopra procurerò per quanto possa, l'istessa ritrattazione
di quelle Persone Ecclesiastiche, che amia insinuazione, in
vigore del mio esempio abbiano prestato il medesimo
giuramento, ed affinché costi sempre di questa mia voltontà,
intendo che la presente si conservi negli atti dellamia
Cancelleria, munita del mio sigillo, con tutte le altre
ritrattazioni che saranno per sopravvenire"17. La lettura di
questo testo apre uno spiraglio sui motiviche portarono il
vescovo al giuramento, quando egli dice "mi sogettai per timore
di mali peggiori". Questa frase, unita a quel "costretto dalla forza
militare", fa pensare ad una scelta dettata dal timore dello
scatenarsi della forza militare francese contro la popolazione se
questa sifosse ribellata guidata dal clero. Del resto quell'aiutante
di campo del generale Mac Donald che nel primo capitolo
descrive l'eccidio di Nepi non parla forsedi "Crudeltà necessaria"
a giustificare la violenta repressionefrancese? Crudeltà che egli
appunto giustifica con la necessità di intimorire coloro che in
altri luoghi e in altri momentisarebbero stati tentati di sollevare
gli stendardi della rivolta.

133
Quei mali peggiori però potrebbero riferirsi ad un contesto
più propriamente religioso. Cioè al timore per la
popolazioneche, priva della propria guida religiosa e spirituale
nonavrebbe, forse, avuto la possibilità di esercitare il culto, nè di
proseguire una normale vita religiosa. Fatto tanto più grave nella
realtà dell'epoca quando lavita religiosa era un momento
fondamentale di incontro e di scambio di esperienze. La
partecipazione alle cerimonie religiose e alleprocessioni delle
confraternite era molto alta e tutti prendevano parte alla loro
preparazione. Prima e dopo le messe, e talvolta nel corso della
lorocelebrazione, ci si riuniva in sagrestia soprattutto d'inverno
attorno al fuoco a parlare, a scambiarsi le idee. Rompere queste
tradizioni avrebbe segnato quindi un gravecolpo per la vita
cittadina e non solo dal punto di vista religioso. Il vescovo poi,
quasi ad attestare che quel giuramento inlui non ha
minimamente inficiato i propri valori religiosi, dichiara di averlo
sì sottoscritto, ma di averlo accompagnatocon la dichiarazione in
voce che questo non dovesse essere valido"per le cose contrarie
alle leggi di Dio, e della Chiesa". E afferma di essersi sempre
attenuto a questa dichiarazione invoce "E senza veruna
contraddizione di quel governo". In realtà anche la chiesa non
sempre ebbe un atteggiamento univoco sulla questione del
giuramento e delle formule da usare. Durante la guerra della
seconda coalizione il cardinal Boni, Provice gerente di Roma,
mentre la situazione appariva estremamente precaria, asseriva
che non era lecito puramente e semplicementegiurare secondo la
formula "Giuro odio alla Monarchia e allaAnarchia, fedeltà e
attaccamento alla Repubblica e alla Costituzione".
Però dichiarava che era possibile giurare secondo
un'altraformula e cioè: " giuro che non avrò parte in
qualsivolgia Congiura, Complotto o Sedizione per il
ristabilimento dellaMonarchia o contro la Repubblica che
attaulmente comanda, odioalla monarchia, fedeltà e
attaccamento alla Repubblica e alla Costituzione, salva peraltro
la Religione Cattolica Romana". Ma quando nel 1808 le truppe
francesi penetrarono in Romafu il papa stesso a mettere fine a
ogni dubbio ed ambiguità.

134
Egli di fronte ad una delegazione dei vescovi delle
Marcheche avevano deciso di giurare, accompagnando quel
giuramento aduna dichiarazione in voce di non compromissione
con il regime francese e di rispetto per la religione cattolica,
disse che nonera questione di formule: " Voi peraltro
comprenderete da voimedesimi che la difficoltà non consiste nel
senso della formula in se stessa, ma bensì nei rapporti che in
questo particolarecaso ha il giuramento, quali sono le qualità
del governo che lo esige, l'oggetto per cui lo esige, il Paese a
cui appartengono le persone dalle quali si esige (... ) Tali
rapporti restano comesono, nè vengono meno con una semplice
dichiarazione generica, verbale o staccata dal giuramento18.
Nel fare tutte queste considerazioni sul testo
dellaritrattazione, però, bisogna considerare che si tratta di
undocumento ufficiale, rispettoso perciò di formule già
codificate ed in qualche modo impersonali, per cui le paroledette
dal vescovo potrebbero essere il risultato più di unaformula
standard che di proprie considerazioni personali. Ecco perché
più significativa della ritrattazione stessa appare unalettera
pastorale che egli scrive nel settembre del 1814. Sitratta di una
lettera aperta in cui De Dominicis parla di fronte ai propri fedeli
del difficile percorso che lo portò prima algiuramento e poi alla
ritrattazione. Eccone il testo: "La venerazione, e l'obbedienza,
che al glorioso ritorno delnostro supremo Pastore, Padre Pio
VII felicemente regnante, cisiamo affrettati a prestar di persona
all'augusta dignità di Vicario di Gesù Cristo, (... ) ci ravviva il
coraggio perritornare a voi, dilettissimi fratelli e Figli, e di
parlarvi pervostra esortazione e salute. Non può essere piena la
fiducia del nostro cuore, nè il ravvicinamento della vostra
figlialcondidenza verso di noi, se dopo l'epoca infelice del
terrore edella prepotenza, che fra le tenebre e glìinganni di ogni
tentazione ci trascinò a prestare all'empio abolito Governo
ilgiuramento, che la prelodata Santità Sua aveva condannato
Noinon veniamo a ripetervi i sentimenti della nostra
disapprovazione, e dell'amaro cordoglio, che ne avremo fino
allamorte, per aver dato alla Chiesa ed a voi un tale scandalo.
Già vi rammenterete, dilettissimi Fratelli, e Figli, come Noi per
Divina Misericordia, anche prima che avessimo la bella sorte di

135
rivedere il Sommo Pontefice nel mezzo a noi, e fin dalmese dello
scorso Marzo di quel nostro fatal giuramento avevamo premesse
due formali ritrattazioni avanti i ReverendissimiCanonici delle
due nostre Concattedrali di Civita Castellana e diOrte: e altre
due ne ripetemmo nel seguente mese di Aprile pubblicamente in
giorni festivi in tempo di Messa solenne, einnanzi all'affollato
popolo accorso in ciascuna delle nostreChiese indicate. Lo
stesso praticarono sul nostro esempio i Canonici, e tutti quelli
del Clero e delle Chiese medesime, checi avevano imitato nella
prima caduta: e noi stessi, tenendodietro, come era dovere, a
tutte le diramazioni del nostro scandalo, con lettere circolari
per tutte le nostre Diocesi, ciaffaticammo a persuadere i ripari
medesimi a tutti gliEcclesiastici e Secolari che si trovassero nel
medesimo caso (... ) Ora dunque, che in questa nostra cadente
età, e dopo 28 anni del Pastoral Ministero che Dio ci ha
confidato sopra di Voi, la clemenza del Sommo Pontefice, più
sollecita del Vostrobene, che non memore della nostra indegnità
e insufficienza, siè degnata permetterci che ritorniamo a
consumare nel laborioso officio què pochi giorni che ancor ci
dividono dalla nostraeternità, eccoci di nuovo a voi, carissimi
Fratelli e Figli diGesù Cristo, con i sentimenti medesimi di
disapprovazione e di pentimento, che vi esprimemmo circa il
riprovabile eriprovato giuramento, nelle sopraesposte
occasioni. Ritrattiamoe disapproviamo coerentemente e nel
modo medesimo, qualunque atto, insinuazione, impegno, ed
adesione, che in seguito alnostro errore avessimo fatto o
dimostrato in quel governousurpatore, e come preghiamo, e
speriamo dalla Misericordia di Dio il perdono del nostro fallo
così lo imploriamo da Voi, edalle vostre orazioni, nostri
dilettissimi Fratelli e Figli"19. Dalla lettera pastorale emerge un
uomo diverso da quello che si era intravisto nella ritrattazione.
Egli esprime ora i propri timori sui giudizi che i fedeli
potrebbero dare su di lui, una trepidazione che affiora quando
parla di "coraggio per ritornare a voi", o quando si
dichiarainsicuro di poter riconquistare la loro "figlial
confidenza". In tutto il testo poi si rincorrono parole come:
indegnità, insufficienza, disapprovazione, pentimento. Parole
che assumono quasi il valore di una catarsi che ilvescovo,

136
mediante questa lettera, compie di fronte ai suoi fedeli per poter
di nuovo essere degno di esercitare il prorpioruolo di pastore fra
le anime. Scompare ora dal testo quel timore di mali peggiori
per lasciar posto a quel "fra le tenebre e gl'inganni di
ognitentazione (che) ci trascinò a prestare all'empio
abolitogoverno il giuramento". E pare ora insinuarsi in de
Dominicis il dubbio di non essere stato all'altezza del ruolo che
la sua carica ed il particolare momento storico gli hanno
assegnato. Dubbi e timori che forse sono il frutto di una
detenzione e di unprocesso tenuto contro di lui a Roma. Delfo
Gioacchini infatti scrive che, dopo la ritrattazione, De Dominicis
fu trattenuto aRoma per un periodo di cinque mesi. Non si sa
quel che accadde in quel lasso di tempo. Però in una relazione
"ad limina" del 1816 De Dominicis usa l'espressione "fui tenuto
a Roma", che avvalora l'ipotesi di un'eventualedetenzione. Ma
forse questo diverso spirito con cui il vescovo guarda alla sua
esperienza passata nasce anche dal dubbio diaver sottovalutato
l'effetto di offesa al papa che il giuramentoavrebbe assunto nello
scontro che, in quel periodo, opponeva la Chiesa a Napoleone.
Se anche l'episodio del vescovo De Dominicis può
essereconsiderato un esempio dell'esautoramento delle autorità
locali da parte dei francesi, c'è da dire che questo ben presto si
concreta in una sostituzione formale della vecchia
reggenzapontificia con una nuova di stretto controllo francese.
L'atto di insediamento di questa nuova reggenza può
essereconsiderato una lettera che nel novembre del 1809 il maire
diCivita Castellana, a capo della municipalità, scrive al prefetto
di Roma: " Con infinito mio giubilo ho ricevuto la circolare di
V. E. indata 19 corrente. In corrispettività di quanto in essa
contiene, mi farò un dovere di contribuire con tutte le mie forze
a faramare e rispettare la nostra Santa Religione, il Nostro
AugustoSovrano, al mantenimento del Buon ordine, ed alla
prosperità della popolazione, per cui sarò sempre in stretta
corrispondenzacon l'E. V. "20. Dati ulteriori sulla nuova
reggenza si traggono dal verbale del bilancio del 1811, da dove
emerge che Civita Castellana èretta da un consiglio municipale
di cui fanno parte: il maire Francesco Maria Antonisi Rosa,
Giovan Battista Paglia aggiunto e nove consiglieri, Mario de

137
Carolis, Augusto Paglia, PietroCiotti, Pio Germani, Silvio
Sacchi, Clemente Carosi, BarolomeoVerzaschi, Giuseppe
Coluzzi e Paolo Ciotti.
Dal confronto di questi nomi con quelli degli
amministratoripontifici si rileva una certa continuità nella
gestione delpotere: Augusto Paglia, ad esempio, è membro del
Consiglio Generale del 1801 e diventa conservatore nel 1802.
Egli è ungrosso proprietario terriero e durante il periodo
repubblicano, grazie alla legge sulla vendita dei beni nazionali,
si appropria del forno del pan venale che era di proprietà
comunitativa, incompenso di alcune somministrazioni alle
truppe francesi. Mario de Carolis, oltre all'essere un grosso
proprietario terriero, è il proprietario dei cinque "bettolini"
esistenti incittà, ma anziché esercitare direttamente l'attività
diristoratore, preferisce affittare i "bettolini" a cinque diversi
gestori. Anche lui risulta essere un membro del
consigliogenerale del 1801. E comunque nomi come Ciotti,
Sacchi, Coluzzi, Antonisi Rosa, tanto per citarne alcuni, si
rincorrono sempre tra quelli degli amministratori cittadini. Nel
complesso emerge una certa disponibilità della classepolitica
pontificia, composta per lo più da "possidenti" e notabili, a
collaborare con le nuove autorità francesi. Certol'adesione non è
totale, ma comunque è piuttosto ampia. Detto questo, se gli
uomini al governo della città rimangono sempre gli stessi, anche
i problemi non cambiano. Lo conferma una denuncia presentata
nel corso del 1810 daFrancesco Petti: colui che, come si
ricorderà, era stato incaricato dalla Sacra Congregazione di
costringere al pagamentoi debitori comunitativi. Egli scrive al
prefetto del dipartimento di Roma, di cui Civita Castellana fa
parte, che la nuova municipalità è costituita, come in passato, in
prevalenza da debitoricomunitativi vincolati tra loro da stretti
legami di parentela.
Motivo per cui, anche ora, egli non riesce a portare atermine
l'incarico a cui era stato deputato dal Buon Governo nelmarzo
del 1805.
E questo perche, ' fin dall'inizio, le cause intentateglidai
debitori comunitativi, tra cui il marchese Andosilla e PaoloRosa,
padre dell'attuale maire, gli avevano sempre impedito di portare

138
a compimento il suo incarico. Ora poi questi debitori
comunitativi hanno trovato il modo"di farsi ascrivere nel ceto
dei consiglieri e municipalisti", per cui continuano a godere di
quegli stessi privilegi cheavevano prima. Perché, scrive Petti, è
davvero improbabile che il maire a cui è riconosciuto il potere di
concedere la mano regia, sottoscriva tale atto contro suo padre,
uno dei principali e più morosi debitori comunitativi.
Ed è per questo che Petti si decide a scavalcare leautorità
cittadine chiedendo, con la stessa lettera, la manoregia
direttamente al sottoprefetto di Viterbo.
Da una missiva che questi invia nel febbraio del 1810
albarone De Tournon risulta che il sottoprefetto è favorevole
aconcedere al Petti la mano regia per quei debitori già
"liquidati". Per quanto attiene a quelli che avevano delle
pendenze conla Sacra Congregazione al momento
dell'instaurazione del nuovo governo ritiene invece che ciò non
sia possibile21. Alla fine il Petti ottiene la mano regia nell'aprile
del1811, come confermano i verbali del bilancio 1811. Da
questi, però, emerge anche come egli ancora non riesca nel
propriointento per le "manovre" dei debitori. Quando poi il
prefetto di Roma propone di sottoporre la questione al consiglio
municipale il sotto prefetto di Viterbo, in una sua missiva del
luglio 1811, gli fa capire che non è unabuona idea visto che il
Consiglio Cittadino è composto per lo più da debitori. In questo
modo, anzi si darebbe loro lapossibilità di escludere del tutto
l'esistenza dei lorodebiti22.
Per il resto, nella documentazione disponibile,
l'amministrazione francese della cosa pubblica si nota più
inepisodi di dettaglio che nella sostanza delle cose.
La corrispondenza tra Civita Castellana, Viterbo e
Romainizia sempre con la formula di rito "In nome di Sua
MaestàNapoleone I Imperatore dei Francesi Re d'Italia e
Protettore della Confederazione del Reno" ad attestare una
nuova realtàgeopolitica non solo dello Stato Pontificio, ma del
restod'Italia e d'Europa.
Alle tradizionali feste religiose viene acccompagnata la festa
per l'incoronazione di Sua Maestà Napoleone Imperatorecome
documenta il rendiconto delle spese municipali ordinarie nel

139
bilancio del 181123. C'è poi soprattutto l'impressione di un
controllo piùserrato del centro verso la periferia. Ora infatti il
rapporto non è più mediato dalla figura del governatore: è il
maire, a capo di un Consiglio Cittadino, ad essere
direttamenteresponsabile verso il potere centrale.
Lo conferma la fitta corrispondenza che intercorre tra ilmaire,
il sottoprefetto di Viterbo, capo del circondario, ed ilprefetto di
Roma.
Ed è questo l'iter che le delibere cittadine devono
seguireprima di essere definitivamente approvate. Il maire le
indirizzaa Roma, ma queste prima passano per Viterbo dove
vengono vagliate e, se il caso, spedite a Roma per il definitivo
benestare. Solo dopo l'assenso di Roma le delibere cittadine che
possono riguardare i bilanci comunali o nuove imposte o l'affitto
dei proventi comunitativi, diventano per così dire "perfette"
epossono essere applicate. Il 2 settembre 1810 il maire invia al
sotto prefetto di Viterbo il verbale della gara d'appalto per
l'affitto delle molecomunitative che è stato concesso ad un certo
SerafinoSpadaccioli.
A Viterbo il sottoprefetto ne chiede l'autorizzazione daRoma
e solo dopo aver ricevuto il nulla osta anche da Roma ladelibera
può dirsi definitiva24.
In questa situazione il controllo del centro verso laperiferia
diventa più efficace e soprattutto più direttoperché non è più
affidato ad una figura intermedia, come quella del governatore.
Si è visto che questi, una voltainsediatosi in città, poteva entrare
a far parte egli stessodelle cabale dei consiglieri cittadini
contravvenendo così all'incarico a cui era stato deputato. Una
spinta più innovativa l'amministrazione francese lamostra nel
laicizzare la direzione di alcuni importanti istituti: quali
l'ospedale e il Monte di Pietà. I verbali del bilancio 1811
documentano come l'ospedale diSan Giovanni Decollato, le cui
rendite ed i cui "pesi" erano promiscui con quelli dell'omonima
confraternita, sia sottopostoad una nuova amministrazione. Fino
ad allora era statoamministrato direttamente dai confratelli, che
di anno in anno eleggevano l'amministratore e lo sottoponevano
a sindacato. Ora, invece, l'ospedale viene affidato ad una
nuovaamministrazione. Nel 1811, infatti, viene installata una

140
apposita commissione amministrativa composta da Mario
deCarolis, Marciano Coluzzi, Antonio Sacchi e da
dueecclesiastici: Raffaele Filati e Marcellino Sacchi25.
Anche il Monte di Pietà viene affidato ad una nuova gestione.
Lo documenta il verbale di una riunione dellaCongregazione del
Sacro Monte, una sorta di organo di controllo creato dal
vescovo, tenuta il 13 novembre 1811. Mentre nel 1802
icongregati erano: Don Tommaso Sartori vicario generale,
l'arciprete Ambrogio Sperandio, il Canonico Giovanni Morelli
(questi ultimi due deputati ecclesiastici), il canonico
AntonioParadisi (montista) ed inoltre Paolo Petti, Giovan
FrancescoEttorre, Domenico Coluzzi, Domenico Scotini e
Michele Paradisi; nel 1811 invece i partecipanti alla riunione
sono: il vescovo, ilmaire ed i deputati, Mario de Carolis, Don
Raffaele Filati, Pietro Ciotti e Don Marcellino Sacchi.
È vero che i nomi dei partecipanti cambiano e cambiano
leloro cariche, è anche vero però che manca un vero
ricambiosociale. Alla guida della direzione del Monte ed al
controllo della sua attività sono sempre il vescovo, alcuni
ecclesiasticie personaggi come Mario de Carolis, o Pietro Ciotti,
che da tempo ricoprono cariche di rilievo in città.
Questi non si differenziano tanto dai vecchi
amministratoriper una diversa provenienza sociale e culturale
quanto per averaccettato, al contrario di altri, di lavorare in
collaborazione con le autorità francesi. Chi invece non accetta di
collaborare con il nuovo governoè il vecchio montista, Don
Antonio Paradisi, e infatti la congregazione nel novembre del
1811 è stata riunita proprio perscegliere un nuovo montista,
dopo che il Paradisi ha rinunciatoall'incarico.
Il maire propone al suo posto la candidatura di PietroCiotti,
candidatura che viene accettata in voce dagli altrideputati26.
Conclusioni
Il 1815 segna l'anno della definitiva restaurazione. Lanuova
realtà è molto diversa da quella che gli ispiratori delmovimento
rivoluzionario avevano auspicato.
Terminata l'epopea napoleonica la rivoluzione
appareincompiuta, comunque essa avrà un'influenza notevole sui
destinidell'Europa. Le strutture feudali lasciano ormai il posto

141
alla libertà economica. Questa, a sua volta, aprirà la strada
alcapitalismo in un processo che l'esperienza
riivoluzionariaaveva accelerato.
Le condizioni di vita della comunità di Civita Castellanasotto
l'Impero napoleonico non sono molto diverse da quellevissute
sotto il dominio papale. È ancora la stessa città, a prevalente
economia contadina, pur passando attraverso
diverseamministrazioni ha mantenuto una certa continuità nella
gestionedel potere. Problemi come quello dei debitori
comunitativi si ripresentano sempre uguali. Ma l'epoca
repubblicana segnal'avvio al libero commercio insieme
all'avvento di uomini nuovi, anche se bisognerà attendere la
rivoluzione industriale e i primi anni del Novecento, perché
l'economia cittadina subiscadei profondi mutamenti
trasformandosi da agricola inindustriale.
Volendo ora tracciare un consuntivo dei tentativi di
riformaoperati prima dal governo pontificio nel 1801 e poi dai
francesiin periodo imperiale, iniziamo subito col dire che le
autorità pontificie, terminato il periodo repubblicano,
voglionodimostrare di essere in grado di riprendere in mano il
controllodella comunità. Contemporaneamente sentono, però,
anche l'esigenza di una profonda riforma interna allo Stato
Pontificio. È ormai maturata la convinzione che lo Stato della
Chiesanon si sarebbe così facilmente sgretolato sotto il peso
degli eserciti stranieri, se non fosse stato fragile al suo interno.
Fragilità che sembra attribuita al decadimento morale che
datempo attanagliava Roma e i suoi domini, tanto che
monsignor Sala, un prelato della curia romana, vide
nell'invasionerepubblicana un evento provvidenziale che
avrebbe permesso unaricostruzione dello Stato e della Chiesa
dalle fondamenta.
E forse lo Stato della Chiesa basato su tradizioni etiche,
morali e religiose non avrebbe potuto cercare altrove l'originedei
propri mali. Per questo la Sacra Congregazione avvia un
tentativo di riforma ispirato al recupero di valori morali
ereligiosi ormai perduti. Questo programma si
concretizzanell'epurazione di amministratori effettivamente
inetti e disonesti e nel tentativo di dare nuove possibilità a

142
personaggidalla più limpida reputazione. Il tutto però, almeno
per quanto riguarda la comunità di Civita Castellana, si esaurisce
nella proclamazione di valorimorali, nella ricerca di uomini
onesti e probi da porre allaguida della città e non sfocia nella
costituzione di nuovi strumenti di governo. Certo c'è la riforma
fiscale del 1801, unaserie di editti papali che favoriscono la
libertà di commercio, ma gli strumenti fondamentali di governo
non cambiano. Il tentativo di riforma non si traduce in un nuovo
linguaggiopolitico che permetta allo Stato Pontificio di superare
lapropria storia e le proprie tradizioni per rinnovarsi ed
esprimere una concezione di governo più moderna, al passo
conl'evoluzione degli stati nazionali e con i nuovi dettami
delladottrina illuministica.
Non cambiano le cariche al governo della città, non cambiala
sua organizzazione, il sistema di esazione fiscale continua
adessere affidato ai depositari, non cambia la gestione di
importanti istituti quali il Monte di Pietà, cambiano solo
gliuomini che la esercitano. Ecco quindi che ben presto si ritorna
allo status quo, alla vecchia dialettica paternalistica fra centro e
periferia, aivecchi annosi problemi: corruzione, malgoverno,
isolamentodella comunità rispetto a Roma, indisponibilità a
qualsiasi ordine e disposizione che venga dal centro. Forse
anche perché questo tentativo di riforma non è natoall'interno
della comunità o in seguito ad un processo di maturazione
storica e politica, che avrebbe potuto mettere inluce la grave
situazione determinatasi dal malgoverno e daun'allegra gestione
finanziaria.
Su tutto, però, ha gravato non indifferente il peso della
guerra. Le requisizioni, i saccheggi, l'impoverimento generale
della popolazione, l'alta mortalità che seguì alle campagne degli
eserciti, i pesanti debiti assunti dalla comunità che siandarono ad
assommare a quelli già cospicui che possedeva, insterilirono sul
nascere gli alti proclami di riforma morale ed etica lanciati dal
governo pontificio nel 1801. Non a caso i tentativi di riordino
finanziario approntati dalla SacraCongregazione si andarono ad
incagliare sulla questione dei debitori comunitativi e sui crediti
da questi assunti per gliapprovvigionamenti delle truppe

143
straniere. Cosa che li trasformòda debitori in creditori della
comunità.
E la guerra pesò anche sui tentativi di riforma operatidai
francesi nel periodo imperiale. In maniera diversa però. Mentre
infatti il governo pontificio sembra in qualche modo subire il
peso della guerra, l'amministrazione francese ne èpiù
direttamente responsabile.
L'arrivo delle truppe francesi si fece sentire, infatti, non tanto
per gli ideali di libertà, fraternità ed uguaglianza cheavrebbero
dovuto viaggiare per l'Europa insieme agli eserciti, quanto per le
requisizioni, i problemi di alloggiamento, la distruzione dei
seminati, la dispersione degli armenti, l'inibizione ai commerci
impossibilitati a continuare su vie dicomunicazione rese
pericolose dal continuo passaggio degli eserciti. Al tutto si
aggiunga lo stato di estrema indigenza incui versava la città già
prima dell'occupazione straniera, per comprendere come gli
ideali della rivoluzione si siano potutidisperdere in maniera tale
da non giustificare fame esofferenze.
Questa mancata penetrazione delle idee rivoluzionarie, però,
oltre che nel peso della guerra trova la sua radice anchenel fatto
che il giacobinismo penetrò in Italia quando già aveva perso
gran parte della propria carica innovativa peraprirsi all'egemonia
borghese, come fa notare Candeloro. Inproposito, egli rileva che
già secondo alcuni patrioti unitari italiani la rivoluzione in Italia
era fallita perché non erastata condotta in modo "veramente
rivoluzionario", essendo statainficiata la volontà riformatrice da
spirito di cupidigia e di conquista. Ed in effetti in seguito alla
nuova ondata di conquistenapoleoniche, quella che va dal 1805
al 1809, ai francesi non interessa tanto trasmettere gli ideali
cardine della rivoluzione, cioè la sostanza della loro esperienza,
quanto la forma. Questaconsiste in un determinato modulo di
governo a cui sottoporre una nuova municipalità di chiara
fedeltà alla Francia. In questoambito si instaura di nuovo un
rapporto conflittualecentro-periferia, con un governo centrale
che tenta di imporre le proprie direttive alle quali la periferia
tenta di sottrarsi.
E nel riproporsi di questa conflittualità, la storia
dellacomunità segue l'andamento ciclico delle guerre e delle

144
conquiste. Dapprima c'è la restaurazione pontificia che tentadi
imporre alla comunità recalcitrante tentativi di riforma equindi
la sua sottomissione ad un più stretto control

lo da Roma; seguita quindi la riconquista della propria


indipendenza omeglio del proprio estraneamento rispetto al
centro politico; colritorno dei francesi la comunità viene
sottoposta di nuovo ad una stretta disciplina. Il controllo dei
francesi, però, oltre ad essere molto piùferreo di quello esercitato
dai pontifici si differenzia per un altro motivo: a loro interessa
innanzitutto individuare unresponsabile dell'amministrazione
cittadina, il maire, e poicostringerlo a sottostare a determinate
regole mediante un sistema di controllo burocratico prima da
parte del sottoprefettodi Viterbo e poi da parte del prefetto di
Roma. Ecco quindi, ad esempio, che i contratti d'affitto per le
bandite non vengono approvati prima che siano
precisamentedeterminati l'inizio, il termine degli impegni e i
confini dellesingole unità da affittare. Le eccezioni, i defalchi,
gli aggiustamenti ai bilanci inoltre non vengono più permessi. Al
di là, però, dell'imposizione di un modulo di governo edella
ricerca di un responsabile del governo cittadino, le autorità
francesi sembrano paradossalmente non aver fretta diriformare
radicalmente il modo di fare politica e di intenderela cosa
pubblica in città. Forse perché non interessava loro in quel
momento controllare più a fondo una comunitàperiferica, forse
nell'illusione di una maggior durata e quindi di un lasso di tempo
più ampio a disposizione per realizzare i propri programmi. Il
tempo però fu molto minore di quello sperato: la
secondacampagna d'Italia era iniziata nel 1805, e nel 1813, dopo
la ritirata dalla Russia, crolla il grande Impero sotto il pesodelle
sconfitte militari. Il 25 gennaio 1814 Napoleone
abbandonaParigi e l'11 aprile, dopo il trattato di Fointainebleau,
gli rimangono solo il titolo di imperatore ed il governo
dell'isolad'Elba. Nel 1815, dopo la sua caduta, il Congresso di
Viennadecide una nuova sistemazione politica e territoriale
dell'Europa. Diverse variabili seguirono i mutamenti di
carattereeconomico e sociale che in quegli anni visse la
comunità. Mutamenti che avevano iniziato a germinare

145
all'interno del mondofeudale, ma che poterono dispiegarsi in
tutta la loro ampiezza inquesto preiodo.
La crisi del vecchio sistema autarchico-vincolista, sostieneDe
Felice, aveva già avuto origine all'interno dello StatoPontificio
verso la metà del Settecento. Preoccupazione primaria di questo
vecchio sistema non era la produzione, mal'approvvigionamento
per Roma e per le altre località urbane. Mamentre si fa sempre
più pressante l'esigenza di aumentare la produzione, si apre la
strada al superamento dei vecchi vincolifeudali ed alla
liberalizzazione dei commerci. A Civita Castellana un grande
impulso in questa direzione viene dal periodo repubblicano. Ma
già in epoca precedente lasituazione economico sociale della
città aveva maturato una suaevoluzione. La classe dominante era
quella degli allevatori-amministratori, che non erano nè grossi
proprietari, nè nobili , nè ecclesiastici e traevano gran parte dei
propriguadagni non dal possesso della terra, ma dall'allevamento
del bestiame che avveniva per lo più su terreni comunitativi
opresi in affitto. Allevatori che, forse, si equiparavano
almercante di campagna, la figura più dinamica che lo Stato
Pontificio esprimerà ancora nel corso del Settecento.
Questoparagone, però, andrebbe meglio approfondito,
studiandola diffusione della figura dell'allevatore anche nelle
zone vicine a Civita Castellana. Questi personaggi, poi,
all'attività economica, alternavanoquella politica. E mediante
l'assunzione di importanti funzioni di governo, potevano
controllare l'amministrazione dellacittà, l'esazione fiscale, le
gare degli appalti ed ancheimportanti istituti come il Monte di
Pietà. Essi erano anche uomini di una buona cultura e
preparazione tanto che spessofungevano da notaio, procuratore,
depositario. A Civita Castellana, poi, all'inizio dell'ultimo
decennio del Settecento viene installata una manifattura
ceramica adopera di Giuseppe Valadier, operazione questa
moltointeressante già per il distaccarsi dalla tradizione
artigianale localistica, con riferimento invece alla
lavorazionedella terraglia "ad uso d'Inghilterra". Ciò avrebbe
aperto lastrada a nuove forme di produzione di tipo industriale e
aperto lo sbocco a nuovi mercati. Questo processo di
ammodernamento economico che si era giàavviato nella

146
comunità, trova però una forte accelerazione in epoca
repubblicana con lo sviluppo dei liberi commerci. E questoper
due ordini di motivi: perché l'eperienza rivoluzionaria, quando le
truppe francesi arrivano in Italia, aveva già fatto grandi passi
avanti nell'affermazione della nuova classe borghesee perché
l'arrivo delle truppe francesi, con l'instaurarsi di unnuovo
governo, sconvolse il tessuto cittadino. Ciò creò una situazione
labile ed incerta nella quale il vecchio ordinepolitico e sociale
venne messo in discussione, favorendol'intraprendenza e la
capacità di uomini nuovi che seppero approfittare delle
prospettive che la situazione offriva loro. Ecco quindi il rifiorire
dei commerci e l'emergere di concettinuovi: bottega privata,
libera concorrenza, liberi prezzi.
L'esperienza rivoluzionaria, però, oltre ad accelerareprocessi
econimici già in corso, apre anche nuove prospettivedal punto di
vista politico. In seguito alla stagione napoleonica se ne aprirà
infatti un'altra; quella dei movimentinazionalistici che
porteranno alla formazione del Regno d'Italia. Ai tentativi di
riforma delle autorità pontificie nel 1801 era mancata un'idea
forte, che permettesse di superare l'inerzia delpassato e della
tradizione, nonché il rigido particolarismodella comunità. Idea
forte che inizierà invece giusto ad affacciarsi ora con le
imminenti spinte all'unificazionenazionale. E sarebbe
interessante aprire un secondo capitolo diquesta ricerca per
vedere come il particolarismo localistico della comunità di
Civita Castellana si sarebbe incontrato equindi scontrato con i
movimenti risorgimentali.

147
Bibliografia

Fiorella Bartoccini , Roma nell'Ottocento. Il tramonto della


"città santa", nascita di una capitale, Bologna, Cappelli, 1985
Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo
della Rivoluzione, Milano, BUR, 1988
Mario Caravale Alberto Caracciolo, Lo Stato Pontificio da
Martino V a Pio IX, in Storia d'Italia Torino 1978 (cap. VI,
Frarivoluzioni e restaurazioni: dalla prima repubblica romana a
Pio VIII, 1789-1830)
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Feltrinelli 1975 (vol. I 1700-1815, Le origini del Risorgimento)
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Milano, Rizzoli, 1966
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Roma e del Lazio nei secoli XVIII e XIX, Roma edizioni storia e
letteratura, 1965
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conservato nella biblioteca comunale di Civita Castellana
Vittorio Emanuele Giuntella, Assemblee della Repubblica
romana (1798-1799), Roma, Accademia nazionale dei Lincei,
1954
Vittorio Emanele Giuntella, L'Insorgenza antifrancese a
Viterbo e nel suo territorio, sta in Studi offerti a Giovanni Incisa
Rocchetta, Roma 1973
Vittorio Emanuele Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna
Cappelli 1971
Delfo Gioacchini, Lorenzo de Dominicis da Foligno Vescovo
giurato (1735-1822), estratto dal bollettino della deputazione di
Storia Patria per l'Umbria Volume LXIV Fascicolo primo,
Perugia 1967
Georges Lefebvre, La Rivoluzione francese, Torino, Giulio
Einaudi editore, 1958
Georges Lefebvre, Napoleone, Bari, Laterza, 1971
Jaques Le Goff, Storia e Memoria, Torino Einaudi 1977

148
Elio Lodolini, L'Archivio della Sacra Congregazione del
Buon Governo (1592-1847), Roma, ed. Ministero dell'Interno,
1956
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Riforma del 1816, Firenze, Le Monnier, 1941
Albert Soboul, La Rivoluzione francese, Bari, Laterza, 1971
Francesco Tarquini, Notizie Istoriche e Territoriali di Civita
Castellana, Castelnuovo di Porto, Tipografia Flaminia, 1874
Jean Tulard, La vita quotidiana in Francia ai tempi di
Napoleone, Milano, BUR, 1984
Carlo Zaghi, Napoleone e L'Italia, Napoli, Cymba, 1966
Carlo Zaghi, Napoleone e L'Europa, Napoli, Cymba, 1969
ARCHIVIO DI STATO ROMA
Serie II Buon Governo buste 1131, 1132, 1133, 1134, 1135,
1136
Serie III Buon Governo, LE AMMINISTRAZIONI
PROVVISORIE FRANCESI, busta 22
ARCHIVIO DIOCESANO CIVITA CASTELLANA
Serie G (visite pastorali) buste 20/41, 21
Serie VII (criminalia) busta 15
Serie C (Inventari) buste 15, 15 bis, 16 ter, 17 ter, 18, 37, 41,
42
Corrispondenza: la sistemazione dell'Archivio Diocesano di
Civita Castellana è ancora provvisoria per cui, pur essendo stata
prevista la formazione di una serie dedicata alla corrispondenza,
questa ancora non è stata formata, esiste comunque il materiale
relativo a questa serie che è stato utilizzato
ARCHIVIO DIOCESANO DI ORTE, fascicolo ritrattazioni.
ARCHIVES HISTORIQUES PARIS, le fotocopie di alcuni
dispacci di guerra relativi al periodo repubblicano sono
conservati presso la biblioteca comunale di Civita Castellana

149
Indice

Capitolo I.............................................................................................................................
Capitolo II............................................................................................................................
Capitolo III ..........................................................................................................................
La decadenza dei valori religiosi.........................................................................................
Capitolo IV ..........................................................................................................................
La vita nella città .................................................................................................................
Capitolo V ...........................................................................................................................
Bibliografia..........................................................................................................................

1
I dati sulla popolazione sono in realtà piuttosto contraddittori. Da un
carteggio del 1801 risulta che gli abitanti sarebbero 3000, nello stesso periodo
però un inviato della SC sostiene che gli abitanti non sarebbero più di 2031
2
Sugli eventi che portarono alla formazione della Repubblica romana
a vedi M. Caravale A. Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX,
in Storia d'Italia Torino 1978 pagg. 569-570
3
V. E. Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna, Cappelli, 1971 pag. 1
4
ADCC serie VII b.15, Processo informativo dell'era repubblicana,
maggio 1798
5
ADCC serie VII b.15 lettera del vescovo contenuta nello stesso
carteggio relativo al processo
6
V. E. Giuntella op. cit. pag. 183
7
V. E. Giuntella, L'insorgenza antifrancese a Viterbo e nel suo
territorio, sta in studi offerti a Giovanni Incisa Rocchetta, Roma 1973
8
Archives Historiques Paris, dispacci militari relativi al periodo
repubblicano le cui fotocopie sono conservate presso la biblioteca comunale
di Civita Castellana
9
ASR BG serie II b.1132, lettera a nome del popolo di Civita
Castellana, gennaio 1794
10
ADCC serie VII b.15 procedimento per percosse, 1796
11
ADCC serie VII b.15, testimonianza del Pasquetti contenuta tra le
carte del processo relativo all'era repubblicana, 1798
12
J. P. Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della
rivoluzione, Milano, BUR, 1988 pagg. 82-83
13
A proposito dell'armata aretina, il Candeloro scrive che al seguito
degli austriaci partecipò alla cacciata dei francesi da ampie zone dell'Italia
centrale e si rese protagonista di molti eccidi, soprattutto a Firenze nei
confronti degli ebrei e giacobini, forse anche perché fanatizzata da un certo
numero di preti e frati al suo seguito. vedi G. Candeloro, Storia dell'Italia
moderna, Varese, Feltrinelli, 1975, pagg. 272-273

150
14
cfr. M. Caravale, A. Caracciolo, op. cit. pag. 576
15
E. Lodolini, L'archivio della S. Congregazione del Buon Governo,
Roma, ed. Ministero dell'Interno, 1956
16
ASR BG serie II b.1133, verbale delibera consiliare, 10 marzo 1801
17
I conservatorati erano le cariche in cui veniva organizzata la
magistratura a Civita Castellana: essa era composta da un capo conservatore e
da altri due conservatori che duravano in carica generalmente per un periodo
di tre mesi.
18
ASR BG serie II b.1133, carteggio relativo alla scelta di un nuovo
magistrato, febbraio 1802
19
ASR BG serie II b. 1133, carteggio contenente la lettera del montista
e la risposta del governatore, agosto 1802
20
ASR BG serie II b. 1133, richiesta di esautoramento di un
depositario, aprile 1802
21
A. Caracciolo, M. Caravale, op. cit. pag. 577.
22
ADCC serie G b. 21, editto per l'apertura della quinta visita Pastorale
di De Dominicis, maggio 1800.
23
ADCC serie G b. 21, editto per la frequenza della funzione corale,
giugno 1802.
24
ASR BG serie II b .1133, informazione del governatore al prefetto
del Buon Governo, 15 marzo 1801.
25
ASR BG serie II b. 1133, lettera dell'economo alla SCBG, marzo
1801.
26
Gli scavalchi nella terminologia corrente corrispondevano più o
meno ai nostri attuali interessi.
27
ASR BG serie II b. 1133, lettera dei pubblici rappresentanti alla
SCBG, marzo 1801.
28
ASR BG serie II b.1133, lettera dei membri delle principali
istituzioni religiose alla Sacra Congregazione, 15 marzo 1801.
29
ASR BG serie II b.1135, lettera del governatore alla Sacra
Congregazione, luglio 1801.
30
ASR BG serie II b. 1133, resoconto dell'inviato pontificio Buttaoni
alla Sacra Congregazione, 20 luglio 1802.
31
E. Lodolini, op, cit, pag. CXXIII.
32
ASR BG serie II b. 1133, supplica della famiglia Leonori alla Sacra
Congregazione, 1801 con allegata risoluzione consiliare, gennaio 1801.
33
ASR BG serie II b. 1133, carteggio contenente nuova supplica
famiglia Leonori e la notificazione proveniente dal palazzo comunale,
novembre 1801.
34
ASR BG serie II b. 1134, supplica della famiglia Leonori al Buon
Governo, gennaio 1803, riguardo ai frutti di censo del biennio rivoluzionario
dalla documentazione riguardante la famiglia Leonori e da altre si deduce che

151
anche con ordine del Buon Governo, questi furono condonati la comunità
quindi non è tenuta a risponderne.
35
ASR BG serie II b. 1133, supplica inviata al Buon Governo dalla
vedova Tarquini febbraio 1801.
36
ASR BG serie II b.1133, richiesta di indennizzo a nome del
deliberatario del forno del periodo repubblicano e copia di una risoluzione
consiliare, dicembre 1800.
37
ASR BG serie II b.1133, supplica a nome dell'ostessa Domenica
Pini, 5 settembre 1801.
38
ASR BG serie II b.1134, memoriale degli zelanti al Buon Governo,
febbraio 1803.
39
ASR BG serie II b.1133, carteggio relativo alla questione dei
salariati, aprile 1801.
40
ASR BG serie II b.1134, carteggio relativo alla questione dei
debitori comunitativi e dei crediti da questi assunti durante l'occupazione,
1805.
41
ASR BG serie II b.1134, riflessioni del governatore sulla questione
dell'esigenza dei crediti arretrati ed il contemporaneo pagamento dei debiti
comunitativi, settembre 1804.
42
ASR BG serie II b.1133, carteggio relativo all'elezione di un
secolare alla direzione del Monte di Pietà, 1802
1
V. E. Giuntella Roma nel Settecento, Bologna, . Cappelli. 1971 pag.
1
2
ASR BG serie II b. 1133, Carteggio contenente la lettera dei pubblici
rappresentanti e dell'economo alla SC, marzo 1801
3
V. E. Giuntella op. cit. cap I
4
E. Lodolini, L'Archivio della S. Congregazione del Buon Governo,
Roma, ed. Ministero dell'Interno, 1956, pag. XXXIII
5
ASR BG serie II b.1131, lettera del segretario al BG, settembre 1790
6
E. Lodolini op. cit. pag. XXX
7
E. Lodolini op. cit. pagg. XLVlII-XLIX
8
ASR BG serie II b. 1131, richiesta di mano regia, giugno 1790
9
ASR BG serie II b. 1132, richiesta di assistenza da parte di un
depositario, luglio 1796
10
A. Caracciolo M. Caravale, Lo Stato Pontificio da Martino V a Pio
IX, sta in Storia d'Italia Torino 1978, pag. 579
11
ASR BG serie II b.1134, richiesta di esenzione dall'incarico di
esattore della dativa reale, febbraio 1804
12
ASR BG serie II b.1132, supplica di alcuni debitori rivolta alla SC,
agosto 1792
13
ASR BG serie II b.1132, protesta contro l'elezione di alcuni debitori
alla carico di depositario, gennaio 1794

152
14
ASR BG serie II b.1132, richiesta a nome della comunità, maggio
1792
15
ASR BG b.1131, ricevute inviate dall'economo alla SC, 1790
16
ASR BG serie II b.1136, carte relative al bilancio 1811
17
ASR BG serie b.1132, carteggio relativo all'uso di eleggere debitori
comunitativi alle cariche pubbliche con denuncia anonima, febbraio 1794 e
replica del governatore, aprile 1794
18
ASR BG serie II b.1131, lettera anonima contro l'estrazione di tre
conservatori, 19 settembre 1789
19
E. Lodolini op. cit. pag. XL
20
ASR BG serie II b. 1131. denuncia contro l'irregolarità della gara
d'appalto per il forno del pan venale, 1789
21
ASR BG serie II b.1131, carteggio relativo all'appalto del forno del
pan venale, 1790
22
ASR BG serie II 1132, carteggio relativo all'appalto di un lavoro,
1795 il mese è mancante
23
ASR BG serie II b.1131, denuncia contro gli abusi del segretario
comunale, 1789 il mese è incomprensibile
24
ASR BG serie II b.1131, lettera del vescovo aprile 1789
25
ASR BG serie II b.1131, lettera del governatore, dicembre 1793
26
Pascoli comuni affittati ogni anno dalla comunità a privati
27
ASR BG serie II b.1132, lettera del segretario, dicembre 1793
28
ASR BG serie II b.1132, lettera degli zelanti, ottobre 1794
29
ASR BG serie II b. 1132, missiva della SC, ottobre 1794
30
ASR BG serie II b.1131, lettera anonima, 1790 il mese non è
indicato
31
ASR BG serie II b. 1132, lettera del governatore, febbraio 1796
32
ASR serie II BG b.1132, lettera dell'economo, giugno 1796 ASR
serie II BG b.1132, lettera dell'economo, giugno 1796
33
ASR BG serie II b.1132, lettera dell'economo, marzo 1795
34
ASR BG serie II b.1132, resoconto di De Dominicis sulla sua visita
al Monte di Pietà, aprile 1795
35
ASR BG serie II b.1132, Provvisioni ed ordini per il depositario ed
altri ufficiali del Monte, aprile 1795
36
ASR BG serie II b.1132, Provvedimenti ed ordini per il Monte a
denari, aprile 1795
37
ASR BG serie II b.1132, Provvedimenti ed ordini per il Monte
Frumentario, aprile 1796
38
ASR BG serie II b.1132, Decreti per il Monte dei Pegni, luglio 1796
39
ASR BG serie II b.1132, Decreti per l'uno e l'altro Monte, luglio
1796
40
ADCC serie C, verbale di una seduta della congregazione economica
del Monte di Pietà, agosto 1797

153
41
ASR serie II BG b. 1132, dubbi su un membro della Congregazione
economica, marzo 1795
42
ASR BG serie II b. 1136, resoconto della visita di Del Frate, luglio
1815
1
V. E. Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna, Cappelli 1971, cit.
pag. 11
2
ADCC serie G b.20/41, nomina ecclesiasticorum, stilato in
occasione della II visita Pastorale di De Dominicis 1790
3
ADCC serie VII b.15, Ingiurie contro donne, aprile 1796
4
ADCC corrispondenza De Dominicis, lettera di un curato, aprile
1805
5
ADCC serie VII b.15, Vita poco ferrea, febbraio 1809
6
V. E. Giuntella op, cit., pag. 16
7
ADCC serie G b.20/41, richiamo al rispetto del voto di povertà,
aprile 1792
8
ADCC serie G, Ordini e Provvisioni per il clero cittadino, 15 luglio
1794
9
V. E. Giuntella op. cit. pag. 154
10
ADCC serie G b.20/41, editto volto a favorire la frequenza della
dottrina, 12 luglio 1794
11
ADCC serie G, notificazione per la riapertura del seminario, 6
giugno 1792
12
ADCC serie C b.32, libri contabili del seminario b.37 1789-1795 e
b.18 1795-1815
13
Cfr. E. Lodolini, L'Archivio della S. Congregazione del Buon
Governo, Roma, Ministero dell'Interno, 1956, cap VIII (i Monti)
14
V. E. Giuntella Op. cit. pagg. 143-146
15
Gli statuti comunali risalenti al periodo medievale e rinascimentale
sono attualmente conservati presso la biblioteca comunale di Civita
Castellana.
16
V. E. Giuntella op. cit. pagg. 149-150
17
ADCC serie C b. 42, Statuto della confraternita del SS. Salvatore
18
ADCC serie C b. 15 bis, Entrata ed esito della confraternita della
Buona Morte
19
ASR serie III BG b.22, Bilancio 1811, notizie relative all'ospedale di
San Giovanni Decollato
1
J. W. Goethe, Viaggio in Italia, ed. Mondadori 1983 pag. 136
2
ASR BG serie II b.1136, resoconto di un inviato pontificio al Buon
Governo, luglio 1815
3
ASR BG serie II b.1133, lettera del governatore, marzo 1801
4
G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, Varese, Feltrinelli 1975
pagg. 126-128

154
5
ASR BG serie II b.1131, informazione del governatore alla Sacra
Congregazione con allegato foglio intitolato, Della quantità e del valore del
terratico a Civita Castellana, 1789
6
ASR BG serie II b.1132, suppliche da parte di alcuni debitori al
Buon Governo, agosto 1792
7
ASR BG serie II b.1132, richiesta di dilazione a pagare un debito,
1796
8
ASR BG serie II b.1136, bilancio 1812, rendite municipali
ordinarie,
9
ASR BG serie III b. 22 corrispondenza tra il maire ed il prefetto di
Roma, ottobre 1813
10
ASR BG serie II b.1131, denuncia a nome del popolo di Civita
Castellana,, aprile 1789
11
ASR BG serie II b.1131, lettera del governatore, febbraio 1790
12
ASR BG serie II b.1132, ricorso di un uccisore di lupi, febbraio 1795
13
Gli statuti comunali libro degli offici, gli statuti sono attualmente
conservati presso la biblioteca comunale.
14
ASR BG serie II b.1131, carte relative alla visita di Giuseppe
Valadier, marzo 1791
15
R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del
Lazio nei secoli XVIII e XIX, Roma, edizioni storia e letteratura, 1965, pag.
257
16
Faenza, Bollettino del Museo internazionale delle ceramiche in
Faenza, Eros Biavati, Giovanni Volpato da Bassano (1732-1803), 1977
fascicolo n.6 pagg. 132-140
17
ASR BG serie II b.1135, lettera del governatore, novembre 1808
18
ASR serie III BG b.22, lettera del maire al sotto prefetto di Viterbo,
dicembre 1813
19
ADCC serie G. b.20/41, provvedimenti emanati dal vescovo per il
monastero, dicembre 1792
20
R. De Felice op. cit. pag. 1
21
M. Caravale A. Caracciolo, Lo Stato Pontificio da Martino V a Pio
IX, sta in Storia d'Italia, Torino 1978, pagg. 578-579
22
ASR BG serie II b.1133, carteggio inviato dal governatore alla Sacra
Congregazione nel febbraio 1801 contenente copia di una risoluzione
consiliare, 26 dicembre 1800, lettera del Colonnelli gennaio 1801
23
ASR BG serie II b. 1133, lamentele sulla qualità e peso del pane a
nome della popolazione, dicembre 1801
24
ASR BG Serie II b.11133, lettera a nome del popolo di Civita
Castellana inviata al papa, 19 dicembre 1801
25
ASR BG serie II b.1133, verbale della risoluzione consiliare, 26
gennaio 1802

155
26
ASR BG serie II b. 1133, lettera a nome del popolo di Civita
Castellana al prefetto del Buon Governo 27 gennaio 1802
27
ASR BG serie II b.1134, verbale risoluzione consiliare settembre
1803
28
ASR BG serie IIb. 1134, lettera del capo conservatore settembre
1803
29
ASR BG serie II b.1134, lettera del capo conservatore alla Sacra
Congregazione, settembre 1803
30
ASR BG serie II b.1134, denuncia del capo conservatore alla Sacra
Congregazione, marzo 1804
31
ASR BG serie II b.1134, lettera del Politi al Buon Governo gennaio
1804
32
ASR BG serie II b.1136, lettera di del Frate alla Sacra
Congregazione, marzo 1815 e risposta dei Pubblici Rappresentanti, marzo
1815
33
ASR BG serie II b.1134, lettera del capo conservatore settembre
1803
34
ASR BG serie II b.1133, cartella relativa ai diversi esercizi
commerciali presenti in città, marzo 1809
35
ASR BG serie III b.1135, carteggio sulla questione dei debitori
comunitativi e sui crediti da questi assunti durante l'occupazione, lettera del
governatore, dicembre 1805
36
ASR BG serie II b. 1131, lettera a nome degli abitanti dei paesi
vicini a Civita Castellana, giugno 1790
37
ASR BG serie III b.22, ricorso dell'enfiteuta della posta, marzo 1810
38
ASR BG serie II b.1132, lettera del governatore, maggio 1792, i
birri, scrive Elio Lodolini, erano dei carabinieri di campagna generalmente
organizzati in pattuglie formate da quattro o cinque uomini
39
ASR BG serie II b.1133, lettera del bargello di Civita Castellana
gennaio 1802
40
ASR BG serie II b.1131, perizia dell'architetto Bracci 1791
41
ASR BG serie II b.1133, lettera dei conservatori alla Sacra
Congregazione, giugno 1797
42
ASR BG serie II b. 1131, supplica al Buon Governo, settembre 1790
43
ASR BG serie II b.1136, bilancio 1812 sull'oggetto dell'ospizio
44
ASR BG serie II b.1133, lettera dei Pubblici Rappresentanti alla
Sacra Congregazione, marzo 1801
45
ASR BG b. serie II b.1135, lettera a nome del popolo di Civita
Castellana aprile 1806
46
ASR BG serie II b.1135, lettera del capo conservatore al pro
segretario di stato, febbraio 1809
47
ASR BG serie II b. 1136, bilancio 1812, spese municipali ordinarie

156
48
ASR BG serie II b. 1135, lettera dei maestri alla SCBG, gennaio
1807
49
ASR BG serie II b. 1133, lettera allegata alla denuncia di Francesco
Morelli e da lui inviata alla SCBG, novembre 1801
50
ASR BG serie II b.1135, lettera di un consigliere alla SCBG,
dicembre 1805
51
ASR BG serie II b. 1136, resoconto di una seduta consiliare, 1815
1
M. Caravale A. Caracciolo, Lo Stato Pontificio da Martino V a Pio
IX, in Storia d'Italia Torino 1978 pag. 585
2
ASR BG serie II b.1135, supplica del magistrato al pro segretario di
stato, febbraio 1809
3
ASR BG serie II b 1135, lettera a nome dei conservatori e cittadini,
marzo 1809
4
ASR BG serie II b. 1135, supplica del deliberatario del danno dato,
marzo 1806
5
ASR BB serie II b. 1135, supplica del deliberatario dell'affitto della
castagneria, marzo 1806
6
ASR BG serie II b. 1135, lettera degli incaricati a compilare i bilanci
comunitativi, aprile 1806.
7
ASR BG serie II b. 1135, lettera dei pubblici rappresentanti, agosto
1806
8
ASR BG serie II b 1135, lettera dei consiglieri settembre, 1806
9
ASR BG serie II, carteggio relativo alle difficoltà degli albergatori,
1807.
10
ASR BG serie II b. 1135, carteggio contenente una lettera di protesta
del marchese Andosilla ed il "discarico" dei magistrati cittadini, 1808
11
ASR BG serie II b. 1135, lettera dei pubblici rappresentanti, gennaio
1809
12
ASR BG serie II b. 1135, carteggio relativo al libero commercio
delle carni, 1808
13
ASR BG serie II b.1135, carteggio relativo a due ufficiali alloggiati
nel palazzo cittadino del marchese Andosilla, 1809
14
Archivio Diocesano Orte, lista dei sacerdoti deportati in tutta la
diocesi, fascicolo ritrattazioni
15
J. P. Bertaud La vita quotidiana in Francia al tempo della
rivoluzione Milano BUR 1988 pagg. 82-83
16
Delfo Gioacchini Lorenzo De Dominicis Vescovo Giurato,
pubblicato nella deputazione di storia patria per l'Umbria Perugia 1967 pag.
175
17
ADO, fascicolo ritrattazioni, ritrattazione di De Dominicis, marzo
1814
18
D. Gioacchini op. cit. pag. 150

157
19
ADO, fascicolo ritrattazioni, lettera pastorale di De Dominicis,
settembre 1814
20
ASR BG serie III b. 22, lettera del maire al prefetto di Roma, 26
novembre 1809
21
ASR BG serie III b. 22, carteggio relativo all'esigenza del Petti 1810
22
ASR BG serie III b. 22, verbali bilancio 1811
23
ASR BG serie III b. 22 bilancio 1811, spese municipali ordinarie
24
ASR BG serie III b. 22, carteggio riguardante l'affitto delle mole
comunitative, 1810
25
ASR BG serie III b. 22, processo verbale bilancio 1811, gli ospizi
26
ADCC serie C b. 41, verbale della riunione della nuova
congregazione del Monte di Pietà, novembre 1811.

158