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CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

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L’ETA’ MODERNA

5.1 Dal Medioevo all’età moderna.

Il declino del paesaggio medievale è chiaramente attestato dallo stato di


abbandono dei centri storici, nei quali esistono ancora castelli ed edifici
specialistici, anch’essi in via d’abbandono. A partire dal X secolo, dopo le
invasioni di altri popoli, si sono ricostruiti alcuni centri abitati, sopravvissuti
alle alterne vicende economiche e sociali delle aree fino al 1800,
contribuendo al mantenimento di un caratteristico paesaggio agrario. Negli
ultimi decenni, attorno a questi vecchi centri, sorsero nel tempo le nuove
espansioni edilizie, che concorsero all’abbandono dei centri storici.
Nel X secolo infatti, come abbiamo già visto, sorsero Calcata nel 974,
Mazzano Romano nel 955 e Faleria (Stabbia) nel 998. Nell’XI secolo sorsero
Formello (1073) e Campagnano (1076).
Questi nuovi centri certamente non sorsero dal nulla: da un lato una
lenta opera di adattamento e ampliamento concentrò la popolazione in siti già
esistenti, trasformati in veri e propri centri fortificati, dall’altro dei siti antichi
o parte di essi furono abbandonati.
Questo fenomeno di abbandono e concentrazione si sviluppò tra il X ed
il XV secolo; successivamente il territorio assunse sempre più caratteri di
“tenuta agricola” di taluni Baroni romani e contemporaneamente fiorirono

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stazioni di posta e locande. Le popolazioni locali trovarono scarse possibilità


di occupazione nelle tenute stesse e nella pastorizia.
In definitiva, come di seguito verrà illustrato, le vicende
amministrative, economiche e sociali del Lazio, impostate sul feudalesimo e
quindi e quindi con scarso sviluppo di una Borghesia, hanno contribuito
all’emarginazione di questa parte del territorio laziale, la quale, dopo i primi
insediamenti falisci e di quelli medievali, è rimasta esclusa dall’evoluzione
economica concentrata solo in taluni centri abitati oltre al territorio romano.
Timidi tentativi di riorganizzazione dell’amministrazione laziale
sorsero dopo la Repubblica Romana del 1798. Tra il XIII ed il XIX secolo si è
registrato un continuo alternarsi di lotte tra Baroni e Papato ed è mancata
quella Borghesia che ha consentito nell’Italia centro settentrionale e del nord
uno sviluppo diffuso, dovuto proprio allo sviluppo della Borghesia stessa.

5.2 Evoluzione amministrativa del Lazio dal XIV al XVI secolo.

Nel secolo XIV il Lazio era sostanzialmente diviso in tre province: il


Patrimonio di San Pietro, la Sabina e la Campagna e Marittima. Le aree
residue facevano parte di altre regioni dello Stato Pontificio, soprattutto
l’Umbria, e del Regno di Napoli (Abruzzo e Terra di Lavoro). Vi sono inoltre
altre partizioni, variamente denominate (Districtus Urbis, Agro Romano) che
si sovrappongono alle precedenti e che, pure esse, hanno una valenza
giurisdizionale oltre che una tradizione geografica.

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Da un punto di vista amministrativo, la suddivisione regionale dello


Stato Pontificio risale al XIV secolo con le Constitutiones Aegidiane, nelle
quali, sulla base di una ripartizione che era venuta già maturando in
precedenza, si erano identificate le varie regioni. Ogni Provincia aveva un
Rettore, che dipendeva direttamente dal papato.
Il Patrimonio di S.Pietro aveva un Rettore che risiedeva a Viterbo. Da
questo dipendevano vasti territori, compresi quelli della Provincia Sabina
(con Rieti) e località umbre come Narni, Terni, Amelia, oltre a quelli presi in
esame. Il controllo esercitato da tali rappresentanti era comunque assai
ridotto, assolutamente insufficiente a formare delle strutture regionali e
amministrative coese. L’elemento locale, cittadino o feudale, manteneva
intatte all’interno di questa struttura le sue prerogative attraverso le proprie
istituzioni.
Accanto ai Rettori infatti, nel governo del territorio, esistevano dei
Podestà, che, alle dipendenze non solo del Rettore ma spesso di Roma,
governavano delle formazioni cittadine, tra le quali Narni, Terni, Viterbo e
Orvieto.
Nel XV secolo continuò la ripartizione del territorio, derivante da un
ordinamento precedentemente ripreso da Martino V (1417-1431) e poi
confermato da Sisto IV (1471-1484), che prevedeva le tre aree del
Patrimonio, della Sabina e della Campagna e Marittima.
Su questa suddivisione si sovrappose l’area del distretto di Roma, i cui
confini non erano di facile individuazione, in quanto le situazioni di governo
ne alternavano continuamente i confini.

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Il secondo ordine di grandezza è quello locale, che si riferisce alle


singole comunità, dominate dalle famiglie principali della città, che
intessevano singoli accordi con Roma. Dunque, a fianco dei territori
controllati dalle città comunali dove il governo di Roma inviava i suoi
rappresentanti (terre immediate subiectae), stavano le vaste aree concesse in
signoria o in vicariato (terre mediate subiectae), che costituivano la magna
pars1; quest’ultima forma di dominio spesso manteneva relazioni particolari
con il governo centrale.
Infatti, le grandi famiglie baronali romane come i Colonna, i Caetani,
gli Orsini, gli Anguillara e i Vico, detenevano in signoria rilevanti porzioni di
territorio destinate ad accrescersi nel corso del XV secolo.2
Nei comuni del Patrimonio di S.Pietro sono le grandi famiglie che
detenevano le maggiori cariche cittadine e che di fatto controllano il territorio.
L’area del territorio falisco si presenta , nel complesso, dominata dalla
proprietà feudale o comunque dal ruolo preponderante della nobiltà baronale
che si muove in grande autonomia rispetto al governo centrale.
Nella grande e confusa varietà dei rapporti tra le varie località
periferiche e il centro, la distinzione tra terre signorili mediate subiectae e
terre comunali immediate subiectae si concretizzava soprattutto nella
riscossione delle imposte che Roma esigeva dalle varietà località dello Stato
attraverso le tesorerie. Nelle terre immediate subiectae le comunità

1
AA.VV., Atlante storico - politico del Lazio. Regione Lazio, Coordinamento degli istituti
culturali del Lazio. Bari, Laterza 1996.
2
S.CAROCCI, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel
Duecento e nel primo Trecento, “Nuovi studi storici”,23, Istituto storico italiano per il
Medioevo, Roma, 1993.

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devolvevano alla Camera Apostolica parte delle tasse che riscuotevano con
modalità diverse da luogo a luogo.
Questo quadro di gestione del territorio aveva, sia a livello regionale,
sia a livello locale, i confini indefiniti a causa delle alterne dipendenze delle
varie località da diverse famiglie baronali o dalla Camera Apostolica.
Il Patrimonio di S.Pietro copre un’area che è compresa tra il Tirreno e i
fiumi Flora, Paglia e Tevere che sarebbe difficile rappresentare
cartograficamente. Ma proprio a causa della suddetta situazione di incertezza,
per esempio, il governo di Bolsena era retto da un Cardinale legato, di pari
grado di quello di Viterbo. Il governo di queste due località era legato al
governo del Patrimonio di S. Pietro, ma totalmente diverso dal governo di
Orvieto, che dalla fine del XVI secolo verrà considerato esterno al Patrimonio
stesso.
Una delle caratteristische comuni nell’intero territorio pontificio tra il
1400 e il 1700, derivante dall’affermazione di questa struttura amministrativa,
fu il passaggio di dominio delle terre baronali da una famiglia all’altra, con
netta prevalenza dei territori baronali rispetto a quelli direttamente governati
dalla Chiesa.
Nel Patrimonio il rapporto tra località immediate subiectae e mediate
subiectae appare ancora abbastanza equilibrato e le proprietà baronali si
presentavano raggruppate.

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Fonte: AA.VV., Atlante storico - politico del Lazio. Regione Lazio, Coordinamento degli
istituti culturali del Lazio. Bari, Laterza 1996.

La zona del lago di Bolsena, del viterbese fino al mare e del lago di
Vico appare un’area dominata dalle terre immediate subiectae; l’area
dell’Agro Falisco, tra il Tevere e i due laghi di Vico e Bracciano appare

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invece prevalentemente dominata direttamente dai Baroni (mediate


subiectae). In quest’area, accanto a terre immediate come Sutri, Nepi e Civita
Castellana, si trovavano le terre dei vari rami degli Anguillara (Anguillara,
Mazzano Romano, Stabbia, Calcata, Cere, Magliano Pecorareccio, ora
Magliano Romano), le terre dell’abbazia di S.Paolo e di quella delle tre
Fontane (Nazzano, Leprignano,S.Oreste, Ponzano Romano, Civitella S.Paolo)
e quelle dell’Ospedale di S.Spirito in Sassia (Borgo S.Leonardo, oggi
Borghetto, Fabrica di Roma, Castel S.Elia).
Al di sotto di questi territori, non si trovavano più terre immediate ma si
estendevano i possedimenti degli Orsini, tra i quali Campagnano di Roma,
Trevignano Romano, Bracciano, Morlupo, Fiano Romano, Formello,
Sacrofano, Cesano, Isola, Galeria.
Quanto sopra descritto deriva da una fonte del tardo Quattrocento e si
mantiene anche nel XVI secolo come quadro generale. Da un’analisi di
dettaglio invece, si riscontrano molti cambiamenti nei singoli territori. Caso
emblematico è quello di Nepi, il cui possesso subì alterne vicende tra varie
famiglie (tra esse gli Orsini, i Colonna, I Borgia, gli Sforza, i Della Rovere, i
Farnese), e la Santa Sede, in funzione delle loro fortune e soprattutto
dall’ascesa al soglio di S.Pietro di un loro rappresentante.

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5.3 Lignaggi baronali e Sede Apostolica nei centri della valle


del Treja.

CIVITA CASTELLANA

Civita Castellana, dall’VIII secolo Civita per il sito più sicuro


dell’antica città, e dal 994 Castellana per il dominio sulle fortezze del
contado, fu al centro di numerose contese tra Papato e Impero.
La città dal 1158 fu feudo dei Prefetti di Vico, nel 1229 passò sotto la
diretta protezione della Chiesa; fu occupata da Federico II nel 1240 e fino al
1266 rimase sotto la dominazione sveva.
Dopo una serie di vicende e passaggi di proprietà ai Savelli, ai Vico e
alla Chiesa, Sisto IV iniziò a darne l’amministrazione ai Cardinali: sotto
Innocenzo VIII ne fu governatore Rodrigo Borgia, poi papa Alessandro VI.
Devastata dai Lanzichenecchi di Carlo V, dopo il sacco di Roma del 1527, fu
poi definitivamente della Chiesa.

NEPI

Nonostante l’autorità sul territorio fu da sempre esercitata dal pontefice,


dal 1276 figura come campo della lotta tra i Colonna e gli Orsini. Nel 1293 fu
venduta a Pietro cardinale Colonna per 25 mila fiorini; a sua volta Pietro ne
cedette la metà ai Vico ed infine nel 1299 Nepi ed il suo territorio fu concessa
a Orso e Matteo Orsini. Nepi tornò ai Colonna quando Clemente V la
vendette nel 1304 ai cardinali Giovanni ed Ascanio Colonna.

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Napoleone Orsini la occupa con Orte e Gallese nel 1330 perché il


Rettore del Patrimonio potesse esercitarvi la giurisdizione.
Nel 1427 il cardinale Giordano Orsini, che possedeva Nepi per somme
prestate a Ladislao, a Rainaldo e al fu Giordano Orsini, cedette tutte le sue
ragioni e diritti ai medesimi; nello stesso anno Rainaldo Orsini la vende con le
fortezze, territorio e giurisdizione ad Antonio Colonna e ai fratelli Prospero ed
Odoardo. Solo nel 1431 il papa Eugenio IV riprese il possesso papale di Nepi,
il quale concesse esenzioni e privilegi ai Nepesini nel 1432 ed unisce le
diocesi di Nepi e Sutri nel 1433. Sotto il pontificato di Eugenio IV Nepi dové
contribuire alla formazione dell’esercito papale in Bracciano contro il
Fortebraccio con 40 pedoni.
Nel 1435 Nepi fu data in pegno insieme all’Isola e alla terza parte di
Monterosi, da Eugenio IV agli Orsini e ad Everso Anguillara. Niccolò IV la
riprese nel 1448.
Nel 1499 il cardinale Rodrigo Borgia, nipote di Callisto III, divenuto
papa col nome di Alessandro VI, investiva Lucrezia Borgia del possesso della
città, castello e territorio di Nepi, il cui dominio arriverà fino al 1509. Dopo
varie alternanze nel 1534 Clemente VII diede il comando di Nepi a
Napoleone Orsini. Nel 1537 Paolo III investì il figlio Pier Luigi Farnese del
Ducato di Castro, Nepi e Camerino. Questi restaurò la rocca, recinse la città
con bastioni fortissimi ed iniziò la costruzione del palazzo, opera del Vignola,
attuale sede del Municipio.
Dai Farnese Nepi tornò alla Chiesa Romana che ne prese possesso nel
1545 e rimase nei secoli successivi di dominio della Sede Apostolica.

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CASTEL S.ELIA

Tra il X ed il XIII secolo Castel S.Elia, uno dei più grandi fondi di
Nepi, appartenne al monastero di San Benedetto sub pentoma (forse dalla
pendice in cui si trova, sede delle cinque colonie benedettine presso Roma).
Nel 1258 i Benedettini cessarono di ufficiare la chiesa di S.Elia quando
Alessandro IV la concesse con una bolla al capitolo di S.Spirito in Sassia.
Alla fine del XIII secolo Bonifazio VIII confiscò ai Colonna il castrum
montis S.Heliae dandone infeudazione agli Orsini. Nel 1378 l’antipapa
Clemente VII concesse a Giordano Orsini il Castel S.Elia appartenente a
S.Spirito per il censo annuo di 70 fiorini, concessione che non ebbe effetto.
Passa nel 1540 a Pierluigi Farnese e dal 1650 al governo pontificio.

MONTEROSI

Monterosi, che sorge ai piedi di un antico abitato e poi di un castello


medievale con il nome di Monte Rosolum e Montis Rosi o Rosoli, fece parte
per molto tempo del territorio nepesino per la sua importanza strategica. Alla
fine del XIV secolo Monterosi passò dai Malabranca agli Orsini ed il suo
territorio fu in parte controllato da Nepi. Il castello del paese fu venduto da
Rainaldo Orsini nel 1427 ad Antonio Colonna.
Come abbiamo già visto per Nepi, nel 1435 Eugenio IV cedette la terza
parte di Monterosi a Orsinio e Latino Orsini ed a Everso Anguillara come
pegno per 10 mila fiorini. Niccolò V ne riprese il possesso nel 1448 per gli
Orsini. Che Monterosi abbia fatto parte del territorio di Nepi è provato dal

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breve di Calisto III del 1455, col quale si da facoltà ai Nepesini di pascolare
nelle tenute di Ponte Nepesino e di Monterosi.
Dopo esser appartenuta all’abate delle Tre Fontane dal 1469, periodo in
cui il borgo si riprese dopo un periodo di abbandono, divenne proprietà del
principe Del Drago nella seconda metà del ‘500.

MAZZANO
Dopo una serie di donazioni di cui fu oggetto, Mazzano, il cui nome
deriva da un fondo Matianum del gentilizio romano Matius risalente a prima
della fondazione della domusculta di Capracorum, all’inizio del XIV secolo
spettava per metà al famoso Everso I Anguillara e per metà al fratello di lui
Dolce. Nel 1465 passò tutto a Dolce ed ai suoi figli a causa della morte di
Everso. Nel 1549, in una convenzione tra Everso e Flaminio Anguillara,
Mazzano, insieme con Stabia (Faleria) e Calcata rimangono a Flaminio.
Nel 1599 Flaminio Anguillara lo vendette al cardinale Lelio Biscia e al
fratello per 22 mila scudi; nel 1658 passò ai Del Drago come eredi di quella
famiglia.

STABIA (FALERIA)
Da Stabium o Stabia, antica stazione del tempo romano, fece parte del
territorio della domusculta di Capracoro. Nella metà del secolo XIV Stabia
apparteneva agli Anguillara ai quali rimasero fedeli fino al secolo XVII.

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Nel 1549 Stabia, insieme a Mazzano e Calcata, pervennero a Flaminio


d’Anguillara per una convenzione col fratello Everso. Il dominio di questa
famiglia è testimoniato dal castello degli Anguillara la cui costruzione fu
conclusa già nel 1290. Solo nel 1660 Stabia passò al principe Borghese per
110 mila scudi e perse gradualmente d’importanza.

CALCATA
Il nome deriva dal fatto che quivi, sin dal primi del medioevo, esisteva
una “calcara”, ossia un luogo per la produzione della calce ricavata dai
materiali di un’antica città.
Anticamente il Castrum Sinibaldi (Calcata) fu oggetto di numerose
donazioni da parte della Chiesa; solo nel 1266 fu concessa da Clemente IV a
Pietro di Vico (insieme a Nepi e Civita Castellana). Sulla fine del XIII secolo
passò agli Anguillara.
Nel 1420 figura tra i confini di Castelvecchio diruto, affittato da
Giordano Colonna a Dolce ed Everso Anguillara; nel 1427 tra i confini del
castello di Filissano, venduto con Nepi e Monterosi da Rainaldo Orsini ed
Antonio Colonna.
Nel 1549 finisce nelle mani di Flaminio d’Anguillara per una
convenzione con Everso e 50 anni dopo fu venduta ai Biscia da Flaminio
proprio per riscattare Calcata da lui data in pegno. Il castello rimase alla
potente famiglia fino al 1734, quando Carlo d’Anguillara, figlio di Lorenzo e

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di Arfidia Sinibaldi, lo vendette a Filippo Sinibaldi Gambalunga per 16.500


scudi.
Nel XIX secolo passò per eredità alla famiglia Massimo ed appartenne
a Maria Massimo Colonna.

5.4 L’evoluzione del paesaggio agrario.

A partire dalla prima metà del XIV secolo si manifestò la crisi


economica e sociale delle popolazioni residenti, a seguito della notevole
estensione dei dissodamenti, mediante i quali, nei secoli precedenti, si
inseriva l’attività agricola per il sostegno di popolazioni in via di crescita
economica e sociale.
Il dissodamento avveniva da prima con il sistema del “debbio”3. Un
miglioramento produttivo avvenne con l’introduzione del sistema dei “campi
ad erba”4 e con il “maggese biennale”5.
Diversamente che nelle regioni centro settentrionali e settentrionali, ove
la struttura economica ed il principio del diritto non consentivano il
mantenimento del latifondo, nel territorio laziale l’evoluzione del sistema
3
Nel sistema agronomico del debbio il suolo viene liberato dal mantello vegetale
spontaneo, arboreo o erbaceo, preparato per la coltura e fertilizzato con l’impiego del
fuoco e delle ceneri residue.
4
Nel sistema agronomico a campi ad erba, dopo uno o più anni di coltura aratoria, un dato
appezzamento viene abbandonato per periodi più o meno lunghi alla vegetazione
spontanea ed al pascolo.
5
Nel sistema del maggese biennale ad un anno di coltura aratoria fa regolarmente seguito,
dopo il raccolto, un anno di riposo, durante il quale il terreno rimane abbandonato al
pascolo.

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agronomico ha avuto uno sviluppo particolare, condizionato invece dalla


presenza del latifondo stesso, a partire dalla formazione dell’impero romano.
L’organizzazione aziendale era affidata al “pater familias” che dirigeva
l’azienda ove lavoravano dai parenti agli schiavi. Alla morte del “pater
familias” succedeva il primogenito, che conservava in tal modo l’integrità del
latifondo. Il diverso concetto di “familia” nel diritto romano ed in quello
longobardo (ristretto ai parenti e stretti collaboranti, tutti aventi diritto di
successione) ha fatto sì che nel Lazio ed in Italia centro meridionale si
conservasse il latifondo.
Usi civici e proprietà collettiva.
Con l’introduzione del feudalesimo, anche il rapporto di vassallaggio
Per una distinzione tra uso civico e proprietà collettiva occore fare una breve
eradigressione di carattere
diversificato storico.centro
tra Italia Le nostre popolazioni hanno
settentrionale ottenuto i mezzi
e settentrionale di
rispetto
sussistenza fino ai primi del ‘900 sui terreni appartenenti alla proprietà collettiva o
all’Italia
gravati centro meridionale
da uso civico. e meridionale.
Le popolazioni Il “beneficium”,
contadine hanno per secoli potutochecontare
il vassallo
su
certi beni con questi istituti.
riceveva dal signore,
Il meccanismo si traduceva
della proprietà in una
collettiva, proprietà fondamentalmente
di caratteristica di territori già frazionati
agraria,
è quello che ha disciplinato le economie dei nostri comuni e che è all’origine della
nell’Italia centro settentrionale.
loro storia.
Scrivere la storia lademaniale
Nel Lazio, vastità deidei comuni
territorisignificava
contribuìfare la storiadidell’autonomia
a forme beneficio con
comunale. Il primo nucleo di coscienza autonoma dei comuni è legato a queste
cessione di particolari
grandi controversie sulleusi del territorio
usurpazioni (vedi
dei Baroni gli attuali
rispetto ai dirittiusi
dellecivici), cessioni
popolazioni.
Per alcuni storici, l’origine della proprietà collettiva risale al diritto romano, che
checonosceva
divenivano limitate (raccolta
perfettamente di alcuni pubblica
beni di proprietà frutti) ocheestese (possesso
venivano cedutilimitato
alle
popolazioni in coltivazione. Altri invece smentiscono questo concetto e fanno
perrisalire
la coltivazione) a seconda dell’importanza del “beneficio” concesso dal
al basso impero il momento della nascita della proprietà collettiva. Quando si
sfalda lo Stato romano comincia ad apparire questa forma di appropriazione dei
Signore.
terreni da parte delle popolazioni residue che affermano il proprio diritto di proprietà
con l’esercizio di attività di sfruttamento che costituiscono la tradizionale forma di
sviluppo delle zone agrarie.
Arriviamo alla distinzione tra usi civici e proprietà collettiva: la proprietà collettiva
si caratterizza per il fatto di appartenere alla comunità e questa comunità non si
identifica con il comune, anzi storicamente è anteriore ed esso. Non esiste il
principio della maggioranza o della minoranza perché nei secoli tutti erano
consapevoli che proprietà collettiva significava mezzo di sostentamento, strumento
destinato alle generazioni future. Nei grandi demanialisti del ‘500 e del ‘600 si
troverà l’affermazione secondo la quale il demanio collettivo è qualcosa che viene
dato in usufrutto alle popolazioni attuali in quanto il destinatario è sempre la
generazione futura. Il concetto di proprietà collettiva non è astratto poiché si tratta di
un bene del quale siamo tutti proprietari e dal quale siamo tutti in grado di trarne
un’utilità concreta; è un bene economicamente rilevante.
La proprietà collettiva riguarda nel Lazio decine e decine di comuni. Se poi
esaminiamo la situazione in particolare della 140 collina e della montagna, vediamo che
la proprietà collettiva costituisce la regola. Nelle montagne la proprietà privata è
rarissima.
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… La proprietà privata di foreste e di pascoli non è solo antiaristocratica ma è


anche antieconomica perché pascoli e foreste possono essere gestiti solo
collettivamente. Pertanto alla base della collettività di certe proprietà vi è anche
una esigenza economica.
L’elemento caratteristico è rappresentato dal fatto che non c’è un comune o un
ente specifico che rappresenta questi diritti, ma c’è la popolazione identificata
dalla collettività degli utenti, con la caratteristica che spetta anche al singolo il
diritto di intervenire a tutela della proprietà.
Dunque la proprietà collettiva è la proprietà delle popolazioni tutelabile
collettivamente e individualmente con lo sfruttamento concreto da parte del
soggetto. Così come nella proprietà privata si possono scegliere le varie forme di
utilizzazione del bene, lo stesso può essere fatto con la proprietà collettiva. Non ci
illudiamo che si tratti solo del pascolo, del legnatico e della semina, cioè di istituti
ormai completamente superati, anche se non lo sono nelle zone montane, e
pensiamo invece ad una proprietà che tutti i mezzi per evolversi.
Per quanto riguarda gli usi civici, i grandi latifondi da cui ha origine buona parte
della proprietà privata oggi esistente, a causa del loro frazionamento, nascevano in
passato con il diritto della popolazione che consentiva di conciliare il diritto del
feudatario con quello della popolazione anche dal punto di vista giurisdizionale.
Molto spesso nel feudo – ed infatti gli usi civici sono più una caratteristica feudale
che del basso impero, quando viene attribuito ad un certo soggetto il potere di
giurisdizione su un determinato territorio – per evitare che la popolazione si
ribellasse venivano garantiti alcuni diritti. Questo era il mezzo con cui la
popolazione sopravviveva e partecipava, in un certo senso, al reddito del
feudatario.
Sui terreni privati abbiamo ancora la possibilità di individuare degli usi civici tipo
il pascolo, il legnatico o la semina. Ma mentre la proprietà collettiva garantisce
qualsiasi tipo di utilizzazione perché vi si possono esercitare tutte le facoltà che
sono utili, gli usi civici, invece, su un fondo privato, che prima venivano chiamati
servitù, consentono di rivendicare l’esercizio di un diritto storicamente
preesistente. L’uso civico su terre private costituisce una specie di diritto di
godimento. Nella proprietà privata gravata da uso civico c’è la popolazione che
esercita il pascolo, ad esempio il proprietario esercita la semina ed il legnatico;
oppure la popolazione esercita un altro diritto ed il residuo rimane al proprietario
privato. È chiaro che vi sono molti terreni privati che storicamente hanno avuto
pascolo, semina e legnatico a favore della popolazione, per cui il diritto del
proprietario privato era ridotto solo alla intestazione del bene. Negli usi civici del
Lazio pascolo e semina andavano di pari141 passo, ed il territorio intorno a Roma ne è
pieno della presenza di questo diritto di pascolo e semina.
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Il diverso assetto della proprietà dei terreni tra nord e sud si rileva
anche nelle lotte tra contadini e signori. Come detto, l’eccessivo e

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indiscriminato dissodamento dei terreni, che si riscontra a partire dal XIV


secolo, aveva provocato una grave serie di carestie, con conseguente arresto
dello sviluppo degli insediamenti. Alla crisi economica e sociale la risposta
risultò differenziata proprio in ragione del regime proprietario dei terreni tra
nord e sud.
I moti insurrezionali, che partivano dal XIV secolo, si diffusero in tutta
Italia, con risposte diverse tra nord e sud. In sostanza mentre nell’economia
comunale e delle Signorie alla crisi agricola si rispose con la mutazione
colturale e arborea ed arbustiva, con la netta riduzione della coltura granaria,
che veniva importata da altre regioni europee, nelle regioni centro
meridionali, questa crisi si risolse nell’abbandono dei campi e nella
sostituzione dell’attività agricola con gli allevamenti ovini per la produzione
della lana.
In altri termini, nell’Italia del nord iniziarono delle forme di
investimento per le attrezzature agricole (impianti di colture arboree,
irrigazione e bonifiche delle colline). Testimoniano queste nuove forme di
utilizzazione agricola le pitture dell’epoca che riprendono i paesaggi toscani.
Ebbe così inizio la coltura arborea mista, con netta riduzione della coltura
granaria.
Nell’Italia centro-meridionale invece la struttura proprietaria
tipicamente latifondista e feudale, anche se con la contrapposizione delle
proprietà ecclesiastiche, non consentiva certamente incentivo per investimenti
in agricoltura, che sarebbero stati molto onerosi. In altri termini, nell’Italia
centro meridionale non si registrò la stessa innovazione agricola diffusa in
Toscana, con l’irrigazione e le colture alternate ed integrate tra agricoltura e

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pastorizia. Il tipo di proprietà, legata ai grandi territori ed alle formazioni


feudali, tendeva al mantenimento dell’attività agricola nelle forme primitive
possibili, considerata la scarsa propensione all’investimento in attrezzature
agricole. Si deve rilevare inoltre che le colture estensive erano messe in crisi
anche dal commercio di prodotti provenienti da altre regioni italiane ed
europee.
Questo fenomeno dell’abbandono della coltura estensiva con
l’introduzione della pastorizia comportò effetti sulla distribuzione della
popolazione. La scarsa propensione all’investimento nell’agricoltura dei
Baroni nel Lazio e l’estensione degli allevamenti ovini creò inoltre una
contrapposizione tra gli allevatori (pastori e proprietari degli ovini) e i pochi
contadini rimasti, che si ripercosse in generale sulla produttività agricola del
Lazio. Infatti da tale contrapposizione nacquero sempre più nuovi pastori, con
un aumento indiscriminato del carico di bestiame e la definitiva perdita della
produttività agricola dei territori.
In definitiva, in questi secoli, l’agricoltura nell’agro falisco e nel Lazio
stesso si mantenne in una condizione di povertà: era inevitabile
l’impoverimento dei territori, prima con l’estensione dei dissodamenti e poi
anche mediante l’introduzione della pastorizia, non come integrazione al
miglioramento della fertilità dei terreni, ma come unica attività di
sostentamento delle popolazioni agricole.

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L’introduzione della pastorizia pose il problema della libera


circolazione delle greggi e delle tassazioni delle pecore a tutto vantaggio dei
Signori.6

5.5 Evoluzione amministrativa del Lazio dal XVI secolo e il


rapporto tra autorità pontificia e Baroni.

Nel XVI secolo, alcuni dei territori assunsero, per decisione pontificia,
uno specifico statuto di autonomia, divenendo delle sub regioni che
resistettero a lungo. Tra queste il Ducato di Castro, il Ducato di Bracciano, il
Ducato di Paliano e lo Stato di Montelibretti.
Il Ducato di Castro, eretto dal papa Paolo III Farnese a favore del
nipote Pier Luigi, in perfetta linea con la strategia pontificia di formazione di
cospicui agglomerati signorili familiari, risultava un’entità sostanzialmente
indipendente. Il Ducato trovò comunque una sua specifica ragion d’essere nel
quadro dei difficili rapporti politici con Firenze e i Medici, svolgendo la
funzione di Stato cuscinetto, dotato di ampia autonomia (gli vennero concessi
grandi privilegi, quali l’esenzione da ogni tassazione e la possibilità di battere
moneta), ma pur sempre sottomesso all’autorità eminente della Chiesa.
Un altro motivo di natura politica alla base della creazione del Ducato
farnesiano di Castro stava nella contrapposizione con gli Orsini, proprietari di
ampi feudi, sia in quella parte dello Stato Pontificio sia in Toscana, dove essi

6
SEBASTI R. Relazione storica del parco suburbano Valle del Treja. Regione Lazio,
Comuni di Mazzano R. e Calcata 1999.

145
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

avevano buoni rapporti con il granduca. Paolo III seguiva dunque due livelli
diversi nella sua politica, internazionale e interno, assicurando alla sua
famiglia un caposaldo nel Patrimonio di S.Pietro. Questo elemento mette in
luce particolarmente il carattere feudale della concezione dello Stato presso i
papi del Cinquecento.
Al Ducato di Castro,che comprendeva le città di Castro, Valentano,
Marta, Capodimonte, Montalto di Castro, Civitella, Piansano, Cellere, vanno
aggiunte altre due aree: la Contea di Ronciglione con i centri falisci di Nepi 7,
Vico, Caprarola Ronciglione, Borgo San Leonardo (Borghetto), Fabrica di
Roma, Corchiano, Canepina, Vallerano, S.Maria di Falleri, Castel Sant’Elia e
per finire i tre nuclei separati dei feudi farnesiani in Teverina che risultano,
per la maggior parte, esterni all’attuale Lazio, che però ingloba il loro centro
più importante, Castiglione in Teverina.
Estremamente compatto si presentava il Ducato di Bracciano della
famigli Orsini che resistette dal 1560 al 1696. Pio IV riconobbe ad esso uno
statuto particolare e assegnò al duca la piena potestà di governo anche se, dal
punto di vista dei tributi, anch’esso era assoggettato ad alcune tasse camerali.
Anche in quest’ultimo caso l’autonomia era relativa, in quanto tali
territori si venivano a formare per la politica familiare del pontefice, nel
quadro di una struttura amministrativa statale assai poco accentrata, fondata
soprattutto su un rapporto diretto tra il papa e le famiglie baronali che
godevano di maggiore o minore autonomia in dipendenza della figura del
Papa.

7
Per pochi anni ne fece parte anche Nepi, prima di essere ceduta da Ottavio Farnese nel
1545.

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CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Fonte: AA.VV., Atlante storico - politico del Lazio. Regione Lazio, Coordinamento degli
istituti culturali del Lazio. Bari, Laterza 1996.

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CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Infatti, taluni pontefici come Pio IV (1559-1565) riaffermarono la


sovranità eminente del Papa. La riorganizzazione delle terre baronali non
mirava tanto a un loro maggior controllo giurisdizionale, anzi, ai baroni, come
abbiamo visto, venivano delegati, quanto a una maggior efficacia della
riscossione dei tributi dalle terre mediate subiectae nelle quali i baroni, al di là
di alcune esenzioni, erano spesso riusciti anche a evitare il pagamento delle
tasse dovute.
Queste motivazioni di carattere economico della politica di Pio IV,
derivanti dalle accresciute spese della Camera Apostolica, rimangono alla
base dell’azione del suo successore, Pio V, che infatti si preoccupò di
garantire alla Chiesa il riconoscimento dei diritti e dei relativi benefici sui
territori di dominio temporale, senza intaccare la gestione signorile.
La bolla de non infeudando rappresentò il momento centrale di questa
rivendicazione del diritto di concessione dei feudi e di difesa degli interessi
dello Stato nei confronti dei Baroni. Proprio per questi motivi, tuttavia, la
giurisdizione dei baroni non poteva essere messa in nessun modo in
discussione. Essa restava nei territori laziali la forma prevalente di governo
delle località rispetto a quella, sempre strutturalmente confusa e praticamente
poco efficace, dei funzionari dipendenti dalla curia.
Anche dal punto di vista economico era interesse del pontefice che le
ricchezze dei baroni si risollevassero o, quanto meno, che la crisi nella quale
versavano si attenuasse. Soprattutto sulla produzione agricola delle terre
baronali si basava infatti il rifornimento di Roma e il pontefice cercava di
difenderlo dalla tendenza dei baroni all’esportazione.

148
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Dal punto di vista della riscossione delle tasse Pio V lasciò le cose
come stavano, senza dimostrare una particolare iniziativa contro le esenzioni
fiscali, di fatto o di diritto, dei baroni.
Successivamente, il Papa Gregorio XIII (1572-1585), non solo tornò a
confermare esplicitamente il supremo diritto di assegnare signorie e di
aggiornare e modificare le relative concessioni, ma passò anche,
contrariamente ai suoi predecessori, a mettere in pratica tali disposizioni.
Le revisioni di obsolete concessioni costituirono “una sorta di miniera”
per il papa, che entrò in possesso di numerose terre. Nello stesso tempo tali
misure non costituirono un danno eccessivamente grave per i baroni, in
quanto colpirono anche istituzioni ecclesiastiche e cardinali non appartenenti
a grandi famiglie baronali. Continuò quindi questa politica pontificia per
aumentare le entrate, senza però danneggiare le terre sottoposte alla
giurisdizione baronale, le quali costituivano una solida base dello Stato
temporale.
Nel 1596 Papa Clemente VIII creò la Congregazione dei Baroni, allo
scopo di obbligare quei Baroni, che versavano in una situazione economica
critica, a mettere all’asta parte delle loro proprietà, in modo che la Camera
Apostolica potesse impossessarsi dei domini con i connessi debiti. Le grandi
famiglie signorili fecero una forte opposizione alla nuova Congragazione, la
quale ottenne risultati modesti.
Un nuovo controllo dello Stato sulle baronie fu rappresentato dalla
Congregazione del Buon Governo, istituzione fondata da Clemente VIII con
la bolla pro commissa (15 agosto 1592) e preposta al governo civile e
finanziario delle località, sia immediate subiectae che mediate subiectae.

149
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Alla Sacra Consulta si attribuì la competenza sugli atti governativi di


tipo politico, quali ad esempio le nomine dei podestà nelle località minori, ed
alla nuova Congregazione il controllo dei tributi. Quest’ultima attribuzione
non fu accettata totalmente dai baroni, che intendevano mantenere il potere
assoluto delle loro terre. Oltre ad evitare il pagamento delle tasse, evitarono di
trasmettere le tabelle, ossia i bilanci preventivi delle terre a loro assegnate,
anche al fine di evadere i tributi dovuti.
Le alterne fortune delle famiglie portavano a spostamenti di dominio
signorile. Soprattutto in concomitanza con il pontificato di un membro della
famiglia, quest’ultima faceva incetta di signorie o, comunque, di rilevanti
ricchezze. Il nepotismo costituì una pratica costante per tutto il XVII secolo
che consentì il perpetuarsi del potere delle Baronie che i papi del Seicento non
fecero molto per combattere. Tutto ciò resistette fino al giugno 1692 quando
Innocenzo XII intraprese una decisa politica antinepotista con una bolla che
proibì l’arricchimento dei parenti del papa.
Nel corso del Seicento, come abbiamo visto, vi è un evidente aumento
delle proprietà baronali da parte delle famiglie in ascesa e che hanno avuto un
loro membro sul seggio di S.Pietro, a scapito delle famiglie di più antica
nobiltà ma ormai in cattive acque.
Le famiglie baronali poterono detenere Signorie concentrate in alcune
zone specifiche, oppure in singole località, ma soprattutto combinando
entrambe le possibilità.
Il XVII secolo costituisce un momento di passaggio, nel quale vi è un
sostanzioso ricambio di domini tra le famiglie baronali “vecchie” e “nuove”
nel controllo delle terre mediate subiectae e, parallelamente, un fenomeno di

150
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

progressivo recupero di giurisdizione diretta da parte della Camera Apostolica


che portò ad un aumento delle terre immediate subiectae.

Fonte: AA.VV., Atlante storico - politico del Lazio. Regione Lazio, Coordinamento degli
istituti culturali del Lazio. Bari, Laterza 1996.

151
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Nel Patrimonio e nell’Agro Falisco stesso, la distruzione di Castro e la


presa di possesso del Ducato con la connessa Contea di Ronciglione nel 1649
diede vita ad un’ampia zona omogenea sottoposta alla Camera Apostolica, la
quale comprendeva oltre ai vecchi centri già in possesso come Nepi, Sutri e
Civita Castellana, le città di Caprarola, Ronciglione, Fabrica di Roma,
Capranica, Corchiano e Castel S.Elia. Nella parte meridionale dell’Agro,
invece, si presentava tutt’altra situazione, dove nulla sembrava essere mutato,
se non nella distribuzione delle località rispetto alle diverse famiglie: i
Borghese nella zona tra Stabbia (attuale Faleria) e Morlupo, i Chigi impiantati
nella zona tra Magliano R. e Campagnano.
Se facciamo una valutazione complessiva dell’evoluzione tra
Cinquecento e Seicento dell’amministrazione camerale e baronale, non si può
che constatare il forte avanzamento della prima, limitato però a zone ben
definite come i territori farnesiani dell’Agro Falisco settentrionale.
Il tutto frutto di una politica dello Stato ecclesiastico, che vede ridursi il
peso della giurisdizione signorile nelle regioni periferiche orientali,
soprattutto nelle Marche e Umbria, ed aumentare la propria influenza nelle
aree più vicine alla città di Roma, dove prevale nettamente la proprietà
baronale. Ma questo processo è ancora più lento nell’area dove spesso il
passaggio di zone dalla soggezione mediata a quella immediata non
rappresenta un cambiamento che ribalti completamente lo stato di cose
antecedente. Le terre riscattate di Castro, Ronciglione e Farfa non si
inseriscono infatti nelle preesistenti regioni amministrative, ma conservarono
un regime diversocostituendosi in territori con specifiche denominazioni
(Stato di Valentano, Stato di Ronciglione).

152
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

Il quadro amministrativo delle terre baronali si presenta assai


complesso. I rappresentanti del papa assumono il titolo di governatori.
L’aumento invece delle terre di dominio diretto a scapito di quelle di
dominio indiretto non ha però significato una diminuzione dei particolarismi.
Ad esempio, quando una località veniva recuperata al dominio diretto,
se era di una certa importanza, veniva assegnata a una amministrazione
particolare, in cui interessi erano specificatamente legati ad essa.
Questa pratica era frequente soprattutto nel XVII secolo, cioè in epoca
di nepotismo. Le famiglie dei vari papi assumevano in tal modo il controllo di
città importanti. Il nepotismo dunque si rivelava un fenomeno strettamente
connesso al baronaggio, un sistema per mantenere o incrementare l’influenza
familiare all’interno della struttura amministrativa statale.
Nel corso del XVI e XVII secolo il governo centrale, che
precedentemente non si era mai imposto come duraturo e affidabile, si è
comunque assicurato un controllo diretto su aree molto importanti.
Come abbiamo già visto nel capitolo precedente, dal XIII secolo
iniziarono gli abbandoni degli abitati medievali dell’agro falisco o
l’abbandono dei vecchi centri per la creazione di nuove espansioni al di fuori
dei centri stessi (vedi Faleria, Rignano, Calcata e Mazzano Romano). Altri siti
furono spopolati nel XVI secolo in corrispondenza della crisi dell’agricoltura
dell’area romana.
In compenso si registrarono ritorni dell’agricoltura attorno alle
abitazioni dei Signori, il consolidamento di alcuni centri come Nepi e Civita
Castellana ed il sviluppo di altri centri spostati lungo le strade principali
(Cassia, Flaminia e Tiberina) favorito dall’aumento del traffico per Viterbo.

153
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

In sostanza però la Valle del Basso Tevere è sempre rimasta marginale,


rispetto ad altre zone del Lazio, per quanto attiene i processi economici e
sociali. Nei secoli XVII e XIX, mentre infuriavano il nepotismo e la
contrapposizione tra i Baroni e la Chiesa per la riorganizzazione
amministrativa dello Stato della Chiesa, l’area in questione rimase ancora
marginale, segno evidente dello scarso interesse economico e sociale della
zona stessa.

5.6 Dalla Repubblica Romana alla Riforma Consalvi.

Il periodo repubblicano (1798-1799), anche se contrassegnato da non


poche contraddizioni, promosse l’avvicendamento ai Feudatari della
Borghesia, la quale entrò a far parte direttamente del governo dell’Italia
centrale. L’esperienza repubblicana si realizzava in un contesto del tutto
eccezionale, quello dello Stato Pontificio, rispetto al quale essa non solo si
poneva come radicale alternativa a un potere dispotico, ma soprattutto,
determinava l’abbattimento dello Stato teocratico.
Questo periodo diede la dimostrazione concreta che un processo di
laicizzazione della società era possibile e con esso il superamento delle
incrostazioni feudali largamente presenti nello Stato della Chiesa. Fu proprio
allora, infatti, che con la vendita dei beni nazionali si misero in circolazione
consistenti ricchezze; ciò consentì alla grossa borghesia, vera beneficiaria di
queste vendite, di condurre la prima esperienza di “governo”.

154
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

I poteri sovrapposti tra Provincie, Ducati, Stati, Legazioni ebbero un


minimo di razionalità attraverso una forma di governo unico nella gestione da
parte della Repubblica Romana. Con la Legge sulla divisione del territorio
della Repubblica Romana, il territorio venne diviso in otto dipartimenti
articolati in cantoni e municipalità, i quali avevano lo scopo di rafforzare la
gestione unitaria dell’intero territorio mediante nuove figure, le forze
borghesi, che formarono un ceto dirigente, scelto per capacità ed in grado di
assicurare la repubblica attraverso un controllo capillare del territorio.
Nella zona in questione figurava il dipartimento del Cimino con
capoluogo Viterbo. Tra i cantoni troviamo Civita Castellana, Ronciglione,
Orte e Bracciano, la cui municipalità era costituita dalle comunità circostanti
con una popolazione inferiore a 10.000 abitanti e rappresentate da un “edile”
e un “aggiunto” eletti. Rispetto alla caotica realtà settecentesca in cui le
provincie era prive di ruolo, l’istituzione dipartimentale si poneva come
momento di profonda rottura, in quanto venivano a cadere tutti gli antichi
privilegi a cominciare dalle giurisdizioni baronali.
Ma anche questa nuova organizzazione amministrativa trovò momenti
di ribellione soprattutto da parte dei nobili, che sobillavano i giovani chiamati
alla leva.
L’esperimento repubblicano fu ripreso negli anni successivi da Pio VII
(1800-1823) con il segretario di stato Consalvi, che creò le Delegazioni,
intese come moderne Provincie in sostituzione dei Dipartimenti.
La riforma consalviana, che rappresenta un grande passo verso
un’organizzazione amministrativa adeguata al progetto di sostituzione dei
Baroni con una Borghesia capace di dare un diverso sviluppo al territorio

155
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

laziale, consisteva nel ripartire le undici Provincie dello Stato Pontificio in 17


Delegazioni con a capo un Cardinale, che si articolavano a loro volta in
governi di primo e secondo ordine.
Tra i governi di secondo ordine facenti capo alla Delegazione di
Viterbo troviamo Civita Castellana, Orte, Ronciglione, Sutri e Vignanello,
mentre Calcata, Capranica, Carbognano, Monterosi e S.Oreste sono ancora
luoghi baronali.
Questo disegno rappresentava comunque un deciso passo in avanti
rispetto all’antico coacervo di situazioni e di privilegi. In sostanza si trattava
di una contrapposizione, che superava definitivamente il feudalesimo, anche
se in talune zone, per sottoporre l’intero territorio ad un controllo politico-
amministrativo unico.
Il ricostituito potere ecclesiastico era, almeno teoricamente, temperato
dalla presenza di laici nelle congregazioni governative, presenza già prevista
nella prima restaurazione e confermata nel 1816 da Pio VII (Editto Moto
Proprio).
Con l’elezione di Leone XII (1823-1829) la riforma consalviana venne
accantonata. Infatti la riforma Leonina (Moto Proprio 1824) sembrava
determinata da un chiaro intento reazionario, teso a stroncare proprio quella
cauta apertura verso i ceti borghesi operata nel periodo consalviano.
Nel 1827 Leone XII rivide in parte la propria politica, riducendo la
presenza dei ceti nobiliari a favore dei possidenti nel governo statale e locale.
Si trattava per certi versi di un recupero dell’impianto consalviano a favore di
una nuova Borghesia.

156
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

5.7 Le trasformazioni del paesaggio dell’agro falisco nel primo


Ottocento.

“…Dalle solitudini silenziose della Campagna Romana, si entra qui in


una zona boscosa, completamente diversa dal tipo visto sinora. Se il
viaggiatore è poi inglese o conosce la campagna inglese, riconoscerà che
l’aspetto, la vegetazione, il verde smeraldo dei campi, le grandi querce
isolate o a gruppi, le siepi ben curate di biancospino, rovi da more, cvitalbie,
rose canine, agrifoglio, i bordi delle strade fitti di felci, di pungitopo, le
mandrie di mucche bianche e nere che pascolano nei campi verdissimi o che
vengono foraggiate in stalli sotto le grandi querce, formano un’autentica
visione animata della campagna inglese, come è rarissimo riscontrare nel
continente europeo. Qui non sembra di viaggiare in Italia ma attraverso
campagne del Surrey, del Devonshire e non occorre nessuno sforzo di
immaginazione”.8
Questo è il paesaggio che apparve al Dennis negli anni ’40 del XIX
secolo, dopo aver superato Monterosi, quando dalla via Cassia si dirigeva
verso Nepi. Quello del Dennis era un viaggio alla scoperta di una terra
affascinante ed incognita, distinta da una tessitura di pascoli, seminativi e
boschi.
All’inizio dell’Ottocento le campagne a nord di Roma risentivano
ancora del male secolare del latifondo e dell’abbandono dei terreni agricoli.
A tutto ciò si aggiunse l’occupazione francese di Roma con la creazione
della Repubblica Romana, che costituì un grave peso economico per le
8
DENNIS G., Itinerari etruschi, a cura di Castagnoli M. da The Cities and Cimiteries of
Etruria. Roma, De Luca 1984.

157
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

popolazioni falische, le quali videro il bestiame e altri prodotti agricoli


requisiti, spesso razziati, dalle truppe francesi.9
Al ritorno del pontefice a Roma, la situazione economica nelle era
talmente grave che fu difficile conciliare la necessità di continue tasse con lo
sviluppo dell’agricoltura e col bisogno di far fronte alle frequenti carestie.
Pio VII, con una serie di disposizioni dal 1800 al 1804, tentò di
contrastare l’abbandono delle produzioni. Col Motu Proprio del 2 settembre
1800, cercò di favorire una certa liberalizzazione del commercio dei prodotti
agricoli. Gli agricoltori della zona, infatti, erano costretti precedentemente a
vendere il grano ed altri prodotti alla pubblica Annona ad un prezzo così
basso che spesso non copriva le spese di produzione, determinando una
drastica riduzione delle terre coltivate a grano.
Col Motu Proprio del 4 novembre 1801, impose delle sovrattasse annue
pari a quattro paoli ogni rubbio10 di terreno incolto, nonché premi
corrispondenti a otto paoli per rubbio sottratto al pascolo e coltivato.
Tali disposizioni non risultarono sufficienti cosicché fu necessario
convincere gli agricoltori a ritornare ad abitare le terre frazionando il
latifondo, aumentando la tassa sugli incolti e incoraggiando l’enfiteusi anche
per le proprietà ecclesiastiche.
Questa situazione di crisi economica ed istituzionale non provocò in
realtà importanti cambiamenti rispetto alle strutture territoriali dei secoli
precedenti. La viabilità, rimasta ancorata ai vecchi collegamenti medievali tra

9
Per comprendere il vertiginoso buco finanziaro creatosi basta fare l’esempio di Civita
Castellana che, prima dell’invasione dei repubblicani, era caricata da un debito di 80.000
scudi a cui furono aggiunti i 50.000 spesi per i francesi ed i 14.000 per i tedeschi.
10
Il rubbio era una unità di misura superficiale pari a circa 18.484 mq.

158
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

i vari borghi agricoli, si innerva sulle maggiori arterie della Cassia e della
Flaminia. Quest’ultima, nel 1609, fu fatta transitare a ridosso di Civita
Castellana e successivamente, nel 1709, con la costruzione del Ponte
Clementino, passò all’interno della cittadina.
Negli anni 1787-1789 venne realizzata la Nepesina, che permise un
agevole collegamento tra la Cassia e la Flaminia. Le comunicazioni erano
ancora complicate e malsicure a causa del fenomeno del brigantaggio, tanto
che lungo la Nepesina furono segati numerosi alberi la cui presenza favoriva
evidentemente le imboscate da parte dei briganti.
Il Tevere continua tuttavia a conservare la sua funzione di
completamento dei trasporti via terra nel commercio dei prodotti agricoli con
Roma. I numerosi porti sul tratto fluviale da Orte al porto di Ripetta, e i
materiali trasportati di cui siamo a conoscenza, stanno ad indicare il tipo di
produzione effettuato nei territori.
A Roma giungevano soprattutto carichi di legna da fuoco e fascine con
una quantità che, nel periodo dal 1720 al 1730, era di circa 9800 metri cubi
annui, scesi a 6000 dal 1755 al 1795. Sono cifre che evidenziano il massiccio
taglio di boschi effettuato all’inizio del XIX secolo nell’agro falisco.
Numerosi erano gli scali del Tevere nella zona: la Barca di S.Lucia ad
Orte; la Barca di Gallese; la Barca di Civita Castellana nei pressi di Goliano.
Lungo il fiume, oltre al legname, scendevano altri prodotti: il grano,
l’olio e il vino. Il trasporto fluviale ebbe una flessione nei primi anni
dell’Ottocento, sia per l’assenza di manutenzione del letto e delle sponde del
fiume, sia per la scarsità di produzione del legname. Dal 1810 in poi

159
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

terminarono i carichi di legna partenti da questi porti per Roma e dal 1845 si
verificava il totale abbandono del tronco superiore del Tevere.
Gli sforzi di Pio VII per risollevare l’agricoltura furono piuttosto vani e
la situazione del paesaggio agrario dell’agro falisco restò pressoché invariata,
come denuncia la relazione del Milella sull’agricoltura di Nepi nel 1844.11
A metà del secolo, nel territorio nepesino, i tre quinti della superficie
comunale era composta di terreni soggetti alla servitù di pascoli comunali.
Era evidente come questo stato, peraltro uguale ad altre aree falische,
dovesse portare ad un sottoutilizzo delle capacità produttive dei terreni
lasciati al pascolo e spesso rovinati dai greggi e dagli animali bradi. Le servitù
erano formate dalle bandite, cioè terreni con proprietà d’uso del pascolo di
parte pubblica di cui il comune affittuava annualmente il pascolo dall’8
maggio al 29 settembre, dalle conserve dei buoi aratori, cioè terreni dove i
buoi avevano la possibilità di pascolare liberamente dall’8 settembre al 1
dicembre, ed infine dai pascoli civici, pascoli utilizzati da chiunque su terreni
di altri proprietari da marzo ad ottobre chiamati anche querciati.
Il resto del territorio, con appezzamenti definiti ristretti, era stato
progressivamente sottratto al pubblico uso tramite migliorie e recinzioni di
vario tipo.
Il Milella descrive “…il territorio di Nepi…in gran parte abbandonato
ed incolto”. Le aree coltivate si concentravano attorno al centro abitato e
composte: da vigneti “alcuni dei quali sono tramezzati da filari di aceri,
ossiano oppi campestri, ai quali sono appoggiate le viti, mentre tutte le altre
sono sostenute da pali o da canne”; da poche alberate “…gli olivi, i mori
11
MILELLA M., I Papi e l’agricoltura nei domini della S. Sede. Roma, 1880.

160
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

gelsi, gli olmi, e le altre piante di utile agronomia sono rarissime, e quelle
poche che esistono sono guidate senz’arte, e senza governo”; da presenti aree
di coltivi promiscui “…fra le anzidette vigne sono ancora parecchi
appezzamenti coltivati ad ortaglie con diverse piante di frutta tanto che
bastino pel consumo della limitata popolazione”; da estese presenze di
ristretti boschi “…di querce da frutto, e da scalvo, tramezzate da cespugli di
carpini e di spini…” da notevoli superfici coltivate a cereali e seminate a lino.
Inoltre, ci ricorda il Milella, nessuna famiglia agricola abitava la
campagna e i casali erano deserti ed abbandonati.
Un quadro del territorio che non si discostava dalla visione
anglosassone del Dennis; dall’epoca medievale in poi non vi furono grandi
modifiche nell’evoluzione del paesaggio agrario: boschi, pascoli, ed i pochi
frutteti ed oliveti affondavano infatti le proprie radici negli usi preromani
(vedi la vite maritata ‘a palo vivo’).
La cartografia catastale del 1871 fotografa la situazione agricola, non
dissimile dalle descrizioni precedenti: concentrazione di colture intensive nei
pressi dei centri abitati come vigna, seminativo vitato, seminativo olivato,
orto e prato; un progressivo diradarsi delle colture con seminativo, seminativo
con querce, seminativo cesivo12 a una certa distanza dall’abitato; una presenza
discreta di bosco da frutto e bosco ceduo nelle parti più marginali del
territorio.
La cartografia evidenzia, inoltre, la scarsa presenza di superfici boscate
e il massiccio taglio di alberi fin dentro le forre; così pure una discreta

12
Il termina cesa definisce una terra ingombrata di cespugli che vengono tagliati in alcuni
periodi o bruciati per seminarvi il grano o piantarvi alberi da frutta.

161
CAPITOLO 5

L’ETA’ MODERNA

presenza di colture promiscue e i caratteristici seminativi con querce descritti


dal Dennis. Il tracciato della Via Amerina (con il nome di Via Romana) è
riportato nel catasto fino al Fosso di Aliano, nei pressi di Vasanello. Per tutto
questo tratto la strada risulta interrotta soltanto dopo Falerii Novi e per poche
centinaia di metri. Pur essendo ancora transitata, probabilmente con i ponti
ancora intatti, risulta evidente la sua funzione di esclusivo collegamento tra i
fondi agricoli. Il confronto con la situazione attuale mette in luce la
riappropriazione dei territori effettuata dal bosco a scapito dei seminativi
proprio in quei terreni più difficili da coltivare, ma sottolinea anche l’avanzare
delle costruzioni e la pressoché scomparsa del tracciato stradale.

162