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Fuggite sciocchi!

riessioni su ci che non esiste


A change of speed, a change of style
A change of speed, a change of style, a change of scene, with no regrets a chance to watch, admire the distance (Joy Division, New Dawn Fades, 1979)

Ci sono tante ragioni per scrivere un libro. Narcisismo, noia, accrescimento del proprio curriculum vitae nella speranza di un fantomatico posto fisso inducono molti a scrivere e, qualche volta, a pubblicare. Il numero dei libri scritti (e poi pubblicati) ogni anno in Italia elevatissimo. Il pregio di questo scritto sta nella volont di sparigliare le carte in tavola: nello scopone scientifico, lequipe che riceve le carte, per prevalere sul mazziere ed il suo compare dovrebbe cercare di effettuare prese dispari. Lo studio delle complesse tecniche del gioco conferisce allo scopone il carattere di scienza; da qui laggettivo, scientifico, che risuona, a va sans dire, con laltro aggettivo dellautore multiplo di questo libro, sperimentale. Equipe Sperimentale, dunque, di Storia. Perch l'Equipe uno storico e per tanto le carte le riceve dal mazziere/archivista. Nel campo della ricerca storica prevale lo storico solitario che, nel buio degli archivi, cerca la Verit o, se proprio siete dei fanatici delloral history, gira con il registratore per le campagne. Per scoprire poi magari, come il Paolo Hendel di Speriamo che sia femmina, che quella canzone, in realt, la conoscono tutti, con buona pace dellaffannosa ricerca allultimo poeta. Il lavoro collettivo spesso difficile, a maggior ragione quando si parla di lavoro storico, in quanto le risposte vengono date ad una velocit diversa, rallentate dalla mediazione del gruppo. E questo cambiamento di velocit sottende un deciso, decisivo, cambiamento di stile. Non sappiamo dire se il mutamento di stile proposto dallEquipe si dispiegher dal punto di vista della scrittura: a giudicare da questo libro s. Ma questo libro essenzialmente la proposta di un metodo per la ricerca, nei suoi aspetti scientifici e anche in quelli pratici. La scelta di pubblicare un testo metodologico, come questo, ha un sapore talmente tradizionale da risultare rivoluzionaria in una scienza che vive di continui ispessimenti culturali e di metodo sembra non voler pi parlare. E questo in un certo senso prescinde dalla metodologia proposta (la ricerca collettiva), che di certo rivoluzionaria in un momento in cui quanti scrivono di storia sono affetti da patologico narcisismo. Un atteggiamento sovversivo, i cui moventi l'Equipe ha ben chiari. Scrive infatti: Lasciamo stare il mondo delle scienze esatte, rimaniamo vicini al terreno umanistico, alle sue cattedrali, ai suoi deserti. [...] Siamo come dei gas; tendiamo a occupare tutto lo spazio disponibile prima di entrare in contatto gli uni con gli altri. E quando lo facciamo scopriamo di non essere in grado di affrontare il conflitto che ne deriva. una gara continua, una sfida a chi arriva primo, una interessante regressione adolescenziale in cui i maschi anda-

vano a cercare il righello pur di dimostrare di essere pi dotati. E ancora, lEquipe mette insieme competenze diverse delle scienze storiche ed umane in genere, anche qui col recupero di una tradizione scientifica schiacciata dalle tendenze iper-specialistiche dellultimo trentennio di storiografia. Si pu dire a ragione che il lavoro collettivo o corale, per usare il termine preferito dallEquipe, garantisca la permanenza del carattere asintotico che il rapporto tra lo storico e la sua storia deve indispensabilmente avere. Garantisce altres un maggiore spazio (e tempo) di critica delle fonti, assicurando in tal modo che il percorso storiografico resti nellalveo della verit storica, che altro non se non la risultanza di un uso attento e critico di esse. Perch prima di tornare alluno, passa attraverso pi teste, pi occhi, pi formazioni, divenendo necessariamente, piuttosto che la somma aritmetica dei vari soggetti, un soggetto storiografico nuovo. Pi complesso, pi efficace, meno narcisista. La somma infatti non mai data: c una mediazione continua fra i singoli che, tramite la giustizia, crea quella tensione evocata nel recente testo di Luisa Muraro (Dio violent, Nottetempo, 2012). La tradizionale battaglia contro lIo, dallinvettiva di Gadda contro il pi lurido di tutti i pronomi alla celebre transizione dallio al noi di Steinbeck, la si trova anche nel saggio della Muraro: [] ci che contribuisce maggiormente al potere del potere, la voglia di avere successo in prima persona, essere riconosciuti e ammirati, esistere agli occhi degli altri nella proprio unicit, voglia o bisogno che impregna la nostra cultura tanto da contagiare anche i bambini in tenera et. Ecco, il nome collettivo prima persona, ma plurale. In cui la pluralit ha a che fare con il punto di leva ossia il desiderio di protagonismo [] ma a una condizione, che il desiderio entri in tensione con la giustizia []. La giustizia di doversi confrontare con gli altri Io e riconoscersi a vicenda in modo da tradurre il tutto in politica, non quella ufficiale ma quella sorgiva e nutriente che, sul campo di battaglia della storia e della vita quotidiana, contende alla logica del potere il senso delle nostre vite e il valore dei nostri sentimenti. Loperazione politica, sottesa alluso di un nome collettivo, pratica molto diffusa in arte (nel maggio 2011, a Parigi, ad esempio, si tenuto un simposio internazionale sul Nominalisme collectif ); nel resto dello scibile umano il nome collettivo visto, sempre e comunque, come un che di esotico. Tale esotismo ha anche una motivazione ben precisa, poich la vita di un ricercatore, tanto nelle scienze esatte quanto in quelle che esatte non sono, afflitta dalla corsa spasmodica alla pubblicazione. Il processo di valorizzazione della propria carriera inciso, graficamente, nelle firme apposte a un articolo, a un saggio, a un libro; figli, spesso illegittimi, della grande ossessione dellaccrescimento del proprio CV. Simile, troppo simile, alla diffida brechtiana su quel giorno quando a ogni vostro eureka rischierebbe di corrispondere un grido di dolore universale. La ricerca diventa la scusa di unimprobabile eureka e nel mondo si continuano ad accumulare libri (il cui peso biologico-fisico intacca alberi, incrina scaffali e occupa, nel sua forma digitale, byte). LEquipe , dunque, negazione di una rma individuale; costruzione collettiva (o comunitaria) di senso; rottura di ogni parcellizzazione dei saperi e liberazione dai vincoli accademici. La prima, pioneristica esperienza di lavoro collettivo/nome collettivo quella di Nicolas Bourbaki (datata 1933), pseudonimo collettivo sotto il quale lavora un gruppo di matematici, fra cui Andr Weil (il fratello di Simone). Dal 1939 hanno dato vita a unopera collettiva lments de mathmati-

que tesa a non separare la matematica nelle sue diverse specializzazioni. Charles Denis Bourbaki era un generale napoleonico la cui statua era davanti al dipartimento di matematica dove lavorava uno di questi studiosi. Il nome collettivo , allo stato attuale, una cosa molto italiana e relativamente nuova. In Italia lesperienza intrapresa da molti collettivi. I primi, dopo una rapida (e parziale) ricognizione, sono stati quelli del gruppo Epimeteo che si occupa di filosofia; poi Luther Blissett, divenuti in seguito, con alcune differenze e grande successo Wu Ming, nel campo della letteratura; Laser, un gruppo di fisici e filosofi, che si sono occupati di epistemologia; dalla pluriforme attivit di San Precario sono nati Nora Precisa (interventi in rete sulla situazione della scuola), Serpica Naro e, di recente, le sarte romane di Re(d)cycle (attivi nel campo della moda); Kaizen e Scrittura Industriale Collettiva sono due collettivi che si muovono nel mondo della scrittura; Ippolita.net unesperienza che si avventura nelle vie dellinformatica. Si parlava di lavoro collettivo, corale. Le metafore musicali sono davvero efficaci e hanno una loro materialit ineliminabile, fatta di strumenti scordati, palchi precari, luci instabili. Se noi abbiamo iniziato in due, ora siamo un solido trio: basso, batteria e chitarra, se preferite il rock, o piano, se preferite il jazz. Ci esibiamo in presentazioni, archivi, scuole. La nostra traiettoria stata semplice: una storia (Razza patigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli, 2008) e due studiosi. Abbiamo iniziato e, aggiunto un pezzo, siamo arrivati alla conclusione, induttiva, che il lavoro collettivo lunica soluzione; lEquipe, al contrario, ha assunto unimpostazione, deduttiva, partendo dal metodo (ossia il libro che avete nelle mani) e solo dopo avviando una ricerca. Due traiettorie che sono confluite nello stesso punto (un attrattore strano dicono gli esperti di sistemi dinamici): il lavoro collettivo il futuro.

INTRO
Questa introduzione all'introduzione un'utile premessa per chiunque legger queste pagine. Chiariamo fin da questo momento che se avremo la possibilit in futuro di scrivere qualcosa frutto di una ricerca storica, ci impegneremo fino in fondo a fornire le fonti provvedendo alla loro tracciabilit e accessibilit, ma non questo il caso. Come potrete notare non applicheremo e non provvederemo a formulare note o rimandi a pi di pagina. Abbiamo un'alta considerazione dei nostri lettori di ogni sorta, che si divertiranno a intuire le fonti ispiratrici di questo scritto. Speriamo colgano ci che ha mosso le nostre idee e ragionamenti. Il nostro anche un atteggiamento dichiaratamente provocatorio, indirizzato anche ai feticisti delle note e non della tracciabilit reale dei propri percorsi metodologici. Infine, non vedrete note perch solo in questo modo comprenderemo la necessit di rendere tracciabili riproducibili i percorsi intrapresi. Con le pagine che seguono vogliamo aprire uno spazio di discussione sulla metodologia di studio, scrittura e condivisione dei saperi, perch avvertiamo un disagio che appartiene alla nostra quotidianit e che crediamo condividere con chi ha ereditato, vive e costruisce con noi questo presente. Procediamo. Non fermatevi qui. Buona lettura.

ESTAMOS AQUI
Gli stereotipi sono comodi aiutano a pensare pi in fretta! (Up in the air)

Estamos aqu fa caldo. Estamos aqu volti sconosciuti si guardano, si osservano cercano di capire. Estamos aqu. Curiosit, incertezza, in qualche modo quei volti si sfidano e si studiano. Qualche birra su un tavolo. Quei volti bevono Fa caldo, estamos aqu. Qualche giorno prima giunta una mail a tutti quei volti, una mail di un volto che si presentava sussurrando che non li aveva mai visti, una mail che raccontava unidea. Semplice, laconica, a tratti malinconica: incontriamoci. Limmensa difficolt della banalit di un incontro; una data da definire, un orario da concordare e gli impegni da spostare: No, mi dispiace sono occupato: lavoro! Mi farebbe piacere, ma ho gli esami Guarda davvero, mi dispiace, ma ho troppo da fare in questi giorni Io ci sono, perfetto: ora e giorno! Allora c'incontriamo, vero? Ottimo! A presto e complimenti per lidea, ci voleva qualcuno che prendesse in mano la situazione Lavrei fatto io, ma poi come al solito tutto passa, siamo sempre troppo incasinati, davvero ci sar! Incontriamoci!

Ed eccoci dunque, volti intorno ad un tavolo di un bar. Siamo volti laureati e laureandi, siamo scienziati della comunicazione, siamo storici, siamo storici dellarte, scienziati della politica, scienziati della cultura, siamo volti sudati che si trovano intorno ad un tavolo per parlare. Si stringono delle mani e dei volti si baciano, improvvisamente una bocca soffocata da una barba prende la parola, ha qualcosa da dire e allora ecco che subito le orecchie estraggono dalla propria bisaccia l'ascolto ascoltano. Eccola la bocca del volto che ha avuto lidea, s, la bocca delle mani che hanno scritto la mail. Se noi con i nostri volti siamo qui, ora, perch quelle mani hanno scritto. Quella bocca comincia a disegnare parole e abbozza la cosa pi inaspettata e meravigliosa che le orecchie potessero catturare: ci dice che non ha nulla da dire! Incertezza, stupore, qualche volto cambia espressione. Erano gli occhi che ci volevano vedere, non era la bocca che ci voleva incontrare, com' possibile? Non aveva nulla da dire. In quel momento qualche volto intuisce e delle bocche iniziano a sorridere. La bocca delle mani che hanno scritto la mail prova a spiegarsi meglio e sempre di pi noi, altri volti, iniziamo a comprendere che se quel volto ci ha contattati perch non aveva un'idea ben precisa di ci che voleva esprimere. Eravamo dinanzi ad una sensazione. Si appena laureato, il mondo che improvvisamente si aperto davanti ai suoi occhi diverso, strano: arido, costituito da tante piccole impellenti necessit che prevaricano quotidianamente le volont, popolato da occhi che non si guardano, da volti che non si conoscono e che non osano conoscersi, saturato dalla certezza creata dalla paura e dallignoranza, eco di sirene: da soli sempre meglio. Cos quel volto che abbiamo di fronte diviene lo specchio dei nostri volti, delle nostre sensazioni. il futuro che bussa alla nostra coscienza. Sono qui, estamos aqu. Siamo cos diversi, o forse siamo soltanto stanchi di sentirci soli? Si cammina lungo le strade di grandi citt, corpi che abitano metropolitane, braccia e gambe che toccano e calpestano treni e autobus, ma mai che si sfiorino tra di loro. Il contatto, alla faccia della Stein, vietato. La condivisione una speranza solitaria. Quel volto allora si solo posto una domanda, si chiesto se fosse davvero impossibile incontrare qualcuno che avesse voglia di condividere delle idee, si chiesto se davvero fosse cos assurdo mettersi in discussione. Ascoltare gli altri una delle prove pi ardue che si possano affrontare, ma se per caso gli altri comunicassero idee e pensieri mai immaginati e ascoltati prima? Se per caso mettere a nudo se stessi e ci che ci anima non diventasse una esperienza irrinunciabile? Se, mettiamo caso, la mia bocca disegnasse parole in concomitanza con la vostra e improvvisamente la vostra bocca dicesse qualcosa a cui io-volto non avevo mai pensato o avrei giurato di non condividere mai? Se per caso ci accorgessimo che la nostra bocca sta parlando come se fosse la vostra? Se quelle vibrazioni di corpi in movimento che escono dalla vostra bocca fossero esattamente ci che non riuscivate ad esprimere? Saremmo in grado di accettare di non essere il mezzo che esprime i suoni, ma il corpo che li condivide come se fossero suoi? Potremmo credere con convinzione di

far parte di un enorme meccanismo che ha generato quel suono? Potremmo essere noi stessi quel suono? Gli occhi allora si illuminano. nato un pensiero. Non il mio pensiero. Non il tuo. A che serve la propriet di un pensiero? . Punto. Ma i pensieri son pericolosi, i pensieri fanno pensare e perch dovresti pensare se non condividi? Ecco lo sapevo, la bocca delle mani che hanno scritto la mail mi ha fatto pensare, per adesso sono circondato da altre orecchie e magari, qualche orecchio brama il mio pensiero, forse. Noi volti sudati beviamo unaltra birra, fa caldo. Aqu estamos! Ecco, il concetto di fondo questo: superiamo tutto, andiamo oltre, non fermiamoci a guardare, non cerchiamo per forza una spiegazione, una collocazione, una necessit; proviamo ad esprimere una volont. L11 marzo 2001 a citt del Messico il subcomandante Marcos tiene un discorso davanti ad una moltitudine umana che invade gli spazi davanti al parlamento messicano e il messaggio pi forte che Marcos esprime Aqu estamos!- noi siamo qui! -, lo ripete in continuazione: Aqu estamos! Ma quindi noi che adesso stiamo scrivendo, cosa stiamo facendo? Siamo tutti Zapatisti! Viva il subcomandante Marcos!. Ammettetelo, lo avete pensato, state cercando tra le righe un punto di riferimento, un paradigma, una luce che illumini chi siamo e cosa vogliamo. Il corpo non basta. Servono i nomi. Dai nomi si ricava la storia e dalla storia le idee. E quando avrete le idee il giudizio sar l. Dietro langolo. Non c nulla di male, normale che labbiate pensato, siamo volti che camminano domandando senza conoscersi: noi e voi, occhi che non si vedono. Cerchiamo di dare forma e sostanza a ci che non conosciamo. E allora proviamo a partire proprio da qui: dalla necessit comune di categorizzare, ma con la consapevolezza che non importi poi cos tanto conoscere perch gi abbiamo idea di cosa stiamo ascoltando, osservando, comunicando o toccando. Non potrebbe essere proprio questo uno dei motivi che spinge dei volti a sedersi intorno ad un tavolo? Non potrebbe essere proprio la voglia di conoscere per superare la zavorra dei pregiudizi, degli stereotipi, delle categorie cristallizzate che ognuno di noi possiede? difficile liberarsene. Quando si ha un volto nuovo davanti si cerca di capire immediatamente chi , da dove viene, cosa vuole, cosa pensa, e basandoci su quello che il nostro istinto pregiudiziale ci suggerisce noi agiamo. indubbiamente vero, siamo tutti diversi, e se aggiungessimo per fortuna non crediamo che nessuno si offenderebbe; siamo diversi nel modo di pensare, siamo diversi nel

modo di agire, siamo diversi nel modo in cui viviamo le diversit. Ma se queste diversit venissero convogliate in un unico essere, se il filosofo del muro non avesse ragione? Io non sono il mio corpo. Noi siamo il mio corpo. Come fareste voi occhi che state leggendo a categorizzarci? Siamo tutti diversi ma siamo tutti io, le diversit rimangono ma come se rappresentassero una schizofrenia calcolata pensata voluta sperata desiderata e infine espressa. E dunque? Come fare? Farneticazione di mani che prende forme quando la bocca legge. Ma non cos assurdo, pensateci bene, perch si preferisce lavorare da soli? Ci possono essere pi risposte a questo interrogativo: pu essere, per esempio, che si preferisca lavorare da soli perch si convinti che meglio di me non pu fare nessuno, dunque perch perdere tempo a condividere le proprie competenze, aspirazioni, intuizioni e ipotesi; si pu preferire lavorare da soli perch si ha paura, paura di non essere allaltezza, paura di sbagliare, di essere giudicati, di risultare inferiori, di non realizzarsi, di non vincere o di non avanzare lungo il percorso della propria carriera lavorativa. Un volto triste quando perde. Si lavora da soli perch altrimenti i tempi si allungano e i guadagni diminuiscono se devo vincere meglio farlo da solo. Ma allora noi volti sudati perch siamo seduti intorno ad un tavolo? vero, pi facile fare da soli, nessuno nel percorso ti contraddice e se vinci il merito solo tuo. Ma un volto quanti occhi ha? E quante orecchie? E perch nellimmaginario collettivo esseri con quattro braccia sono pi forti e molti occhi su un volto spesso denotano intelligenza e furbizia? Potendo osservare da pi punti di vista un oggetto posto su una collina si potrebbe avere un quadro pi approfondito seppur in un primo momento pi confuso? Molteplici informazioni, innumerevoli giudizi, infinite analisi che s'intrecciano e si fondono, ma se si ha la pazienza e la voglia di ascoltare tutti gli impulsi che riceviamo e poi di elaborarli insieme, ecco che forse la visione che avremo sar pi ampia. Saremo stanchi e avremo impiegato pi tempo, ma qualsiasi oggetto stessimo guardando, ci potrebbe apparire improvvisamente dotato di una sostanza sconosciuta: potrebbe rappresentare per noi ci che prima neanche immaginavamo. Se i nostri occhi, collegati ai nostri cervelli, potessero guardare contemporaneamente lo stesso albero cosa vedremmo? Per questo noi volti siamo intorno ad un tavolo: perch non vogliamo limitare il nostro sguardo, perch vogliamo sbagliare, non vogliamo aver paura dei pensieri e delle idee altrui perch ne abbiamo bisogno. Vogliamo essere schizofrenici. Quello che viviamo connesso intimamente a ci che altri hanno vissuto. Il nostro presente futuro per chi ha vissuto nel passato. Se vogliamo capirlo bisogna avere braccia, gambe, occhi e bocche che si muovono insieme in mille direzioni diverse; sono troppe le gambe per sapere di preciso dove stiamo andando, ma non intendiamo smettere di chiedercelo.

intorno a quel tavolo che nata lquipe Sperimentale di Storia con lunico intento di porsi domande, di condividere conoscenze e sperimentare un modo diverso di fare storia e di vivere la nostra realt. L'quipe diviene un bouquet difficile da analizzare, ma essenziale per comprendere. Perch quando camminiamo ci piace alzare la testa e guardarci intorno, senza avere paura di scoprire che abbiamo preso una strada sbagliata. Non abbiamo nulla da perdere e apriremo nuovi sentieri. Perch se vero, come ci sembra d'aver intuito, che lquipe un metodo, prima ancora un modo di vivere e di relazionarsi. Dasein. Doppia acca. Estamos aqu e usciamo fuori dalle abitudini della storia fino ad ora forgiata; estamos aqu e non si parla di accademie; estamos aqu e parliamo semplicemente di noi, di quello che vogliamo e di quello che pensiamo. Estamos aqu perch siamo convinti che bisogna esserci. Domani troppo tardi.

TAMBURI NEGLI ABISSI


Non possiamo uscire. Hanno preso il ponte e il secondo salone. [...] Non possiamo uscire. Giunge la fine, [...] tamburi, tamburi negli abissi. [...] stanno arrivando. (Il Signore degli anelli)

Prendete un bel respiro e preparatevi a tuffarvi in questo nostro abisso privato. Come in un documentario che mostra le quattro stagioni di un paesaggio che scorre alla velocit di un battito di ciglia, affrontiamo anche noi le quattro stagioni della storiografia. Tra storia e filosofia: Lafilosofiadellastoria VOL TAIREeVICOforseancheunpodiKANT Leconcezionidellastorianellottocento HEGELCOMTEMARX Lostoricismo WEBERePOPPER BENEDETTOCROCE Un po di teoria Tempoeverit ARONVILARCROCEeinfineBLOCH Storiaepolitica ancoraCROCEeMARX Laco no scenzasto rica COMTEvsVEYNEeperchno HEIDEGGER Esist elo ggett ivit ? BRUHLWEBERecistannobeneancheSALVEMINIRICOEUR La ricerca che problema: Metodologia UNPOTUTTIeforseNESSUNO Lefontieladottrina DROISENBERNHEIMTOPOLSKImaancheCHABODCROCEetantialtri Lefontielorocritica IPROTOCOLLIdeiSA VIdiSIONprimaditutto F rom E rodoto to Weber: Torniamoallesuperiori ERODOTOTUCIDIDEPOLIBIOeleversionidilatinoegreco Lastoriografiam o d e r n a M A C H I AV E L L I i n a t t e s a d i V O LTA I R E e M O N T E S Q U I E U L o t t o c e n t o HUMBOLDTeMICHELETmanondimenticateCARL YLEeRANKE Positivismoemarxismo arrivanoTOQUEVILLEegliingombrantiMARXeENGELS Lanascitadellastoriografiaculturale WEBER La storiografia contemporanea: primi anni...: Newhistory? LACOMBELANGLOISSEIGNOBOSeancheDURKHEIM Leannales BLOCHFEBVREPIRENNE Culturaepolitica CASSIRERHUIZINGA ...il dopoguerra: Lascuoladi BLOCHeFEBVRE Terzagenerazione BRAUDELLEGOFFFURETenondimenticateFOUCAUL T Storiografia in Italia:

Trapositivismoeidealismo VILLARICROCEGENTILE VOLPEeSAL VEMINI CHABODelanuovastoriografia MORANDIROSSELLI Ilruolodelmarxismo GRAMSCI

Respirate ora. Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera. Se vi serve, rileggete i grandi nomi, lentamente, riflettete sul loro significato, pensate alla strada percorsa. Quanti ne mancano? Tanti, forse troppi, ma sentivamo il loro peso sulle spalle troppo grande da continuare a portare. Cos come nellomonimo film, la semplificazione della circolarit - metaforica - della condizione umana (nel nostro caso della storia, ma non forse la stessa cosa?) si spezza in un impeto di violenza -solo simbolica naturalmente- che ci riporta allinterno della nostra contemporaneit. Lintero nostro lavoro si sviluppa nel tentativo di inserire in un contesto ben conosciuto, o almeno conoscibile, un elemento di rottura metodologica, che a nostro avviso rappresentato dallquipe. A questo, che sar ben evidente durante lintera lettura, aggiungiamo in questo momento solamente laccenno di una riflessione da cui non pensiamo sia possibile esulare e che si inserisce perfettamente nel contesto di quanto andiamo scrivendo. Un paradigma di cui il nostro concetto di quipe semplicemente unemanazione: Il paradigma della sostenibilit. Sostenibilit che, ancor prima che filosofica, economica, ambientale, sociale, siamo fermamente convinti sia del pensiero. Pensiero sostenibile Una rivoluzione del pensiero che sta prepotentemente prendendo forma negli ultimi anni e che quotidianamente interagisce e fa locchiolino a tutte le scienze umane con alternate, e a volte contraddittorie, risposte. Una scienza che richiede, a nostro avviso, di definire anche un nuovo paradigma sociale inteso come una costellazione di concetti, valori, percezioni e comportamenti condivisi da una comunit, che d forma a una visione particolare della realt come base del modo in cui la comunit si organizza (Capra96). Detto questo, pensiamo che tale riflessione non possa essere evitata dalla storia e da chi se ne occupa, proprio perch si inserisce in modo massiccio nel contesto delle relazioni umane e quindi della costruzione di significati. Nel corso degli ultimi due decenni in molti, e non soltanto storici, hanno dibattuto i caratteri principali della transizione dall'epoca industriale ad una nuova, non ancora meglio definita, epoca: postindustriale; postmoderna; ultramoderna e cos via. C addirittura chi si lanciato in premonizioni catastrofiche gridando alla fine della storia. Da un lato, secondo alcuni, la societ pu essere ancora analizzata come moderna, dato che molti

fenomeni che spesso vengono etichettati come postmoderni riguardano, in realt, l'esperienza del vivere in un mondo che ha caratteri di continuit con l'era moderna, seppure in maniera storicamente nuova. Dall'altro, si ritiene che la societ sia significativamente cambiata e che l'epoca attuale si caratterizzi come qualitativamente differente da quella moderna. Si tratta di una nuova epoca storica, di nuovi prodotti culturali, di un nuovo modo di teorizzare il mondo sociale. Il pensiero postmoderno rifiuta un unico grande fondamento universale, astorico e razionale nell'analisi della societ, mentre preferisce essere relativista ed irrazionale. Interessante un passaggio tratto da Wuming1 in New Italian Epic: Dopo la caduta del muro e la Prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone parlavano di nuovo ordine mondiale. [...] L Homo liberalis era il modello definitivo di essere umano. [...] Gli anni Novanta e i successivi 2000? non furono solamente il decennio pi avido della storia (secondo Joseph Stiglitz), ma anche il decennio pi illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello stile di vita occidentale tocc livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di V ersailles durante lAncien Rgime. [...] Nulla di nuovo poteva pi darsi sotto il cielo (ricordate Fukuyama?) [...] di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate docchio, parodie, pastiches, remake, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi. Il pensiero sostenibile non si aspetta pi di trovare una formula onnicomprensiva, totale e definitiva della vita, senza pi ambiguit, rischio, pericolo ed errore, e sospetta fortemente di ogni voce che prometta il contrario. Sia che si accetti l'ipotesi interpretativa della postmodernit, sia che si sostenga quella della modernit sia, come preferiamo, si decida di lasciar perdere questa categorizzazione, non possiamo negare che nella nostra contemporaneit (tanto per tagliare la testa al toro) stanno avvenendo significativi cambiamenti concettuali. Continuare a scrivere pagine e pagine dinchiostro, e non tenere conto di questi cambiamenti, diventa dunque abbastanza controproducente, non vi pare? A noi s. Ora per facciamo attenzione. Il dibattito attorno al tema dello sviluppo e della globalizzazione si in gran parte arenato nella celebrazione del concetto di sviluppo sostenibile che troppo spesso viene considerato, o per lo meno percepito, come qualcosa che riguarda in particolare luomo e il suo ambiente, ma non cos. Non pi. Questo paradigma contiene in s due possibili interpretazioni e prospettive, fra loro non solamente differenti, ma addirittura opposte: da una parte una sostenibilit -quella implicita per esempio nellidea di sviluppo sostenibile- fondamentalmente contraddittoria e che spinge nei fatti in direzione di una tecnocrazia ecologica, dallaltra unidea di sostenibilit basata su unecologia delle idee, che punta piuttosto ad una ridiscussione radicale dei fondamenti del nostro immaginario culturale. Nel primo caso, il concetto di sostenibilit rappresenta una forma aggiornata e pi sottile del vecchio obiettivo scientifico ed economico-produttivo di un controllo sulla natura da parte dell'uomo. Nel secondo caso, al contrario, l'idea di sostenibilit rappresenta una possibile porta per uscire dalla cornice ideologica in cui si trova la cultura occidentale ancora religiosamente aggrappata allimmaginario della crescita e dello sviluppo, tranquilla e silenziosa allombra degli idoli del passato.

Ecco, lo abbiamo detto. Questo non riguarda forse in modo deciso e convincente anche il nostro concetto di quipe? Assolutamente s. Non riguarda la Storia e le sue diramazioni scientifiche? Ancora s. Ma non solo. Non pensate soltanto con le categorie care agli studi e alle scienze economiche. Per affrontare la nostra contemporaneit occorrono forme di pensiero, cultura ed educazione che favoriscano la strutturazione di un nuovo paradigma cognitivo, filosofico ed epistemologico (complesso, sistemico, relazionale, critico, riflessivo, flessibile, capace di gestire lincertezza e il cambiamento). Serve in particolare un pensiero sostenibile che affondi le proprie radici in un paradigma etico basato sulla libert, il rispetto, la cura, la responsabilit e la solidariet. Questo pensiero ci deve aiutare a cambiare i nostri stili di vita, che non sono solo quelli connessi a quanta differenziata facciamo o se il pannolino dei nostri figli in cirip piuttosto che in sintetico usa e getta. un cambiamento nelle relazioni e di conseguenza un atteggiamento che si ripercuote nella quotidianit, che si faccia il banchiere o che si scriva di memorie patrie. Gi. Un nuovo paradigma. Con profonde radici nel concetto di cultura. Ripensiamo per qualche istante a Thomas Khun e Paul Feyerabend. Sostenevano che nel momento in cui si assiste al passaggio da una teoria fisica ad unaltra, come per esempio da quella newtoniana a quella einsteniana, mutano le coordinate culturali di riferimento, dunque le credenze, e allo stesso tempo anche il significato dei termini linguistici utilizzati. Le rivoluzioni culturali e linguistiche possono tracciare nuovi paradigmi, i quali, contemporaneamente, possono convivere con quelli precedenti. Gi sentito? Forse, ma una sensazione, un malessere diffuso quello che ci porta a scrivere queste pagine. Non definibile in maniera precisa, non possibile trovare letichetta giusta per quello che percepiamo, perch non pu essere descritto con il linguaggio che abbiamo conosciuto fino ad ora. Immaginate la carrozza di un treno. Salite i tre gradini in ferro che portano al pianerottolo del lato locomotiva ed entrate. Lodore di sigaretta ben riconoscibile nellaria, voltate da uno dei due lati e vi ritrovate di fronte la famigliare serie di sedili blu. Sporchi e silenziosi. Abbiamo dimenticato di dirvi che sera. Scegliete voi la linea. La carrozza semivuota, tre persone sono gi sedute in altrettanti sedili e due, due uomini, stanno entrando anche loro dalla porta di fronte alla vostra. Rallentate il passo per vedere dove si siedono (uno a destra e uno a sinistra) e fate la vostra scelta: notate con celerit che gli scompartimenti sono sei e uno solo quello libero, allora date una occhiata alle persone sedute e vi accorgete che non riuscite a farvene una idea precisa in cos poco tempo. I vostri piedi si muovono senza neanche la fatica di ordinarglielo e portano il vostro sedere allo scompartimento restato vuoto. Vi sedete e non potete fare a meno di sperare che non entri pi nessuno. Non ci vuole molto. Basta frequentare per qualche periodo una qualsiasi universit italiana, collaborare per fondazioni, istituti o istituzioni, sentire raccontare qualche aneddoto da alcuni addetti ai lavori. Lasciamo stare il mondo delle scienze esatte, rimaniamo vicini al terreno umanistico, alle sue cattedrali, ai suoi deserti. Il comportamento allinterno di questi non luoghi lo stesso che teniamo allinterno del treno descritto prima. Siamo come dei gas; tendiamo a occupare tutto lo

spazio disponibile prima di entrare in contatto gli uni con gli altri. E quando lo facciamo scopriamo di non essere in grado di affrontare il conflitto che ne deriva. una gara continua, una sfida a chi arriva primo, uninteressante regressione adolescenziale in cui i maschi andavano a cercare il righello pur di dimostrare di essere pi dotati. Siamo fermi a questo livello. V ediamo e viviamo quotidianamente la lotta per la sopravvivenza e per le risorse e ci sembra abbastanza chiaro che non si stia parlando di acqua e tanto meno di socialdarwinismo. Gi negli anni Settanta, in altri ambiti disciplinari, erano state prese in considerazione le relazioni tra spazio, esseri umani e risorse e ci si era accorti della necessit di sostenere la gestione di unepoca di transizione. Cosa ci impedisce di recuperare queste riflessioni e i percorsi di studio che hanno innescato e porli con forza nellambito degli studi storici? Non si tratta di vestirsi con abiti nuovi strizzando locchio a discorsi gi sentiti, ma significa analizzare e discutere di queste riflessioni per praticarle, individuandone le modalit di attuazione anche nella nostra disciplina. Ecco che in questo il pensiero sostenibile diviene un punto di riferimento, un modo differente di utilizzare la conoscenza e le risorse intellettuali. capire che non si tratta pi di dover scegliere tra linteresse privato e quello collettivo, ma che il primo dipende in modo inscindibile dal secondo. Non un dibattito antropologico sul noi e sul loro, ma la presa di coscienza che lio fa parte sia delluno sia dellaltro. Questo influisce su come fare storia. Influisce sulla metodologia. Influisce sulla costruzione delle proprie identit. Pensiamo non sia pi possibile credere di potersi isolare dal contesto, scrivere senza riflettere anche sul significato stesso del gesto, dellinchiostro che traccia un segno sulla carta o delle dita che battono veloci sui tasti di un computer, senza interrogarsi sulle dinamiche che ci hanno portato a farlo, e sulle influenze che ci accompagnano. Facciamo parte di una nebulosa - non solo letteraria - che ci connette tutti quanti in modi che spesso ci sfuggono, ma che non per questo sono meno reali. Pensare di non partecipare a questo gioco perch sul treno ci sediamo seguendo funzioni matematiche, non ci permetter di stare lontani da quel pianeta rappresentato dalla quotidianit e dalle sue innovazioni, dai socialnetwork ai software open source, dalle piattaforme aperte e interattive ai canali multimediali gestiti dalla comunit della rete. Pensiamo davvero di poter fare storia senza? Scrivere in forma corale, permettersi il piacere di condividere le conoscenze, fare ricerca insieme, accettare la libera diffusione dei saperi, sperimentare forme condivise di lavoro, utilizzare il tempo invece di esserne schiavi, potr sembrare antieconomico, ma ci che pi si avvicina allavere cura di s. ci che pi si avvicina allidea che andiamo maturando di pensiero sostenibile.

ABBIAMO UCCISO BLOCH


Pap, spiegami allora a che serve la storia. (Apologia della storia)

la straordinaria domanda che Marc Bloch utilizza per aprire il suo scritto pi famoso: Apologia della storia. Sono trascorsi da quel giorno pi di sessantanni, gli stessi che ci separano dalla sua fucilazione ad opera delle truppe naziste nel giugno del 1944. Con il suo testo Bloch sembra voler provare a rispondere a questa difficile domanda, non si sottrae al compito pi arduo che si possa chiedere a chiunque: descrivere il perch non tanto di qualcosa, ma di se stessi. E lo fa con pagine straordinarie di grande lucidit metodologica, storica, ma soprattutto umana. Leggendo e avvicinandosi alla fine del suo scritto si ha la percezione di una corsa verso la contemporaneit, sembra di vederlo arrivare Bloch, verso di noi, ma solo unimpressione, perch nel momento pi importante, quello che tutti attendono, la sua immagine scompare. Scompare, nel suo caso, sotto i colpi di arma da fuoco dei suoi assassini e con la sua assenza si dipinge un paradigma di riferimento a cui in tanti devono le proprie fortune, ma a cui nessuno dopo di lui ha saputo dare prosecuzione nel senso in cui noi oggi lo rileggiamo. Siamo tutti fermi al capitolo 5, come se tutti da quel giorno fossimo in piedi dinanzi al plotone di esecuzione, ad attendere che sia lui a scriverlo. Siamo ancora in attesa. Vogliamo, allora, rispondere anche noi, come tanti altri, a quel ragazzo che chiede a che serve la storia con la pi banale e divertita delle risposte: dimmelo tu a che serve. Ma sarebbe troppo facile. Scaricare la responsabilit della risposta significa abdicare non tanto al proprio ruolo (quale ruolo poi?), ma pi semplicemente alla propria natura di essere pensante. A una domanda complessa, si pu fornire una risposta semplice? Dipende cosa si intende per risposta semplice. Noi crediamo lo si possa fare, ma ci sembra che ultimamente questa risposta e il dibattito che ne scaturirebbe, non susciterebbero cos tanto interesse. Senza scomodare Foucault e i suoi ragionamenti sul potere, pare che non si voglia condividere questa risposta, perch probabilmente rispondere significherebbe in gran parte mettere in discussione il proprio ruolo e il potere che inevitabilmente da questo deriva. Crediamo che la storia, rigorosamente con la lettera minuscola (non un nome proprio e non appartiene a qualcuno), sia quella disciplina verso la quale troppo spesso in molti provano timore e reverenza, altrettanti invece la usano a piacere quando pi ne hanno bisogno per spiegare i perch dei fenomeni umani che si manifestano nel mondo che ora viviamo. Nel nostro presente. cos difficile accettare che la storia sia quella disciplina che fornisce a chiunque una mappa concettuale, una bussola per potersi orientare nello spazio e nel tempo circostante? In realt, prendendo in prestito un tema caro alla psichiatria basagliana, siamo di fronte a una storia istituzionalizzata. C chi la detiene e chi la subisce. Come se al centro la strada fosse inaccessibile. La vera rivoluzione di paradigma in questo scenario permettere che le mappe concettuali, le bussole, gli spunti teorici permettano a chi li ha appresi, a chi inizia a volerne usufruire,

di scatenare uno scontro con colui che li ha forniti. quel concetto, ancora una volta caro alla psichiatria della tensione costante. Un piccolo passo indietro. Se alla domanda di quel bambino qualcuno rispondesse con La storia inutile. Non serve a niente? Questa una risposta molto semplice e diretta ad una domanda molto difficile. Certo potremmo mimare lo stereotipo dell'intellettuale sine nobilitate che si scandalizza di fronte a proposizioni logicamente non degne di attenzione e respingere questa risposta. Chiediamoci per il motivo per cui si pu approdare ad una risposta che ritiene inutile la storia: quali sono i meccanismi costitutivi del ragionamento (o del comportamento, perch a volte si pu rispondere anche con il proprio agire) di una persona pi o meno giovane che drasticamente e liberamente si esprime in questi termini? Qualcuno dall'alto della sua esperienza di vita e di adulto formatosi nei brillanti, fecondi, straordinari, ma ormai trascorsi anni Sessanta/Settanta/Ottanta potrebbe azzardare l'ipotesi secondo cui lo stereotipato giovane d'oggi indotto a fornire una risposta di questo tipo perch vive un tempo di passioni tristi. Attraverso una magica intuizione potremmo affermare che il problema risiede nel funzionamento del sistema scolastico e nel nozionismo da cui posseduto. Troppo scontato rintracciare nella formazione di primo e secondo grado il focolaio di una simile affermazione, sappiamo fin troppo bene che questo tipo di riflessione avviata da tempo. Cerchiamo, allora, di allargare lo sguardo: perch non porre questo interrogativo a tutta la societ? Forse ci renderemmo conto che la presunta inutilit della storia sopravvive in un contesto culturale in cui la rappresentazione di se stessi, la propria immagine sociale, appaltata a modelli globalizzati e standardizzati. Il presente diviene l'unico spazio di trasformazione e cambiamento, mentre il futuro e il passato incognite malleabili a seconda del gusto personale. Semplice conoscenza. il suo uso e consumo che va discusso. Da sola non pu far male, semmai passa inosservata. Da sola, senza critica, senza tensione, non progredisce. Con questo scritto cerchiamo dunque di fare storia, ma in particolare di produrre riflessione e discussione sulla disciplina. Cerchiamo di mettere in crisi i pilastri che non condividiamo e di erigerne altri con la speranza che qualcuno li abbatta sonoramente. La storia ancora una scienza giovane e inesperta, troppo spesso frutto di un amore del passato tipicamente cristiano e marxista. Lidolo delle origini ancora ben saldo nella nostra contemporaneit e noi vogliamo abbatterlo. Questa non la nostra storia, non la disciplina che ci rappresenta e, almeno ad oggi, nemmeno quella che ci fa crescere come individui e come collettivit. La storia uno dei modi in cui si dispiegano in un contesto complesso l'inclusione, la dialettica, la continuit, la discontinuit delle realt. Fare storia significa lavorare su se stessi, ridurre i propri pregiudizi, gli etnocentrismi ed eliminare gli apriorismi, considerare e combinare i relativismi e gli universalismi, costruire e de-costruire discorsi e impressioni e alla fine, chiss, lasciarsi alle spalle tutti questi -ismi; oltremodo la storia scoperta e ricerca omnicomprensiva della realt umana, ovvero riguarda tutti noi. Ci che stiamo cercando di comprendere che la storia contemporaneit tout court; non stiamo esprimendo un ossimoro. Il nostro oggi spiegato ed incarnato anche dallo

ieri, nulla di tutto ci che ci circonda indipendente: non c unidea, uninvenzione, una guerra, una situazione politica che non ponga le sue radici in un fatto che lha preceduta. Tutto acquisisce un senso unicamente nel suo insieme. E laccettazione passiva degli avvenimenti presenti che rende inutile la storia. Allora? La Storia sempre contemporanea, cio politica [Antonio], non esiste un unico passato: ne esistono tanti. Il termine politica non deve spaventare, non un fantasma del passato, pi semplicemente sinonimo di azione, di (de)costruzione di significati. Una delle qualit dello storico, ma diremmo di qualsiasi persona che si voglia dire dotata di senso civico, la capacit di trasformare il proprio vissuto, passato e presente in riflessione storica, dargli significato e poi tradurlo in significante. Si pensi in questo senso ai grandi dibattiti interni a Les Annales, o anche a scritti pi recenti come quello del 2002 di Hobsbawm. Il fatto storico, levento, la sua analisi, la sua potenzialit di essere un argomento di discussione e di produzione di significati, non esisterebbero senza il linguaggio. Sia questo linguaggio la lingua parlata o un foglio scritto. Per quanto si apprezzi la grande duttilit della parola orale, noi crediamo che lo scrivere, il tradurre in parole nero su bianco i propri pensieri, sia per uno storico, come per chiunque altro, non solo o non tanto un dovere, ma una necessit esistenziale. Scrivere divertente, scrivere liberatorio, scrivere difficile, scrivere obbligatorio, scrivere lasciar fluire i propri pensieri verso lesterno ad una velocit pi accettabile di quella del parlato e quindi pi ragionati, pi lenti. Perch scrivere, cos come fare lo storico, un mestiere lento. Ma soprattutto, scrivere e fare lo storico non possono essere due momenti separati, due operazioni, lontane tra loro. Non sono lopera di due artigiani che si scambiano la materia prima in differenti stadi di lavorazione. Scrivere fare storia. Elogio della lentezza ed elogio dellarte dello scrivere. Per chi scrivono gli storici? In s la domanda sbagliata, presuppone il poter distinguere gli storici dagli entomologi, gli storici dagli alcolizzati, gli storici dagli stronzi. Gli storici. La domanda giusta perch si scrive. Per chi si scrive. Scrivere una necessit individuale, un modo per esprimersi, per relazionarsi, un mezzo empatico per dire io sono qui. Eccomi, un modo straordinariamente complesso per dare spazio alle proprie necessit individuali, alle proprie irrequietezze, alle proprie inquietudini. Alla paura. Paura dellignoranza, di quello che non si conosce, di quello che non si capisce. E si scrive per qualcuno. Questo aspetto sintomatico del momento in cui il mestiere di storico si trova oggi. Lo storico di oggi, o almeno la sua immagine riflessa, ci sembra ancora tardo- romant ica: nella migliore delle ipotesi malinconica, solitaria, stravagante e noiosa; nella peggiore invece, autoreferenziale, egoista e boriosa. In verit lo storico di oggi il prodotto di una contraddizione del sistema culturale ed economico vigente. L'atomizzazione dell'individuo, la produzione e il consumo di mas-

sa delle forme culturali si fondono con la reiterazione della figura di uno storico avulso dalla societ in cui vive, incapace di comunicare, di bruciare i vestiti della propria conservazione e superare i propri confini autocelebrativi. molto triste notare che lo storico emerge spesso come soggetto isolato e individuale che lavora da solo. Cerchiamo di riprendere il filo cedendo volutamente e provocatoriamente alla generalizzazione. Gli storici pretendono di determinare, attraverso la ricerca e la creazione dei saperi storici, aspetti delle identit delle comunit nazionali presenti e viventi. Per raggiungere questa meta essi scrivono a se stessi, approvano e asseriscono la fattura degli oggetti forgiati in officina. Questo procedimento parzialmente reale, poich permane e si evince dalle imprese editoriali la consapevolezza dello storico di dover uscire dalle fortificazioni dell'accademico. La distribuzione nelle librerie di opere storiche, la loro pubblicizzazione mediante conferenze e incontri risponde proprio all'esigenza di trasmissione e costruzione dei saperi storici. Il discorso richiederebbe ulteriori approfondimenti: dovremmo prendere in considerazione i bisogni culturali e le domande del pubblico, dovremmo esaminare le modalit di pubblicizzazione del sapere e, infine, i criteri di selezione delle opere pubblicizzate da parte dell'editoria. Ci limiteremo a dire, quindi, che la trasmissione del sapere vincolata a una serie di fattori esogeni ed endogeni all'ambito accademico. Quanto detto finora si collega poi in modo molto stretto con un tema che a volte si relega nelle ultime pagine dei libri di metodologia e di dibattito storiografico che per ha unenorme influenza non solo sulla diffusione del materiale pi propriamente storico, ma anche sul valore scientifico di ci che viene prodotto e sulla possibilit di innovare la conoscenza: responsabilit civica ed etica di cui lo storico, non tanto come scienziato ma come essere umano, ha di rendere conto. Sia di ci che scrive, sia di ci che ; oltre al dovere etico di non concludere il suo lavoro con un punto su un foglio bianco, ma di iniziarlo proprio da quel punto. E si torna in questo modo al punto iniziale, a cosa serve fare storia se alla fine della scrittura (o della lettura) si chiude il libro e lo si depone tra i propri trofei sulla libreria? Intuizioni. La vita troppo breve scriveva Bloch La storia non pu farsi se non per cooperazione aggiungeva. Siamo ancora l. Qual il significato di cooperazione? Siamo noi, ora, quel ragazzo che poneva la domanda esistenziale allo storico. Traduciamo la parola cooperazione, conferiamole contemporaneit e inseriamola in questo contesto, il mondo in cui viviamo. Discutiamola questa parola, smontiamola un pezzo alla volta, una lettera alla volta, mastichiamola e proviamone il gusto, testiamone la consistenza. Il mestiere di storico si esercita mediante una combinazione di lavoro individuale e lavoro in quipe. No, diremmo di no. Siamo sulla buona strada, ma non siamo completamente daccordo. La propria individualit, fenomenologicamente, pu assumere significato solo nella relazione? La relazione tra individui nel senso di soggetti a-storici o nel senso di entit in perenne co-costruzione di significati? Si esiste senza laltro? Ci si esplica nella relazione? Il senso della freccia individui-quipe o esattamente lopposto? Abbiamo unintuizione: una storia che assume la figura umana non solo perch storia delluomo,

ma perch essa stessa antropomorfa. Odore di sangue umano. Da questo deriva la pallida necessit di una non meglio ben identificata storia interdisciplinare e intersoggettiva. Ma si faccia attenzione, interdisciplinare non nel senso storiograficamente pi utilizzato dalle discipline. Non nel senso che si contribuisce con un pezzettino a testa alla costruzione di un grande mosaico, ma ad una metodologia il cui termine non trova riscontro nel linguaggio a nostra disposizione, che ben lontana dallessere stata anche solamente discussa e postulata. Interessanti in proposito le poche righe con cui ancora una volta Giovanni De Luna schiva il problema: Si possono rompere i compartimenti stagni tra i vari saperi, in una pratica storiografica che si giovi non solo di concetti derivati da altre scienze sociali che facilitano la descrizione e la spiegazione storica, ma anche della capacit che le altre discipline hanno nel contribuire efficacemente allelaborazione del questionario con cui si preparano le domande alle fonti. Chiaro. No? No. Di nuovo. Siamo tutti fermi al capitolo 5, come se tutti da quel giorno fossimo in piedi dinanzi al plotone di esecuzione, ad attendere che sia lui a scriverlo. Siamo ancora in attesa.

BANG!

LQUIPE UN METODO
C' chi vive al paesello c' chi vive in fattoria senza mai muovere un passo dal compagno e dal fratello. Costoro sanno sempre dove sono san quale e quanta la loro via poi ci sono i ragazzi come noi- che diciam prima di salve addio... perch noi siamo gli Assi dell'Alta Quota, Vagabondi del Vuoto... Dove gli altri treman di terrore, noi sicuri passiamo con ardore. Soffino i venti oltre la scala Beaufort, nera pece d'inferno sian le notti, che il fulmine si sferri e impazzi il tuono, ognora baldo e ardente a noi il cuore! Perch... Il compare e del Caso un'anima sfrontata, mai si lamenta, ignora la paura, ch ha rosso il sangue, e la mente pura come le righe della sua giubba immac-o-lata! (Contro il giorno)

Genesi dellquipe Ci eravamo buttati, quindi. Avevamo compiuto limmenso sforzo di creare una nuova relazione, di guardarci negli occhi, e di guardare intorno a noi. Senza una delineata direzione da seguire, avevamo costituito lquipe Sperimentale di Storia. Soltanto raccogliendo a dieci mani e riunendo in una massa ancora informe le nostre idee sbriciolate e sparpagliate. Divisi dalle nostre esperienze di vita del tutto differenti, avevamo un progetto, una strada da percorrere, senza sapere dove ci avrebbe portato e quale sarebbe stata la meta concreta che avremmo raggiunto. Fin da subito, ci hanno uniti un vago senso di disagio dinanzi alle modalit di fare storia, un approssimativo rifiuto delle sue forme di diffusione e la constatazione e rivelazione di una profonda solitudine nel camminare lungo i percorsi di studio e ricerca storica che individualmente ognuno di noi

aveva intrapreso o avrebbe potuto (voluto?) intraprendere. Dottorati, master, corsi di formazione E dopo? Perch? Per chi? A questo, poi, si aggiunta linevitabile opera di decostruzione critica del presente in cui viviamo e la domanda irrisolta come possiamo contribuire? dettata dalla nostra formazione, ma anche dal nostro essere prima di tutto cittadini attivi. La solitudine dello storico si lentamente e inesorabilmente fusa con il senso di precariet provato nel mondo del lavoro, dello studio e in quello ben pi ampio della relazione. 0 Cos, sia per la necessit di condividere esperienze e inquietudini, sia per svagare la mente e soddisfare curiosit, abbiamo cominciato a ragionare insieme su noi stessi, sul nostro futuro, sul fare storia oggi, su progetti e aspirazioni. Dopo le riflessioni private, era giunto il momento di un confronto insieme e di costruire un orizzonte comune: di uscire dalla zona grigia. Si trattava, pi che di un desiderio, di una necessit. Ispirati da un contesto di nascita di nuoveze, associazioni, collet vi gruppi informali in ogni settore di ricerca e produzione del sapere, abbiamo iniziato a percepire l'insorgenza di un'epidemia costituire un soggetto alternativo, il noi. Eravamo per ancora lontani dallintenzione di elaborare e sperimentare una metodologia di lavoro in quipe; in modo inconsapevole, ci siamo inoltrati in una selva fitta, tra nodi e sentieri telematici, persone interessate e altre diffidenti. Abbiamo dunque preparato un viaggio senza scorgerne nitidamente la meta, e proprio in quel momento, mentre riempivamo le nostre valigie di pensieri e dubbi, ci siamo scoperti unquipe.

quipe Che buffo. A volte battere le dita sui tasti cos semplice, non si percepisce il peso delle singole lettere che trovano una combinazione particolare. quipe. Non serve nemmeno la lingua per pronunciarla. Ma per noi cos importante. Cos pesante. Cos inaccessibile. Il significato di quipe sul dizionario : Gruppo di persone impegnate in una collaborazione di carattere tecnico-scientifico, volta a un fine specifico. Aveva scritto Bloch: Non v altro rimedio allora, che sostituire alle molteplicit delle competenze in un solo uomo unalleanza di tecniche, praticate da differenti studiosi, ma rivolte alla disamina dun unico tema. Quanto, ad oggi, rimasto di quel dibattito? Esiste ancora? In ambito storico, a tuttoggi, esperienze di quipe nascono dall'intento di studiare con maggior completezza una serie di fenomeni storici che senza alcun dubbio nella solitudine dello singolo non sarebbe possibile verificare. In questo senso, nel contesto accademico, lquipe rappresenta un lavoro collettaneo, una pubblicazione di una serie di contributi individuali, singolarmente connotati e firmati, che rispettano le diverse posizioni professionali. attraverso tale procedura che per consuetudine si attribuisce dignit scientifica al sapere e, soprattutto, si riconosce e si offre la possibilit di crescita professionale ai rispettivi autori. La firma il nome si mantiene dunque lespressione

dellautorialit di ogni intervento, criterio fondamentale per la valutazione delle carriere professionali e, di conseguenza, a cui difficilmente si rinuncia. Ma noi ci possiamo accontentare di questo? Vogliamo provare a fare un passo in avanti e vederci come unentit unica che, catturando le differenze e impiegandole in modo costruttivo, trova una formula il cui risultato maggiore della somma dei singoli addendi: 1+1=3. Ha inizio da questo sottocapitolo la parte pi propriamente metodologica e di narrazione di come ci siamo mossi nel periodo che ha dato vita a queste pagine. Chi non fosse interessato a questa parte (come molti amici che ci hanno aiutato nell'editing) pu tranquillamente passare al sottocapitolo successivo senza perdersi niente di irrinunciabile al fine della comprensione generale del testo.

Lallegro chirurgo Oggi, al punto cui giunta la nostra riflessione, si rivelato necessario per noi condividere il percorso d'quipe che abbiamo tracciato, e in particolare le fasi di costruzione del metodo e dello stesso testo che state leggendo. La riflessione volta a capire ci ha inevitabilmente condotto alla necessit di trasmettere ci che abbiamo e non abbiamo potuto sperimentare. Raccontare la nostra esperienza, le tappe del nostro viaggio, ci sembra il modo migliore per spiegare cosa intendiamo nella pratica con il concetto di quipe e quindi aprire un confronto con altre realt simili o differenti da noi su un orizzonte comune. Elemento basilare dellquipe stato senza dubbio la relazione, ossia la possibilit e limpegno a comunicare tra noi, a conoscerci, ad esserci, nella necessit di trovare compromessi con gli spazi e i tempi a disposizione di ognuno. La relazione permette di costruire la reciproca fiducia, essenziale per una sincera e aperta condivisione dei saperi, delle competenze e delle passioni, e solo in una seconda fase si possono elaborare obiettivi comuni. La relazione quindi entra prepotentemente nel discorso sul metodo. La relazione metodo. Il primo anno ha costituito per noi ci che abbiamo considerato una fase di prericerca, punteggiata dagli innumerevoli interrogativi che individuavano la ragione stessa della nostra esistenza e del contesto in cui ci saremmo inseriti. La nostra insoddisfazione e il nostro tentativo di analisi della situazione si traducevano in numerose domande sul mestiere dello storico, sul metodo storico, sulla diffusione della ricerca e sulla disciplina in generale. In realt, da questi interrogativi ne sono nati altri, dai pi banali ai pi complessi, inserendoci in una sorta di labirinto in cui ogni strada portava a nuove questioni e da cui, ci siamo detti, forse non c una via duscita. Ognuno individualmente ha cercato di rispondervi, conducendo le proprie personali ricerche, leggendo libri, consultando manuali e riviste e discutendo con altre persone. Gli incontri settimanali erano cos dedicati al confronto vivo e fertile sulle fonti reperite e sulle opinioni maturate. Avevamo per lassoluta necessit di fare ordine, di comprendere e gestire quel ricco e variegato

materiale. Abbiamo quindi raggruppato le questioni in tre parti distinte, che costituissero nuclei concettuali precisi e separati: a) Guardandosi attorno (con disinvoltura) Per chi scrivono gli storici? Chi si preoccupa di come si fa storia e perch? Quale metodo opportuno utilizzare per spiegare come si fa storia? Quali obiettivi si hanno quando si fa storia? b) L'quipe e altre storie Cos' la storia per noi? Quali obiettivi ci poniamo? Quali metodi di ricerca utilizzeremo? Quali metodi del metodo? Quali basi teoriche? Le nostre proposizioni, intenzioni e i nostri metodi saranno fissi e immutabili? Cosa sar immutabile e cosa no? Faremo storia? c) L'entropia interrogativa e riflessiva Riflessione e gestione del sapere storico Uso del copyleft Rapporto tra storia e politica Rapporto tra storia e mezzi di comunicazione Rapporto tra la storia e il nostro tempo Memoria o scoperta? Per fare storia bisogna studiare? necessaria l'interdisciplinarit? Che ruolo hanno i testimoni? Per ogni batteria di domande era prevista una risposta di massimo cinque cartelle da inviare agli altri componenti dellquipe, cos da intrecciare i diversi contributi. Puntualmente, ogni settimana, ci trovavamo a leggere le nostre riflessioni, a proporre osservazioni, a discutere le molteplicit dei punti di vista. Questo lavoro di approfondimento portava a sviscerare i concetti che avevamo trattato, mettendo in gioco noi stessi e le nostre convinzioni. A volte abbiamo incontrato questioni che non suscitavano in noi considerazioni unanimi o che ci lasciavano il retrogusto di insolute perplessit. Il dibattito veniva quindi interrotto per concentrarsi su quellaspetto particolare: oltre ad un confronto insieme, abbiamo lasciato trascorrere alcuni giorni per una riflessione personale e pi obiettiva, per poi rivalutare ancora insieme i punti rimasti in sospeso. L dove non stato possibile trovare una convergenza interpretativa si deciso di sospendere in maniera permanente il giudizio, con lintenzione di segnalare il punto come una discussione aperta. Abbiamo ritenuto importante, infatti,

delineare una precisa tracciabilit delle nostre domande e delle problematiche che abbiamo percepito, pi che delle nostre risposte. Crediamo che letica dello storico, e del ricercatore in generale, sia non soltanto rendere noti i risultati del proprio lavoro, ma anche raccontare il procedimento seguito, quali sono state le riflessioni e le influenze che hanno portato a scegliere una determinata direzione, cos come i limiti e gli ostacoli incontrati e le questioni pi rilevanti. Questa fase di lettura attiva e ragionata delle rispettive cartelle ci ha permesso di scavare e abbattere i nostri pregiudizi, le nostre frasi fatte, le nostre certezze, di scoprire le differenze che connotavano i diversi contributi, ma anche i numerosi concetti comuni ai nostri elaborati. Dopo aver individuato i nuclei tematici abbracciati negli scritti, per ognuno di essi stato costruito un unico corpus di risposte derivante dallunione delle nostre singolarit: Il Presente Sensazione Documenti Fatto/racconto/Oggettivit Impegno civile Domande Epoch/onest intellettuale quipe Lo storico Il Metodo La Storia Memoria Strumenti di comunicazione/nuovi media Interdisciplinariet Storici di riferimento Destinazione della comunicazione storica Mittente e destinatario Critica delle/alle forme di comunicazione Gli strumenti dello storico Relazione quipe esterno/interno Storia e politica Relazione tra scienze esatte e scienze umane Dopo questa prima fase di scambio sui massimi sistemi della storia (anche con la loro accezione generalista), abbiamo cominciato a costruire significati: a selezionare le tematiche da trattare, i riferimenti da accogliere e quelli da discutere, a creare un discorso completo che rispecchiasse la pluralit degli interventi in una veste unitaria ed omogenea. Unulteriore lettura, discussione e scrittura ha preceduto la concettualizzazione di un saggio diviso nei capitoli tematici che state leggendo e unulteriore decostruzione e ricostruzione delle risposte. stato faticoso, inutile negarlo, ma necessario. Confrontandoci con altri gruppi di ricerca, abbiamo scoperto che, a differenza loro, per noi

era essenziale capire fin da subito chi siamo e cosa siamo insieme, fare un passo indietro. Prima di cominciare a lavorare in quipe, abbiamo cercato di costruire lquipe. Per quanto il concetto in senso generale non sia per s originale, perch esistono gi da anni numerosi collettivi e gruppi di lavoro collaudati (basti pensare alle realt di scrittura collettiva, quali SIC, Kaizen e Wu Ming, o a quelle di informazione multimediale ed editoriale, tra cui Epimeteo, Generazione TQ, 404: file not found, per arrivare a collettivi in ambito scientifico-matematico, ad esempio L.A.S.E.R.), pensiamo che ci che rappresenta secondo noi lquipe abbia connotazioni particolari e che scriverne fosse il mezzo pi adatto per metterci in gioco e aprire un dialogo pi ampio. Raccontarci ci ha aiutato a scoprire e capire la nostra identit, di individui e di quipe, quindi la scrittura non stata soltanto un momento di riflessione ed elaborazione, ma anche di crescita effettiva. Diversi sono stati i tentativi di scrittura corale: concordare le scelte stilistiche, sintattiche e grammaticali unoperazione alquanto difficoltosa e dispersiva se attuata in modo sincronico. Si dunque deciso che ogni capitolo dovesse essere scritto a due mani e successivamente passare attraverso la discussione e rielaborazione scritta di tutti gli altri per essere poi inserito nella versione definitiva. Ogni capitolo stato quindi trasmesso pi volte ad ogni membro dellquipe perch lo modificasse, lo arricchisse, lo correggesse nella progressiva definizione di questo saggio. La scrittura corale si poi affinata durante gli incontri, nei quali abbiamo esaminato nuovamente termini e condizioni poste e riscritto ci che non sembrava ancora convincente dal punto di vista sostanziale e formale. Gli stili si sono fusi fino al punto da non saper pi riconoscere le proprie parole e, pi in generale, i propri contributi. ve ne siete accorti?... Abbiamo usato un termine molto particolare: scrittura corale. Tanti si cimentano nella scrittura collettiva o si dedicano a progetti comunitari, ma ci sembrava che questi aggettivi fossero del tutto limitati per rappresentare lquipe: corale significa unanime, concorde, il momento in cui i vari elementi e metodi concorrono in una simultaneit rappresentativa ideale. Le diverse voci del coro si fondono e contribuiscono alla creazione di una nuova sinfonia, una nuova voce mai stata udita e diversa da ogni elemento che la compone. Le diverse individualit emergono nella dimensione corale, ma il risultato o la sintesi dquipe. Questo dunque, brevemente e a fatica, ci che abbiamo effettuato in due anni, e che abbiamo registrato nei documenti elettronici delle singole fasi di lavorazione e nei files audio di numerose discussioni svolte. Per maggiore chiarezza, cerchiamo di schematizzare qui di seguito lintero nostro iter: Prericerca: corale (stabilire oggetti e termini della ricerca) individuale (ricerca personale) corale (feedback di ci che si ricercato, discussione e riassunti) individuale (lettura dei riassunti) corale (riproposizione della discussione)

Costruzione dei significati: corale (in fase d'incontro) Scrittura corale divisa in tre movimenti: primo movimento - corale (interrogativi su un oggetto a cui tutti devono dare risposta) - individuale (formulare risposta in base alle domande) - corale (trasmissione delle proprie risposte e discussione) - individuale (scrivere sul brano di un'altra persona) secondo movimento - corale (trasmissione del brano, lettura collettiva e riproposizione della discussione con integrazioni, cancellazioni e modifiche fino al raggiungimento della versione finale) terzo movimento - corale (rilettura, discussione e modifica tra quipe e valutazione di altre persone esterne allquipe che lavorano in diversi ambiti disciplinari o occupazionali) - individuale (lettura da parte di esterni) - corale (discussione e modifiche alla luce dei feedback ricevuti) Dopo queste ultime modifiche, si riparte dal secondo movimento, ossia la lettura corale, ragionata e discussa, e si prosegue con il terzo fino a quando lultima lettura non risulti soddisfacente per tutti i membri dellquipe. Che palle!

Lquipe come il maiale. Non si butta via niente Dopo esserci persi varie volte tra i tortuosi sentieri metodologici e i nostri ragionamenti labirintici, siamo arrivati al succo: ma noi cosa siamo? Cos dunque lquipe cos come noi la intendiamo? Beh, per capire questi concetti e per formularli concretamente, abbiamo seguito il metodo che abbiamo provato a descrivere in queste pagine. Lquipe un unico soggetto a cui tutti contribuiscono con le proprie inclinazioni personali, i propri interessi e i propri sguardi, nellindagine di verit non assolute. Insieme si percorre il sentiero della conoscenza dell'uomo, sfuggendo alla tentazione di lasciarsi cullare tra leccellenza individuale e la mediocrit pubblica. Viene allora da chiedersi: da chi composta lquipe nel senso da noi elaborato? Da storici? Non solo. Quando parliamo di lavoro dquipe ci riferiamo principalmente al rapporto con espressioni culturali e punti di vista differenti: linterdisciplinarit permette di accedere a nuovi stadi danalisi, che offrono la possibilit di una ricerca pi accurata e vasta, che possa toccare tutti i diversi livelli

che compongono un'immagine e che renda meglio la complessit dei problemi considerati. Noi stessi abbiamo una formazione multidisciplinare in cui la storia ha avuto uno spazio ampio, ma non univoco. Lanalisi e la riflessione di quipe su ogni evento sembra aver accresciuto la nostra coscienza critica e, di conseguenza, ci ha insegnato a metterci in dubbio come individui provvisti di conoscenze e credenze pregresse. Perch questo avvenga, per, importante essere disposti ai cambiamenti, a non restare fissi su un metodo di indagine storiografica. Se le variabili sono tante, necessario trovare tante modalit di analisi. Gli uomini sono esseri culturali e biologici: ogni sguardo che li indaga deve essere interpellato e preso in considerazione. Lquipe infatti si muove come un unico soggetto che attraversa i passaggi della ricerca e della scoperta; insieme si percorre il sentiero della conoscenza delluomo. L'interdisciplinarit non dunque una scelta o un'opzione, ma l'elemento costitutivo strutturale degli studi umanistici ma crediamo anche degli studi scientifici- per rendere ancora pi variegato il campo dello studio, ottimizzando tempo e risorse. una via d'uscita dalla profonda atomizzazione del mercato del lavoro e della societ contemporanea che inevitabilmente ha intaccato anche il lavoro in ambito storico. Non esiste la storia senza l'interdisciplinarit. E non si tratta di pura teoria. Uno degli obiettivi principali dellquipe, per il quale ci stiamo gi da ora impegnando, la tracciabilit dei propri percorsi di ricerca, mettendo a disposizione le fonti e, perch no, digitalizzandole. Laccessibilit e la fruizione delle fonti sono il caposaldo su cui l'quipe si fonda e sono la base per lelaborazione di un sapere critico molteplice e complesso. In riferimento allambito informatico, mezzo ormai imprescindibile per ogni settore di studio, promuovere luso del copyleft ed incentivare il ricorso al web e ai media significherebbe dare maggiore accessibilit a strumenti difficilmente reperibili e collaborare alla creazione di una solida rete di conoscenza umana. Inoltre, resta fondamentale mantenere lo sguardo corale ben focalizzato sullattualit, per favorire una selezione delle tematiche della ricerca. La possibilit di consultare direttamente le fonti, di ripercorrere i sentieri gi battuti e di valutarne i passaggi intermedi oltre che il risultato finale contribuirebbe al raggiungimento di un altro e non meno importante obiettivo: la libera circolazione, interpretazione e critica dei saperi in un linguaggio comune riconosciuto, quello scientificocritico. Spiegare come si fa storia non vuol dire dunque fare lo storico, ma produrre e trasmettere saperi storici. L'quipe deve chiedersi come dialogare con chi storico non , costruire ponti su cui sia possibile incontrarsi, scambiare esperienze e strumenti di lavoro. Il nostro progetto potrebbe sembrare ingenuo e lontano dalla realt, ma crediamo che proprio grazie al lavoro in quipe possano emergere aspetti del metodo seguito che talvolta, nel lavoro individuale e, perch no, autoreferenziale, vengono trascurati. Innanzitutto, il dovere etico di ogni studioso, ma non solo, di giustificare ci che si dice. Il nostro compito in quanto storici quello della de-costruzione e ri-costruzione. La storia quindi una materia da sezionare, esplorare, ricomporre a seconda delle domande che le poniamo e delle nuove scoperte che nel corso dei secoli gli esseri umani compiono, ma anche delle diverse interpretazioni e visioni che maturiamo su di noi come individui, sul nostro ruolo e sulle dinamiche che agiscono nel nostro profondo. A condurre e animare tale riflessione e la ricerca storica deve essere quindi la continua tensione verso la verit. Lo storico ha il dovere di tendere ad una ricostruzione il pi verosimile possibile, rendendo tracciabile il percorso compiuto, non solo i risultati ottenuti dalla ricerca. In questo modo possibile mettere in azione il

concetto di storia come ragionamento complesso e partecipato dai membri della societ: lo storico ha a disposizione i documenti da analizzare, ma chiunque pu elaborarvi un pensiero e unopinione personale nel momento in cui conosce le tappe seguite, le motivazioni che hanno portato a determinate scelte, i limiti, gli ostacoli, gli errori. Ecco perch fondamentale che il procedimento seguito sia scientifico: osservazione, intuizione, ipotesi, sperimentazione, risultati, verifiche, prova e controprova, interpretazione e sintesi devono comunque essere accompagnate dal confronto sulluso dei documenti, sulla loro interpretazione, spiegazione e narrazione. Il fare storia diventa quindi un sistema di azioni collettive, in cui la metodologia dquipe deve essere condivisa e perseguita nel modo pi corretto possibile, sia che essa si produca come elaborazione teorica, sia come proposta concreta. Proprio per questo necessario svolgere qualsiasi operazione procedurale scientifica percependosi come una collettivit che opera sul principio del consenso unanime: ogni decisione (anche il disaccordo) deve essere espressione consensuale dell'intera quipe. Nel fare ricerca ci rendiamo conto di come non basti pi, ora che lequipe un metodo, varcare la soglia degli archivi da soli, chiaro che cos facendo entrino in gioco fattori soggettivi che indirizzano la ricerca verso un percorso specifico; Ora, mentre ci stiamo occupando di una ricerca fotografica, ci rendiamo sempre pi conto che non ci basta pi varcare la soglia degli archivi da soli e consultare i documenti solo con due occhi e una cultura: entrano in gioco fattori soggettivi che indirizzano la ricerca verso un percorso specifico, a volte troppo specifico; ma, inoltre, quanta la gioia nel condividere la scoperta con laltro in ogni piccola tappa? Con pazienza, dunque, tanta pazienza, programmiamo visite in archivio almeno in coppia ed abbiamo elaborato parametri comuni nella descrizione dei documenti, per giungere poi ad un momento interpretativo corale. Tutto il percorso, dal rapporto diretto con la fonte alla sintesi finale dellquipe. L'indipendenza dalla politica, la scelta di un'alternativa economica, l'appropriazione diretta dei mass media e lalleanza con gli attuali studi pedagogici sono scelte che implicano rischi. Ci permettimao di aggiungere, che al di l di tutte le dinamiche metodologiche e intellettuali, poter condividire un lavoro da di per se un senso diverso al lavoro svolto, entrare in un archivio in due rende tutto meno complicato, spaventoso e siamo sinceri, a volte meno noioso. Questo significa munirsi di un metodo, mutare le attuali strategie didattiche e divulgative o addirittura abbatterle. Non si tratta di creare una societ di storici, ma una societ permeabile alla trasmissione e alla gestione critica dei saperi. Sviluppare la diffusione del pensiero sostenibile. Eppure non sembra un progetto accarezzato dalla maggior parte degli studiosi e degli addetti ai lavori, perch questo equivarrebbe a cambiare la propria posizione, smantellare i canali ufficiali in cui si consolida la propria carriera, recidere legami economici e politici che permettono la sussistenza dello storico o dell'accademico. Avere coraggio Vogliamo a questo punto prevenire una delle prime obiezioni che ci verranno mosse (e in parte gi ci sono giunte) dopo la lettura di queste pagine: lantieconomicit del lavoro in quipe e della metodologia che stiamo descrivendo. Decidere di lavorare in quipe implica un tempo pi lungo di elaborazione, perch scegliere questa opzione per fare qualcosa che da soli svolgeremmo pi veloce-

mente? Una delle risposte pi immediate sarebbe semplicemente perch ne risulterebbe un lavoro pi completo, pi approfondito e potenzialmente meno contestabile. Certo, se ci affidiamo unicamente al rapporto tra tempo impegnato e guadagno ricavato, possiamo dire che il nostro un lavoro in perdita, ma se non ci vogliamo fermare a questa analisi e guardare al lavoro finito, non sar difficile notarne i vantaggi in termini di precisione, fondatezza, molteplicit di prospettive fornite. Pensiero sostenibile. Se considerassimo i saperi come una risorsa, se ci orientassimo al pensiero sostenibile nel suo senso di ricerca, lquipe ci apparirebbe pi chiaramente come un mezzo di fruizione valido sia a livello quantitativo, ossia di libera circolazione, sia qualitativo, vale a dire di ragionamento costruttivo ed in continua evoluzione. Al di l di un mero calcolo costi/benefici, lquipe punta ad unidea forte di comunit di relazioni, di strumenti, di idee e di discorsi che superano abbondantemente il confronto tra il lavoro del singolo e quello corale. Il piano di giudizio cambia. In un orizzonte di pensiero molto pi ampio di quello prettamente storico, riteniamo che lquipe possa essere una valida alternativa alla grande confusione, al grande buio nel quale avvengono i frenetici cambiamenti, i massicci sfruttamenti e le superficiali decisioni che troppo spesso governano la nostra quotidianit. Occorre considerare il concetto di pensiero sostenibile in unottica di sviluppo sociale che sostituisca alla logica del contenere errori, costi ed esagerazioni, la logica del correggere. Qualcuno potrebbe ritenere la nostra concezione di quipe una sorta di oppressione del singolo a vantaggio di un organismo. In realt non c lesclusione di qualcosa o qualcuno, ma piuttosto la scelta dincludere ed allargare il proprio pensiero. Non importante chi siamo, ma cosa e come ci esprimiamo. Il lavoro d'quipe, infatti, favorisce la crescita e l'arricchimento di tutti solo se si valorizzano i processi di partecipazione. Riguardo al metodo di lavoro da seguire, pensiamo che le intuizioni, le ipotesi, la ricerca, le interviste debbano essere compiute il pi possibile insieme, attraverso una metodologia di lavoro riproducibile anche in altri ambiti, ma sempre con un approccio scientifico. Lquipe partecipa in modo diretto alla creazione di significati del testo anche attraverso la scrittura: la dialettica infatti imprime il moto dell'interpretazione. S, tutto questo difficile, il metodo di lavoro in quipe difficile e faticoso, ce ne accorgiamo ogni giorno, ogni volta che occorre organizzarsi per andare in archivio, per decidere criteri comuni da seguire nella descrizione dei documenti, per rapportarci con il mondo esterno e con gli altri collettivi con cui siamo in contatto. Per ora, grazie a questo saggio, stiamo sperimentando un metametodo, dettato da un nostro ragionamento che sta evolvendo nel momento stesso in cui ci confrontiamo e scriviamo. Crediamo dunque che il lavoro dellquipe, la nostra quipe in particolare, debba partire da queste riflessioni, ma non debba definire e tradurre in modo dettagliato ci che fa ci sembrerebbe di tradire il suo stesso spirito quanto piuttosto dire come essa spera progressivamente di farsi. Non stiamo fissando l'immutabile, questa sar solo la versione 1.0. Le idee che formuleremo coralmente, a una lettura successiva, ci sfuggiranno, ci appariranno incomplete, insoddisfacenti, le percepiremo lontane da noi e per questo motivo le cambieremo.

Quando cadono i grandi tocca ai piccoli guidare


Noi nasciamo deboli e abbiamo bisogno di forze, nasciamo sprovvisti di tutto e abbiamo bisogno di assistenza, nasciamo stupidi e abbiamo bisogno di giudizio. Tutto ci che non abbiamo alla nascita e di cui abbiamo bisogno da grandi, ci dato dalleducazione. Questa educazione ci viene dalla natura, o dagli uomini, o dalle cose. Lo sviluppo interno delle nostre facolt e dei nostri organi leducazione della natura; luso che ci si insegna a farne leducazione degli uomini; lacquisto di una nostra propria esperienza sugli oggetti che ci colpiscono leducazione delle cose. 1. Un po di storia 1762. Forse conviene iniziare da qui. Non siamo poi cos distanti dalla pubblicazione per la prima volta del Discorso sullorigine e i fondamenti dellineguaglianza tra gli uomini di Rousseau, in cui grande spazio dedicato al tema delleducazione e del sapere come mezzo per emancipare se stessi, diremmo oggi. Per quanto non si possa parlare appieno di una teoria pedagogica consapevolmente strutturata nel pensiero di Rousseau, possiamo iniziare a ripercorrere tracce sparse di queste riflessioni, fino a ritrovarle due secoli dopo nelle parole e negli scritti di un altro pensatore francese: il Michel Foucault di Sorvegliare e Punire. Lidea del sapere come espressione di potere nella gestione delle verit e delle conoscenze ci riconduce ad un sistema complesso che pervade la fisicit e la politica intesa con laccezione di controllo del corpo che ancora oggi al centro della discussione sulle istituzioni. Lanno preciso il 1975 e non ci dovrebbe stupire il fatto che sia lo stesso periodo in cui nelle aule dei tribunali (istituzione) venivano dibattuti casi emblematici di un sistema educativo escludente e classista come quello dellIstituto Medico Psico-pedagogico Villa Giardini, nel nostro modenese (guarda caso unaltra istituzione). Istituzioni che Basaglia, non solo in riferimento al manicomio, chiamava totali, e che ben si raccordavano con listituzione carceraria. Villa Giardini, un istituto per minori, privato e convenzionato con lente pubblico, in cui non vi sono persone, ma matti, vagabondi, figli di emigranti e derelitti. Queste sono pi o meno le categorie che appartengono ad un modello di pensiero che si fa sistema e in particolare si qualifica come educativo, fortemente influenzato dal proprio passato e costretto a costruire le proprie pratiche e metodologie sul suo bagaglio culturale di riferimento. Ma non corriamo, non seguiamo la tentazione della generalizzazione, della provocazione, ma afferriamo il consiglio/critica di Elisa, pedagogista e amica. Proviamo a dipanare una matassa densa e coinvolgente, cerchiamo di fissare alcuni punti, forse a volte nemmeno i pi importanti della storia della pedagogia, per comprendere il paradigma educativo del presente e scorgerne le prospettive. Il progetto pi completo e organico di riforma delleducazione nella Francia rivoluzionaria fu presentato allAssemblea legislativa nel 1792 da J.A. Caritat marchese di Condorcet (1743-1794).

Limpostazione da cui trae spunto la sua proposta decisamente sollecitata dai lumi del suo tempo: listruzione il mezzo pi diretto per sollevarsi dalla miseria, dunque uno Stato deve fornire a tutti gli strumenti per poter provvedere ai propri bisogni ed essere in grado anche di contribuire al benessere comune. La stella polare, come risulta evidente, dunque luguaglianza. Il sillogismo semplice: pi persone istruite uguale a meno persone povere. Meno persone povere, uguale a una societ pi giusta. La proposta di Condorcet era decisamente articolata (cinque gradi di istruzione, formazione degli insegnanti di ogni grado allinterno del grado successivo di istruzione), ma ci che ci interessa il tentativo di costruire una scuola in cui lo Stato non avesse autorit. Una scuola in cui il potere pubblico non potesse impedire la genesi di nuova conoscenza. Fin qui ogni cosa ci risulta familiare, anche se gi iniziamo a percepire, per quanto possa essere sottile e silenzioso un paradosso che solamente pi avanti si espliciter. Ci basti sapere per ora che, anche nella teoria pi profondamente connessa al secolo dei Lumi, la scuola si doveva occupare delloggettivit dei fatti, senza occuparsi di trasmettere opinioni politiche o religiose. Ecco listruzione come mezzo di trasmissione di un sapere oggettivo, fattuale e dunque vero. Al resto dovevano pensare la famiglia e la Chiesa. Basta. Sul concetto di verit potremmo a questo punto perderci inseguendo le innumerevoli discussioni aperte dalla storiografia, ma di rilievo comprendere dove ci conduce la strada che abbiamo appena cominciato a battere e che abbraccia solamente due secoli di storia. Negli anni in cui il Rousseau dellEmilio scriveva, le societ delloccidente stavano lentamente immergendosi in quella fase storica che solitamente, nei manuali per le scuole superiori, viene rigidamente periodizzata cos: la prima rivoluzione industriale. Mentre i manualisti si dimenano tra un mezzo secolo di esistenza tra gli anni Ottanta del Settecento e i primi Trenta dellOttocento e che ci piaccia identificarla con i telai inglesi o con una bella macchina a vapore di Watt, la rivoluzione industriale contraddistinta da processi di alta fermentazione anche nel mondo delleducazione; ci porta a compimento alcuni paradossi tipici del mondo che cambia. La convincente teoria secondo la quale leducazione emancipa le coscienze e contribuisce ad elevare lessere umano dalla povert materiale e spirituale, collide in modo evidente e fragoroso con la differenza sociale prodotta dal diffondersi della grande industria e della manodopera a basso costo. Come armonizzare levidente importanza dei saperi teorizzata dagli illuministi con limposizione delle 14-16 ore di lavoro giornaliere? E come rispondere alla necessit crescente di manodopera specializzata? Se allapparenza possono apparire domande retoriche o banali, poste a paragone con il nostro presente o con il nostro futuro, si dimostrano assai attuali e centrali nei meccanismi dellistituzione scolastica. Le teorie educative proprie di quella contemporaneit trovano dunque spazio e si mescolano nelle numerose teorie filosofiche di tutti i pensatori. Questi pensieri sparsi sulle pratiche educative e la loro importanza, trovano del resto spazio anche allinterno del mondo socialista e ai suoi richiami alleducazione collettiva come condizione primaria per il riscatto umano dalle

miserie della terra cos come nelle teorie pi idealiste dei romantici, secondo le quali leducazione una questione privata e appartiene allautonomia del proprio Io interiore. Su queste basi, ancora fortemente improntate dalle teorie del secolo dei Lumi, inizia a prendere forma con lentezza, ma in modo inesorabile, la scuola che oggi conosciamo, imboccando strade a volte chiuse, a volte dissestate, a volte in salita, ma che in un modo o nellaltro hanno contribuito a delineare i contorni di quella odierna . Se dunque abbiamo attraversato in questa nostra corsa la Francia e lInghilterra, ora ci ritroviamo nella Germania della Bildung (educazione), intesa qui non come un insieme di conoscenze, ma come la capacit dellessere umano di realizzarsi. In contro luce abbiamo quindi fotografato le grandi teorie che ci hanno accompagnato fino ad oggi e ci ritroviamo a confrontarle con alcune discussioni molto attuali e che riempiono numerosi spazi che abitiamo: pluralit dintelligenze, otri da riempire, organizzazione degli spazi e della didattica, attenzione al soggetto, centralit delloggetto. Scintille dalla fucina. E un incendio allorizzonte. La ragione. Tale incendio come spesso accade parlando di straordinari fenomeni culturali conta pi punti di innesco, si diffonde in modo irregolare e d spazio a interpretazioni dellevolversi della societ molto diverse a seconda di chi le formula. Senza voler essere eccessivamente sintetici possiamo per brevemente accennare che lapproccio scientifico ai problemi delleducazione coincide, verso la met dellOttocento, con lo sviluppo della societ di massa. Questa tendenza culturale ha un significato ben preciso e conduce alla nascita di numerose teorie educative: da quelle del positivismo evoluzionistico a quelle pi vicine al marxismo, fino a quella dimpronta sociologica di Durkheim che gi nel 1922 intendeva studiare in modo storico scientifico leducazione, intendendola come un fenomeno sociale e pertanto da adattare alla societ. In Italia la cultura del Positivismo si afferma come tentativo di consentire alla cultura di affrontare in modo realistico, nel periodo post-risorgimentale, i gravi problemi sociali della nazione, dal cui assetto istituzionale e giuridico non possono essere separati. Il nuovo Stato ricevette unorganizzazione fortemente accentrata e caratterizzata da una forte piemontesizzazione: lintera vita politica era regolata nei ministeri della capitale, mentre vennero estesi a tutto il territorio i sistemi normativi del Regno sabaudo. Mentre cercherete affannosamente lautore di questa citazione sappiate che il suo contenuto valido anche per il sistema educativo.

A questo punto potremmo continuare a lungo con lanalisi storica del percorso che ci ha trascinati agli attuali sistemi educativi e istituzionali che governano la crescita dei bambini e degli adolescenti nel mondo occidentale. Potremmo adottare un punto di vista nazionale o europeo e seguire liter politico amministrativo che ha dato origine nel dettaglio ai differenti gradi di istruzione, cos come potremmo procedere come abbiamo fatto fino ad ora compiendo lunghi balzi e osservando come le diverse teorie delle idee hanno generato di conseguenza altrettanti modelli educativi. Si potrebbe altrimenti continuare fornendo un elenco analitico degli autori chiave, classificando coloro i quali si sono posti contro il positivismo della ragione tra fine Ottocento e inizio Novecento. Potremmo aprire un varco ampio e forse necessario per far spazio alla riforma Gentile. Ma forse a questo punto, come dicevamo, conviene fare una pausa. Vi sono tutti gli spunti per una ricerca corale. Ora, per, riflettete. Godetevi un buon bicchiere dacqua. Una boccata di ossigeno. Una sosta lungo la strada. Bene. Riprendiamo. Da un altro punto. Non cos distante. Anzi. Immedesimiamoci per un momento e leggiamo un paio di brevi aneddoti. 2. Impressioni sul presente Scuola Media. Ora secondaria di primo grado. Classe definita speciale. il 2011. Una giornata di ottobre, di quelle ancora belle calde che ti chiedi dove sono finite le mezze stagioni e ti rendi conto che lo stai pensando dallinterno di una stanza con 28 banchi disposti al centro per accogliere una riunione di professori di scuola media, la dirigente scolastica e i servizi sociali del distretto. Oltre alle mezze stagioni, ti chiedi anche cosa ci stai facendo tu, l dentro. Hai studiato storia, in questo caso non hai assolutamente labilitazione per insegnare nulla, sei un educatore, rigorosamente non professionale, sottopagato da una Cooperativa sociale a cui stato chiesto di fornire due figure di educatori per un progetto funzionale alla riduzione della dispersione scolastica. S, ti senti anche un po fuori luogo. Nonostante tutto, per, non ti rassegni, prendi posto a uno dei banchi e noti la parola cazzo di merda intagliata con saggia e abile maestria sul legno. Lincontro serve a pianificare lanno scolastico di questa particolarissima classe dal simpatico nome di Futuro oltre il banco. Non la solita classe di scuola media. un innovativo (innovativo?) progetto in cui 15 tra ragazzi e ragazze pluri-bocciati di tutto il distretto

scolastico sono stati accorpati in una unica classe che dovr accompagnarli allesame di terza media contando sul buon funzionamento di unquipe multidisciplinare. E non puoi fare a meno di pensare alluso improprio dei termini. Funziona cos: tu acciuffi 15 adolescenti, met stranieri, met del sud Italia pi un paio di autoctoni e li costringi a vivere dentro una stanza, seduti al loro posto per qualche ora. Nella stessa stanza, mediante unampia fessura che chiamano porta infili a turno i professori di ruolo della scuola media, ovviamente inconsapevoli del progetto. Ricordati della psicologa unora alla settimana e delle due immancabili guardie del corpo travestite da educatori e guardi cosa succede. In teoria, pensi ne verr fuori un capolavoro di promozioni a raffica. Ed eccoti il progetto innovativo. Se cerchi di non pensare al fatto che tutto ci sia sbagliato e bisognerebbe far tabula rasa e costruire ben altro, puoi provare a far notare almeno che un consiglio di classe al mese, di unora e trenta, in cui pianificare le attivit e discutere dei ragazzi un po poco, ma nessuno ti ascolta. Puoi provare a dire che bisognerebbe combinare delle strategie individuali e di gruppo, immaginare e organizzare delle attivit educative non formali e modalit laboratoriali attraverso cui le discipline scorrono e si dispiegano. Ma ti verr risposto che non sono mica degli artisti!. Che non hanno interessi!. Se provi a insistere scopri che il colpo mortale non lhanno ancora sparato, fino a quel momento si stavano scaldando. Noi siamo professori, siamo qui per dirgli le cose che devono sapere e ci devono portare rispetto. I loro problemi vanno visti dagli assistenti sociali o dagli psicologi. Se sono gravi dagli psichiatri. La scuola li deve educare, per il resto ci sono altre professionalit. Friuli. Scuola elementare. Ora scuola primaria. Laboratorio di storia. I bambini e le bambine vengono condotti dentro unaula dellarchivio comunale di turno che accoglie. I tavoli sono pronti per far lavorare gruppetti pi piccoli rispetto allintero gruppo classe. Gi pronti in bella mostra alcuni documenti di archivio per ognuno di loro. Titolo del laboratorio: Vivere in guerra. La vita quotidiana durante la prima guerra mondiale. Le finalit: educare ad una cittadinanza consapevole attraverso la valorizzazione dei luoghi legati alla storia della Prima Guerra Mondiale e la conoscenza della storia locale; stimolare le capacit di osservazione e di analisi verso il patrimonio storico della propria citt e le forme di memoria presenti nel tessuto urbano. Gli obiettivi: conoscere le emergenze culturali e architettoniche della propria citt; comprendere e interpretare documenti; costruire collegamenti fra la storia locale e quella generale; conoscere aspetti specifici di un evento storico. Tempo: 3 ore. Encomiabile. Poi a casa. Lavoro preparatorio svolto in classe: nessuno. Lavoro da svolgere in seguito: nessuno. I documenti sono gi stati scelti e forse nessuno si curato di spiegare cosa un documento. Per interpretare i documenti vengono poste domande precise. Le risposte, chi fa le domande, le sa gi. Il suo obiettivo carpirle dalla voce dei bambini. I contenuti che si vogliono far passare (come se si trattasse di osmosi) sono ben chiari a chi conduce. Non ha importanza il pensiero dei bambini, ci che davvero conta creare abbastanza spazio nel loro cervello per farci stare il materiale che dobbiamo archiviare. Un bel garage vuoto. Ogni tanto nel caos che regna sovrano riuscite anche a tornare presenti a voi stessi,

mentre anche in questo caso vi chiedete come siete finiti in quella situazione, ma poi lesperto dellarchivio vi ricaccia nel vostro angolino in cui cercavate riparo. Stava urlando Io sono un prof. mi dovete ascoltare. Ecco.

Finita la pausa. Forse si stava meglio prima. Si aprono in questo modo anche nel nostro cervello due finestre parallele come se fossero due pannelli del vostro browser. Da una parte il ragionamento, a nostro avviso centrale, relativo al cambio di paradigma che necessario affrontare per il tipo di problematiche connesse alle societ future, dallaltra levidente disinteresse che la storia, in particolare come disciplina accademica, ma non solo, ha dimostrato nei confronti dello sviluppo di discussioni e confronti per aprirsi al come insegnare la materia. Alla didattica. Quel capitolo 5 che Bloch nel suo libro pi famoso non fece in tempo a scrivere. Sono passati quasi settanta anni e nonostante tutto siamo ancora fermi, incastrati tra quelle pagine bianche. 3. Un paradigma in crisi E allora quale modello educativo dovremmo, anzi vorremmo, prendere come riferimento? Quale strada si prospetta davanti ai nostri piedi? Franca Pinto Minerva sostiene lurgenza da parte della pedagogia di rivedere la propria articolazione concettuale e di considerare lapertura interdisciplinare come elemento fondamentale per la riformulazione del concetto di formazione. Dello stesso avviso sembra Giorgio Chiosso il quale afferma che luomo contemporaneo deve imparare a familiarizzarsi con le dissolvenze e con il pluralismo metodologico, a costruire logiche inter- e poli-disciplinari per definire nuovi schemi cognitivi, oltrepassare i confini disciplinari tradizionali e procedere a forme di ibridazione fra competenze scientifiche diverse. Sembra ci sia accordo, dunque, nellauspicare il superamento del modo riduttivo in cui il concetto di educazione viene inteso dai paradigmi interni alle singole discipline e nellaffermare la necessit di un approccio interdisciplinare che metta la pedagogia in relazione con i saperi che le altre scienze umane e sociali elaborano. Si tratta, sostiene Concetta Sirna, di saperi necessari per leggere e decifrare meglio levento educativo nella sua complessit. Franco Frabboni, a sua volta, parla di un rinnovamento della pedagogia che dovrebbe cambiare pelle scientifica e slargare il proprio compasso ermeneutico, rifondando la propria teoria della conoscenza. In effetti, lapertura interdisciplinare sembra costituire una strategia conoscitiva efficace per far fronte ai molteplici problemi concettuali ed operativi che la condizione postmoderna pone alla pedagogia. Mi trovo

daccordo con gli studiosi sopra ricordati sul fatto che una simile scelta, se assunta fino in fondo, implicherebbe profonde innovazioni allinterno di quadri accademici consolidati. Jerome Bruner, psicologo americano, considera il pensiero narrativo il primo dispositivo per conoscere e interpretare la realt e sostiene che il pensiero umano essenzialmente di due tipi: il pensiero logico-scientifico e il pensiero narrativo. Questi due modi di pensare, pur essendo complementari, sono irriducibili luno allaltro. Il pensiero narrativo si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni delluomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento quello di situare lesperienza nel tempo e nello spazio. Il pensiero logico-scientifico un sistema descrittivo e matematico, ricorre alla categorizzazione e alla concettualizzazione, teso a trascendere il particolare e a conseguire un elevato grado di astrazione. Provando a riassumere per punti i due tipi di pensiero individuati dallo psicologo potremmo dire che il pensiero logico scientifico (o paradigmatico): descrive; cerca Verit scientifiche; utilizza come strumenti: logica, matematica; si basa sulla creativit: teorie, analisi, argomentazioni scientifiche; dallaltra invece, il pensiero narrativo: interpreta; parla di verit per il soggetto, non di verit assolute; utilizza come strumenti: la lingua, le regole sintattiche e morfologiche, arte; si basa sulla creativit: sostanziale, libert assoluta della mente. Ora potremmo chiederci: i due modelli possono coesistere, oppure uno esclude laltro? Per rispondere vi portiamo lesempio di Charles Darwin, il padre dellevoluzionismo. Nel 1831 tra linsoddisfazione e il disinteresse verso gli studi di teologia e ancor prima di iscriversi a medicina, ma felice della sua collezione di coleotteri e armato della sua passione per la botanica part per un viaggio di 5 anni intorno al mondo. Durante questi anni raccolse le sue intuizioni su alcuni taccuini e lo fece in due modi: attraverso la scrittura diaristica e attraverso il disegno. Questo esempio mostra come il pensiero narrativo sia molte volte il supporto fondamentale per la generazione di teorie di stampo scientifico e di come quindi i due possano, non solo coesistere, ma

essere luno complementare allaltro. Uno splendido esempio lo schizzo del corallo della vita come un modello capace di spiegare meglio di quello ad albero, levoluzione. La scienza dunque, spesso frutto di intuizione e pensiero narrativo. E quindi? Vi starete chiedendo. Quindi crediamo che nellambito accademico lattuale modello sia profondamente in crisi, quello della nostra disciplina prima di tutto. necessario trovare lo spazio per discutere e progettare strategie che tengano conto anche di tali teorie per aprirci al nostro presente. Teorie e ragionamenti che non possono essere separati dall'intuizione, dalle ipotesi, dalla ricerca, dalla scrittura, dalla comunicazione, dalla didattica e dall'educazione. Troppo spesso tendiamo a considerare il presente pi complesso del passato, ma che a nostro avviso semplicemente richiede forme di pensiero che utilizzino categorie attuali, pur nella consapevolezza del processo storico che le ha prodotte. Crediamo dunque si ponga una questione ormai ineludibile nel dibattito storiografico come in qualsiasi altra disciplina. Come affrontare linsegnamento? Come pensare la diffusione di ci che viene pensato, ricercato e creato? Come pensare ad un modello educativo differente che tenga conto delle persone in quanto espressioni di micro-mondi culturali differenti? Come usare gli strumenti di cui disponiamo non per servirci dellaltro, ma perch laltro si serva di ci che lo circonda? In questo senso il video di Ken Robinson interessante: invita a ripensare il nostro sistema educativo alla luce di teorie neanche poi cos moderne, sintetizza le precedenti teorie per fornire una via duscita da un modello considerato in crisi. Il pensiero divergente. The Selfish Gene, saggio di Richard Dawkins degli anni Settanta, si rivelata la fonte ispiratrice del romanzo di Tony Brugees Pontypool Changes Everything; e da quest'ultimo muove i propri passi Il recente film Pontypool del 2008 sintetizza queste due esperienze. Un morbo si propaga mediante alcune parole infette; non appena le persone comprendono quelle parole, tendono a ripeterle continuamente nel tentativo di liberarsene. I contagiati cessano di vivere per autodistruzione o tentano di masticare la propria bocca o di un'altra persona nella ripetizione. I protagonisti del film adottano una tecnica che si dimostra un buon antidoto al virus: privano totalmente di senso la parola infetta, ricostruendo un altro senso, usando un'altra lingua che non sia l'inglese. L'intero paradigma su cui il morbo fondava la sua esistenza. Sid: "Uccidere...Uccidere... uccidere... uccidere... Grant: Syd, stai bene? Ok, credo tu abbia detto una parola infetta. Sei infetta. Per sappiamo che parola .!Non dire niente. No, fermati!Fermati! Sappiamo che parola e'! Pausa.

Grant: "Uccidere non uccidere... uccidere non uccidere...uccidere....non uccidere... Pausa. Oh Dio, cosa faccio... non lo so!Uccidere Meraviglioso, uccidere bello, uccidere bambino uccidere un giardino..uccidere un tramonto... uccidere tutto quello che hai sempre sognato... Pausa Uccidere Baciare...

Uccidere baciare, ma non basta. 1973. Gianni Rodari in quello che lui definisce libretto, ossia Grammatica della fantasia, fornisce una serie di strumenti pratici e di tecniche concrete volte a creare nel processo educativo ampi spazi per limmaginazione. Invenzione, gioco e creativit vengono cos rivendicati come strumenti costitutivi di un approccio alla realt e di un processo educativo. Limmaginazione diviene cos linsieme di stimoli e impulsi che permette la crescita della persona in societ. La creativit va coltivata in tutte le direzioni. Sarebbe interessante comprendere, nel rapporto Emilia-Mondo (si, permetteteci un po di campanilismo), quale sia stato storicamente il ruolo del pensiero e delle tecniche di Gianni Rodari. Sicuramente possiamo assistere ancora oggi alle diverse brecce aperte da queste sue riflessioni. Qualcuno, in un recente saggio, ha accusato di rodarismo la scuola italiana, ma le parole dello scrittore piemontese non sono mai divenute pratica sistemica e nuovo paradigma, ma solo uno spazio di lusso confinato e ben delineato allinterno di un complesso che ancora oggi si muove in ununica direzione. Integrazione facoltativa in un sistema e non sistema a s. Importante allora porsi alcune domande per il futuro. Se quello spazio allora rivendicato fosse, al contrario, lassioma su cui costruire lintero sistema educativo dallinfanzia alluniversit? Se immaginazione, gioco, creativit fossero i mattoni di un paradigma fondato sullinterdisciplinariet? Quale parola mattone?? la prima volta che viene fuori, non contestualizzata! In generale tutto questa parte non contestualizzata; citiamo decine di autori, pi di quanti in tutto il saggio, entriamo in delle analisi specifiche, cosa che nel saggio non facciamo, non metto in dubbio la necessit di approfondire la questione educativa, e neanche la bont dellelaborato, ma cos non va bene. E questo lo dico non perch voglia ingabbiare il livello inter/intradisciplinare, ma perch le cose devono avere una loro relazione con lo spazio che le circonda, non si pu pensare che nel bel mezzo di un ragionamento, dopo che abbiamo descritto un metodo in cui non affrontiamo direttamente la questione educativa ci si inserisca con un articolo cos specifico e approfondito. se lo si vuol fare bisogna necessariamente costruire una contestualizzazione precedente, arrivarci per piccoli passi. necessario che quando qualcuno legge riesca a ritrovarsi nel labirinto delle parole,

cos lo poniamo improvvisamente difronte ad un muro altissimo da scavalcare, senza prima avergli detto portarsi dietro due rampini! Quanto alla parola mattone ricordiamo il test americano di creativit, di cui parla Marta Fattori nel suo bel libro Creativit ed educazione. I bambini vengono invitati, con quel test, ad elencare tutti gli usi possibili del mattone che conoscono o che riescono ad immaginare. Purtroppo test del genere non hanno lo scopo di stimolare la creativit infantile, ma solo quella di misurarla per selezionare i pi bravi in immaginazione, cos come con altri test si selezionano i pi bravi in matematica. Avranno la loro utilit, naturalmente. Ma in sostanza perseguono scopi che passano sopra la testa dei bambini. Il gioco del sasso nello stagno che qui ho brevemente illustrato, invece, si muove nel senso opposto: deve servire ai bambini, non servirsi di loro. Sir Ken Robinson non cita il mattone, ma la graffetta. Fa differenza?

Le rivendicazioni, oltre il lungo Novecento, e ancor oggi aumentano.

4. Un po di fantasia Prendiamo a questo punto in prestito da Bruno Munari, artista e designer, il termine di pensiero laterale: verso la fine degli anni Sessanta, dopo lesperienza dei Libri illeggibili (s, avete letto bene, cercate su Google) individua significati differenti per i termini fantasia, invenzione e creativit. Con il termine fantasia si indica la possibilit di concepire, di pensare ci che prima non cera, e quando la fantasia comincia a funzionare, ecco linvenzione, che fa diventare immagine ideale e progetto il lavoro della fantasia. Il materiale di cui linvenzione si serve ci che gi si conosce, ci che gi c, ma linvenzione consiste proprio nel ricombinare idealmente questo materiale, empirico o astratto che sia, in modo nuovo e originale. Ma questo non ancora un atto creativo, perch la creativit per Munari, la capacit-possibilit di realizzare e mettere in pratica (che significa anche far entrare in relazione con gli altri) ci che la fantasia ha concepito e linvenzione ha trasformato in progetto. A livello educativo questo significa che linvenzione e la creativit non hanno bisogno solo di doti intellettuali, non sono solo idee e pensiero: nascono e vivono anche grazie ai luoghi e ai materiali attraverso cui loro data la possibilit di prendere corpo. [] ben chiaro, daltra parte, che anche la fantasia, se non alimentata, incoraggiata, allenata dallabitudine e dalla pratica inventiva e creativa, si affievolisce e scompare dallorizzonte del pensare e del fare. A queste teorie si aggiunge, sempre nel dopoguerra, il concetto di pensiero divergente: una nuova facolt mentale, un tipo di intelligenza differente dalla pi convenzionale abilit di risolvere problemi standardizzati in

modo altrettanto standardizzato. Si inaugura cos la tendenza americana a ricercare e classificare diverse forme di intelligenza. Una concezione questa che trova oggi il suo pi marcato sostenitore in Howard Gardner e nella teoria di intelligenze multiple Quello che ci piacerebbe riuscire a fare in modo pi deciso, nella nostra disciplina di provenienza, la storia, ma in generale nella relazione tra le discipline umanistiche e scientifiche, riuscire a localizzare uno spazio di discussione e approfondimento in cui porre a confronto le questioni appena accennate. Vogliamo provare, anche noi, il piacere/bisogno dellatto creativo corale. Tante volte, guardandoci alle spalle abbiamo rischiato di essere (o siamo stati) linsegnante vestale che detiene il monopolio dei saperi. Quale che sia la materia che trattiamo, dobbiamo essere artigiani consci delle opportunit che la contemporaneit ci offre, di incoraggiare il pensiero divergente e d'equipe in noi e in chi ci sta di fronte. Esercizio in noi e fuori da noi. Troppo spesso tendiamo a ricompensare solo le risposte giuste e a penalizzare quelle sbagliate, eppure sbagliando sinventa. Le scuole hanno le loro regole e regolamenti, i loro modelli normativi di procedura, di condotta e coercizione, troppo spesso chi si conforma, rinunciando a s, riesce a convivervi in maniera pi serena di quello non conformista e molto fantasioso. Nelle scuole quotidianamente assistiamo a veri e propri delitti. Le idee divergenti a volte sono considerate originali e di valore, ma spesso sono ritenute stravaganti e sciocche, inducendo linsegnante a sospettare che il bambino o il ragazzo stia soltanto facendo il furbo o abbia semplicemente qualche problema da risolvere o peggio ancora non abbia ben compreso come si deve stare in societ. Sfortunatamente (o fortunatamente) la creativit una cosa imprevedibile e noi non possiamo pretendere che si estrinsechi sempre in una forma adatta alle circostanze del momento: proprio in questa fase nascono le innovazioni che disgregano le alternative fino ad allora postulate e le prospettive calcolate. Ci che noi possiamo fare cercare di essere consapevoli del contesto in cui ci muoviamo e del suo passato e che la nostra disciplina, come molte di quelle umanistiche, sta vivendo un periodo di profonda crisi rispetto ai temi che abbiamo affrontato. In questottica squisitamente storica possiamo, forse, provare a metterci in discussione. Adottando nel metodo d'equipe la necessit del cambio di paradigma. Impegnarci insomma a sperimentare noi quel capitolo cinque che Marc Bloch non fece in tempo a cominciare.

Meno Uno
Lentamente. Eccoci a una falsa conclusione. Dopo aver formulato un'ipotesi, dopo aver affrontato una fase di sperimentazione pi o meno convincente, dopo aver costruito alcune interpretazioni pi o meno condivisibili, sembra sia giunto il fatidico momento delle conclusioni. Ma forse meglio dire che siamo giunti al capitolo finale che conclude questo scritto e ci permettiamo di esprimere il nostro disagio nel terminare con la classica e abusata formula delle conclusioni. Una conclusione infatti presuppone una sintesi di quanto stato sperimentato, di ci che stato interpretato, una pi generale ricognizione dei risultati ottenuti e l'indicazione vaga e appena accennata delle possibilit che potrebbero verificarsi in una probabile ricerca futura. In verit, secondo il nostro punto di vista, non vi alcuna conclusione da fare. Ci sembra opportuno, invece, chiarire che dobbiamo ancora cominciare un percorso. Oggi, con questo lavoro, si solamente materializzato un discorso generale, una volont in costruzione che intravediamo, ma a cui non possiamo dar sostanza se non con un reale impegno d'quipe su un oggetto vivo di ricerca. Partiamo, quindi, da meno uno. Dopo una lunga riflessione, dopo aver impiegato ore anche solo per decidere il valore di una singola parola, non ce la siamo sentiti di condurre una ricerca storica, e dunque di mettere in pratica il metodo che abbiamo abbozzato, senza prima aver condiviso e discusso con altri soggetti lidea da cui ogni cosa prende e prender spunto: un approccio metodologico d'quipe. Questo il metodo proprio del nostro lavorare in quipe e non vediamo ragione per non applicarlo anche a noi stessi. Crediamo che la creazione della discussione, di una dialettica tra esperienze diverse tra loro, sia il punto zero da cui cominciare e non possiamo, noi che stiamo provando ad esprimere un metodo, esimerci dallapplicarlo. Per questo, partendo appunto da meno uno abbiamo deciso di scoprire, indagare: vorremmo sapere se l fuori, da qualche parte, esiste qualcun altro che percepisce unincoerenza nel suo lavorare individualmente. la paura della solitudine dello storico che ci ha unito, e da questo sentimento abbiamo preso la forza di porre in discussione quanto abbiamo elaborato in questi anni. Desideriamo aprire uno spazio di confronto sul lavoro in quipe, sentendo la necessit di creare un punto di riferimento in cui confrontarsi con tutte quelle persone che sono incuriosite da questo tema, o che semplicemente, per ragioni diverse dalle nostre, si sono addentrate in esperienze cooperative, corali, collettive, simili ma diverse. Crediamo che un dibattito permanente e un conflitto perenne sulla metodologia siano opportuni al fine di aggiornare e rinnovare costantemente il proprio modo di fare ricerca, per evitare di cristallizzare i processi di rinnovamento. Come detto in precedenza, non esistono diritti d'autore sui metodi d'quipe, nemmeno esiste un'immutabile versione di riferimento, ci che essenziale il confronto, unica reale strada di crescita, se si crede realmente nella necessit di non imprigionare un pensiero, ma al contrario di espanderlo,

stando attenti a non cadere nellinganno di definire come oggettivi pensieri soggettivi, se si vuole tendere verso la verit si obbligati ad accettare lerrore. Viviamo in tempi in cui il concetto di comunicazione profondamente mutato. Internet ci dimostra come la creazione e la fruizione di conoscenza siano necessariamente svincolati da un unicum, dove vi qualcuno che si pone come detentore: la rete libera e liberi son i suoi contenuti. Nel mondo digitale ogni risorsa, sia essa video, audio o unimmagine, pu essere libera accessibile e comune. Ma per far s che un pensiero diventi comune, in una collaborazione dequipe, bisogna non fermarsi qui: le risorse devono essere creative commons, devono essere, per intenderci, a disposizione di chiunque, aggiornabili e modificabili. Migliorabili, o peggiorabili da chiunque. Pericoloso penserete voi. S diremo noi. Il pensiero comune descrive unopera cartacea come qualcosa di monolitico, inalterabile, stampato, definitivo, ma se noi astraiamo linchiostro dalla carta ci rendiamo conto che nulla immutabile; leggendo un testo si da vita ad un pensiero, i ragionamenti liberi nella mente si intrecciano con la fissit delle parole stampate, dando vita ad una nuova realt soggettivamente intesa in circostanze di solitudine, ma meravigliosamente condivisibile in quipe. Queste stesse parole non fanno riferimento ad un pensiero unico, non sono, come abbiamo detto, frutto di due mani e una testa, e allora perch limitarle ad otto mani, perch solo quattro teste, possibile, e secondo noi necessario, andare oltre, senza paura; ancora una volta crediamo che nel conflitto, o meglio, nella sua valorizzazione, si possa ottenere pi di quanto si perda. Secondo me questa frase (purtroppo no mia) bellissima, sicuri di volerla togliere?? Ecco. Noi pensiamo al metodo in quipe come ad un approccio in divenire che non pu essere identificato con una sola e unica versione, ma che necessariamente si confronta costantemente con se stesso. Aprire uno spazio di discussione contribuir a migliorare e a rendere pi partecipato e funzionale il metodo utilizzato. Questo parallelismo con il mondo del web ci permette, inoltre, d'introdurre un altro tema con cui necessario misurarsi: l'apertura di spazi di discussione non pu relegarsi soltanto ad ambienti fisici. La necessit quella di trasporli su nodi telematici aperti dalle singole quipe o da un'unione di esse e a qualsiasi individuo interessato. Questo aspetto, in effetti, ci darebbe la possibilit di entrare in contatto con soggetti e individui di qualsiasi Paese del globo e allo stesso tempo ovviare a rigide forme convenzionali organizzative. Non cadete nel facile pregiudizio che le generazioni di oggi non siano in grado di vivere le relazioni. Siamo ben consapevoli che queste non sono risposte esaustive ai nostri propositi di discussione, ma daltra parte il web e le sue forme di interazione offrono possibilit di relazioni e contatti preziosi. L'apertura di un sito, di un blog o di un forum non solo funzionale alla discussione e alla diffusione di quest'ultima, ma sarebbe utile per implementare una qualsiasi opera storica pubblicata, la sua accessibilit e la sua critica. Ci spieghiamo. Come abbiamo precedentemente analizzato, non possiamo pi accettare che il libro (inteso come qualsiasi forma di espressione culturale concreta), frutto di un lungo percorso di ricerca, possa esaurirsi nella sua forma pi classica e pi diffusa, ossia quella cartacea. Lo spazio telematico ci permet-

terebbe prima di tutto di pubblicare ci che per ragioni editoriali, di tempo o semplicemente di pertinenza esclusiva stato eliminato: ecco quindi che possibile fornire i riferimenti d'archivio, bibliografici e bozze interpretative di spunti di ricerca rudimentali e non ancora definiti in una precisa finestra dello spazio telematico. La pubblicazione di frammenti del percorso di ricerca, documenti audio e video delle sedute d'quipe, audio letture dell'opera, versioni e bozze della pubblicazione contribuiscono a mettere a nudo un percorso, offrire uno sguardo e una panoramica dell'iter affrontato. La tracciabilit della ricerca significa poter ripercorrere la fase delle ipotesi fino a quella interpretativa, passando per la citazione delle fonti e l, dov' possibile, provvedere alla loro trascrizione e digitalizzazione cos che gli stessi documenti siano scaricabili e accessibili direttamente dal web. Questa la teoria, meravigliosa, affascinante nella sua enucleazione, ma come renderla pratica? Se lo storico vuole uscire dalla sua solitudine non pu pensare di farlo rimanendo seduto davanti ad una scrivania o con le mani impolverate mentre senza sosta indaga gli archivi come unica fonte di conoscenza; se si vuole rompere la necessit della solitudine bisogna uscire dalle accademie, guardarsi in torno, cercare nuove realt, diversi punti di vista; in poche parole cercare o creare nuove reti di interazione con chiunque si senta di voler condividere questa idea. Cos, mentre si ad un convegno, non ascoltiamo solo le parole del relatore, ma guardiamolo negli occhi, cerchiamo un interazione, dialoghiamo senza timori, stringiamo una mano non per formalit, ma per la volont di conoscere chi davanti a noi, solo cos possibile aprire un contatto che non sia solo dialogico, ma anche umano. Incredibilmente banale. Cos stato, quando presenti alla presentazione di un libro ci siamo trovati davanti ai due ragazzi che lavevano scritto, Razza Partigiana, non una persona, ma due volont che si sono unite per uno scopo. LiGli abbiamo ascoltati, ma ligli abbiamo anche guardati, due persone sono diverse da una persona sola, e la diversit va sempre capita, ed li che noi abbiamo posto loro la questione del metodo, del perch fossero in due, di come avessero fatto la risposta stata meravigliosa, non ce lavevano, lavevano semplicemente fatto. Ecco un primo, forte punto di incontro: avevamo davanti chi aveva in parte realizzato ci che noi stavamo teorizzando, loro avevano davanti chi ancora non aveva creato, ma stava elucubrando su qualcosa di non conosciuto. Le prospettive cambiano quando non si pi davvero da soli, cos sempre di pi abbiamo sentito la necessit di scoprire chi altro ci fosse, dove si stava nascondendo, quali erano le sue idee. Mentre vi scriviamo abbiamo cominciato a sperimentare la fase di ricerca con metodo d'equipe. Non abbiamo cercato documenti, ma persone, idee, ed bastato poco per scoprire che tutto era molto pi a portata di mano di quanto ci si potesse aspettare. Abbiamo contattato il Caso S. di Bologna e Lapsus di Milano.Sono due esperienze che sorgono dalle ceneri dei corsi triennali di qualche riforma non pi identificata. Numerosi storici e non in grado di studiare e praticare. Per non tradire i nostri principi siamo usciti dalle accademie, L'incontro tra queste nostre esperienze si materializzato ci siamo seduti sul selciato di una piazza in terra, in mezzo ad una piazza, eravamo tanti, abbiamo stappato qualche birra e abbiamo iniziato a parlare, ognuno si raccontava e gli sguardi si incrociavano, era chiaro che da quel momento lquipe, questo saggio, non sarebbe pi stato pi lo stesso.

Il Caso S. e il Laboratorio Lapsus sono due realt diverse tra loro e dallEquipe Sperimentale di Storia, si parte da idee comuni, il luogo di incontro primario sempre luniversit, ma non altro che un primo rendez- vous randev, per poi guardare verso altre, nuove possibilit, ma non nelle similitudini che si trova gli stimoli; nellosservare come queste realt Ci siamo guardati e conosciuti ed ora. Li abbiamo osservati e da lo stiamo imparando tanto. stiamo ampliando questa versione 1.0. abbiano messo in pratica le loro idee, guardando al loro di metodo, e osservando come entrambi abbiano reso Il Caso Esse ha costruito un reale luogo di discussione, condivisione e comunicazione di saperi storici, creando una piattaforma on-line in cui scrivere articoli su un tema comune con la possibilit di ricostruirle collettivamente, con tutte le criticit che ci comporta. Il Caso S. riuscito a creare una piattaforma on line tramite la quale riescono, tra le altre cose, decidendo delle parole chiave da utilizzare, a coinvolgere nella scrittura di articoli pi realt differenti, dando sempre la possibilit di poter ricostruire tutti i passaggi che hanno portato alla decisione di affrontare una parola chiave piuttosto che un'altra. Quello che propongono, dunque, non solo la condivisone di un sapere, ma la possibilit di ricostruirlo collettivamente, con tutte le criticit che ci comporta. Se affermiamo con fermezza la necessit della tracciabilit delle fonti e della condivisione di esse in una elaborazione di quipe, il Caso S. da appunto lopportunit di collaborare e contribuire a distanza al procedimento cognitivo che porta alla formazione di un pensiero. Lapsus, dallatra parte ci dimostra come, con la creazione dellASSOCIAZIONE LAPSUS-Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo, si possa, partendo da ambiti accademici, dare vita a nuovi luoghi e a momenti di incontro sul pensiero storico attraverso la creazione di eventi, laboratori e corsi di formazione, vestendo la storia di un importante ruolo sociale e collettivo. Ci siamo rincontrati tutti a Roma, al convegno Scrivere e Pensare collettivo. Questa lidea che univa noi, Lapsus, KaiZen che in giapponese significa miglioramento continuo - , Laser, Wu ming, SIC, Epimeteo, Serpica Naro, Gruppo lavoro CRS. Cerano scrittori, storici, studiosi di quelle che vengono definite scienze esatte, non un punto di vista dunque, ma una intradisciplinarit violenta; pensieri diversi che prendono forma collettiva. stato un po come contarci, non per capire quale fosse la forza in gioco, ma per avere una piccola percezione di come fosse possibile creare una rete di contatti attraverso i quali ognuno di noi potesse crescere, migliorare. Ci siamo incontrati, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito di non essere da soli, ma questa solo una piccola certezza post-parto, come quando lostetrica sorridendo ci dice che ci che venuto al mondo ha tutte e venti le dita. Ma tutto ci non che un primo piccolo passo, una certezza che per porta subito a guardare ad una seconda parte di elaborazione e azione. Stiamo parlando della responsabilit dello storico di occuparsi della destinazione, circolazione e fruibilit del testo. Presentazioni, seminari o interventi all'interno di manifestazioni pubbliche sono le pi classiche iniziative di promozione editoriale, ma noi crediamo che sia possibile spingersi oltre. Proprio perch il lavoro d'quipe si fonda sulla grammatica interdisciplinare e sull'esercizio cooperativo, non pu esimersi dal realizzare una connessione con il mondo della scuola e delle universit, utilizzando questi termini nella loro accezione pi generale. Preoccuparsi di collaborare con persone che operano nell'ambito della teoria pedagogica e del mondo educativo e riuscire a creare dei percorsi educativi non formali che utilizzino le opere come

strumento per una riflessione pi ampia sul passato, il presente e il futuro, crediamo possano essere considerate ulteriori forme di prosecuzione del senso di un progetto editoriale. Ragionare su come tutto ci potrebbe essere funzionale ad un processo educativo e alla discussione di tematiche attuali crediamo risponda alle stesse esigenze poste dal presente nell'orientamento della ricerca. Attivit laboratoriali didattico educative con ragazzi e ragazze con la collaborazione di associazioni e cooperative che aderiscono ad un sistema di tecniche e di approcci sostenibili potrebbero rispondere anche alla chiusura rintracciata e innegabile della storia all'interno di circuiti profondamente istituzionalizzati e accademici, impermeabili alla maggior parte di coloro che appartengono ad altre generazioni o semplicemente non coinvolti dalla disciplina storica. Pensare, per esempio, alla partecipazione dei giovani nel creare e sperimentare forme creative audio e video relative all'opera pubblicata, significa poterla arricchire dello sguardo di persone che vi si avvicinano e se ne appropriano trasformandola o estendendola. Per questo nostra intenzione ora sperimentare questa metodologia su una ricerca a cui applicare quanto abbiamo pensato ed esposto. Un percorso che parta dall'intuizione e giunga alle scuole, alle universit e ai luoghi del lavoro. Anche questo significa mettersi in discussione. Questo significa che da soli non bastiamo. Sappiamo bene quali saranno i problemi e le difficolt a cui andremo incontro in ogni fase del processo di ricerca, d'interpretazione e di scrittura. Questo ci consoler. Sicuramente qualcuno si ritrover a sostituire questa versione 1.0 accogliendo altri aggiornamenti, sperimentando questo metodo e consentendoci il suo superamento. Possiamo forse dirci che alla fine di questo breve saggio siamo gi a un consapevolezza ben diversa da quella consolidatasi nelle prime pagine. Forse anche per questo crediamo che la versione 1.0 sia gi da cambiare. Non spetta per solo a noi affermarlo, non ci va di fare questo passo da soli, percepiamo l'impellente necessit di condividere quanto abbiamo sperimentato fino ad ora, convinti che non stiamo aggiungendo nulla di nuovo:

le idee che appartengono ad un determinato tempo e ad una determinata epoca fluttuano nell'aria come una nebulosa e che si respiri a Modena, a Roma, o ad Austin non si pu pensare di essere gli unici padri di ci che pensiamo. A dir il vero ci sentiamo come Tamatea, un uomo di origine polinesiana che in un tempo imprecisato si diresse verso la vetta di una collina e una volta giunto in cima dedic alla sua amata un brano musicale eseguito tramite il suono di uno strumento tradizionale polinesiano, il vivo. Oggi a ricordo di quel momento pi o meno reale vi una collina di 300 metri in Nuova Zelanda che si chiama: La vetta dove Tamatea, l'uomo dalle ginocchia grosse, lo scalatore di montagne, l'ingoiatore di terre, che passo di qua, suon il flauto nasale alla sua amata Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungaoronukupokaiwhenuakitanatah

Ecco, interpretate quanto abbiamo composto come un'esecuzione musicale che vi abbiamo dedicato, da ri-arrangiare. Siamo a meno-uno e per questo ora ci tocca cominciare da zero, attendiamo un passaggio a questa fermata mentre suoniamo il vivo polinesiano.