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COME LEGGERE LA PAROLA La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi allambone: Dalla Lettera di san Paolo....

Maria, emigrata gi dagli anni Sessanta, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo laltra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino, con uninflessione, un respiro e un ritmo senza tempo, sospesi nellaria. Non c assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino come una finestra che illumina un avvenimento, un sentimento o unemozione dentro. Sar importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi. Per san Paolo ogni parola un messaggio, come un frutto gonfi o di vita rivolto a una comunit riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio custodita, mi ricorda qualcuno. Pare quasi di capire che ogni parola dellapostolo scavata nellabisso della sua anima, nellesperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c anche lamore per la nostra stessa lingua: immersa nel mare di unaltra che allestero ti circonda, la nostra lingua materna una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta. La tua origine stessa. Pare di ascoltare da lei la lettura della lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata e riguardata, gustata fino in fondo. Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunit e dello Spirito che le anima. Comunit raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre. E assomigliano tanto alla nostra comunit di oggi, fatta di calabresi e di friulani, di gente del Sud e del Nord messa insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola di unit e di comunione in nome di Dio. Penso al sentimento che provo nel rientrare al mio paese, e vivere precisamente linverso. La parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore. Non ci avverti la fibra dellapostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi lansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito, ma solo i nostri, semplicemente. E per di pi con uno stesso pastore da tantissimi anni. Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme, al punto pi alto. Tutto, infine, si spegneva dincanto. Si piombava immediatamente in un silenzio perfetto, immobile. importante non solo cosa dice la Parola, ma anche il silenzio. Cosa ci avrebbe detto il silenzio se avesse parlato?, ci si chiede qui. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dallassemblea con gli occhi ben aperti. Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dal lettore: viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nellanima, in profondit. Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una civilt della parola come questa, africana. La parola qui sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor pi dellamore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo lascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. Ci mi fa pensare ancora a quel missionario conosciuto allestero e ai gruppi biblici che organizzava di sera tra i nostri emigrati. Ed era leggere, commentare e lasciar emergere ci che essi stessi stavano scrivendo con la loro vita: il loro esodo e la loro resistenza, il coraggio e la fede

vissuti in terra straniera, come gli ebrei sui fiumi di Babilonia. Era per il missionario stimolare lun laltro con un s, ma questa sei tu, Concetta, raccontaci..., oppure: E quella volta cosa capitato invece a te, Salvatore? Racconta, racconta.... Faceva risorgere la Parola in tante storie vissute, in avvenimenti concreti e preziosi di malattie, di sorprese o di imprevisti, alla maniera semplice e popolare dei nostri emigranti. Vedevi, cos, quanto straordinario era per loro prenderne coscienza. Quasi fossero essi stessi nuovi personaggi biblici del giorno doggi. Era comprendere, finalmente, la dignit della loro esistenza, una storia sacra scritta ai nostri giorni, una storia di lacrime, di gioia o di conquiste di gente che un giorno si era messa in cammino. Cos, essi avevano incontrato Dio, senza saperlo.

IL SENSO DEL CAMMINO Ricordo con ammirazione un vecchio professore libanese, che spiegava con passione la differenza tra le due parole arabo ed ebreo. Faceva notare come, etimologicamente, i due termini sono costruiti sulle medesime tre lettere, ma poste in ordine differente: rb e br. Poi, puntigliosamente spiegava il senso della radice: rb significa colui che passa, mentre br vuol dire colui che passa verso una terra. In fondo, concludeva, larabo nato nel deserto vaga in esso passando da unoasi a unaltra. Invece lebreo ha nel sangue uno scopo, una terra promessa, un sogno da raggiungere. Il suo camminare spirituale e simbolico ha un vero destino. Nel tempo di quaresima anche il popolo cristiano vive questo senso del cammino. Avendo alla sua origine il mondo religioso ebraico, naturalmente si dirige verso una terra promessa. Spesso, tuttavia, ci si dimentica che tutto un popolo che si muove, non solamente degli individui; non , infatti, un cammino solitario. Ripenso con emozione alla marcia nel deserto di tutta una diocesi, alla quale ho partecipato a Gibuti, nel Corno dAfrica. Era qualcosa di suggestivo, come tutto Israele che si muovesse sul suo percorso... dallEgitto verso casa. Come fosse la chiesa intera in cammino verso il Regno. Ogni anno, infatti, durante la quaresima i cristiani della diocesi di Gibuti, con il vescovo alla loro testa, vivono un intero giorno di deserto. per celebrare il sacramento della penitenza e delleucaristia, per riflettere e pregare insieme. Cos si vedono tantissimi uomini, donne e bambini, venuti da tutte le parti della diocesi, camminare dalle prime ore del giorno, sotto un sole sempre pi infuocato, nel deserto di Oveah. Era bello osservare questo avanzare comunitario, meditativo e itinerante. Il gruppo dei bambini vocianti precedeva tutti zigzagando tra canyon, massi e distese vastissime di sabbia. In silenzio noi adulti li seguivamo in un cammino lento e difficile, ma curiosamente pedagogico, interrogativo... Verso dove, Signore, sto camminando? Verso dove va la nostra comunit? forse rimasta immobile sulle sue posizioni, con il suo solito giro, le persone abituali, il peso delle strutture, le stesse cose da fare, il ritmo stanco dellabitudine?. In questa ricerca del Regno, si imparava a pregare diversamente: Insegnaci a vivere in comunit pi ariose, pi aperte e missionarie. In un ascolto pi attento e vigilante dei segni dei tempi: i giovani, i migranti, chi pi fragile o vulnerabile.... Allora, una comunit o un popolo non si trovano a vagare in un deserto, inseguiti dalla paura dellaltro. Avanzano, invece, verso la terra promessa da Dio: la fratellanza tra gli uomini.

INTERESSI O VALORI: UNA SCELTA Lessenziale sono i valori che vivete, per questo la gente vi ama ancora. Si esprime cos, deciso e sicuro di s, anche se non uomo di chiesa, lo si vede poche volte da noi a messa. il presidente della Dante Alighieri, che una vera istituzione dellinsegnamento della lingua italiana allestero: uomo franco, cordiale, abituato ad andare al di l delle parole (che sono il suo mondo quotidiano) e a mirare direttamente al cuore delle cose. Non sono i riti o le cerimonie, continua, sono i valori oggi di cui la gente assetata e a cui sensibile, anche se non sembra. La gente guarda, osserva anche coloro che sono lontani dalla pratica religiosa e si rivela esigente, attenta ai valori in chi ha delle responsabilit. vero, i nostri emigrati italiani trovano ancora alla vecchia Missione cattolica unaccoglienza a tutte le ore, unempatia che li fa sentire in famiglia e spesso un gesto concreto di solidariet che ricorda loro la fontana del villaggio. Notano che si prende il tempo per i loro problemi e che si usa la stessa misura per chi importante o per gente comune; anche questo un messaggio prezioso ai loro occhi. A volte con loro il discorso cade anche sulla nostra Italia e i suoi ultimi sviluppi; le parole allora si fanno un po preoccupate. Sentono che non vi trovano pi quei valori e quello spirito di servizio che forse un tempo avvertivano, ma spesso unaltra qualit che chiamano volentieri arroganza . Sembra che il fare il proprio interesse o il chiudersi nel particolare, come lo definiva Guicciardini, sia lidolo a cui tutto si sacrifica. Da qui la fragilizzazione della situazione dei giovani, del loro affannoso migrare, della disintegrazione di tutta una societ... E li senti chiedersi con ansia: Ma dove sono le voci che difendono i nostri valori perduti, che denunciano una societ che sembra assumere le regole di una giungla in nome dei propri interessi?. Vi sanno elencare anche aspetti emergenti e moderni, che sanno spesso di artificio come le promesse vane, il sorriso apparente, limmagine di sicurezza, il senso del clan, la demonizzazione dellaltro: normali qualit mercantili. S, in questi anni una logica sotterranea o un filo rosso lega tanti segni e avvenimenti: lanimus del mercante. Fare i propri interessi diventa quasi un paradigma con i suoi tanti eroi negativi. Pare che tutto quello che si tocca come il re Mida per il quale tutto diventava oro diventi per noi pi banalmente una merce e le persone clienti reali o potenziali. Tutto si compra, tutto si vende. Perfino lacqua, un bene pubblico per eccellenza ultimamente. Anche sullavere un figlio in pi, come per una merce, si sente esclamare: No, ci costa troppo!. I nostri grandi valori di unit, di condivisione, di solidariet o semplicemente di fiducia e di coraggio nellavvenire che i nostri emigranti hanno vissuto come un vero motore nella loro avventura sembrano essersi sciolti come neve al sole. Lapertura di spirito, di intelligenza e di cuore da sempre patrimonio della nostra cultura sembrano dimenticati. Sembra venuta meno la compassione per il mondo, per le tragedie dei popoli nostri vicini di casa, il senso dellaltro, il valore di un cammino da fare insieme, la sfida di un avvenire per tutti, da costruire a pi mani e quella capacit di apprendere che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme. E ritornano in mente le indimenticabili parole di Chiara Lubich a dei sindaci riuniti a Martigny: La scelta dellimpegno politico un atto damore: con esso il politico risponde a unautentica vocazione, a una chiamata personale. Egli vuol dare risposta a un bisogno sociale, a un problema della sua citt, alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo. Scendere in politica da noi sembra quasi scendere in guerra. O dichiarare guerra agli uomini che il Dio di Abramo conduce ancora oggi per mano, i migranti. Sapendo che un migrante cerca sempre, in fondo, due realt vitali ed essenziali per ogni essere umano: il pane e la dignit. E fugge moltissime volte, tra pericoli impensabili, da una terra dove per lui impossibile vivere.

Dovremmo, invece, aiutarlo a vivere in un mondo sconosciuto, complesso, duro a volte per lui qual il nostro. E dovremmo semmai scendere in guerra con realt patologiche vere, croniche, visibili e invisibili che corrodono lanima stessa della nostra bella Italia e che perfino allestero vi sanno enumerare con sorprendente lucidit. Con la logica perversa dellesclusione, purtroppo, non si salva il mondo, n lo si cambia, ma lo si stravolge rendendolo invivibile. Cantava in una sua poesia Alda Merini: Far camminare un bimbo cosa semplice, tremendo portare gli uomini verso la pace, essi accontentano la morte per ogni dove, come fosse una bocca da sfamare. ora, finalmente, dopo una stagione cos preoccupante e amara, di ritornare ai valori perduti costruiti dalla nostra fede e dalle nostre tradizioni di civilt. Sar il nostro cammino verso la terra promessa di Dio, che sempre un avvenire per tutti di solidariet e di fratellanza. A cominciare dagli ultimi.

UN CARISMA DI FRATERNIT In una strada polverosa e popolarissima della vecchia medina con negozietti, scrivani pubblici e continuo viavai di donne musulmane in jellaba e i bambini per mano, al n. 51 ci si imbatte con sorpresa in una croce. lentrata del Centro SantAntonio dei francescani a Mekns, Rue Driba. Umilissima e spaziosa la casa, costruita da secoli e aggrappata alle antiche mura della citt: dalla sua terrazza, tra i merli di cinta, si ammirano da sopra i vecchi quartieri tuttattorno. Panni stesi e antenne paraboliche, disseminati ovunque su poveri tetti: miseria e modernit insieme, composte con tolleranza. E simbolo eloquente di un paese uscito dal medioevo e lanciato nellattualit. A Mekns vive il carisma francescano con i suoi attori di oggi e di ieri, ma sempre con la medesima umile e straordinaria disponibilit a Dio e ai fratelli musulmani. Qui dallalto, al primo mattino, anche un incantevole luogo di preghiera meditativa sulla citt, mentre il sole apre un occhio sul fi lo dellorizzonte. Che la tua presenza, Signore, apporti la gioia ai suoi abitanti!, senti mormorare sottovoce un giovane frate, Pietro, cos sensibile a questo mondo musulmano e qui ormai da sette anni. Egli segue insieme a Jol, un anziano francescano francese, un centro di formazione linguistica e informatica per quasi un migliaio di giovani musulmani, oltre a un servizio di biblioteca. Il tutto, evidentemente, gratuito o quasi. Non una casa questa, ma un alveare: piccole stanze di classe con giovani che vanno e giovani che vengono. Mentre lo sguardo si ferma su una parete dove in varie lingue trovate scritto: Se ti parlo tu dimentichi, se ti insegno tu ripeti, se partecipi tu impari. Preziosa massima per un popolo che da sempre stato abituato a ripetere ci che la tradizione insegna. Allora, per esempio, una trentina di giovani gi diplomati integra il corpo insegnante per i corsi di lingua, stimolando la partecipazione di ognuno... in una societ dove i due terzi dei giovani diplomati resteranno disoccupati. Ogni settimana, poi, un tema proposto alla discussione libera e aperta a tutti, a volte su temi sensibili come la primavera araba, la religione o la sessualit. Vengono anche da lontano per partecipare. Qualcuno dei giovani prepara unintroduzione al tema, spesso anche un breve filmato, poi Pietro il francescano rilancia la parola a tutti, mentre spesso alla fi ne la piccola Yamina di 10 anni che conclude. S, Yamina chiude con una breve frase scritta nel suo quaderno, come caduta dal cielo. Lultima volta, dopo aver ascoltato i giovani sui rapporti qui a volte complicati tra uomo e donna, la sentii concludere: Ti ringrazio, Dio, per aver dato alla mia famiglia larmonia tra pap e mamma che si vogliono bene. Sintesi semplice, bella, cristallina. la nostra mascotte!, mi fa il giovane frate. Questo spazio umanizzante di incontro e di parola, in cui vivere una fratellanza tra giovani qui sconosciuta e una grande libert di scambio, un miracolo di Francesco oggi in terra musulmana. Unoasi di pace, che questi suoi discepoli hanno saputo coltivare con pazienza infi nita da ventanni come un giardino. Segno di un mondo nuovo. Una formazione cos, fatta di conoscenze e di valori, non potr pi essere dimenticata da questi giovani musulmani. Ci non pu che farli crescere!, senti esclamare ammirata suor Eliza, francescana indiana. E spiega con calma: Qualcosa cambiato nella loro vita; ogni incontro ha sempre un grano di mistero. Ma anchio, veramente, sono cambiata nellincontro con laltro, con il mondo musulmano. E a volte sente dire da qualche vecchio allievo con convinzione: Non potete immaginare quanto abbiamo ricevuto da voi!, parlando dei francescani o delle religiose francescane. Visito, allora, lantico complesso della scuola per orfani e bambini abbandonati delle suore francescane insieme a suor Monique, ormai anziana, qui da ventanni. diventata una scuola professionale statale per 1.400 giovani. Il direttore tra un complimento e laltro ringrazia ancora una volta la vecchia suora di aver ceduto allo stato per una cifra simbolica tutta questa grande propriet. Tutto, per, dopo tanti anni rimasto intatto e ci la consola: la cappella diventata una bella sala di accoglienza e del giardino con i suoi vialetti il direttore confessa, camminandovi, di sentire

qualcosa, come una presenza... la vecchia statua di Myriem, della Madonna, che ci siamo portate a casa!, mi sussurra suor Monique. Poi, lanziana suora si arresta dimprovviso vicino allantico refettorio, sembra turbata. proprio qui che un musulmano un giorno mi diceva: Ma soeur, grazie a voi che Dio in mezzo a noi!. Parole impossibili ormai da dimenticare. I francescani da secoli abitano e amano Mekns, gi dal XVII secolo, al tempo delle migliaia di prigionieri cristiani messi da Moulay Ismail ai lavori forzati per costruire i suoi palazzi e nascosti sottoterra in prigioni oscure: un immenso antro di sette chilometri quadrati, aperto ora ai turisti... In fondo, tutte lezioni di vangelo di oggi e di ieri. Sempre, tuttavia, di unincredibile attualit.