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Battaglia in Rete sullanonimato Fonte: PIER LUIGI PISA - la Repubblica | 06 Agosto 2012 Lultima sfida del web si consuma

tra i social network e i loro iscritti I primi e si mettono a rischio le minoranze e i perseguitati. E mentre infuria la polemica, c gi chi ha disegnato e pretendono che ci si firmi con il vero nome Basta nickname: Facebook e Google+ vogliono i nostri veri nomi. Ma il popolo della Rete si ribella. In virt del diritto allanonimato Non col mio nome. Lutilizzo del vero nome nei social network ormai preteso da servizi come Facebook e Google+ scatena la guerra nella Rete. Esiste infatti una ristretta (ma molto combattiva) cerchia di navigatori che si batte per il diritto allanonimato. In difesa di tutti coloro che non possono usare la loro vera identit: dalle persone che vivono in Paesi che limitano la libert di parola fino agli individui che sono vittime, nella vita reale, di stalking, bullismo o pregiudizi sul loro orientamento sessuale. I conflitti sempre pi accesi botta e risposta online nascono dalle linee guida che stanno dettando il social network di Zuckerberg e quello di Page e Brin, lanciato poco pi di un anno fa da Google. Entrambi promuovono la real name policy. Chi vuole iscriversi ai loro servizi, insomma, deve fornire il suo vero nome. Per chi utilizza pseudonimi e soprannomi a meno che non siano certificati da una discreta popolarit online c la sospensione dellaccount. La logica aziendale comprensibile: la maggior parte degli utenti usa i social network per stringere legami come farebbe nella vita reale. Cercando e aggiungendo amici/contatti attraverso il loro nome reale. uno dei principali motivi per cui i navigatori hanno abbandonato MySpace e i suoi nickname in favore del sito creato da Mark Zuckerberg. Non deve stupire, quindi, se c addirittura chi crede che in futuro i profili virtuali possano trasformarsi in valide carte didentit da esibire nel mondo reale. Tessere plastificate con il logo del social network, foto profilo, nome e cognome, nazionalit e Qr Code per accedere immediatamente alla propria pagina per tutti gli ulteriori controlli. Cos le ha pensate lartista tedesco Tobias Leingruber, che ha creato un Social ID Bureau che gli utenti di Facebook possono utilizzare per generare il proprio documento. La sua era una provocazione, un modo per denunciare quanto sia in pericolo lanonimato sul web, ma in molti lhanno trasformata in uno status symbol da mostrare agli amici. E lidea stata

subito ripresa dallingegnere Moritz Tolxdorff, anche lui tedesco, per dare vita alle Google+ ID Card. Accanto allentusiasmo per lidentit reale sbandierata online scorre per la rabbia di chi non intende legare al proprio nome ogni singola azione effettuata sul web. Come chiede di fare, per esempio, YouTube in America. Da qualche settimana, infatti, i titolari di un profilo Google+ sono invitati a commentare i video usando il proprio nome e non pi il nickname con cui sono registrati al popolare sito di video sharing. Lutente pu ancora scegliere, il cortese invito si pu rifiutare. Ma il no necessita addirittura di una giustificazione. Sei le opzioni che compaiono sul monitor: dalla pi radicale, non posso usare il mio vero nome, alla pi semplice, non sono sicuro, decider pi avanti. La gentile richiesta arriver anche nel nostro Paese fanno sapere da Google Italia ma non c ancora una data certa. Il tutto, secondo alcuni, si iscrive nella volont di Google di responsabilizzare gli utenti, nel tentativo di prevenire i commenti volgari e offensivi che, con la copertura dellanonimato, abbondano su YouTube. Lipotesi regge. Anche se viene da pensare che i dati sui gusti musicali e sui video preferiti da utenti reali devono valere una fortuna. Laspetto economico legato alla real name policy non va sottovalutato: se la societ di Mark Zuckerberg naviga nelloro, lo deve ai profili sempre pi accurati creati dai suoi utenti. Le abitudini sul web di persone reali e identificabili si possono monetizzare. Gli pseudonimi, invece, non dicono nulla e non sono appetibili. Nella pagina ufficiale dedicata agli inserzionisti, Facebook chiarissimo: Scegli il tuo pubblico in base a posizione geografica, et e interessi. Per i crociati delle nymwars (c anche unhashtag specifico da seguire su Twitter: #nymwars) le iniziative di colossi come Facebook e Google rappresentano tendenze pericolose. Chi vuole usare pseudonimi pu sempre rifiutare di iscriversi e rifugiarsi in comunit online numerose e anonime. Come 4chan o Twitter. Ma fino a quando? Esattamente un anno fa, in seguito ai London Riots, la polizia britannica ha chiesto proprio a Twitter di prendere in considerazione lidea di forzare i propri utenti inglesi a utilizzare i loro veri nomi. Da marzo scorso, invece, i navigatori cinesi che si iscrivono a social network simili a Twitter tra questi Weibo uno dei pi popolari devono farlo fornendo il proprio vero nome. Una norma simile stata introdotta (e poi ritirata quasi immediatamente) anche in Corea del Sud nel 2007. Anche i governi, dunque, non perdono occasione per dichiarare guerra agli pseudonimi sul web. E cos chi vuole passare inosservato sul web continuando ad accontentare i padroni dei social network ricorre a un sito molto popolare: Fake name generator. Si sceglie la nazionalit del nome, il paese di residenza, il sesso e la fascia det (o let precisa) desiderata. E il sistema genera un nome e cognome seguito da informazioni dettagliatissime: dallindirizzo al numero telefonico fino al gruppo sanguigno e al numero di carta di credito. Dati falsi che si possono spendere online per essere paradossalmente pi credibili. C una celebre vignetta del 1993, realizzata da Peter Stainer per il New Yorker, che riassume alla perfezione il concetto di identit sulla Rete. Nel disegno ci sono due cani. Uno guarda scettico laltro, seduto davanti a un computer. E sotto di loro la fulminante sentenza: On the Internet, nobody knows youre a dog / Su Internet nessuno sa che sei un cane. Erano i primi anni Novanta, poco prima dellesplosione del web. Un tempo in cui davvero ci si poteva aspettare (e immaginare) di tutto allaltro capo della connessione. Oggi molti cani hanno una pagina su Facebook. Ma spesso usano il loro vero nome. Se il Web ti chiede i documenti Fonte: RICCARDO LUNA - la Repubblica | 06 Agosto 2012 Su Facebook & Co. comanda il pubblico. Chi prova a fermarlo si arrende sempre Ma uno scontro inutile vinceranno gli utenti

La guerra degli pseudonimi (pseudonym wars, abbreviata in nymwars) ha avuto un inizio e una fine a cavallo dellestate del 2011. durata poco pi di cento giorni, finita con una sonora sconfitta per Google, ma in realt le nymwars non finiranno mai, perch la questione degli pseudonimi dibattuta praticamente da quando esiste Internet. E si intreccia con il tema della libert, libert anche di nascondere la propria identit in Rete per ragioni di sicurezza. Anche se, va chiarito, qui non stiamo parlando di anonimato. Mentre per gli attivisti politici in pericolo esistono servizi come Tor e spazi sconfinati come quelli del Dark Web, dove navigare e incontrarsi senza essere osservati, sul world wide web nessuno davvero anonimo.Anche se posta un commento oltraggioso su You Tube firmato zio Paperone, c sempre un numero che identifica la connessione e che consente quindi di risalire alla vera identit dellutente. Qui stiamo parlando di pseudonimi, non di anonimi, sebbene il confine fra i due concetti sia recentemente saltato con il fenomeno di Anonymous, che lo pseudonimo di una rete anonima di attivisti che fa disperare governi e multinazionali e che difende, appunto, la libert in rete. Fin dagli albori, infatti, nessun luogo parso pi adatto della Rete ad assumere identit multiple. Nelle prime chat di Internet poteva capitare di passare ore o anche mesi a parlare con qualcuno senza essere sicuro nemmeno del fatto che fosse maschio o femmina. Poi arrivato il world wide web e la tendenza verso lutilizzo di identit fasulle ha trovato il suo apice nel mondo parallelo di Second Life. durato una stagione, il pendolo improvvisamente passato dalla parte delle persone reali con lavvento di Facebook: la piattaforma di Mark Zuckerberg infatti funziona costruendo per ciascun utente una rete di relazioni che hanno senso solo per persone vere. Come puoi suggerire lamicizia di qualcuno che stato a scuola con te o che tifa per la tua stessa squadra, se il tuo profilo totalmente inventato? Facebook cos riuscita nellimpresa di far registrare quasi un miliardo (il traguardo imminente) di persone reali con i loro dati. Poteva essere la fine degli pseudonimi e invece non stato cos, perch su Twitter ciascuno pu prendersi il nome che vuole: ed vero che i profili pi seguiti sono quelli di persone autentiche e fortemente riconoscibili, da Lady Gaga a Obama, ma nessuno vieta di inventare un account di grande successo (come per esempio la parodia della regina dInghilterra, che nessuno sa chi sia). Ora il turno di YouTube: rilancia le nymwars per evitare di essere infestata di migliaia di commenti oltraggiosi sotto ogni video. Ma pare purtroppo dimostrato che non basta imporre agli utenti di usare le proprie identit reali per ridurre in modo significativo la piaga dei disturbatori: la Corea del Sud ci ha provato invano, ottenendo un miglioramento dello 0,9 per cento. La questione nomi reali/pseudonimi non ha quindi una soluzione definitiva, ma dipende, oltre che dal buon senso, dalla piattaforma tecnologica (e dal modello di business che c dietro: Facebook e Google vendono profili mirati di utenti specifici, Twitter vende lanalisi di miliardi di tweet per analisi sociali di massa). Come nella vita, cos nella Rete ci saranno luoghi dove potremo andare senza dire chi siamo o inventando delle identit, ed altri dove invece dovremo mostrare i documenti (ovvero registrarci magari usando i dati che abbiamo gi dato a Facebook, tramite la funzione Facebook Connect). Sapendo che nel secondo caso ci saranno pi controlli e quindi meno libert. La minore libert il motivo che ha reso il dibattito cos infuocato ai tempi di G+. Ma anche quando Facebook ha provato a costringere lo scrittore Salman Rushdie a cambiare nome per prendere quello usato sul suo passaporto. O quando, qualche giorno fa, Twitter ha provato a cancellare il profilo di un giornalista dellIndipendent che aveva postato un messaggio ritenuto inopportuno. In tutti questi casi accaduto un fatto importante: la community degli utenti insorta costringendo i proprietari della piattaforma a impacciate marce indietro. Pseudonimi o no, oggi gli utenti contano di pi dei fornitori del servizio.