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Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz

1 di 45 Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz Anno 1459 http://www.magia-rituale.com/nozzechimiche.htm

Anno 1459

45 Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz Anno 1459 http://www.magia-rituale.com/nozzechimiche.htm 14/01/2009

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PRIMO GIORNO

Una sera, prima della Pasqua, ero seduto al mio tavolo secondo mia abitudine, mi intrat

tenevo lungamente col mio Creatore in umile preghiera. Meditavo i grandi segreti che il Pa dre della Luce, nella sua Maestà, mi aveva la sciato contemplare in gran numero. Mentre volevo preparare nel mio cuore un pane azzi mo senza macchia, con l'aiuto del mio amato Agnello pasquale, all'improvviso si levò un vento così terribile che non potei far a meno

di pensare che la montagna nella quale era

scavata la mia dimora sarebbe crollata a causa della sua grande violenza. Poiché non mi sor prendevo di questo o di cose simili, che veni vano di solito dal diavolo (il quale mi aveva procurato molta sofferenza) mi feci animo e

continuai nella mia meditazione, finché qual cuno mi toccò, inaspettato, sulla spalla, e fui tanto spaventato da questo che quasi non po

tei girarmi, sebbene allo stesso tempo restassi

così tranquillo come la debolezza umana può permettere in tali circostanze. E poiché mi venne tirato parecchie volte il vestito, voltai infine lo sguardo e v'era una donna di splen dente bellezza, dal vestito azzurro e graziosa mente disseminato di stelle d'oro, come il cie lo. Nella mano sinistra portava una tromba, tutta d'oro, sulla quale era inciso un nome, che potei leggere chiaramente, ma che in se guito mi fu vietato di svelare. Nella mano de stra portava un grande fascio di lettere, in va rie lingue, che lei (come ho saputo dopo) do veva portare in ogni Paese del mondo. Aveva anche delle ali grandi e belle, tutte piene di occhi, con le quali poteva prendere il volo e volare più velocemente di un'aquila. Avrei potuto forse notare qualcos'altro di lei, ma sic come rimase così poco con me e mi causò

tanto spavento e tanta meraviglia, non posso dirne di più, eccetto che, quando mi voltai,

frugò tra le sue missive, e tirò fuori finalmente una letterina, che mise sul tavolo con grande reverenza e, senza neanche una parola, se ne andò. Nel prendere il volo soffiò però con tan

ta forza nella sua tromba, che tutta la monta

gna ne risonò, e per quasi un quarto d'ora non riuscii a sentire più nemmeno la mia voce. In

un'avventura così inaspettata, io, povero me, non sapevo consigliarmi aiutarmi: perciò caddi sulle ginocchia e pregai il mio Creatore perché non mi lasciasse accadere nulla contro la mia salvezza eterna. Poi presi, spaventato e tremante, la lettera, la quale era così pesante che, anche se fosse stata di oro puro, non a vrebbe potuto esserlo di più. Mentre l'esami navo con attenzione, vidi un piccolo sigillo col quale era chiusa. Su questo era incisa una croce sottile con l'iscrizione: "In hoc signo vin ces". Dal momento che trovai questo segno fui più rassicurato, perché sapevo che un tale segno non piace al diavolo, e ancora meno viene usato da lui. Perciò aprii con cura la lettera: dentro trovai, scritti su fondo blu con lettere d'oro, i versi seguenti:

"Oggi, oggi, oggi, Sono le nozze del re. Se tu sei nato per questo, Eletto da Dio per la gioia, Puoi andare sulla montagna, Dove sono tre templi, Ad assistere agli avvenimenti. Stai attento, Guarda te stesso, Se tu non ti purifichi con cura, Le nozze possono farti male. Colui che è contaminato è in pericolo, Colui che pe sa troppo poco, si guardi!" Sotto era scritto: Sponsus et Sponsa. Quando lessi questa lettera, quasi persi i sensi, tutti i capelli mi si rizzarono sulla testa e un sudore freddo mi corse su tutto il corpo, perché, anche se mi ero accorto che queste erano le stesse nozze che mi erano state an nunciate sette anni prima da un viso umano, e che aspettavo con gran desiderio da tanto tempo e che avevo trovato finalmente dopo calcoli rigorosi delle mie tavole dei pianeti, non avrei mai previsto che sarebbero avvenu te in condizioni così dure e pericolose. Prima, avevo pensato che avrei dovuto solo presentarmi alle nozze, che sarei stato un ospite caro e benvenuto. Ma ora che tutto dipendeva dal la Grazia di Dio, della quale non ero sicuro ne anche adesso, quanto più mi pesavo, tanto più trovavo che nella mia testa non c'era niente altro che una grande mancanza di com prensione ed una cecità delle cose segrete: a tal punto che non sapevo neppure comprendere quello che stava sotto i miei piedi e le cose con le quali vivevo ogni giorno, e tanto meno ritenevo di essere nato per la ricerca e

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la conoscenza dei segreti della Natura. Secon do la mia opinione, infatti, la Natura avrebbe potuto trovare un discepolo molto più virtuoso al quale affidare il suo tesoro, sia pur tem poraneo e passeggero. Trovavo anche che il mio corpo e il mio comportamento (sia pure esternamente buono) e il mio amore verso il prossimo non erano ben purificati e puliti. Copure si manifestava ancora il pungolo della carne, ed i sensi trovavano il loro piacere nelle apparenze magnifiche e nella pompa del mondo, e non nel far del bene al prossimo; pensavo sempre a come avrei potuto agire per il mio profitto attraverso la mia arte, costruire palazzi splendidi, farmi un nome eter no nel mondo ed altri simili pensieri carnali. Tuttavia, erano le parole oscure circa i tre templi, che non riuscivo a risolvere con nessuna meditazione, che mi preoccupavano par ticolarmente. Non sapevo forse neanche an cora quando tutto questo mi sarebbe stato meravigliosamente svelato. Trovandomi in ta le spavento e speranza, andavo su e giù: mi trovavo però sempre solo con la mia debolez za e incapacità e allora non potevo aiutarmi in nessun modo, e mi spaventavo moltissimo davanti a questo preannunciato matrimonio. Quindi ripresi finalmente la mia vita abituale e la più sicura: mi misi a letto dopo aver finito una preghiera devota e fervente, in attesa che il mio buon angelo apparisse per divino desti no (come già era successo parecchie volte) per comunicarmi che cosa, in quest'affare di sperato, poteva succedermi per la gloria di Dio, per il mio bene e per il miglioramento e l'ammonizione cordiali del mio prossimo. Appena addormentato, sembrò di essere in una torre scura con un'infinità di altre persone, legate con catene, e tutti eravamo senza nessuna luce o chiarore e brulicavamo l'uno sopra l'altro come le formiche, e l'uno rende va più pesante all'altro la sua miseria. Benché io nessuno fra noi vedesse niente, sentivo sempre l'uno alzarsi sopra gli altri nel momento in cui la sua catena o il suo peso di ventavano anche soltanto leggermente meno pesanti, senza accorgersi che nessuno aveva molto vantaggio sugli altri, perché eravamo evidentemente tutti insieme poveri e del tut

to ignoranti. Dopo essere rimasto insieme con gli altri per un bel po' di tempo, sentendo cia scuno dare del cieco e dell'impedito all'altro, sentimmo finalmente suonare molte trombe e anche il tamburo di guerra, con tanta arte che

ci sentivamo, malgrado tutto, ravvivati in fon

do alla spina dorsale e rallegrati. Con questo suono venne tolta inoltre la chiusura della tor re, e un po' di luce arrivò sino a noi. Per la prima volta, potevamo vedere come eravamo in basso e come tutto era una gran confusio

ne: e quello cui sembrava di essersi innalzato,

si accorgeva invece di trovarsi tra i piedi degli

altri. Ciascuno ora voleva essere il più alto, e così anche io non rimasi indietro e, malgrado

le mie pesanti catene, mi spinsi avanti tra gli

altri e mi alzai su una pietra che avevo scoperto. Benché parecchie volte fossi investito da altri, difesi la mia posizione il meglio possibile con le mani e i piedi. Eravamo ormai certi che saremmo stati tutti liberati: ma quel che suc cesse fu diverso da quel che ci attendevamo. Dopo che i Signori dall'alto ci ebbero osservati guardando in giù attraverso l'apertura nella torre, divertendosi non poco al nostro dibat terci e piagnucolare, un vecchio grigio come ghiaccio ci disse di fermarci, e quando questo avvenne, incominciò a parlare, per quanto posso rammentarmi, come segue:

"Se le aspirazioni della povera razza umana, Non fossero così presuntuose Quanto di buono le sarebbe dato Da una madre buona; Ma poiché non vuole obbedire, Rimane con tante preoccupazioni, E dev'essere imprigionata. La mia cara madre, comunque, Non vuole tener conto della sua disobbedienza, E lascia appari re i suoi preziosi beni Benché raramente, Di modo che valgano qualcosa: Altrimenti ver rebbero considerati cose inventate. Perciò, in onore della festa Che noi oggi festeggiamo, Perché la sua grazia venga aumentata, Vuole fare un'opera buona. La corda verrà ora la

sciata cadere: Colui che vi si attacca, Sarà libe rato". Non appena ebbe parlato così una vecchia donna ordinò ai servitori di lasciar cadere set

te volte la corda nella torre, e di tirar su quelli

che vi si sarebbero attaccati. Oh! Dio volesse che sapessi descrivere quale agitazione ci pre

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se, perché tutti volevano afferrare la corda, e in tal modo ci ostacolavamo soltanto gli uni con gli altri. Dopo sette minuti fu dato un se gno con una piccola campanella. A questo punto, i servitori tirarono su per la prima volta quattro fra di noi, e quella volta non potei as

alla corda il maggior numero di prigionieri, la donna fece mettere via la corda e il suo vec chissimo figlio (cosa che mi faceva molta me raviglia) annunciò agli altri prigionieri il suo ordine, e disse, dopo un momento di riflessione, quanto segue:

solutamente raggiungere la corda, siccome, come ho già raccontato, ero andato per mia

“Cari figli Che state quaggiù, È finito Quello che era previsto da tanto tempo, Quello che è

grande sfortuna su una pietra vicina alla pare te della torre, e perciò non potevo arrivare al

stato accordato ai vostri fratelli Per la grazia di mia madre. Non dovete nutrire invidia: Tempi

la corda che pendeva giù nel mezzo. La corda

di

gioia presto arriveranno. Allora l'uno sarà

fu lasciata cadere un'altra volta. Ma poiché per molti le catene erano troppo pesanti e le mani troppo deboli, non solo non riuscirono a reggersi ad essa, ma buttarono giù con loro molti che avrebbero potuto forse restarvi afferrati. Sì, parecchi furono anche tirati giù da qualcuno che non riusciva ad arrivarci egli stesso: così, nella nostra grande miseria, ci in vidiavamo sempre. Mi spiaceva di più, però, per quelli che avevano un peso tanto pesante che le mani stesse venivano loro strappate dal

uguale all'altro, Nessuno sarà ricco o povero; Colui al quale è domandato molto Deve anche rendere molto, Colui al quale è stato affidato molto, Deve stare attento alla sua vita. Perciò cessate il vostro lamento: E' poco aspettare qualche giorno". Appena ebbe finito di dire queste parole, il coperchio fu chiuso di nuovo e assicurato, e il suono delle trombe e dei tamburi di guerra si levò ancora. Ma per quanto forte fosse quel suono, si sentiva sempre il lamento amaro

corpo e non potevano neanche uscir fuori.

degli incarcerati, che veniva dalla torre, e che

Così, dopo cinque volte, furono sollevati po

mi

fece scorrere le lacrime dagli occhi. Poi la

chissimi di noi, perché subito dopo il segno i

vecchia si sedette con suo figlio su un seggio

servitori erano tanto veloci nel tirar su la cor

già

preparato e diede l'ordine di contare colo

da che per la maggior parte capitombolavano

ro

che erano stati liberati. Quando ne apprese

l'uno sopra l'altro; e la quinta volta la corda fu

il

numero, e dopo averlo scritto su una tavo

tirata su anche senza nessuno attaccato. Per ciò la maggior parte, me compreso, rinuncia

letta d'oro, chiese ad ognuno il suo nome, che veniva registrato da un paggio. Dopo che ci

vamo già alla nostra liberazione e chiamava

ebbe guardati tutti, l'uno dopo l'altro, sospirò

mo Dio, che volesse aver pietà di noi e, se fos

e

disse a suo figlio, in modo che io lo sentissi:

se possibile, liberarci da questa oscurità, ed

"Oh! che grande pena mi fanno quelli nella

Egli ascoltò parecchi di noi. Quando la corda venne giù per la sesta volta, molti si aggrappa rono saldamente. Siccome la corda dondolava da un lato all'altro nel tirarla su, arrivò, certo per volontà di Dio, anche a me, e io l'afferrai subito, stando sopra tutti gli altri e, contra riamente ad ogni speranza, venni finalmente

torre! Dio volesse che potessi liberarli tutti". A questo il figlio rispose: "Madre, così è stato ordinato da Dio, non dobbiamo opporci a questo; se fossimo tutti signori e possessori dei beni della terra, quando siamo a tavola, chi ci porterebbe da mangiare?". A questo la madre non replicò altro. Ma ben presto disse:

fuori, cosa che mi diede tanta gioia da non farmi sentire la ferita nella testa, che ricevetti da una pietra appuntita nel tirarmi su, se non dopo aver dovuto aiutare, con altri liberati, il settimo ed ultimo tiro. Il sangue infatti mi cor

"Adesso, liberate costoro dalle loro catene". Questo fu subito fatto ed io fui quasi l'ultimo. Allora, sebbene mi fossi regolato dapprima sempre secondo gli altri, mi inchinai davanti alla vecchia e ringraziai Dio, che attraverso di

se su tutto il vestito a causa del lavoro, cosa

lei

mi aveva portato, in modo clemente e pa

alla quale non avevo fatto attenzione prima per via della mia gioia. Quando fu compiuto anche l'ultimo tiro, nel quale si era attaccato

terno, dal buio alla luce; altri fecero poi lo stesso e si inchinarono davanti alla donna. Infine fu donata a tutti una medaglia in ricordo.

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Da una parte era inciso il Sole nascente e dal l'altra, per quanto rammento, le tre lettere D.L.S. [Deus Lux Solis; Deo Laus Semper (Dio luce del Sole: Sempre lode a Dio)]. Poi venne dato a tutti il permesso di andare ed ognuno fu mandato ai suoi affari, con la raccomanda zione di vivere lodando Dio e al servizio del nostro prossimo, e mantenere il silenzio su quello che ci era stato affidato, cosa che promettemmo tutti di fare prima di dividerci. lo non potevo camminare facilmente, ma zoppi cavo con tutti e due i piedi, cosa di cui la vec chia si accorse, ne rise, mi chiamò ancora una volta a lei e mi disse: "Figlio mio, non lasciarti affliggere da questa infermità, ma ricordati delle tue debolezze e ringrazia Dio che ti ha fatto arrivare fino a questa alta luce, già in questo mondo e nella tua imperfezione, e sopporta queste ferite in ricordo di me". A questo punto si alzò ancora una volta il suono delle trombe, cosa che mi spaventò in modo tale che mi svegliai e mi accorsi soltanto allora che era stato un sogno. Ma ero rimasto così fortemente impressionato che ero sempre preoccupato a causa del sogno, e mi sembra va di sentire ancora le ferite ai piedi. Da tutto ciò, capivo, che mi era concesso da Dio di assi stere a queste nozze segrete e velate, e per questo ringraziai la Sua Divina Maestà, e la pregai con fede filiale che mi volesse tenere sempre nel suo timore e riempire ogni giorno il cuore di saggezza e di comprensione, e infi ne di portarmi per mezzo della Sua grazia allo scopo desiderato, anche se non lo meritavo. Dopo di questo, mi preparai al viaggio, indos sai il mio vestito bianco, mi fasciai con un na stro rosso come il sangue, legato in forma di croce sulle spalle e intorno ai fianchi. Infilai quattro rose nel cappello: sperando che tutti questi segni mi facessero notare più facilmente nella folla. Come cibo presi del pane, del sa le e dell'acqua, cose che mi erano state consi gliate da un Saggio, e che avevo trovato molto utili a suo tempo in diversi casi. Prima di la sciare la mia casa, mi misi in ginocchio con il vestito di nozze e pregai Dio che, qualsiasi cosa avvenisse, mi conducesse a un buon fine, e giurai davanti a Dio che se mi avesse svelato nella Sua clemenza qualcosa, io non l'avrei u

sata per avere onore e considerazione mon dana, ma per far rispettare il Suo nome, e al servizio dei miei fratelli umani. E con questo voto, con la speranza e la gioia, lasciai la mia cella.

SECONDO GIORNO

Appena uscito dalla mia cella, e entrato nel la foresta, mi sembrò che il cielo intero e tutti gli elementi si fossero adornati per quelle nozze. Mi pareva anche che gli uccelli cantas sero più graziosamente di prima; i cerbiatti saltavano con tanta gioia che il mio vecchio cuore si rallegrava ed ero spinto a cantare. Così incominciai a cantare a voce alta:

"Godi, uccellino, Nel lodare il tuo Creatore, Alza chiara e fine la tua voce, Il tuo Dio è tanto alto, Ti, ha preparato il cibo, Ti nutre sempre quando occorre, Sii soddisfatto cosí. Perché vuoi essere triste, Perché inquietarti con Dio D'averti fatto piccolo, Perché allora chiederti Come mai Egli non ti abbia fatto uomo? Taci, Egli ha pensato profondamente su questo: Sii soddisfatto cosí. Cosa farei io, verme della Terra, Se cominciassi a discutere con Dio? Cercherò di forzare l'entrata al Cielo, Per rapi re con violenza la grande arte? Non è possibi le misurarsi con Dio; Che l'indegno se ne vada. Uomo sii soddisfatto. Non essere offeso Per ché Egli non ti ha fatto imperatore. Se tu hai disprezzato il Suo nome, Egli ne tiene conto. Gli occhi di Dio sono i più chiari, Egli ti guarda fin nel cuore: Perciò non ingannerai Dio!" Cantavo questo dal fondo del mio cuore mentre attraversavo il bosco, che ne risuona va dappertutto; la montagna stessa echeggiò le mie ultime parole. Finalmente apparve un prato verde e uscii dal bosco. Su questo prato stavano tre cedri alti e belli che erano così lar ghi da offrire un'ombra splendida e assai de siderata, che godetti molto, perché, pur non avendo fatto molta strada, il mio grande desiderio mi rendeva stanco. Perciò mi avvicinai in fretta agli alberi per riposarmi un momento sotto. Avvicinandomi, scoprii una tavoletta at taccata ad uno degli alberi, sulla quale erano

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scritte, in lettere graziose, le parole seguenti, che poi lessi:

pori che non potevo neanche pensare ad avvicinarmi ad ess a.

quelle strade. Ero conscio della mia indegnità;

"Ospite,salute: se tu hai sentito parlare del le nozze del Re, in tal caso pesa esattamente queste parole. Attraverso di noi, lo sposo ti

è

breve ma pericolosa e passa attraverso vari

Riflettei, quindi, ad ogni possibilità: se dovessi tornare, o se dovessi scegliere una di

offre la scelta di quattro vie per ognuna delle

mi

consolava comunque il sogno di essere sta

quali potrai raggiungere il Palazzo del Re, in

to

liberato dalla torre. Però non dovevo fi

modo che non ti perda in sviamenti. La prima

darmi arditamente di un sogno; rimasi a riflettere dunque per molto tempo, finché, a causa

mio pane e lo tagliai, il che fu avvertito da una

scogli che tu potresti superare soltanto a gran fatica. La seconda è più lunga ed è piana e fa cile se, con l'aiuto del Magnete, non ti lascerai sviare a destra a sinistra. La terza è in

della mia grande stanchezza, la fame e la sete entrarono nel mio corpo. Tirai fuori quindi il

colomba bianca come la neve che era posata

verità la Via Regia, e diversi piaceri e spettaco

su

un albero e della quale non mi ero accorto.

li

del nostro Re ti renderebbero il cammino

Lei, forse seguendo una sua abitudine, scese e

gioioso. Ma appena uno su mille può raggiun

venne dolcemente verso di me, ed io divisi vo

gere la meta attraverso di essa. Tramite la

lentieri il mio pane con lei: l'accettò e si ravvi

quarta nessun uomo può arrivare al Palazzo

un po' mangiandolo. La vide subito il suo

del Re, perché essa consuma ed è adatta sol tanto ai corpi incorruttibili. Scegli dunque fra queste tre vie quella che vuoi, e seguila con costanza. Sappi anche che qualsiasi via tu ab bia scelta, per virtù di un destino immutabile, non ti è lecito tornare indietro che a gran ri schio della tua vita. "Ecco quello che noi ab biamo voluto che tu sapessi, ma fa' attenzione

nemico, un corvo nero, che scese sulla colom ba, e, non curandosi di me, voleva rubare alla colomba quello che aveva, al che lei non poté fare altro che salvarsi fuggendo. I due presero il volo verso il Sud, ed io ero cosí adirato ed afflitto che corsi, senza riflettere, dietro il cor vo malvagio, e senza volere percorsi la lun ghezza di un acro nella via prescritta, mandai

misi in cammino e pensai che siccome doveva

a

non ignorare con quanto pericolo tu ti sarai

via il corvo e salvai la colomba. Solo allora mi

affidato a questa via: infatti, se ti dovesse ca pitare di renderti colpevole del minimo delitto

accorsi che avevo agito senza pensare e che già ero entrato in una via, dalla quale non po

contro la legge del nostro Re, io ti prego, fin ché sei ancora in tempo, di ritornare al più presto a casa tua per la stessa strada che hai seguita per arrivare sin qui". Appena letta questa scritta, tutta la mia gioia era di nuovo sparita e, mentre avevo cantato cosí allegramente prima, adesso cominciai a piangere: perché vedevo tutte in sieme le tre vie davanti a me e sapevo che mi era concesso di sceglierne una sola. Avevo paura, se avessi preso la via rocciosa di mon tagna, di cadere miserabilmente nella morte;

tevo tornare senza rischiare grande castigo. Me ne sarei consolato se non mi fosse dispia ciuto vivamente di aver lasciato la mia bisac cia e il mio pane sotto all'albero e di non poterli piú andare a cercare, perché, appena mi girai, mi venne incontro un vento cosí forte che mi avrebbe facilmente fatto cadere, mentre invece se continuavo per la strada non mi accorgevo di niente: cosa dalla quale capii che oppormi al vento mi sarebbe costata la vita. Cosí, accettai con pazienza la mia croce, mi

se mi veniva in sorte la strada lunga, che a

vrei potuto o smarrirmi nel cammino o non compiere il lungo viaggio per un'altra ragione;

o

Regia. Vedevo ugualmente la quarta davanti a

essere cosí, dovevo fare lo sforzo di arrivare prima della notte. Poiché sembrava vi fossero molte deviazioni, tirai fuori la bussola e non

non potevo neanche sperare di essere proprio

mi

spostai neppure di un passo dalla direzione

quello, tra mille, che doveva scegliere la Via

me, ma era cosí circondata da fuoco e da va

del Sud, benché la via fosse talvolta tanto im praticabile che dubitavo non poco di essa.

Strada facendo pensavo continuamente alla colomba e al corvo, ma non potevo indovi

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narne il significato. Finalmente, vidi da lonta

lui, arrivò la notte e quindi fu accesa una

no

una vasta porta su un'alta montagna, verso

grande torcia di pece sulla porta, perché, se

la

quale mi affrettai, benché stesse ad una

qualcuno fosse sulla strada, potesse arrivarci

grande distanza dalla mia strada, in quanto il

in

fretta; la via che arrivava fino al castello era

Sole era già sceso dietro le montagne e non vedevo nessun altro paese dove sostare; at tribuii questo a Dio, che forse avrebbe potuto volermi far continuare su questa strada ed impedire ai miei occhi di vedere la porta. Mi ci avvicinai in fretta, come già descritto, e arrivai che c'era ancora un po' di luce del giorno in modo che la potevo vedere appena sufficien temente. Era davvero una porta regale splen dida, nella quale erano incisi molti disegni, ognuno dei quali (come appresi dopo) aveva

chiusa tra due mura e vi erano piantati ai lati dei meravigliosi alberi con tutti tipi di frutta: e ogni tre alberi ad ogni lato della strada, erano state appese delle lanterne, che erano state accese con una torcia splendida da una bella Vergine in un vestito azzurro. Questo era tutto cosí maestoso e magnifico

che rimasi piú tempo che non fosse necessa rio. Finalmente, dopo aver avuto abbastanza informazioni ed indicazioni, salutai amiche volmente il primo guardiano. Strada facendo,

suo particolare significato. In alto, sul fron tone, c'erano le seguenti parole: "Procul hinc, procul ite, Prophani" ("Lontani da qui, allon

un

ero curioso di sapere che cosa fosse scritto nella mia lettera, ma siccome non dovevo pensare male del guardiano, dovetti frenare la

tanatevi, o profani"), ed altro di cui mi è stato severamente vietato di parlare. Appena arri

mia indiscrezione e avanzare sulla strada fin ché raggiunsi altre porte che erano quasi i

vai

sotto la porta, apparve un uomo vestito di

dentiche alle prime, solo che erano decorate

blu

cielo, che salutai in modo amichevole; egli

da altri disegni e significati occulti. Sul fronto

mi

ringraziò e chiese la mia lettera d'invito.

ne stava scritto "Date et dabitur vobis" ("Date

Oh! Come ero contento di averla portata con

e

vi sarà dato"). Sotto la porta, attaccato ad

me: perché avrei potuto facilmente dimenti

una catena, giaceva un leone terribile che si

carla, come avevano fatto anche altri, secon

alzò appena mi vide, e mi venne incontro rug

do

quanto egli stesso mi raccontava. La pre

gendo. A questo, l'altro guardiano, che era

sentai subito e lui non solo ne fu contento ma

sdraiato su un blocco di marmo, si alzò e mi

mi

onorò molto, cosa che mi meravigliò, e dis

disse di non spaventarmi preoccuparmi.

se,

"Entra fratello, per me sei un invitato ben

Ricacciò il leone indietro e lesse la lettera che

venuto". Mi pregò di dirgli il mio nome.

gli porgevo tremante. Poi mi disse con reve

Quando gli risposi che ero il fratello della Ros

renza: "Sia benvenuto da Dio, l'uomo che vo

sa

Rosa Croce, si meravigliò e anche di questo

levo vedere da tanto tempo". Nel frattempo

fu

contento; poi disse: "Fratello, hai qualcosa

tirò fuori anche lui un'insegna e mi chiese se

con te per poter comprare un'insegna?". Io

S.C. (Sanctitate Constantia; Sponsus Charus,

la

potevo scambiare. Siccome io non avevo

risposi che la mia fortuna era piccola, ma se egli vedeva qualcosa su di me che gli piaceva,

niente altro che il mio sale, gli offrii quello ed egli lo accettò, ringraziandomi. Sull'insegna

che la prendesse. Siccome mi chiedeva la mia bottiglia d'acqua, io consentii, e mi diede u n'insegna d'oro, con sopra solo le due lettere

c'erano ancora una volta solo due lettere, cioè S.M. (Studio Merentis; Sal Memor, Sponso Mittendus; Sal Mineralis; Sal Menstrualis De siderio di meritare; Sale del ricordo; Da man

Spes Charitas Costanza della santità; Sposo per amore; Speranza, Carità), raccomandandomi, quando questo mi avrebbe procurato

dare allo Sposo; Sale minerale; Sale mestrua le). Volevo parlare anche con lui ma si comin ciò a suonare nel castello, ed il guardiano mi

del

bene, di pensare a lui. Dopo di ciò chiesi

esortò a correre, altrimenti i miei sforzi e tut

quanti erano entrati prima di me, cosa che e

to

il mio lavoro sarebbero stati inutili, perché

gli

mi disse. Finalmente, per amicizia, mi diede

lassú si iniziavano a spegnere le luci. Feci tan

una lettera sigillata per il guardiano seguente.

to

in fretta che mi dimenticai, nella mia paura,

Siccome mi trattenni abbastanza a lungo con

di

salutare il guardiano; ed ebbi ragione, per

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ché non potevo correre abbastanza in fretta da non essere sorpassato dalla Vergine, dopo la quale tutte le luci si spegnevano. Non avrei neanche potuto trovare la strada se lei non mi avesse fatto luce con la sua torcia. Potei appena entrare dopo di lei, quando la porta si chiuse cosí in fretta che un pezzo del mio ve stito rimase chiuso fuori, ed io naturalmente dovetti lasciarlo indietro perché io quelli che già chiamavano da fuori la porta poteva mo persuadere il guardiano a riaprire; infatti, egli diceva di aver dato la chiave alla Vergine che l'aveva portata con sé nel cortile. Nel frattempo esaminavo la porta, che era cosí magnifica che non ne esiste una simile in tutto il mondo. Vicino alla porta c'erano due colonne. Sull'una era posta una statua sorridente con l'iscrizione Congratulator (Mi con

gratulo). Sull'altra una statua la cui figura tri ste nascondeva il viso; sotto di essa era scritto Condoleo (Compatisco). Insomma, scritte ed immagini erano cosi oscure e misteriose che l'uomo più abile sulla Terra non avrebbe potu

to decifrarle. Se Dio lo permette, tutte quante

saranno, però, portate alla luce del giorno e

svelate. Passando sotto questa porta, dovetti ancora una volta dare il mio nome, che venne scritto per ultimo in un libro di pergamena e subito

mandato con altri al grande sposo. Lí mi fu da

ta per la prima volta la vera insegna dell'invi

tato, che era un po' più piccola delle altre ma molto piú pesante, e su di essa erano le tre lettere S.P.N. (Salus per naturam; Sponsi pra esentandus nuptiis (Salute per mezzo della natura Da presentare alle nozze dello Sposo). Mi fu dato inoltre un nuovo paio di scar pe, perché il pavimento del castello era fatto tutto di marmo brillante. Dovetti dare quelle vecchie ad un povero scelto da me, tra i molti che erano seduti in buon ordine sotto la por

ta. Le regalai ad un vecchio; poi un paggio se guito da altri due che portavano torce, mi ac compagnò in una piccola stanza. mi dissero

di sedermi su un banco, cosa che feci. Loro

però piantarono le loro torce in due fori nel pavimento e se ne andarono, lasciandomi se duto da solo. Subito dopo, sentii un rumore ma non vidi niente, e poi fui preso da parecchi

uomini; siccome io non vedevo nulla, dovetti lasciar fare ed aspettare quello che mi sarebbe successo. Mi accorsi ben presto che erano barbieri e perciò li pregai di non tenermi cosí strettamente perché ero comunque disposto

a fare quello che mi avessero chiesto. Cosí mi

lasciarono subito libero ed uno, che però non vedevo, mi tagliò in modo fine e ben pulito i capelli della testa, lasciando stare tuttavia i lunghi capelli grigi sulla fronte e sulle tempie. Devo ammettere che, in un primo momento,

ero veramente disperato, perché alcuni di lo

ro mi afferravano con tanta forza, ed io non

vedevo niente, cosí che non potevo far a me no di pensare che Dio mi aveva abbandonato

a causa della mia troppa curiosità. Infine, que

sti barbieri invisibili raccolsero diligentemente

i capelli tagliati e li portarono via. I due paggi

delle torce si presentarono di nuovo e risero

di cuore perché io avevo avuto tanta paura.

Stavano conversando un po' con me, quando

si cominciò di nuovo a suonare una piccola

campanella per dare il segno (cosí mi dicevano i paggi) di radunarsi. Perciò mi dissero di seguirli, e mi illuminarono la via attraverso molti corridoi, porte e stanze in una vasta sa la. In questa sala c'era un gran numero di invi

tati, di imperatori, re, principi e signori, nobili

e non nobili, ricchi e poveri e plebaglia di tutti tipi che mi meravigliavano molto, e pensavo:

"Che grande idiota sei stato, ad aver intrapre

so un viaggio cosí duro e difficile. Guarda!

c'è gente che tu conosci e che magari hai sti mato poco. Quelli sono tutti qui adesso e tu, con tutto il tuo pregare e supplicare, sei arrivato per ultimo e con gran fatica". Questi ed altri pensieri mi furono ispirati dal diavolo,

malgrado tutti i miei sforzi per respingerli. Nel frattempo mi parlavano prima uno, poi l'altro

di quelli conosciuti da me: "Guarda, fratello

Rosenkreuz, sei qui anche tu?". "Sì, fratello," rispondevo. "La grazia di Dio ha aiutato anche me ad entrare", alla quale risposta ridevano molto,