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Diritto processuale civile 4/11/2011

LA CONSULENZA TECNICA
Anche nella consulenza tecnica,come nella testimonianza,il protagonista dell'attivit istruttoria un terzo soggetto: il consulente. Il mezzo istruttorio in esame particolarmente importante,perch la maggior parte dei processi civili caratterizzata dalla alla nomina di un consulente tecnico. La prima norma di riferimento che ci da atto di cosa sia la consulenza tecnica l'art. 61 CPC,contenuto nel capo rubricato Del consulente tecnico,del custode e degli altri ausiliari del giudiceche,per l'appunto,regola la disciplina di tutti i soggetti ausiliari del giudice all'interno del processo. Recita l'articolo: Quando e necessario, il giudice pu farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o pi consulenti di particolare competenza tecnica. La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice. Come si pu ben vedere,l'art. 61 fa riferimento alle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile nei cui articoli 13 e ss troviamo le norme che disciplinano l'albo dei consulenti tecnici. In particolare,ex art. 13 : Presso ogni tribunale istituito un albo dei consulenti tecnici. L'albo diviso in categorie. Debbono essere sempre comprese nell'albo le categorie: 1. medico-chirurgica; 2. industriale; 3. commerciale; 4. agricola; 5. bancaria; 6. assicurativa.. Ovviamente i consulenti saranno esperti nelle materie di cui all'articolo 13. Gli articoli successivi disciplinano nello specifico: ART 14 Norme sulle modalit di formazione e tenuta dell'albo ART 15 Requisiti e modalit necessari all'iscrizione nell'albo ART 16 Domande di iscrizione Gi da queste pochissime norme si pu capire non solo cosa sia la consulenza tecnica,ma anche perch il legislatore l'abbia prevista: all'interno del processo civile,non di rado,ai fini della decisione di una causa,il giudice necessita (o comunque trarrebbe giovamento) di un ausilio,perch talvolta sono richieste particolari cognizioni tecniche e scientifiche (in particolare nelle materie di cui all'art. 13) che esso potrebbe non possedere. Si ricorre,quindi,ad un esperto,un perito,che colmi queste lacune con il suo sapere tecnico qualificato in specifiche materie,fornendo le cognizioni necessarie a risolvere la controversia. La funzione e la natura di questo mezzo istruttorio sono molto controverse e la problematica in merito ad esse ha notevoli ricadute pratiche nell'ambito del processo. Va subito precisato che nel codice previgente (1865) era prevista la cd perizia,che era ritenuta,senza dubbio,un mezzo di prova a tutti gli effetti (deputato,quindi,anche all'accertamento di fatti). Nel 1940,invece,si previsto uno strumento istruttorio,la consulenza tecnica,che,stando alla lettera della legge,dovrebbe discostarsi non poco dal modello del codice abrogato,perch disciplinato come mezzo di ausilio del giudice nella valutazione di fatti gi provati. Esso,quindi,pur essendo un mezzo istruttorio (la restante disciplina infatti contenuta nella sezione dedicata all'istruzione probatoria),non un mezzo di prova vero e proprio volto ad accertare i fatti. Non a caso,vigendo nel nostro ordinamento il principio dispositivo per cui sono le parti che di regola chiedono i mezzi istruttori,esso uno dei pochi mezzi istruttori nella disponibilit del giudice (si parla,infatti,di consulenza tecnica d'ufficio c.t.u.) perch esso che lo dispone d'ufficio,allorch abbia bisogno di una serie di cognizioni tecnico-scientifiche che non ha,o che lo ammette quando sono le parti a farne richiesta nei loro atti. Quantunque sia un mezzo nella disponibilit del giudice (in tendenziale deroga del principio dispositivo che,perci,si definisce attenuato),ci si chiede se la consulenza tecnica sia: UN VERO E PROPRIO MEZZO DI PROVA : finalizzato ,a dimostrare l'esistenza di fatti allegati dalla parte e non ancora provati. In questo caso si parla di consulenza tecnica percipiente (il fatto allegato pu anche essere accertato dal consulente tecnico ed provato attraverso la consulenza)

MEZZO ISTRUTTORIO AUSILIARIO PER INTEGRARE LE CONOSCENZE DEL GIUDICE : serve soltanto al giudice per avere delle cognizioni tecniche e valutare dei fatti gi provati dalle parti. In questo caso si parla di consulenza tecnica deducente (il fatto deve essere comunque provato dalla parte,che non pu utilizzarlo per adempiere l'onere probatorio,ma il giudice,per valutare correttamente le risultanze istruttorie,pu farsi assistere dal consulente). Il problema non soltanto teorico,perch la per la parte rilevante sapere,al momento in cui allega un fatto,se pu provarlo attraverso la consulenza o debba provarlo aliunde e la consulenza possa essere disposta solo per valutarlo meglio. Molto spesso i fatti oggetto della consulenza sono decisivi per la definizione della causa perch la loro esistenza o modo di essere possono determinare l'esito del processo. Basti pensare alle cause di risarcimento del danno,in cui la consulenza avr necessariamente ad oggetto il quantum del danno (che un fatto molto rilevante) o l'an (che determina se la domanda debba essere accolta o meno) del danno quando esso,ad esempio,sia dovuto ad errore medico o diagnostico,nel qual caso il giudice deve necessariamente avvalersi della consulenza di un tecnico che sia in grado di stabilire se ci sia stato un errore nella diagnosi o nella cura di una determinata malattia. Per la parte,dunque,diviene fondamentale capire se il mezzo abbia valenza istruttoria vera e propria e il consulente,cos,possa essere visto come una sorta di testimone qualificato che espone una serie di fatti consentendo al giudice di conoscerli o,se esso serva solo a valutare fatti gi provati e,in tal caso,sar un mero ausiliare del giudice che lo assiste integrandone le conoscenze. Tradizionalmente la dottrina,facendo leva sull'ispirazione originaria del codice del 1940 (l'art.61,infatti,fa rientrare il consulente fra gli ausiliari del giudice e ne parla in termini di mera assistenza a quest'ultimo,lasciando in ombra la funzione probatoria),propendeva per l'esistenza della sola consulenza tecnica deducente. Corollario di tale opinione era la non obbligatoriet in alcun caso per il giudice (ritenuto peritus peritorum,potrebbe sempre decidere la consulenza senza avvalersi del consulente) di disporre una consulenza anche quando siano le parti a richiederlo e,la non vincolativit delle risultanze di essa (nel senso che il giudice non obbligato ad attenervisi) nel caso in cui,invece,vi faccia ricorso,salvo l'obbligo di motivare l'eventuale dissenso rispetto alle conclusioni del consulente tecnico. Tuttavia nel corso dei decenni,e specie negli ultimi tempi,si andato affermando l'orientamento opposto,secondo il quale la consulenza tecnica pu essere anche percipiente volta,in taluni casi,sic et simpliciter ad accertare i fatti (con una schietta funzione probatoria). Essa sarebbe,dunque,una sorta di prova libera,uno strumento istruttorio soggetto,ai sensi dell'art. 116 CPC,al prudente apprezzamento del giudice e consentirebbe alle parti anche solo di allegare determinati fatti con la consapevolezza di poterli provare proprio per il tramite della consulenza (in questo caso il consulente,inteso come testimone qualificato,rende la relazione che sar oggetto dell'apprezzamento del giudice). La ricorrente affermazione che si ha nell'ambito di questo orientamento,per, il fatto che tale funzione percipiente finalizzata puramente all'accertamento dei fatti,pu aversi solo allorch determinati fatti non possano essere dimostrati in alcun altro modo se non attraverso l'utilizzo di alcune cognizioni tecnico-scientifiche particolari. Devono essere,dunque,fatti non agevolmente dimostrabili (perch provocherebbero delle diseconomie) dalle parti personalmente perch,richiedendo determinate conoscenze tecnico-scientifiche che fanno s che possano essere dimostrati solo possedendole,rendono necessario avvalersi delle considerazioni di un esperto (ad es. per accertare l'errore medico,oppure la responsabilit del costruttore nel caso di crollo di una palazzina,caso in cui sar necessario nominare un ingegnere). Come corollario di questa tesi si tende a dire che la disposizione o l'ammissione di una consulenza sarebbe un onere per il giudice e non una mera facolt,perch egli s perito peritorum,ma non pu avere la discrezionalit di escludere una consulenza laddove gli manchino delle conoscenze tecniche. Le parti avrebbero,dunque,un vero e proprio diritto ad ottenere una consulenza per l'accertamento vero e proprio di taluni fatti del processo. Anche in questo caso il giudice potrebbe discostarsi o parzialmente discostarsi dalle risultanze,ovviamente con l'obbligo di motivare tale dissenso avvalendosi anche qui di eventuali cognizioni tecniche che dovesse avere. Anche in giurisprudenza si hanno pronunce che ricalcano l'orientamento tradizionale,tuttavia negli ultimi decenni la prassi ha cominciato a rendersi conto del fatto che la consulenza tecnica deve avere anche valore percipiente perch essendo difficile provare taluni fatti senza cognizioni tecniche particolari,essa sarebbe non solo una garanzia per le parti (che se non potessero avvalersi della

consulenza sarebbero costrette a provare fatti di cui difficilmente possono dimostrare l'esistenza o inesistenza),ma anche un utile strumento di economia processuale. Essendo la consulenza cos delineata una prova vera e propria che fonte di apprezzamento del giudice e,vertendo essa solitamente su fatti decisivi,il giudice potrebbe limitarsi,nella sentenza,ad aderire alle sue risultanze. (ad es. Nel caso di accertamento del danno da errore diagnostico,la parte che in teoria ha commesso l'errore allegher tutta una serie di argomentazioni per dimostrare che esso no si verificato,ma con la consulenza tecnica d'ufficio si pu accertare che l'errore c' stato. Questo fatto decisivo e il giudice potrebbe limitarsi ad accogliere la domanda di risarcimento anche solo sulla base di esso.) Nell'ambito di questo orientamento giurisprudenziale si sono delineati due sotto-orientamenti principali in merito al se il giudice,potendo fondare la sua decisione sulla perizia,debba necessariamente motivare l'adesione alla richiesta di consulenza fatta dalle parti e,l'eventuale dissenso alle loro controdeduzioni :

1. TESI MENO RIGORISTA : il giudice potrebbe limitarsi ad aderire alla consulenza


semplicemente richiamandone le risultanze. Quanto al rigetto delle controdeduzioni eventualmente sollevate,neanche per esso ci sarebbe obbligo di motivazione perch sarebbero implicitamente confutate dalle risultanze della consulenza in quanto con esse contrastanti (si parla di motivazione per relationem). Sono sempre pi frequenti i giudici di merito decidono in questo senso.

2. TESI PIU' RIGORISTA : il giudice potrebbe s aderire alla consulenza semplicemente


richiamandone le risultanze,ma avrebbe quantomeno l'onere di motivare nello specifico le ragioni per cui ritiene di dover disattendere le controdeduzioni sollevate dalle parti. Proprio in questo quadro si inserisce la sentenza di oggi. Ci si pu rendere conto del caso di specie seguendo lo svolgimento del processo : l'amministrazione dei monopoli di Stato chiamava in giudizio una serie di Comuni sardi per sentirli dichiarare responsabili dell'inquinamento della salina di Cagliari dovuto al riversamento di liquami fognari di origine urbana non depurati n convogliati ed ottenerne la condanna solidale al risarcimento del danno emergente e del lucro cessante con interessi e rivalutazione.
I Comuni convenuti si difendevano addebitando la responsabilit dell'inquinamento al comportamento dell'amministrazione dei monopoli e della Regione Sardegna (...)

Questo un caso di ammissione implicita : i Comuni ammettono l'inquinamento,ma dicono che dovuto ad altri soggetti. Il fatto costitutivo inquinamento,dunque,per il principio di non contestazione, espunto dal tema probandum,l'attore non ha pi l'onere di provarlo.
La Regione eccepiva il proprio difetto di legittimazione () Il tribunale riteneva la responsabilit esclusiva dei Comuni () motivando come segue sui punti ancora in discussione

Il tribunale accoglieva dunque la domanda soltanto in parte,solo relativamente al danno emergente ma non al lucro cessante
La parte che pretende il risarcimento del danno da lucro cessante ha l'onere di provarne l'esistenza; tale prova deve essere fornita con mezzi diversi dalla c.t.u. (...) l'amministrazione statale non ha fornito elementi per la ricostruzione della situazione economica dell'azienda prima e dopo il fatto dannoso.

L'attore stato sfortunato perch ha trovato un tribunale e una Corte d'appello che hanno rigettato parte della sua domanda non ritenendo possibile assolvere all'onere probatorio semplicemente attraverso la consulenza tecnica. La parte si era semplicemente limitata ad allegare il lucro cessante per cui ha ottenuto solo 9 miliardi. La Cassazione smentisce questa impostazione:
Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione,insufficiente e contraddittoria

motivazione su un punto decisivo della controversia () diversamente da quanto ritenuto dalla corte di merito il lucro cessante,costituito dal mancato introito del prezzo di vendita del sale,pur in costanza di passivit ugualmente sostenute, stato allegato e provato () occorre evidenziare a questo proposito che la c.t. Costituisce fonte oggettiva di prova di prova () dagli accertamenti tecnici

La consulenza tecnica,dunque, un vero e proprio mezzo di prova quando il fatto sia dimostrabile solo attraverso determinate conoscenze tecniche.
Il giudice pu non aderire alle conclusioni del c.t.u. Ma in tal caso tenuto a fornire congrua motivazione () cognizioni tecniche Se il giudice affida al consulente il semplice incarico di () utilizzabile al pari di ogni altra prova ritualmente acquista al processo

Peraltro,essendo la prova di uno dei fatti decisivi per la causa,la c.t.u svolge un ruolo particolarmente importante nel processo. Per confermare questo orientamento,come spesso accade,la Corte richiama altre sentenze in tal senso tutte legate alla convinzione che la consulenza tecnica possa essere sia deducente che percipiente.
In nessun caso,tuttavia,la consulenza tecnica pu servire ad esonerare la parte (...) ricorrono o meno le condizioni per ammettere la consulenza tecnica

Nei casi in cui i fatti sono rilevabili solo attraverso il ricorso a specifiche conoscenze tecniche,l'onere della prova pu ritenersi assolto con la semplice allegazione del fatto,perch esso potr essere provato attraverso la consulenza tecnica
Viola pertanto gli artt. 61 (figura del consulente tecnico) e 116 (possibilit del giudice di formare il proprio libero convincimento),il giudice che non ammetta la consulenza tecnica () di tenerne conto

Con questa sentenza la Corte pone una sorta di vincolo per il giudice,che deve ammettere la consulenza e non pu rifiutarsi di ammetterla per il solo fatto che non sia stato adempiuto l'onere probatorio(per il semplice fatto che si tratti di fatti non ancora provati) Il caso di specie,peraltro,si riferisce a una situazione in cui la perizia aveva ad oggetto un esame contabile di alcuni documenti (per poter accertare il lucro cessante),materia in cui,ex art. 198 CPC,il consulente ha poteri particolarmente ampi: previo consenso di tutte le parti pu addirittura andare ad accertare fatti non allegati in giudizio (documenti che non sono stati prodotti) anche se di essi pu fare menzione nei processi verbali o nella relazione solo a patto che le parti stesse acconsentano anche a ci. questo,dunque,un caso in cui la funzione probatoria della consulenza particolarmente incisiva. Nella prassi molto spesso accade che la consulenza tecnica svolga anche un'altra funzione peculiare con riferimento all'ispezione (strumento istruttorio disponibile d'ufficio attraverso il quale il giudice ha una conoscenza diretta di determinati fatti,luoghi o cose): talvolta accade,infatti,che il giudice non si rechi personalmente a visionare alcuni luoghi o cose e nomini un proprio consulente che vada ad ispezionare (tant' vero che nell'ambito dell'ispezione si parla di ispezione da parte del giudice o di ispezione a mezzo di consulente tecnico). Terminato il discorso relativo alla natura e alla funzione della consulenza,bisogna andare a inquadrare questo mezzo istruttorio nell'ambito del processo. Le norme che regolano l'attivit del consulente tecnico sono gli artt. 191 e ss CPC nella sezione relativa all'istruzione probatoria. L'attivit del consulente pu consistere in: mera assistenza al giudice o alle parti in udienza svolgimento di vere e proprie indagini anche in maniera del tutto autonoma senza alcun intervento del giudice

Di queste due possibili modalit di svolgimento dell'attivit del consulente parlano gi gli artt. 61 (consulente tecnico come ausiliare del giudice) e 62 (compimento delle indagini commissionategli dal giudice) e l'articolo 194 co1,rubricato attivit del consulente,si riferisce proprio ad esse : Il consulente tecnico assiste alle udienze alle quali invitato dal giudice istruttore; compie, anche fuori della circoscrizione giudiziaria, le indagini di cui all'articolo 62, da s solo o insieme col giudice secondo che questi dispone. Pu essere autorizzato a domandare chiarimenti alle parti, ad assumere informazioni da terzi e a eseguire piante, calchi e rilievi. L'attivit pi frequente nella prassi di certo quella che consiste nello svolgimento di vere e proprie indagini (alla fine delle quali redige una relazione delle operazioni peritali compiute) con o senza intervento del giudice ma,entro certi limiti,in maniera perlopi autonoma. Il nostro codice prevede un vero e proprio obbligo,per il consulente iscritto nell'apposito albo,di prestare il proprio ufficio una volta nominato,obbligo che per tendenziale,essendo previste delle cause di esenzione . Recita,infatti,l'art. 63 : Il consulente scelto tra gli iscritti in un albo ha l'obbligo di prestare il suo ufficio, tranne che il giudice riconosca che ricorre un giusto motivo di astensione. Il consulente pu essere ricusato dalle parti per i motivi indicati nell'articolo 51. Della ricusazione del consulente conosce il giudice che l'ha nominato. Come si pu evincere dal richiamo all'art 51,il consulente soggetto alle stesse ipotesi astensione previste per il giudice e anch'esso,qualora non vi si attenga,pu essere ricusato dalle parti. L'art 192 co2 e 3 parla proprio di astensione e ricusazione,prevedendo che il consulente che,una volta nominato,ritenga esista una giusta causa per la quale non debba prestare il proprio ufficio,deve farlo presente al giudice almeno 3 giorni prima dell'udienza di comparizione. Entro lo stesso termine le parti devono proporre le loro istanze di ricusazione depositando in cancelleria ricorso al giudice istruttore. L'art 191,riformato al primo comma dalla novella del 2009,disciplina la nomina del consulente : nell'ambito dell'udienza di trattazione ( N.B. Il nostro processo diviso in fasi : 1.fase introduttiva; 2.fase di trattazione; 3.fase di assunzione delle prove; 4.fase decisoria) il giudice,con ordinanza ex art.183 co7(ordinanza emanata all'esito delle memorie scritte scambiatesi delle parti in fase di trattazione,con la quale il giudice provvede sulle richieste istruttorie formulate dalle parti nelle ultime due memorie,relative ai mezzi di prova e alle prove contrarie) ,nomina anche il consulente tecnico,formula i quesiti da sottoporgli e fissa l'udienza in cui esso dovr comparire per accettare e formalizzare l'incarico . In passato la norma prevedeva che nell'udienza di trattazione il giudice nominasse solo il consulente,che i quesiti non fossero contestuali ad essa,ma fissati in udienza di comparizione (per cui il consulente non aveva,come oggi,la possibilit di arrivare in questa udienza gi preparato su tali quesiti) e che in un'ulteriore udienza il consulente depositasse la relazione. Da tutto ci scaturivano notevoli ritardi,per cui la riforma si mossa in un'ottica di accelerazione dei tempi e garanzia delle parti (perch il consulente,avendo gi nozione dei quesiti,potrebbe arrivare in udienza e suggerirne alle parti la modifica o l'integrazione). L'ordinanza di nomina emanata dal giudice istruttore si rivolge anche alle parti (ex art 201 CPC)perch d loro un termine entro cui nominare un eventuale consulente di parte (di regola esso viene nominato soprattutto nelle cause in cui tutto ruota intorno all'accertamento di fatti dimostrabili solo con particolari conoscenze tecnico scientifiche). Arrivato all'udienza di comparizione (cui invitato con ordinanza notificatagli dal cancelliere come da art. 192 co1) il consulente,salvo esistenza di cause di esenzione,deve accettare l'incarico e giurare di bene e fedelmente adempiervi (art. 193): solo in questo momento l'incarico gli affidato formalmente sebbene sia a conoscenza gi da prima dei quesiti. L'attivit in concreto del consulente in materia di indagini disciplinata dall'art. 195 : COMMA I : fa riferimento alle indagini svolte con l'intervento del giudice. In questo caso si forma processo verbale a meno che il giudice,come spesso avviene,non disponga che il consulente rediga una relazione scritta. COMMA II : fa riferimento alle indagini svolte senza l'intervento del giudice. In questo caso il consulente redige la relazione scritta nella quale inserisce anche le istanze e le osservazioni delle parti. Inevitabile,a tal proposito,fare riferimento all'art 90 delle disposizioni di attuazione : Il consulente tecnico che, a norma dell'articolo 194 del codice, autorizzato a compiere indagini senza che sia presente il giudice, deve dare comunicazione alle parti del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni, con dichiarazione inserita nel processo verbale d'udienza o con biglietto a mezzo del cancelliere.

Anche il comma 3 del 195,che prevede la disciplina dello svolgimento delle operazioni peritali, stato riformulato,per le stesse ragioni di fondo del 191co1,dalla novella del 2009: nei casi in cui svolge autonomamente le indagini,infatti,il consulente,compiute le operazioni peritali,deve redigere una relazione scritta (il parere orale ormai marginale.) e trasmetterla (anche in maniera telematica) alle parti costituite entro un termine fissato dal giudice con ordinanza emessa in udienza di comparizione. Con la stessa ordinanza il giudice fissa anche il termine entro cui le parti devono trasmettere al consulente le proprie controdeduzioni rispetto a tale relazione. C' un ulteriore termine,anteriore alla successiva udienza, entro cui il consulente deve depositare in cancelleria la propria relazione e le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione sulle stesse. Quindi,nei primi due termini tutto si svolge in uno scambio di scritti tra il consulente e le parti e solo entro il terzo il consulente si reca presso l'ufficio giudiziario. Questa legge molto opportuna perch in passato questo triplice termine non era stabilito a monte,ma erano fissate varie udienze apposite : ecco perch anche in questo caso si ha un'accelerazione (In realt nella pratica,anche prima di questi interventi legislativi,alcuni uffici giudiziari adottavano delle prassi cd. Virtuose con le quali ponevano in essere meccanismi molto simili a quelli oggi formalizzati,senza ricorrere a meri rinvii di udienza). Nell'ambito dell'attivit del consulente deve sempre essere garantito il contraddittorio tra le parti (che a ben vedere garantito anche nello scambio di scritti col consulente di cui abbiamo parlato in precedenza),che devono poter partecipare e svolgere un ruolo attivo in queste operazioni peritali tanto personalmente,quanto attraverso i difensori e i consulenti tecnici di parte. Basta guardare all'art. 194 Co2: Anche quando il giudice dispone che il consulente compia indagini da s solo, le parti possono intervenire alle operazioni in persona e a mezzo dei propri consulenti tecnici e dei difensori, e possono presentare al consulente, per iscritto o a voce, osservazioni e istanze.. Queste osservazioni le parti di regola non le svolgono mai personalmente,ma sempre a mezzo del loro difensore o del difensore coadiuvato dal consulente tecnico di parte (che abbia le conoscenze tecniche necessarie a rispondere al c.t.u.) e,infatti,dall'art. 201 co2,che disciplina proprio la figura di quest'ultimo,ricaviamo un'ulteriore dimostrazione del rispetto del principio del contraddittorio : Il consulente della parte, oltre ad assistere a norma dell'articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all'udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l'autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche. Peraltro,l'art 91 delle disposizioni di attuazione afferma che il cancelliere deve dare comunicazione al consulente tecnico di parte delle indagini predisposte dal consulente d'ufficio :si ha un vero e proprio onere di informare il consulente tecnico di parte del fatto che un c.t.u. stia svolgendo una serie di operazioni peritali,dimodoch possa interloquire o assistervi. Si discute di quale possa essere il valore probatorio di eventuali dichiarazioni o osservazioni delle parti in sede di espletamento della consulenza tecnica. Di regola si tende a ritenere,argomentando sulla base dell'art. 200,che si tratti di elementi che costituiscono meri argomenti di prova. Nell'espletamento della consulenza,proprio grazie al particolare compito del consulente e alla collaborazione richiesta tra esso e le parti o i loro consulenti tecnici, ben possibile raggiungere la conciliazione tra le parti . Se tale conciliazione si raggiunge,l'art 199 prevede che : Se le parti si conciliano, si redige processo verbale della conciliazione, che sottoscritto dalle parti e dal consulente tecnico e inserito nel fascicolo d'ufficio. Il giudice istruttore attribuisce con decreto efficacia di titolo esecutivo al processo verbale., in caso contrario,invece,bisogna far riferimento all'art. 200 co1,che stabilisce che quando la conciliazione non avvenga il consulente depositi in cancelleria la relazione con i risultati delle indagini e il suo parere entro il termine stabilito. Ovviamente il consulente soggetto a responsabilit (nello specifico nella responsabilit penale dei periti) per la sua attivit incorrendo,ai sensi dell'art. 64 CPC,in sanzioni penali nel caso in cui svolga inadeguatamente o con colpa grave il suo incarico. L'attivit del consulente retribuita e la liquidazione del suo compenso regolata non da una norma del codice,ma dalla legge speciale 115 del 2002 (dedicata in generale alla liquidazione dei compensi degli ausiliari del giudice),la quale afferma che le spettanze dovute per lo svolgimento della consulenza tecnica devono essere richieste dal tecnico,a pena di decadenza,entro 100 giorni dal compimento delle operazioni peritali con domanda presentata allo stesso giudice procedente, il quale provveder con decreto motivato comunicato al beneficiario e alle parti e costituente titolo esecutivo (dotato,quindi,di provvisoria esecutivit).