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Sweet Sixteen

Nella ristorante del buongusto siamo tutti ben abbigliati e ci scambiamo battute felici; il barista è
simpatico per professione e noi gli crediamo. Let the good times roll. Ci si accomuna nelle canzoni
giovanilsimilanti dell’ultima punk-rock band milionaria. E gli euro cambiano mani, nelle targhette
di plastica d’importanza rivestita.

Uno smoking in affitto! Che la festa si riempi di barboni e senza-speranza tutti rigorosamente in
smoking in affitto!!! Di terza mano e con le scarpe bucate. Che qualcuno urli ed incominci a romper
vettovaglie.

Che si creda in questa finzione, per diamine! Serietà e signorilità al benestare artefatto, in belle vesti
il gozzoviglio. Che trionfi la superficialità che sta più in superficie! La mimica, la più genuina
finzione! Ubriachi e disperati ma, mai, mai! Dimentichi ed irriguardosi del bon ton, del rispetto
dovuto per gli addobbi da centomila dollari. Del padre di famiglia da un milione. Dei bot e cct ed
investimenti nell’industria farmaceutica, spesi per quest’ottimo melone e prosciutti crudi annessi; le
pizzette pasticcere del caso. Ed i crostini! Dio, non dimentichi i crostini! Caviale persiano o
bottarga di Comacchio laddove i salmoni s’adunano.

Ti vedo e penso è il vestito, certo splendido, tipo euro cinquemila, che attorno t’avviluppa? O è
sotto che voluttuosa, corpo ignudo, ti dimeni? Sei calda vulva e seni sotto i cui capezzoli un leve
velo di sudore eccito si raccoglie? Sei nesso soave di schiena e culo; collo, mento e spalle; salita
antigravitazionale costole tette? O pure sotto, fin lì, ripeti e riproduci il social valore delle stoffe
coprenti?
Ti porto sulla spiaggia per spiegarti un cocktail, o nel pagliaio come nei pornocorti o te llevo al
huerto. Ad ogni modo lo devo sapere. Sei persona di subiti respiri, contatto con tutto, sopra me
distesa? Insicura però coraggiosa, oppure attendi l’acquisto d’un momento idoneo,
dell’ambientazione ideale, del copulando perfetto, della perfetta integrazione di carriere, parentele
ed, in Sardegna, tempo libero?

Sai, forse ti regalo un vibratore. Ti lascio alla magnilodecenza dell’ambiente mondano,


infinitamente provinciale, ai regali di papà ed al di padre bravo ragazzo dotato di berretto e scarpe
da tennis studiate per l’occasione. Anzi, te ne lascio una decina, da distribuire alle tue amiche,
pulsanti, rotanti, falli di plastica; di varie dimensioni, da intercambiare od adoperare in sequenza,
sola od in compagnia. E me ne vado a passeggio tra gl’angiporti che tu diresti elegantemente
periferia, alla ricerca d’una bettola senza deliri d’onnipotenza, di sana indecenza. Ordinerò un paio
di Wild Turkey da bere, con rancore, alla salute tua, sperando che muori oppure t’investano e
parlerò per ore con il più ubriaco e maggiormente folle derelitto logorroico, professionista
disperato. Poi esco e vagherò per ore, camminando in luoghi non familiari, facendomi derubare e,
con un po’ di fortuna qualche pugno in faccia, strascicherò lo smoking in affitto, lo riempirò di
polvere. E pieno di remore e demoni interiori lancerò oggetti in un fiume o canale urbano o fogna a
cielo aperto, aspettando fiducioso l’alba. La luce del sole che inizia tenue, poi con decisione
illuminerà le mie vergogne. Penserò alle fresche, linde lenzuola ch’attorneranno il tuo fanciullesco
risveglio, farò qualche stanco passo e riderò, riderò, con la testa all’insù come uno scemo. Come un
pazzo.

a.ritroso