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R RUSCO! LIBRI Nel 1785 Immanuel Kant pubblica lo seritto dal titolo Fonda- aione della metafisica dei costumi. Esso costiuisce il primo vero (entativo di Kant di affrontare la problematica morale, ¢ un congruo anticipo del'opera pit computa pubblicata, tre anni pi tardi, con il titolo di Critiea della ragion pratica. La Fondazione divisa in te part no Mitinerario che la ragione deve compiere per giungere alla condizioni di possibiita della moralit. La pi dizionato », e descrive une della moralith a quella filosofica. La seconda si occupa dell ulteriore passaggio: dalla filosofia morale all « metal ‘ca de costumi, ovvero, alla metafisiea morale. La terza,infi- ne, partendo d ima, glunge alla defintiva critica del- la ragion pura pratica, dove to di libertd guidando la singola votonta diventa la il fondamento della morali- 18 di ogni essere razionale. L'analisi degli Jmperativi categori- ci € ipotetici, contenuta soprattutto in quest'ultima parte, c0- Stituisce i! fulero dell opera, Quest’edizione & curata da Vittorio Mathieu, uno det maggiort sudiosi di Kant a livello italiano e internazionale. L’introdu- ione tematizza in maniera nuova ed esclusiva i temi fonda: ‘mentali del primo pensicro morale kantiano. Le nove al sono brevi ed essenzialie rispondono all'esigenza di chia ppassi pi controversi e dfficll. La bibliografia contiene, oltre alle maggiori edizioni e ai maggiori studi sul tema, anche una soriografia kantiana specifica sul problema etico-religioso che abbraccia pits di tre secoll. H testo tedesco a fronte rip ‘duce Fedelmente Pedizione crtiea oggi di riferimento (K. Vor- Hinder, Grundiegung zur Metaphysik der Sitten, « Philosophi- sche Bibliothek »), aggiornata all'ultima edizione. Poe itt Ct KANT Ri Testo tedesco a fronte A cura di Vittorio Mathieu R RUSCONT LIBRI IMMANUEL KANT FONDAZIONE DELLA METAFISICA DEI COSTUMI Introduzi di jone, traduzione, note ¢ apparati Vittorio Mathieu RUSCONI LIBRI Prima edione maga 1998 Tore isi sews © 1994 Rosconi Libel s.1,vile Sart 235, 20126 Milano ISBN 88-18:70055.5 INTRODUZIONE I 1, Che cosa significa per Kant «Metafisica»? Quello che conviene spiegare anzitutto é lo strano ti- tolo: Fondazione della metafisica dei costumi. Chi non | abbia familiarita con la filologia germanica da un lato e ! con la filosofia di Kant dallaltro non pud rendersi conto di che cosa mai sia una «metafisica dei costumip. Il ter- mine kantiano per «costumi» é Sitten: parola apparenta- ta con il greco 80s € jjGos, con termini latini come sue- sco (mi abituo) oppure sodalis (compagno). Il significato originario era consuetudine. Quando, nel '700, si cercd una terminologia tedesca da far corrispondere al latino filosofico (scolastico in particolare) che, a sua volta, era stato ricaleato sul greco da Cicerone, Sitten prese ad es- sere usato come equivalente di mores. Tale equivalenza compare gii_nell’antico tedesco, ma il significato etico di costume (da cui aggcttivi come «costumato» «scostu- mato» ¢ simili) viene in luce a partire dal '500: ad esem- pio nella traduzione della Bibbia di Lutero (1534) di 1 Cor 15,33: «Cattive chiacchiere divengono buoni costu- mi». Metafisica dei costumi 2, quindi, cid che noi direm- . mo «metafisica morale» o, allinverso «etica metafisicay: una dottrina del comportamento che tragga le sue pre- scrizioni non dall'autorita ma dalla ragione naturale. Ancora, perd, & necessario chiarire l'uso particolaris- simo che Kant fa della parola «metafisica». Egli contrap- pone un significato nuovo di metafsica al significato tra- Aizionale, ¢ per questo 2 stato erratamente interpretato come un distruttore della metafisica. Dopo la Critica del- La ragion pura, senza dubbio, secondo i kantiani e i post- tiani «non si pud pit far metafisica», in senso tradi- 6 INTRODUZIONE zionale; mentre chi, come i cultori della «filosofia clasi- ca» 0 afilosofia perenne» (termine quest'ultimo leibni ziano, ma fatto proprio, perlopiti, da filosofi cattolici) voglia continuare a far filosofia (ad esempio, nei tempi recenti in Italia: un Carlo Mazzantini, i filosofi dell'Uni- versiti Cattolica, in particolare Gustavo Bontadini, !'U- niversiti di Padova, soprattutto per influsso di Umberto Padovani, che veniva dalla Cattolica, poi di Marino Gentile ece.), 0 dovra ripudiare Kant o, come avviene oggi di preferenza, reinterpretarlo, Perd Pintenzione dichiarata di Kant, lungi dall'essere quella di demolire la metafisica, era di porla «sulla stra- da sicura della scienzay, ad analogia di quanto il Galilei aveva fatto per la fisica grazie al metodo sperimentale. Se non che in metafisica (almeno a quel tempo) non si vedeva il modo di intraprendere esperienze. Si reputava doversi procedere con la pura ragione, o che si trattasse di conoscere Dio, o il mondo, o Fanima dell’ uomo: con- cetti che non cadono sotto nessuna esperienza diretta (neppure il «mondo»: esperienza ha per oggetto singo: le cose, ma non il mondo nel suo complesso). La filoso- fia di Christian Wolff — un illuminismo scolastico, che pretende di fondarsi sulla pura ragione, anche se si e- sprime con un linguaggio e uno stile tratti dalla scolast ca medievale ~ & costituita essenzialmente da tre scienze (esposte in latino e poi anche in tedesco) chiamate ap- punto «tazionalin: teologia razionale, cosmologia razio- nale, psicologia razionale. Qui il termine «razionale» ha lo stesso significato che ha ancora oggi in «meccanica ra- zionale»: costruita senza far ricorso all’esperienza. Le tre scienze suddette sono esplicitamente dichiara- te impossibili dalla Critica della ragion pura, poiché la pretesa di conoscere oggetti senza servirsi dell’esperien- za insensata, Come supporre allora che Kant, non solo si proponesse di conservare la metafisica, ma di portarla sul cammino sicuro della scienza? La meccanica razio- nale, ¢ in genere tutta la matematica, é certamente pet INTRODUZIONE 7 Jui una scienza, ¢ si costruisce senza far uso dell’espe- rienza, muovendo da principi assolutamente a priori: ma questi principi, come quelli dell'aritmetica e della geo- ‘metria, sono desunti da determinate condizioni univer- sali e costant, le sole che rendano possibili una cono- scenza in generale, Se non rispettasse tali condizioni — dette per questo da Kant «trascendentali», con un uso del termine «crascendentale» analogo, ma non identico, uso che ne aveva fatto la Scolastica - Voggetto della conoscenza non potrebbe neppure costituirs, come og- getto per noi. Pertanto di qualsiasi opgetto di conoscen- za, e di ogni suo possibile comportamento, si potranno prevedere «a priori» taluni caratteri, e precisamente guei caratteri che dipendono dalle condizioni che ren- dono possibile la sua conoscenza. Queste condizioni so- no formali,e di esse si da una conoscenza 4 priori. Se, percid, una metafisica sara possibile, lo sara come cono- scenza di forme, non di oggeti. ‘Ad esempio, di un oggetto fisico non occorre fare e- sperienza per sapere che & esteso e obbedisee ai teoremi della geometria (che per Kant, al tempo della Critica & una sola: la geometria cuclidea; solo pit tardi verri a conoscere il problema della geometria non cuclidea). Del pari anche di un oggetto mentale, o di uno stato d'animo semplicemente vissuto, si pud sapere, senza farne esperienza, che tanto © poco durera nel tempo. Dunque, la presenza necessaria nell’esperienza di forme «trascendentali», ovvero di conoscenze tali che fuori di esse nessun oggetto é costruibile o immaginabile, per- maette di conoscere qualcosa a priori: cid che condiziona il conoscere con assoluta necessita condiziona anche Toggetto di una tale conoscenza. Naturalmente oggetto in parola é solo l’oggetto «per noi», o fenomeno: in sé Voggetto esiste per conto suo, non é condizionato dal nostro conoscere, che non lo crea. Quindi, di come sia la realta in sé noi non sappiamo nulla, Ma, appunto per- cid, possiamo fare come se non ci fosse, e costruire a 8 INTRODUZIONE priori conoscenze universali e necessarie circa 'unico oggetto possibile per noi. 2. Rapporto tra critica e flosofia. Giungiamo cost al nuovo e rivoluzionario significato che Kant da a «metafisica»: questa scienza, 0 pretesa scienza, puramente a priori ha per oggetto, non la realta in assoluto, ma le condizioni universali e necessatie che rendono possibile la conoscenza della realta. Essa dovri essere preceduta da una critica, condotta anch’essa con un metodo puramente «razionale», che accert: 1) che le condizioni trascendentali ci sono; 2) quali siano. Questa ricerca @ chiamata da Kant «filosofiatrascendentalen, ed @ esaurita dalle tre Critiche rispettivamente della ragion pura, della ragion pratica ¢ del giudizio ~ anche se T'ulti- mo Kant, nel cosiddetto Opus postumum, tornera sul problema della filosofia trascendentale, per ragioni che non é luogo per esporre qui, Lasciamo da parte anche il problema della Critica del giudizio (1792) — lo stesso che ritorna con altre soluzioni nell’Opus postumo ~ e limi- tiamoci a cercare in che rapporto stia la filosofia critica con la metafisica nei campi rispettivi delle prime due Critiche e ciot la conoscenza della natura e la determina zione della volonta, entrambe secondo principi a priori. Purtroppo, specialmente nel caso della natura, sul rapporto tra filosofia critica, filosofia trascendentale ¢ metafisica Kant emette opinioni oscillanti e a tratti con- traddittorie. Egli pubblica effettivamente le promesse 0- pere di «metafisican: i Principé metafisici della scienza della natura nel 1786, ¢ la Metafisica dei costumi (o «me- tafisica morales) nel 1797. Specialmente la prima & piut tosto esigua: non per ragioni di incompletezza, perché Kant dice esplicitamente che il quadro & completo e che si tratta soltanto di svilupparlo nei particolati; bensi per- ché tale quadro non @ altro che una ripresa della tabella delle 12 categorie, a cui Kant fa cortispondere le princi pali branche della fisica del suo tempo. Egli mostra, con | | INTRODUZIONE 9 i8, che una fisica «a priori» davwero possibile, € che & resa tale dal fatto che la struttura del!'intelletto - appli- cata al concetto di «materia in generale» — condiziona a priori il modo in cui é fatta la natura; ovvero, come ave- va detto la Critica della ragion pura, che Vintelletto @ il «dlegislatore della natura». Solo, perd, di una natura per noi, ¢ in generale (Uberbaupt): perché quale sia nei par- ticolari la natura che troviamo effettivamente realizzata nell’esperienza non possiamo saperlo a priori, ma solo attraverso ’esperienza stessa. (L’Opus postumum cer- chera poi, appunto, come sia condizionato a priori nel suo operare lo stesso sperimentatore, con anticipazioni acute della filosofia della fisica d’oggi.) Del resto, che la sua metafisica della natura sia povera di contenuto, seb- bene essenziale, Kant é il primo a dirlo, citando Persio. Cié su cui Kant oscilla é la caratterizzazione della sua «ilosofia trascendentale» (nell’Opus postumum si conta- no diecine ¢ diecine di definizioni, diverse almeno per qualche tratto); ¢ cid su cui almeno a prima vista si con- traddice é il rapporto che, in base ala filosofia trascen- dentale, intercorre tra la critica ¢ la metafisica. Nella Cri- tiea della ragion pura egli afferma che la prima ® prope- deutica e preparatoria rispetto alla seconda, e per di pit assegna a quest'ultima un metodo diverso da quello del- la prima: un metodo costruttivo, simile al metodo di Eu- clide (lo mostrano anche certe argomentazioni in forma di postulati, teoremi ecc.). Tale metodo contrasta, peral- tro, con altre affermazioni di Kant sul metodo della filo- sofia in generale, che 2 irriducibile a quello della mate- ‘matica; in particolare, perché non pud partire da defini- zioni, ma solo semmai arrivarci alla fine, e non pud co- struire, come la matematica, i propri concetti, ma solo argomentaal. Tnoltre, quando Fichte dira anche lui che la Critica kantiana @ solo una propedeutica alla metafisica come «dottrina della scienza», Kant si arrabbiera non poco, 10 INTRODUZIONE nonostante che gia lo avesse detto lui. Tale incoerenza si pus capire, perché la genialita di Kant, per lo meno nello studio della natura, porta un contributo decisivo appun- to con le tre Critiche, da cui si desume l’importanza e il limite del metodo trascendentale, e non con i lavori che applicano alla materia in generale la steuttura delle 12 ca- tegorie, come appunto volevan fare i Principi dell’86, In ogni caso, estendendo, come Kant esige, il rappor- to tra filosofia e metafisica anche alletica, non ¢’é dub- bio che la Fondazione, come dice la parola, appartenga al primo tipo di indagine (trascendentale), mentre la Metafisica dei costumi appartiene al secondo. Ebene, anche qui il lavoro di fondazione é pid importante della scienza fondata: poiché la Fondazione, che pet l'argo- mento corrisponde alla Critica della ragion pratica, sia pure in forma meno specialistica, ¢ una fondazione dell’etica in generale, non soltanto kantiana; mentre I’o- pera del "97 @ una sistemazione, sia pure brillante, di uel diritto naturale che nel *700’proseguiva il lavoro di giusnaturalisti secenteschi: in sostanza una precettistica non troppo dissimile da una qualsiasi «etica normative», sia pure in forma particolarmente organica. 3. L'uso «pratico» della ragione. La Fondazione & un anticipo della Critica della ragion ratica che uscita cinque anni dopo e la prima cosa da chiarire & che cosa voglia dire Ragion pratica, e perché occorra farne una critica, prima di passare alla costru- zione del sistema dell’etc La definizione pitt concisa di «ragione» in generale in Kant &: afacolta dell'incondizionato». Questa facolti o- pera, sia in campo conoscitivo, sia in campo pratico, ioé (nel linguaggio kantiano), nella «determinazione della volonta». La facolta razionale @ una sola, ma con due funzioni diverse. In campo conoscitivo l'esigenza dellincondizionato vieta che si presuma di aver trovato punti di partenza as- INTRODUZIONE u solutamente primi dell’indagine. Ad esempio per una necessita trascendentale, si sa che ogni evento é prodat- to da un evento precedente, la causa, che a sua volta Treffetto di una causa precedente, e cost via. Detto si pottebbe concludere con Aristotele che & necessario fer- tarsi, € postulare una causa prima (che gid Aristotele i dentifica con Dio). Questa satebbe l'incondizionato che, perd, non si trova mai nella catena delle condizioni. Lo stess0 accade nella divisione della materia: ogni parte @ divisibile a sua volta, ma poiché, se il processo conti- nuasse all’infinito, non si giungerebbe a niente, sembra che si debbano ammettere particeleassolutamente ele- mentari non ulteriormente divisibili. Cosi pensavano gli atomisti. La ragione vieta queste conclusioni a buon mercato. Come spiega la Dialettica trascendentale della Critica della ragion pura, essa non dimostra che la mate- tia sia divisibile all’infinito, ma solo spinge a cercare p: ticelle sempre pit elementari o cause sempre anterio Essa non nega simpliciter che vi sia una causa prima, ma nega che si possa trovarla risalendo di causa in causa iimensione del tempo. Nel, conoscere, dunque & chiaro che la ragione ha una funzione regolativa: impone allintelleto di cercare lincondizionato e di non fermar- sinella ricerca, presumendo di averlo trovato. Nella sua funzione pratica, di determinare la volonti la ragione ha un’esigenza opposta: di far vedere che de- vve determinarla essa sola, come ragion pura, poiché solo a questo patto l'azione restera «morale», nel senso di «non influenzata da impulsi egoistici e soggettivi>. An- che qui questa pretesa della ragione deve risultare giusti ficata, se non si vuole imporla dogmaticamente: quindi anche della ragion pura pratica occorre Fare una criti La conclusione della critica é che la ragione, mentre in campo conoscitivo non pud operare da sola come ragion pura se non in funzione regolativa dell'intelletto, (che i- noltre, deve applicarsi ai dati ella sensibilita, i pratico cid che va «criticato», nel senso 2 INTRODUZIONE le pretese, & precisamente la tendenza della ragione a su- bordinarsi alle richieste della sensibilita. Cid che si do- vri riconoscere e giustificare come legittimo & appunto Truso della ragion pura per determinare da sola, senza nessun suggerimento della sensibilita, cid che si deve fa- te. Qui, dunque, P'uso della ragione ha da essere non pid regolativo ma costitutivo; in altri termini, la ragion pura dev'essere per se stessa pratica: deve determinare da sola a volonta, prescindendo del tutto dalle «inclinazic ‘Come questo in realtA sia possibile rimarra un enig- ma, dal punto di vista della conoscenza; ma che debba essere cosi é attestato dalla presenza in noi della legge morale sotto forma di presenza alla coscienza di un «im- perativo categorico», cioé appunto «incondizionato». Qui la facolta dell'incondizionato & per se stessa pratica perché solo a questo patto possibile pensare un impe- rativo categorico come moralmente necessario, ovvero tale che, per richiedere obbedienza, non ha bisogno d'altto se non di essere appunto incondizionato. 4. La ragione deve determinare da sola la volonta. Il quesito di come sia pensabile attribuire una simile efficacia alla ragione occupa la prima parte della Fonda- ione, che descrive il «Passaggio dalla conoscenza comu- ne della moralita alla conoscenza filosofica». Razionale, nel senso di indipendente dalla sensibilita, & qualsia: tappresentazione del dovere, perché il valore morale & tipico di un essere che determina il proprio volere da sé, non per un impulso immediato 0 una necessita fisica, bensi «per la rappresentazione della legge in se stessa». Una rappresentazione del genere, se agisce, non pud che agire indipendentemente dall'esperienza. Ma il proble- ma é appunto: agisce? A questa domanda non si pud ri- spondere mediante accertamenti di fatto. Osservando il ‘comportamento, riflettendo sulla propria anima, nessu ‘no constater’ mai come un fatto che la semplice rappre- sentazione di una legge determini di per s¢ il mio com- INTRODUZIONE B portamento. Lo psicologo potra, al contrario, studiare i nessi tra il mio comportamento ¢ la situazione in cui si produce ~ stati d’animo compresi ~e trovare certe rego- larita, certe correlazioni. Potra anche chiamarle «leggin; ma queste leggi sono efficaci nella misura in cui le cireo- stanze empiriche determinano il comportamento. Ri- spetto ad esse, dunque, io sono passivo come un corpo che cade rispetto alla gravita (sebbene, apparentemente, con una dipendenza meno diretta). Per contro, quando penso alla moralita, suppongo che sia io a decidere, per il bene o per il male. Una tal decisione avverra, dunque, quando io mi sia liberato da tutte le influenze empiriche, e determin la volonta solo perché quello é il mio dove- re, mi piaccia 0 non mi piaccia (ossia quali che siano le mie «inclinazioni»). Ora, supposte ininfluenti tutte le circostanze empiriche, cid che rimane per determinarmi non @ altro che la pura forma della legge. Questa 2 dun- que «razionale> nel senso spiegato pitt su: che l'espe- rienza non ha nulla che vedere con essa. Un siffatto procedimento per esclusione (di qualsi influenza empirica) permette a Kant di postulare Vetfic: cia di un principio che non ha nulla di empirico, nono- stante che, appunto per cid, questa efficacia non la si possa constatare. E un procedimento filosofico abba- stanza artificioso, che, peraltro, s'incontra bene col con- cetto della moralita che ha la coscienza comune. Questa distingue se un’azione @ fatta per dovere (piaccia o non piaccia: e, anche se piace, non perché piace) o se, sempli- cemente, ¢ conforme al dovere, ma ha la sua causa altro- ve (per esempio in sentimenti come la vanita, la compas- sione, Pipoctisia ecc.): 'azione per puro dovere non determinata da altro che dal dovere stesso. Questa as- senza di moventi empirici cid che il filosofo chiama ra- zionalita, ma la parola non deve ingannarci. Razionale, nel linguaggio comune, pud essere anche un’azione fatta pet calcolo. Ad esempio un comportamento onesto te- nuto perché altrimenti si perderebbe credito e, si an- “4 INTRODUZIONE drebbe in rovina, @ senza dubbio razionale, ¢ va contro Timpulso egoistico immediato, Che cosa sia conveniente in generale, lo si sa appunto ragionando, non per impul- ‘so. Ma in questi casi la ragione @ soltanto strumentale ti- spetto allo scopo della propria felicti: non é la tagione stessa il fonte della volonta, é una ragione pratica, ma ‘non una ragione pura pratica. Per questo, mentre la cri- tica della ragion pura conosctiva aveva il compito di f- -itare la pretesa della ragione a conoscere, quella della ragion pura pratica ha il compito di togliere ogni diversa pretesa a giustiicare 'azione strumentalizzando la ragio- ne al servizio della sensibilita, 5. Imperativi categorici e ipotetici. Di qui I'analisi dei diversi tipi di imperativo, che co- stituisce il nucleo della Fondazione della metafisica dei costumi. Certi imperativi sono tali solo a condizione che ‘si voglia gid una certa cosa. L’esempio che son solito fare é la scritta premere sotto un pulsante, che serve a dare Pallarme. I! sottinteso di quella prescrizione &: «premere se si vuol dare lallarme>. Uno scolaro ameticano, in: pace di distinguere tra imperativi ipotetici e categorici, premette il pulsante, ¢ la scuola venne evacuata. Analo- ahi gli imperativi «tirare» o «spingere» sui due lati di u- ha porta: sono «regole dell’abilita», Se, per contro, si ‘vuole esprimere un imperativo come imperativo etico — ad esempio «non mentire» — non si dice: «Non mentire se vuoi conservare l'amicizia delle persone» ¢ cosi via, Si dice «non méntire» ¢ basta, categoricamente, senza c- nunciare nessuna condizione sotto cui la preserizione valga o non valga. L’imperativo qui non dipende da con. dizioni, quindi non @ ipotetico. Comanda di per sé Che questo risponda al modo comune d'intendere la ‘moralita € indubbio. Ma cid non toglie che sorga la do- manda: «E perché non dovrei mentire?». A domande del genere ci si preclusi in partenza di dare risposta, perché, se ci fosse una ragione diversa dal dovere, dal INTRODUZIONE 15 dovere di non mentire, Vimperativo dipenderebbe da ta- le ragione e non sarebbe un imperativo categorico. Inol- tre la giustificazione si sposterebbe di continuo. Ad e- sempio, se dicessi «Non devi mentire per non far del male agli altri» si domanderebbe di nuovo: «E perché non dovrei far del male agli altri?» Se poi si giustificasse il divieto di far del male agli altri dicendo che, alla pros- sima occasione, quelli faranno del male a te, ecco che Timperativo, non solo paleserebbe la sua ipoteticita, ma anche il suo fondamento egoistico, di non volere che gli altri facciano del male a me. Tin certi consigli della prudenza questa presenza sub- dola di una condizione empitica al di sotto dellimpera- tivo non si lascia mettere cosi facilmente in luce. Ad e- sempio I'imperativo «non ubriacarti» ha eccellenti ra- gioni che, apparentemente, nessun soggetto pud non condividere: ragioni quali il non perdere la digoita e il controllo di sé; il non rischiare, guidando, multe e inci denti,ecc, A lungo andare, evitare la cirrosi epatica, che nessuno si augura, Ci sono dunque numerosi motivi, che sconsigliano di ubtiacarsi. Ma se nessuno di essi rispon- desse alle inclinazioni del soggetto, se anzi, queste an- dassero in direzione opposta (voglia di uccidersi, ecc.) nessuno di questi argomenti, per quanto ragionevoli, persuadera il soggetto che «non ubriacarsi» sia un impe- rativo. Egli rispondera: «Non mi importa niente, an- 2i...». Questi argomenti sono ragionevoli ma non razio- valgono a condizione che si voplia una certa co- sa. La preserizione & puramente razionale al contrario, se prescinde da qualsiasi argomento. Se non che possibili equivoci su cid che Kant intende per ragione ¢ raziona- lita hanno spesso oscurato questa distinzione che, pure @ fata anche dalla coscienza comune. 6, Il test della generalizeabilita. Gli equivoci oscurano, sia gli esempi che Kant porta per caratterizzare limperativo categorico, sia le formule 16 INTRODUZIONE che adopera per esprimerlo. La parola «ragione» ha spesso indotto a credere (perfino Bergson, nelle Due rrr tuale, Kant fondi la morale sulla necessiti di non con- traddirsi, Affermazione insensata. La contraddittorieta di certe conclusioni, che deriverebbero dal confondere rnorme etiche e consigliispirati al principio della propria felicita, & un test a cui sottoporre la «massima» del com- portamento per vedere se essa sia compatibile con la morale 0 no, ¢ non la ragione per cué quella massima eti- camente non si regge. E il famoso test della generalizza- bilita. Prendiamo un caso semplice: & immorale non re- stituire un debito se il creditore non ha mezzi pet co- stringermi a farlo, Perché? Perché un comportamento ispirato solo dal mio egoistico vantaggio, e non ipotizza- bile a prescindere da questo. A controllare cid (non ad altro) serve il est della generalizzazione. Richard Wa- gner generalizzd per conto proprio, un tal modo di com- pottarsi, ma é impensabile che esso valga indiscrimina- tamente, perché in tal caso i prestiti sulla parola scom- parirebbero, e con essi, il comportamento stesso. Que- sto esempio é giunto a far dire a pitt di un critico che Kant fonda il dovere sulla non contraddizione (essendo contraddittorio il concetto di un prestito che non va re- stituito o di una promessa da non mantenere). Altei han no detto: dunque, Kant fonda il dovere di restituire i prestiti sulla opportunita che prestiti esistano, in con- traddizione con tutta la sua dottrin Non si tratta affatto di questo. Si tratta di un espe- diente per formalizzare cid che la coscienza comune av- verte immediatamente. La coscienza soggettiva potrebbe anche sbagliarsi, ¢ mentire a se stessa, quando crede Vinterpretare la legge morale. Pertanto formalizzare cid che la coscienza comune sente pud essere utile. Infatti la teoria kantiana, che fonda I'etica come etica «autonoma» sulla «coscienza», sara spesso accusata di soggettivismo. In realtd Kant vuole tutto il contratio, e per questo pro- | 1 INTRODUZIONE. 7 pone artifci, per climinare dal giudizio morale ogni sog- gettivta. Il test della «generalizzabilita della massima» il pid importante. «Massima» é il principio soggettivo dell'azione, eil problema é sapere se la massima (sogget- tiva a cui si ispira la mia azione) corrisponda alla legge (che vale per tutti, oggettivamente). La caratteristica del- la legge # luniversalita: in conereto, il suo prescindere da chi si trovi in una posizione piuttosto che in un’altra. Non sarebbe una legge quella che stabilisse che il debi- tore deve restituire il prestito se Caio, non deve resti- tuirlo se @ Sempronio: chi si trovera in quella posizione e chi nelValtra non si pud e non si deve stabililo in antici- po. (Norme che si avvicinano a questo caso limite negati- ‘vo «non sono leggi ma prepotenze», come direbbe Tom- maso d’ Aquino: ad esempio il tattamento diverso quan- do creditore sia ilfisco e debitore i cittadino, o vicever- sat allo Stato & agevole prevaricare a proprio favore.) Per vedere se una massima sia o no compatibile con il concetto stesso di legge basta, dunque, provare a ge- neralizzarla, Se il tentativo riesce, cid significa che auto- maticamente la decisione che prendo prescinde dalla posizione che occupa «il caro io» nella fattispecie. git dizio cosi non risultera inquinato da cid che io posso e- goisticamente desiderare. Recentemente il Rawls ha pro- posto un fest equivalente: per giudicare quel che & giu- sto 0 non Jo & dobbiamo supporci in una condizione di ‘gnoranza —e, quindi, d'indifferenza ~ della mia situazio- ne (se io sia ricco 0 povero, datore di lavoro o prestatore d'opera, ecc.). Analoga la funzione di un test tradiziona- le anche nella tradizione evangelica: «Non fare agli altri quel che non vuoi che sia fatto a te». Oppure, in Leib hiz: «Mettetevi al posto degli altri». Kant critica come imperfetti questi ), non solo @ una base indispensabile per qualsiasi cono- scenza teoretica dei doveri determinata con sicurezza, ‘ma @, al tempo stesso, un’esigenza della massima impor- tanza per la reale esecuzione dei precetti morali. Infatti, lasemplice rappresentazione del dovere e, in genere, della legge morale, puta da qualsiasi aggiunta estranea di attrattive empiriche, ha, attraverso la via della sola ra- fine (che solo cosi si capisce come possa essere per se Sessa anche pratica), uninfluenza sul cuore dell'uomo, tanto superiore a tutti gli altri stimoli** che l'esperienza * Cosi come la pura matematia si distingue dalla matem: tica applicata,o la logica pura dalla logica applicata, si pud, volendo, dstinguere la pura flosofia dei costumi (metafisica) dalla filosofa dei costumi applicata (applicata cioé alla natura ‘umana). Con questo modo di esprimersi si ricorda anche, im- mediatamente, che i principi etici non si fondano sulle pro pricti dela natura umana, ma devono sussstere pet se stesi a ror, Tattavia da essi si devono desumere regole patiche, ¢o- Ime per ogni natura razionale, cos anche per la natura umana, ** Ho una lettera dell’eccellente ¢ compianto studioso Sulzer in cui egli mi domanda: «Quale possa essere la causa per cui le teorie della vir, per quanto potere esse abbiano di 98 SEZIONE TL cempirischen Felde aufbieten mag, da sic im BewuStsein ihrer Wide die letzteren verachtet und nach und nach ihr Meister werden kann; an dessen Statt eine vermischte Sittenlehre, die aus Triebfedern von Gefidlen und Neigungen tund zugleich aus Vernunftbegriffen zusammengesetzt ist das Gemiit zwischen Bewegursachen, die sich unter kein Prinzip bringen lassen, die nur schr zufillig zum Guten, afters aber such zum Bésen leiten kénnen, schwankend machen muB, ‘Aus dem Angefihhrten erhellt: daB alle stdlichen Bepriffe vllg ¢prior'in der Vernunft ihren Sitz und Ursprung haben, und dieses zwar in der gemeinsten Menschenvernunte eben sowohl als der im héchsten Mae spekulativen; daB sic von keiner empirischen und darum blob zufilligen Erkenntnis abstrahiert werden kénnen; da® in dieser Reinigkeit ihre Ussprungs eben ihre Wiirde liege, uns 2u obersten prakti schen Prinzipien zu dienen; daB man jedesmal sovel, als man, Empirisches hinautut, soviel auch ihrem echten Einflusse und ddem uneingeschrinkten Werte der Handlungen entziche; dif es nicht allein die grBte Notwendigkcit in theoretischer Absicht, wenn es blo® auf Spekulation ankommt, erfordere, sondern auch von der grBten praktischen Wichtigkeit se ire Begriff und Gesetze aus reiner Vermunft 2u sche, so wenig austichten. Meine Antwort wurde durch die Zurdstuag dazu, um sie vllstindig zu geben, verspitet. Allein es ist keine ande re, als dali die Lehrer selbst ihve Bepriffe nicht ins reine gebrach hhaben und, indem sie es 2u gut machen wollen, dadurch dal se allerwarts Bewepursachen zum Sitdichguten auftreiben, um die ‘Arznei recht kriflg zu machen, sie sie verderben. Dena die gemein- ste Beobachtung zeigt, da, wean man eine Handlung de: Rechtschaffenheitvorstell, wie sie von aller Absicht au irgend eines Vortel in dieser oder ciner anderen Welt abgesondert, selbst unter, den griften Versuchungen der Not oder der Aniockung mit standhafter Seele ausgedbt worden, sie ede ahnliche Handlung, die ‘nut im mindesten durch cine fremde Triebfederaffziere war, weit hrinter sich lasse und verdunkle, die Seele echebe und den Wunsch errege, auch so handeln 2u kénnen, Selbst Kinder von mitlerem Alter fuhlen diesen Eindruck, und ihnen sole man PEichten auch ‘iemals anders vorstelen. DALLA FILOSOFIA MORALE ALLA METAFISICA DEI COSTUMI_ 99 possa dare, da far disprezzare, nella consapevolezza del suo valore, questi altri stimoli fino a che se ne divenga, a poco @ poco, padroni, Per contro, un’etica composita, the mescoli le spinte dei sentimenti delle inclinazioni con i conceiti razionali, non pud che rendere I'animo in- certo, tra motivi che non si lasciano comporre sotto nes- sun principio, e che solo molto accidentalmente portano albene, ma, spesso, possono portare anche al male. Da cid che si @ detto risulta: che tutti i concetti etici hanno la loro sede e la loro origine interamente a priori nella ragione: e, questo, nella pitt comune ragione uma- fa come in quella speculativamente pitt esercitata; che ‘si non possono venir tratti da nessuna conoscenza em- pitica e percid puramente accidentale; che in questa pu- rezza della loro origine si trova, appunto, la loro dignita di principi pratici supremi per noi; che, ogni volta che a iggiunge qualcosa di empirico, si diminuisce di al- trettanto il loro influsso genuino e il valore incondizio- nato delle azioni, Ancora: che &, non soltanto assoluta- mente necessario in funzione teoretica, a dove si tratta semplicemente di riflettere, ma anche enormemente im- portante in pratica, attingere conéettie leggi moral dal- persuadere la ragione, siano tuttavia cost poco efficaci pratica- rmente>. La mia risposta fu ritardata dalla preoccupazione di rendetla completa, ma essa non altro che questa: coloro ste Si che pretendono di insegnare, non hanno portato a purezza i loro princi, e, con le miglior intenzioni, cercando da tutte le parti motivi che spingano al bene morale, per rendere efficace Ja medicina la guastano. Infatt, Ia comune osservazione mo- stra che, quando si rappresenta un'azione dettata dall'onesti, ‘sequita con animo fermo nonostante pit grandi tentazioni del bisogno o del'allettamento, e senza alcuna mira a un qualsiasi ‘Yantaggio in questo o in quelPaltro mondo, tale azione lascia i molto indietro, oscurandola, ogni azione simile, in cui si sia mescolato anche il minimo movente esteaneo; ¢ innalzaI'ani- 1a, esveglail desiderio di saper age allo stesso modo. Perf- 10 bambini di una certa etd sentono questa impressione: né sidovrebbe mai presentar loro altriment il dovere. 100 SEZIONE 11 rein und unvermengt vorzutragen, ja den Umfang dieser 2 praktschen oder tlnen Veinunfterkenntss dd ganze Vermgen der reinen praktschen Vernunft zu bestin. men, hierin aber nicht, wie es wohl die spekulative Philosophie erlaubt, ja gar bisweilen notwendig findet, die Prinzipien von der besonderen Natur der menschlichen Vernunfe abhiingig zu machen, sondern darum, weil moral. sche Gesetze fir jedes verninfiige Wesen ibethaupt geen sollen, sie schon aus dem allgemeinen Begriffe cines vetnin. tigen Wesens dibethaupt abzulcten, und auf solche Weise alle Moral, die zu ihrer Amvendung auf Menschen der Anthropo logic bedarf, zuerst unabhiingig von dieser als rcine Philoso hie, di. als Metaphysik vollstindig (welches sich in dieser ‘Art ganz abgesonderter Erkenntnisse wohl tun li8t) vorzutry sen, woh! bewult, daf es, ohne im Besitze deselben zu sein, vergeblich se, ich will nicht sagen das Moralische der Pllicht in allem, was pflichtmaig ist, genau fiir die spekulative Beurtcilung zu bestimmen, sondern sogar im blo gemeinen und praktischen Gebrauche vornchmlich der moralischen Unterweisung unmdglich sei, die Sitten auf ihre echten Prinzipien zu griinden und dadurch reine moralische Gesinnungen zu bewirken und 2um hichsten Weltbesten den Gemitera einzupfropfen. nabs in set Bean nicht bio von der gene nen stlichen Beurtellung (die hier sebr achtungswiirdig ist zur phllosophischen, wie sonst geshehen st, sone von ciner populiren Philosophie, die nicht weiter gcht, als sie durch Tappen vermittelst der Beispiele kommen kann, bis zut Metaphysik (die sich durch nichts Empirisches weiter zuriickhalten lit und, indem sie den ganzen Inbegriff det Vernunfterkenntnis dieser Art ausmessen mus, allenall bis zu Ideen geht, wo selbst die Beispicle uns verlassen), durch dic natlichen Stufen fortzuschreiten, missen wir das prakt sche Vernunftvermégen von seinen allgemeinen Bestin ‘mungsregeln an bis dahin, wo aus ihm der Begriff der PAicht ceatspring, verfolgen und deutch darstllen, Ein jedes Ding der Natur wirkt nach Gesetzen, Nur ein verniinftiges Wesen hat das Vermégen, nach der Vorstellung DALLA FILOSOFIA MORALE ALLA METAFISICA DEI COSTUMI 101 Ja pura ragione, presentarli nella loro purezza inconta- rinata, determinare l'imbito di tutta questa conoscenza razionale pratica o pura, cio? definire I’intera facolta della ragion pura pratica: non, perd, nel modo che & permesso dalla flosofia speculativa, in cui talora si trova necessatio far dipendere i principi dalla natura partico- lare della ragione umana, bensi nel senso che le lege morali devono valere in generale, per ogni essere razio- nale, ¢ vanno desunti dal concerto generale di essere ra- rionale in genere. Sicché @ necessario presentare tutta la morale ~ che, pure, per applicarsi agli uomini richiede Tantropologia anzitutto indipendentemente da questa, come filosofia pura, cioé come metafisica (cosa che in ‘questo tipo assolutamente speciale di conoscenze é pos- sibile fare), con la consapevolezza che, senza essere in possesso di tali principi, é inutile e impossible, non dico cercar di determinare esattamente, per un giudizio spe- calativo, la moralita del dovere in turto cid che al dovere si attiene, ma addirittura - in un uso pratico e comune, particolarmente delle istruzioni morali ~ & impossibile fondare i costumi sui loro principi genuini, ¢ cosi pro- dusre ¢ instillare negli animi intenzioni moralmente pu- te inditizeae al supremo bene del mondo. Ma, per pro- cedere in questa claborazione, per gradi naturali, non solo dal giudizio etico comune (che qui & degno di gran- de attenzione) al filosofico, come fin qui & avvenuto, bensi da una flosofia popolate, che silimita ad andare a tentoni per mezzo di esempli alla metafisica (che non si lascia trattenere da nulla di empirico e, dovendo far fronte allintero complesso delle conoscenze razionali di questa specie, giunge in ogni caso fino alle idee, dove anche gli esempli ci abbandonano), noi dobbiamo segui- reed esporre con chiarezza la facolta razionale pratica, dalle suc regole generali di determinazione fino al punto dove da essa scatursce il concetto di dovere. Ogni cosa di natura agisce secondo leggi. Solo un es- sere razionale ha la capacita di agire secondo la rappre- 102 SEZIONE der Gesetzed. i, nach Prinzipien 2u handela, oder einen Wii- ten. Da aus Abiitang det Handlungen vor Geseuzn Ver -nunf erfordert wird, so ist dex Wille nichts anderes als prakt sche Vernunft, Wenn die Vernunft den Willen unausbleiblich bestimmt, so sind die Handlungen eines solchen Wesens, die als objektiv notwendig erkannt werden, auch subjektiy notwendig, di, der Wille ist ein VermBgen, mur dasjenige 21 wihlen, was die Vernunft unabhingig von der Neigung als praktisch notwendig, di. als gut erkennt. Bestimme aber die Vernunft fir sich allein den Willen nicht hinlinglich, ist die ser noch subjektiven Bedingungen (gewissen ‘Triebfedem) untrworfen, de nich immer mit den objektiven deri stimmen; mit einem Worte ist der Wille nicht am sich vill dee Verne gent wc ex bel Menschen witch fs sind die Handlungen, die objektiv als notwendig erkannt wer den, subekiy alle, und die Bestimmung cinesslchen lens objektiven Gesetzen gema8 ist Névigung d. i, das Yeslinis der objciven Getto nu tine Shy ducbatt guten Willen wird vorgestellt als die Bestimmung des Willens ‘ines verninftigen Wesens zwar durch Griinde der Vernunft, denen aber dieser Wille seiner Natur nach niche notwendig folgsam ist. Die Vortellng eines obktvenPrinzips,sfer os fi cinen Willen nétigend ist, heiBt ein Gebot (der Vernunf) ut | ge ‘and Alle Imperativen werden durch ein Sollen ausgedrickt und zeigen dadurch das Verhiltnis eines objektiven Gesetzes der Vernunft zu cinem Willen an, der seiner subjel Beschaffenheit nach dadurch nicht norwen (cine Nétigung). Sie sagen, daB exwas 2u tun oder zu unteras sen gut sein wirde,allein sie sagen es einem Willen, de nicht immer darum etwas tut, weil ihm vorgestllt wird, daf es 2 tun gut sei. Praktisch gut ist aber was vermittelst der Vorstellungen der Vernunft, mithin nicht aus subjektiven DALLA FILOSOFIA MORALE ALLA METAFSICA DEI COSTUMI 103, sentazione delle leggi, cio? secondo principi ovvero con tuna volontd. Poiché, per desumere le azioni dalle leggi, siichiede la ragione, la volonta altro non & che ragion pratica. Quando la ragione determin la volonta imman- ‘cabilmente, sicché le azioni di un tal essere, riconosciute come oggettivamente necessarie, siano anche necessarie soggettivamente, la volonta & una facolt di scegliere so- lo cid che la ragione, indipendentemente dall'inclinazio- ne, ticonosce come praticamente necessatio, cio’ come ‘buono. Ma se la ragione di per sé non determina la vo- Jonta nella sua interezza, questa va soggetta ancora a condizioni soggettive (a determinati moventi), che non sempre concordano con le oggettive: in una parola, la volonta non é in sé interamente conforme alla ragione (e Gs, effettivamente, accade negli uomini). Allora le azio- ni ticonosciute come oggettivamente necessarie, sogget- tivamente sono accidentali,e la determinazione di una tal volonta secondo leggi obbiettive @ una coazione: os- sia, il rapporto delle leggi obbiettive con una volonta non totalmente buona & rappresentato come una deter- minazione della volonta di un essere dotato di ragione mediante, bensi, fondamenti razionali, a cui perd tale volonti per sua natura non obbedisce necessariamente, ‘La rappresentazione di un principio oggettivo, in quanto necessario per una volonta, si chiama comando (della ragione), ¢ la formula del comando si chiama im - perativo. ‘Tutti gliimperativi sono espressi dal verbo dovere, e fivelano, con cid, il rapporto di una legge oggettiva del- la ragione con una volonta la quale, secondo la sua co- stituzione soggettiva, non ne viene necessariamente de- terminata (coazione). Essi dicono che compiere od o- mettere una qualche cosa sarebbe bene: perd lo dicono ‘una volonta che non sempre fa sen2’altro una cosa perché le si fa presente che & bene fatla. Ora, pratica- mente buono @ cid che determina la volonta per mezzo di rappresentazioni della ragione e, percid, non per cau- 104 SEZIONE 1 Ursachen, sondem objektiv d. i. aus Griinden, die fir jedes verniinftige Wesen als ein solches giltig sind, den Willen bestimmt. Es wird vom Angenebmen unterschieden als demjenigen, was nur vermittelst der Empfindung aus blob subjektiven’Ursachen, die nur fir dieses oder jenes seinen Sinn gelten, und nicht als Prinzip der Vernunf das fir jeder. ‘mann gilt, auf den Willen Einflu hat.* Ein vollkommen guter Wille wiirde also ebensowoh! unter objektiven Gesetzen (des Guten) stehen, aber nicht dadurch als zu gesetzmilfigen Handlungen gendtigt vorgestellt werden kdnnen, weil er von selbst nach seiner subjektiven Beschaffenheit nur durch die Vorstellung des Guten bestimmt werden kann. Daher gelten fir den gattlichen und liberhaupt fiir einen beiligen Willen keine Imperativen; das Sollen ist hier am unrechten Orte, weil das Wollen schon von selbst mit dem Gesetz norwendig einstimmig ist. Daher sind Imperativen nur Formeln, das Verhiltnis objektiver Gesetze * Die Abhiingigheit des Begehrungsvermdgens von Empfindung ‘en hei Neigung, und diese beweist also jedereit cin Bedarfnit. Die Abhangigkeit eines zufallig bestimmbaren Willens aber von Prin 2ipien der Vernunfi heiBt ein Interesre. Dieses findet also nur bei cinem abhingigen Willen statt, der niche von selbst jederzeit der ‘Vernunft gemil ist; beim géttlichen Willen kann man sich kein Interesse gedenken. Aber auch der menschliche Wille kana woran cin Ineressenebmen ohne darum aus Interesse zu bandeln, Das erste Dedeutet das praktiche Interesse an der Handing, das zweite das athologische Interesse am Gegenstande der Handlung, Das erste ‘cige nut Abbingigkeit des Willens von Prinzipien dee Vernunft an sich selbst, das svete von den Prinzipien derselben zum Behuf der Neigung an, da nimlich die Vernunft nur die praktische Regel angibt, wie dem Bediinisse der Neiguag abgeholfen werde. Im ersten Falle interessiert mich die Handlung, im zweiten det Gegenstand der Handlung Gofeen er mic angenehm ist). Wir haben im ersten Abschnitte gesehen, daf bei einer Handlung aus Pficht nicht auf ds nverette am Gegenstande, sonder bof an det lung selbst und ihrem Prinzip in der Vernunft (dem Geset) ‘geschen werden miss. DALLA FILOSOFIA MORALE ALLA METAFISICA DEI COSTUMI 105 se soggettive, bensi oggettivamente, cioé per fondamen- ti che valgono per ogni essere razionale come tale. Il buono si distingue dal gradevole, come da cid che in- fluenza la volonta solo per mezzo della sensazione, per cause puramente soggettive, che valgono solo per que- sto 0 quel senso individuale, e non come principio della ragione per ciascuno*. ‘Una volonta perfettamente buona sarebbe, dunque, sottoposta anch'essa a leggi oggettive (del bene), ma non la si potrebbe rappresentare come costretta, per questo, ad azioni conform! alla legge, determinandosi essa da sé, per la sua costituzione soggettiva, solo in base alla rap- presentazione del bene. Pertanto, per la volonta divina, 6, in generale, per una volonta santa, non vale alcun im- perativo: il verbo dovere qui non & al suo posto, perché il volere git yer sé concorda necessariamente con la legge. Gli imperativi sono dunque soltanto formule per * La dipendenza della facolta di desiderare dalle sensazio- ni sichiama indlinazione, e questa dunque tivela, in ogni caso, Tesistenza di un bisogno, La dipendenza di una volonta acci- dentalmente determinabile, per®, dai principi della ragione si chiama interesse. Questo s'incontra, dungue, solo in una vo- Tonti dipendente, che non si conforma costantemente da sé alla ragione. Nella volonta divina non si pud pensare alcun in- teresse, Ma anche la volonta umana pud prendere interesse a qualcosa senza tuttavia agire per interesse. La prima cosa si- smifca che vi & un interesse pratico all'azione, la seconda che vie un interesse patologico all’oggetto dell'azione. Ul primo ‘mostra solo la dipendenza della volonta da principi della ra- sione in se stesa, il secondo da principi della medesima in vi- sta dellnclinazione: in cui, cio’, la ragione da soltanto la re- fola pratica per venire incontro al bisogno del!inclinazione. Nel primo caso io m’interesso all'azione, nel secondo all’og- setto dell'azione (nella misura in cui sso mi & gradito). Nella prima sezione abbiamo visto che in un'azione compiuta pet dlovere si deve guardare non allinteresse per 'oggcito, benst unicamente allazione stessa e al suo principio nella ragione (a legge) 106 SEZIONE 1 des Wollens berhaupt zu der subjektiven Unvollkommenh: des Willens dieses oder jnes verninfigen Wesens, xB. des menschlichen Wiens, stseudricken ae le Imperativen nun gebieten entweder Bypothetitch oder Aategorich Tene stellen die praktsche Notwendighelt net m@glichen Handling als Mitel 2u etwas anderem, was man will (oder doch méglich ist, da’ man es woll), 2u gclangen vor. Der kategorische Imperativ wide der scin, welcher cine ‘Handlung als fir sich selbst, ohne Bezichung auf einen ande- ten Zweck, als objektiv-norwendig vorstellt. Weil jedes praktische Gesetz eine mépliche Handlung als gut und darum fir cin durch Verounft praktisch bestimmba res Subjekt als notwendig vorstell, so sind alle Imperativen Formeln der Bestimmung der Handlung, die nach dem rinzip eines in irgend einer Art guten Willens norwendig ist Kp cen eed fame Wiles or wirde, so ist der Imperativ bypothetih; wied sie als an sich et yrgetlly thin als ngrwendig in einem an sich der jernunft gemiiBen Willen, als Prinzip desselben, so ist er ategorsch P descben, 30 i Der Imperativ sagt also, welche durch mich migliche Handlung gut wire, und stellt die praktische eect Verhilenis auf einen Willen vor, der darum nicht sofort cine Handlung tut, weil sie gut ist ceils weil das Subjekt nicht nmer wei8, daf sie gut sei, rels well, wenn es dieses auch wiiBte, die Maximen desselben doch den objektiven Prinzipien ciner praktischen Vernunft zuwider sein kénnten Der hypothetische Imperativ sagt also nur, daB dic Handlung zu irgend einer midglichen oder wirklichen Absicht gut sei, Im ersteren Falle ist er ein problematisch-, im ayciten assertorisch- praktisches Prinaip, Der kategor sche Imperatiy, der die Handlung ohne Beciehung auf irgend eine Absicht, di, auch ohne irgend einen anderen Zweck, fir DALLA FILOSOFIA MORALE ALLA METAFISICA DEI COSTUME 107 esprimere il rapporto di leggi oggettive del volere in ge- nerale con limperfezione soggettiva della volonta di questo quell’essere razionale: ad esempio, della vo- Jonta umana. (Ora, gli imperativi in genere comandano, 0 ipotet mente, 0 categoricamente, I primi ci presentano la neces- sta pratica di un'azione possibile come mezzo per rag giungere un qualche scopo che si vuole (0 che é possibi Ie che si voglia). Imperativo categorico sarebbe, per con- ito, quello che presenta un'azione come oggettivamente necessatia per se stessa, indipendentemente dal rappor- to con un altro scopo. Poiché ogni legge pratica ci presenta una possibile a- zione come buona, e percid come necessaria per un sog- getto la cui volonta si lasci determinare dalla ragione, tutti gli imperativi sono formule della determinazione di un’azione necessaria secondo il principio di una volonta, per qualche aspetto, buona. Ora, se 'azione si presenta tome buona solo per altro, in quanto mezzo, imperati- vo é ipotetico, mentre se é rappresentata come ‘buona in ; e pertanto come necessaria per una volonta di per sé conforme a ragione e come principio della volonta stes- sa, Vimperativo & categorico". ‘Liimperativo mi dice, dunque, quale azione, ch’io posso fare, sarebbe buona, e rappresenta la regola prati- ta in rapporto a un volere che, tuttavia, non compie un’azione senz’altro, solo perché essa ® buona: sia per- ché il soggetto non sempre sa che & buona, sia perché, quand'anche lo sapesse, le massime da lui seguite posso- no tuttavia contrastare con i principi oggettivi di una ra- gion pratica. Limperativo ipotetico dice, dunque, soltanto che I zione & buona pet una qualche finalita, possibile o reale. Nel primo caso, esso @ un principio problemati camente pratico, nel secondoassertoria- mente pratico, Limperativo categorico, che proclama oggettivamente necessaria per sé l’azione, senza riferi- 108 SSEZIONE sich als objektiv notwendig erklirt, gilt als ein apodi tisch praktisches Prinzp. . on ‘Man kann sich das, was nur durch Krifte irgend eines verniinftigen Wesens méglich ist, auch flr irgend einen Willen als magliche Absicht denken, und daher sind der Prinzipien der Handlung, sofern diese als notwendig vorge stellt wird, um irgend eine dadurch zu bewirkende mégliche Absicht zu erreichen, in der Tat unendlich viel. Alle ‘Wissenschaften haben irgend einen praktischen Teil, der aus ‘Aufgaben besteht, da8 irgend ein Zweck fir uns méglich se, und aus Imperativen, wie er erreicht werden kénne. Diese kkénnen daher dbechaupt Imperativen der Ges chick: lichkeit heifen. Ob der Zweck verniinftig und gut sei davon ist hier gar nicht dic Frage, sondern nur was man tun ‘iisse, um ihn zu erreichen. Die Vorschrften fiir den Arzt, um seinen’ Mann auf grindliche Are gesund zu machen, und far cinen Giftmischer, um ihn sicher au téten, sind insofern von alcichem Wert, als cine jede dazu dient, thre Absicht vollkom- ‘men zu bewitken, Weil man in der fihen Jugend nicht weil, welche Zwvecke uns im Leben aufstofen diirften, so suchen ern vorehmich thre Kinds recht weet een z lan und sorgen fir die Geschicklichkeit im Gebrauch der Mitel 24 kénnen, ob er nicht erwa wirklich kinftg eine Absiche ihres ‘aglings werden kane, wovon es indessen doch méglich ist