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JOHANN GOTTFRIED HERDER

SAGGIO SULL'ORIGINE DEL LINGUAGGIO

A cura di Agnese Paola Amicone

Uipartimento dl Inventario no

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ISBN 118 7160 I /O-6 '2 Nuova PI 4 tkilC Edivrq Parmv 1995 Tuvd i dirlui riservati. PRATICHE

EDITRICE

Introduzione

Titolo originale: Abhandhing uber dea Unprung der Sprache roelche dee uon der KOnigl. Academie der Wusenschaften f ur dm Jahr 1770 gesezien Press ohalten hai. Von Herm liERDER. Auf Befehl dm Academie heransgegeben. Traduzione di Agnese Paola Amicone

1. Il Saggio sull'origine del linguaggio segna la conclusione di un periodo di grande inquietudine e incertezza vocazionale nella vita di Johann Gottfried Herder, periodo caratterizzato, al di l dell'attivit ufficiale di predicatore a Riga, da una continua ricerca di contatti intellettuali, ampie letture di sorprendente variet tematica e da un'assidua attivit di recensore e saggista. Non un caso che Herder lo abbia scritto, nonostante le condizioni obiettivamente sfavorevoli, durante il viaggio che, avvicinandolo agli ambienti dell'Encyclopdie, valse a disancorarlo dal provincialismo tedesco e ad assicurargli una decisiva esperienza culturale di respiro europeo. Un arco di tempo che vide maturare anche i suoi ambiziosi progetti culturali e pedagogici fedelmente registrati nel Reisejoumal (1769) e nel fittissimo epistolario per concludersi nel 1771 con il ritiro a Biickeburg, un vero e proprio esilio vissuto in grande isolamento'. Accingendosi a lasciare Riga nel giugno del 1769, Herder aveva avuto l'accortezza di annotarsi il titolo del tema posto a concorso quell'anno dall'Accademia delle scienze di Berlino: En supposant les hommes abandonns leurs facults naturelles, sont-ils en Sat d'inventer le langage? Et par quels moyens parviendront-ils cette invention? Ori demande une hypothse qui explique la chose clairement et qui satisfait toutes les difficults chez Mr. Formey Scretaire perptuel jusque ler Janvier 1771. Le jugement 31 Mai 17712. Nel Reisejoumal [SWS IV:405], in margine a un polemico attacco all'istituzione fridericiana egemonizzata dai filo-

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soli francesi, Herder fa solo un accenno all'importanza di quest'ultima apprezzabile iniziativa accademica in campo linguistico; ma all'amico Hartknock comunica di accarezzare il progetto di entrare in competizione su un problema eccellente, cospicuo, di schietta natura filosofica, che sembra studiato apposta per me [Br. 1:168 a Hartknock, ottobre 1769]. In viaggio Herder si applic a pi riprese allo sviluppo del tema, ma probabilmente non sarebbe riuscito a portarlo a compimento se un fastidioso intervento oculistico non lo avesse trattenuto oltre il previsto a Strasburgo: qui sul finire del 1770 approfitt della convalescenza per affrontare una rielaborazione del testo. Incoraggiato anche dal giovane Goethe, da poco conosciuto', Herder concluse in gran fretta [Br. 11:130 a Nicolai, febbraio 17721 il lavoro, che fu spedito anonimo, appena in tempo per essere accettato. 2. Per Herder il concorso si presentava innanzitutto come l'occasione per sistemare in una trattazione organica le sue indagini linguistiche, fino allora ricorrenti in analisi dominate da una preoccupazione filologica pi che filosofica, annodandole a quel problema dell'origine del linguaggio, di fronte al quale si era dovuto arrendere negli scritti precedenti'. La specificit del quesito, rispondente alla generale ambizione speculativa settecentesca di risalire alle matrici di ogni istituzione o fenomeno culturale [Aarsleff 1974:104 sgg.; Simone 1990:319 sg.], costituiva per Herder una sfida stimolante perch lo obbligava a misurare la propria capacit teoretica in relazione a nodi problematici ora ineludibili. Analizzare l'interazione fra pensiero e linguaggio significava far luce su un aspetto della teoria della conoscenza; non si poteva attribuire un carattere arbitrario o naturale ai segni senza addentrarsi in questioni di semiotica; eretto a criterio distintivo dell'uomo rispetto agli animali, il linguaggio poneva poi il grande interrogativo antro-

pologico del posto dell'uomo nell'universo, con scabrose implicazioni di ordine teologico e giusnaturalistico [Proti 1978], e insieme quello della natura umana e del ruolo in essa svolto dai sensi e dalla ragione. Inoltre Herder sapeva di dover affrontare altri temi di repertorio intersecati dalla questione dell'origine: il vacillante postulato di una lingua primeva perfetta comportava, per esempio, l'eventualit di una classificazione gerarchica delle lingue storiche, l'accertamento delle cause del mutamento linguistico, la valutazione dell'etimologia; l'intrinseca imperfezione del linguaggio legittimava la possibilit del suo emendamento; si imponeva un'opzione tra l'assunto monogenetico e quello poligenetico; occorreva definire il ruolo dell'insegnamento nell'apprendimento linguistico e del linguaggio nella trasmissione culturale; bisognava altres ipotizzare un'origine per i segni scritturali e compendiare le caratteristiche costanti e universali delle lingue. Sottoponendo al vaglio di un organismo culturale prestigioso le proprie conclusioni, il giovane poligrafo poteva aspirare a entrare ufficialmente nel dibattito sul linguaggio che negli ultimi decenni aveva assunto dimensioni europee. Sia il quesito che il Saggio, impensabili al di fuori della temperie i uministica', si situano nel contesto delle relazioni intercorrenti tra i membri delle diverse accademie. In particolare, in quella berlinese si era stabilita una importante tradizione di studi linguistici grazie a Maupertuis. Presentando la problematica del linguaggio come propedeutica a ogni altra perch radicata in un pi ampio terreno epistemologico, lo studioso francese aveva coinvolto accademici delle classi sia umanistiche sia scientifiche in quel programma di interventi e concorsi che connota il periodo 1750-70 come il pi produttivo per gli studi di filosofia del linguaggio in Germania'. In seno all'Accademia prussiana la discussione sull'origine del linguaggio si era sviluppata passando dalle tre soluzioni canoniche (creazionistica: il linguaggio dato da Dio;

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convenzionalista: esso il risultato di un'istituzione umana; naturalistica: la sua nascita spontanea) a una contrapposizione tra la soluzione teologica e le varianti naturalistico-convenzionali della teoria sensista di Condillac'. In queste ultime si riproponeva sostanzialmente la tesi epicurea di una genesi distinta in due fasi e si giustificava il passaggio dal linguaggio naturale a quello astratto, da Condillac posto al termine di un complesso processo di trasformazione dei cds des passions e dei gesti espressivi animali, distinguendo il piano psicologico da quello storico: soltanto associandosi gli uomini avrebbero avvertito la necessit di accordarsi su un significato convenzionale da dare ai segni naturali. Ci non bastava tuttavia a chiarire n come l'esperienza sensibile potesse diventare conoscenza concettuale, n come i segni naturali potessero convertirsi in segni linguistici. Sotto questo profilo la risposta risolutiva era offerta proprio da chi, considerando il linguaggio un dono divino preternaturale, vedeva in esso uno strumento perfetto per l'esercizio della ragione e nei suoi segni i segni naturali e congrui delle cose. I redattori del quesito del 1769 di fatto preclusero uno sviluppo cos semplicistico del problema, optando per una formulazione in termini naturalistici, non disgiunti dalla prospettiva convenzionalista, sottesa all'uso del termine inventer'. Pur mirando da tempo a confutare la tesi teologica, che in ambito accademico era stata sostenuta da SiiSmilch, Herder fa leva proprio sull'incompatibilit tra elementi naturalistici e convenzionali per contrapporsi anche alle altre posizioni, e costruire dialetticamente la propria tesi'. Questa viene cos a configurarsi fin dall'inizio come una dimostrazione della contraddizione intrinseca al quesito'. infatti indicativo che, omettendo di tradurre en supposant, Herder di fatto ignori il suggerimento di simulare uno stato di natura" preistorico, per non ricadere in una ulteriore soluzione ipotetica (On demande une hypothse), pur sempre discutibile, e si impegni invece in una

nuova definizione della natura dell'uomo. L'adozione del termine inventer risulta poi del tutto formale 113iichsel 1963:16], dal momento che Herder intende esautorare la concezione che fa del linguaggio uno strumento inventabile, un fenomeno quindi culturale, stabilendo una precisa connessione ontologica [Irmscher 1966:164] fra linguaggio e natura dell'uomo. Su questo criterio Herder reimposta il quesito, fondato sulla consueta opposizione natura artificio, e lo radicalizza proponendosi di dimostrare che la possibilit di inventare il linguaggio fa parte della natura dell'uomo (genesi interna: prima parte), e che l'attuazione di tale invenzione si conforma a leggi fondamentali della natura e della specie umana (p. 111) (genesi esterna: seconda parte). Secondo Herder la differenza esteriore fra uomo e animale, concordemente ravvisata nel linguaggio, rimanda per analogia a una differenza interiore che, implicando una discontinuit nella catena animale, va ricercata sul piano filogenetico. Unicamente questa differenza potr considerarsi l'elemento fondante la specie anthropos e quindi la ragione genetica di quel linguaggio che fa dell'uomo il solo animale parlante (p. 69). Innanzitutto, facendo propria la concezione di Condillac, Herder riconosce che l'uomo condivide con gli animali la natura sensitiva, ma esclude che dall'oscura fascia della sensibilit, attentamente esplorata dal filosofo sensista, possa mai emergere una differenza. Di qui si genera invece quel linguaggio sintomatico che accomuna l'uomo alle altre creature: un sistema di segni naturali spiegabile mediante il meccanismo stimolo-risposta (il linguaggio naturale, p. 33). Perfettamente adeguato a esprimere sensazioni e stati d'animo elementari, tale linguaggio universale non ha, secondo Herder, ragione di evolversi. Esso rimane una componente del linguaggio umano, con una funzione espressiva irriducibilmente lontana da quella semantico-conoscitiva della parola".

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In secondo luogo Ilerder trova suffragato dagli studi etologici" l'argomento dell'inferiorit dell'uomo rispetto agli animali: nella natura umana non esistono n attitudini e istinti tecnici innati (p. 46), n una sensibilit organica (p. 47) sviluppata quanto quella animale. Sulla scorta di tali conferme empiriche, Herder sviluppa la sua analisi fino a concludere che soltanto interagendo con l'ambiente assegnato alla specie questi elementi genetici, congiunti a un'embrionale capacit rappresentativa, determinano la comparsa di quel codice linguistico operativo che il linguaggio animale (p. 48). Tale sistema comunicativo finalizzato alla sfera ambientale specifica e quindi si riduce man mano che questa si riduce mentre, in proporzione inversa (p. 46), aumenta l'infallibilit degli istinti e degli automatismi animali. Se con l'uomo la scena cambia radicalmente (p. 48), e questi spazia in una vasta sfera senza avere un linguaggio teleologico innato, perch in lui mancano sia gli elementi genetici sia il legame con una sfera circoscritta caratterizzanti la natura animale. Di qui dunque, se lacune e carenze non possono essere certo carattere della sua specie (p. 51), deve emergere l'elemento positivo che sar il tratto distintivo della natura umana. Il classico topos della human imbecillitas, su cui si era modellata anche l'immagine rousseauiana dell'animal deprav, tradizionalmente inteso come lo stato da cui l'uomo era uscito associandosi e quindi comunicando per mezzo del linguaggio, riproposto da Herder che lo sostanzia di un contenuto scientifico concreto interpretandolo come limite biologico [Gehlen (1940) 1990:60] per il quale occorre, dunque, una compensazione a livello genetico. L'insufficienza costituzionale e l'assenza di automatismi surrogata nell'uomo da un nuovo elemento che gli consente la massima libert dai condizionamenti istintuali e ambientali degli animali, elemento che il suo carattere ontologico distintivo (p. 111): la sensatezza (p. 55)". Come propriet emergente la sensatezza distingue qua-

litativamente l'uomo dagli animali, prima ancora di quel linguaggio di cui il necessario fondamento genetico (p. 52). L'uomo nasce con questa predisposizione a forgiarsi un linguaggio (p. 111), e ci comprovato, per Herder, dal fatto che essa permane allo stadio latente anche quando l'uomo si trovi in condizioni contro natura (p. 65) o in stati patologici (p. 116). Animale non istintivo (p. 55), perch la sua natura sensitiva e cognitiva, cognitiva e volitiva (p. 53) amministrata dalla sensatezza, l'uomo in questa trova il suo centro di gravit (p. 112), il punto di equilibrio tra il sistema della sensibilit e quello della razionalit nella sua anima indivisa (p. 54). A differenza dell'animale, l'uomo non coinvolto in una sfera determinata grazie alla sensatezza che gli consente di avvertire la realt fenomenica come altro da s e di distaccarsene oggettivandola. Soltanto l'approccio umano alla realt, estetico e conoscitivo, rende possibile il passaggio dalle impressioni dell'anima sensitiva, subite dall'esterno, alle operazioni intenzionali della riflessione, provenienti dall'interno. Radicando nel senso il carattere specifico (p. 53) dell'uomo, Herder ha dato cos il necessario fondamento sensibile alla riflessione e una specificit umana al linguaggio che si genera dall'attivit riflessiva. Per ricostruire la dinamica del formarsi del linguaggio, Herder si. sposta nel campo della' fenomenologia della percezione. E la riflessione, intesa come esercizio della sensatezza, che consente di inserirsi in un continuo indifferenziato con un atto individuante. Per ottenere la prima percezione distinta occorre che l'esperienza sensoriale sintetica sia scomposta in segni discreti (funzione selettiva svolta dai sensi) e che la tensione conoscitiva dell'uomo si concentri su un solo dato come se tutto il resto fosse un alone di disturbo [Gehlen (1940) 1990:2951. Il dato sensibile conoscitivo, una volta diventato segno riconoscitivo della cosa, secondo Herder gi linguaggio virtuale; cos il primo atto linguistico, privo di ogni implicazione fonica, si

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consuma nell'ambito interiore. Se come contrassegno sensibile della coscienza questa parola dell'anima (p. 59) risponde in primo luogo a un'esigenza gnoseologica, come vocabolo interiore individuante assolve gi una funzione mnesica e, l dove sia esternata, anche alla finalit comunicativa. Nato dalla necessit di fissare e richiamare una conquista conoscitiva, il nome frutto di un tacito accordo siglato dall'anima con se stessa, di una convenzione che non rientra nella dimensione sociale, ma che parte integrante del pensiero concettuale [Gaier 1988:113]. Se per Herder il formarsi del pensiero il risultato del meccanismo percettivo, il processo conoscitivo non pu essere un'operazione solamente intellettuale, ma piuttosto un'esperienza estetica (cognitio sensitiva) elaborata linguisticamente dall'uomo. Il linguaggio umano cos strettamente connesso alla conoscenza che la prima operazione conoscitiva si d come primo atto linguistico; ci significa che l'origine del linguaggio si rinnova, secondo Herder, a ogni esperienza conoscitiva [Irmscher 1966:164]. Tuttavia la conoscenza umana, mediata da segni delimitanti, in quanto non corrispondono alla natura stessa delle cose, ma ne designano solo l'aspetto sensibile da noi esperito, destinata a restare limitata e relativa. Lo stesso concetto si ritrova limpidamente formulato nelle Ideen [SWS XIII:358]: Nessuna lingua esprime cose, ma soltanto nomi e quindi nessuna ragione umana conosce cose, ma soltanto dei caratteri esterni, che essa designa con parole [trad. it. 1971:222]" nel suono che si evidenzia appieno come un segno naturale della cosa possa essere insieme segno linguistico arbitrario. Rispetto a tutti gli altri dati sensibili che restano incorporati nella cosa, il suono infatti che sfugge a essa strappandole un ultimo residuo di materialit, dunque un suo elemento essenziale, che pu essere fissato con la riproduzione mimetica. Nella scomposizione della realt i suoni della vivente natura (p. 73), per la successione

temporale in cui si offrono e per le caratteristiche di eventi effimeri e riproducibili, si impongono come simboli linguistici privilegiati. Perci nella teoria di Herder le prime parole, che colgono, archiviano nella memoria e restituiscono rappresentazioni acustiche, sono necessariamente onomatopeiche; ma anche qualunque altra forma di percezione non si tradurrebbe in parola senza il medium dell'udito: di qui, per Herder, la natura acustica del linguaggio. Se Herder pu profilare una storia naturale della grammatica perch questa inizialmente si presenta come un calco dell'anima umana e della sua logica naturale (p. 132), fatto che, a suo avviso, dimostrato empiricamente dalla comparazione fra quei codici manifestamente imperfetti che sono gli idiomi originari. In questi, lessico, morfologia e sintassi non si formano mai seguendo quel rigoroso ordine logico invocato da Siillmilch a sostegno dell'origine divina del linguaggio. A Herder la lingua appare invece come un organismo proteiforme e sfuggente a qualunque classificazione: il suo lento cammino, da un impianto sinteticometaforico a uno analitico-concettuale, rispecchia il rapporto pi o meno calibrato fra sensi e ragione. Infatti, a misura dell'impoverirsi dell'universo emotivo dell'uomo nella lingua aumenta l'astrazione, e l dove essa guadagna in efficacia come strumento della ragione, scema in forza espressiva e poietica. Col definire l'atto conoscitivo il luogo ove si stabilisce una perfetta identit tra ragione e linguaggio, Herder risolve anche l'arduo problema della loro interrelazione e spezza il circolo vizioso che si instaura per attribuire una priorit all'una o all'altro: il linguaggio non semplice strumento della ragione, ma suo organo naturale (p. 70), a sua volta la ragione si sviluppa in forza del linguaggio (p. 99) ed entrambi risultano poi intimamente connessi al sentimento: l'uomo sente con l'intelletto e parla in quanto pensa (p. 117). Proprio in quel contesto storico che aveva considerato irrilevante al fine di stabilire il momento genetico del lin-

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guaggio, I lerder vede attuarsi il superamento della fase monologica della creativit linguistica. Gli atti linguistici accadono, infatti, nel tempo e nella dimensione sociale: qui che i significati riconosciuti dalla comunit si diffondono e tramandano ed qui che il linguaggio si arricchisce, non certo in seguito a un programma sistematico degli studiosi, bens con l'uso sempre pi spedito e sapiente della sensatezza (p. 117). Con questa dote naturale (p. 112) nel proprio corredo somatico, l'uomo intraprende nella libert il suo incerto e rischioso itinerario che lo separa dal circuito della pura natotalit per farlo entrare in quello variegato della cultura'. E cos, destinato a soccombere ovvero a dominare su tutto (p. 119), l'uomo entra in un processo di estraniamento dalla natura per cui arriva a modificarla e assoggettarla, dandole un assetto linguistico parallelo a quello ontologico. Mentre il linguaggio operativo degli animali frutto del loro coinvolgimento nell'ambiente, il linguaggio umano si sviluppa infatti dal rapporto conflittuale dell'uomo con la natura (che lo attacca per liberarne le forze e i sensi, p. 113) e dalla necessit di organizzare la propria sfera culturale che non ha limiti di spazio e di tempo e che in lui sta in luogo dell'ambiente naturale [Gehlen (1940) 1990:109]. Abbandonata l'ottimistica visione di un progresso rettilineo inarrestabile propria dell'et dei lumi, Herder disegna in un grande quadro, sostenuto da una robusta intelaiatura storico-filosofica, le tappe obbligate della crescita organica del linguaggio Queste risultano infatti sottoposte alle medesime leggi naturali che governano lo sviluppo della societ e delle istituzioni umane. Interrogandosi sulle radici antropologiche della pluralit delle lingue, Herder sottolinea quindi la grande incidenza dei fattori di mutamento storico-sociali accanto a quelli ambientali e geografici universalmente ammessi. Dopo aver motivato il suo scetticismo riguardo ai tentativi di ricostruire una genealogia fra le lingue, con dubbi strumenti

di archeologia linguistica, per risalire a un capostipite comune, Herder si preoccupa piuttosto di stabilire il principio della pari dignit di tutte le lingue e culture. su questo principio, rinsaldato dalla sua concezione monogenetica del linguaggio e dei segni scritturali, che il riconoscimento di un pluralismo linguistico e culturale, ovvero l'identificazione di ogni nazione con la propria lingua, non implica il particolarismo nazionale: nella visione herderiana la lingua infatti il veicolo di quella trasmissione culturale fra popoli e generazioni che garantisce il superamento di ogni frontiera spazio-temporale. Nell'economia globale della storia gli eventi si affermano e resistono in virt del linguaggio: su questo dunque riposa l'intero dinamismo del processo storico. Con la sua dottrina del linguaggio Herder ha cos gettato le basi per la sua futura filosofia della storia (cfr. Auch eine Philosophie..., 1774). 3. Rispetto ai lavori anche di notevole livello degli altri trentuno concorrenti'', il Saggio si distinse per la force de raisonnement del giovane autore che ottenne il lusinghiero riconoscimento di essere associato dal consesso accademico ai filosofi che lo avevano preceduto, malgrado non avesse voulu construire d'hypoyheses'8. Imprevedibilmente Herder reag tanto all'assegnazione del premio quanto alla pubblicazione del Saggio dichiarandosi ripetutamente insoddisfatto: si rammaricava di aver ecceduto nel tono, ironico fino all'irriverenza nei confronti del destinatario [Br. 11:141 a Schaumberg-Lippe, 24 febbraio 1772]; riteneva poco scupolosa l'edizione e, messo nero su bianco, Io scritto gli sembrava disastroso [Br. 11:129 a Nicolai, febbraio 1772]. In fondo non di. sperava che col tempo il Saggio avrebbe dato i suoi frutti [Br. 11:132 a Cardine Flachsland 10, febbraio 1772], ma lo sgomentava la prospettiva immediata di una grossa battaglia [Br. 11:58 a Hartknock, met agosto 1771] e, pi di ogni altra cosa, la reazione di Hamann. In effetti

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ntico maestro, nelle sue impietose recensioni parodistie (1771-72), lo accus di essere sceso a patti con lo Zeitst illuministico e inoltre di aver abbandonato la dottrina :azionistica e messa in dubbio l'alterit dell'uomo rispetagli animali. Il timore di aver compromesso irrimediabil:nte l'amicizia indusse Herder a una Precipitosa ritrat:ione [Br. 11:209 sgg. a Hamann, l agosto 1772], :entita dal fatto che l'edizione del 1789 non comport ssuna apprezzabile modifica". La convinzione con cui Herder porta avanti la sua distrazione (p. 106; p. 155) imprime a questo scritto finito da lui stesso il ritratto della mia anima [Br. 136 a Heyne, 21 agosto 1772] un certo carattere performance oratoria" che certo contribu a suscitare e ener desto l'interesse degli studiosi". Ultima sua eco alaterno dell'Accademia fu la replica di Jacob Grimm (Ileden Ursprung..., 1851) all'intervento di Friedrich WilIm Schelling (Vorbemerkungen..., 1850). Questi aveva levato nei confronti della tesi del Saggio le stesse obiemi che erano state di Hamann e proposto di riprendere discussione sul problema dell'origine, a suo avviso non postato filosoficamente da Herder. La risposta di :imm storicamente interessante perch la questione ll'origine viene affrontata per la prima volta con gli stru:nti della linguistica comparata [Bachsel 1963:1031, ma risolve in un discorso empirico sulla ricerca della lingua iginaria [Irmscher 1966:172 sg.]. Tuttavia la valutaziopositiva di Grimm dimostra come questo studioso ancoriconoscesse il debito della linguistica scientifica verso ella filosofica settecentesca, mentre nel Positivismo la rtuna del Saggio declin, proprio perch legata al tema ll'origine, ritenuto cos poco scientifico da essere escluso 366) dallo statuto stesso della Socit de Linguistique. L'interesse per il Saggio, risvegliatosi negli ultimi decensia in Europa che in America, viene a coincidere con adirizzo prevalentemente speculativo degli attuali studi

di linguistica, che oggi, come nel Settecento, sono indirizzati in senso interdisciplinare Cos Herder, spesso saccheggiato, ma poco citato 1Dietze 1978:531 nei testi di questa disciplina, torna a essere annoverato fra i grandi precursori". La tendenza di Herder a cercare continuamente un punto di conciliazione fra tutte le teorie, salvandone aspetti che integra nella propria, alimenta ancora la polemica fra chi ne fa un epigono eclettico dalla discutibile versatilit e chi un antesignano. Indubbiamente Herder seppe nutrirsi di tutti i fermenti della cultura dell'epoca [Bahner 1978:101], utilizzando abilmente e rielaborando in maniera propria e originale le molte ed etereogene letture alle quali era spinto da una curiosit inesauribile, come attestato dalle ricerche sulle fonti [Pnisson 1984:883 sgg.]. Ma se vero che il Saggio condivide con altre teorie coeve l'attenzione ai temi emergenti attraversati dalla questione principale, se ne diversifica per un approccio decisamente antropologico al tema, approccio che, alla luce del nuovo statuto acquistato dall'antropologia negli studi di linguistica, pu considerarsi davvero anticipatore". Per il suo carattere filosofico il Saggio rientra a buon diritto nella tradizione alta [Simone 1990:321] delle teorie sull'origine del linguaggio. A fronte degli altri scritti giovanili di Herder, la prospettiva risulta in esso spostata dalla funzione alla natura del linguaggio e la posizione qui raggiunta, nonostante le contraddizioni e fluttuazioni successive, rester paradigmatica [Farsi 1988:223] fino alla tarda Metakritik (1799), dove ricever un definitivo assetto in termini pi rigorosamente filosofici ma sostanzialmente immutati". A conclusione dell'itinerario fin qui tracciato, si deve ricordare almeno che con questo lavoro Herder in un'epoca nella quale ancora nessuno dubitava che il linguaggio appartenesse alla dimensione pragmatica della comunicazione apre la strada allo studio dei condizionamenti della coscienza attraverso le forme linguistiche; elabora un concetto di cultura, come sistema derivato dal

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torso modo di organizzare linguisticamente i contenuti d'esperienza, che si affermer in tempi recenti come )otesi Sapir-Whorf"; individua l'aspetto geneticamente terminato del linguaggio e con ci la dialettica tra destoicazione dell'origine e storicit degli atti linguistici. Nel z,gio inoltre trova conferma come sia impossibile tracciauna linea di demarcazione fra interessi storico-politici e guistico-antropologici nella produzione di Herder liitze 1983:60 sg.]. Se l'analisi linguistica si rivela ineicabile dalle ricognizioni nei tanti campi del sapere nei ali la sua complessa ricerca intellettuale trovava alimen, qui in particolare si realizza quel felice incontro tra spelazione filosofica e documentazione relativa alla ricerca erimentale che accredita Herder come il filosofo di gran iga pi scientifico [Apel 1963:76].

Il taglio di questa presentazione non consente una rassea nemmeno sommaria dell'attuale condizione degli studi. elle note al testo si comunque cercato di segnalare via a i problemi pi dibattuti mentre la relativa bibliografia l'O fornire un'utile indicazione per ulteriori possibili letre.
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dicarsi agli studi di teologia e filosofia. Frequenta le lezioni di Kant che lo introducono all'antropologia e alla lettura dei filosofi moderni; inizia l'amicizia con Johann Georg Hamann (1730-88) che lo sprona a impadronirsi della lingua inglese e a leggere Shakespeare. Nel frattempo Herder non trascura di documentarsi metodicamente sulla letteratura scientifica e si mantiene agli studi lavorando come istruttore presso il Collegium Fridericianum e come recensore per le Kiinigsbergische Gelehrte und Politische Zeitungen. Per la scuola compone il discorso Ober dei: FleiK.. Nel novembre 1764 chiamato a insegnare alla Domschule di Riga. Nell'antica citt anseatica, allora sotto la sovranit russa, il giovane trova un clima politico e culturale pi aperto e stimolante e ha modo di coltivare numerose amicizie. Nel 1765 ottiene l'ufficio di predicatore della chiesa luterana; elabora lber die Ode e Wie die Philosophie... che restano frammenti; collabora assiduamente alla Allgemeine Deutsche Bibliothek mentre, grazie all'amicizia stretta con l'editore Friedrich Hartknock, vedono la luce anonimamente le tre raccolte di frammenti Gher die neuere deutsehe Litteratur (1766-68); Uber Thome, ~te.. (1768); Kritisehe /Rader (1768). 11 3 giugno 1769 intraprende il lungo viaggio, in parte finanziato dallo stesso Hanknock, che lo porter attraverso Danimarca, Francia, Olanda e Belgio. Oltre ai Philosopbes, a Parigi incontra diversi membri della Akademie Franvaise e frequenta assiduamente biblioteche e teatri; abbozza una prima Plastik (1770). In una sosta ad Amburgo (febbraio-marzo 1770) conosce Lessing e Johann Bernhard Basedow ed entra in amicizia con Matthias Claudius. Nel marzo assume a Eutin l'incarico di precettore del principe ereditario di Holstein-Gottorp, col quale si rimette in viaggio attraverso la Germania. A Darmstadt conosce la futura moglie Karoline Flachsland e nel settembre dello stesso anno si reca a Strasburgo dove, rescisso il contratto che lo legava al principe, pu finalmente dedicarsi allo studio. Qui ha luogo R storico incontro con Goethe, determinante per la nascita dello Sturm und Drang. Le inf ormazioni pi accurate per questi anni si possono trovare nella biografia, documentatissima, 0880-853 d Rudolf Haym [1954 E 17-4800. 2 Fondata nel 1700 da Leibniz, la Akademie der Wnsenschaiten prussiana non si era mantenuta al livello delle consorelle europee, finch Federico II non ne ebbe affidata la riorganizzazione a Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (1698-1759), chiamato a presiederla nel 1746. La lingua ufficiale dell'Accademia era il francese-

Nlohrungeo (oggi Morag, Polonia), suo luogo di nascita, Johann Coned Eluder (1744-1803) riceve dal padre Johann, maestro e insieme cantoe campanaro, un'educazione pietistica e una prima istruzione, che in seito integra frequentando la scuola comunale. Pi tardi (1761), assunto nie amanuense dal diacono Sebastian Friedrich Trescho, il giovane ha pportunit di imparare il francese e di servirsi della ricca biblioteca do:stica per conoscere gli autori classici greci e latini e per tenersi aggiornato Re ultime pubblicazioni teologiche e letterarie. Invogliato da un chirurgo sso di stanza a Mohrungen, nel 1762 Herder si trasferisce con lui a Kb;sberg per studiare medicina, ma ben presto abbandona l'intento per de.

'Dalla lettura del manoscritto, che Herder gli passava in fascicoli, Goethe fu indotto a riflettere perla prima volta sulla questione che a tutta prima gli era parsa oziosa. Nonostante il successivo raffreddamento dei loro rapporti, nel X libro di Dichtung und Wahrheit (1811-14), Goethe conserva con no. stalgia il ricordo dell'insolita figura dello studioso che gli aveva spalancato un nuovo orizzon t e sulla poesia ebraica e popolare [ed. 1955, IX:402-15]. Primo risultato della loro proficua collaborazione fu l'operetta Vort deutscher Ari unsi Kunst (1773). Cfr. Shichiji [1987]. 3 Cfr. specialmente Venue!, eirzer Geschichte... (1764) ISWS XXXI1,85

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semi]; il frammento Von den Lebensaltern einer Sprache (1768) [SWS 11:61 188 . 1; la tesi di dottorato De Spiritu Sanato_- (1767) ISWS XXX111:291. Per il tema dell'origine, centrale nella riflessione di Herder, si rinvia a Liebrucks [1964:51 sgg.]; Salmon [1969]; Grob [1976]; Kastinger Riley [19791; Heizmann [1981:3 sg.]; Schatze [1983:11 sg.]; Fink [19821; Bchsel [1988]; Gaier [1988:84 sgg.]; Pizer [1988]; Weissberg [1989]; Detleff [1989]; Liittgens [19911. 5 La posizione di Herder rispetto all'Illuminismo si presta a possibilit interpretative molto differenziate che riflettono le contraddizioni ideologiche in cui egli stesso si dibatteva. In proposito si possono utilmente consultare: Cassirer [1932]; Rauche [1944:8 sgg.1; Venturi [1981 (1951)1; Harich 11952;7 1861; Stolpe [19551; Bernard [1965]; Berlin [1965]; Adler [1968]; Dietze [1968:17 sgg.]; Merker [1968; 19731; Verra [19711; Mega! [1974]; Bahner [1978]; Frst [1988:62 sgg.1; Norton (19911. 6 Per k Rtlexions philosophiques... (1748) e la Dissertatimi... (1754) di Maupertuis, cfr. Formigari [1971]; Aarsleff [1974:123 sgg.]. La situazione del dibattito riepilogata in: Biichsel [1963: 15 sgg.1; Formigari [19721; Aarsleff [1974]; Megill [1974]; Pupi [1977:13 sggl; Bahner [1978]; [HV. II: 895 sgg.]; Simone [1990:375 sgg.]. 7 A lungo sottovalutato, l'influsso del pensiero di Condillac (Essai, 1746) sulla teoria di Herder da considerarsi invece determinante. In proposito, cfr. Irmscher [1966:140 sgg.]; Merker [1973:18 su]; Aarsleff [1974:94 sgg.1; Bahner [1978:96 sgg.]; Wells [19851; Trabanr [1990:360 sgg.]; Norton [1991]; Barnard [19921. in senso pi decisamente naturauna / La domanda infatti rielaborazione, lista, del quesito proposto da Michaelis: Comment le langage peutil prendre naissance chez des honnnes qui en sont more dponwus, & par quel& degrs y pesak pervenir la perjection o nous ]e voyons? L'orientalista Johann David Michaelis (171791) era risultato vincitore del concorso del 1759 con il saggio De Fintluence (1762). AI riguardo, cfr. Formigari [1972:89-107]; Aarsleff 11974:134 sg.]; [HV II 907 sgg.]. 1 Avrei proprio voglia di dire anch'io un paio di cose ufficialmente, commentava klerder [Br. 1:92 a Scheffner, 31 ottobre 1767] dopo la lettura del saggio di Stibmilch (Versuch eines Beweises..., 1766), pubblicato dieci anni dopo essere apparso nei Mmoires accademici. Johann Peter Siibmilch (170767) una vera autorit nel campo della statistica demografica aveva difeso la sua tesi appoggiandosi alla logica razionalista di Wolff e rinunciando al sussidio di testimonianze storiche e bibliche. Diventato nella versione b del Saggio l'antagonista per antonomasia, StiBmilch era gi stato attaccato da Herder nella seconda redazione dei Fragmente [SWS 11:66 sgg.l. Cfr. Merker [1973:14 sgg]; Aarsleff (1974:131 san Bahner [1978:94 sg.]; Kieffer [19781. La prassi frequente in Herder di avvalersi degli spunti polemici esterni in funzione speculativa segnerebbe anche il limite della sua forza teoretica [Heintel 1964:XV111).

10 Cosi Clark 11955:132] e Pallus [1966:X1]. 11 Uno dei numerosi punti sui quali Herder si confronta a distanza con
Jeangacques Rousseau proprio la nozione di stato di natura come para-

digma ideale dal quale l'uomo associandosi si sarebbe irreversibilmente allontanato. Come pioniere della dialettica natura e civilt e sostenitore della forza dinamica del sentimento e delle passioni, il filosofo del Discours... (1754) rimane l'interlocutore di fondo di tutti i passaggi della dissertazione herderiana. In proposito, cfr. Harich [1953:60 sgg.]; Blackall [1961]; Malson [1964:8 sg.]; Irmscher [1966:141 sgg.1; Adler [1968:112 sgg.]; Landucci [1972:93 sgg.;377 sgg.]; Heizmann [1981:106 sgg.]; Wells [1985]; Barnard [1992:31 sggli 12 All'uso formalizzato del linguaggio del pathos, di incontestabile rilevanza sul piano estetico, affidato tuttavia il rinnovamento della lingua poetica e l'efficacia del messaggio verbale dell'oratore. questa una delle numerose suggestioni del profetico maestro Johann Georg Hamann (1730-88), accolta e munita da Herder di un solido supporto argomentativo. Per il discusso rapporto di dipendenza di Herder da Hamann, cfr. Haym [(1880) 1954, l: 71 sgg.]; Heintel [1960:XVII sgg.]; Apel [1963:75 s gg. 1; Bnchsel [1963]; Berlin [1965:65 sgg.;1976:151 sul; Merker [1968:276 sgg.; 1973:9s9ggmt Formigari [1977a]; Pupi [1977); Reckermann [1979); Heizmann [1 Fiirst [1988]; Gaier 11988:141 sgg.; 1990]; Detleff [1989]. 1 ' Fonte dell'excursus ecologico di Herder il trattato Allgemeine Betrachtungen... (1760) di Hermann Samuel Reimarus (1694-1768). Sulla singolare figura del filosofo e scienziato amburghese, cfr. Merker [1968:349 sgg.]; Kempski [1982]. "Per segnalare anche a livello linguistico la soglia di transizione dalla funzione organica della sensibilit ai pi complessi processi della coscienza, la scelta di Herder cade su un vocabolo del lessico pietisca Besonnenheit, di cui fa un termine tecnico e, in tal senso, un neologismo (il neologisches Kunstwort su cui ironizza Hamann [ed. 1963:2511). Col doppio valore di senso e senno annidato nell'etimo (Si,,,,), Besonnenheit trova, a mio avvisa, nell'italiano sensatezza un corrispondente sufficientemente adeguato che partecipa della stessa duplicit semantica; rispetta le accezioni dell'uso tedesco corrente, appartenenti ad ambiti di significato contigui (circospezione, attenzione della mente, discernimento, presenza di spirito, controllo di s, pacatezza); mantiene quella distinzione da riflessione che, inalterata nella traduzione di Merian (poni/0U de rflchir [ed. 1977:190]) si vanificata nelle successive (Netto 1954: riflessione; Gode-Moran 1966: reflection; Pnisson 1977: rflexion, attention, circonspection; Pupi 1977: intenzione consapevole). Fra le interpretazioni, cfr. Kiintzel [1936:61 sgg.]; Konrad [1937:20 sgg.]; GeMen [(1940)1990:111 sgg.]; Clark [1955:137]; Irmscher [1966:156); Krtiger [1967:2 sgg.]; Grob [1976:27 sgg.]; Proli [1978:123]; Heizmann [1981:70 sgg.]; Morton [1982:48]; Schenze [1983:99 sgg.]; Gaier [1988:102 sgg.]; Pizer [1988]; Frst [1988:229 sggb.

cavi Paola Amicone

Introduzione

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soluzione del problema conoscitivo in Herder discussa soprattutto ' n. Tassirer [11925) 1983:100 sgg.1, Verra [1957:688 sgg.]; Liebrucks 1964]; Schnehli-Schwegler [1965:99 sgg 1; Irmscher 119661; Grob [1976:9 811 - ]i M888 14 [ 197058 "86.]; Morton [1982:49 sgg]; Heizmann [1981:65 gg.1; Seeba [19821; Scharze [1983:112 sgg.]; Gaier [1987; 1988]; Helfer 19901; Menges [1990). Sulla modalit primariamente estetica dell'approccio nano insiste particolarmente Fiirst [1988]. Anche Herder opterebbe infine wr una soluzione strumentale, ma di ben diversa portata: il linguaggio che onsente all'uomo il perfetto affrancamento dalla situazione concreta nel uo contenuto contingente e occasionale [Gehlen (1940)1990:291]. " la visione della libert umana che si salda per Herder alla lettura secco arizzata del passo biblico di Gen 3 gi da lui enunciata in una lettera a -Iamann [Br. 1:97 sg. - aprile 1768): il peccato originale segna l'ingresso del'uomo nella storia con il rischio del fallimento che questo comporta. Per !l'esca interpretazione, cfr. Heintel [1960:LV sgg.]; Beichsel [1963:90 sgg.]; rmscher [1966:147 sgg.]; [11V II 910 sgg.; 1027 sgg.]. 7 Per un esempio si veda, nell'edizione moderna curata da Hannelore Palus [1966], l'importante lavoro di Johann Nicolaus Tetens, liber den Urprung des Sprachen und dei . Schrift, Biitzov und Wismar 1772, parzialmente radotto in italiano [Formigari 1972:309-24]. " Cos [ed. 1977:2781 nell'estratto (Mmoires, 1771) dell'estesa analisi letta I 6 giugno 1771 da Johann Bernhard Merian (1723-1807). Pubblicata per ntero a distanza di dieci anni (Mmoires 1781), l'analisi d Merian si concluleva ribadendo: la reponse est plus complte et plus premptoire que nous re l'avions xige, parce qu'elle n'est pas simplement hypothrique [ed. 1977:224], ' Temporaneo e parziale [Formigari 1977412] da considerarsi anche il .uccessivo riavvicinarsi alla tesi teologica di Hamann (cfr. Die alteste Urkunle..., 1774-761. Per la reazione di Hamann e Io scambio epistolare fra i due, fr. Haym [(1880)1954:1, 523 sgg.]; Biichsel [1963]; Adler [1968]; Pupi 19771; Gaier 11990]. 9 Il Saggio si sostiene suuna irrinunciabile tensione argomentativi che .pesco assume anche una forma virtualmente dialogica. Altrimenti la prosa li Herder, ad eccezione di rare metafore, per lo pi tolte alle scienze della sita [Schick 1971:1271, risulta singolarmente povera di immagini [Sanner 1960:651, Per forgiarsi uno stile inconfondibile, nella redazione definitiva -Ierder barocchizz il testo rendendone alcuni passaggi quasi impenetrabili Anonimo ed.1984:120 sg.] Sul metodo di scrittura di Herder, cfr. Haym (1880) 1954 1:147 sgg.]; Sanner 11960]; Blackall [1961]; Meggle [1970]; eleischer [1978] Grolle [1978], Heizmann [1981:15 sgg.]; Pnisson 1984:869 sgg.]; Gaier [1987; 19901; Owren [1990]; Trabant [1990]; Van ter Laan [19901A un aspetto dell'argomentazione herderiana dedicata la preoccupata

attenzione teologica (Setrachtung..., 1773) del giovane accademico Friedrich Heinrich Jacobi (1748-1819); elogiativo, malgrado qualche riserva sullo siile, il giudizio del recensore anonimo della ADI3 (1773). Il teologo Johann August Dathe (1731-91) nella Praefatio (1777) riserva un encomio alla profondit e dottrina dell'argomentazione herderiana che in nulla contraddice la storia sacra [ed. Pro& 1978:223]. 22 Su Herder anticipatore misconosciuto di attuali indirizzi della linguistica, cfr. Harich [1952:8 sgg.]; Penn [1972]: Dietze [1978:53 sgg.]; Grosse [1978:78]; Koepke [1982; 1987]; Marchand [1982]; Becker [1987:216 sgg.]: Trabant [1990:345 sgg.]. 21 Mai trattata in maniera sistematica, la problematica antropologica percorre tuttavia per intero lo sviluppo del pensiero herderiano fino a dispiegarsi nelle Ideen. Cfr. Gehlen [(1940) 1990:59 sgg.]; Rouch [ 1940]; Wilson [1941); Harich [1952:20 sgg.]; Stolpe [1964]; Berlin [1965:67 sgg.]; Salmo] [1969]; Irmscher [1966:148 sgg.]; Verra [1971]; Formigari [1972]; Dreike [1973]; Herrmann [1978]; Imhoff [1944]. 24 Sulla tesi impostasi con i critici neokantiani (Haym 1(1880) 1954,1:146 sgg ]; Heintel [1960:XXXIII sgg.]; Liebrucks [1964]) della mancanza di sistematicit nelle opere di Herder prevale oggi l'orientamento a coglierne una personale e interna. Cfr. Irmscher [1966:151 sgg.]; Meggle [1970:52 sgg.]: Bahner [1978:93]; Heizmann [1981:135 sgg.]; Schrze [1983:11 sgg.]; Pnisson [1984:883 sgg.]; Becker [1987]; Koepke [1987]; Morton [1987:59 sgg.]; Gaier [1988:80 sgg.]. 2 " De Mauro [1965:62]; Penn [1972]; Marchand [1982].

Nota editoriale

Della Abbandiungtiber der Ussprung der Spracbe esistono due edizioni pubblicate vivente l'Amore. La prima (A) fu stampata nel 1772 per i tipi di Vog su ordine dell'Accademia berlinese. Priva della revisione finale di Iter der, A contiene molti errori, alcuni sfuggiti al copista, altri imputabili alla stampa. Per tale ragione, Herder si prefisse di far uscire una seconda edizione che vide la luce solo nel 1799 (0) e che sostanzialmente non diverge dalla prima se non per lo stile pi composto e classico ma, nel complesso, meno felice. Fra i manoscritti inediti di Herder (conservati nella Sulaubibliothek Stiitung Preuflischer Kukurbesitz, la storica Biblioteca regia berlinese] ben tre redazioni autografe documentano le fasi preparatorie della copia inviata al concorso La redazione a, un primo abbozzo tracciato probabilmente a Nani tes, tocca gi lutti i punti essenziali e presenta la materia disposta nell'ordine che rester definitivo. Accanto ad argomenti appena accennati, quelli iniziali e finali appaiono decisamente ben sviluppati. Il secondo manoscritto b ne u n rifacimento in uno stile pi controllato, con rinvii pi frequenti alle fonti. Si tratta di una redazione molto accurata (probabilmente la stessa letta da Goethe in fascicoli), divisa in due parti, la seconda delle quali andata perduta. La redazione successiva fa), approntata da l'arder saldando un terzo rifacimento della prima parte con la seconda parte di b appena ritoccata, risulta impreziosita da uno stile reso volutamente inconsueto e caratterizzata da un'interpunzione molto personale. Fu questa la stesura che, rimaneggiata ancora una volta, trascritta dal copista e revisionata in gran fretta da I lerder, pervenne alla segreteria del concorso come copia ufficiale (R). Considerata a lungo smarrita, R fu ritrovata da Werner Krauss e pubblicata nel 1959 da Claus Trger; oggi si conserva nello Aschiu der desascben Akadentie der Wissensebajten di Berlino. La presente traduzione stata condotta sul testo stabilito da Reinhold Steig (1891) per i Samtlicbc Werke di Suphan (SW5 V:1-154). Come base per la sua edizione critica, non disponendo di R, Steig scelse A, la prima edizione a stampa. Per l'interpunzione e il corsivo si tenuto conio anche dell'edizione 'misi:ber 1966.

Le note che corredano il testo, contrassegnate da un asterisco, documentano come il concetto di autorit fosse del tutto estraneo a Herder Wnisson 1984, 883]. Si perci preferito lasciarle inalterate anche l dove le

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d. iMpag

sommai nidledzioni Inbliograliche isultnio lasunore er nitc, provvedendo a compiei:1 t le e ceneggef le nelle note di commento al testo Un elenco delle fonti alle quali Ilerder ha attinto per ln stesura del 5a ggio apre L blbliogrufiu-

PRIMA PARTE

Abbandonati alle loro capacit naturali, gli esseri umani hanno potuto inventarsi il linguaggio?

Primo capitolo

Vocabula sunt notae rerum.

Cicerone'

Gi in quanto animale l'uomo ha un linguaggio'. Tutte le sensazioni fisiche violente e, tra queste, le pi violente in assoluto, quelle dolorose, tutte le forti passioni dell'anima umana si manifestano immediatamente in grida, in voci, in suoni inarticolati e selvaggi: l'animale che soffre, cos come l'eroe Filottete, ad ogni accesso di dolore gemer, si lagner, anche se abbandonato su un'isola deserta senza parvenza o traccia, senza alcuna avvisaglia di un proprio simile pronto ad aiutarlo'. Gli sembrer di respirare pi liberamente sprigionando il fiato riarso e affannato, e si illuder di alleggerirsi un po' del suo dolore, o almeno di assorbire dalla vuota atmosfera nuove energie per sopportarlo, gonfiando di gemiti i sordi venti. Tanto poco la natura ci ha creati come rocce isolate o egoistiche monadi'! Persino le corde pi sottili della sensibilit animale (devo servirmi di questa similitudine non conoscendone di migliori per la meccanica dei corpi senzienti)', quelle corde che n risuonano n si tendono certo in seguito ad una scelta voluta o ad una lenta ponderazione, la natura delle quali, anzi, tuttora sfugge ad ogni indagine razionale, in tutto il loro congegno sono regolate per rivolgersi ad altri esseri, pur senza aver nozione di una simpatia esterna. La corda toccata esegue il suo innato dovere: vibra, chiama un'eco simpatetica, anche se questa non c', anche se essa n spera, n si aspetta risposta alcuna. Se mai la fisiologia dovesse arrivare a comprovare la psicologia, cosa della quale fortemente dubito, essa, movendo dalla dissezione del tessuto nervoso, potrebbe gettare sul

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fenomeno in questione qualche sprazzo di luce, ma rischierebbe anche di scomporlo in singoli legamenti troppo brevi z apatici'. Per il momento, quindi, assumiamo il fenomeno nel suo complesso come una chiara legge di natura: ecco un essere sensitivo incapace di contenere qualunque forte sensazione e costretto invece a esternarla a voce non appena ne sopraffatto pur senza averlo intenzionalmente deciso. Fu, per :os dire, con un ultimo tocco materno che la mano dell'artefice natura' impresse in tutti, all'atto della nascita, la legge: Non tenere per te ci che provi: esprimi in voci il tuo sentire. E poich quest'ultima impronta modellatrice fu comune a tutti gli individui di una stessa specie, ne risult una provvida legge: La voce del tuo sentire sia comune a tutta la tua specie, cos da essere intesa e condivisa la tutti e da ciascuno. Non si tocchi, dunque, -un tale essere fragile e sensitivo: sebbene, infatti, possa sembrare lel tutto solo ed esposto a ogni assalto ostile dell'universo, solo non : anzi in lega con tutta la natura. Nelle delicate :orde di cui munito sono riposte note che, non appena suscitate e avvivate, a loro volta possono destare creature li struttura altrettanto delicata e, come attraverso una invisibile catena, comunicare a un cuore lontano scintille di llmpatia per questa creatura non vista'. Questi sospiri, queti suoni sono linguaggio. Esiste dunque un linguaggio affetti)0 che immediata legge di natura. Che in origine l'uomo Io avesse in comune con i Imiti oggi '; provato, indubbiamente, piuttosto da alcune sopravvienze che da piene manifestazioni e, tuttavia, tali sopraviverize sono inoppugnabili. Per quanto il nostro linguag;io artefatto possa avere spodestato quello naturale, per guanto il saper vivere e le buone regole della convivenza ?ossano avere arginato, prosciugato o deviato il flusso dilagante delle passioni, il momento pi intenso di un sentimento, laddove e sebbene di rado lo si raggiunga, riafferma sempre i suoi diritti e vibra negli accenti immediati della lingua materna. L'impeto montante di una passione;

l'improvviso scoppio di gioia o di allegrezza; il dolore e l'angoscia che scavano profondi solchi nell'animo; un indomito sentimento di vendetta, disperazione, collera, paura, orrore, tutti si annunciano e ciascuno in modo suo peculiare. Tanti sono i generi di sensibilit recettiva sopiti nella nostra natura, altrettante le tonalit. E, dunque, rilevo che quanto meno siamo costituzionalmente affini a una specie animale, quanto meno le somigliamo nella struttura nervosa, tanto meno ne intendiamo il linguaggio naturale. In quanto animali terrestri comprendiamo meglio questi di quelli acquatici e, tra gli animali terrestri, meglio quelli che vivono in gregge di quelli selvatici; infine, fra gli animali gregari, meglio di tutti quelli a noi pi vicini. Ma, indubbiamente, anche per questi ultimi molto dipende dalla dimestichezza che abbiamo con loro. naturale che l'arabo, che tutt'uno con il suo cavallo, lo capisca meglio di chi lo monta per la prima volta, quasi altrettanto bene di Ettore con i propri sapeva parlare. 'Il beduino che, del deserto, che attorno a s di vivente non ha che il proprio cammello e forse uno stormo di uccelli volteggianti, capir l'indole di quello e presumer di intendere le strida di questi meglio di chi, come noi, vive in alloggi. Un figlio della foresta qual il cacciatore capisce la voce del cervo, il lappone quella della renna, ma si tratta pur sempre di casi spiegabili o eccezionali. Di fatto, tale linguaggio naturale rimane un gergo per gli individui della stessa specie e cos anche l'uomo ha il proprio. Ora, indubbiamente, tali suoni sono molto semplici: quindi, una volta articolati e trasferiti sulla carta come sillabe interiettive, le sensazioni pi contrastanti vi assumono un'espressione pressoch identica. Il fievole ah sar l'accento dell'amore struggente, ma anche della disperazione profonda; nel focoso oh prorompe la gioia improvvisa come l'empito della collera, lo stupore crescente come l'onda della compassione. Ma, infine, queste note sono poi fatte per figurare sulla carta come interiezioni? La lacrima che vela un occhio turbato, spen-

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Saggioco ll'origine del linguaggio

Pnwo Capitolo

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to, implorante conforto, in un ritratto del volto stesso dell'afflizione , s, commovente; ma, presa da sola, una fredda goccia d'acqua, n voglio sapere che aspetto assuma se messa sotto un microscopio. Provate a separare dagli altri vivaci sintomi concomitanti il soffio estenuato, il toccante sospiro che si spezza sulle labbra contratte dalla sofferenza, ed esso non resta che un vano alitare. Pu essere altrimenti per le voci del nostro sentire? Nel loro contesto vitale, nel quadro globale di una natura in azione, accompagnate da tanti altri fenomeni, esse sono eloquenti ed efficaci; ma separate dal resto, sradicate, mortificate, non restano altro che cifre. La voce della natura si riduce cos ad arbitrario simbolo alfabetico. Pochi sono questi suoni vocali, vero: ma la natura sensitiva, finch soffre solo meccanicamente, ha anche meno variet di sensazioni di quante non ne attribuiscano o, meglio, non ne imputino all'anima le nostre scienze psicologiche col nome di passioni. Bisogna dire che, a questo stadio, ogni sentimento costituisce un vincolo tanto pi tenace quanto meno scomposto nelle sue fibre elementari. I suoni non parlano molto, ma con veemenza. Il pianto poteva lamentare le ferite dell'anima o del corpo, il grido sfuggire per paura o per dolore il languido ah imprimersi sul petto dell'amata con un bacio o con una lacrima: tutte distinzioni alle quali un linguaggio siffatto non era tenuto'. Esso doveva solo evocare l'immagine e questa avrebbe ben parlato da sola. Suo compito era farsi suono, non descrizione! Dopotutto, secondo la favola di Socrate, dolore e piacere si toccano": nella sensazione la natura ha congiunto i suoi estremi e, dunque, il linguaggio affettivo non pu fare altro che indicare questi punti di contatto. Mi sia consentito ora passare ai casi concreti. In tutte le lingue originarie vibrano ancora echi di questi accenti naturali, ma certo non sono essi l'orditura del linguaggio umano, non essi ne costituiscono le radici vere e proprie, ma piuttosto la linfa che quelle radici alimenta.

Si prenda una lingua culta, metafisica, di tarda formazione, che rispetto alla primeva incondita madrelingua del genere umano rappresenti una variet, poniamo, di quarto grado, e che, dopo lunghi millenni di corruzione, a sua volta si sia affinata, ingentilita, umanizzata nel corso plurisecolare della sua esistenza: ebbene, una lingua siffatta, creatura della ragione e della societ, pu non serbare che poca o nessuna memoria dell'infanzia della sua progenitrice, laddove gli idiomi antichi o incolti pi vicini sono alla loro origine, pi ne recano tracce vistose. Non potendo ancora parlare di una organizzazione umana bench minima del linguaggio, mi limiter a prendere in esame grezzi documenti. Per me non esiste ancora la parola, ma soltanto suoni per dar voce alla sensazione. Eppure, osservate quanti echi di tali suoni restano catturati nelle lingue suddette, nelle loro interiezioni, nelle radici dei loro nomina e verbo. Le lingue orientali pi antiche sono intessute di esclamazioni alle quali noi, popoli di pi recente cultura, spesso non contrapponiamo che lacune o un'ottusa e sorda interpretazione. Nelle loro elegie vibrano, continua interiezione del linguaggio naturale, le stesse lugubri note di pianto dei selvaggi" sulle loro tombe. Nei loro salmi di lode echeggiano le stesse grida di giubilo e i reiterati alleluia intonati dalle lamentatrici, come spiega Shaw 11, che per noi spesso non son altro che solenni insulsaggini. Nei ritmi, nell'aire dei loro poemi, nei canti di altri antichi popoli freme l'accento che ancor oggi anima le danze di guerra e rituali, i canti di lutto e di gioia di tutti i primitivi, abitino essi ai piedi della Cordigliera o tra le nevi degli Irochesi u, in Brasile o nei Caraibi. E, finalmente, le radici dei loro verbi arcaici, quelli pi elementari e icastici, non sono altro che quelle prime esclamazioni naturali, che furono modulate solo pi tardi; ed perci che in questa loro segreta, vibrante intonazione, le lingue di tutte le genti antiche e selvagge per gli stranieri resteranno per sempre impronunciabili. Solo pi avanti potr spiegare la maggior parte di tali fe-

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Sawo sull'origine del linguaggio

Primo capitolo

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nomeni nel loro contesto. Basti, per ora, una cosa. Fra i sostenitori dell'origine divina del linguaggio, c' uno studioso* che vede un mirabile esempio di ordine divino nel fatto che tutti i suoni delle lingue a noi note si possano ridurre ad una ventina di caratteri alfabetici. Se gi l'affermazione sbagliata, ancor pi lo la conclusione. Non esiste lingua parlata vivente che si possa rendere fedelmente in lettere alfabetiche, n tanto meno in venti soli caratteri: lo dimostrano senza eccezione tutte le lingue. Le articolazioni dei nostri organi vocali sono tanto numerose, ciascun suono pu essere pronunziato in modi tanto diversi, che Lambert, per esempio, nella seconda parte del suo Organon" ha potuto a buon diritto dimostrare come il numero delle nostre lettere sia di gran lunga inferiore a quello dei nostri suoni e come ogni trascrizione sia, di conseguenza, destinata a restare approssimativa. E lo ha dimostrato servendosi soltanto del tedesco, lingua che finora nemmeno ha accolto per iscritto la dovizia e la variet di accenti dei suoi dialetti. La sproporzione aumenta nel caso di una lingua che, nel suo insieme, altro non sia che un simile vivente dialetto. Da dove derivano tutte le peculiarit e le bizzarrie dell'ortografia, se non dall'impaccio di dover scrivere come si parla? La pronuncia di quale lingua viva si pu imparare dall'alfabeto scritto, o quale lingua morta pu essere richiamata in vita, grazie a esso? Allora: quanto pi viva una lingua, quanto meno si atteso a fissarla in segni grafici, quanto pi spontaneamente essa rimonta alla piena e compatta sonorit naturale, tanto meno facile sar trascriverla, e men che mai in venti lettere; spesso, anzi, gli stranieri non riusciranno nemmeno a pronunciarla. Padre Rasles'`, che rimasto per ben dieci anni fra gli Abnaki" del Nordamerica, si rammarica moltissimo di avere spesso dovuto lasciare a mezzo le parole,
= SaiSmilels. Dimostrazione dell'origine divina del linguaggio umano, Ber. lin 1766, p. 21'.

nonostante tutto il suo impegno, esponendosi al ridicolo; ma ancor pi ridicolo si sarebbe reso se avesse usato i simboli dell'alfabeto francese. Padre Chaumonot' 8 , pur avendo trascorso cinquant'anni tra gli Uroni' 9 , cimentandosi perfino in una grammatica della loro lingua, continua a deplorare le loro gutturali e i loro impronunciabili accenti: a suo dire, un caso frequente che due vocaboli, formati esattamente dalle stesse lettere, abbiano significati diversissimi. Garcilaso de Vega' lamenta che gli Spagnoli abbiano storpiato, mutilato e corrotto i suoni della lingua del Per a tal punto da attribuire ai Peruviani ogni nefandezza unicamente sulla base dei propri stravolgimenti. A proposito di una piccola popolazione del Rio delle Amazzoni, de la Condamine" afferma che una parte del loro lessico non potrebbe essere trascritta, neppure in maniera molto sommaria. Bisognerebbe adoperare nove o dieci sillabe l dove essi sembrano pronunciarne a malapena tre. La Loubre" a proposito del linguaggio del Siam: Di dieci parole pronunciate da un europeo l'indigeno siamese non ne afferra, forse, nemmeno una, per quanto ci si sforzi a rendere la loro lingua con le nostre lettere. E non c' bisogno di scomodare popoli di angoli tanto remoti della terra! Nella nostra stessa Europa, le poche popolazioni primitive superstiti (Estoni, Lapponi e altre ancora) hanno spesso suoni semiarticolati e non trascrivibili, proprio come Urani e Peruviani. Russi e Polacchi, sebbene le loro lingue siano scritte e letterarie, continuano ad avere tante aspirate che impossibile riprodurre fedelmente il loro sistema di suoni mediante lettere alfabetiche. Come si arrovellano gli Inglesi per trascrivere i loro suoni, e quanto poco chi pur capisca l'inglese scritto pu dire di saperlo parlare! Sia i Francesi, che hanno ben pochi suoni gutturali, sia gli Italiani, questi semigreci che sembrano parlare in una regione superiore del cavo orale, in uno spazio etereo pi sottile, hanno sempre conservato un'intonazione vivace, a patto che i loro suoni rimangano l dove gli organi li modulano, perch

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come simboli alfabetici, per quanto il lungo uso della scrittura possa averli resi agili e armoniosi, non sono altro che simulacri. Il fatto, dunque, falso; e ancor pi falsa la conclusione che, lungi dal rimandare ad una origine divina, ne presuppone, viceversa, proprio una animale. Prendiamo la cosiddetta prima lingua divina, l'ebraica", dalla quale la maggior parte del mondo ha ereditato l'alfabeto. Che inizialmente fosse una lingua di grande esuberanza sonora e di difficile trascrizione, tanto che si riusc a porla per iscritto solo in modo assai approssimativo, inequivocabilmente attestato da tutta la sua struttura grammaticale, dai frequenti scambi tra lettere simili e, soprattutto, dalla totale assenza di vocali. Come spiegare la singolarit del fatto che le sue lettere sono tutte consonanti, mentre proprio quegli elementi del vocabolo dai quali tutto dipende, le vocali appunto, originariamente non erano scritte affatto? Un tale sistema di scrittura registrare il superfluo e omettere l'essenziale talmente in contrasto col procedimento della sana ragione che dovrebbe risultare inspiegabile ai grammatici, ove mai costoro fossero avvezzi a spiegare qualcosa. Per noi le vocali sono gli elementi essenziali e vitali, i cardini stessi della lingua: gli Ebrei nemmeno le scrivevano. Perch mai? Perch non potevano essere scritte. La loro pronunzia era cos animata e cos sottilmente organizzata, cos immateriale ed etereo ne era l'afflato, che sfuggiva senza lasciarsi catturare in lettere. Soltanto con i Greci queste aspirazioni viventi furono formalmente fissate in una serie di vocali che, a loro volta, dovettero ricorrere a spiriti e altri sussidi, perch per gli orientali l'eloquio era quasi interamente spirito, anelito continuo, animo fatto voce, come del resto essi tanto spesso lo chiamano nelle loro immaginifiche poesie. Pneuma divino, alito d'aria era quel che l'orecchio afferrava, mentre le morte lettere da essi tracciate non erano che la spoglia inanimata cui la lettura avrebbe dovuto infondere il soffio vitale. Non que-

sta la sede per discutere quanto tutto ci influisca sulla comprensione della loro lingua: per evidente che tale essenza spirante' ne tradisce l'origine. Quale cosa si presta alla trascrizione meno dei suoni naturali inarticolati? E se vero che quanto pi la lingua vicina ai primordi tanto pi inarticolata, ne consegue che di certo non stata inventata da un essere superiore per i ventiquattro caratteri alfabetici; n questi sono stati inventati insieme a essa, ma rappresentano invece un tentativo pi tardo, e solo imperfetto, di darsi alcuni segnali mnemonici, mentre la lingua non nata dall'alfabeto della grammatica divina, ma da suoni inconditi di organi liberi*. Sarebbe altrimenti davvero singolare che proprio quelle lettere dalle quali e per le quali Dio avrebbe inventato il linguaggio, col sussidio delle quali lo avrebbe insegnato ai primi uomini, fossero le pi difettose del mondo, nulla rivelando dello spirito della lingua, anzi denunciando ampiamente con tutta la loro struttura di non volerne rivelare nulla. Per quel che vale, questa ipotesi sull'alfabeto non meriterebbe pi che un cenno; ma, essendosi ormai divulgata sotto molteplici travestimenti, mi correva l'obbligo di smantellarla e, al tempo stesso, illustrarla, perch almeno a me non risulta che sia stato mai fatto. Ma torniamo al nostro tema. Essendo le nostre voci naturali destinate ad esprimere gli alletti, ovvio che esse diventino anche componenti essenziali di ogni moto dell'animo. Chi che ai sussulti e ai lamenti del torturato, ai rantoli di un moribondo, al mugolio di una semplice bestia che soffre con tutta la sua macchina", non si senta trafiggere il cuore? Chi quell'impassibile barbaro? Anche per gli animali, quando pi armoniosamente
naturae & scriptutue concordia, lido., 1752, lo scritto mi" gliore su questa materia, in parte ancora inesploram. Si distingue dalle fantasticherie di Kircher e di tanti altri come la storia antica si distingue dalle favolen.

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le corde del loro delicato istrumento si accordano con quelle di altri animali, tanto pi essi sentono all'unisono*. I loro nervi raggiungono una stessa tensione e le loro anime sensitive la consonanza: a livello meccanico essi, di fatto, soffrono concordemente. Quale fibra di acciaio, quale eccezionale capacit di bloccare tutti i varchi della propria sensibilit organica occorrerebbero perch un uomo di fronte a ci restasse imperturbabile e sordo! Secondo Diderot*, un cieco nato ai gemiti di una bestia sofferente dovrebbe essere pi insensibile di colui che vede e invece, in alcuni casi, io credo vero il contrario. Certo, al cieco resta completamente nascosto lo straziante spettacolo di quel povero essere palpitante, ma tutti gli esempi attestano che, proprio per via di quel velame, l'udito si fa meno distratto, pi vigile e di gran lunga pi fino. Immaginiamo allora che il cieco, nella tenebra e nel silenzio della sua notte perpetua, tenda l'orecchio: ogni nota di lamento gli penetrer nell'intimo del cuore ancor pi acuminata, come una freccia. Supponiamo ora che egli si aiuti anche con il lento esplorare del tatto fino a tastare quei moti convulsi, a sentire il trauma di quella macchina sofferente. Un fremito di orrore gli percorre le ossa, l'intima fibra dei suoi nervi partecipa di quel trauma e di quella devastazione: si leva la voce della morte. Ecco il vincolo di questo linguaggio di natura!

Indipendentemente dal loro grado di cultura, gli Europei sono stati dovunque profondamente commossi dalle ingenue lamentazioni degli indigeni. Lry" racconta come, in Brasile, i suoi uomini fossero inteneriti fino alle lacrime dalle sincere e spontanee grida di simpatia e di cordialit di quegli americani. Charlevoix' e altri non trovano parole per esprimere efficacemente la sinistra impressione che incutono i canti guerreschi e magici dei Nordamericani. Se, in seguito, avremo occasione di osservare quanta vitalit
suo !n 3

accugles l'usage de C CUI: qu; p asco: etc

questi toni naturali abbiano infuso nella poesia e nella musica della antichit, potremo anche spiegarci in modo pi filosofico la suggestione che si sprigiona dalla poesia greca arcaica, dalla danza e dall'antico teatro greco, e quella che tuttora musica, danza e poesia in genere esercitano su tutti i primitivi. E, del resto, anche presso di noi, pur avendo la ragione spesso spodestato la sensibilit e l'artefatto linguaggio del consorzio umano soppiantato gli accenti naturali, a questo idioma della natura ci si accosta ancora di frequente, imitandolo nei tonanti accenti dell'oratoria, nelle pi robuste cadenze dell'arte poetica, nei magici momenti dell'azione". Che cosa mai opera miracoli tra la folla, trapassa i cuori, sovverte gli animi? Sono forse i discorsi aulici e astratti, forse le similitudini e le figure retoriche, la tecnica e la fredda persuasione? Certo, questi sono strumenti che, se non si mira a scatenare un delirio, possono molto, ma non tutto. Come ottenere proprio questo culmine del cieco delirio? Con tutt'altra forza! Quegli accenti, quei gesti, quei semplici sviluppi della melodia, quel turbamento improvviso, quella voce che si smorza, che pi? emanano sui fanciulli, i sensitivi, le donne, le persone dal delicato sentire, i malati, gli spiriti solitari e inquieti, una suggestione mille volte maggiore di quella della stessa verit se, con la sua dolce voce, soavemente si annunziasse dal cielo. Le parole, il tono, l'andamento di una ballata che incute paura e cos via, quando li udimmo per la prima volta nella nostra infanzia, ci giunsero fino all'anima scortati da non so quale schiera di idee accessorie' quali il raccapriccio, la solennit, il terrore, il timore, la gioia. All'eco di quella parola, come un corteo di spettri eccole ora levarsi tutte insieme dal sepolcro dell'anima nella loro tetra maest e offuscare il senso puro e trasparente della parola, che solo in loro assenza poteva essere inteso. Scomparsa la parola, al suo posto vibra la voce della sensazione. Un ignoto sentimento si impossessa di noi: anche un superficiale rabbrividisce d'orrore, non per i concetti ma per le sillabe, le

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voci dell'infanzia; ed stato il magico potere dell'oratore, del poeta, a farci tornare bambini. Sulla ponderazione, sulla riflessione, ha prevalso nell'intimo la sola legge di natura: la voce della sensazione deve trasportare la creatura simpatetica sullo stesso registro. Se proprio vogliamo chiamare linguaggio questi accenti immediati della sensazione, a me pare, dunque, che l'origine di esso sia affatto naturale. Non soltanto essa non sovrumana, ma innegabilmente animale, in quanto legge naturale di una )macchina sensitivaj Ma non posso nascondere la mia meraviglia per il fatto che ad alcuni filosofi, vale a dire gente alla ricerca di concetti chiari, sia potuto saltare in mente di spiegare l'origine del linguaggio muovendo da questi gridi della sensazione, come se non balzasse agli occhi che esso tutt'altro. All'infuori dei pesci, tutti gli animali dan voce alle loro sensazion: nondimeno, per, nessun animale, neanche il pi per:etto, possiede il bench minimo rudimento di un linguag;io umano vero e proprio. Anche a voler educare tali versi mimaleschi modulandoli e organizzandoli, se non interviene l'intelletto a servirsene intenzionalmente, non vedo :ome, nel rispetto della suddetta legge di natura, essi posano mai tradursi in un linguaggio umano intenzionale. Al 'ari delle bestie, anche i bambini esprimono vocalmente le ,ensazioni, ma la lingua che apprendono dagli adulti non , orse, tutt'altra lingua? Del novero fa parte anche l'abate Condillac*. Questi lava forse per scontato tutto l'argomento linguaggio gi 'rima di accingersi a scrivere il suo libro, se ad ogni pagina M imbatto in cose che non potrebbero assolutamente veriicarsi nell'ordine di una lingua in formazione. A fondaunto della sua ipotesi, egli pone due bambini in un desero, prima ancora che conoscano l'uso di qualsiasi segno. 'erch mai ponga tutte queste condizioni: due bambini, i
* Essai sur des connoissences humaines. V ol.11'2.

quali dunque non possono che morire o abbrutirsi; in un deserto, dove sostentarsi e inventare alcunch diventa ancor pi problematico; prima di aver l'uso, anzi, la nozione stessa di qualsiasi segno naturale (della quale, invece, gi a poche ore dalla nascita nessun lattante privo); perch, dico, a fondamento di una ipotesi che si propone di indagare il corso naturale della conoscenza umana si debbano porre condizioni cos innaturali e contraddittorie, lo sapr Condillac; ma che su questi dati non si costruisca nessuna interpretazione dell'origine del linguaggio, oso dimostrarlo io. I suoi due bambini, senza conoscere segno alcuno, si ritrovano assieme; ed ecco, fin dal primo momento ($ 2) entrano in reciproco rapporto: epper solo per via di questo mutuo rapporto, imparano ad associare alle grida delle sensazioni quei pensieri dei quali esse sono i segni naturali. Possono imparare i segni naturali della sensazione per mezzo dello scambio, imparare quali pensieri" a quei segni vadano abbinati, e intanto, fin dal primo momento dell'incontro, ancor prima di conoscere ci che la bestia pi stolida conosce, possono immediatamente instaurare un mutuo commercio e apprendere quali sono i pensieri che vanno collegati a determinati segni: non capisco nulla. Col ripresentarsi di condizioni analoghe (S 3), essi si avvezzano a collegare i pensieri con le espressioni sonore della sensazione e con i diversi segnali del corpo. Gi la loro memoria si viene esercitando. Eccoli ormai in grado di controllare le loro rappresentazioni, e gi capaci di fare con la riflessione ci che dianzi facevano solamente per istinto (e che tuttavia, come si visto, prima di entrare in relazione, non sapevano fare). Continuo a non capirci nulla. L'uso di tali segni dilata le operazioni dell'anima ($ 4) e queste perfezionano i segni: sono state le grida della sensazione, dunque ($ 5), a sviluppare le forze psichiche, le grida della sensazione a dar loro l'abitudine di collegare le idee con segni convenzionali ($ 6), le grida della sensazione a servir loro da modello per crearsi un nuovo linguaggio,

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articolare nuovi suoni, avvezzarsi a designare le cose con nomi. Ripeto tutte queste ripetizioni senza capirci nulla. Infine dopo avere edificato su questa puerile origine del linguaggio l'intera prosodia, oratoria, musica, danza e poesia delle lingue antiche", e sparso qua e l anche buone osservazioni che per non servono al nostro assunto l'autore cos riprende il filo: per comprendere ( 80) come gli uomini si siano accordati fra loro sul significato delle prime parole che intendevano adoperare, basti considerare che essi le pronunziavano in circostanze nelle quali ognuno era necessitato a collegarle alle medesime idee" ecc.. Riassumendo, le parole nacquero perch altre ne esistevano prima di esse: mi sembra che non valga la pena di seguire oltre il filo del nostro interprete, visto che non mette zapo a nulla. E noto che, con la sua vacua interpretazione dell'origine lel linguaggio, Condillac forn a Rousseau* il pretesto per igitare di bel nuovo la questione, ai nostri giorni, nel nodo a lui pi congeniale, vale a dire: avanzando dubbi in iroposito. Per trovare sospetta l'interpretazione di Condiiac non era certo necessario un Rousseau, ma per negare ol per questo all'uomo ogni possibilit di invenzione del inguaggio occorreva senz'altro un po' dello slancio o, se si mole, dell'estro rousseauiano. Giacch Condillac aveva nal risolto la questione, allora essa era forse del tutto insoubile. Giacch dai suoni incomposti della sensazione mai iotrebbe formarsi una lingua umana, se ne inferisce forse te essa non pu formarsi da nessun'altra parte? E che, in effetti, sia solo questo velato sofisma a fuor'iare Rousseau, risulta evidente dalla sua stessa impostaione**: ma, infine, se il linguaggio doveva comunque nacere per via umana, quale doveva essere questa via?. :ome il suo predecessore, egli si rif ai gridi naturali dai s Su linagnIzt panni les hommes ecc. Pari. 1.
Ibidem.

quali si formerebbe il linguaggio umano. Non so proprio in che modo sarebbe potuto succedere, e mi chiedo come l'acume di un Rousseau abbia per un momento potuto ammettere una tale origine. Non ho sotto mano il breve saggio di Maupertuis'; ma, se posso fidarmi del compendio di uno studioso* che ha avuto, tra gli altri, il non trascurabile merito della fedelt e dell'esattezza, nemmeno lui ha ben distinto l'origine del linguaggio da questi versi animali, e imbocca cos la stessa strada dei precedenti. E, finalmente, Diodoro e Vitruvio", che per giunta credono nell'origine umana del linguaggio pi per fede che per deduzione, son quelli che hanno screditato la tesi nel modo pi clamoroso, lasciando che gli uomini prima vagassero per millenni fra i boschi a mo' di fiere ululanti e poi si inventassero il linguaggio, Dio sa per quali vie e a quale scopo. E, dunque, poich la maggior parte dei sostenitori dell'origine umana del linguaggio combatte da una posizione tanto vacillante e da altri, Sillimilch per esempio, tanto a buon diritto osteggiata, l'Accademia ha inteso mettere una volta per tutte fuori discussione un problema fino a oggi ancora irrisolto e sul quale gi in passato alcuni suoi membri, ormai scomparsi', ebbero a dividersi. Dal momento, poi, che questo grosso tema apre tante prospettive in campi quali la psicologia e l'ordinamento naturale del genere umano, la filosofia del linguaggio e tutte le conoscenze col linguaggio acquisibili, chi non vorrebbe cimentarvisi? Inoltre, essendo gli uomini le sole creature parlanti a noi note proprio per la parola differenziandosi, anzi, da tutti gli altri animali quale avvio pi sicuro, per questa indagine, degli esperimenti relativi alla differenza fra l'uomo e le bestie? Sull'origine del linguaggio, Condillac e Rous%limi/eh, Dimostrazione della divinit, Appendice 3 ecc., p. 110.

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seau non potevano non sbagliare, proprio perch su tale differenza entrambi in modo tanto notorio e discordante avevano sbagliato: il primo* trattando le bestie da uomini, il secondo** gli uomini da bestie. A me tocca, quindi, rifarmi da lontano. Che l'uomo, quanto a forza e sicurezza di istinti, sia di gran lunga inferiore agli animali; che, anzi, non possegga affatto quelle che noi, riferendoci a tante specie animali, chiamiamo attitudini e istinti tecnici innati un fatto assodato. Ma come finora gli studiosi, e di recente ancora un rigoroso pensatore tedesco***, per Io pi hanno fallito nell'intento di spiegare tali istinti tecnici, cos nemmeno si potuta far luce sulla vera causa della loro assenza dalla natura umana. A me pare che sia stato trascurato un punto di vista essenziale, muovendo dal quale sono possibili, se non interpretazioni esaurienti, almeno alcune osservazioni sulla natura degli animali che, come spero di fare in altra sede valgono a illuminare molto la psicologia umana. Questo punto di i , vista la sfera degli animali'. Ogni animale ha il suo ambiente al quale destinato fin dalla nascita, nel quale subito entra, resta tutta la vita e muore. E per singolare il fatto che quanto pi fini sono i sensi degli animali, forti e sicuri i loro istinti, prodigiosa la loro opera, tanto pi limitato il loro ambiente, tanto pi specifica la loro produzione. Ho voluto controllare questo rapporto, e trovo ovunque mirabilmente rispettata una proporzione inversa fra quello che la minima estensione loro assegnata per spostarsi, vivere, nutrirsi, conservarsi, accoppiarsi, allevar prole, associarsi, e quelli che sono i loro istinti e le loro tecniche. Nella sua arnia l'ape costruisce con una sapienza che Egeria non riusc a comunicare al
Trait sta les animaux. "* Sta l'origine de l'ingalit ecc. "' Reimarus, Sugli istinti tecnici degli animali. Vedi alcune considerazioni

n proposito nelle Lettere concernenti la letteratura pi recente ecc..

suo Numa; tuttavia, al di l delle celle e dell'occupazione che in queste le assegnata, essa non poi nulla. Il ragno tesse con la maestria di Minerva, ma tutta la sua arte si esaurisce nell'angusto spazio della tela: questo il suo universo. Tanto portentoso l'insetto, altrettanto ristretto il campo della sua attivit. E viceversa: quanto pi differenziati sono funzioni e compiti degli animali, quanto pi la loro attenzione si disperde Ira vari oggetti, quanto pi instabile il loro comportamento, insomma: quanto pi grande e articolata la loro sfera, tanto pi vediamo scomporsi e affievolirsi la loro capacit sensoriale. Non posso, in questa sede prefiggermi di suffragare con esempi la grande relazione che corre attraverso la catena degli esseri viventi": lascio ad altri la prova o la rimando a una prossima occasione e concludo: Secondo le leggi della probabilit e dell'analogia", tutti gli - istinti e le attitudini tecniche si possono spiegare con le forze di rappresentazione degli animali, senza per questo dover ammettere quelle cieche determinazioni che lo stesso Reimarus ancora ammette e che, invece, guastano ogni filosofia. Quale forza di penetrazione non avranno certi sensi estremamente affinati se si concentrano in un ambito ristretto, sullo stesso obiettivo, senza nozione alcuna di tutto il resto del mondo- che cosa non realizzeranno certe forze di rappresentazione, una volta circoscritte in un ambito ridotto e dotate di una analoga capacit sensoriale; e, finalmente, da quei sensi e da quelle rappresentazioni tese verso un unico obiettivo, che altro pu scaturire se non l'istinto? Con essi si spiegano dunque la sensibilit organica, le attitudini e gli istinti degli animali a seconda della specie e della classe. Posso quindi ammettere il principio: la sensibilit organica, le attitudini e gli istinti tecnici degli animali aumentano di forza e di intensit in ragione inversa alla estensione e alla differenziazione del loro raggio d'azione. Ora invece: l'uomo non ha una sfera cos uniforme e angusta dove lo

Saggio ndronmee del linguaggio

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attenda un solo lavoro: un mondo intero di occupazioni e di finalit lo circonda. I suoi sensi e la sua conformazione organica non sono appuntati su un solo obiettivo: egli ha sensi adatti a tutto e quindi, come ovvio, sensi pi deboli e torpidi per il singolo particolare. Le sue energie psichiche spaziano per l'universo, le sue rappresentazioni non seguono un indirizzo univoco e quindi egli non possiede n istinti tecnici n maestria pratica e, cosa che qui pi ci interessa, nemmeno un linguaggio animale. Ma allora, a parte le summenzionate manifestazioni sonore della macchina senziente, ci che per alcune specie noi chiamiamo linguaggio animale che altro se non il risultato delle osservazioni che fin qui ho elencato? Un oscuro segnale di intesa fra individui della stessa specie animale sul loro compito nell'ambito della loro attivit. E perci, col restringersi della loro sfera, scema negli animali l'esigenza di un linguaggio. Quanto pi precisi sono i loro sensi, quanto pi le loro rappresentazioni si indirizzano su un obiettivo unico, quanto pi imperiosi i loro istinti, tanto pi concisa l'intesa dei loro eventuali segnali acustici, mimici ed espressivi. Meccanismo vivente, istinto egemone quello che in tal caso parla e percepisce. Ha bisogno di parlare ben poco per essere perdepito. Gli animali della sfera pi angusta, quindi, sono addiritara privi di udito. Rispetto al loro mondo essi sono solo :atto, odorato o vista: del tutto uniforme l'aspetto, la teco lenza, l'attivit; essi hanno dunque un linguaggio essenziae o addirittura non ne hanno. Ma con l'ampliarsi dell'ambiente degli animali, col dif fe. enziarsi dei loro sensi... insomma: a che pro ripetere? Con "uomo la scena cambia radicalmente. A che vale per la sua ifera d'azione, sia pure al pi modesto livello, lo scilingua;nolo animale pi articolato e pi sciolto? A che vale per i iuoi volubili appetiti, per la sua attenzione distratta, per i moi sensi pi svogliati l'astrusa loquela degli animali tutti?

Per lui non n ricca n chiara; inadeguata e alla realt oggettiva e ai suoi organi: insomma assolutamente non il suo linguaggio. Infatti, se non vogliamo giocare con le parole, che significa linguaggio specifico di una creatura se non quello adatto alla sua sfera di bisogni e di occupazioni, all'organizzazione dei suoi sensi, all'indirizzo delle sue rappresentazioni e all'intensit dei suoi impulsi? E quale linguaggio animale tale, per l'uomo? Ma la questione stessa oziosa: all'infuori di quello meccanico summenzionato, l'uomo quale linguaggio possiede istintivamente, cos come ogni specie animale, all'interno e in conformit della propria specie, possiede il proprio? La risposta netta: nessuno. E proprio questa netta risposta decisiva. Per ogni animale, come si visto, il linguaggio l'estrinsecazione di rappresentazioni sensoriali cos intense da tra dursi in istinti, vale a dire: il linguaggio come i sensi, le rappresentazioni, gli istinti nell'animale innato e a lui immediatamente connaturale. L'ape ronza come sugge, l'uccello canta come nidifica, ma come parla l'uomo per natura? Non parla affatto, come del resto poco o nulla fa con l'istinto assoluto, come semplice bruto. A parte i gridi del suo meccanismo sensitivo, il neonato muto. Non esterna per mezzo di suoni, n rappresentazioni n impulsi: come invece, a modo suo, fa ogni animale. Esposto alle bestie feroci esso dunque, fra tutti i cuccioli della natura, proprio il pi derelitto. Spoglio e indifeso, debole e bisognoso, timido e inerme e, per colmo di sventura, defraudato di tutte le guide dell'esistenza. Nato con una capacit sensoriale cos disorientata e fiacca, attitudini cos generiche e sonnolente, impulsi cos discordi e stremati visibilmente esposto a mille bisogni, destinato a un vasto spazio, eppure abbandonato a tal punto da non disporre nemmeno di un linguaggio per denunciare le sue carenze... No, una tale incongruenza non nell'economia della natura. Invece degli istinti, devono celarsi in lui altre forze in letargo. Nato muto, ma...

Secondo capitolo

Ma non voglio far salti'. Non attribuisco di punto in bianco all'uomo nuove energie n, come un'arbitraria qualitas occulta, la capacit di creare un linguaggio. Continuo solo a frugare nelle lacune e nelle carenze notate in precedenza.
Eppure, lacune e carenze non possono di certo essere il carattere della sua specie, altrimenti la natura sarebbe stata

nei suoi confronti la pi spietata delle matrigne mentre, con ogni insetto, stata la pi premurosa delle madri. A ogni insetto essa ha elargito tutto ci che gli occorre: sensi capaci di rappresentazioni e rappresentazioni che si sono intensificate fino a diventare istinti', organi necessari per il linguaggio e organi atti a comprenderlo. Nell'uomo, invece, fra sensi e necessit, energie e raggio d'azione a lui destinato, organi e linguaggio, regna la massima sproporzione. Deve, dunque, mancarci un qualche termine medio per calcolare questi termini del rapporto cos distanti fra loro. Se mai lo trovassimo, allora, secondo le leggi dell'analogia della natura, questo elemento compensatore sarebbe la sua peculiarit, il carattere del genere umano, mentre ragione ed equit esigerebbero di valutare tale reperto per quel che : una dote naturale, essenziale per l'uomo come l'istinto per gli animali. Se poi trovassimo proprio in questo carattere la ragione di quelle carenze e proprio nel cuore di esse, nel grande vuoto lasciato dalla privazione di istinti tecnici, il germe per surrogarli, allora questa coincidenza sarebbe la prova genetica

Saggio io origine del linguaggio

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che qui riposto l'autentico orientamento dell'umanit e che la superiorit dell'uomo sugli animali non si fonda su differenze di grado bens di genere. E se in questa caratteristica umana appena scoperta trovassimo addirittura il fondamento genetico giustificante la nascita di un linguaggio per questo nuovo genere di creature, come negli istinti degli animali avevamo trovato il fondamento immediato del linguaggio di ogni singola specie, allora saremmo davvero alla meta. In tal caso il linguaggio diventerebbe essenziale all'uomo quanto il suo essere uomo. Come si pu notare, nel procedimento mi avvalgo di forze assunte non arbitrariamente o per convenzione, bens dalla generale economia animale. E, quindi, se l'uomo ha sensi che, applicati a un lembo di terra, al lavoro e al godimento di una spanna del suolo terrestre, non possono competere in precisione con i sensi dell'animale che in quello spazio vive, proprio per ci essi guadagnano la prerogativa della libert. Proprio perch non destinati a un solo obiettivo, essi sono i sensi pi incondizionati dell'universo. Se l'uomo ha forze di rappresentazione non circoscritte alla costruzione di una celletta di miele o di una ragnatela e che risultano, quindi senz'altro inferiori alle attitudini tecniche degli animali di quell'ambiente, proprio in grazia di ci che esse acquistano un pi ampio orizzonte. L'uomo non ha un lavoro unico eseguibile, dunque, in maniera perfetta; in compenso ha spazio a volont per attendere a molte cose e cos continuare a perfezionarsi. Ogni suo pensiero non opera immediata della natura: appunto per questo pu diventare opera sua personale. Se ci comporta il venir meno di quell'istinto scaturito dalla sola organizzazione dei sensi e dalla cerchia delle rappresentazioni, pur non essendo cieca determinazione, proprio per questo l'uomo acquista una maggiore chiarezza. Giacch non cade in nessun punto a sua insaputa, n a sua insaputa vi rimane, egli diventa indipendente, pu cercarsi

una sfera di rispecchiamento, pu rispecchiarsi in s. Non pi macchina infallibile in mano alla natura, diventa egli stesso scopo finale del proprio travaglio. Comunque si voglia chiamare questa disposizione complessiva delle sue forze: intelletto, ragione, coscienza, se con queste denominazioni non si intendono energie isolate o meri potenziamenti graduali delle forze animali, per me va bene'. la complessiva disposizione di tutte le energie dell'uomo: l'intera gestione della sua natura sensitiva e cognitiva, cognitiva e volitiva, o meglio: la sola forza positiva del pensiero che, associata a mia determinata organizzazione fisica, nell'uomo si chiamer ragione)mentre neglk ' animali diventai attitudine tecnica; in lui si chiama libert) in essi si fa lisiinioThlon si tratta di forze supplementari o di diverso graN ekr-bens di forze che si sviluppano con un orientamento completamente diverso. Si sia seguaci di Leibniz o di Locke, si sia dei Search o dei Knowall*, si sia idealisti o materialisti, una volta d'accordo sui termini, e in conseguenza di quanto si detto in precedenza, si deve ammettere un carattere specifico dell'umanit consistente in questo e in nient'altro. Tutti coloro che hanno sollevato obiezioni in proposito sono stati ingannati da false idee e da concetti confusi. Si immaginato che la ragione fosse calata nell'anima dell'uomo come una forza aggiuntiva, del tutto a s stante. Essa gli apparterrebbe come un supplemento rispetto agli altri animali, e dovrebbe, dunque, esser considerata separatamente, come il quarto gradino di una scala dopo i tre sottostanti. Ora, questo senz'altro un assurdo filosofico, per grandi che siano i filosofi che lo sostengono. Tutte le forze dell'anima umana e animale non sono che astrazioni metafisiche, operazioni. E opportuno scomporle perch la nostra debole mente non potrebbe considerarle simultanea* Binomio adottato inuna recente opera metafisica di Search, Light o/ Nature pursucd, Lond. 684.

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mente; sono distinte in capitoli, certo non gi perch in natura esse operino in tal guisa, ma perch probabile che cos un principiante ne segua meglio Io sviluppo. Che poi si siano ricondotte alcune loro funzioni sotto certe designazioni generiche come ingegno, perspicacia, fantasia, raziocinio, ci non significa che possa darsi anche una minima azione dello spirito nella quale l'ingegno o il raziocinio agiscano da soli, ma soltanto che in quella azione, per esempio un raffronto o una precisazione di idee si scorge una preponderanza dell'astrazione detta ingegno o raziocinio. Dappertutto, invece, opera tutta l'anima indivisa. Semmai un uomo potesse compiere una singola azione pensando in tutto e per tutto come un bruto, egli cesserebbe di essere un uomo, n sarebbe pi capace di azione umana. Rimasto anche per un solo attimo privo di intendimento, non so come potrebbe mai pi pensare secondo ragione, o se non era piuttosto cambiata l'intera sua anima, l'intera economia della sua natura. , Secondo concetti pi rigorosi, la razionalit dell'uomo, 5, suo carattere specifico, altra cosa, vale a dire: la destinazione complessiva della Tona del suo pensiero in rapporto ai suoi sensi e impulsi. Avvalendoci di tutte le precedenti analogie, sar allora necessario concludere come segue: se l'uomo avesse avuto gli istinti degli animali, non avrebbe potuto avere quel che in lui adesso si chiama ragione. Infatti, proprio quegli istinti avrebbero cos oscuramente trascinato le sue energie verso un solo punto che a lui non sarebbe pi rimasta una libera sfera di coscienza. Necessariamente: se l'uomo avesse avuto i sensi degli animali, non avrebbe avuto la ragione. Infatti, proprio la forte eccitabilit dei suoi sensi, proprio le rappresentazioni incalzanti con prepotenza attraverso di essi, avrebbero dovuto soffocare ogni fredda sensatezza. Viceversa, in virt di queste stesse leggi di interrelazione della provvida natura:

venuti a mancare i sensi animali con la loro concentrazione su un punto solo, era indispensabile la comparsa di un nuovo essere la cui forza positiva si dispiegasse pi nitidamente in uno spazio pi vasto, secondo un'organizzazione pi elaborata. Un essere indipendente e libero, il quale non solo conosce, vuole e opera, ma sa pure di conoscere, volere e operare. Questa creatura l'uomo; e tutta questa disposizione della sua indole, onde evitare confusioni con le sue facolt intellettive, la chiameremo sensatezza. Giacch i termini senso, istinto, fantasia, ragione altro non sono che definizioni di una forza unica nella quale le contraddizioni reciprocamente si elidono, proprio da queste regole di interrelazione consegue che: se l'uomo doveva essere un animale non istintivo, egli in virt della forza positiva del suo animo liberamente operante doveva essere necessariamente una creatura sensata. Baster che io aggiunga alcuni anelli alla catena di queste deduzioni per trovarmi in notevole vantaggio rispetto a successive obiezioni. Se, infatti, la ragione non un'energia a s stante che opera per conto proprio, ma invece un indirizzo di tutte le energie peculiare al genere umano, allora essa spetta all'uomo fin dallo stadio iniziale del suo essere uomo. Nel primo pensiero del bambino gi deve manifestarsi una tale sensatezza, come nell'insetto il fatto di essere insetto. Pi di uno studioso non riuscito ad afferrare tale concetto, tanto che la materia in questione infarcita delle pi grossolane e stucchevoli obiezioni, incapacit che per dipende da un malinteso. Pensare razionalmente vuol forse dire pensare con il perfetto uso di ragione? Affermare che il lattante pensa sensatamente vuol forse dire che disquisisce come un sofista in cattedra o come uno statista nel suo studio? Tre volte fortunato, lui che ancora nulla sa di questa estenuante farragine di sottigliezze! Non ci si avvede, allora, che l'obiezione nega soltanto un simile uso, un uso pi

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o meno sapiente delle energie dell'anima, e per nulla affatto la positivit di un'energia psichica in s e per s? E chi sar tanto stolto da sostenere che l'uomo, fin dal primo attimo di vita, ragioni come dopo un esercizio pluriennale? A meno che non si voglia anche negare la crescita di tutte le forze psichiche, con ci stesso ammettendo di essere ancora un bambino. Poich, invece, sulla terra questa crescita non pu significare altro che un uso pi agile, pi sicuro, pi articolato, non deve gi sussistere ci che sar poi usato? Ci che destinato a crescere non deve gi esistere in germe? Nel seme non forse contenuto l'intero albero'? Se il bambino non ha n gli artigli dell'avvoltoio n la criniera del leone, tantomeno penser come l'avvoltoio o il leone. Se pensa umanamente, allora la sensatezza, vale a dire la misura di tutte le energie in vista di questo orientamento primario, il suo destino fin dal primo momento e lo sar fino all'ultimo. Al di sotto dei sensi, la ragione si manifesta in forma gi tanto efficace che l'Onnisciente, creando quest'anima, intravide fin dallo stadio iniziale l'intero tessuto di azioni della sua esistenza, come un matematico, data la classe, da un solo termine della progressione ricostruisce tutto il rapporto. L'eccezione sollevata, che a quello stadio la ragione fosse da considerarsi piuttosto una facolt razionale (rf lexion en puissance)` che una forza in atto, non ha alcun senso. Una facolt pura e semplice che, anche quando non le si frappongano ostacoli, non sia una forza ma resti una facolt un suono vuoto come forme plastiche' che diano forma senza essere esse stesse forme. Quando assieme alla facolt non si dia il minimo indizio positivo per una tendenza, allora non esiste nulla, allora il termine pura astrazione scolastica. Il filosofo francese contemporaneo" che tanto ha gonfiato questo pseudoconcetto di r/lexion en puissance, altro non ha fatto, come vedremo, che gonfiare una
* Rousseau, Sull'ineguaglianza ecc.

bolla di sapone e spingerla davanti a s finch, cammin facendo, non gli scoppiata inopinatamente in mano. Se la facolt non contiene gi qualcosa, da dove questo qualcosa potr mai introdursi nell'anima? Se nell'anima fin dallo stadio iniziale non esiste alcun barlume di ragione, come potrebbe questa tradursi in atto, negli innumerevoli stadi successivi> un cavillo affermare che l'uso potrebbe trasformare una facolt in forza, rendere attuale qualcosa che solo possibile: se una forza non c', non pu certo essere n usata n applicata. Aggiungiamo pure che una facolt e una forza razionale ben distinte nell'anima sono due espressioni del pari incomprensibili. Situate l'essere umano cos com', proprio con quel grado di sensibilit e di organizzazione, nell'universo: da ogni parte e attraverso tutti i sensi questo si riverser su di lui sotto forma di sensazioni, ma pur sempre attraverso sensi umani e a misura d'uomo; dunque, questo essere pensante non ne sar totalmente sommerso come gli animali bruti, ma avr spazio per dispiegare con maggior libert la sua energia, condizione questa che definiamo razionalit. Come si pu, allora, parlare di una facolt pura e semplice, di una forza razionale a s stante? In questa disposizione razionale opera l'unica forza positiva dell'anima: quanto pi essa resta sul piano sensitivo tanto meno razionale; quanto pi si fa razionale, tanto meno sar vitale; quanto pi perspicua, tanto meno oscura. Tutto risulta cos evidente! Ma mentre nell'uomo anche lo stadio pi sensuoso era pur sempre umano, e dunque in lui continuava ad agire la sensatezza bench in misura meno rilevante, negli animali lo stadio meno sensuoso era pur sempre animale e dunque, per chiari che fossere i loro pensieri, mai vi operava la sensatezza di un concetto umano. Ma non continuiamo a trastullarci con le parole. Rimpiango di aver perso tanto tempo solo per definire e classificare semplici concetti: perdita del resto necessaria, giacch tutto questo campo della psicologia negli ultimi

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tempi versa in un deplorevole stato di abbandono. Infatti i filosofi francesi, per via di alcune apparenti anomalie della natura umana e animale, lo hanno sconvolto totalmente, mentre quelli tedeschi classificano la maggior parte di tali concetti piuttosto in funzione del loro sistema e secondo il loro angolo visuale, che allo scopo di evitare disorienta. menti nelle vedute della mentalit comune. Nel mettere ordine fra tali concetti, poi, non ho nemmeno allungato la strada: anzi, eccoci ormai alla meta. Vale a dire che: posto nello stato di sensatezza che gli proprio, e tale sensatezza (riflessione) per la prima volta operando liberamente, l'uomo invent il linguaggio'. Infatti, che cos' la riflessione e che cos' il linguaggio? Questa sensatezza un carattere peculiare dell'uomo, essenziale al suo genere: altrettanto lo sono il linguaggio e l'invenzione personale del linguaggio. Inventare il linguaggio dunque, per lui, un fatto naturale quanto l'essere uomo. Sviluppiamo pure entrambi i concetti: riflessione e linguaggio. L'uomo dimostra riflessione quando la forza della sua anima opera con tale libert che, nella piena di sensazioni che lo stordisce investendo tutti i sensi, in grado di isolare se cos si pu dire un'onda unica, fermarla, rivolgere su di essa l'attenzione, nella consapevolezza di farlo. Egli dimostra riflessione quando, dall'intero flusso onirico di immagini che sfiorano fuggevolmente i suoi sensi, sa raccogliersi in un attimo di veglia, indugiare deliberatamente su una sola immagine, considerarla con pacata lucidit, isolando per s quei contrassegni che rendono inconfondibile l'oggetto. Egli, dunque, dimostra riflessione quando non solamente in grado di conoscere' prontamente e con chiarezza le propriet tutte, ma anche di riconoscere dentro di s una o pi di esse come propriet differenzianti. Il primo atto di questo riconoscimento* produce
Uno dei pi bei trattati per mettere in luce la natura dell'appercezio-

un concetto chiaro: il primo giudizio dell'anima. Come si dato il processo di riconoscimento? Mediante un contrassegno che l'uomo ha dovuto isolare e che come contrassegno della coscienza si impresso distintamente in lui. Suvvia, acclamiamolo con un ebnica! Questo primo contrassegno della coscienza parola dell'anima. Con esso il linguaggio umano inventato! Lasciate che davanti agli occhi dell'uomo passi l'immagine di un'agnella": nessun altro animale reagir come lui. N il lupo, che la fiuta famelico, n l'insaziabile leone; entrambi all'olfatto gi ne pregustano il sapore: i sensi li dominano, l'istinto li spinge ad avventarsi su di essa. N come l'uomo reagisce il montone smanioso, che sente l'agnella soltanto come oggetto della sua bramosia e anch'esso, dunque, sopraffatto dai sensi e spinto dall'istinto. E nemmeno come qualunque altro animale al quale essa sia indifferente e che la lascia passare inosservata perch il suo istinto segue altri richiami. Non cos reagisce l'uomo. Mosso dal bisogno di conoscerla, non c' impulso che lo intralci n senso alcuno che lo trascini troppo vicino o lo allontani. Eccola, proprio tal quale si manifesta ai suoi sensi: bianca, morbida, lanosa. L'anima dell'uomo, che si esercita a diventare sensata, cerca un contrassegno. L'agnella bela: e il contrassegno trovato. Ora entra in azione il senso interno. Proprio il belato, che sull'anima produce l'impressione pi forte e che, svincolatosi da tutte le altre propriet visive e tattili, balza fuori e penetra pi nel profondo, quello che in essa permane. L'agnella ricompare: bianca, morbida, lanosa. L'anima osserva, tasta, prende coscienza, cerca un contrassegno. Al belato la riconosce: Ecco sente interiormente tu sei la creatura che bela. un conoscere umano, perch l'anima conosce e nomina l'oggetto in mane (Appenecion) partendo da esperimemi fisici che ben di rado spiegano la metafisica dell'anima si trova negli scritti della Accademia berlinese del 1764'.

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niera distinta, vale a dire con un contrassegno. Se fosse stato pi indistinto, nemmeno sarebbe stato percepito dall'anima, che non ha n sensi n impulsi verso l'agnella atti a surrogare il difetto di chiarezza con una pi viva nitidezza. E se fosse stato immediatamente distinto, ma senza alcun contrassegno? Nessuna creatura sensitiva pu percepire cos al di fuori di s, giacch deve comprimere, annullare oserei dire, sensazioni sempre diverse e riconoscere la differenza fra due elementi solo mediante un terzo. Con un contrassegno, allora, e quale altro poteva essere se non un vocabolo caratteristico interiore? Il verso del belato, percepito dall'anima umana come segno di riconoscimento dell'agnella, in forza di tale consapevolezza diventa nomi' dell'agnella stessa, anche se la lingua nemmeno avesse provato a balbettarlo. L'uomo ha riconosciuto l'agnella dal belato; si tratta di aver carpito un segno, in presenza del quale l'anima richiama alla mente un'idea distinta: non forse questa la parola? E il linguaggio umano che altro se non una collezione di tali parole? Quand'anche mai gli avvenisse di partecipare quest'idea ad altre creature e, quindi, di volere e potere ripetere a qualcuno con le labbra quel belato, quel contrassegno della coscienza, la sua anima ha, per cos dire, intimamente belato: una prima volta scegliendo il verso come segno memorativo, una seconda volta riconoscendo, a quel segno, l'animale. Ecco inventato il linguaggio, e inventato in una maniera altrettanto naturale e necessaria all'uomo quanto il suo essere uomo. La maggior parte di coloro che hanno scritto sull'origine del linguaggio non l'ha cercata proprio nell'unico punto in cui la si poteva trovare: per questo che nella mente di molti si affacciato il sospetto che fosse possibile rintrac. ciarla in questa o quella sede dell'anima umana. La si cercata nella pi perfetta articolazione degli organi vocali, come se l'orango, munito dei medesimi organi avesse mai inventato un linguaggio; negli accenti passionali, quasi non

fossero comuni a tutti gli animali, e qualcuno di loro ne avesse mai tratto il linguaggio; c' anche chi ha sostenuto un principio di imitazione della natura, quindi anche delle sue voci, come se con una simile cieca imitazione si arrivasse a pensare qualcosa e come se la scimmia, con la stessa propensione, o il merlo, che sa contraffare cos bene i suoni, avessero mai inventato il linguaggio. I pi, infine, hanno ammesso una pura convenzione, un accordo, e contro questi pi veemente si leva la voce di Rousseau. Una convenzione naturale del linguaggio , infatti, un'espressione quant'altre mai oscura e involuta. Proprio le molteplici, insostenibili asserzioni errate sull'origine del linguaggio hanno finito per rendere pressoch imperante l'opinione opposta, ma voglio augurarmi che non continui cos. A fare il linguaggio non certo l'organizzazione vocale, perch cne anche nell'anima di chi restasse muto per sempre, purch sia stato uomo e abbia acquistato coscienza, ha certamente trovato posto il linguaggio. Qui non si tratta di gridi della sensazione, perch il linguaggio non stato inventato da un automa che respira, bens da una creatura cosciente. Nemmeno il principio mimetico insito nell'anima, l'eventuale imitazione della natura altro non essendo che uno strumento per quel solo e unico scopo che qui si intende illustrare. Men che mai si tratta, poi, di un'intesa, un'arbitraria convenzione sociale: anche un primitivo, un individuo solo e inselvatichito avrebbe dovuto inventarlo per s, pur senza mai parlarlo, il linguaggio essendo un'intesa dell'anima con se stessa, un'intesa necessaria all'uomo quanto il suo essere uomo. Se per altri incomprensibile come l'anima umana abbia potuto inventare il linguaggio, per me incomprensibile come l'anima umana potrebbe essere qual senza, appunto per ci, dovevi inventare il linguaggio, pur non avendo n bocca n interlocutori. Nulla potr spiegare questa origine meglio delle obiezioni degli avversari. L'assertore pi radicale e scrupoloso del-

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agivi& bulforigine del lingu n iggeu

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l'origine divina', proprio per essersi spinto oltre quella superficie appena sfiorata dagli altri, diventa quasi il paladino della vera origine: quella umana. Egli si arrestato proprio alla soglia della dimostrazione; con un'esposizione appena pi corretta, il suo argomento principale si ritorcerebbe contro di lui assurgendo a prova dell'argomento contrario, vale a dire della possibilit per l'uomo di darsi un linguaggio. Egli ritiene di aver dimostrato che l'uso della lingua indispensabile all'uso della ragione. Se lo avesse fatto, non so che cos'altro avrebbe con ci dimostrato, se non che, essendo per l'uomo l'uso della ragione connaturale, altrettanto dovrebbe esserlo quello della lingua. Sfortunatamente, per, non ha dimostrato il suo assunto, ma si solo affannato a provare come operazioni tanto raffinate e intrecciate quali l'attenzione, la riflessione, l'astrazione ecc., non potrebbero adeguatamente compiersi senza quei segni sui quali l'anima si puntella. E tuttavia questo non adeguatamente, difficilmente, improbabilmente non esaurisce l'argomento. Cos come noi, con le nostre scarse capacit di astrazione, possiamo pensare ben poco in astratto, senza cio ricorrere a segni concreti, cos altri esseri potrebbero pensare molto di pi facendo a meno di essi. Quanto meno, non se ne deve inferire che un'astrazione priva di segni sensibili sia di per se stessa impossibile. Ho dimostrato come l'uso della ragione sia non solo adeguato, ma come anche il minimo uso della ragione, il pi semplice e chiaro atto di riconoscimento, il pi elementare giudizio dell'umana sensatezza siano impossibili senza un contrassegno. La differenza fra due elementi si apprezza, infatti, solo attraverso un terzo, e proprio questo terzo elemento, questo contrassegno, diventa perci vocabolo caratteristico interiore; e dunque il linguaggio la conseguenza del tutto naturale del primo atto della ragione. Siilimilch t * pretende
op. cit, cap. 11. "Ibidern, p. 49.

di dimostrare che le applicazioni superiori dell'intelletto non potrebbero darsi senza il linguaggio; e, a tal fine, cita le parole di Wolff", che per si limita a parlare del caso solo come probabilit. In effetti, il caso in questione del tutto irrilevante, dal momento che le applicazioni superiori del giudizio, quali si verificano nelle scienze speculative, non erano certo indispensabili per porre la pietra angolare dell'edificio linguaggio. Eppure, anche un assunto di cos Tacile dimostrazione, Samilch si accontenta di esporlo, laddove a me sembra di aver dimostrato che finanche la prima banalissima applicazione del giudizio senza linguaggio non poteva darsi. Pure, quando egli conclude che nessun uomo ha potuto inventarsi il linguaggio perch gi per inventarlo occorre la ragione, e di conseguenza il linguaggio doveva esistere anteriormente alla ragione, io fermo questa trottola in moto perpetuo, la esamino attentamente ed ecco che dice tutt'altro: ratio et oratio! Se all'uomo era impossibile l'uso della ragione senza il linguaggio, allora l'invenzione del linguaggio stata per lui qualcosa di altrettanto naturale, remoto, primordiale e caratteristico quanto l'uso della ragione". Ho definito la maniera di argomentare di SiiBmikh una trottola in eterno movimento, infatti posso volgerla contro di lui come lui contro di me: il giocattolo continua a ruotare senza posa. Senza linguaggio l'uomo non ha la ragione, senza ragione non ha il linguaggio. Senza linguaggio e senza ragione egli non pu seguire l'insegnamento divino epper, senza questo, non ha n ragione n linguaggio: ma dove si va a parare? Come pu l'uomo apprendere il linguaggio per mezzo dell'insegnamento divino se non ha la ragione? E lui, senza il linguaggio, non ha nemmeno un barlume di ragione. Deve, dunque, avere il linguaggio prima di avere o di poter avere la ragione? O poter diventare ragionevole senza fare il minimo uso proprio della ragione? Per capire la prima sillaba dell'insegnamento divino doveva, ammette lo stesso StifSmilch, essere ormai uomo, vale a

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Sego >all'origine del linguaggio

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dire: doveva gi pensare in modo intelligibile. Ma fin dal primo pensiero intelligibile nella sua anima esisteva il linguaggio, inventato dunque con i propri mezzi e non certo mediante l'insegnamento divino. So bene che cosa si intenda comunemente per insegnamento divino: l'insegnamento linguistico dei genitori ai propri figli; ma rendiamoci conto che i genitori non insegnano mai 14 lingua ai bambini senza che questi stessi non concorrano a inventarla. Essi si limitano a far notare ai figli le differenze fra le cose per mezzo di certi segni verbali e cos facendo lungi dal sostituire in loro mediante il linguaggio l'uso della ragione, lo favoriscono e lo promuovono. Se poi si vogliono presumere per motivi diversi agevolazioni soprannaturali di tal fatta, ci non riguarda il mio assunto. Comunque il linguaggio non affatto un ritrovato divino per gli uomini, mentre sono gli uomini che agendo sempre con le proprie forze quand'anche sotto una conduzione superiore hanno dovuto trovarsi il proprio linguaggio. Per poter ricevere, sia pur dalla bocca di Dio, la prima parola come parola, cio come segno caratteristico della ragione, occorreva la ragione; e l'uomo, per poter capire tale parola come parola, avrebbe dovuto applicare lo stesso intendimento necessario a concepirla di sana pianta. Tutte le armi del mio avversario si ritorcono, dunque, contro di lui: per apprendere il linguaggio divino bisognava che l'uomo avesse l'effettivo uso di ragione, uso che del resto possiede anche il bambino alle prime armi, a meno di non fargli ripetere le parole senza pensare, come un pappagallo. Ma poi, potrebbero gli uomini dirsi degni alunni di Dio se imparassero cos? E se da sempre avessero imparato senza ragionare, da dove mai proverrebbe il nostro linguaggio razionale? Oso pensare che, se fosse ancora in vita, il mio illustre avversario riconoscerebbe che la sua obiezione, precisata appena un po' meglio, potrebbe anche diventare la prova

pi valida contro di lui e che egli stesso, dunque, nel suo libro ha inconsapevolmente apportato la documentazione per essere confutato. Non si nasconderebbe dietro l'espressione potenzianti razionale, che per ancora non minimamente ragione, perch, comunque la si giri, non ne nascono che contraddizioni. Una creatura ragionevole senza il minimo uso di ragione, o una creatura che usa la ragione senza... il linguaggio. Una creatura irragionevole, alla quale l'insegnamento pu conferire la ragione, o una creatura istruibile, ma priva di ragione; un essere senza un barlume di ragione e pur sempre un uomo; un essere che con le sue forze naturali non sa usare la ragione ma che, alla scuola soprannaturale, ha appreso a farne un uso naturale; un linguaggio umano che umano non affatto, vale a dire che non potuto nascere in virt di forze umane, eppure umano a tal punto che nessuna delle forze intrinseche dell'uomo pu estrinsecarsi senza di esso. Una cosa concreta, mancando la quale non era uomo, eppure una condizione, se era uomo pur senza possederla; qualcosa che, dunque, esisteva prima ancora di esistere, si doveva esternare prima ancora di poterlo fare e via di questo passo. Tutte contraddizioni che diventano palesi se uomo, ragione e linguaggio si prendono per ci che effettivamente sono e si svela l'assurdit del termine fittizio facolt (facolt umana, razionale, linguistica). Ma i ragazzi selvaggi vissuti tra gli orsi avevano forse il linguaggio? e non erano uomini?*. Senza dubbio! Ma, in primo luogo, erano uomini in una condizione contro natura, uomini degenerati". Una pietra messa su una pianta la far crescere storta, nondimeno per sua natura una pianta che tende verso l'alto. E questa sua spinta verticale non si manifestata persino nel suo avvinghiarsi intorno alla pietra? In secondo luogo, poi, la possibilit stessa di una tale degenerazione una spia della natura umana. Proprio
* 88888114h, p. 48.

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Sudo coll'origine del linguaggio

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per non avere gli istinti sfrenati dei bruti, proprio per essere versatile in tante cose ma maldestro in tutto; insomma, proprio per il fatto di essere umano, l'uomo pu abbrutirsi. Avrebbe mai potuto imparare ad imitare il bramito e l'andatura degli orsi, se non avesse avuto organi e membra arrendevoli? Un altro animale qualsiasi, una scimmia, un asino sarebbe arrivato a tanto? Non stata allora la sua natura umana a concorrere efficacemente a che egli potesse snaturarsi a tal punto? In terzo luogo, la sua natura rimase, nonostante tutto, umana; infatti certo che il suo modo di bramire, brancolare, mangiare, fiutare non fu mai quello di un orso o sarebbe senz'altro rimasto per sempre un uomoorso, goffo e balbettante, e dunque una creatura ibrida e imperfetta. Tanto poco, infatti, gli si alterarono pelle, volto, piedi e lingua, degenerando in fattezze orsine, altrettanto poco, fuor di dubbio, pot farlo la natura della sua anima. La sua ragione, pur sepolta sotto il peso dei sensi e degli istinti ferini, continu a essere ragione umana, mai quegli istinti essendosi in tutto conformati a quelli degli orsi. E che sia stato proprio cos lo dimostra, infine, lo sviluppo dell'intero episodio: una volta abbattuti gli ostacoli, una volta rientrati tra i propri simili, questi uomini-orsi appresero a camminare eretti e a parlare con naturalezza maggiore di quanto non avessero appreso l'andatura brancolante e il bramito, sempre contro natura; azioni, queste, che avevano continuato a fare a mo' di orsi, mentre le prime, in breve tempo, impararono a farle da veri uomini. E quale dei loro precedenti compagni selvatici aveva saputo apprenderle assieme a loro? Il fatto che nessun orso ci fosse riuscito, non avendo la complessione fisica e psichica adatta, non significa forse che l'uomo-orso l'aveva invece mantenuta anche in quello stato di abbrutimento? Infatti, se gliel'avessero data solo l'ammaestramento e l'abitudine, perch non anche all'orso? Che significa, infine, trasmettere la ragione e l'umanit mediante l'insegnamento a qualcuno che gi non le posseg-

ga? Si dovrebbe dunque presumere che a dare all'occhio la capacit visiva, dopo averne rimosso la cataratta, sia stato l'ago chirurgico. Quale conseguenza trarre, allora, dall'episodio pi innaturale della natura? Una volta ammesso che si tratta di un caso innaturale, ebbene- esso conferma la natura! Tutta l'ipotesi di Rousseau sull'ineguaglianza fra gli uomini si fonda, notoriamente, su simili esempi di degenerazione e i suoi dubbi a proposito del carattere umano del linguaggio si riferiscono o a concezioni erronee sull'origine di esso o alla difficolt summenzionata che per inventare il linguaggio occorresse gi la ragione. Giustificati nel primo caso, nel secondo i dubbi sono risolti, e anzi risolvibili per bocca dello stesso Rousseau. La sua chimera l'uomo di natura: questa la creatura degenerata che egli da un lato appaga con la facolt razionale e, dall'altro, investe della perfettibilit, perfettibilit intesa addirittura come sua propriet caratteristica, e di un livello cos elevato che, grazie a essa, l'uomo potrebbe imparare da tutte le specie animali. E che cosa mai Rousseau non elargisce all'uomo! Pi di quanto questi non voglia o non gli occorra. Gi il primo pensiero: Ecco, la caratteristica delle bestie: il lupo ulula, l'orso bramisce (opportunamente studiato in modo da potersi collegare al successivo: io non la possiedo) vera e propria riflessione. Passiamo al terzo e al quarto: Ebbene! Potrebbe adattarsi anche alla mia natura. Potrei imitarlo. Voglio imitarlo. Con questo mezzo la mia specie si perfezioner. Che serie di riflessioni davvero sottili e consequenziali, dal momento che la creatura capace di formulare per s anche soltanto la prima doveva gi avere il linguaggio dell'anima, gi possedere quell'arte del pensiero che ha creato l'arte dell'eloquio. La scimmia scimmiotta sempre, per non ha mai imitato, n mai si detta sensatamente: Intendo imitare la tal cosa onde perfezionare la mia specie, perch, se mai lo avesse fatto, se mai si fosse appropriata di una sola imitazione perpetuandola nella sua

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specie con una scelta intenzionale; se le fosse avvenuto di fare, sia pure un'unica volta, una sola riflessione simile, in quello stesso istante avrebbe cessato di essere una scimmia! Ad orna del suo aspetto scimmiesco e pur non emettendo alcun suono vocale, sarebbe stata un essere umano, capace di linguaggio interiore, che prima o poi avrebbe dovuto forgiarsi il suo linguaggio esteriore. Quale orango, invece, pur avendo gli organi di fonazione dell'uomo, ha mai profferito una sola parola umana? E pur vero che in Europa esistono ancora fratelli dei nese solo gri 1' che, a questo punto, dicono: Eppure, forse intendesse parlare o si trovasse nella situazione..., oppure potesse.... Potesse! Questo sarebbe davvero il colmo! I primi due se, infatti, sono confutati a sufficienza dalla stessa storia naturale; quanto alla possibilit, poi, non sono certo gli organi, come s' detto, a precluderla". Pur avendo una testa in tutto eguale alla nostra, l'orango non ha certo mai parlato, n si pu affermare che pappagalli e stornelli, pur avendo appreso parecchi suoni dalla voce dell'uomo, abbiano mai pensato una sola parola umana. Del resto, in questa sede non ci interessa affatto la riproduzione -esterna dei suoni delle parole: stiamo discutendo della genesi intrinseca e necessaria di una parola, intesa come conassegno di una lucida coscienza, e quando mai avvenuto che una specie animale l'abbia espressa in un qualsiasi modo? Questo filo del pensiero, questo discorso dell'anima dovrebbe essere sempre distinguibile comunque esso si esprima e, tuttavia, chi mai l'ha fatto? La volpe ha agito mille volte come Esopo la fa agire, mai per con l'intendimento di Esopo. La prima volta che ne sar capace, Madama Volpe si inventer il suo linguaggio e potr favoleggiare di Esopo, come Esopo adesso favoleggia di lei. Il cane ha imparato ad afferrare molti vocaboli e molti ordini, non gi come parole, bens come segni associati a certi gesti e a certe azioni. Se mai una volta intendesse anche una sola parola in senso umano non sarebbe pi un servo, ma si

creerebbe lui stesso arte, governo e linguaggio. Si noti come, una volta fallito il punto esatto della genesi, il campo dell'errore si allarga a dismisura in un senso e nell'altro. Prima il linguaggio tanto sovrumano che tocca a un dio inventarlo, poi tanto poco umano che qualunque bruto, se solo se ne desse la briga, riuscirebbe nell'intento. L'obiettivo della verit un punto solo: da quella posizione possiamo, per, guardare in tutte le direzioni. Perch mai nessuna bestia pu, nessun dio deve, mentre l'uomo in quanto uomo pu e deve inventarsi un linguaggio? Non intendo occuparmi oltre di questa ipotesi dell'origine divina del linguaggio dal punto di vista metafisico, la sua inconsistenza sul piano psicologico essendo gi dimostrata dal fatto che, per capire il linguaggio delle divinit olimpiche, l'uomo dovrebbe gi possedere la ragione e, quindi, gi la parola. Ancor meno posso impegnarmi in una pur allettante disquisizione sui linguaggi animali, dal momento che, come si visto, tutti sono totalmente e incommensurabilmente lontani dal linguaggio umano. Ma proprio a malincuore che qui rinuncio alle varie prospettive che, da questo punto della genesi del linguaggio nell'anima umana, si aprirebbero sui vasti campi della logica, dell'estetica e della psicologia, toccando in special modo la questione: fin dove possa spingersi il pensiero senza, che cosa si debba pensare con il linguaggio; questione che poi, nelle applicazioni, si estende a quasi tutte le scienze. Per il momento basti considerare il linguaggio come il vero carattere differenziante la nostra specie dall'esterno, come la ragione lo dall'interno. In pi di una lingua, quindi, avviene che parola e ragione, concetto e parola, linguaggio e causa abbiano un nome unico e in questa sinonimia racchiusa la loro origine genetica. Tra i popoli orientali invalso l'uso di definire il riconoscimento di una cosa, darle un nome; e, infatti, in fondo all'animo le due operazioni sono una sola. L'uomo detto l'animale parlante, e muti gli animali senza uso di ra-

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Saggio mia anon . del linguaggu,

gime. Questa espressione di un'evidenza palpabile e il greco fiXoyos assomma in s i due aspetti. Il linguaggio diventa, dunque, un organo naturale dell'intelletto, un vero senso dell'anima umana, proprio come la capacit visiva dell'anima sensitiva degli antichi si crea l'occhio, e l'istinto dell'ape si costruisce la cella'. Ottima cosa che questo nuovo senso che lo spirito si fatto da s sia, fin dall'origine, un altro strumento di comunicazione. Non si pu pensare nemmeno il primo pensiero umano, nemmeno comporre il primo giudizio consapevole senza dialogare o tentare di dialogare nel proprio intimo. Il primo pensiero umano, dunque, per sua natura prepara a poter dialogare con gli altri! Il primo contrassegno che io colgo per me vocabolo caratteristico e per gli altri parola di comunicazione. Sic verba, qubus voces seususque notarent Nominaque invenere. Orazio'

Terzo capitolo

Si stabilito quale sia il punto focale dove si accende, nell'anima dell'uomo, la scintilla divina di Prometeo: col primo contrassegno nasce il linguaggio. Ma quali contrassegni divennero per primi elementi della lingua?

1. Suoni Il cieco di Cheselden" dimostra come sia lento lo sviluppo della vista, con quale difficolt l'animo pervenga ai concetti di spazio, forma e colore; quanti tentativi si debbano fare, quale senso geometrico sia necessario acquisire per adoperare univocamente tali segni caratteristici: per il linguaggio non era dunque questo il senso pi adatto. I fenomeni ottici, per di pi, risultavano freddi e muti, mentre le sensazioni dei sensi pi grossolani erano, a loro volta, indistinte e avviluppate tanto che fu del tutto conforme alla natura che l'orecchio diventasse il primo maestro di linguaggio. Torniamo all'esempio dell'agnella. La sua immagine sospesa davanti all'occhio con tutti gli altri oggetti, figure, colori, sullo sfondo di un grande scenario naturale: quante cose da distinguere e con quale sforzo! Tutti i contrassegni sono finemente intrecciati e accostati fra loro: tutti ancora muti. Chi sa far parlare la forma, chi dar voce ai colori?
Philos 'causaci. - AbEdgment - anche in: Anatomy di Cliese/hen, Optik di Smith-Kasiner, nella Storia Naturale di Buffon, nell'Enciclopedia e in decine di piccoli lessici francesi sotto aveuglel

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Saggio sull'origine del linguaggio

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L'uomo prende a tastare l'agnella: la sensazione tattile pi sicura e corposa, fin troppo densa e indifferenziata; chi capace di dire ci che sente col tatto? Ma, attenzione! L'agnella bela. Allora, dalla tela policroma sulla quale ben poco c'era da discernere si libera da solo un contrassegno che penetra nell'anima in maniera profonda e inconfondibile. Bene dice, come quel cieco di Cheselden, l'inesperto esordiente ora ti sapr riconoscere: tu beli!. E la tortora tuba, il cane abbaia! Sono tre parole perch egli ha provato a formulare tre idee distinte, queste nella sua logica e quelle nel suo vocabolario. La ragione e il linguaggio, di comune accordo, hanno osato un timido passo e la natura venuta loro incontro servendosi dell'udito. Essa non si limitata a far risuonare il contrassegno all'esterno dell'anima, ma fin nel suo intimo. Quel suono, colto a volo dall'anima, diventato una parola sonante. L'uomo dunque un ascoltatore attento, un essere naturalmente fatto per il linguaggio che egli, si badi bene, anche se fosse cieco o muto, purch non privo di tatto e di udito, dovrebbe comunque inventare. Lasciatelo a suo bell'agio su un'isola disabitata: la natura gli si riveler attraverso l'udito. Gli sembrer che migliaia di creature che non pu vedere conversino con lui e, quand'anche bocca e occhi gli restassero per sempre chiusi, la sua anima non resterebbe del tutto priva di linguaggio. Se dalle foglie dell'albero che stormisce cala frescura sul povero solitario; se il ruscello che scorre mormorando culla il suo sonno e spirando sopraggiunge lo zefiro a fargli vento sul viso; se la pecora bela dandogli il latte; la sorgente gorgoglia offrendogli l'acqua; l'albero stormisce porgendogli i frutti, egli ha tutto l'interesse a voler conoscere queste benefiche creature, tutta l'urgenza di volerle nominare nella propria anima, pur senza avere n occhi n lingua. L'albero diventer lo stormente, lo zefiro lo spirante, la sorgente la gorgogliante' Ecco pronto un lessico minimo che aspetta solo il

suggello degli organi vocali; ma quanto forzatamente scarne e singolari sarebbero le rappresentazioni che una creatura cos menomata accoppierebbe a quei suoni*! E adesso, rendete all'uomo tutti i suoi sensi in modo che egli veda e al tempo stesso tocchi e percepisca tutti gli esseri che parlano al suo orecchio! Quale aula di idee e di linguaggio! Non fate calare dalle nuvole n Mercurio n Apollo come divinit ex machina: tutta la polifonia della divina natura maestra e musa! E la natura gli fa sfilare davanti tutte le creature: ciascuna porta il proprio nome sulla lingua e si protesta vassalla e serva dinanzi a questo dio velato eppur visibile. Ognuna gli consegna, come un tributo, il proprio appellativo perch lo registri nella mappa dei suoi domini, affinch a questo nome egli si rammenti di lei, e possa in seguito chiamarla e disporne. Ora io mi chiedo se mai questa verit: Proprio l'intelletto, in virt del quale l'uomo signore della natura, fu padre di una lingua viva che egli ricav per suo uso dal concento delle voci del creato distillate in caratteri distintivi, mi chiedo se, nello stile orientale, potrebbe mai essere enunciata una simile nuda verit in maniera pi nobile e preziosa di questa: E Dio gli condusse gli animali per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo li avesse chiamati quello doveva essere il loro nome'. Dove mai, nel poetico stile orientale, si pu trovare un enunciato pi preciso: l'uomo si inventato da solo il linguaggio, facendo dei suoni della vivente natura i contrassegni del suo intelletto sovrano? Ed quanto voglio provare. Se il linguaggio fosse stato inventato da un angelo o da uno spirito celeste, tutta la sua struttura non avebbe potuto essere altro che il calco del modo di pensare di un tale
* Dicierot, in tutta la sua Lettera sur les sourds et muets accenna appena a questo fondamentale argomento, soffermandosi invece esclusivamente sulle inversioni e cento altre minuzi,

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spirito. Da che cosa, infatti, si pu riconoscere che un quadro dipinto da un angelo, se non dal tocco angelico e soprannaturale delle linee? E nel nostro linguaggio, dove mai accade qualcosa del genere? La costruzione, il disegno e persino la prima pietra di questo edificio tradiscono una natura umana. In quale lingua i primi concetti sono quelli sublimi e spirituali? Quei concetti che, anche secondo la gerarchia della nostra mente, dovrebbero occupare il primo posto soggetti, notiones communes, sementi della nostra conoscenza, punti attorno ai quali tutto ruota e ai quali tutto riconduce questi punti vitali sono poi davvero gli elementi cardinali del linguaggio? Sarebbe naturale che i soggetti precedessero il predicato, i soggetti semplici quelli composti; naturale che agente e causa efficiente precedessero chi subisce l'azione e ci che certo ed essenziale precedesse l'incerto e accidentale. E che cos'altro non si potrebbe ancora argomentare! Eppure, nelle nostre lingue primigenie si verifica puntualmente il contrario. Vi si pu scorgere una creatura intenta all'ascolto, ma non certo un puro spirito. Infatti:ii verbi sonori sono le prime possenti unit'. I verbi sonori? Le azioni ancor prima dell'agente? I predicati quando ancora mancano i soggetti? Un genio celeste avrebbe forse da vergognarsene, non altrettanto l'individuo umano sensuoso, perch, come s' visto, niente l'aveva pi profondamente turbato di questi fatti sonori. Che cos' dunque tutta l'architettura del linguaggio se non un modo di evolversi del suo spirito, una storia delle sue scoperte? L'o- rigine divina nulla spiega e a nulla conduce: essa, come ad altro proposito afferma Bacone, una sacra vestale votata agli dei ma sterile, devota ma del tutto inutile'. Il primo lessico fu, dunque, messo insieme con i suoni di tutto l'universo. Da ogni essere dotato di voce risuonava il proprio nome: l'anima umana vi impresse la propria effigie, li pens come contrassegni. E quali altri, se non questi suoni interiettivi, potevano essere i primi? Ecco perch le

lingue orientali, per esempio, abbondano di verbi come radici elementari del lessico. Il pensiero applicato all'oggetto ancora oscillava fra agente e azione; il suono doveva designare la cosa, cos come la cosa dava il suono; fu dai verbi, dunque, che derivarono i nomi e non viceversa. Il bambino non chiama la pecora in quanto pecora, ma in quanto una creatura che bela, e cos fa del suo verso un verbo. Nel graduale evolversi della facolt sensoriale umana il fatto diventa spiegabile, non gi nella logica di uno spirito superiore. Tutte le lingue antiche e primitive sono intessute di questa forza primordiale e, in un dizionario filosofico orientale, ogni vocabolo radicale con la sua famiglia, opportunamente situato e correttamente seguito nel suo sviluppo, costituirebbe una mappa del cammino dello spirito umano e una storia della sua evoluzione; un intero dizionario siffatto, poi, sarebbe la prova per eccellenza dell'arte inventiva dell'anima umana. Dubito, invece, che potrebbe esserlo anche del metodo linguistico e didattico di un dio! Dal momento che tutta la natura risuona, nulla di pi naturale per un uomo sensuoso che essa viva, parli, agisca. Ecco un selvaggio stupire alla vista di un albero eccelso dalla cima superba. La cima che stormisce per lui una divinit che si agita, ed egli si prostra ad adorarla! Ecco la storia dell'uomo sensitivo; la segreta connessione che spiega come dai verbi derivino i nomi; ecco com' facile il passaggio all'astrazione. Per i selvaggi del Nord America, per esempio, ancor oggi tutto animato: ogni cosa ha il suo genio, il suo spirito, e che fosse cos anche per i Greci e gli orientali lo comprovano il loro primo vocabolario e la loro prima grammatica, che sono quel che la natura tutta fu per il loro primo inventore: un pantheon, un regno di esseri esuberanti e attivi. Ma fintanto che l'uomo rapport tutto a s, fintanto che tutto gli sembr parlare con lui e agire concretamente con lui o contro di lui, fintanto che, dunque, egli partecipava o

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Saggio sull'origine del linguaggio

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avversava, condivideva o respingeva, amava o odiava, ogni cosa rappresentandosi antropomorficamente, tutte queste tracce della natura umana si impressero anche nei primi nomi. Anch'essi dicevano amore o odio, maledizione o benedizione, tenerezza o avversione e, in particolare, proprio da questo sentimento in tante lingue comparvero gli articoli. Fu allora che tutto fu umanamente personificato in maschile e femminile: dappertutto dei e dee, esseri maligni o benigni in azione. L'uragano assordante e la brezza soave, la limpida fonte e il possente oceano: tutta la loro mitologia giace stratificata in quelle miniere che sono i verbi e i sostatitivi-delle lingue antiche, e il ltimo lessico fu un pantheon di voci, una sala di convegno dei due sessi, qual era stata la natura per i sensi del primo inventore. Cos la lingua di un'antica nazione primitiva e schietta , come la sua mitologia, uno studio nei meandri della fantasia e delle passioni umane. Ogni famiglia di idee un intricato cespuglio cresciuto attorno a un archetipo sensuoso, attorno a una quercia sacra sulla quale ancora si rintraccia l'impressione che la sua driade fece sull'inventore. Intessuti in esso i sentimenti: quel che si muove, vive; quel che risuona, parla, e dal momento che il suono ti favorevole o avverso sar per te amico o nemico, dio o dea- esso agisce passionalmente come te'! Amo la creatura umana e sensibile in questo suo modo di pensare. Dappertutto vedo un sensitivo debole e pavido che deve amare oppure odiare, confidare o temere e che, dal suo petto, vorrebbe effondere questi stati d'animo a tutti gli esseri. Dappertutto vedo questa creatura fragile, eppure grande, che ha bisogno dell'universo intero e tutto coinvolge in guerra o in pace con se stessa; da tutto dipende eppure su tutto domina. La poesia e la formazione dei generi della lingua attengono, dunque, alla stessa condizione umana e gli organi generativi del discorso ne sono, per cos dire, lo strumento di propagazione. E se invece un genio superiore avesse portato il linguaggio gi dalle stelle? E

possibile che, nel nostro pianeta sublunare, un tale genio sidereo sarebbe stato coinvolto in affetti quali l'amore e la debolezza l'odio e la paura tanto da implicare tutto in sentimenti di simpatia o di avversione, contrassegnare tutte le parole con il timore o la gioia, costruire tutto, infine, sugli accoppiamenti? Vedeva e sentiva proprio come vedono gli uomini, se per lui i nomina non potevano non appaiarsi in genere e articolo, se sposava i verbi attivi e passivi, accordando loro tanti figli legittimi e illegittimi, se, insomma, costruiva tutto il linguaggio sul sentimento delle umane fragilit? Vedeva e sentiva davvero cos? Per un sostenitore dell'origine soprannaturale, il fatto che le parole radicali siano prevalentemente monosillabe, i verbi per lo pi bisillabi e che, di conseguenza, il linguaggio sia graduato a misura della memoria s denota l'ordinamento divino della lingua. La cosa non esatta e la conclusione discutibile. Nelle sopravvivenze della lingua che si crede pi antica, le radici sono tutte verbi bisillabici cosa che ormai posso spiegarmi perfettamente sulla base di quanto detto, dato che l'ipotesi contraria non ha alcun fondamento. Tali verbi, infatti, sono costruiti direttamente su voci ed esclamazioni della polifonica natura delle quali spesso serbano l'eco e che, sporadicamente, tuttora si conservano come interiezioni vere e proprie; tuttavia, trattandosi di suoni semi-articolati, la maggior parte di essi, al formarsi del linguaggio, fatalmente scomparve. Nelle lingue orientali, quindi, mancano questi primi esperimenti di una lingua esitante, ma proprio la loro assenza, e il fatto che nei verbi riecheggino soltanto i loro esiti regolari, rivela la matrice naturale e umana del linguaggio. Queste radici sono scrigni preziosi e astrazioni dell'intelletto divino o non piuttosto le prime sillabe di un orecchio in ascolto? I primi accenti di una lingua titubante? Nella sua infanzia, il genere umano si forgiato proprio lo stesso linguaggio che balbetta un infante: lo stentato vocabolario della culla, del quale in bocca all'adulto non resta traccia.

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Saggio sull'angine del Isuguaggo

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da qui che ricava consistenza tangibile l'affermazione di tanti studiosi antichi, stolidamente ripetuta da tanti contemporanei, che la poesia pi antica della prosa'. Che cos'era, infatti, questo primo linguaggio, se non una collezione di rudimenti della poesia? Imitazione delle voci di una natura incessantemente operosa, preso dalle interiezioni di tutti gli esseri e animato da quelle dell'umano sentire. Il linguaggio naturale di tutte le creature che l'intelletto cristallizza in sillabe sonore, in immagini di azione, di passione e di robusta efficacia. Un vocabolario dell'animo che mitologia e, a un tempo, mirabile epopea dei fatti e degli eloqui di tutti gli esseri! Un costante favoleggiare, dunque, appassionato e partecipe: che altro la poesia? Ancora: la tradizione dell'antichit ritiene che il primo linguaggio del genere umano sia stato il canto, e molti buoni intenditori di musica si sono convinti che gli uomini devono averlo appreso studiando furtivamente gli uccelli'. Questo , senza meno, un eccesso di credulit. Un grande orologio monumentale con le ruote dentate in perfetto stato, le molle appena riavvolte, i pesi di piombo pu ben produrre un concerto di suoni; ma prendere l'uomo appena fatto, con i suoi vigorosi impulsi istintivi, i suoi bisogni, le sue forti sensazioni, la sua attenzione assorbita quasi ciecamente e, infine, la sua ugola rudimentale e metterlo a rifare il verso all'usignolo onde procacciarsi col canto il linguaggio, non mi sembra concepibile, siano pur tante le storie della poesia e della musica che lo sostengono. Un linguaggio costituito di note musicali sarebbe, senza dubbio, possibile (anche Leibniz* ci aveva pensato), ma certamente non per i primi uomini allo stato di natura, tanto esso artificioso e ricercato. Nella catena degli esseri, ciascuno ha la sua voce e un linguaggio consono a essa. Nel nido dell'usignolo il linguaggio dell'amore gorgheggio soave, come ruggito nella tana del leone, focoso nitrito fra i cavalli bra-

di, lagno insistente nel cantuccio del gatto: ogni specie parla il proprio, non certo per l'uomo, ma per se stessa; e per essa melodioso come per Laura una lirica del Petrarca. L'usignolo certamente non canta per farsi ascoltare dall'uomo, come qualcuno pretende e cos l'uomo non penser mai di crearsi il linguaggio imitandone i trilli. Non forse grottesco questo uomo-usignolo in una caverna o a caccia per la foresta? Se, dunque, il primo linguaggio dell'uomo fu il canto, fu un canto a lui cos connaturato e cos congeniale ai suoi organi e ai suoi impulsi naturali come lo per l'usignolo, il quale pu dirsi davvero un'ugola spiegata, e tale fu per l'appunto il nostro linguaggio vocale. Condillac, Rousseau e altri si sono arrestati a met strada, facendo derivare la prosodia e il canto delle lingue pi antiche dai suoni inconditi delle passioni. Ora, che siano state queste a suscitare i primi suoni fuor di dubbio. Siccome, per, semplici accenti del sentire mai avrebbero prodotto un linguaggio umano, e quel canto invece lo era, mancava ancora qualcosa a che si producesse, e questo qualcosa fu per l'appunto l'imposizione del nome a ciascuna creatura a seconda del rispettivo linguaggio. Allora la natura tutta si esib in arie e suoni, e il cantare dell'uomo fu un concento di tutte queste voci: via via che il suo intelletto ne aveva bisogno, la sua sensibilit le afferrava, i suoi organi riuscivano a esprimerle. Ne sgorg il canto, ma non fu n il gorgheggio dell'usignolo n il linguaggio musicale di Leibniz e nemmeno le semplici voci della sensibilit degli animali, bens fu espressione del linguaggio di tutte le creature, entro i limiti della scala naturale della voce umana. Anche quando ormai aveva acquistato maggior regolarit, omotonia e sistematicit, la lingua continu ad essere una specie di canto, come dimostrano gli accenti di tanti primitivi. Che,poi da questo canto, successivamente nobilitato e affinato, siano scaturite la pi antica poesia e la mu-

Oeuvres phslosophiques publzees por Raspe, p. 232''

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Saggio sull'ongene del linguaggio

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sica stato ormai dimostrato da parecchi studiosi. Il pensatore inglese* che, in questo nostro secolo, ha affrontato il problema dell'origine della poesia e della musica si sarebbe spinto assai pi avanti se non avesse escluso dalla sua indagine il genio della lingua e se, piuttosto che perseguire il suo sistema, inteso a ricondurre poesia e musica ad un punto unico di giunzione dove nessuna delle due pu mostrarsi appieno, avesse perseguito l'origine di entrambe muovendo dalla natura stessa dell'uomo. Generalmente, poich i.migliori esempi di poesia antica sono testimonianze di quelle epoche di linguaggio melodico, incalcolabile il numero di travisamenti, infedelt e grossolani spropositi che vien fuori dal compitare il testo dei pi antichi poemi, delle tragedie e delle orazioni greche. Quanto avrebbe ancora da dire, al riguardo, lo studioso che avesse appreso la giusta intonazione per scandire quei brani dai selvaggi, per i quali quell'epoca ancora in atto! Altrimenti e per solito si continua a vedere solo il rovescio del tappeto. Disiecti membra poetae"! Ma a volermi addentrare in osservazioni linguistiche particolareggiate mi smarrirei in un campo senza fine; torniamo dunque alla strada principale dell'invenzione del linguaggio! *** Capire come i suoni, ai quali l'intelletto ha impresso il conio di contrassegni, siano diventati parole stato facile Ma non tutti gli oggetti emettono suoni: da dove attingere allora per questi oggetti i vocaboli distintivi, con i quali l'anima possa denominarli? Donde viene all'uomo l'arte di convertire in suono ci che suono non ? Il colore, la rotondit che cosa hanno in comune con il nome che da essi vien fuori, come il belare vien fuori dalla pecora? I sostenitori dell'origine soprannaturale hanno subito la risposta
* Brown11.

pronta: Arbitrariamente! Chi in grado di capire e di scrutare nell'intelletto divino perch il verde si chiami verde e non azzurro? Senza dubbio perch cos a lui piaciuto. E con questo si tronca il filo della discussione. Qualsiasi speculazione sulla tecnica inventiva del linguaggio se ne sta, dunque, arbitrariamente sospesa tra le nuvole, e ogni parola per noi una qualitas occulta, qualcosa di arbitrario! Nessuno me ne voglia se in questo caso non capisco la parola arbitrario. Lambiccarsi il cervello per cavarne il linguaggio arbitrariamente, senza che nulla giustifichi la scelta , almeno per l'animo umano, che di tutto vuole una ragione quand'anche solo parziale, un tormento come per il corpo morire a furia di carezze. Tanto pi, poi, nel caso dell'uomo primitivo rozzo e sensuoso, le cui facolt non sono ancora cos raffinate da estenuarsi in giochi superflui e che, forte e inesperto, nulla fa senza un motivo e nulla intende fare invano. Nel suo caso, appunto, l'invenzione di un linguaggio per futile e vano arbitrio sarebbe incompatibile con l'intera analogia della sua natura, e certamente ripugna a ogni analogia delle forze psichiche umane un linguaggio escogitato per puro arbitrio. Torniamo, dunque, al tema e chiediamoci come l'uomo, con le sue sole forze, abbia potuto inventare:

2. Un linguaggio in assenza di qualsiasi suono Che nesso c' fra vista e udito, colore e parola, odore e suono"? Negli oggetti, nessuno. Ma allora cosa sono queste propriet negli oggetti? Esse non sono altro che percezioni sensibili in noi e, in quanto tali, confluiscono tutte assieme. Noi siamo un sensorio comune pensante, che viene per sollecitato da pi parti: ecco dove sta la spiegazione. Tutti i sensi affondano le radici nella sensibilit generale e questo, gi di per s, lega le sensazioni pi eterogenee in

fagpo sul/ Lo :gine

dcl i 1 ngilCIO

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modo cos profondo, cos tenace e cos indefinibile che da questa connessione dipendono i fenomeni pi singolari. Mi noto pi di un esempio di persone che istintivamente, forse per un'impressione risalente all'infanzia, non possono fare a meno di collegare immediatamente, per un estro improvviso, a quel suono un certo colore, a quel fenomeno un certo vago stato d'animo del tutto diverso, mentre un confronto della flemmatica ragione fa escludere qualunque parentela fra loro. Chi, infatti, pu ragguagliare suono e colore, fenomeno e stato d'animo? Noi siamo intessuti di simili associazioni fra i sensi pi distanti, ma le notiamo solo in quei turbamenti che ci fanno perdere il controllo, negli stati morbosi della fantasia, ovvero in quelle occasioni nelle quali esse assumono un eccezionale rilievo. Cos rapido il flusso dei nostri pensieri; le onde delle nostre sensazioni scrosciano confondendosi fra loro cos oscuramente, la nostra anima ne d'un tratto cos gremita che noi, rispetto alla maggior parte delle idee, sembriamo come in stato di torpore presso una sorgente, quando continuiamo ad avvertire il fragore delle acque, ma in modo cos indistinto che il sonno finisce col sottrarci ogni percezione sensibile". Se ci fosse possibile arrestare la catena dei nostri pensieri, e cercare per ogni suo anello le connessioni, quante bizzarrie non scopriremmo, quante singolari analogie fra i sensi pi diversi, in base alle quali per l'anima agisce senza esitare! Per un essere esclusivamente razionale, noi saremmo del tutto simili a quella genia di squilibrati che pensa assennatamente, ma connette in modo inintelligibile e sconclusionato. Nelle creature sensibili, che sentono simultaneamente attraverso sensi diversi, tale affollamento di idee inevitabile: i sensi, infatti, altro non sono che semplici modi di rappresentazione di un'unica forza positiva dell'anima. Li distinguiamo, ma soltanto ricorrendo ad altri sensi: modi di rappresentazione, dunque, distinti per mezzo di modi di rappresentazione. A gran fatica impariamo a tenerli separati

nell'uso e, comunque, su un certo sostrato continuano sempre a operare uniti. Tutte le scomposizioni della sensazione che Buf fon, Condillac e Bonnet 16 eseguono sull'uomo senziente non sono che astrazioni; lo studioso costretto ad abbandonare il filo di una sensazione per seguirne un altro: in natura, invece, tutti i fili compongono un tessuto unico. Ora, quanto pi oscuri sono i sensi, tanto pi si confondono fra loro; e quanto meno l'uomo si esercitato, quanto meno ha appreso a usarli indipendentemente l'uno dall'altro, a usarli con destrezza e precisione, tanto pi essi restano oscuri. Applichiamo tutto ci all'esordio del linguaggio: la condizione di infanzia e di inesperienza del genere umano lo ha facilitato. L'uomo si affaccia sulla terra e immediatamente un vero e proprio oceano lo prende d'assalto. Con quale sforzo impara a distinguere, a riconoscere i sensi e, una volta riconosciuti, a usarli separatamente! La vista il senso pi freddo e, se fosse sempre stata cos fredda, distaccata e lucida come per noi diventata dopo l'affannoso esercizio di tanti anni, davvero non saprei come si sarebbe potuto rendere percepibile con l'orecchio ci che si vede. Ma intervenuta la natura ad accorciare le distanze: anche la vista, infatti, e lo dimostrano bambini e ciechi risanati, all'inizio era soltanto sensibilit tattile. La maggioranza delle cose visibili si muove; molte nel muoversi producono un suono: ove ci non avvenga, significa che esse quasi rasentano l'occhio nel suo primo stadio, sono a contatto con esso e, quindi, si possono toccare. E il tatto vicinissimo all'udito. Al suono di definizioni, quali: duro, ruvido, soffice, lanoso, vellutato, peloso, rigido, levigato, liscio, ispido, che pur si riferiscono solamente alle superfici senza penetrare in profondit, gi sembra di provare la sensazione tattile. L'anima, trovandosi nella ressa di tali sensazioni confluenti e nell'urgenza di foggiare una parola, afferrando a caso, trovava forse la parola di un senso vicino, la cui percezione sensibile si confondeva con quella: nacquero cos le parole per

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Sagra sultongdne del l:n:raggio

Terzo daprzolo

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tutti i sensi, anche per il senso pi freddo. Il lampo non risuona: eppure, quando si deve dare espressione a questo messaggero della mezzanotte che in un guizzo discopre e cielo e terra e prima ancor di poter dire: guarda! sprofonda nelle fauci della tenebra", esso creer naturalmente un vocabolo che, con l'aiuto di una percezione intermedia, dar all'orecchio la sensazione della fulminea rapidit provata dall'occhio: lampo! Al suono di parole come odore, rumore, dolce, amaro, aspro ecc., gi sembra di provare la sensazione corrispondente e, ini fatti, all'origine, tutti i sensi che altro sono se non sensibilit? Come poi questa sensibilit possa esternarsi in suono quel che abbiamo ammesso fin dal primo capitolo come immediata legge di natura della macchina senziente, e non vogliamo ritornarci sopra. E cos tutte le difficolt possono ridursi a questi due distinti principi, gi dimostrati: 1. Dato che tutti i sensi altro non sono che modi di rappresentazione dell'anima, purch questa abbia la rappresentazione distinta avr anche il contrassegno, e con esso avr il linguaggio interiore. , 2. Tutti i sensi, in specie durante l'infanzia dell'umanit, altro non essendo che modi di sentire di un'anima unica, e ogni sentire secondo la legge della sensazione della natura animale avendo un suo suono immediato, baster elevare il sentire alla distinzione propria di un contrassegno per avere la parola consona al linguaggio esteriore. A questo punto si arriva a una quantit di considerazioni particolari su come la natura abbia sapientemente organizzato l'uomo proprio perch si inventasse da solo il linguaggio. Ecco l'osservazione fondamentale: poich l'uomo riceve il linguaggio insegnatogli dalla natura esclusivamente attraverso l'udito, senza il quale non pu inventare il linguaggio, l'u-

dito in certo qual modo diventato il suo senso mediano, vera e propria porta dell'anima ed elemento di unione fra gli altri sensi. Mi spiego meglio. L L'udito il senso medianO dell'uomo rispetto alla ra della percettivit dall'esterno. Il tatto avverte ogni cosa soltanto in s e nel suo organo; la vista ci proietta per grandi spazi al di fuori di noi; l'udito, quanto a grado di comunicabilit, sta nel mezzo Che cosa comporta questo per il linguaggio? Poniamo il caso di una creatura, sia pure ragionevole, il cui senso principale fosse il tatto (ove mai ci fosse possibile). Com' angusto il suo mondo' E giacch non lo percepisce mediante l'udito, essa forse finir per costruirsi una tela, come gli insetti, ma non certo un linguaggio che si avvalga di suoni! E ora, per converso, immaginiamo una creatura tutta occhi: il mondo da contemplare per essa inesauribile, smisurato lo spazio in cui viene proiettata, infinita la variet in cui si disperde. Il suo linguaggio (del quale non abbiamo alcuna idea) diventerebbe una sorta di elaboratissima pantomima, la sua scrittura un'algebra di colori e di linee, mai per un linguaggio fatto di suoni. Creature dotate di udito, noi stiamo nel mezzo: vediamo, sentiamo col tatto, ma la natura vista e toccata ha voce; mediante i suoni essa si fa maestra di lingua e noi, mediante tutti i sensi, ci facciamo, per cos dire udito. Consideriamo, allora, i vantaggi della nostra posizione: con questo mezzo ogni senso diventa idoneo al linguaggio. Indubbiamente l'udito che offre effettivamente i suoni e l'uomo non pu inventare qualcosa, ma solo trovarla, solo imitarla; tuttavia, da un lato lo affianca il tatto, dall'altro lo scorta la vista: le sensazioni si fondono e, quindi, si avvicinano tutte alla regione dove i contrassegni si trasformano in suoni. Cos, ci che si vede ci che si tocca si pu rendere sonoro. Il senso del linguaggio diventato il nostro senso mediano e unificante: noi siamo creature linguistiche. 2. L'udito il senso mediano quanto a distinzione e chia-

se

Saggio 3PII ungine del fingoagoo

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iezza, e, dunque, ancora una volta il senso del linguaggio. Com' oscuro il tatto! Resta frastornato e avverte tutto confusamente. Gi isolare un contrassegno da riconoscere a stento possibile, dargli voce impossibile! Viceversa, la vista cos lucida e abbagliante: offre una tale quantit di contrassegni che l'anima soccombe sotto la loro variet e forse riesce a malapena a isolarne uno, ma tanto debole che ogni riconoscimento per suo tramite diventa difficile. L'udito sta nel mezzo. Esso lascia da parte tutti i contrassegni coincidenti e indifferenziati del tatto, ma anche tutti quelli troppo minuziosi della vista! Se, tuttavia, dall'oggetto tastato e osservato si sprigiona un suono, in esso si sommano i contrassegni di quei due sensi: quello sar il vocabolo distintivo. L'udito, dunque, attorno a s afferra da ambo k parti: rende chiaro ci che era troppo scuro, pi gradevole ci che era troppo lucido; porta una maggiore unit nella indistinta molteplicit della vista. E poich questa appercezione del molteplice mediante l'uno, mediante un contrassegno, diventa linguaggio, l'udito l'organo del linguaggio. 3. L'udito il senso mediano in considerazione della vivacit, quindi il senso del linguaggio. Il tatto opprime; la vista troppo fredda e distaccata: quello affonda troppo in noi per poter mai diventare linguaggio; questa rimane troppo impassibile davanti a noi. Il suono percepito dall'udito si insinua cos intimamente nella nostra anima da doversi trasformare in contrassegno, epper non ci stordisce al punto da non poter diventare perspicuo: ecco qual il senso del linguaggio. Come sarebbe stringato, faticoso e insostenibile per noi il linguaggio di qualunque senso pi grossolano, e quanto ci potrebbe sconcertare ed estenuare il linguaggio di un senso troppo sottile come la vista! Chi pu continuamente sentire col gusto, il tatto, l'olfatto senza morire infine, come si esprime Pope, di una morte aromatica"? E chi pu fissare strabiliato un pianoforte cromatico' senza restarne alla

fine abbagliato? Ma ascoltare e, ascoltando, pensare parole si pu farlo pi a lungo e quasi ininterrottamente: l'udito per l'anima quello che il colore medio, il verde, per la vista. L'uomo una creatura fatta per parlare. 4. L'udito il senso mediano in considerazione del tempo in cui opera, quindi il senso del linguaggio. Il tatto riversa tutto di colpo dentro di noi: scuote le nostre corde in maniera energica, ma discontinua e di breve durata. La vista presenta tutto davanti a noi di colpo, sgomentando l'apprendista con il quadro smisurato della successione spaziale. Notate che riguardo ci usa la maestra di lingua servendosi dell'udito! Essa ci sgrana nell'animo soltanto un suono per volta, d senza mai stancarsi, d e ha sempre pi da dare: applica, dunque, appieno l'espediente didattico di insegnare per gradi. E, cos facendo, chi non sarebbe capace di concepire il linguaggio, di inventarselo? \, 5. L'udito il senso mediano rispetto all'esigenza di esprimersi, quindi il senso del linguaggio. Le operazioni del tatto sono oscure e inesprimibili, ma ancor meno hanno bisogno di essere espresse, tanto da vicino esso tocca il nostro io, tanto egoistico e sprofondato in se stesso. Per chi inventa il linguaggio impossibile esprimere le cose viste; ma quale cosa vista esige di essere immediatamente espressa a parole? Gli oggetti rimangono e si possono indicare a cenni. Gli oggetti dell'udito, invece, sono connessi al movimento: trascorrono, ma proprio perci emettono anche dei suoni. Diventano esprimibili perch devono essere espressi a parole, e proprio perch devono essere espressi a parole il loro movimento che li rende esprimibili. Quale idoneit per il linguaggio! 6. L'udito il senso mediano rispetto al suo sviluppo, e dunque il senso del linguaggio. L'uomo tutto sensibilit tattile: l'embrione fin dal primo istante sente come il neonato. Questo il tronco naturale dal quale spuntano i rami pi teneri della facolt sensitiva, il gomitolo aggrovigliato dal quale si dipanano tutte le pi sottili forze dell'anima. E

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in che modo? Mediante l'udito, come s' visto, dal momento che la natura desta l'anima alla prima distinta sensazione mediante i suoni, e dunque la desta, per cos dire, dall'oscuro sonno del senso e la matura per una facolt sensitiva ancora pi affinata. Se la vista si fosse, poniamo, sviluppata gi prima, oppure se fosse possibile suscitarla dalla sensibilit tattile per altra via che non fosse quella del senso mediano, ossia l'udito, avremmo una ben misera sapienza e una ben stolida lucidit. Come diventerebbe difficile per una simile creatura tutta occhi, destinata per a diventare umana, denominare ci che vede innestare il freddo senso della vista in quel senso pi caldo che il tatto, il tronco stesso dell'umanit! Ma un'ipotesi che si rivela gi in s contraddittoria: migliore e unica la via che porta allo sviluppo della natura umana. Dal momento che tutti i sensi interagiscono, grazie all'udito noi restiamo sempre virtualmente a scuola della natura, impariamo a operare astrazioni e, al tempo stesso, a parlare: la vista si affina e con essa la ragione e il talento di assegnare nomi; di modo che, quando l'uomo arriva alle distinzioni delicatissime dei fenomeni visivi, sar gi pronta una considerevole scorta di linguaggio e di corrispondenze lessicali. Dalla sensibilit tattile l'uomo si avviato verso il senso delle sue fantasie mentali, passando proprio per il senso del linguaggio, e ha dunque appreso a tradurre in suono sia ci che vede, sia ci che sente col tatto. Se, a questo punto, potessi tirare tutte le fila e rendere di colpo visibile quel tessuto che si chiama natura umana, si vedrebbe che esso fatto apposta per il linguaggio. Perci, si visto, a tale positiva forza di pensare fu accordato uno spazio e una sfera; perci le furono soppesate sostanza e materia; perci furon fatte forma e figura; perci, infine, furono organizzati e coordinati i sensi: per il linguaggio. Ecco perch il pensiero dell'uomo cos, e non n pi lucido n pi confuso; ecco perch le sue sensazioni tattili e visive non sono n pi acute, n pi persistenti, n pi vi-

vide di come sono ecco perch ha questi sensi e non ne ha n di pi n di diversi. Tutto si bilancia, tutto si risparmia e reintegra, tutto disposto e ripartito a ragion veduta. Una coerente unit, un ordine armonioso, un insieme, un sistema: una creatura dotata di sensatezza e linguaggio, di coscienza e creativit linguistica. Dopo tutte queste considerazioni, chi ancora si ostinasse a negare a tale creatura una vocazione al linguaggio, prima dovrebbe trasformarsi da un osservatore della natura in un suo nemico, straziare in dissonanze tutte le sullodate armonie, ridurre in macerie l'intero, superbo edificio delle energie dell'uomo, inaridirne i sensi e, al posto del capolavoro del creato, percepire un essere pieno di tare e difetti, di pecche e storture. E quando poi, passando alla lingua, anch'essa proprio cos, come necessariamente stando al profilo e al calibro della creatura suddetta doveva risultare? Passo a dimostrare quest'ultimo punto, anche se proprio qui mi si offrirebbe un'allettante digressione: calcolare, secondo le regole della teoria del piacere di Sulzer', quali vantaggi e attrattive presenterebbe comunque per noi un linguaggio mediato dall'udito piuttosto che dagli altri sensi. La digressione condurrebbe, per, troppo lontano, e occorre rinunciarvi, tanto pi che siamo ancora ben lungi dall'aver reso sicura e retta la strada maestra. Allora, innanzitutto: I. <Quanto pi antiche e originarie sono le lingue, tanto pi appariscente risulta questa analogia dei sensi nelle loro radici. Mentre nelle radici delle nostre lingue pi recenti siamo usi ormai caratterizzare la collera come un fenomeno meramente visivo, o come un'astrazione per esempio con lo sfavillio degli occhi, le guance accese ecc., cosicch riusciamo solamente a vederla o a immaginarla i popoli orientali la distinguono con l'udito, la odono fremere, sprizzar scintille, fuoco e fiamme. Il naso, sede della collera, diventato radice della parola e l'intera famiglia dei vocaboli e

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delle metafore per l'ira con questo fremere tradisce la sua origine. Mentre a noi la vita si manifesta con il battito del polso, con il palpitare, scandito anche nel linguaggio da impercettibili passaggi, agli orientali essa si rivela prorompendo in respiri. L'uomo vive finch respira, muore perch spira e la radice stessa della parola si sente alitare, proprio come alit Adamo, il primo uomo vivente. Mentre noi designiamo a nostro modo il partorire, gli orientali anche nelle denominazioni sentono le grida ansimanti della madre, ovvero, nel caso di animali, l'espulsione dell'involucro fetale: attorno a quest'idea centrale che ruotano le loro immagini. Se nella parola aurora noi udiamo vagamente adombrata la bellezza, il fulgore, la freschezza, in Oriente il nomade che ne spia ansioso il sorgere anche nella radice del vocabolo avverte su di s il primo improvviso esaltante raggio di luce che nessuno di noi forse ha mai visto o, per lo meno, cos intensamente sentito. Non si possono nemmeno contare gli esempi tolti dalle lingue antiche e primitive che illustrano con quale fervore e quale forza emozionale esse usino definizioni desunte dall'udito e dal tatto, e un'opera intesa a ricercare proprio il fondamento sensibile di tali idee presso popoli diversi costituirebbe una dimostrazione esauriente del mio assunto e dell'invenzione umana del linguaggio. II. Quanto pi arcaiche e primitive sono le lingue, tanto maggiore l'intersecarsi dei sentimenti nelle radici delle parole. Si sfogli a caso un qualunque dizionario orientale e in esso si potr vedere l'urgenza di esprimersi; l'inventore tende a strappare le idee a un senso per prestarle a un altro e ricorrere al prestito soprattutto per i sensi pi ingrati, pi freddi e pi precisi. Si vedr come tutto dovesse convertirsi in sensazione tattile o uditiva prima di diventare espressione! Di qui le forti, ardite metafore nelle radici del

lessico; di qui i traslati dall'uno all'altro senso, cosicch, confrontate fra loro, le accezioni di una voce radicale, e ancor pi quelle dei suoi derivati,. formano un quadro dai colori screziati. ' La causa genetica risiede nella condizione di indigenza dell'anima umana, unita al fatto che nell'uomo primitivo le sensazioni si confondevano fra loro. Appare chiarissimo il suo bisogno di esprimersi, bisogno che aumenta quanto pi l'idea si discosta dalla sensazione tattile e uditiva, cosicch ormai non pi possibile dubitare dell'origine umana del linguaggio. Del resto, i sostenitori di una diversa origine come intendono spiegare questo intessersi di idee nelle radici delle parole? Dio era cos a corto di idee e di vocaboli da dover fare ricorso a un uso cos sconcertante di termini, oppure aveva una tale passione per le iperboli, per le metafore stravaganti, da imprimere questo suo genio finanche nelle radici fondamentali della sua lingua? -t La cosiddetta lingua divina, l'ebraico, tutta intessuta di questi arditi costrutti, tanto che l'Oriente vanta anche l'onore di designarli con il proprio nome. Ma non si pretenda di chiamare asiatico, poi, questo genio della metafora, quasi non fosse ravvisabile altrove: esso, invece, vivo in tutte le lingue primitive, ancorch in ognuna a misura della cultura nazionale e a seconda della peculiare torma mentis. Un popolo che non abbia operato molte n rigorose distinzioni fra i propri sentimenti, un popolo che non abbia avuto animo sufficiente per esprimersi, o per impadronirsi con la forza di modi di dire, sar anche meno imbarazzato di fronte alle sfumature di sentimento, oppure si contenter di mezze espressioni allusive. Una nazione gagliarda, risieda in Oriente o nel Nordamerica, proprio in tali metafore rivela il suo ardimento; ma la nazione che nel suo sostrato pi profondo mostra il maggior numero di tali traslati prima aveva la lingua pi povera, pi antica, pi genuina e risiedeva, senza dubbio, in Oriente. evidente come debba essere difficile per una lingua si-

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mile un vero e proprio sistema etimologico. I cos diversi significati di una radice, che in una tavola genealogica devono essere derivati e ricondotti alla loro origine, sono imparentati soltanto per via di sentimenti assai vaghi, fugaci idee accessorie, concordanze affioranti dal profondo dell'animo e a stento riducibili entro regole. Le loro parentele, inoltre, sono cos connaturate alla nazione, cos condizionate dal modo di pensare e di vedere del popolo e dell'inventore, cos legate al luogo, all'epoca, all'insieme di circostanze, che per un settentrionale o un occidentale sar estremamente difficile indovinarle, ed esse saranno costrette a soffrire all'infinito in lunghe e fredde perifrasi. Trattandosi, inoltre, di parentele indotte dalla necessit e scoperte nel tumulto degli affetti e dei sentimenti, nell'imbarazzo di trovare l'espressione, ci vorrebbe davvero fortuna per indovinare proprio quello stesso stato d'animo! E, finalmente, giacch in dizionari siffatti i vocaboli e i significati di una voce devono essere raccolti da epoche, situazioni e mentalit diversissime tanto che queste effimere accezioni aumentano all'infinito di quanto si moltiplicano le difficolt! Quanto acume per penetrare certe situazioni, certe esigenze, e quale moderazione per mantenere la misura nell'interpretazione di altre epoche! Quale cultura ed elasticit mentale non occorre per immedesimarsi completamente nello spirito elementare, nell'ardita fantasia, nel sentimento nazionale di et ignote e per renderli attuali adattandoli alla nostra! Eppure, proprio in tal modo si farebbe lume, non soltanto nella storia, nella mentalit e nella letteratura di un paese, bens in generale in quella nebulosa provincia dell'anima umana dove i concetti intersecandosi si aggrovigliano, dove i sentimenti pi disparati vicendevolmente si generano, dove un caso urgente raduna tutte le forze dell'anima e spiega tutta l'arte inventiva di cui questa capace. In un'opera siffatta ogni passo sarebbe una scoperta e ogni nuova osservazione la prova per eccellenza dell'origine umana del linguaggio.

Schultens" si acquistato fama studiando l'evolversi di alcune di tali origines nella lingua ebraica: ogni stadio evolutivo una conferma della regola da me data. Non credo per, per molte ragioni, che le origini della prima lingua dell'uomo, fosse anche quella ebraica, potranno mai avere una spiegazione esauriente. Aggiungo un'altra osservazione, di importanza troppo generale per poter essere tralasciata. Il fondamento di quelle audaci metafore verbali era gi insito nella prima invenzione: ma come spiegare il fatto che molto pi tardi, ormai venuta meno ogni necessit, quelle combinazioni di parole e di immagini perdurano, vuoi per puro gusto imitativo, vuoi per gusto antiquario, anzi, addirittura si diffondono e si incrementano? Allora, soltanto allora ne nasce il sublime nonsenso, il tronfio gioco di parole, che all'inizio effettivamente non esisteva. Prima esso era impavido spirito virile che proprio quando pi sembrava celiare forse meno intendeva farlo! Era schietta sublimit della fantasia che in quella parola riusciva a elaborare quel sentimento, ma poi, nell'uso di scialbi imitatori, venuti meno quel sentimento e quell'occasione, non rimasero che ampollose parole prive di vita"! E questo, in epoche posteriori, stato il destino di tutte le lingue che avevano esordito in forme cos originali. I tardi poeti francesi non osano voli pindarici perch nemmeno i primi inventori della loro lingua ne avevano osati: il francese tutto prosa della sobria ragione e, gi ai suoi albori, non possedeva quasi parola poetica appartenente alla sola poesia; ma gli Orientali, i Greci, gli Inglesi e noi stessi Tedeschi? Ne consegue che quanto pi antica una lingua, quanto pi rimasto di quell'estrosit nelle sue radici, quanto pi a lungo ha vissuto, sempre continuando a svilupparsi, tanto meno si dovr insistere su ogni audace espressione originaria come se, anche nell'uso successivo, fosse stato ripensato ogni volta ciascuno di quegli intricati concetti. La metafora iniziale era urgenza di dire; se in seguito, quando il

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3a&gro mal"origine del Izeguagyo

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vocabolo era ormai diventato usuale e aveva perso ogni incisivit, si continua a interpretare l'amalgama di tutti quegli elementi inconsueti come esempio di fecondit e di energia, ebbene: intere scuole linguistiche orientali brulicano di tali deplorevoli esempi! Ancora una cosa. Quando a queste ardite schermaglie verbali, a queste trasposizioni di sentimento in una espressione, a queste anarchiche e indisciplinate interferenze di idee aderiscono certi sottili contenuti dogmatici e dottrinali, o vi si fanno aderire o si vuole verificarli muovendo da esse, allora Dio ne scampi! Quanto poco quei tentativi di un linguaggio in gestazione o di un linguaggio immaturo potevan dirsi definizioni di un sistema, e quanto spesso accade di creare idoli verbali' ai quali n l'inventore n l'uso successivo certo pensavano! Ma osservazioni di questo tipo non finirebbero pi: passo quindi a formulare un nuovo canone. III. Quanto pi originaria una lingua, quanto pi spesso in essa si intrecciano simili sentimenti, tanto meno possibile subordinarli fra loro con logica rigorosa. La lingua si arricchisce di sinonimi: malgrado la sua sostanziale povert, essa offre la massima ridondanza di elementi superflui. Capaci di scorgere ovunque l'ordine soprannaturale, i sostenitori dell'origine divina in questo caso stentano a rintracciarla e negano l'esistenza dei sinonimi*. E come negarla? Ammettiamo pure che fra i cinquanta vocaboli che gli Arabi hanno per designare il leone, i duecento per il serpente, gli ottanta per il miele, i mille e pi per la spada si avvertano o si sarebbero potute avvertire, qualora non fossero andate perdute lievi sfumature: perch mai ci sarebbero state, se erano gi destinate a scomparire? Perch Dio avrebbe inventato un pleonastico vocabolario che, come dicono gli Arabi, soltanto un profeta potrebbe
Saliniiich, par. 914.

abbracciare in tutta la sua vastit? Lo avrebbe forse inventato nel vuoto dell'oblio? Eppure, a compararli fra loro, questi vocaboli sono pur sempre sinonimi, se si tiene conto di molte altre idee per le quali i termini mancano affatto. Si provi ora a interpretare come ordine divino il fatto che Colui che con lo sguardo abbracciava il disegno del linguaggio abbia inventato settanta parole per pietra e nemmeno una per tante idee indispensabili, sentimenti interiori, astrazioni; oppure il fatto che da un lato abbia accumulato un'inutile dovizia di vocaboli e dall'altro lasciato gli uomini nell'assoluta necessit di rubare usare impropriamente metafore, dire semisciocchezze e cos via. Dal punto di vista umano la cosa si spiega da s: siccome le idee astruse e rare dovevano essere espresse in maniera figurata, si poteva largheggiare nell'esprimere quelle comuni e facili. Quanto pi la natura rimaneva ignota; quanti pi erano gli aspetti sotto i quali l'uomo poteva, da inesperto, osservarla a stento riconoscendola; quanto meno inventava a priori, ma piuttosto in dipendenza di circostanze concrete, tanto maggiore risult il numero dei sinonimi. Pi numerosi erano gli inventori, pi erano mobili e distanti e tuttavia l'inventiva per solito restava circoscritta allo stesso ambito e applicata alle stesse cose tanto maggiore fu il numero dei sinonimi quando, nel ritornare insieme, i loro idiomi confluirono nell'unico sterminato mare del vocabolario. Impossibile scartare tutti i vocaboli o stabilire quali scartare, perch tutti si erano ormai affermati presso quella trib, quella famiglia, quel poeta. E cos, come annota il lessicografo arabo, dopo aver contato quattrocento voci per miseria, la quattrocentesima era scaturita dall'aver dovuto contare tutti i sinonimi di miseria. Una lingua siriana ricca proprio perch povera, perch i suoi inventori non avevano ancora pianificato al punto da impoverirla. E, dunque, il pigro artefice della lingua appunto pi imperfetta dovrebbe essere Dio?

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Le analogie riscontrabili fra tutti i linguaggi primitivi confortano la mia tesi: a suo modo, ciascuno di essi sperpera e risparmia, ma ciascuno in un modo suo peculiare. Mentre l'arabo ha tante parole per pietra, cammello, spada, serpente (cose fra le quali vive), la lingua di Ceylon, in armonia con le inclinazioni degli abitanti, infarcita di adulazioni, titoli, ampollosit lessicali. Per la parola donna dispone di una dozzina di nomi a seconda della casta e del rango, laddove noi rudi Tedeschi in questo caso, per esempio, siamo costretti a mutuare vocaboli dai nostri vicini. A seconda della casta e del rango, il tu e il voi si rendono in otto diverse maniere, e questo vale per l'operaio come per il cortigiano: la farragine la forma stessa della lingua. In Siam ci sono otto diversi modi per dire io e noi, a seconda che il padrone parli al servo o il servo al padrone. La lingua degli aborigeni dei Caraibi pu dirsi sdoppiata: quella delle donne e quella degli uomini, e son chiamate in due modi diversi anche le cose pi comuni, come letto, luna, sole, arco: si immagini che profluvio di sinonimi. E, tuttavia, queste stesse popolazioni caraibiche hanno per i colori solo quattro vocaboli, ai quali devono rapportare tutti gli altri: quale penuria! Gli Uroni hanno sempre un doppio verbo per le cose animate o inanimate, cosicch vedere nelle locuzioni vedere una pietra e vedere un uomo si esprime in due maniere diverse; si ripeta ci per tutto quanto esiste in natura e si consideri quale abbondanza ne scaturisce. Servirsi dei propri beni e servirsi dei beni del proprio interlocutore si esprime sempre con due diversi vocaboli: una vera e propria ricchezza! Nel principale idioma peruviano, i due sessi si distinguono in maniera cos insolita che la sorella del fratello e la sorella della sorella si chiamano in modo affatto diverso, e cos il figlio del padre e il figlio della madre: eppure, proprio in quella lingua manca un vero plurale. Ognuna di queste sinonimie la diretta conseguenza del carattere, dei costumi, dell'origine di un popolo: dappertutto, comunque, si individua lo spirito inventivo dell'uomo.

> Ancora un nuovo canone: IV. Cos come l'anima umana non ha memoria di alcuna astrazione proveniente dal regno degli spiriti, a cui essa non sia arrivata grazie a occasioni e a stimoli forniti dai sensi cos nessuna lingua possiede termini astratti ai quali non sia pervenuta grazie al suono e alla sensibilit tattile. . E quanto pi originaria la lingua, tante meno sono le astrazioni, tanti pi i sentimenti. In questo campo sconfinato devo, ancora una volta, limitarmi a un florilegio. La struttura stessa delle lingue orientali dimostra che tutti i loro termini astratti provengono da esperienze concrete: lo spirito era vento, soffio, tempesta notturna; sacro significava separato, solitario; l'anima si chiamava respiro; l'ira il fremere delle narici e cos di seguito. I concetti pi generali, perci, furono adattati alla lingua solo successivamente usando l'astrazione, l'ingegno, la fantasia, la comparazione, l'analogia ecc., ma nessuno di essi giace nel grembo pi profondo della lingua. Presso tutti i popoli primitivi, a misura della loro cultura, avviene la stessa cosa. Nell'idioma di Barantola" non si potuta trovare la parola sacro, n la parola spirito in quello degli Ottentotti. Missionari di tutte le parti del mondo lamentano la difficolt di trasmettere agli indigeni i concetti cristiani nelle lingue locali, eppure i loro messaggi certo non sono mai dogmi scolastici, ma soltanto concetti comuni alla portata di ogni intelligenza. Basta leggere a caso in traduzione qualche saggio della predicazione fra gli indigeni, anche nelle sole lingue europee incolte come il lappone, il finnico, Festone, e consultare grammatiche e lessici di queste popolazioni per rendersi conto delle difficolt. E chi non crede ai missionari legga i filosofi. De la Condamine in Per e sul Rio delle Amazzoni, Maupertuis in Lapponia" e cos via. Tempo, durata, spazio, sostanza, materia, corpo, virt, giustizia, libert riconoscenza: sono,

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fado blleonsone del Iseguaggio

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queste, parole che non esistono sulle labbra dei Peruviani laddove, proprio con la loro intelligenza, essi rivelano spesso di ragionare secondo tali concetti e con le loro azioni attestano di possedere quelle virt. Fintanto che non riusciranno a rendere distinta l'idea tacendone un contrassegno, nemmeno avranno la relativa parola.

Il momento dell'introduzione di tali parole nella lingua svela la loro origine. Il linguaggio ecclesiastico della nazione russa essenzialmente greco; i concetti cristiani dei Lettoni sono vocaboli tedeschi o concetti mutuati dal tedesco. Il Messicano che voglia rappresentare la sua idea del povero peccatore lo dipinge genuflesso nell'atto di confessarsi, quella della Trinit come tre volti raggianti. Sono note le vie per le quali la maggior parte delle astrazioni penetrata nel nostro linguaggio scientifico, nella teologia, nella giurisprudenza, nella filosofia e in altre discipline. E noto quanto spesso filosofi scolastici e polemisti non disponessero per le loro dispute nemmeno dei vocaboli nella propria lingua e fossero, quindi, costretti a prendere a prestito l'arma della contesa (ipostasi e sostanza, ttooatos e tit.totobatos) n da quelle lingue nelle quali quei concetti erano gi astratti e quell'arma ben affilata. Tutta la nostra psicologia, sebbene perfezionata e definita, non ha nemmeno un termine specifico. E questo tanto vero che perfino entusiasti' e mistici non sanno distinguere i loro nuovi arcani naturali, celesti e infernali se non per mezzo di immagini e rappresentazioni sensuose. Swedenborg non seppe presentire tutti i suoi angeli e spiriti se non ricorrendo ai cinque sensi; il sublime Klopstock, che ne impersona l'antitesi pi notevole, costru il cielo e la terra servendosi soltanto di materiali concreti"! Il negro ha sentore dei suoi dei che fa calare dalla cima degli alberi, e il Chingulese' arriva a percepire il suo demonio a furia di ascoltare il crepitio dei boschi. Ho ripercorso lentamente alcuni di questi iirocessi di astra.... ziorrq presso popoli diversi, in lingue diverse, e mi sono

reso conto di singOlarissimi stratagemmi ,inventivi dello spirito umano. un argomento fin troppo vasto, ma il principio sempre lo stesso. Quando il primitivo attribuisce a qualcosa uno spirito, indispensabile che esista l'oggetto concreto dal quale egli lo possa, per astrazione, ricavare. L'astrazione ha, per, modi, gradi e metodi propri assai eterogenei. L'esempio pi comune del fatto che nessuna nazione ha, nel proprio idioma, pi vocaboli o vocaboli diversi da quelli che riuscita ad astrarre, costituito dai numeri, astrazioni indubbiamente molto semplici. La maggioranza dei primitivi, per ricchi, nobili ed evoluti che siano i loro idiomi, ne ha pochissimi, mai pi di quanti gliene occorrano. I Fenici, essendo dediti al commercio, inventarono per primi l'aritmetica; il pastore, nel riscontrare il numero delle pecore, impara anche a contare; i popoli cacciatori, mai avendo commerci numerosi, non sanno definire numericamente un esercito se non paragonandolo ai capelli del capo: chi mai pu contarli e chi, se non ha mai contato fino a quel punto, avr i vocaboli corrispondenti? Come si pu, dunque, distogliere lo sguardo da tutte queste tracce di uno spirito irrequieto che forgia il linguaggio e cercare l'origine di questo fra le nuvole? C' forse la testimonianza di una sola parola che solo un dio potrebbe avere inventato? Esiste, in una qualsiasi lingua, anche un solo concetto puro generale che sia calato all'uomo dal cielo? o ne esiste se non altro la possibilit*? Centomila, invece, sono le ragioni, le analogie, le prove della genesi del linguaggio nell'anima umana, in armonia con i sensi e i modi di vedere dell'uomo, e altrettante le prove del progresso parallelo di linguaggio e ragione e dell'evolversi dell'una in forza dell'altro, fra tutti i popoli, a tutte le latitudini e in
* La migliore tranazione che conosco sull'argomento di uno studioso inglese: Things divine and supematural concemed by analogy with tbngs nata raf and buman, Lond. 1755- By the author of Me procedure, exteet and lintits
af human undentandmg9,

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tutte le circostanze. Quale orecchio sar cos duro da non intendere questa voce universale delle nazioni? Eppure Vedo con stupore che SilBmilch si incontra di nuovo con me e rintraccia un ordine divino su quella stessa strada dove io lo scopro umano per eccellenza*. Il fatto che fino a oggi non sia stata scoperta nemmeno una lingua del tutto inadeguata alle arti e alle scienze prova soltanto come nessuna lingua sia bestiale e tutte, invece, umane. Non avere mai scoperto un uomo del tutto negato per le arti e per le scienze sarebbe un fatto degno di meraviglia e non invece il pi ovvio, giacch si tratta di un uomo? Tutti i missionari sono riusciti a conversare con le popolazioni pi selvagge e a convincerle cosa che non poteva avvenire senza l'ausilio di argomentazioni conclusive e di principi: dunque, i loro idiomi dovevano contenere termini abstracti ecc.. Quand'anche fosse, si tratterebbe di un disegno divino? O non piuttosto di umanissima cosa: ricavare per astrazione le parole quando servivano? Chiediamoci quale popolo abbia mai avuto nel suo linguaggio anche una sola astrazione che non fosse propria conquista, e se simili conquiste siano poi egualmente numerose presso tutte le popolazioni; chiediamoci se i missionari potessero dappertutto esprimersi con la stessa facilit, o se non piuttosto vero il contrario, come riportano da tutte le parti del mondo. Per esprimersi, allora, essi dovettero adattare i nuovi contenuti alla lingua piegandoli ai procedimenti analogici di questa, n si pu sostenere che ci avvenisse dappertutto alla stessa maniera. E, questo, un fatto sul quale ci sarebbe moltissimo da dire, per arrivare a una conclusione assolutamente opposta. Proprio perch la ragione umana non pu esistere senza astrazione, e nessuna astrazione si compie senza il linguaggio, anche il linguaggio di ogni popolo deve necessariamente contenere astrazioni, vale a dire deve essere un calco di quella ragione della quale stato strumento. Ma cos come ogni lingua contiene soltanto quelle astrazioni

che il popolo ha saputo produrre e nemmeno una che sia stata prodotta al di fuori dei sensi, come la sua originaria espressione concreta dimostra, cos un ordine divino non ravvisabile, se non nel fatto che il linguaggio assolutamente umano. V. Finalmente: Ogni grammatica altro non essendo che una filosofia del linguaggio e un metodo dell'uso di esso, quanto pi primitiva una lingua, tanto meno grammatica dovr avere, e la lingua primigenia sar semplicemente il predetto vocabolario della natura. Estrapolo alcuni di questi sviluppi graduali. Declinazione e coniugazione non sono altro che schemi e regolamenti circa l'uso di nomi e verbi a seconda del numero, del tempo, del modo e della persona. Quindi, quanto pi una lingua rozza, tanto pi essa sar anomala rispetto a queste norme, e ogni suo passo rifletter il corso dell'umana ragione. Prima di affinarsi con l'uso essa semplice nomenclatura. Come in ogni lingua i verba esistono prima dei nomina ricavati da essi per astrazione, cos in origine si sono date tante pi coniugazioni quanto minore era la capacit di subordinare i concetti. Moltissime ne hanno gli Orientali, ma di fatto non ne hanno nessuna, tanti continuano a essere i trapianti e i radicali cambiamenti di verbi da una coniugazione all'altra. La cosa perfettamente naturale. Nulla interessa e, almeno linguisticamente, tocca tanto l'uomo quanto ci che deve raccontare: fatti, azioni, circostanze. Ecco dunque che in origine dovette accumularsi una tal copia di fatti e avvenimenti che quasi per ogni situazione nuova si form un nuovo verbo Nella lingua degli Urani tutto si coniuga. Un'arte rimasta impenetrabile consente di distinguere in essa fra verbi, sostantivi, pronomi e avverbi. I verbi semplici hanno una doppia coniugazione, una intrinseca ed una in relazione ad altre cose. Le terze persone hanno i due generi. Per quanto riguarda i tempora, vi si rintracciano le stesse sottili sfumature osservabili, per

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SIIPZIO s

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esempio, nel greco. Gi solo a voler fare il resoconto di un viaggio ci si deve esprimere in un modo diverso, a seconda che sia stato fatto per mare o per terra. Gli attiva si moltiplicano per tutti gli oggetti che subiscono l'azione; il vocabolo "mangiare" varia a seconda della cosa che si mangia; l'azione di una cosa animata si esprime diversamente da quella di una cosa inanimata; servirsi dei propri beni o di quelli dell'interlocutore d luogo a due espressioni distinte, e cos via. Si consideri questa miriade di verbi, modi, tempi, persone, stati, generi ecc. e quale sforzo e abilit richieda una loro classificazione almeno approssimativa per ricavare da quel che era tutto vocabolario una sia pur rudimentale grammatica! La grammatica dell'idioma brasiliano dei Topinamba compilata da padre Lery" presenta esattamente lo stesso quadro. E, infatti, se il primo vocabolario dell'animo umano era stata da vivente epopeaclella natura attiva e risanante, la prima grammatica non fu quasi altro che il tentativo jilosi1 s ico . di trasformare quota epopea in unalstoria pi sistematica.Essa si affatic dunque su mille verbi, lavorand in un caos che riserva inesauribile per la poesia e, una volta ordinato, preziosissimo per la determinazione della storia non sar utilizzabile che tardissimo per assiomi e dimostrazioni. 3. La parola che immediatamente seguiva il suono della natura, imitandolo, seguiva qualcosa di gi passato: i preteriti sono dunque le radici dei verbi, ma preteriti che sembrano valere ancora per il presente. Il fatto, a priori, strano e inspiegabile, considerato che il presente dovrebbe essere il primo tempo, come del resto diventato in tutte le lingue pi tarde; ma, stando alla storia dell'invenzione del linguaggio, non poteva essere diversamente. Il_presente lo si indica, il passato bisogna invece narrarlo. Ora, poich lo si poteva narrare in tanti modi e, inizialmente, spinti dal bisogno di trovar parole, si era costretti a farlo in molteplici maniere, cos in tutte le lingue arcaiche si formarono tanti preteriti, ma un solo presente o addirittura nessuno:

fatto, questo, di cui nelle et culte molto si giovata l'arte poetica e la storia, ben poco invece la filosofia, nemica di ogni riserva che risulti d'intralcio. E qui, di nuovo, Uroni, Brasiliani, popoli orientali e Greci sono alla pari: dappertutto orme dello spirito umano in marcia. Tutte le lingue filosofiche moderne hanno modificato pi sottilmente il nome e meno, ma pi metodicamente, il verbo. Il linguaggio, infatti, crescendo diventava sempre !, pi contemplazione distaccata delle cose esistenti o esistite, invece di rimanere un miscuglio informe e instabile di ci che presumubilmente era stato. Ci si avvezz a esporre le cose nella loro successione e, dunque, a determinarle col numero, l'articolo, il caso ecc I primi inventori volevano dire tutto simultaneamente: non soltanto il fatto, ma anche il suo autore, il dove e il quando, il come era accaduto. Nei nomi, quindi, introducevano subito lo stato; in ogni persona del verbo anche il genere; subito si poteva distinguere grazie a preformativi e afformativi, affissi e suffissi il verbo dall'avverbio, il verbo dal nome; e tutto fin per mescolarsi. Col volger del tempo, distinzioni ed enumerazioni aumentarono: dalle aspirate derivarono gli articoli, dai suffissi le persone, dai prefissi i modi e gli avverbi. Le parti del discorso si smembrarono: gradualmente si formava ora la grammatica. Cos, questa tecnica del discorso, questa filosofia del linguaggio si venuta configurando soltanto lentamente, passo a passo, nel volgere dei secoli e dei tempi. E la prima mente che ha pensato a una vera filosofia della grammatica, alla tecnica del discorso, prima deve senz'altro aver rimeditato la storia di essa attraverso genti e fasi successive. Se solamente fossimo in possesso di una tale storia: con tutti i suoi progressi, i suoi scarti, essa costituirebbe una mappa dell'umanit del linguaggio! Ma come ha potuto sussistere una lingua affatto priva
" Nella sua ipotesi, Rousseau ha intuito questa principio che io qui preciso e dimostro".

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di grammatica? Un grossolano amalgama di immagini e sensazioni, prive di rapporto e determinazione? A garantire questi ultimi bastava la lingua viva. Allora era la grande armonia dei gesti a dare, per cos dire, ritmo al discorso, a indicare a quale sfera era destinato; mentre la grande ricchezza di determinazioni insita nello stesso lessico sostituiva la tecnica grammaticale. Si osservi l'antica scrittura dei Messicani: essi dipingono una quantit di figure singole e, nel caso di idee che non cadano sotto i sensi, hanno convenuto di usare certe linee il cui nesso con il resto affidato all'universo da cui l'idea proviene e dal quale viene divinata. Quest'arte mantica, arte del divinare un contesto da singoli indizi, ormai, purtroppo, sanno esercitarla appieno solo alcuni individui sordi e muti. Qualora, invece, essa faccia parte integrante della lingua, e come lingua venga appresa dall'adolescenza in poi; qualora, con una tradizione di generazioni, sia diventata sempre pi semplice e sicura, non vi scorgo nulla di incomprensibile. Ma col semplificarsi essa va declinando sempre pi, mentre la grammatica aumenta: questo il graduale percorso dello spirito umano. Ne abbiamo testimonianza, fra l'altro, nelle notizie di la Loubre sulla lingua siamese, ancora cos simile nel modo di coordinare a quelle orientali, specialmente prima che, mediante una cultura successiva, in essa entrasse una pi solida sintassi. Il Siamese vuole dire se fossi in Siam sarei felice e dice: se io essere citt Siam, io molto bene cuore; vuole recitare il Padre Nostro ed costretto a dire: Padre a noi essere cielo, nome di Dio voler santificare in ogni luogo ecc.. Un modo di esprimersi orientale e arcaico, organizzato esattamente come una pittografia messicana o come il balbettio in lingua straniera di un principiante. G. A questo punto devo ancora chiarire una particolarit che anche nell'ordinamento divino teorizzato da SiiBmilch vedo fraintesa, vale a dire la molteplicit dei significati di un vocabolo a seconda di piccole modifiche di articolazio-

ne, artificio, questo, che si ritrova presso quasi tutti i primitivi e che, infatti, citano fra gli altri Garcilaso de Vega per i Peruviani, Condamine per i Brasiliani, la Loubre per i Siamesi, Resnel" per i Nordamericani. Lo si ritrova ugualmente nelle lingue antiche, per esempio nella cinese e nelle orientali, massimamente in quella ebraica dove un suono impercettibile, un accento, un'aspirazione pu modificare l'intero significato. Eppure, in questo stratagemma non vedo altro che qualcosa di molto umano: la penuria accoppiata alla convenienza degli inventori i quali, quando avevano bisogno di un nuovo termine, per non stare a lambiccarsi inutilmente il cervello, ne prendevano uno affine modificandolo forse appena con un'aspirazione. Si trattava di una legge del minimo dispendio" che inizialmente, dato l'intessersi dei loro sentimenti, per essi risultava naturalissima e, data la loro pronunzia pi marcata, anche piuttosto comoda. Per uno straniero, invece, che non vi abbia fatto l'orecchio fin dalla giovinezza e al quale, adesso, questa lingua venga quasi sibilata flemmaticamente a mezza bocca, quella legge del minimo dispendio e della necessit rende il discorso inafferrabile e impronunciabile. Quanto pi sar una sana grammatica a governare le lingue, tanto meno sar necessaria tanta parsimonia. Anche questo, allora, tutt'altro che un sintomo dell'inventiva divina, visto che l'inventore doveva cavarsela davvero piuttosto male per ricorrere a simili espedienti. 7. Il progredire del linguaggio grazie alla ragione e della ragione grazie al linguaggio risulta infine pi evidente che mai quando quest'ultimo abbia gi fatto qualche passo avanti: quando, cio, gi esistano in esso opere d'arte quali i poemi; quando la scrittura sia ormai inventata; quando, uno dopo l'altro, si siano formati i diversi stili letterari. A questo punto non si pu pi muovere un passo, coniare una nuova parola, mettere in circolazione un'altra forma ben riuscita che non rechino l'impronta dell'anima umana. Allora, attraverso i componimenti poetici, nella lingua han-

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no accesso la metrica, la scelta dei vocaboli e delle coloriture pi efficaci, la simmetria e l'estrosit delle immagini; attraverso la storia, la distinzione fra i tempi, l'esattezza dell'espressione e, finalmente, attraverso l'oratoria, vi entra la piena rotondit del periodo. Ora, siccome prima di ciascuno di questi apporti nulla di simile esisteva nella lingua, ma tutto vi fu immesso e fu possibile immettervi attraverso l'anima umana, dove si vorranno porre i limiti di questa feconda produzione? A che punto si dir che di h, e non prima, l'anima dell'uomo ha cominciato a operare? Se ha saputo ideare le cose pi raffinate e pi, difficili, perch mai non quelle pi facili? Se ha saputo portare le cose a compimento, perch non avrebbe saputo sperimentare, dare inizio? E quale altro mai fu l'avvio se non la produzione di una singola parola quale segno della ragione? E questo, nel suo intimo, l'anima ha dovuto farlo, ancorch cieca e muta, come vero che possedeva la ragione. Con quel che ho detto presumo di aver dimostrato che l'invenzione del linguaggio umano possibile muovendo dall'interno (l'anima umana) e dall'esterno, l'organizzazione dell'uomo e l'analogia fra tutte le lingue e tutti i popoli (analogia esistente sia nelle parti componenti il discorso, sia in tutto il grandioso procedere del linguaggio di pari passo con la ragione). Presumo di averlo dimostrato a tal punto che chiunque non neghi all'uomo la ragione o, il che equivale, almeno sappia cosa essa sia; chiunque, inoltre, abbia atteso allo studio filosofico degli elementi linguistici; infine, chiunque abbia considerato con occhio osservatore indole e storia delle lingue esistenti sulla terra non potr pi dubitare di questa possibilit nemmeno per un attimo, anche se non aggiungo altre parole. La genesi del linguaggio nell'anima umana ha l'evidenza apodittica di qualunque argomentazione filosofica e l'analogia esterna esistente fra tutte le epoche, le genti e i linguaggi ha un grado di probabilit equivalente a quello del fatto storico pi certo.

Intanto per prevenire definitivamente tutte le obiezioni e perch la tesi risulti anche all'esterno accertata quanto pu esserlo una verit filosofica mi sia concesso dimostrare ancora, con le circostanze esterne e con tutta l'analogia della natura umana, come l'uomo abbia dovuto inventarsi il proprio linguaggio e quali siano state k condizioni perch potesse inventarlo pi agevolmente.

SECONDA PARTE

Qual stato per l'uomo il modo pi agevole per potersi e doversi inventare il linguaggio?

La natura non dilapida le sue forze. Se essa, dunque, non solo ha dato all'uomo la capacit di inventare il linguaggio, ma di questa capacit addirittura ha fatto il suo carattere ontologico distintivo e la molla del suo orientamento dominante, tale forza non poteva sortirle di mano altro che viva e non poteva essere applicata altro che alla sfera in cui era destinata a operare. Ma consideriamo pi attentamente alcune circostanze e sollecitazioni che, non appena l'uomo comparve sulla terra con l'immediata predisposizione a forgiarsi un linguaggio, al linguaggio lo indussero. Poich tali sollecitazioni sono parecchie, le classifico sotto determinate leggi fondamentali della natura e della specie umana.

' Prima legge di natura: L'uomo un essere liberamente pensante e attivo, le cui forze agiscono in continua progressione; perci una creatura fatta per il linguaggio. A considerarlo come animale nudo e privo di istinti, l'uomo la pi misera delle creature. Manca in lui qualunque oscuro impulso ingenito che lo attiri nel suo elemento e nella sua sfera d'azione, che lo induca a sostentarsi e a lavorare. Mancano in lui l'odorato e il fiuto per trascinarlo verso le piante che potrebbero appagare la sua fame, come gli manca un maestro che in modo cieco e meccanico costruisca per lui un nido. Debole e soccombente, esposto alla furia degli elementi, alla fame, a tutti i pericoli, agli ar-

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del linguaggio

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tigli delle bestie pi forti, a una morte dai mille volti, eccolo: tutto solo, privo dell'insegnamento diretto della sua genitrice, della guida sicura della sua mano, smarrito, dunque, in tutti i sensi. Eppure, per quanto efficacemente dipinto, questo non il vero ritratto dell'uomo, ma soltanto un suo aspetto superficiale, per giunta posto sotto falsa luce. Se intelletto e sensatezza sono dote naturale della sua specie, tale dote deve essersi estrinsecata non appena si manifest quanto fosse debole la sua facolt sensitiva e quanto fossero penose le sue deficienze. La stessa povera creatura priva di istinti che dalle mani della natura usciva cos sprovveduta era pure, fin dal primo istante, la creatura autonoma e intelligente che doveva destreggiarsi da sola, come meglio poteva. Tutte le carenze e i bisogni che aveva come animale costituirono altrettanti pressanti motivi per mostrarsi con tutte le sue energie come uomo. N queste energie umane erano soltanto pallidi surrogati di ben maggiori perfezioni animali a lui negate, come pretende una certa nuova filosofia grande patrona degli animali, ma invece, senza possibilit di confronto, senza alcuna vera valutazione comparativa, erano la sua stessa natura! Il suo centro di gravit, l'orientamento dominante delle sue operazioni psichiche coincideva, dunque, con questa intelligenza, con questa sensatezza umana, come per l'ape coincide con le azioni del suggere e del costruire. Se ormai provato che nemmeno la minima azione dell'intelletto poteva darsi senza un vocabolo distintivo, vuol dire che l'attimo stesso in cui sorse la coscienza segn la comparsa interiore del linguaggio. Gli si lasci tempo a volont per questo primo distinto atto di coscienza. Alla maniera di Buffon, ma con un atteggiamento pi filosofico del suo, si conceda a questa creatura appena fatta di concentrarsi a grado a grado: non si dimentichi, tuttavia, che fin dal primo momento non si destato all'universo un bruto, bens un uomo; una crea-

tura, seppure non ancora dotata di coscienza, di certo gi capace di sensatezza, e non un grosso automa goffo e pesante che dovrebbe muoversi ma non pu perch impacciato dalle membra rigide, dovrebbe vedere, ascoltare, assaporare, ma nulla pu di tutto questo per gli umori stagnanti negli occhi, l'orecchio indurito, la lingua pietrificata. Chi avanza dubbi di tal natura dovrebbe invece considerare che quest'uomo uscito non dalla caverna di Platone', non da un tetro carcere dove fin dal primo attimo di vita e per anni e anni abbia languito al buio e nell'immobilit, cieco con gli occhi aperti, storpio con le membra sane. Invece uscito dalle mani della natura nel pieno vigore delle sue energie vitali, gi con la predisposizione ideale, fin dal primo istante, a svilupparsi. Ai primi Momenti di concentrazione deve, indubbiamente, aver presieduto la provvidenza creatrice, ma non certo compito della filosofia spiegare l'elemento miracoloso di tali momenti, come del resto essa non pu spiegare la stessa creazione dell'uomo. La filosofia lo accoglie nella prima fase della sua libera attivit, nel primo pieno sentimento della propria vigoria e, dunque, spiega quei momenti soltanto sul piano umano. Posso ora riprendere il discorso precedente. Poich in questo caso non si verifica alcuna scissione metafisica fra i sensi, poich tutta la macchina che sente e, subito, dall'oscura sensibilit tattile laboriosamente risale alla coscienza, poich questo momento, la percezione del primo inconfondibile carattere distintivo, interessa proprio l'udito, senso mediano fra la vista e il tatto, allora: la genesi del linguaggio risulta un impulso interiore analogo all'impulso alla nascita dell'embrione nell'istante in cui maturo. Tutta la natura attacca l'uomo per liberarne le forze e i sensi fino a farne un essere umano. E come da questa situazione prende le mosse il linguaggio, cos: tutta la concatenazione delle situazioni nell'anima umana tale che ognuna di esse perfeziona il linguaggio.

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Questa grande legge dell'ordine naturale intendo, ora, illustrarla. Gli animali collegano i loro pensieri in maniera oscura o chiara, mai per distinta. Indubbiamente, le specie all'uomo pi vicine per tipo di vita e struttura nervosa, come gli animali di campagna, dimostrano spesso una grande memoria, una grande capacit di ricordare, talora anche pi tenace di quella dell'uomo. Tuttavia, si tratta pur sempre di una memoria organica, e nessun animale ha mai dimostrato questa memoria mediante un atto che gli abbia consentito di migliorare la propria condizione a vantaggio di tutta la sua specie e di generalizzare le proprie esperienze per poterle utilizzare in seguito. Il cane senz'altro in grado di riconoscere i gesti di chi lo ha battuto, la volpe capace di evitare il luogo insidioso della trappola, ma nessuno dei due sa trarre da ci una considerazione generale su come schivare per sempre quei gesti minacciosi e l'astuzia dei cacciatori. Essi, dunque, sono rimasti legati al singolo caso concreto e la loro memoria diventata una sequela di simili casi concreti che si producono e riproducono, mai per coordinati dalla riflessione. Resta una variet di casi nei quali non si ravvisa alcuna unit, un sogno fatto di immagini molto concrete, nitide e vivaci, alle quali, manca per il fondamentale principio ordinatore proprio della lucida veglia. Certo, una gran diversit tra tali generi e specie animali permane. Quanto pi la sfera ristretta, quanto pi sensi e impulsi sono forti, quanto pi omogenea la capacit tecnica e l'attivit richiesta dalla sopravvivenza, tanto meno risulta apprezzablie, almeno per parte nostra, l'impercettibile avanzamento dovuto all'esperienza. Nella sua infanzia l'ape costruisce come quando ormai vecchia, e alla fine dei tempi costruir come all'alba della creazione. Creature siffatte sono sprazzi isolati, vivide scintille della fulgida perfezione divina che tuttavia brillano sporadicamente. La volpe pi esperta, invece, gi si distingue netta-

mente nella caccia da quella alle prime armi. Conosce in anticipo molti tranelli e si studia di eluderli; ma da che cosa li riconosce e come cerca di eluderli? Proprio con l'esperienza diretta fatta in precedenza e perch da tale esperienza immediatamente scaturita la norma per l'azione stessa. In nessun caso mai opera la lucida riflessione, tant' vero che le volpi pi scaltre continuano ancor oggi a esser prese in trappola come fu presa la prima volpe dal primo cacciatore. E innegabile che nell'uomo una diversa legge naturale governa la successione delle idee: la sensatezza ed essa governa persino nello stadio pi sensuoso, sebbene in modo meno rilevante. Creatura all'oscuro di tutto quanto viene al mondo, l'uomo diventa subito un alunno della natura diverso da ogni altro animale. Non soltanto ogni giornata ammaestra la successiva, ma ogni singolo minuto quello seguente, ogni pensiero un altro ancora. Essenziale, per la sua anima, l'accorgimento di non apprendere nulla solo per il momento presente, ma di disporre invece tutto in linea con le acquisizioni precedenti oppure in vista di quelle che intende connettervi in futuro. Essa, dunque, calcola la riserva accumulata o che pensa di accumulare, diventando cos una costante energia accumulatrice. Una tale catena prosegue fino alla morte: mai, per cos dire, l'uomo compiuto, ma sempre in corso di sviluppo, di progresso, di perfezionamento. Un'attivit assume spicco in virt dell'altra una si fonda sull'altra, una si dispiega dall'altra. Si avvicendano epoche ed et che noi denominiamo unicamente in base al loro grado di rilevanza e che, tuttavia, poich l'uomo non percepisce mai il modo in cui cresce ma soltanto il modo in cui cresciuto, si possono suddividere nell'infinitesimale. Noi, per quanto vecchi possiamo essere, stiamo sempre uscendo da una infanzia, siamo sempre in cammino, inquieti, insoddisfatti: essenziale nella nostra vita non mai l'appagamento, ma la progressione continua, e non saremo mai stati uomini se prima non avremo vissuto fino alla fine, laddove l'ape ape gi quando costruisce la sua prima cella.

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Questa legge del perfezionamento, della progressione mediante la sensatezza, certo non ha operato in tutti i tempi con la stessa incisivit, ma non si obietter che quel che meno evidente nemmeno esista! Nel sognare, nel fantasticare, l'uomo non pensa con l'ordine e la lucidit della veglia e nondimeno continua a pensare come uomo, sia pure in una situazione intermedia, mai per come un vero bruto. Nella persona normale i sogni devono connettersi secondo - una regola, proprio come i pensieri della veglia, soltanto che non potr essere la stessa regola, ovvero non potr avere un effetto altrettanto univoco. Anche queste eccezioni, dunque, provano la validit della legge fondamentale, la quale , poi, ulteriormente confermata dalle malattie conclamate e dagli stati patologici come i deliqui, gli accessi di follia e simili. Non ogni operazione dell'anima immediata conseguenza della coscienza, tutte per lo sono della sensatezza, e nessuna potrebbe manifestarsi, cos come adesso accade nell'uomo, se l'uomo non fosse uomo e non pensasse secondo i dettami di una tale legge naturale. Se dunque vero che il primo stato di coscienza dell'uomo non si potuto realizzare senza la parola dell'anima, altrettanto vero che in lui tutti gli stati di sensatezza diventeranno linguistici e la concatenazione di pensieri diventer una concatenazione di parole. Non intendo dire con questo che l'uomo potrebbe tradurre in parole ogni pi oscura sensazione della coscienza, o provarla solamente per mezzo delle parole. Affermare ci sarebbe assurdo, dal momento che stato dimostrato proprio il contrario. Ci che si sente solo oscuramente non per noi traducibile in parola, giacch non traducibile in chiaro contrassegno. La base dell'umanit dunque, se parliamo di linguaggio volontario, resta inesprimibile. Ma la base non rappresenta certo l'intera figura, n il piedistallo l'intera statua. E l'uomo forse, per sua natura, soltanto un'ostrica dai sensi ottusi? E allora, seguiamo tutto il filo

dei suoi pensieri: poich egli intessuto di sensatezza; poich in lui non si scorge alcuna situazione che, considerata globalmente, non sia essa stessa coscienza o almeno non possa essere spiegata al lume della coscienza; poich in lui ',non predomina la sensibilit tattile, anzi il fulcro della sua natura coincide con i sensi pi nobili della vista e dell'udito che incessantemente gli forniscono parole, se ne deduce che, considerando la cosa globalmente, non esiste stato dell'anima umana che non sia suscettibile di parole o che effettivamente non venga definito mediante parole dell'anima. Solo un fanatico ottenebrato, solo un bruto solo un visionario fuori dal mondo o una monade delirante potrebbero pensare assolutamente senza parole. E nell'anima umana, come noi stessi constatiamo nei sogni o nei casi di pazzia, simili stati non sono possibili. Per quanto suoni paradossale, pure la verit: l'uomo sente con l'intelletto e parla in quanto pensa. Siccome, poi, egli continua sempre a pensare cos e, come abbiamo visto, nella quiete coordina ogni pensiero al precedente e al successivo, inevitabile che ogni stato, cos concatenato mediante la riflessione, lo induca a pensare meglio e insieme a parlare meglio. Concedetegli l'uso incondizionato dei sensi: poich il fulcro di tale uso coincide con la vista e l'udito perch la prima gli d il contrassegno e il secondo il suono per quel contrassegno l'uso sempre pi spedito e sapiente di questi sensi perfezioner il suo linguaggio. Concedetegli l'uso incondizionato delle sue energie psichiche: poich il fulcro del loro uso coincide con la sensatezza, e quindi include il linguaggio, l'uso sempre pi spedito e sapiente della sensatezza arricchir il suo linguaggio. Di conseguenza, per l'uomo lo sviluppo del linguaggio diventa naturale quanto la sua stessa natura. Chi pu conoscere, allora, la vera portata delle forze dell'anima umana, soprattutto quando si dispiegano nel massimo sforzo contro avversit e pericoli? Chi pu vagliare l'alto grado di perfezione che essa pu raggiungere attraverso

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un costante avanzamento, profondamente complesso e multiforme? Dal momento che tutto si riversa nel linguaggio, gi considerevole quel che anche un solo individuo deve tesaurizzare per la lingua! Se perfino la creatura cieca e muta nella sua isola deserta si era vista costretta a crearsi uno sparuto vocabolario, quanto pi dovr accumulare l'uomo, discepolo dei sensi tutti e dell'universo intero! Che cosa deve mangiare? Sensi, fiuto, intuito per le erbe buone o repulsione per quelle nocive la natura a lui non li ha concessi. Perci deve provare, assaggiare e, come fanno gli Europei in America, imparare dalle bestie ci che commestibile: in tal modo, dunque, raduner le caratteristiche delle erbe e con esse le parole. Non ha la forza sufficiente per affrontare il leone: se ne stia dunque alla larga da esso, lo distingua a distanza dal ruggito e, per poterlo evitare con la prudenza propria dell'uomo, impari a riconoscerlo immediatamente come centinaia di altri animali pericolosi e impari, dunque, a denominarli. In tal modo, acquisendo esperienze sempre pi numerose, imparando a conoscere nuove cose sotto vari aspetti, la sua lingua si arricchir sempre pi. Quanto pi spesso egli si imbatte in queste esperienze e ne richiama alla mente i segni distintivi, tanto pi sicura e spedita diventa la sua lingua. Quanto pi egli distingue e classifica, tanto pi essa si fa sistematica. E tutto ci protratto per anni, nel corso di un'esistenza vivace, con incessanti mutamenti, in perpetua lotta contro gli ostacoli e la necessit, con il continuo rinnovarsi degli oggetti: pu forse dirsi di poco momento l'esordio del linguaggio? Eppure, si badi bene, si tratta appena della vita di un singolo uomo! Un individuo muto, d'intendimento pari a quello delle bestie, che non fosse in grado di formulare parole nemmeno nel suo intimo, sarebbe la creatura pi infelice dell'universo, la pi insignificante, la pi derelitta, una vera contraddizione vivente. Pressoch solo in tutto il creato, a nulla legato eppure disponibile a tutto, da nulla protetto e

men che mai da se stesso, l'uomo destinato a soccombere ovvero a dominare su tutto; col disegno di una saggezza di cui nessun altro animale capace, destinato a prendere lucidamente possesso di tutto ovvero a perire. Che tu sia nulla o il re del creato, in virt dell'intelletto! Possa tu andare in rovina o forgiarti il linguaggio! E allora, se in questo vortice stringente di bisogni si raccolgono tutte le energie psichiche, se tutta l'umanit lotta per arrivare ad essere umana, quante cose potranno essere inventate, fatte classificate! Noi, uomini associati, tremiamo al solo pensiero di trovarci in frangenti simili. Guai obiettiamo se per trarsi in salvo da tutto l'uomo dovesse contare sul lento, debole e inadeguato aiuto della ragione o della riflessione; tanto cauta questa nel ponderare, tanto immediati e incombenti sono invece bisogni e pericoli. Per quanto quest'argomento possa senza dubbio essere impreziosito da esempi esso cozza sempre contro un fronte completamente diverso da quello che noi difendiamo. La nostra societ, che ha messo insieme tanti uomini affinch si integrassero con le loro stesse capacit e mansioni, per tenuta a ripartire fin dalla giovinezza le capacit e a dispensare le occasioni perch le une si formino prima delle altre. Accadr allora che per la societ un individuo divenga, per cos dire, tutto algebra, tutto raziocinio, mentre da un altro essa pretender esclusivamente cuore, polso e ardimento; dell'uno si avvale perch, privo di genio, per pieno di zelo; dell'altro perch, geniale in un campo, a nulla vale negli altri. Ogni ruota motrice deve avere un proprio rapporto e una propria posizione, altrimenti non potr formare con le altre l'insieme di un'unica macchina. Questa distribuzione delle energie psichiche, perch tutte le altre vengono sensibilmente soffocate per poter eccellere esclusivamente in una, non va per trasferita alla condizione dell'uomo primitivo. Prendete un filosofo, nato ed educato nella societ civile, il quale abbia esercitato solamente la

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testa a pensare e la mano a scrivere, e, di punto in bianco, estromettetelo completamente da quella protezione e da quei conforti che la societ gli fornisce in cambio dei suoi servizi univoci, in modo che egli, in un paese sconosciuto, provveda a s, lotti contro le fiere e sia in tutto e per tutto il nume tutelare di se stesso. In quale disagio verr a trovarsi, non avendo n energie n sensi adatti o almeno esercitati a tanto! Probabilmente, nei meandri della sua astrazione avr smarrito l'olfatto, la vista, l'udito, il dono della rapida inventiva e, certamente, quella sicurezza, quella prontezza di decisione che si forgia e manifesta soltanto fra i pericoli e che, per non assopirsi, ha bisogno di essere tenuta in costante e rinnovato esercizio. Se poi egli si trova nell'et in cui il flusso vitale delle sue energie spirituali ristagna o comincia a inaridirsi, allora sar assolutamente troppo tardi per pretendere che si adatti a questo ambiente. Ma forse questo il caso in questione? Tutti i tentativi linguistici da me citati assolutamente non erano intesi come tentativi filosofici, n le caratteristiche delle erbe venivano scoperte nell'ordine in cui Linneo le ha classificate'. Quelle prime esperienze non sono i freddi, elucubrati, attenti esperimenti di astrazione che l'ozioso filosofo intraprende per suo conto quando vuole spiare la natura nel suo corso segreto e non pi interessato al fatto che essa operi, bens al modo del suo operare, modo per il quale, appunto, il primo abitante della terra aveva scarsissimo interesse. A costui non bisognava certo stare a dimostrare quali fossero le erbe velenose, o era forse peggiore delle bestie, tanto da non saperle imitare nemmeno in questo? Ed era proprio indispensabile che il leone lo assalisse, per arrivare a temerlo? La sua timidezza, alleata alla sua debolezza, la sua sensatezza, congiunta alla sottigliezza delle sue energie psichiche, non erano forse sufficienti a garantirgli da sole una condizione confortevole, se la natura stessa le aveva ritenute atte all'uopo? E, allora, giacch non abbiamo assolutamente bisogno di un pavido e astratto studioso da tavoli-

no per inventare la lingua, perch il rude uomo di natura, che ancora sente la sua anima e cos il suo corpo come un tutto unico, vale per noi pi di tutte le accademie linguistiche e certo non meno di un erudito, a che pro prendere a modello quest'ultimo'? Oppure vogliamo vicendevolmente buttarci la sabbia negli occhi per poi dimostrare che l'uomo non in grado di vedere? E qui l'avversario da affrontare di bel nuovo Siifimilch, il quale ha impiegato un intero capitolo* per dimostrare che l'uomo non sarebbe mai stato capace di sviluppare il linguaggio, neanche ammesso che lo avesse inventato avvalendosi dell'imitazione. Che inventare il linguaggio mediante la sola imitazione senza l'intervento dell'ani- ' ma umana sia assurdo ormai provato. E se il sostenitore dell'origine divina fosse stato certo in maniera apodittica dell'assurdit di questo fatto, mi rifiuto di credere che avrebbe ammassato contro l'argomento quella mole di ragioni di dubbia validit che ora, prese nel loro insieme, nulla provano contro l'invenzione umana del linguaggio mediante la ragione. Mi impossibile, in questa sede, sottoporre a un'attenta disamina l'intero capitolo, un viluppo inestricabile di postulati arbitrariamente assunti e di assiomi infondati sull'indole della lingua. L'autore, infatti, vi apparirebbe sotto una certa luce, sotto la quale non conviene che appaia. Ne estrapolo perci soltanto quanto basta, vale a dire: il fatto che nelle sue obiezioni completamente misconosciuta la natura di un linguaggio umano e di un'anima umana in continuo sviluppo. Se si ammette che i primi abitanti della terra ammontassero appena a qualche migliaio di famiglie allorch essi, avendo il lume della ragione brillato gi tanto fulgidamente grazie all'uso del linguaggio, ne capirono il valore e poterono, quindi, cominciare a pensare di migliorare questo ma* Cap. 111.

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gnifico strumento, allora...*. Ma nessuno ammette alcunch di queste premesse maggiori. Bisognava aspettare migliaia di generazioni per comprendere il valore del linguaggio? Ma gi il primo uomo, nel formulare il primo pensiero, lo aveva compreso. Bisognava aspettare migliaia di generazioni per arrivare a comprendere l'opportunit di migliorare il linguaggio? Ma gi il primo uomo l'aveva compresa, quando imparando a disporre meglio i primi contrassegni, a rettificarli, distinguerli, organizzarli, migliorava ogni volta immediatamente la lingua, giacch erano cose che imparava ex novo. E in effetti, come avrebbe mai potuto nel corso di mille generazioni il lume dell'intelletto brillare di tale chiarezza grazie al linguaggio, se gi il linguaggio, nel corso di quelle stesse generazioni, non fosse diventato chiaro? Il linguaggio sarebbe, dunque, diventato chiaro senza per migliorare, e, a monte di un processo di miglioramento protrattosi per migliaia di generazioni, sarebbe stata impossibile finanche la spinta iniziale a esso? Questo addirittura contraddittorio! Non bisognerebbe, allora, ritenere assolutamente indispensabile per questo collegio di filosofi e di filologi il sussidio della scrittura?. No! perch questo primo sviluppo naturale, vivo, umano del linguaggio non fu affatto dovuto a un collegio di filosofi e filologi. Non si vede, infatti, quali migliorie potrebbe mai apportare il filosofo o il filologo dalla morta quiete del suo studiolo a una lingua che vive nel pieno del suo vigore. Si deve allora ritenere che tutti i popoli si siano accinti all'opera di riforma del linguaggio nella stessa maniera?. Esattamente tutti alla stessa maniera, perch tutti procedevano da uomini cos che noi qui, fra i rudimenti essenziali del linguaggio, osiamo assumerne esemplarmente uno per tutti. Ma se poi si dovesse considerare un miracolo il fatto

che tutte le lingue abbiano otto partes orationis', ci ritroveremmo di fronte a una falsit e a una conclusione errata. Non vero che fin dall'inizio dei tempi tutte le lingue ne abbiano sempre avute otto, quando invece una sola occhiata critica all'architettura di una lingua rivela che ognuna di queste parti si sviluppata dall'altra. In quelle pi antiche i verbi sono comparsi prima dei nomi e, probabilmente, le interiezioni prima degli stessi verbi regolari; nelle pi recenti, i sostantivi e i verbi si sono formati insieme. Tuttavia, perfino a proposito del greco, Aristotele sostiene che inizialmente i verbi costituivano le uniche parti del discorso dalle quali solo pi tardi, grazie ai grammatici, si svilupparono le altre'. Lo stesso ho letto per la lingua degli Uroni, ed innegabile per quelle orientali. Chiediamoci, piuttosto, quale prova di bravura sia, poi, quell'arbitraria e parzialmente illogica astrazione dei grammatici di dividere il discorso in otto parti, e se si presenti con la stessa regolarit e la stessa impronta divina di una cella d'api. E se anche fosse cos, non perfettamente spiegabile come qualcosa che proviene dall'anima umana e che poi risultata necessaria? Che cosa avrebbe mai dovuto invogliare gli uomini a questo lavoro sommamente ingrato di riforma del linguaggio?. Non trattandosi affatto di un gravoso lavoro di elucubrazione a tavolino, e nemmeno di un'astratta revisione aprioristica, per intraprenderlo non occorrevano di certo quelle sollecitazioni che si presentano soltanto al nostro stadio di societ raffinata. E, a questo punto, devo decisamente abbandonare il mio avversario! Egli ritiene che i primi riformatori dovettero essere delle gran belle menti speculative che certo vedevano molto pi in l e pi a fondo, riguardo al linguaggio e alla sua intima costituzione, di quanto oggi non soglia fare la maggior parte degli studiosi. Egli crede che quegli eruditi si videro dovunque costretti ad ammettere che, essendo imperfetto, il
* Par. 31, 34.

*Pp

81.

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Saggio a ufl origme del linguaggio

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loro linguaggio non soltanto era suscettibile, ma bisognoso di migliorie. Ritiene inoltre che essi dovettero debitamente valutare la finalit del linguaggio* e che la rappresentazione di questo bene da conseguire fin per essere convincente, robusta ed efficace al punto da farne il movente per tale improba e faticosa impresa. Insomma: il nostro filosofo non ha osato muovere nemmeno un passo al di l delle contingenze del nostro tempo. Come pretendeva, da una tale angolazione, di poter scrivere della genesi di una lingua? Vero che, nel nostro secolo, una lingua non avrebbe avuto n possibilit n bisogno di nascere. Eppure, se ormai conosciamo gli uomini appartenenti a epoche, regioni e livelli culturali tanto diversi, questo imponente spettacolo cos mutato non dovrebbe averci insegnato a trarre pi sicure conclusioni sulla prima scena? Non sappiamo, forse, che proprio in quegli angoli della terra dove ancora l'intelligenza men che altrove si calata in una forma elegante, civile, poliedrica, studiata, tuttora i sensi, l'intuizione istintiva, la furbizia, l'impavida intraprendenza, la passionalit, lo spirito inventivo, insomma l'anima umana intatta e indivisa opera con la massima vivacit? E opera con la massima vivacit perch, ancora non ridotta entro norme monotone, vive sempre immersa in un turbinio di bisogni, pericoli, incalzanti necessit, e per questo si sente sempre nuova e integra. E allora, soltanto allora l'anima umana dispiega le forze atte a creare e a sviluppare il linguaggio! Allora essa avr insieme sensi e istinto in grado di avvertire appieno tutta la sonorit e tutti gli altri segnali espressi dalla natura vivente, mentre noi non sappiamo pi farlo, tanto che, quando poi la coscienza ne isola uno fra tutti, sapr anche dargli un nome con una forza interiore che noi non avremmo. Quanto meno le energie psichiche si saranno estrinsecate, quanto meno ciascuna di esse si sar indirizzata verso una sua specifica sfera, tanto pi forte sar la loro efficacia globale, profondo il centro della loro intensit; se per sciogliete questo grosso e resi-

stente fascio di frecce, a una a una potrete spezzarle tutte. Sta di fatto che una sola bacchetta magica non basta certo a compiere il miracolo del linguaggio: certo a inventarlo non basta la sola astrazione, freddo talento dei filosofi. Ma era poi questo il nostro problema? Quel senso della vita non si spingeva, forse, pi in profondit? Del resto, nel costante confluire di tutti i sensi, al centro del quale sempre vigilava il senso interiore, non si presentavano sempre nuovi contrassegni, nuove sistemazioni, nuove visuali, rapide argomentazioni e, quindi, arricchimenti sempre nuovi per il linguaggio? E a tal fine, dunque, a voler prescindere dalle otto parti del discorso, l'anima umana non ricevette forse le ispirazioni pi alte fintanto che, priva ancora di tutti gli incentivi sociali, si procurava da sola ben pi energici incentivi e si addossava tutta l'attivit emotiva e mentale, che per intimo impulso e per esterne esigenze doveva addossarsi? Fu cos che si gener il linguaggio: con lo sviluppo integrale delle umane energie. Resta per me incomprensibile come il nostro secolo possa smarrirsi fra ombre tanto fitte, nelle cupe officine dell'artificio, rifiutandosi di riconoscere, sia pure per una volta, quanto diffusa e pura sia la luce di una natura non reclusa. Le pi alte imprese d'eroismo, che lo spirito umano seppe compiere ed esprimere soltanto nello scontro col mondo vivente, nelle polverose celle della nostra cultura sono diventate esercitazioni scolastiche e i capolavori sommi della poesia e dell'eloquenza umane sono ora giochi puerili in mano a ragazzi ingrigiti e a giovanetti che da essi imparano frasi fatte e piluccano regole. Cogliamo i loro aspetti formali e ne abbiamo perduto lo spirito; impariamo i loro idiomi e pi non sentiamo il fervido mondo dei loro pensieri. Lo stesso accade per i nostri giudizi su quel capolavoro dello spirito umano che la formazione stessa del linguaggio Ecco che la spenta speculazione ci dovrebbe ora insegnare quelle cose che solo muovendo dal vivente affiato dell'universo, dallo spirito della grande, operosa natura, poterono entusiasmare

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saggio 3ullongtne del linguaggio

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l'uomo, spronarlo, educarlo. Ecco che le ottuse e tardive norme dei grammatici dovrebbero diventare la somma divinit da noi venerata, mentre dimentichiamo la natura veramente divina del linguaggio che si andava modellando nel loro cuore assieme allo spirito umano, per quanto indisciplinata essa possa apparire. La formazione linguistica si ritirata all'ombra delle scuole, dalle quali essa non influisce pi sul mondo attivo. Perci si pensa che nemmeno sia mai esistito un mondo luminoso, nel quale i primi artefici di linguaggio dovevano vivere, sentire, creare, comporre. Mi appello al sentimento di coloro che non rinnegano n l'uomo con le sue pi profonde energie, n quanto di forte, di possente e di grande esiste negli idiomi dei selvaggi e nella stessa indole del linguaggio, e perci vado avanti.

Seconda legge di natura: L'uomo una creatura destinata ad aggregarsi e ad associarsi: lo sviluppo del linguaggio . dunque per lui un fatto naturale, essenziale, necessario. La femmina dell'uomo non ha un periodo di estro come le femmine degli animali, e la capacit procreativa del maschio non incontenibile come la loro; in compenso costante. Se dunque cicogne e colombe hanno i loro connubi, mi chiedo perch mai non potrebbe averne, a maggior ragione, l'uomo. Rispetto all'orso villoso o all'ispido istrice, l'uomo un animale ben pi fragile, bisognoso, nudo, costretto a ripararsi in caverne che, per i motivi suddetti, naturale diventino caverne comuni. L'uomo un animale talmente delicato che in parecchie latitudini mal sopporterebbe di essere esposto all'inclemenza delle stagioni; la femmina dell'uomo, dunque, durante la gestazione e il parto ha bisogno dell'aiuto collettivo molto pi della femmina dello struzzo che depone le uova nella sabbia.

Infine, particolarmente il cucciolo dell'uomo, il lattante appena nato, a dipendere in tutto e per tutto dalla solidariet umana e dalla compassione degli altri. Da una condizione in cui, come una pianta, se ne stava aggrappato al seno della madre, eccolo sbalzato sulla terra, dove resterebbe la creatura pi debole e sprovveduta fra tutti gli animali se a nutrirlo non fosse pronto il seno della madre, ad accoglierlo come figlio non gli si offrissero le ginocchia paterne. A chi non traspare, in questo, una economia della natura volta ad associare gli uomini? E in maniera, a dire il vero, tanto immediata, tanto simile all'istinto quanto possibile in una creatura dotata di sensatezza. Devo sviluppare meglio quest'ultimo punto; in esso, infatti, si manifesta pi che mai evidente l'opera della natura e cos mi avvio pi rapidamente alla conclusione. Se si pretende di spiegare ogni cosa con il cieco piacere o con l'immediato tornaconto, come fanno i nostri grossolani epicurei, come si giustificano il sentimento dei genitori verso i figli e i forti vincoli che esso ingenera? Questo povero abitante della terra viene alla luce in una condizione di miseria della quale nemmeno consapevole. Ha bisogno della compassione altrui, ma non minimamente capace di conquistarsela; piange e, tuttavia, persino questo suo pianto dovrebbe risultare fastidioso, come il lamento di Filottete, uomo dai grandi meriti, risult ai Greci che lo relegarono sull'isola deserta. Proprio a questo punto, dunque, stando alla nostra cinica filosofia, i legami naturali dovrebbero troncarsi di netto, e invece qui che essi resistono con pi tenacia. La madre, una volta partorita con dolore la creatura che le arrecava tanto fastidio, se tutto consistesse nel piacere e nel rinnovarsi del godimento dovrebbe sbarazzarsene. E perch mai il padre, spento in pochi minuti il suo ardore, dovrebbe continuare ad occuparsi della madre e del bambino come oggetti della sua premura, invece di precipitarsi nella foresta, come l'uomo ferino di Rousseau, in cerca di un nuovo oggetto del suo piacere animale? Per gli uo-

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S'agguanti:ornane del linguaggio

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mini e le bestie, in questo caso, il disegno della natura radicalmente diverso, e quanto pi sapiente! Proprio i dolori e i disagi accrescono l'amore materno; proprio gli aspetti lamentevoli e tutt'altro che amabili del lattante la sua fragilit, l'instabilit del suo temperamento, il compito gravoso e opprimente di allevarlo raddoppiano gli slanci dei genitori. La madre guarda con pi fervido trasporto proprio il figlio che le costato maggiori sofferenze, che pi spesso l'ha minacciata di andarsene, per il quale ha versato pi lacrime di pena. Il padre guarda con pi fervido trasporto proprio il figlio che ha tempestivamente strappato a un pericolo, quello che ha educato con il massimo dell'impegno, quello per la cui istruzione e formazione ha speso di pi. E cos la natura, anche in seno alla generazione, sa trarre dalla debolezza una forza. Anzi, proprio perci l'uomo viene al mondo cos debole e bisognoso, cos negletto dall'insegnamento della natura, cos totalmente privo di abilit e di talenti, come nessun altro animale: per poter ricevere, come nessun altro animale, un'educazione, e perch il genere umano, come nessun altro genere animale, risulti un insieme profondamente unito! Gli anatroccoli sfuggono alla chioccia che ha covato le loro uova e, mentre si divertono a sguazzare nell'elemento verso cui li attira il richiamo di madre natura, non ascoltano gli ammonimenti della loro madre adottiva che dalla riva li chiama accorata. Cos farebbe anche il cucciolo d'uomo, se venisse al mondo con l'istinto delle anatre. Ogni uccello sguscia dall'uovo gi con la capacit di costruirsi il nido, e se la porta tal quale nella tomba senza trasmetterla: al suo posto insegna la natura. Ogni cosa quale opera diretta della natura resta pertanto episodica, n mai si realizza un progredire dell'anima di quella specie, mai quel tutto che invece la natura per l'uomo ha voluto. Dalla natura l'uomo stato vincolato agli altri in forza della necessit e di quel premuroso istinto paterno che i Greci indicavano col termine orooyh' e perci il legame costitui-

to dall'insegnamento e dall'educazione per lui divent essenziale. I genitori non accumulavano solo per s un complesso di idee esso era gi pronto per essere comunicato e il figlio ne traeva vantaggio ereditando tempestivamente, e come compendiato, il loro patrimonio spirituale. I genitori estinguono il loro debito verso la natura insegnando, mentre i figli colmano il loro naturale vuoto di idee imparando, cos come, in seguito, estingueranno a loro volta il debito verso la natura incrementando questo patrimonio con il proprio e trasmettendolo ulteriormente. Nessun individuo esiste per s, ma inserito nell'insieme del genere umano: egli solo un elemento della successione continua. Vedremo pi avanti come ci si ripercuota su tutta la catena. Per ora ci limitiamo a considerare il rapporto dei primi due anelli, vale a dire: il formarsi di un modo di pensare familiare impartendo l'educazione. Ora, poich la singola anima si forma sulla cerchia di idee corrispondente alla lingua dei genitori, anche ogni sviluppo dell'insegnamento umano grazie allo spirito di famiglia, con cui la natura ha congiunto l'intero genere, diventa sviluppo del linguaggio. Perch mai questo infante debole e ignaro si stringerebbe al grembo della madre, alle ginocchia del padre, se non per diventare avido di sapere e per apprendere la lingua? E debole perch la sua progenie diventi forte. Ora, con la lingua gli si trasfonde tutto l'animo, tutto il modo di pensare dei suoi genitori, i quali lo fanno, per, volentieri proprio perch ci che trasmettono stato pensato, sentito e scoperto da loro stessi. II lattante che balbetta le prime parole, balbettando ripete i sentimenti dei genitori, e ogni precoce balbettio, sul quale favella e anima gli si forgiano, promessa di perpetuare tali sentimenti, tanto vero che li chiama lingua materna o paterna. Per tutta la vita queste prime impressioni della sua infanzia, queste immagini germinate dall'anima e dal cuore dei suoi genitori, vivranno intensamente in lui. Con quella parola riaffiorer intatto quel sentimento che fin da allora gli aveva pervaso l'ani-

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Saggio iulikrigine del linguaggio

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Ino; con l'idea di quella parola, tutte le idee accessorie che fin da allora, al suo primo affacciarsi mattutino sul regno della creazione, gli si erano presentate Esse riaffioreranno operando con maggior forza della stessa idea primaria trasparente e pura. Diventer cos modo di pensare familiare e insieme linguaggio familiare'. Ma ecco che il freddo filosofo* si leva a domandare: in virt di quale legge avrebbero potuto mai gli uomini imporsi vicendevolmente la loro lingua arbitraria, e come avrebbero potuto indurre l'altra parte ad accettare tale legge?. La questione sulla quale Rousseau sermoneggia con grande pathos e un altro autore' con grande prolissit, ha una risposta implicita, ove solo si getti uno sguardo all'economia naturale del genere umano: allora nessuno potr pi tollerare siffatte prediche. Un tale sviluppo familiare della lingua non basta forse di per s a darle valore di legge, a perpetuarla? La femmina, che in natura tanto spesso l'elemento pi debole, non dovr accettare il dettato del maschio, esperto, accorto, capace di forgiare linguaggio? Ma pu dirsi poi legge quel che semplicemente amorosa e benefica opera istruttiva? La fragile creatura, tanto a proposito detta infante, non deve forse assumere il linguaggio, se con esso assapora il latte materno e lo spirito paterno? E questo linguaggio non va forse perpetuato, se mai qualcosa merita di essere perpetuata? Le leggi di natura son certo pi efficaci di tutte le convenzioni che la scaltrezza politica stipula e il saggio filosofo si pone a enumerare. Le parole dell'infanzia queste prime nostre compagne dell'alba della vita assieme alle quali si venuta plasmando tutta la nostra anima quando potremo rinnegarle, quando cancellarle dalla nostra memoria? La nostra lingua materna stata anche il primo mondo da noi intravisto, le prime sensazioni da noi provate, la prima intensa gioia da noi assaporata. Le idee accesRaussegu.

sorie di spazio e tempo, amore e odio, esultanza e attivit e tutto ci che il focoso e irrequieto animo giovanile assieme a essa si figurava, tutto sar perpetuato con essa. Ed ecco che gi il linguaggio si identifica con la stirpe. Ora, pi la stirpe piccola pi essa guadagna in forza interiore. I nostri padri, nulla avendo concepito da soli, nulla inventato, ma tutto appreso meccanicamente, perch mai avrebbero dovuto preoccuparsi di istruire i loro figli, di perpetuare ci che loro stessi non possedevano? Ma il primo padre, i primi sprovveduti foggiatori di linguaggio, che quasi in ogni parola calavano il travaglio della loro anima, che nel linguaggio ovunque avvertivano ancora il caldo sudore versato per renderlo efficace, a quale istruttore avrebbero mai dovuto ricorrere? Tutto il linguaggio dei loro figli era un dialetto dei loro pensieri, un poema celebrativo delle loro gesta, come i canti di Ossian in onore di Fingal suo padre'. Rousseau e altri hanno fatto tante asserzioni paradossali sull'origine della propriet e sul diritto a essa, quando a Rousseau, per avere una risposta, sarebbe bastato interrogare la natura del suo diletto uomo ferino. Perch il tale fiore appartiene all'ape che lo sugge? L'ape risponderebbe: Perch la natura mi ha fatto per suggere. Il mio istinto che cade su questo e nessun altro fiore mi tiranneggia fino al punto di assegnarmi in propriet quel fiore e il suo giardino. E se ora interroghiamo il primo uomo: chi ti ha dato diritto a queste erbe?, che cos'altro pu rispondere se non: La natura, col darmi la coscienza. A fatica ho imparato a distinguere queste erbe; a fatica ho insegnato a mio figlio e alla mia donna a riconoscerle; tutti noi viviamo di esse: accampo su di esse pi diritti dell'ape che vi ronza sopra, pi del bestiame che vi pascola, perch questi non si son dati la pena di imparare e di insegnare a conoscerle. Ogni pensiero, dunque, che su di esse ho concepito, un suggello del mio possesso e chi me ne discaccia mi toglie non soltanto la vita, se mai non ritrovassi questo sostenta-

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faggio od/ origine del linguaggio

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mento, ma, di fatto, anche il valore degli anni da me vissuti, il mio sudore, il mio affanno, i miei pensieri, il mio linguaggio. Io me le sono conquistate. Come negare che per il primo uomo un tale sigillo dell'anima apposto sulle cose con l'imparare a conoscerle e a contrassegnarle, con il linguaggio insomma, rappresenti un diritto di propriet pi valido del conio sulla moneta? Quale ordine e quale compiutezza attinge la lingua, dunque, gi per il fatto stesso di diventare scuola dei genitori! Chi non impara insegnando? Chi non si accerta delle proprie idee, non vaglia le proprie parole nel comunicarle ad altri e nel sentirle farfugliare tanto spesso da labbra infantili? Qui, dunque, il linguaggio gi assume un aspetto tecnico, metodico; qui, dunque, la prima grammatica, che era un calco dell'anima umana e della sua logica naturale, attraverso una severa censura gi riceve un assetto. Rousseau che a questo punto esclama: che cosa mai aveva da dire la madre al figlio e non piuttosto il figlio alla madre? E questi, da dove aveva gi appreso la lingua da insegnare alla madre? lancia anche qui, come suo costume, un allarmante grido di guerra. In ogni caso aveva pi cose da insegnare la madre al figlio che non viceversa, per la ragione che questa era in grado di insegnarne di pi e l'istinto materno, l'amore, la compassione, che Rousseau per magnanimit accorda alle bestie e per fierezza nega al proprio genere, la obbligavano a tale insegnamento, come l'esuberanza di latte l'obbligava ad allattare. Non vediamo noi stessi in parecchi animali come gli adulti avvezzino i piccoli al loro modo di vivere? E, allora, un padre che addestri fin dalla prima giovinezza un figlio alla caccia, come pu farlo senza insegnargli la lingua? Certo, una tale maniera di dettare parole presuppone una lingua gi formata, insegnabile, non una che si stia appena formando. Differenza, anche questa, che non costituisce un'eccezione. vero: nel padre e nella madre quel linguaggio impartito alla prole era gi formato, ma ci non significa che la lingua,

persino quella che essi non insegnavano, dovesse essersi gi formata completamente. Ai figli, dunque, in un nuovo mondo, pi vasto e organizzato, non restava davvero nient'altro da inventare? E una lingua in parte gi formata ma che continui a svilupparsi poi una contraddizione? Quando mai il francese lingua che, grazie ad accademie, scrittori, dizionari, ha raggiunto una forma cos rifinita potr dirsi definitivamente formato, tanto da non doversi pi formare e deformare con gli apporti originali di ogni nuovo scrittore, anzi di qualunque mente che in societ porti una voce nuova? In simili paralogismi si paludano i sostenitori della tesi opposta: si giudichi se vale la pena di impelagarsi in tutte le inezie delle loro argomentazioni. C', per esempio, chi dice: Se fossero stati il mutum et turpe pecus di Lucrezio, quando mai gli uomini avrebbero sentito il bisogno di affinare la loro lingua?", e si invischia in una quantit di presunte istanze dei popoli primitivi. Rispondo semplicemente che mai, mai se fossero stati un mutum pecus avrebbero voluto e potuto farlo, giacch, in tal caso, non avrebbero certo avuto la parola. Ma forse questo lo stadio delle popolazioni primitive? E forse priva di favella la nazione umana pi barbarica? Ne mai stato privo l'uomo, se non nelle astrazioni cervellotiche dei filosofi? Egli si chiede: stante che tutti gli animali rifuggono dalla costrizione e tutti gli uomini inclinano all'ozio, ci si pu aspettare che un giorno i nativi dell'Orinoco di La Condamine abbiano a modificare e correggere il loro idioma strascicato, ottosillabico, pesante e oltremodo ingrato?. E io ribatto che innanzitutto il dato, come quasi tutti quelli da lui riportati*, non esatto. Strascicato e ottosillabico il loro idioma non affatto! La Condamine afferma semplicemente che esso ha una pronunzia cos difficile e un'organizzazione cos' singolare che l dove essi pronunziano tre o quattro sillabe noi dobbiamo trascriverne alme" Sulbuilch [p. 92]

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Saggio sull'o

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no otto, e ancora non sarebbe una trascrizione completa. Ci non significa che si debba definire strascicato, ottosillabico, pesante e oltremodo ingrato. Per chi tale se non per gli stranieri? E per costoro essi dovrebbero correggerlo? Per un francese appena arrivato fra loro e che, oltre la propria, difficilmente impara mai un'altra lingua senza storpiarla, essi dovrebbero correggere la loro, vale a dire gallicizzarla? E si vuole che tali indigeni non abbiano ancora formato nulla nel proprio idioma, anzi nemmeno formato un idioma, solo perch non son disposti a barattare il loro genio cos peculiare in favore del primo straniero appena sbarcato? Ma anche ammesso che non creassero pi nulla nella loro lingua, nemmeno per s, non si forse mai cresciuti quando si smette di crescere, o i primitivi non han forse mai fatto nulla soltanto perch nulla fanno volentieri, se non spinti dal bisogno? E quale tesoro non il linguaggio di famiglia per una stirpe in fieri! Quasi presso tutte le piccole nazioni di tutti i continenti, per poco evolute che siano, i carmi dei padri, i canti delle gesta degli antenati sono la loro preziosa miniera di lingua, storia e poesia; sono per loro saggezza, sprone, scuola; sono i loro spettacoli e le loro danze. I Greci cantavano degli Argonauti, di Ercole e di Bacco, degli eroi e dei conquistatori di Troia; i Celti dei loro capostipiti, di Fingal, di Ossian; fra i Peruviani e i Nordamericani, nelle isole dei Caraibi e nelle Marianne, la matrice di questa lingua ancestrale ancora domina nei loro canti tribali e aviti, cos come in quasi tutte le parti del mondo padre e madre hanno nomi simili. Ed ecco che proprio qui vale la pena di osservare per quale ragione presso parecchi popoli, dai quali abbiam tratto gli esempi, i sessi maschile e femminile abbiano quasi due lingue distinte: perch, a seconda dei costumi etnici, essi rappresentano in quanto sesso nobile l'uno e vile l'altro quasi due popoli distinti, che neppure consumano assieme i pasti. Allora, a seconda che l'educazione sia stata materna o paterna, anche la lingua

destinata a diventare materna o paterna, cos come, in base alla consuetudine romana, essa era addirittura diventata lingua vernacula'2.

Terza legge di natura: Cos come era impossibile che l'intero genere umano restasse un unico gregge, cos nemmeno fu possibile mantenere una lingua unica. Ha inizio la formazione delle diverse lingue nazionali. In senso strettamente metafisica gi non mai possibile una sola lingua per l'uomo e per la donna, il padre e il figlio, il vecchio e il bambino. Si osservino attentamente fra gli orientali, per esempio, le vocali brevi e lunghe, le diverse aspirate e gutturali, i frequenti e svariati scambi fra suoni alfabetici prodotti dallo stesso organo, i segni per la pausa e per il discorso, con tutte quelle sfumature, cos difficili a rendersi per iscritto, quali l'intonazione, l'accento che acquista o perde di intensit, le cento altre minuzie accidentali degli elementi linguistici. Si noti, d'altro canto, la difformit degli strumenti vocali nei due sessi, in giovinezza e in vecchiaia, ma finanche in due individui uguali, difformit dovuta a tanti fattori casuali e a particolarit che alterano la struttura di quegli organi oppure a certi vezzi che sono diventati una seconda natura, e cos via. Come non si trovano due persone perfettamente identiche nella figura e nei lineamenti, cos non se ne trovano due delle quali si possa dire che parlino la stessa lingua, non foss'altro che per la pronunzia. Ogni generazione porter nella sua lingua la cadenza domestica e familiare: gi questo d luogo a parlate diverse per quanto riguarda la pronunzia. Clima, aria e acqua, cibi e bevande influiranno sugli strumenti vocali e, naturalmente, anche sulla lingua. Il costume sociale e il potere della dea abitudine non tarderanno a imporre queste peculiarit e quelle varianti lin-

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Saggio sull'origine del linguaggio

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guistiche adattandole a una conveniente gestualit: nasce il dialetto. Una ricerca filosofica sulle varie parentele idiomatiche orientali sarebbe il modo pi piacevole di dimostrare questi enunciati. Fin qui non si trattava che della pronunzia. Ma le parole stesse, senso, anima della lingua, offrono un campo sconfinato di differenze. Abbiamo visto come le lingue pi antiche dovettero essere ricche di sinonimi. Quando poi, fra questi sinonimi, ognuno fin con l'adottare quello che gli era pi familiare, pi rispondente al suo modo di vedere, pi congeniale alla sfera della sua sensibilit, pi frequente nel corso della giornata, quello insomma per lui pi efficace, vennero fuori i vocaboli preferiti e personali, gli idiotismi: un idioma nella lingua. Individualmente, un vocabolo veniva abbandonato, un altro si affermava. Per via di un punto di vista marginale un certo termine poteva discostarsi dalla sostanza della cosa, oppure era lo spirito del concetto fondamentale stesso che, nel corso del tempo, si modificava. Fu allora che i significati conobbero peculiari flessioni, derivazioni, diversificazioni; furono integrati con prefissi e suffissi; subirono trasposizioni e mutilazioni parziali o totali: un nuovo idioma! E tutto questo avveniva secondo regole naturali, come naturale per l'uomo che la lingua sia il senso della sua anima. Quanto pi viva una lingua, quanto pi vicina alle sue scaturigini, e perci ancora nella stagione della giovinezza e della crescita, tanto pi essa mutabile. Ma se si trova solo nei libri, dove si impara secondo le regole; se adoperata non nell'uso vivo ma solo nelle scienze, dove ha il suo numero stabilito di oggetti e di applicazioni e dunque una terminologia gi definita, una grammatica normativa e un ambito fisso, gi pi facile che in apparenza essa rimanga inalterata, e pur tuttavia soltanto in apparenza. Invece una lingua che viva allo stato libero e selvaggio, nel regno del grande e vasto creato, ancora ignara di cano-

ni formalmente fissati, ancora priva di libri, lettere alfabetiche e capolavori indiscussi; una lingua tuttora scarna e incompiuta, tanto da dover essere quotidianamente arricchita e, tuttavia, giovane e flessibile tanto da poterlo essere quotidianamente al primo cenno dell'attenzione, al primo comando della passione e della sensibilit, una lingua soggetta a mutazioni in ogni nuovo mondo che si schiude allo sguardo, in ogni metodo secondo il quale il pensiero procede. Le leggi egizie della monotona uniformit non possono, in questo caso, generare l'effetto contrario. Ora, evidente che l'intera superficie terrestre fatta per il genere umano e questo per l'intera superficie terrestre (ci non significa che qualunque abitante della terra, qualunque popolazione, possa di colpo e con un brusco salto adattarsi al clima diametralmente opposto qualunque sia la zona climatica; significa invece che l'intero genere umano fatto per l'intero pianeta). Dovunque ci volgiamo vediamo che l'uomo si sente a casa propria come gli animali indigeni, originariamente destinati a quella regione. In Groenlandia resiste al gelo e in Guinea si crogiola sotto il sole a picco; a suo agio in Lapponia mentre slitta sulla neve con la renna, come quando attraversa il deserto arabico trottando sul cammello assetato. Le caverne dei Trogloditi e le vette dei Cabili il fumaiolo degli Ostiachi e il palazzo d'oro del Mogol albergano uomini. Per loro la terra schiacciata al polo e rigonfia all'equatore; per loro essa gira intorno al sole cos e non diversamente; per essi sono le zone, le stagioni, le mutazioni terrestri, e, a loro volta, gli uomini sono fatti per quelle zone, stagioni e mutazioni. Anche in ci, dunque, traspare la legge di natura: l'uomo destinato ad abitare ovunque sulla terra, mentre alle specie animali assegnata soltanto la loro regione e una sfera pi ristretta Ecco profilarsi il vero abitatore della terra, ma allora anche la sua lingua diventa la lingua della terra. Una lingua nuova per ogni mondo nuovo, una lingua nazionale per ogni nazione. Non star a ripetere tutte le gi esposte

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Saggio rutrongtne del torguaggro

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ragioni che determinano il mutamento: sulla sferica superficie terrestre la lingua si fa proteiforme. A certi filosofi attuali alla moda", incapaci di incatenare questo Proteo e di scorgerne il vero aspetto, parso pi verosimile che la natura fosse riuscita a trasferire in ogni vasta contrada terrestre una coppia di uomini a fare da capostipiti, come per ogni zona climatica gli animali adatti. In seguito essi si sarebbero inventati una loro lingua autoctona e nazionale che, proprio come la loro complessiva costituzione, sarebbe stata fatta apposta per quel paese. Il piccolo lappone, con il suo idioma, la sua barbetta rada, la sua destrezza, il suo temperamento sarebbe un animale umano originario della Lapponia, al pari della propria renna; il negro, con la sua pelle, il suo colore nero-inchiostro'', le sue labbra, i suoi capelli, il suo parlare gloglottando, la sua dabbenaggine e indolenza sarebbe un fratello naturale delle scimmie dello stesso clima. Tra le lingue della terra non ci sarebbe da almanaccare una qualche affinit pi di quanta non ce ne sia tra le formazioni delle diverse razze umane; e si attribuirebbe davvero poco senno a Dio pensando che abbia messo in un remoto cantuccio della terra, in balia degli elementi e delle belve, una sola coppia di uomini quali deboli e pavidi progenitori dell'umanit intera, esponendoli a migliaia di pericoli imprevedibili. Almeno, prosegue un'ipotesi meno categorica", se la lingua fosse una produzione spontanea dello spirito dell'uomo, migrata verso ignote piaghe assieme all'umana progenie soltanto a poco a poco, dovrebbe anch'essa essersi modificata soltanto a poco a poco. I popoli in relazione reciproca dovrebbero visibilmente continuare a cambiare, spostarsi, imparentarsi e ovunque, osservando le piccole sfumature, dovrebbe esser possibile rendersi conto esattamente di come pensano, parlano, vivono. Ma chi pu farlo? Non forse vero che in tutti i continenti sotto lo stesso cielo, anzi gomito a gomito, si trovano piccole etnie che nello stesso ambiente hanno lingue diverse e diametral-

mente opposte, al punto da formare un ginepraio impenetrabile? Al lettore di relazioni di viaggio dal Nord e Sudamerca, dall'Africa e dall'Asia, non bisogna certo insegnare come si fa l'inventario dei ceppi di quella selva. Qui dunque, concludono gli scettici, ogni indagine umana si arresta. Proprio perch questi ultimi si limitano a esprimere perplessit, mi prover a dimostrare come la ricerca non si arresti qui e come invece questa differenza abbia una spiegazione naturale, proprio come l'unit della lingua familiare in seno alla nazione. fuor di dubbio che lo smembrarsi delle famiglie per formare popolazioni diverse non avviene secondo quei monotoni rapporti di allontanamento, migrazione, rinnovato contatto e cos via, che con flemmatica freddezza lo studioso, compasso alla mano, va determinando sulla carta geografica. Nemmeno avviene secondo quanto, sulla scorta di questi dati, si scritto sulle parentele fra i popoli in grossi volumi nei quali tutto esatto, tranne la regola in base alla quale tutto stato calcolato. Solo a gettare un'occhiata in questo mondo vivo e dinamico, ci si accorge che M esso esistono gi le molle per provocare, in modo del tutto naturale, qualsiasi differenza linguistica fra popoli confinanti, purch non si voglia costringere l'uomo entro il proprio sistema ideale. Non l'uomo ferino di Rousseau: ha una lingua. Ma nemmeno il lupo hobbesiano": ha una lingua familiare. Tuttavia, sotto altri aspetti, non neanche un agnellino prematuro, e dunque ben in grado di crearsi per antagonismo una natura, un costume, un linguaggio. In breve: /a cagione della differenza di lingua, mentalit e costume fra piccoli popoli tanto vicini tra loro il reciproco odio fra famiglie e nazioni. Senza affatto voler denigrare n tacciare di settarismo la natura umana, inevitabile che due o pi trib confinanti, se solo ci caliamo nel loro spirito di famiglia, finiscano col trovare ben presto motivi di dissidio. Analoghi bisogni su-

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bito le coinvolgono in liti che chiamerei della fame e della sete, come accade, per esempio, a due bande di pastori che si contendono sorgenti e pascoli, molto spesso a ci indotte dalla natura stessa della regione. Non solo. Una scintilla ben pi incandescente attizza il loro fuoco: la gelosia, il senso dell'onore, l'orgoglio della propria stirpe e della propria superiorit Quello stesso attaccamento familiare che, rivolto all'interno, aveva cementato la concordia di una gente, rivolto all'esterno, contro un'altra stirpe, fomentava ora la discordia, l'odio tribale. Se prima esso di pi individui aveva fatto una compatta unit, ora rendeva di colpo nemiche due parti. Il germe di questa ostilit e di questi eterni conflitti in tal caso piuttosto la nobile fragilit dell'uomo che l'inveterata bassezza d'animo. Poich l'umanit a questo stadio culturale dispone piuttosto di forze dinamiche che di beni di propriet, potersi vantare di quelle era un titolo di onore pi ambito dell'incomodo possesso di questi, come invece sar in et successive, ormai senza nerbo. Del resto, a quei tempi, essere uomo di valore o appartenere a una famiglia di valore quasi si equivaleva, giacch il figlio era erede e allievo, per pi versi in modo ancor pi spiccato di oggi, della virt e del valore paterni; e in qualunque occasione tutta la trib indistintamente si schierava a fianco di un suo membro di vaglia. Ben presto dunque il detto: chi non con noi e non dei nostri sotto di noi fin col diventare naturale. Lo straniero peggiore di noi, barbaro. Cos intesa, la parola barbaro era la parola d'ordine del disprezzo: straniero e al tempo stesso ignobile, che non ci eguaglia n in saggezza n in audacia, o qual che fosse il punto d'onore del momento. Ora, come opportunamente nota uno studioso inglese'', finch si tratta semplicemente del godimento e della sicurezza della propriet, che il vicino non abbia la nostra forza d'animo non dovrebbe essere fonte di astio: anzi, dovremmo in segreto rallegrarcene. Tuttavia proprio perch

non si tratta che di una presunzione ed entrambe le parti dotate dello stesso spirito tribale, presumevano lo stesso di s, ci bastava a dar fiato alle trombe di guerra, a mettere in gioco l'onore di tutta la trib, a suscitarne la fierezza e il coraggio. Dai due campi si levavano eroi e patrioti, e poich la causa bellica investiva chiunque, e chiunque era in grado di riconoscerla e sentirla come propria, l'odio fra nazioni fu perpetuato in conflitti aspri e implacabili. Era pronto il secondo sinonimo: chi non con me contro di me. Barbaro e inviso, straniero e nemico, quel che in origine significava la parola bostis, per i Romani. A La terza e immediata conseguenza fu il distacco completo, l'isolamento. Chi voleva avere qualcosa in comune con un nemico di tal fatta, uno spregevole barbaro? N le consuetudini familiari, n la memoria di una comune origine e men che meno la lingua, questa essendo propriamente identificazione verbale della stirpe, vincolo di parentela, strumento educativo, epopea delle gesta dei padri e loro voce dai sepolcri. La lingua, dunque, non poteva assolutamente restare comune e, allora, proprio quello stesso sentimento di consanguineit che aveva creato una lingua unica, una volta diventato odio nazionale, gener spesso la differenza, e differenza radicale, di lingua. barbaro, parla una lingua straniera, fu la terza, diffusissima sinonimia. Per quanto involuta possa sembrare l'etimologia di questi vocaboli, la storia di tutte le genti e le lingue minori, per le quali si pone il problema, ne attesta l'assoluta validit. Gli intervalli dell'etimologia in fondo sono solo astrazioni, non pause nella storia. Tutti questi poliglotti confinanti sono anche i pi fieri e irriducibili nemici, ma non certo per avidit di bottino. In genere, infatti, non saccheggiano ma uccidono, distruggono e offrono sacrifici alle ombre dei padri. Le ombre dei padri sono i mani, le uniche invisibili macchine di tutte le cruente epopee, come nei
Voss. Etyrnolog.18.

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carmi di Ossian. Sono loro che apparendo in sogno al condottiero lo destano e gli danno animo; a loro egli offre le sue notti di veglia; loro sono invocate dai suoi seguaci nei giuramenti e negli inni; in tutti i supplizi a loro che vengono immolati i prigionieri e, per converso, sono loro a confortare il martire che intona il suo lamento di morte. Un implacabile odio tribale dunque cagione delle loro guerre, del loro tanto geloso suddividersi in popoli, spesso grandi appena come famiglie, e, con ogni probabilit, anche cagione delle nette differenze di costume e di linguaggio. Un documento orientale sulla divisione delle lingue* (che qui considero solo alla stregua di frammento poetico appartenente all'archeologia della storia dei popoli) mediante un racconto molto suggestivo conferma ci che con il loro esempio confermano tante nazioni di tutte le parti del mondo. Le lingue non si trasformarono gradualmente, moltiplicandosi con le migrazioni, come vuole lo studioso. Le genti, afferma il poema, unite si accinsero a una grande opera allorch si abbatt su di loro il turbine della confusione e della pluralit delle lingue, cosicch, abbandonata l'impresa, si divisero. Che altro fu se non un fulmineo inasprimento, un dissidio per il quale proprio un'opera cos grandiosa poteva fornire l'occasione pi propizia? Ecco allora ridestarsi lo spirito di famiglia, forse offeso per un futile motivo. Una volta infranto il progetto comune e divampata la scintilla della discordia, essi si dispersero fuggendo e ancor pi precipitosamente provocarono proprio quel che la loro opera intendeva prevenire, confusero la radice unica della loro origine: la loro lingua. Sorsero cos popoli diversi e, prosegue la narrazione, i ruderi tuttora son detti confusione delle genti". A chi ravvisi l'animo orientale sotto tali vesti spesso stravaganti e tali storie epico-fantastiche (non voglio qui escludere per la teologia un pi alto disegno) forse non sfuggir quale sia il concetto
" I Mas. IP".

fondamentale icasticamente reso: la disunione rispetto a una grande finalit collettiva, e non solo le migrazioni dei popoli, acceler la formazione di tante lingue. Prescindendo da questa testimonianza orientale (che comunque qui ho inteso citare soltanto come un poema) chiaro che la pluralit delle lingue non potrebbe costituire obiezione alcuna contro il carattere naturale e umano dello sviluppo del linguaggio. Senza dubbio i terremoti avranno pur causato sporadicamente la comparsa di montagne, ma ci non implica che la terra nel suo complesso con monti, corsi d'acqua e mari non possa aver tratto la sua configurazione dalle acque. Ma indubbiamente questo anche un modo per porre opportunamente un sassolino sulla lingua" di etimologi ed etnologi onde, partendo dalle differenze fra le lingue, non si affrettino a trarre conclusioni troppo autoritarie sull'origine di esse. Famiglie anche strettamente imparentate potrebbero aver avuto ragione a sopprimere la parentela genealogica. Lo spirito di queste piccole popolazioni darebbe luogo a pensarlo.

Quarta legge di natura: Con ogni probabilit il genere umano costituisce un insieme globale che da un'origine unica progredisce in seno a una grande economia; lo stesso vale anche per tutte le lingue e, con esse, per tutta la catena della cultura. Si notato quale originale e caratteristico disegno governi il singolo individuo: la sua anima abituata a coordinare sempre ci che vede con ci che ha gi visto; grazie alla $rnsatezza, fra tutti gli stadi della vita si attua, dunque, una progressiva unit che comporta lo sviluppo del linguaggio. Si notato quale originale e caratteristico disegno governi ogni singola generazione umana: grazie alla catena dell'insegnamento, genitori e figli diventano una sola cosa e quindi ogni membro inserito dalla natura fra altri due al

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solo scopo di ricevere e comunicare: per questo tramite passa lo sviluppo del linguaggio. E, finalmente, questo disegno speciale si estende anche all'intero genere umano, e per questa via si attua quello sviluppo per eccellenza che deriva immediatamente dai due precedenti. Ogni individuo, essendo umano, immagina il proseguimento della propria vita. Ogni individuo, in quanto figlio o figlia, stato educato con l'insegnamento: di conseguenza, fin da piccolo avr sempre ereditato una parte del patrimonio concettuale dei suoi avi, che egli trasmetter secondo il suo modo di essere. In certo qual modo, non esiste quindi pensiero, scoperta, perfezionamento che non si prolunghi quasi all'infinito. Come io non posso compiere alcuna azione, pensare alcun pensiero che non si rifletta naturalmente sull'incommensurabile complesso della mia esistenza, cos nemmeno posso, n altra creatura della mia specie pu, fare qualcosa che non si rifletta ogni volta sull'intera specie e sul complesso ininterrotto dell'intera specie. Ciascuno sospinge un'onda, per piccola o grande che sia; ciascuno modifica la condizione psichica individuale e, quindi, la somma di tali condizioni influisce sempre sugli altri, modificando anche in essi qualcosa. Il primo pensiero nella prima anima umana si raccorda all'ultimo nell'ultima anima umana. -Se Se il linguaggio per l'uomo fosse ingenito, come per le api la produzione del miele, questo grande e superbo edilido andrebbe di colpo in rovina! Venendo al mondo, ciascuno porterebbe con s un po' di linguaggio: vale a dire giacch poi questo portarsi al mondo qualcosa, per chi ha la ragione, non significa altro che inventarsela subito ogni uomo diventerebbe un individuo tristemente solo, inventerebbe i suoi rudimenti essenziali, ci morirebbe sopra e se li porterebbe nella fossa come l'ape porta con s la sua opera d'arte. Il successivo individuo appena arrivato si affannerebbe su quegli stessi preliminari, giungendo altrettanto lontano, o meglio altrettanto poco lontano, per poi

morire; e cos via all'infinito. chiaro che un disegno che va bene per le bestie, che non inventano nulla, non pu valere per creature che devono inventare, altrimenti diventerebbe un piano non pianificato! Se ciascuno inventasse soltanto per se stesso, una fatica vana si moltiplicherebbe all'infinito e l'intelligenza inventiva verrebbe defraudata del premio pi ambito: la crescita. Ma allora, fin quando distinguo lo stesso disegno, per quale ragione dovrei arrestarmi in un punto qualsiasi della catena senza spingermi fino al linguaggio? Se io stesso sono venuto al mondo per dover subito entrare alla scuola dei miei, cos fu per mio padre, cos per il primogenito del primo capostipite; e come io estendo i miei pensieri attorno a me e fino alla mia discendenza, altrettanto fece mio padre, il suo antenato, il primo di tutti i padri. La catena prosegue e si arresta solamente davanti a uno: il primo. E cos noi siamo tutti suoi figli da lui ha inizio la successione, l'istruzione, la lingua. Egli incominci a inventare e noi tutti abbiamo seguitato sulla sua scia a inventare, a fare e a disfare. Nessun pensiero di un'anima umana andato disperso, mai per nemmeno una sola capacit di questa nostra progenie comparsa di getto, perfetta come negli animali: come conseguenza dell'economia generale essa in continuo progredire, in fieri; nulla esiste di gi inventato, come la costruzione di una cella di miele, ma tutto si sta inventando, tutto in opera, in tensione. In tale prospettiva, che statura acquista il linguaggio! Un forziere di pensieri umani dove ciascuno ha aggiunto qualcosa di suo. Una somma dell'attivit di tutte le anime umane. Al massimo insinua a questo punto la suddetta filosofia, che amerebbe considerare l'uomo come un bene fondiario e demaniale al massimo questa catena potrebbe andare a ritroso fino a ogni singolo capostipite di una regione, dal quale e stirpe e idioma locale si sono generati*.
" Philosoulate de l'historre ecc. ecc.
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Perch mai dovrebbe risalire solo fino a quel punto e non oltre? Perch, a loro volta, i vari patriarchi locali non potrebbero aver avuto un comune padre terreno, dal momento che tutto il processo analogico dell'economia del genere umano questo esigerebbe? Gi ci pare di sentire obiettare non sarebbe stato certamente saggio abbandonare in preda al pericolo in un solo angolo della terra una coppia di uomini debole e misera. E sarebbe stato forse pi lungimirante lasciare molte di tali coppie indifese, sparse in vari angoli della terra in preda a pericoli dieci volte pi gravi? Questo caso di temeraria imprevidenza non soltanto resterebbe dappertutto uguale, ma, riproducendosi pi volte, peggiorerebbe senza pi limiti. Immaginiamo una coppia di uomini in un luogo qualsiasi, rallegrato dal miglior clima possibile, dove la stagione infierisca al minimo sulla loro nudit, un suolo fertile venga spontaneamente incontro alle necessit della loro inesperienza e dove tutto all'intorno sembri disposto come in un'officina per venire in aiuto alle loro tecniche ancora elementari. Questa coppia non forse tutelata con pi sapienza di qualunque altro abitante autoctono delle inclementissime piaghe della Lapponia o della Groenlandia, il quale, circondato da tutta la desolazione di una natura gelida e spoglia, esposto agli artigli di belve altrettanto grame e fameliche, quindi ancor pi crudeli, e pertanto a disagi infinitamente maggiori? La certezza della sopravvivenza scema, dunque, quanto pi si vogliono moltiplicare gli aborigeni sulla terra. Del resto, la coppia stessa del clima temperato per quanto tempo resta tale? Ben presto essa diventa una famiglia, quindi una piccola etnia, e quando come tale espandendosi raggiunge una terra nuova vi si insedia gi come popolo! Quanto pi sapiente e pi sicuro questo procedimento! Molti di numero, temprati i corpi, provati gli animi, ormai padroni dell'intero retaggio di esperienze degli antenati, animi, dunque, resi mille volte pi forti e pi tenaci, ora essi sono in grado di acclimatarsi perfettamente come nativi di quella regio-

ne. ln breve tempo diventano, per modo di vivere di pensare e di parlare, indigeni quanto gli animali di quell'ambiente climatico. E non proprio questa la prova del cammino naturale dello spirito umano, che muovendo da un qualunque punto intermedio sa educarsi a tutto? Quel che importa non mai una quantit di semplici numeri, bens l'autenticit e la progressione del loro valore; mai una quantit di deboli individui, bens le forze con le quali essi operano. E queste forze operano con la massima efficacia appunto nel rapporto pi elementare e, dunque, soltanto quei vincoli che si dipartono da un preciso punto della concatenazione abbracciano l'intera discendenza. Non entro in ulteriori argomenti a favore di questa monogenesi: il fatto, per esempio, che tuttora non siano state trovate vere testimonianze di altre specie umane degne, come quelle animali, di tal nome; il fatto che il popolamento della terra, che palesemente avviene in modo progressivo e costante, costituisca proprio la controprova dell'esistenza di animali autoctoni; il fatto che anche la trasmissione della cultura e di abitudini simili attesti ci, sia pure in modo pi larvato, e cos via. Resto all'argomento linguaggio. Se gli uomini fossero aborigeni di un paese, nel qual caso ciascuno si sarebbe inventato il proprio idioma da solo e indipendentemente dagli altri, il linguaggio dovrebbe certamente rivelare una eterogeneit pari a quella presumibile fra gli abitanti di Saturno e della Terra, mentre nel nostro caso evidente che tutto procede su un fondamento comune. Fondamento comune non soltanto per quanto concerne la forma, ma il corso stesso dello spirito umano. Infatti, la grammatica di tutti i popoli della terra strutturata press'a poco nella stessa maniera. Soltanto quella cinese, per quel che ne so, costituisce una rilevante eccezione che, tuttavia, io oso interpretare proprio come eccezione. Quante grammatiche cinesi, e di quanti tipi, dovrebbero esistere, se la terra fosse stata piena di animali indigeni occupati a inventare il linguaggio!

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Come spiegare che, pur essendo tanti i popoli che hanno l'alfabeto, sembra quasi che sulla terra ne esista uno solo"? L'idea originale e macchinosa di formare dagli elementi costituenti le parole arbitrarie, cio dai suoni, dei segni arbitrari, di per s talmente balzana, contorta e singolare che davvero inspiegabile come mai tanti e tanti sarebbero arrivati a un'idea cos peregrina, e tutti alla stessa. Il fatto che proprio tutti avessero lasciato da parte quei segni, di gran lunga pi naturali, che sono le immagini delle cose per raffigurare invece le emissioni di fiato e tracciare, fra tutte quelle possibili, proprio le stesse venti, arrabattandosi poi alla meglio per quelle mancanti; e il fatto che, per queste venti, tanti scegliessero i medesimi segni convenzionali, non la prova evidente dell'esistenza della trasmissione? Gli alfabeti orientali sono sostanzialmente uno solo: quello greco, latino, runico, tedesco e gli altri derivano da esso. L'alfabeto tedesco, infatti, ha ancora in comune alcune lettere con quello capto, e gli Irlandesi hanno avuto l'ardire di interpretare i poemi omerici come una traduzione dalla loro lingua! Chi pu negare del tutto, per poco o molto che ne tenga conto, la fondamentale parentela delle lingue? Sulla terra non vive che un solo genere umano, cos come una sola lingua dell'uomo. Ma come quel grande genere si smembrato in tante piccole variet nazionali, altrettanto accaduto per le lingue. Molti si sono cimentati con le genealogie di tali ceppi linguistici: io non lo faccio. Molte, moltissime concause, infatti, potrebbero aver prodotto nella ramificazione linguistica e nella sua riconoscibilit mutamenti che lo studioso di etimologia non pu prevedere e che vanificano il suo albero genealogico. Inoltre, fra i cronisti di viaggio come fra i missionari, pochissimi sono stati i veri glottologi in grado di poterci o volerci documentare sul genio e sul fondamento specifico delle lingue dei popoli da loro conosciuti, cosicch in questo campo ancora si va a tentoni Essi si limitano a fornire liste di vocaboli, un'accozzaglia di suoni

dai quali si dovrebbe ricavare qualcosa. Le regole della vera etimologia, del resto, sono tanto minuziose che pochi... ma tutto ci non mio compito! Nell'insieme resta ben visibile la legge di natura: il linguaggio si propaga e sviluppa di pari passo con il genere umano. Di questa legge enumero soltanto quei capisaldi che indicano un cambiamento di indirizzo. I. fuor di dubbio che ciascun uomo possiede tutte le capacit dell'intero genere umano e ciascuna nazione le capacit delle nazioni tutte. Ci non di meno anche vero che la societ inventa pi del singolo uomo e tutto il genere umano pi del singolo popolo, non solo per la quantit degli individui, ma anche per il moltiplicarsi cos variato e profondo delle relazioni. Da un individuo isolato, non costretto da pressanti bisogni e che viva in tutta comodit, ci si aspetterebbe che inventasse molto pi linguaggio degli altri, anzi che proprio l'ozio lo inducesse a coltivare le sue energie mentali e, per conseguenza, a escogitare sempre qualcosa di nuovo: invece vero il contrario. Privo di una societ egli finir sempre, in certo qual modo, con l'inselvatichirsi e, non appena situato proprio nella posizione giusta per soddisfare i suoi bisogni immediati, non tarder a infiacchirsi nell'inerzia. Rester sempre come un fiore che, sradicato e staccato dallo stelo, appassisce al suolo. Collocatelo in mezzo a una societ e a esigenze disparate, cosicch abbia a provvedere per s e per gli altri: ci si aspetterebbe che con i nuovi impegni gli venisse meno la libert di elevarsi e, con l'aumento di preoccupazioni, la quiete per inventare: ma vero l'opposto. Il bisogno Io sprona, la precariet lo scuote, l'irrequietudine mantiene il suo spirito sempre in attivit: far sempre di pi quanto pi diventa sorprendente che egli faccia. Lo sviluppo di una lingua aumenta, quindi, in proporzione molto composita gi passando dall'individuo solo al componente di una famiglia. Prescindendo dal resto, quanto poco inventerebbe un uomo solo, fosse pure un glottologo, nella sua isola

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deserta; e quanto di pi, e pi efficacemente, un patriarca, un capofamiglia! La natura ha dunque scelto questo tipo di sviluppo. Una famiglia unica e isolata, standosene comodamente in ozio, dovrebbe perfezionare il suo idioma molto pi di quando disgregata o in lotta contro un'altra stirpe: niente di meno vero. Pi essa rivolta contro altri, pi saldamente si rinserra in se stessa, pi ancora si attacca elle sue radici e converte le gesta degli antenati in canti, appelli, monumenti perenni, conservandone la memoria orale con rinforzata purezza e spirito di patria. Lo sviluppo del linguaggio come idioma dei padri procede ancor pi spedito: perci la natura ha scelto questo tipo di perfezionamento. Col tempo, tuttavia, anche questa stirpe ormai diventata una piccola nazione si stanzia definitivamente in una sede. Ha una precisa sfera di esigenze e il linguaggio atto a esprimerle. Oltre non va, come dato vedere presso tutte le piccole nazioni cosidette barbariche: divise nonostante le loro necessit esse finiscono col restare per secoli nella pi straordinaria ignoranza come quelle isole senza il fuoco e tante popolazioni prive delle pi semplici tecniche meccaniche quasi non avessero occhi per vedere quanto hanno dinnanzi. Di qui deriva appunto il fatto che altri popoli li diffamano come barbari ottusi e inetti, quando tutti noi, non molto tempo addietro, eravamo altrettanto barbari, avendo ricevuto cognizioni simili soltanto da altri popoli. Di qui anche il gridare allo scandalo di tanti filosofi per questa loro stupidit come cosa assolutamente inspiegabile, laddove, per l'analogia esistente fra l'economia generale e la nostra specie, non c' nulla di pi spiegabile! A questo punto, la natura ha aggiunto un'altra catena: la trasmissione da un popolo all'altro. Cos le arti, le scienze, la cultura e il linguaggio si sono affinati in un grandioso progredire di nazione in nazione: il pi ingegnoso vincolo scelto dalla natura per lo sviluppo del linguaggio)

Noi Tedeschi vivremmo ancora tranquillamente nelle nostre foreste, al pari degli Americani, o piuttosto combatteremmo ancora aspramente in esse da eroi, se la catena della cultura straniera non ci avesse stretto tanto dappresso e costretto, con la forza di interi secoli, a inserirci in essa. Allo stesso modo i Romani attinsero la loro cultura dalla Grecia, i Greci l'ereditarono dall'Asia e dall'Egitto, l'Egitto dall'Asia, la Cina forse dall'Egitto: cos, da un solo primo anello la catena si allunga e forse un giorno finir per cingere tutta la terra. L'arte insita nell'architettare un edificio greco gi affiora, fra i selvaggi nella costruzione di una capanna, come la pittura di Mengs" e Dietrich" gi rifulgeva nella sua pi genuina sostanza sullo scudo rutilante di Arminio". L'eschimese che si rivolge alla sua truppa gi in s cela tutti i genii di un futuro Demostene, come la popolazione di scultori del Rio delle Amazzoni* forse tiene in serbo migliaia di futuri Fidia". Aspettate soltanto che altre nazioni progrediscano e quelle regrediscano: tutto si ripete, almeno nelle zone temperate, come nel mondo antico. Egiziani, Greci, Romani e alcuni moderni non hanno fatto che costruire; Persiani, Tartari, Goti e preti sono intervenuti per ridurre tutto in macerie. Eppure, sopra quelle vecchie macerie si continua a costruire con lena maggiore, prendendole per modello e per base. La catena di un determinato sviluppo tecnico prosegue investendo tutto (anche se altri aspetti della natura a loro volta ne soffrono) e investe anche il linguaggio. La lingua araba certamente cento volte pi forbita della propria madrelingua ai suoi rozzi esordi; il nostro tedesco certamente pi gentile dell'antico celtico"; la grammatica greca pot superare quella orientale, essendone figlia; quella romana diventare pi filosofica della greca e quella francese pi filosofica della romana: il nano sulle spalle del gigante non forse sempre pi stesso'? - . alto del _ gigante * de la Condamine.

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Ora di colpo si scopre come fosse ingannevole la dimostrazione dell'origine divina del linguaggio fondata sull'ordine e la bellezza di esso. Ordine e bellezza esistono, ma quando sono comparsi, come e di dove? Il linguaggio che tanto ammiriamo forse quello delle origini, o non piuttosto il rampollo di interi secoli e di molte nazioni? Ecco : a questo grande edificio hanno posto mano popoli, continenti ed et; ma forse una buona ragione perch la povera capanna non possa rappresentare il nascere dell'architettura? forse una buona ragione perch un dio debba aver insegnato agli uomini come edificare un tale palazzo altrimenti essi non sarebbero mai stati in grado di edificarlo da soli? Non una conclusione, come non lo questa: non riesco a capire bene come sia stato costruito questo grande ponte fra due montagne, dunque deve esser stato fatto dal diavolo. Ci vuole un alto grado di improntitudine e di ignoranza per negare che il linguaggio si sia evoluto con il genere umano seguendone tutte le tappe e i mutamenti: ne costituiscono prova la storia e la poesia, l'eloquenza e la grammatica e, se ci non bastasse, la ragione. La lingua, dunque, sarebbe eternamente in formazione senza, per, aver mai iniziato a formarsi? Oppure si sempre formata umanamente, tanto che la ragione non pu procedere senza di essa n essa senza la ragione, e d'un tratto l'inizio sarebbe stato diverso? Diverso cos, senza alcun valido motivo, come inizialmente abbiamo dimostrato? In tutti i casi, l'ipotesi di un'origine divina del linguaggio diventa un'assurdit sottilmente dissimulata. Ripeto questa dura parola detta di proposito: assurdit! E voglio spiegarmi esaurientemente. Un'origine divina del linguaggio implica le seguenti alternative. Prima. Non posso spiegare l'origine del linguaggio con la natura umana: di conseguenza, essa divina. Ha senso una tale conclusione? L'avversario afferma: posso spiegarla, e spiegarla perfettamente, con la natura umana. Chi ha detto di pi? Il primo si nasconde dietro una quinta e grida:

Ecco Dio!. Il secondo si mette in vista sul palcoscenico e agisce: Guardate, sono un uomo!. Seconda. L'origine soprannaturale asserisce: dal momento che non posso spiegare l'origine del linguaggio con la natura umana, nessun altro assolutamente pu farlo; essa rimane del tutto inspiegabile. C' consequenzialit in tale conclusione? L'avversario ribatte: partendo dall'anima umana, a me non risulta inspiegabile nessun elemento della lingua, n al suo avvio n in ogni successivo avanzamento; l'anima umana che mi diventa inspiegabile, piuttosto, se in essa non presuppongo il linguaggio. L'intera specie umana cessa di essere una specie naturale se cessa di produrre linguaggio. Chi ha detto di pi, e pi sensatamente? Terza. Infine, l'ipotesi di un'origine superiore addirittura sostiene: non soltanto nessuno pu trovare la ragione del linguaggio nell'anima umana, ma io vedo anche distintamente insita nella stessa natura degli uomini e nell'analogia della loro specie la cagione che ne precludeva loro del tutto l'invenzione. Nel linguaggio, anzi e nell'essenza della divinit, vedo distintamente la cagione per cui nessun altro che Dio avrebbe potuto inventarlo. Adesso la conclusione sarebbe consequenziale, ma intanto diventata l'assurdit pi grottesca, dimostrabile quanto la prova della divinit del Corano fornita dai Turchi: Chi altri all'infuori del Profeta di Dio avrebbe potuto scrivere cos?. E chi altri, all'infuori di un profeta di Dio, pu sapere che solo il Profeta di Dio pu scrivere cos? Eccetto Dio, nessuno poteva inventare il linguaggio. Eccetto Dio, per, non v' chi possa riconoscere che nessun altri che Dio poteva inventarlo! E chi avr l'ardire di mettersi a misurare non soltanto lingua e anima umana, ma addirittura lingua e divinit? L'ipotesi di un'origine celeste non ha nulla a suo soste, gno, nemmeno la testimonianza della Scrittura orientale, ` c alla quale si richiama, poich questa assegna al linguaggio espressamente un esordio umano, con l'imposizione del 1; j nome agli animali. L'invenzione umana ha tutto a suo lavo-

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Seconda parte: le leggi di ~ad

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re e assolutamente nulla contro: la natura dell'anima umana e gli elementi del linguaggio; l'analogia esistente nel genere umano e l'analogia degli sviluppi linguistici; l'esempio grandioso di tutti i popoli, i tempi, i continenti. L'origine soprannaturale, per sacra che possa sembrare, assolutamente profana. Essa, rifacendosi agli antropomorfismi pi vieti e grossolani, rimpicciolisce Dio a ogni passo. L'origine umana rivela Dio in tutto il suo fulgore perch l'anima umana, sua opera, da se stessa crea e continua a creare il linguaggio, proprio perch sua opera: un'anima umana. essa che si costruisce questo senso della ragione come fa chi crea, vale a dire a immagine del suo essere. L'origine del linguaggio diventa, dunque, divina con piena dignit soltanto in quanto umana. Un'origine superiore a nulla serve ed sommamente deleteria Essa distrugge qualunque efficacia dell'anima umana, nulla spiega e tutto rende inintelligibile, qualunque psicologia e qualunque scienza. Con il linguaggio, infatti, gli uomini avrebbero ricevuto da Dio tutti i semi della conoscenza e dalla loro anima nulla scaturirebbe: l'inizio di ogni arte, scienza e cognizione resterebbe per sempre inafferrabile. L'origine umana non consente alcun passo senza prospettive, senza fecondissimi chiarimenti in tutti i campi della filosofia, in tutte le modalit e le espressioni linguistiche. L'autore ne ha dato qui un saggio e ne pu produrre una serie intera. Che gioia sarebbe per lui se con questa trattazione fosse riuscito a rimuovere un'ipotesi che, considerata da tutti i lati, ed stata troppo a lungo cagione di annebbiamento e discredito per lo spirito umano! Proprio a tal fine, l'autore ha trasgredito l'ordine dell'Accademia e ha rinunciato a fornire delle ipotesi: che importanza pu avere infatti che un'ipotesi abbia un peso pari o maggiore di un'altra? Del resto, tutto ci che sia formulato come ipotesi d'uso considerarlo solo come filosofia romanzata, vedi quelle di Rousseau, Condillac e degli altri. Egli, dunque, ha preferi-

to applicarsi a raccogliere dati sicuri tratti dalla psiche e dalla conformazione organica dell'uomo, dalla struttura delle lingue antiche e primitive e dall'intera economia del genere umano e a dimostrare il suo assunto come si pu dimostrare la pi certa verit filosofica. Con la sua trasgressione, crede comunque di avere interpretato l'intendimento dell'Accademia meglio di come lo si potrebbe altrimenti interpretare".

Note

' Cicerone, Ad C. Drbatoon rapita (8, 35): equia sunt verba rerum notae. Itaque hoc idem Aristoteles symbolon appellai, quod latine est nota [ed. 1960:4081

PRIMA PARTE Primo capitolo ' L'assioma iniziale, che paradossalmente sembra gi fornire la soluzione del quesito, un mero artificio oratorio per catturare l'attenzione del destinatario e, nel corso dell'argomentazione, risulter perfino ribaltato. Fra le molteplici interpretazioni dell'enunciato, si impongono all'attenzione: Liebrucks [1964:52 sul; Barnard [1965:55 sggl; Kriiger [19671; Grob [1976:6 sgg. l; lieizmann [1981:123 sggl; Gaier [1988:81 sgg.]. 2 L'etologia conferma l'osservazione di Herder: il grido lanciato dall'anima. /e innanzitutto espressione di uno stato emotivo che trova un'eco puramente meccanica negli altri animali EChiarelli 1983:73 su.). Pur esistendo un accordo simpatetico fra le creature sofferenti, solo dell'uomo poter dare al linguaggio emozionale una destinazione sociale per suscitare un effetto nell'ascoltatore. Infatti Filottete, qui provocatoriamente accomunato a una bestia, lo user per commuovere i compagni. L'esemplarit di questa figura di eroe sofferente - gi analizzata da Herder in rapporto al Laokoon di Lessing nel primo dei Kritische Wabler (1769) [SWS 111:1-188] - gli ispirer il dramma in versi POiloktetes (1774). Sul tema, cfr. Weissberg D9891. ' La monade qui intesa ridunivamenie quale centro di percezione assolutamente autonomo. Leibniz suscit un'innegabile attrazione sul giovane Herder - ne sono spia gli studi del 1769 [SWS XXXII:2 II agg.l - che, in seguito, tent di conciliare la dottrina monadologica con il panteismo spinotto (Dber clic dem Mensoben angeborene bige, 1777). Sopravvalutato da Haym [(1880) 1954, I:273 sgg.; 11:296 sag .l, e da Cassirer ((1923) 1988:95 sgg.I, l'influsso leibniziano su I lerder fortemente ridimensionato da Irmscher [1966:154 sg.] e Merker [1968:5/5nd, mentre vi insistono gli studiosi attenti agli aspetti neoplatonici del suo pensiero [Kiintzel, 1936; Dreike, 1973; Reckermann, 1979). La metafora dello strumento a corde cela una interpretazione della natura estetica dell'uomo come organo di risonanza e, in quanto tale, capace di

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Saggio sull'origine del linguaggio

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produrre suoni automaticamente quando riceve impressioni [Ftirst 1988:268 sgg.]: l'eco restituita dalla corda un mero riflesso condizionato che implica la scomparsa di qualsiasi comunicazione intenzionale [Grati 1976:40]. La similitudine , per Gaier [1988:79], il luogo d'incontro fra le speculazioni sull'armonia universale e la meccanica acustica. La perplessit espressa da Herder ricalca la cautela del fisiologo Albrecht van Haller (1708-77) sulla possibilit di scoprire i principii della sensibilit partendo da minuziosi esami fisiologici che, per Herder, rischiavano di compromettere il concetto stesso di unit psichica. L'immortale Haller [SWS X111:81] esercit soprattutto con gli Elemento physiologiae corporis humani (1757-66) un influsso crescente su Herder che nella fisiologia riconosce il canale privilegiato di accesso alla psicologia, a sua volta strumento insostituibile per approfondire l'esperienza estetica (Vom Erkennen and Empfirukn 1778). Per le affinit con Haller si rimanda a Marbach [1964] e Menges [1990]. La tensione di Herder verso una globale unit del sapere si concretizza ne/ costante bisogno di verificare le proprie concezioni sulla base delle acquisizioni scientifiche coeve. Cfr. Apel [1963:76 sgg.]; Berlin 11965:45 sgg.]; Salmon [1969:60 sul; Schick [1971]; Vena [1971:29 sgg.]: Marino [1975198]; Ilidner 11994a]. 6 Si nati come Herder qualifichi sempre la natura con attributi che sembrano costituire varianti del concetto scolastico di natura naturans mutuato da Spinoza, alla cui dottrina si accoster gradatamente solo a partire dal 1775, fino a professarsene seguace (Gaio Eimge Gespracke, 1787). Gi da questo modo di interpretare la presenza divina operante attraverso le leggi naturali traspare, tuttavia, una tendenza panteistica indicativa, per la critica di derivazione marxista, del materialismo di Herder. In proposito, cfr. Adler [1968:233-86]; Lindner [1960); Merker [1968:379 sgg.]; Otto [1978]. Sulle tappe dell'itinerario verso Spinoza, cfr. Bell [1984:38-70; 97-146]. i Pi che al sentimento di compassione per il prossimo, assunto dai moralisti inglesi del XVIII secolo a fondamento di ogni morale e di ogni convivenza civile, Herder fa qui riferimento alla concezione della simpatia risalente a Plotino e affermatasi col neoplatonismo fra i filosofi della natura rinascimentali, secondo la quale esiste un collegamento delle singole parti con il tutto. Da qui agevolmente Herder sconfina nell'ambito semanticamente affine della sintonia, la consonanza, il consenso quale espressione di sentimenti condivisi da tutte le creature e perci universali. l Iliade, VIII, vv. 184 sgg. /l grido monosillabico ambiguo perch pu esprimere contenuti diversi. Appunto la polisemia dell'interiezione segna il limite del linguaggio di natura: perch diventi umano, un segna vocale deve poter mantenere anche in contesti diversi il significato attribuitogli originariamente. Il grido di dolore, in particolare, se involontario riguarda la sola fisiologia, ma anche se destinato a far conoscere ad altri la condizione di sofferenza, non sempre equivale ad una comunicazione linguistica, perch inanalizzabile e corrisponde all'insieme, inanalizzato, della sensazione dolorosa [Martinet 1971:211.

l Platone, Pedone 60 b-c. Liberato dalle catene, Socrate osserva: Come sembra strano ci che gli uomini chiamano piacere; com' meraviglioso il rapporto che per sua natura ha con ci che pare il suo contrario, il dolore! Entrambi non vogliono trovarsi contemporaneamente nell'uomo, ma se qualcuno ne persegue uno e Io afferra, quasi costretto ad afferrare sempre anche l'altro, come se fossero attaccati ad un solo capo, pur essendo due. E a me pare, continu, che se Esopo ci avesse pensato, avrebbe composto una favola... [trad. it. 1970: 525]. Sulla labilit del confine fra sensazioni piacevoli e dolorose Herder si era soffermato nello studio Ober Thomas Abbts Schrkten (1768). " All'epoca del Saggio, per selvaggi si intendevano prevalentemente gli Indiani americani, a lungo ritenuti i popoli pi vicini allo stadio primitivo o addirittura fermi all'et dell'oro. L'apporto di dati sempre pi precisi sulla loro effettiva condizione, emersi dalle relazioni di viaggio, rese la tesi insostenibile e gli esempi di un relativo primitivismo furono attinti anche alla storiografia classica o fra i popoli rimasti ai margini della civilizzazione europea. Cfr. al riguardo Landucci [1972]; Herrmann [1978]; Braning [1978]; Meek [1981:29-51]. Per Herder, che non riteneva pi verificabile una condizione veramente selvaggia e primordiale dell'umanit, la ricerca dell'elemento primitivo si spost, attraverso la riflessione estetica, sulla poesia e sul linguaggio delle origini Venturi [(1951) 1981:XlIl sg.1; Dietze [1978:17 sgg.]. 12 Thomas Shaw (1692-1751) nei Travels or- Observations... (1738-46) la traduzione in tedesco fu recensita da Herder [SWS I:81-84] ravvisa nel grido di giubilo (ltrh luhl lanciato dalle donne algerine in circostanze festose una corruzione dello halklujah ebraico. Lo stesso grido emesso dalle lamentatrici nei funerali ma d'une 1raiz basse et d'un ton plus modeste [trad. frano: 396]. Con questa insolita figura di cronista-letterato e glottologo Herder, secondo la consuetudine invalsa fra gli studiosi, inizia a suffragare le proprie tesi ricorrendo all'apparato documentario offerto dalla vastissima Reisehteratur. Per la problematica relativa a questa fonte di materiale etnografico, sulla cui utilizzazione cominciavano a sorgere leciti sospetti, cfr. Landucci [1972] e Meek [1981]. 15 Nome col quale all'inizio della colonizzazione del Nord America furono designati gli appartenenti a una lega di cinque trib indigene stanziate fra i laghi Erie e Ontario; in seguito fu esteso a un pi vasto raggruppamento etnico, linguisticamente affine, comprendente gli Urani e i Cherokee. 11 Il titolo del Versuch di Siitmilch meno dogmatico: Tentativo di dimostrare come la prima lingua non debba la sua origine all'uomo. bens soltanto al Creatore. Prendendo come bersaglio lo studioso, Herder introduce una digressione polemica nei confronti di altre ipotesi sull'alfabeto, certamente pi fantasiose di quella del suo antagonista per antonomasia che intende le lettere alfabetiche come entit puramente fonetiche, per le quali ancora mancava un termine specifico. L'ironia di Herder appare tanto pi stonata se si confronta la formulazione di SUBmikh, definita a prefiguration of the phoneme theory [Salmon 1969:60], con una attuale: the vocalizatians

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Saggio nal angine del loiguaggiu

Note

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heard in the laliguages of the world are always within fairly narrow limits o/

the cacai natoti of sounds that man can produce LLenneberg 1964:585]. 17 Personalit dagli ampi interessi e membro attivo dell'Accademia berlinese dal 1764, Johann Heinrich Lambert (1728-1777) nel Neues Organon (1764), sintesi del suo pensiero filosofico, analizza una grande variet di problemi di filosofia della scienza ed elabora una logica formale basata su segni universali. L' impostazione non si discosta, comunque, dall'indirizzo leibniziano-wolffiano, comune agli scienziati del tempo. In particolare Herder si interess ai suoi studi relativi all'acustica. n Sebastian Rasles (1658-1724), missionario in Canada, ebbe moda di conoscere la vita e i costumi di varie popolazioni nordamericane e, in particolare, di studiare la lingua degli Abnaki arrivando a compilarne un dizionario. Le sue osservazioni e notizie etnografiche sono contenute nelle Letnrs dif iantes et... (1726). ' 7 Confederazione di trib indiane algonchine originarie del Maine. Ostili agli Inglesi, gli Abnaki si allearono ai Francesi e, nel XVIII secolo, si spostarono nel Canada francese. Anche la loro lingua somiglia ai dialetti algon. chini della regione dei Grandi laghi. 19 II gesuita Piene Joseph Marie Chaumonot (Calmontmius, 1611-1693) ebbe il merito di accogliere nella Maison de Lorette (Quebec) gli Urani sfuggiti ai massacri degli Irochesi e di lasciare una documentazione della loro lingua compilando un dizionario dei dialetti e una grammatica, tradotta solo nel 1831 [Grammar in the Huron language] di cui presumibilmente der ebbe notizia dalla Ilistoire di Charlevoix [Lounsbury 1978:334 sg.]. " Cos i Francesi designavano gli Indiani nordamericani Wendat stanziati ad oriente del lago di Huron che da essi prese il nome. Nel corse del XVII secolo furono decimati dagli Irochesi, loro nemici tradizionali, ai quali erano affini per lingua e cultura. 20 Herder lesse i Goutcittarios reales (1 1608; Il 1617) del primo grande storiografo ibero-americano Garcilaso de la Vega (1539-1616), detto l'Ynca, nella traduzione francese di Baudoin [SWS V:12n.l. "Charles Marie de la Condamine (1701-1774), geografo e naturalista francese, nel 1736 aveva partecipata alla spedizione in Per promossa dalla Acadmie dei Sciences, simultaneamente a quella guidata da Maupertuis in Lapponia, per determinare la lunghezza del grado di meridiano in prossimit dell'equatore. Per suo conto esplor la regione amazzonica, ricavandone dati geografici e osservazioni sui caratteri e costumi degli indigeni La Rlarico abrg... (1745), testo fondamentale della letteratura di viaggio, circol in tutta Europa diffondendo notevoli pregiudizi riguarda al livello culturale delle popolazioni prese in esame. Povera anche dal punto di vista etnografico, l'opera muove da una prospettiva eurocentrica che altera i dati raccolti fLanducci 1972: 249,338]22 Simon de La Loubre (1642-1729), letterato e diplomatico francese, inviato in Siam (1687) da Luigi XIV stil una relazione obiettiva e ricca di dati sugli usi e le istituzioni locali . Da Royaume de Siam (1691). Due ristam-

pe (Amsterdam 1700; 1713) e una nuova edizione (Amsterdam 1714) attestano l'interesse per questo paese dell'Estremo Oriente venuto in voga col diffondersi del gusto per l'esotismo. 27 Scrivendo a Johann Heinrich Merck nel mese di ottobre [Br. 1:262] Herder escludeva senza ombra di dubbio che l'ebraico fosse la prima fra le lingue storiche. Nel corso del Saggio, invece, esprime pi cautamente le sue riserve in proposito. 24 II nesso intimo fra parola, spirito divino e soffio vitale era stato oggetto della tesi De sanno... (1767). Sull'argomento pneumatologico, ripreso anche nelle Ideen... [SWS XIII: 354 sgg.], cfr. Sanner [1960:75s); Reckermann f1979:231; [HP 1987:260n.]. " Nell'opera citata, Johann Georg Wachter (1673-1757), seguace della filosofia di Spino a, pur attribuendo tradizionalmente al mitico Ermete Trismegisto l'invenzione dei caratteri alfabetici, arriva poi, muovendo dalla fisiologia dell'apparato di fonazione, a congenurare una loro origine del tutto naturale, determinata dal modo stesso di articolare i fonemi [Pro[] 1978:169 sgg.; 208 sggl. Il giudizio negativo di Herder riguardo all'interpretazione dei geroglifici dell'erudito gesuita Athanasius Kircher (1602-1680), esposta nell'Oedipus Aegyptiacus (1652-55), si estende a tutti gli studiosi di scienze eterodosse che, nel corso dei secoli, avevano elaborato interi sistemi arinografici basati sul valore mistico delle lettere alfabetiche e rispecchia lo scetticismo del razionalismo illuminista verso un mundus subterraneus ormai divenuto incomprensibile. Inspiegabile l'omissione di William Warburton (1698-1779) che nello studio Haben min noch jetzt das Publikum... (1765) Herder chiama il sognatore erudito [SWS I:221 per come aveva trattato l'argomento in The divine Legption of Moses (1738-41). n La concezione cartesiana dell'organismo animale come automatismo meccanico viene rielaborata e applicata all'uomo da Julien Offray de La Mettrie (1709-51), grazie al quale la metafora della macchina (L'homme machine, 1748) si afferma nella cultura illuminista, indugiando nel linguaggio dei letterati quando ormai era scomparsa da quello degli scienziati [Schick 1971:109]. Osteggiato da Haller e dai fautori della dottrina organicista, il meccanicismo di La Mettrie non godeva certo della simpatia di Herder che con l'uso del termine macchina si limita a designare il decorso indubbiamente meccanico di molte funzioni vitali. 27 Diderot nella Lettre... del 1749 osserva: Gomme de toutes les dammistrations extrieures qui rveillent en nous la commisration et les ides de la douleur, les aveugles ne sant affects que par la plainte, je le soupaanne 197827]. Sulla dicotomia fra i sensi della vien gnral d'inhumanit sta e dell'udito, cfr. Immerwahr [1978]. 78 Nella Histoire d'un Voyage... (1578), ricca di informazioni sulle popolazioni indigene, in particolare sui Tupinamba, il pastore calvinista Jean de Lry (1534-1613) ha lasciato una delle prime esaltazioni del buon selvaggio [Landucci 1972:218 sgg.). 29 Pierre Francois Xavier de Charlevoix (1682-1761), gesuita francese,

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Saggia sun origine del linguaggio

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esplor il Canada e, in seguito, la regione dei Grandi laghi e il Mississippi. La sua Ilistoire et desciiption gnrale... (1744) ricca di osservazioni sull'indole e i costumi degli Americani divenne un forziere al quale per decenni attinscro tutti gli studiosi di etnografia e diritto a sostegno delle loro tesi e continu ad esser citata come fonte autorevole e indiscussa per tutto il XVIII secolo. m In contrapposizione a dizione s definisce azione la gestualit, la mimica e ogni altro messaggio non verbale dell'attore e dell'oratore. Le sfumature della voce, la mimica facciale, i gesti tutte componenti accidentali e variabili del discorso tradiscono la situazione affettiva di chi parla e intensificano il significato primario della parola con una significano accessoria, gi dalla grammatica di Pon-Royal definita connotazione fllle Mauro 1966:193 sal. 22 la seconda parte dell'Essai dal titolo Du language et de la mthode [ed. 1973:191 sgg.]. ' l Al posto di pensieri nel testo francese si legge: perceptions dont ils toint les signes naturels [ed. 1973:195]. Condillac dedica a tali argomenti i capitoli V-VIII della Seconda parte dello Essai e apre il IX con le parole qui parafrasate da Herder: <Le n'ai pu interrompre ce que ra y lls dire sur l'ari des gestes, la dense, la prosodie, la dclamation, la musique et la poesie: toutes ces choses tiennent trop ensemble et au langage d'action qui en est le principe [ed. 1973:232]. 35 Nel testo di Condillac non alle medesime idee, ma aux mm.es perceptons [ed. 1973:232). 36 Si riferisce alla Dissertation del 1754 che, stampata due anni dopo, scaten lareazione dei membri dell'Accademia di Berlino di formazione protestante [Bahner 1978:94 sg.], fra i quali SaRmilch. Nella Bibliotbeca histo6ea ( I, 2), Diodoro Siculo fil sec. a.C.), motiva l'origine del linguaggio con l'incoercibile necessit di parlare [ed. 1985:5 sgg.). Alla sua teoria si ispira Lucrezio. Vitruvio Pollione, architetto e ingegnere romano a sec. a.C.), vede nell'invenzione del linguaggio (De orbilectura II, 1) uno degli indispensabili presupposti per la vita associata. Entrambi gli autori aprono la lista delle autorit portate a sostegno dell'origine umana del linguaggio nella seconda redazione dei Fragmente ( 1768) [SWS 11:681 se Maupertuis era morto nel 1759 e Stillmilch nel 1767. 44 Herder rinvia alle Allgememe Betrachtungen... di Reimarus e alle recensioni di Moses Mendelssohn alla prima (1760) e seconda edizione (1762) apparse nei Briefe, die neueste Litteratur betref fend (nn. 130-131; n. 242) [risi. 1974: 11:233-79; 1V:1-30]. Pur apprezzando e utilizzando gli studi di Reimarus, Herder continuer a combattere il determinismo meccanicista della sua concezione ancora nelle Idee,...- [SWS X111:97-103]. 40 La nozione di sfera, 'applicata da Herder per primo agli animali, includendo sia il loro habitat sia il comportamento segna un deciso avanzamento rispetta alle stesse indagini di Reimarus concentrate sull'innatismo degli

istinti tecnici animali, scevri da ogni condizionamento ambientale. il cambio di prospettiva operato da Herder indusse Johann Albert Hinrich Reimarus a ribadire la posizione del padre nell'introduzione alla quarta edizione delle Angeli:eine Betrachtungen... ( 1798) [Kempski 1982:47]. Proprio l'aver osservato l'animale nel suo ambiente naturale per ricavarne conclusioni utilizzabili in campo antropologico fa di Herder un vero precursore. Cfr. Gehlen [(1940) 1990:100]; Liebrucks [1964:59]; Irmscher [1966:149 Sggl 42 II problema della continuit delle specie viventi, formalizzato da Mistotele in una loro classificazione in ordine decrescente (scala naturael, fu ripresa dai naturalisti del XVIII secolo che ne fecero uno schema inflessibile nel quale andavano collocate tutte le nuove conquiste scientifiche e, dunque, un vero ostacolo al progredire delle scienze della vita. La concezione di una catena degli esseri viventi che Herder ricalca da Leibniz e non da Bonnet [Dreike 1973:87 sgg.] non implicava l'adesione a una teoria evoluzionistica [Lovejoy, 1904; Rouch 1940; Verra 1971] perch non intaccava il principio della fissit delle specie strettamente definito dalle rigide tassonomie di Linneo. Anche per Herder le strutture della natura erano relativamente stabili o al massimo oscillanti nei limiti assegnati alla specie. Autori come Wilson [1941], Stolpe [19641 Adler [1968:160 sgg.] vedono in Herder un anticipatore delle teorie evoluzionistiche, ma per Schick [1971:108 sgg] l'ipotesi discutibile, e Salmon considera Herder something of an evolutionist in spite of himself [1969:69]. 42 Ritenuto indispensabile per garantire l'ampliamento delle conoscenze sperimentali, il metodo analogico, che Herder mutua da Leibniz [Dreike 1973:70 sgg.], presuppone una visione della realt come di un organismo. In particolare, Herder usa sistematicamente la ingumentatio analogica per interpretare e collegare natura e storia. Altri contributi sull'argomento: Meggle [ 1 970 ]; Irmscher [19811; Pnisson [1984:892 sgg.); Verra [19871. Secondo capitolo Grob D976:13) vede qui ribadita la fedelt di Herder alla lex continui formulata da Leibniz (Nouveaux essais. Prf 1704) muovendo dal principio natura non facit saltus, secondo il quale nell'universo non pu darsi un vaClIUM fonnanim e ogni differenza pu essere ridotta a una gradazione infinita di stadi intermedi [rad. it. 1968:176], 2 Al determinismo meccanicista di Reimarus, Herder avrebbe sostituito un nuovo modello di determinismo organico, collegabile alla teoria animistica stahliana [DKV 1985:713n.; 733n.]. Ma alla base di ogni teleologismo, che nel XVIII secolo permeava soprattutto le scienze naturali, va posto il concetto di entelechia aristotelico presente anche nella monadologia di Leibniz [Proll 1978:126n-]. Ancora nel 1785, recensendo le Ideen, Kant coglieva nell'imprecisione Lerminologica di Herder una spia dello scarso vigore teoretico delle sue tesi [ed. 1968:793 sg.]. In effetti, il rigore kantiano sembra in lui sostituito dal

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gusto della conquista graduale di espreisioni concrete nel corso della stesso argomentare [Gaier 1988:83 sg.]. In particolare, contestando Herder l'intellettualismo della settecentesca psicologia delle facolt [Formigari 1977:111 - nella sua visione antropologica mere modalit di una forza psichicainscindibile - anche i termini relativi a esse rimangono fluttuanti [Rwst 1988225 sg]. L'approfondimento di questi concetti assume forma sistematica nella Aletakraik (1799) [SWS XXI: 82 sgg.; 184 sgg.; 199 sgg.l. l Sotto lo pseudonimo Edward Search si cela Abraham Tucker (17051774), singolare figura di filosofo moralista che, nella monumentale opera The Light or Nature pursucd (1768-77), anticipa alcune posizioni dell'utilitarisme. Al vero scienziato, significativamente chiamato Search, si oppone un antagonista il cui atteggiamento dogmatico denunciato dal nome
Know-all.

5 Nella metafora del seme adombrata la teoria della preformazione che, in opposizione all'epigenesi, nel seme o nell'uovo crede contenuto in tutti i suoi dettagli il futuro organismo. Il problema di come si riproduce o genera la vita - con le sue ulteriori implicazioni circa la destinazione dell'uomo ndl'universo - ha a lungo travagliato Herder, rimasto oscillante fra le due dottrine fino a scartarle entrambe in favore di una visione pi complessa della realt. Cfr. Verra [1971:30 sg.1 Dreike 11973:44 sg.]. / Sulla nozione rousseauiana di facolt potenziale Herder polemizza anche nelle: Wahrheiten aut Leilmitz (17691 dove si d al mondo una )acult non in atto? [SWS XXXII:224]. Alla tematica delle forme plastiche - confluita nella Plastik del 1770 Herder si era interessato durante il soggiorno a Parigi [Kiintzel 1936.24 sg el, mutuando la terminologia relativa da Ralph Cudworth (1617881 The tme Imellectual System of the Universe, 1678 - appartenente alla scuola dei Cambridge Platonists. ) Solo la collocazione del vocabolo d'origine latina Rellexion accanto al neologismo Besonnenheit pu aver indotto alcuni studiosi e traduttori a considerare i due termini equivalenti. A un'attenta lettura, questa frase - a ragione definita la formula dell'origine [Krintzel 1936:6] - rivela che corrispondono a due fasi non simultanee ma successive della coscienza: la sensatezza la condizione (Zustand) data all'uomo propedeutica alla libera attivit riflessiva che si traduce in linguaggio. La Metakritik, dove la riflessione definita nobile attivit dell'anima [SWS XXI:175] e la sensatezza nobile dono dell'uomo [SWS XXL871 dissipa ogni dubbio in proposito. 9 Inizia qui la descrizione della fenomenologia della appercezione (Anerkennting), grazie alla quale i dati Sensoriali - che il soggetto percepisce (Cr kennt) tramite un segno caratteristico (Merkmal) - vengono introiettati nel contesto della coscienza che ti appercepisce (anerkenntl, I termini erkennen e arterkennen, applicabili all'analisi della sensazione come alla teoria della conoscenza, sono tradotti con conoscere e riconoscere in luogo di percepire e appercepire, secondo il suggerimento di Verra [1957:673] l Si tratta del saggio Sto happ erception (1764) di Johann Georg Sulzer

0720-791 Membro della Classe philosophique dell'Accademia, Sulzer - annoverato con Mendelssohn. Tetens ed Eberhard fra i filosofi popolari aveva partecipato anche al dibattito sulla genesi del linguaggio, propendendo per la soluzione dell'origine animale. ll L'esempio ddragnella ricavato dal poscritto di Moses Menddssohn alla sua traduzione del secondo Discours di Rousseau, Sendschreiben au den firmi Magister Letsing (1756), [Ris 1968:345-47]. Qui ha inizio il passo fondamentale del Saggio nel quale Herder riproduce l'atto linguistico non dando una spiegazione del perch accada, ma una rappresentazione del suo accadere [Grob 1976:21). 12 Collegare la nascita del nome, un simbolo autocreato, al riconoscere fu scoperta grandissima di Herder, che in questo ha rivelato un intuito geniale. Cfr. Gehlen [(1940) 1990:238 sul. 'I Christian Wolff, Psychologie empirica (1738) 5 284: Si, quae ah alio abstrahimus, ea vocabulis peculiaribus designamus et hoc modo abstractiones magis clarae ac distinctae fiunt [risi. 1968:201]. Cfr. anche 5 342; 5 351; 5 inseccicirdibile correlazione stabilita da Hamann fra pensiero e linguaggio "3 1,7'2 su un impianto ideologico teocentrico acquista in Herder un diverso spessore perch su tale equivalenza si incardina la sua visione antropocentrica [Merker 1973:8 sgg.]: l'uomo uomo perch parla e parla perch pensa. La difesa di questo solidissimo principio nella Afetakritik riceve un assetto organico in opposizione alla concezione kantiana della natura metalinguistica delle idee. In proposito, cfr. Ruprecht [19761 Heizmann [ 1991l66 588.1; Seeba [1982]; Koepke [1987:26 sg.]; Rirst [1988:36 sgg.]; Gaier [1988:120 /88.1: Menges [1 990: 58 sgg.]; Helfer [1990]: Formigari [1994]. [5 I casi di ritrovamento di ragazzi selvaggi erano sempre prodotti per confermare o escludere l'ipotesi del puro stato di natura [Formigari 1972:12 sgg.]. Solo in questi, e non gi nei cosiddetti selvaggi americani, sembrava realizzarsi quella condizione di homo lents postulata da ]inneo giacch, per un casuale sradicamento dal consorzio umano - una sorta di esperimento spontaneo [Landucci 1972:333 sgg.] - essi costituivano gli unici esempi di asocialit prolungata nei quali fosse possibile distinguere il corredo somatico ereditario dal patrimonio culturale acquisito. Negli enfasi, sauvages, creature che non avevano aucune parente psychologique avec k hros mythique et rousseauiste [Malson 1964:401 Herder vedeva comprovato il proprio convincimento che fuori della societ l'uomo non mai in uno stato naturale. " A Proli [11V 1987285111 si deve l'unica interpretazione plausibile della curiosa espressione con la quale Herder si rivolgerebbe a quegli Europei che, pur essendo di fatto fratelli dei negri, non son poi disposti ad ammetterlo con la stessa facilit con cui riconoscono alle scimmie la possibilit di infrangere le barriere della specie per parlare. Leibniz, Nouveaux Essais, III, 5 1: Quanto agli organi, le scimmie, in apparenza, ne hanno di capaci a formare le parole, quanto noi; nondimeno in loro non se ne trova il minimo inizio. Bisogna perci che in loro manchi qual-

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Saggio sull'angrne del fingano

Note

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cosa d'invisibile [trad. h. 1968:401]. La lettura in traduzione tedesca del Kon Befigt (1780) dello scienziato olandese Pieter Camper (1722-92) convinse Herder a rettificare nella stesura del 1789 la posizione qui assunta: Dalla noromizzazione dell'orango-utango di Camper (vedi i suoi scritti brevi ora tradotti) questa affermazione risulta troppo ardita; mentre quando scrivevo era opinione unanimemente condivisa dagli anatomisti [SWS V:451. Aristotele, 412 b 20: L'occhio materia della vista mancando questa non c' pi occhio, o solo per omonimia, come un occhio di pietra o dipinto [ed. 1973:493]. 19 Orazio, Sermones, I, 3, vv. 103.104. Terzo capitolo Il celebre chirurgo oftalmico William Cheselden (1688-1752), autore del trattato The Anatomy o) the human Body (1713), aveva operato con successo un giovane cieco e pubblicato nei Philosophical Transactions (1727) una relazione sul caso (una copia di pugno di Herder si conserva nel NacblaK, ora in: HV 11:1223-26). II risultato pi sconcertante fu constatare come il cieco, una volta acquistata la vista, non riuscisse a coordinare i corpi solidi e colorati che gli si presentavano con l'idea che se ne era fatta conoscendoli al tatto. Colpito dalle implicazioni dell'accertamento, che sembrava la conferma empirica della dicotomia fra i sensi della vista e del tatto, Herder lo riporta nel Viertes Waldchen (1769) [SWS IV:50 sg.1, nella Plastik del 1770 [SWS VI1I:1171e in quella del 1778 [SWS V111:3 sggl, inserendosi cos nella discussione sul problema di sinestesia noto, da Locke in poi, come le problema de Molyneux [Immerwahr 19781. Herder conosceva A Complete System o( Optics (1738) di Robert Smith, nella traduzione (1755) di A.G. stner. Nella Ilistoire natumlle (1749 sgg.), George Louis Leclerc de Buffon discute l'argomento nel capitolo Du sens de la vue. La voce aveugle nella Encyclopdie curata da Jean d'Alembert. 2 Gli esordi onomatopeici del linguaggio per Herder hanno pur sempre un valore dianoetico e non vanno confusi con la pura imitazione di suoni naturali; perch diventi parola un suono imitato deve essere usato intenzionalmente [Pallus 1966:XIX]. In quanto fattore cooperante alla formazione del linguaggio [Cassirer (1923) 1988:1791, l'onomatopea costituisce una traccia degli stadi relativamente primitivi della lingua, qualora il nesso Era suono e parola non sia andato del tutto smarrito sotto le stratificazioni successive. Cfr. Cassirer 81938) 1983:179 sgg.) ' Denis Diderot, Lenir sur les sourds et muets... (1750. 11 fondamentale atto linguistico-cognitivo che si esplica nella attivit denominatrice trova conferma per Herder nella imposizione dei nomi (Gen 2,19): far nominare gli animali ad Adamo equivale a farglieli conoscere, vale a dire darglieli in possesso. Herder evita di ricorrere allo stratagemma di altri autori che, per non entrare in aperta contraddizione con il testo biblico, spostano il momento della creazione del linguaggio al periodo postdi-

Inviano [Wells 1969:95 sgg.). Sull'argomento, cfr. Cassirer [(1925) 1983:143 sgg1. 5 A Herder non sfugge la forza dinamica insita nel sincretismo del verbo originario nel quale soggetto azione e oggetto sono incorporati. Sulla piedicagione come atto sintagmatico fondamentale, cfr. CLP 1929:58. 6 L'immagine applicata alla teleologia da Francis Bacon (1561-1626) nel De dignitate et ano:mais scientionmr, III, 5: Nato Causarum Fina!~ inquisitio srerilis est, et tamquam virgo Deo consecrata nihil parli [Risi. 1963:571]. L'identificazione del luogo si deve a Proll [HV 1987:290n.]. 7 La lingua di per s un documento della lotta compiuta dall'uomo per impadronirsi della realt e dominarla [Konrad 1937:34) e il passo un esempio del primario carattere mitico di ogni concetto nominale e linguistico [Cassirer (1925) 1983:1451, una feconda intuizione che il Romanticismo eredit da Herder. Il peso rilevante dell'animismo nel processo di astrazione trovava conferma nei resoconti di viaggio [Landucci 1972:265 sgg.] che documentavano sia i vari stadi di capacit astrattiva raggiunti dai popoli primitivi sia la profusione di metafore generate da tale concezione. Altri studi: Cassirer [(1922) 19831: Bonfante [(1954) 1988]; Vena [1966]; Wells [1969 : 96 sgg.); Schick [1971:26 sgg.]. 8 Nella stesura a Herder precisa: Salmilch, 5 7, nota p. 22. 9 Bench non ne faccia esplicita menzione, presumibile che Herder alluda alla tesi sostenuta da Longino (Il sublime) e abbracciata da Thomas Blackwell (An Enquiry Mio the Life..., 1735), ricordati insieme anche nel breve Wie die Philosophie zum besten des Volkes... (1765) [SWS XXX11:601. Ma lo stesso Hamann che apre la Aestbetica in nuce (1762) affermando con grande autorit: Poesia la lingua madre del genere umano [trad. it. 1977:113), argomento che Herder rinvigorisce trasferendolo dal piano metafisico-simbolico a quello empirico-genetico [Schnebli-Schwegler 1965:52], sulle prime forme dell'arte poetica (Fragmente ciner Abhandlung aber die Ode, 1764; Venuch eine lyrischen Dichtkunst, 1764) e raccogliendo canti popolari per i quali nel 1773 coni il termine Volkslied certo di poter trovare in essi le tracce pi antiche della poesia. Cfr. Verta [1966:43 sgg.]; Heizmann [1981:28 sgg.); Morton [1982:41 sgg.); Fasi 1 1988 / 132 sgg. 7; (DKV 111:848). lk Gi nei Fragmente [51V5 11:72 sul, Herder invitava a diffidare delle interpretazioni letterali e anacronistiche di quegli studiosi che si erano addentrati in fantasiose speculazioni per ricostruire il linguaggio musicale, quali Isaak Voss (De poematum canta..., 1673), Markus Meibom (Antiquati musicae..., 1652) e Jean-Baptiste Dubos (Rfkxions chtiques., 1719). "Nouveaux Essais, III, cap. 1, par. 1-2: E bisogna anche considerare che sarebbe possibile parlare, cio farsi intendere per mezzo dei suoni della bocca, senza formare suoni articolati, se ci si servisse, ad esempio, dei toni muggii [trad it 1968'401 sg.l. 22 John Brown (1715-1766), teologo e scrittore inglese amico di Warburton, nell'opera A Dissertation on the Rise... (1763), fonda una teoria estetica

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Saggio tutt'ungine del linguaggio

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sul ronvincimento che nell'uomo primitivo tutte le arti siano indissolubilmente legate fra loro e alla musica spetti un compito formativo fondamentale. L' opera era nota a Herder nella traduzione di J.J. Eschenburg (1769). Orazio, Sennoties, 1, 4, v. 62. ' I Muovendo dalla sinestesia come strumentazione indispensabile per la formazione di vocaboli nel caso di oggetti che non emettano suoni, Herder delinea una vera e propria teoria estesiologica, fondamentale per la sua gnoseologia (che in seguito prender corpo nel trattato Vom Erkennen und Emp)iaden, 1778). Eliminata la gerarchia fra sensi superiori e inferiori, al sensorio comune demandato il potere sintetico di organizzare i dati dell'esperienza nell'unit del pensiero. Per un approfondimento del tema, cfr. Schnebli-Schwegler [1965:108 sgg.]; Sauerland (19801; Farsi [1988:241 sgg.]; Norton [19911; [Formigari 1994]. Sulla posizione chiave dell'udito come mediatore delle sensazioni non acustiche, cfr. Pnisson [1987]; Gaier (19881; Trabant [1990; 1992]. 1 / L'immagine di Leibniz (Nouveaux Essais. Pie): E per meglio giudicare delle piccole percezioni che non sapremmo distinguere in una folla (di percezioni), sono solito servirmi dell'esempio del muggito o rumore del mare dal quale si colpiti quando si sulla riva. Per intendere questo rumore bisogna che se ne percepiscano le parti che lo costituiscono, cio il rumore di ogni singola onda... (trad. it. 1968:173 sg.1. Negli studi su Leibniz Herder si era soffermato sulle innumerevoli, sfug' [SWS XXX11:214 genti impressioni che soltanto sommandosi diventano afferrabili e sulle quali si fondano tutte le sensazioni oscure e inspiegabili (.je ne sais quoi). Negate sia dal razionalismo cartesiano che dal sensismo inglese, le petites pereeptions costituiscono per Leibniz l'essenza stessa della vita psicologica. Sul tema, si legga Radis-Lewis [19851. 36 Nella Histoire natuielle di Buffon, il capitolo dedicato all'argomento Des sens en gnral; Condillac lo discute nel Trait des sensations (1754), e Charles Banner nello Essay de psychologie (1755) e nello Essay analytique (1760). Cfr. Hafner [1994a1. Dalla lettera del 12 settembre 1770 a J.H. Merck [Br. I:2171, lrmscher [1966:128 sg.] desume che Herder conoscesse le suddette teorie solo attraverso il Systeme de la nature (1770) di Paul Henry Thiry de Holbach. Shakespeare, A Midsummer Night} Dream, 1, 1, vv. 146-49. Herder si dile:cava tradurre la commedia forse fin dal 1766 [SWS 1:397n.1 Alla grandezza del teatro shakespeariano dedicata la seconda parte di Von deutscher Art und Kunst (1773) [SWS V:208 sgg.]; saggi della traducibilit della sua poesia sono raccolti negli Alte Volkslieder (1774) [SWS XXV:33-60]. Sull'interesse dominante di Herder per Shakespeare, cfr. Stellmacher [19781; Knodt 119901. ' s Alexander Pope (1688-1744), Essay on Man, Ep. I, v. 200: Die of a Rose in aromatic pain [ed. 1963:187]. Nei versi della sezione VI, Pope sviluppa l'idea di una sensibilit umana cos sapientemente dosata che qualunque suo potenziamento risulterebbe inutile se non dannoso.
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Gi Giuseppe Arcimboldi (1527-93) aveva studiato i gradi crematici dei colori, tentando di trovare le relative corrispondenze con gli armonici dei suoni. Ma il prototipo di tutti i successivi pianoforti e organi cromatici fu messo a punto nel 1735 dal padre gesuita francese Bertrand Louis Castri, che costru un clavicembalo oculare, i cui tasti dovevano essere distinti secondo la successione cromatica. A questo si riferisce Herder pi volte nelle sue opere. 2 Johann Georg Suini (1720-79), Nouvelle thorie du Plaisir. Pubblicata in francese nei Mmoires del 1751 e successivamente in tedesco (the, den Drsprung dei angehnemen..., 1762). 21 Dall'opera Origine, hebraeae (1724; 1738) dell'orientalista Albert Schulrens (1686-1750) Herder ha tratto tutti gli esempi precedenti [lrmscher 1966:129ml 22 Orazio, De arte poetica, 97. Bacone , Novum Chganum (1760), 1, 2, Aph. n LX: 1963:1711. per verba intellectui imponuntur duorum genera sunt [Rist. 9 24 Rilimikh non nega affatto i sinonimi, dei quali sottolinea il valore sul piano stilistico, sostiene invece, a ragione, che non esistono vocaboli perfettamente sinonimi [Kieffer 1978:102 sgg.]. 25 Le diverse soluzioni proposte per identificare il toponimo non sono convincenti. 26 Durante la spedizione scientifica (1736-37) affidatagli dalla Academie des sciences al fine di verificare l'ipotesi dello schiacciamento della sfera terrestre ai poli, Maupertuis si spinse fino al cuore della Lapponia mosso dalla curiosit di trovare un antico monumento. La Relation d'un voyage... (s.d.) riporta molte osservazioni sulle popolazioni indigene [risi. 1965:177 sgg.l. 21 La polemica sull'uso dei due termini risale alla controversia teologica fra chiesa orientale e occidentale, suscitata dall'eresia ariana. Ad Atanasio (295373) si deve l'introduzione del termine dgooftotos, consustanziale al Padre, il cui uso distinse gli ortodossi, laddove ftgotokros, simile in essenza, fu adottato dai semiariani o omeusiani. In latino, non esistendo l'equivalente di Soia (essentia fu coniato molto pi tardi), si part dal greco n if 151770I0 IS che ha un corrispondente in substantia, ma che era usato anche per designare la persona, accezione che in seguito prevalse. 18 Con questo termine vagamente spregiativo si indicavano sia gli adepti di alcune sette religiose dissidenti che si ritenevano direttamente ispirati dallo Spirito Santo, sia coloro che consideravano il sentire immediato pi sicuro della ragione e del pensiero per raggiungere la verit. 29 Sul sistema teosofico di Emanuel Swedenborg (1688-1772), esposto nell'opera Arcaffia coekstia (1749-56) aveva richiamato l'attenzione Kant attaccandone il misticismo visionario nei Tritone eines Geistersehers (1766) Dal canto suo Herder non risparmia il sarcasmo verso lo scienziato e teologo svedese nel recensire il libro di Kant [SWS 1:125-30] e nemmeno nel profilo biografico che ne traccia in Admstea (1802). Agli antipodi della visione teosofica di Swedenborg si situa la fede nell'incarnazione storica della divinit che a Friedrich
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Saggio sull'angine del linguaggio

Note

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Gottlieb Klopstock (1724-1803) ispira Der Messia, [1748-731, acclamato da Herder come il primo poema classico in lingua tedesca (Br. 1:152]. Sul rapporto Herder-Klopstock, cfr. Stolpe [1955]; Lohmeier 09681. 19 La rettifica nell'edizione del 1789 di Chingulese in Chingalese non aiuta a identificare Petnonimo. Porrebbe trattarsi dei Singalesi, nome della classe dominante di Ceylon [Gerold 1953:787nd; degli abitanti dello Chingan cinese [Irmscher 1966:129n.1; o degli abitanti del Rio Xing, affluente del Rio delle Amazzoni, descritti da La Condamine [DKV 1985:759w]. ti L'autore inglese il teologo Peter Browne (1665-1735) che coltivava con passione anche interessi filosofici e aveva elaborato una dottrina dell'analogia in contrapposizione alle conclusioni deiste ricavate dalla gnoseologia di Locke. L'anno di edizione di Things Divine-. il 1733 (la correzione si deve a Claus Trager, curatore della redazione Ad 37 Lry non scrisse una grammatica della lingua brasiliana, ma la sua importante relazione di viaggio contiene osservazioni e note sparse sulle lingue tupi-guaran parlate dai Tupinamba, trib oggi estinte che risiedevano lungo la costa brasiliana, a sud dello stato di San Paolo. " Rousseau, Discoun: Bisogna pensare che le prime parole che gli uomini usarono ebbero nel loro spirito un significato assai pi vasto di quanto lo abbiano quelle nelle lingue gi formate e che, ignorando la divisione del discorso nelle sue parti costitutive, essi all'inizio dettero ad ogni parola il senso di un'intera proposizione [trad. it.: 117]. 34 Resnel probabilmente la trascrizione fonetica del cognome dello storico Guillaume-Thomas Raynal (1713-96) la cui Histoire philosophique... (1770) contiene una descrizione accurata delle culture indigene canadesi [HV 1987:316n.1. " Si pu concepire l'evoluzione linguistica come governata da un'antinomia permanente fra le necessit di comunicazione dell'uomo e la tendenza che egli ha a ridurre al minimo la sua attivit mentale e fisica. Qui, come altrove, il comportamento umano soggetto alla legge del minimo sforzo... [Martini 1971:197].1lerder trasferisce sul piano linguistico la 7oi de la moindrequantit d'action formulata - per i processi naturali - da Maupertuis. SECONDA PARTE Platone, In Repubblica, VII, 5144-518b [trad. ].. 545-501. 2 Gi Rousseau nel Diseows... Braci. it.: 102 sgg.; 112; 128 sg.] metteva in luce quale rischio reale di disintegrazione della forza originaria dell'uomo sia insito nella divisione del lavoro e quanto siano determinanti nel processo formativo individuale gli istinti e i bisogni naturali. 3 Cari von Linn, Philosophia botanica (1751). Pur avvertendo nella tassonomia binaria di Linneo una costrizione per la sua visione organicista della natura, Herder non aveva elementi per poter mettere in discussione le classificazioni del naturalista svedese [Schick 19711.

J.D. Michaelis, De l'influente..., 2, 1: Les langues soni l'amas de la sagesse et du genie des nations, o chacun a mis du sienne. Ceci ne s'entend gas seulement des savans, qui au contrarre ani souvent un genie born... Le simple homme d'esprit y fournit peut-tre d'avantage, et Phornme sans lettres y a souvent d'autant plus de pari que ses penses sona, pour ainsi dire, plus voisines de k nature [rist. 1974: 27]. Aristotele, Poetica 1456 b 18: Della elocuzione in genere si distinguono le seguenti parti: lettera, sillaba, particella congiuntiva "o" articolazione, nome, verbo, caso, proposizione [trad. it. 1973:564]. 6 Aristotele, Dell'espressione, Via 10: del resto necessario che ogni discorso dichiarativo derivi da un verbo o da una flessione del verbo Braci. it. 1973:551. 1 Sollecitudine amorosa, Condillac (Essai, II, 5 1601 aveva compreso che le idee accessorie rinviano al codice culturale e affettivo caratteristico di ciascuna nazione. Tali assofazioni di idee sono quindi intrasferibili e la loro incidenza per il costituirsi del gnie d'une langue fondamentale [ed. 1973:266 sg.]. 9 Fonte non identificata. IO Proprio in virt della wilcrepitude littraire de l'Europe qu'il [Herder] a cru l'authenticit des chants d'Ossian [Rouch 1944:541, vale a dire alla grande mistificazione letteraria de/ XVIII secolo attuata dal teologo scozzese James Macpherson (1736-96). Nessuno dubitava che si trattasse di poemi risalenti agli albori della civilt, paradigmatici del modo di sentire dell'uomo primitivo e non distinguendosi ancora i Celri dai Germani, il loro presunto autore fu applaudito come padre della poesia popolare tedesca. Cfr. la recensione di Herder alla traduzione (1768) di M. Dennis per la ADB [SWS IV:320-251 e lo scritto Aumug aus einem Briefwechsel aber Ossiana. (1773). Sull'argomento, cfr. Stolpe [1953:43 sgg-]; Schedfler [1967:80 sgg.]; Verra [1971:0 sgg]. " Leggi Orazio, Sennones, I, 3, 100. " Allo schiavo nato in casa (vema) spesso era affidata la cura dei bambini: lingua vernacula equivale, dunque, a lingua dmestica. 73 Probabile riferimento a Voltaire che nei suoi scritti sostenne a pi riprese la teoria del poligenismo conferendole una interpretazione decisamente razzistica, laddove Herder rifiutava ogni teoria delle razze originarie [Marino 1975:84 Sulla controversia Era monogenisti e poligenisti cfr. Landucci I1972:78 sud; Marino [1975:83 sgg.]; Fink (19821. 14 Abbandonata l'ingenua congettura diffusa fin dall'antichit che il colore nero della pelle derivasse dall'esposizione prolungata al sole, stava acquistando credito l'opinione - condivisa anche da Voltaire che la giustificava con le dissezioni anatomiche di Fredrick Ruysch (16381731) - che un reticulum mucomm posto fra la membrana interna e quella esterna trattenesse un liquore calor inchiostro, responsabile della pigmentazione scura. Cfr. Landucci [1972:79 sgg.].

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15 Fonte non identificata. '" Nella visione politica di Thomas Hobbes esposta nel Leviathan (1651) e condensata nella sentenza homo homini 40E, ivi, II, cap. 17 (trad. it.: 2101 la guerra la condizione naturale dell'umanit, una teoria che rendeva piuttosto ardua qualsiasi idealizzazione della vita primitiva [Meek 1983:14 sg.]. Il David fiume, A Treatue o) Immo; Nature (1739-40), II, 2, cap. VIII: A man, who compares himself tu his inferiori receives a pleasure from the comparison [Risi 1964:162]. "L'Etymulogicon (1662) di Gerhard Johannes Voss (Vossius. 1577-1649) non fra gli studi pi nati dell'importante grammatico e filologo classico, autore di trattati che possono dirsi i primi tentativi di storia della storiografia e di storia delle religioni. " Gen I1,1-10. Da Robert Lowth (1711-87) (De sacra poeti Hebraeorum, 1753 e, annotata da Michaelis, 1758) era venuta l'indicazione di accostarsi alla Bibbia come a un testo poetico di cui vagliare attentamente moduli g rutturali, tecniche linguistiche e generi letterari. Il suo influsso sull'estetica tedesca fu enorme [Marino 1975:262 sgg.). Sulla sua scia, anche Herder leggeva l'Antico Testamento come un testo di letteratura profana ma, con un maggior rispetto per la tradizione letteraria ebraica, non riteneva applicabili a essa i criteri ermeneutici validi per le letterature occidentali. Un'interpretazione simbolica del testo biblico Herder dar poi nella Aeheste Illktinde der Menschheit (1774-76), che segna 4a punta massima della convergenza con Hamann [Merker 1968:280]. Sul tema, cfr. Venturi [1981:XV sgg.]; Verra [19661; Rimi [1988:132 sgg.]; Liittgens [1991]. 20 In questo passo, il nome Babele erroneamente fatto derivare dalla radice bit (confondere), mentre significa sporta di Dio. 21 Probabile allusione all'espediente adottato da Demostene per correggere i propri difetti di pronunzia. 22 La battaglia contro Voltane e k idee da lui espresse nella Phelosophie de listoire par )en tabb Bazin (1765), divenuta l'introduzione dello Essai sui Moeury nell'edizione del 1769, sar condotta da Herder nel saggio Auch eive Philwapbie der Geschichte (1774). Per questa tema si rimanda a Rouch [1944]; Venturi [(1951) 1981]; Merker (1968:450 sgg.]. Il La contraddizione in cui Herder sembra cadere rispetto all'affermazione iniziale sull'alfabeto (p 8) solo apparente: qui, nella diffusione dell'alfabeto e del meccanismo che ne alla base scorge una riprova della trasmissione culturale e della monogenesi delle lingue. 2 ' La pittura di Anton Raphael Mengs (1728-79) sembr ai contemporanei la realizzazione delle teorie di Winckelmann e fu determinante per il formarsi del gusto neoclassico. 25 11 nome del pittore tedesco del periodo Rococ Christian Wilhelm Ernst Dietrich (1712-1774) nell'edizione del 1789 sostituito con quello di Diirer.

28 Tacito Germania, VI, 6 scura tantum lectissimis coloribus distinguunt [ed. 1987:34]. L'immagine usata da Klopstock per lo scudo di Arminio nella XII scena dello Ilennanns Schlacht (1769), dramma della trilogia dedicata all'eroe germanico che diede inizio alla moda della poesia bardica [Stolpe 1955:335 sgg.]. Herder vi scopr l'entusiasmo per gli antichi Germani che incarnavano storicamente l'ideale di innocenza e di virt integrale magnificato da Rousseau nello stato di natura. Cfr. Rauche [1944:14-33]; Stolpe [1955:335 sg.g.i. A Si coglie qui un'eco della polemica di Herder nei confronti di Winckel. mann tradotta nel rifiuto del primato della Grecia e della pretesa di stabilire canoni estetici universalmente validi, fondati sull'accettazione acritica dei modelli classici. Cfr. in proposito: Rouch [1944:8 sgg.], Dietze [1978:2 sgg.]; Heizmann [1981:76 sgg-]. 28 Nell'edizione 13 l'aggettivo rettificato in tedesco. 25 Dalle pagine precedenti emerge l'insofferenza di Herder per ogni tipo di egemonia culturale e il precisarsi del concetto di relativismo del gusto e dei costumi, gi presente nel giovanile Von der Verschiedenheit des Gesehmades, (1766). Proprio la sua proposta di guardare alle popolazioni affacciatesi per ultime nella storia come a culture diverse contribu in maniera decisiva all'abbandono dell'eurocentrismo e spian la strada per un approccio socioantropologico al fenomeno della pluralit delle culture. Cfr. Rouch [1944:62 58.8.]; Harich [1952:7 sgg.]; Berlin [1965:50 spii.]: Marino (1975:83 sgg.]; Landucci [1971:385 sud; Herrmann [1978); Meek [1981:134 sgg.]: Heizmann (19811; Hfner 11994bl. IO In luogo di una premessa metodologica che sarebbe suonata in curioso contrasto con il quesito accademico, Herder fornisce a posteriori una motivazione del proprio procedimento argomentatisi che sembra ricalcare quello del Natura! historian sintetizzato da Ferguson nella formula To colteci facts, not to offer conjectures [cit. in Landucci 1972:358n.]. Cfr. anche Di Cesare [1991].

Bibliografia

La bibliografia che segue non ha alcun carattere di completezza n di omogeneit. Accanto agli scritti di Herder che preparano o sviluppano la tematica linguistica-filosofica del Saggio ne compaiono altri la cui lettura risultata indispensabile per l'accesso alle molteplici problematiche culturali che Herder contestualmente tratta e, spesso, risolutiva per l'interpretazione e, quindi, corretta traduzione di alcuni scogli del testo. Un criterio analogo ha orientato anche la non facile selezione fra gli studi critici, proliferati nell'ultimo ventennio. Come opere di consultazione per chiarimenti lessicali sono stati utilizzati il Warterbuch der Philosophiscben Begriffe, a cura di 3. Hoffmeister, Hamburg 1955; il Philosophisches Wrterbuch, a cura di G. Klaus e M. Buhr, Leipzig 1975, e Der Wortschatz des deutscben Pietismus, Tiibingen 1954, di A. Langen. Per una visione completa degli studi su Herder si rimanda alla HerdeuBibliographie, a cura di G. Giinther, A.A. Volgina, S. Seifert, Berlin-Weimar 1978 che, per gli anni successivi, pu essere utilmente integrata dalle rassegne bibliografiche annesse ai saggi di 13 Becker Herder Rezeption in Deutschland (1987:226-242) e di G. Dirsi Spintisi) ah memphoriseber ProzeK (1988:415-432). Un ultimo aggiornamento dato dal repertorio bibliografico di T. Markworth, J.G. Herder. A Bibliographical Survey, 1977-1987, Hiirth-Efferen 1990. Per la bibliografia sul tema dell'origine del linguaggio cfr. G.W. Hewes, Language Origins: A Bibliography, The Hague 1975. Si ricorda, inoltre, che le traduzioni italiane dei testi berderiani, oltre che esemplarmente introdotte, sono sempre corredate da indicazioni bibliografiche specifiche. All'insostituibile edizione critica dei Snmtliche Werke, curata da B. Suphan, C. Redlich, R. Steig, Berlin 1877-1913, 33 voll., rist. Hildesheim 1967-68 (cui si rinvia con la sigla SWS), si affiancano ora le edizioni di opere scelte in corso di pubblicazione nella Hanser Verlag, Werke in Einzellninden, a cura di W. Proli, Menchen-Wien 1984 sgg., e nella aDeutscher Klassiker Verlag, Werke in zehn Bdnden, a cura di M. Bollacher, Frankfurt am Main 1985 sgg. (indicate rispettivamente con le sigle HV e DKV), che costituiscono un valido ausilio alla lettura per il ricco apparato di riferimenti alle fonti e agli inediti. Il carteggio herderiano ormai disponibile nell'edizione completa: &tete. Gesaintausgabe. 1763-1803, a cura di W. Dobbek e G. Arnold, Weimar 1977-1988, 9 voll. (Br. nelle citazioni).

176 1. FONTI

Saggio

su //

h aglio

Bibbograka

1 77

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Indice

7 Introduzione di Agnese Paola Amicone 27 Nota editoriale PRIMA PARTE. Abbandonati alle loro capacit naturali, gli esseri umani hanno potuto inventarsi il linguaggio? 31 Primo capitolo 51 Secondo capitolo 7l Terzo capitolo Suoni Un linguaggio in assenza di qualsiasi suono SECONDA PARTE. Qual stato per l'uomo il modo pi agevole per potersi e doversi inventare il linguaggio? 111 Prima legge di natura 126 Seconda legge di natura 135 Terza legge di natura 143 Quarta legge di natura 157 Note 175 Bibliografia