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Gioberti, Cattaneo e il federalismo

Danilo Breschi

LItalia unita? Ma con quale forma costituzionale? Per parlare di federalismo nellambito del Risorgimento, e in particolare delle figure di Gioberti e Cattaneo, dobbiamo anzitutto ripercorrere, sia pure rapidamente, le tappe che portarono molti uomini di cultura, ma anche altri settori della popolazione della penisola, a pensare lItalia come ununica nazione. Tutto parte dalla Rivoluzione francese e dal modello dello Stato-nazione che si afferma nel corso del decennio rivoluzionario 1789-1799 e che le armate francesi, sotto la guida di Napoleone, esportarono in quasi tutta Europa come esempio di libert, eguaglianza e fraternit a livello di istituzioni politiche. I due periodi di presenza e dominazione francese (1796-1799; 1802-1815) costituiscono sotto alcuni aspetti la traduzione politica e istituzionale dei famosi immortali principi dellOttantanove. Per la nostra riflessione si prenda le mosse dal contenuto dellarticolo 25 della Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino (24 giugno 1793) posta a premessa di quella Costituzione dellanno I che, promulgata dalla Convenzione il 10 agosto del 1793, non entrer per mai in vigore per il precipitare degli eventi (guerra civile e guerra contro le potenze straniere coalizzate in funzione antirivoluzionaria). Lart. 25 recitava cos: La sovranit risiede nel popolo; essa una e indivisibile, imprescrittibile e inalienabile. su questa ossessione dellunit e indivisibilit della nazione che si costruir il filone maggioritario del pensiero democraticorepubblicano del primo Ottocento, in Francia come nel resto dEuropa. Come vedremo, lopera di Carlo Cattaneo costituir sotto questo profilo uneccezione, occupando una posizione relativamente marginale. In Europa, e nella stessa Francia rivoluzionaria, forse sfuggivano le sottili distinzioni dei teorici americani tra confederazione, dove il voto di uno Stato poteva bloccare ogni decisione, e federazione, dove le competenze erano (e sono) ripartite fra gli Stati e lo Stato federale (centrale), e quindi la sovranit non pi una e indivisibile, ma divisa per competenze e ambiti territoriali, secondo un criterio di separazione orizzontale dei poteri. La simpatia per il modello americano fu, durante la Rivoluzione francese, un fenomeno di breve durata. Fin dal settembre del 1792, dopo la battaglia di Valmy che risospinse lesercito delle potenze straniere antifrancesi al di l dei confini e dopo la proclamazione della Repubblica (22 settembre), il federalismo fu visto dai giacobini (il club politico che prese il sopravvento nella Convezione e domin lapparato statale dal giugno 1793 al luglio 1794) come minaccia scissionista o come una sorta di complotto per restaurare la monarchia. Il federalismo diventava cos sinonimo di attentato allunit. La Rivoluzione, nella sua espressione giacobina, aveva una vera e propria ossessione per lunit, temeva qualsiasi pluralismo, qualsiasi interesse, qualsiasi partito che turbasse la ossessiva indivisibilit della Rivoluzione e della nazione. Per i giacobini i sostenitori del federalismo finirono col confondersi con i difensori del particolarismo feudale o dei privilegi aristocratici, oppure con gli alleati dei nemici esterni della Rivoluzione. Come detto, i sostenitori di ipotesi federaliste, presenti tra le fila del gruppo dei Girondini, furono dipinti come complottisti contro la volont del popolo e il bene della nazione. Eloquente il fatto che lautore della traduzione francese del Federalist (completata nel 1792), che si chiamava Trudaine de la Sablire, sia finito, proprio per questo, sul patibolo. Ma veniamo allItalia: dicevamo che tutto inizia con la Rivoluzione francese. Nel 1796 abbiamo infatti la prima calata delle armate francesi in Italia, al comando del giovane generale Napoleone Bonaparte (nato nel 1769). Nel giro di pochi mesi, dal marzo del 1796 allinizio del 1797 completa la conquista del Nord Italia, sottomettendo anche la pluricentenaria

repubblica di Venezia e arrivando a minacciare direttamente Vienna. Nel novembre del 1796 era sorta la Repubblica Transpadana, poi denominata Cispadana, la prima che, il 7 gennaio del 1797, utilizza la bandiera tricolore (bianca, rossa e verde, ma a bande orizzontali con il rosso in alto). Il 29 giugno del 1797 sorge la Repubblica Cisalpina, che assorbe il 9 luglio quella Cispadana. Lammirazione per la costituzione americana che era gi presente fra gli intellettuali italiani prima dello scoppio della Rivoluzione francese, continu e si precis in senso politicamente pi forte nel cosiddetto triennio giacobino durante il quale, sulla scia dellavanzata dellesercito francese, sorgevano repubbliche filofrancesi l dove prima vi erano monarchie e principati dantico regime. Fra il 1796 e il 1799, mentre si apriva con le armate francesi la speranza di una nuova definizione politica della penisola, si continu a guardare con ammirazione al modello americano, dove la democrazia si era affermata senza che vi fosse stato un periodo di dittatura come quella giacobina. Il giacobinismo italiano vide nella repubblica democratica il mezzo migliore per realizzare la felicit sociale e per determinare il nuovo assetto della penisola, liberata dagli antichi sovrani. Il sistema americano offriva una soluzione federalista del problema politico e per un paese come lItalia, diviso in tanti piccoli Stati (11 prima del 1796), poteva essere una formula possibile per conciliare le tradizioni locali con gli interessi nazionali. Lesperienza delle cosiddette repubbliche giacobine (la Cisalpina, la Cispadana, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea) e la presenza delle armate della grande Nation, apr nei clubs filofrancesi un ampio dibattito sulla democrazia come forma di governo. Il significato di questo dibattito pu essere approfondito esaminando i testi preparati per il celebre concorso del 1796. Lamministrazione generale della Lombardia chiese a tutti i buoni cittadini e amanti della libert di rispondere al quesito Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicit dItalia? per rendere familiari al popolo gli eterni principi della libert ed eguaglianza. Dietro la proposta del concorso e il tema proposto vi era anche il generale Bonaparte, che con la sua armata aveva liberato nella primavera del 1796 il Piemonte e la Lombardia, rispettivamente dalla presenza sabauda e austriaca. Gli italiani che avevano accolto Napoleone come liberatore speravano in soluzioni di autogoverno, mentre i francesi volevano porre lItalia settentrionale sotto il controllo pi o meno diretto della repubblica madre. Vincitore del concorso fu proclamato il filosofo ed economista piacentino Melchiorre Gioia, fautore di una repubblica unitaria. I candidati si ripartirono pressoch equamente tra unitari e federalisti, con una leggera prevalenza, forse, dei filounitari. Daltronde, la scelta unitaria e lindivisibilit dello Stato erano state ribadite anche dalla costituzione dellanno III (1795) che era ancora in vigore allepoca e fungeva da riferimento per le travagliate esperienze costituzionali della penisola. Non mancarono, dunque, le tesi federaliste tra gli scritti partecipanti al concorso, anche quelle di segno democratico e rivoluzionario. Si pensi a Giovanni Antonio Ranza o a Gianmaria Bosisio. Il primo dei due sosteneva la seguente tesi, riassumibile nel passo che qui riportiamo:
Siccome lItalia divisa da molti secoli in domini, e costumi, e dialetti, ed interessi diversi, non ora possibile di darle una forma di governo unica per tutti. adunque adotteremo lunit del governo federativo degli Stati Uniti dAmerica o dei Cantoni Svizzeri, ad onta dello spauracchio deglimbecilli chiamato federalismo; organizzandolo in undici Repubbliche federate, ossia Stati liberi federati dItalia; ciascuno de quali dentro il 1797 adunato in Convenzione nazionale former la sua costituzione pi o meno democratica, secondo il suo stato fisico, politico, e morale, ad oggetto di cercarvi la possibile felicit.

Bosisio, invece, per giustificare il proprio progetto federale, si richiamava espressamente a Montesquieu, che aveva considerato il clima tra i fattori capaci di influenzare la legislazione e la forma di governo di un popolo, insieme con lassetto geografico e lestensione del territorio, le forme economiche dominanti, i costumi e la religione. Scriveva Bosisio che la naturale posizione dellItalia, che simile ad una spina di pesce fatta dalla continuazione dellAppennino [contiene] una tale variet di climi quanti ve nha forse in tutta lEuropa, per questo diverse forme di regime erano necessarie a diverse climi. 2

Insomma, allepoca della prima discesa di Napoleone il progetto federalista e quello unitario si dividevano pi o meno equamente le preferenze dei patrioti, come vennero chiamati coloro che cominciavano a vagheggiare unItalia politicamente indipendente. Che poi si trattasse di unItalia repubblicana oppure monarchica poco importava, dal momento che a tale forma non corrispondeva lessere federalisti piuttosto che unitaristi; si potevano avere federalisti sia repubblicani sia monarchici, anche perch non era chiara n lo sar in seguito la distinzione tra federazione e confederazione. Si legga infatti cosa recitava ancora nel 1851 il Dizionario politico popolare, pubblicato anonimo a Torino, alla voce Confederazione, che conteneva, non a caso, anche quella di Federazione:
Unione di pi Stati sotto un potere centrale comune, come la confederazione degli Stati-Uniti, la confederazione della Svizzera.

La confusione era dunque tanta ancora a met Ottocento, e di questa sovrapposizione di concetti dovremmo tener conto parlando di Gioberti, di Cattaneo e delle proposte cosiddette federaliste nel Risorgimento italiano. Ma torniamo ancora una volta allinfluenza francese sulla genesi del moto patriottico e indipendentista. Con la seconda discesa di Napoleone, stavolta da Console a vita e quindi da Imperatore, le tesi federaliste diventarono largamente marginali, anzi peggio: apparvero vecchie, retrograde e reazionarie, insomma antimoderne. Perch?

Lo Stato-nazione come culmine della modernit politico-istituzionale Noi dobbiamo tenere ben presente questo punto: per tutta la prima dellOttocento, ma probabilmente anche oltre, la cultura politica prevalente vedeva nella nazione, e nello Stato-nazione accentrato dal punto di vista amministrativo, compatto e coeso, nella nazione una darme, di lingua, daltare, / di memorie, di sangue e di cor, per dirla alla Manzoni, come lequivalente politico-istituzionale della modernit, mentre tutto ci che era confederazione o federazione si presentava, specie nel contesto storico-politico italiano (ma non solo), come un retaggio del passato, espressione politico-territoriale dellantico regime. Al pi appariva come un compromesso tra vecchio e nuovo. Si veda il giudizio del celebre scrittore francese Stendhal, quando scende in Italia al seguito delle truppe di Napoleone, il quale nelle sue lettere agli amici si mostra esterrefatto di vedere un paese connotato da un forte patriotisme dantichambre, cio un patriottismo locale, sinonimo di faziosit e guerre intestine, che guarda solo al proprio campanile (di qui, campanilismo):
Patriotisme d'antichambre = Chauvinisme : 9. Ce patriotisme d'antichambre est la grande plaie morale de l'Italie, typhus dltre qui aura encore des effets funestes longtemps aprs qu'elle aura secou le joug de ses petits princes ridicules. Une des formes de ce patriotisme est la haine inexorable pour tout ce qui est tranger. (Stendhal, De L'Amour, 1822)

Compito dei Francesi, e di quei primi patrioti che sulla loro scia si inserirono nellItalia fra il 1801 e il 1815 fu quello di trasformare il patriottismo locale in un patriottismo nazionale. Dobbiamo tenere conto che il culto della nazione sia il frutto di uno sviluppo culturale sia di uno sviluppo materiale. Quanto allo sviluppo culturale, non si pu non menzionare lilluminismo e la sua cultura delle riforme (la stagione del c.d. dispotismo illuminato, a fine Settecento), della modernizzazione, ossia della razionalizzazione delle infrastrutture e dei sistemi amministrativi, fiscali, penali, ecc. Si pensi al rappresentante pi illustre dellIlluminismo italiano, il milanese Cesare Beccaria (17383

1794). Il suo trattato Dei delitti e delle pene, pubblicato nel 1764, divenne uno dei testi di riferimento della campagna per abolire la pena di morte e per mitigare la severit del diritto penale in tutta Europa. La nazione inoltre il luogo di incarnazione della volont generale, cio della volont del popolo, in cui risiede la sovranit. Quanto allo sviluppo materiale, si assiste tra 1750 e 1850 ad una vera e propria esplosione demografica, per cui la popolazione in Europa raddoppia. Da 130 milioni di abitanti si passa a 266 milioni (nel 1914 saranno 468 milioni). Inoltre, nel corso del XIX secolo il movimento migratorio interno interess l85% della popolazione europea. Da notare che gran parte di questo flusso migratorio era interno ai singoli Stati, determinato in larga misura dallaltro grande evento che si manifesta proprio a cavallo tra Sette e Ottocento: la rivoluzione industriale. Le migrazioni interne avvengono dalle campagne alle citt, che si moltiplicano proprio attorno ai primi stabilimenti industriali. Daltronde, la stessa rivoluzione industriale che salva gran parte del continente europeo dalla possibile catastrofe alimentare, a cui lesplosione demografica avrebbe potuto facilmente condurre nel giro di pochi decenni. Abbiamo poi una rivoluzione dei trasporti (ferroviari, marittimi, le poste e comunicazioni varie) che favorisce lunificazione fra i territori e soprattutto la richiede, lesige come necessaria e improcrastinabile. Per dare unidea del tipo di rivoluzione che si consuma nei primi cinquanta, sessantanni del XIX secolo, si pensi che nel 1856 una lettera da Parigi a Berlino impiegava 2 giorni, mentre nel 1806, cinquantanni prima, occorrevano ben 2 settimane. Quella che si realizza una vittoria sullo spazio e sul tempo. Ed ecco che lo Stato nazionale appare la risposta pi moderna, ossia pi adeguata ai tempi (vedi letimo della parola moderno, dallavverbio latino mdo), la struttura, la macchina politica che per estensione e per capacit di drenare risorse e impiegarle su larghi spazi appare come la pi efficace e pi efficiente, assai pi di principati di piccole dimensioni, per non parlare di leghe di pi repubbliche o principati. Gli Stati Uniti non sono ancora una potenza mondiale invidiata e temuta. Sono ancora ben lontani da costituire una minaccia o un esempio virtuoso di efficienza e di modernit. Tutte le rivoluzioni/trasformazioni in atto (demografica, industriale, dei trasporti e delle comunicazioni) rendevano dunque (quasi) necessario passare da patrie regionali e patrie nazionali. Lidea di nazione risult allepoca la risposta logica alle sfide della modernizzazione. LItalia, al pari della Germania, era una cosiddetta nazione culturale: le loro lites cominciarono a porsi il problema dellevoluzione della nazione culturale in nazione politica. E questo accadde sia per le spinte materiali cui accennavamo sopra, sia per limpatto culturale e filosofico del Romanticismo, movimento complesso e diversificato da nazione a nazione, ma contrassegnato in tutti i casi dal forte ruolo assegnato alla storia, al passato, alle tradizioni, allethnos inteso come comunit di lingua consolidatasi nel tempo (uno stare insieme perch non si pu non stare insieme, ovvero quel che si chiama una comunit di destino). Ultimo fattore che influenz una tale maturazione furono gli effetti a livello di geografia politica della dominazione napoleonica: da 11 divisioni e soggetti politico-territoriali prima del 1796, a 6/7 nel 1799, a 4 tra 1802 e 1815. Il tema della nazione cominci a svilupparsi nei circoli letterari, tra gli intellettuali, i funzionari governativi di solito piccola borghesia elevatasi in termini di rango sociale grazie allo scompaginamento creato dallarrivo di Napoleone e dagli ufficiali dellesercito. Si pensi a personaggi come il veneziano Ugo Foscolo e il napoletano Vincenzo Cuoco. Per loro la nazione era lItalia, e lItalia rappresentava la tradizione letteraria di Dante e Petrarca, e la tradizione politica dellantico repubblicanesimo e stoicismo, celebrati da autori come Machiavelli, Guicciardini, Plutarco, Livio, Cicerone, Cornelio Nipote e Seneca. Potremmo anche azzardare a dire (ma lazzardo assai contenuto) che per gli incolti lItalia non aveva alcun significato politico. Litaliano era la lingua delle classi superiori, degli intellettuali e del governo. Di qui, inoltre, limportanza fondamentale delleducazione nazionale e nazionalizzante

perch la nazione diventi pienamente tale, ossia diventi una comunit di popolo che si percepisce come uguale al proprio interno e diversa allesterno.

Il Risorgimento e una generazione di ribelli patriottici Oggi il Risorgimento appare come qualcosa fuori moda, unepoca da ricordare solo in cerimonie solenni ma molto distanti dal sentire comune. In realt si tratt di un fenomeno generazionale, una forma di ribellione giovanile. Tale ribellione si diresse in primo luogo contro la dominazione straniera. Quanti raggiunsero let adulta negli anni Trenta dellOttocento (tra cui Gioberti e Cattaneo, ma anche Cavour e Mazzini) ebbero una possibilit concreta di perseguire la loro visione patriottica in corrispondenza esatta del periodo di inizio del declino della potenza austriaca, tra il 1848 e il 1856. Una generazione segnata dal mito della Rivoluzione francese, e segnata dallesperienza dellimpero napoleonico, anchesso gravido di speranze e illusioni che mobilitarono molti giovani allimpegno politico. Si pensi ad Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Foscolo non apparteneva a quella generazione, quella dei patrioti risorgimentali, ma agli occhi di questi ultimi egli rimaneva lautore dellOrtis e dei Sepolcri, due testi chiave nella formazione degli uomini del Risorgimento. Essi lessero quegli scritti alla luce dei propri valori, al di l di quello che il loro autore aveva voluto effettivamente esprimere. Ma, opere a parte, contava luomo: Foscolo era andato via dallItalia allinizio della Restaurazione e, soprattutto, era morto esule. Alcuni storici distinguono tra il Risorgimento e il processo di unificazione politica; per intendersi: da una parte Mazzini, dallaltra Cavour. Credo che se adottassimo questa distinzione fra il movimento di opinione/fenomeno di ribellione generazionale, da una parte, e lazione squisitamente politica, intessuta di intrecci e compromessi diplomatici, potremmo inserire Cattaneo nella prima casella e Gioberti nella seconda. Ma senza eccessive rigidit ed esclusivismi, dal momento che, come vedremo, le eccezioni sono numerose e, a loro modo, sorprendenti.

Gioberti Vincenzo Gioberti nacque a Torino il 5 aprile 1801. Trascorse dunque ladolescenza in un Piemonte che aveva vissuto i rivolgimenti prodotti dal dominio napoleonico. Per circa ventanni il Piemonte era stato coinvolto nella vicenda rivoluzionaria e napoleonica, aveva fatto parte dellImpero francese ed era stato articolato in vari dipartimenti sotto la forma di divisione militare al di qua delle Alpi. I suoi sudditi coscritti erano finiti direttamente nellamalgama delle armate di Napoleone, senza quella distinzione particolare che avevano avuto lombardi e veneti, costituiti in Regno dItalia, con bandiera nazionale, uniformi e identit specifica. Nonostante fosse stato ordinato sacerdote nel 1825, Gioberti non disdegn studi filosofici che lo avvicinarono alle idee liberali, anche perch influenzato da quella corrente del cattolicesimo liberale che stava diffondendosi proprio in quel periodo in Francia, Belgio e Irlanda. In una lettera a Carlo Verga del 23 dicembre del 1831 scriveva che la lunga e costante infelicit dellItalia deriva principalmente dal poco uso del pensiero, cio dalla poca filosofia. In altri termini, gli studi filosofici erano per Gioberti un tuttuno con la preoccupazione politica, che molto presto avrebbe finito per coincidere con il disegno della liberazione dellItalia dallo straniero. Di qui liniziale avvicinamento a Mazzini, che lo port nel 1834 a collaborare con il periodico Giovine Italia, pubblicandovi un articolo. Ma gi lanno precedente, il 31 maggio 1833, era stato fermato e imprigionato per quattro mesi e quindi indotto allesilio (peraltro senza sentenza, ma a seguito di provvedimento amministrativo). La ragione di tale persecuzione stava nel sospetto nutrito dal governo sabaudo che il prestigio culturale di Gioberti, che da qualche anno stava acquisendo grazie anche al suo cenacolo di cultori di filosofia e di politica, denominato Accademia, potesse favorire

la diffusione di quelle idee liberali cui il sacerdote torinese guardava con sempre maggiore simpatia. Per questo era stato arrestato e costretto allesilio. Ripar prima in Francia, a Parigi, dove rimase per pi di un anno, e quindi in Belgio, a Bruxelles, dove si guadagn da vivere insegnando presso un istituto privato. Per tutti gli anni Trenta la proposta insurrezionale-rivoluzionaria di Mazzini era stata quella prevalente e prediletta dalla giovent patriottica attiva nella penisola o allestero perch esiliata. Negli anni Quaranta, Mazzini era lunico leader rivoluzionario italiano di rilievo. Per a met anni Quaranta la sua stella si era leggermente offuscata dopo i ripetuti fallimenti dei tentativi insurrezionali scoppiati qua e l per tutta la penisola (dalla cospirazione in Savoia, in cui era coinvolto anche Garibaldi, nel 1833, alla spedizione in Calabria organizzata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ex ufficiali della Marina austriaca, nel giugno del 1844, e anchessa finita nel sangue e nel fallimento completo delliniziativa tesa a sollevare la popolazione locale in funzione antiborbonica). Inoltre il contesto internazionale appariva nei tardi anni Trenta come assai pi stabile di quanto non potesse sembrare attorno al 1830, quando Francia e Belgio venivano pi o meno violentemente sconvolte da mutamenti istituzionali, che allepoca poterono anche essere giudicati alla stregua di rivoluzioni. A questo punto, nei primi anni Quaranta prese piede lidea che si potesse procedere a riforme, anche decise, sul piano politico-istituzionale senza intaccare lordine sociale e i rapporti di classe. Crebbero cos in termini di influenza quegli ambienti pi moderati, perch filomonarchici piuttosto che filorepubblicani, i quali per cominciavano a considerare con grande seriet leventualit di una riconfigurazione politico-territoriale della penisola italiana, mutando influenze geopolitiche ed estendendone di nuove, in primis quella piemontese. Negli anni Quaranta dellOttocento, dunque, nei cinque-sei anni precedenti il famoso Quarantotto e la primavera dei popoli, il movimento moderato era pi diversificato e senza dubbio esercitava un maggior richiamo, e non solo presso le classi dirigenti, o aspiranti tali, della penisola. In particolare, fra i suoi esponenti, spiccavano cinque figure: Pellico, Gioberti, Cesare Balbo, Massimo dAzeglio e Carlo Cattaneo (nonostante questultimo fosse di idee repubblicane, come vedremo). Ci che accomunava queste figure era la ricerca di unalternativa alla concezione radicale-mazziniana della rivoluzione nazionale; ad essa intendevano contrapporre, in varia misura e con accenti diversi, una concezione pi cauta, di ispirazione monarchico-costituzionale, che dagli stessi protagonisti venne denominata moderata. Con moderatismo si intende in epoca risorgimentale un movimento di opinione politica che ha i suoi spazi di prima elaborazione in alcuni salotti di famiglie nobiliari o alto-borghesi di Torino, di Milano o di Firenze, e nella citt toscana trov anche un punto di riferimento significativo nellattivit svolta da Giovan Pietro Vieusseux e dagli intellettuali che si radunavano attorno alle sue iniziative, fra le quali il Gabinetto scientifico-letterario, fondato nel 1820, e la rivista Antologia, attiva dal 1821 al 1833. Tuttavia, questo movimento dovette attendere sino al 1843 per disporre di un programma politico compiuto, da poter contrapporre alla proposta politica mazziniana. infatti in quellanno che viene pubblicato a Bruxelles il libro Del primato morale e civile degli Italiani di Gioberti. Dopo il 1833 il sacerdote piemontese aveva maturato un progressivo distacco dalle proprie giovanili simpatie mazziniane, e si era orientato verso studi storici e filosofici che lo avevano portato ad una riflessione filosofica al tempo stesso meticolosamente pragmatica e largamente visionaria come ha scritto lo storico Alberto M. Banti. Alla sua pubblicazione, Del primato morale e civile degli Italiani divenne un vero caso politico-letterario, collezionando in 5 anni almeno 8 diverse edizioni, bench in alcuni Stati della penisola fosse proibito. Nonostante non fosse una lettura divertente, il libro divenne un bestseller. Unedizione in 5.000 copie fu ben presto pubblicata a Firenze e il Primato vendette un totale di 80.000 copie tra il 1843 e il 1848. Se si tiene conto del livello di analfabetismo diffuso allepoca si pu avere facilmente unidea di quanto potesse significare una cifra del genere. Se si tiene poi conto del fatto che il libro era assai lungo, ben due volumi, e che era scritto in uno stile pesante anche per i criteri estetici del tempo, non si pu mancare di osservare

come Gioberti avesse evidentemente colto nel segno. Aveva, in altri termini, formulato una proposta convincente e potenzialmente vincente. Un successo tanto straordinario di vendite ha scritto sempre Banti rappresenta la prova migliore del fatto che il legame tra religione e nazionalit propugnato da Gioberti rispondeva a una reale esigenza dellopinione pubblica italiana, specie in un momento in cui il cattolicesimo liberale che era fiorente in Belgio, Francia e Irlanda alimentava le speranze dei suoi sostenitori in Italia. necessario dunque accennare, anche per sommi capi, ai contenuti di questa proposta. Gioberti prendeva le mosse da un racconto mitologico sulle lontane origini della nazione italiana. Queste ultime risalirebbero addirittura alla cosiddetta stirpe pelagica, una popolazione che, discendendo da Japhet, uno dei figli di No (Sem, Cam e Japhet). Esiste infatti nellebraismo una tradizione secondo la quale alla discendenza di Yafet corrispondono gli abitanti dell'estremo Oriente o i Greci e gli Europei le cui caratteristiche corrispondono all'accostamento del significato della radice del nome Yafet con quello di bellezza e graziosit. Superata una serie di vicende avventurose, questa stirpe pelasgica avrebbe trovato infine insediamento nella penisola. Da questo ceppo originario sarebbero poi discese le varie comunit successive, quali letrusca, la romana e infine litaliana, la quale si sarebbe forgiata la propria identit grazie allinflusso del cristianesimo. Il diventare poi sede del papato avrebbe infine conferito alla penisola una sorta di primato morale su tutti gli altri popoli, dunque verso lesterno, oltre ad averne anzitutto garantito una coesione e compattezza interne. Gioberti sosteneva cos lesistenza plurimillenaria di unItalia e una stirpe italiana, congiunta di sangue, di religione, di lunga scritta ed illustre. Dopo secoli di decadenza e servaggio allo straniero era giunto il momento di rinascere e di dotarsi di uno Stato, mediante una confederazione degli Stati esistenti. Certo, il popolo italiano affermava Gioberti in evidente polemica con Mazzini non poteva essere soggetto dazione politica perch non era ancora altro se non un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realt, un nome e non una cosa. per questo che la guida del risorgimento nazionale doveva essere, a suo avviso, monarchica ed aristocratica, cio risedente nei principi e avvalorata dal concorso deglingegni pi eccellenti, che sono il patriziato naturale e perpetuo delle nazioni. Gioberti riprendeva il principio gi formulato da Cuoco, secondo cui le costituzioni devono essere coerenti col genio delle nazioni. Riteneva pertanto che lunico assetto politico praticabile per il contesto italiano fosse una sorta di lega, di confederazione tra i principi con la presidenza della stessa affidata al papa, coordinatore anche sul piano spirituale, oltre che politico. Per questo motivo si parl, a proposito del moderatismo giobertiano, di neoguelfismo. Tale federazione dovrebbe essere costruita sia col consenso dei principi esistenti sia con lappoggio dellopinione pubblica e trovare i suoi punti di forza in Roma e nel Piemonte, luna garanzia della protezione religiosa, laltro della protezione militare. Nei due volumi del suo bestseller Gioberti non si soffermava sulle riforme interne da introdurre nei singoli Stati confederati, limitandosi a tratteggiare i lineamenti istituzionali di un sistema di monarchia consultiva, intermedia tra il regime assoluto e quello costituzionale. Raccomandava semmai lintroduzione di un Consiglio civile, organo consultivo, la cui funzione principale avrebbe dovuto essere quella di stringere maggiormente i rapporti di collaborazione tra i sovrani e le lites. Sosteneva anche lautonomia municipale e una moderata libert di stampa. Il successo del Primato di Gioberti si spiega anche con il fatto che era destinato ad una opinione pubblica formata in gran parte da uomini e donne (queste ultime cominciavano proprio in quei decenni a costituire un nuovo spazio di lettura) che avevano ricevuto unistruzione religiosa cattolica. La soluzione moderata giobertiana fu subito oggetto di ampio e acceso dibattito tra i principali esponenti culturali e politici del moderatismo, che proprio grazie a quel libro prese una definitiva e chiara consistenza politica. Cesare Balbo, solo per citare un nome autorevole, scrisse la propria celebre opera, Delle speranze dItalia, pubblicata nel marzo del 1844, quale risposta immediata al libro di Gioberti.

Balbo, nobile piemontese, affrontava ci che subito apparve come il punto debole del lavoro giobertiano: il fatto di non tenere in considerazione lorientamento reazionario del Papa in carica, Gregorio XVI. Il neoguelfismo perdeva cos di colpo la sua ragion dessere fondamentale. Le vicende storiche di pochi anni successive riaccesero invece le speranze riposte nellipotesi neoguelfa. Lelezione al soglio pontificio nel giugno 1846 del vescovo di Imola, Giovanni Mastai Ferretti, per un paio di anni fece del papato il punto di riferimento delle speranze nazionali e liberali. Nato nel 1792, il giovane (per essere un papa) Pio IX godeva della reputazione di uomo dalle idee liberali, che nutriva opinioni favorevoli al sogno giobertiano di rigenerazione italiana sotto la guida papale, e le sue prime azioni sembrarono confermarlo. Come stato scritto, per, il suo zelo liberale molto probabilmente deriv in parte dalla sua inesperienza e in parte dalla necessit di far fronte alle insurrezioni e alla dimostrazioni che avevano scosso lItalia centrale, tanto quanto la Toscana e il Nord. Egli comunque concesse immediatamente lamnistia per molti prigionieri politici e introdusse diverse riforme nel governo del suo Stato, aprendolo a una modesta partecipazione laica. Il problema per Pio IX fu che una volta data la stura alle riforme risult impossibile arrestarne limpeto. Di qui una delle cause alla base dei moti del 1848 nella penisola italiana, innescati senza dubbio dalle rivoluzioni e rivolte scoppiate praticamente in tutta Europa. Unultima considerazione in merito allopera di Gioberti. Del primato morale e civile degli italiani dedicato a Silvio Pellico, autore delle celebri memorie intitolate Le mie prigioni, resoconto di circa dieci anni di detenzione nella terribile prigione asburgica dello Spielberg, in Moravia. Di Pellico, Gioberti scriveva in questa sua dedica: poche vite sono cos belle e in tanta variet di fortuna cos concordi, come la tua. Tu provasti gli estremi casi della lieta sorte e dellavversa, ma in tal vicenda serbasti intatta e costante la bont dellanimo, la moderazione degli affetti e la generosit dei sentimenti. Queste, invece, erano le parole di conclusione:
avendo scritto alcune pagine intorno ai titoli legittimi dellitaliana grandezza, e ai mezzi che mi paiono pi opportuni per rimetterli in fiore, ho pensato dintitolarli a te, come ad una viva immagine del concetto principale, abbozzato nel mio libro. [] io tengo per fermo che nei doni della mente congiunti alla generosit civile, nel culto della patria avvalorato dalla religione, e nellamore delle lettere gentili fecondato dalle austere discipline, sia riposto il principato dItalia. [Qui principato va inteso nel senso sia di primato (morale) sia di Stato territoriale].

Queste parole sono un esempio molto efficace di quel mito risorgimentale generazionale cui accennavamo. La figura che viene ammirata quella del patriota per la libert, e questa libert coincide con lindipendenza di un popolo (si pensi alla figura del poeta inglese Lord Byron). Gioberti sar sempre critico nei confronti dei suoi ex-compagni mazziniani per il fatto che il loro proposito insurrezionalista, democratico e repubblicano, favorisce la politica di conservazione, se non vera e propria reazione, degli austriaci, in quanto spaventa i regnanti dei vari Stati italiani e li porta a richiedere protezione alla potenza straniera, con cui non pochi di loro sono peraltro imparentati (Granducato di Toscana, Ducato di Lucca, ecc.). Allindomani dello scoppio delle Cinque Giornate di Milano (17-22 marzo 1848) Gioberti sar fra coloro che pi di altri spinger Carlo Alberto ad intervenire militarmente per occupare la Lombardia, Modena e Parma. Sar proprio nella primavera del 48 che Gioberti rientrer dal suo lungo esilio. In una lettera a Timoteo Riboli, del 13 aprile 1848, Gioberti scriveva di desiderare: un Regno dItalia, che si stenda dal Tirreno allAdriatico, e abbracci gli Stati Sardi, Parma, Piacenza, Modena, Reggio, la Lombardia e il Veneziano, riuniti sotto lo scettro costituzionale di Carlo Alberto. Ogni altro partito sarebbe follia, anzi un delitto di lesa unit italiana. Qui possiamo rinvenire un primo punto di forte dissenso con le posizioni di Carlo Cattaneo, che nel frattempo, in quelle cinque giornate milanesi, era assurto al rango di protagonista, politicamente e simbolicamente parlando, allinterno di quel Consiglio di Guerra istituito il 20 marzo 1848 come organo di coordinamento della lotta contro gli austriaci, i quali sarebbero stati cacciati dalla citt nei 8

giorni successivi, proprio su proposta di Cattaneo e dei suoi amici. Il Consiglio era formato, oltre che da Cattaneo, da Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici ed Enrico Cernuschi. Le Cinque Giornate furono un evento clamoroso: si pensi che il 19 marzo si contavano gi 1.600 barricate in tutta la citt. Gi nel mese di aprile Gioberti riteneva che Milano avrebbe potuto continuare ad esistere, per dir cos, solo nella misura in cui fosse confluita nella nuova realt politico-istituzionale. Pertanto avrebbe dovuto perdere la propria specifica identit e fondersi nella corona piemontese, senza pretese particolari n tanto meno rivendicazioni di carattere autonomistico. In una lettera dell8 maggio 1848, Gioberti scriveva che tra lAdda e il Ticino vi era una delicatezza eccessiva di animo e una gelosia dindipendenza municipale, di cui i nostri (subalpini) non possono farsi un concetto proporzionato. [] Compiano i Piemontesi il sacrifizio. Gioberti in quella primavera-estate del 1848 percorse in lungo e in largo lItalia cercando di sostenere la causa unitaria e indipendentista, secondo un disegno che da neoguelfo si fece sempre pi sabaudo e piemontesizzante, anche perch Pio IX aveva rapidamente cambiato rotta e si era rifiutato nellaprile di quello stesso anno di sostenere il re di Sardegna nella guerra contro lAustria, non concedendo il passaggio delle truppe piemontesi sul proprio territorio. Questo cambiamento di rotta dimostrato anche dal fatto che Gioberti assunse la carica di primo ministro entro la fine di quellanno, cio qualche mese dopo la fine della prima fase della guerra di indipendenza (armistizio Salasco, firmato a Milano il 9 agosto 1848). Gioberti segnal questo suo mutamento di posizione politica in senso pienamente filosabaudo in un nuovo libro, pubblicato nel 1851, Del rinnovamento civile dItalia. Ma Gioberti mor improvvisamente di un colpo apoplettico, il 26 ottobre 1852, pochi giorni prima che Camillo Benso conte di Cavour emergesse definitivamente sulla scena politica piemontese assumendo la guida di un governo di coalizione frutto dellaccordo parlamentare con la sinistra costituzionale capeggiata da Urbano Rattazzi, accordo noto come connubio.

Cattaneo Cattaneo, nato a Milano nel 1801 (morir a Lugano il 5 febbraio del 1869), un insegnante di liceo, e uno studioso accanito sin dalla pi tenera et. Interessato di tutto, enciclopedico nella sua cultura, poligrafo, scrive di tutto e su tutto, anche se non tutto pubblicher ancora in vita. Tra il 1839 e il 1844 fond e diresse la celebre rivista Il Politecnico, promotrice dello sviluppo delle scienze, secondo una tradizione riformista, empirista e progressista che risaliva allIlluminismo lombardo della seconda met del Settecento. Cattaneo pu essere definito un illuminista rinato nel secolo dello storicismo, ma illuminista sotto molti aspetti genuino, per la incondizionata fiducia che nutre nella potenza rischiaratrice e civilizzatrice dellintelligenza (ragione) che squarcia le tenebre dellignoranza e della superstizione e distrugge a poco a poco la barbarie delluomo primitivo (lantitesi barbarie-civilt ha scritto Norberto Bobbio si risolve tutta, secondo Cattaneo, nellantitesi ignoranza-intelligenza). Inoltre, erede dellIlluminismo Cattaneo pu essere considerato per la concezione ottimistica delluomo e della storia che fa tuttuno con il suo liberalismo. Illuministico anche il suo tenace atteggiamento riformistico, che faceva consistere il progresso nella liberazione delluomo dalle istituzioni oppressive e sclerotizzate, e quindi la libert nella riforma delle istituzioni. La sua teoria fondamentale la teoria del progresso indefinito dellumanit (ed questo il punto di contatto fra il Settecento illuminista e lOttocento romantico). Per questi motivi, si capisce bene come Cattaneo sia uno scrittore e un pensatore antirivoluzionario (non controrivoluzionario) e riformista. Ancora alla vigilia delle Cinque giornate di Milano, egli era contrario ad ogni tentativo insurrezionale, e riteneva che il miglior partito fosse quello di accettare le riforme proposte dal governo di Vienna, allargandole e riaffermandole in una logica di progressiva liberalizzazione.

Prima del 1848, le sue opinioni politiche coincidono in gran parte con il programma dei moderati. Come detto, il moderatismo, rispetto al programma mazziniano della rivoluzione permanente e della iniziativa popolare, perseguiva un programma minimo che prendeva le mosse dalle teorie liberoscambiste per propugnare labolizione delle barriere doganali e quindi la creazione di una lega doganale, primo passo verso unalleanza di natura politica. Cattaneo fu, in economia, un sostenitore del liberismo, e avversario di ogni ostacolo frapposto al libero uso e al libero scambio dei beni. Inoltre, nel programma moderato rientrava lo sviluppo delle ferrovie, e non si pu dimenticare che Cattaneo fu sempre attento alla questione ferroviaria, avendo persino fatto parte per qualche tempo del consiglio di amministrazione di una compagnia ferroviaria lombarda. Come appena accennato, la via istituzionale che i moderati sostenevano era la lega doganale italiana e Cattaneo era favorevole alladesione del Lombardo-Veneto allunione doganale tedesca, assieme alla stessa Austria. Dalla Lega doganale derivava una delle richieste pi urgenti dei moderati, la unificazione dei pesi e delle misure; e anche ad essa il Cattaneo volse ripetutamente la propria attenzione. In complesso, come vedremo meglio tra poco, il suo stesso federalismo era lontano dallidea della confederazione degli Stati italiani proposta dai moderati, ma era in parte lespressione dello stesso atteggiamento di sfiducia nei mutamenti troppo repentini. Inoltre Cattaneo, a dimostrazione della confusione che ancora permaneva tra federazione e confederazione, guardava spesso alla Svizzera per parametrare il tipo di assetto politico-istituzionale desiderato per la penisola italiana. Detto in estrema sintesi, Cattaneo era un moderato rispetto alla via da seguire e ai mezzi da adottare per raggiungere il fine della liberazione dellItalia da istituzioni vecchie ed estranee, mentre non era affatto un moderato rispetto alle idee, e alla finalit politiche che intendeva perseguire. E in questo non fu poi cos dissimile da Gioberti, come da altri moderati, sempre che si ritenga non moderata, bens radicale, lidea della liberazione e indipendenza dellItalia dal giogo straniero. Cattaneo pu essere definito un radicale in quanto era convinto che il progresso della scienza e il progresso della libert fossero tanto intimamente legati da non potersi separare senza compromettere, se non annullare, lo stesso progresso. Ed egli sintetizzava questa sua convinzione nel motto: libert e verit. Da ricordare in proposito un paio di frasi di Cattaneo: Le menti libere sono in eterno moto; non possono essere unanimi se non nella verit. Val pi il dubbio dun filosofo che tutta la morta dottrina dun mandarino e dun frate; Dallattrito perpetuo delle idee saccende ancora oggid la fiamma del genio europeo. Cattaneo risulta cos lontano dalla predicazione rivoluzionaria dei mazziniani per il suo riformismo, ed altrettanto lontano dal programma realistico e pragmatico dei moderati per il suo radicalismo. Tutto questo ci fornisce le ragioni del suo sostanziale e crescente isolamento rispetto ai due maggiori partiti rappresentativi del pensiero e dellazione del Risorgimento. Cattaneo fu molto critico non soltanto nei confronti di Gioberti, accusato di avere una retorica fastidiosa, ma anche di Cavour, nella cui azione diplomatica vedeva soltanto abilit dintrigo, astuzia e vanit, e non le grandi virt costruttive. Parl di teatro, a proposito delle iniziative politico-diplomatico-militari di Cavour. E questo nonostante ci sarebbero da riscontrare molti punti di contatto tra la filosofia e la visione politica di Cattaneo e quelle di Cavour. Ma qui si riscontra tutto lideologismo di un Cattaneo intellettuale (quasi) puro. Quasi, perch ebbe anche un momento eroico, dazione, nel corso delle Cinque Giornate di Milano, in cui seppe mostrare abilit e fermezza quale guida nellinsurrezione, ma diciamo che ci si ritrov catapultato dentro, mentre delluomo dazione non ebbe mai la vocazione. Com noto, il 29 maggio successivo, cacciate dalla Lombardia le truppe austriache, asserragliate con Radetzky nella fortezza di Peschiera del Garda, il governo provvisorio lombardo, retto da uomini di fiducia del moderatismo e quindi filosabaudi, indisse un plebiscito per la fusione con gli Stati sardi: il risultato fu favorevole. Qui Cattaneo ruppe definitivamente con Mazzini che, giunto a Milano il 7 aprile, aveva immediatamente assunto un atteggiamento di collaborazione nei confronti

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di Carlo Alberto, in nome del raggiungimento dellindipendenza italiana. Cattaneo, come del resto lamico Giuseppe Ferrari, manifest il suo atteggiamento di intransigente opposizione nei confronti dellingombrante presenza piemontese e interpret quella che passer alla storia come prima guerra di indipendenza alla stregua di una guerra di espansione sabauda e linizio della piemontesizzazione dellItalia. Per quanto riguarda Mazzini, Cattaneo stimava moltissimo il valore delluomo, ma ne apprezzava assai meno lidea politica. Ebbe non di rado parole di elogio per la sua opera di educatore e riformatore della coscienza nazionale, ma diffidava e talora avversava apertamente lunitarismo mazziniano e la sua dottrina dassoluto accentramento, nella quale riteneva fossero insiti due pericoli: 1. una inespressa ambizione dittatoriale, che potrebbe ovviamente degenerare in esiti antiliberali; 2. un pretesto per compromessi degradanti con la monarchia o addirittura con il Papa, scelte politico-diplomatiche che dunque avrebbero indebolito lazione repubblicana. Ma quel che soprattutto ripugna e disgusta dei mazziniani al suo temperamento equilibrato di riformatore linclinazione allagitazione sterile, allazione per lazione. E anche qui, a differenza di Gioberti, mostra di essere il meno romantico tra i personaggi del Risorgimento che possiamo annoverare tra i Padri della Patria. Su questo punto Cattaneo muter un poco la sua posizione, quando negli anni Sessanta dellOttocento, ossia nellultimo decennio della sua vita, parler a pi riprese dellesigenza di avere una nazione armata, secondo lesempio della Svizzera, ossia una societ di cittadini capaci di autogoverno anche perch capaci di autodifesa. E qui si fa sentire pi forte laccento democratico del suo pensiero. La nazione armata del Cattaneo il federalismo sotto laspetto militare, la teorica della libert applicata allesercito. Alla formula della federazione ognuno padrone in casa sua, corrisponde laltra formula, non meno nota e fortunata, della nazione armata: Militi tutti, soldato nessuno. Pu risultare proficuo osservare un po pi da vicino il liberalismo di Cattaneo, perch ci dice molto anche della sua idea di federalismo. In economia Cattaneo afferma il principio del libero scambio e difende la propriet privata. Per quanto concerne la questione religiosa il suo laicismo talora ispirato ad un protestantesimo liberale (sua moglie inglese, Anna Pyne Bridges Woodcock) ed sempre mosso da un acceso anticlericalismo. Richiede per la tolleranza di tutte le fedi e difende istituzionalmente il matrimonio civile, introdotto ai tempi della dominazione napoleonica con lestensione a tutti i territori dellImpero del Code Civil (o Code Napolon). Secondo Norberto Bobbio, il programma di Cattaneo pu essere definito contraddistinto da una combinazione di nazionalismo politico e cosmopolitismo culturale. Rispetto al problema del Risorgimento il suo radicalismo liberale si dispiega nella polemica contro il Piemonte e Carlo Alberto, a cui attribuisce la maggiore responsabilit del fallimento dellinsurrezione lombarda e in genere della prima guerra dindipendenza. Il suo repubblicanesimo cerca e trova giustificazioni nella storia dItalia, a suo avviso una storia di repubbliche e non di re (Gridar la repubblica nelle valli di Bergamo o del Cadore cos naturale come gridare in Vandea viva il re!). In Cattaneo lidea della federazione italiana trae continuo alimento dalla storia dellItalia comunale: lantico comune simbolo della libert italiana per tutti i teorici della repubblica, da Giuseppe Ferrari a Giuseppe Montanelli. I gangli vitali della futura repubblica federale italiana dovranno essere i municipi, per designare i quali il Cattaneo adotta lespressione dispregiativa del Gioberti, per rovesciargliela contro: repubblichette. Ma queste tutte insieme costituiranno il repubblicone, secondo il principio che tra la padronanza municipale e lunit nazionale non si deve frapporre alcuna sudditanza o colleganza intermedia. A questo repubblicone composto di repubblichette, non importa se anche minuscole, purch libere e indipendenti, Cattaneo

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dar il nome di Stati Uniti dItalia. Scriveva Cattaneo in una lettera a Cristoforo Negri, il 27 febbraio 1854: In un paese di popoli cos diversamente educati, come lItalia, possibile dare anche a dieci stati un solo principe o una sola presidenza, o altra qualunque rappresentanza unica in faccia allestero; ma nellinterno bisogna rispettare le istituzioni dogni popolo ed anche la sua vanit. Nella polemica contro i Savoia ci sono anche ragioni politiche e psicologiche: 1. la constatazione dellarretratezza della struttura politico-sociale del Piemonte rispetto alla Lombardia e ad altre regioni dItalia (ma Cattaneo pensava soprattutto alla sua Lombardia); 2. un geloso senso di orgoglio municipale che accetta alleanze ma non subisce egemonie. Alla base di tutto sta comunque il principio federalistico. Dopo gli avvenimenti del 1848-49 molti espressero il giudizio che essi avevano rappresentato il fallimento della guerra federale, e che quindi si fossero poste le premesse per la preparazione della guerra unitaria. Cattaneo, invece, partiva da unopinione opposta e cio che il fallimento del 48 era stato dovuto allintervento regio e al fusionismo. Pertanto, lunica via duscita era la guerra federale. Invano si cercherebbe nei pochi scritti di Cattaneo in cui il problema federalistico trattato di proposito una chiara delineazione dello Stato federale dal punto di vista giuridico e amministrativo: una teoria insomma della federazione di cui si potesse avvalere il giurista o luomo di Stato. Come accennato, il suo costante modello di riferimento sono gli Stati Uniti dAmerica e la Svizzera, e pi questultima della prima. Una ragione di tale predilezione sta forse nel fatto che egli trascorse un lungo esilio a Lugano, dalla fine del 1848 fino alla morte, salvo breve parentesi di rientro in Italia. Bobbio dice che forse proprio perch nella sua patria adottiva il federalismo si respirava nellaria, egli non scese mai sul piano tecnico-istituzionale per farne oggetto di studio rigoroso, nelle sue ragioni storiche, nelle sue istituzioni e nel suo possibile trapianto, nonostante le insistenze degli amici (come Carlo Pisacane), ma si limit a invocarlo come un rimedio miracoloso o a propugnarlo come un programma dazione. Nellatteggiamento di Cattaneo verso una teorizzazione del federalismo possiamo noi oggi rinvenire una delle cause del fatto che fino a tempi molto recenti questo orientamento politico-ideologico non mai risultato vincente qui in Italia e fatica ad essere definito con precisione. Sovente confuso con il localismo, il municipalismo, o il regionalismo. Il pensiero e lopera di Cattaneo sintetizzano bene una simile confusione. Il federalismo cattaneano non se non lo sviluppo logico del principio che la libert si conserva, come disse il Machiavelli, tenendovi sopra le mani, impedendo la formazione di leggi da parte di parlamenti lontani dai soggetti a cui le leggi sono destinate, conservando ciascun popolo presso di s, in sede locale, i propri usi e costumi, le proprie leggi. A differenza dei moderati, per Cattaneo la federazione non tanto un espediente politico per il raggiungimento dellindipendenza, non un instrumentum regni, ma lunica possibile teorica della libert, e quindi vale tanto per lItalia quanto per lEuropa. Non tanto allo Stato federale strettamente inteso che Cattaneo guarda, quanto allidea di uno stato molto poco accentrato e molto poco interventista sotto ogni profilo. Il suo obiettivo la maggiore libert possibile, civile e politica, raggiungibile a suo avviso con una certa autonomia legislativa delle regioni, o degli stati, ma che per lui possono essere anche le citt. Pi precisamente, il federalismo cattaneano assumeva come base il distretto, composto di Comuni, e approvava la suddivisione in Piemonte, Liguria, Sardegna. Non condivideva, invece, la creazione dellEmilia, dal momento che lex ducato di Parma e Piacenza era molto dissimile dalle Romagne, fino ad allora legazioni pontificie, sia sotto il profilo della forma di Stato sia dal punto di vista della disciplina legislativa. Avere una molteplicit di centri autonomi favorisce una maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, che viene sentita davvero come cosa di tutti. Occorre dunque moltiplicare le istituzioni di autogoverno.

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La guerra del 48 era fallita perch non vi avevano concorso popoli liberi, ma principi inetti. Gli esempi positivi erano per Cattaneo Milano insorta, Roma repubblicana, Venezia ultima baluardo dellindipendenza (proclamata il 2 aprile 1849 la resistenza ad oltranza, guidata da Daniele Manin, la citt resister fino al 24 agosto 1849, quando dovr capitolare sotto lassedio degli austriaci e i colpi del colera; la capitolazione venne poi firmata il 26 agosto). Secondo Cattaneo, prima di combattere per lindipendenza un popolo doveva essere libero nelle proprie istituzioni locali e nella mentalit collettiva dei suoi componenti, altrimenti avrebbe fatto il gioco del principe opportunista di turno, come accaduto nel 1848-49. Risorgimento inteso da Cattaneo anche come risveglio di un paese assopito e asservito da secoli. Di Gioberti non condivider mai il progetto neoguelfo, ossia la federazione con presidenza papale, perch riteneva che il pontefice cattolico non nutrisse, n possa nutrire per il ruolo che riveste, un sentimento nazionale italiano che, per essere patriottico e soprattutto indipendentista, deve essere in qualche misura anche esclusivistico e pronto allo scontro militare per porre fine al dominio straniero. Il papa non pu invece non guardare con simpatia anche agli austriaci, cattolici come e pi di altri popoli europei.

Gioberti e Cattaneo: affinit e divergenze Se il nome di Gioberti legato al neoguelfismo, e quindi ad una forma di confederazione, quello di Cattaneo invece legato al federalismo. Riprendendo una distinzione in voga tra gli studiosi inglesi, potremmo sostenere che Gioberti appartiene pi al realismo del processo politico-diplomatico di unificazione italiana mentre Cattaneo allidealismo del movimento culturale democratico e repubblicano che propriamente denominato Risorgimento. Evidentemente la distinzione regge solo fino ad un certo punto, dal momento che Gioberti con lidea del Primato, che costituisce un vero e proprio mito romantico, mostra in quella sua opera, pi di altre, la propria originaria ispirazione romantica. Rivela, inoltre, il fatto che anche Gioberti stato un giovane investito da quel fenomeno generazionale che fece della lotta per lindipendenza italiana il proprio motivo di impegno politico, la propria ragione di vita, la Causa cui votarsi, con approcci e finalit politicoistituzionali differenti ma con la stessa identica determinazione. Gioberti nella sua svolta politico-ideologica, che lo porter da iniziali simpatie mazziniane ad un cattolicesimo liberale patriottico, non creder pi nelliniziativa popolare, ma in un popolo ben guidato e formato da lites consapevoli e sinceramente patriottiche. Cattaneo, invece, accrescer il suo lato democratico, democraticistico, che per, a differenza di Mazzini, pi che nel culto del popolo-nazione, si concentrer sulle virt della societ civile, e degli individui operosi di una societ civile dinamica e progressiva. In questo, non crediamo siano corrette le interpretazioni di quegli storici che liquidano lintero liberalismo italiano pre-quarantottesco e pre-unitario, Cattaneo compreso, come anti-individualistico e altres cetuale-corporativistico. Unaltra caratteristica comune ai due concerne un dato esistenziale che si verific in tempi diversi della vita dei due, e che ebbe anche cause parzialmente diverse. Stiamo parlando dellesilio. Lesilio fu una condizione che accomun molti dei principali esponenti del Risorgimento italiano: Mazzini, Crispi, Garibaldi e appunto Gioberti e Cattaneo. Loro, assieme a tanti altri, trascorsero una parte importante della loro vita e della loro attivit politica in esilio, a seguito di condanne processuali o talora come scelta volontaria. Sotto questultimo aspetto, i nostri due differiscono e rivelano tratti importanti anche del loro carattere e del loro rapporto con la politica concreta, con la pratica politica. In particolare, dopo la repressione seguita agli eventi rivoluzionari del 1848-49 esularono praticamente tutti i capifila del movimento patriottico, che rappresentavano i pi diversi orientamenti ideologici: moderati e repubblicani, unitari e federalisti, laici e cattolici. Altro dato che accomuna i due: per motivi diversi, entrambi non saranno protagonisti nella seconda fase, decisiva, del processo di unificazione. Gioberti, per il semplice fatto che morir nel 1852,

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Cattaneo perch si sottrarr volontariamente alla vita pubblica e allimpegno politico, rifugiandosi in esilio, prima obbligato poi, allindomani del 1860, sostanzialmente volontario, a Lugano, in Svizzera, dove appunto morir nel 1869 (per la precisione a Castagnola), dopo aver rifiutato di partecipare ai lavori parlamentari della nuova Camera dei deputati nazionale, a cui era stato comunque eletto, a testimonianza di un certo seguito che aveva soprattutto in Lombardia. A seguito dellimpresa dei Mille, Cattaneo, come gli altri principali esponenti del movimento democraticorepubblicano (Mazzini, Crispi e Giuseppe Ferrari), si era recato a fine settembre del 1860 a Napoli, nellestrema speranza di poter configurare per il Meridione una prospettiva istituzionale diversa dallannessione al Regno di Sardegna. Sua intenzione era quella di indire, prima del plebiscito, lelezione di unassemblea legislativa che potesse garantire un certo grado di autonomia delle regioni meridionali. Cattaneo incontr Garibaldi, ma come sappiamo, le cose andarono in altro modo: lincontro di Teano e la connessione dellimpresa garibaldina con la politica sabauda e cavouriana. Nel proclama del 28 novembre 1860 Garibaldi dichiarava infatti la propria posizione, in cui lobiettivo dellunit e dellindipendenza dallo straniero aveva la priorit assoluta su qualsiasi questione di carattere istituzionale: io non mi curo che il ministero si chiami Cavour o Cattaneo, ci che mi preme si che il 1 marzo 1861 trovi Vittorio Emanuele alla testa dei cinquecentomila soldati. Infranta cos questultima speranza, Cattaneo scelse di tornarsene nellesilio svizzero, e appunto questa volta non per imposizione, bens volontariamente. Ma prima di andarsene scrisse un articolo uscito nello stesso 1860 sulla nuova serie della sua rivista Il Politecnico e intitolato Ugo Foscolo e lItalia. Il mito del primo patriota (italiano) esule dellet contemporanea era questa volta utilizzato per dichiarare lavversione maturata dal teorico del federalismo nei riguardi della soluzione monarchica e piemontese che aveva in ultimo vinto la partita dellunificazione e dellindipendenza. Scriveva Cattaneo: Ugo Foscolo diede alla nuova Italia una nuova istituzione: lesilio!. La biografia del poeta veniva riletta con lintento di dimostrare che egli non si era mai abbassato alle soluzioni di compromesso, le quali apparivano a Cattaneo connaturate al carattere italiano, condizionato per secoli dalla servit politica e dalla Chiesa cattolica. Dopo essere stato eletto nel 1860 nel parlamento subalpino (ma a Torino non si rec mai per non prestare giuramento di fedelt alla Corona sabauda), Cattaneo partecip alle elezioni del 1867 nel periodo in cui Firenze era stata eletta a capitale del neonato Regno dItalia. Si rec a pi riprese nel capoluogo toscano, dal 31 marzo al 18 aprile 1867, ma non entr mai in aula, sempre per il solito motivo: non prestare giuramento di fedelt alla monarchia. La candidatura, sia nel 1860 sia nel 1867, e quindi lelezione per ben due volte a distanza di circa sette anni, erano state da Cattaneo accettate solo come un gesto di protesta morale, un modo per dichiarare pubblicamente il proprio rifiuto della forma di Stato e di governo che lItalia aveva ufficialmente assunto nel marzo del 1861. Sotto questo punto di vista, Gioberti (e a maggior ragione il Gioberti riletto da Giovanni Gentile alla vigilia dellavvento del fascismo al potere) e Cattaneo rappresentano due mondi diversi, i due campi antagonisti della intellettualit italiana: larci-italiano e lanti-italiano, secondo uno schema che giunto fino ai giorni nostri. Daltronde, uno, Gioberti, fu un vincitore, laltro, Cattaneo, un vinto della/dalla storia. Ma la storia prosegue, si trasforma e oggi probabilmente la situazione diametralmente opposta, e il vinto di un tempo il vincitore delloggi, in cui tanto si parla e si opera in senso pi o meno federalista, aggettivo divenuto parola di uso corrente, sorta di passe-partout per ottenere consensi politici e apparire al passo con i tempi. Per sapere quanto sia moda passeggera e quanto sia necessit storica duratura, ai posteri lardua sentenza.

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