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Come eravamo, nella Belle Epoque


Meridiano Come eravamo, nella Belle Epoque di Aldo Bonomi C' era una volta la globalizzazione dolce. Era iniziata, almeno per noi italiani, circa 20 anni fa. Verso la fine degli Anni 70, con i primi scricchiolii di quel modello fordista basato su grandi imprese nazionali, che si erano fatte per tutto il 900 multinazionali, forti economie delle nazioni supportate da politiche keynesiane sostanziate da una statualit agente tra le due polarit forti: capitale e lavoro. Era stata dichiarata come inizio di una nuova era, la globalizzazione appunto, nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Come in ogni fase nascente tutto pareva possibile. Se prima i fattori di potenza erano il controllo e il monopolio statale dell' uso della forza, le materie prime, l' industria pesante e la densit di popolazione, dopo, i fattori potenza della globalizzazione diventarono le reti lunghe che attraversavano velocemente il mondo: know how, soft ware, centri di ricerca e sviluppo sull' intelligenza artificiale e il dna, la logistica per far viaggiare uomini, informazioni, denaro e merci attraverso porti, aeroporti, borse. Se prima le imprese erano radicate sul territorio e seguivano logiche espansive di contiguit spaziale, dopo continuarono a essere ancorate al territorio, alla dimensione nazionale, ma divennero transnazionali, basandosi su logiche di crescita che usarono i territori e gli spazi nazionali come porti da cui salpare per andare altrove: l dove pi conveniva per costo del lavoro e opportunit insediative. Ne seguiva anche una fase di esodo, emigrazioni bibliche della forza lavoro e delle popolazioni alla ricerca della terra del latte e del miele. Era una transizione dolce la new economy, in cui tutto pareva possibile, far denaro con il denaro, far incontrare popoli e culture nel melting pot dei consumi e degli stili di vita, andare iperveloci dal locale al globale e viceversa. Pensare globale divenne un pensiero unico, anche se tanti erano i modelli di globalizzazione. Il pi forte era ed quello finanziario basato sul controllo della merce pi leggera che ci sia, il denaro. Poi vi quello delle imprese transnazionali, fatto da tante piccole company town che si ridislocano nel mondo, diventando pi piccole l dove partono, a Torino o a Detroit, ed espandendosi nel mondo dal Brasile alla Polonia, alla Turchia, sino in Cina accompagnate da una rete globale di subfornitori. Ma non vi solo questo. Vi sono anche tante multinazionali tascabili che fanno globalizzazione: come quelle che partono dal nostro Nord Est e insediano a Timishoara 7.203 imprese piccole e medie. Ci sono le imprese virtuali, quelle dei logo, con un marchio forte e una struttura di ricerca e innovazione continuata del prodotto rispetto alle tendenze del consumo, una forte rete di commercializzazione e tanti partner produttivi l dove costa meno il lavoro. Infine, ultime ma non ultime, le Internet company che supportano le reti lunghe della finanza, delle transnazionali, delle multinazionali tascabili, dei logo, con la loro rete globale di scambi di informazioni necessarie a produrre e commercializzare nella competizione. Era un pensiero unico perch si basava sulla certezza che la primazia di questo modello tecnico-economico sarebbe stato sufficiente a governare quella transizione dolce ove gli Stati devolvevano (devolution, altra parola dolce che aveva caratterizzato l' epoca) verso il basso e verso l' alto il loro potere e la loro forza. Tant' che sul terreno della new society eravamo tutti presi nel ridisegnare i poteri locali e a costruire l' Europa, il Nafta, il Mercosour, il Far East. Certo, questo clima da belle epoque, di primazia dell' economia dei flussi non era poi cos idilliaco come poteva sembrare. Era segnato da conflitti locali e globali come la guerra contro l' Iraq, la Serbia, la Cecenia e da guerre civili molecolari sul terreno. Ma tutto sembrava tenere e la transizione era dolce a tal punto da ammettere una critica extrasistemica al modello, sostanziata dal movimento no global a Seattle, a Praga, a Genova contro i nuovi poteri che chiedeva dal basso globalizzazione dei diritti e della solidariet. Poi c' stato l' 11 settembre 2001. La belle epoque finita. La globalizzazione da dolce si fatta hard essendo ormai a tutti chiaro che, se globalizzazione sar, questa deve riconsiderare non solo i processi tecnico- economici ma soprattutto l' uso e il primato esclusivo della forza che, per la prima volta nella storia, non significa soltanto l' uso esclusivo delle armi ma anche egemonia, primazia e unicit di un modello culturale. La globalizzazione dolce basata sulla geoeconomia che ridisegnava gerarchie, spazi e luoghi nella globalizzazione lascia il suo spazio alla geopolitica. Lo spazio globale come forma unica ritorna a dover pensare al locale come forma di resistenza. Emblematica l' assemblea dei mullah afgani, i nostri parroci di campagna di un tempo, detto senza scherno e ironia, che rispondono all' ultimatum del presidente Bush. Il nostro lento ragionare - di regole, norme, di transizione istituzionale dolce verso le istituzioni globali, fatto di pesi e contrappesi tra nazioni, spazi monetari e commerciali sovranazionali e sul ruolo dell' Onu - si velocizzato. Come, viceversa, da una fede assoluta nella velocit dei processi culturali economici e sociali, si tornati a logiche lente, di lunga durata sul territorio quando si sostiene che si andr avanti per molto con una campagna da Giustizia Infinita. Riappare la lunga durata dei processi di fronte alla velocit degli eventi. Si rompe il sincretismo dolce dell' agire localmente e pensare globalmente nel suo opposto: l' agire globalmente verso il pensare localmente. Riappare come questione l' impatto dell' economia dei flussi con le economie dei luoghi, della cultura dei flussi con le culture dei luoghi. Queste, sorvolando i territori in una logica spaziale che si interconnetteva con i luoghi, hanno prodotto forme di comunit locali spesso dense di relazioni tra locale e globale in cui l' uno e l' altro si interfacciavano con reciproco vantaggio. Ma anche forme del locale di puro e semplice atterraggio dell' economia dei flussi e spazi di resistenza rancorosi e feroci di fronte alla globalizzazione, sostanziati dal ritorno ai fondamenti del sangue, del suolo e delle religioni. Da qui ci tocca ripartire. Avendo chiaro che nulla sar pi come prima, non solo per molte delle nostre abitudini quotidiane, ma soprattutto perch la globalizzazione dolce basata su eventi e velocit (anche Manhattan stato un drammatico e tragico evento) si rovesciata nel suo opposto: processi geopolitici e culturali, lentezza del camminare sul territorio e non solo velocit delle reti. Forse proprio per questo di fronte alla scelta tra i due modelli appena descritti, segnati e separati da un prima e un dopo, vale la pena interrrogarsi, anche se sar possibile costruire una globalizzazione a geometria variabile, poliarchica che scaturisca non tanto dalla primazia della forza e del pensiero unico ma dal riconoscimento delle diversit economiche, culturali, storiche e sociali. Non sono ottimista. Non fosse altro che da tempo, gi nella fase della globalizzazione dolce, abbiamo cercato di costruire poliarchia dentro l' opportunit della devoluzione dei poteri dello Stato nazione. Siamo ancora in mezzo al guado localmente e come nazioni e oggi ci ritroviamo a dover pensare a modelli di poliarchia globale. Ma credo che se vogliamo mantenere la speranza valga la pena di discuterne e interrogarci. Aldo Bonomi Bonomi Aldo
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